Copyright 2019 - Custom text here

Indice articoli

CAPITOLO DECIMO
DALLA STRIGE ALLA STREGA


SA STRIA
LA STREGA

Il termine sardo stria deriva dal latino strix-strigis (greco: strix-strigos) e indica il barbagianni, uccello rapace notturno, cui si dà l'appellativo di allocco. Appartiene alla famiglia dei gufi - divoratori di dannosi roditori ma anche di utili uccelletti, per cui a conti fatti (fatti dall'uomo, si intende), costituiscono più un danno che un beneficio per l'agricoltura e, in senso più ampio, per l'ecologia.
L'antipatia popolare per sa stria o barbagianni non ha però motivazioni utilitaristiche bensì magiche, attribuendo a quel volatile terribili poteri ammalianti, influssi demoniaci e, inoltre, di essere sinistra annunciatrice di morte.
Per la verità, gli attributi demoniaci dati alla strige, nella religione e nella medicina popolare in Sardegna, hanno radici straniere antichissime. I maghi persiani asserivano che succhiasse il sangue ai bambini dormienti, e che il suo cuore posto sul seno di una vergine portasse questa a svelare i propri più intimi pensieri (una sorta di magico siero della verità, specifico per conoscere le voglie libidinose prematrimoniali). Ma furono i Romani principalmente che nell'antichità contribuirono a creare intorno alla strige la fama di uccello funesto, con una sequela di leggende - per altro propalate dal meglio della cultura ufficiale di allora, da Plìnio a Ovidio, da Virgilio a Cicerone a Plàuto.
Per i Romani, la strige è l'incarnazione di tutti i demoni. Queste, alcune delle definizioni che le danno i classici: "E' un mostro notturno che non canta ma piange"; "vista passare sia di giorno che di notte, porta il malaugurio"; "vista di notte in campagna, massime in un bosco, atterrisce anche l'uomo più coraggioso"; "si posa nottetempo sulle culle dei bimbi, per suggere il loro sangue"; "usa avvelenare gli stessi bimbi dando loro da succhiare le sue venefiche poppe"; "ha il potere magico di trasformarsi in una femmina schifosa" (e siamo alla metamorfosi demoniaca che consentirà di criminalizzare la donna "diversa" come "strega"); "ha una origine umana oscura, probabilmente nata da un connubio bestiale"; "può trasformarsi in qualunque animale immondo"; "si ciba di cadaveri che spolpa con il suo acuminato becco"; "la sua apparizione è funesta non soltanto per chi la vede ma per l'intera comunità".
Fin qui i civilissimi Romani, i quali hanno espresso sulla strige molti più concetti di quanto io non ne abbia qui riportati. Va aggiunto che su cucumeu, la civetta, (che per i Sardi, come sa zonca, il gufo, e tutti gli uccelli strigiformi, è considerato di malaugurio) per i Romani era sacro alla dea Minerva, ed effigiato con la dea costituiva l'emblema della città di Atene.
Nella cultura dei Sardi, sa stria, il barbagianni, non ha tutti gli attributi malefici che come abbiamo visto i Romani le affibbiavano. Le restano principalmente gli attributi di essere di malaugurio e di provocare gravi malanni, definibili nel termine striadura, che indica appunto gli effetti sul corpo umano degli influssi malefici della stria o strige. Non mi risulta invece che allo stesso volatile si attribuisca ematofagia, di succhiare cioè sangue umano o di trasformarsi in megera - anche se risulta che alcuni studiosi riferiscono credenze di quel genere, manipolando testimonianze per amore di classicità coloniale, ovvero di voler vedere a tutti i costi reminiscenze greco-romane in tutto ciò che è sardo. Essi, mi pare, fanno confusione tra sa stria, il barbagianni, (che non ha in sardo il significato di strega) con altre figure demoniache mitiche, promiscue come le surbiles, sorta di vampiresse, o decisamente femminili come certe fadas e marias malefiche, che incombono sulle creature innocenti durante il loro sonno notturno.


SA STRIADURA
IL MORBO DELLA STRIGE

Sa stria, la strige sarda, è nota nella medicina popolare principalmente come la causa di quel complesso e misterioso male (più o meno grave e con differenti sintomi) che prende il nome di striadura (che letteralmente si traduce con strigiatura). Striau (che non è traducibile con "stregato", perché in sardo diremmo affatturau o fadau) è colui che ha subito gli effetti malefici della stria, che si è preso una striadura, il morbo della strige. Che - come si diceva - è una vera e propria malattia, con sintomi diversi, così che si può dire che dà luogo a disturbi diversi.
Nella striadura, nel male della strige, vengono compresi i seguenti stati patologici, elencati dal più lieve al più grave: 1) azzicchidu o spavento lieve; 2) spreu o assustru, spavento grave; 3) anemia, caratterizzata da pallore; 4) esaurimento, caratterizzato da mancanza di tono muscolare, svogliatezza, depressione (sintomi tipici anche dal malocchio o di certe fatture); 5) rattrappimento degli arti; 6) l'itterizia; 7) il favismo.
Contro possibili striaduras vi sono mexinas, medicine, di carattere preventivo, giusto il detto mellus a timi' che a provai, meglio temere che provare. Ben più numerose sono invece is mexinas di carattere curativo - specie contro l'ittero, che sembra essere il male più comune della striadura.


