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CAPITOLO OTTAVO
TIALUS E DIMONIUS - DIAVOLI E DEMONI


Il mondo del sardo, apparentemente spoglio e deserto, si popola di magiche creature, le quali appaiono e si manifestano di volta in volta, alla luce del sole o nel buio della notte, in sembianze umane o animalesche o più spesso ambigue e mostruose. Tali magiche creature svelano nell'uomo il bene e il male, convivono e partecipano, dall'inizio alla fine, in ogni momento, dell'umana esistenza - o come malefiche portatrici di traumi, di malattie e di morte o come nunzie di pericoli e di sciagure incombenti o come benefiche soccorritrici, nel porgere rimedi e cure, nel favorire il buon andamento del lavoro, nel ritrovare oggetti perduti, nello svelare tesori nascosti.
Le fantastiche creature della mitologia dei Sardi si possono distinguere in diurne e notturne, secondo che vivano e si mostrino all'uomo durante le ore del giorno o della notte. Sono di tipo diurno gli spiriti simboleggianti la vita, espressione di forze creative della natura, misteriosi abitatori delle acque, dei boschi e dei monti, che hanno la loro apparente dimora in crepacci, in anfratti, in grotte, nei pozzi e nei garroppus (gorghi d'acqua) e nelle querce. Al tipo notturno appartengono gli spiriti demoniaci in qualche modo legati all'idea del sonno e della morte, esseri tenebrosi scaturiti nella metamorfosi dell'umano nel bestiale, e in specie is tiaulus, i diavoli, o più propriamente is dimonius, i demoni, emanazione di Luzziferru, Lucìfero, il Diavolo per antonomasia, il Principe delle tenebre.

Su tiaulu, il diavolo. E' il signore del male. Vive nell'inferno, dal quale non può uscire se non mediante sue emanazioni che prendono forme mostruose, per lo più di animali compositi, cornuti e caudati (caprone, bue, cervo, gallo, gatto, scarabeo, serpente, pipistrello, eccetera). Dal canto suo, neppure Dio, il signore del bene, può lasciare il proprio regno se non con emanazioni di sé, assai riduttive per altro, mostrandosi all'uomo nelle sembianze di angelo o di vecchio o di fanciullo, o di colomba, e nelle specie di "fiamma che brucia senza fuoco".
Su tiaulu, il diavolo, vive dunque in s'inferru, l'inferno, il luogo di punizione riservato alle animas malas, anime cattive. Is animas cundennadas, le anime condannate, sono dette le anime che espiano i loro peccati nel purgatorio - delle quali si dirà più avanti. Per i Sardi, s'inferru, l'inferno, più che un grande braciere, più che la classica bolgia, è una grande fossa arida e senza vita piena di pibaras e colorus, vipere e bisce, dove i dannati vengono tormentati da is tiaulus, i diavoli, con fiocine e forconi, dentro cardaxus de pixi buddendi, caldaie di pece bollente.
Nella credenza popolare, le anime dei dannati raggiungono s'inferru passando per l'imboccatura di misteriose grotte. Ve ne sono alcune, naturalmente inesplorate, che sono dette appunto bucca de s'inferru, bocca dell'inferno, e non è prudente avventurarvisi.

Is tiaulus, i diavoli, sono le creature infernali che specialmente durante la notte emergono sulla terra, confondendosi con uomini, animali e piante. Talvolta sono presenti anche come umbras (ombre, fantasmi), forme senza corpo. Prendono nomi diversi secondo il compito che svolgono, e possono assumere forme e sembianze diverse. Abbiamo così numerosi dimonius e dimonieddus, demoni e demonietti, su nemigu, il nemico, coa longa, coda lunga e coitedda, codina, s'ammuntadori, l'incubo, e così via.
Su dimoniu o su nemigu, il demonio o il nemico, prende per lo più forme animalesche composite e strane: corna di caprone, piedi d'asino, occhi di gatto, bargigli di gallo. Quasi sempre gli spuntano da dietro le spalle due piccole ciminiere fumanti. Oltre che nelle forme proprie di bue, di cane, di gatto, di gallo su dimoniu si mostra agli uomini, specie di notte, sotto le ingannevoli sembianze di frati e suore, di bambini smarriti e piangenti o di fanciulle bisognose di conforto dall'apparenza verginale. Talvolta lo si vede correre come un cavallo nero o infilarsi nella macchia come cinghiale dalle zanne mostruose. Non di rado, il demonio detto coitedda (codina), si diverte a fare dispetti, nascondendo gli aghi o le forbici o le chiavi alla massaia, la quale fa gli scongiuri esclamando: "Toh, maladittu Coitedda!" (Che tu sia maledetto Codina!). Lo stesso coitedda, durante la notte, diventa il lussurioso tentatore: assunte ingannevoli sembianze di giovane aitante, appare nel sogno alle fanciulle e alle vedovelle, tentando innominabili approcci.
L'esorcismo più potente, e più diffuso, per difendersi dalle apparizioni diaboliche è il segno della croce. Le fanciulle dormono sogni più casti e più tranquilli se portano appesa al collo una piccola croce d'oro o d'argento. Se l'apparizione (in forma umana o animale) esorcizzata con il segno della croce scompare trasformandosi in un cuaddu de fogu (in una vampata), si è certi che si trattava di un demonio. Nello stesso modo scompaiono is umbras o pubas, le ombre o fantasmi, esorcizzati con il segno della croce o con altri potenti scongiuri, quali l'acqua santa o appositi amuleti costituiti da scritti o reliquie di santi o sostanze benedette. Giovano anche alcune erbe, come la ruta, e certe pietre, come l'ossidiana. Così pure is brebus, le parole magiche, o versetti recitati come scongiuro.
Assai diffusa la credenza che is dimonius si nascondono dietro gli specchi (si dice che essi amino specchiarsi); da qui l'avvertimento delle madri alle fanciulle, di evitare di starsene a rimirarsi davanti allo specchio. Altro luogo, affine al precedente, dove is dimonius sono soliti apparire, è sa funtana, la fonte, e in generale gli specchi d'acqua. Chi si avvicina a una fonte per bere, deve prima recitare gli scongiuri per esorcizzare il maligno in agguato.

