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Indice articoli

APPENDICE

GLOSSARIO

Abeli = Abele. Personaggio simbolico della mitologia ebraica. Tra contadino e pastore vi è un ovvio conflitto di interesse nell’uso diverso che ciascuno dei due fa della terra. Tale conflitto viene superato in Sardegna con l’uso comunitario della terra, e la suddivisione di essa in paberile (pascolativo) e vidazzone (seminativo). Nella Bibbia - espressa da una società pastorale rozza e intollerante nei confronti della civiltà contadina - Abele, in quanto pastore, rappresenta il Buono, colui che è amato da Javhè, contrapposto a Caino, il quale, in quanto contadino, è il Cattivo, il rinnegato. Se per ipotesi la Bibbia fosse stata espressa da una cultura contadina, la precedente valutazione sarebbe stata ribaltata, e Abele avrebbe ucciso Caino.

Abracadabra. Parola magica. Scritta su tre lati di un triangolo equilatero diventa un potente amuleto, in grado di preservare chi lo porta dalle malattie. Etimo di origine incerta. Secondo alcuni si fa risalire a abracadra, antico termine ebraico, cui si dava il significato di “Pronunciare la benedizione”.

Abracax. Nome di una divinità indiana, da cui secondo alcuni deriverebbe la parola magica abracadabra. Nella mitologia cristiana abracax diventa un demone per metà umana (dalla cintola in su) e per metà serpente (dalla cintola in giù). Tale demone possederebbe 365 poteri magici e ne potrebbe usare uno diverso per ogni giorno dell’anno. La credenza deriva dalla equivalenza in greco delle sette lettere che compongono abracax (meglio abraxas) con il numero 365, quanti, appunto, sono i giorni dell’anno. (Alfa = 1; beta = 2; ro = 100; ics = 60; sigma = 200). Abracax è in particolare il demone che presiede alle cerimonie in cui si preparano amuleti e talismani.

Abrebada (Aqua) = Terapeutica (Acqua). Acqua resa terapeutica mediante la sua consacrazione con is brebus (o verbus), parole magiche rituali.

Acabadora = Ucciditrice. Acabadori = Uccisore. Il termine al femminile, nella variante logudorese, si scrive con le prime due consonanti doppie (accabbadora) secondo la grafia dello Spano, e akkab(b)adora secondo il Wagner. Indicano le persone addette a facilitare il trapasso ai moribondi. Acabadori nella cultura contadina dei Campidani e accabbadora nella cultura pastorale delle Barbagie (con il solo femminile, essendo qui, evidentemente, tale compito riservato esclusivamente alle donne).

Acabai = Finire, morire, uccidere, conseguire. Deriva secondo alcuni dallo spagnolo acabar, finire; secondo altri dal fenicio (e arabo) hakàb, porre fine. Più probabile la derivazione dal fenicio; infatti, il sardo acabu ha lo stesso significato di hakàb, porre fine.

Affatturadori = Fattucchiere. Colui che fa le fatture, i sortilegi. E’ detto anche di persona che possiede umbra de coloru, fascino di serpente, o anche, semplicemente, simpatia. Fascinoso, affascinante, ammaliatore.

Affatturau = Affatturato. Colui che ha subìto fattura o sortilegio, mediante pratiche di magia nera. S’affatturau, con il sortilegio, può essere “ammalato” o “ammaliato”. Nel primo caso soffre di misteriosi mali che possono portare fino alla tomba se non si interverrà con una contramazzina (controfattura); nel secondo caso la vittima perde la volontà e la capacità di giudizio diventando succube di altri.

Affumentadora = Suffumigatrice. Colei che conosce l’arte magica dell’affumentu (suffumigio), che guarisce prevalentemente malocchi e spaventi. Vedi affumentai e affumentu.

Affumentai = Suffumigare. L’atto rituale magico in cui il paziente (per lo più bambini e fanciulle, ma anche animali pregiati da cortile e da lavoro) viene per così dire “affumicato” da una miscela di sostanze aromatiche messe a bruciare sulle braci, senza vampa. Vedi affumentu.

Affumentau = Suffumigato. Colui che riceve s'affumentu, il suffumigio magico terapeutico. S’affumentau ricava un reale beneficio dalla pratica cui è sottoposto, quando si tratti di disturbi che rientrano nello spettro d’azione della terapia in questione.

Affumentu = Suffumigio magico praticato a scopo terapeutico. E’ eseguito prevalentemente da donne guaritrici come terapia contro il malocchio, gli spaventi, contro fatture o sortilegi non gravi, quali ammaliamenti, che provocano tra l’altro languore, debolezza, mal di capo e inappetenza.
Il termine affumentu, come i suoi derivati relativi a questo rito, non è usato per indicare l’affumicamento cui vengono sottoposti certi cibi che si vogliono stagionare, quali prosciutti, salsicce, pancette e vari formaggi: in questo caso usiamo il termine affumai, affumicare, e i derivati di fumu, fumo. Vedi Partoxa (Affumentu de sa).

Allacanau e Allazzanau = Appassito, infiacchito (secondo che l’aggettivo sia riferito a pianta o a animale e persona). Dal verbo allacanai e allazzanai, derivati dal greco lachanisso o lachanizzo, essere languente. Sinonimi di allacanai sono accalamai e accomonai (quest’ultimo termine usato prevalentemente per germogli di piante e verdure quando per il troppo caldo o dopo un certo tempo dal taglio avvizziscono). Si dice anche per i baccelli o teghe delle fave, dei piselli o dei fagioli colti da un certo tempo, non più freschi. Sa fà allacanada non est prus durci comenti candu est frisca = La fava appassita non è dolce come quando è fresca (appena colta).
Il termine allacanau, e simili, viene usato per persona moscia, snervata, e in particolare per un membro virile insufficientemente eretto.
Si possono allacanai (appassire) piante o allacanai (infiacchire) animali e persone) con l’arte magica. Vedi Avvalliri e Ortizzu.

Ammaladiai = Ammalare. Ammaladiaisì = Ammalarsi. Vedi Maladia = Malattia; e Donai maladia = Ammalare con arti magiche.

Ammaliai = Ammaliare, affascinare. Vedi Malia.

Ammantadori e Ammuntadori = letteralmente: copritore. Da mantu, manto, e ammantai, coprire con manto. S’ammantadori è una creatura mitica antropomorfa che di notte visita le fanciulle dormenti, si stende su di esse tentando di possederle in un abbraccio soffocante. Priva di respiro, la vittima si leva di scatto a sedere sul letto, e ha così termine l’incubo. S’ammantadori viene descritto come un uomo di mezza età; grande e grosso, nudo dalla cintola in su e con il petto villoso. In logudorese, tale incubo è detto ammuntadore.

Aneddu = Anello. Simbolo magico del serpente e della donna. Si vuole che anticamente esistessero anelli con poteri magici - a parte gli anelli con il sigillo usati dai potenti per rendere esecutivi i loro atti. Ancora oggi, talvolta l’anello viene portato come pendaglio con funzione di amuleto, avendo le stesse virtù protettive del cerchio (vedi circu). L’usanza di mettere l’anello nuziale nel quarto dito (anulare) è ricavata dalla credenza che in questo dito passi la linea del cuore. Altra credenza diffusa è quella secondo la quale è possibile trarre auspici sull’andamento matrimoniale di una coppia dal modo in cui lo sposo infila l’anello nel dito della sposa. Se entra liscio, d’un colpo, sarà lui a comandare; se si ferma nella giuntura, sarà lei a prevalere. Muovere il dito durante l’operazione per evitare una introduzione continua è un accorgimento usato dalla sposa per propiziarsi un ruolo attivo. E’ evidente, nella cerimonia dell’anello, la simbologia dell’atto sessuale.

Angiulu = Angelo. Spirito del bene. Is angiulus, gli angeli, presiedono alla vita onesta, serena, laboriosa. Si contrappongono a is tiaulus, i diavoli, spiriti del male. L’equilibrio esistenziale umano è dunque instabile e precario, influenzato, se non determinato, dalla immanenza delle opposte forze del bene e del male, in perenne conflitto tra loro.
Ogni azione umana valutata buona ha il crisma dell’angelo, come sostiene l’antico proverbio S'unconi pretziu s'angiulu si ddui setzit = Al boccone (al poco cibo) diviso l’angelo gioisce.

Anima = Anima. Il mondo - specie nelle ore notturne che ne favoriscono la materializzazione e l’apparizione, - è popolato di animas, creature, che si confondono con dimonius e tiaulus, demoni e diavoli. In primo luogo is animas si distinguono in anima bia, creatura vivente, e anima motta, creatura morta (che però continua a esistere e a manifestarsi come spiritu o pantasima, spirito o fantasma, conservando l’originaria sembianza. Quando di notte appare una puba, una figura di natura incerta, le si chiede: "Ses anima bia o anima motta?” (Sei anima viva o anima morta?); e se è “anima viva” risponde e si qualifica: “Ca seu su tali”, Guarda che sono il tale.
Is animas, le anime, si distinguono ancora in animas bonas e animas malas, anime buone e anime cattive. Is animas bonas sono le anime dei defunti che si trovano nel Purgatorio e molto più raramente nel Paradiso, e possono di tanto in tanto comunicare con i viventi, gente della loro comunità o del parentado. Queste animas non sono da temere, portando buona sorte, svelando enigmi, predicendo il futuro, e spesso dando anche i numeri del lotto. Is animas malas, le anime cattive, sono is animas cundennadas, le anime dannate, alle pene eterne dell’Inferno; e da queste bisogna guardarsi come da is tiaulus, i diavoli, dei quali ormai hanno preso la natura malvagia.
Vi sono anche categorie particolari di animas: is animas de is pippius mottus sene battiai, le anime dei bambini morti senza Battesimo; is animas de is cundennaus a motti, le anime dei giustiziati, alle quali si lega il culto delle anime decollate; is panas o animas de is mottas de partu, le anime delle morte di parto.

Anima = Anima. Nel significato di essenza vitale. Anima vegetativa si narat sa de is plantas, sensitiva sa de is animalis, razionali sa de s'omini = Anima vegetativa dicesi quella delle piante, sensitiva quella degli animali, ragionevole dell’uomo (Porru). Anima anche nel senso di parte interna di cose diverse, ed è anche sinonimo di mueddu, midollo. E’ detto ou cun s'anima, uovo con l’anima, uovo gallato, e ou sene anima, uovo senz’anima, l’uovo infecondo, che dai latini era detto urinus.

Animalis = Animali. Si vuole che in ogni animale alberghi un demone tipico, caratterizzato da certe qualità morali, ed è in conseguenza valutato virtuoso o vizioso, utile o dannoso. In pratica, dalla osservazione dei comportamenti degli animali, l’uomo è portato ad attribuir loro propri vizi e proprie virtù valutandoli con il proprio metro psicologico e morale. La novellistica popolare ha spesso animali come protagonisti, ciascuno di essi simboleggiante un carattere umano. Margiani, la volpe, è un astuto predatore, con il quale il pastore stipula accordi di buon vicinato con antichissimi rituali magici. Su cani, il cane, è fedele, ma servizievole fino alla vigliaccheria. Su stori, il falco, è superbo e altero. Sa carroga, la cornacchia, è una vecchia saggia. Su molenti, l’asino, è esageratamente virile ma reso stolto dalla sua foia. Su 'attu o pisittu, il gatto, ha l’anima del libertario, non ha padroni né leggi. Sa mardi, la scrofa, si sa, è una gran troia. S’egua, la cavalla, è una femmina di smodata lussuria. Su carrabusu, lo scarabeo stercorario, è l’anima nera di un avaro che vive abbrancato al suo tesoro. Vi sono animali che portano fortuna, come sa mamajola, la coccinella, e altri che portano jella, come s'attu nieddu, il gatto nero, e sa stria, la strige. Osservando il comportamento degli animali possono trarsi auspici. Alcuni animali come il cane e il maiale, considerati immondi, vengono usati per scaricare su di essi malocchi, malefici, spaventi o per farvi trasmigrare i demoni scacciati dal corpo degli ossessi.

Antoni (Sant') = Antonio (Sant’). E’ detto s'Eremitanu, l’Eremita, o anche de su fogu, del fuoco. Per antichissima tradizione, cui ricorrono numerose leggende, Sant'Antoni de su fogu è venerato dai Sardi come il loro Prometeo: a lui si attribuisce il merito di essere disceso nell’Inferno, di avere con un sotterfugio attizzato il fuoco alla punta del suo bastone di ferula e di averlo poi donato ai Sardi affinché uscissero dalla barbarie. Per celebrare il Santo eremita, nel mese di gennaio, in molte comunità dell’Isola, si preparano nelle piazze grandi falò.
Vedi Fogadoni o Tuva.

Aqua = Acqua. Fonte e sostanza di ogni forma di vita sulla terra, l’acqua è considerata una divinità presso tutti i popoli. E’ l’elemento che ha le magiche proprietà di purificare, fecondare, divinare e guarire.

Aquas de mexina = Acque medicamentose. Se ne hanno diverse: Santa (Acqua) = Santa (Acqua). Vedi.
Abrebada (Aqua) = Acqua resa taumaturgica mediante brebus. Vedi.
Patena o Medalla (Aqua) = Acqua resa taumaturgica mediante patena o medalla, medaglia miracolosa. Vedi.
Licornia (Aqua) = Acqua rituale usata nella diagnosi e terapia di alcuni disturbi della sfera emotiva. Vedi.
S’aqua, l’acqua, è la materia più diffusa nei riti terapeutici popolari.

Aragna (catalano Aranya; spagnolo Araña) = Ragno, insetto dell’ordine degli aracnidi. Sul piano magico, is aragnas, i ragni, assumono segno e valore positivi o negativi secondo la specie. Ve ne sono di domestici i quali, si crede, portano fortuna, e se ne hanno anche, di questi, raffigurazioni in filigrana usati come pendagli con funzione talismanica. Tra i domestici occupano un ruolo importante quelli che vivono negli interstizi dei muri non intonacati, protetti da una fitta tela: la loro nappa o tirinnia, la loro tela, è usata come emostatico. (Vedi). Ve ne sono anche di demoniaci, quelli volgarmente detti aragnas piludas, ragni pelosi. A questo gruppo di aragnas demoniache appartengono is argias o arzas (Vedi), le tarantole, della famiglia dei falangidi, che provocano singolari forme di avvelenamento.

Argia = Tarantola. Argia viene chiamato nel mondo contadino dei Campidani un singolare ragno che un tempo era comune nelle campagne nel periodo della mietitura del grano e che oggi è quasi estinto. Si distinguevano argias, tarantole, con macchie gialle o rosse o brune, secondo la specie. Provocava con la sua puntura su mali de s'argia (tarantolismo), un fenomeno patologico caratterizzato da disturbi della sfera psichica, che si risolveva mediante una singolare terapia di gruppo, a base di musica e ballo. Nei Campidani, s'argia, la tarantola, può essere di quattro specie: sa viuda, la vedova; sa bagadia, la nubile; sa partoxa, la puerpera; sa martura, la paralitica.

Argia (Su ballu de s') = Tarantola (Il ballo della). E nel Nuorese ballu de s'arza. Terapia diffusa in tutta l’Isola, con differenti rituali, contro il morso della tarantola.

Arza = Tarantola in logudorese.

Arza masciu e Arza battia = Tarantola maschio e tarantola vedova. Secondo lo Spano, sono le due specie note nel Nuorese, specificando che la puntura dell’arza masciu è assai più dolorosa di quella dell’arza battia.

Attitai = Lamentazione funebre. E’ la funzione propria delle attitadoras, prefiche, cioè quella di piangere e lamentare il morto, tessendone gli elogi e incitando gli animi dei presenti alla commozione o alla vendetta quando si tratti di morte violenta. Danno luogo a s'attitai, alla lamentazione funebre, le parenti del defunto e le donne del vicinato, più anticamente le prefiche, is attitadoras, donne esperte in tale arte, che svolgevano un ruolo di rilevanza comunitaria, mai prezzolato.
Il vocabolo attitai deriva dal sardo-logudorese adtitiare (secondo la grafia del Wagner) ma anche dallo stesso termine sardo-campidanese attizzai o atzizzai che hanno il significato di attizzare - sottintendendo non soltanto e semplicemente "attizzare alla vendetta”, ma anche, se mai ce ne fosse bisogno, alla commozione, a un coinvolgimento emotivo di massa: per ogni morte, sì, ma in particolare per le morti “ingiuste”, come le morti violente, le morti di bimbi e fanciulle, stroncati all’alba della vita o nel fiore degli anni.
Is attitidus, le lamentazioni funebri, normalmente sono improvvisati, ma ne esistono di scritti, di valore letterario e carichi di tensione emotiva, quali in morte di fanciulli o di latitanti assassinati da spie e carabinieri. D’altro canto, composizioni poetiche della letteratura italiana, come “Pianto antico” del Carducci o “In morte del fratello Giovanni” di Foscolo, possono definirsi attitidus. Un attitidu di notevole pregio è la composizione di Sebastiano Satta che si intitola “In morte della selvaggia”, una lamentazione funebre per una Sardegna che scompare.
Di attitidus e di altri usi funebri si parlerà diffusamente nel volume III° di questa opera.

Attitadora (e Attittadora) = Prefica. Esiste anche il maschile, attitadori, ma con altro significato, riferito a uomo piagnone. E’ chiaro che il ruolo di attitai, di lamentare i morti è proprio della donna. Ed è la donna che “attizza” negli animi virili la commozione, l’ira, la vendetta.

Attitidu (e Attittidu); al plurale, Attitidus = Lamentazione funebre. Is attitidus vengono improvvisati e declamati dalle parenti del defunto; ma sono le attitadoras, vere e proprie esperte, simili alle antiche prefiche, che danno la stura ai pianti e alle lamentazioni collettive.

Avvalliri = Intristire, vuotarsi, rinsecchire. E’ detto specialmente per le piante e più in particolare per il grano. Cust'annu su trigu s'est avvalliu = Quest’anno il grano si è rinsecchito (ossia non è giunto a completa maturazione, indurendosi prima).
Vi è chi mediante lo sguardo (oghiadoris, iettatori) o mediante mazzinas (fatture) hanno il potere di avvalliri, rinsecchire, un campo di grano - come pure di provocare morbi e morie ad animali domestici e di ammalare creature umane. Vedi Ortizzu e Allacanau.

Azziccau = Spaventato. Colui che ha subito un trauma psichico. S’azziccau, quando presenta i sintomi propri di s'azzicchidu, dello spavento, viene sottoposto alla terapia del caso.

Azzicchidu = Spavento, e più precisamente, nella materia in esame, shock, trauma psichico. Sinonimi di azzicchidu, spavento sono sprama, spreu, sustru e assustru, e inoltre di maggiore intensità i vocaboli spentumu e sprerrumu che indicano il precipizio, l’abisso, che danno luogo agli aggettivi spentumau e sperrumau, che si potrebbero tradurre con “annichilito dallo spavento”. In medicina popolare, s'azzicchidu, lo spavento, può essere lieve o grave, provocato da creature viventi (Animas bias = Anime vive) o da creature morte, spiritus e umbras, spiriti e fantasmi, (Animas mottas = Anime morte) e viene curato con terapie diverse, che vanno dalla semplice aspersione del viso o del collo con saliva o acqua, fino ai suffumigi magici e a s'imbrusciadura, un singolare rito che guarisce i traumi psichici. Vedi il capitolo S'imbrusciadura. Vedi anche Sperrumu e Sperrumau.

Azzichidu (Sinnus) = Spavento (Sintomi). S’azzicchidu, lo spavento, è considerato una malattia vera e propria, ed è assai diffusa, nei piccoli più che negli adulti, nelle femmine più che nei maschi. I sinnus o sintomi che lo caratterizzano sono: insonnia, vaneggiamenti, incubi; inappetenza, svogliatezza, vomiti; pallore del viso e sguardo assente; foruncolosi, specie nella testa; può sopravvenire nei casi più gravi febbre alta con delirio. Modo di dire comune: “D’hat pigau spreu mannu!” = Ha preso uno spavento grande! Vedi Imbrusciadura.

Babballoti = Insetto, in senso generico, specie quelli che vivono nel terreno sotto lo strato di foglie secche e sotto i sassi. Alcuni babballotis, insetti, sono ritenuti spiriti metamorfici, certi cattivi e altri buoni. Su babballoti arrumbulazzu, il porcellino terrestre, detto anche Proceddeddu de sant'Antoni (Porcellino di sant’Antonio), l’insetto che vive sotto i sassi e tra sostanze vegetali in decomposizione, si dice che porti fortuna, quando lo si tocca e si appallottola. Così pure un altro babballoti, detto babbajola o mammajola (coccinella), che è considerato guardiano di tesori nascosti e dal cui volo si traggono auspici. Teniri bonas babbajolas significa tenere molti soldi, essere ricco. Le bambine catturano is babbajolas, le coccinelle, e per propiziarsi fortuna le mettono sopra il palmo della mano aperta, recitando versetti propiziatori e augurali finché l’insetto non vola via.

Babboi = Insetto repellente, babau, spauracchio. Viene detto ai bimbi disubbidienti: “Mi' (Mira) a babboi, chi non fais a bonu! = Guarda (che viene) babboi, se non fai da bravo! Tuttavia, è approssimativo tradurre babboi con l’italiano babau. Babboi è voce di origine fenicia, da bou, tenebre, e babbou, orrore. Ho notato che il termine babboi è usato nel Campidano di Oristano per indicare un insetto repellente, che fa paura o schifo, talvolta per indicare s'argia, la tarantola. Alcune tarantolate, infatti, descrivono l’insetto che le ha pizzicate come unu babboi nieddu pixidu piludu piludu = un insetto nero come la pece molto peloso.

Battesimu = Battesimo. Rito magico - religioso di purificazione e iniziatico, cui si dà la virtù di cancellare con il “peccato originale” (il peccato di Adamo ed Eva) ogni altro peccato, e che ha il potere di esorcizzare i demoni e dare fede e sapienza all’iniziato. La materia del Battesimo consiste nelle stesse sostanze che più frequentemente ritroviamo in ogni rito magico - terapeutico: l’acqua, simbolo di purificazione; l’olio, che ha valore di crisma; il sale, simbolo della sapienza; la saliva che in quanto a umore di organi vitali rappresenta l’essenza stessa della vita. Vi sono nel Battesimo diversi aspetti di un vero e proprio rito magico terapeutico, di iniziazione, di propiziazione, talismanico. La ripetuta imposizione delle dita della mano nelle parti del corpo del battezzando ritenute vitali (mente, cuore, organi dei sensi) e is brebus, le parole sacre, danno al rito funzioni terapeutiche, in quanto esorcizzanti il male, iniziatiche, in quanto danno il carisma della fede, propiziatorie e talismaniche, in quanto richiamano sull’iniziato la protezione delle forze del bene.

Battia (Arza) = Vedova (Tarantola). Dicesi arza battia o arza viuda in logudorese una specie di tarantola, il cui morso dà sintomi simili a quelli provocati da s'argia viuda del Campidano. La terapia per il morso dell’arza battia in alcune comunità è effettuata da sette vedove.

Bèvida = Bevanda, tisana. Alcuni, come lo Spano, traducono tisana con bivanda, italianizzando. Bevida indica anche sa mexina de buffai, la medicina da bere, pozione o tisana che dir si voglia, ottenuta mediante l’ebollizione di erbe, o sciogliendo sostanze medicamentose o consistenti in aqua abrebada, un acqua resa taumaturgica mediante magia eseguita da guaritori.

Billada in campidanese e Bizada in logudorese = Veglia rituale. Si ha notizia di veglie sacre, anche attuali, per lo più collettive. Ne parla l’Angius nel Dizionario enciclopedico del Casalis. Vedi anche in sa festa de sos mortos a Orune, nel volume III°.

Bisera e Maskara = Maschera. L’uso della maschera è comune in molte cerimonie magiche propiziatorie. La maschera di per sé opera una magia metamorfica: trasfigura il volto che da umano può diventare angelico o demoniaco, affascinante o terrificante; e si acquistano i caratteri e le capacità dell’angelo, del demone, dell’animale rappresentati. Le maschere carnevalesche di Ottana e di Mamoiada, nelle Barbagie, sono maschere linnee rappresentanti animali e demoni, di espressione fortemente drammatica. Con queste maschere, durante il carnevale, si svolgono cerimonie magiche propiziatorie le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Se ne parlerà diffusamente nel volume III°. Bisera, maschera, ha anche il significato di beffa. Fattu a bisera = Fatto per beffa.

Bisir e Visir = Visir, ministro di corte. Termine usato per indicare genericamente chi amministra la giustizia. Con lo stesso significato, ma più raramente, è usato anche kadì.

Bisu = (Dal latino visus). Sogno, sonno. Bisai e anche Bisionai = Sognare, fantasticare. Nottesta happu fattu unu bellu bisu = Stanotte ho fatto un bel sogno. Ita ses, bisendidì (o bisionendidì)? = Cosa ti stai sognando (o inventando)?
Is bisus, i sogni hanno particolare rilevanza nell’arte della divinazione. In generale sono considerati segni premonitori di fausti o infausti eventi, dati all’uomo da entità spirituali durante il sonno. L’analisi e la interpretazione dei sogni consentono non soltanto di divinare, ma, con buona pace di Freud, di penetrare nei più profondi recessi dell’animo umano cogliendo le cause di certe malattie di carattere psichico e di approntare le terapie più idonee. Vi sono bruxus e cogus, uomini di magia e di medicina, esperti nella interpretazione dei sogni, e a loro ci si rivolge per conoscerne il vero significato.

Bisura = (Da bisu, viso). Aspetto del viso. Sa bisura, l’aspetto del viso, denota i sintomi della malattia e consente al guaritore di fare la diagnosi e approntare il rimedio. La tipologia del viso, nonché l’aspetto relativo all’umore, è detto anche cara. Essiri de bella cara
 = avere un viso di bell’aspetto.

Boe muliache e in campidanese Boi mulliaccas = Bue mugghiante. E’ così detto una sorta di bue mannaro, fenomeno di demoniaca metamorfosi dell’umano. Meno frequenti su ercu e sa prummunida, il cervo e l’asino mannari. Vi sarebbero certi uomini che nelle notti di plenilunio si trasformerebbero in un mostruoso bue magghiante (boe muliache), dando vita a una nuova creatura infernale che si aggiungerebbe ai mille altri demoni che dopo il tramonto emergono dagli inferi popolando le tenebre. L’orrendo essere metamorfico detto boe muliache rappresenta un penoso dramma esistenziale per colui che ne è il soggetto, e costituisce un pericolo mortale per i membri della comunità: colui che sente il suo terrificante muggito può morire dallo spavento in breve tempo. Vedi Ercu, Premmunida, Licantropia.

Brebus = Parole sacre o di natura magica. Dal latino verbum, parola. Nei riti terapeutici popolari, is brebus, le parole magiche, scandite, bisbigliate o inespresse, costituiscono elemento essenziale, potendo anche sostituire la materia curativa. Anzi, va sottolineato, che sono is brebus , spesso, a sacralizzare, a rendere terapeutica la materia usata. Specificando: qualunque materia curativa diventa abrebada, cioè magica e sacra, mediante la pronuncia di appositi brebus da parte del guaritore. Come si è accennato, talvolta sono sufficienti is brebus , per risolvere un lieve disturbo. Si dice allora a si fai is brebus, farsi fare i brebus, o anche is Vangeus, i Vangeli. Tale terapia consiste nel recitare al malato versetti magici o passi tratti dal Vangelo, per esorcizzare il demone di “quella” malattia. L’operazione è normalmente condotta da un sacerdote o da un guaritore.

Brebus de s'affumentu contra s'azzicchidu = Parole magiche nel suffumigio per guarire gli spaventi. Nella terapia detta s'affumentu (il suffumigio magico-terapeutico), praticato prevalentemente per risolvere traumi psichici e per liberare dal malocchio, sono di particolare importanza is brebus che vengono recitati tre volte durante il rito. Vedi Affumentu.

Brullas o Ciascus de sposoriu = Burle o scherzi nello sposalizio. Era usanza diffusa appendere al letto degli sposi novelli sonajolus e pitiolus (Vedi), sonagli e campanelli, in modo che la coppia consumando il matrimonio, scuotendo i suonanti aggeggi, avrebbe allontanato dal talamo e quindi dalla casa gli spiriti del male. L’usanza aveva quindi funzione scaramantica: portava bene agli sposi “attivi” liberando la loro casa dalla presenza e dagli influssi dei tiaulus, diavoli. Attualmente è diventata una burla per il sollazzo degli ospiti, i quali, in alcune comunità contadine, si intrattengono a far festa per tre giorni e tre notti: dal tintinnare che giunge dalla camera nuziale si valuta la vigoria degli sposi e si ricamano facezie e storielle piccanti. L’uso “civile” di legare barattoli all’auto degli sposi che partono per il viaggio di nozze, diffuso un po’ dappertutto nel mondo occidentale, è una variante dell’antico rito di dar piglio a sonagli o a oggetti rumorosi per liberare dagli spiriti del male la casa che ospita un nuovo nucleo familiare.

