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Indice articoli


PARTE PRIMA

ATTONGIU - AUTUNNO
Stagione de sa binnenna, della vendemmia, e di inizio de sa laurera, dell'agricoltura.
"Octo dies innantis, octo dies pustis de Sancta Maria ispettaz attunzu". Otto giorni prima, otto giorni dopo la Natività della Madonna inizia l'autunno. (Detto comune).

Capitolo primo

CABUDANNI / SETTEMBRE

Cabudanni, (dal latino caput anni), settembre, apre l'anno in Sardegna. S'oberit sa binnenna, si apre la vendemmia. In ogni vigna, i vendemmiatori lasciano scrichillonis, racimoli, per i poveri che andranno a raspollare. Se i proprietari sono stati di buon cuore, i poveri della comunità potranno assicurarsi per l'inverno una botticella di vino da raspollatura, cun sa binnenna de scrichilloni.
Cucina, loggiato e cortile di casa vedono in questo mese affaccendarsi is feminas de su messaiu, le donne del contadino, nella preparazione delle conserve.
Alcuni decalitri di mosto, sottratti alla vinificazione, vengono cotti a fuoco lento e ridotti in saba, sapa, densa come una marmellata, da spalmare sul pane e per condire i dolci tradizionali de is mortus, dei morti. Tra questi, su pan'' e saba, pane confezionato con sapa.
I grappoli d'uva migliori di alcune varietà come lo zibibbo vengono legati in coppia con dei giunchi, scottati nella liscivia aromatica, messi su canne esposte al sole e infine appesi nei solai ventilati o nei loggiati, per ottenere sa pabassa, l'uva passa. A tempo debito si limpiat sa pabassa de su tenaxu, si spicciola e gli acini secchi si conservano cosparsi di finocchio selvatico.
I fichi di questa stagione, verdi, neri, marron, più piccoli ma assai carnosi, vengono deposti su larghi canestri di asfodelo sopra le tettoie che si affacciano sui cortili, a essiccare al sole vispo di cabudanni, fuori dal tiro dei famelici pennuti da cortile.
Così pure i pomodori, is tomatigas, debitamente aperti a metà e salati, si mettono a seccare su tavole inclinate, in attesa d'essere richiusi secchi e conservati in tiaunus, tegami, e in burnias, giare di terracotta, tra foglie di alloro e basilico.
Il frutto de sa figumorisca, del ficodindia, è in questo mese alimento principale del maiale e del povero. Nelle annate di abbondanza, quando il cielo manda acqua dopo l'Assunta, gli ultimi fichidindia vengono raccolti per farne marmellata. Il frutto del ficodindia è assai nutriente, ricco di zuccheri, ma chi ne mangia deve stare attento alle spine, microscopiche setole gialle che si infilano nella pelle provocando fastidiose irritazioni, e soprattutto bisogna guardarsi dai semi, perché se ingeriti in quantità eccessiva arrescint su carru, inceppano il carro, che nella immaginifica parlata popolare significa il blocco della defecazione.
Proverbio logudorese: "Sos maccos ingrassant ab su cabidanni", i matti ingrassano nel mese di settembre.

CAPIDANNE

"Per i Sardi il Capodanno vero e proprio cadeva nel mese di settembre, forse verso la metà. Settembre è ancora chiamato cabudanni in Campidano e capidanne in Logudoro e in Barbagia. E in realtà settembre è ancora il mese col quale ha inizio l'anno agrario. E' il tempo della riorganizzazione del lavoro. Di questo periodo sono tipiche le feste del Rimedio e della Santa Croce ad Oristano; di San Serafino a Ghilarza; di Santa Maria a Donigala Siurgus; dei SS. Cosimo e Damiano a Mamojada; della Madonna di Gonari a Orani. Nei giorni dedicati alla festa la comunità provvede a rinnovare attrezzi, bestie da lavoro e ogni altra cosa che si connetta con l'attività produttiva del nuovo anno. Per la circostanza si rinnovano anche tutti gli accordi contrattuali che hanno la durata dell'anno agrario.
E' stato detto che il capodanno sardo ha origini ebraiche, perché anche l'anno ebraico inizia il 15 settembre. Il Bonfante (Tracce del calendario ebraico in Sardegna - in Word v. pp. 171 e segg.) scrive che "non può essere altro che l'inizio dell'anno ebraico, che cade precisamente in quel mese". La voce sarda, afferma il Bonfante, traduce letteralmente l'ebraico ros-hannah. Ma c'è da osservare che per gli Ebrei tale data non è festiva; anzi è giorno di espiazione. Il 15 settembre degli Ebrei è detto "giorno del ricordo" perché richiama il patto di Dio con i patriarchi; è detto anche "giorno del giudizio", perché proprio in quell'epoca, secondo gli ebrei, dovrebbe avvenire il giudizio universale. Più probabile è l'origine bizantina. Anche per i Bizantini, l'anno aveva inizio nel mese di settembre; non solo, ma a settembre iniziava anche l'anno ecclesiastico, tanto per gli Ortodossi quanto per i Copti. Ma la verità è forse un'altra: che Ebrei e Bizantini trovassero in Sardegna il loro medesimo ordine calendariale proveniente da remote origini"
(Da "Riti pagani del capodanno sardo" di Sebastiano Dessanay - Sardegna Oggi n° 39 - 1964)

