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Indice articoli

CAPITOLO QUARTO
S'ARGIA, il mitico ragno socializzatore


S'ARGIA
LA TARANTOLA

Argia in campidanese o arza in logudorese indicano nella cultura popolare la tarantola, un ragno dicesi comune nelle campagne, oggi estinto, non più grande di qualche centimetro, con macchie gialle, rosse o brune sul dorso, secondo la specie.
S'argia - animale mitico dell'area del Mediterraneo - provocava con la sua velenosa puntura il tarantolismo, un fenomeno dalla patologia assai varia e complessa, così come varia e complessa era la rituale terapia di gruppo che ne seguiva, ma con il ballo comune in tutte le forme. Si hanno sostanziali differenze, sia nella definizione dei caratteri del mitico aracnide, sia nella organizzazione ed esecuzione della terapia rituale di gruppo, tra una comunità e l'altra e in particolare tra il mondo barbaricino-pastorale e il mondo campidanese-contadino.
Nel Nuorese, secondo alcuni, si individuava una sola specie di arza, tarantola.
Invece lo Spanu ne distingueva due: masciu e vidua, maschio e vedova. "Arza masciu, falangio maschio, la di cui puntura è più atroce dell'arza viuda o battia (che) dicesi così per essere a vari colori pintata, o screziata". Sempre secondo lo Spanu, il termine arza deriverebbe da barzu, vario, di colori diversi, dal latino varius.
I tarantolati dell'arza nuorese - secondo le descrizioni che ne sono state fatte, per altro molto approssimative quando non fantasiose - trovavano rimedio in una sorta di ballo di cui erano conduttrici sette vedove, sette spose, sette zitelle.
Al contrario, in altre descrizioni più attendibili, i tre stati civili erano gli attribuiti di tre differenti specie di arza, vedova, sposa, zitella, che davano con il loro veleno tre diversi quadri patologici riferibili appunto allo stato di vedova, di sposa, di zitella. Il ballo terapeutico di gruppo si modificava in rapporto alla sintomatologia.
Nel Nuorese s'arza colpiva prevalentemente soggetti maschi, dai 20 ai 40 anni, che mostravano una possessione di entità femminile, perdendo la propria identità virile; e diventavano nel corso della cerimonia rituale, un po' lo zimbello della comunità - sia del settore femminile che dirigeva il rito, sia del settore maschile che ai margini fungeva da coro, da spettatore attivo. Nella complessità di significati, ne emerge uno: la figura del tarantolato, che assume sentimenti e comportamenti propri della donna, adombra l'omosessualità - che nella morale del mondo barbaricino è valutata molto spregevole ed è ferocemente repressa. Come si vedrà nella testimonianza che segue, sotterrando il tarantolato nel letamaio e/o infilandolo nel forno, durante la rituale danza, tra risa e scherni e rumore di barattoli e coperchi di pentole, lo si restituisce al grembo materno; e solo quand'egli sia riuscito a ridere - evidentemente di se stesso insieme agli altri - lo si fa rinascere estraendolo guarito.
Sostanzialmente differente nella sostanza e nella forma è su ballu de s'argia nel mondo contadino. Nei Campidani, in particolare in quello di Oristano, dove ha una più larga diffusione, s'argia colpisce indistintamente maschi e femmine in giovane età, con evidenti turbe psicosessuali che vengono risolte con una terapia di gruppo sessuo-libertaria, come si può desumere dalla seconda testimonianza che segue.