Bruxa = Maga, e più specificatamente indovina. Secondo il Dizionario del Porru, questo termine oltre a indicare la maga indicherebbe anche su logu aundi si unint is bruscias, il luogo dove si riuniscono le streghe. Vedi Bruxu.

Bruxeria = Magia, incantesimo, fattura, malia, medicina. Bruxeria è l’atto compiuto dal bruxu (mago) o dalla bruxa (maga) sia per legare che per sciogliere. Dicesi bruxeria anche lo strumento o il rito usato per compiere la magia, di segno bianco o nero. Vedi Bruxu.

Bruxeria po divinai = Magie o stregonerie per divinare. Nelle mexinas in uso nel mondo contadino, un settore cospicuo nel campo della divinazione è riservato alla scoperta dei colpevoli di reati contro la persona o il patrimonio. Quando si dubita che il male che affligge qualcuno della famiglia (o qualche prezioso animale da cortile o da lavoro) sia opera di un fattucchiere (killer armato di malefici ingaggiato da un nemico); o quando siano spariti dal loggiato o dal cortile un paio di forbici o un lenzuolo lasciato steso o una gallinella ovaiola, allora la massaia si rivolge a su bruxu (o a sa bruxa), al mago (o alla maga), che abbiano nomea di essere veri cogus, indovini, affinché compia qualcuno di quei particolari riti magici che svelano l’ignoto, affinché colui (o colei) che ha commissionato il maleficio o che ha rubato assuma un volto, prenda un nome e venga ripagato come si merita.
Si può dire che questi metodi di ricerca della verità per amore della giustizia sono assai più civili, e più umani, di quelli in uso nelle polizie di tutti i tempi, intese come “braccio armato” del potere e della giustizia. Si sa che in tempi relativamente antichi, i “giudizi di Dio”, le ordalie, le prove del fuoco e le prove dell’acqua, e altri simili metodi “divinatori” erano in auge per dirimere controversie e principalmente per dimostrare la colpevolezza o l’innocenza di un cittadino sospetto di reato. Queste singolari prove, cui erano sottoposti i sospetti, consistevano nella costrizione a compiere atti che, senza l’intervento di un potere sovrannaturale, si risolvevano sempre a danno dell’imputato. E’ assurdo, essere immersi nell’acqua e non affogare, camminare sopra i carboni accesi e non bruciarsi, immergere la mano nell’acqua bollente e non scottarsi, bere pozioni avvelenate e sopravvivere, farsi mordere da un aspide e restare indenni - o ricevere sulla lingua una lama arroventata, con la presunzione che il colpevole avendo paura ha la lingua arida e pertanto si scotta, mentre l’innocente essendo tranquillo ha la lingua insalivata e quindi non si scotterebbe.
Nel sottoporre i sospetti di reato a tali torture, spesso mortali e comunque invalidanti, c’è la presunzione (difficile dire quanto in buonafede) che Dio o le Forze del Bene, essendo a favore dell’innocente, si sentirebbero in dovere di intervenire con un “miracolo” per salvare il disgraziato ingiustamente accusato. Il fatto è che tale intervento è sempre rimasto a livello di ipotesi, e dubito che sottoponendo gli stessi accusatori e amministratori di giustizia a tali prove il Padre Eterno si scomoderebbe a muovere un dito.
Quando Gesù di Nazareth viene inchiodato alla croce, i suoi carnefici ebrei lo deridono, sapendolo un “mago”, capace di cacciare i demoni dagli ossessi e di guarire i malati, dicendogli che se egli è veramente innocente le Forze del Bene verranno a salvarlo. Anche in questo caso si configura un richiamo, seppure in senso ironico, al “giudizio di Dio”.
Le torture diffuse ancora oggi presso tutte le polizie del mondo altro non sono che una eredità di quell’antichissimo e barbarico istituto (che ebbe i suoi fasti nel Medioevo) detto ordalia e basato essenzialmente sulla prova del fuoco e dell’acqua. La stessa presunzione che sotto la tortura il sospetto, se colpevole verrà abbandonato da Dio e finirà per confessare i propri misfatti. In verità, qualunque uomo, sottoposto a sevizie (attualmente una delle più atroci torture è l’isolamento) finirà per confessare colpe non commesse e qualunque altra cosa potrà compiacere i suoi aguzzini. Gli attuali “giudizi di Dio”, dove si usano metodi più sofisticati che nel passato, non sono altro che una continuazione di antichi riti barbarici che le legislazioni attuali dicono di aver soppresso. Il sistema di potere attuale condanna verbalmente simili metodi, ma li usa più o meno nascostamente nella misura in cui gli tornano utili per eliminare oppositori irriducibili e per dimostrare la propria efficienza punitiva.

Bruxu e Bruxa = Mago e maga, fattucchiere e fattucchiera, guaritore e guaritrice. Si dice anche di persona che sa divinare il futuro. O anche più comunemente a chi ha indovinato un pensiero nascosto o ha previsto ciò che poi è realmente accaduto. Ita ses, bruxu? = Che cosa sei, mago? Su tali indovinat is cosas: debit esseri bruxu = Il tale indovina ciò che accade: deve essere mago. Il termine bruxu (a meno che non sia usato scherzosamente, come nelle frasi precedenti) viene sempre usato indirettamente, riferito cioè sempre a persona non presente. Il guaritore o fattucchiere che si va a trovare per un consulto o per avere la mexina per una malattia, non si apostrofa mai con l’appellativo di bruxu, ma con il suo nome di battesimo o con il suo soprannome preceduti da ziu, o se è famoso per le sue doti di guaritore omini santu.
Bruxa può prendere anche il significato di strega, nel senso di donna bisbetica e acida, senza che il termine contenga attributi demoniaci e di malvagità. Più propriamente, il termine strega, rispettando la derivazione dal latino (strix-strigis) si traduce in sardo con stria, che indica il barbagianni, uccello notturno portatore di una particolare malattia (Striadura - vedi) e di gravi sciagure. Vedi Stria.

Buscu = Bosco. Lo Spano, nel suo Dizionario, ne dà la seguente definizione: Logu plantadu ad arbures silvaticus (Luogo dove vegetano alberi selvatici). Ancora oggi si ha memoria di boschi considerati sacri dalla comunità. Nei boschi sacri il taglio della legna era tabù. Colui che avesse violato il divieto sarebbe incorso nella terribile vendetta della divinità alla quale quel bosco era consacrato. Ancora oggi è noto nel Campidano il bosco di Villanovaforru (oggi Collinas) dedicato a Nostra Sennora, la Tanit della mitologia cristiana.

Cabala = Cabala. Arte di interpretare il senso nascosto delle parole e di operare prodigi mediante parole pronunciate in modo rituale. Is brebus (dal latino verbum), le parole magiche, hanno valore cabalistico perché pronunciati e interpretati dai maghi guaritori in un modo che trascende il comune senso di quelle stesse parole. Infatti, quelle stesse parole pronunciate da un profano, perdono le loro virtù magiche, terapeutiche e scaramantiche, divinatorie o ammalianti. Si vuole che l’arte della cabala, di origine caldèa, sia stata tramandata da Abramo e quindi rivelata da Gesù a San Giovanni l’Apostolo.

Campanas e Campaneddas = Campane e campanelli. Potenti amuleti, in grado di allontanare i diavoli che fuggono terrorizzati al loro suono. Oltre che richiamare i fedeli alle orazioni o radunare la comunità in casi di emergenza, le campane delle chiese hanno l’originaria funzione di esorcizzare i demoni. Diversi tintinnabuli, campanelli e sonagli, vengono usati nelle cerimonie magiche e religiose. Ve ne sono da appendere al collo e al polso dei bimbi contro il malocchio e più in generale per tenere lontani gli spiriti del male. Vengono usati dall’esorcista per scacciare i diavoli dagli ossessi. Si agitano quando qualcuno muore affinché i diavoli non si avvicinino all’anima del defunto che può così volarsene in cielo senza intoppi. A tale scopo, un tempo, le campane di chiesa suonavano a morto durante il trasporto del defunto dalla chiesa al camposanto. Vedi Pitiolus e Sonaiolus.

Cani = Cane. Animale ritenuto impuro, nel quale possono incarnarsi demoni e anime di dannati. Per sapere se l’anima di un morente andrà o non andrà all’inferno basta avvicinargli un cane. Se nel momento del trapasso il cane si avvicina vieppiù al morente, l’anima di questo sarà dannata (perché il cane l’accetta dentro di sé); se al contrario il cane si allontana, l’anima sarà salva (perché l’animale evidentemente la rifiuta). E’ usanza diffusa sotterrare un cucciolo di cane ai piedi di un albero per renderlo fruttifero. Vedi Cazzeddu.

Carroga = Cornacchia. Animale saggio che vive a lungo perché sa farsi i fatti suoi. Il detto Castiai che carroga in figu (letteralmente: Guardare come una cornacchia da sopra il fico), ha il significato di osservare con distacco la realtà senza farsi coinvolgere, ed è simile al dantesco “Non ti curar di lor ma guarda e passa”. Carroga è detto anche dispregiativamente di donna beghina che veste scuro. L’appellativo Carroga 'eccia, vecchia cornacchia, è sinonimo di vecchia megera.

Carronia = Donna laida e puttana. Usato popolarmente in senso fortemente dispregiativo per donna anziana dall’animo malvagio e puttanesco. Nonostante l’assonanza con carogna, usato in italiano per persona infida e malvagia, non vi è alcun rapporto tra i due termini.

Carrucciu (de figu morisca) = Pala (di ficodindia). La pala del ficodindia, il cladodio, impropriamente chiamata foglia e in sardo talvolta detta folla traducendo dall’italiano) è materia usata nelle fatture. Da una pala, intagliata con il coltello, si ricava un rudimentale pupazzo, su cui si compiono i riti di magia nera.

Cazzeddu = Cucciolo, cagnolino. Dallo spagnolo Cachorro con uguale significato. Su cazzeddu interrau biu (Il cucciolo sepolto vivo) sul limitare dell’uscio di casa o nel cortile, come vittima sacrificale alla nascita di un bimbo, è un antichissimo rito augurale, auspicio di lunga vita per il neonato. Usanza diffusa ancora in tempi recenti sotterrare animali domestici, in particolare cuccioli di cane, ai piedi di alberi lenti a fruttificare per renderli più produttivi. Si ha anche notizia che in tempi antichi venivano sepolti davanti all’uscio di casa bambini vivi, immolati con riti propiziatori agli dei ctoni della fertilità e della pioggia. Alcuni studiosi ritengono che con il passare del tempo ai bimbi si siano sostituiti i cagnolini. Vedi Pippius interraus bius (Bimbi sotterrati vivi).

Cera e Chera = Cera. Se benedetta, presa dall’altare di una chiesa, sa chera, la cera, è usata di frequente (con altri componenti quali l’incenso, la palma, l’alloro) nei suffumigi magico-terapeutici (affumentu), per guarire spaventi o per liberare dal malocchio o da malefici. La cera grezza (cerobida) è invece usata in magia nera per dare forma al feticcio, la raffigurazione del nemico da colpire anche mortalmente o della donna o dell’uomo amati da far innamorare, mediante fattura.

Cerbu e Crebu = Cervo. Con le sue corna, tagliate a rondelle e consacrate durante il plenilunio, si ottengono amuleti contro il malocchio. Tali amuleti sono detti Pinnadeddus e si portano al collo come pendagli. Vedi Pinnadeddu.

Chena de sos mortos = Cena dei morti. E’ credenza ancora viva presso alcune comunità dell’interno, in particolare a Orune, che nella notte del 2 Novembre le anime dei morti ritornino sulla terra, nei luoghi dove vissero. Le anime dei defunti vengono accolte con amore e rispetto dalla comunità che le ebbe viventi. In ogni casa, lasciata socchiusa per tutta la notte la porta d’ingresso, si prepara, nella cucina, accanto al caminetto acceso, un apposito tavolo imbandito con sa chena de sos mortos, con i cibi che sono più cari ai morti: sos maccarones, su pane durche, sos papassinos (i maccheroni, il pane dolce, i papassini). Si parlerà diffusamente di questa affascinante usanza nel volume III° di questa Opera, nel capitolo dedicato a sa festas de sos mortos a Orune.

Chercu e Quercu = Quercia. Regina del bosco sardo, sacra alla dea Tanit, la Grande Madre, e alle divinità ctonie. Vi erano boschi ritenuti sacri, dove il taglio della quercia era considerato sacrilegio. Attualmente, una vecchia quercia, ormai cava, detta tuva (Vedi), in occasione della festa di sant’Antonio del Fuoco, viene trasportata con grande solennità nella piazza maggiore del paese e bruciata al centro di un grande falò. Sa tuva, la vecchia quercia cava, può essere abbattuta soltanto con il taglio della scure.
Sotto le querce secolari, il consiglio dei saggi si riuniva a giudizio, e ancora oggi, presso certe comunità dell’interno, ci si incontra per dirimere controversie. Sentenze, giuramenti, patti fatti all’ombra di una quercia sono sacri e inviolabili. Su quercu (dal latino quercus) prende diversi altri nomi secondo la specie. Abbiamo così s'orroli, s'arburi de landiri, l’albero che dà le ghiande; su suergiu (quercus suber), la quercia da sughero. Esistono diversi toponomastici derivati dalla quercia, come i paesi di Suergiu (quercia da sughero e sughero) e di San Giovanni Suergiu. Così pure Orroli e altri. La ghianda della quercia è detta landiri, il calice della ghianda, calixi de su landiri, la galla è detta sa daddara - varietà rotondeggiante leggerissima, simile alla bacca del sambuco, che i bimbi usano per giocare.

Chervu o 'Ervu o 'Erbu = Cervo. Viene così chiamato nel Nuorese anche il cervo mannaro, una creatura demoniaca originata da una metamorfosi dell’umano, a causa di un male oscuro o di una misteriosa condanna. Su 'ervu - quale essere demoniaco partorito dalle stesse viscere dell’umano per un oscuro destino - costituisce un pericolo mortale per la comunità, e la sua apparizione è foriera di luttuosi eventi.

Circu o Xircu = Cerchio. Simbolo dell’infinito, attributo della divinità. Costituisce, tracciato per terra o disegnato su pergamena, un prodigioso amuleto che ha il potere di fermare fuori dei suoi limiti i demoni del male. Su xircu, il cerchio magico, si traccia intorno a sé, specie di notte quando si è in campagna e si abbia il timore che forze diaboliche siano in agguato. Il cerchio magico si traccia preferibilmente con un pezzo di carbone o con un tizzone. Il potere protettivo del cerchio aumenta se nel suo interno arde la fiamma di un fuoco o se la sua superficie viene aspersa con acqua santa o aqua abrebada. Vedi Abrebada (Aqua).

Clamai = Evocare. In Logudorese giamare, che ha secondo lo Spano, il significato di clamare foras, cioè “evocare gli spiriti”. Su clamai è l’evocazione, la “chiamata a voce alta” che viene fatta nelle cerimonie magiche per far apparire spiriti del bene o del male, anime dannate o sante, per impetrarne i favori. Nelle cerimonie funebri si clamat su mortu, si chiama a gran voce il morto, quando il suo corpo viene interrato, per trattenere la sua anima ancora sulla terra, tra i suoi cari, per quanto sia possibile a lungo. E in questo caso, su clamai, più che una evocazione spiritistica è una invocazione d’amore struggente. Su clamai o clamazioni (evocazione) si compie frequentemente nella parlata popolare con esclamazioni: Deus meus! o Madonna Santa! o dimoniu!, nei momenti di pericolo o come scongiuro o anche semplicemente come intercalare per vivacizzare il discorso.

Clamazioni = Chiamare a gran voce. Dal latino clamare, dal sardo clamai. Negli attitus (o attitidus), lamentazioni funebri, mentre si tessono gli elogi del defunto, coralmente, a gran voce, si pronuncia il suo nome, per trattenere la sua anima. Vedi Attitu.

Coa = Coda, ma anche diavolo, nominando la parte per il tutto. Su tiaulu c'hat postu sa coa! = Il diavolo ci ha messo la coda! Si dice per qualcosa che è andata storta. Si usa al contrario come scongiuro, come frase scaramantica quando ci si accinge a compiere un’opera: Speraus chi su tiaulu non ci pongiat sa coa = Speriamo che il diavolo non ci metta la coda, cioè che tutto vada per il verso giusto. Sa coa, la coda, è l’attributo più vistoso e più bestiale de su tiaulu, del diavolo. Vedi Coalonga e Coitedda.

Coalonga = Codalunga. In alcune comunità dell’Isola, specie nel Campidano oristanese, Coalonga è un diavolo intraprendente e lascivo, l’incubo notturno che si insinua fra le coltri dei lettini monacali dove dormono fanciulle e vedovelle timorate, mettendo a dura prova la loro castità. Nella novellistica popolare ricorrono di frequente notturne apparizioni di Coalonga , Codalunga, il diavolo lussurioso che assume astutamente le sembianze di giovane maschio piacente, tentando giovani donne sole e indifese. Non sempre Coalonga riesce a portare a termine il suo insano disegno, perché la vittima si sveglia eccitata da toccamenti preliminari, balza giù dal letto, si ricompone nella pudica camicia da notte, e inginocchiata su pavimento recita le preghiere e gli scongiuri del caso. C’è anche chi suggerisce abluzioni di acqua fredda, per snebbiare la mente e la volontà intorpidita.

Cogu e Coga = Mago e maga; fattucchiere e fattucchiera. Il termine cogu-a è usato anche per chi esercita l’arte o ha il dono di indovinare. O ses cogu o ci ses attoffau! = O sei indovino o ci sei caduto dentro, cioè ci hai azzeccato. E’ un modo di dire per chi ha indovinato alcunché. Cogu e Coga sono sinonimi di bruxu e bruxa (Vedi), uomo o donna che fanno magie.

Coitedda = Codina. E’ sinonimo di diavoletto. Coitedda è infatti un diavoletto birichino e dispettoso, che si diverte a far perdere, alle donne di casa specialmente, chiavi, portamonete, forbici o ditale da cucito. Quando la massaia, stranamente, non trova più un oggetto d’uso che ha appena rimesso al suo posto, pensa subito a una burla di Coitedda, diavoletto dispettoso, ed esclama: Malaitu sias, Coitedda! (Maledetto sii, Coitedda!), e sentendo la sua presenza che si manifesta con una risatina beffarda, fa gli scongiuri con is ficas (le fiche) o sputando per terra. Coitedda in fondo non è un cattivo diavolo: ha tempo da starsene a giocare, ma quando vede che la massaia sta perdendo la pazienza, l’aiuta egli stesso a ritrovare l’oggetto sottratto mettendoglielo proprio davanti al naso, dove la donna aveva precedentemente ben guardato.

Colludu = Virile, che ha le coglia. E’ detto comunemente di animale non castrato, che viene lasciato colludu per la riproduzione. Vengono invece castrati gli animali da ingrasso e da lavoro. Sono animali colludus, non castrati, su malloru, il toro (dicesi malloru arrui il toro brado), su caboni de fedu, il gallo da monta, che è detto anche caboni de tallu o intalladori, su porcu colludu, il verro, e su molenti che a qualunque uso venga destinato non viene mai castrato.
Colludu è attributo che si dà anche a persona ritenuta di particolare virilità. Quando tale virilità diventa motivo di gelosia per i maschi concorrenti della comunità, questi sono soliti dire: Fulanu est meda colludu, ddi menesciat castrau! (Il tale corre troppo la cavallina, andrebbe castrato!)
Nella novellistica popolare, godono fama d’essere colludus oltre misura is paras (i frati), is maccocus (i matti), is gobbus (i gobbi), is izzoppus (gli zoppi) e in generale is istrupiaus (gli storpi).
Nella medicina magica esistono diverse formule, pozioni e sostanze usate per rendere colludu il maschio, e ne esistono, al contrario, per renderlo impotente. Vedi Fattura.

Coloru e Caoru = Biscia, serpente. Su coloru possiede un fascino malefico, detto umbra de coloru, che può essere posseduto anche da certi uomini, ritenuti iettatori e portatori di malocchio. Su coloru simboleggia il demonio. L’inferno (s'inferru), è comunemente definito su logu aundi sunt pibaras e colorus, il luogo dove sono vipere e bisce. Una testa di coloru (detto erroneamente pibara, cioè vipera, che in Sardegna non esiste) fa parte del corredo di animali o parti di esse mummificati e conservati dentro un sacchetto di pelle, che costituiscono su contravelenu, un amuleto-medicina usato in campagna contro i morsi di animali velenosi.

Cona e Kona, Immagini, Mazzina = Immagine, effigie, simulacro. Kona è di chiara derivazione greca (così icona, immagine sacra, da eikon). Da notare che mazzina, oltre ai significati che abbiamo visto ha pure quelli di “sortilegio”, “magia”. E’ detta mazzina anche la fattucchiera e la fattura stessa, ossia il feticcio rappresentante la persona che si vuole colpire o distruggere con arti magiche.
Is conas (o mazzinas), i feticci, più usati per compiere fatture (quando non si possa disporre di una fotografia, o oggetti, o capelli della persona da affatturare) sono pupattole fabbricate con creta o cera o stracci o ottenute elaborando una pala del ficodindia. Il valore magico delle immagini e tutt’ora vivo. Si pensi alla moda di portare stampata sulla maglia l’immagine del proprio divo - cantante, calciatore o politico; o anche l’uso popolare di bruciare in effigie la personalità politica contro la quale si manifesta una opposizione. Si tratta di veri e propri riti magici. Vedi Mazzina e Fattura.

Concas a bagnu = Teste a bagno. Tra le mazzinas (magie) e is mexinas (medicine) po fai proiri (per ottenere la pioggia) era di uso comune l’immersione in una pozza d’acqua di una testa di animale, preferibilmente di un cazzeddu, cucciolo di cane. Alcuni studiosi sostengono che all’usanza di sacrificare in tale rito la testa di un bimbo sia stata sostituita nel tempo la testa di un animale domestico. Si ha comunque notizia dell’uso in tempi recenti di immergere teschi umani nell’acqua per invocare la pioggia, presso comunità dell’area Centro-orientale dell’Isola.

Contramazzinas = Amuleti. Is contramazzinas, letteralmente, “Controfatture”, indicano generalmente gli amuleti. Sono di vario genere e hanno il potere di allontanare dalla persona che le indossa ogni genere di maleficio. Affinché produca tutta la sua efficacia magica, sa contramazzina, l’amuleto, deve essere portato a contatto di pelle. Ve ne sono di specifiche contro il malocchio, come su froccu birdi, il fiocco verde, o su pinnadeddu, il pendaglio costituito da una rondella di corno di cervo o da certe pietre dure. Is contramazzinas, gli amuleti, non vanno confuse con is pungas, i talismani, o portafortuna. Vedi Pungas.


Contravelenu = Si potrebbe tradurre con antidoto. Più precisamente, su contravelenu è un potente amuleto-medicina a largo raggio di azione contro morsi e punture di animali e insetti velenosi e irritanti, quali api, vespe, ragni, tarantole dei muri, eccetera. Tale amuleto-medicina, noto con il nome di contravelenu, è costituito da un sacchetto di pelle, che il guaritore porta appeso al collo, contenente allo stato di mummificazione resti di animali e insetti venefici. Tale sacchetto ha acquistato il suo potere magico-medicamentoso mediante uno speciale rito. Si usa imponendolo nella parte del corpo che è stata ferita recitando is brebus, le parole sacramentali del caso.

Coraddu = Corallo. Dal greco koràllion. Nome comune del corallo rosso (corallium rubrum), un antozoo che si caratterizza da uno scheletro calcareo ramificato. Fin dall’antichità se ne conoscevano numerose colonie nel Mediterraneo, specie tra le coste dell’Algeria e della Tunisia (Costa del Corallo) e la Sicilia. I Romani lo lavoravano per ricavarne collane, bracciali e pendagli considerati potenti amuleti. L’utilizzazione del corallo sia in funzione ornamentale che magica, dai Romani si è tramandata per tutto il Medioevo fino ai nostri giorni. La Sardegna ha prodotto e produce con il corallo e con la filigrana d’oro e d’argento una vasta gamma di gioielli, cui si attribuiscono poteri magici.

Coraddu nieddu = Corallo nero o antipate, costituito da antozoi antipatari (antipathes nigra) che costituiscono le loro colonie sugli scheletri neri dei cormi. Su coraddu nieddu possiede virtù magiche più rare del corallo rosso. Così è descritto dal Domenech, nel Dizionario del Battaglia, alla voce omonima: “L’antìpate è nero e non traluce. L’esperienza d’esso è questa, che cocendolo nel latte, lo fa simile alla mirra. Dicono i Magi che l’antìpate ha virtù contro il fascino degli occhi”, ossia contro il malocchio.

Corpus Domini = Corpus Domini (Il Corpo del Signore), festa solenne che si celebra il giovedì dopo l’ottava della Pentecoste, nella ricorrenza della istituzione del sacramento della Transustanziazione o Eucarestia. Per il corpus domini si svolge una processione con il Santissimo, che si snoda tradizionalmente lungo l’abitato, seguendo un itinerario che tocca le diverse croci monumentali, addobbate e adattate a cappella per la circostanza. Al corpus domini, specialmente nelle comunità agricole, sono legati numerosi riti magico-terapeutici, come s'imbrusciadura (Vedi) e la comparizione eccezionale dei morti, i quali, si crede, seguono la processione e talvolta la precedono.

Corru = Corno. Nella parlata popolare corru è frequentemente usato con il significato di pene; è un termine ritenuto non osceno e talvolta usato perfino in frasi beneaguranti, seppure scherzosamente. Per esempio in sostituzione alla esclamazione Saludi! (Salute!) si dice Corru de crabu! (Corno di capro!), rivolgendosi a persona con la quale si ha un rapporto familiare, quando abbia starnutito o scoreggiato. Se poi chi ha fatto lo starnuto o la scoreggia è un bimbo, il papà o la mamma gli si rivolgono scherzosamente esclamando Corru de memei! (Corno di agnellino!) o Corru de pisittu! (Corno di gatto!). Come si sa, né l’agnello né il gatto hanno “corno”, mentre possiedono il “pisello” - un modo quindi di ingentilire l’esclamazione scaramantica di prammatica… a base di corru. Nell’Oristanese è usato assai spesso, quasi come intercalare, quando si voglia cortesemente esprimere una opinione contraria, la frase Corru in cu' a tia! (Corno in culo a te!) o afusteti (a lei), quando è rivolta a persona di rispetto.
Su corru, il corno, è utilizzato in Magia e in Medicina popolare sia come forma che come sostanza. La sua diffusione è da collegarsi alla credenza secondo la quale su corru possiede poteri ambivalenti, sia come talismano, “che porta bene”, sia come amuleto, “che protegge dal male”. Di particolare efficacia le corna di cervo e di bue. Da quelle di cervo si ricavano rotelle, che forate e appese al collo o al polso proteggono dal malocchio; ancor meglio se il girocollo o il braccialetto consistono in un nastro di colore verde. Tale rotella di corno, detta pinnadeddu (Vedi) affinché assuma le virtù di amuleto deve essere debitamente abrebada, cioè consacrata mediante formule magiche da un omini de mexina, guaritore. Corru in pruini, corno in polvere, si ritrova negli ingredienti di diverse pozioni e filtri magici, in particolare in quegli atti a restituire vigoria e virilità. Corna e cornetti di forma e sostanze diverse sono diffusamente usati, per quel che ho potuto constatare, in tutta l’Europa cattolica, dove evidentemente la mitologia cristiana ha in pratica sostituito con il corno l’itifallo, il pene eretto, talismano diffusissimo in tempi pagani.

Corr' 'e boi (Corru de boi) = Corna di bue, bucranio. Il cranio di bue con vistose corna è un potente amuleto, cui si attribuiscono anche poteri scaramantici e propiziatori. Negli antichi templi pagani i bucrani sono usati come elementi decorativi architettonici; all’interno degli stessi templi venivano appesi alle pareti i crani di buoi sacrificati. Presso molti popoli, i bucrani posti in cima a un palo avevano significato funebre o venivano innalzati per segnare confini invalicabili (l’attuale off-limits delle basi militari) o a protezione di luoghi sacri, per lo più dedicati al culto dei morti. Guerrieri sardi del periodo prenuragico sono raffigurati nei bronzetti con elmo ornato di corna. Ancora in tempi attuali, nel nostro mondo contadino e pastorale, i bucrani posti in cima a pali di confine o sormontanti le cancellate di un chiuso, coltivato o adibito a ovile, hanno la magica funzione di tenere lontani dal luogo gli spiriti del male, nonché gli iettatori e i malintenzionati.

