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Capitolo secondo

GENNARGIU / GENNAIO

I primi dodici giorni di questo mese danno le previsioni sull'andamento di tutto l'anno, equiparando, nell'ordine, ciascun giorno a ciascun mese: primo giorno, gennaio; secondo giorno, febbraio; terzo giorno marzo; e così via.
Arrivano le secche, un breve periodo di tempo sereno asciutto, con una leggera brezza di tramontana. Il mare, specie nelle prime ore del mattino, è liscio come un olio. E' tempo di ricci, che, dopo la luna di Natale, son pieni delle loro uova rosse a stella.
Finché il tempo si mantiene sereno e asciutto e il mare calmo, is rizzonis, i ricci, consentono ai contadini più giovani e intraprendenti di farsi una buona giornata. Se pioverà, resta l'ipotesi di andare in cerca di lumache o di funghi.
Già sono stati portati via dalla vigna i tralci della prima potatura - quei sarmenti che legati in fascine, insieme ai lentischi, scaldano il forno e la cucina. E' tempo di ararla, ora, la vigna, seminarvi le leguminose da sovescio che azotano il terreno, raschiare il ceppo per rifargli la pelle nuova liscia, perché non si annidino insetti e pesti. E bisogna anche a dda scrazzai, la vigna, sarchiarla, per farle prendere aria fino alle radici.
Un occhio di riguardo va riservato anche alle pianticelle da frutto che sempre arricchiscono la vigna: il fico, di cui se ne hanno varietà diverse ai quattro angoli o in fila ai margini del sentiero (longa, mattiniedda, perdingiana e rapellina); l'albicocco, il pesco e il susino, innestati sul mandorlo perché vengono su presto e forti e sani. Est tempus de pudai e de arrodiai is mattas, potare a ruota, diradando affinché tutti i rami abbiano sole e aria.
E' rimasto ancora qualche fazzoletto di terra di poco conto, ed è giunto il suo turno di utilizzazione. Seminati a ceci e lenticchie daranno quei legumi di base per la cena durante l'inverno.
Gennargiu siccu, messaiu riccu; gennargiu sciustu, messaiu arruttu (Gennaio secco, contadino ricco; gennaio bagnato, contadino povero) - Proverbio Campidanese.

De inoghe a bennarzu, né anzone né arzu; dae bennarzu in cudda 'ia, frittu, famine et carestia (Prima di gennaio, né agnello (muore) né ghiaccio (fa); dopo gennaio, freddo, fame e carestia). - Proverbio Logudorese.

Bessidu que ses bennarzu / Qui m'haias minatadu / Qui mi dias haer dadu / Sa morte ad su primu nie / Non timu pius a tie / Qui como timo a frearzu. (Finalmente sei terminato o gennaio / Che mi avevi minacciato / di uccidermi il gregge / Alla prima neve / Ora non temo te / quanto temo febbraio). Filastrocca Logudorese.

Bessidu qu'est bennarzu / né anzone né arzu / né arzu né anzone / manc'unu toppigone.
Prestami duas dies / qui ti las hap'a torrare / quando des benner innanti!
Febbraio dice: Sei finito, gennaio / né agnello né ghiaccio / né ghiaccio né agnello / neanche zoppo. (Il senso si ottiene aggiungendo ad agnello "muore" e a ghiaccio "fa")
Risponde gennaio: Prestami due giorni / che te li restituirò / quando verrai prima di me!
E' questa una filastrocca in Logudorese, che i pastori, si dicono l'ultimo giorno di gennaio.