MEXINAS DE SA STRIA
TERAPIE DELLA STRIGE

Le terapie preventive variano da paese a paese. Ne cito alcune tra le più note.
Farsi il segno della croce, vedendola o sentendo il suo canto; dormire su un fianco; tenere incrociate nel sonno le gambe o le braccia; dormire in senso trasversale rispetto alla travatura del letto; tenere rovesciato, coi piedi in su, su trebini, il trespolo, del camino; portare apposito scapolare contenente reliquie o immagine di Santa Anastasia; tenere accanto alla porta di casa una falce con la punta rivolta verso l'alto; indossare amuleti con scrittus specifici; recitare al tramonto speciali brebus, scongiuri.
Uno scongiuro in voga nel Campidano di Oristano, a Marrubiu, che va pronunciato quando si vede passare l'infausto uccello, è il seguente:
"Istria istria / chi passas sa bia / chi passas su mari / aundi est binu / aundi est cabi / e ddus ous tundus / chi hant fattu is puddus…" (Strige strige / che passi per la via / che passi per il mare / dove c'è vino / dove c'è cavoli / e due uova rotonde / che han fatto i pulcini…)
Altro scongiuro registrato nel Campidano:
"Istria istria / malaitta sias / malaitta de Deus / no tocchis sanguni allenu / finzas a contai / arena de tres maris / e perdas de tres montis…" (Strige strige / che tu sia maledetta / maledetta da Dio / non toccare sangue altrui / prima di aver contato / sabbia di tre mari / e sassi di tre monti…)
Is mexinas de sa stria, le medicine contro i mali causati dalla strige sono numerose, ma quasi tutte rivolte a combattere il pallore e la spossatezza - ritenuti gravi, in quanto "tipici" della morte. Tali mexinas vanno preparate e assunte con estrema cautela e attenzione, e come per certi prodotti chemioterapici moderni "sotto il diretto controllo della guaritrice". Vediamone qualcuna.
Fai sa cruxi de sa stria, far la croce della strige, con una piuma dello stesso uccello, sul capo del paziente istriau; bere in acqua o nel caffè particelle di piuma di strige e di filo di lino, ambedue bianchi, bruciati; bere uno specifico decotto contenente particelle di cera benedetta in chiesa e di unghie e capelli dello stesso malato; s'affumentu de sa stria, il suffumigio della strige, che si fa mettendo delle braci nel concavo di una tegola e bruciandovi sostanze benedette (cera, incenso, palma, rosmarino) e piuma di strige, facendone aspirare il fumo al malato, mentre si recitano appositi brebus, versetti magici - da qualche parte è d'obbligo l'uso di una tegola presa dal tetto su cui volò o si posò la strige; stessa terapia della precedente, dove alla fine del rito il paziente salta per tre volte la tegola fumigante; fare indossare al paziente una camicia fatta bollire nella liscivia, metterlo a letto, coprirlo abbondantemente affinché sudi, fino a inzuppare la camicia di umore giallo (la sostanza della striadura), far la sauna, con i vapori di una bacinella d'acqua bollente, in cui sono state immerse erbe medicamentose; la radice del lampazzu (romice), assunta sia in decotto, sia tagliata a dischetti e applicati sulla pelle.
In relazione a quest'ultima mexina, è da notare che l'uso di su lampazzu, il romice, per guarire s'istriadura (l'ittero) segue il principio dei simili, "similia similibus curantur", ovvero il principio applicato della antica medicina per cui i simili si respingono e si elidono a vicenda. Infatti, la radice del lampazzu (Lapathum o Rumex patientia, volgarmente detto erba pazienza) è di un giallo intenso, assai simile al giallo dell'itterico. Per altro estratti di romice sono usati nella farmacologia come depurativi, diaforetici e astringenti.
E' anche interessante notare che nella medicina popolare è assai diffusa la cura omeopatica, secondo cui al paziente vanno somministrati, in dosi minime, medicamenti che produrrebbero in un corpo sano sintomi simili a quelli a quelli della malattia che si vuol curare. Nei casi di ittero da favismo (che nella credenza popolare viene attribuito al demoniaco influsso della strige, ma si lega al periodo della fioritura delle fave), vengono usate come terapia, inalazioni di infiorescenze di fave o anche applicazioni di fave sulla pelle.


LA STRIGE DEL PREMIO NOBEL

Grazia Deledda, la narratrice che ebbe il premio Nobel per la letteratura nel 1926, raccolse notizie di tradizione popolare e descrisse minuziosamente una mexina de sa stria, che riporto integralmente.
"Più complicato è il medicamento per l'itterizia. La persona colta da questa semplicissima malattia si crede stregata (istriada). La strige è passata sul suo capo, e a causa del suo influsso malefico - che dà origine alla popolarissima imprecazione "Ti jumpet s'istria!" (Ti attraversi la strige!) - la persona deperisce, si consuma, si restringe e, non curata a tempo, muore.
Una medichessa del popolo la "misura" per accertarsi della malattia. Con un filo di lana (filu 'e litu = filo di liccio - ndr) filato a Nuoro, la misura (sottinteso la malata - ndr) prima dalla sommità del capo alla punta dei piedi, poi dall'estremità del dito medio della mano sinistra fino a quello della mano destra, aperte le braccia il più possibile. Se le due distanze sono uguali non è la malattia della strige ("sa maladia 'e s'istria") che affligge l'inferma; se la malattia, o meglio diremmo il malefizio, c'è, l'altezza della persona malata è inferiore alla sua larghezza. Il filo arriva a metà del dito, o più giù o più su, e quanto più corto è, più avanzata è la malattia.
Il medicamento è questo: la medichessa prende la metà del filo con cui ha misurato la malata, e lo taglia a pezzettini minuti. Indi aggiunge del rosmarino, un pezzetto di cera benedetta, due o tre frantumi di palma pure benedetta e qualche granello di "timanza" (incenso) e un pizzico di piuma di strige bianca, che per solito tiene a provvista. Mancando le piume di strige si adoperano piume bianche e morbide di gallina - ma solo in caso estremo. Si dà fuoco a tutto questo, in una tegola (potendo, in una tegola tenuta appositamente per quest'uso solo), e mentre gli strani specifici fumano, bruciando, la medichessa, piena di fede e concentrata nell'opera sua, prende in mano la tegola e fa con essa un segno di croce sopra il capo del paziente. Poi gliela passa tre volte intorno al collo - indi eseguisce altri otto segni di croce: sull'omero, sul gomito, sul polso e sulla mano; sul fianco, sul ginocchio, sul collo del piede e sul piede. Ciò fatto depone la tegola in terra e recita tre avemaria a Nostra Signora del Rimedio perché il medicamento sia valido. Mentre essa prega, la malata salta tre volte scalza o in calze, traverso la tegola fumante, e in ultimo si scalda i piedi al sacro fuoco e si stropiccia le mani al fumo che se ne esala"
(G. Deledda - Tradizioni popolari di Nuoro - 1893-95)


