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Indice articoli


Capitolo terzo


FRIARGIU - FEBBRAIO

Nei Campidani, le brevi pianure che solcano l'isola da Cagliari a Oristano, fioriscono i mandorli - antesignani di una primavera che sta per arrivare.
Il Carnevale impazza. Tanti e diversi sono i riti celebrativi di questa popolarissima festa, così come tanti sono i nomi che le si danno: Carnasciali, Carrasegare, Segarepetta, o Segarepezza, Carrasciali, Carnovali, con diversi protagonisti, dove è s'Izziomu, l'Ecce Homo, il povero cristo, oppure su 'ecciu, il vecchio inverno, rappresentato con un fantoccio che verrà scaraventato in un dirupo o bruciato, o anche Don Conte su tirannu, il padrone tiranno che verrà pubblicamente processato e condannato a morte per i suoi crimini contro il popolo.

Frearzu traitore, (Febbraio traditore) - dice un proverbio logudorese; e i proverbi campidanesi ribadiscono l'ambiguità di questo mese, attribuendone il carattere a certa gente: Friargiu duas faccis, una bona e s'atera mala (febbraio due facce, una buona e l'altra cattiva); oppure: Falsu che friargiu (falso come febbraio); infine il detto: Fai duas faccis che friargiu (fare due facce come febbraio).
Tuttavia, se febbraio è di segno negativo come carattere, nella sua sostanza temporale è per il contadino un mese buono: A friargiu dogna pilloni ponit scraxiu (A febbraio ogni uccello mette su pancia). Così pure è laudativa la strofetta: "Friargiu cun is floris / marzu cun is bastonis " (Febbraio con i fiori / marzo con i bastoni - cioè a dire il primo porta bel tempo, il secondo è rigido). Se ne conosce anche la seguente variante: Friargiu cun is pillonis / marzu cun is bastonis / abrili cun is floris / maju cun is amoris (Febbraio con gli uccelli / marzo con i bastoni / aprile con i fiori / maggio con gli amori.)

SA LINNA PO BIVI
La legna per vivere

Nel nostro mondo agricolo e pastorale il passaggio dalla legna al carbone vegetale, e il passaggio da questo al gas liquido in bombole si sono verificati in tempi assai recenti - negli anni successivi alla seconda carneficina mondiale - e non come altrove in modo totale, ma con il permanere, nei ceti contadini più poveri, dell'uso predominante della legna.
Mentre già nel secolo scorso, come fonte energetica familiare, il carbone vegetale si impone tra i ceti benestanti, sia per la cucina che per il riscaldamento, per gli stessi usi i ceti poveri (contadini e pastori) continuano ad adoperare la legna. Mentre nelle cucine dei ricchi (e dei cittadini), indipendentemente dagli ornamentali camini, che davano prestigio agli ampi soggiorni dei palazzi signorili, esistevano i fornelli a carbone, maiolicati, e le stufe d'importazione continentale in ghisa, in terracotta o in ceramica, nelle abitazioni del contadino e del pastore restava sa forredda, su fochile, focolare aperto al centro della cucina, e sa ziminera, un camino rustico, che avevano la doppia funzione di riscaldare (e affumicare) la casa e di cuocere il cibo. Nella stessa cucina, o adiacente a essa, stava su forru de su pani, il forno del pane, per lo più costruito in mattoni crudi, anch'esso fonte di calore, le cui braci, dopo cotto il pane, venivano distribuite su bracieri di rame o di terracotta negli ambienti più freddi della casa.
Nel secondo dopoguerra, agli inizi degli Anni Cinquanta, arriva dunque il gas in bombole, con relative cucine in ferro smaltato. All'inizio le nuove cucine a gas, sistemate sul piano dei vecchi fornelli, sostituiscono il carbone nelle sole case dei benestanti; mentre i ceti poveri continuano a usare la legna, in su fochile o in sa ziminera, nel focolare o nel camino.