Crastadori = Castratore. Colui che esercita il mestiere del castratore su animali da ingrasso o da lavoro, una attività assunta in una certa misura dal veterinario. Vi sono castradoris, castratori, specializzati nel compiere tale operazione su una singola specie animale. Abbiamo così su crastacaboniscus (che peraltro è una attività normalmente assunta anche dalla massaia); il castratore di galletti; su crastaprocus, il castratore di maiali; su crastamallorus, il castratore di tori (che vengono evirati con il metodo de sa malladura, della scotolatura o schiacciamento dei testicoli); eccetera.
Si dice crastapibizziris (castra-cavallette), in senso ironico, di persona spaccona e incapace; o anche di coltello di minime dimensioni, temperino da bimbi che “non serve a nulla: Custu gorteddeddu est unu crastapibizziris (Quel coltellino è buono da castrare cavallette). Gorteddeddu è diminutivo di gorteddu (Vedi), coltello, detto, anche più comunemente leppa (Vedi glossario Vol. I). L’operazione della castratura è atto di rilevanza economica nella comunità, ed è associata a numerosi tabù e a riti magici e propiziatori.

Crastadura = Castratura, l’atto del castrare. Termine usato anche per l’uomo, con il significato quindi di evirazione. Si dice crastadura, castrazione, anche l’operazione della incisione delle castagne che si mettono ad arrostire sulle braci o nella apposita padella forata.
Crastau, castrato, participio passato di crastai, castrare, usato come sostantivo e aggettivo, vale sia per l’animale che per l’uomo, ed è l’opposto di mascu, virile. Il superlativo di mascu è colludu, che significa appunto “molto virile”, sia in dimensioni che in potenza. L’attributo di colludu viene generalmente dato all’asino o all’uomo di esagerati appetiti. Come è detto alla voce precedente, per alcuni animali, quali il toro, sa crastadura non si effettua mediante l’asportazione dei testicoli ma con sa malladura, la scotolatura, ossia lo schiacciamento o la battitura. Mallai significa battere con su mallu, il mallo o manfano, e indica anche l’atto del trebbiare i cereali o le leguminose, e la scotolatura del lino o di altre fibre tessili.

Crobu = Corvo. Uccello ritenuto stolto e di malaugurio. Parit unu crobu = Sembra un uccello del malaugurio, un iettatore. Si dice anche dispregiativamente del prete, per la sua veste nera. E’ considerato di malaugurio anche il suo gracchiare.

Cuccu = Cuculo. Dal suo canto ripetitivo si traggono auspici. Ascoltandolo, una fanciulla può sapere tra quanti anni di sposerà.

Cuccumeu = Civetta. Uccello strigiforme, considerato di malaugurio come sa zonca, il gufo. Cuccumeu e zonca, civetta e gufo, non possiedono la pericolosità de sa stria, della strige, il barbagianni, che si ritiene possa portare gravi malori anche mortali con il suo malefico e demoniaco influsso.
Su cuccumeu, la civetta, nella narrativa orale, è termine talvolta usato come sinonimo del sesso femminile; vi sono anche diverse composizioni poetiche estemporanee dove appunto con l’appellativo di cuccumeu si tesse l’elogio della fica. Da notare che il sesso della donna in specie, nella lingua sarda anche la più sboccata, non viene mai espressamente nominato se non attraverso fiorite e talvolta gentili immagini, come sa figu, il fico, su flori, il fiore; su niu, il nido, sa muscapia, che indica una sorta di mobilissima girandola luminosa nei fuochi di artificio. Cunnu (dal latino cunnus) indicante propriamente l’organo della riproduzione nella donna viene usato esclusivamente nelle invettive, quali quella durissima: Su cunnu chi ti 'n d'hat zappulau! (La matrice che t’ha rigettato, generandoti). Vedi Zonca e Stria.

Cumbessia = Ricovero, riparo rustico. Le cumbessias indicano in sardo-logudorese le costruzioni rustiche edificate all’interno del recinto sacro di chiese e tempietti campestri, dove si svolgono annualmente cerimonie religiose e magico terapeutiche. In virtù del luogo dove sorgono, is cumbessias sono considerate ricoveri sacri, e nel loro interno si pratica il singolare rito della incubatio (in sardo su sterrimentu) l’atto dello sternere, dell’adagiarsi supino per terra.
Is cumbessias, costruzioni rustiche talora abbastanza confortevoli e tal’altra consistenti in semplici tettoie di canne o di falasco sostenute da pali, servono da riparo ai fedeli durante il loro pellegrinaggio nel periodo celebrato in onore del santo, periodo che dura mediamente dai tre ai nove giorni (triduo o novena). Vedi Sterrimentu e Imbrusciadura.

Denti = Dente. Molto diffuso, anche in ambienti socio-culturali che si definiscono evoluti, l’usanza di far nascondere ai bambini i dentini di latte, quando cadono, in un forellino di un vecchio muro di cortile o in altro nascondiglio. Gli adulti fanno credere al piccolo che passerà il “topolino” (sempre bisognoso di dentini di ricambio) che se lo porterà via e in cambio lascerà una moneta. La motivazione originaria del rito va ricercata nella paura che qualcuno malintenzionato possa appropriarsi del dentino del bimbo e usarlo per compiere contro di lui pratiche di magia nera (fatture): impedire la crescita del nuovo dente o provocare più gravi danni nello sviluppo fisico e nell’equilibrio psichico del piccolo.

Dimonieddu = Diavoletto. Diminutivo di dimoniu. L’uso corrente dei termini dimoniu, demonio, e dimonieddu, diavoletto, nonché di altri sostantivi indicanti il Principe del Male, testimoniano della influenza delle entità demoniache nella sfera dell’umano esistenziale. Dimonieddu, diavoletto, indica uno spiritello maligno e dispettoso, non tanto cattivo quanto birichino e giocherellone. Si dice anche di bambino oltremodo vivace. Vedi Dimoniu.

Dimoniu = Demonio. Indica genericamente una delle tante emanazioni di Luziferru, Lucìfero, che è il Demonio per antonomasia, Principe del Male e delle Tenebre. Su dimoniu o su tiaulu, diavolo, è detto anche su nemigu, il nemico, e ha la capacità di assumere non soltanto sembianze umane ma specialmente svariate e composite forme animalesche. Gli animali di cui è solito assumere le sembianze sono il capro, l’asino, il gatto, il gallo, il pipistrello, il serpente. Alcuni lo descrivono come un uomo con la coda, le gambe terminanti in zampe bisulche, le corna e sulle spalle una ciminiera da cui escono fumo e fiamme.
Un particolare storico curioso: nella parlata popolare campidanese, dimoniu è sinonimo di buginu - dove è chiaro il riferimento al Bogino Gian Battista Lorenzo, ministro di giustizia sabaudo dal 1750 al 1773, famigerato persecutore nell’Isola di oppositori politici che condannava sommariamente alla impiccagione. Vedi Tiaulu.

Divinazioni = Divinazione. Sa divinazioni o arti de divinai, arte di divinare. Cogus e bruxus, indovini e maghi, possiedono l’arte del divinare. Nella veste di Aruspici essi possono conoscere il futuro, o più semplicemente ciò che agli altri resta nascosto, mediante la osservazione della sostanza e della forma di certe materie od organi vegetali o animali, dallo svolgimento di certi fatti, dai sogni. Queste elencate qui di seguito sono alcune tecniche o metodi di divinazione ancora in uso.
 Acdac = Divinazione diffusa tra gli arabi e presso i popoli del bacino del Sud-Mediterraneo, che utilizza tre frecce o tre listelli di ferro in ciascuno dei quali sta scritta una delle seguenti parole: comandate, vietate, nulla. Le tre frecce vengono poste dal mago in un sacchetto e vengono tratte una per volta da colui che vuole trarre auspici. L’estrazione della prima indica “mettiti all’opera perché l’esito sarà positivo”; della seconda il rinvio per almeno un anno della operazione; della terza, ritentare la sorte estraendo una seconda freccia.
Acqua amara = Veniva data da bere a donna sospetta di adulterio. Se moriva era colpevole; se si salvava era innocente. In uso presso gli Ebrei o comunità ebraiche inserite in gruppi etnici diversi.
Acqua bollente . Altra variante delle numerose divinazioni dette “Prova di Dio”, per accertare la colpevolezza o meno di un sospetto di reato. L’indiziato era costretto a immergere la mano nell’acqua bollente traendo un anello deposto sul fondo del recipiente. Se le scottature guarivano entro tre giorni, fatto del tutto improbabile, egli era innocente. In uso anche presso la Santa Inquisizione.
Aeromanzia = Divinazione mediante l’osservazione del variare dei fenomeni dell’aria, dopo aver fatto apparire gli spettri dell’aria evocando i demoni.
Aghi = Sono spesso usati non solo per divinare ma anche per compiere sortilegi e fatture. Gli aghi vengono posti sul fondo di una padella in cui si versa dell’acqua. Altri versano prima l’acqua e poi pongono delicatamente gli aghi sulla superficie liquida. Dal loro modo di disporsi, di galleggiare o di affondare si traggono auspici o si fanno diagnosi di malattie o si ricevono indicazioni per localizzare oggetti smarriti o rubati, nonché gli eventuali ladri. Unendo sul fondo gli aghi in un certo modo si compie una sorta di fattura detta su liamentu (il legamento), che impedisce a una coppia di unirsi sessualmente.
 Aleuromanzia = Divinazione eseguita con la farina, in mezzo a cui si nascondono dei bigliettini recanti scritti o simboli. Si pesca un biglietto in mezzo alla farina e da quel che c’è scritto o disegnato si conosce il proprio destino.
 Alfitomanzia = Si pratica con il pane d'orzo. Viene usata per accertare la colpevolezza di un sospetto di reato. Si fa addentare all'inquisito un grosso morso di tale pane facendoglielo inghiottire senza masticare. Se è innocente, riuscirà a trangugiarlo senza inconvenienti.
Alomanzia = Diffusissima divinazione con il sale. Ne esistono numerose varianti. Da ricordare che il sale è una sostanza magica per eccellenza, che non soltanto è il simbolo della sapienza ma ha il potere di tenere lontani i diavoli, in quanto “demono-repulsivo”.
Amniomanzia = Conoscere il futuro e trarre auspici dalla osservazione della membrana (residuo di placenta) che avvolge la testa del neonato.
Antropomanzia = Divinazione scrutando le viscere umane.
Apatomanzia = Trarre auspici interpretando l’apparizione improvvisa o l’improvviso movimento di cose, animali, persone (volo, caduta; miagolio, ecc.).
Aritmomanzia = Diffuso metodo di divinazione praticato con i numeri (che possono assumere anche valori cabalistici, scaramantici e di amuleti). Per esempio, i numeri
492
357
816
disposti in questo ordine danno sempre la somma di 15 addizionati sia in orizzontale, sia in verticale, sia in diagonale.
Aruspice. E’ colui che predice il futuro utilizzando uno o più dei metodi che qui vengono elencati. Gli aruspici erano indovini assai ricercati nell’antichità, e con veste e tecniche ammodernate svolgono tutt’ora la loro attività. Nell’antica Roma spiccavano gli auguri, che formulavano pronostici osservando il volo degli uccelli.
Astragalomanzia = Divinazione eseguita con ossicini in cui erano incise lettere dell’alfabeto (sostituiti poi dai dadi).
Astrologia. E’ termine prevalentemente usato per indicare l’arte del divinare mediante l’osservazione degli astri. Coi tempi è diventata una scienza assai complessa, volendo legare il destino di ciascun individuo umano o di gruppi o addirittura di nazioni alle influenze esercitate dagli astri.
Gli astri, appunto, nelle loro diverse posizioni influenzerebbero se non determinerebbero, secondo alcuni, i destini umani e di ogni altra creatura vivente. Scienza divinatoria diffusissima nel mondo del contadino e del pastore a economia arcaica, è attualmente divenuta prodotto di largo consumo, fornito dai mass-media, come gli oroscopi settimanali fatti in serie.
Axinomanzia. Divinazione per mezzo della scure. Metodo disusato, con il quale si ricavavano elementi occulti dalla osservazione della scure durante il suo uso nel taglio della legna.
Bastoni e bacchette magiche. Strumenti divinatori e terapeutici di cui erano forniti esseri dotati di virtù sovrannaturali. A parte le bacchette classiche, usate da fate e maghi nelle fiabe, ve ne sono (più propriamente bastoni) di più famose come quelle di Mosè e Aronne. Ancora nei tempi attuali, il bastone è simbolo di comando: lo portano i papi, i vescovi, e in misura ridotta generali e alti ufficiali, che hanno modificato la “bacchetta magica” in frustino, nerbo o scudiscio, facendo il paio con la bacchetta del maestro di scuola, di solito una pertica di olivastro, detta “castigamatti”. Semplici bacchette (per lo più una forcella di salice) vengono ancora oggi usate dai rabdomanti per individuare le falde acquifere. Altre bacchette particolari vengono usate anche da alcuni cogus, maghi-indovini, per scoprire tesori, sorgenti d’acqua, minerali preziosi e anche oggetti rubati nonché i ladri. Queste ultime bacchette possono sostituire il classico pendulum in alcune operazioni magiche, come nel ritrovamento di oggetti persi o rubati, e nelle fatturas po ammaliai, fatture per ammaliare o incantesimi.
Tassa de aqua = Bicchiere d’acqua. Strumento tra i più semplici e più diffusi per divinare. L’acqua usata nei riti magici, detta abrebada (resa cioè taumaturgica o sacra dai brebus, parole magiche) consente oltre che di divinare, di diagnosticare e curare diverse malattie.
Capnomanzia. Divinazione mediante il fumo, di cui si interpretano le circonvoluzioni. Il fumo è usato anche come terapia negli affumentus (suffumigi magici). La lama del coltello diventa sterile, non arrugginisce e acquista particolari poteri facendola scorrere nel fumo. Il fumo preserva dalla putrefazione, disinfetta le ferite, conserva più a lungo le carni insaccate.
Cartomanzia. Divinazione che si fa con le carte. Tra le carte da gioco sono molto usati i tarocchi. A Tebe nella antichità, si avevano celebri cartomanti, che svelavano i destini dell’uomo. Per inciso, nelle normali carte da poker, cuori e fiori portano bene, picche portano disgrazia, i quadri hanno un valore neutro.
Catoptromanzia. Metodo di divinazione mediante l’uso di specchi. E’ credenza comune a molti popoli che esistono specchi magici in grado di palesare (come in uno schermo televisivo) immagini di persone e di fatti lontani, evocati dal fluido medianico o da forze demoniache.
Causinomanzia. Si rivela l’occulto osservando il comportamento del fuoco, il modo in cui bruciano i combustibili. Le fiamme che si aprono, come a non voler bruciare quella legna, è di buon auspicio.
Chiromanzia. Arte di svelare il destino di una persona leggendole la mano.
Dafnomanzia. Divinazione per mezzo della combustione delle foglie dell’alloro. Albero sacro, su lau, il lauro, adorna con i suoi rami le strade di molti paesi dell’ Oristanese in occasione della festa del Corpus Domini o di altri importanti celebrazioni religiose. Le foglie dell’alloro, insieme ad altre componenti sacre, vengono bruciate negli affumentus, suffumigi magici.
Demonomanzia . L’occulto svelato da demoni sottoposti alla volontà di un mago potente. Si afferma che tale metodo può essere fallace, in quanto i demoni sono spesso bugiardi e ingannatori.
Enomanzia. Metodo privilegiato dai cultori del dio Bacco. Colore, densità, sapore del vino, se saputi interpretare, svelano i misteri dell’ignoto. Due volte giusto, allora, il detto “In vino veritas”, e per il suo effetto disinibitore e come strumento di divinazione.
Geomanzia. Divinazione mediante terriccio sparso sopra il pavimento o sopra il piano di una tavola.
Ictiomanzia. Divinazione ottenuta esaminando i visceri dei pesci.
Idatoscopia. Si traggono auspici osservando il comportamento di uno specchio d’acqua gettandovi sassolini, grano o pezzetti di sale.
Idromanzia. Simile al precedente. Si effettua osservando l’acqua contenuta in una tazza.
Ippomanzia. Trarre auspici dal comportamento dei cavalli, dal loro scalpitare, dal loro nitrire. Se si avvoltolano sul dorso, sta passando la morte, ed è segno di funesti avvenimenti.
Leucanomanzia. Rito divinatorio che si compie con un lavamano d’acqua. Oltre che divinatorio è un rito propiziatorio e terapeutico che si compie la notte si san Giovanni l’Apostolo (l’Adone della mitologia cristiana), spargendo nell’acqua del catino petali di fiori e foglie di piante aromatiche.
Libanomanzia. Divinazione con l’incenso. Quantità e direzione del fumo dell’incenso sparso sulle braci danno diversi auspici. Residuo di antichissimi culti orientali, come il bruciare l’incenso nei turiboli durante le cerimonie religiose cattoliche.
Margaritomanzia. Metodo usato per individuare il colpevole di un reato. Si pone una perlina, o un sassolino rotondo o una pallina di vetro, sotto un bicchiere rovesciato; si pronunciano diversi nomi sospetti, a quello del colpevole la perla si muove.
Mazomanzia. Singolare e piacevole metodo di divinazione consistente nel toccare le mammelle di una fanciulla, scrutando e interpretando le reazioni della muscolatura.
Negromanzia. Indovinazioni po via de is mortus (Indovinazione mediante i morti), specifica il Porru nel suo Dizionario alla voce omonima.
Oniromanzia. Interpretazione dei sogni per conoscere il futuro e trarne auspici.
Onomatomanzia. Previsione del destino di un uomo attraverso il suo nome. In breve: dimmi come ti chiami e ti dirò chi sei.
Ornitomanzia. Divinazione con l’osservazione del modo di volare e di cantare degli uccelli.
Piromanzia. Divinazione mediante l’osservazione dell’avvampare del fuoco. Non dovrebbe avere legami sostanziali con la piromania, l’arte più che la mania di appiccare il fuoco ai boschi per fini di speculazione edilizia e turistica.
Piombo. Se fuso e versato in acqua a gocce consente di divinare, specie se tale operazione viene effettuata la notte si san Giovanni l’Apostolo.
Caffè. Con i fondi del caffè - non solo in Sardegna - molta gente usa predire il futuro e trarre auspici.
Rabdomanzia. Arte di scoprire sorgenti d’acqua mediante un bacchetta a forcella. Di solito viene usato dai rabdomanti un ramoscello fresco di salice, o di altro albero acquatico, a forma di Y.

Domus de Janas = Case delle Janas. Peculiari grotte che prendono il nome di domus de janas; in quanto la tradizione popolare vuole che siano abitate da una specie di minuscole, graziose e benefiche “fate”, dette appunto janas (Vedi). Sas janas (in logudorese) e is gianas (in campidanese) si dice che abitassero anche nuraghi e antichi ruderi, gallerie e pozzi abbandonati.

Doxi = Dodici. Numero magico di segno positivo e fausto. Dodici sono gli apostoli di Gesù; dodici i segni dello zodiaco; dodici i mesi dell’anno. Nel mondo contadino arcaico, più della decina è usata la dozzina, con multipli e sottomultipli: duzzina, mesu duzzina, duas duzzinas, tres duzzinas, eccetera.

Durcis = Dolci. Il termine durci, dolce, al plurale, indica genericamente qualsiasi prodotto della pasticceria casalinga: is brunniolus, i sommommoli (di ricotta, di formaggio, di riso, ecc.); is biancheddus, le meringhe; is pardulas, tipici dolci confezionati con pasta di formaggio fermentato e cotti al forno in un involucro di pasta di semola; is zippulas, frittura di pasta dolce del carnevale; e così via. La tradizione vuole che la confezione dei dolci sia riservata alle sole donne. Esse devono però astenersi dal confezionare dolci quando sono mestruate o quando soffia il levante - pena la cattiva riuscita degli stessi.

Ercu = Cervo mannaro. Creatura demoniaca originata dalla metamorfosi dell’umano. Un male oscuro, una sorta di maledizione infernale, secondo taluni fenomeno legato agli influssi lunari, l’umano si tramuta in creatura bestiale. L’orrenda metamorfosi colpisce esclusivamente i maschi, prevalentemente in giovane età. Vedi Boe muliache e Prummunida. V. pagg. 130/131.

Esorcismu = Esorcismo. E’ il comando perentorio che l’esorcista dà al demonio affinché liberi il corpo dell’ossesso dalla sua presenza. Vade retro Satana! è l’esorcismo carismatico. Spesso l’esorcista è tanto abile da far sloggiare il demonio dal corpo di una creatura umana costringendolo a occupare il corpo di un animale immondo - spesso un gatto o un cane o un maiale, che dopo l’indemoniamento diventano arestis, selvatici.

Esorcista = Esorcista. Termine poco usato, ripreso dall’italiano, come pure esorcizzai, esorcizzare, esorcizzau, esorcizzato, e esorcismu, esorcismo, che vengono usati prevalentemente nel sardo chiesastico colto. Meglio il termine scongiuradori. Nella casistica relativa ai riti magico - terapeutici presa in esame, vi sono rari casi di indimoniaus, indemoniati, fenomeni quasi esclusivamente riservati ai sacerdoti che vantano il potere di esorcizzare i diavoli. Si contano invece numerose persone indimoniadas, indemoniate, specie di sesso femminile, che si guardano bene dal richiedere l’opera dell’esorcista, in quanto utilizzano su dimoniu o is dimonius chi tenint in corpus (il demonio o i demoni che hanno in corpo) per conoscere l’occulto, e divinare il futuro. Tali ossesse vengono dette spiridadas (Vedi), sono considerate indovine - guaritrici, e hanno una clientela numerosa. Nei casi in cui vi siano dimonius, demoni, malefici, insediati in qualunque posto dove possono arrecare danni, si ricorre semplicemente a un fattucchiere per esorcizzarli e renderli innocui, o magari per trasformarli da nemici in amici o per spedirli da qualche altra parte, magari “a casa de diavolo”.

Espiazioni = Espiazione. Cerimonia o stato mediante o attraverso cui le anime degli umani si purgano dei peccati commessi. Tanti sono i modi per espiare le proprie colpe, sia da vivi che da morti, e ogni dottrina politica e religiosa ne annovera di diversi, basati su un concetto di giustizia spesso assai discutibile. Tralasciamo qui l’esame del concetto di espiazioni così come viene concepito e applicato dal sistema di potere ieri e oggi, la cui unica e sola giustizia che emerge è quella del più forte.
Sul piano che interessa questo saggio, espiare un peccato da vivi può essere semplicemente provare pentimento, recitare preghiere di contrizione, fare opere di carità, autopunirsi con la flagellazione, l’imposizione di cilici o facendo l’eremita; si può espiare anche con privazioni di gola o di sesso, con donazioni alle chiese, con pellegrinaggi in luoghi santi situati in zone impervie, trascinandosi sulle ginocchia in mezzo ai sassi e così via. Da morti si vuole che le proprie colpe vengano espiate in forme drammatiche, con lunghi, se non eterni periodi di atroci sofferenze tra le fiamme e i tormenti di demoni aguzzini - che somigliano molto a guardie carcerarie. C’è anche chi crede che si espierà trasmigrando nel corpo di animali repellenti o vagando senza requie negli spazi siderali. Anche per evitare una espiazione più drastica dopo la morte, esistono numerose cerimonie purificatorie ed espiatorie da compiersi da vivi. Non si sa mai: meglio pagar subito una multa che doverla pagare più tardi, perentoriamente e decuplicata.

Eutanasia = Eutanasia. Dal greco bella morte. Il termine eutanasia è raramente usato in lingua sarda; è più facilmente indicata come augurio nella perifrasi sa morti bella, la bella morte. Pare provato che l’eutanasia fosse normalmente praticata nell’Isola, fino a quando l’intervento della Chiesa e del suo Braccio Secolare non misero fuori legge tale istituto. Vedi Accabadora e Accabai.

Faa e Fa' = Fava. Non esiste il plurale, il singolare fa' indica i due numeri. Legume che un tempo, a rotazione con il grano, è stato l’alimento base del contadino. Si ritiene che sa faa sia dotata di poteri magici, specie la varietà nera che offerta ai demoni ha la facoltà di ammansirli. Come cibo è nutriente, produce molte calorie ed è un buon afrodisiaco. Se consumate fresche, accompagnate con pane-focaccia e vino nero, forse per una interazione con l’alcool, le fave danno una dolce sonnolenza, sgombrano la mente da ogni pensiero molesto, del tutto simili negli effetti a una droga oppiacea. E’ anche noto che le fave, agendo sui globuli rossi, possono provocare una grave anemia. Forse per la forma della tega che la riveste, la fava è considerata un simbolo fallico. Nella parlata popolare, il pene è prevalentemente indicato con il nome di faa.

Fada = Fata. Is fadas, come le fate di tutto il mondo, sono (o erano?) fanciulle bellissime e virtuose che vivevano in grotte o anche in palazzi incantati, nei monti o nei boschi, vestivano da gran dame, solevano apparire per aiutare la povera gente, specie bimbi e bimbe, orfani e derelitti, o fanciulle romantiche, nel raggiungimento di generosi e lodevoli scopi - come il ritrovare la mamma perduta o il maritarsi con un ricco e fascinoso cavaliere. Si dice che is fadas, le fate, fossero creature ingenue, e che siano scomparse con il diffondersi della malizia tra gli uomini. Ricorrono di frequente nella novellistica popolare, e pure essendo femmine giovani e di rara bellezza non fanno mai all’amore - e guai all’uomo che ci prova!
Abbiamo fadas autoctone, dette janas, variante lillipuziana di fata, abitanti in minuscole e profonde grotte dette appunto domus de janas, case di “fate”. Vedi Janas o Gianas.

Fadai = Fatare (da fada, fata). Ammaliare, incantare, innamorare, portare fortuna. L’azione di fadai, fatare, è di segno positivo. Il suo contrario è bruxai (o brusciai), stregare, ammaliare per “ammalare”, per possedere a fini turpi.

Fadau = Fatato. Chi o che cosa sia colpito da incantesimo. Si dice anche per ciò che resta immobile e immutato nel tempo.

Fadosu = Indica colui che è stato toccato da una fata, e significa fortunato.

Fadu e Fatu = Fato, destino. Usato anche il vocabolo distinu. Tutti gli uomini sono sottomessi al fato e nessuno può sfuggire al suo volere. Principalmente il nascere e il morire, quindi l’essere bello o brutto, l’esser sano o malato, l’esser povero o ricco sono determinati dal destino. Fiat distinu, era destino, è frase ricorrente davanti a una morte accidentale, a una disgrazia, a qualunque fatto che accada improvviso e inaspettato. Anche finire in galera è destino, così come lo è l’ingiustizia che la povera gente patisce su questa terra.

Fattura = Fattura, maleficio. Indica il rito magico e i suoi effetti. Sa fattura, il maleficio, viene compiuto da chi ne ha capacità e potere contro un nemico. Il termine fattura può indicare genericamente ogni atto di magia, bianca o nera, sia a scopi terapeutici (su sciolliri, lo sciogliere), sia per fini di ammaliamento (su accapiai, il legare). Tuttavia, nel suo uso più comune sa fattura è un atto di magia nera compiuto per colpire un nemico nella persona sua o di suoi cari o nel suo patrimonio. Ha diversi sinonimi: bruxeria (da bruxu, mago); mazzina (da mazzina, fattucchiera); malifattu, testualmente “malfatto”. Vedi Bruxeria, Mazzina, Malifattu.

Fatturas = Fatture, incantesimi, malefici. Comunemente si tratta di atti di magia nera compiuti da un fattucchiere, per conto proprio, ma più spesso per conto terzi, al fine di ammalare o ammaliare persone animali piante che si vogliono ferire o uccidere, o anche legare, sottomettere, dominare, possedere mediante la volontà. Spesso is fatturas, le fatture, si identificano con is mexinas, le medicine, in particolare quelle tendenti a liberare l’uomo o il suo patrimonio da animali dannosi, da influenze di forze demoniache o anche da opposte fatture. Alcune fatturas di segno positivo sono elencate alla voce mexinas (Vedi). Altre se ne elencano qui appresso: mexinas: per preparare amuleti e talismani; antidoti contro i veleni, contro le febbri, contro i vermi; per facilitare il trapasso a un moribondo sofferente; per mandare l’anima di un defunto in paradiso; contro la “giustizia” del sistema; per trovare tesori o minerali preziosi o falde d’acqua; per accattivarsi i morti o per scongiurare la morte; per dare la potenza o l’impotenza sessuale o per impedire o favorire il rapporto di coppia; per paralizzare o per sciogliere un muscolo paralizzato; per far innamorare o disamorare; per mettere pace o creare discordia; per dare benessere o malessere; abbondanza o miseria; contro malocchi e spaventi; per far piovere, contro la siccità; per far crescere l’erba o avvizzire il grano; per aprire serrature di cui non si possiede la chiave; contro il mal di testa o di denti o i dolori alle ossa o per farli venire; e così via.