IS SINNUS DE SA MORTI
I SEGNI DELLA MORTE

Alcuni animali - si dice - hanno il dono di poter vedere la morte, e della sua presenza avvertono l'uomo con particolari segnali. La morte - nella credenza popolare - appare per lo più durante la notte, ma talvolta può anche manifestare la propria presenza durante il giorno. Quando un cane si avvoltola per terra con le zampe per aria, vuol dire che ha visto la morte e ne segnala la vicina presenza.
Durante la notte, sono annunci di morte certi "strani" ululati di cane, o "strani" starnazzare di gallina, o "strani" muggiti di bue. L'animale foriero di morte per antonomasia è sa stria, la strige - che spesso ridotta in macabro amuleto, inchiodata con le ali aperte alla porta di casa, diventa lei stessa efficace difesa contro l'eterna dea dalla larga falce. In una lirica di stupenda fattura e di grande intensità, il poeta Peppino Mereu canta così il presagio della propria morte:

"Titia, ite frittu, ite notte infernale!
Su 'entu est in terribiles muidos,
astragadu est su mei capidale.
S'astragu mi lu intendo fin'a pilos.
Como no happo isperanzia chi sane;
E in s'adde bianca addane addane,
annunziu de sa triste fine mia,
ululare s'intendede unu cane,
titia ite frittu, titia, titia!"

(Titia, che freddo, che notte infernale! / Il vento ha terribili muggiti. / Stregato è il mio capezzale. / Me la sento la malia fin nei capelli. / Ora non ho speranza di guarire. / e nella valle chiara in lontananza, / messaggero della mia triste fine, / giunge l'ululato d'un cane. / Titia che freddo, Titia, Titia!)

Nota. Non ho tradotto il vocabolo, titia, usato qui onomatopeicamente, con il significato dell'italiano "brr". Titia o attitia, è un sostantivo maschile che significa gelo, freddo intenso. Esempio: Oi non fait a poderai su titia chi est fendi = Oggi fa un freddo da non potersi resistere. Ma titia è anche e soprattutto usato (come nella lirica di Mereu) come esclamativo onomatopeico, equivalente a "brr". Esempio: Titia, ita frius chi fait! = Brr, che freddo fa! Diversi vocaboli sono composti con titia o attitia, come titifrius = brivido di freddo; attitirigai e attitirigau, rispettivamente abbrividire e intirizzito.


IS BRUXAS
LE STREGHE

Nella storia della Sardegna manca quella pagina sanguinosa, di intolleranza e di spietata repressione di massa che prende il nome di "caccia alle streghe". In questa terra pur funestata di morbi e carestie, nella generale degradazione degli umani costumi, non si accesero i roghi e non si levarono le urla delle infelici donne, accusate di possessioni, di connubi e di arti demoniaci. E non perché, al seguito del potere armato dell'invasore cattolico non fossero sbarcati gli incappucciati del Santo Ufficio; e non perché nelle comunità sarde non vi fossero maghe o guaritrici che con la loro opera non potessero essere accusate di stregoneria, e pertanto processate e condannate. Nella organizzazione socio-economica delle comunità sarde, in un mondo ancora permeato di paganesimo, dove tradizioni e culti conservano gli antichi valori e significati nonostante la massiccia penetrazione del Cristianesimo, il ruolo e le funzioni delle donne guaritrici erano un pilastro portante in quella organizzazione, erano un punto costante di riferimento nella vita della comunità. Così che il potere non poté "demonizzare e "criminalizzare", come altrove, le operatrici della medicina magica e i loro riti terapeutici e liberatori. Non riuscì, il potere, a ottenere dal popolo alcun consenso, necessario per indurre quel fenomeno di colpevolizzazione collettiva e di isteria di massa, che aveva come sbocco risolutore l'individuazione di "capri espiatori", la caccia alle streghe. Non vi furono, né potevano esserci, fenomeni di delazione, né (per usare un termine attuale) di pentitismo: le comunità opposero un blocco unitario e totale al tentativo di costituire tribunali del Santo Ufficio e di istituire processi per stregoneria contro le loro guaritrici, che la fede popolare chiamava e chiama ancora "feminas santas". Il Santo Ufficio dovette accontentarsi di apparire a Cagliari e in qualche altra città, limitandosi a qualche processo politico contro nobili scomodi, accusati di eresia.
Il termine italiano strega deriva dal latino strix-strigis, che indicava semplicemente il barbagianni, un uccello ritenuto di malaugurio, al quale si attribuivano - come si è visto - metamorfosi demoniache. Nella cultura italiana, la strige, uccello demoniaco, diventa strega, femmina umana demoniaca. Nella cultura sarda, la strige è detta stria e resta con il significato della mitologia romana, non diventa mai strega, donna posseduta dal demonio e dedita a riti malefici e osceni. Anzi, va notato come, ancora oggi, sono le donne guaritrici, che con le loro conoscenze mediche e le loro virtù magiche, si oppongono agli influssi malefici della stria (strige) e ne curano le malattie che lo stesso infausto uccello provoca nella gente. Strega o stria può dunque dirsi il barbagianni; ma non la donna guaritrice, la maga, che assume un ruolo contrapposto, positivo.
Ciò premesso, ritengo ugualmente importante, nella economia di questo lavoro riservato agli usi e costumi della Sardegna, riportare qualche notizia sulla storia delle streghe con qualche testimonianza sulla sanguinosa repressione delle donne guaritrici, per i pericoli che comportavano al potere le ideologie (oggi definibili libertarie) di cui erano portatrici secolari nelle loro comunità. E' importante parlarne, perché non soltanto per i crimini del nazismo e neppure per i crimini del sionismo è onesto sostenere che "non dobbiamo dimenticare", se poi dimentichiamo i non meno brutali crimini del cattolicesimo contro l'umanità. Intanto, la caccia alle streghe non si è ancora chiusa. Per il sistema di potere, le streghe sono di volta in volta ogni componente popolare che si oppone e che sfugge al controllo e non può essere fagocitata. Il potere ha sempre usato il trucco di demonizzare (criminalizzare) le opposizioni popolari, attribuendosi il ruolo angelico dell'esorcista, del "castigadiavoli" - anche utilizzando demagogicamente la fede religiosa del popolo, per ottenerne consensi. In verità, non c'è potere che con tutti i suoi più sofisticati e violenti strumenti di controllo e di condizionamento possa estirpare mai le naturali tendenze dell'uomo alla libertà.