a) SU BALLU 'E S'ARZA DEL NUORESE

"L'anno in cui fu morso dalla tarantola mio nipote Bore era stato molto siccitoso. I pastori erano disperati perché anche nelle vallate più basse era impossibile trovare pascolo.
A quel tempo Bore faceva il servo pastore ed era nell'ovile di *** già da quindici giorni, quando in un pomeriggio di levante lo avevano portato in paese avvolto in un sacco nero. Subito erano andati a cercare le donne per fare il ballo, mentre gli uomini avevano portato Bore nel campo vicino dove c'era il letamaio. Lì avevano scavato una fossa e dopo avergli tolto i vestiti, lasciandolo in mutande e camicia, lo avevano sotterrato fino alle spalle.
Allora erano arrivate le donne e ce n'erano zitelle e sposate e vedove e altra gente del nostro vicinato che avevano cominciato il ballo al rumore di pentole, coperchi e barattoli.
Le donne si prendevano per mano facendo cerchio attorno al tarantolato, ballando una specie di ballo tondo un po' sconclusionato, mentre gli uomini da una parte aizzavano le donne e facevano tutto quel rumore con grida…cercavano di distrarre il paziente dal dolore e di farlo ridere. Ne dicevano di tutti i colori, allusioni, metafore, e anche frasi oscene, e lui niente, con una faccia che era una maschera di dolore e di sudore.
Sudando sudando il suo viso si andava distendendo e cominciava a guardarsi attorno. Allora la danza e il rumore diventavano frenetici. Le donne ballavano come matte e gli uomini saltavano e ridevano e lanciavano frizzi e battute sempre più pesanti, senza un attimo di pausa, fino a quando il giovane non cominciò a ridere.
Quando cominciava a ridere e rideva era guarito. Allora lo si toglieva dal letame e le donne tenevano pronte un lenzuolo per avvolgerlo e un sacco nero per coprirlo perché era tutto sudato e non prendesse freddo durante il tragitto fino a casa."

Testimonianza di P. Z., pastora di 64 anni di Orune.


b) SU BALLU DE S'ARGIA IN S'ORISTANESU

"Ci fiant tanti tipus de argia, ci fiad sa bagadia e sa viuda. Fiad manna aicci, cumenti 'e una punta de didu, niedda niedda candu fiad viuda e pintiniada candu fiad bagadia.
Cand'unu fiad spizzulau de una viuda ddi circanta una picciocca bistia de nieddu po ddi donai recreu; candu fia spizzulau de una bagadia ddi circanta una picciocca bistia allirga o chi fiad giovanedda meda dda bistiant de biancu.
Cand'unu beniad spizzulau de s'argia ddi beniad una spezia de crisi, si 'n ci ghettada a terra… mala viad sa viuda: sa viuda fiad sa prus mala… appena spizzulada, mischinus, ddus cancarada e 'n di ddus bettiant a bidda cumenti 'e marturus.
Sa spizzulada de s'argia si connosciad subitu a is movimentus chi faiad; e de cussus movimentus si cumprendiad cali argia dd'haiad spizzulada, si bagadia o viuda. E insaras, ita fadiant? Zerriant su sonadori de launeddas e issu sonada e faiant su ballu a giru a giru… po sa badadia si sonada musica alligra e sa genti scraccaliad puru, a prexu; mentris po sa viuda si sonada unu ballu nau sa viudedda, unu pagheddu seriu ma sempiri movimentau.
Nosus heus tentu su fillu de connau, Franziscu Melis. Teniad unus trint'annus e fiad bagadiu. Ci andiaus meda a domu de zia Filomena, sa mamma 'e Franziscu… a nosus s'haiant zerriau in domu. Fiad benia sa mamma prangendi: "Benei, benei ca fillu miu est ammacchiendisì, deu non sciu ita ddi fai a custu fillu!" Gei ddu scidiant sì ca fiad s'argia. Ddi narant: "Bisongiad a ddi fai calincuna cosa!" Si bidiad ca su piccioccu fiad arrendiu… e tott'a una borta dd'heus biu baddendi baddendi, tottu baddendi…
Dd'hant deppiu donai una picciocca po dd'accansai. Mi regordu ca boliad sa filla de nonnu Casula, su chi had battiau a mei; boliad cussa a picciocca e dd'hant bistia e dd'hant fatta andai, mischina, e fiad deppia atturai in domu de issu. Ddi narant… non mi recordu… Est issu, chi dd'hat pretendia; e cussa picciocca est depida andai po dd'accuntentai, po dd'assisti, poita chi no si marturizzada, mischinu… tottu si trottosciada e tott'a un d'unu dd'afferrada e dda pigada a baddai a baddai, tottu a baddai…
Deu mi regordu ca mi 'n ci fia fuida… fia picciocchedda, depia teniri un doxi annus. Hemu tentu timoria… non mi prasciant cussas cosas, non si scid mai, non fiant giustus in cussus momentus.
Eh, gentixedda ddu andada! Sa mamma prangiad… su ballu dd'haiant fattu in d'unu stanzoni mannu e sa genti andada a biri e puru po baddai, cumenti a una festa.
Durada tres diis, non si faiad atra cosa, scetti sonai e baddai. Accadeiad sempiri in s'istadi, in tempu de messa. Custas argias andant meda a is manigas de trigu. Candu fia picciocchedda, in tempu de messa, in bidda nosta 'n di ddui fiant quattru o cincu dogni annu, mascus e femminas; dogni annu… No, beccius no e nemancu pippius, scetti de is dexiott'annus is susu. Chi fiad mascu boliad una picciocca, bagadia o viuda chi fessit, dda bistiant de alligru o de nieddu, e abarrada cun issu po ddi fai cumpangia e abarrad puru a dormiri in domu sua… Chi sa spizzulada fiad una femina, certu boliad un omini, cussas puru… ma non ddu regordu beni cummenti si faiad… non mi regordu de 'n d'hai biu.
Mi regordu beni sa borta de Franziscu. Haiant baddau in sa sala e in cotilla po tres diis tottu su merì finzas a mesunotti a pustis, finia sa festa, su babbu e sa mamma dd'haiant croccau e sa picciocca puru dda croccant innia… Po fai luxi in cotilla usanta is acetilenas, a carburu, e po aintru usanta sa lantia a quattru corrus… si fadiad su losingiu aicci, cun d'unu arrogu de zappulu. Nosus teniaus meda olia e usiaus sa murghidda, pagu s'ollu de seu… ollestincu no, a is partis nostas, in aterus logus sì, dd'usanta…"

