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Indice articoli

INTRODUZIONE

In questo libro vengono descritti o più semplicemente presentati mestieri e attività e, in alcuni casi, tecniche e modi di lavorazione, che ormai vanno scomparendo, quando già non siano scomparsi.
La maggior parte di questo lavoro è costituito da testimonianze "dirette", fornite dalle stesse persone che svolgevano o che ancora svolgono il mestiere o l’attività descritti o presentati. Un’altra cospicua parte è frutto di testimonianze "indirette", che io chiamo “memorie”, alcune dell'autore, altre di varie persone, amici, conoscenti o collaboratori, preziosi e indispensabili informatori, che hanno in comune la nostalgia di un passato in cui sono nati e hanno vissuto.
La "nostalgia del passato" appare il motivo dominante che accompagna i brani, momenti e luoghi, di questa raccolta. Ogni testimonianza, anche quella che ricorda o descrive qualcuno dei mestieri più umili e ingrati, è pur sempre intrisa di nostalgia e di rimpianto.
La nostalgia e il rimpianto del passato (per coloro che l’hanno vissuto), il desiderio se non anche il bisogno di un futuro diverso (per coloro che conoscono il passato attraverso le testimonianze) sono sintomi diffusi di un profondo malessere che testimoniano il fallimento del sistema di vita attuale, e sono la più dura e pesante condanna di una presunta civiltà - che di civile, nel senso di umano, ha davvero ben poco.
Uno degli aspetti più negativi di questo sistema è che il suo cosiddetto "processo di sviluppo" avanza come un rullo compressore, appiattendo, schiacciando, massificando, in definitiva isterilendo tutto ciò che si lascia dietro. Un processo di sviluppo che distrugge il passato utilizzando senza senno il presente, esclusivamente in una prospettiva futura di ulteriore e più scientifico sfruttamento, per foia di potere e di denaro.
Ne deriva così una umanità senza radici nel passato: alle nostre spalle non c'è più traccia della storia di chi ci ha preceduto. Mancanza di radici e mancanza di valori. Il vuoto viene sostituito da falsi valori. In questa civiltà, in questo "illuminato inferno", le umane contraddizioni si moltiplicano all'infinito. La miseria è più miserabile e più sofferta che mai. Il raggiungimento di valori quali la libertà, la giustizia, l'uguaglianza appare sempre più lontano, sempre più un miraggio. E sempre più, questi valori, ormai privi di realtà, appaiono come una beffa alle nuove generazioni, spinte così a prendere le scorciatoie del comodo opportunismo, del facile qualunquismo, della redditizia delinquenza.
Argutamente e non senza amarezza, una vecchia pastora, raccontando la propria vita, sostiene che “oggi nessuno vuole più lavorare” «Oggigiorno il mondo è cambiato. Ci sono troppi vizi, con i soldi che corrono. E per che cosa, poi? Fosse almeno più sana e più contenta, la gente. Quando io andavo a lavorare, mi alzavo all’alba e ci andavo a piedi, e non ci arrivavo gialla come cera e slombata - come sono adesso le donne. Perfino le zappatrici, quelle poche che ci sono rimaste, vanno al campo in bicicletta, e arrivano con gli occhi gonfi di sonno, perché si sono alzate dieci minuti prima, quando il sole era già alto. I soldi che sprecano per comprarsi le biciclette dovrebbero conservarli, se no quando si sposano non hanno lenzuola, svergognate, e se le fanno comprare dal fidanzato. Quelle lo scuoiano un uomo. Si fanno belle di fuori e si vestono di lusso anche per andare a lavorare. E quando non basta il marito, fanno le bagasce.
Con tutte le macchine che ci sono, adesso nessuno vuole lavorare a mano. Il pane non ha più lo stesso sapore. La terra è sforzata e riscaldata da quei concimi, da appena ci buttano il seme. Le spighe le gettano dentro le trebbiatrici, invece di lasciarle al sole che fa bene a ogni cosa. E il grano, di nuovo dentro quelle macchine calde e puzzolenti. Per forza, la farina non viene buona! Ne esce calda e puzzolente. E il pane? Invece di lavorarlo a mano, ributtano la farina in un’altra macchina, e ne viene fuori una pasta frolla che non resiste al lievito. Fatto in casa, il pane, ci vogliono almeno tre ore per lievitare, e che sia ben coperto. Adesso, in mezz’ora, non fanno in tempo neppure ad accendere il forno che già la pasta si sta liquefacendo, e nel forno non si gonfia e non ha il suo buon profumo.
La gente è tutta malaticcia. Quando ero piccola, anche se andavo scalza e poco vestita, medicine non ne avevo mai preso. Oggi le ragazze sono tutte a dolori, sempre prendendo medicine. Per ogni fesseria corrono dal dottore. Sarà che hanno soldi da buttare o che hanno voglia di farsi guardare e toccare. Per parte mia non ci sono mai andata e mai ci andrò - va’ che non mi spoglierei davanti a loro, uomini sono, anche se dicono che non guardano: neanche se avessero gli occhi cuciti col giunco!