SU COMUNISMU PRATICAU SENE LEIS SCRITTAS
L'USO COMUNITARIO DELLA TERRA

De comente sa zente aumentaiat,
e s'est tottu sa terra populada,
in dogni bidda, cittade o burgada
su bene comunale tottu fiat,
parte e dirittu dognunu teniat
comente de bessidas e d'intrada,
fit in comunu patimentu e gosu
e nessunu non fit necessitosu.

Comunale teniant terra e fruttu';
bestiamin' e cant' s'est connotu;
su viver necessariu haiant tottu'
de vegetales e dogni produttu
non fit nessunu padronu assolutu,
dogni frade a su frade istat devotu;
e cun tale sistema beneficu
non fit nessunu poveru né riccu.
(Da Salvatore Poddighe "Sa Mundana Cummedia" - Cagliari 1928)

Così come la gente cresceva / e tutta la terra si popolava / in ogni paese, borgata o città / il patrimonio era tutto in comune / ognuno ne aveva diritto e parte / tanto nelle spese quanto nel guadagno / erano in comune sacrificio e benessere / e nessuno era bisognoso.

Erano in comune terra e frutti, / bestiame e tutto quanto dava la natura / tutti avevano il necessario per vivere / dei vegetali e di ogni prodotto / nessuno era padrone assoluto, / ogni fratello era compagno al fratello; / e con tale sistema benefico / nessuno era povero né ricco.