SA LINNA DE ABBRUXAI
LA LEGNA DA ARDERE

Numerose le essenze da ardere, diversificate, secondo l'uso specifico e secondo la consistenza, per allumingiai, accendere, po arrustiri, per arrostire pesci o le carni del capretto, dell'agnello o del porchetto. Ciò - è il caso di dire naturalmente - in rapporto alla qualità e quantità del patrimonio vegetale a disposizione di ciascuna comunità.
Specialmente negli anni di mezzo del secolo scorso, la Sardegna assiste alla coloniale distruzione dei suoi boschi, prevalentemente a opera dei carbonai toscani e piemontesi, preceduti dai fornitori di legname per navigli della marina militare e civile. Tale disboscamento venne spesso giustificato con il pretesto socio-politico di far piazza pulita dell'habitat di pericolosi banditi. Numerose comunità rimasero così prive di quella fonte energetica, da millenni usata comunisticamente, anche dopo l'abolizione degli ademprivi (1859), ossia del diritto d'uso del patrimonio naturale. Alcune comunità della Marmilla, come Pauli Arbarèi, erano così povere di legna da dover usare in sua vece gli escrementi di bue essiccati e la paglia delle fave.
Le essenze da ardere più comunemente usate consistevano negli arbusti del sottobosco, che in assenza di alberi raggiungevano un notevole sviluppo. In prevalenza, moddizzi, murdegu, arrideli, olidoni, murta (lentischio, cisto, fillirea, corbezzolo, mirto) e inoltre, zinnibiri e ollastu (ginepro e olivastro).
Gli arbusti, recisi alla base, venivano raccolti, conservati o venduti in fascine; da lì a qualche anno, dalle ceppaie ripollonavano nuove ramaglie. In talune zone, sia per diradare, sia per aprire nuove terre ai seminativi, di queste essenze si estraevano anche le ceppaie. Sa cozzighina, la ceppaia, forniva un materiale da ardere più ricco di calorie e più costoso delle fascine.
Ancora come combustibile erano molto diffusi, nei Campidani e nelle aree collinose, il mandorlo, e nelle aree montuose, l'olivastro; ovunque, la quercia, l'elce e il rovere.
L'uso che ne faceva il popolo non degradava il patrimonio: rispettava i soggetti produttivi o costituenti il bosco, e utilizzava le ramaglie secche o da potatura (come i sarmenti della vite) e i soggetti ormai improduttivi o mal ridotti per la vecchiaia.

SU MODDIZZI
IL LENTISCHIO

Arbusto che in situazione favorevole raggiunge la rispettabile altezza di 3 metri e una chioma di 10 metri di diametro. Ne esiste tutt'ora un esemplare in territorio di Gùspini, capace di ospitare sotto il suo fitto ombrello un gregge di cento pecore. Nonostante l'attuale fame di legna da ardere, che spinge le popolazioni dei nostri paesi, armate di roncole e segacci, e qualcuno di moto-sega, alla ricerca di residua legna da ardere, questo "storico" macchione viene rispettato come un "monumento nazionale".
Su moddizzi, il lentischio, è l'essenza principe de sa forredda, del focolare, sia come fronde che come ceppaia.
I rami giovani, i virgulti dalle foglie fitte coriacee e ricche di essenza vengono usati per ricavarne scovas de forru, scope da forno, unitamente a fasci d'erba consistente. Gli stessi rami, pieghevoli ed elastici vengono anche usati per la fabbricazione dei cadinus, cesti robusti e capaci. Costituiscono anche la lettiera dei capretti in s'aili, nel loro serraglio.
Produce numerose bacche rosse che a maturazione compiuta diventano nere: danno l'olio ai poveri, s'ollu 'e stincu, l'olio di lentischio, usato per l'illuminazione familiare ancora nei primi decenni di questo secolo ed anche durante la seconda carneficina mondiale.
Is lampadas o lantias, le lampade, con uno, due, tre e anche quattro lumi, consistevano in un rudimentale recipiente di latta a base quadrangolare, riempito di olio di lentischio, con uno stoppino in uno o più angoli. Sa lampada veniva appesa a una trave del soffitto. Altro genere di lampada, manicata, poteva essere trasportata per far luce in altri vani della casa.