Le notizie, le descrizioni dei crimini che durante la sua sanguinosa storia il potere ha commesso contro l'umanità, ci vengono dagli stessi esecutori. Quasi per un irrefrenabile bisogno di esibizione, emerso dai meandri tenebrosi di una coscienza criminale, i potenti tramandano ai posteri le proprie nefandezze. Non dissimilmente agli aguzzini nazisti che fotografavano i loro misfatti, conservando nel tempo immagini di terrore e di angoscia, gli inquisitori del Santo Ufficio verbalizzavano minuziosamente le atrocità delle torture cui sottoponevano i loro inquisiti.
Il documento certamente più famoso nella materia, è il Malleus maleficarum, ovvero "Il martello delle streghe", al quale si potrebbe aggiungere il sottotitolo: "Come riconoscere e reprimere la strega nella donna". Il Maellus risale al 1484, è stato pubblicato nel 1487, ed è opera di due domenicani, Henricus Institoris e Jacob Sprenger. Partendo dalla dottrina cattolica, vi è elaborata una complessa metodologia diagnostica per individuare la strega, per costringerla a confessare e per punirla. Il Maellus, che ebbe diverse ristampe, ha costituito per gli inquisitori dei tribunali di Santa Madre Chiesa una sorta di codice di procedura penale, un vademecum per condurre le loro inchieste, i loro processi, le loro tecniche di tortura e di morte. Leggendo questo trattato non si può che qualificarlo osceno - nel senso più pieno del termine: vi sono minuziose e morbose descrizioni dalle parti intime, alla ricerca di quei segni diabolici che dimostrino il reato di stregoneria. Ed è su quelle parti, sugli attributi sessuali della femmina, che maggiormente si accaniva la ferocia dei sadici torturatori. Mai nella storia della umanità, neppure in epoche barbariche, la donna dovette subire prove più umilianti e dolorose.
Se il Malleus maleficarum è il più famoso dei trattati della Chiesa sulle streghe, non è però il più antico. Già Sant'Agostino è fra i padri della Chiesa un elaboratore della dottrina che, muovendo dalla certezza che la stregoneria esiste, sostiene che le magie sono opera del demonio - superando la precedente dottrina che sosteneva una sostanziale distinzione tra le donne "malefiche" o "maliarde", che compiono sortilegi e riti magici, e le donne "streghe", possedute dal demonio, in virtù del quale possono volare e trasformarsi in repellenti animali, quali appunto la "strige", il barbagianni.
Rileviamo, per inciso, a questo proposito, la concezione diametralmente opposta nella dottrina attuale, cui si rifanno le credenze popolari in Sardegna sulla stria (strige), che - come si è visto - non è una donna strega che assume le sembianze del volatile, ma al contrario è un demone che assume tale aspetto, e può anche modificarlo in quello di una specie di vampiro per suggere il sangue dei bimbi.
Precedente al Malleus (reso pubblico nel 1487) è la bolla di papa Innocenzo VIII del 1484, pubblicata sotto il titolo di Summis desiderantis, mossa - come è detto nell'introduzione - "dal pio desiderio di porre un freno al dilagare della eresia nel mondo cattolico". Le bolle papali sulla materia si susseguono, dilatando la dottrina antidemoniaca in cui troverà sostegno e legalizzazione la caccia al massacro delle streghe. Si citano qui alcuni "trattati" per chi volesse approfondire la questione, specificatamente ai rapporti ufficiali tra la sontuosa Chiesa dei Papi e le popolane "feminas de mexina", tra l'espressione teocratica del potere e del privilegio, cui superata la prima impennata laicistica si sarebbe asservita la scienza della tecnica, e l'espressione della conoscenza antica e dell'antica fede naturalistica rappresentata da donnicciole analfabete, le quali, consapevoli del loro storico ruolo di eretiche (eresia come affermazione della libertà), seppero affrontare eroicamente il martirio. Tre opere, dunque, si citano come fondamentali, prodotte dalla Chiesa nel periodo che va dalla seconda metà del Cinquecento ai primi anni del Seicento: il Disquisitionum magicarum del 1599, compilato da Martin Delrio, il Compendium maleficarum del 16O8, di Francesco Maria Guaccio; cui si aggiunge il De Praestigiis daemonum del 1563, di Johann Weyer - dove, per altro, si criticano alcuni metodi persecutori nei confronti delle streghe.
La storiografia ufficiale (asservita al potere), volendo apparire "obiettiva", giustifica in qualche modo la caccia alle streghe, attribuendola principalmente all'ignoranza popolare e a fatti di isteria mistica individuale e collettiva. E aggiunge che le "piene confessioni" rese dalle streghe inquisite, ammettendo di aver commesso gli allucinanti reati di stregoneria di cui erano incolpate, e aggiungendo anzi particolari i più fantasiosi, contribuivano a rafforzare nei giudici il convincimento della reale presenza di forze infernali nel mondo umano. Non convince l'attribuzione di isterie e di ignoranza, neppure in rapporto a quei tempi, per spiegare un sanguinoso periodo di repressione ideologica e politica, messa in atto da scaltri uomini di cultura e di potere - quali erano gli inquisitori del Santo Ufficio. Parrebbe così che essi, inquisitori e giudici credenti nel Cristo, non si rendessero conto che una creatura umana, anche la più eroica, sottoposta ad atroci tormenti, pur di uscire di pena è disposta a confessare qualunque infamia suggeritagli dal torturatore, e che anzi, per compiacerlo, è disposto a sottomettersi fino a inventarsi tutto ciò che presume possa volersi sentir dire lo stesso torturatore. La cosiddetta "isteria collettiva", la cui rilevanza è sottolineata sul piano accusatorio probativo nei processi alle streghe, non è tanto da vedersi come "coinvolgimento emotivo" e quindi consenso di massa alle sanguinose "purghe", quanto come una "necessaria" strategia di difesa della comunità, per evitare danni peggiori: cercare nel gruppo uno o più capri espiatori, accumulando su questo o su questi la somma delle accuse rituali di stregoneria e demonismo, significava "concentrare" su una parte limitata (e perché no? la più estranea ai fatti "criminosi") della comunità i colpi e i danni dell'attacco, portato avanti da un nemico "esterno", troppo potente da poter essere affrontato in altro modo. Ciò, mi pare, consentiva alla comunità di mimetizzare, salvare e perpetuare propri fondamentali valori e ordinamenti sociali.
Da quel buio e non lontano passato, sono giunti fino a noi documenti allucinanti di interrogatori sotto tortura di donne e fanciulle. Vi si ritrovano mentalità e metodi di accusa che in forme e tecniche aggiornate ritroviamo ancora oggi nei processi alle "streghe politiche". Ed è per questo (perché chi legge veda quanto poco è mutato all'interno del potere - al di là delle liberali affermazioni di principio) che si riportano qui di seguito alcuni stralci di quegli interrogatori.