ORGANIZZAZIONE DELL'USO COMUNITARIO

Diverse e molteplici sono sicuramente le motivazioni che hanno portato le popolazioni della Sardegna ad adottare l'uso comunitario della terra. Fra queste, fondamentale, la necessità di sopravvivenza. Finita la dominazione romana, dimenticata dal nuovo dominatore Bisànzio, in balia delle incursioni dei Saraceni, i Sardi delle coste si allontanano dal mare, insediandosi nell'interno, fino a trovarsi a più diretto contatto con l'altro nemico: i pastori nomadi della Barbagia.
Una inimicizia oggettiva e storica - tuttavia non inconciliabile.
Inimicizia oggettiva, in quanto, semplicemente, un terreno seminato a grano non può essere dato in pascolo alle pecore; cioè a dire, l'uso che della terra ne fa il contadino è sostanzialmente diverso da ciò che ne fa il pastore. Da qui la necessità del pastore di avere terreni incolti per il pascolo e la necessità del contadino di proteggere le proprie coltivazioni dalle greggi.
Inimicizia storica, in quanto i dominatori cartaginesi, romani e successivi, occupando prevalentemente le coste e le pianure, assoggettano e in parte integrano il mondo contadino, e ìsolano e segregano il non integrabile mondo pastorale, mantenendolo in un perenne stato d'assedio. Il barbaricino vede così il mondo contadino come un tutt'uno con l'invasore, quindi come nemico.
D'altro canto, tale inimicizia ha giovato e giova al dominatore, giusta la regola del potere "divide et impera".
E' da precisare che, per ragioni climatiche, le greggi del mondo barbaricino hanno necessità vitale di utilizzare i pascoli delle pianure e delle coste durante i rigidi mesi invernali. Ciò fa comprendere quale dramma abbia comportato per il popolo barbaricino l'assedio dell'invasore, che lo costringeva a rigide forme di autarchia per poter sopravvivere. In simile contesto, le bardane, razzie nei territori occupati dal nemico, di cui si parla in altra parte di questo libro, erano un tentativo di compensazione - una espropriazione proletaria ante litteram.
Una volta che i sardi, contadini e pastori, riescono fortunosamente a liberarsi dagli stranieri, finalmente abbandonati a se stessi, risolvono lo storico millenario conflitto tra contadini e pastori (che la Bibbia fa risalire a Caino e Abele), con una originale organizzazione comunistica.
Per i contadini che si sono allontanati dalle coste, insediandosi nei nuovi territori, insieme alla necessità di proteggere le coltivazioni dalle greggi, sorge anche la necessità di riorganizzare su basi nuove i villaggi che si vanno costituendo. Dal canto loro, i pastori hanno la necessità di garantirsi pascoli aperti, per il loro bestiame brado e transumante.
Si arriva così - probabilmente nel corso dei secoli - al modello di villaggio, con l'insieme dei terreni di sua pertinenza, strutturato in fasce concentriche:
a) Al centro sa bidda, le case di abitazione.
b) Intorno alle case, i terreni coltivati a orti e vigne e oliveti, recintati da siepi di ficodindia e rovo, soggetti alla proprietà perfetta.
c) Subito dopo, si estendeva il vidazzone, seminativo, campi aperti, coltivati a grano e leguminose. Tutto il vidazzone era recintato da un muro a secco, in pietra, con una sola apertura, che lo divideva dal paberile, maggese, riservato al pascolo del bestiame masedu, dòmito - in maggior parte cavalli, asini, buoi da aratro, certamente anche la capra da latte per la famiglia.
Vidazzone e paberile costituiscono un'unica fascia; si alternano in un sistema di rotazione, a seminativo o a pascolo; e la loro rispettiva superficie varia secondo le necessità e le annate.
d) Nell'ultima fascia, i terreni incolti, cespugliato e bosco, detti saltus, riservati al pascolo brado, per pecore, capre, vacche e suini - compresi quelli transumanti, che dalla Barbagia scendevano a svernare.
A raccolto ultimato, nelle stoppie del vidazzone venivano immessi sia il bestiame masedu, di stanza nel paberile, sia le greggi e le mandrie brade, che stanziavano nel saltus. Ciò era consentito da fine luglio a fine settembre, il periodo appunto di stasi, tra il raccolto e l'aratura.
Il vidazzone veniva distribuito - in alcuni villaggi per sorteggio - a chiunque ne facesse richiesta. Il rimanente della fascia non seminata, il paberile, costituiva, come detto, il libero pascolo per il bestiame domito.
Il saltus, l'insieme delle terre incolte, cespugliate e a bosco, apparteneva in parte al villaggio (comunale) e in parte allo stato (demaniale); ma su tutti i terreni del saltus gli abitanti del villaggio esercitavano i diritti d'uso, detti ademprivi. Tali diritti consistevano nel taglio della legna, nella raccolta di frutti spontanei, in particolare ghiande, castagne, noci, bacche del corbezzolo, del lentischio per ricavarne l'olio; legname per la lavorazione, in particolare ginepro, castagno, noce, olivastro; raccolta della palma nana per la fabbricazione delle scope e del crine; di giunchi, asfodeli ecc. per l'intreccio di molti utensili quali cesti e corbule; diritto di pascolo e di fonte. Questi diritti erano essenziali per l'esistenza della comunità.
Questo sistema di possesso collettivo della terra e l'utilizzazione comunitaria del patrimonio naturale fu abolito dal dominatore sabaudo, con una serie di riforme, che hanno inizio nel 182O con l'editto delle Chiudende e culminano con l'abolizione dei diritti di ademprivio nel 1865. Le rivolte dei pastori e dei contadini vengono soffocate nel sangue. I moti de su connotu, costituiscono il momento storico più rilevante della rivolta popolare, in quel periodo. Torrare a su connotu, significa in sardo "tornare al conosciuto", al passato, cioè all'uso comune della terra, al godimento degli antichi e conosciuti diritti dell'uso collettivo del patrimonio naturale.
L'editto delle Chiudende introduce anche in Sardegna la proprietà privata, sconvolgendo una forma di organizzazione socio-economica funzionale, restaurando con la miseria e i delitti la dicotomia conflittuale tra contadini e pastori.
Nonostante tutto, in alcuni paesi dell'Isola, il sistema comunitario a rotazione del vidazzone e del paberile, nonché alcuni diritti di ademprivio, sono rimasti in vigore fino alla seconda carneficina mondiale.

Melchiorre Murenu, il poeta cieco di Macomer - assassinato probabilmente dagli esecutori della legge sabauda - ha bollato con parole di fuoco la rapina legalizzata dalle Chiudende:

Tancas serradas a muru
fattas a s'afferra afferra;
si su chelu fit in terra
bo' chi lu serraizis puru!

Terre chiuse a muro / ottenute arraffando; / se il cielo fosse stato in terra / vi sareste chiuso anche quello!