SA MERDA DE BOI
LA MERDA DI BUE

“Insegno da due anni in questo paese di contadini, molto povero di legna, che pure costituisce l'unico combustibile alla portata della comunità. Eccettuati i proprietari terrieri, che si contano sulle dita di una mano, e i minatori, anche questi non più di dieci, gli abitanti non hanno denaro sufficiente a comprare carbone o legna importata da altri paesi, per lo più del Nuorese. Fin dai lontani monti delle Barbagie arrivano carri con preziosa legna di elce, già appezzata, per rifornire la legnaia dei benestanti.
Dal canto loro, i poveri, quasi tutta la comunità, durante l'estate si riforniscono nelle aie della paglia delle fave trebbiate e di un altro combustibile che - incredibile a dirsi - è costituito da formelle di sterco bovino.
Durante tutta la stagione calda, dalla primavera in poi, passando per strada, mi è accaduto di assistere a singolari scenette. Allorquando buoi o vacche attraversano il paese, diretti al pascolo, o viceversa, le donne escono dalle loro case di fretta, fornite di una pala; e non appena qualcuno degli animali in transito deposita sull'acciottolato il suo bisogno (che spiaccicandosi prende forma di una tortilla), subito con abile palata la raccatta tutt'intera, poi di corsa la pone all'interno del proprio cortile e torna in strada a raccoglierne una seconda, e così via, in concorrenza non sempre pacifica con le altre donne del vicinato.
Le formelle di sterco bovino - ricche di paglia non digerita - vengono lasciate essiccare per qualche giorno al sole e al vento, quindi, una volta stagionate, conservate in un angolo sotto la tettoia o nella stessa cucina, al riparo dall'umido, sistemate una sopra l'altra, a pile. Vengono usate - come ho potuto constatare durante l'inverno - come combustibile per cucinare vivande, miste a sterpaglie e a paglia grossa di fave.
Non ho visto in altri paesi una simile usanza; so per sentito dire che ciò accade anche in altri paesi dei Campidani. L'uso dello sterco bovino impastato con terra argillosa è invece comune in molti paesi agricoli dei Campidani, per ottenere la malta con cui intonacare i muri interni e i pavimenti di casa. Tale lavoro si fa tradizionalmente per la Pasqua, ed è esclusivo compito delle donne, le quali per l'occasione si improvvisano muratori.
Sul rinnovato intonaco dei muri, lisciato a mano, con il materiale che si è detto, viene poi data una mano o due di latte di calce. Stesso materiale viene impiegato per rifare i pavimenti, che sono per lo più in terra battuta. Meno freddo - dicono - dell'ammattonato. Lo sterco bovino mischiato alla malta di argilla - a detta degli abitanti - rende l'intonaco più compatto e resistente, e il pavimento più caldo e robusto. Ho visto talune donne, nel Sud-Oristanese, Terralba, Uras, Marrubiu, aggiungere all'impasto una certa quantità di paglia di grano: probabilmente per ottenere maggiore coesione nella malta.”
(Testimonianza. Pauli Arbarèi, 1952)

L'ULTIMO CEPPO

"Nell'ampia cucina annerita dal fumo, il camino occupa tutta una parete. Negli altri muri, spiedi e casseruole di rame pendono da traversine chiodate. Due gatti acciambellati sulla cenere ronfano tranquillamente. Un solo ceppo, accompagnato da ramaglia verde, brucia lento, e il vasto camino sembra vuoto.
Ziu Pedru, seduto sul suo basso sgabello, lo attizza ogni tanto, usando il manico staccatosi da un mestolo di ferro smaltato. Assorto è il suo viso rugoso, incorniciato da una lunga barba bianca - usa raderla per le quattro feste principali: Paschixedda, Pasca Manna, Santa Maria s'Assunta e Ognasantu. Il suo sguardo non abbandona un istante la fiamma, che pur debole consuma il ceppo. Anche io taccio, seguendo il suo sguardo e l'oggetto della sua meditazione.
Quasi a darmi una spiegazione, rompe il silenzio; e le sue parole suonano accorate: "Vedi, questo è il mio ultimo ceppo. Lo avevo portato a casa l'anno scorso, quando lo levarono con il trattore. Ce n'erano tanti nella piana di Pranu de Murdegu. Li prendeva da lì il pastore per tutto l'inverno e per recingere il chiuso dove mungeva le sue pecore. Nella sua forredda ne faceva bruciare cinque o sei per volta. Tutti gli amici si radunavano lì intorno, nelle lunghe serate fredde, dopo aver chiuso le pecore negli ovili. Ora, nella forredda c'è solo cenere, perché la ramaglia senza i ceppi si consuma in un attimo e non riscalda. Dicono che i campi renderanno molto di più, così dissodati profondamente; e che l'aratro tirato dal cavallo, leggero come una carezza, adesso non va più bene. Però i cespugli di lentischio, prima, restavano. E ora non ricresceranno mai più...E quando piove, l'acqua, adesso, si porta via la terra e il seminato, e la povera gente, adesso, non ha più né pane né fuoco."
E io, mentre parla, osservo sgomento le lingue di fuoco che trasformano in brace l'ultimo ceppo di ziu Pedru."
(Costume di Amsicora, alias Ugo Dessy, in "Sardegna Oggi" n°44 - 1964)