Faula = Favola, fola, bugia. Faulanciu è colui che racconta fole, che è bugiardo.

Fenomeno autorizzato. Viene così definito nel testo un caso tutt'altro che raro di "commercio" di magia, sfruttando la fede religiosa, lo stato di necessità, nonché la buona fede della gente. Ciò che lascia sconcertati, nel fatto documentato è che il mago che si autodefinisce “fenomeno” risulta autorizzato dalle leggi di PS a esercitare la professione di mago, guaritore, indovino, eccetera. Pertanto sono lecite due ipotesi: o nelle questure si autorizzano i truffatori nell’arte di gabbare il loro prossimo; oppure credono davvero alle “fenomenali” capacità divinatorie e magiche di un mercante di sogni.

Feurra = Ferula. Pianta erbacea della famiglia delle ombrellifere il cui fusto fiorescente può raggiungere l’altezza di due metri. E’ assai diffusa nell’Isola. Il fusto secco diventa bastone, duro e fibroso all’esterno e con un grosso e tenero midollo all’interno. Sa feurra siccada, la ferula secca, specie su mueddu, il midollo, è un ottima esca, usata in passato da contadini e pastori per accendere il fuoco con la pietra focaia. Come esca era usato anche un fungo secco, detto cordolinu feurrazzu, fungo da ferula, perché cresce, appunto tra i macchioni di ferula. Feurra, ferula, deriverebbe da ferire; e la sua infiorescenza legnosa, usata come un bastone, era il simbolo dell’autorità del maestro dell’antica Roma. Più tardi il bastone di ferula appartenne ai vescovi cattolici, simbolo del loro potere. In particolare fu appannaggio del vescovo di Roma, al quale la ferula veniva consegnato subito dopo la nomina, in signo correctionis et regiminis. Nelle raffigurazioni agiografiche, Santu Antoni de su fogu (Sant’Antonio del Fuoco) porta con sé sa feurra, la ferula. Con questo bastone, come vuole la leggenda, il Santo, novello Prometeo, scese nell’Inferno e lì astutamente carpì il fuoco attizzandolo alla punta del suo baculo, per poi donarlo al popolo dei Sardi che ancora non ne conosceva l’uso. Vedi Antoni.

Ficas = Fiche. Vocabolo che si ritrova nel comune detto fai sas ficas, fare le fiche. Trattasi di un particolare gesto scaramantico che si compie infilando il pollice tra l’indice e il medio della stessa mano, chiudendo il pugno. Fai is ficas, far le fiche, era un gesto assai diffuso nell’antica Roma, e la manufica (una manina nell’atto di compiere lo scongiuro descritto) veniva usata comunemente come ciondolo, in braccialetti o collane. Il gesto del fare le fiche è ancora molto usato in Sardegna, e pare anche in Toscana. Dante, nella Divina Commedia, (Inferno - 25. 2) scrive: “Le mani alzò con ambedue le fiche”, nominando il gesto scaramantico compiuto simultaneamente con ambedue i pugni, epperciò doppiamente efficace. E’ evidente che nel gesto si vogliono rappresentare i due sessi, maschile e femminile, tra loro uniti. Vedi Manufica.

Fidi = Fede. In Medicina, la fede è condizione essenziale per vincere ogni malattia. La fede viene definita: “La chiave di ogni salute fisica e mentale”. Con la fede, Gesù opera guarigioni prodigiose fino a far risorgere i morti. Fede è fiducia nella natura e nelle sue forze vitali, e quindi fiducia nell’uomo e nella sua “naturalità”. Senza fede non può esserci amore, né speranza. Il nostro tempo - definito dal Lawrence “illuminato inferno” - è caratterizzato dalla mancanza di fede: è tempo di sofisticata barbarie fondata sulla malafede.

Flori (Essiri a) = Fiore (Essere con il); cioè essere ben vestito, con il fiore all’occhiello o con il fiore a cavallo tra il padiglione dell’orecchio e la tempia. Gei ses a flori! si dice ironicamente a persona mal vestita, specie in circostanza in cui è di prammatica vestir bene. Dicesi anche di persona malconcia, in miserevole stato di salute. Dire a uno Gei ses a flori! (Già sei con il fiore!) è come dirgli: Poveretto! sei proprio mal ridotto…

Fogadoni = Falò. Per festeggiare Sant’Antonio del Fuoco, detto anche l’Eremita, il Prometeo dei Sardi, il 17 gennaio nelle piazze di molti paesi di accendono is fogadonis, imponenti falò che bruciano ininterrotamente anche per tre giorni. Vedi Tuva e Fogu.

Fogu = Fuoco. Elemento di purificazione dei corpi e delle anime. Con l’acqua e con la terra, il fuoco è l’elemento che maggiormente ricorre nei riti magici, specie in quelli di iniziazione e terapeutici. Davanti al dio Moloch, divinità fenicia il cui culto era diffuso anche nell’Isola, venivano sacrificate vittime umane, specie fanciulli primogeniti, arsi nel braciere che perennemente ardeva davanti al simulacro. E’ usanza ancora diffusa e comune, nella ricorrenza di Santu Antoni de su Fogu (Sant’Antonio del Fuoco) e di Santu Juanni de Floris (San Giovanni dei Fiori, l’Apostolo), dar fuoco a un mucchio di erbe aromatiche, in onore del secondo, o a un gran mucchio di legna di bosco (su fogadoni, il falò) o a sa tuva (la quercia cava) attorniata da frascume, in onore del primo. Vedi Fogadoni e Tuva.

Fogus de Purgadoriu = Fuochi fatui. Fiammelle azzurrognole vaganti, che appaiono nelle terre grasse specie nei cimiteri. Secondo alcuni linguisti sono detti anche kandelas e girare (Wagner) o fogus errantisi (Porru). Nella parlata del Campidano oristanese prevale fogus de Purgadoriu (Fuochi del Purgatorio), identificando i fuochi fatui con le anime che espiano i loro peccati tra le fiamme del Purgatorio. Nottetempo, nella stagione calda, i fanciulli son soliti fermarsi davanti al cancello del camposanto, per osservare questo fenomeno, che li affascina e li turba. I vecchi e le donne alimentano la curiosità dei fanciulli con i loro racconti sul misterioso mondo dei morti, e sulle anime che da quel mondo ritornano per comunicare con i viventi.

Forru = Forno. Manufatto essenziale nella economia familiare del contadino e del pastore per cuocere il pane, alimento base. Il forno - che simboleggia il grembo materno - scaldato quanto basta, è usato nella terapia di alcuni disturbi (trauma psichici e dolori alle ossa) e in una variante del rito terapeutico contro il pizzico dell’argia (tarantola). Il forno sacrificale nel culto di Amon, di Moloch e della Tanit, è detto tophet. (Vedi).

Forza = Energia fluidica. Tra i poteri extrasensoriali che si vuole siano posseduti da certi guaritori vi è una sorta di energia fluidica detta sa forza (la forza) che viene comunicata al paziente attraverso il tatto e la vista. In quasi tutti i riti terapeutici vi è un contatto diretto tra guaritore e malato: imposizione della mano o brevi ritmici massaggi con il polpastrello dell’indice, come quando si traccia una croce nelle parti più vitali o dolenti.

Fotografia = Fotografia. La nostra immagine conserva sempre qualcosa di noi che può essere usato da un nemico per compiere fatture e sortilegi. Per questo, specialmente le fanciulle, sono restie a farsi fotografare da estranei o a dare la propria immagine fotografata - se non a parenti stretti o a colui che diverrà suo marito. Se un fidanzamento va a monte, le foto sono tra le prime cose di cui è doverosa la restituzione.

Frastimu = Anatema. Frastimu, nel suo significato più comune, può tradursi con invettiva. Numerosissimi, tali da costituire migliaia di espressioni, sono is frastimus, le invettive, che il popolo ha coniato e lancia senza sosta contro i suoi impietosi nemici, nel tentativo di trovare sollievo o di esorcizzarli. Nemici che si identificano nei padroni, nei governanti, nei giudici, negli sbirri, nei carcerieri, negli amministratori, nei gabellieri e nei truffatori e rapinatori di ogni risma. Vi sono frastimus rituali, pronunciati da uomini o donne di magia e di medicina (bruxus, cogas, mazzinas) che configurano veri e propri anatemi - atti simili agli anatemi sacerdotali (in uso ancora presso la Chiesa cattolica) per colpire eretici o chi abbia commesso azioni particolarmente riprovevoli. Tra gli uomini di magia, l’anatema è adoperato per costringere un ladro a restituire il maltolto o per punire chi si sia macchiato di gravi colpe ai danni di singoli o della comunità. Su frastimu, l’anatema, può causare in chi ne è colpito una persistente scalogna con un graduale degradarsi del suo stato di salute e la rovina economica. Ha in pratica gli stessi effetti di una fattura. Vedi Fattura e Malifattu.

Froccu (Poniri su) = Fiocco (Mettere il). Modo di dire rivolto unicamente a che con l’intenzione di aiutare peggiora la situazione. Mi ddu ponis su froccu! (Me lo metti il fiocco!) dice per esempio a chi ti presta denaro con un tasso d’interesse molto alto. Infrocchittai, infiocchettare, è uguale a vestire con eccessivi fronzoli, ed è usato ironicamente: Ses toto infrocchittau! (Sei tutto infiocchettato!). Si noti che in occasioni di feste e sagre si usa addobbare i carri trainati dai buoi: le sponde del carro, i finimenti, le corna degli animali vengono ornati da nastri colorati.

Froccu birdi = Fiocco verde. Una fettuccia o un nastrino verde o anche un semplice filo di lana verde costituiscono un comune amuleto contro il malocchio (s'ogu liau). Su froccu birdi, il fiocco verde, viene legato intorno al polso dei neonati e dei bimbi, ma il suo uso si estende agli animali, alle piante e agli oggetti particolarmente cari (in senso economico e affettivo) che altri possono invidiare e che sono quindi sotto il mirino degli oghiadoris (iettatori). Ancora pochi anni fa era facile vedere agnelli o maialetti o pulcini infiocchettati di verde, così pure is cadiras de sa cambara bella, le sedie della camera dove si ricevevano gli ospiti.

Fumu = Fumo. Sostanza che si ritiene dotata di qualità magiche e medicamentose. Dopo il sale, su fumu, il fumo, simboleggia l’incorruttibilità; per altri versi simboleggia l’arcano, ciò che all’uomo non è dato vedere. Infine, è considerato un elemento demono-repulsivo, che scaccia con i demoni il male. E’ costume sacerdotale officiare i riti magico religiosi entro una cortina di fumo. Passando nel fumo il coltello se ne conserva il filo e la tempra; così pure conserva sane le carni commestibili. Ha proprietà divinatorie: osservando tra le sue circonvoluzioni si può leggere nel mistero (Capnomanzia). Ha proprietà terapeutiche: il fumo prodotto dalla combustione lenta su braci di materie sacre o benedette (secondo il rito detto de s'affumentu, del suffumigio), se inalato guarisce malocchio, spaventi e altri disturbi che in special modo colpiscono i bimbi, i fanciulli e le puerpere.

Funtana = Fontana, pozzo, fonte. Viene così chiamata la vasca, per lo più artificiale, in muratura, che raccoglie l’acqua di una sorgente, a cui si abbeverano uomini e animali. Il termine funtana è spesso usato anche per indicare su putzu, il pozzo, solitamente situato nel cortile di casa, che fornisce l’acqua per gli usi domestici, o is putzus, i pozzi, situati all’interno di tancas, terreni chiusi, o di ortus, orti, o di cungiaus, terreni recintanti di rovo e ficodindia, dove pascolano e pernottano liberi gli animali da lavoro. Nella credenza popolare, funtanas, fonti, putzus, pozzi, e mizzas, sorgenti, sono luoghi popolati da creature mitiche, per lo più buone, amiche dell’uomo - ciononostante la sovrapposta e contraria affermazione cattolica secondo cui negli specchi d’acqua si nasconde il diavolo. Sono luoghi, questi, privilegiati per compiervi riti terapeutici e propiziatori. Vi sono acque (sorgive o di pozzi) ritenute terapeutiche, e vengono usate in particolare contro i disturbi delle vie urinarie, gastrointestinali e del fegato. Vedi Mizza, Putzu, Aquadroxa.

Funtanas e Dimonius = Fonti e demoni. Le fontane, come ogni specchio d’acqua tersa che rispecchi le immagini, si vuole che siano frequentate dai demoni. Per evitare che le fanciulle vanitose se ne stiano troppo spesso davanti allo specchio in contemplazione del proprio corpo, si avverte le stesse che dietro ogni specchio si nasconde un diavolo tentatore. Di quali tentazioni sia stimolatore lo si comprende facilmente. Nella credenza popolare, tuttavia, la presenza di demoni non è legata ad alcunché di illecito. Tali demoni, infatti, possono essere buoni e perfino servizievoli - intanto l’esistenza della sorgente è dovuta ai loro poteri magici e si preoccupano di tenerla pulita e tersa; inoltre vivono in tali luoghi perché sono freschi e confortevoli, specie d’estate, vere oasi dove possono perfino farsi il bagno.

Gattu o 'Attu (e familiarmente Pisittu) = Gatto, micio. Animale domestico considerato decisamente diabolico. In ogni gatto si nasconde un demone, che potendo tornare utile, nel bene e nel male, assume quasi il ruolo di nume tutelare della casa. C’è chi gli attribuisce non una ma sette anime, o “vite”. La sua natura demoniaca si manifesta particolarmente nei suoi occhi, che sono fosforescenti e vedono nel buio. Vi sono anche gli increduli, i quali ritengono il gatto semplicemente un animale dalle carni gustose, quando sia giovane e grassoccio. Costoro gli danno la caccia la notte di Natale, per arrostirlo al forno, aromatizzato con il rosmarino e circondato di patatine novelle.

Geravalliu = Lunario, almanacco, calendario. E’ così detto un opuscolo annuale diffuso tra i contadini, dove sono indicati, con le varie fasi lunari, i momenti utili per la lavorazione della terra. Trattasi del famoso Barbanera di Chiaravalle, divenuto in sardo Geravalliu.

Gesus = Gesù. La medicina popolare lo considera il sommo guaritore e lo adotta come maestro. I cosiddetti “miracoli” che si attribuiscono a Gesù non sarebbero altro che eccezionali guarigioni. Oltre la metà di queste guarigioni, come si ricava dai Vangeli, consistono nella liberazioni di ossessi dai demoni. I metodi terapeutici usati da Gesù sono fondati principalmente sulla fede, si effettuano mediante l’imposizione della mano, con l’uso della saliva, con l’esorcismo (o brebus, parole magiche rituali), cioè con le parole sacre del comando che impongono agli spiriti del male (o della malattia) di lasciare il corpo del malato. Malattia è ciò che è male, sporco, peccato. Salute è ciò che è bene, pulito, sano. Al termine guarire si sostituisce quindi logicamente mondare, pulire, e non essere più in stato di peccato. Stralciamo dai Vangeli di Matteo e Marco alcuni brani significativi:
Matteo. Guarigione del lebbroso. “Allora, stesa la mano, lo toccò dicendo: - Lo voglio, sii mondato.” (Cap. VIII 3).
- Guarigione del servo del centurione: “In verità vi assicuro: neppure in Israele ho trovato una fede così grande” (Cap. VIII 10)
- Guarigione della suocera di Pietro. “Le toccò la mano e la febbre sparì...” (Cap. VIII 15)
- La tempesta sedata. "Ma Gesù disse loro: - Perché temete, gente di poca fede? - Poi, alzatosi, comandò ai venti e al lago e si fece gran bonaccia." (Cap. VIII 26)
- Gli indemoniati di Gàdara. “Vi era lontano da loro un branco di porci che pascolavano. E i demoni lo pregavano dicendo: - Se tu ci cacci, mandaci in quel branco di porci - Egli rispose loro: - Andate pure - Quelli uscirono ed entrarono nei porci. (Cap. VIII 30. 31. 32)
- Guarigione del paralitico (dove “malattia” si identifica con “peccato”). “Or ecco gli fu presentato un paralitico… Gesù vista la loro fede, disse al paralitico: - Confida, figliolo, ti sono perdonati i tuoi peccati”. (Cap. IX 2)
- Guarigione della figlia di Giairo. “La mia figlia è morta or ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei, e vivrà”. (Cap. IX 18)
- Guarigione della emorroissa (o emofilitica). “Or ecco una donna, affetta da dodici anni da perdite di sangue, gli si avvicinò di dietro e gli toccò il lembo della veste… Ma Gesù si voltò e vedendola disse: - Confida, figliola, la tua fede ti ha salvata.” (Cap. IX 20. 22)
- Guarigione dei due ciechi. “Gesù disse loro: - Credete che io possa far questo? (Cioè, guarirvi - ndA) - Sì, o Signore, gli risposero - Allora toccò loro gli occhi, dicendo : - Vi sia fatto secondo la vostra fede. E i loro occhi si aprirono.” (Cap. IX 28. 29. 30)
- Guarigione del muto indemoniato. “E’ cacciato il demonio, il muto parlò… Ma i farisei dicevano: - Caccia i demoni per mezzo del principe dei demoni.” (Cap. IX 32. 34)
- Gesù trasmette i suoi poteri terapeutici agli Apostoli. “Guarite i malati, resuscitate i morti, mondate i lebbrosi, scacciate i demoni: gratuitamente avete ricevuto e gratuitamente date.”
(Cap. X 8). Viene qui confermato il principio in termini chiari e categorici, l’assoluta gratuità della professione medica: principio fedelmente rispettato dai guaritori espressi dalla comunità, i quali possono ricevere dalla stessa comunità, oltre il rispetto loro dovuto, soltanto cibarie per sostentarsi.
- Guarigione della mano arida (Cioè, anchilosata - ndA). “Stendi la tua mano! - Egli la stese e tornò sana come l’altra” (Cap. XII 13) Questa guarigione, effettuata in una sinagoga, scandalizza i farisei perché viene compiuta di sabato, giorno in cui non si doveva svolgere alcuna attività.
- Guarigione dell’indemoniato cieco e muto. Anche stavolta si accusa Gesù di stregoneria. “Costui non caccia i demoni se non per virtù di Belzebù, principe dei demoni”. (Cap. XII 24)
- Interessante il passo che segue, perché spiega come il demone posseduto da un ossesso possa essere, dopo cacciato, più pericoloso di prima. “Quando lo spirito immondo è uscito da un uomo, egli vagola per luoghi aridi in cerca di riposo e non lo trova. Allora dice - Tornerò nella mia casa, da cui sono uscito. E quando vi arriva la trova vuota, spazzata e adorna. Allora egli se ne va e prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui, poi entrano e vi prendono stabile dimora, sicché l’ultima condizione di quest’uomo diventa peggiore della prima”. (Cap. XII 43. 45)
- Guarigione della indemoniata cananea, mediante la fede della madre. “Allora Gesù le disse: - O donna, grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri. E in quel momento la sua figlia fu guarita.” (Cap. 15. 28)
- Guarigione dell’epilettico (o indemoniato, che gli Apostoli non erano riusciti a guarire “per mancanza di fede”). “…gli si presentò un uomo, il quale si gettò in ginocchio davanti a lui, e gli disse: - Signore, abbi pietà di mio figlio… L’ho presentato ai tuoi discepoli ma non l’hanno potuto guarire… - Gesù minacciò il demonio, il quale uscì dal fanciullo, che, in quel medesimo istante fu risanato. Allora i discepoli si accostarono a Gesù e in disparte gli domandarono: - Perché noi non l’abbiamo potuto scacciare? - E Gesù rispose loro: - Per la vostra poca fede; perché in verità vi dico: se avrete fede quanto un granellino di senape, direte a questo monte: Trasferisciti di qua a là ed esso si trasferirà, e niente vi sarà impossibile. “ (Cap. XVII 11. 20)
- Guarigione dei ciechi di Gerico. “Allora Gesù mosso a pietà, tocco i loro occhi, e subito recuperarono la vista e lo seguirono.” (Cap. XX 34)
Marco. Guarigioni con l’uso della saliva. Guarigione del sordomuto nel viaggio tra Tiro, Sidone e il lago di Galilea. “E lì gli presentarono un uomo sordo e muto, pregandolo di imporgli la mano. Egli, trattolo in disparte dalla folla, mise le proprie dita sulle sue orecchie, e con la propria saliva toccò la sua lingua, poi, alzati gli occhi al cielo, sospirò e disse: - Effatà -. (Cap. VII 32. 34.)
- Guarigione del cieco di Betsaida. “Egli, preso il cieco per la mano, lo condusse fuori del villaggio e dopo avergli messo della saliva sugli occhi e avergli imposto le mani, gli domandò: - Vedi forse qualcosa? - Quello, levati gli occhi per guardare, disse: - Vedo gli uomini, perché noto come degli alberi che camminano. - Allora gli pose di nuovo le mani sugli occhi, e vide con precisione, sicché fu guarito.” (Cap. VIII 23. 25)
- Per concludere, un esempio di fattura, o sortilegio, mediante, invettiva. “Il giorno dopo usciti appena da Betnaia ebbe fame. E visto da lontano un fico, che aveva delle foglie, andò a vedere se, per caso, vi trovasse qualcosa; ma arrivato vicino, non ci trovò che foglie, perché non era il tempo dei fichi. Allora dirigendogli la parola disse: - Che nessuno mai più mangi dei tuoi frutti! - E i suoi discepoli sentirono… E ripassando di buon mattino videro che il fico si era seccato fin dalle radici. Allora Pietro ricordandosene gli disse: - Maestro, guarda il fico che tu hai maledetto, è seccato.” (Cap. XI 12. 14 - 20. 21)

Giobittu = Amuleto. Termine derivato dal logudorese giobu = cappio, laccio. Consiste, di solito, in una stringa di cuoio, semplice o intrecciata, da mettere attorno al collo o al polso o alla caviglia, come difesa dagli spiriti del male e dal malocchio. Su giobu è tornato di moda, non soltanto in Sardegna, dopo il ’68, con il Movimento dei giovani e delle donne, usato come ornamento e chiamato in gergo Scupidù.

Gioghittu de Sant'Antoni = testuale: Giocattolo di Sant’Antonio. Nel nostro caso: Giullare di Sant'Antonio, appellativo dato dai suoi fedeli a un sacerdote di religione ortodossa, notissimo esorcista e guaritore, già sacrista in una chiesa cattolica, espulso per presunta attività omosessuale.

Giura = Giuramento. Sa giura, il giuramento, se eseguita secondo precisi rituali, anche senza la presenza di testimoni, è considerata sacra, e colui che verrà meno alla parola data non hat a teniri mai beni ni in terra ni in celu, non avrà mai bene né in terra né in cielo. Sa giura, sancisce un accordo per altro difficile, è soprattutto un rituale di pacificazione o la stipula di un accordo di vitale importanza per i contraenti. Giuramenti rituali sono frequenti anche tra fanciulli, per motivi che all’adulto possono sembrare futili: si esegue sa giura sovrapponendo l’indice al pollice della mano destra, configurando una croce e recitando contemporaneamente apposite strofe. Tale giuramento è nullo se nel contempo si fanno le fiche con la mano sinistra tenuta dietro la schiena. Particolare solennità assume sa giura (o prumissa) de is isposus, il giuramento o promessa dei fidanzati, specie se fatto in chiesa, anche senza testimoni, che ha moralmente lo stesso valore del matrimonio ufficiale. Su giurantoriu è termine sia campidanese che logudorese per indicare sia la promessa solenne di matrimonio che il matrimonio stesso. Su tali e sa tali hant fattu giurantoriu equivale a “il tale e la tale han fatto solenne promessa di matrimonio” o anche “il tale e la tale si sono sposati”. Giuramentoni è lo spergiuro, colui che giura senza un serio motivo, e per lo più giurat su falsu, giura il falso. Est unu giuramentoni si dice anche di persona che non ha credito. L’epiteto calza bene ai politici, specie governanti.

Gorteddu = Coltello. Il coltello a serramanico, tipico della Sardegna, è chiamato leppa. Ottime leppas a lama larga vengono fabbricate a Pattada, nel Sassarese. Su gorteddu, il coltello, principale strumento d’uso nel lavoro del contadino e del pastore, ha diverse proprietà magiche e terapeutiche, in particolare la pressione della lama ferma il gonfiore e lenisce il dolore delle ecchimosi, specie sulla fronte e sulla testa, e neutralizza il pizzico di insetti venefici.

Gruttas o 'Ruttas o Aruttas = Grotte. Dal greco kryptein, nascondere. Fin da tempi remoti, grotte o antri naturali erano adibiti al culto di divinità. Vi sono grotte famose, come l’antro sul monte Ditte, dove sarebbe stato allevato Zèus, e il Lupercale, una serie di caverne dove i luperci celebravano i loro riti. Vi erano santuari sotterranei, scavati nella roccia, in mancanza di grotte naturali, come i Mitrei, consacrati al dio Mitra. Numerose anche in Sardegna le grotte sacre, abitate da divinità o da animas o frequentate da oracoli o, ancora più comuni e ancora attuali, grotte sacre dedicate al culto di santi, dove i pellegrini si danno convegno per ottenere guarigioni miracolose mediante su sterrimentu (Vedi), l’incubatio sacra. Proprie della Sardegna is domus de janas, le case delle Giane (jana viene talvolta tradotto impropriamente con fata), grotte diffuse in quasi tutta l’Isola, escluse le regioni di Gallura e dell’Iglesiente. Solitamente sono isolate, ma si trovano anche in piccoli agglomerati, da due a venti. Sono tombe monumentali ipogeiche, del periodo prenuragico (dal IV alla seconda metà del II millennio avanti Cristo). Usate come tombe dove i morti venivano deposti distesi o rannicchiati, in un solo livello o a più strati. Questo tipo di sepolcro è proprio anche dell’Oriente, diffuso poi nell’Italia Meridionale, Malta, Spagna e Francia. Su queste grotte i Sardi hanno fiorito leggende, facendole abitare dalle janas, che tessono su telai d’oro e che morendo si tramutano in pietre. Vedi Janas.

Gruxi e 'Ruxi = Croce. Simbolo del sacrificio di Gesù per la redenzione del genere umano. Simbolo del martirio patito dagli schiavi ribelli. Il supplizio della croce viene importata a Roma dall’Oriente, e viene sistematicamente usata per reprimere la rivolta degli schiavi guidati da Spàrtaco. Nell’arte magica terapeutica, sa gruxi, strumento d’infamia nobilitata e sacralizzata dal popolo dal sacrificio di quanti si batterono per la fratellanza umana, sa gruxi, anche soltanto evocata o tracciata nell’aria o sulla terra, o formata con due dita o con due rametti incrociati, è la panacea, è il rimedio principe contro ogni male. Amuleto e talismano insieme, sa gruxi ha i poteri di azione circolare - infatti, con la croce, si "coprono" tutti e quattro i punti cardinali.

Janas e Gianas = Termine che potrebbe tradursi con “Fate indigene di proporzioni lillipuziane”. Le janas, creature fantastiche vengono descritte di aspetto grazioso e affabili soccorritrici dei miseri mortali, abitanti in minuscole grotte, scavate in modo singolare, dette domus de janas, case di Giane. Si vuole che il termine jana derivi da Diana, divinità greco-romana o, forse più appropriatamente, da nana.

Ilixi = Leccio. Altra varietà di quercia, la quercus ilex, regina del bosco, divinità ctonica in grado di sfidare le folgori degli irascibili Dei dei cieli tempestosi.

Imbrusciadura = l’atto dell’avvoltolare. Più corretto imbruscinadura, dal verbo imbruscinai, avvoltolare. Imbruscinai su pisci in su scetti po ddu friri = Avvoltolare il pesce nella farina per friggerlo. Imbruscinaisì in su ludu coment' 'e unu procu = Avvoltolarsi nel brago come un maiale. Imbruscinaisì in terra = Avvoltolarsi sulla terra. S’imbrusciadura è detto un rito terapeutico per risolvere traumi psichici. Assai diffuso in una comunità dell’Oristanese, è stato descritto per la prima volta dall’autore di questa opera in una inchiesta alla fine degli Anni Cinquanta. Vedi "Il punto della settimana" di Calef - n. 42 del 20.10.1962 e "Sardegna Oggi" di Dessanay, n.27 del 1/15. 6. 1963. S’imbrusciadura come incubatio sacra, vedi Sterrimentu .

Indimoniau = Indemoniato. Colui che è posseduto da spiriti demoniaci. E’ l’energumeno (dal greco energéisthai = subire la volontà altrui), il succubo, l’oggetto di uno o più spiriti maligni. Si libera con l’esorcismo, operazione magico-terapeutica che, secondo i casi, può essere semplice (la sola recitazione de is brebus, parole sacre, o la sola lettura dei Vangeus, Vangeli) o assai complessa (quando lo spirito maligno è “forte”, resiste) e abbisogna da parte dell’esorcista di una “forza superiore”. In Sardegna non si registrano, come altrove, casi spettacolari di indemoniamentu, di possessione diabolica, che colpiscono prevalentemente fanciulle e fanciulli sessualmente repressi. Su indimoniau si guarda bene dal farsi esorcizzare, si mantiene come è, utilizzando le capacità divinatorie che gli vengono dai diavoli che ha in corpo.

