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Indice articoli

CAPITOLO NONO
RITI MAGICO-RELIGIOSI


SU ACCAPPIAI E SU SCIOLLIRI
IL LEGARE E LO SCIOGLIERE

Impossibile una elencazione esaustiva de is fatturas, delle fatture, degli atti di magia, bianca o nera, dei gesti di scaramanzia, degli esorcismi, delle tecniche, modi e tempi delle terapie (scioglimento) o degli ammaliamenti (legamento) che possono essere compiuti da coloro che possiedono o hanno acquistato il potere di sottomettere spiriti demoniaci o spiriti buoni alla loro volontà, o comunque di essere con tali spiriti in rapporto tale da potersi valere del loro aiuto sovrumano.
L'aiuto degli spiriti (che si invoca o si pretende) non è quasi mai sufficiente a portare a compimento un atto di magia (a fin di bene o di male), sia di "legamento" che di "scioglimento": ciascuno di tali atti deve seguire un determinato rituale, più o meno complesso secondo l'importanza dello scopo che si vuole ottenere, e raggiunge una più completa efficacia con gli specifici brebus o verbus, parole o versetti magici, invocativi o esorcizzanti, per lo più segreti.
Alla conoscenza di tali fenomeni (e quindi alla loro diffusione) ha dato contributo la Chiesa cattolica - che aveva e ha tutto l'interesse al controllo e al monopolio della materia. Quando il Cristianesimo (ideologia) si fa Chiesa (organizzazione politica-economica), in particolare con Costanzo II, mette fuori legge il culto pagano e nel contempo si impadronisce non soltanto del patrimonio economico della vecchia religione ma anche del suo patrimonio culturale, modificandolo quel tanto che basta per adeguarlo alla propria dottrina (o anche adeguando questa alle credenze, ai rituali di quella, ancora radicata nel popolo).
D'altro canto, nel tentativo di demonizzare e criminalizzare il culto pagano, i teologi di santa madre Chiesa hanno fornito alla propria milizia sacerdotale lunghi e particolareggiati elenchi di "superstizioni" da condannare e eliminare, con il risultato di dare comunque credibilità e legittimazione all'esistenza di una miriade di esseri demoniaci - contro i quali imponeva in contrapposizione e in sostituzione coorti di propri santi: dava così una patente di scientificità, e validità, a quanti, streghe o stregoni, officiavano riti di magia, bianca o nera.
Tra i documenti ufficiali della Chiesa sulla materia, di rilevante interesse è quello che porta il titolo di Decisio de superstizione, del 1702, compilato tra il 1696 e il 1700 da un certo Padre Prospero Domenico Maroni da Cagli sulla base di decisioni prese dalla Congregazione dei Casi, presieduta da un Vescovo. Nella Decisio vi sono elencate oltre centocinquanta forme di "superstizione", relative alle Marche, ma diffuse - come vedremo - con qualche variante di forma, in aree contadine europee e in particolare in Sardegna. Si tratta di "superstizioni" che la Chiesa afferma di "riprovare" e di "condannare", ma che la stessa Chiesa, accettandone l'esistenza e l'efficacia, contribuisce ad accreditare e diffondere - sostenendo, in ultima istanza, il suo diritto al controllo e all'uso della materia, affermando una presunta propria autorità sul sovrannaturale e ordinandola con proprie leggi.
Nella lunga elencazione figurano gesti e parole di valore invocativo e scaramantico, atti e cerimonie e riti comunemente definiti di magia bianca o nera, secondo gli spiriti buoni o malvagi chiamati a presiederli e secondo gli scopi che si vogliono raggiungere. Si va dal semplice gesto scaramantico del toccarsi i genitali o del far le fiche, dal toccar amuleti ricavati da corna o dal far corna con le dita, dallo sputare e dal recitare brebus, speciali parole, anche in esclamazioni semplici quali "Crepa!" o in versetti o filastrocche, fino a cerimonie assai complesse, che necessitano di esperti con funzioni sacerdotali o di medium, dotati di particolari poteri e conoscenze nella magia - come per esempio, nel rito detto de is treixi lantias, delle tredici lampade, che descriverò più avanti, in questo stesso capitolo, o alcune varianti di s'affumentu, il suffumigio magico-terapeutico, o s'imbrusciadura, altro rito terapeutico, o nelle fatturas, fatture, di particolare rilevanza nella materia da "legare" o da "sciogliere".
Gli scopi che tali atti "superstiziosi" si propongono di raggiungere sono molteplici, e investono in pratica ogni settore e ogni momento della vita umana, individuale e sociale: hanno il potere di influenzare, se non di determinare i fenomeni della sfera affettiva, sessuale, economica, psichica, fisiologica; possono finanche agire, direttamente o indirettamente, sulla proprietà, sulla produttività, sui fenomeni meteorologici, in definitiva su ogni aspetto dell'ambiente dove si vive.
E' evidente che alla base di tale complessa e diffusa dinamica sociale del magico sta - nonostante i duemila anni di decantato monoteismo cattolico - una credenza animistica, di tipo naturalistico; sta una concezione del mondo dominato dalla presenza di spiriti del bene e del male in perenne conflitto tra loro - dove l'uomo si sforza di trovare un proprio equilibrio esistenziale in una sorta di pacifica convivenza con tale pandemonio. E se è vero che - in virtù della morale che il potere dominante impone all'uomo - siamo sollecitati ad allearci con gli spiriti del Bene e ad opporci agli spiriti del Male; è anche vero che coinvolti spesso nostro malgrado in un conflitto tra forze trascendenti l'umano, superiori a noi, conserviamo ugualmente un sacro timore per i demoni del male. Per evitare le ire di questi, spesso l'uomo è costretto ad alienarseli dimostrando loro rispetto; talvolta giunge anche ad allearsi con essi, per ottenere vantaggi maggiori di quelli che possono venirgli dall'alleanza con gli spiriti del Bene. D'altro canto, questi "santi spiriti" che fanno capo a Dio e alla Chiesa, spesso si dimostrano sordi alle invocazioni umane, sono bigotti e moralisti, attaccati al lavoro e al sacrificio, predicano la castità e l'astinenza, privilegiano le virtù spirituali e disprezzano i piaceri della carne, e pertanto risultano assai noiosi.
Illustriamo, qui di seguito, qualcuna della "superstizioni" definite "riprovevoli" dalla Chiesa, ancora abbastanza diffuse specialmente nel mondo contadino.

1 - Su bendi s'anima a su tiaulu, il vendere l'anima al diavolo. Comprende gli atti di coloro che, in anima o in corpo, si danno in potere al Signore delle Tenebre, in cambio dei suoi favori: ricchezza, amore, potenza, longevità, o anche qualcosa di più futile come onori e fama. Tra i favori che il diavolo concede in cambio dell'anima è compreso quello della sapienza - statisticamente poco richiesta.
Comprende il tenere sotto il proprio dominio - con strumenti, scritti o parole magici - demoni o spiriti infernali, evocandoli per utilizzarli per scopi di magia nera.
L'esercitare attività di mago, stregone o guaritore; presiedere cerimonie o compiere riti religiosi riservati ai sacerdoti di santa Madre Chiesa.
Professare il culto del Diavolo, contraffacendo il culto dovuto a Dio, secondo la dottrina cattolica apostolica romana. Questo punto comprende non solo la condanna delle cosiddette messe nere, parodia delle messe eucaristiche, ma tutti i diversi riti o gesti rituali (come il segno della croce, l'atto del benedire o l'imposizione della mano), le preghiere e i versetti sacri, che se eseguiti o pronunciati "a rovescio" assumono carattere "negativo" (diabolico), ottenendo effetti opposti (malefici). Per esempio, farsi il segno della croce o benedire con la mano sinistra significano rispettivamente esorcizzare o maledire. La parola amore, pronunciata a rovescio, eroma, modifica la propria sostanza positiva per diventare odio satanico.
Infine il fare scongiuri o compiere atti di magia invocando il Diavolo o altre forze infernali.

2 - Usai aqua santa o cosas de cresia, santas o benedittas po fai bruxerias, usare acqua santa, oggetti o arredi di chiesa, cose sacre o benedette, come reliquie, per far magie.
L'elenco dei materiali sacri o benedetti di cui la Chiesa fa divieto d'uso profano è lunghissimo, e ovviamente equivale a una statistica delle materie d'uso nei riti terapeutici o magici della medicina popolare. Citiamo alcuni tra i più diffusi, escludendo da questo elenco, la miriade di "oggetti sacri" il cui uso, a fin di bene, è consentito dalla stessa Chiesa, che anzi ne cura la produzione e il commercio (crocefissi, medaglie, immagini e immaginette, statue e statuine, riproduzioni di luoghi sacri, santuari e basiliche, e così via); acqua santa; parti di arredi sacri, breviari e messali, cera delle candele benedette degli altari; incenso benedetto estratto dal turibolo; palme benedette; ostie consacrate; paramenti sacri d'uso del sacerdote; ornamenti degli altari, come tovaglie e centrini.
E' condannato anche come superstizione usare la Chiesa o altri luoghi consacrati al culto ufficiale, compresi le Cappelle del Corpus Domini e i Camposanti, per compiere magie o riti terapeutici. Non pochi incantesimo, filtri d'amore, fatture, riti terapeutici, scongiuri e giuramenti vengono fatti nascostamente in chiesa, perché ritenuti più efficaci. Le cronache dicono di "promesse di matrimonio" fatte sotto giuramento davanti all'altare, che avrebbero un particolare valore, quasi quanto quello di un matrimonio celebrato davanti al prete; talché è stato usato non poche volte da amanti diabolici per convincere una fanciulla riottosa a concedere le sue grazie. Si dice anche che una fattura fatta in chiesa sia assai "potente" e assai difficile da "sciogliere". Su Santu Juanni de floris, il comparatico dei fiori, che si contrae tra giovani di uguale o diverso sesso, che lega i due con un rapporto di amicizia a vita, viene assai spesso stipulato in chiesa. S'imbrusciadura, lo strofinarsi per terra, un rito terapeutico contro i traumi psichici (azzicchidus, o spaventi), in alcune varianti si compie nella Cappella benedetta durante la processione del Corpus Domini, o davanti al Camposanto, se non è possibile dentro, in ore notturne.

3 - Mexinas e fatturas, brebus e scrittus po accappiai mascu e femina, po sanai s'impotenzia e po impringiai sa femina, medicine e fatture, parole e scritti sacri per legare uomo e donna, per guarire l'impotenza (del maschio) e la sterilità (della femmina).
Preparare e dare filtri e beveraggi; spargere il letto matrimoniale di sostanze magico-afrodisiache; far fatture con pupazzi e con scritti e con altri mezzi e arti, al fine di dare potenza o produrre impotenza sessuale al maschio, di favorire o impedire il regolare svolgersi del coito matrimoniale, di rendere fertili o di rendere sterili o di far abortire la femmina.
Influenzare negli stessi modi o con altri una gravidanza determinandone il sesso. Esistono, su questo punto, numerose credenze. Si ritiene di poter determinare il sesso di un nascituro, assumendo certe posizioni nel coito, con l'imposizione della mano della fattucchiera, o di una donna che ha partorito gemelli, sul ventre della partoriente.
Aumentare o ridurre, fino a "seccare" il flusso del latte di una puerpera, con suffumigi magici o con altre fatture.
Rendere impotente uno sposo girando a rovescio un suo indumento intimo, calza, mutanda o maglia.
Annodare una cordicella o una stringa, meglio se fatta di capelli sottratti alla persona che si vuole colpire, per impedire un matrimonio o la consumazione dello stesso.
Mettere campanacci o altri aggeggi rumorosi, con l'intento di esorcizzare gli spiriti del male e favorire il buon andamento del coito. (Mi pare che l'attuale costume di legare barattoli all'auto degli sposi si possa far derivare da tale cerimonia scaramantica e propiziatoria.)
Ingerire o portare indosso come talismani certe sostanze ritenute idonee a favorire l'ingravidamento o affinché il frutto dell'ingravidamento acquisti certi caratteri. (E' leggenda che le donne sarde gravide ingeriscano una scheggia di granito per rendere duro il cuore, il carattere del nascituro.)
Fare attenzione a non aggrovigliare il filo del cucito, o la lana della tessitura, per non "legare" (impastoiare, rendere impotente) il proprio uomo, o altro maschio di famiglia.
Far bisticciare o riappacificare una coppia mettendo a rovescio arredi sacri in chiesa.
Influenzare la volontà di un uomo (o di una donna) che si desidera conquistare, recitando versetti magici o pensandovi intensamente all'Elevazione del Santissimo durante la messa. (Altrettanto diffuso ma più noto far la stessa cosa per lo stesso scopo nel momento in cui la notte "cade una stella".)
Correlato a fini di armonia matrimoniale, il ritenere che vi siano giorni fausti e giorni nefasti per compiere certe attività domestiche - come il cucire, il rammendare, il tessere, il fare il pane, preparare gli insaccati, macellare un animale da cortile, lucidare utensili di metallo, e in particolare l'atto sessuale. Anticamente era il giovedì, il giorno considerato più infausto (praticamente il giorno di riposo per la massaia); attualmente, il venerdì.