SA SCOLCA
LA GUARDIA

Il termine scolca deriva dal latino sculcae o exculcae e ha il significato di guardia. Il corrispettivo italiano è scolta, sentinella, guardia.
Scolca o iscolca indica una istituzione rurale, con propri ordinamenti e compiti, tra questi principalmente la sorveglianza e la difesa del patrimonio comunitario.
Gli scopi della scolca si desumono chiaramente da un documento del periodo giudicale, dove viene riportato il giuramento che gli abitanti del villaggio rinnovavano di anno in anno, nel mese di marzo: "In base al giuramento della Scolca, secondo l'uso antico, ogni abitante di Sassari tra i quattordici e i settant'anni deve impegnarsi, ogni anno, a non causare alcun danno e a non lasciare che né uomini né bestie ne causino ai campi coltivati e alle vigne, e di denunciare tutti coloro che ne avranno causati ..."
In pratica, tutti gli abitanti del villaggio - o della città, come nel caso documentato - diventano "guardie giurate" e militano in difesa del territorio sotto il comando del majore de iscolca, seniore delle guardie.
Vi è chi fa risalire l'istituto della scolca intorno all'Anno Mille, coincidente con l'affermarsi della organizzazione giudicale, di cui sarebbe espressione. Ma vi è anche chi sostiene - e mi sembra fondatamente - che tale istituto, sia pure in forme diverse, esistesse già in periodo precristiano, con il compito di svolgere ricognizioni intorno al pagus e ai suoi confini territoriali: una sorta di guardie di frontiera a cavallo in assidua perlustrazione in difesa del territorio e dei beni comunitari (messi, frutti, bestiame) da possibili aggressioni da parte degli abitanti di altri pagus.
Nel periodo giudicale, l'organizzazione della scolca appare assai complessa. Alle origini ritroviamo nella organizzazione del villaggio un majore de villa , quello che oggi potremmo chiamare sindaco, con compiti prevalentemente amministrativi, e un majore de scolca, che potremmo chiamare comandante militare, ovviamente con il compito di organizzare la milizia per la difesa degli abitanti e del territorio. Il compito della scolca, successivamente, si riduce alla sorveglianza delle terre coltivate, con funzioni quindi prettamente rurali. Il majore de scolca si confonde così con il majore de guluare (il guluare indicava un terreno chiuso e protetto dove il bestiame domito trovava ricovero durante la notte). Più tardi, i termini villa e scolca finiscono per identificarsi, indicando ambedue una stessa entità: il villaggio sia come abitazione che come terre di sua pertinenza e l'insieme delle istituzioni utili alla difesa e alla sopravvivenza della comunità. Troviamo così confusi in uno stesso significato majore de villa e majore de scolca.
Il termine scolca finisce per scomparire e già nel XIV secolo troviamo al suo posto quello di habitacione, che diverrà quindi bidatone, bidazzoni, e da ultimo vidazzoni.
L'istituto della scolca come organizzazione rurale di vigilanza del territorio ha probabilmente dato origine al barracellato, altro più recente istituto di guardie armate per la vigilanza del patrimonio agricolo, conservatosi in diversi paesi fino ai nostri giorni.


LA NASCITA

Un vecchio proverbio sardo dice: "Moglie e buoi dei paesi tuoi"; seguendo questo detto, possibilmente, il contadino che cerca moglie vorrebbe trovarla addirittura nel vicinato o per lo meno si costruisce la casa (senza non si potrebbe sposare) nei pressi dell'abitazione della futura moglie in modo da agevolare i rapporti con la famiglia d'origine. Così quando la sposina aspetta un figlio, viene seguita durante la gravidanza dalla propria madre e dall'esperta che l'aveva vista nascere.
La vecchia deve tenersi pronta e deve conoscere la casa della partoriente in modo da sapere "dove mettere le mani" all'occorrenza. Nell'ultimo periodo frequenta più assiduamente la famiglia, in modo da tenere compagnia alla sposina, quando il marito è in campagna.
Al momento della nascita con l'aiuto della madre della partoriente, se tutto procede normalmente, provvede a tutta l'assistenza per la puerpera e per il neonato; quando madre e bimbo sono a posto prepara nella grande bacinella di zinco tutta la roba sporca e manda la donna d'aiuto (s'accostanti) al ruscello per fare il bucato. Si reca allora in cortile ad acchiappare la gallina, già adocchiata da tempo, e le tira il collo; la prepara poi per un buon brodo per la puerpera che le durerà almeno tre giorni. Poi chiama la levatrice "patentata" per preparare il foglio per la denuncia del neonato.
Nei giorni seguenti continua ad accudire, sempre aiutata dalla nonna o dalle nonne del neonato, al bimbo e alla madre.
Il giorno che la puerpera si alza dal letto, le prepara il necessario per "s'affumentu". Così il suo compito è portato a termine e si tiene disponibile per qualche altra vicina che possa aver bisogno di lei.
La madre si reca in chiesa col neonato il giorno del Battesimo per la purificazione (s'incresiu); così può riaccudire alle faccende domestiche ed uscire di casa quando sarà necessario.
(Testimonianza di E. M. - Alto Iglesiente 1948)
IL PASTORE