Testimonianza di Anna C. contadina di 86 anni, di Santa Giusta - 1980


b) IL BALLO DELLA TARANTOLA NELL'ORISTANESE

"C'erano tante specie di tarantola, c'era la nubile e la vedova. Era grande così, come la punta di un dito, nera nera quando era vedova e variegata quando era nubile.
Quando uno veniva pizzicato da una vedova, gli cercavano una giovane vestita di nero per dargli sollievo; quando era pizzicato da una nubile gli cercavano una giovane vivacemente vestita o se era molto giovane la vestivano di bianco.
Quando uno veniva pizzicato dalla tarantola, gli veniva una specie di crisi, si lasciava cadere per terra…cattiva era la vedova: la vedova era la più cattiva… appena pizzicava, poverini li paralizzava e li portavano in paese come fossero paralitici.
Il pizzico della tarantola si riconosceva facilmente dalle reazioni che provocava; e da quelle reazioni si comprendeva quale tarantola lo avesse pizzicato, se nubile o vedova. E allora, che facevano? Chiamavano il suonatore di launeddas; egli suonava e faceva il ballo tondo… per la nubile si suonava musica allegra e la gente dava in esclamazioni di giubilo; mentre per la vedova si suonava una danza detta la "vedovella", un po' più seria ma sempre movimentata.
Noi abbiamo avuto il figlio di mio cognato, Francesco Melis. Aveva una trentina d'anni ed era celibe. Frequentavamo molto la casa di zia Filomena, la madre di Francesco… a noi, ci avevano chiamato a casa. Era venuta la madre, piangendo: "Venite, venite perché mio figlio si sta ammattendo, io non so che cosa fargli, a questo figlio!" Lo sapevano sì, che era la tarantola. Dicevano: "Bisogna fargli qualche cosa!" Si vedeva che il giovane era snervato… e tutto ad un tratto l'abbiamo visto ballare, ballare, muovendosi tutto…
Gli hanno dovuto dare una giovane per calmarlo. Ricordo che voleva la figlia di padrino Casula, colui che mi ha battezzato; voleva lei, come ragazza, e l'avevano vestita e l'avevano fatta andare, poverina, ed era dovuta restare in casa di lui. Si chiamava… non mi ricordo… è lui, che l'aveva pretesa; e questa ragazza è dovuta andare per accontentarlo, per assisterlo, ché altrimenti si paralizzava, poverino… si contorceva tutto e d'un tratto l'afferrava e la prendeva per ballare, ballare, ballare…
Io ricordo di essere scappata… ero ragazzina, avevo si e no dodici anni. Avevo avuto paura… non mi piacevano quelle cose, non si sa mai, non erano del tutto coscienti in quei momenti.
Ci andava tanta gente! La mamma piangeva… il ballo l'avevano fatto in uno stanzone e la gente andava a vedere o anche per ballare, come a una festa.
Durava tre giorni, non si faceva altro, soltanto suonare e ballare. Accadeva sempre in estate nel tempo della mietitura. Queste tarantole si trovavano specialmente nei mannelli di grano. Quando ero bambina, durante la mietitura, nel nostro paese, ce ne erano quattro o cinque ogni anno, maschi e femmine, ogni anno… no, vecchi no e nemmeno bambini, soltanto dai diciotto anni in su. Chi era maschio voleva una ragazza, nubile o vedova che fosse, la vestivano a festa o di nero, e restava con lui per fargli compagnia… e restava anche a dormire in casa sua… se la tarantolata era una femmina, certo voleva un uomo, pure loro… ma non lo ricordo bene come si faceva… non ricordo di averne visto.
Ricordo bene quella volta di Francesco. Avevano ballato nella sala e nel cortile per tre giorni tutta la sera fino a mezzanotte; e dopo, finita la festa, il padre e la madre l'avevano messo a letto e anche la ragazza la mettevano a letto lì… per far luce nel cortile usavano la lampada a quattro lumignoli… il lumignolo si faceva così, con un pezzo di straccio. Noi avevamo molto olio e usavamo la sansa, poco l'olio di sego… olio di lentischio no, dalle nostre parti, in altri luoghi sì, si usava…"