4 - Mexinas contra dogna mali e ennemigu (pinnadeddus, brebus, iscrittus, resus, ingestus e frastimus), medicine contro ogni male e nemico (amuleti, parole magiche, talismani, preghiere, gesti e invettive scaramantici).
Abbiamo tutta una serie di mexinas, di terapie, di vario genere, per la risoluzione dei numerosi malanni che affliggono l'uomo, e per difendersi da ogni genere di nemici, anche questi assai numerosi. Queste mexinas, secondo lo scopo per cui vengono usate, possono così sommariamente elencarsi:
Contra sa callentura, contro le febbri (i febbrifughi, gli attuali antipiretici); contra sa debilesa, contro la debolezza; per rinvigorire il corpo esaurito (gli attuali ricostituenti); contra is unfroris, contro i gonfiori; contra is guronis, contro le pustole e le suppurazioni; contra su dolori de conca, contro il mal di testa; contra su ramadinu, contro l'influenza; contra su dolori de ossus, contro i reumatismi; e tante altre specifiche mexinas fino a quella contra is azzicchidus, contro gli spaventi, con varie e complesse terapie, quanto diverse e molteplici possono essere le cause di un trauma psichico (qui si fa una distinzione fondamentale: azzicchidus de anima bia e de anima morta, spavento da anima viva o anima morta; alle anime vive appartengono tutte le creature viventi del mondo umano e animale; alle anime morte appartengono gli spiriti di ogni genere, i fantasmi, i demoni, i dannati all'inferno, le anime del purgatorio e le anime pie.
Seguono is mexinas contra is ennemigus, le medicine contro i nemici, di ogni genere, cominciando da quelli che minacciano il patrimonio del contadino o del pastore: contra is pillonis, contro gli uccelli (in special modo i passeracei che minacciano il grano, il riso, la frutta); contra su margiani, contro la volpe, e contra s'aquila, entrambi predatori di agnelli; contra is bremis, contro i vermi, che si annidano nelle ferite infette degli animali, in particolare delle pecore; contra su velenu (contravelenu), contro il pizzico o il morso di animali velenosi (un controveleno a largo spettro di azione, come certi antibiotici della medicina chemioterapica attuale).
In che cosa consistono is mexinas elencate, in uso contro disturbi fisici e psichici e contro nemici (in particolare del patrimonio)?
La sostanza terapeutica più largamente usata è l'acqua. Acqua potabile, di fonte, pura il più possibile. Con l'aggiunta di semplici brebus, parole o versetti magici, un bicchiere d'acqua acquista poteri medicamentosi, diventa medicina (usata per abluzione, per aspersione o per ingestione).
Con l'aggiunta di sostanze sacre o benedette (acqua del fonte battesimale, chicchi di grano o di sale, cera, incenso, palma, reliquie sacre, in particolare is patenas, le medaglie miracolose recanti l'effigie dei venerabili santi) la stessa acqua diventa medicamentosa e viene usata per aspersione nelle parti colpite dal male o sul viso o sul capo, valevoli per ogni parte del corpo; più raramente viene usata per abluzioni, data la limitata quantità d'acqua che viene abrebada, cioè resa terapeutica. Ma a questo proposito va rilevato che la diluizione di un'acqua magica (o abrebada ) non ne diminuisce il potere terapeutico. Purché non diluita in un fiume, in un lago o in un mare o dovunque l'acqua sia in movimento; se versata invece in una vasca da bagno conserva tutto il suo potere e se ne può beneficare in questo caso mediante abluzione. Comunque, l'uso che di una aqua abrebada ne deve fare il paziente (persona, animale o pianta che sia) viene deciso dal guaritore, che consegnandola al richiedente (come ogni medico che si rispetti) indicherà modalità d'uso e posologia: ingestione, aspersione, massaggio o abluzione, di solito tre volte al dì o per nove dì - giusto il valore cabalistico del numero tre. L'uso più frequente che si fa di quest'acqua è comunque l'aspersione: sia che si tratti di bambino o di fanciulla o di capo di bestiame o di pianta di particolare valore, colpiti da malocchio o da peste o da qualunque misterioso morbo. In tali casi, per un intervento immediato, in mancanza dell'acqua medicamentosa (che solo il fattucchiere può fornire) viene usato lo sputo.
Diffusissimo è anche s'affumentu, il suffumigio magico (descritto in altra parte di questo libro), una medicina riservata soltanto alle persone. E' sempre eseguito da una fattucchiera: secondo un specifico rituale e con specifici brebus diventa la terapia d'elezione contro il malocchio. Variando rituale e brebus diventa terapia specifica contro gli spaventi o contro altri numerosi disturbi sia della sfera emotiva che fisici (dalla svogliatezza al mal di pancia).
Altro elemento magico che insieme ai brebus e ai segni di croce (o altri gesti propiziatori) entra nella preparazione di mexinas a base di acqua è sa patena, la medaglia miracolosa - cui si è già accennato - e che la guaritrice porta sempre appesa al collo, come il medico lo stetoscopio. Una particolare acqua terapeutica è detta aqua patena, appunto perché viene resa curativa mediante l'immersione di questa, della medaglia, nell'acqua, e di segni di croce tracciati con la stessa medaglia sull'acqua contenuta nel bicchiere. Tale acqua viene bevuta o aspersa, e guarisce il malocchio, le emicranie, i mal di pancia, la foruncolosi, l'inappetenza e mille altri disturbi propri dell'infanzia.

5 -Riprendiamo l'elencazione sommaria - che ci auguriamo non annoi il lettore - delle magie che la Chiesa definisce superstizioni e come tali condanna.
Curare con le erbe, unendovi preghiere o versetti sacri;
curare le coliche dei buoi o dei cavalli mediante imposizione del piede di due fratelli gemelli sulla pancia dell'animale malato;
piantare un bucranio in cima a un palo dove è alloggiato il bestiame per salvaguardarlo dal malocchio;
infilare una cipolla canina in cima a un palo per proteggere un campo seminato dal malocchio;
curare il mal di denti posando sulla parte dolente un dente di morto preso in cimitero, recitando debiti versetti sacri;
voltare pietre tombali o arredi sacri per seminare discordia o per riappacificare il prossimo (per seminare discordia nel prossimo è anche usata una apposita erba, genericamente detta "zizzania" che viene fatta ingerire a tale scopo);
usare l'imposizione di sacre reliquie su parti malate di una persona a scopo curativo (pochi sanno che tra queste reliquie è tenuta in alta considerazione per le sue virtù terapeutiche la pelle della chierica di preti defunti);
andare nudi sopra i tetti a voltar le tegole, per voltare in tal modo l'animo della gente;
mettere un cane morto in una pozza d'acqua per far piovere o anche sotterrarlo ai piedi di un albero per farlo fruttificare;
compiere riti magici o recitare specifici brebus per tenere lontani dal seminato passeri e altri animali nocivi;
usare l'uovo per compiere riti magici, a fini terapeutici o estetici (quale quello di fregare l'uovo di gallina appena fatto sulle tempie per l'emicrania o sulla guancia per rendere la pelle morbida e vellutata);
usare lo sterco di gallina o di altro volatile ancora caldo come unguento per guarire ferite;
facilitare in alcun modo il trapasso ai moribondi (sia ponendogli sotto la cervice un giogo da buoi che deponendolo sulla nuda terra o anche togliendo una tegola dal tetto, per consentire all'anima del moribondo di uscire, di staccarsi dall'ambiente terreno cui è "troppo" legato);
chiudere l'uscio di casa quando passa un corteo funebre, per evitare che la morte entri e vi si annidi;
inchiodare la strige o barbagianni alla porta di casa per preservarla dalla morte o da altri funesti eventi di cui il volatile è portatore;
attitare, ovvero piangere i morti con lamentazioni o danze o altri riti funebri, specie compiuti nei sagrati o nei camposanti.
Chiudiamo così l'elenco, certamente non esaustivo, che d'altro canto si compendia con quanto contenuto nel presente volume.

6 - Funtanas e putzus, fontane e pozzi, mitzas e fluminis, sorgenti e fiumi, hanno particolari virtù magiche, anche terapeutiche, e sono frequentemente luoghi dove si compiono numerosi riti propiziatori e mexinas.
Nonostante la credenza di matrice cattolica, secondo cui dietro gli specchi d'acqua, nelle fonti e nei pozzi, si nasconda il diavolo, per cui le fanciulle non vi si devono soffermare a specchiarsi, si vuole anche che quegli stessi luoghi siano abitati da spiriti buoni, amici dell'uomo.
Una diffusa terapia contro i porri è legata alla presenza di un pozzo: dove bisogna seppellire un pezzetto di carne recintando certi versetti - allo scadere del terzo giorno i porri spariscono.
Gettare un cane in un ruscello, fa venire la pioggia. I giuramenti di fedeltà tra innamorati, fatti con un ruscello che li separi l'un dall'altro, non si romperanno mai. La fattucchiera che voglia tramandare is brebus, le parole, di un rito magico ad altra persona, può farlo o in punto di morte, oppure attraverso un ruscello.
Alla fontana non si va soltanto per attingere acqua, ma per liberarsi di alcuni mali: sarà sufficiente seppellirvi del pane, e il male verrà da questo preso e assorbito liberando il malato.
La donna che di mattina arriva per prima alla fontana, può esprimere qualunque desiderio, certa che verrà esaudita. Purché non si chiedano ricchezze, ma salute e concordia.
Far sdraiare un malato sul tetto di una cisterna o sulla lastra di copertura di un pozzo ne favorisce la guarigione.
Altre mexinas vietate dalla Chiesa con esplicita menzione sono quelle usate po oberri portas tancadas sene crai, per aprire porte chiuse senza chiave; po fai proiri, per far piovere; po donai abbundanzia, per avere abbondanza (è ancora usato nella Sartiglia - composita cerimonia carnevalesca oristanese - invocare un buon raccolto benedicendo la folla con sa pippia de maju, la pupa di maggio, costituita da un mazzo di pervinca); po mandai s'anima a su celu, per mandare l'anima in Cielo, o po dda fai morri sen’ ‘e sufrimentu, o per farla morire senza sofferenza; abbiamo infine mexinas singolari, come quella contra sa giustizia, contro la giustizia, per difendersi da essa se non per distruggerla. Una di queste mexinas consiste nel lanciare una zappa o altro attrezzo da lavoro o in mancanza d'altro un grosso sasso sulla porta di chiesa, gridando scongiuri. (Nel trattato Decisio de superstizione si cita lo scongiuro: "Muoia il prete e viva il popolo!")

7 - Di particolare rilevanza sono is mexinas (ma anche le fatture, gli amuleti e i talismani - per non dire dei riti specifici cui è dedicato un capitolo) relative alla morte e agli spiriti dei morti.
Come ho già accennato, anima bia e anima morta sono in sardo i due termini che distinguono la creatura vivente dalla creatura morta: entrambe presenti, attive, immanenti nel mondo della natura (dove la morte è sempre soltanto apparente). La differenza tra anima bia e anima morta non è sostanziale ma formale: appaiono in modo diverso; coabitano e si influenzano reciprocamente. Is animas mortas (che secondo la dottrina cattolica si trovano chi all'inferno, chi in purgatorio e chi in paradiso) continuano a vivere con noi, ci influenzano nel bene e nel male, e possono comunicare con is animas bias, con i viventi, mediante i sogni o anche con apparizioni, riassumendo per breve tempo le loro sembianze materiali. Presso diverse comunità, in particolare a Orune, si crede che is animas mortas, i defunti, ritornino una volta all'anno, nel giorno loro dedicato: per essi si lascia la porta di casa aperta, la luce accesa nella cucina, dove si apparecchia la cena rituale ad essi riservata.
Una distinzione sostanziale tra is animas si fa invece sulla indole, buona o cattiva, benefica o malefica. Abbiamo così animas bonas e animas malas - appartengano esse a creature morte o vive.
Is animas mortas, le anime dei defunti, siano esse bonas o malas, buone o cattive, vengono evocate nel compimento di riti magici, sia ammalianti che terapeutici. Is animas malas si invocano ovviamente nelle pratiche di magia nera, volte a provocare nel nemico gravi malattie, paralisi e anche la morte (morti mala per incidente). Oltre al compito di sovrintendere tali pratiche, is animas malas (anime di dannati e spiriti diabolici) sono chiamate anche a presiedere riti o a dare efficacia a mexinas per la localizzazione di iscussorgius, tesori nascosti, per lo più pentole di marenghi d'oro e d'argento sepolti sotto terra o all'interno di vecchi muri. La collaborazione delle anime dei dannati e degli spiriti diabolici è necessaria per il ritrovamento degli iscussorgius, in quanto ad essi è demandato il compito di custodirli e difenderli dalle brame dei comuni mortali. S'iscussorgiu è attentamente vigilato anche dall'anima dannata del defunto padrone, finito all'inferno per la sua avarizia - a notte fonda lo si può vedere talvolta apparire nelle sue sembianze mortali nei pressi del nascondiglio. Il diavolo custode di iscussorgius assume invece di solito sembianze animalesche, per lo più quelle di un carrabusu, scarabeo. Si conoscono formule magiche da recitarsi quando si incontra qualcuno di questo scarabei, per costringere il diavolo che vi si nasconde a svelare il luogo dove è nascosto s'iscussorgiu. Quando ciò avviene, lo scarabeo, indicato il luogo al fortunato mortale, riprende le sue sembianze diaboliche e scompare in una fiammata. Per la verità, la ricchezza ottenuta in tal modo non porta mai bene e felicità: come si sa, la farina del diavolo va tutta in crusca. E' una consolazione per chi resta povero.
Is animas bonas, le anime buone dei defunti, vengono anch'esse invocate nel compimento di pratiche magiche, volte ovviamente al bene: riti terapeutici, mexinas per sciogliere le fatture, preparazione di amuleti, in difesa di influssi malefici, e di talismani, propiziatori di prosperità e benessere, resus, preghiere per il ritrovamento di oggetti perduti.
Il culto dei morti va visto anche in un contesto utilitaristico: la necessità dei viventi di accattivarsi is animas bonas per disporre dei loro poteri misteriosi contro quelli negativi degli spiriti del male. Particolarmente invocato l'aiuto delle anime dei propri congiunti, sulle quali è logico che si possa maggiormente contare, dati i legami di sangue esistenti. Nel culto dei morti praticato a Orune, vengono infilate numerose candele in una apposita tavola forata, e quindi accese: una per ogni familiare o parente defunto. Le dimensioni del cero variano secondo l'importanza del defunto che si vuole propiziare. Vi è però una candela (o anche più d'una) riservata a sos mortos non chircados dae nemos, ai morti ignoti, "non ricordati da alcuno".

8 - Dalle notizie riportate, si potrebbe ricavare una definizione della magia come l'arte di dominare le forze occulte della natura e della vita - contro la morte. Insomma, magia come difesa e conservazione della vita, come affermazione dei suoi valori.
Il Malinowski sostiene giustamente che le arti della magia sono un tentativo di dominare le forze della natura, e che pertanto l'atteggiamento magico si fonda sul convincimento dell'uomo di riuscire a dominare le stesse forze naturali, mediante un potere mistico a lui stesso affine.
Gli uomini, già in tempi remoti, scoprono una continua necessaria correlazione tra la terra, tra il mondo vegetale e animale, e il mondo umano. Il seme dei frutti, gettato nella terra, genera e riproduce la specie da cui viene; nello stesso modo in cui il seme del maschio, posto nel ventre della femmina, genera riproducendo la specie umana. Nell'un caso e nell'altro, il procedimento è ritenuto identico. Così pure il principio di eternità; dove la morte è sempre soltanto apparente, in quanto modificazione dell'essere in un processo evolutivo senza fine. Sotterrando i morti, si ha un processo di dissoluzione necessario alla rivitalizzazione della natura: i morti di ogni specie costituiscono concime naturale, a tutto vantaggio della fertilità e produttività della terra. E' facile vedere in tale fenomeno come dalla morte rinasca la vita: dalla dissoluzione invernale erompe la germinazione primaverile. Il concetto di un'altra vita dopo la morte, della immortalità, deriva da tali elementari osservazioni - in particolare i principi su cui si fondano le dottrine della metempsicosi e della reincarnazione dei morti. Da qui, anche, i concetti magici dei rapporti tra la terra e la donna, tra la fertilità e la riproduzione nella terra e nella donna.
Secondo Goodworft, "la magia consiste, per definizione, nella errata applicazione dei principi più semplici dell'associazione di idee. In effetti le associazioni tra vita del mondo vegetale e del mondo umano, e tra la morte, la sepoltura e il nuovo rigoglio primaverile avevano condotto a una interpretazione fantasiosa, che va appunto sotto il nome di magica. Anche se era errata, aveva però messo in moto la mente, fatto approfondire per la prima volta la conoscenza del mondo. E' per questo che la magia si mescola all'arcaica civiltà agricola. E' per questo che molti rituali per propiziare i nuovi cicli del mondo vegetale si fondano sull'accoppiamento sessuale dell'uomo e della donna".
E dunque è un fatto, possiamo dire naturale e logico, che la magia - in ogni suo aspetto, in primo luogo di tentativo di conoscenza e di dominio delle forze avverse, del male e quindi delle malattie - sin dalle sue origini, sia strettamente legata ai problemi della terra, alla vita delle piante e degli animali, ai cicli riproduttivi, ai fenomeni meteorologici e climatici, nel tentativo di dare significato alla realtà del mondo e ai rapporti tra l'uomo e questa realtà.