Francesca Borelli, le cui fattezze non coincidevano con lo stereotipo della strega ("donna vecchia, laida") in quanto giovane, bella e attraente, era accusata di essere posseduta dal demonio, il quale si serviva di lei per compiere le sue nefandezze. Tra queste, l'aver provocato la morte di alcuni bimbi. La prova che i bimbi morissero era data purtroppo dalla elevata mortalità in quei tempi. Le cause venivano ricercate - giuste le antiche malizie del potere - nel diavolo, nel signore del male, il cui dominio si allargava in virtù degli umani peccati, e non nelle responsabilità della consorteria al potere che manteneva il popolo in uno stato di miseria e di abbandono. La prova che Francesca Borelli fosse posseduta da Satana si ricavava dal fatto che non si fosse riusciti a strapparle la confessione delle colpe di cui la si accusava. "Senza l'appoggio del diavolo che era dentro di lei, avrebbe ammesso la propria colpevolezza" - questa la tortuosa logica degli inquisitori di sempre. Per la cronaca, conduceva l'interrogatorio il giudice Pietro Alario Caraccio, genovese, che aveva sostituito il collega Serafino Patrozzo, ritenuto "debole di polso". La trascrizione dell'interrogatorio è opera del cancelliere Giovanni Antonio Valdeleccia.

Fu interrogata per sapere se ha deciso di dire la verità.
Rispose: "Signor, la verità l'ho detta tutta".
Interrogata se altre volte aveva detto la verità, rispose: "Signor, io allora avevo la febbre, non sapevo quel che facevo".
Vista l'ostinazione di detta accusata, fu allora comandato che fosse spogliata e posta sul cavalletto, dopo che le fossero rasi tutti i capelli e i peli delle parti pudende; posta in tortura, disse: "Giudicami, Signor, aiutami, Signor Dio grande, mandami aiuto e conforto, Signor, calatemi ché la verità l'ho detta... Io stringo i denti e poi diranno che rido. Ahi, le mie braccia. Signor, non mi abbandonar, non ho altro conforto che Dio... Signor, calatemi, che se io non ho detto la verità, Dio non mi accetti mai nel Paradiso. Il cuor mi manca. Calatemi, ché la verità l'ho detta... Se non mi calerete adesso, mi calerete morta.. Mi manca il fiato... Signor, mandami l'angelo del cielo... Cristo, che potete più delle false testimonianze, traetemi l'anima dentro il corpo e mandatela dove deve andare..."
E tacque. Quindi disse: "Il cuor mi schiatta… Signor, fatemi dar un poco di aceto o di vino."
E bevve così un bicchierino di vino. E disse: "Misericordia, vi domando misericordia. Abbassatemi e datemi un poco da bere."
Le fu dato di nuovo un bicchierino di vino.
"Signore, vorrei prendere un ovo".
E così le fu dato un uovo. Ed era stata in tortura per lo spazio di cinque ore e non disse nulla, né si lamentò, se non dopo l'undicesima ora, quando disse: "Aiutami chi può".
E poi disse: "Ahi, lo mio cuore, ahi la mia testa. Mi fate un po' calare?"
E dopo dodici ore disse: "Sono scorticata."
E dopo tredici ore disse: "Datemi un poco d'acqua che muoio di sete".
E interrogata se vuole vino, risponde: "Signor no".
E così le fu data dell'acqua da bere, e tacque.
E dopo: "Non ci vedo più, sono tutta storpiata negli occhi e nelle mani, tutta la mia roba se n'è andata. Fatemi un poco slegare".
Le fu detto che se diceva la verità, sarebbe stata slegata e deposta.
Disse: "Io l'ho detta. Non posso più ritenere l'orina. La verità, la verità l'ho detta".
E così essendo stata nella tortura per quattordici ore, le furono portate da Quintillo Borelli suo fratello delle uova fresche, che succhiò e dopo disse: "Delle mie braccia non potrò più fare nulla. Guardate come ho la lingua. Non ne posso più, fatemi calare, in modo che respiri un poco."
Le fu detto che se non diceva la verità in quella tortura sarebbe stata deposta sul fuoco.
Disse: "Fatemi bruciare, che in quanto a me la verità l'ho detta. Fatemi levare di qui. Prendete una mazza e datemela in testa. La verità l'ho detta. Vergine Maria, fatemi slegare e deporre. A Roma il cavalletto non dura che otto ore. Me l'ha detto uno di Triòra che è stato a Roma". E tacque.
Poi disse: "Ho freddo ai piedi".
E disse anche: "Ecco qui un topo".
Ma il topo non c'era. Quindi cominciò a parlare familiarmente, come se stesse seduta comodamente su una cattedra e disse: "A Triòra nascono castagne marrone così belle."
E vedendo uno degli assistenti con le calze rattoppate, disse: "Per i servigi che mi fate, conviene che se uscirò di qui, vi cuci le calze".
E così parlò per quasi un ora; e dopo diciannove ore e mezzo di tortura disse: "Questo vento non è molto buono per le castagne. Quante belle castagne ci saranno quest'anno a Triòra e che io ne possa raccogliere tante. So farne una buona minestra. Fatemi calare e ve la preparerò. E ne mangerò tanta."
E alla ventitreesima ora, comprendendo che questo genere di tortura non era servito a nulla, si comandò di scioglierla e di ricondurla nella sua cella fino a nuovo ordine…
Commenta Roger Vignon: "Le tremende sofferenze con un procedimento psichico non inconsueto seppure non frequente, si erano commutate in una sorta di masochistico piacere, in cui si convogliava, per quanto possibile, il dolore. Non è escluso che qualcuno dei presenti provasse un sadico piacere segreto a vedere Francesca Borelli soffrire. Era però imprevisto quell'improvviso squarcio di vita contadina, pacifica e millenaria, apparso in forma estatica mentre la donna era già in coma."
(R. Vignon - Le streghe - 1971)