S'ARGIA CABRARISSA
LA TARANTOLA CABRARESE

A Cabras distinguono quattro specie di argias, di tarantole: sa viuda, sa bagadia, sa partoxa, sa martura - rispettivamente, la vedova, la nubile, la puerpera, la paralitica. Qui, non si capisce bene se il ragno sia sempre lo stesso, dato che tale distinzione viene fatta esclusivamente dai sintomi del male che ne deriva dal morso.
Nei casi di tarantolismo rilevati nella comunità di Cabras, e che hanno come luogo di insorgenza la penisola del Sinis, si evidenzia la scomparsa quasi totale del ballo rituale terapeutico, anche quando il malefico ragno continua a mietere le sue vittime. Scomparendo il rituale magico del ballo si farà scomparire anche il mitico aracnide. La gente del luogo attribuisce la scomparsa del fenomeno al dissodamento delle terre cespugliate che avrebbe distrutto l'habitat di s'argia, e quindi l'estinzione della stessa.
C'è della verità in questa affermazione, ma nel senso che le trasformazioni agrarie dell' ultimo dopoguerra, e i profondi stravolgimenti nelle strutture produttive hanno modificato il mondo contadino, segnando il declino di usi e costumi di comunità vecchi di secoli.
Ora, infatti, il tarantolato è semplicemente un malato che cerca di risolvere le sue crisi nevrotiche con lo psichiatra. Il moderno guaritore che ricopre di cenere le braci con le sue analisi e le sue pillole (quando non con il letto di contenzione e l'elettroshock), sostituisce con la scienza della medicina civile la scienza della medicina popolare, che risolveva empiricamente le nevrosi con la terapia di gruppo. Una terapia, questa, giova rimarcarlo, che la psichiatria più avanzata va riproponendo in forme che non possono che essere inautentiche, artificiose e palliative - dato che la comunità de su ballu de s'argia non esiste più.