IS BREBUS PO COSA PERDIA
LA MAGIA PER OGGETTI SMARRITI

Is brebus po cosa perdia, le parole e i riti magici per (ritrovare) oggetti smarriti, costituiscono un capitolo importante in un campo che, con termine moderno, potremo chiamare di medicina sociale. Può accadere di smarrire un oggetto cui siamo legati da rapporto affettivo o per una sua necessità d'uso - un oggetto che continua a esistere fuori dalla nostra portata, ma che possiamo localizzare, per ricostruirne il rapporto, mediante particolari riti magici, officiati da persone di particolari capacità divinatorie e di poteri telepatici. Il più delle volte is brebus, le parole magiche presenti nel rito, consistono in un resu, o preghiera vocativa, rivolta a una divinità benigna (un santo) preposto dal Massimo Demiurgo al "ritrovamento degli oggetti smarriti".
Nella economia autarchica del contadino vige fondamentale e severo il principio della utilizzazione razionale degli oggetti d'uso, e - a differenza di quanto accade nella organizzazione consumistica attuale - non esiste, anzi non si concepisce spreco. Ogni oggetto si usa finché lo stesso può adempiere alla sua funzione; quando si è logorato nell'uso, fino al punto in cui diventa inservibile allo scopo per cui è stato fatto, non si butta via, ma diventa "altro". Una vecchia pentola di ferro smaltato, che abbia perso lo smalto o si sia forata nel fondo, un può essere più usata per la cucina; diventa allora un originale e funzionale vaso per fiori., per ornare il loggiato, o più spesso un semenzaio per basilico, prezzemolo o aglio, o anche contenitore per riporvi cianfrusaglie minute, chiodi, viti, bulloni, o anche infine un cucchiaione per travasare cereali - diventa insomma qualunque altro oggetto, idoneo a svolgere un certo compito. Nell'ultima ipotesi verrà interrato nel letamaio del cortile, finché corroso verrà usato insieme al concime nella autunnale distribuzione di sostanze fertilizzanti alla terra.
Il corredo che la sposa porta in dote alla casa maritale (dai mobili alle lenzuola, alle coperte, al tovagliato; dalle batterie da cucina, agli attrezzi per la confezione del pane) rappresenta il suo patrimonio - un insieme di oggetti essenziali nella economia familiare, e deve durare tutta la vita. (Anzi, alcuni pezzi del corredo, quelli che reggono maggiormente all'usura, durano diverse generazioni, e si tramandano di madre in figlia.)
La dote, il necessario per lo svolgimento e il mantenimento della vita domestica, nel mondo contadino si allarga anche agli animali da cortile: una chioccia con pulcini, una coppia di conigli, di anatre, di tacchini: is lobas de fedu, le coppie per la riproduzione. Is lobas de fedu, le coppie da riproduzione, degli animali da cortile costituiscono la base della sussistenza familiare, rivestono quindi particolare valore e importanza. Tanto che tali capi vengono scrupolosamente curati e protetti con amuleti dagli influssi malefici e sottoposti a mexinas, a terapie magiche, anche al solo sospetto che abbiano ricevuto malocchio.
Da qui, dalla importanza vitale che hanno per la donna contadina gli oggetti e gli animali che costituiscono il suo patrimonio nuziale, è facile comprendere il valore, materiale e affettivo che oggetti apparentemente di poco valore rivestano per lei, e come, lo smarrimento dello stesso, costituisca per lei un vero e proprio dramma.
L'etnologo - esaminando superficialmente i comportamenti di una massaia che ha perduto una gallina - parla di drammatizzazione di un fatto di poco conto. La sparizione dell'animale diventa il cruccio dominante della sua quotidiana esistenza; si dispera e non sa darsi pace per la perdita; esplora nel vicinato, affinché l'animale non si sia smarrito in altri cortili; si lamenta della disgrazia che l'ha colpita con le donne sue vicine e con chiunque altra l'avvicini o la incontri; sarà per lei, quel giorno, un giorno di lutto; il focolare resterà spento, e non cuocerà cibo per la famiglia; ogni sua attenzione, ogni suo sforzo saranno rivolti alla ricerca, al ritrovamento della gallina scomparsa. Il suo dramma "personale" finirà per diventare dramma "corale"; a lei si uniranno comprensive e solidali le donne del vicinato; si allargheranno le ricerche; si faranno riunioni e se ne parlerà facendo ogni possibile ipotesi, per poter giungere alla soluzione del caso.
Se l'oggetto o l'animale smarriti non verranno ritrovati in breve tempo, prevarrà l'ipotesi del furto. E ovviamente diversi saranno i sospetti su chi possa essere l'autrice del furto (trattandosi di beni propri della donna, si penserà logicamente a una ladra).
Si costituisce allora tra donne una sorta di comitato inquirente, nel tentativo di dare un volto all'esecutrice del misfatto. La quale può avere agito più che per bisogno, per "cattiva indole", o per "invidia", o per dispetto, per arrecare dolore. Ma se pure si acquisiscono prove o si abbiano dubbi molto fondati, la donna che ha subito su mancamentu, la sottrazione, non può accusare pubblicamente, né richiedere la restituzione o il risarcimento del danno. La restituzione dell'oggetto mancante, se ci sarà, dovrà farsi per volontà della stessa esecutrice del misfatto, pentitasi o costretta alla restituzione da influenze magiche.
Ed ecco la decisione di ricorrere alle arti di una donna che sia in grado di risolvere il caso. Una donna con accertate capacità divinatorie e con poteri telepatici, e che inoltre sia esperta nei resus, nelle strofette vocative specifiche in tali casi.
Is mexinas, le pratiche magiche, specifiche per il ritrovamento di oggetti o animali perduti, non sono sempre di facile conoscenza ed esecuzione. Ve ne sono di assai complesse.
Il santo maggiormente invocato in tali resus è Santu Antoni de su fogu (che alcuni studiosi del folclore sardo confondono con l'omonimo santo padovano). Ci sono fondati motivi per rivolgersi al Santo abate in tali circostanze. Come ho raccontato in altra parte di questo libro, Santu Antoni de su fogu è il Prometeo della mitologia sarda, il mitico Eroe che discende nell'inferno dei cristiani per rubare il fuoco e donarlo agli abitanti di questa terra. Un ladro a fin di bene, benefattore dell'umanità, che non tollera i furti commessi a danno della povera gente. Un "esperto" nel ramo, comunque, al quale ci si può rivolgere per aiuto, sia per rientrare in possesso di qualcosa finito in mano ad altri, sia per mandare a compimento una "espropriazione" (bestiame o altri beni) a un proprietario esoso o a comunità istrangia, straniera (giusto il principio morale del furat chi furat in domu, ruba chi ruba in casa).
Tra le pratiche magiche più semplici e più diffuse, per giungere al ritrovamento di oggetti smarriti, ci sono quelle dette de su sedazzu, del setaccio, de is ferrus, delle forbici, e de sa crai, della chiave (quest'ultima, talvolta, usata appesa ad uno spago come pendolo). In tutte queste pratiche sono presenti is brebus, parole o versetti rituali.
Il rito de su sedazzu consiste nel far ruotare un setaccio scuotendolo leggermente, dopo aver deposto sul fondo un pugno di cruscherello: si tratta di esaminare e interpretare le diverse posizioni in cui va a finire il cruscherello, se al centro o ai bordi, per individuare la direzione in cui trovasi l'oggetto smarrito, e lì far le debite ricerche.
Stessi risultati si ottengono con la chiave , la cui punta viene appoggiata dalla "veggente", sul piano del tavolo e dalla stessa tenuta perpendicolare con una lieve pressione del dito indice sull'anello della stessa chiave. Recitato su resu po su mancamentu, la preghiera per lo smarrimento, la chiave, spinta da una forza occulta, inizia un movimento rotatorio, indicando con la parte seghettata la direzione in cui trovasi l'oggetto smarrito. Quando a questa operazione presenziano le donne del vicinato, che si dispongono tutt'intorno al tavolo, sa crai abrebada, la chiave fatata dalla veggente può indicare direttamente la persona che detiene l'oggetto smarrito (ovviamente può detenerlo inconsapevolmente, perché può essere finito nel suo cortile o nella sua casa "per caso"). La persona indicata dalla chiave si farà scrupolo di cercare "meglio" nei luoghi di sua pertinenza, e il più delle volte una più accurata ricerca finirà per dare esito positivo. E' ovvio aggiungere che a questa sorta di ordalia, l'eventuale ladra si guarderà bene dal partecipare, pertanto la defezione non giustificata è ritenuta di per sé forte indizio di colpevolezza. Va anche detto che nella sostanza e nella prassi di tali riti corali rientrano i rapporti interpersonali tra donne del vicinato, buoni o cattivi.
Più complessa, e ricca di significati, è invece la pratica magica detta de is treixi lantias, delle tredici lampade, che contiene la recitazione vocativa de su resu a Sant'Antoni de su fogu, della preghiera rivolta a sant'Antonio del fuoco. Lo scopo di questo rito singolare non è quello (come negli altri) di ritrovare un oggetto o un animale smarrito o rubato, ma di costringere la persona che ingiustamente lo detiene a restituirlo alla legittima proprietaria.
Is treixi lantias si effettuano a mezzanotte, in un luogo chiuso, in penombra e nel più assoluto silenzio. Officia il rito una donna-medium, con poteri telepatici e ipnotici. Partecipano la donna che ha subìto su mancamentu, lo smarrimento, e altre donne del vicinato, le quali sostengono, in concentrazione, lo sforzo di volontà della "fattucchiera" per imporre alla ladra la restituzione del maltolto.
Nel chiuso di una camera, vengono poste sul pavimento o sopra un tavolo tredici mariposas o lantias, lumini a olio consistenti in uno stoppino infilato in un disco di sughero galleggiante in un bicchiere contenente olio, sistemate in modo da formare un cerchio. Più comunemente viene usato un piatto largo contenente olio, e sistemati ai bordi tredici stoppini formanti un cerchio. I lumini vengono quindi accesi uno dopo l'altro, previa recitazione di brebus, parole magiche, consistenti in invocazioni, talune tratte dalla liturgia cattolica, altre tenute segrete dalla officiante. Ultimata l'accensione delle tredici lantias, la "veggente", con l'intensa partecipazione delle altre donne presenti, inizia la recitazione di su resu po su mancamentu, l'invocazione specifica che giungerà fino alla ladra, penetrerà nel suo cuore lacerandolo di rimorso, fino a indurla alla restituzione.
Si conoscono diverse varianti di "preghiera-scongiuro" che, nel nome di Sant'Antoni de su fogu, vengono recitate per imporre la restituzione di un oggetto o un animale smarrito o rubato. In effetti, si esercita una pressione psichica mediante intensi messaggi telepatici, fino a provocare nell'ignota ladra uno stato di malessere e quindi una salutare crisi di coscienza che - stando alle testimonianze raccolte - si risolve quasi sempre con "il far ritrovare" (ovviamente in modo anonimo o indiretto) cioè che è stato smarrito o sottratto.
Questo che segue è un comune resu po mancamentu, preghiera per smarrimento, pronunciato durante il rito di is treixi lantias:
"Sant'Antoni de su fogu / candu festis eremitanu / eremitanu e dottori / est passau Nostu Sennori / e s'hat nau: Ite ses fendi? / E no ddu bit, Maistu, / ca seu fendi treixi fogus? / De custus treixi / ci 'n di siat unu prus fogosu / e prus e prus ardenti / po chi si dd'intendat / in su coru e in sa menti / chi no tengiat reposu / ni pappendi ni dormendi / po totu una genia / finzas chi custu mancamentu / no torrit a domu mia."
(Sant'Antonio del Fuoco / quando eravate eremita / eremita e taumaturgo / vi incontrò Nostro Signore / e vi chiese: Cosa fai? / E non lo vede, Maestro, / che faccio tredici fuochi? / Di questi tredici fuochi / uno ve ne sia più infuocato / e più ardente / affinché se lo senta / nel cuore e nella mente / e non abbia riposo / né mangiando né dormendo / per tutta una generazione / finché ciò che manca / non torni a casa mia.)