Oggi, pastori non ce n'è quasi più. La guerra, i trattori e i concimi hanno ingrassato il contadino, e a noi ci hanno ridotto a morire di fame. Avanzando e distruggendo, i trattori ci hanno costretto fra le rocce delle scogliere. Vogliono scaraventarci nel mare. Questo è iniziato nel 1948 e '49 con il dissodamento delle terre incolte.
Tutto il Sinis, da quanto io ricordo, era sempre stato diviso in parti, bidazzone e paberile, metà a pascolo e metà coltivato, ed era amministrato in comune. Dopo la guerra non c'è stato più ordine. Ognuno faceva il comodo suo, si prendeva la terra che voleva e diventava padrone.
Anticamente il nostro paese si chiamava Masoni de cabras, ossia ovile di capre, tanta era l'abbondanza di pastori e di bestiame. Quando gli interessi opposti tra contadino e pastore minacciavano di concludersi come tra Caino e Abele, allora si pensò di regolamentare l'uso delle terre del Sinis con un sistema comunista, che ha funzionato chissà per quanto tempo fino a qualche anno fa. Anno per anno, tutto il Sinis, che è vasto e fertile, veniva amministrato e diviso da un comitato formato da quattro contadini e da quattro pastori, i quali attribuivano le terre ai pastori o ai contadini, volta per volta secondo la necessità economica del paese, che poteva avere bisogno, oggi, più di grano, e domani più di carne. Più tardi i rappresentanti dei pastori scesero a tre, e gli interessi collettivi furono sempre più rappresentati dagli agrari, che si erano formati accumulando grano e prestando a usura nelle annate difficili.
Basti pensare che negli anni prima della guerra, quando funzionava ancora il sistema del bidazzone e del paberile, il patrimonio ovino del nostro paese ammontava a oltre trentamila capi. Oggi, si è ridotto ad appena settemila.
(Testimonianza di un pastore del Sinis -Cabras, 196O)

SA MATTA DE SA ZINZULA
IL GIUGGIOLO

Nel paese dove trascorrevo le estati della mia fanciullezza, in sa Praza de sa 'Ruxi, in Piazza della Croce, nel cortile della casa di fronte alla mia, ne era cresciuto un albero maestoso, forse secolare.
Prima del rientro in città, alla fine di settembre, le giornate si facevano più brevi e uggiose, per quel loro umido grigiore e il rapido calare delle ombre pomeridiane. Me ne stavo a leggere con il libro sopra il davanzale della finestra, di tanto in tanto interrompendo la lettura per seguire l'affaccendarsi delle donne attorno alla fontanella, che sorgeva, insieme a un rozzo basamento sormontato da una croce di legno, al centro della piazzetta. Accompagnavo la lettura mangiando pane e uva - una varietà d'uva nera rinomata a Terralba, dove veniva chiamata Niedda pedra serra (che diversi anni dopo ho ritrovato a Cabras, con il nome di Caddiu.)
La mia frutta prediletta in quella stagione era sa zinzula, la giuggiola, di cui era tutti gli anni carico il maestoso albero che sovrastava i muri del cortile della casa di fronte alla mia. La fortunata padrona di quel giuggiolo monumentale era una vecchia vedova, che arrotondava le sue entrate anche vendendo zinzulas a misurini. Ogni giorno pregavo mia madre di mandare la domestica ad acquistarne un cartoccio - e mia madre, anche lei golosa di questi frutti, mi accontentava ogni volta, nascondendo la sua debolezza dietro la mia.
Il giuggiolo, in Sardegna, è una pianta ormai in via di estinzione. Un tempo era assai diffuso anche allo stato selvatico, e usato anche per formare impenetrabili siepi per i suoi spinosissimi rami. Inoltre faceva bella mostra di sé in numerosi cortili domestici.
Il suo frutto dalla polpa compatta croccante, leggermente acidula nella sua prima fase di maturazione, quando da verde passa al marrone, lasciato passire, diventa dolcissimo. Così secco veniva impiegato nella medicina popolare per molti disturbi alla gola. Le nonne conservavano sempre qualche manciata di zinzula passia, di giuggiole passite, e infornate perché non mettessero vermi, per schiarirsi la gola succhiandole o per purificarsi i bronchi ricavandone un decotto.