Il documento che segue, relativo al processo alla "strega" Matteuccia, è della prima metà del XV secolo.

"Un tale di Cortona, disse che Matteuccia, certamente istigata da spirito diabolico, gli consigliò, per guarire le ferite, di recuperare il corpo di un annegato nel Tevere e di fare un liquore da brani di carni cotte. Una donna di Orvieto riferì che, poiché il suo uomo la trascurava, anzi la picchiava, si era rivolta a Matteuccia. E Matteuccia le aveva consigliato di portare una statuina di cera sopra un mattone infuocato e mentre si scioglieva di pronunciare una formula. La donna di Orvieto assicurava che il risultato era stato efficaccissimo ed immediato: quella stessa sera il suo uomo, dopo tanta astinenza, beh, aveva avuto rapporti carnali con lei. Dunque Matteuccia era una strega."
"Forse nel caso di due coniugi di Colemezzo andò oltre le intenzioni della moglie che si era rivolta a lei, lamentandosi di essere trascurata sessualmente. Consigliò un intruglio costituito principalmente di erba cavallina. Ebbene, il marito si infatuò e rimase furioso per ben tre giorni, tanto che la donna, ormai sfinita di tanti amplessi imprevisti era fuggita di casa. Dunque, Matteuccia era una vera strega.
"Fece molte fatture d'amore a fidanzati infelici e coppie disgraziate, con alterna fortuna. Molte mogli trascurate si rivolgevano a lei. A volte azzeccava, a volte no. Se le andava bene era una strega, se falliva era una truffatrice: in tutti i casi era colpevole. Aveva liberato una ragazza dalla fattura di un'altra donna, e quel che era grave aveva provocato l'odio di un marito verso una moglie a istanza di una donna che aspirava a quell'uomo. Fu provato che nel mese di maggio del 1427 si era recata da una certa donna di nome Caterina del Castello della Pieve che le aveva chiesto un rimedio per non rimanere incinta, non essendo ancora sposata e avendo coabitato varie volte con un guardiano di detto castello e desiderava avvicinarsi ogni giorno a lui e temeva che potesse verificarsi il caso di rimanere incinta. Matteuccia le consigliò di pestare un'unghia di mula e mescolarne la polvere al vino e di berne dicendo "Ti piglio nel nome del peccato / e del demonio maggiore / che non possa appicciare più".
"Naturalmente Matteuccia, che mai si era mossa da Todi, aveva succhiato il sangue dei lattanti in molti e diversi luoghi; si era recata, insieme con altre streghe, all'albero di noce di Benevento ungendosi con un unguento fatto dal grasso dell'avvoltoio e aveva gridato "Unguento unguento / mandami al noce di Benevento / sopra l'acqua e sopra il vento / sopra ogni malo tempo".
"La sentenza indugia con molti particolari sulle apparizioni a Matteuccia del diavolo sottoforma di caprone; sulle trasformazioni della donna in mosca; sul fatto che cavalcava nell'aria sibilando sopra i fossati. Sottoforma di mosca entrò nel castello di Canale, si posò su un bambino di appena sei mesi, che poi morì. La sentenza riferisce che, secondo i testimoni, Matteuccia si recava in volo al noce di Benevento tre giorni la settimana.
"Quali?" - chiesero i giudici.
"Lunedì, sabato e domenica" - fu la pronta risposta.
La sentenza afferma: "A noi e alla nostra Curia risulta che le suddette cose insieme e singolarmente contenute nella requisitoria, sono state e sono vere nei luoghi e nei tempi citati, per vera e legittima confessione fatta dalla detta Matteuccia; alla quale fu assegnato un certo termine per presentare qualunque difesa per le accuse: e il termine è scaduto; e per questo, affinché la predetta Matteuccia non possa gloriarsi della sua iniquità e sia di esempio a chiunque desiderasse simile attività… sia bruciata con il fuoco in modo tale che la colpevole muoia e la sua anima si separi dal corpo".
(R.Vignon - Le streghe - 1971)

Per inciso, la Chiesa usava giustiziare i condannati mediante il fuoco, dato che - per principio - aborriva "lo spargimento del sangue". Per la cronaca, il frate Antoni da Casale, che era stato inquisitore a Como, aveva condannato al rogo ben trecento streghe nel solo anno 1416. Una al giorno, escluse le domeniche - dedicate al Signore.