IS FATTURAS
LE FATTURE

Sa fattura, il maleficio o l'incantesimo, fatta per ottenere con arti magiche quanto non è possibile ottenere con mezzi normali, può essere tradotta con l'omonimo termine italiano fattura.
Due sono principalmente gli obiettivi che si vogliono raggiungere con tali atti di magia: l'ammalamento o l'ammaliamento; cioè l'indebolimento fisico o psichico del nemico, fino alla sua distruzione; oppure l'assoggettamento parziale o totale della volontà di chi si vuole possedere (per amore o per sfregio) o che si vuole raggirare (economicamente, ottenendo lasciti, ecc.). Secondo gli scopi, malvagi il più delle volte, ma anche mossi da bisogno, da passioni amorose, una fattura si qualifica come atto di magia nera o bianca, correlativamente presiedute da animas malas o da animas bonas, cui la fattucchiera di norma si rivolge per ottenerne i poteri. Va da sé che is animas malas, alle quali si aggiungono is dimonius e is tiaulus della mitologia cristiana, sovrintendono agli atti di magia nera, concorrendo al compimento delle fatture - escluse alcune, per altro rare, operate "a fin di bene", come può essere "l'ammaliamento" di una fanciulla non soltanto per possederla ma anche per sposarla. Al contrario, is animas bonas , cui si aggiungono tutti i santi del paradiso (che non sono pochi), sovrintendono agli atti di magia bianca, concorrendo principalmente a sconciai is fatturas, a sciogliere le fatture, ad annullare gli effetti "ammalanti" o "ammalianti" degli atti di magia nera.
Is fatturas rientrano nella scienza e nella pratica della medicina popolare, sia come elementi che concorrono (come i virus e i batteri per la medicina moderna) a provocare la malattia, sia come elementi terapeutici idonei (il più delle volte, ma non sempre, come nella farmacologia moderna) alla guarigione delle stesse o a calmare il dolore. Vedremo di seguito alcuni degli effetti "ammalanti" o "ammalianti" che si possono ottenere con is fatturas non soltanto sulla persona ma anche su animali, piante e beni materiali - quali abitazioni, coltivazioni, arredi, attrezzi da lavoro; e quali e quanti effetti opposti, di guarigione o di liberazione, si possono ottenere con is contrafatturas, le fatture di segno e di forza opposti, che annullano le fatture.
Chi compie fatturas, in italiano viene detto fattucchiere. In sardo non esiste una voce specifica per indicare su chi fait is fatturas, colui che fa le fatture. Esistono i termini di bruxu o cogu o oghiadori o omini santu che indicano rispettivamente stregone,indovino, iettatore, guaritore; con i relativi termini al femminile bruxa, coga, oghiadora, femina santa. Vi è poi un termine usato soltanto al femminile, mazzina, che indica una donna che fa magie, anche strega, o anche la magia stessa che viene effettuata. Per esempio: dd'hant fattu mazzina, gli hanno fatto magia, lo hanno affatturato.
Come è stato rilevato in altre parti di questo lavoro, la scienza e l'arte della medicina popolare sono quasi esclusivamente di competenza delle donne; e soltanto in tempi moderni, dopo la "grande purga" del potere maschile nota come caccia alle streghe-guaritrici sotto la speciosa accusa di diavoleria, un certo numero di maschi si è infiltrato in questo campo. (Non parliamo qui della invasione massiccia, e protetta dalle leggi civili, dei nuovi stregoni della medicina moderna, gestita ancora oggi in prevalenza dai maschi).
Attualmente, nei nostri paesi dell'interno, le donne che esercitano l'arte della medicina antica sono in maggioranza rispetto ai maschi. Inoltre, esse, rispetto ai maschi concorrenti, sono più quotate, hanno una clientela più numerosa, e aggiungerei "più scelta". A livelli diversi, o meglio dire all'interno di culture diverse, le guaritrici del popolo occupano posizioni di prestigio e godono di privilegi così come nella medicina moderna i primari ospedalieri o i cosiddetti "luminari", capaci di far "miracoli", cui la gente malata si affida come a santi taumaturghi. Vi sono ancora bruxas, mazzinas, cogas, spiridadas (guaritrici, fattucchiere, indovine, veggenti) la cui opera è assai ricercata, e bisogna far la fila o prenotarsi per tempo, prima di poter essere ammessi alla presenza di tali "luminari" - le quali, si dice, "fanno miracoli". Senza voler sostenere alcuna parte, sta di fatto che le numerose testimonianze raccolte attestano che molti casi di malattia, dove i "luminari" della scienza medica moderna non erano riusciti, sono stati poi risolti egregiamente da codeste "fattucchiere". Pur analfabete, esse hanno una conoscenza empirica ma profonda del corpo umano, e quel che più conta una conoscenza socio-psicologica della personalità della "loro" gente, che nessun altro "esterno", per colto che sia, può conoscere altrettanto bene.
Vi è un punto che gioca a favore della scienza medica popolare, rispetto a quella moderna: l'assoluto divieto dettato da una antichissima etica professionale di chiedere o di accettare alcun compenso per le prestazioni date. L'unico modo per sdebitarsi, consentito al paziente, è l'offerta di un dono in natura - in concreto, le guaritrici vengono mantenute dalla comunità che riconosce in loro un ruolo fondamentale. Quando, come accade attualmente, taluna guaritrice accetta l'onorario, non fa altro che imitare il medico civile: è un tentativo di entrare in un ruolo che è proprio della organizzazione sociale ed economica esterna e diversa, fondata in ogni suo aspetto sul lucro e sulla speculazione - un sistema dove si lucra e si specula anche sulla malattia, sul dolore, sulla paura della morte.
La materia più comunemente usata per fare is fatturas, qualunque ne sia lo scopo, è il simulacro della persona che si vuole affatturare. Con l'avvento della tecnologia, la fotografia è diventata l'immagine ideale per compiere malefici o incantesimi. Da qui la ritrosia, specie nelle fanciulle graziose, di farsi fotografare o dare la propria foto. In passato, e ancora oggi in assenza di foto, venivano e vengono usati rudimentali simulacri umani, pupazzi di una decina di centimetri, con i rudimenti dell'uno o dell'altro sesso, che contengano possibilmente "qualcosa" appartenente alla persona cui è diretta la fattura: brani di pelle, peli o capelli, unghie (ma non sterco o urina, che hanno particolari simbologie e diverso valore d'uso) o anche particelle di capi di abbigliamento, meglio se di biancheria intima, perché sta a contatto di pelle e quindi contiene umori.
Il pupazzo, simulacro della persona da affatturare, può essere fatto con diverso materiale. Molto comune la pala del ficodindia che, si dice, rende molto efficace l'incantesimo o il maleficio; assai usata anche la stoffa avvolta con filo di lana (simile alle bambole di pezza che si fanno da sé le bambine per gioco), oppure due bacchette legate in croce, rivestite di panno. Più rare, quelle modellate in cera, altrove assai diffuse.
Sul simulacro vengono compiuti quegli atti magici che poi si riprodurranno sul vivo, nella persona cui sono diretti. Si trafigge il pupazzo con spilli per provocare dolori artritici, coliche, nevralgie, o malattie negli organi situati nei punti colpiti. Sullo stesso simulacro, si possono recitare incantesimi, ottenendo l'assoggettamento della persona "ammaliata". Di regola, dopo fatta sa fattura, il pupazzo viene nascosto nel cortile o meglio ancora all'interno dell'abitazione della persona che si vuole affatturare. Per chi ha subito una fattura, scoprire il simulacro significa poter ricorrere ai ripari, portandolo da un "buon" fattucchiere, affinché egli abbia una base concreta per sciogliere la stessa fattura.
Is fatturas fatte mediante immagini o simulacro sono quelle più pericolose, perché hanno lo scopo di danneggiare fino a uccidere. Sono anche molto difficili da "sciogliere", tanto più se non si riesce ad individuare chi, a scoprire in che modo e perché l'ha fatta fare. Pertanto, come si diceva, è importante per la persona colpita dal maleficio, ritrovare sa fattura, il pupazzo. E' anche compito, però, di un "buon" fattucchiere indicare, con le proprie arti magiche, il punto dove sa fattura è stata nascosta e raccoglierla, per annullarla con sa contrafattura.
Is fatturas per "ammaliare", che interessano per lo più la sfera dei rapporti affettivi e sessuali vengono compiute molto spesso anche senza simulacro. Frequenti i filtri, che ugualmente prendono il nome di fatturas. Si preparano in ore canoniche, specie la mezzanotte, in armonia con le fasi lunari e con il tempo metereologico (pioggia e vento hanno la loro influenza), con i più disparati ingredienti. Se si vuole fare innamorare una fanciulla che si mostra indifferente, tre gocce del proprio sangue in un beveraggio che poi le si farà bere, sveglieranno il suo interesse sentimentale come se ferita dal mitico strale di Cupido. Viceversa, se è un ragazzo che si vuol fare innamorare, la fanciulla vogliosa renderà efficace il filtro diluendo nel beveraggio tre gocce del proprio sangue mestruale (che non deve essere secco ma immesso allo stato fluido) o usando particelle del proprio corpo, quali capelli, peli del pube e delle ascelle, finemente triturati, da somministrare al maschio concupito. Normalmente il filtro d'amore si versa nel caffè o nel rosolio o in vino - bevande tradizionalmente offerte all'ospite. I filtri vengono spesso "rafforzati" mediante brebus, parole magiche, specifiche per "incatenare".
Ugualmente numerose sono is fatturas che vengono fatte per erotizzare o per rendere impotenti, lui o lei. I casi di impotenza, secondo la scienza medica popolare, sono per lo più dovuti all'influsso di segno negativo (o maligno), non tanto di spiriti quanto di persone gelose o malvagie. Un innamorato respinto o una suocera gelosa della nuora sono i maggiori indiziati nel caso di una impotenza che colpisca uno sposo novello. Egli è vittima di fattura; e per ridiventare potente dovrà fare ricorso alle arti magiche di una "luminare" del settore. Ma non sarà mai lui, l'impotente, ad andare dalla "guaritrice" per esporre il proprio caso; sarà invece la moglie, o altra donna di famiglia (madre, zia materna o sorella maggiore), che si occuperà della faccenda, dando tutti gli elementi conoscitivi per il buon andamento della contrafattura.
Nel campo della sessualità si annoverano anche speciali mexinas, terapie più che fatturas, in qualche modo legate alla magia, seppure a base di erbe stimolanti. Lo scopo delle mexinas destinate al maschio è di erotizzare, in particolare di rendere più efficiente il membro. Un problema che non si pone per la femmina in quanto - si dice - lei non ha problemi di erezione e non ha un orgasmo da raggiungere. Le mexinas rivolte alla femmina hanno per scopo la fecondità. La sposa che dopo un anno di matrimonio non resta incinta se ne preoccupa. Per scrupolo di credente si rivolge con preghiere ed offerte a sante che furono prolifiche e che sovrintendono in qualche modo alla filiazione. Non ottenendo alcun esito positivo, si reca allora dalla fattucchiera-guaritrice che conosce le arti magiche per rendere fertili le donne maritate - così come conosce le arti per evitare alle nubili "che ci sono cascate" gravidanze indesiderate.
Per inciso: sono le donne ad avere il monopolio nel fare e nello sciogliere le fatture; ma - si dice - anche i preti ne hanno il potere. Sul tema di preti che fanno fatture, quasi sempre per difendere il loro patrimonio dai ladri o per punire atti sacrileghi, si raccontano numerosi casi nella novellistica popolare che si tramanda oralmente (un genere che è detto in sardo contus de forredda, favole da focolare).


SU SCRITTU
LO SCRITTO

Su scrittu, lo scritto, usato come strumento magico, ha diversi poteri, per lo più di tenere lontani i pericoli da chi lo indossa, ma anche di tenere "legata" la persona alla quale si dona (come amuleto, e per portare fortuna, con valore talismanico, se portato indosso) - ma può anche essere appeso alla porta di casa o a una parete nel suo interno. Abbiamo numerosi esempi di moderni scrittus di cui esiste un fiorente mercato, consistenti in quadretti o tovagliette o ceramiche o legni dove sono scritti versetti sacri o sagge massime, che riempiono le case contadine di paesi come l'Ungheria o la Baviera.
Su scrittu è anche usato nella magia nera, come fattura, per colpire e distruggere un nemico. In questo caso, su scrittu, consistente in terribili e misteriose invettive, avvolge una ciocca di capelli della persona da affatturare; e dopo essere stato abrebau, reso ancora più micidiale con ulteriori maledizioni verbali, viene gettato, talvolta in modo sfrontato, tal'altra nascostamente nel cortile della vittima designata.
Nel secolo scorso e ancora all'inizio del nostro secolo, is iscrittus magici erano assai comuni. I sacerdoti cattolici - a quanto si apprende di documenti del periodo - avevano dato vita a un fiorente commercio di scrittus, che la gente acquistava come amuleti e talismani, nel tentativo di proteggersi dalle mille difficoltà di carattere economico e richiamare un po' di fortuna. Vi erano sacerdoti e frati - scrive il Bechi citandone uno famoso - i cui scrittus erano ritenuti particolarmente efficaci; tanto che ad essi di rivolgevano latitanti e banditi per ottenere uno scrittu specifico capace di fermare le palle dei carabinieri.
Su scrittu scaramantico e nel contempo talismanico consiste normalmente in un pezzetto di carta in cui sono incisi segni cabalistici, parole in latino o versetti sacri, con aggiunta di reliquie di santi, di sostanze benedette, quali incenso, palma, olivo; il tutto racchiuso in un sacchettino di pelle o di stoffa, da appendersi al collo mediante correggia o nastro, a contatto di pelle. Assai usate come scrittu le immaginette benedette che frati e preti sogliono distribuire ai fedeli in cambio di offerte in denaro o in generi alimentari.


SU SPUDU
LO SPUTO

Su spudu, lo sputo, ha numerosi significati e poteri magici e terapeutici. Così come ogni parte che si stacca dal nostro corpo può essere usata da altri contro di noi, le stesse parti possono essere usate da noi per imporre ad altri "la nostra presenza", la nostra volontà, il nostro dominio. Ciò in base al principio magico (e se vogliamo scientifico) che la parte è consustanziale al tutto, e che influendo la parte si influenza l'insieme, oppure agendo con la parte si agisce con la forza dell'insieme. Mettere una goccia del nostro sangue in un infuso da far bere alla donna desiderata ha il valore di entrare in lei "sostanzialmente", di poterla dominare mediante quella parte "nobile" e "attiva" di noi.
Nella medicina popolare lo sputo entra in diversi riti terapeutici. Per esempio in s'affumentu, il suffumigio per guarire dagli spaventi, in cui la guaritrice, al termine del rito, sputa sulla testa del paziente per tre volte, accennando con il capo a tre segni di croce.
Comunissima l'usanza di mettere un po' di saliva (prendendola dalla lingua con la punta dell'indice) sotto il mento di chi ha preso uno spavento. Tale atto viene anche compiuto da sé, su sé stessi da adulti; ai piccoli viene fatto dai genitori o da adulti presenti al fatto traumatico.

