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Indice articoli

CAPITOLO SECONDO

IS BENDIDORIS
I VENDITORI


Presentazione

Al gruppo di attività raccolte in questo capitolo, is bendidoris, i venditori, appartengono ovviamente tutti is regollidoris, i raccoglitori, del capitolo precedente. In quanto, assai spesso, coloro che svolgono una attività di raccolta lo fanno come mestiere, per ricavarne il sostentamento per sé e per la loro famiglia, e, pertanto, diventano bendidoris - quasi sempre senza negozio fisso, per lo più con una bancarella che sistemano in una zona di traffico, lungo le strade importanti o in una piazza, se i vigili urbani di quel Comune non sono troppo fiscali. Ancora più frequentemente vendono come ambulanti quanto hanno raccolto, andandosene in giro per i paesi con la corbula sul capo o con la cesta a spalle.
A dirla franca, is bendidoris non sono molto ben visti dalla nostra gente. Specialmente is bendidoris strangius, i venditori di fuori, e peggio che mai quelli che sbarcano dal continente, detti dispregiativamente “bendidoris de stoffa a baratu”, venditori di stoffe da cascami, senza particolare riferimento ai magliari napoletani che nelle piazze dei nostri paesi facevano le loro buffonesche sceneggiate del «non ve lo dò per dieci e neppure per nove o per otto, mi voglio rovinare il primo che alza la mano è suo, glielo dò per sette, ma che dico, soltanto per sei, e neppure per cinque, oggi mi rovino, ve lo dò per quattro», e così via fino a darlo «soltanto per una miserabile lira». E la gente, se da un lato ci si divertiva, da un altro entrava nell’ordine di idee che quel bendidori era semplicemente un imbroglione, uno che cercava di far fesso il prossimo.
«Bastat a nai chi est unu buttegheri!», basta dire che è un bottegaio! E’ una frase che si dice dispregiativamente a chi è nel commercio e pertanto non è persona cui fare affidamento. Commercianti e venditori in genere hanno quindi una brutta nomea. Ne consegue che quando is regollidoris si improvvisano bendidoris cominciano a essere visti con una certa diffidenza - poita su bendi est sempiri una cosa mala, perché vendere è sempre un male, cosa ben diversa dal baratto che è scambio di prodotti diversi, dei quali uno ha abbondanza e l’altro penuria. Poi, vendere è male perché sa cosa tua, la cosa tua, devi conservarla; e, gira gira, soldi per comprare il contadino non ne ha, e non è giusto né bello offrirgli qualcosa che magari gli piace, che gli serve ma che non può acquistare.
In effetti, la gente preferisce raccogliere per sé e fare da sé. Infatti, ciò che viene confezionato per essere venduto non è apprezzato e di questo si dice: «Oh, no, custu est factu po bendi», oh, no, questo è fatto per essere venduto, cioè è fatto male, è poco buono - non è “ben fatto” come quello che si fa per sé o per regalarlo ad una persona cara.
Nell’economia delle nostre comunità, le attività commerciali erano spesso basate sul baratto, lo scambio dei prodotti di cui ciascun lavoratore poteva disporre. Fino a tempi recenti, con un revival durante il periodo della seconda guerra mondiale, per ovvi motivi economici, la massaia acquistava zucchero, caffè e tabacco pagandoli con le uova che ricavava dall’allevamento familiare di galline, anatre, oche e tacchini.
In quasi tutti i paesi, nella piazza di chiesa in particolare, vi erano is pangas, le loggette, cioè a dire banchi di vendita in muratura, sotto tettoie che riparavano dalla pioggia, dal sole e dal vento, riservate a is bendidoris. Così si consentiva loro di poter esporre la merce e di venderla in condizioni di maggiore comodità e igiene, pubblicamente, senza dover andare di casa in casa.