S'ARGIA VIUDA
LA TARANTOLA VEDOVA

"Stavo tirando fave nel Sinis, tra maggio e giugno, diversi anni fa. Sono stato punto al dito indice. E' passato neanche un minuto che subito il male mi ha colpito alle braccia e alle gambe. Non potevo più reggermi in piedi. Mi venivano contrazioni dei muscoli e mi agitavo non potendo star fermo né coi piedi né con le mani. Mi hanno caricato sulla carretta e portato a casa. Durante la notte, a letto, avevo strappato le lenzuola e le coperte a causa degli attacchi nervosi che mi erano venuti. Io non lo ricordo molto bene; me l'hanno raccontato quelli che mi hanno assistito."
Era rimasto vittima di una argia viuda, tarantola vedova. Le sofferenze di colui che è stato morso da tale specie di aracnide vengono alleviate e risolte, sempre positivamente, con uno specifico rituale terapeutico di gruppo: tre giorni e tre notti di danze capeggiate da vedove autentiche o simulanti, nell'abbigliamento del lutto, che inseriscono nella danza lamentazioni funebri. Una scena di massa approntata dagli esperti con la partecipazione del vicinato. Il rito si svolge normalmente all'aperto - s'argia, la tarantola, colpisce esclusivamente nel periodo caldo, prevalentemente durante i lavori del raccolto - in un cortile ampio, con maggiore presenza e partecipazione la sera e nelle prime ore della notte. Mentre ci si dà il cambio attorno al tarantolato sofferente, nella rappresentazione di un dolore vedovile, cui lo stesso tarantolato è sollecitato a partecipare.

Testimonianza di Salvatore C. contadino sessantenne, sposato due volte, senza figli.


S'ARGIA PARTOXA
LA TARANTOLA PUERPERA

"Mi ha morsicato nel Sinis. C'ero andato ad aiutare mio fratello contadino a mietere, a tirare fave nella zona di Su archeddu 'e sa canna. Subito mi sono accorto, quando mi ha punto nella mano e mi ha fatto l'effetto. Mi veniva da piangere e gridavo che volevo un bambino, se no mi gettavo nel forno acceso… Mi hanno fatto subito un bambolotto con stracci, mio fratello e altri che c'erano. Io l'ho preso in braccio, e mi sono calmato un po'…"

Testimonianza di Francesco D., pastore trentaquattrenne, scapolo.

Qui abbiamo un caso - abbastanza raro e poco noto o addirittura ignorato nelle altre regioni dell'Isola - di tarantolato da argia partoxa, tarantolato puerpera. Tale specie di ragno si vuole che provochi in individui di sesso maschile comportamento propri della femmina appena sgravata. La terapia popolare risolve il caso mettendo un bambolotto tra le braccia del paziente, il quale è portato a riversare affetto e cure materne su quel simulacro di neonato.
Nel più ampio e generalizzato contesto rituale de su ballu de s'argia, del ballo della tarantola, si inserisce lo specifico relativo alla specie del ragno, in questo caso partoxa. Per i rituali tre giorni e tre notti, il tarantolato è assistito dai vicini, mentre culla, vezzeggia, cura il neonato - senza cui le sofferenze potrebbero portarlo fino al suicidio. Si specifica che tenderebbe a uccidersi gettandosi dentro un forno acceso. Da qui una motivazione conscia per spiegare il momento del complesso rituale in cui il tarantolato viene avvicinato alla bocca del forno e, secondo altre testimonianze, anche infilato in un forno tiepido.


S'ARGIA BAGADIA
LA TARANTOLA NUBILE

M. R. è rimasta vittima della specie argia bagadia, tarantola nubile, mentre lavorava in campagna. Vive nella casa di sua proprietà facendo la perpetua a un vecchio prete suo inquilino. E' molto sospettosa con chi non appartiene alla ristretta cerchia dei suoi conoscenti. E' un poco sorda e si rivolge alla persona che mi accompagna, a lei nota, che funge da tramite durante il breve colloquio. L'inquilino prete per fortuna è assente, e la persona che mi accompagna riesce a convincere la vecchia che "non c'è niente di male" a raccontare come fu che s'argia l'avesse morsa e quel che accadde poi.

"Stavo in campagna, da ragazza. Allora c'erano molti pastori nel Sinis, ed ero ospite con la mia famiglia in una masoni, in un ovile di amici. Stavamo seduti per terra a far merenda, quando mi ha punto. Ho gettato un grido e mi ha preso subito a tremare a tremare alle gambe, alle braccia e in tutto il corpo. Mi faceva saltare e ballare come una matta, perché fiad un'argia bagadia, perché era una tarantola nubile, e pigad aicci, e dà questi sintomi. Ita si faiad appustis? che cosa si faceva dopo? Po fai passai cussu mali si ballad, cantendu e sonendu tottus paris po tre diis e tres nottis, per alleviare il male si ballava, suonando e cantando tutti insieme per tre giorni e tre notti. Soltanto in quel modo la tarantolata può trovare sollievo…"

Testimonianza di M. R., contadina di circa ottanta anni, nubile.