Tra le superstizioni dei Sardi - scrive il Domenech - "ve ne sono anche assai buffe. Quello di sputare contro gli oggetti di cattivo augurio è d'una ingenuità sorprendente e vecchia quanto il mondo. Ecco su questa usanza alcuni particolari puerili ma curiosi.
Allorché un fanciullo stride coi denti, stravolge gli occhi, si rotola in terra, tormentato da convulsioni, la madre gli sputa subito sulla faccia, poi gli fa il segno della croce sulla persona. Se uno guarda un bambino con molta attenzione, con lo sguardo fisso, e nell'accarezzarlo fa i suoi elogi, non appena se ne va, la madre sputa dietro le spalle dell'imprudente adulatore e sulla faccia del figliolo.
Questa superstizione sembra che esista anche nella Spagna, se si deve credere al piacevole autore delle "Novelle Andaluse", giacché su Paz y Luz, Fernando Caballero fa dire a Juana: "Non si deve mai guardare un fanciullo senza benedirlo… Si dice che faccia male al fanciullo, il guardarlo a lungo mentre dorme."
Quando i Sardi vanno a visitare un malato, sputano in terra sul limitare della casa, e fanno altrettanto prima di apprestare i rimedi. I pastori sputano sulle pecore e sugli agnelli appena nati. Non pochi cavalieri sputano tre volte nella mangiatoia dei loro cavalli, allorché un passante si diverte a guardarli mangiar l'orzo o l'avena.
Sputare è per il popolo ciò che "le corna" sono per gli Italiani in generale, e pei Napoletani in particolare; un mezzo cioè di allontanare la cattiva sorte, di prevenire o distruggere le cattive influenze. Le superstizioni nascono e s'impongono ordinariamente senza alcun genere di logica; on occorre dunque ricercarne la causa e la ragione. Mi contenterò di citare qualche passo dei libri antichi che ne confermano l'antichità.
Nel libro di Giobbe, come in quello di Isaia, si vede che, allora come oggi, sputare su qualcuno era un segno di spregio; ma nel Libro dei Numeri, lo stesso Dio parla di questo atto come un segno di castigo e di maledizione. Era, poi, secondo il Deuteronòmio, un segno di esecrazione e d'imprecazione: poiché è detto che colui il quale avrebbe rifiutato di sposare la moglie del fratello, morto senza figli, sarebbe condotto da lei alla porta della città, dove, dinanzi agli anziani del popolo, gli toglierebbe i sandali e gli sputerebbe in viso, dicendo: "Così sia fatto all'uomo che non edifica la casa del fratello".
I Cananei, gli Egiziani, gli Etruschi e i Greci, come ancora altri popoli, avevano questo stesso simbolo di disprezzo e di esecrazione. Luciano, nel suo Dialogo dei Morti, nel parlare del mago babilonese Mitrobarzane, dice: "Dopo questo incanto, gli sputò tre volte sulla faccia, si voltò indietro, senza guardare alcuno, ecc.".
I Sardi non sono dunque ridicoli, se hanno ereditato queste curiose superstizioni di cui ignoriamo l'origine e il significato. Essi le subiscono come le hanno subite i loro padri, e sono talmente fermi nelle loro usanze che sarebbe troppo difficile sradicarle."
(Tratto da E. Domenech - Pastori e banditi - 1987)

Domenech è uno dei pochi studiosi che fornisce documentati elementi conoscitivi di comparazione, negli usi e nei costumi, tra il presente in Sardegna e il passato nelle culture pagane di popoli dell'area mediterranea; pertanto facilmente scusabili in lui alcuni luoghi comuni e pregiudizi su aspetti della medicina popolare definiti "superstizioni prive di causa e di ragione".
Molto ci sarebbe da aggiungere (se lo consentisse l'economia di questo lavoro) su "lo sputo" inteso come sostanza vitale e dotata di molteplici virtù terapeutiche, sia nella sfera del fisico che dello psichico, e su "l'atto dello sputare" che quasi sempre non ha, come comunemente si crede, significato di disprezzo, ma più precisamente significati propiziatori e scaramantici.
Lo sputo usato come terapia o propiziazione: sputare sul viso di chi ha preso spavento (spesso sostituito dalla imposizione del dito indice bagnato della propria saliva sulla fronte e più spesso sulla gola di chi ha preso spavento); sputare sul capo del paziente, quando sia affetto da azzichidu (spavento), a conclusione del rito terapeutico detto s'affumentu (suffumigio magico); sputare davanti ai piedi o anche sul viso della persona alla quale è stato liau ogu, che ha subito il malocchio; sputare o umettare con la lingua l'uovo, prima di metterlo a cuocere in su fari rari, nella cenere calda del camino, "perché così facendo non si romperà", sputare o umettare di saliva una ferita per fermare l'emorragia e per evitare l'infezione; umettare di saliva un pane pregiato tracciandovi un segno di croce con le labbra dopo averlo confezionato o prima di metterlo al forno; masticare e insalivare del cibo duro e coriaceo - un atto d'amore della madre al piccolo che ancora non ha i denti. Inumidire con la propria saliva il corpo di chi si ama è proprio dell'atto di baciare: non credo che il bacio tra innamorati, che usa la saliva come ingrediente erotico, sia da considerare una "superstizione" o che possa definirsi atto "privo di causa e di ragione".
Lo sputo usato come scaramanzia, come difesa: sputare dietro persona che si ritiene iettatrice o portatrice di malocchio; sputare su animale pianta oggetto ostili, che ci hanno ferito, per esorcizzarli; sputare per esorcizzare la morte o spiriti demoniaci; sputare allorché si nominano "sa giustizia", "sa forza" (la polizia e i carabinieri), e altre istituzione ritenute demoniache, per esorcizzarle; infine, usare la saliva nella composizione di filtri magici "ammalianti".
A un osservatore superficiale pare che l'atto dello sputare per terra, davanti a sé, sia un segno di disprezzo - come lo sputare in faccia a qualcuno viene ritenuto affronto grave. In effetti, tale atto è originariamente (e continua a conservare lo stesso segno nell'uso popolare) un rito scaramantico, esorcizzante. Cioè a dire, lo sputo è ritenuto un potente talismano che tiene lontane le forze del male. Si sputa "su" e "per" qualcosa che si teme, che è bene tenere lontano. Da qui, appunto, l'uso popolare di sputare per terra quando si nomina la "giustizia" o quando si vede passare qualcuno che la rappresenta. Ed se è vero che taluno è stato incriminato per "oltraggio a pubblico ufficiale", avendo sputato alla vista di un poliziotto, è anche vero che condannandolo si è dimostrata una buona dose di ignoranza nel costume (e quindi nei significati) della gente. Alla quale non può essere negato il diritto di difendersi con gesti scaramantici (e pertanto nonviolenti) da chi è provato che "porta male" - sia che si sputi, alla sarda, o che si tocchi ferro o parti intime, all'italiana, o si facciano le corna, alla napoletana, o che si facciano le fiche, secondo l'antico costume greco e romano, o che infine si reciti una Ave Maria o altro scongiuro di tipo "culto", diffuso dalla casta sacerdotale, quale il medioevale sator arepo tenet opera rotas, che come l'abacadabra si dice buono non solo per esorcizzare un nemico, ma anche come scrittu per ammaliare fanciulle.
Curiosa l'usanza - molto diffusa tra i fanciulli, che certamente l'hanno ripresa dagli adulti, presso i quali per altro è in disuso - di lanciare a un nemico la propria sfida tracciando una linea per terra, sputando ed esclamando: "Marrano, se salti questo segno!" Saltare "quella" linea significa invadere i confini di un territorio che appartiene ad altri, e comporta, come d'uso, la guerra. Remo è morto ucciso dal fratello Romolo per avere osato saltare un segno di confine, seguendo un rito bellicoso non dissimile da quello ancora diffuso tra i nostri ragazzini di scuola - con conseguenze per fortuna meno cruente: dato luogo alla singolare disfida, se le suonano di santa ragione.
Normalmente - ma direi meglio spontaneamente - la saliva viene usata per curare le ferite - come d'altronde fanno istintivamente anche gli animali. Una sbucciatura al ginocchio, in un ragazzo che cade, viene prontamente curata umettandola con saliva: applicata con le dita o con una leccata. E' l'unico modo possibile di proteggere una ferita, quando ci si trova in campagna, in assenza di acqua per detergere e di disinfettanti per evitare l'infezione.
Inutile dire che la scienza medica, seppure di malavoglia, ha finito per scoprire le proprietà coagulanti e antisettiche della saliva - quasi si sentisse il bisogno di dare una giustificazione razionale a un fatto naturale.
Anche l'urina - per la gente di campagna - è considerata un buon disinfettante. Pisciare su una ferita anche grave, in attesa di cure più idonee, per lo più a base di erbe, che verranno effettuate in paese dalla guaritrice, è uso comune per chi lavora in campagna, e non è abbastanza "evoluto" da potersi permettere la cassetta del pronto soccorso. Non è il caso di ricordare le usanze esquimesi, i quali, come si sa, usavano lavare il neonato con l'urina calda dei genitori, prima di spalmarlo di grasso.
Anche le feci appena emesse di alcuni uccelli sono considerati buoni medicamenti per lievi ferite o per curare l'acne giovanile. Mi è accaduto di frequente vedere una massaia correre ad attingere con un dito allo sterco di gallina ancora caldo, per ungerlo sopra una ferita o sul viso proprio o di una fanciulla - per fare la pelle morbida vellutata.
Dei ragni, invece, viene usata la tela - considerata un ottimo emostatico. Quando una ferita sanguina e non si riesce a fermarne l'emorragia, le donne che assistono l'infortunato prendono una tela di ragno, il più possibile fitta, e la applicano, ottenendo buoni risultati. Anche qui,la scienza interviene per dire che sì, la ragnatela ha proprietà emostatiche. E c'è perfino chi aggiunge che deve esistere una certa affinità tra la ragnatela e la tunica reticolare (l'omento) che avvolge gli intestini, appunto con la funzione di fermare eventuali emorragie interne. Sta di fatto che sa nappa de aragna, la tela di ragno, di cui vi è abbondanza nei buchi dei muri di mattoni di fango dei nostri cortili, risponde egregiamente al compito per cui viene usata. Ed è estraneo a questo scritto sia la presunzione di chi guarda con sufficienza alla medicina popolare (salvo poi a ricorrere, essi stessi, come tanti di mia conoscenza, alle cure delle "fattucchiere", quando la medicina ufficiale non è riuscita a cavare il classico ragno dal buco); sia il tentativo di trovare basi scientifiche e razionali alla materia e ai riti della stessa medicina popolare, nel tentativo di affibiarle una dimensione moderna e civile - della quale il popolo, in verità, non sa che farsene.


IS OSSUS DE MORTU
LE OSSA DEI MORTI

Dai tempi preistorici, ossa di umani e ossi di animali hanno rivestito un ruolo importante nella preparazione di amuleti e talismani, nella terapia di molte malattie, nella esecuzione di riti magico-religiosi.
Nella economia dell'uomo primitivo, gli ossi di animali hanno fornito la materia prima per la fabbricazione di utensili e armi. Per la loro durezza, resistenza e duttilità potevano essere lavorati e trasformati in attrezzi acuminati o taglienti, e alcuni, sezionati, trasformati in rondelle decorative - per ottenere ciondoli o collane e bracciali, che, per gli attributi propri dell'animale cui l'osso apparteneva, diventavano talismani o amuleti specifici.
I sacri testi della mitologia greca ed ebraica dicono che le mascelle di leone e di asino, se impugnate da un eroe, costituiscono una formidabile arma da combattimento. Ercole figlio di Zèus e Sansone figlioccio di Jahvé, brandendo tali armi ossee, fanno strage di nemici.
Difficile che nei filtri e beveraggi magici terapeutici o ammalianti non entrino componenti ossee di un animale o di un altro, secondo l'uso che se ne vuol fare.
Per legge di "affinità" o di "simpatia" o anche per quella "dei simili che si elidono a vicenda", particelle ossee di animali forti "danno forza", se virili, "danno virilità", se astuti "danno astuzia", tanto se ingeriti che tenuti addosso. L'itterizia, che ingiallisce l'incarnato, si cura con infusi a base di erbe gialle; l'impotenza maschile si cura mangiando testicoli di maschi potenti, quali il toro e il gallo; la morte si esorcizza indossando scaramanticamente parti del corpo di un morto o di suoi indumenti o della sua bara; infine, particelle corporali di un malato hanno il potere di tenere lontana "quella" malattia.
Nella storia della magia, le ossa dei morti non sono meno usate degli ossi degli animali. Il culto dei Morti nei Cristiani si risolve per lo più in esposizione in appositi santuari di lugubri residui ossei, costituiti talvolta da corpi mummificati, mucchi di tibie, crani. Presso i Cristiani ha sempre avuto fortuna il commercio di sacre reliquie, costituite da particelle ossee o cenere, usate negli scapolari, come talismani e amuleti, o anche da ingerirsi, con o senza altri ingredienti, come farmaci contro le più diverse malattie.
La Sardegna non fa eccezione a una regola comune in tutto il mondo. Stupisce allora vedere studiosi di etnologia (a ragione definiti colonialisti) arrabattarsi per tentare di dimostrare (attraverso la documentazione dell'uso di teschi e ossa) che presso i Sardi (specie barbaricini) permangono culti barbarici e superstiziosi - da giustificare la presenza armata di civilizzatori.
Eppure a scuola abbiamo appreso di civilissimi monarchi, che andavano a braccetto con venerabili papi, che bevevano nei teschi impreziositi dagli orefici, ottenuti dalle teste di loro temibili nemici debitamente assassinati: un uso di chiaro significato magico-scaramantico. Meno blasfemo il "barbaro" guerriero boscimano, che appende il cranio del nemico, lealmente ucciso in combattimento, sulla parete della capanna - per conservarne le virtù e il valore. Naturalmente senza "malvagità sanguinaria", i civili colonizzatori sabaudi, ancora agli inizi del secolo scorso, usavano in Sardegna mozzare le teste ai popolani ribelli, e appenderle in cima a un palo, "per dare un esempio alle popolazioni" - un macabro rito scaramantico proprio del potere, che così facendo credeva di scongiurare il pericolo di nuove rivolte.
Si scopre dunque in Sardegna (e meno male, anche nell'area del Mezzogiorno) l'usanza popolare di attingere agli ossari, per ricavare dai crani dei morti rondelle da appendersi al collo, come protettivi contro il mal caduco o santo che dir si voglia. E' l'ennesima scoperta dell'ombrello. Non si è scoperto né insegnato nulla che già non si sapesse - in particolare a quanti nottetempo usano attingere ai depositi di ossa, riservati al culto cristiano, per trarne rotelle magiche con operazione di alta chirurgia.
Che dire allora dell'usanza nazista di ottenere rivestimenti per lampadari dalla pelle conciata dei cadaveri gasati? Perché l'etnologia ufficiale (se non vuole essere chiamata coloniale) non studia e classifica e interpreta i reperti attinenti a tali fatti - espressione del massimo grado di civiltà tecnologica, cui può giungere il capitalismo al potere, in uno dei paesi più evoluti del mondo?

Nota. Ossus de mortu, ossa di morto, vengono chiamati certi dolci tipici del 2 novembre, elaborati a forma di tibia o di pesce. Come tutti i tradizionali dolci dedicati ai Morti, si ottengono con farina impastata con sapa e insaporiti con la cannella. Fatti in casa, venivano anche venduti nelle pasticcerie dei rioni popolari, a Cagliari, per tutto il mese di novembre. Golosa magica memoria della mia fanciullezza cagliaritana, ho ritrovato alcuni anni fa a Pirri is ossus de mortu in alcune pasticcerie; ma anche qui, come a Cagliari, vanno scomparendo.