UNA MATTINA DI FEBBRAIO A BUDDUSO'

“Questa mattina di febbraio la piazza del Comune si è insolitamente riempita di gente.
La neve era arrivata in paese con il Natale e i Re Magi. Per pochi giorni, si sperava. E i giovani, intanto, imitavano giochi di tradizione nordica, sbizzarrendosi nella costruzione di panciuti pupazzi o indirizzando maliziosi lanci di palle di neve alle fanciulle, divertite anch'esse ma arroccate nei balconi di ferro battuto.
Dopo una settimana, l'insolita coltre di neve cominciò a destare preoccupazioni e timori. Le nevicate si susseguivano alle bufere di vento. Le strade si facevano sempre più deserte - i primi a sparire furono i vecchi. La provvista della legna nei cortili si assottigliava sempre più. Le scuole erano chiuse per l'impossibilità dei piccoli ad arrivarci. Gli uomini validi, i pastori, vagavano con le loro greggi disperate alla ricerca di un riparo, di un germoglio verde affiorante nell'immenso desolato biancore.
Un nemico nuovo, fra i tanti che i secoli hanno messo davanti al Sardo. Una situazione tragica di assedio: i viveri ormai razionati; la continua paura di sentirsi crollare addosso la casa, per la coltre sempre più spessa che si andava accumulando sopra i tetti.
Sulla soletta della cabina elettrica, la neve minacciava da qualche giorno di raggiungere i fili dell'alta tensione. Le prime vittime umane furono i due elettricisti rimasti fulminati mentre si apprestavano a rimuovere la neve - due corpi neri rattrappiti che la pietà della gente ha raccolto e accompagnato al cimitero in una giornata allucinante, con il nevischio acuto come spini sui visi senza più lacrime, con il vento cupo come ululare di lupi.
Nessuno si è chiesto perché siano morti due uomini. Il nascere e il morire sono ancora soltanto un destino, qui, su queste pietre. Come è destino la malasorte che perseguita il gregge, falcidiato dalle intemperie e dalle vendette. Destino è l'essere poveri; destino è soffrire; destino è piangere.
Che altro può fare, l'uomo, se non rinchiudersi dentro quattro mura e accoccolarsi per terra e supplicare affinché il Signore si degni di abbassare, almeno per un momento, lo sguardo provvido sulle sue creature?
Due uomini sono morti. Era il destino che nei fili ci fosse la corrente elettrica. Era destino che non ci fossero attrezzi veramente isolanti con cui spazzare la neve. Era destino che le donne di due famiglie vestissero lo scialle nero - che da secoli, di madre in figlia, portano in dote il giorno delle nozze.
Dopo tante settimane d'inedia, di disperazione, di lungo pensare inespresso maturava un sentimento nuovo. Sorgeva una luce di razionalità, una tenue coscienza sociale. Era un primo moto di reazione. La legna, razionata già da molti giorni, finiva di ardere nei camini, al cui tepore, giorno e notte, sopravvivevano le famiglie. Il vento aveva abbattuto decine di querce dell'Azienda comunale. Si chiedeva al Comune l'immediata distribuzione di tali alberi per fare fronte alla situazione di emergenza. L'Amministrazione comunale rimbalzava sui dirigenti dell'Azienda la responsabilità di decidere, dato che l'Assessore regionale competente si era rifiutato di approvare la distribuzione straordinaria di legna da ardere.
Questa mattina di febbraio, il popolo, offeso nella sua dignità dalla cinica indifferenza delle autorità, è uscito dalle case, esasperato, e ha gridato nelle strade e nella piazza i suoi diritti - quegli umani ed elementari diritti alla sopravvivenza, da cui si parte, qui, ancora, sempre, per avviare un progresso, lontano più di quanto non lo siano per gli Sputnik le costellazioni più ignote.
Questa mattina, gli uomini hanno voluto essere protagonisti del loro destino. E lo sono stati, perché hanno ottenuto quanto hanno chiesto. Nei loro camini riaccesi, le donne, i vecchi, i bambini hanno ritrovato la forza per continuare a resistere. Gli uomini, i pastori, mancato almeno questo tra gli assilli familiari, sono tornati a prodigarsi per salvare il salvabile del loro patrimonio: senza un attimo di sosta e di riposo, vigili e onnipresenti, con l'anima stretta tra i denti, strappando con le unghie quanto può alimentare il gregge decimato dalla fame e dalla tormenta.
Il tragico inverno di Buddusò lo ricorderanno anche i bambini, per sempre. Ma quanti altri di questi inverni si ripeteranno, qui, su queste pietre, se l'uomo non vincerà la malasorte diventando artefice del proprio destino?”
(Reportage di Ugo Dessy da Buddusò, febbraio 1963, in "Sardegna Oggi")