Quando devono fare un figlio, si cacano addosso per lo sforzo. Già mi aspettavo la levatrice, io! Il secondo l’ho fatto in campagna. Quando mi sono sentita nel momento, ho lasciato la zappa, l’ho fatto, l’ho avvolto nello scialle e me ne sono tornata a piedi in paese. E gli davo da succhiare fino ai due anni, ché latte ne avevo - adesso tirano un giorno o due e latte non ce n’è più, e a quelle povere creature danno di quella roba in polvere: chissà che porcheria è.
Gli animali lo stesso. Su trenta uova gallate, si e no ne escono cinque col pulcino. Sarà quel mangime nuovo che gli danno o sarà l’aria brutta, non lo so... I galli non cantano più. A malapena si alzano di mattina e fanno un pigolio da pulcino, e le galline, neanche le guardano...
Io dico che se lavorassero in casa non se ne andrebbero al cinema. Io già non lo so che gusto ci provano a chiudersi in uno stanzone buio, a respirare quel tanfo. Neanche in chiesa vado, quando è tardi e l’aria è viziata. Tutt’uno è andarci di mattina presto, quando si sente solo profumo di cera! Adesso, poche ne sono rimaste di candele; è tutto a lampadine. E Dio non deve essere molto contento, perché era povero e non aveva bisogno di lampadari di cristallo.
Per cucinare hanno messo il gas. Tanto hanno lo stesso sapore, il brodo fatto a fuoco di legna nel camino e quello fatto su quella fiamma puzzolente! Tutto per non lavorare. E meno lavora e più la gente muore. Chi non muore di malattia muore di disgrazia, con quelle macchine. Perché non se ne staranno in casa, dico io, invece di andarsene in giro a sbagasciare. Belli sono, uomini e donne, gettati insieme dentro le macchine! A me fa schifo solo a vederli. Figuriamoci a entrarci dentro. Appena me ne passa una vicina, il fumo che ne esce mi fa venire la voglia di vomitare. Adesso li portano in macchina perfino in camposanto. Io una cosa vorrei: che non mi ci mettessero dentro neppure da morta. Lo dico sempre a tutti: che facciano un sacrificio e che mi portino a spalla, in camposanto. Se mi ci vogliono portare. Se no, vaffanculo!, che mi lascino lì.…».1
Il mito di un progresso tecnologicamente avanzato, che affida ogni lavoro alle macchine, è stato, purtroppo, preso troppo sul serio. Il sogno dell’uomo, in questa “parodia di civiltà”, è diventato lo starsene tutto il santo giorno in panciolle o andarsene a spasso in auto o a far acquisti nelle varie città-mercato.
Oggi lavorare è da molti ritenuto qualcosa di superato e perfino di degradante o, “tout court”, una stupidaggine riservata ai fessi o agli immigrati di colore; una sorta di riedizione dell’antica “condanna biblica” comminata al progenitore Adamo, perché rifiutò - stupido! - di sottomettersi al volere di Jahvé, colui che comandava allora. Infatti, c’è chi rispolvera il beato stato di ozio in cui stavano i nostri mitici progenitori nel loro improbabile “Paradiso perduto”. Nel loro Eden - si favoleggia - essi avevano tutto ciò che volevano, senza neppure dover muovere un dito per schiacciare un bottone.
Ci pensava Jahvé. Che cosa chiedesse Jahvé in cambio di tanta grazia non viene detto - come minimo, penso, gli davano l’anima gratis. Rotto con Jahvé, gli uomini hanno imparato a venderla al diavolo, l’anima, massimamente per denaro, cioè a dire per vivere senza far nulla - magari sfruttando il prossimo.
La civiltà d’oggi, che soppianta quella in cui è vissuta la nostra testimone, appare oscenamente imbellettata e ammiccante, lasciando credere che con il suo avvento siano finiti i tempi duri del lavoro (quello che iniziava all’alba e finiva al tramonto) e che ora, finalmente, sia giunta l’era dei soldi facili, del facile piacere e del facile vivere. Ma la vecchia pastora non crede negli allettamenti e nei miraggi, non crede nei “paradisi in terra”, da chicchessia promessi. Sa che la vita vale la pena di essere vissuta se ha un proprio ciclo naturale, nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore, nella fatica del lavoro e nel riposo pieno e soddisfacente che si ha soltanto dopo aver lavorato; perché lavorare è creare; creare è esistere e realizzarsi.
Sembrerebbe un discorso moralistico, ma non lo è. Perché mai in nessuna civiltà, come in questa che dà la parvenza della libertà più sfrenata e dell’edonismo più totale, l’uomo si è sentito tanto frustrato e impotente, oppresso e represso, schiavizzato e “scientificamente” sfruttato.
Sembrerebbe che l’unico lavoro che vada fatto, nell’attuale sistema, sia quello di consumare. E neppure consumare per il piacere che può venirne, ma consumare per consumare, un bisogno indotto dai “modernissimi” strumenti di condizionamento di massa. Usa e getta, in un ciclo consumistico senza fine. Come ironicamente riprende il Poeta: queste «son dell'umana gente le magnifiche sorti e progressive».2

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