Indimoniamentu = Ossessione. L’essere invasato da un demonio. I sintomi e le manifestazioni de s'indemoniamentu, dell’ossessione, sono uno stato di agitazione, contrazioni muscolari, convulsioni, cui si alterna uno stato catatonico, di assoluta immobilità e assenza; il viso è tumido, inespressivo; vi è insensibilità al dolore, fissità nello sguardo e mancanza di sangue nelle punture.

Inferru = Inferno. Luogo inferiore, profondo, abissale, sotterraneo, buio, angusto, popolato da creature diaboliche. Si vuole che i “cattivi” dopo la loro morte vengano precipitati nell’inferno, per esservi in mille guise torturati. Il popolo, che soffre in vita oppressione e sfruttamento, è affamato di giustizia, più che di pane, e crede fermamente che dopo la morte ogni uomo riceverà il giusto premio o la giusta punizione, secondo la legge del contrappasso (dal latino contra + passus, participio passato di pati, soffrire), per cui “gli ultimi saranno i primi”, i poveri, gli affamati avranno giustizia e saranno saziati, e ai ricchi sarà tanto difficile entrare nel Paradiso quanto lo è per il cammello passare nella cruna di un ago. S’inferru, l’inferno, è il regno di Luziferru, Lucìfero, re dei diavoli. Una definizione dell’inferno è su logu aundi sunt pibaras e colorus, il luogo dove stanno vipere e serpenti.

Ingestus = Gesti. Nel nostro caso, riferiti alla credenza magica per la quale hanno una efficacia scaramantica. Is ingestus (la gestualità magica) possono compiersi come scongiuro, per superare un pericolo o vincere la paura o per tenere lontano un ipotetico nemico, talvolta soltanto evocato. Is ingestus di questo segno sono numerosissimi; e vanno dal fare le corna al fare le fiche; dallo sputare per terra al bagnarsi di saliva la gola sotto il mento; dal toccare ferro al toccarsi i genitali. Oltre gli scongiuri gestuali vi sono gli scongiuri verbali, alcuni in versetti. Vi sono scongiuri singolari, come Lampu birdi a peraccu! (Testualmente: Lampo verde a parapioggia!) o anche semplicemente Lampu! (Lampo!) che può assumere anche il valore di invettiva, secondo il contesto in cui la parola viene pronunciata.

Ingestus malus = Gesti sconci. Hanno valore prevalentemente scaramantico. Sono spesso, ma non necessariamente, accompagnati da invettive o da parole di malaugurio, e consistono per lo più nella esibizione o sbandieramento di un simbolo fallico (il braccio piegato ad angolo retto con il pugno in alto; l’indice o il medio mostrati tesi nel pugno chiuso), cui si aggiunge il rituale “Setzi innoi, ca bis a…" (Siedi qui, che vedi…), frase che si chiude con un nome qualunque. Altre volte si accenna al proprio sesso. A questo proposito, è storico l’aneddoto raccontato da Herodoto, dove il comandante dell’esercito egizio, ribellatosi al Faraone, compie tale gesto al sovrano rifiutandosi di continuare a combattere senza il soldo pattuito: solleva il gonnellino e mostra il proprio sesso sul palmo della mano. Il corrispettivo femminile di questo antichissimo gesto consiste nel battersi la coscia o la natica, accennando a mostrare il posteriore, il cui significato è facilmente intuibile. Un gesto volgare, questo, che ha finito per assumere anche significato di dispiacere, costernazione, disperazione, e come il precedente praticato dai maschi, è molto diffuso.

Inter domu e cresia = Fra casa e chiesa. Essiri inter domu e cresia o anche fai de domu a cresia e de cresia a domu (Fare da casa a chiesa e da chiesa a casa) è detto comune per indicare donna di timorati costumi, e talvolta, ironicamente, donna ipocrita e beghina, chi sciit portai su santu a cresia (che sa portare il santo in chiesa), cioè che dietro la parvenza di santarella è una gran bagascia.

Interramentu = Seppellimento. Presso i Sardi, l’usanza di seppellire i morti è antichissima, risalendo con molta probabilità al IV° millennio avanti Cristo. Risale infatti a quel periodo l’uso di seppellire i morti entro grotte (dette poi domus de janas). Secondo alcuni studiosi i morti venivano sotterrati nei cortili adiacenti le abitazioni, e soltanto in un secondo tempo i resti venivano riesumati e trasferiti entro grotte. (Vedi Gruttas e Domus de janas). Dopo l’istituzione dei cimiteri (nei paesi più poveri, fino a tempi recenti, agli Anni Quaranta, il cimitero consisteva in un campo malamente recintato appena fuori dell’abitato), il defunto veniva trasportato dentro una bara comune cui erano fissate quattro stanghe e quattro piedi (sa portantina), e il corpo interrato senza bara. Soltanto i ricchi avevano la bara, posata su di una portantina di legno pregiato. De su interramentu, del seppellimento, se ne ha una viva documentazione in lingua sarda in Giuseppe Dessì (Seddoresu), Contus de forredda, pagg.33/34. Vedi Vol. I°: Autunno - Usanze mortuarie.

Intranniau a su mali = Da intrannias, viscere, indica chi, come su tiaulu, il diavolo, è di natura malvagia. Colui che è intranniau a su mali, è nato dalle viscere stesse del male e qualunque sua azione contiene malizia e cattiveria. Viene detto di fanciullo irriducibile, incline a commettere cattive azioni.

Isparatoriu o Arroda = Fuochi d’artificio. Fino a tempi recenti non vi era festa degna d’essere ricordata se non si concludeva con s'isparatoria o arroda, allestito nella piazza principale del paese o in un’aia alla periferia. Dall’andamento dei fuochi d’artificio la comunità traeva gli auspici per l’andamento del raccolto agricolo o dell’allevamento. L’ultima granata, che esplodeva con un botto secco e potente, dava alla gente il segnale che la festa era finita, e si levava in coro il grido: “Aterus annus cun saludi!” (Al prossimo anno con salute!)

Itifallu = Itifallo, in italiano antico. Talismano consistente nel simulacro del pene eretto. Termine comune all’italiano antico derivato dal latino ithyphallus. Un tempo diffuso come ornamento, propiziatore di benessere, se ne avevano d’osso, di corallo, d’oro e d’argento.

Juanni (Santu), detto anche Sant'Juanni de Floris = Giovanni (Santo), o San Giovanni dei Fiori. E’ il giovane apostolo di Gesù che nella mitologia cristiana si confonde con l’Adone. Presiede all’amicizia eterna che lega, secondo un solenne giuramento rituale, due giovani di uguale o di diverso sesso. Tale vincolo di amicizia viene chiamato Su Sant'Juanni de Floris, cioè Comparatico dei Fiori. Da notare che in lingua sarda il termine comparatico si traduce con Sant'Juanni (San Giovanni, tout court). Abbiamo così su Sant'Juanni de battiari o de cresima, il comparatico di Battesimo o di Cresima, e su Sant'Juanni de Floris, il comparatico dei fiori, che come si è detto, è un legame di amicizia sacralizzato da un rito cui presiede San Giovanni l’Apostolo, rito ripreso dal culto di Adone.

Juanni (Santu) = Giovanni (San). E’ il Battista, colui che apre la strada al Messia, e viene decollato per ordine di Erode Antipa. A Sant'Juanni Battista sono legati numerosi riti magico-terapeutici, che furono dal culto pagano riservati alle divinità delle acque. Presso alcune comunità, alla mezzanotte della vigilia della festa del Santo, si praticava l’immersione collettiva in un corso d’acqua. Diffusa l’usanza di immergere nell’acqua la testa di un decollato o un teschio.

Lamias = Lamie. Demoni che risiedono nei cimiteri. Assumono sembianza di femmine laide e si cibano di cadaveri.

Lampazzu = Lapazio, romice. Dal greco Làpathoòn, in latino lapathum, è un’erba delle poligonacee che cresce nei fossi ed è detta volgarmente in italiano “Erba Pazienza” (Rumex Patientia). Ha una radice fittone con polpa di un giallo intenso, simile alla carota. Su lampazzu, in particolare la radice, è usato nella terapia de sa striadura (il male della strige) o itterizia, giusta la legge dei simili (secondo il principio non disusato della medicina antica Similia similibus curantur). La medicina moderna attribuisce per altro al romice proprietà benefiche sedative nella cura contro le emorroidi.

Lau = Alloro. Dal latino laurum. Albero sacro simboleggiante la gloria di Dio e dei suoi santi. I rami dell’alloro, presso alcune comunità, vengono disposti a festoni ai lati delle strade che segnano il percorso delle processioni religiose. Le foglie, con altri ingredienti, vengono usate negli affumentus (suffumigi magico-terapeutici) o anche singolarmente gettate nelle braci per divinare (Dafnomanzia).

Levanti (Bentu de) = Levante (Vento di). Il levante che spira tiepido e più frequentemente soffia caldo e afoso, ha qualcosa di magico, che strega: prostra i corpi e deprime le anime, infoia i maschi e rende molli le ginocchia delle femmine. E’ da considerare un demone perverso e corruttore, fra i tanti che popolano l’aria. La sua presenza comporta diversi tabù nelle attività domestiche e agricole nel mondo contadino. Con il levante non si semina e non si piantano ortaggi: la pianta si seccherà o il frutto abortirà. Non si macella e non si confezionano insaccati o conserve di alcun genere: metteranno i vermi o la muffa e andranno a male.

Liadura = Fattura, maleficio, ammaliamento. Da liai, legare. Sa liadura (o ligadura) è una pratica magica che influenza in special modo la sfera sessuale. Si pratica sia per legare a sé altri con amorosi lacci, sia per rendere impotente o frigida un uomo o una donna d’altri del quale o della quale si è gelosi.

Licantropia = Licantropia. Metamorfosi dell’umano in lupo o in altro animale simile, nel periodo della luna piena. Vedi Ercu, Prummunida, Boe muliache.

Licornia (Aqua) = Licornia (Acqua). S’aqua licornia consiste in un bicchiere d’acqua resa magica mediante una sezione o la punta di un corru de cerbu, corno di cervo, e appositi brebus, parole magiche. E’ usata prevalentemente per scopi terapeutici, ingerita o aspersa, contro spaventi, malocchio o espressioni psichiche. Ma è anche un diffuso strumento per divinare o per diagnosticare i mali che affliggono il paziente. Esaminando s'aqua licornia, il guaritore scopre il tipo di male e le cause che l’hanno provocato, o in altri casi, fissando un punto nel fondo del bicchiere, egli vede come in una sfera magica, il passato e il futuro della persona che viene esaminata. E’ un rito che ha diversi nomi. Con questo nome è diffuso nell’Oristanese.

Lionarsciu o Lionargiu = Oleandro. Arbusto ornamentale comune in Sardegna lungo i letti sassosi e aridi dei torrenti, dai pendii montuosi fino al mare. E’ di facile riproduzione per talea, tanto che un ramo radica se immerso in un recipiente d’acqua. Dai suoi rami diritti e robusti si ricavano ottimi bastoni d’appoggio e da difesa. Ne faceva uso - si dice - anche Giuseppe il falegname di Nazareth, il quale deve al prodigioso fiorire del suo bastone di oleandro lasciato nel tempio (in un portavasi contenente acqua?) l’affidamento da parte dei sacerdoti della giovane Maria, madre di Gesù. In virtù di questa leggenda, l’oleandro è detto comunemente mazza di san Giuseppe. A su lionarsciu, all’oleandro, si attribuiscono diversi poteri magico-terapeutici, forse in correlazione con la leggenda cui si è accennato, più che alla presenza in esso di un glucoside cardioattivo, per altro assai tossico.

Logu obertu = Luogo aperto. Si oppone a logu serrau, luogo chiuso, ed è importante per il guaritore sapere “dove”, in “quale luogo (se obertu o serrau, se aperto o chiuso) è stata presa la malattia per approntare il giusto rimedio. In particolare nei riti terapeutici contro spaventi o malocchi, viene sempre chiesto preliminarmente al paziente si hat tentu su dannu in logu obertu o in logu serrau (se ha avuto il danno in luogo aperto o in luogo chiuso).

Luna (la n si pronuncia nasale unita alla u e staccata dalla a) = Luna. Considerata dagli antichi una divinità (Artèmide, Selene, Ecate sono alcuni nomi che la indicano nella mitologia greca). Da sempre, e ancora oggi, gli uomini vedono nella luna e nelle sue fasi il potere di influenzare i cicli riproduttivi e vitali, l’attecchimento e la crescita, di tutte le creature viventi sulla terra, umani, animali e vegetali. Il ciclo mestruale della donna è pari al periodo di una fase lunare. Il periodo di gestazione di ogni creatura, dalla inseminazione alla nascita, si calcola in lune. La capacità germinativa del grano e di ogni altra semente, così come la capacità fecondativa del seme umano e animale si vuole che sia influenzata dalla luna. Anche il taglio della legna va compiuto in fase lunare propizia, onde evitare che la legna si tarli e marcisca. Nel mondo contadino esistono precise norme che condizionano ogni attività lavorativa ai diversi momenti delle fasi lunari. Diffusissimo un tempo tra i contadini più colti su gerevalliu (il lunario), un opuscolo calendario annuale, una sorta di almanacco, basato sulle fasi lunari, che dava le indicazioni sul periodo più idoneo a compiere ogni lavoro agricolo. Sul piano della medicina popolare, ogni rito terapeutico va compiuto osservando scrupolosamente il periodo lunare. Vedi Gerevalliu.

Luziferru = Lucìfero. Nome proprio originario del diavolo, secondo la mitologia biblica. E’ poco usato nella parlata popolare. Vedi Dimoniu e Tiaulu.

Mabagrabiu e Malagrabiu. Intraducibile. E’ probabilmente una storpiatura di mali carbinu, letteralmente male selvatico. E’ simile a Puntori (Vedi), male ignoto mortale, ed è usato quasi esclusivamente nel contesto di una invettiva: su mabagrabiu fezzast! cioè, grosso modo, “che ti venga un accidente!”. Tale invettiva è comune nell’Oristanese, specie a Santa Giusta e a Cabras. In questi paesi, inoltre, fai su mabagrabiu ha il significato di “fare il patatrac”, e viene riferito a fanciulla che abbia accidentalmente perso la verginità: Sa tali gei dd' hat fattu su mabagrabiu! (La tale sì che ha fatto il patatrac!). Il termine è anche usato come intercalare, abbreviato: mabagrà! equivalente all’esclamativo italiano “accidenti!”.

Magia (o anche Majia e Mazzina) = Magia. E’ l’arte di produrre fenomeni paranormali, sia utilizzando con particolari poteri e conoscenze le stesse forze della natura, sia mediante i poteri occulti degli spiriti o demoni del bene e del male. In altre parole, magia è il termine che definisce l’insieme delle pratiche trascendentali che costituiscono la scienza e l’arte di dominare le forze occulte della natura e della vita. C’è una stretta correlazione tra il mondo vegetale e quello animale e umano, per cui si evidenzia uno stato di necessaria interdipendenza tra tutti gli elementi vitali che compongono la natura. Il fenomeno della riproduzione vegetale, per cui un seme interrato germoglia generando una pianta, è lo stesso fenomeno per il quale si riproducono gli animali e l’uomo. Così pure le spoglie mortali degli alberi e di ogni animale compreso l’uomo ritornano alla terra e la rendono più fertile. Secondo il Goodworth, “la magia consiste per definizione nella errata applicazione dei principi più semplici dell’associazione di idee”. E in effetti, le associazioni tra la vita del mondo vegetale e del mondo umano, e tra la morte, la sepoltura e il nuovo rigoglio primaverile avevano condotto a una interpretazione fantasiosa, che va appunto sotto il nome di magica. Anche se era errata, aveva però messo in moto la mente, fatto approfondire per la prima volta la conoscenza del mondo. (In A. Nicker - Sesso e Magia - 1970)

Magia e Majia = Magia. E’ termine usato letterariamente nel significato figurativo di “fascino”, “incanto”, “meraviglia”. Sa magia de s'orbescida, l’incanto dell’alba. Una bellesa magica, fadada, una bellezza magica, fatata. Magia, con il significato di dottrina che riguarda l’evocazione degli spiriti, i fatti che trascendono l’umano (i prodigi), la preveggenza, i riti relativi e le pratiche connesse alle scienze occulte e alla medicina, di segno positivo (magia bianca) o di segno negativo (magia nera), è termine che si traduce frequentemente con bruxeria, seppure questo termine sia riduttivo, in quanto più propriamente indica “fattucchieria”. Nella parlata popolare, magia viene tradotto anche con mazzina. Vedi Bruxeria e Mazzina.

Magia (Is sinnus de sa) = Magia (I significati della). Le dottrine magiche nascono ai primordi della società umana e precedono di molto le religioni. Una delle affermazioni di fondo della magia, che ne costituisce il principio, è l’esistenza di uomini, animali e cose dotati di forza, cioè di capacità, di virtù, di facoltà soprannaturali. In lingua sarda le capacità mediche di s'omini de mexina (il guaritore) o di sa bruxa (la fattucchiera) viene genericamente detta sa forza. Nel fattucchiere che fa incantesimi, così pure in s'oghiadori (colui che dà il malocchio, l’iettatore), la capacità malefica di ligai (affascinare, legare) viene detta umbra o umbra de coloru (fascino o fascino di serpente). Sa forza, la capacità magica, l’elemento soprannaturale, è presente in misura diversa in ogni cosa. Nel mondo minerale, ne possiedono una minima quantità il legno, il ferro, l’argilla; mentre ne sono forniti in grande quantità il rame, le pietre dure o preziose, i magneti. Nel mondo vegetale, ugualmente: certe erbe hanno radici o foglie o gambo che possiedono virtù magiche in sommo grado. Ciò, infine, vale anche per il mondo animale e umano: mago o stregone è appunto colui che possiede molta forza - così pure certi animali, come il cervo o il gatto o il serpente o certi ragni, parte dei quali vengono spesso utilizzati nel compimento di riti magico-terapeutici o nelle fatture.

Magus, meglio Cogus = Magi. Nome generico dato a is ominis de mexina, guaritori, indovini, fattucchieri e chiunque abbia poteri occulti. I magi erano originariamente adoratori del Fuoco, seguaci di Zoroastro.

Mainargiu e Mainarxu = Mago, fattucchiere, guaritore. Sono sinonimi bruxu, cogu, magu, omini santu e per il solo femminile mazzina.

Maladia = Malattia. Nella medicina popolare, legata alla scienza magica, ogni malattia è data da uno specifico demone, che bisogna riconoscere ed esorcizzare con determinate materie (sostanze terapeutiche), con particolari riti, e brebus, parole sacre. Donai maladia = Ammalare con arti magiche (fatture o altri malefici). Spesso certe malattie sono ritenute opera di stregoneria, eseguite da o per conto di persone malvagie e gelose dell’altrui benessere.

Mali = Male. Su mali o malu è l’opposto del bene, ciò che proviene dalle forze infernali, dal Diavolo, su Tiaulu, s'ennemigu, antagonista di Dio, Deus. Su mali per antonomasia è sa maladia, la malattia, lo stato di malessere fisico o psichico. Mali è assai frequentemente usato (d’altro canto anche in italiano) in sostituzione del termine malattia. Esempi: Mali de arrigus = Malattia dei reni; Mali de 'utturu = Mal di gola; ecc. Teniri mali = aver male, star male. Vedi Maladia e Malia.

Malia = Malia. Ammaliai = Ammaliare, dominare l’altrui volontà con arti magiche (fatture o altri malefici, specie incantesimi). La persona ammaliata diventa succuba, schiava di chi l’ha ammaliata; e farà tutto ciò che questa le ordinerà. Generalmente si ammalia una persona per sottrarle il patrimonio, facendosi lasciare gli averi in testamento (si dice che i preti siano esperti nell’arte di ottenere, con formule magiche, lasciti e donazioni da vecchi e ricche vedove “ammaliate”; o anche per ottenere favori di carattere sessuale, altrimenti negati perché illeciti. Sono frequenti i casi in cui una fanciulla che ha finito per cedere alle profferte amorose di un uomo, imputa il fatto a un sortilegio, a qualche beveraggio magico che ha annullato la sua volontà di resistere. Per altro è anche frequente che un uomo di una certa età, innamoratosi follemente di una fanciulla assai più giovane di lui, attribuisca la sua “follia” amorosa a qualche fattura o sortilegio. Sembrerebbe che tutte le donne giovani, belle e desiderabili siano potenzialmente delle streghe - infatti di esse si dice che sono maliarde e affascinanti. Su ammaliai, l’ammaliare - può sembrare strano - ma è pesantemente condannato dal codice penale italiano sotto le specie di reato di plagio.

Milifattu = Maleficio, fattura, pratica magica occulta fatta mediante anatemi o esorcismi o invocazioni, utilizzando le forze demoniache per nuocere ad altri. Vedi Fattura.

Mamoni = Ammone o Amon-Ra. Divinità egizia, raffigurata con corpo umano e testa di ariete. Nella mitologia cristiana diventa un potente demone che ha ai suoi ordini ben quaranta legioni di diavoli. Viene anche identificato con su 'attu mamoni, il gatto mammone: demone antropomorfo dalla testa di gatto, al quale non si attribuiscono particolari poteri demoniaci e anzi pare che si riduca a custodire scussorgius de pagu contu, tesori fatati da poco conto, a interpretare ruoli di secondo piano nella novellistica, e a far da spauracchio ai bambini capricciosi. Ai quali, appunto, si suole dire: “Chi non fais a bonu zerriu mamoni!" (Se non fai da bravo chiamo babau) mamoni, nel significato di babau, di spauracchio, è detto anche momoti.

Mandragola = Erba mandragola. Pianticella erbacea perenne diffusa nei paesi del Mediterraneo. Si vuole che questa pianta abbia l’aspetto di un corpo umano in miniatura. E’ assai usata nei riti magici e terapeutici. Con la mandragola si ottengono pozioni per far filiare donne sterili. Secondo alcune fonti, tale piantina nascerebbe dalla terra dove sia caduto sperma umano, e che, quando venga sradicata, emetta una sorta di vagito, simile a quello di una creatura che nasce. Nel medioevo è considerata un’erba demoniaca, di cui le streghe facevano largo uso. E’ probabilmente di tradizione ebraica, la leggenda secondo la quale il famoso albero del bene e del male che Jahvé pose al centro del paradiso terrestre doveva essere una mandragola arborea gigante.

Maniposa = Farfalla. E’ detto maniposa anche un singolo lumino votivo, che si ottiene riempiendo un bicchiere per metà di acqua e per il resto di olio. Sulla superficie oleosa si pone un dischetto di sughero fornito di lucignolo. Si ottiene così un’esile fiammella che si fa ardere davanti al simulacro di un Santo, per grazia ricevuta o da ricevere, o in memoria di un caro defunto, nella ricorrenza della sua morte, specialmente il due Novembre per ricordare le anime dei morti e propiziarsele. Di maniposa se ne conosceva un modello di tipo industriale, che pur conservando la sua originaria semplicità consisteva in un triangolino di lamierino forato al centro per inserirvi il lucignolo, con i tre vertici infissi in tre dischetti di sughero, che si poneva a galleggiare in un bicchiere contenente acqua e olio.

Manufica = Dal latino manufica, indica sia l’amuleto consistente in una manina il cui pollice è infilato tra l’indice e il medio del pugno chiuso, sia il gesto scaramantico detto del far le fiche. Vedi Ficas, il far le fiche.

Martura (Argia) = Paralitica (Tarantola). Dicesi argia martura una specie di tarantola il cui morso provoca paralisi. Per la precisione marturu-a indica colui o colei che è paralizzato-a; vi è quindi una trasposizione dell’effetto nella causa. Come per la puntura delle altre specie di tarantole, la terapia è collettiva, dura tre giorni e tre notti, pur variando per ogni specie di tarantola il contenuto rituale terapeutico. Vedi Argias.

Masciu (Arza) = Maschio (Tarantola). Dicesi arza masciu (letteralmente tarantola maschio) una specie di tali ragni la cui puntura è particolarmente dolorosa. Il termine arza è la variante logudorese dell’argia campidanese. Vedi Arza.

Maskara o Bisera = Maschera. Bisera è testualmente “visiera”, nel senso che si applica al viso. Maskara e bisera, per lo più di legno e di sughero, sono maschere di carnevale di sembianza animalesca e demoniaca. “Il camuffamento del personaggio principale - uomo o sacerdote - nelle sembianze di un animale è noto in molte religioni. L’usanza è antichissima... L’uso degli animali per il camuffamento rituale è condannato e ritenuto diabolico nel “Liber penitentialis” di Teodoro, del VII secolo… Per analogia con altre religioni che seguono la stessa usanza, sembrerebbe trattarsi di un rito della fertilità. L’animale raffigurato è l’animale sacro della tribù, oppure quello usato più spesso come cibo”.
(In Le streghe di M. A. Murray - 1974).

Masoni = Indica sia l’ovile che il gregge. Masoni è vocabolo d’uso comune sia nella parlata campidanese che logudorese, nella prima prevale il significato di ovile, nella seconda quello di gregge. Masoni è dunque il luogo dove si raccolgono le pecore durante la notte, dopo il pascolo, per la mungitura e la tosatura. Consiste in un semplice spazio circolare recintato per lo più da sterpi secchi spinosi, massi, cespugli vivi di lentischio o di altre essenze che già radicano nel perimetro. Deriva dal fenicio mason (alimento, pasto), ed è quindi più proprio l’uso del termine usato in logudorese che indica il gregge. Se il fucile del pastore difende l’ovile dai ladri, la difesa dello stesso patrimonio da incantesimi, malocchi, morie provocate da fatture è affidata alla magia: amuleti consistenti in fiocchi di lana verde, bucrani piantati su pali, periodiche aspersioni delle pecore con aqua licornia o altre “acque magiche” approntate da un fattucchiere, che hanno efficacia preventiva oltre che terapeutica.

Mastrupai = Masturbare. Mastrupazioni = Masturbazione. Sono termini di uso poco comune nel popolo che preferisce, nel campo sessuale, le fiorite circonlocuzioni anziché vocaboli ritenuti osceni anche se scientifici. Per indicare l’atto onanistico si usa perciò limpiai canna (pulir canna) o scrosciai fa' (sbucciar fava) o faisi sa cannuga (farsi la cannocchia). Su si mastrupai, il masturbarsi, è sempre riferito al maschio; non esiste, che io sappia, termine o modo di dire, che indichi lo stesso atto nella femmina. Esistono filtri magici che inducono una fanciulla ad amare sensualmente: tale filtro va assunto dal maschio innamorato intanto che si masturba pensando intensamente all’oggetto dei suoi desideri. Si assicura che l’ignara fanciulla verrà coinvolta di persona appena se ne presenterà l’occasione. Tuttavia va aggiunto che esistono contramazzinas (controfatture) che hanno il potere di creare, nella fanciulla che proprio vuol difendersi da simili magie, una sorta di campo di forza, una barriera che protegge la castità.

Materia = Materia. Nei riti terapeutici magici è la medicina vera e propria, la sostanza visibile che viene assunta dal paziente. Nella medicina popolare, tuttavia, non ha alcuna efficacia terapeutica se non è accompagnata da is brebus (le parole magiche) e dallo specifico rituale diretto da un mago guaritore.

Maurreddinu = Abitante della regione Iglesiente. Il termine è derivato dal latino mauritianus, indigeno della Mauritania. Tra le numerose deportazioni effettuate da potenze egemoni, ve ne fu una di Mauritani, che si insediarono in quella parte dell’Isola. Vedi dell’Autore il saggio Quali banditi? Vol. I° pagg. 314/315 - Verona 1977. Presso i Maurreddinos, ossia nell’Iglesiente, sono diffusi riti terapeutici magico-religiosi quali s'affumentu e s'aqua abrebada (Vedi), con diverse varianti.

Mazzina = Indica sia la maga, colei che fa le magie, sia la magia, l’atto prodigioso compiuto dalla maga. Sa tali est una mazzina = La tale è una maga. A su tali hant fattu una mazzina = Al tale hanno fatto una magia (una fattura). Non esiste il maschile di mazzina, come per l’italiano strega. Infine mazzina prende anche il significato di feticcio, il simulacro usato per fare la fattura o il maleficio. Vedi Bruxu e Cogu.