SA STROSSA DE QUARTU DE SU 1889
L'ALLUVIONE DI QUARTU DEL 1889

“I temporali - scrive il Costa - vi si scatenano raramente. Tuttavia, quando nella rottura delle stagioni imperversa l'ira degli elementi, un uragano potrebbe tornar fatale a Quarto, sì per la bassa posizione in cui giace, come per poca solidità delle sue case, quasi tutte costruite con mattonelle di fango.
Ed ebbe il Campidano a sperimentare il furore della natura la mattina del 5 ottobre 1889. Un terribile ciclone, piombato all'improvviso su quelle pianure, danneggiò fortemente il tre villaggi di Quarto, Quartuccio e Selargius. Uscendo rabbioso dal suo letto profondo, il torrente Flumini seminò dappertutto la desolazione e il terrore.
Sorvolando sugli altri due paesi, non meno percossi dall'ira celeste, mi fermerò su Quarto.
Il ciclone improvviso fe' crollare oltre 500 case, immolò 25 vittime umane, e gettò sulla strada più di duemila infelici, che rimasero senza tetto e senza pane.
Lo spettacolo di quel giorno nefasto fu quanto di più orribile si possa immaginare, né il descriverlo è cosa facile. Il torrente Mortalai, che divide Quarto da Quartuccio, irrompeva da ogni parte scrosciando. Tutto il paese era allagato, e le acque, vorticose e gorgoglianti, trascinavano tronchi di alberi, arbusti, carri, botti, materazzi, sedie, vesti, carogne, tutto quanto insomma con violenza strappavano alle campagne, alle vie, ed anche alle case, in cui si precipitavano fragorosamente. Nell'aria era un odore acre di mosto e di vinacce in fermentazione, perocché tutto il vino, poco prima spremuto alle vigne circostanti, era uscito dalle botti sfasciate per riversarsi dalle cantine sulla strada.
Pochi mesi prima avevo visitato Quarto, il lindo e gaio paese dalle casette grigie piene d'aria e di luce, ai cui muricciuoli esterni, con curiosità villereccia, si affacciavano i ciuffi del mandorlo e del melograno, quasi per dare il benvenuto ai visitatori cittadini.
Rividi Quarto tre giorni dopo il disastro. Il ciclone lo aveva ridotto ad un mucchio di rottami, ad un ammasso di mota. Pareva che la voce del Dio biblico, tuonante da un cielo procelloso, avesse rinnovato la sua maledizione: "Le tue casette nate dal fango, al fango ritorneranno!" .
Scena desolante e spaventosa!
Un contadino, che mi servì di guida da un capo all'altro del villaggio, ritrasse con due parole il tremendo disastro: " Ormai il nostro paese è tutto strada!".
Il villaggio di Quarto, già centro di laboriosi agricoltori, era diventato un covo di mendicanti.
Eppure io notai qualcosa di più triste e di più commovente di quella torma schiamazzante, cenciosa, sudicia, che fermava i forestieri per chieder loro una moneta di rame: - era la miseria muta, rassegnata, direi quasi superbamente sdegnosa, la quale non implorava l'altrui soccorso all'imbocco delle vie fangose od allagate. Rondinelle smarrite, a cui il nembo avea distrutto i nidi e strappato i figlioli, i disgraziati non si decidevano ad abbandonare la culla dei loro affetti.
Io vidi qua e là gruppi di contadini addossati ad un muro crollante, o raccolti sotto un arco di mattoni che l'impeto della fiumana od il furore del turbine, forse per ironia, avevano risparmiato. Pallidi, lagrimanti, sparuti, quei poveretti stavano là all'aria aperta, sopra un monticello di fango, con le braccia conserte, la testa bassa, l'occhio fisso al suolo.
Qua e là, da quella poltiglia grigiastra, spuntavano le gambe di un tavolo, la spalliera di una sedia, la metà di un lacero pagliericcio, una mola, una zappa, una cannocchia, i cocci d'una pentola.