Sa jana è termine non traducibile se non come una specie di fata tipica della Sardegna, da non confondersi con sa fada, la fata propriamente detta. Secondo alcuni il termine jana deriverebbe dal nome della divinità greco-romana Diana; secondo altri da nana. Is gianas (o janas) rappresentano fantastiche creature femminili, di grandezza e aspetto diversi, abitanti di quelle grotte che prendono il nome di domus de janas, case delle Jane. Tuttavia, esse abitano anche pozzi e gallerie abbandonate, nuraghi e antichi ruderi.
Is gianas vengono variamente descritte: ve ne sono di piccolissime, vere e proprie donnine miniaturizzate, e di gigantesche, di grazioso o di orribile aspetto, di carattere cattivo, irascibili, e di buone, dolci e affettuose. Se ne raffigurano simili a streghe e a fate, simili a maghe e sirene. Le gianas buone danno buoni consigli alle donne e talvolta si prestano a anche ad aiutare nei lavori domestici, specie nella lavorazione del pane. Le cattive arrivano anche a succhiare il sangue dei bimbi che dormono incustoditi o non protetti da sacri amuleti. Il bimbo è il patrimonio più prezioso della famiglia, ed è anche l'oggetto più vulnerabile agli attacchi demoniaci: si spiega così il dispiegamento attorno alla sua culla di amuleti e talismani e di sacre reliquie o di oggetti benedetti - ramoscelli d'olivo e di palma, pietre dure e coralli e cornetti e manufiche pendenti al polso o al collo da nastrini verdi, e centomila altri oggetti che hanno il potere di preservare il piccolo dal male.
L'immagine più diffusa che si ha delle gianas è quella di fanciulle bellissime vestite nel tradizionale costume sardo delle feste; ma il loro fascino, la loro grazia non sono mai usati in senso erotico. Al contrario si citano casi di gianas-streghe che usano adescare il maschio: lo sottopongono a incantesimo, si ddu cuaddigant, se lo cavalcano, e gli succhiano il sangue.
Is gianas vengono variamente descritte anche dagli studiosi. Secondo i quali ve ne sarebbe una specie più simile a strega che a fata, dotata di enormi mammelle, che esse si getterebbero dietro le spalle per allattare da tergo i loro piccoli o per non inciampare mentre lavorano. Un'altra specie, assai simile ai vampiri nelle abitudini, si nutrirebbe di sangue umano, alimento a loro necessario per potersi riprodurre.

Sa fada, la fata. Così definisce is fadas, le fate, G. Calvia: "Erano…donne bellissime e ingenue che abitavano le piccole caverne montane. Cambiavan spesso il loro umano aspetto in quello di graziosi animali, ed avean potere e virtù di fatare le persone. Vivean esse negli antichi tempi e sparirono quando la malizia penetrò nel mondo".
Le nostre fadas somigliano dunque alle fate di tutto il mondo, creature fantastiche legate alla realtà di un mondo ideale in cui non esiste cattiveria. Ma la nostra gente è tendenzialmente ottimista, se è vero che crede che is fadas esistono ancora - relegate chissà in quale sotterranea profondità, pronte a riemergere, a ripopolare la terra al primo cenno di amore tra gli uomini.
Is fadas, come tutte le fate, compaiono in numerose leggende - che sembrano più adatte agli adulti che ai fanciulli.
Abitano prevalentemente nelle grotte, di varie dimensioni - dato che, secondo la tradizione, le misure delle fadas sono rapportate all'ampiezza del luogo in cui vivono. Esse amano anche frequentare i boschi, specie a primavera.
Si attribuisce alle fate la diffusione della conoscenza delle tecniche dei lavori donneschi, in particolare il cucito e il ricamo (vedi il detto "avere mani di fata"), la confezione del pane coccoi (di semola) e perfino l'uso del lievito. Esse, dunque, furono le mitiche progenitrici - in senso culturale - della donna-casalinga. Alle fadas, in pratica, vengono attribuite al massimo grado le virtù che dovrebbero essere proprie della fanciulla timorata e della sposa "angelo del focolare". E a questo punto - da parte femminista - si potrebbe sostenere, non senza buone ragioni, che le fate siano state inventate dal maschio nell'intento di definire e istituzionalizzare il ruolo subalterno della donna. Ma c'è una obiezione a questa tesi: per alcuni, is fadas costituiscono una razza di donne sole, capaci di riprodursi per partenogenesi, oppure, sulla linea delle mitiche Amazzoni, nemiche del maschio, costrette all'accoppiamento per riprodursi, eliminando alla nascita l'altro sesso - e ciò costituirebbe memoria di antiche organizzazioni matriarcali. C'è anche da aggiungere che le fadas sono ritenute per tradizione assai suscettibili ai comportamenti "maschilisti": sono numerose le testimonianze della "malasorte" subita da giovani che osarono offendere con parole o con gesti o con tentativi di approccio le verginali creature.
Is fadas, infine, presiedono al destino delle creature nate in terra, e hanno anche poteri divinatori (in questo somiglianti alle mitiche veggenti della mitologia classica, come la Pitzia e la Sibilla).