"Il processo a Maddalena Làzzari fu istituito nel 1673. Era il 30 ottobre del 1672, una domenica. Una certa Giovanna Zenni di Premadio era malata. Non si capiva di che cosa. Pensò che fosse ammaliata, chiamò il prete, glielo disse e si fece benedire. Essere ammaliati allora e in quei posti non era cosa da poco: peggio che avere la lebbra.
Interrogata ufficialmente, Giovanna Zenni disse, come risulta dall'antico manoscritto in cui si fondono la lingua italiana e il dialetto locale, che aveva una roba che le saliva per il corpo e poi raggiungeva la gola fin quasi a soffocarla. Raccontò che si era rivolta all'arciprete. Costui le aveva fatto disfare i cuscini. E aveva fatto bene: dentro erano apparse delle bucce cruscose. Allora era andata a Tirano, dal reverendo. Proprio davanti a lui le venne la gola grossa, tanto da non poter più parlare. Il reverendo la benedisse tre volte, le pose nella mano un'ampollina d'olio santo e le disse:
"Se dentro di te c'è uno spirito si farà vivo".
E difatti l'ampollina si mise a tremare e con essa Giovanna Zenni tutta intera.
Le fu chiesto:
"Avete qualche sospetto?"
"Nessuno".
I giudici le ricordarono che parlava sotto giuramento. La spaventarono e Giovanna Zenni disse:
"Ho avuto un sospetto contro una persona".
"Chi?"
"La serva del curato".
Spesso costei era andata a trovare la Zenni quando questa era malata. Si accostava subito al letto e vi restava per qualche tempo. Una volta, avendole venduto una capra, la Zenni le chiese se si lamentava del prezzo. "No", aveva risposto la donna, "ho ricevuto il fatto mio". La Zenni le aveva detto: "Mi pare che abbiate una brutta cera. Non mi avete neppure augurato buon dì". E la donna le aveva risposto: "Non ho tempo di stare qui a fare tante storie".
I giudici, perplessi, le chiesero:
"Ma la gente ha sospetto di lei?"
"Io non so nulla. Ma si dice che appartiene al ceppo delle streghe. Difatti è soprannominata la Petrigna".
In quei giorni era rinchiusa in prigione una mezza deficiente di nome Giacomina, accusata anche essa di essere una strega. Interrogata, fece la sua deposizione:
"La serva del curato è una vera strega. Mi portò al ballo delle streghe in Pianselvino. Fece venire un temporale. Uccise con l'alito una vacca di Pedenosso. Lanciò i suoi malefici su molti capi di bestiame che si ammalarono. Si spargeva il corpo di unguento e se ne andava per l'aria a cavalcioni di un bastone o di una frasca".
I giudici decisero di fare una chiacchierata con questa serva. Allora le case dei curati godevano dell'immunità. Si agì rapidamente e di sorpresa per impedire che la donna, in qualche modo, non uscisse più di casa. Due sgherri nascosti, la catturarono sulla soglia.
Il 7 novembre 1672 la serva, con gli occhi bendati e le mani legate dietro la schiena, comparve davanti agli inquisitori.
"Foste mai affrontata come strega?" Le fu chiesto.
"Sì, rispose ingenuamente, "mi è stato detto - Razza di strega Petrigna che tu sei!"
"Chi lo disse a voi?"
"Giovanna Zenni e Anna di Donato Sacchetti detta Zanolo. L'Anna Sacchetti mi perseguita per via di una eredità contrastata tra noi due. Dice che con il soffiarvi sopra le ho ammazzato la vacca".
"Avete avuto a che fare con Giacomina?"
"In tenera età stetti due o tre anni con Giacomina che mi maltrattava".
"Con chi dormivate?"
"Sola".
"Frequentavate i balli?"
"Quelli di carnevale, sì. Non quelli di Pianselvino".
"Come avete imparato il mestiere di strega?"
"Non l'ho mai imparato, non ho mai avuto occasione di impararlo, non sono una strega".
"Lo vedremo".
Lo si vide, infatti, nella sala delle torture. La serva del curato, che si chiamava Maddalena Làzzari, negò con tutte le sue forze di essere una strega. Venne sospesa alla carrucola per un'ora. Piangeva e implorava misericordia. Visto che dopo un'ora non aveva confessato, le vennero attaccati ai piedi dei contrappesi sempre più grandi. Fu fatta radere.
"Ho trovato", gridò il barbiere "ho trovato due segni del diavolo: uno in testa, sotto la treccia a destra, l'altro in basso, nel postione (cioè nel pube).
"Sia punta".
Le furono inferte due punture accanto ai segni del diavolo. Non ebbe alcuna reazione.
"Dunque è una strega".
Fu spogliata del tutto e legata nuda alla scala. Venne l'arciprete di Bormio che la benedisse. Fu di nuovo rasa accuratamente in tutte le parti del corpo e in tutti i recessi, affinché "non potesse nascondere cifra, amuleto o altri oggetti fatati".
"Dicci la verità", le intimavano gli inquisitori.
"Maledetta quella verità e chi la cerca", gridò Maddalena Làzzari.
Fu torturata in tutti i modi, con accanimento: tirata per i polsi e per le caviglie fino a disarticolarla; bruciacchiata; riempita a forza la bocca di orina; frustata a sangue; strappate le unghie. E infine gridò: "Si!"
"Da quanto tempo fate la strega?", le fu subito chiesto.
"Otto anni".
"Chi vi ha insegnato?"
"Giacomina".
"In che modo?".
"Fece una ruota a terra e dentro vi segnò la croce. Ci passai sopra e ripetei certe parole che ora non ricordo".
"Che cosa accadde?".
"Apparve un omaccione grande e grosso, che mi pose la mano sulla spalla e mi invitò a ballare. Mi voltai verso Giacomina per capire se dovevo accettare e Giacomina mi disse di sì, perché quello è il signore. Anzi mi disse di riconoscerlo e di rinnegare Dio. E così feci".
"Giacomina vi ha condotta al ballo?"
"Si".
"In che modo?"
"Quando ero piccola mi portava in spalle. Poi insieme ci andammo cavalcando una scopa per l'aria".
"A quali balli siete state?"
"Ai balli di Pianselvino, Pozzino, Prada... E anche in Plator, Quarinello e Foscagno."
"Che cosa ci avete visto?"
"Belle sale, di lusso. E uomini gentili che mi carezzavano. Con loro si ballava. E tanti signori e signore, tutti in maschera".
"E il demonio c'era?"
"Eccome: era magro e vestito di nero".
"Ha abusato di te?"
"Tre o quattro volte".
"Descriveteci tali amplessi".
A questo punto il manoscritto ha uno spazio bianco. La descrizione è stata espurgata per quanto fosse un atto di processo.
Maddalena Làzzari ammise anche che aveva insegnato ad altre.
"A chi?", le fu chiesto.
Si chiuse in un silenzio ostinato. Capì che stava per rovinare delle innocenti. Con il corpo piagato dalle ferite fu di nuovo sottoposta alla tortura. Per ben quindici ore fu piazzata sul cavalletto che la lacerava lentamente. E così cominciò a tirare fuori i nomi delle persone incontrate ai balli del diavolo. Venne slegata e le furono lette tutte le confessioni che aveva fatto. Sembrava completamente stupita da ciò che udiva e di ciò che stava accadendo. Quando fu di nuovo posta sul cavalletto per la ratifica finale si confuse, non ricordava più le confessioni rese.
"Questa è davvero opera del diavolo per confonderci", si disse.
"Se dico la verità non mi credono", disse Maddalena Làzzari.
Per questa frase fu inchiodata di nuovo per cinque ore alla tortura. Aveva inventato tutto: disse che aveva confessato a causa delle torture e trovò la forza di chiedere che voleva essere esaminata dagli inquisitori nella Sala del Consiglio, ma senza torture.
A questo punto fu slegata e le fu chiesto:
"Avete altro da aggiungere?"
"No".
"Non avete paura delle torture?"
"Potete martirizzarmi, non ho altro da aggiungere".
"Ratificate tutto e per tutto quanto avete detto e fuori da ogni paura di tortura?"
"Sì, signori, in tutto e per tutto è vero".
Era ormai ridotta in uno stato preagonico. La sua sentenza di morte fu letta nelle piazze. I suoi beni le furono confiscati. Il curato, presso cui era stata serva, non fu neppure interpellato o udito. A Maddalena Làzzari fu mozzato il capo nei campi dove si eseguivano le sentenze. Il suo corpo fu bruciato, le sue ceneri disperse nell'Adda. Ancora oggi, qualche vecchio contadino, passando per i sentieri che costeggiano quei campi, si fa il segno della croce e affretta il passo."
(R. Vignon - Le streghe - 1971)