IS CONCAS A BAGNU / PO FAI PROIRI
LE TESTE A BAGNO / PER LA PIOGGIA

Tra le cerimonie magiche condannate dalla Chiesa come stregonerie, ve ne è una di origine remota: quella di immergere un animale nell'acqua per invocare la pioggia, nei periodi di lunga siccità.
La siccità è in questa Terra uno spietato nemico, che le forze dell'uomo - intente a realizzare opere di rapina - non hanno potuto debellare: neppure le forze tanto tecnologicamente sviluppate del colonizzatore attuale. E così, ciò che trascende l'uomo, che va oltre la sua capacità di comprendere e di dominare, continua a restare nella sfera del magico, del divino, dell'occulto. E trattandosi di un nemico tanto dannoso, non stupisce la quantità e la frequenza di riti per propiziare la pioggia nel mondo contadino e pastorale.
Tra i più singolari riti magici relativi alla siccità (a parte l'attuale riempimento di carte bollate stilati con specifici brebus d'invocazione al competente Assessore regionale per ottenere risarcimenti) si annoverano quelli della immersione nell'acqua di teschi umani e di animali (vivi o morti).
Dell'usanza popolare, diffusa anche fuori dell'Isola, di immergere in acqua un cane morto per propiziare gli dei della pioggia, si ha notizia nella Decisio de superstitione del 1702 - opera che consiste nella elencazione delle superstizioni allora in uso, condannate dalla Congregazione dei Casi; e specificatamente per la Sardegna esistono numerose testimonianze di storici, alcune raccolte dallo scrivente.
Il rito della immersione del cadavere di un cagnolino in una pozza o in un corso d'acqua, è quanto mai simile a quello dell'interramento (sempre di un cucciolo) ai piedi di un albero per renderlo fruttifero (che ho descritto in altra parte di questo lavoro). In ambedue i casi, trattasi certamente di una offerta sacrificale alle divinità ctoniche della fertilità, per propiziarsele.
L'usanza di immergere uno o più teschi umani in acqua (della quale non ho trovato testimonianze dirette) viene descritta da uno studente di Tertenìa (nell'alta Barbagia) al professore Alziator, resa nota nel 1962:

"L'operazione viene eseguita al novilunio da un gruppo di persone in numero dispari (minimo tre massimo sette); il più anziano scende nell'Ossario del cimitero e ne trae uno o più teschi (mai in numero pari), quindi la brigata si reca al più prossimo corso d'acqua per l'immersione…"

Non so fino a che punto la testimonianza di uno studioso accademico possa non essere influenzata dalla conoscenza di descrizioni dello stesso rito fatte da altri ricercatori, dato che è buona norma, nel lavoro di ricerca accademica, l'autenticazione della validità della propria tesi con quelle di precedenti ricercatori "accreditati" dal potere. A mio avviso, la poca credibilità della cerimonia citata, riferita al presente, si fonda anche sulle difficoltà attuali obiettive di accedere "in schiera" nei camposanti, di penetrare negli Ossari e di prelevare teschi.
Certamente, questo e altri consimili riti propiziatori della pioggia dovevano essere diffusi nei tempi andati, e non è difficile vedervi residui di antichi sacrifici, anche umani, offerti alle divinità della Terra provvedenti alla fertilità e all'abbondanza.
Una riprova della diffusione di tali riti magico-religiosi e della loro persistenza fino a tempi moderni, si ha nelle numerose attuali usanze cristiane, di cerimonie organizzate ed effettuate per lo stesso scopo: processioni per la pioggia, con particolari inni sacri, dove il crocefisso levato in alto sulla folla - Agnus Dei qui tollit peccata mundi - è la vittima sacrificale, l'offerta "privilegiata", umana, per placare l'ira della divinità e propiziarsene la benevolenza; così pure le rituali immersioni di crocefissi e immagini e reliquie di santi nell'acqua benedetta, sostituiscono simbolicamente, nel sacrificio, la originaria vittima umana, poi sostituita dal teschio e infine dal cachorro, dal cagnolino, nel culto popolare.
Mitigati gli antichi costumi cruenti e dato un nuovo valore alla vita umana e animale (parlo di costumi del popolo, non del potere che continua a sacrificare immenso numero di creature nei suoi riti bellici), la vittima umana, il fanciullo, viene sostituita da una vittima animale, il cagnolino; e in parallelo, la vittima vivente viene sostituita da un cadavere o parte di esso. Ma resta inalterata la sostanza magico-religiosa di un rito che risale alle origini della comunità umana.


IS PIPPIUS INTERRAUS BIUS
I BAMBINI SEPOLTI VIVI

"Nelle campagne del centro dell'Isola ho inteso ricordare l'antichissimo costume di nascondere i nemici, seppellendoli in una fossa scavata sotto i muriccioli fatti di sassi uniti senza cemento.
Nel centro della Sardegna ha pur inteso ricordare l'antichissima usanza di seppellire un bambino nell'entratura degli ovili. Si supponeva che in tal modo si riuscisse ad impedire il furto degli armenti. Il costume si è addolcito da secoli e secoli ed ora (così mi fu detto nel Nuorese) al seppellimento di un bambino vivo si sostituisce in qualche regione quello di un cagnolino. Di costumi analoghi si trova traccia del resto in altre parti del mondo."
(Dalla storia della Sardegna del Manno - Vol.II - Cap. XI - Sez. Culti e persistenze religiose)

La descrizione di questa usanza, inserita nel contesto di una valutazione morale e politica dei Barbaricini, discriminati dal resto dei Sardi, non mi sembra attendibile. Intanto, non poggia su alcun documento, e vago è il riferimento a testimoni del suo tempo (a metà del secolo scorso). Infine, questi testimoni sostengono una strana tesi, e cioè quella che l'usanza di seppellire il bimbo è stata da essi sostituita dal seppellimento di un cagnolino, sottintendendo così di aver conosciuto di persona o per sentito dire la prima usanza - che lo stesso Manno riporta a tempi "antichissimi", presumibilmente all'età della pietra (neolitico) o al nuragico (bronzo).
L'animus antibarbaricino del Manno si rileva dalle valutazioni che egli fa seguire alla notizia sopra riportata: "Il secolare isolamento nel quale hanno vissuto gli abitanti delle regioni montuose della Sardegna vi ha mantenuto pressoché inalterati riti e costumi che ricordano i primi stadi della civiltà umana." E' un modo elegante, scomodando l'isolamento, per dire che i Barbaricini sono rimasti "barbari". Ed è sottinteso che devono essere civilizzati. Come, ce lo dice la storia della colonizzazione. A mio avviso (sul tema di "Culti e persistenze religiose"), "l'isolamento" entra assai relativamente. Basta vedere quanto dei riti e dei costumi che risalgono alle origini della società umana permangono in ogni parte del mondo, e in particolare in quelle definite più progredite e più civili, di religione cattolica.
Partendo dall'usanza fenicia, diffusa anche in Sardegna, di offrire in olocausto al dio Moloch fanciulli in tenera età, il "raptus della scoperta" spinge gli studiosi a ricercare, e a trovare, altre forme di sacrifici umani nel pregiudicato mondo nuorese, finendo per trovarne addirittura nell'uscio di casa.
All'usanza di seppellire un cagnolino sull'uscio di casa - usanza riferibile non solo al Nuorese (come fa il Manno) ma a tutta l'Isola e più in particolare al Cagliaritano - fa riferimento un documento arcivescovile del 1715: "… Entierran un cachorro vivo en el lindar de la puerta, luego che nace el niño, para que en virtud de essas diligencias tengan muchos años de vida". Dove il seppellimento del cachorro ha luogo subito dopo la nascita del niño, come auspicio di lunga vita.
Siamo ben lontani dal poter dimostrare l'esistenza dell'uso di seppellire fanciulli vivi davanti all'ingresso di abitazioni o di ovili; né è da ritenersi prova il ritrovamento di resti umani, vicino alle fondazioni di case, poiché nelle tradizioni funerarie sarde i cadaveri venivano conservati (interrati) nei cortili o nei pressi della abitazione, per essere in un secondo tempo raccolti i resti nelle apposite tombe scavate nella pietra (domus de janas).
Abbiamo invece numerose testimonianze, recenti e anche attuali, sull'uso di seppellire animali, in particolare cani, sia davanti all'uscio di abitazioni e all'ingresso di ovili, sia specialmente ai piedi di alberi da frutto pregiati, coltivati nel cortile di casa, come il limone, per renderli più fruttiferi. In verità, le testimonianze raccolte da me nei Campidani, oristanese e cagliaritano, non fanno mai riferimento al seppellimento di un cucciolo vivo, e specificano sempre che tale costume si pratica soltanto per gli alberi, in particolare agrumi, quando non danno frutto per cause non spiegabili razionalmente e che quindi si suppongono dovute a magia (malocchio).


IS PIPPIUS ARRUSTU
I BAMBINI ARROSTO

Sacrificare bambini alla divinità, per propiziarsene i favori, si dice che fosse usanza religiosa diffusa nelle comunità antiche nell'area del Mediterraneo e nell'Asia Minore, e in special modo tra i Fenici e i Sardi. C'è chi, come fa il Domenech (studioso "non scientifico" del costume isolano), ha ironizzato sul costume di arrostire i piccoli in appositi forni sacrificali (i cosiddetti Tophet), preferendo l'altro costume degli indigeni, di arrostire tra i sassi di focolari campestri agnelli, capretti e porchetti. Costume, quest'ultimo, che ancora persiste - fintantoché il processo di degradazione dell'ambiente, innescato dalla civiltà del petrolio e del nucleare, ci consentirà di tenere in vita, con noi, tali saporite bestiole sacrificali.
Cedo sull'argomento la parola al Domenech, il quale scrive:

"Si sa che Moloch aveva un gusto particolare per le vergini e i fanciulli arrostiti. Questo dio, per quanto propriamente ammonita (Ammoniti, seguaci del dio Ammon, rivale del dio degli Ebrei - ndr) aveva dei sosia da Cartagine fino alla Persia. In fatto di religione, possiamo osservare che gli uomini si copiano molto e che inventano ben poco.
Gli Ammoniti avevano due modi d'onorare e di placare questa mostruosa divinità. Essi l'onoravano "iniziando" ai suoi misteri i loro figli e figlie, facendoli cioè passare attraverso le fiamme dei grandi fuochi accesi davanti al suo idolo; ciò che il profeta Geremia chiama "initiare filios et filias Moloch" (…). Si placava questo dio barbaro, sacrificandogli in olocausto i fanciulli, che facevano bruciar vivi. Geremia lo dice chiaramente: "Ed essi hanno costruito in alto luogo a Baal, per bruciare col fuoco i loro figli e le figlie e farne olocausto… (…). Questa barbarie è scomunicata da Dio in questo modo: - Tu dirai ai figli di Israele: Chiunque dei figli d'Israele, o degli stranieri che vivono in Israele, darà dei figli a Moloch, sarà punito di morte, il popolo del paese lo lapiderà". (…).
Io credo che questo culto avrebbe avuto minor successo e meno seguaci se si fossero obbligati i padri e le madri a bruciarsi al posto dei figli, quando volevano sacrificare a Moloch. Questa innovazione sarebbe stata senza dubbio male accolta, soprattutto in una regione dove i fanciulli pullulavano.
Il passaggio del fuoco si faceva, secondo certi dotti che sanno ogni cosa, col far passare il fanciullo nello spazio dei due fuochi posti uno accanto all'altro. Secondo altri, non meno sapienti dei primi, il fanciullo veniva posto a sedere su una grata, appesa con due catene alla volta del tempio, poi lanciato attraverso le fiamme. Sarà stata questa grata, per caso, a dar l'idea dell'altalena? Una terza categoria di sapienti, ancora più dotta delle precedenti, sostiene che i fanciulli saltavano dalle braccia di un sacerdote in quelle di un altro sacerdote, passando attraverso le fiamme d'un fuoco acceso tra i due ministri del dio Moloch. L'ultima categoria di dotti che si sono occupati di queste quisquilie storiche assicura che non si conosce affatto come avvenisse questo passaggio del fuoco. Ed è anche la mia opinione.
Il modo di arrostire queste disgraziate creaturine è del pari controverso; ma poiché in Sardegna non li arrostiscono più nemmeno nei luoghi dove esistono ancora i fuochi di San Giovanni, lascio d'accennare alla controversia.
Eusebio, che ci ha fatto una descrizione minuziosa di Moloch dei Fenici, ci assicura che il fanciulla veniva seduto o coricato nelle mani aperte dell'idolo di bronzo riscaldato ininterrottamente; allorché il calore del metallo cominciava a far soffrire il povero fanciullo egli gridava e s'agitava finché uno dei suoi movimenti lo faceva cadere in un braciere ardente situato ai piedi della statua, nel quale il corpo si consumava istantaneamente.
Diverse copie piccole di quest'idolo descritto da Eusebio sono state scoperte in Sardegna; ciò fa pensare che il culto del Moloch fenicio sia stato in vigore fra i Sardi. Di questo orribile culto essi hanno conservato le iniziazioni al fuoco, senza dubbio alcuno sulla loro origine.
Al giungere della primavere s'accendono grandi fuochi sulle piazze e nei crocevia dei villaggi, e allorché la fiamma è maggiormente ampia, i fanciulli la saltano a piedi nudi, come ho veduto fare per San Giovanni in Catalogna e nel Mezzogiorno della Francia".
(Tratto da Emanuel Domenech - Pastori e banditi - Cap. IX Il passaggio sul fuoco e il modo di arrostire i fanciulli - 1867)


CONTRAMAZZINAS, PUNGAS e ITIFALLUS
AMULETI E TALISMANI

Si fa confusione talvolta tra i termini di amuleto e talismano, per la non univoca funzione di certi simboli, e anche perché con il mutare della società nei tempi si sono modificati i valori originari dei simboli.
L'amuleto indica qualunque elemento che possiede il potere di tenere lontano il male. Il talismano invece indica qualunque elemento che ha il potere di attrarre il bene. In altre parole, l'amuleto è un preservativo; mentre il talismano è un portafortuna.
Ci sono elementi, come le reliquie dei santi o i cornetti, che hanno doppia funzione: preservano dal male e dal malocchio e allo stesso tempo portano bene e salute.

Is contramazzinas, letteralmente "contro-magie", indicano in genere gli amuleti. Sono numerose e hanno il potere di allontanare ogni genere di maleficio dalle persone che le indossano. Sa contramazzina, l'amuleto, deve essere indossata a contatto di pelle, perché sia efficace, e non di rado il suo potere magico aumenta se viene applicato sul corpo della persona da proteggere dal fattucchiere che lo ha preparato. Vi sono contramazzinas specifiche per preservare il malocchio, come il fiocco verde o un pezzo di corno di cervo; o come is iscrittus, gli scritti, per preservare dall'incorrere nella giustizia o da una morte violenta; o come denti o altre reliquie di morti (meglio se santi) per preservare da certe malattie.
Tra gli amuleti più popolari, su froccu birdi, il fiocco verde, di seta, cotone o lana, legato intorno al polso dei bambini e al collo delle fanciulle, alle zampe o al collo degli animali da cortile, e perfino applicato ai mobili della "camera bella", la stanza dove si ricevono gli ospiti; su pinnadeddu, un dischetto forato ottenuto sezionando un corno di cervo, debitamente fatato da un fattucchiere mediante brebus, parole rituali, recitati in una notte di plenilunio; diverse pietre dure e corallo, appesi al collo o al polso (talvolta veri e propri oggetti di gioielleria, elaborati in filigrana d'oro e d'argento); is buttonis, i bottoni, tipici dell'antico abbigliamento dei Sardi, in filigrana d'oro o d'argento, consistono in una sferetta che ha un gancetto per essere fermato con il filo alla stoffa, e dalla parte opposta una protuberanza (talvolta una granata o altra pietra dura), configurando chiaramente una mammella con capezzolo eretto.