Mamas e Marias, Mamme e Marie. Le forze arcane della natura, il sole e la luna, le rocce della terra e le fonti d'acqua che da queste scaturiscono, il tuono e i fulmini, il vento e la pioggia, nel loro essere e manifestarsi all'uomo costituiscono la presenza di potenze magiche, sante o demoniache, nel bene e nel male. Potenze magiche che prendono in molti casi l'appellativo di mamas, mamme, e con l'innesto del culto cristiano di Marias, Marie. A me pare che in questi casi il termine mama indichi l'origine profonda del fenomeno che si constata: abbiamo così nei modi di dire popolari sa mama de su sonnu, la madre del sonno, o Colei che concilia il sonno ai mortali; sa mama de su bentu, la madre del vento, o Colei che muove il vento. Abbiamo ancora Maria alluta, Maria accesa, che indica sia la fiamma viva di un fuoco che la vampa del sole di mezzodì; Maria pampori (da pampa = vampa), Maria avvampante, indicante un calore forte afoso, del suolo, del fuoco o del levante estivo; Maria abbranca, Maria ammaliatrice, che attira a sé e ghermisce, indicante baratri o pozzi profondi o gorghi d'acqua.
Si noti anche che nella lingua del popolo si dice mama de caffei, madre del caffè, il fondo della stessa sostanza macinata che resta nella caffettiera. E che in riferimento a qualità del carattere, negative o positive, si dice ses sa mama de sa mandronia, sei la madre della poltronite, per indicare un poltrone; ses sa mama de s'allegria, per indicare persona allegra; o mama susunca, madre dell'avarizia, per indicare l'avaro.
L'appellativo mama, madre o mamma, lo ritroviamo usato anche come suffisso nei nomi di diverse essenze arboree ed erbe che hanno proprietà medicamentose. Per citare due casi assai diffusi, in logudorese mama de chercu, madre della quercia, è detta la sua corteccia, mentre in campidanese mama de axedu (e anche mama agheda nell'Oristanese), cioè "mamma dell'aceto" è detta l'acetosella.
Il mondo della mia infanzia è popolato di Marias. Ogni momento del giorno, dal risveglio alla colazione, dal lavarsi al vestirsi, dal giocare all'eseguire i doveri propri di quell'età, fino a prendere sonno dopo cena e al dormire sereni evitando incubi notturni, era presieduto e regolato da vigili Marias, figure di donne: talvolta giovane e bella, dalle carezze materne eppur conturbanti, tal'altra matura e severa, con i suoi richiami alle regole del buon comportamento. Ricordo Maria lenzoru, Maria lenzuolo, che veniva a rimboccarmi le coperte durante la notte, per tenere caldo il mio sonno invernale e veniva poi di mattina a togliermele di dosso per farmi alzare senza cincischiamenti; Maria pettini, Maria pettine, che interveniva con le sue mani delicate sul pettine per evitare dolorosi strappi ai miei riccioli annodati, rendendo piacevole tale igienica incombenza; e Maria puntaoru, Maria punteruolo (?) (ma forse punta de coloru, punta di biscia), che interveniva davanti ai pasti di cui ero ghiotto per avvertirmi di essere parco, perché se mi fossi riempito troppo sarebbe poi venuta durante la notte a bucarmi la pancia per prendersi lei il di più…

Su carru de nannai, letteralmente il carro del nonno, indica il tuono, quel suo rotolio rimbombante simile al rumore delle ruote ferrate di un carro lanciato a gran carriera su strada selciata. Intendi, su carru de nannai (senti, il carro del nonno), dicono le mamme ai fanciulli quando rimbombano i tuoni, nunzi del prossimo temporale; e allora i piccoli si fanno il segno della croce, spaventati eppur curiosi, attratti da quel misterioso rimbombare tra i lampi, affacciandosi nei loggiati.

Zius, gopais e gomais, zii, compari e comari. Is animas, gli spiriti, sono onnipresenti e sovrintendono a ogni aspetto della vita umana. Essi albergano nelle piante e negli animali, e da essi non di rado l'uomo deve dipendere, e per ingraziarseli li chiama usando l'appellattivo di rispetto, ziu, zio, o gopai, compare (al femminile, zia e gomai).
Singolare è il rapporto che l'uomo di campagna instaura con la volpe, alla quale vengono attribuiti caratteri antropomorfi maschili. E' chiamata con nomi diversi: margiani, mazzone, gradessiu e altri, preceduti dall'appellativo di rispetto ziu o gopai . Con questo animale, il contadino o il pastore effettua un comparatico (detto su santuanni de margiani), onde propiziarselo ed evitare i danni che potrebbe produrre alla vigna o al gregge.
Tale singolare comparatico viene così descritto in alcuni paesi del Campidano: il contadino (o il pastore) prepara un piatto contenente del cibo gradito a ziu margiani, a zio volpe, mangiandone la metà e lasciando l'altra metà nel piatto che porrà in campagna, ai margini della vigna (o dell'ovile). Se il cibo verrà mangiato, e quindi gradito come dono dall'animale, tra questo e l'uomo si sarà instaurato il comparatico - con tutti i doveri reciproci inerenti a tale istituto: gopai margiani non danneggerà gopai messaiu e viceversa. Il contadino lascerà alla volpe scricchillonis, racimoli quando vendemmierà, o se è pastore lascerà qualche residuo di macellazione; la volpe rispetterà la vigna e l'ovile del proprio compare.
Ziu margiani, zio volpe, è animale mitico cui si attribuiscono in massimo grado qualità umane, in particolare l'astuzia. Tante sono le novelle in cui egli, protagonista, riesce sempre a superare ogni difficoltà.
Altro animale cui molto frequentemente vengono attribuiti caratteri antropomorfi è ziu molenti, zio asino: i suoi attributi tipici sono quelli della virilità e dell'intrigo al fine di soddisfare la sua inesauribile libidine. Nel poemetto in lingua campidanese Sa giorronada de Conchiattu, sotto il titolo "Incontro con il centauro sardo" viene burlescamente introdotto l'incontro campestre tra il contadino detto Conchiattu e ziu molenti.
Un'anima che incute un profondo timore è su baboi, detto anche baballotti, marrangoni, maimoni e mammoti. Tali voci indicano un animale mitico, evocato talvolta per spaventare i bambini cattivi: chi non fais a bonu benit mammoti! (Se non fai da bravo viene mammoti!). Con i termini di baboi e baballotti si indicano anche genericamente insetti repellenti: scarafaggi, ragni, tarantole e parassiti ematofagi quali i pidocchi.
Gli appellativi di ziu e gopai sono frequentemente usati non solo per gli animali, ma anche per le piante con le quali l'uomo entra in contatto e crea un rapporto. Se passando vicino a una macchia di rovo qualcuno viene punto dalle sue spine, c'è chi gli dice "Là chi ziu orrù (oppure gopai orrù) pungit! (Guarda che zio rovo (oppure compare rovo) punge!).
Frequente è anche l'attribuzione all'uomo di caratteri ritenuti propri di un animale, come si rileva dai seguenti modi di dire: paris unu pruppu= sembri un polpo (cioè senza carattere): ses che unu cani = sei come un cane (cioè incapace di controllarti); ses siddiu che sirboni = sei chiuso come un cinghiale (cioè immusonito); parrit una egua = sembri una cavalla (cioè si comporta da puttana).