Erano gli ultimi avanzi di un nido distrutto, di una casa crollata; il ricordo doloroso di una vita domestica serenamente vissuta fra il lavoro e gli affetti più cari; il triste epilogo di una storia intessuta di sorrisi e di lagrime, di sospiri e di speranze.
I disgraziati non si erano ancora riavuti per poter pensare alle incertezze dell'avvenire: dinanzi a quei ruderi la loro mente era tutta assorbita dalle memorie del passato. L'amor proprio ferito amareggiava l'anima di quei poveri villici diventati zingari. I loro cenci sudicii, il loro pagliericcio rappezzato, le poche suppellettili grossolane, fino allora per metà celate alla curiosità maldicente o invidiosa dei buoni vicini, erano esposti là, sulla pubblica piazza, sotto l'occhio di tutti: dei maligni, dei pietosi, degli indifferenti.
Ed era questo il cruccio che maggiormente li torturava, nell'ora triste il cui il pudore della miseria attutiva forse il dolore per le masserizie perdute.
Giammai mi uscirà dalla mente lo spettacolo cui assistetti in quel giorno nefasto, dinanzi alle rovine del paese fulminato.
La carità cittadina venne largamente in soccorso dei villaggi danneggiati. Fu una magnanima gara di generosità senza esempio. Da un capo all'altro dell'isola non fu che un grido di commiserazione che si ripercosse in tutta Italia.
(Tratto da Enrico Costa - Album di costumi sardi - 1898)

DIARIO DI UNA GIORNATA NEL SINIS
del contadino Peppi Antoni Piras, di 4O anni.

“Il Sinis è la nostra catena. E non fa a romperla, se non vogliamo perdere quel poco pane che ci dà. Io faccio il bracciante e vado con l'uno e con l'altro, in carretta e in trattore. Alle quattro del mattino, sveglia. Un po' di pane e companatico, e via. Secondo i posti dove si va a lavorare ci vogliono due ore e più di viaggio, perché il Sinis è grande e strade non ce ne sono. Qualche volta succede che restiamo bloccati nel fango, e allora bisogna farne scendere tutti i santi del cielo, per uscirne. Il mio lavoro si sa: arare, zappare, diserbare, sarchiare. Tutto il giorno, da quando fa luce a quando fa buio. Quando rientro non ho neanche la forza di spogliarmi per mettermi a letto. Mi butto nella stuoia e mi addormento come una pietra. Secondo il padrone che si ha, si ritorna un po' più presto in paese, e allora si fa in tempo a vedere gli amici in piazza e andare a bere un bicchiere di vino.
Il Sinis dovrebbe essere diviso tra tutti i contadini in parti uguali, specialmente le terre del Comune, che sono molte ma le danno a chi vogliono loro. Dicono che io sono comunista, e allora niente terreni, a fare il bracciante! E poi ci vogliono le strade, che è una vergogna. Quando il cavallo arriva alla terra da arare è già stanco e non rende, e noi abbiamo già tutte le ossa rotte. Qui non ne fanno mai una dritta! ... Per loro sì, i padroni, già le sanno fare giuste!
Per che cosa faccio questo lavoro non lo so nemmeno io. Se avessi dieci anni di meno, già non me ne restavo qui a puzzare! Ma dove vado, io? Altro non so fare, solo tenere la zappa in mano. A studiare non mi hanno mandato, e quello che non sa è come quello che non vede ... Ciechi siamo, sì. E ci lasciano ciechi apposta per non farci vedere chi ci dà il colpo...
Dicono che sono comunista. Io poco già ne so, ma una bella stangata di comunismo di quello russo ci vorrebbe sì, qui, per raddrizzare le gambe a chi dico io. Ma siamo come pecore matte, siamo; e ci fanno tutti quello che vogliono. Eh, se tornavo a nascere!”
(Testimonianza del 1963 - Cabras)