SA SICCHEDADI
Contu

Sunt bessius de cresia a processioni.
A innantis is cumpangius de sa Cunfraria cun sa 'esti longa bianca a collettu arrubiu. Avanzant serius cun solennidadi: is candelas in su pungiu strintas che manigas de marra e su Cristus de ollastu nieddu, pesau in artu cun sa scritta trotta INRI. Is peis scurzus zaccheddaus, sa tira murra de is carzonis de fustaniu asutta de sa randa de su 'istiri biancu, su passu grai (usus a carcai sa terra a giru a giru de sa 'idi appena prantada), ddus faint parri stranius e antigus, maskaras de carnovali in d'una caresima de agonia, subrabivius e ispentumaus in d'una campura bruxada, carcinada de unu soli infogau - una terra apperdada cun zaccaduras fundudas tantu chi ci bolint arrius de aqua po ddas repreni.
Sa cresia de perda arenargia grogancia dominat de asuba de su terraprenu is domixeddas de ludu, ghettadas a pari in sa basciura nua.

***
Eriseru, comente dogna dì, is beccius de 'idda fiant innì, setzius in terra, sa schina accotzada a is perdas de su muru de cresia, sa mazzocca intramesu is manus e is genugus, apponziaus siddius, fiscius asutta de su celu affoghiggiau de su ressoli, cun pruini fini che cinixu a logu de is nuis. E nemancu bidiant sa genti insoru passendi - bisionendisì intra billa e sonnu mizzas e arrius e funtanas de acqua currendi currendi frisca a fruminis, cabada de attesu, de innui sa terra e su celu si toccant cun amori.
Prus in basciu, in s'argiola dorada de pimpirinas de palla de sa treula, unu tallu de piccioccheddus mesu spollincus boxinaiant gioghendi, currendi, sartendi, pighendisì a strumpas.
Is feminas, a 'istiri nieddu, a cara trista asutta de su muccadori chi ddis cuaiat sa conca e su 'runcu, abettaiant strantaxas, a peis iscurzus, a brazzus ingruxaus, cun su bottu accappiau a funixedda innantis de su putzu po piscai s'aqua po domu. E accanta, is pippius insoru, is tiauleddus a camisedda curza, morigaiant in su pruini de sa 'ia, circhendi ispantu de perdixeddas coloradas.
In sa pratza de su Municipiu, messajus e giorronnaderis setziant mudus, chini in su 'mperdau e chini a susu de is corongius postus a setzidroxu - rexinas de ollastu, leuras sene umidori, prantu sene lagrimas, pensamentu sene fueddus, resu sene grazia. Sudori e sanguni hant derremau po sciundi e ammoddiai sa terra insoru sidida. Totu su prantu de unu Deus ci bolit, immoi, totu su sanguni suu ci bolit, immoi - si bastat - po sciundi sa terra arroccada, po chi sa terra torrit a bèni terra.

***
Sunt bessius de cresia cun su Cristus, po chi su miraculu de mill'annus abettau e sunfriu si potzat cumpriri: chi sa terra siat terra e s'omini siat omini.
Portant impari cun issus unu Deus poberu e abbandonau, tristu e affliggiu comente sa terra e s'anima insoru asutta de su celu de luxi infogada, unu Deus in agonia zerriendi disisperau a dentis scobertas, unu Deus cun is burzus de is manus e is prantas de is peis stampaus, martirizzaus de obilis cravaus a massa.
Dd'hant bofiu portai issus, is comunistas. Unu cumpangiu de sa coberativa ddu poderat firmau a sa staffa cun tirellas de peddi, e ddu pompiat in artu, asuba de totu sa genti, in artu, prus in artu chi podit - po chi siat prus accanta a su Coru de su Babbu Mannu, po chi Issu ddu biat e ddu sentat e ddu prangiat, po chi Issu prangiat asuba de su Fillu suu e asuba de sa terra morrendi de sidi.
Su preidi, cun s'Isfera a rajus de oru me 'n is manus giuntas, andat adasiu asutta de su baldacchinu a frangias de prata, susteniu de quattru piccioccus.
Avattu c'est totu sa 'idda: meris e serbidoris, ominis e feminas, beccius e pippius, genti furriada a tallu po bisongiu, po famini, po disisperu.
Lassant is domus, is rugas desertas andendi facci a su sartu. Ancora s'intendit su battidu lentu de is passus insoru: is ominis a conca scoberta e a berrita in manu, is feminas a 'istiri nieddu e a isciallu nieddu - ca niedda est sa famini, niedda sa timoria, niedda sa morti.