Survile, in logudorese indica una sorta di strega. Secondo alcuni demonologi sa survile (che essi chiamano surbile) sarebbe una donna vampiro, ovvero Dràcula al femminile. Il suo nome deriverebbe dal verbo surbiri = sorbire (sangue, naturalmente), ma anche da surbiai = fischiare, un atto che ha in comune con il succhiare l'atteggiamento delle labbra allungate in avanti "a culo di gallina".
Per fortuna degli abitanti dei Campidani nella loro lingua non esiste il termine survile (né surbile) - il che può far supporre che tale mostruosa creatura ematofaga non funesti con la sua presenza l'area contadina (per altro funestata da una miriade di altre demoniache creature ematofaghe, quali zanzare con o senza plasmodium, comprese le specie dell'habitat governativo).
Secondo G. Calvia (in Esseri meravigliosi e fantastici - 1903) le surviles appartengono ai due sessi e si dovrebbero perciò distinguere in streghe e vampiri. Egli scrive:

"Le surviles sono uomini o donne che nascono con un pezzo di coda d'acciaio, e succhiano il sangue ai lattanti e soffocano i bambini nella culla. Si ungono con un certo olio fatato e pronuncian questa formula: A pili esse e pili in fache, in domo de comare mi che agatte. Fatto e detto ciò cambiano di forma e penetrano nelle case, non rispettando neppure il sangue proprio. Sono molto temute dalle donne che allattano bambini, le quali per scacciarle tengono sotto il guanciale sa pastagna de sas surviles. Io vidi uno di questi amuleti autenticato dal papa e colla scritta Ex praecordiis S. Philippi Neri. Altro rimedio è quello di porre sulla cenere del focolare (foghilaja) un tripode rovesciato, o collocare una falce coi denti rivolti in alto. Se la strega penetra allora nella casa, non potrà più partirsene, senza che la falce o il tripode sian rimessi a posto. (Secondo altri bisogna approntare un recipiente contenente latte vicino alla soglia della porta, così che la survile entrando si accontenti di bere il latte risparmiando di svenare i piccoli - nota del redattore). Alle volte questi vampiri si tramutano in uccelli e si appollaiano sugli alberi. Chi è nato di febbraio ed è il primogenito ha il potere di farli comparire, infilandosi le brache (sas ragas, veste sarda) alla rovescia, e gridando in tono di venditore ambulante: lea ragas, le'. A Monteleone Rocca Doria tramutasi in gatto nero; a Sassari sono chiamati pizoni di la strea."

Su boe muliache o bue mugghiante (muliare = mugghiare) è altra fantastica, e orrorosa, creatura demoniaca che vive quasi esclusivamente nel Nuorese, nel mondo barbaricino. Se ne hanno tracce anche nel Campidano di Oristano, dove la stessa orrenda creatura viene chiamata boi mulliaccas,che si potrebbe tradurre con bue che munge vacche.
Nella credenza popolare su boe muliache, il bue mugghiante, sarebbe il prodotto demoniaco di una misteriosa e penosa metamorfosi dell'umano. Vi sarebbero certi uomini che nelle notti di plenilunio si trasformerebbero in un mostruoso bue mugghiante - dando così vita a un nuovo essere infernale che si aggiungerebbe ai mille altri che dopo il tramonto emergono dagli Inferi popolando le notti. Una presenza che è monito alla gente timorata, affinché al primo calar delle tenebre si rintani entro le mura domestiche, evitando incontri e coinvolgimenti con gli spiriti del male - c'è chi dice che le ronde armate dei carabinieri abbiano il compito di vegliare il sonno dei mortali, proteggendoli dai demoni del crimine e dalla sovversione; ma è, questa, credenza poco diffusa tra la gente sarda.
L'orrendo essere metamorfico detto su boe muliache rappresenta un penoso dramma esistenziale per colui che ne è il soggetto (il termine usato è destinau, destinato) e costituisce un pericolo mortale per la comunità. Colui che sente il suo terrificante mugghio può prendersi spreu, spavento, tanto forte da trascinarlo nella tomba. Pochi sono per fortuna coloro che possono vederlo: anime di innocenti, per lo più, e dotati di particolari protezioni celesti, per cui non ne subiscono danni. A loro si devono le descrizioni, anche particolareggiate, che si hanno di tale "bue mannaro".
Dai racconti che ne fa la gente sembrerebbe che questo "bue mannaro" (a differenza del continentale licantropo) non sia aggressivo, non se ne vada per le notti di plenilunio alla ricerca di vittime da sbranare, ma simile ad anima dannata cerchi la solitudine mugghiando il proprio strazio. Su boe muliache è principalmente nunzio di morte. Le sue fugaci apparizioni e il suo doloroso mugghio sono tristi presagi per tutta la comunità - e non ci sono scongiuri che valgano perché egli non fa che anticipare ciò che è già scritto nel gran libro del destino.

Is panas. Pana (e Partera) indica la partoriente. La credenza popolare vuole che le donne morte di parto possono diventare creature demoniache notturne, dette is panas (le puerpere). Sembrerebbe che queste infelici donne, morte dando alla luce un figlio vivente, vengano condannate da un singolare destino a far le lavandaie, a restare attaccate alle cure di un bimbo dal quale sono state così violentemente e disumanamente staccate. Esse si ritrovano lungo i corsi d'acqua a lavare pannolini da neonato, battendoli con uno stinco di morto.

"Affinché una donna morta durante il parto non diventi lavandaia notturna - scrive G. Calvia - si usa metterle nella bara un ago col filo senza nodo, un pezzo di tela, un par di forbici, un pettine e un ciuffo di capelli del marito. E ciò perché essa abbia una scusa legittima da rispondere alle altre panas, che la inviteranno a recarsi alla vasca per lavar le fasce del lattante. Le panas le diranno: "Comà, a benides?" (Comare, venite?). Ed essa risponderà: "Nono, chi so cosende, nono chi so ispizzende a maridu meu" (No no, che sto cucendo, no no che sto spuntando i capelli a mio marito.)"