Viene riferito da altri testimoni che nel caso di tarantolata da argia bagadia, tarantola nubile, la gioventù ne approfittava per raccogliersi in cortili spaziosi, illuminati la notte da lamparas a carburu, lampade ad acetilene: circondavano la paziente distesa sopra una stuoia e danzavano a festa al suono di launeddas per i rituali tre giorni e tre notti.


S'ARGIA MARTURA
Testimonianza di C. P., contadina, nubile di trentotto anni.

E' sola in casa con l'anziana madre. Come di consueto sono accompagnato da persona intima nella famiglia da visitare, ed è stato scelto il momento del giorno più favorevole: quando la persona da intervistare è sola o quasi.
Le due donne ci fanno passare nella cucina, un locale angusto, con una parete occupata interamente dal camino. Sul pavimento davanti al fuoco sono stese alcune stuoie di falasco. Sulle braci, a un lato del camino, un tegame con olio che frigge pesci. La vecchia accudisce la frittura, accoccolata alla turca: infarina i pesci e li immerge nell'olio bollente, e man mano che si indorano li estrae abilmente dalla padella con una forchetta e li ammucchia in una conchetta. La giovane siede accanto a noi sull'altra stuoia. E' lei la tarantolata. Ha un faccione florido beato e il sorriso facile. Chiacchiera volentieri.

"E' stato poco tempo fa nel Sinis, dove ero andata a spigolare. Era il tempo della mietitura e stavamo in gruppo, a fare merenda, prima di riprendere il lavoro. Mentre ero seduta sentivo una cosa che mi camminava sul piede e dopo sulla gamba. Siccome c'era gente, avevo vergogna a sollevarmi la gonna per vedere cos'era. Quando mi è arrivata al ginocchio ho dato un colpo con la mano per schiacciarla. Credevo che fosse qualche babboi (nome generico che qui si dà a insetti che fanno paura - n.d.A.) e appena l'ho toccato mi ha pizzicato. Ho gettato un grido e sono balzata in piedi… Se ho visto com'era? Era una specie di babboi con la pancia grossa, grande come un'unghia, pieno pieno di piedi lunghi lunghi… Si sono spaventati tutti quanti. L'hanno capito subito: "Ti ha morsicato s'argia " hanno detto. Non abbiamo fatto in tempo a spostarci nel campo vicino per riprendere il lavoro, quando mi sono venuti i dolori. Io non ricordo bene come mi ha preso, lo so dalla gente che c'era. Gridavo, gridavo ed ero tutta rannicchiata così, come uno che gli è venuta una paralisi. Mi scappava il pianto. Mi hanno caricata sul carro ed era quasi sera quando mi hanno riportata in paese. Me l'hanno detto gli altri che nel carro gridavo: "Portatemi via da questo camposanto! portatemi via da queste croci! portatemi via!" Ci sono voluti quattro uomini per accompagnarmi dentro casa…"
Interviene la vecchia: "Era rannicchiata così, con le braccia strette intorno alle ginocchia, e gridava e piangeva dai dolori che ci aveva. Dd'haiad spizzuada s'argia martura, era stata pizzicata dalla tarantola paralitica… Che cura ha fatto? Siamo andate dal dottore. Ha detto che bisognava fare l'iniezione adatta. Ma qui non ci sono. Bisognava andare a Sassari. Io ho una figlia suora, proprio a Sassari. Lei è andata a dirlo al vescovo che subito ci ha fatto avere le iniezioni, anche senza pagare. Alla prima che il dottore le ha fatto le è passato tutto. Se ne abbiamo ancora di queste iniezioni? Certo. Vai a prenderle ca sunt allogadas in su parastaggiu, che sono conservate nel guardaroba…"

(Testimonianza di C. P., contadina, nubile di trentotto anni)

La figlia si alza, sale per le scale che danno nel solaio e poco dopo ritorna con una scatola. Una confezione da sei fiale che reca la scritta Soluzione sterile per iniezioni.

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