IL RIENTRO DALLA CAMPAGNA

“In gennaio, le notti sono stellate e gelide.
Trascorro le sere in cucina, accanto al camino, con la mia nuova famiglia.
Basta il chiarore della fiamma a far luce. Solamente per cenare si accende la lucerna ad olio, che pende fumigante da una trave del soffitto.
Ziu Efisi rientra come sempre all'imbrunire, quando il fuoco è appena acceso. I più piccoli gli si fanno attorno festosi e lui li sculaccia affettuosamente, mentre depone in terra il fascio di legna. Inizia l'assalto alla bisaccia e alle tasche di ziu Efisi: appaiono lau e mattuzzu, le aromatiche erbe del ruscello, da intingersi nell'olio d'oliva pepato; le mungettas, lumache nere sigillate da una membrana bianca, da arrostire, come i funghi del cisto, sulle braci; cardi selvatici che si accompagnano col pane dorato e fanno venire sete di vinello aspro, e i cardi biondi, dolci, cresciuti sotto un sasso.
Dopo cena, i piccoli si addormentano, chi appoggiato al tavolo e chi sulla stuoia calda. Io resto sempre un poco, coi piedi allungati al tepore, a fumare e a chiacchierare con ziu Efisi.
Zia Elvira riempie la conca con l'acqua del pozzo; lava piatti e posate che Maria asciuga e ripone nella rastrelliera nel canterano. Poi si siedono ambedue vicine tra loro, all'altro lato del camino, ad ascoltare in silenzio i nostri discorsi da uomini.
"Annata brutta, quest'anno!" Comincia sempre così, tutte le sere, ziu Efisi.
"Eh, il tempo! Se venisse un'annata buona...come quell'anno, ricordi, Elvira?"
Zia Elvira annuisce col capo.
"Il tempo...eh, il tempo. Il tempo è quello che ci rovina, a noi." Prosegue.
Attizza il fuoco, in silenzio.
"Speriamo che quest'anno..." riprende a dire.
La brina ha bruciato fave e piselli. La troppa acqua scendendo dai monti ha portato via grano e terra insieme. L'anno scorso la siccità ha inaridito i pascoli.
"Qualcosa si può salvare ancora, quest'anno, se il tempo..."
Ziu Efisi possiede un ettaro e mezzo di terra, un pezzo qua e un pezzo là, uno a ponente e uno a levante, un anno a grano e un anno a fave, "come facevano gli antichi, che il fatto loro, non c'è che dire! lo sapevano eccome! che stavano come papi, ai tempi loro".
Da pochi anni ha piantato un centinaio di viti e quest'anno ha una botticella piena, sotto la tettoia del cortile, e anche un fiasco di sapa per le feste, conservato nel canterano.
Più di un'ora a piedi per arrivare alle sue terre. Ogni giorno: diserbare, sistemare le siepi di chiusura che rubano terra, zappare, diradare. Ogni giorno: la bisaccia col pane, la zucca del vinello aspro e la zappa. E quando ha finito con il suo, va a giornata nelle terre di don Peppe."
(Da "Il testimone" di Ugo Dessy - Fossataro - Cagliari 1966)
SANTA AUTONOMIA

L'ultima domenica di gennaio cade una nuova ricorrenza festiva a carattere regionale: la Santa Autonomia, che si articola con svariati riti civili e con un solenne messaggio del presidente della Regione Sarda.
La festa si caratterizza per la diserzione in massa di tutta la popolazione, che evidentemente non si riconosce autonoma, ma vede la partecipazione devota dei politici di tutti i partiti, che si recano nel Sacrario del Palazzo di Viale Trento - verso cui converge, per altro, la passeggiata delle peripatetiche di Viale Trieste - per sciogliere voti elettorali e deporre cere-protocollate per grazie ricevute.