Is buttonis del costume sardo si applicano di solito in coppia (simili ai gemelli) nel colletto e nei polsini della camicia. Simbolo della maternità, hanno valore talismanico, portatori di fertilità e benessere. Su buttoni, portato singolarmente come pendente, specie se appeso a nastro verde, è un amuleto particolarmente efficace contro il malocchio e alcune fatture.

Is pungas, i talismani, è vocabolo che i Campidanesi hanno ripreso dai Logudoresi. Indicano qualunque elemento che porta fortuna, salute, benessere.
Is pungas più diffuse sono is iscrittus, che consistono in un pezzo di pergamena o di carta o di stoffa su cui sono scritte parole magiche o immagini o simboli sacri, racchiuso in un sacchetto di pelle o di panno, da appendersi al collo e da tenere a contatto di pelle.
Questo talismano viene sempre più sostituito da quelli messi in commercio dalla Chiesa, detti volgarmente is iscapularius, gli scapolari (dall'uso di portarli doppi, a bisaccia, uno davanti sul petto e l'altro dietro, tra le scapole), che si dice contengono immagini di santi con preghierine scritte o reliquie di santi martirizzati dai pagani.
La funzione di is iscrittus, come quella degli scapolari cattolici, è principalmente quella talismanica "di portar bene", ma preservano anche dal maligno, dagli influssi negativi.
In passato - come in altri popoli del Mediterraneo - un talismano comune consisteva nella rappresentazione, in miniatura, del sesso, maschile o femminile, o ambedue uniti come nella manufica (di cui si parla in altra parte di questo capitolo). Il sesso, simbolo di fertilità e di benessere, nelle due diverse rappresentazioni, era considerato il talismano per antonomasia.

S'itifallu, termine comune all'italiano antico, deriva dal latino ithyphallus, a sua volta ripreso dal greco euthys, eretto, e phallos, pene, indica un talismano diffusissimo nell'antichità, raffigurante un fallo in erezione, in osso o corallo o pietra o anche in metallo prezioso, che veniva portato come ciondolo alla vita, al collo o al polso.
Scrive il Battaglia, nel suo dizionario:
 
"Itifallo, simulacro del fallo in erezione, simbolo della fecondità, che veniva portato in processione durante le feste in onore di Dionìsio, dette fallophorie. Anche le cerimonie, i canti e le danze che accompagnavano questa processione."

Itifalli erano pure detti gli uomini che nei baccanali si mascheravano da fauni e satiri, recando un fallo appeso alla cintola; così pure venivano chiamati i pani di forma cilindrica, preparati in occasione delle feste in onore di Dionìsio, il cui ricordo dura nelle forme che si danno ancora oggi a certi pani, detti "bastoni", e nelle "offelle", pasticcini usati dagli auguri nell'antica Roma - gli stessi che si gettavano in pasto a Cerbero per placarlo.
Infine, D'Alberti scrive:

"Itifallo, sorta di amuleto che gli antichi portavano appeso al collo come preservativo delle malattie e degli altrui cattivi disegni".

Per D'Alberti, amuleto e non talismano. E' probabile che usi il termine antichi riferendosi a gente vissuta qualche generazione prima della sua, e non invece ai popoli dell'antichità, di religione pagana - i quali, come si è visto, davano a questo simbolo esclusivamente valore talismanico.


IS INGESTUS
I GESTI

In una società come la nostra, che si definisce razionale e scientifica, si dovrebbe supporre che amuleti e talismani, scongiuri e gesti scaramantici siano ormai soltanto un ricordo di tempi lontani e bui - sono invece ancora diffusi, e attualmente in rialzo. E' la prova che "scientificità" e "razionalità" sono soltanto la facciata di un edificio, nel cui interno l'uomo vive il dramma dell'insicurezza e della paura.
Non interessa in questo lavoro il dato statistico. Ciascuno di noi può facilmente rendersi conto di quanto frequente sia nella gente il ricorso alla preghiera, allo scongiuro, al gesto scaramantico - compiuti spesso nascostamente o in modo apparentemente scherzoso.
Quando si vede qualcosa che "porta male", gatto nero o specchio rotto o carrozza mortuaria o sale versato; quando si pronuncia una parola che evoca pensieri di dolore e di angoscia, come morte o galera o fame; quando si crede che qualcuno parli male di noi o si sospetta che vi sia invidia da parte di qualcuno nei nostri confronti; quando si vuole scongiurare una iettatura, anche soltanto invocata, si ricorre allo scongiuro o al gesto scaramantico o a tutti e due insieme.
Agli scongiuri, ai gesti scaramantici, si aggiungono le preghiere, le invocazioni, i gesti propiziatori, che portano fortuna, che si fanno quando ci si accinge a compiere un'opera significativa, come fare il pane, seminare la terra, potare la vigna, o più modernamente quando ci si siede al tavolo da gioco, ci si cimenta in una gara sportiva o si affronta un esame.
In questa miriade di gesti, scaramantici o propiziatori, il più ricorrente sembra essere quello di farsi il segno della croce - buono per ogni uso. Fare il segno della croce è diventato gesto tanto comune e frequente che accade di vederlo compiere al vecchietto che attraversa la strada, al bambino che ruba la marmellata, alla donna che riceve una confidenza dalla comare, allo studente che viene chiamato all'interrogazione, al distratto che non trova le chiavi di casa, alla fanciulla che ha fatto un brutto sogno, al rapinatore che entra in banca, e nelle più svariate circostanze: quando su strada si supera un'altra auto, quando arriva la la bolletta della luce o della SIP, quando si riunisce il governo per provvedimenti economici, quando si vede un poliziotto… Diciamo la verità: quante volte facciamo la croce o le corna o le fiche, quante volte tocchiamo ferro o le palle, quando suona il campanello di casa perché può essere una comunicazione giudiziaria?

Nota. Il gesto tipico sacerdotale del levare sulla gente la mano (composta con il mignolo e l'anulare chiusi, e il medio, l'indice e il pollice aperti e divaricati), in segno di benedizione o propiziazione, è un gesto che può essere compiuto anche con opposta intenzione. Con lo stesso gesto si può benedire o maledire - in virtù del principio della ambivalenza delle forze della natura, per cui è difficile all'uomo stabilire i confini tra il bene e il male. La storica rivolta anticlericale di Cabras del 1945 mosse da un equivoco gesto della mano compiuto dal vescovo di Oristano sui fedeli: interpretato da questi come un tentativo di dare la maledizione, per attriti sorti tra il parroco e la comunità, si mossero in massa per fermarlo. Il vescovo rischiò il linciaggio.
(Vedasi dell'autore Tempo presente - Cronache di lotte popolari - N. 2 febbraio 1963; e"La rivolta dei pescatori di Cabras" - Marsilio Editori - 1973).


SU FAI IS FICAS
IL FAR LE FICHE

Tra i gesti scaramantici più comuni, specie tra le donne e i fanciulli, è quello detto di fai is ficas, fare le fiche. Consiste nell'allungare il pugno chiuso, mettendo il pollice tra l'indice e il medio.
Tale gesto esprime viva ripugnanza verso persona, animale o cosa, o anche verso parole o supposti pensieri, ha valore scaramantico o di scongiuro, nel senso di allontanare un pericolo o di esorcizzare il maligno evitando i suoi influssi; ha anche, ma più raramente, significato propiziatorio, di buon augurio (equivalente al gesto degli Yankees nel congiungere il pollice e l'indice descrivendo la O dell'okay).
Rispetto ai significati originari del "far le fiche", di carattere positivo, con il passare del tempo, per influssi cristiani, prevalgono i significati negativi. Il gesto, certamente antichissimo, e noto anche agli antichi Romani, è di origine orientale, da cui provenivano talismani di varia fattura, per lo più sotto forma di ciondolo, raffigurante la manufica (una manina di materia anche preziosa, nel gesto appunto di un pugno chiuso con il pollice sporgente tra l'indice e il medio). Dove non è difficile vedere nel pollice il simbolo del fallo, e nelle due dita che lo stringono il simbolo della fica.
Tale gesto, rappresentante l'organo sessuale maschile e femminile nell'atto di congiungersi, non aveva in periodo pre-cristiano alcunché di osceno, ma semplicemente valore talismanico, propiziatorio: costituiva un augurio di fecondità, abbondanza, benessere. Soltanto in tempi storici recenti, dal Medioevo in poi, la manufica o il gesto di fare le fiche diventano di valore scaramantico, dispregiativo: con la funzione di esorcizzare qualcuno o qualcosa di nemico, di disgustoso, di osceno. Con quest'ultimo significato il gesto di far le fiche si è conservato fino a oggi non solo in Sardegna ma anche in Toscana.


IS CORRUS DE BOI
LE CORNA DI BUE

Le corna in genere portano fortuna e insieme preservano dagli influssi maligni. Ricchi di particolari proprietà magiche protettive e beneauguranti sono le corna di bue e di cervo, utilizzate intere o tagliate a rondelle o in frammenti. Privilegiata è la parte finale, la punta che attira su di sé il malocchio evitandolo alla persona che lo indossa. I bucrani, crani di bue forniti da ampie corna, hanno la funzione di segnalare un tabù (una sorta di off-limits) proteggendo meglio del cavalli di frisia ovili, frutteti e seminati. Il bucranio fa sovente bella mostra di sé all'ingresso di chiusi, dove si tengono animali da allevamento, ai margini dei campi coltivati, situato in cima a un palo o tra i rami di un albero. Tengono lontani gli spiriti malvagi, che portano pesti e morie, ladri e danneggiatori del bestiame e delle colture, abigei, volpi, passeri e altre rogne. La difesa del gregge e delle colture, per altro, non è affidata soltanto alle corna e alle doppiette, ma a mexinas consistenti in cerimonie magiche.
La diffusione di corna e cornetti è aumentata in sostituzione degli itifalli, falli eretti, ritenuti osceni e vietati dalla Chiesa. Con l'avvento del Cristianesimo al potere, e particolare con Costanzo II che perseguitò ferocemente riti, usi e costumi del paganesimo, l'industria di fabbricazione di amuleti e talismani, e quindi la pratica di ornarsene, andò quasi scomparendo. Nel Concilio di Costantinopoli del 692 si comminava la scomunica per sei anni a chi fosse stato sorpreso a fabbricare, vendere o indossare amuleti. Una condanna assai più dura della reclusione, dato che allora la scomunica comportava la perdita di ogni diritto civile, compresa la patria potestà, talché lo scomunicato veniva isolato dalla comunità come un appestato e poteva essere per chiunque oggetto di ludibrio.
Le insormontabili difficoltà, per il Cristianesimo al potere, di sradicare nel popolo usi e costumi pagani (sbrigativamente definiti "superstizioni") finirono per convincere i padri della Chiesa a sostituire vecchi amuleti e talismani con altri nuovi o anche più semplicemente battezzando i vecchi, dando cioè loro significati diversi, creando una miriade di ibridi, sovrapponendo simboli cristiani ai simboli pagani.
Gli Illuministi e in particolare Voltaire, hanno criticato gli elementi superstiziosi di cui vive e prospera la chiesa cattolica. Certo è che per tutto il Medioevo fino ai nostri tempi prospera il commercio ed è diffusissimo l'uso di "cose sacre" come amuleti e talismani. Dai frammenti di legno della "vera croce", fino ai bruscoli di terra del "vero sepolcro", con i quali, messi insieme, si sarebbe potuto costruire un grattacielo con relativa mobilia, fino agli scapolari contenenti reliquie di santi cadaveri, con un discutibile gusto del macabro - per non parlare delle "immaginette" con relativi brebus da recitare per esorcizzare il maligno e ottenere indulgenze.
Usi e costumi pagani gettati via dalla finestra sono tranquillamente rientrati dalla porta. La pratica di usare amuleti e talismani per scongiurare i pericoli, per difendersi dagli influssi demoniaci del giudice, del poliziotto, dell'esattore delle tasse, e per propiziarsi pace e benessere, non è meno diffusa oggi che ai tempi della dominazione cartaginese o romana.