Merda e Medra = Merda, sterco. Gli escrementi hanno una loro rilevanza nella medicina popolare. Al di là del loro uso e dei significati psicopatologici in talune attività sessuali definite perverse, quali la coprofagia e la coprofilia, vi è un suo uso in diversi riti magici, secondo il principio che la parte rappresenta l’insieme, e quindi il possesso della parte porta al possesso dell’insieme. Pertanto è materia per compiere malefici. Tuttavia, non molto dissimilmente dalla medicina moderna, che esamina “scientificamente” le feci di un paziente, diagnosticando malattie del loro colore, odore, compattezza; così la terapeutica popolare dagli escrementi di un paziente ne stabilisce lo stato di salute. Si attribuisce allo sterco ancora caldo di alcuni uccelli virtù medicamentose in alcune malattie della pelle e degli occhi; in particolare gli escrementi di gallina vengono usati non solo come tonici della pelle ma anche come coagulanti spalmati su lievi ferite. Vedi Pisciu.

Mestruu = Mestruo. E’ detto anche su mesi, il mese, o su strobu, il disturbo. Essiri strobada, essere disturbata, indica appunto una donna mestruata. Il ciclo mestruale assume particolare rilevanza nella vita sociale per i tabù cui è legato e ancora per l’uso magico che della sostanza mestruale la donna può fare in diverse pratiche che possono coinvolgere il maschio. In effetti, come sostiene il Talmud, il testo sacro degli Ebrei, la donna mestruata rappresenta un grave pericolo per i maschi: si afferma, per esempio, che se una donna mestruata si avvicina tra due uomini e passa tra loro, uno dei due può ammalarsi fino a morire. Il rapporto sessuale con la donna mestruata è severamente vietato. Tra le numerose proibizioni fatte alla donna mestruata ci sono quelle di non poter toccare alcunché di commestibile. Più precisamente le viene fatto divieto di cucinare, fare il pane, di toccare cibi deteriorabili come le carni e i pesci, che le sue mani impure manderebbero in putrefazione. In occasione della uccisione del maiale e della conservazione delle sue carni, se in famiglia c’è una donna mestruata, costei deve restare isolata e astenersi dal toccare alcunché di quanto viene manipolato per l’occasione, per evitare di mandare a male il maiale. In tali circostanze, la donna mestruata viene sostituita da altra donna di famiglia o del vicinato.

Mexina = Medicina. Nella terapeutica popolare, sa mexina, la medicina per antonomasia è la panacea, il ritrovato prodigioso in grado di guarire ogni male. In questo senso sa mexina più efficace è la fede: fede nel terapeuta, fede nella sostanza medicamentosa, fede nella guarigione, fede in se stessi e nelle forze vitali della natura di cui ci si sente parte. Molte prodigiose guarigioni ottenute dalla medicina popolare si attribuiscono alla fede, e alla suggestione che da questa deriverebbe. Vi sono comunque numerose mexinas, medicine, specifiche per ogni genere di male. Grosso modo si possono dividere in mexinas contro i disturbi psichici e della sfera emotiva; mexinas contro i disturbi fisici; mexinas contro i nemici del patrimonio (animali domestici, da lavoro o da allevamento; piante fruttifere; eccetera). Alcune mexinas specifiche sono sa mexina de s'aquila, la medicina contro l’aquila; sa mexina de s'azzicchidu, la medicina contro gli spaventi; sa mexina de is bremis, la medicina contro i vermi; sa mexina de su margiani, la medicina contro la volpe; sa mexina de s'ogu liau, la medicina contro il malocchio; sa mexina de is pillonis, la medicina contro gli uccelli. Nell’uso comune il termine mexina indica “tutto ciò che fa bene”; ma quando sia riferita alla medicina moderna può anche significare “veleno”, sostanza tossica: alla, ca est mexina! = Attento che è medicina! O anche, in una famosa invettiva contro gli odiati esattori delle tasse: “Su dinai miu ti serbat po mexina!" = Il mio denaro ti serva da veleno!

Mizza = Sorgente. Alcune sorgenti, di particolare importanza economica, situate in prossimità di centri abitati, venivano strutturate in muratura, intubate onde riempire una vasca, cui attingere più comodamente l’acqua potabile e per abbeverare gli animali dal lavoro al rientro dalla campagna (Vedi Aquadroxu). Ma per lo più, is mizzas, le sorgenti, venivano conservate e utilizzate, ovunque, al naturale. Chiunque le utilizzasse aveva l’obbligo - non di legge ma di coscienza civile - di mantenere s'enadroxu, la vena, ripulendo la conchetta sabbiosa dal terriccio, da sterpi ed erbe, e riponendo al lato dell’anfratto il mestolone di sughero, su cui il viandante attingeva l’acqua per berla comodamente, senza doversi chinare per bere “a bruncu”, con il muso, come gli animali. Fino a tempi recenti, il tipico mestolone di sughero era sempre presente nelle sorgenti montane, un tempo numerosissime; oggi sono spariti, portati via come souvenirs dai turisti cittadini dell’Isola e del Continente. Per i significati magici e terapeutici de sa mizza, della sorgente, vedi Funtana e Putzu.

Morti = Morte. Oscura onnipotente divinità, legata al destino di ogni creatura vivente. Esistono incantesimi e formule magiche (tuttavia assai rari e devono essere compiuti con l’aiuto di potentissime forze occulte) per fermare temporaneamente la Morte, giammai capaci di vincerla - poiché è scritto nel Gran Libro del Destino che ogni creatura vivente la porta con sé, sopita, dal momento che nasce, e in qualunque momento Essa può destarsi. Ciascun uomo, per destino, ha dentro di sé una “propria” morte. Vi sono così morti bonas e mortis malas (morti buone e morti cattive) come quelle serene dei vecchi che lentamente si spengono o come quelle violente di coloro che sono stati assassinati e gridano vendetta, senza trovare pace nelle loro tombe; ve ne sono di giustas e ingiustas, come quelle che colpiscono coloro che hanno tradito la fede della comunità, le spie, i falsi testimoni e gli adulteri, e quelle che spezzano vite di bimbi e fanciulli, fiori il cui stelo è stato reciso mentre ancora sbocciavano alla vita; e ve ne sono infine di disisperadas e piedosas (disperate e pietose), come quelle di coloro che si uccidono per amore o per giustizia o di coloro che “vengono aiutati a morire” per liberarsi da una vita tanto atroce da non poter più essere sopportata.
Sa Morti Pilosa, la Morte Pelosa, è un mitico demone, oggi in ribasso, ridottosi a far da spauracchio ai bimbi capricciosi (Mira ca benit sa Morte Pilosa chi non fais a bravu! = Guarda che viene la Morte Pelosa se non fai da bravo!), il cui nome, un tempo terrificante, oggi viene usato principalmente per indicare persona malnutrita e malandata.

Morti (Sinnus de) = Morte (Annunci di). Vi sono creature in grado di presagire la morte imminente. Secondo la credenza popolare vi sarebbero alcuni animali o anche fanciulli (“anime innocenti”) in grado di vedere la morte che passa annunciandone la presenza alla comunità con certi loro “strani” comportamenti: per esempio, cani o cavalli avvoltolandosi per terra sulla schiena e i fanciulli restando scioccati.
Tipico esempio di annuncio di morte è dato dal volo della stria (strige, barbagianni), passando sopra il tetto di casa in senso perpendicolare alla travatura (la linea di volo dell’infausto uccello forma così una croce con le travi).
Taluno sarebbe in grado di presagire anche la propria morte. A questo proposito, è stupenda la lirica di Peppino Mereu dove annuncia la propria morte. Vedi Cap. X “Dalla Strige alla Strega”.

Mortu = Morto. Colui che viene interrato, ma che soltanto apparentemente ha cessato di vivere. Su mortu, il morto, detto anche anima morta, per distinguerlo dal vivente o anima bia, anima viva, continua a essere presente tra la sua gente, nel proprio mondo, finché restano le sue opere e finché egli viene ricordato. Modi di dire: Prangiri su mortu in domu = Disperarsi esageratamente. Si dice a persona che drammatizza un fatto non grave: Mancu chi siast prangendi su mortu in domu = Neppure se stessi piangendo il morto in casa. Regordai is mortus in mesa = Ricordare i morti a tavola, mentre si mangia, ha il significato di far qualcosa di sconveniente.

Mortus (Sa festa de sos) = Morti (Festa dei). In Sardegna, la Festa dei Morti, celebrata secondo il calendario cattolico in due di novembre, aveva particolare solennità. A Orune e in altri paesi delle Barbagie, Sa festa de sos mortos si svolge ancora secondo antichi rituali. I morti ritornano allo scoccare della mezzanotte e per essi viene approntata una mensa imbandita in ogni casa. Durante la notte, mentre i piccoli dormono, gli uomini vegliano in locali pubblici e le donne vegliano davanti ai focolari spenti. Vedi Vol. I° “Sa festa de sos mortos ” e la voce omonima nel glossario dello stesso volume.

Musca = Mosca. Teniri musca = Essere vanitoso. Muschitteri = Vanitoso.

Musca de ghettai = Intraducibile. Indica la mosca inseminatrice di vermi della putrefazione della carne. Viene descritta, piccola, grigia con le ali sgraziatamente aperte. Durante i mesi caldi si avvicina al bestiame e anche agli uomini deponendo le uova nelle parti umide del loro corpo, mucose (bocca, occhi, naso, ano, sesso) e nelle ferite. Esiste, per combatterla, una specifica terapia, detta Sa mexina de is bremis.

Musca Macedda = Testualmente: Mosca macello. Mitico insetto inseminatore di morte. Diffonde oscure pestilenze.

Muscapia = Scintille che volano nell’aria ricadendo verso terra, durante i fuochi d’artificio. Per le scintille prodotte dal fuoco che salgono trasportate dall’aria calda (che il Pascoli chiama “monachelle”) si usa il termine di fraria. Muscapia o Buscapia indica anche più propriamente quegli specifici ordigni simili a razzi impazziti che durante i fuochi d’artificio vengono fatti ricadere verso la folla, sulla quale per altro giungono per lo più già spenti.

Nappa de arannia (o aragna ) = Tela di ragno. E’ detta anche Tirinnia. Nappa e tirinnia hanno anche significato di reticolo e più in particolare indicano la tunica reticolare che avvolge gli intestini. Si è di recente scoperto che una delle funzioni dell’omento o epiplon (in sardo nappa), ovvero la tunica reticolare, è quella di proteggere gli intestini da emorragie interne, favorendo la coagulazione del sangue. Sa nappa de arannia è usato nel mondo contadino come emostatico, posto a ricoprire ferite leggere.
Un interessante riferimento a terapie popolari proprie della cultura contadina nei primi pionieri americani si trova in “Furore" di J. Steinbeck, edizione in italiano del 1940, pag. 210: “… S’asciugò la ferita con un pezzo di canapa e la esaminò. - Sanguina come una cagna in calore, osservò, ma faccio presto a fermarla. - Orinò in terra e coperse la ferita col fango che ne derivò. L’efflusso cessò quasi subito. - Niente di meglio per far cessare il sangue, disse. Anche il ragnatelo è buono, opinò Casy. - Sì, ma il ragnatelo non l’hai mica sempre sotto mano. -” Vedi Aragna e Pisciu.

Nemigu (o Ennemigu) = Nemico. Su nemigu, il nemico, per antonomasia è Satana, il Principe delle Tenebre, il Signore degli Abissi, il Dio del Male. Frequentemente, Satana, Lucìfero, l’Angelo ribelle, viene chiamato semplicemente s’Ennemigu, il Nemico.

Nenniri = E’ così detto il grano seminato in vaso e germogliato all’oscuro, che le fanciulle fenicie e sarde usavano preparare in onore del dio Adone. Su nenneri era detto “Giardino di Adone”, di chiaro significato magico-propiziatorio, proprio delle feste del solstizio di giugno, si ritrova ancora assai diffuso in Sardegna fino a tempi attuali. Su nenniri (piatto o terrina con terriccio e grano, o ceci o avena germogliati al buio, i cui esili pallidi filamenti erano tenuti eretti e ornati da un nastro colorato) veniva preparato sia per la festa di San Giovanni l’Apostolo (l’Adone della mitologia cristiana), sia il Giovedì Santo, come rito legato alla morte e resurrezione di Gesù - anche in questo caso appare un rito funebre, perpetuando nei millenni le cerimonie mistico-sessuali in cui le donne piangevano la morte del giovane e bellissimo dio Adone, festeggiandone poi la resurrezione.
Abbiamo, dunque, nel costume sardo, su nenniri dedicato dalle fanciulle al culto di San Giovanni l’Apostolo, santo tutelare dell’amicizia tra i giovani, (vedi Sant'Juanni), e su nenniri che le donne preparano in Quaresima per la morte e resurrezione del Cristo.
Anticamente - come nella originaria usanza fenicia - in su nenniri , nel vaso di grano germogliato, spiccava una statuetta votiva (Erma), probabilmente il simbolo di una divinità ctonica pronuba, modellata con la creta o più spesso con pasta di grano. In diverse comunità, su nenniri , dopo la benedizione in chiesa, veniva portato in campagna, il piatto rotto e i germogli sparsi tra le zolle, come rito propiziatorio di fertilità.
Vedi Vol. IV - Feste e Leggende - Capitolo Sant'Juanni e Su nenniri.

Neu = Neo. Tra i signori, il neo, fortunosamente situato in certe parti del viso o di parti intime del corpo femminile, è un vezzoso ed eccitante richiamo. Non così per le donne del mondo contadino, e neppure per la Santa e Dotta Inquisizione, per le quali rivestono significati magici. L’Inquisizione riteneva prova di stregoneria la presenza in una femmina sospetta di un neo vicino al sesso - si sosteneva che tale neo fosse insensibile alla puntura di uno spillo e che non sanguinasse. Attualmente abbiamo tracce di un metodo divinatorio fondato sull’esame dei nei di una persona. Secondo tale metodo la posizione del neo è importante per svelare la sorte. Esempio: Neo sulla fronte = ricchezza; vicino al sopracciglio = bontà; sulle labbra = golosità; sulle guance = opulenza; vicino alle orecchie = stima; sul collo = fortuna; sul petto = ancora bontà; sulle spalle = povertà; sulle gambe = ambizione; sul sesso = lussuria.

Oghiadori = Colui che dà il malocchio, iettatore. Si chiama così chi possiede umbra de coloru, fascino di serpente, e quindi, volontariamente o meno, può dare il malocchio, cioè s'ogu liau. Ogni comunità ha i suoi oghiadoris (per lo più maschi) ma possono dare il malocchio anche is oghiadoras e is bruxas, le iettatrici e le fattucchiere. Colui o colei cui viene attribuito tale potere è assai temuto. Ci si difende dal malocchio in via preventiva facendo sì che s'oghiadori “tocchi” la persona, l’animale o la cosa su cui egli “ha posto l’occhio con interesse”. Inoltre con diversi amuleti, ugualmente in via preventiva, per attirare su questi e scaricare (con la stessa funzione del parafulmine) il “fluido magico” inviato da s'oghiadori. Infine, se il malocchio ha ormai colpito e se ne rilevano già i sintomi nefasti, lo si risolve con le apposite terapie, dette mexinas de s'ogu liau, medicine contro il malocchio, diffusamente descritte nel testo.

Oghiadura = Occhiata, per lo più nel senso di occhiataccia. E’ così detta anche l’azione de s'oghiadori, dell’iettatore, la proiezione de s'umbra de coloru (del fascino di serpente, maleficio) mediante lo sguardo di chi possiede il potere di dare il malocchio. Per estensione, oghiadura (che è propriamente “l’atto di dare il malocchio”) assume il significato di malocchio, cioè della malattia che l’atto stesso ha provocato in persona, animale o cosa. Dicesi infatti Su tali hat pigau oghiadura (il tale ha preso il malocchio) oppure S’arresi est toccau de oghiadura (L’animale è colpito dal malocchio).

Oghiau = Participio passato di oghiai. Ammaliato, colpito da malocchio. Da oghiai (letteralmente Occhieggiare) nel senso di liai ogu, dare il malocchio, affatturare mediante lo sguardo, per affascinare o comunque dominare persone, sia per distruggerle che per legarle a sé mediante plagio. Le persone, gli animali e le cose più esposti al malocchio sono quelli più cari e più belli, stimati in senso venale e affettivo, o anche ciò che è più esposto e indifeso alla malvagità o alla semplice gelosia di altri, come i bambini e le fanciulle, i mobili e gli utensili pregiati, le messi rigogliose, i bei frutti, animali nodius, selezionati, da cortile e da lavoro. Persone, animali, piante, cose oghiaus, ammaliati, colpiti dal malocchio, intristiscono, avvizziscono, muoiono per consunzione o si disfanno come rosi da invisibili tarli. Per fermare l’azione nefasta e distruttiva di s'ogu liau, del malocchio, sono necessarie specifiche terapie che s’interrompano e annullino il “fluido magico” de s'oghiadori. Tra queste terapie, le più diffuse s'aqua abrebada e s'affumentu.

Ogu liau = (Letteralmente: "Occhio preso”) = Malocchio. E’ l’effetto della oghiadura, della iettatura. I sintomi de s'ogu liau, del malocchio, sono diversi. Trattandosi di persona vanno dal semplice mal di capo, dalla svogliatezza, alla febbre alta e al delirio, fino al deperimento organico e alla depressione psichica - senza mai assumere, tuttavia, le gravi proporzioni delle fatture. Nell’animale, ovviamente, i sintomi non sono molto chiari: si nota un deperimento organico di breve o di lunga durata che può portare alla morte per inedia. Nelle cose si verifica un deterioramento - o un guasto che rendono inutilizzabili gli oggetti colpiti - una pentola di ferro smalto che d’improvviso perde lo smalto o un attrezzo da lavoro che viene invaso dalla ruggine o che si spezza o si inceppa o un mobile che si tarla o un copriletto che si tarma. Vedi Mexina de s'ogu liau, Oghiadori e Oghiadura.
 
Ogu lucidu = (Letteralmente: Occhio che luccica) = Lucciola. In alcune comunità del Campidano meridionale ogus lucidus, al plurale, sono detti anche i fuochi fatui. Vedi Fogus de Purgadoriu.

Omini de mexina, Uomo di Medicina, e Femina de mexina, Donna di Medicina, sono termini poco frequenti per indicare gli operatori sanitari, alcuni dei quali, i più famosi, vengono detti Omini Santu e Femina Santa (Uomo Santo e Donna Santa), che normalmente vengono chiamati o indicati con il semplice attributo di rispetto dovuto agli anziani di ziu o zia, seguito dal loro nome di battesimo o dal loro soprannome. I titoli vengono attribuiti nel popolo con molta parsimonia: l’eccezionalità di un uomo è valutata non dai titoli ma da ciò che sa fare e che fa. Il migliore titolo onorifico attribuito a un uomo che “sa” e che “fa” è il rispetto che gli si porta.

Omini Santu (Uomo santo) e Femina Santa (Donna Santa) sono sinonimi di Omini e femina de Mexina (Uomo e donna di Medicina), e indicano alcuni guaritori, taumaturghi della comunità, i quali pur non avendo studiato scolasticamente né avendo conseguito alcun titolo accademico in medicina, possiedono tuttavia singolari o anche eccezionali capacità e poteri di guarire i malati, mediante sistemi dai più ritenuti magici. In effetti, il più delle volte, la loro terapia si fonda sulla fede e sulla volontà nella guarigione, nel paziente e nel guaritore; nonché nell’uso corretto e appropriato delle stesse forze naturali (che l’attuale civiltà ha represso o rimosso) e infine sull’uso medicamentoso di piante e minerali.

Orcu = Orco. Creatura mitica, mostruosa, antropomorfica, spesso antropofaga. La sua natura è diabolica. La carne umana di cui egli preferisce cibarsi è quella dei fanciulli.

Ortiri e Ortirisì = Indozzare e Indozzarsi, cioè intristire e intristirsi - per lo più a causa di magie nere. Non a caso il verbo ortiri e l’aggettivo ortizzu vengono comunemente tradotti in italiano con indozzare e indozzato, termini poco usati che (Vedi Dizionario del Battaglia) significano “Cadere in stato di deperimento per consunzione o anche per opera di magia”; e “Colpito da fattura, ammaliato, stregato”.
Ortizzu, indozzato, è detto anche, e specialmente, di frutta e verdura (carote, ravanelli, lattughe, finocchi, sedani e altre) maturati prima del tempo, spugnosi e di sapore sgradevole. I ravanelli lunghi vengono maliziosamente definiti cirdinus et arburosus (eretti e piccanti) o dispregiativamente ortizzus (molli, spugnosi, insipidi), con evidente riferimento al membro maschile. Vedi anche Avvalliri e Allacanau.

Ortizzu o anche Ottizzu = Screato, incompiuto - nel senso di creatura che ha compiuto il proprio ciclo vitale senza essere giunto a completa maturazione. Ortizzu è termine molto usato per indicare verdura e frutta che si presentano immaturi senza essere acerbi. E’ detto anche per animali e persone - e spesso in senso dispregiativo, per chi non ha spina dorsale. Una comune estensione del termine si ha per indicare il pene nei maschi semi-impotenti. Il gelo e la siccità, per i frutti, e la malnutrizione, il rachitismo per animali e umani sono le cause dell’essere ortizzu; ma tale stato di deperimento e di incompiutezza può essere anche, e spesso, determinato da atti di magia nera (fatture) o più semplicemente dal fluido malefico emanato da un oghiadori (iettatore). Vedi i vocaboli precedenti.

Ossus de mortu = Ossa di morto. Fin dai tempi remoti i resti, specie ossei, dei defunti sono oggetto di culto e ritenuto portatori di magiche virtù. Schegge e rondelle di osso cranico, denti e unghie - specie se appartenuti a uomini di grande sapienza, forza o coraggio - trattati con appositi brebus (Vedi) in precisi periodi di tempo (ora della notte, fase lunare, ricorrenza festiva) - diventano potenti amuleti o formidabili talismani. Spesso, tali reliquie hanno anche funzione terapeutica, conservate dentro sacchetti da apporre sul dorso o sul petto o sulla parte malata dell’infermo (Vedi Punga e Scapulariu). La Chiesa cattolica ha fatto largo uso e consumo di resti dei suoi Santi, in funzione magico-terapeutica.

Ossus de mortu = Ossa di morto. Sono chiamati così certi dolci tradizionali de sa festa de is Mortus, della festa dei Morti, ricorrente il 2 novembre. Si ottengono con farina impastata con sapa e insaporiti con cannella. Si dà loro la forma approssimativa di una tibia (hanno poi finito per assumere la forma di un pesce) e si cuocciono al forno ben zuccherati.

Ou = Uovo. L’uovo è il simbolo della vita. Presso antiche religioni orientali, l’Uovo Cosmogonico è l’Universo, depositato da una mitica divinità, da cui hanno origine tutte le cose. Come simbolo di vita, l’uovo rimane in vari modi presente nella festa cristiana della Resurrezione: s'ou de Pasca, l’uovo di Pasqua, che orna il pane tradizionale di quella ricorrenza, su pani coccoi, di pasta di semola di grano duro, per non dire delle più recenti Uova di Pasqua di cioccolato. Nella dietetica popolare, l’uovo - ritenuto non a torto fonte di energia per l’organismo che se ne alimenta - è riservato per lo più a soggetti debilitati da malattie, donne appena sgravate, bimbi gracili, eccetera. Nella medicina popolare l’uovo di gallina appena fatto è utile contro il mal di testa o per far bella vellutata la pelle. A tale scopo viene posato o passato carezzevolmente sulla pelle del viso, tempie o gote. Qualora vi siano dolori muscolari o artritici, viene usato sulle articolazioni o nei punti dolenti. L’albume d’uovo, impastato con la farina, viene applicato sulle articolazioni che hanno subito traumi, e forma intorno a esse una sorta di guscio protettivo che ha effetti simili a quelli della ingessatura.

Pani = Pane. Cibo quotidiano, sacro per la sua rilevanza nella economia del mondo agropastorale, ed esige particolare rispetto e particolari rituali nel suo uso. E’ considerato atto sacrilego posare il pane rovesciato sopra il tavolo; così pure tagliarlo con il coltello quando è fresco - comunque il coltello può usarsi soltanto per affettare quel tipo di pane detto civraxu che si consuma non prima di un giorno o due dalla sua cottura. Il pane fresco va spezzato e diviso con le mani. Un uso sacrilego del pane - come quello di piantarvi un coltello - “fa male” alle spalle di chi lo ha lavorato. Il pane non usato non si può buttar via, anche le briciole vanno religiosamente raccolte dalla mensa e gettate nel fuoco del camino. Salvatore Cambosu ha dedicato alcune pagine del suo saggio Miele amaro (Firenze 1954) a poetiche tradizioni legate al pane.

Pani de is poburus = Pane dei poveri. Quando in casa si faceva il pane settimanale per la famiglia, era consuetudine mettere da parte alcune focacce, da distribuire ai poveri, che una volta alla settimana visitavano quella casa. I mendicanti del circondario, periodicamente visitavano quel paese. Forniti di un sacco o di bertula (bisaccia), facevano il giro suddivisi a scaglioni di due o tre, visitando ciascuno la casa dei loro benefattori, dai quali ricevevano, oltre il pane loro riservato, altre cibarie, vesti smesse e qualche soldo. La questua e la donazione si svolgevano secondo un rituale di domande e di risposte, stando il questuante fuori dalla soglia e la donante all’interno, e si concludeva con frasi augurali come “Atturit cun sa mama” (Resti con la mamma) e di rimando “Andit cun su babbu” (Vada con il babbo) - dove chiaramente per mama e babbu si intendono Madre e Padre celesti, Dio e Madonna.

Pantasima = Fantasma. Immagine ectoplasmatica delle anime dei defunti quando tornano sulla terra per comunicare con i viventi. Vedi Puba e Umbra.

Partoxa (Affumentu de sa) = Puerpera (Suffumigio della). Tra i riti magici, terapeutici-propiziatori, c’è il suffumigio che una “Donna di Medicina” (di solito assolve anche al compito di levadora (Vedi) o ostetrica) pratica alla puerpera, nella stessa camera dove ha partorito, al fine di reintegrarla, ristabilita, nella normalità della vita quotidiana, dopo l’eccezionale e insicuro periodo della gravidanza. Esistono leggende popolari che attribuiscono l’origine del rito alla Madonna, la quale si vuole che si sia sottoposta al suffumigio magico dopo la nascita del figlio Gesù.

Partoxa (Argia) = Tarantola (Puerpera). Dicesi argia partoxa, ossia tarantola puerpera, quella specie di venefico e magico aracnide che con la sua puntura provoca i sintomi della donna appena sgravata. La terapia - simile a quelle usate per i pizzichi delle altre specie di argias, vede qui una pupattola, simulacro del neonato, che viene dato alla tarantolata affinché vi possa riversare l’amore materno, altrimenti frustrato e represso. Vedi Argia.

Patena = Medaglia. Dal latino patena. E’ così detto anche il piattino d’oro o d’argento che ricopre il calice che il sacerdote cattolico usa durante la Messa per il rito della Eucaristia. Termine comunemente riferito in sardo a medaglia di contenuto religioso, raffigurante madonne o santi in una faccia, e nell’altra versetti sacri. E’ un genere di mercificazione del sacro, largamente diffuso tra i bambini del popolo e tra gli indigeni delle aree coloniali. Vi sono patenas enormi, coniate per lo più in metallo vile ma appariscente: similoro o argentone: vere e proprie patacche. Alcune guaritrici di fede cattolica ne recano con loro di enormi, legate l’un l’altra a grappolo con un fiocco verde, e le usano in particolare nelle mexinas contro il malocchio o disturbi infantili della sfera emotiva, specie i mal di capo. Una di queste mexinas specifiche contro il malocchio, è detta Aqua patena (Acqua medaglia), che si ottiene con dell’acqua versata in un bicchiere e resa medicamentosa con i brebus rituali o con una patena miracolosa. Presso alcune comunità, s'aqua patena è anche detta aqua medalla. Vedasi il Dizionario del Porru, alla voce patena: “Patena de Sant'Elena, pezzu o arrogheddu de metallu con littera, o cifras, a su quali sa genti idiota attribuit superstiziosamenti virtudis meravigliosas, talismano”. (Medaglia di Sant’Elena, pezzetto di metallo con lettera, o cifre, a cui la gente idiota attribuisce superstiziosamente virtù prodigiose, talismano.) Ci stupisce nel canonico Porru l’appellativo di idiota dato alla gente del popolo, che dovrebbe estendersi a tutti i membri di Santa Madre Chiesa, che di patenas ha fatto da sempre largo uso.

Pedd' 'e boi (Peddi de boi) = Pelle di bue. Pedd' 'e boi dicesi di persona dura, coriacea ed è epiteto usato come soprannome in diversi paesi del Campidano di Oristano. In antichi riti magici propiziatori, indossare una pelle di bue (così come adattarsi sul capo un bucranio) era un processo di metamorfosi magica, di assunzione di caratteri trascendenti l’umano e l’acquisizione di capacità prodigiose, quali il provocare la pioggia o propiziarsi le divinità sovrintendenti alla caccia. Vedi Corr' 'e boi.