Concludendo con il Vignon, "era proprio l'antichissima fede agreste insita nel mondo pagano che la Chiesa, più o meno inconsciamente, combatteva. In un procedimento durato parecchi secoli, il mondo pagano fu fatto diventare sinonimo di diabolico: gli antichi riti erotici che festeggiavano e celebravano il trionfo della natura furono trasformati in episodi di perversa lussuria, i fauni e i satiri che popolavano gioiosamente i boschi diventarono i diavoli, pieni di reminiscenza caprine delle antiche deità, ma deformati in esseri ributtanti e puzzolenti. Ed erano diventate streghe, cioè esseri da disprezzare, le ninfe e le maghe dei tempi antichi. Su tutti gli elementi del mondo pagano la teologia ecclesiastica distese il velo del peccato, cioè di una cosa proibita. Confuse volutamente il peccato con il reato, condannando perciò non soltanto alle pene eterne nell'oltretomba, ma anche alle pene terrene. Fin quando, durante il Medioevo, l'autorità politica religiosa fu autoritariamente concentrata e unitaria, nell'oppressione generale le deviazioni furono poco rilevanti. Ma quando cominciarono i fermenti dei tempi nuovi si produsse una spinta se non proprio chiaramente verso il mondo pagano, verso la natura; spinta alleata con i primi barlumi della diffusione della cultura.
Per quanto malconci, i miti riemersero accanto alle prime ricerche, sia pure empiriche, nel mondo che circonda l'uomo; e mentre in certi livelli sociali si diffondeva l'alchimia, cioè il primo tentativo di dominare la natura a mezzo del laboratorio, a livello contadino molte persone, in genere analfabete e in genere donne, rivolgevano la loro attenzione alle possibilità terapeutiche e anche di alterazione del comportamento dovute alle erbe.
La Chiesa avvertì in pieno il pericolo contenuto in tale spinta verso il progresso e una migliore condizione umana. Si arroccò in posizioni ancora più assolutiste. Perseguitò implacabilmente tutti e tutte, da Galilèi alla più umile donnetta; nelle persecuzioni dimenticò non soltanto il messaggio di fraternità cristiana, da cui era tuttavia partita poco più di un millennio prima, ma anche la pietà, che sbandierava come suo principio.
E come le povere raccoglitrici di erbe o quelle che preparavano innocui e ridicoli filtri per aiutare a campare o le donne che non fossero rigidamente conformiste, così perseguitò retroattivamente le maghe del mondo antico, che anch'esse diventarono streghe, almeno nel senso che la loro sensualità era sfrenata e micidiale…
Tutta l'antichità pullula di maghe e indovini, tenuti spesso in altissima considerazione da monarchi e condottieri che non intraprendevano alcuna azione di rilievo senza averli prima consultati. Molti re avevano le ninfe ispiratrici come oggi si ha lo psicanalista; e molti condottieri consultavano gli indovini alla vigilia delle battaglie come oggi si fa con gli stati maggiori o al minimo coi meteorologi.
Ma la cultura, nei tempi bui, è stata depositata in grandissima parte nei conventi e quindi filtrata e materialmente trascritta dagli amanuensi di controllo ecclesiastico. Maghi e indovini sono diventati tutti, indistintamente, ciarlatani; e si è distrutto un fenomeno di acume psichico che pure ha accompagnato la storia umana".

Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner acconsenti all’uso dei cookie.