IS CUMBESSIAS E SU STERRIMENTU
I RICOVERI SACRI E LO STERNERE TERAPEUTICO

Cumbessia è vocabolo sardo-logudorese indicante un riparo rustico, di uso rurale, in aperta campagna. Così pure sono detti cumbessias i ricoveri sacri edificati all'interno del recinto di chiese campestri, dove si svolgono cerimonie civili e religiose. Is cumbessias (talvolta costruzioni in muratura, tal'altra rudimentali tettoie su pali - sempre sistemate a schiera) servono da riparo ai fedeli per tutto il periodo delle feste in cui si celebra il santo (dai tre, ai nove giorni). Tali feste, di frequenza annuale, danno luogo a raduni popolari, dove comunità diverse si incontrano, si confrontano e si arricchiscono con interscambi economici, tecnologici, culturali, e nel contempo partecipano alle manifestazioni religiose, in cui si innestano antichissimi riti magici, legati al culto della Terra.
In un successivo volume, descriverò alcune delle più celebrate feste campestri, che si tengono nell'isola: sagre che costituiscono vere e proprie assemblee nazionali, con forme di rappresentanza "non elettiva" e "non elitaria", ma volontaria e senza limiti di numero, da parte di tutte le comunità che vogliono parteciparvi. In questo paragrafo esaminerò, senza inutili approfondimenti specialistici, su sterrimentu, (dal latino sternere, adagiarsi sulla terra nuda), un rito terapeutico, individuale o collettivo, legato al culto di alcuni santi.
Is cumbessias, ossia i ripari annessi alle chiese di campagna, secondo alcuni studiosi sarebbero il luogo dove ancora oggi viene praticata l'incubatio (in sardo su sterrimentu), espressione di antichi culti della terra, per propiziarsi le sue misteriose e potenti forze.
L'incubatio ( su sterrimentu ), in italiano lo sternere, o più semplicemente lo sdraiarsi per terra) consiste in un rituale contatto con la Terra, per fini divinatori (mediante il sogno), propiziatori (mediante un rimettersi alla volontà delle forze della Natura), e terapeutici, (mediante il contatto di tutto il corpo con la Grande Madre Guaritrice).
Si ha l'impressione che, da parte degli studiosi di etnologia coloniale, ci sia una forzatura nel voler attribuire significati magico-religiosi e vedere tracce di arcaici riti ctonici in un atto come quello di sdraiarsi (per terra quando non c'è altro) per ritemprarsi dalla fatica o per dormire il sonno dei giusti.
Credo che si possa fare riferimento ad antichi riti di culti ctonici, limitando l'esame ad alcuni casi di incubatio o sterrimentu, eseguiti con intenti chiaramente propiziatori e terapeutici.
Appare anche forzata la definizione che certi studiosi danno delle cumbessias, come "luogo elettivo per la pratica della incubatio", per il semplice fatto che la gente vi si corica dentro in occasione delle feste. Is cumbessias sono principalmente ripari, tettoie, dove i fedeli possono soddisfare necessità fisiologiche, come quella di stendersi e dormire, o ripararsi dalle intemperie, indipendentemente dai significati che si vogliono loro appiccicare. Oppure dovremmo allargare l'attribuzione del rito della incubatio a tutti i popoli del mondo che ancora oggi, non possedendo un letto, dormono per terra.
Su sterrimentu, l'atto dello sternere, l'incubatio propiziatoria e terapeutica, è attualmente praticato nei culti cattolici. Ho un personale ricordo di incubatio, cui fui sottoposto da bambino, in una nicchia della cella del venerabile santo Fra' Ignazio da Làconi, nel santuario a lui dedicato, in Cagliari. I miei genitori mi ci portarono nella speranza di ottenere la guarigione di un male che, mi aveva colpito in tenera età. Mi distesero sul pavimento della nicchia, nella cella del Santo frate miracoloso, recitando non so quali preghiere e invocazioni. E non ero il solo, quel giorno. Vi si affollava, in attesa del proprio turno, gran numero di pellegrini di ogni età, giunti da ogni parte dell'isola, per fare su sterrimentu, sdraiandosi o facendosi sdraiare in quel sacro ruolo, al fine di ottenere chissà quale grazia.
Un altro singolare rito terapeutico, proprio dell'Oristanese ma in via di estinzione, che è correlato alla incubatio, al magico contatto corporeo con la terra, è quello detto s'imbrusciadura (che ho scoperto a Cabras nel 1960 e descritto più volte). S'imbrusciadura consiste nell'atto di adagiarsi per terra avvoltolandosi (come usano fare certi animali, cavalli e cani in specie, per cause a noi ignote). E' un atto rituale terapeutico che compie chi ha preso azzicchidu, spavento, esattamente nel luogo dove si è azziccau, spaventato. Il trauma di cui si è portatori si scarica così sulla terra. Sempre a Cabras, in occasione della processione e delle solenni cerimonie del Corpus Domini, ho avuto occasione di assistere al rito collettivo di s'imbrusciadura, che si compie sul pavimento di una delle cappelle dopo la benedizione con il Santissimo.
Di rilevante valore magico-propiziatorio sono infine alcune usanze relative alla nascita e alla morte, legate all'antico culto della Terra, simboleggiata dalla Dea Madre. Il nascere e il morire, i due momenti più significativi e più misteriosi della vita, "dovevano" essere compiuti per terra, affinché si svolgessero "bene". Fino a tempi recenti, nei nostri villaggi, la donna gravida, al momento di partorire, veniva adagiata sopra una stuoia per terra, davanti al camino, nel convincimento che ciò avrebbe facilitato la nascita. Così pure l'usanza di deporre il moribondo sul pavimento, al fine di facilitarne il trapasso, di favorirne il reintegramento nel magico grembo della Dea Madre, da cui tutto ha origine.
L'incubatio, su sterrimentu, ovvero il distendersi in luoghi sacri è, fra i riti ripresi dal paganesimo, l'atto che più frequentemente si compie nelle cerimonie religiose cattoliche. Vi rientrano il prosternarsi del sacerdote per baciare o toccare con le palme delle mani il pavimento degli altari e l'inginocchiarsi e talvolta il prostrarsi dei fedeli nel tempio in alcuni momenti cerimoniali di particolare significato.
Sta di fatto che all'interno di chiese o di sacri recinti vi sono appositi luoghi riservati all'incubatio. E non di rado, nel caso della Sardegna, tali chiese, tali recinti e tali luoghi (oggi dedicati a santi e madonne) erano anticamente dedicati al culto di divinità pagane. Si tratta di disinvolte operazioni di plagio: chiese riedificate su templi pagani; simulacri di divinità ctoniche ribattezzate con nomi cristiani; cripte e loculi o aree sacre in cui si svolgevano sterrimentus, invocando divinità pagane, vedono oggi uguali sterrimentus, individuali o collettivi, con invocazioni rivolte a divinità cattoliche.
Ho citato la cella del santo Fra' Ignazio da Làconi. Ancor più famosa in Sardegna, è la cripta di San Giorgio, in Suèlli, paese della Marmilla: un santo diventato famoso per le guarigioni che concede a chi pratica l'incubatio. Meno famosa comunque della cripta della Madonna di Lourdes - che ci fornisce un esempio di pratica della incubatio (nonché di altri riti magici terapeutici) su scala industriale e a livello mondiale.
Io credo che il permanere di questa usanza (al di là di ogni speculazione e mercificazione che può farne la Chiesa) dimostri il necessario legame tra l'uomo e la terra, l'insopprimibile esigenza di ogni creatura vivente al contatto fisico, a un rapporto di dipendenza, con la terra - con l'elemento di cui siamo parte ed espressione, da cui siamo nati e a cui torneremo. L'andare scalzi, lo sdraiarsi in un prato o su una spiaggia si dice che "scarica le tensioni". Il contatto corporeo con la terra rappresenta qualcosa di più del liberarsi dell'eccesso di carica bioelettrica. E' un bisogno fisiologico, cui non riesce a sottrarsi neppure l'uomo moderno - il presuntuoso creatore dei computers e della bomba H. Un elementare bisogno che rientra nella sua più vasta e più profonda esigenza di ritrovare un rapporto armonico e sano con la natura.


COSTUMANZE VARIE NELL' ANGIUS

Padre Vittorio Angius (Cagliari 1797 - Torino 1862), autore di numerosi scritti storici, archeologici, geografici e folcloristici, è noto specialmente per aver curato la parte relativa alla Sardegna nel Dizionario geografico storico statistico commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna, pubblicato nel 1853 a Torino, a cura del Casalis.
L'Angius, studioso e conoscitore di cose sarde, dotato di capacità enciclopediche, ha lasciato nel campo del costume religioso interessanti notizie, che qui, a chiusura di capitolo, vengono riportate in parte - precisamente quelle notizie che hanno un riscontro con la realtà attuale, cui se ne possono collegare altre, ignorate o non descritte dallo stesso Angius.
Culto del fuoco. Usanza di accendere falò per la festa di Sant'Antonio del Fuoco e di San Giovanni l'Apostolo. In alcuni paesi il falò consiste nel dar fuoco a un mucchio di erbe aromatiche, in particolare rosmarino, lavanda e timo selvatici. In altri si brucia un gran mucchio di legna di monte che può impiegare più giorni a consumarsi. In altri ancora, il centro del falò è costituito da una quercia secolare cava, detta tuva.
Culto del bosco. Si ha notizia di boschi considerati sacri dalle comunità di quei luoghi - boschi dove il taglio della legna è tabù: "Un'orrenda vendetta (la divinità) si sarebbe presa da chi li avesse violati". Nel caso del bosco sacro di Villanovaforru (oggi Collinas), la divinità propiziatrice che vi dimorava era Nostra Signora, la Tanit della mitologia cristiana.
Veglia sacra. In alcuni paesi dell'Oristanese è fatto obbligo ai maschi della comunità di vegliare nella chiesa durante tutta la notte dei giovedì santo in un singolare ruolo di vestali, per tenere acceso il fuoco sacro costituito dalle candele che ardono attorno al sepolcro di Cristo. I resti non combusti dei lumi (cera e olio), in quanto sacri, si ritiene che abbiano poteri magici, e vengono conservati e usati da fattucchieri e guaritori. Altra veglia rituale è quella che separatamente uomini e donne fanno a Orune e in altri paesi del Nuorese in occasione della Festa dei Morti: i primi si riuniscono nella bettola, dalla mezzanotte all'alba, quando i morti ritornano, quasi a lasciare il paese per una notte in affidamento alle Anime; le donne invece fanno la veglia in casa, intorno a sas mesiccheddas, ai bassi tavoli forati, che contengono sas cheras, i ceri, di misura diversa, ciascuna simboleggiante l'anima di un defunto.
Grotte sacre. Ritenute abitate da divinità o animas o oracoli capaci di divinare passato e futuro; usate specialmente per avere responsi in relazione a furti di bestiame, a smarrimento di oggetti preziosi, a fatti di sangue e vendette, a questioni amorose.
Corpus Domini. Si enumerano diversi riti magici legati alla cerimonia della processione del Corpus Domini. Nella casa dove vi sia stato di recente un morto, poco prima del passaggio della processione, la famiglia appronta un rudimento di catafalco con un tavolo su cui bruciano lumi mortuari, piangendo e attitendi, lamentando, il morto, mentre dalla porta aperta sulla strada si vede passare il sacerdote con il Santissimo. Si ritiene che tale cerimonia faciliti all'anima del defunto l'ingresso in Paradiso, e se si tratta di un ucciso favorisce ai parenti la doverosa vendetta contro l'uccisore. Altrove, come nell'Oristanese, nella stessa occasione, si compie il rito collettivo di s'imbrusciadura, un terapeutico avvoltolarsi per terra per liberarsi dagli spaventi, compiuto sul pavimento di una cappella, appena dopo il passaggio del Santissimo. Presso altre comunità si crede che colui il quale voglia aver notizie sulla morte propria o di altri, deve lasciare per diverse volte la processione, precedendola per vie traverse, e alla nona volta, all'apparire del Santissimo dovrebbe insieme apparirgli l'anima o le anime (compresa la propria) di coloro che moriranno entro l'anno. Altrove, invece, adempiuto tale faticoso compito, ha la possibilità di vedere le anime dei morti, le quali - si dice - seguono a schiera insieme ai vivi il Santissimo nel Corpus Domini. A me viene riferito, in paesi dell'Oristanese, che soltanto un'anima pura, per lo più di fanciullo, può acquistare la virtù magica di vedere i morti, in occasione di questa cerimonia.
Culto di San Giovanni. Nonostante tutto il tempo che hanno a disposizione per evitare gli strafalcioni, non pochi studiosi del folclore religioso fanno confusione tra Giovanni l'Apostolo (l'Adone della mitologia cristiana) e Giovanni Battista, l'eremita fatto decollare da Erode Antipa per compiacere la perfida Erodìade madre della concupita Salomè. Al primo Giovanni si riferiscono numerosi riti ripresi dal culto di Adone nel paganesimo, come su Sant' ''Uanni de Floris, il comparatico dei fiori, talvolta correlato a su nenniri, l'erma (con o senza pupattola), consistente in germogli di grano in una ciotola germinato all'oscuro (e che, in alcuni paesi, viene benedetto in chiesa e quindi sparso in campagna per propiziarsi un buon raccolto). Al secondo Giovanni, il battezzatore decollato, sono legati i riti e le cerimonie magici, specialmente a scopo terapeutico, propri nel paganesimo del culto riservato alle divinità delle acque. L'usanza (che riporto altrove) di immergere nell'acqua un cranio umano per propiziare la pioggia, presenta affinità con l'uso magico dei decollati (teste di santi "martirizzati" o di criminali "giustiziati": il popolo non fa distinzioni morali nel taglio delle teste). Allo stesso santo "battezzatore" sono legate diverse pratiche magiche, di tipo terapeutico o liberatorio, quale quello della immersione collettiva in un corso d'acqua, che si effettuava presso alcune comunità alla mezzanotte della vigilia della festa del santo. Mi viene confidato, da alcune guaritrici, che nei riti terapeutici dove s'aqua abrebada, l'acqua miracolosa, costituisce la sostanza medicamentosa di base, è d'uso invocare Giovanni il santo battezzatore. Tornando all'altro Giovanni, all'apostolo ed evangelista, durante la notte della vigilia del giorno a lui dedicato, in diverse comunità dei Campidani è usanza lasciare all'aperto, nel cortile di casa, una bacinella d'acqua su cui si spargono petali di fiori e foglie di erbe aromatiche, per usare la mattina dopo quest'acqua magica per lavarsi il viso. Usanza propria delle fanciulle che ritengono così di ottenere un viso dalla pelle morbida vellutata - insomma, senza quei brufoletti dai quali la stregoneria moderna, con i suoi unguenti, ricava miliardi.
Culto delle anime decollate. Le reliquie dei corpi dei giustiziati, così come le particelle di strumenti usati per il supplizio (quand'era in uso giustiziare pubblicamente), erano considerate potenti amuleti contro numerosi malanni e formidabili talismani capaci di rendere la vita meno difficile. Ciondoli raffiguranti forche e impiccati sono ancora oggi comunemente usati come portafortuna. E' noto che presso tutti i popoli di cultura occidentale, la corda usata per le impiccagioni costituisce un ambito talismano. Più singolare è il culto, diffuso in alcune regioni dell'Isola, prevalentemente nell'Oristanese, delle anime decollate, con l'aiuto delle quali venivano eseguite pratiche magiche. Tali pratiche, da taluno definite "nefande", di magia nera, avevano particolare efficacia se eseguite nello stesso luogo in cui si era svolta l'esecuzione - sotto la forca, o ai piedi dei pali su cui venivano appese le teste recise dei suppliziati. Trattandosi di anime "criminali" non è difficile intuire quali scopi si prefiggessero gli officianti tali riti: il buon andamento di una rapina, di un furto di bestiame, di una vendetta.
Usanza dell'eutanasia. Abbiamo visto, in altra parte di questo lavoro, come nell'Isola fosse praticata sia l'eutanasia eugenica (l'eliminazione del neonato che presentasse vistose e gravi malformazioni fisiche) che l'eutanasia agonica (la facilitazione del trapasso ai moribondi per evitare una lunga e dolorosa agonia). La testimonianza di padre Angius arricchisce la conoscenza di quest'ultima pratica con la descrizione che segue. "In qualche luogo della Diocesi cagliaritana non sono totalmente perdute certe superstizioni - che una inumana pietà non sa stimare empie - volte ad abbreviare le agonie di un infelice. Levansi via via dalla stanza croci e simulacri e immagini e viene egli spogliato, quando abbiane, degli scapolari sacri di qualche ordine religioso e delle scatolette che abbiano qualche reliquia. Tanto perché? Perché si crede che esse valgano ad impedir l'anima nella partenza e prolungare le sue sofferenze. Ove poi in breve non estinguasi il loro carissimo, si giunge al rimedio che stimano, per efficacia, supremo: sottopongono e adattano alla di lui cervice il giogo di un aratro o di un carro". In altre parole, esauriti i tentativi di ordine magico-religioso (privando il moribondo di ogni sostegno vitale di natura trascendentale), per facilitarne il trapasso, entra in scena s'acabadori o s'acabadora, colui o colei che nella comunità aveva il compito istituzionale di praticare l'eutanasia agonica.

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