Giorgia, cui segue spesso l'attributo di rajosa, radiosa, è il nome di una specifica fata. Da come viene chiamata, Giorgia rajosa fa pensare a una fatina sorridente dagli occhi cerulei e dalla carnagione lattemiele, nonché fornita delle classiche "operose manine di fata". Niente di tutto questo. Giorgia abita in profonde e orride spelonche e nell'aspetto è lercia e simile a una orchessa. Inoltre è malvagia ed è famosa per la sua avarizia.
Secondo alcuni demonologi dell'Ateneo di Cagliari Giorgia sarebbe una fata da classificare nella specie delle gigantesse che costruirono e popolarono i nuraghi. Ad esse in particolare si attribuiscono quelle enormi lunghe mammelle che caratterizzano le fadas zigantes, fate giganti. La nomea di avara, Giorgia se la sarebbe fatta in quanto custode di tesori, nascosti nel profondo delle spelonche o giù nei cunicoli dei nuraghi dove ella è solita abitare, tesori di cui sarebbe gelosissima, privandone i molti poveracci che se li sognano e li cercano nella speranza di migliorare il loro stato.

Sa Giobiana, da Giobia, giovedì, quindi letteralmente "la Giovediana", nel pantheon delle demonesse sarde ha un posto a sé. Come fa intuire il suo nome, ella sovrintende alla giornata di riposo settimanale della massaia, giornata che cade di giovedì. Per sua grazia, in quel giorno, le donne dovrebbero smettere di cucire, filare, rammendare. E se talvolta una povera donna con numerosa prole non potesse astenersi, neppure il giovedì, dal metter mano al cucito o al rammendo, potrebbe accadere che le appaia Sa Giobiana, per aiutarla cortesemente a compiere tali lavori.

S'ammuntadori, letteralmente "il Copritore". E' uno degli incubi che maggiormente ricorre nel sonno degli umani. Prende anche i nomi di carrigadori e carrogonzu. La descrizione che viene fatta di questo demone notturno varia tra le persone che hanno subìto il suo abbraccio soffocante; tutte sono però d'accordo nel dargli sembianze umane di maschio, assai peloso e nerboruto. In quanto maschio, s'ammuntadori appare e insidia prevalentemente le donne (ma, si dice, anche i fanciulli e anche adulti dal sesso incerto): mentre dormono, si avvicina quatto quatto al letto, e posandosi sopra di loro le stringe in un abbraccio che toglie il respiro. Colei che viene visitata da s'Ammuntadori si sveglia di soprassalto con un senso di soffocamento, ansimando, urlando. I familiari, in simili circostanze, pensano subito a s'ammuntadori e ricorrono ai riti terapeutici d'uso. Aspergono il volto della fanciulla (tra le donne sono quelle maggiormente prese di mira) con acqua, meglio se "santa" oppure prendono con il polpastrello dell'indice un po' di saliva dalla propria bocca e le umettano la gola; ancora, la proteggono con amuleti, e se già ne avesse aggiungendone altri di rincalzo; infine recitano appropriati scongiuri. Per maggior precauzione, il giorno dopo, la fanciulla verrà sottoposta a s'affumentu contra s'azzicchidu, il suffumigio magico contro lo spavento.

Su ercu, il cervo mannaro, e sa prummunida, l'asino mannaro, sono come su boe muliache, il bue mannaro, creature demoniache originate da metamorfosi dell'umano, ma di questo meno frequenti. l male oscuro che tramuta l'umano in bestiale colpisce esclusivamente uomini, in età giovanile o media - mai bambini o vecchi.
Tanto su ercu che sa prummunida appaiono prevalentemente di notte, e la loro è sempre una apparizione fugace e strana, come si conviene a essere demoniaco che poco spazio lascia ad esami particolareggiati e approfonditi. Ambedue gli esseri metamorfici sono premonitori di sciagure o di morte per la comunità. C'è chi sostiene che se si riesce ad acchiapparli e a gettarli nell'acqua, riprenderanno la loro originaria forma umana. Nelle favole che i vecchi raccontano solitamente ai piccoli nelle notti d'inverno, ricorrono spesso storie che hanno per protagonisti tali fantastici esseri e uomini coraggiosi che incontratone qualcuno riuscirono a impastoiarlo e legarlo strettamente a un tronco d'albero; e che ritornati nello stesso luogo dopo l'alba, al posto dell'animale-demone ritrovarono un giovane tremante spaurito, ignaro della drammatica metamorfosi subìta.

Is nanus, i nani, sono misteriosi folletti, abitatori di piccole grotte e anfratti. Somigliano agli gnomi delle leggende del Continente, ma a differenza di questi non amano abitare in casette edificate nei boschi e non usano insidiare le fanciulle - neppure in stato di necessità, come nella fiaba di Biancaneve. Is nanus de Sardigna hanno il gravoso compito di custodire scussorgius, tesori di marenghi d'oro, accumulati e nascosti dalle anime nere dei potenti, evitando che finiscano nelle mani bucate dei contadini e dei pastori.

S'orcu, l'orco, nella leggenda popolare ha l'aspetto di un omaccione ispido e peloso, incolto e selvatico, crapulone. Vive dentro caverne in luoghi impervi, accumulando ingenti tesori frutto di rapine. Non è battezzato e si ciba prevalentemente di carne arrosto, privilegiando quella di teneri fanciulli. Suole rapire fanciulle trovate sole nelle campagne, le ammalia e le rende succubi utilizzandole come serve e in amorosi sollazzi. Molte le favole che hanno per protagonisti s'orcu e fanciulli o fanciulle da lui rapiti, che talvolta riescono con l'astuzia a sfuggirgli e a beffarlo. Di uso comune il proverbio "Essiri riccu che s'orcu", Essere ricco come l'orco.

Is gigantis, i giganti, sono una mitica specie di demoni antropomorfici di taglia gigantesca e di forza eccezionale. Laboriosi e pacifici, si attribuisce loro la costruzione dei nuraghi e la messa in opera de is perdas longas, pietre sacre megalitiche indicanti un'area sepolcrale, dette appunto "tombe di giganti". Demoni buoni, vengono descritti nelle leggende come infaticabili trasportatori di enormi macigni e travi in pietra dalla montagna alla pianura, dove edificavano le loro eccezionali abitazioni e le loro misteriose tombe. Usavano come cavalcatura is cuaddus birdis, i cavalli verdi, giganteschi - conformi alla taglia dei loro cavalieri.