Pentaculu = Pentacolo. Scritto magico. Contiene scritti su pergamena i nomi sacri di Dio e dei Santi e racchiude in sé le forze della natura. Si prepara al chiuso, di mercoledì, durante il primo quarto di luna, di notte, alle tre. In alcuni Pentacoli, i Sacri Nomi sono incisi all’interno di tre cerchi; in altri all’interno del triangolo. Vale da amuleto e da talismano. Vedi Scrittu e Scapulariu.

Perdas pungas = Pietre magiche, amuleti. Dette anche semplicemente pungas o contramazzinas. Diverse pietre dure, più o meno lavorate, di forma rotondeggiante, vengono appese al collo contro il malocchio. Tra le altre pietre si usano l’ossidiana, la corniola, l’onice, l’ametista, eccetera. Di frequente uso anche le cosiddette perdas de flumini, pietre di fiume, di silice madreperlacea levigate dalle acque correnti. Citati impropriamente tra le pietre con valore di amuleto (punga) sono il corallo, l’avorio e l’osso.
Un cenno a sé merita la geniana, particolare pietra magica che avrebbe il potere di nuocere ai propri nemici. Il termine geniana è forse tratto da genio, spirito dell’aria che appare talvolta ai mortali, rendendo loro prodigiosi servigi. Così come il Genio della lampada di Aladino..

Perda sitzia = Pietra focaia. E’ la comune pietra silicea che battuta o sfregata su un pezzo di acciaio (acciarino) sprizza scintille. Più primitivamente venivano usate anche duas perdas sitzias, due pietre silicee, percotendole e sfregandole l’un l’altra ottenendone scintille. E’ un sistema per accendere il fuoco assai diffuso tra contadini e tra i pastori, fino a tempi recentissimi (40-50 anni fa; ma io ho memoria di tale uso in tempi ancora più recenti). L’esca, su cui venivano fatte cadere le scintille, era conservata in un recipiente (di corno o di latta) ben chiuso, e consisteva prevalentemente in certi funghi essicati o anche nel midollo secco della ferula.

Pesti = Peste. Grave e oscura malattia epidermica che colpisce una intera comunità per volere divino, a causa di peccati commessi, sacrilegi o atti contro natura. L’attribuzione della diffusione di morbi oscuri e fatali attribuiti a divinità irate è descritta anche nell’Iliade, e tale credenza si è conservata fino a tempi recenti. Sa pesti spagnola, l’influenza “Spagnola”, che infuriò subito dopo la prima guerra mondiale, provocando in Sardegna migliaia e migliaia di morti (circa 25 milioni in Europa) è l’ultima delle grandi “pesti”, di cui ancora raccontano i sopravvissuti. Quotidianamente - secondo testimonianze raccolte nell’Oristanese - passavano i carri per prelevare nelle case i cadaveri, che venivano sepolti in fosse comuni, ricoperti di calce viva, onde evitare il diffondersi del contagio. La terapia più usata contro quella peste fu - dicono - la vernaccia.

Pibaras e colorus = Vipere e bisce. Animali tipicamente demoniaci. Lucìfero assume le sembianze del serpente per “tentare” Eva. Popolarmente l’inferno viene descritto come su logu aundi 'n ci sunt pibaras e colorus, cioè il luogo dove ci sono vipere e bisce.

Pibisias = Pustoline, sfogo eritematoso. Specie se si manifestano nella testa, is pibisias (le pustoline dell’eritema), sono considerate sintomo di azzicchidu (spavento), e vengono curate con apposite mexinas, tra le quali is affumentus, i suffumigi magici e is aquas abrebadas, le acque terapeutiche.

Picciocca = Fanciulla, ragazza, giovinetta. Grande rispetto è dovuto dai maschi della comunità alle fanciulle, specie se di ceto o di livello economico superiore. I familiari e i parenti più stretti possono nominare o rivolgersi loro con epiteti affettuosi e romantici, quali rosa de beranu, rosa di primavera; lillosa, letteralmente “gigliosa”; filla de coru, figlia del cuore; sa pippia nodia, la bimba privilegiata; e così via, talvolta mettendo in rilievo un aspetto del suo corpo particolarmente grazioso o anche una sua singolare espressione o un vezzo: ogus de gattu, occhi di gatto; filus de seda o de oru, capelli di seta o d’oro.
Nel mondo contadino era assai diffusa la “reclusione delle fanciulle” - una reclusione dorata che aveva fondamentalmente la salvaguardia della verginità, considerata (almeno in linea di principio) una conditio sine qua non per un buon matrimonio. Un proverbio molto diffuso sostiene che la fanciulla timorata è come la scopa: di norma non la si va a cercare e non la si trova in mezzo alla stanza, ma in un cantuccio (arrimada, rimessa per essere conservata). Specialmente le fanciulle dei ceti benestanti, dispensate dal duro lavoro dei campi, trascorrevano i giorni della loro fanciullezza a cucire e a tessere, talvolta in gruppo con altre fanciulle del vicinato, spesso sorvegliate da una donna anziana, anche di grado sociale inferiore, purché pubblicamente lodata come donna di buoni costumi.
Sappiamo che anche presso altri popoli le fanciulle venivano tenute segregate fino al giorno del loro matrimonio.
Al contrario delle fanciulle borghesi o cittadine che amavano abbronzarsi al sole in riva al mare, per essere alla moda e attraenti, al contrario le fanciulle contadine amavano la penombra, per restare con l’incarnato bianco-roseo. La carnagione latte-miele era considerata un attributo di bellezza e di nobiltà. Sa picciocca brundicciola, cresciuta “in ombra”, si dice che sia “più dolce”, un bocconcino più raffinato - come certi cardi campestri lasciati crescere sotto un sasso o sotto un mucchio di paglia, che diventano teneri e dolci.
Anche le fanciulle dei ceti poveri - costrette per vivere ad andare a lavorare in campagna, spigolare, mietere, zappare, raccogliere ulive, legare i tralci delle viti, odiavano l’abbronzatura; esse adottavano una sorta di copricapo ottenuto con un fazzolettone reso rigido da un cartone e tenuto a visiera sul davanti, in modo da proteggere il viso dai raggi del sole e mantenerlo sempre fresco e bianco.
Le fanciulle, e in certa misura le giovani donne maritate, usavano lozioni e beveraggi magici per conservare giovane e fresco il corpo. Di particolare efficacia l’acqua di fontana versata nel lavamano e cosparsa di petali di fiori odorosi e di foglie di erbe aromatiche. Il catino veniva lasciato per tutta la notte in su serenu, all’addiaccio, specie in occasione della festa di Sant'Juanni (l’Evangelista), protettore degli amori e sovrintendente al comparatico tra i giovani (su Sant'Juanni de floris: il comparatico dei fiori). Con questa acqua, al mattino, le fanciulle solevano lavarsi il viso rendendolo così più bello.

Pilus = E’ usato per “peli” e “capelli”. Is pilus de conca = I capelli. Is pilus de is brazzus = I peli delle braccia. In magia, l’uso dei peli o capelli, come di tutto ciò che si “stacca” dal corpo della donna (o dell’uomo) è comunissimo per compiere fatture, incantesimi, pozioni afrodisiache, insomma pratiche di magia bianca o nera, al fine di ammaliare, legare a sé o più brutalmente per assoggettare altri alla propria volontà.
Capelli, sangue, unghie, croste e perfino indumenti intimi che contengono particelle di umori del corpo devono essere accuratamente raccolti e distrutti, affinché non finiscano nelle mani di malintenzionati e non diventino strumenti per diventare vittime di facili fatture.
Is pilus, i capelli, caduti o rimasti nel pettine vengono presi e arrumbullonaus, arrotolati in un dito e appallottolati, quindi gettati nel fuoco del camino. Quando d’estate il camino è spento, is arrumbullonis de pilus, i capelli caduti appallottolati, vengono infilati negli interstizi dei muri del cortiletto interno, che di solito è situato nel retro della casa. Al di là dell’uso magico “negativo” che può essere fatto da altri con i capelli caduti, possono anche venire raccolti dalla rondine e da altri uccelletti che li usano per rivestire il loro nido: in tal caso, viene il mal di testa alla donna che li ha persi. Anche le unghie vengono tagliate e dopo scrupolosamente raccolte e gettate nel fuoco.
Al contrario di quelli femminili, is pilus dei maschi hanno minore importanza in magia: per lo più vengono usati per preparare beveraggi ammalianti, insieme ad altre sostanze, che poi si fanno bere alla fanciulla amata.

Pinnadeddu = Amuleto. Molto diffuso e ritenuto assai potente per difendersi dal malocchio e dalle iettature. Consiste, nella versione popolare, in una rondella di corno di cervo, debitamente trattato (abrebau, reso efficace) da un guaritore. Si tiene come pendaglio al collo trattenuto da un nastrino verde. E’ evidente che su pinnadeddu (pur essendo una rotella) ha più o meno la funzione dei cornetti di varia misura diffusissimi a Napoli (e non solo a Napoli), presenti ovunque ci sia da scongiurare un pericolo: sul corpo dei piccoli e delle giovani donne, sull’auto nuova, sulla porta di casa. Si sa di emeriti statisti che tenevano in tasca “un cornetto” che toccavano palpandolo nei momenti difficili del loro ministero. Almeno per gli italiani, i testicoli, restano comunque su pinnadeddu, il talismano, più potente, e se li toccano spesso per scongiurare una iettatura o dopo uno scampato pericolo per esorcizzare nuovi possibili guai.
Tornando in Sardegna, si hanno anche pinnadeddus antichissimi e di grande valore (famosi gli “scarabei” in pietre dure di fattura punico-egiziana), e di squisita eleganza, ottenuti in filigrana d’oro o d’argento contenente incastonata una pietra dura nota per le sue virtù magico-terapeutiche.

Pippia de maju = Letteralmente: Bimba di maggio. Potente amuleto consistente in un mazzolino di pervinca e/o violette. E' un feticcio simboleggiante una divinità ctonica. La reca in mano durante il corteo cavalleresco di carnevale Sa Sartiglia (Il gioco dell'anello) il capo corsa, detto Su Componidori, il quale con sa pippia de maju benedice la folla. Tale benedizione esorcizza gli spiriti del male invocando su di lei salute e benessere, cui risponde la folla con il grido augurale: "Aterus annus mellus cun saludi" (Altri migliori anni con salute).
Vedi Vol. IV Feste e Leggende - Sa Sartiglia , Il palio dell'anello.

Pippia de zappulu o de carrucciu de figu morisca = Pupattola di stracci o di pala di ficodindia. E' il feticcio più comunemente usato per is fatturas, le fatture. Costituisce il simulacro della persona da affatturare.

Pippius arrustu = Fanciulli bruciati vivi. E' nota la barbarica usanza nei Cartaginesi di offrire in olocausto al dio Moloch fanciulli in tenera età, in particolare i primogeniti. Alcuni Autori vogliono che tale usanza sia stata ripresa dai sardi.
Vedi Pippius interraus bius e Cazzeddu.

Pippius interraus bius = Bimbi sepolti vivi. Autori diversi, tra questi il Manno, affermano di aver sentito dire che (specie nel Nuorese) all'ingresso degli ovili venivano sepolti bambini - e che tale antichissimo uso sia stato sostituito dal seppellimento de unu cazzeddu, di un cucciolo. L'usanza era da considerarsi come rito propiziatorio per difendere l'ovile dalle animas malas (anime cattive) e da ennemigus (demoni e più in generale "nemici").
In relazione a sacrifici religiosi di fanciulli, si veda anche Pippius arrustu.

Pisciu = Orina. Come lo sterco, anche l'orina ha grande rilevanza nella medicina popolare. Non soltanto i giovani maschi di alcune specie animali, ma anche gli umani orinano nei luoghi nei quali si vuole imprimere e imporre, magicamente, il proprio dominio. In alcune attività sessuali, valutate perversioni, entra l'uso dell'orina. Diffusissimo presso i contadini l'uso di orinare sulle ferite per disinfettarle. Tale sostanza è anche presente in numerosi filtri e fatture, nella magia bianca e nera. E' appena il caso di accennare all'uso diagnostico che delle orine fa anche la stessa medicina moderna: uso antichissimo, risalente alla preistoria. Ampolline con orine hanno per alcuni valore di reliquia preziosa - quando siano appartenute a persone importanti o particolarmente amate.

Pitiolus = Sonagli. Si appendono al collo delle pecore, delle capre e non di rado dei buoi con il duplice scopo di tenere lontani dall'animale gli spiriti del male, e per evitare che possa smarrirsi. Vedi Campanas e Sonajolus.

Presentimentu e Presentiri = Presentimento e presentire. Sensazione profonda di qualcosa di ignoto che dovrà accadere o manifestarsi. Nella maggior parte dei casi è una sensazione che precede eventi luttuosi o disgrazie.

Presuttu = Prosciutto. Nella conservazione delle carni del maiale allevato in famiglia è poco usato nel mondo contadino, e al contrario assai usato nel mondo pastorale. Il fatto che su presuttu, il prosciutto, sia prevalentemente un prodotto del mondo pastorale e non di quello contadino ritengo sia dovuto al clima più che ad altri motivi: senza conservanti chimici, con la sola salatura e aromatizzazione, il clima umido e caldo dei Campidani, a differenza del clima secco e rigido dei monti dell'interno, non consentiva una lunga conservazione di una grossa massa di carne, qual'è la coscia del maiale. Si essiccava e si conservava più facilmente la carne ridotta a salsiccia fine, che, tra l'altro, si consumava durante il solo inverno, raramente conservandosi fino a marzo, per mangiarla con le favette fresche. Mangiare salsicce non rancide durante la mietitura era considerato un fatto eccezionale.

Prumunida = Asino mannaro. Mitica creatura demoniaca generata da una metamorfosi dell’umano. Meno raro de su ercu, del cervo mannaro, come questo è apportatore di gravi sciagure ed eventi luttuosi per la comunità. Vedi Chervu.

Puba = Ombra o punto lontano luminescente o figura vaga o indistinta, lontana, di cui non si riesce a comprendere la natura . Esiste anche il verbo appubai, cioè "distinguere appena a stento alcunché". Biu una luxixedda chi appena si podit appubai = Vedo un lumicino che l'occhio può scorgere appena (Porru). In Campidanese, sa puba indica per lo più una figura lontana e indistinta, propria dell'apparizione soprannaturale, ed è sinonimo di umbra (ombra), apparenza corporea di uno spirito, e di pantasima (fantasma).
Nota: Il vocabolo puba, usatissimo nella lingua parlata, specie nei Campidani, non viene riportato nei Dizionari sardi che ho consultato, dove per altro, è possibile trovare appubai, verbo intravedere.

Puddu = Gallo. Maschile di pudda, gallina. Su puddu, detto anche caboni se è adulto e se è giovane caboniscu. Da alcuni è considerato animale demoniaco, in quanto può ritrovarsi a guardia di scusorgius, tesori fatati. Secondo altri è un animale sacro, che con il suo canto mattutino allontana insieme alle tenebre i demoni e le forze del male. Vedi Scusorgiu. Vedi anche Puddu (Missa de) = Gallo (Messa del), come è detta la Messa di Mezzanotte.

Puddu (Missa de) = Gallo (Messa del). Sa Missa de Puddu = Messa di Mezzanotte, Messa di Natale. Nel mondo contadino il Natale ricopriva grande importanza celebrando l'inizio dell'inverno - l'apparente morte delle creature vegetanti - cui erano legate numerose cerimonie funebri e propiziatorie, talune legate al culto di Adone, come sa cumpangia de is ballus, la compagnia dei balli, che dava luogo al singolare comparatico tra giovani detto su Sant'Juanni de floris, il San Giovanni, o comparatico dei fiori. Sa compagnia de is ballus si costituiva dopo sa missa de puddu, la messa di mezzanotte, per sciogliersi il primo giorno della Quaresima. La notte di Natale, a mezzanotte avevano luogo numerosi riti magici, sortilegi e incantesimi, preparazione di filtri e talismani, in funzione della vita sentimentale e dei rapporti di coppia.

Pungas = Talismani. Il Wagner traduce erroneamente punga con "amuleto", mentre è in pratica un talismano. Consiste in un sacchetto (il termine punga indica appunto una piccola borsa ) al cui interno sta una sacra immagine o scritti magici, la cui funzione è quella di "portare bene", e anche di preservare dal maligno e dagli influssi negativi. Sono da considerarsi pungas cioè talismani, certi simboli sessuali maschili e femminili, come is buttonis, i bottoni di filigrana d'oro e d'argento usati nel colletto e nei polsini della camicia dell'abito della festa, come sa manufica, la manina nel classico gesto del pollice infilato tra l'indice e il medio, e infine s'itifallu, la rappresentazione in materia preziosa del membro virile in erezione, portato come pendente di collana o bracciale.

Puntas = Coliche. Is puntas possono colpire sia l'uomo che i suoi animali, in casa o in campagna, spesso in relazione al cibo che si è mangiato, talvolta come conseguenza di oghiadura, sguardo di un iettatore, o anche di fattura, e possono essere pericolose oltre che dolorose. Le terapie più frequentemente usate per le coliche sono il suffumigio magico, sa ponidura de is manus (l'imposizione delle mani), is brebus (le parole terapeutiche), secondo rituali che devono essere svolti da un guaritore. Nel Guspinese si è osservata una singolare terapia nelle coliche dei cavalli, consistente nella imposizione del piede sinistro di un gemello nella pancia dolente dell'animale.

Puntori = Male oscuro, che può assumere estrema gravità con brevissimo decorso. Nella parlata popolare è frequente l'invettiva an chi ti pighit su puntori! (Che ti venga un accidente!), diretta per lo più a governanti e rappresentanti dello stato, quali giudici, sbirri e esattori delle tasse. Essiri appuntorau (essere accidentato) significa, nell'uso comune, avere l'influenza, con sintomi debilitanti.
Su puntori in forma grave, fulminante, è ritenuto opera di fattura è difficilmente curabile. Nelle forme benigne si usano le mexinas tradizionali tipo is aquas e is affumentus.

Purgadoriu = Purgatorio. Luogo mitico dove si crede che i morti espiino i loro peccati, in tempi più o meno lunghi, soffrendo e pregando, fino alla purificazione totale che li porterà al Paradiso, altro luogo mitico, celestiale dimora dei buoni e dei purificati.
Is animas de su Purgadoriu, le anime del Purgatorio, sono solite tornare sulla terra, mostrandosi ai viventi, per chiedere loro preghiere in suffragio. Talvolta appaiono anche nei sogni svelando ai dormienti i segreti del futuro.

Putzu = Pozzo. Di profondità diversa, secondo la posizione della falda freatica che lo alimenta, su putzu è tradizionalmente costruito a forma tronco-conica, con sassi di basalto, secondo una struttura che è simile a quella dei Nuraghi. Anticamente in ogni villaggio agricolo ve n'era uno pubblico, a cui attingeva tutta la comunità. Ma anche nei cortili di casa dei contadini più agiati, solitamente, in posizione centrale, si trovava un pozzo, cui attingevano i vicini che non ne possedevano uno proprio - l'uso delle fonti, perfino quelle in suolo privato, come quello domestico, era libero, seppure, per delicatezza il vicino di casa che se ne serviva, non mancava di dare una voce alla padrona di casa per avvertirla. Vedi Funtana e Mizza.

Raju = Raggio e folgore. Se è di luce (raggio) è segno della benevolenza della divinità; se è di fuoco (folgore) su raju è segno della collera della stessa divinità. E' parola frequentemente usata nelle invettive. Raju ti bruxit! = Fulmine ti incenerisca. E anche con lo stesso significato, abbreviando: Raju! Un grosso complimento a una fanciulla è la frase "Bella che raju de soli" (Bella come un raggio di sole).

Ramingu = Ramingo, errante. E' condizione propria di certi spiriti dannati, che non trovano requie né pace e vagano eternamente. Le anime degli Ebrei, i quali si macchiarono del più infame dei delitti, il deicidio, sono condannate ad andare raminghi sulla terra, eternamente. Ebreu ramingu = Ebreo errante.

Ramini = Rame. Su ramini, il rame, indica anche l'insieme degli utensili della cucina fatti di rame. Il rame è metallo usato per la fabbricazione di antichi oggetti ritenuti magici, come gli anelli, le collane e le lampade. Di rame (ma anche di coccio) sono fatte le pentole che contengono su scussorgiu, il tesoro fatato, custodito da spiriti, demoni e anime dannate.

Rana pabeddosa = (Letteralmente "Rana ulcerosa"), rospo. Animale demoniaco, ritenuto velenoso anche da persone che passano per colte. Il Porru, nel suo Dizionario, definisce il rospo "Rana de siccu velenosa" (Rana velenosa dei luoghi aridi). Pabeddosa, che produce pabedda, cioè ulcera.

Rapignai = Rapinare, prendere con violenza. E' azione propria dello stato, inteso come combutta di lestofanti che taglieggia i sudati prodotti dell'umano lavoro.

Ramadinu = Raffreddore, bronchite, catarro. Malattia diffusa, nelle aree umide dei Campidani che viene curata dalla medicina popolare con s'affumentu (suffumigio magico), quando non abbiano fatto effetto le pozioni di vino o di latte bollenti e zuccherati o di erbe contenenti sostanze emollienti ed espettoranti, di cui esistono numerose ricette: viole mammole, fiordaliso, radice di liquirizia, malva... o anche brodo ristretto di lumache, nonché miele.

Remediu = Rimedio. E' la medicina specifica per un determinato male. Dogni maladia tenit su remediu suu = Ogni malattia ha il proprio rimedio. Soltanto ai mali provocati dal sistema di potere non è facile trovare su remediu, il rimedio.

Rennegau = Rinnegato e arrabbiato (da rennegu, rabbia, stizza, inquietudine, e nel senso di traditore, dall'italiano rinnegare). E' attributo proprio de su tiaulu, del diavolo, che ha rinnegato Dio e ha l'aspetto perennemente stizzito.

Resai = Pregare. Resu = Preghiera. Resu e Resai, forse da recitare, sottinteso "preghiere".

Rituali = Rituale. Proprio del compiersi di un rito. Forma mediante cui si compie una cerimonia. Nella medicina popolare - ma a ben considerare anche nella medicina moderna - il rituale ha una importanza terapeutica non meno della sostanza. Le tecniche, i modi e i tempi con cui si effettua una terapia condizionano l'efficacia della stessa sostanza terapeutica. L'abbigliamento, l'incedere ieratico, la gestualità sacramentale, le parole paternalistiche rassicuranti del guaritore, per esempio, sono aspetti formali di un rituale necessario a creare un clima favorevole, a dare fiducia al malato e a produrre nel farmaco una maggiore efficacia.

Sabi o Sali = Sale. Materia fondamentale per la vita, presente in numerose pratiche magiche , terapeutiche e di scongiuro. Su sabi dà sapore e intelligenza. Essiri sabiu, essere salato è sinonimo di essere intelligente; al contrario essiri bambu, essere insipido, significa essere stupido. Il sale è un potente amuleto per tenere lontani demoni del male. Sparso dietro di sé sopra la spalla ha effetto esorcizzante in situazioni di pericolo (pronunciando i debiti scongiuri). Sparso sulla terra la rende sterile. Sparso sulla tavola dove si mangia porta disgrazia. Simboleggia la sapienza, e in tal senso, con l'acqua (purificazione), con l'olio (carismatico), con is brebus (esorcismo) e con la saliva (umore vitale dell'anima) è usato dal sacerdote nel rito cattolico del Battesimo.

Sabia o Salia = Saliva. Materia di grande importanza in molte pratiche religiose e terapeutiche. Ancora oggi nell'uomo moderno, residuano numerosi atti spontanei, dove si fa uso terapeutico della saliva, in parti ferite o dolenti del proprio corpo; così pure residuano modi di dire in cui la saliva ha funzione scaramantica o di esorcismo, come "sputare in faccia a qualcuno" (la saliva è sostanza magica ambivalente: nel valore scaramantico esprime disprezzo per ciò che è male; nel valore terapeutico è un potente farmaco) o anche metter saliva nella gola a qualcuno per fargli passare uno spavento (allo stesso modo si guarisce il singhiozzo).
Vedi Spudu.

Saina o Aena o Ena = Avena. Graminacea usata per divinare. Si prende una spiga ancora fresca di avena strappandone tutti insieme i chicchi rivestiti dalla pula e li si lancia come tante frecce sulle spalle di un giovane o di una giovane. Tanti chicchi resteranno appesi con le reste all'abito e tanti saranno i figli che gli o le nasceranno.

Saludi = Salute. Stato di benessere dell'organismo, in assenza di malattie e in equilibrio psicofisico. La medicina popolare, sia facendo ricorso alla magia che all'empirismo, si propone di mantenere o di ripristinare lo stato di salute e l'armonia tra il fisico e lo psichico. E' tradizionale augurio, in solenni circostanze, come la nascita e il matrimonio, la frase "Saludi e trigu", Salute e grano. Augurio che si fa anche burlescamente a chi scoreggia, con l'aggiunta e tappus de ortigu…( e tappi di sughero…).

Sanguni = Sangue. Dopo l'acqua (Santa o Abrebada o tutte e due insieme), su sanguni, il sangue, è la sostanza fluida maggiormente usata in magia, specie quella nera. Si conoscono numerosissime fatture, nella maggior parte per far innamorare di sé uomo o donna (entrando in lui o in lei), composte da una goccia di sangue e di altre sostanze diluite in bevanda o cibo. Si è avuta esperienza diretta perfino di cioccolatini trattati con il proprio sangue da un innamorato respinto, il quale riteneva che facendoli mangiare alla fanciulla restia l'avrebbero alfine "ammaliata".
Il sangue viene anche assunto in altrettante numerose mexinas - che possiamo definire magia bianca - allo scopo di ridare energia e vitalità a organismi stanchi e anemici. La spiegazione logica, e se vogliano scientifica, del fenomeno è assai semplice, essendo il sangue elemento energetico e vitale nell'organismo umano e animale. Anche oggi, presso popoli delle cosiddette "aree industrializzate", ritenuti i "più progrediti culturalmente" è diffusissima l'opinione che i sanguinacci abbiano particolare valore ricostituente. Per i tedeschi, il Blutwurst ha appunto tale valore. Così la classica bistecca al sangue, per i convalescenti.

Santa (Aqua) = Santa (Acqua). Detta anche acqua lustrale. Tale aggettivo deriva dal latino lustrum, sacrificio di purificazione che i censori offrivano al popolo ogni cinque anni. Era detta lustrale l'acqua con cui in quelle cerimonie si aspergeva la vittima sacrificale.
Nella liturgia cattolica, l'acqua santa o lustrale è l'elemento sacramentale di più comune uso, facendosene largo consumo. Come è noto, in tutti i riti magici e religiosi l'acqua rappresenta la purificazione. Gli Ebrei la mescolavano alla cenere residua dei sacrifici e la usavano con valore lustrale e terapeutico. Il Cattolicesimo distingue due tipi di acqua sacramentale. Una, usata per il Battesimo, che si prepara alla vigilia della Pasqua e della Pentecoste, con l'aggiunta dell'olio detto dei Catecumeni e del crisma. Un'altra, che viene preparata normalmente dal sacerdote con l'aggiunta di sale, materia che simboleggia l'incorruttibilità ed è ritenuta demono-repulsiva. Il rito mediante cui l'acqua di fonte diventa "santa" consta di due momenti: l'esorcismo sul sale e sull'acqua per purificarli; la benedizione degli stessi affinché assumano virtù terapeutiche, diano cioè la salute all'anima e al corpo. Gli usi dell'acqua santa sono molteplici, anzi innumerevoli: scaccia i demoni; guarisce le malattie; purifica tutto ciò che è immondo; libera da ogni male. La Chiesa fa larghissimo uso di acqua santa aspergendo con apposito strumento rituale (aspersorio) persone animali piante abitazioni macchine e tutto quanto.
Tutti i guaritori che usano l'acqua come sostanza terapeutica ne hanno di due tipi: quella "santa" che prelevano furtivamente in chiesa dall'acquasantiera con una boccetta, che versano in una damigiana normale, "santificandola" tutta quanta; quella "abrebada", resa terapeutica da loro stessi mediante un rituale magico simile a quello usato dal sacerdote per santificare la prima acqua.

Santa Maria de is Aquas = Santa Maria delle Acque. Località a Sud di Oristano in comune di Sàrdara, in zona collinosa, dove sorgono stabilimenti di acque termali in cui si effettuano cure settembrine per purificare l'organismo. Già Terme Neapolitanae durante la dominazione romana , attualmente dedicate alla Madonna, divinità delle acque.