SU BRAXERI DE LIAUNA
IL BRACIERE DI LATTA

“Necessità aguzza l'ingegno. Se la massima è vera, i miei scolari hanno tante necessità da risolvere e soddisfare, che in fatto di acutezza d'ingegno sono tutti dei piccoli Einstein. Sono al primo incarico di maestro in un paesino agricolo della Marmilla. Una terza mista. Tra regolari e ripetenti, una trentina di scolari, dagli otto ai dodici anni. Non c'è casamento scolastico. Il comune ha preso in affitto alcuni locali che forniti di banchi, di cattedra e di lavagna fungono da aula. Le vecchie maestre del luogo, per diritto d'anzianità e d'intrallazzo, si sono installate chi in una stanza del municipio, a fianco all'ufficio dell'anagrafe, e chi nella "camera bella" di alcune vecchie case padronali. A me è toccata "l'aula" più scalcinata - come vuole la prassi dell'ultimo arrivato: i giovani devono fare il culo prima di accedere a più alti gradi.
La mia "aula" è ricavata in una delle tettoie adibite a stalle per buoi nell'ampio cortile di una casa rustica, proprietà di un nobilotto del luogo - una specie di mecenate che per amore dell'istruzione popolare non ha voluto una lira dall'amministrazione. Una tettoia significa un tetto sopra tre soli muri, e se ripara dalla pioggia (salvo che non cada obliqua con il vento sul lato scoperto) non ripara dal freddo, che specialmente nel mese di gennaio si fa sentire.
Le mattine più fredde sono quelle dopo una notte di brina - arrosu mascu, rugiada maschia, la chiamano i bambini, per distinguerla da s'arrosu femina, la rugiada primaverile che ristora di umide perle iridescenti i fiori e le erbe. S'arrosu mascu, la brina, si forma nelle notti stellate al gelido soffio della tramontana che viene dai monti vicini; e la mattina, quando veniamo a scuola, troviamo le gore e le pozzanghere ricoperte di uno strato spesso di ghiaccio, simile a lastra di gelido vetro, che i bimbi per gioco rompono con un sasso - e taluno, incauto, ricavatone un pezzo se lo succhia come fosse un gelato.
In queste mattine è impossibile star fermi seduti a lavorare nei banchi. Facciamo esercizi ginnici per riscaldarci. Se non bastano, facciamo il trenino: mettiamo tutti i banchi ammucchiati al centro dell'aula-tettoia, ci mettiamo in fila indiana tenendoci l'uno con le mani sulle spalle dell'altro, e sbuffando "ciuf-ciuf" giriamo in cerchio, aumentando sempre più la corsa, fino a crollare esausti.
Palliativi, contro il gelo che arrossa i piedini nudi, le mani e le guance dei miei bambini, appena ricoperti di stracci di cotone: vecchi pantaloni e gonne, vecchi maglioni e giacchette, passati o passate da padre in figlio, da madre in figlia. Ed ecco, un bel giorno (bello non per la temperatura), Roberto, uno degli scolari più grandicelli, arriva a scuola con una sua invenzione. "Matranca", marchingegno, la chiamano i compagni. E' un vecchio barattolo di conserva, di quelli che il bottegaio regala ai clienti quando il suo contenuto è finito, di quelli che legandoci una corda di giunco diventa un secchio buono per attingere l'acqua dal pozzo. Roberto ha elaborato uno di questi barattoli, applicandogli un manico di fil di ferro di circa un metro e facendogli nella parte alta tanti piccoli fori con un chiodo e un martello. Quindi, sul fondo, ha sistemato della cenere presa nel focolare domestico, e su questa cenere ha messo della brace e sopra ancora del carbone. Tra cenere e carbone le braci stanno sopite, e il marchingegno non suscita molto apprezzamento da parte nostra. Ma quando Roberto prende per il capo il fil di ferro e fa ruotare il barattolo, l'aria passando attraverso i forellini ravviva le braci, dando fuoco al carbone che comincia ad avvampare. Lo mette allora per terra, tra la cattedra e i banchi, ci facciamo tutti attorno e allungando le mani al braciere ci scaldiamo.
Altri scolari seguono l'esempio di Roberto, e il giorno successivo ne arrivano altri tre o quattro. E poiché lo spirito di emulazione è forte nei bambini, i nuovi marchingegni, o matranche, superano tecnologicamente il prototipo - l'unica cosa che mi preoccupa, ma a torto, è quello spericolato movimento rotatorio del barattolo sopra le teste per ravvivare il fuoco: che si rompa il fil di ferro e una manciata di braci ardenti vada a finire sulla carta geografica dell'Italia appesa al muro. Patrimonio della Scuola di cui ero responsabile.”
(Dal "Diario di un maestro di scuola" - Masullas 1948)