Su scutoni e sa cananea sono demoni dalle mostruose sembianze, abitatori di antri e spelonche, che divorano i malcapitati che vanno a finire nei pressi delle loro tane. Su scutoni viene descritto simile a un drago con sette teste: di giorno dorme nella sua tana e di notte esce in cerca di cibo. Sa cananea è simile a un enorme e orribile serpente dai movimenti lenti e goffi. Andai che sa cananea, andare (strascinando) come la cananea, è una invettiva popolare diffusa, un malaugurio a chi ci vuol male.

Animas e spiritus, anime e spiriti. Il mondo specie quello notturno, è invaso da anime e spiriti, che coinvolgono gli umani nel bene e nel male, talvolta fino a modificarne la vita, determinando quindi il destino. Tra le animas si annoverano le seguenti:
Is animas de is pippius no battiaus, le anime dei bambini morti senza ricevere il battesimo, che vagano come folletti nell'aria come in una sorta di limbo: la sorte di "color che son sospesi", non dannati e non eletti, ma restituiti alla natura da cui ebbero origine.
Is animas de su purgadoriu, le anime del purgatorio, che scontano i peccati commessi da vivi recando sopra il capo o sulle spalle pesanti fardelli e cun is pabas tuvas, con le spalle cave, entro cui brucia un fuoco; si mostrano talvolta ai viventi nelle loro mortali sembianze, tristi e doloranti, questuando preghiere che possono abbreviare il periodo della loro penitenza.
Is animas malas o cundennadas, le anime cattive o dannate, di solito appartenenti a ricchi sfruttatori e avari, condannati per legge di contrappasso a custodire tesori che accumularono da vivi e che nascosero per avarizia, tesori di cui non potranno più godere. Li si può talvolta incontrare durante la notte mentre vagano tormentati dal loro destino, con un sigaro acceso in bocca o con una piccola ciminiera fumante, piantata tra le scapole.
Is sizzimurreddus, i pipistrelli, prendono diversi altri nomi: abadepeddi (aladipelle), tiriolupedde, rattapignata, zurrundeddu. Sono incarnazioni proprie di su tialu, del diavolo. Vanno uccisi e bruciati in un rogo acceso all'aperto, in piazza o per strada - dopo recitati i debiti scongiuri.
Animas sono anche i fuochi fatui, le luminescenze mobili che appaiono specie nei cimiteri (prodotte da emanazioni di idrogeno e fosforo). Sono le animas dei defunti, che emergono da sotto la terra e vagano nel mondo dei vivi.
Nulla si ha da temere da is animas bonas, le anime buone, che vigilano e proteggono i viventi che amarono e continuano ad amare, come padri e madri la loro progenie; ma non è facile distinguerle da is animas malas, le anime cattive - perciò sempre, quando si incontra un'anima, è bene farsi il segno della croce e recitare debiti scongiuri: se l'anima così trattata scomparirà in d'unu cuaddu de fogu, in una fiammata, vorrà dire che si trattava di anima mala o intranniada a su mali, anima selvaggia o venduta al demonio.


INDIMONIAUS E SPIRIDAUS
INDEMONIATI E SPIRITATI

In lingua italiana, indemoniato e spiritato sono sinonimi: indicano persona posseduta dal demonio, e per iperbole persona furente e molto agitata. In lingua sarda vi è una sostanziale differenza tra i due termini, indimoniau e spiridau - una differenza che va ricercata nei relativi termini da cui questi aggettivi derivano: dimoniu e spiritu.
Su dimoniu, in qualunque forma o modo si manifesti, è sempre emanazione di su tialu, del diavolo, Signore del male. Indimoniau è dunque colui che è posseduto dal demonio, dal male, e pertanto è "nemico", è pericoloso, perché agisce per volontà del maligno che lo ha invasato e lo domina. Davanti a su indimoniau, anche quando tenti di farsi passare per creatura buona, non resta altro che ricorrere all'esorcista, il quale, con il favore delle opposte f orze del bene, scaccia e allontana il demonio dal corpo in cui si è insidiato. Talvolta l'esorcista ricorre a una sorta di avatar, di passaggio di anima da un corpo a un altro, costringendo il demonio esorcizzato a impiantarsi nel corpo di unu arresi, un animale repellente, scarafaggio o rettile.
Su spiritu, lo spirito, per antonomasia è santu, santo, emanazione di Dio, il supremo bene. Non esistono pertanto spiritus malus. Su spiridau o sa spiridada, l'uomo o la donna che in sé albergano spiriti, hanno poteri positivi con particolari capacità taumaturgiche e divinatorie. Essi ricoprono un ruolo importante e benefico tra gli uomini, e costituiscono una sorta di istituzione, simile a quella degli oracoli nell'antica Grecia. In Sardegna si avevano - e ne sopravvive ancora qualcuna - famose spiridadas, che venivano consultate sia come veggenti che come guaritrici. Assai celebrata nei Campidani sa spiridada de Masullas. Masullas, la località che aveva dato i natali alla spiritata-veggente, era meta di numerosi pellegrini provenienti da ogni parte dell'Isola.