Scapulariu = Scapolare. Dal latino scapula, scapola. In origine, striscia di stoffa a tracolla, ricadente sul petto e sulle scapole, portata da taluni religiosi di ordini diversi. Più avanti ha indicato, e indica, una o due tasche di panno da tenersi a bisaccia, a contatto di pelle, contenenti immagini o scritti o reliquie sante o benedette, cui si attribuiscono valori magici, sia nel preservare dal male (malattia, disgrazia, sfortuna), sia per guarire, quando si sia colpiti da malattia, disgrazia, sfortuna. Is iscapularius sono ancora oggi molto diffusi in tutto il mondo cattolico, e non è difficile vederne nei più moderni ospedali, portati da malati, i quali li usano in associazione ai farmaci della moderna medicina scientifica. VediScrittu.

Scongiuradori = Esorcista, colui il quale, mediante scongiuri, allontana i demoni del male restituendo la salute. Vedi Esorcista.

Scongiuru = Scongiuro: Is brebus po scongiurai est a nai costringiri su spiritu malignu a lassai libera una criadura. Su scongiuru ovvero is brebus sono le parole magiche o rituali usate in cerimonie magico terapeutiche per esorcizzare i demoni, per cacciarli dal seminato o dal gregge, per liberare gli ossessi o per guarire malattie.

Scrittu = Scritto. E' detto su scrittu (lo scritto) un potente strumento magico, con la duplice funzione di amuleto e di talismano, sostituito da una pergamena (o tessuto o più attualmente da un pezzo di carta) su cui sono scritti numeri, o versetti, o disegni, o preghiere, o scongiuri, o cabale, richiamanti le potenze divine o infernali. Su scrittu si poneva dentro una taschina di pelle appesa al collo. Il Nicèforo, nel suo saggio sulla criminalità in Sardegna, parla di un sacerdote famoso per i suoi scrittus che vendeva ai latitanti, assicurando loro che tali amuleti avrebbero fermato le palle dei carabinieri. Vedi Scapulariu.

Scusorgiu = Tesoro, per lo più inteso in senso mitico. Nella novellistica popolare ricorrono numerosi scusorgius, tesori fatati, pentole piene di marenghi d'oro, di provenienza magica (ma talvolta si dice siano appartenuti a ricchi avari i quali dopo morti sono dannati a fare la guardia al loro tesoro). Tutti i tesori sono custoditi da demoni o da creature fatate, la cui vigilanza può essere annullata con l'astuzia e con arti magiche. Si racconta di taluno che con tali arti e sotterfugi è riuscito a impadronirsi di uno scusorgiu, arricchendosi. Ma il più delle volte, l'acquisto di tali tesori fatati, non porta bene, anche quando la pentola dei marenghi d'oro non si tramuti magicamente in una pentola di carbone e cenere.

Siddu = Intreccio di foglie di palma, una sorta di trecciolina che insieme ad altri manufatti di palma si porta in chiesa dentro una larga corbula la Domenica delle Palme per la benedizione solenne. Diventa così un amuleto dai molti usi: può essere usato come bracciale, appeso alla testiera del letto, bruciato con altra materia sacra o benedetta nei suffumigi magico-terapeutici.

Soga de su biddiu = Cordone ombelicale. Questa parte del corpo che rappresenta il legame esistenziale tra figlio e madre è densa di significati magici. Affinché questa appendice eviti di finire in mani estranee per essere utilizzata contro la serena unione tra madre e figlio, che si augura si conservi per tutta la vita, viene distrutta insieme alla placenta, sotterrandola o bruciandola al fuoco del camino. Preso taluni, specie la parte che seccandosi si stacca dall'ombelico del neonato, sa soga de su biddiu, il cordone ombelicale, viene conservato mummificata come reliquia, e avrebbe la funzione magica di perpetuare l'originario profondo legame tra madre e figlio, anche quando questo è ormai adulto.
Si dice pippiu nasciu assogau, il bambino che nasce asfittico, con il cordone ombelicale attorno al collo. Il fatto è considerato cattivo presagio, per quanto concerne i rapporti dell'individuo con la genitrice.

Sonajolu = Sonaglio. Usato come amuleto e strumento demono-repulsivo. Su sonajolu, sonaglio, specie se legato al polso mediante un nastrino verde, protegge il piccolo dal malocchio e tiene lontani da lui i demoni del male.

Sperrumau o Spentumau = Perso del tutto; annichilito da uno shock. E' termine sardo-campidanese, di più frequente uso nell' Oristanese. Nel poemetto Sa giorronnada 'e Conchiattu (La giornata di Testadigatto), l'ignoto Autore fa dire a Dio, in un saporoso dialogo con il protagonista: "Conchiattu poburittu / de tott' i' fillu' mius / tui ses su pru' pittiu. / ispentummau muschittu." (Testadigatto poveretto / di tutti i figli miei / tu sei il più umile… / smarrito moscerino.)

Sperrumu o Spentumu = Precipizio, abisso luogo di desolazione e di morte. In sardo: logu sperdiu, luogo sperduto, inferno. Nella medicina popolare indica lo stato di prostrazione profonda in cui precipita colui che ha subito uno shock psichico.

Spiridada = Veggente. Colei che possiede l'arte del divinare mediante gli spiriti che la invasano. Sa spiridada ha anche poteri terapeutici, potendo vedere le cause di un male e di conseguenza indicare quale possa essere il rimedio più appropriato. Di spiridadas se ne ricordano alcune di grande popolarità, quali sa spiridada de Masuddas (la veggente di Masullas) che operava nel secondo dopoguerra, nella regione contadina della Marmilla.

Spiridadu e Spiridada = Spiritato e spiritata. Invasato-a da spiriti. Genericamente persona dal comportamento strano, particolarmente irrequieto, eccitato. Più propriamente indica, al femminile, la veggente: donna che associa a virtù divinatorie capacità di guaritrice.
Si fa una differenza sostanziale tra indimoniau e spiridadu, tra indemoniato e spiritato. Su dimoniu è sempre emanazione di su tiaulu, del diavolo, del Principe delle Tenebre; mentre su spiritu, lo spirito, può anche essere santu, emanazione della Divinità, del Bene. Pertanto, su spiridau, o meglio ancora sa spiridada, è posseduto dagli spiriti buoni, che soccorrono i mortali in caso di necessità. Vedi Spiridada e Indimoniau.

Spiritu = Spirito. Termine usato prevalentemente nel significato di animo, coraggio - come la virilità, attributo proprio del maschio. Tenit spiritu, tiene coraggio; est un homini de spiritu, è un uomo di coraggio. Tuttavia non mi pare che nella cultura sarda sia stata elaborata una affermazione del primato dello spirito sulla materia (e correlativamente, del maschio sulla femmina), come accade in altre culture che finiscono appunto per identificare spirito con maschio e materia con femmina, giungendo a posizioni romantiche-crepuscolari e successivamente naziste per cui la "materia" oltre che identificarsi con la femmina si identifica con l' "omo", con l' "ebreo", col nero o con altri gruppi umani definiti inferiori dal pregiudizio razziale.

Spreu = Grave choc. Azzicchidu mannu, grosso spavento. Spriau = colui che ha avuto un forte spavento; scioccato. Per guarire da su spreu sono in uso diverse mexinas, tra queste is aquas, la lettura dei Vangeus (Vangeli), s'affumentu (il suffumigio magico), s'imbrusciadura, (una sorta di rituale avvoltolarsi sulla terra) e altre.

Sprigu = Specchio. Così come gli specchi d'acqua, per la loro capacità di riflettere le immagini, su sprigu, lo specchio, è considerato uno strumento magico. Ve ne sono alcuni che, usati da stregoni, assumono virtù divinatorie, facendo apparire immagini di persone e di fatti lontani nello spazio e nel tempo. Lo specchio ricorre in molte operazioni di magia. Rompere uno specchio, come versare il sale, porta male. Una diffusa credenza popolare vuole che dietro gli specchi si nascondano dei diavoli - in specie quelli della vanità e della lussuria. Tant'è che si raccomanda alle fanciulle di evitare di trattenersi troppo a lungo nello specchiarsi: Non descit a is piccioccas a s'abarrai sprighendisì ca ddu est su dimoniu (Non è lecito alle fanciulle starsene a specchiarsi perché vi è il demonio).

Spudu = Sputo. Lo sputo, su spudu, è materia che ricorre assai frequentemente nelle pratiche terapeutiche della medicina popolare. Diverse e importanti sono le virtù dello sputo, terapeutiche e magiche, talismaniche, di scongiuro. Lo sputo guarisce le piccole ferite, lenisce il gonfiore di una pestatura; ferma il malocchio. Il gesto dello sputare per terra, davanti a sé è un atto magico, scaramantico, oltre che di disprezzo o di sfida verso il nemico umano o demoniaco, con effetto esorcizzante. Si sputa quando si nomina un essere demoniaco. Molte guaritrici, nella terapia mediante l'imposizione della mano, usano sputare sulla parte malata. Talora si ha l'imposizione delle labbra, umettate con saliva. Gesù opera diverse guarigioni con il contatto delle dita umettate di saliva. Singolare la consuetudine di certi adulti che, mandando un figlio a fare una commissione urgente, sputano per terra esclamando: Marranu chi non ses torrau candu custu spudu est siccau! (Guai a te se non sei di ritorno quando questo sputo s'è seccato!). Vedi Sabia o Salia.

Sterrimentu = (Dal latino sternere, adagiarsi sulla terra), l'atto di stendersi per terra. Sterrimentu è vocabolo che ha un preciso significato magico, quella della incubatio magico-terapeutico. Il rito di su sterrimentu (incubatio sacra) viene effettuata individualmente o collettivamente in luogo sacro (all'interno di templi, o nell'ambito dei loro recinti, o in abitazioni o celle monacali appartenute a santi uomini, o anche in luoghi dove sono apparse miracolose immagini di santi o madonne). Frequentemente su sterrimentu, l'incubatio veniva e viene praticato nelle cumbessias (ricoveri che sorgono attorno alle chiese campestri per ospitarvi i pellegrini devoti al santo festeggiato). Questo rito si ritiene sia risolutivo per numerose e anche gravi malattie; e sono tanti i malati, ai quali la scienza medica non sa trovare un rimedio, che si recano in luoghi santi dove praticano su sterrimentu (l'incubatio) sperando nella guarigione. La Chiesa cattolica ha conservato e diffuso questa antichissima credenza (legata al principio che la fede più la devozione a un santo venerato con offerte di beni anche materiali possono operare miracoli), traendone ingenti guadagni. Su sterrimentu ricorda un altro rito terapeutico popolare, s'imbrusciadura, l'atto dell'avvoltolarsi per terra da parte di chi ha subito un trauma psichico onde scaricarlo sulla terra. Vedi Cumbessia e Imbrusciadura.

Stria = Strige. In lingua sarda non ha il significato di strega, termine italiano che come quello sardo stria deriva dal latino strix. Stria o Strige indica sempre e soltanto il mitico uccello descritto alla omonima voce. Vedi il paragrafo Is bruxias, Le streghe.

Stria = Strige, barbagianni è dunque termine di derivazione greco-latina (strix-strigos e strix-strigis), e indica, in pratica, nel barbagianni, un mitico uccello notturno cui, di volta in volta, si attribuiscono i poteri demoniaci del vampiro o dell'ammaliamento o degli annunci funesti, di morte o di calamità.
Sa stria, in particolare, provoca nei mortali un grave stato di anemia (con i sintomi dell'itterizia) che senza le debite terapie può in breve tempo condurre alla morte.
L'ammaliamento, la malattia provocata dalla stria è detta striadura, e striau, colui il quale ha subito il malefico influsso della stria. Diverse e complesse sono is mexinas contra sa stria, le terapie contro la strige, sia preventive che specificatamente curative.

Striadura = Sostantivo femminile che indica l'ammaliamento, la malattia provocata dalla stria, strige.
Striai è l'atto di provocare sa striadura. Striau è colui che è malato di striadura.
Nota: I termini stria e striau relativi al mitico demoniaco uccello non vanno confusi con stria e striau che hanno rispettivamente il significato di striscia, scanalatura, rigatura proprio dell'italiano stria, derivato dal latino stria, col significato appunto di rigato, scanalato, striato.

Strichibiddatzu = Termine ambivalente: entità astratta, tipo folletto dispettoso, ovvero il pisello dei bambini.

Strossa = Temporale, tempesta. Segno dell'ira divina che si scatena sugli umani a causa del loro peccato. Una notte di tempesta è segno infausto per chi nasce e per chi muore. Teniri strossa, avere tempesta, è più che una invettiva una maledizione. L'invettiva è: An chi tengas strossa!

Succubu o Suggettu = Succube. Chi viene posseduto da altri, umano o demone, mediante la forza della volontà. Si crede anche che i succubi siano demoni che assumono sembianze di desiderabili fanciulle che appaiono in sogno ai maschi, per farsi da questi possedere. Bisogna star dunque attenti, quando in sogno ci appare una vezzosa fanciulla dalle tette di marmo e dal grembo rugiadoso, a non buttarci famelici; meglio controllare prima con la croce, con il sale, con l'aglio e con altri amuleti o repulsivi anti-demoni.
Vedi Ammuntadori, che è un demone "attivo", l'incubo, che assume sembianze virili per possedere fanciulle e vedovelle vogliose.

Sulergiu e Suergiu = Quercia da sughero. Il termine Sulergiu e Suergiu indica anche il sughero, detto anche ottigu e ortigu specie se indica la sostanza di un manufatto. Esempio: Tappu de ortigu.

Taumaturgu = Taumaturgo. Chi per virtù divina o demoniaca opera miracolose guarigioni. Il taumaturgo è un grande guaritore, che oggi viene detto "luminare della medicina". Il taumaturgo per antonomasia è Dio. Vedi Gesus.

Telepatia = Telepatia. Comunicazione a distanza tra gli umani mediante il pensiero. Si vuole che in momenti altamente drammatici, quando sia in pericolo di morte, l'uomo riesca a comunicare con il pensiero immagini della propria situazione, avvertendone parenti o altre persone care.

Tiaulu e Tiau = Dimoniu = Diavolo. "Su tiaulu chi t'hat fattu!" Satanassu - Barrabas - Barrabassu - Luziferru - Coitedda - Su Nemigu o Su Ennemigu - "Sciri aundi dormit su tiaulu" sapere dove il diavolo ha la coda; essere astuto. "Intiaulau e fattu" molto adirato; indiavolato. Intiaulau = ossesso, spiritato (vedi Spiridau).
Per diavolo si usa anche buginu (Vedi) e bugineddu = diavoletto, detto di ragazzino vivace.

Tiaulu è termine meno generico di dimoniu, demonio, poiché su tiaulu, il diavolo, è propriamente il Signore del Male, il Re dell'Inferno. Tuttavia si usa anche per indicare genericamente una delle tante entità demoniache della gerarchia infernale.
Ses unu tiaulu, sei un diavolo, detto a persona, di ambedue i sessi, prende il significato di malizioso-a, tentatore-rice, e anche assai abile nel fare qualcosa di difficile e complesso. Vedi Dimoniu.

Titia e Attitia = Freddo, gelo. Con uguale significato i termini logudoresi tittiria e tittilia e anche tittia. Vengono usati come esclamativi, singolarmente o nel contesto di frasi, quali: Titia, ita frius! = Brr… che freddo - in campidanese. E Tittia, cant'appo frittu! = Brr… che freddo che ho! in Logudorese. Attitirigai e Attetterigare = intirizzire, gelare, assiderare. Attitirigau = intirizzito gelato. Si usa per persona o animale. Seu totu attitirigau = Son tutto gelato. Notesta in cotilla su cazzeddu guriat ca fiat totu attitirigau de su frius = Stanotte nel cortile il cucciolo guaiva perché era tutto intirizzito dal freddo. Titifrius = brivido di freddo.

Tophet = Termine di origine fenicia che indica il forno sacrificale. Con lo stesso termine si indica anche il luogo dove sorgevano i templi in cui si praticavano sacrifici umani. Tali sacrifici erano legati al culto del fuoco, i templi consacrati al dio Moloch (Baal Hammon) e alla dea Tanit, la dea Madre o Mediterranea. In Sardegna, come in tutta l'area fenicia, si sono ritrovati tophet, luoghi dove erano situati i forni sacrificali e dove si inumavano i resti delle vittime umane, per lo più fanciulli.

Trebini = Treppiede; ma non anche i sinonimi del termine italiano tripode o trespolo destinati ad altro uso. Su trebini, il treppiede, è precisamente un attrezzo di ferro circolare o triangolare, con tre piedi, sopra cui si appoggia la pentola e sotto cui si accende il fuoco. Ve ne sono di diversa circonferenza e altezza, secondo la capienza della pentola e in proporzione la quantità del fuoco che deve riscaldarla. Ovviamente is trebinis, i treppiedi non mancano mai nel focolare domestico. Con su trebini, il treppiede, possono farsi potenti scongiuri, per proteggere la casa da animas malas, dimonius, (anime dannate, demoni) e, con particolare efficacia, da sa stria (la strige). Lo scongiuro rituale consiste nel tenere rovesciati con le tre punte in alto is trebinis nel focolare. Le donne di casa, per altro, compiono tale operazione ogni notte, quando si copre di cenere il fuoco residuo, prima di andare a letto.

Treixi = Tredici. Numero che per alcuni porta fortuna, per altri porta male. E' diffusa la credenza che se si siede in tredici a banchettare intorno allo stesso tavolo, il più giovane dei partecipanti morrà entro l'anno. Con valore positivo, il numero tredici viene portato come ciondolo-amuleto, contro il malocchio, con uguale potere del cornetto.

Tres = Tre. Numero cabalistico per eccellenza. E' considerato il numero perfetto. Il Dio dei cattolici è Uno e Trino. Brahma, Shiva e Visnù compongono la Trimurti o Trinità indiana. La Tesi, l'Antitesi e la Sintesi è la triade cabalistica su cui si regge la Dialettica hegeliana. Molte dottrine religiose, politiche, etiche sono fondate sulla potenza magica del Tre.

Triangulu = Triangolo. Simbulu de sa Trinidadi, simbolo della Trinità. Si associa al numero tre, con il quale in magia ha pari valore protettivo e talismanico.

Trigu = Grano. E' la base dell'alimentazione del contadino e in gran parte anche di quella del pastore. Il grano è spesso utilizzato come materia di diversi riti magici propiziatori e terapeutici. E' presente in tutte le cerimonie nuziali come propiziatore di benessere, e nei riti terapeutici quali s'aqua licornia (in alcune varianti con grani di sale) e s'aqua abrebada (Vedi) che si compiono per guarire spaventi o contro s'ogu liau, il malocchio. Vedi Nenniri.

Turrau e Turrada = si potrebbe tradurre con "suonato", che ha perso "lo ben dello intelletto" per i begli occhi di qualcuno (o qualcuna). Insomma, più che folle, rimbambito per amore - naturalmente - si pensa - per effetto di qualche potente magia. Anche l'innamoramento, dunque, se si manifesta con sintomi, e comportamenti, che vanno un po' al di là della norma e del lecito, diventa un fenomeno che sfugge alla volontà dell'individuo per diventare prodotto demoniaco, opera di forze occulte contro le quali nessuna umana forza può battersi, se non la "forza" di uno stregone-guaritore, esperto in esorcismi e in "contro-fatture". Le cronache di tutti i tempi sono piene di casi di fanciulle ammaliate, che dovettero soggiacere alla diabolica volontà di forze libidinose, rimettendoci la verginità e restando per soprammercato incinte. Frequenti anche i casi, seppure certamente in numero minore, di uomini anche di una certa età, giudicati per altro saggi e controllati, che si sono turraus (testuale: torrefatti) o come si dice anche maccus perdius (matti del tutto) a causa di una sottana sotto cui si nascondeva - irresistibile attrattiva - un grembo maliardo.

Tuva = Cava, vuota. Dicesi Tuvu o Tuvudu un vegetale internamente spugnoso (ravanello) o anche marcio o cavo (vecchio tronco d'albero). Sa tuva è propriamente una vecchia quercia più o meno cava che costituisce il centro del cumulo di legname cui si appicca il fuoco per la festa di Sant'Antonio abate (detto anche del Fuoco o l'Eremita). Il falò rituale detto sa tuva è proprio del mondo pastorale sardo, mentre nel mondo contadino lo stesso falò, senza la "sacra" quercia, è detto su fogadoni. (Vedi).

Ubiquidadi = Ubiquità. Facoltà sovrumana di sdoppiamento, che si attribuisce a uomini di straordinarie capacità medianiche e ad alcuni santi cattolici. E' una facoltà che si manifesta più spesso nei morti, i quali pur essendo in fase espiatoria nel Purgatorio possono contemporaneamente, ma per brevi momenti, apparire a persone viventi, materializzandosi sulla terra, per importanti comunicazioni.

Umbra = Fascino, fluido malefico. Si dice umbra de coloru il fascino del serpente, ossia la capacità che si esercita (volontariamente o involontariamente) da parte di alcuni esseri viventi, per lo più cogus, bruxus, ominis de mexina (maghi, indovini, uomini di medicina) di affascinare, affatturare.
Sono particolarmente predisposti e vulnerabili nel pigai umbra (restare ammaliati) bambini e fanciulle, animali da cortile o da lavoro o da produzione di razza pregiata. E' buona norma, presso le comunità contadine, quando si riceve in casa una persona che si ritiene possieda umbra de coloru (fascino di serpente), fargli toccare con mano tutto ciò che si teme possa cadere, anche involontariamente, sotto la sua influenza negativa.
Si citano numerosi casi di bambini e di fanciulle ammalatisi o anche di morie di animali da cortile dopo la visita di taluno in possesso di umbra, se non si è avuta l'accortezza di chiedere al visitatore di imporre la sua mano se ha guardato con soverchio interesse. Giova, per sanare il malfatto, richiamare il visitatore affinché adempia al rito liberatore.
Per controbattere gli effetti deleteri dell'umbra de coloru, quando l'atto sia stato compiuto deliberatamente, si ricorre tempestivamente a riti terapeutici specifici, simili a quelli contro s'ogu liau, il malocchio, e cioè s'aqua licornia (o patena o abrebada) o s'affumentu o anche is brebus in cresia (la lettura in chiesa dei Vangeli).
Vedi: ogu liau, liai ogu, ligamentu, affatturai, forza - (Rispettivamente: malocchio, ammaliare, legamento, affatturare, fluido magico).

Umbra = Letteralmente: ombra. Indica, con il sinonimo pantasima (fantasma)l'immagine di una realtà sensibile (qualcosa di simile all'ectoplasma), umana o animale, vivente o che ha già vissuto.
S'umbra o pantasima viene talvolta soltanto intravista e si dice allora puba, una immagine indefinita e indefinibile ma sempre e certamente appartenente ad anime del defunto o a demonio.
Rare volte è dato all'uomo vivente di vedere l'immagine reale di un essere defunto, più facilmente la presenza di s'umbra (l'ombra) è percepita extrasensorialmente, più che vista, in specie da alcuni animali, come i cani e i cavalli, che in sua presenza assumono strani comportamenti e posizioni, come quello di mettersi a gambe all'aria avvoltolandosi per terra sulla schiena. Si dice che in occasione di solenni processioni, per esempio per il Corpus Domini, le anime dei morti accompagnino la comunità, e che tali fantasmi possano essere visti soltanto da un fanciullo o mediante speciali accorgimenti.

Umbras = Ombre. Umbra al plurale, le ombre, come per i latini, indica genericamente le ombre dei defunti, di tutti coloro che si trovano nell'Aldilà, nel regno dell'oltretomba, buoni o cattivi che siano stati in vita.

Vangeus = Vangeli. Is Vangeus ovvero la lettura dei Vangeli è un rito terapeutico popolare molto diffuso. Lo pratica normalmente in chiesa il sacerdote leggendo appropriati versetti del Vangelo nella terapia di diversi disturbi, lo spavento, il malocchio, inappetenza, per lo più lievi disturbi della sfera emotiva influenzabili mediante suggestione, e in quei casi in cui sorga il dubbio che la malattia sia imputabile a influssi di forze maligne. Pur non essendo ritenuti efficaci quanto is Vangeus letti in chiesa da un sacerdote, vengono talvolta usati da guaritori che possiedono il libricino dei Vangeli e sono in grado di leggere.
Is Vangeus, i Vangeli, nella medicina popolare hanno la stessa funzione dei brebus (parole sacre o magiche). Vedi Brebus.

Vainilla e Vanilla = Vaniglia. E' la comune essenza aromatica estratta dai fiori della Vanilla Planifolia, usata per aromatizzare zucchero, caffè, cioccolata, ecc. Anche in Sardegna, come in Europa, la pianta della vaniglia è stata introdotta dagli spagnoli. Prende anche il nome dallo spagnolo vaina, guaina, più propriamente vagina, di cui il diminutivo (vainilla = piccola vagina). Si chiamerebbe così per la somiglianza dei suoi fiori con la vagina della donna. Sa vanilla, la vaniglia, è considerata una pianta afrodisiaca, e talune sue parti vengono usate nella medicina popolare in diversi beveraggi per riattivare l'attività sessuale maschile.

Vida (Santa) = Vitalia (Santa). Santa taumaturga celebrata a Serrenti. La voce popolare le attribuisce miracolose guarigioni, testimoniate dagli innumerevoli ex voto che ornano i muri del santuario dedicato alla Santa.

Viuda= Vedova. Nel costume del passato, la vedova specie se ancora giovane e appetibile doveva sottostare a numerose imposizioni della morale comunitaria che ne limitavano di molto la libertà di vita, sia nei rapporti sociali che nell'abbigliamento. La vedova era tutelata, oltre che controllata, dai fratelli e dai parenti del defunto.
Nella novellistica popolare sa viudedda, la vedovella, ricorre di frequente come personaggio di situazioni boccaccesche: arde di fuochi repressi ed è perennemente insidiata dai giovani maschi della comunità per quel suo forzato digiuno.
Nel Nuorese, sa viuda è protagonista nella terapia del morso de s'arza, della tarantola.
Nel Campidanese, sa viudedda è il nome che si dà a una composizione musicale, dal ritmo assai vivace, che viene suonata dai virtuosi di launeddas o di chitarra.

Viuda (Argia) = Vedova (Tarantola). Dicesi argia viuda una specie di tarantola che, secondo la tradizione contadina campidanese, con il suo morso comunica stati d'animo, sofferenze propri della vedova. La terapia viene di conseguenza correlata alla tipicità del fenomeno patologico provocato da "quella" tarantola. Tra l'altro, per l'occasione, viene suonata con is launeddas una ballata particolarmente ritmata, detta sa viudedda, la vedovella. (Vedi)

Viudedda = Vedovella. Indica una composizione musicale assai ritmata, eseguita di prammatica in su ballu de s'argia quando la tarantolata o il tarantolato veniva pizzicato da un'argia viuda (tarantola vedova).

Zaccarredda = Crepitacolo. Dal verbo zaccarrai, crepitare, scoppiare, far rumore. Sono dette zaccarreddas i rumorosi congegni che vengono messi in moto il Venerdì della Settimana Santa, alla morte di Gesù, quando vi è il divieto di suonar le campane. Vi sono diversi tipi di zaccarreddas, crepitacoli, in uso per tale solennità: is tauleddas (o tabeddas) consistono in due o più tavolette di legno di cui una manicata, tenute legate larghe l'un l'altra con una correggia - agitandole, le tavolette battono l'una contro l'altra. Is tauleddas sono dette anche matraccas. Il più singolare di questi crepitacoli è quello detto strocciarranas (letteralmente: imitarane) che è costituito da una canna che ruota intorno a un rocchetto dentato che funge da asse. Un congegno del genere era in uso fino a pochi anni fa anche in Ungheria, durante la Settimana Santa.

Zerpiu = Non esiste termine corrispettivo in italiano. Può significare insetto schifoso, mostricciatolo, e anche persona rachitica o malformata o repellente. Forse deriva da zerpi, contrazione di zerpenti, serpente.

Zonca = Gufo. Nei dizionari, e anche nell'uso comune dei termini, si fa confusione tra zonca (gufo), cuccumeu (civetta) e stria (barbagianni). Qualcuno traduce zonca con assiolo. La credenza popolare mette tutti gli uccelli notturni, quindi anche sa zonca (il gufo), nella categoria dei demoni, nunzi se non portatori di infausti eventi. La visione di tali demoni volanti o l'udire i loro acuti e sgradevoli stridii, richiamano i mortali ad atti scaramantici - talvolta è lo stesso uccello abbattuto e inchiodato per le ali alla porta di casa (le spoglie del demone) che ha la funzione di proteggere dai malefici influssi dei demoni notturni.
Nel linguaggio corrente zonca riferito a ragazza o donna indica un attributo di dabbenaggine. Ses una zonca! (Sei un gufo! - ma nel sardo è femminile) si dice appunto a donna più che sciocca senza malizia. Detta anche fatta e lassada, cioè "fatta e lasciata lì".
Vedi Cuccumeu e Stria.

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