SU CONTU DE SARUIS ANTONI
Contu

Dd'happu intendia in sa buttega de su binu; de un'amigu appena torrau de continenti. Ma non sciu chi siat totu cosa de arriri. Est su contu de Saruis Antoni, unu piccioccu de bidda mia, unu chi si fiat fattu mannu avattu de unu tallu de porcus me' in is muntonargius postus a giru a giru de sa bidda, pitticcheddu, piludu e de pagu fueddus.
Sa genti naràt chi Saruis Antoni fiat de pagu sabiori. No si fidànt nimancu a ddi lassai sa marra, po no struppiai su lori. Is piccioccas ddu pigànt a brulla. In prazza si poniat foras de is arrolius, po iscurtai is arrexonamentus. Hiat intendiu aici de genti chi partiat in continenti a circai traballu bonu e siguru.
Unu merì, torrau a domu, andat de sa mama e ddi narat: "Seu dezzidiu, mamai. Mi 'n di andu deu puru de bidda, cumenti faint is aterus". Sa mama, chi connosciat Saruis Antoni mellus de totus, dd'arrespundit prangendi: "Antoni, fillu miu caru, cussu mundu non est fattu po tui. Sa vida tua est innoi, in bidda tua, cun sa genti tua."
Saruis Antoni non si fiat lassau cumbinci. Hiat prantu issu puru cun sa mama, ma fiat partiu a su propriu.
Cun su dinai ch'hiat scabulliu de totus is pagas de su traballu suu de porcaxu, fiat arribau giustu a Milanu. Po diis e diis hiat girau, domandendi de domu in domu, pappendi is arrefudus de birdura e de frutta acciappaus forroghendi in mesu de s'aliga, a su merì, foras de is buttegas. Traballu, nudda. Hiat intendiu nai chi ci fiat in giru "Congiuntura sfavorevole". Mancu scovas de puliri cessus.
Unu merì, mentras bagabundàt famiu a sa 'essida de sa zittadi, in mesu de domus de liauna e de prazzas plenas de aliga, hiat attopau un'ateru cument' 'e issu, chi dd'hiat nau: "Bai prus a basciu, Saruis Antoni, bai a Roma, ca ingunis has agattai. M'hant nau chi agattant totus, innì. Forsis has a agattai tui puru, Saruis Antoni".
E Saruis Antoni hiat pigau su trenu po andai a Roma, senza de dinai. Po cussu si fiat cuau in su cessu, finzas a candu non dd'hiat acciapau su controllori, chi a sa prima firmada 'n ci dd'hiat ghettau de su trenu giustu giustu appizz''e is manus de duus de sa polizia.
Cussus de sa polizia non scidiant ita s' in di fai de un'omini cument''e Saruis Antoni, chi teniat sceti pilus, zapulus e fragu de brebei, asuba. E dd'hiant lassau andai. E aici a pei fiat arribau finzas a Roma. Ma innì puru traballu non c'in di fiat po Saruis Antoni.
Teniat passienzia e hiat sighiu a circai e a isperai.
Una dì si fiat agattau ananti de una gecca a costallas de ferru oberta de unu giardinu mannu. Fiat intrau, in mesu de s'atera genti. Su logu fiat istranu ma bellu. 'N ci fiant cabbias, gruttas e serraglius cun arresis de dogna razza. Hiat bistu su molenti, su sirboni e su cuaddeddu de is logus suus. Luegu ddus hiat reconnoscius. Si 'n di fiat allirgau meda e hiat pensau: "Forsis ci depit essiri logu po mei puru, innoi". E hiat toccau a sa prima genna chi hiat agattau. Duus sennoris fiant setzius a una mesa manna. Dd'hiant fattu intrai e hiant ascurtau su chi boliat. Dd'hiant fattu beni beni s'esaminu, si fiant castiaus pari pari fadendisì accinnus e hiant nau: "Eia, unu accordu ci hiat a essiri. Trintamilla e unu pastu a sa dì."
Saruis Antoni hiat toccau su celu cun d'unu didu e hiat nau: "Prontu!" e si 'n ci fiat ghettau a innantis po basai sa manu a is duus sennoris. Ma is duus sennoris si fiant tiraus agou, benevolus, narendi: "Po caridadi." E hiant frungiu su 'runcu puru, poita Saruis Antoni fragàt de pudesciori.
Passau tempus, fiat attoppada in cussu giardinu una cedda de emigraus in circa de traballu e si 'n di fiant andaus perilì e perilà po 'n ci accabai de passai su merì. Si frimant a castiai su molenti. Unu ddi fait s'oghittu, un'ateru un'accinnu malu. Bint su sirboni e ddi tirant a perda po ddu provocai. "S'est totu amminchionau!" murrungiant ingannaus. E sighint andai a innantis. In d'unu cantu, in d'unu accorru mesu 'rutta e mesu cabbia bint una martinica fadendi accinnus stranus a sa parti insoru. "Ma est cun nosus chi dda tenit, cussa martinica", hiat nau unu arriendisindi. Portàt in bucciacca una pariga de nuxeddas e si ddas hiat ghettadas, accostendisì.
Sa martinica dd'hiat fattu accinnu de s'accostai, sartiendi, movendi de una parti a s'atera is farrancas piludas, fadendi oghittus. "Est propriu cun nosus chi dda tenit", torrat a nai su propriu. Is aterus puru si fiant accostaus a sa cabbia. "Ssss...", fait sa martinica, "ca seu Saruis Antoni. Chi passais a is partis mias, naraisiddu a mamai chi appu agattau traballu e chi gei stau beni, innoi..."