IL DIAVOLO IERI E OGGI

E' opinione diffusa che il diavolo - con tutte le sue fantastiche diavolerie - sia un prodotto dell'oscurantismo e della ignoranza, e che sia destinato a scomparire come nebbia al sole della scienza e della ragione. Di questa opinione è Massimo Gorkij, il quale sosteneva che il "diavolo non esiste" e che "è una invenzione della nostra mente" creata "per giustificare la turpitudine umana". Egli, il diavolo, sarebbe una sorta di capro espiatorio su cui l'umanità scaricherebbe le proprie tensioni, i propri sensi di colpa. Siamo alle soglie del fideismo marxistico nella scienza: con la conoscenza si risolvono le contraddizioni - ovvero il partito esorcizza con il potere della dottrina del materialismo dialettico il demonio-capitalista, che una volta spodestato determina l'avvento del paradiso proletario. A guardar bene le malizie del Signore delle tenebre, non c'è corpo o sostanza in cui il diavolo ami incarnarsi, migliore della scienza - legata come è alla politica, al denaro e al potere; a una scienza che è in definitiva strumento primario di un sistema di oppressione e di sfruttamento, di tale brutalità e ferocia da far dubitare che l'inferno di Lucìfero sia fatto a misura di questo.
Al di là delle estensioni iperboliche del satanico nel campo della politica, è facile constatare che non c'è creatura mitica come il diavolo così intimamente presente nella vita dell'uomo. Neppure Dio, l'eterno antagonista del male, gode di altrettanta presenza, direi di altrettanta popolarità. Mentre Dio - questo vecchio saggio dalla barba bianca che somiglia molto al monarca di un impero a regime assolutistico - appare staccato dalle umane umili vicende quotidiane e tuttavia incombente con la sua spada di giustiziere creando mille paure e mille sensi di colpa; il diavolo, al contrario, che pure incarna il male in assoluto, e nonostante le orribili sembianze cui gli si attribuiscono, riesce più simpatico, è più alla mano, sa farsi umano intrufolandosi nell'umano, stipula contratti e fa baratti, e non di rado - povero diavolo anch'egli - si fa buggerare dai furbi e dai potenti, che lo utilizzano per farsi togliere le castagne dal fuoco. Talvolta il diavolo si fa perfino coinvolgere nelle vicende umane, assumendo il ruolo progressista, del rivoluzionario, del sobillatore di plebi - ingenuo populista sacrificato dallo stesso popolo, quando la repressione si fa insostenibile, e per evitare il peggio davanti alle angeliche armate coorti del Padre Eterno si aprono le cacce alle streghe, ai banditi, ai terroristi.
Il diavolo - in ruoli diversi - è però presente in ogni ceto e livello culturale, in ogni tempo e in ogni luogo. Nell'arte figurativa, nella narrativa e nella poetica compare nelle forme più inusitate, più strane, più fantastiche. Può essere chiunque e ogni cosa. Non soltanto in ciò che è di per sé reputato malvagio e perverso o brutto, ma anche in ciò che è inesplicabile, misterioso - e addirittura in ciò che è povero e meschino. Egli, nell'assumere la natura e l'aspetto del "povero diavolo", del derelitto, dell'oppresso, diviene il sale della terra, il simbolo della redenzione; e non teme la concorrenza del Cristo, di un Dio che si fa uomo e immortale, che si fa rivoluzionario, che si fa crocifiggere, nel tentativo di accattivarsi la fiducia degli uomini, e così salvarli dal peccato e assumerli in paradiso. Un "povero diavolo" è e resta sempre più umano, più miserabile di un "povero Cristo" - che stringi stringi è della razza dei padroni. L'uomo "povero" tende meglio e più facilmente a identificarsi con l'eresia, con la rivolta, che con l'ortodossia, con l'ordine costituito. Ma non dimentichiamo che il diavolo sa assumere egregiamente anche le sembianze del bene e del bello. Per raggiungere i suoi scopi (che in definitiva è di far proseliti) diventa frate o bigotta, recita le preghiere, fa le sue elemosine e dà suggerimenti morali. Egli infine predilige assumere le forme di bellissime conturbanti fanciulle le quali mostrandosi in trasparenti veli a santi vegliardi, riescono a mettere in crisi saggezza e castità faticosamente guadagnate in lustri di ascetismo e penitenza.
Dicevo del diavolo nell'arte. Tutta la letteratura ne è piena. Il diavolo è lo starring più quotato, sia nel dramma che nella commedia. Sono da considerarsi inimitabili le sue interpretazioni nel Faust e nel dottor Jekyll. Per non dire del Satana progressista del Carducci, nella veste di una locomotiva, simbolo della moderna tecnologia. Per il grande Lawrence, Satana si è incarnato in tutto ciò che è l'attuale civiltà: egli ha allargato il suo impero tenebroso e folle abbracciando tutta la terra civilizzata, divenuta "illuminato inferno" (Definizione in cui "illuminato" è riferibile tanto ai "lumi" della ragione - che sarebbe pertanto un attributo diabolico - quanto ai "fuochi" infernali in cui bruciano i dannati.)
Tutta la politica è condotta da personificazioni del diavolo. Sataniche sono le menti degli statisti più famosi, dei condottieri più audaci (talvolta raffiguranti Arcangeli Gabrielli dalla vindice spada di fuoco stretta nel pugno, quando prima o poi perdono la guerra diventano demoni, cavalieri dell'apocalisse). Napoleone viene definito "demone della guerra". Il Bogino, ministro di giustizia piemontese in Sardegna, diventa sinonimo di demonio - oltre che di boia. Hitler era posseduto da Satana in persona - non si spiegherebbe diversamente ciò che ha fatto; così pure Mussolini, seppure considerato diavolo di livello inferiore, diciamo provinciale. Demoni sono detti tutti gli oppositori politici e demoniache le ideologie praticate dalle opposizioni. Tanto più demoniache quanto più danno fastidio al potere. Insomma, sembrerebbe che il diavolo ispiri le menti degli statisti nel governare e nel legiferare; e che insieme ispiri le menti del popolo a infrangere quelle leggi e a ribellarsi a quel governo.
Per questo, non è corretto attribuire al diavolo esclusivamente ruoli negativi e malvagi, appiccicargli l'etichetta di rivoluzionario, cospiratore, assetato di sangue padronale. Dobbiamo riconoscergli la virtù dell'ambivalenza (che manca a Dio, il quale non sa commettere il male neppure a fin di bene), riconoscendogli cioè che egli è l'ispiratore delle leggi che governano il mondo e dell'ordine che lo governa.
Io credo - e mi pare una opinione fondata - che Gorkij avesse torto sostenendo che il diavolo non esiste ma che "esistono soltanto Dio e gli uomini". In verità, per quel che possiamo constatare, Dio si mostra agli uomini tanto poco da far davvero dubitare della sua esistenza; mentre esiste certamente, per quel tanto di pandemonio che fa, il diavolo; ed esistono anche gli uomini, certamente. Anzi, esistono precisamente soltanto gli uomini con tutti i diavoli che hanno in corpo.