***
Sunt arribaus immoi a carcai cun is peis is primas leuras imperdadas, chi mancu si 'n di sciniat arrogu asutta de totu su pesu insoru.
Cumenzant is attitidus. Attitant a boxi arta. Zerrius comenti 'n d'unu sgravamentu dolorosu:
"Teni piedadi de nosus, teni piedadi..."
S'attitidu rembumbat in sa campura - parrit chi bessat immoi de sa matessi terra, de asutta de is perdas, de is izzaccaduras, de is surcus obertus che feridas sene sanguni.

***
Hant lassau sa 'idda deserta. Dd'hant lassada a is canis, gira gira, spantaus po is rugas sene anima.
Sa terra, sa Mama de Totus, est morrendi.
Issus ddu sciint e ddu cumprendint su spantu de unu Deus chi hat criau s'omini impastendi unu pungiu de argidda cun lagrimas de prantu - totu is lagrimas ch' immoi non podit prus prangi appiccau a sa 'rusci, de aundi zerriat de sempiri s'orrori de s'essi fattu poberu.
Sa terra, comente sa umanidadi, bisongiat de lagrimas, po bivi. Is ominis amant issus e totus in sa terra. Candu sa terra cumandat toccat a curri. Candu est prena de messi e de fruttu e de baganza, issus baddant e cantant e dda carignant. Candu in s'attongiu benit in calori ddi 'ettant su semini podda ingravidai. E candu sunfrit maladia dd'attendint e dda prangint.

***
"Teni piedadi de nosus, teni piedadi ..."
Non est prus boxi umana sa chi s'intendit, ma est lamentu chi bessit de asutta de terra implorendi.
Sa terra, sa Mama de Totus, est morrendi.
Est unu morri chi sentint e sunfrint in s'anima insoru de fillus ispreaus. No, non bolint morri. Nisciuna creatura in su mundu bolit morri:
"Teni piedadi de nosus, teni piedadi ..."

***
De attesu parint unu coloru longu murru a ischina truncada istriscinendisì in mesu de is leuras e is perdas bruxadas. Unu frumini istraniu sene aqua, parrint: unu frumini longu murru prenu de giarra e arena e siccori e disisperu ...
"Teni piedadi de nosus, teni piedadi ..."

***
S'attitidu si fait sempiri prus forti, izzerriau, arrabiau, frastimau: su Celu depit ascurtai, depit intendi, depit respundi.
Prus in artu artziant immoi totus impari su Cristus, sanziendiddu, scutulendiddu, poita Issu puru izzerrit, coment' issus izzerriant, poita zerrit e frastimit Issu puru, cravau in susu de una gruxi de ollastu nieddu.

LA SICCITA'
Racconto

Sono usciti dalla Chiesa in processione.
Davanti gli anziani della Confraternita con la lunga veste bianca dal colletto rosso. Avanzano solenni con incedere rituale: i ceri stretti nel pugno come manichi di zappa e il Cristo di olivastro nero tenuto in alto, con la scritta sbilenca INRI.
I piedi scuri scalzi, il lembo grigio dei calzoni di fustagno sotto i pizzi della veste bianca, il passo pesante cupo, (usi a calcare la terra arida intorno alla vite nuova appena sepolta), li fa parere strani e antichi, maschere di carnevale in una quaresima di agonia, sopravvissuti e sperduti in una piana grigia, bruciata, incenerita da un sole feroce - una terra impietrita con crepe profonde che attendono torrenti per essere colmate.
La chiesa di arenaria giallastra domina dal terrapieno le casupole di fango affastellate, che degradano verso la campagna nuda.