LA STORIA DI SARUIS ANTONIO
Racconto

L'ho sentita all'osteria, da un amico appena tornato dal continente. Ma non so se sia tutto da ridere. Parla di Saruis Antonio, un ragazzo del mio paese, uno di quelli cresciuti dietro un branco di maiali, in giro per i letamai sparsi intorno alle ultime case, piccoletto, ispido e di poche parole.
La gente diceva che Saruis Antonio era povero di spirito. Non si fidava neppure a dargli una zappa, per paura che rovinasse il grano. Le ragazze lo beffeggiavano. In piazza se ne stava ai margini dei crocchi, ad ascoltare le chiacchiere. Sentì così di gente che partiva in continente, a cercare lavoro buono e sicuro.
Una sera, ritornato a casa, andò dalla madre e le disse: "Sono deciso, madre. Parto anch'io, come fanno gli altri." La madre, che conosceva Saruis Antonio meglio di tutti, gli rispose piangendo: "Antonio, figlio mio caro, quel mondo non è fatto per te. Il tuo destino è qui, nel paese tuo, con la gente tua".
Saruis Antonio fu irremovibile. Pianse anche lui con la madre, ma partì.
Coi soldi che aveva raggranellato con tutte le paghe del suo lavoro di porcaro, arrivò giusto a Milano. Girò per giorni e giorni, bussando ad ogni porta, mangiando le verdure e la frutta rovistate di sera nei bidoni fuori dai mercati. Niente lavoro. Sentì dire che c'era "congiuntura sfavorevole". Neppure una scopa per pulire cessi.
Una sera che vagava affamato alla periferia, tra case di bandone e campi colmi di immondezze, incontrò un altro come lui, che gli disse: "Vai più in basso, Saruis Antonio, vai a Roma, che lì troverai. Mi hanno detto che trovano tutti, in quel luogo. Forse troverai anche tu, Saruis Antonio."
E Saruis Antonio prese il treno per Roma, senza soldi. Perciò si richiuse nel gabinetto, fino a quando non lo scoprì il controllore, che, alla prima stazione, lo gettò dal treno nelle mani di due poliziotti.
I poliziotti non sapevano che cosa farsene di un uomo come Saruis Antonio, che aveva solo peli, stracci e puzza di pecora, addosso. E lo lasciarono andare. Così arrivò a piedi a Roma. Ma anche lì posto non ce n'era per Saruis Antonio.
Egli portava pazienza, continuò a cercare e a sperare.
Un giorno si ritrovò davanti al cancello aperto di un grande giardino. Entrò, nascosto in mezzo alla gente. Il posto era strano, ma bello. C'erano gabbie, grotte e recinti con animali di ogni razza. Vide l'asino, il cinghiale e il cavallino della sua terra. Li riconobbe subito. Se ne rallegrò molto e pensò: "Qui, forse, c'è un posto anche per me." E bussò alla prima porta che trovò. Due signori sedevano dietro un grande tavolo. Lo fecero entrare e sentirono ciò che voleva. Lo esaminarono con interesse, si guardarono, ammiccarono e dissero: "Sì, un posto ci sarebbe. Trentamila e un pasto al giorno".
Saruis Antonio toccò il cielo con un dito e disse: "Pronto!" E si gettò avanti per baciare la mano ai due signori. Ma i due signori si schermirono benevoli, dicendo: "Non è il caso". E storsero anche la bocca, perché Saruis Antonio puzzava.
Tempo dopo, capitò in quel giardino una banda di emigrati che cercava lavoro e se ne andava a zonzo per passare il resto della sera. Si fermarono a guardare l'asino. Uno gli fece il verso, un altro un gesto sconcio. Videro il cinghiale e lo stuzzicarono con pietruzze, per farlo andare in bestia. "Si è riminchionito!" Osservarono delusi. E tirarono avanti. Da un lato, in un pertugio metà grotta e metà gabbia notarono una scimmia che faceva strani gesti per richiamare la loro attenzione. "Ce l'ha con noi, quella scimmia", disse uno, sghignazzando. Aveva ancora qualche nocciolina in tasca e gliele gettò, avvicinandosi.
La scimmia gli fece un cenno di richiamo, saltellando, agitando le zampe pelose, strizzando gli occhietti neri. "Ce l'ha davvero con noi," ripeté lo stesso. Anche gli altri si avvicinarono alle sbarre. "Ssss...", fece la scimmia, "che sono Saruis Antonio. Se passate dalle mie parti, diteglielo a mamma che ho trovato posto e che sto bene, qui "
(Da "L'nvasione della Sardegna" di Ugo Dessy - Feltrinelli, Milano 1970)

 

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