DIARIO DI UNA GIORNATA NEL SINIS
del pastore Luigi Mocci, di 45 anni.

“Se devo raccontare ciò che faccio ogni giorno, beh!, bastano poche parole. Ogni giorno è identico preciso all'altro. Non conosco né giorno né notte. Dormo quando fa, ma sempre con un occhio aperto, perché il nostro mestiere è di stare attenti. Porto le pecore da un posto all'altro, perché le terre che mi hanno dato in affitto sono una di qua e una di là, una a levante e una a ponente.
Come trascorro il tempo?... Pensando, che per pensare tempo già ne ho: così avessi pascoli. Ma uno si stanca anche di pensare, anche se non è lavoro come zappare...
Di famiglia non sono pastore, ma è da piccolo che lo faccio. Ero orfano, e chi mi voleva mi prendeva, a pascolare agnelli, pecore e maiali. So anche leggere e scrivere. Non perché ho fatto la scuola, ma perché mi sono impratichito un po' da militare... Certo, per fare come l'ho fatto io il militare, sette anni e otto mesi, non è una cosa buona: non mi hanno dato sussidio, né pensione per tutto quel tempo che ho servito lo stato.
Quando sono tornato, piano piano sono riuscito a farmi un gregge, ma presto se n'è andato in fumo, ché ho una figlia deficiente, poveretta, ed è cinque anni al manicomio, e Dio solo sa quello che mi è costata.
Con i soldi prestati dai mercanti che mi hanno aiutato, mi sono rifatto qualche dozzina di pecore, ma gli affitti costano cari. Io ne ho tre ettari, che pago a sessanta mila lire l'uno, e succede che l'incasso non copre le spese. Il mercante non ne paga di latte... Quest'anno se ne sono vendute molte di pecore, per coprire le spese.
Il più brutto è che adesso pascoli non ce ne sono più. Io non posso dire se il contadino è superiore al pastore. Quello che so io è che loro sono carichi di aiuto, le loro case se le stanno facendo mentre noi le stiamo vendendo. Magari con l'aiuto, ma loro ce la fanno...
Prima noi pastori si stava meglio, perché i pascoli erano più abbondanti e meno sfruttati e costavano più a basso prezzo. La pastorizia così è destinata a scomparire, perché siamo costretti. Quando vedono che uno cerca di mangiare la pagnotta ... zac! gliela levano di bocca. Prima i contadini per un agnello mi lasciavano pascolare le foglie delle bietole; adesso ne chiedono quattro o cinque mila lire a ettaro. La polpa della bietola, quella che buttava lo zuccherificio, prima a trenta lire, perché nessuno la conosceva e la voleva; quando hanno visto che ci serviva per pecore e per maiali, l'hanno messe a duecento lire.
Tutte queste cose penso io. E mi sono stancato, adesso, e mi viene il fiele in bocca tutte le volte. Noi siamo come dicono nei racconti degli antichi ebrei, che erano nel deserto morti di fame, cercando la terra promessa ... Solo che a noi, nel Sinis, di manna Cristo non ne manda.”
(Testimonianza del 1960 - Cabras)

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