***
Ieri, come ogni giorno, i vecchi del villaggio erano lì, seduti per terra, la schiena appoggiata ai sassi del muro di chiesa, con il bastone tra mani e ginocchia, immobili chiusi, a fissare il cielo sfocato con polvere fine come cenere al posto delle nuvole. E neppure vedevano la loro gente passare - assorti a ruminare l'assurdo di cascate fragorose e torrenti d'acqua fresca scaturiti lontano, dove terra e cielo sono vicini e si amano.
Appena più giù, nell'aia bionda di stoppie triturate dal molto trepestio, frotte di bambini laceri vociavano nei loro giochi, correndo, saltando, rotolando avvinghiati.
Le donne, vestite di nero, il viso doloroso sotto lo scialle che copre loro la testa e il mento, attendevano ritte in piedi, scalze, con le braccia conserte, con il barattolo legato alla funicella di giunco, davanti al pozzo, da cui pescar l'acqua per casa. E vicini, i loro piccoli, i diavoletti in camiciola corta, frugavano nella polvere della strada, cercando meraviglie di pietruzze colorate.
Nella piazza del Municipio, contadini e braccianti sedevano muti chi nell'acciottolato e chi su alcuni lastroni - radici affioranti di olivastro, zolle senza umidore, pianto senza lacrime, pensieri senza parole, preghiera senza grazia. Sudore e sangue hanno dato per bagnare e ammorbidire questa loro terra sitibonda. Tutto il pianto di un Dio ci vuole, adesso, tutto il suo sangue ci vuole, adesso, se basta, per bagnare la terra divenuta roccia, perché la roccia ridiventi terra.

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Sono usciti dalla chiesa con il Cristo, affinché il prodigio atteso da millenni si compia: perché la terra sia terra e l'uomo sia uomo.
Portano con loro un Dio povero e derelitto, triste e sconsolato come la terra e l'anima loro, sotto un cielo infuocato di luce: un Dio con i denti scoperti nella bocca spalancata in un urlo straziante, un Dio con i polsi, con i piedi lacerati strappati schiacciati da chiodi grossi come pali.
Hanno voluto tenerlo loro, i comunisti. Un compagno della cooperativa lo porta sostenendolo sulla spalla con una larga bretella di cuoio, lo leva alto sopra la gente, più alto che può - più vicino che può al Grande Cuore del Padre, perché lo veda e si commuova e lo pianga, perché Egli pianga sopra il suo Figlio e sopra la terra che muore di sete.
Il prete, con l'Ostensorio tra le mani giunte, avanza sotto il baldacchino frangiato d'argento, sostenuto da quattro giovani.
Dietro c'è tutto il paese: i padroni e i servi, gli uomini e le donne, i vecchi e i bambini, confusi gli uni agli altri, umanità divenuta branco per fame, per disperazione.
Lasciano le case e le strade deserte andando verso la campagna. Si ode ancora il battere cupo cadenzato del loro incedere lento: gli uomini con il berretto in mano e le donne con la veste nera e lo scialle nero - perché nera è la fame, nera la paura, nera la morte.

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I loro piedi sono giunti ora a premere le prime zolle che non si frangono sotto il loro passo.
Cominciano le lamentazioni. Si lamentano a voce alta. Gemono una preghiera scaturita dalle viscere loro come un parto doloroso:
"Abbi pietà di noi, abbi pietà ..."
Il lamento rimbomba nella campagna - sembra che venga dalla terra stessa, da sotto i sassi, dai crepacci aperti come ferite senza sangue.

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Hanno lasciato il villaggio solo. L'hanno lasciato ai cani che vagano stupiti di tanto deserto.
La terra, la Grande Madre muore.
Essi sanno, comprendono il mistero di un Dio che ha fatto l'uomo impastando un pugno di terra con le lacrime - con tutte le lacrime che ora non può piangere più dall'alto della croce, da dove urla da secoli l'orrore di essersi fatto povero.
La terra, come l'uomo, ha bisogno di lacrime per vivere. Essi amano se stessi nella terra. Se la terra chiama bisogna accorrere. Se è colma di messi e di frutto e di allegria essi danzano e cantano e la vezzeggiano. Quando in autunno è in amore essi entrano in lei e la fecondano. Se soffre le stanno accanto commiserando, bagnandola di pianto.

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"Abbi pietà di noi, abbi pietà ..."
Non labbra umane, ma labbra di terra arida implorano nell'ululo del lamento.
La terra, la Grande Madre muore.
E' un morire che essi sentono e soffrono nella loro anima di figli atterriti. Non vogliono morire. Nessuna creatura al mondo vuole morire:
"Abbi pietà di noi, abbi pietà ..."

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Da lontano sembrano un lungo serpente bruno con la schiena rotta che strisci fra le zolle e i sassi calcinati. Un fiume assurdo senz'acqua paiono, un fiume lungo bruno pieno di sassi e di arena e di siccità e disperazione ...
"Abbi pietà di noi, abbi pietà ..."
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L'invocazione si fa sempre più forte, più acre, più urlata; fino a diventare imprecazione: il Cielo deve ascoltare, deve sentire, deve rispondere.
Più alto levano ora agitandolo in molti il loro Cristo, perché urli anch'Egli, come essi urlano, perché urli e imprechi anche Egli, inchiodato a una croce di olivastro nero.

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