A proposito di "avere il diavolo in corpo" - prerogativa che non è soltanto della Brigitte Bardot, dato che di irrefrenabili pruriti è afflitto l'intimo umano - vi sono psicologi (e per quel che li riguarda anche sociologi) i quali sostengono che è dannoso all'equilibrio della personalità attribuire al diavolo tutto ciò che in noi vi è di proibito, di sovversivo, osceno o comunque ritenuto "male", scaricando così sul diavolo responsabilità che invece dovremmo assumerci in proprio. Tirare continuamente in ballo il diavolo, per giustificare i nostri errori (classico l'esempio di Adamo ed Eva, del serpente, con tutto il putiferio connesso), significa non soltanto porci in una situazione di irresponsabilità e di richiesta di tutela (di cui finisce per godere la consorteria al potere assumendosi il ruolo di paladino anti-diavolo), ma alla fin fine condiziona la nostra psiche al fatalismo e all'impotenza.
Per gli psicoanalisti (e per la moderna psichiatria in genere) il diavolo si è ridotto a diventare modello di padre che ciascun uomo si porterebbe dentro di sé. Più precisamente - se non ho capito male - al tipo di padre che ci viene imposto con l'educazione (quale "padre nostro che sei nei cieli", che tutto vede e tutto giudica reprimendo e premiando, identificabile simbolicamente con il "superego") si aggiunge un archetipo di padre, un satanasso scaltro e, come si dice in sardo, intranniau a su mali, connaturato al male, che si può identificare con l'inconscio. Essi spiegano così le presenze demoniache nelle schizofrenie, nelle isterie e nelle nevrosi in generale, promuovendo i loro processi terapeutici con l'analisi, mediante i quali libererebbero il paziente dal diavolo "rivoltando" l'inconscio come una tasca - cioè chiarendo, mettendo in luce i casini profondi della psiche. Processi liberatori dove per gli stregoni moderni "conoscere" è uguale a "esorcizzare".
L'immanenza del diabolico nell'umano è dunque così in un modo o nell'altro suffragata anche dalla scienza attuale. Da quella stessa scienza che ha promosso e promuove la caccia alle streghe, quella che dopo i lumi dei roghi esaltava i lumi della ragione, che a suon di razionali fanfare ha cacciato il diavolo dalla porta per farlo rientrare dalla finestra. E lui, il diavolo, certamente ci si diverte. Come sostiene Baudelaire - cui non mancavano affinità elettive con Satana - quando scrive che "lo scherzo più bello del diavolo è quello di convincerci che non esiste".
Sul Signore delle tenebre sono stati consumati fiumi d'inchiostro, e non presumo di aver nulla di nuovo da aggiungere se non di fornire al lettore qualche spunto per piacevoli riflessioni. Ricorderò così la massiccia presenza del diavolo nel linguaggio corrente, elencando alcune delle più diffuse espressioni in cui ricorre.
"Il povero diavolo", come si è accennato, è il simbolo dell'oppresso, della vittima dell'autoritarismo di ogni genere. E' un "povero diavolo" il suddito tartassato dalle tasse; il soldato angariato dal caporale; il marito angustiato dalla moglie o suocera "megere". "Diavolo tentatore", si riferisce al Gastone-Uomo-di-mondo, raffinato e peccaminoso, che induce in tentazione fanciulle timorate e spesso anche zitelle stagionate. "Diavolo scatenato" è riferibile, pronunciando con differenti tonalità, sia a bambino pestifero che a poliziotto ligio al proprio dovere, e genericamente a persona dal carattere violento. "Fare il diavolo a quattro" è sinonimo di far casino o bordello che dir si voglia. "L'aver un diavolo per capello" è proprio di chi è incazzato nero (dove il "nero", come attributo, ripropone il diavolo). Quando non riusciamo a comprendere lo stato d'animo, gli umori di qualcuno, gli chiediamo poco garbatamente "Che diavolo hai", o "Che diavolo ti è accaduto", o "Che diavolo vuoi", o "se il diavolo ci prende" gli chiediamo "Che diavolo ha fatto", concludendo con un "Ma vai al diavolo" o "Che il diavolo ti porti". Può anche accadere che il nostro prossimo si aspetti da noi qualcosa che non gli arriva, e se ne stia lì, speranzoso, sentendosi invece apostrofare "Ma che diavolo aspetti". Spesso cerchiamo qualcosa senza riuscire a trovarla - magari si tratta degli occhiali che abbiamo spostato sulla fronte o della pipa che abbiamo in bocca. Ci chiediamo allora seccati "Ma dove diavolo si sarà cacciata".
Una situazione di confusione e di chiasso si definisce "pandemonio", radunata di demoni, e anche "confusione del diavolo". Qualunque birbonata o tiro mancino, specie se abilmente congegnata e inaspettata è una "diavoleria". Questo termine indica però qualunque marchingegno di cui ci sfugge il funzionamento, qualunque frase o parola di cui ci sfugge il significato. Per i selvaggi erano "diavolerie" gli archibugi e gli specchietti dei conquistatori; per questi lo erano i totem e i riti religiosi dei selvaggi.
Frequente è la contrapposizione del "diavolo" e "l'acqua santa"; che nei Vangeli si esprime nell'affermazione che non si possono servire insieme "Dio" e "Mammona", ossia il diavolo.
Si può essere diavoli anche in senso atletico, come si stente dire nei commenti alle partite di calcio, in cui i "diavoli della Juve" o i "diavoli rossoblù" hanno segnato un mucchio di reti.
"Casa del diavolo" è un luogo impervio, lontano e difficile da raggiungere. Nonostante i moralisti avvertano che non c'è niente di più facile, specie per le belle donne, arrivare all'inferno.
"Avere il diavolo in corpo" non ha niente a che vedere con le angosciose possessioni e gli esorcisti ieratici di certa letteratura; significa semplicemente avere una voglia matta di fare l'amore.
Altre volte, nonostante ci facciamo il segno della croce al solo nominarlo, dimostriamo di tenere il diavolo in grande considerazione, come quando esclamiamo con ammirazione: "Accidenti, che diavolo d'uomo" - complimento che perfino Andreotti, un timorato di Dio, gradirebbe certamente.
Chi, stando in compagnia, è solito fare il rompiballe, viene normalmente apostrofato perché fa "la parte del diavolo"; anche se siamo sicuri che con tutto il suo diabolismo, non riuscirà mai "ad afferrare il diavolo per le corna" e tanto meno "ad afferrarlo per la coda" - impresa, dicono, impossibile, mentre facile il baciargli il culo.
Per quel che riguarda l'uso che del termine tiaulu o dimoniu viene fatto nella lingua sarda, mi pare di poter affermare che la mia gente lo scomoda principalmente nelle invettive, e tende sempre più a confonderlo, a torto o a ragione, con quelli che stanno al potere.

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