SA BUTTEGHERA
LA BOTTEGAIA

Nelle attività mercantili, che non fossero quelle ambulanti, o altre che potevano porre in situazioni di pericolo, le donne erano numericamente prevalenti rispetto agli uomini. Non che nelle rivendite alimentari paesane mancassero is buttegheris, i bottegai, ma questi ultimi erano per lo più uomini giovani e meno giovani di malferma salute o con vocazione alla vita sedentaria o, per dirla con la gente di allora, teniant s’unfracù de predi Poddi, ossia erano degli sfaticati, per i quali la terra era troppo in basso.
Le botteghe di alimentari, come le ricordo nella mia fanciullezza, erano quanto di più francescano si possa immaginare. Vi si vendevano principalmente la pasta, lunga e corta, la farina e la semola, lo zucchero, il sale, l’estratto di pomodoro, il caffè e l’estratto di caffè, le aringhe e le salacche, salate o affumicate, arangara e arangaredda, piccole e grandi, e, infine, dolciumi. A una parti, scovas de arrosu e de prama, saboni, varechina, asulleta e soda caustica po fai su saboni in domu, da una parte, scope di saggina e di palma, sapone, varechina, azzurrite e soda caustica per fare il sapone in casa - e mi pare che basti. Tutti questi prodotti venivano venduti sfusi e si trovavano collocati in is cavannias, negli appositi scaffali o contenitori. La pasta, in quanto a tipo, consisteva in macarronis, maccheroni, natalis, rigatoni, babusnostus, ditaloni rigati, e avemarias, ditalini rigati. I primi, pasta lunga, gli altri, pasta corta, usata per i minestroni. Per le minestre si usava sa freguedda, la pastina. I dolciumi consistevano in una serie di barattoli di vetro, chiusi da un coperchio in latta per evitare che le mosche vi banchettassero, attraverso i quali si vedevano delle vecchie meringhe giallicce e due o tre tipi di caramelle incartate e no, come quelle dette caramellas de latti, caramelle al latte.
D’altro canto, per mettere su una botteguccia, per modesta ed elementare che fosse, ci volevano dei soldi, introvabili tra la gente dei nostri villaggi. Pertanto, molto spesso, la bottega era di proprietà di un benestante che ci metteva a vendere un proprio uomo di fiducia - il più delle volte il proprietario della bottega vi sistemava l’amante che da elemento passivo e parassitario diventava così economicamente attiva.
La bottega di alimentari era, il più delle volte, l’unica fonte di sostentamento per la famiglia che ne era titolare, e tale attività si tramandava di madre in figlia.


SA BIRDURAIA
LA VERDURAIA

Sa birduraia, la verduraia, discendeva necessariamente da s’ortulanu, l’ortolano, che era insieme verduraio e fruttivendolo, poiché con il suo lavoro produceva frutta e verdure, che spesso vendeva nello stesso orto, alla gente che vi si recava: dal produttore al consumatore. Ma, non di rado l’orto o gli orti erano situati fuori paese, talvolta anche distanti, e per dare un servizio più confortevole alla comunità i prodotti dell’orto venivano venduti in casa dello stesso ortolano, dalla moglie o da qualche figlia che diventavano così di fatto birduraias, verduraie.
Questo, al di là del fenomeno, assai generalizzato nei nostri paesi, di mettere in vendita in casa propria, affidando questo compito alle donne, il surplus della propria produzione di qualsivoglia varietà di frutta o di verdura o anche di carne macellata o dei prodotti del latte, specie ricotta.
Accadeva così di vedere lungo la strada, sulle soglie di certe case di abitazione, esposti alla vista dei passanti, i più disparati prodotti della terra: dai ravanelli alle lattughe, dalle bietole alle melanzane, dalle ciliegie ai fichi, dall’uva alle arance. Si trattava di frutti e verdure stagionali che la famiglia che li produceva non era in grado di consumare, e quando non era possibile barattarli con altri prodotti all’interno del parentado o della comunità, era d’uopo venderli, trasformandoli in moneta, utile per l’acquisto di altri generi non prodotti dalla stessa famiglia. Va da sé che, normalmente, gli acquirenti più probabili erano i cosiddetti “signori”, il medico, il farmacista, il daziere, i maestri di scuola e gi impiegati del Comune, i carabinieri e i salariati in genere - seppure spesso questa gente venuta da fuori sposava la figlia di un proprietario terriero diventando così egli stesso fruitore dei prodotti della terra del suocero, prima di diventare egli stesso proprietario di quelle terre.
Nel passato, i prodotti ortofrutticoli più comuni nel negozio delle nostre birduraias, verduraie, erano, per quel che riguarda is birduras, le verdure, cibudda, allu e perdusemini, cipolle, aglio e prezzemolo; lattia, cupetta, indivia, lattuga, romanella, indivia, cauli birdi, cauli de conca, cab’‘e frori e cauli accuppau, verza, rapa, cavolfiore e cavolo cappuccio; reiga e revunellu, ravanelli piccoli tondi e ravanelli lunghi; apiu e fenugu, sedano e finocchio; crocoriga e perdingianu, zucchine e melanzane; tamatiga e cugumini, pomodori e cetrioli; gureu e canciofa, cardi e carciofi; patata sarda e patata durci, patate nostrane e patate dolci - non considero le verdure che crescevano spontanee nelle campagne e che chiunque poteva raccogliere liberamente, come su lau, su martuzzu, s’ambuazza, sa cicoria, s’eda, su gureu de sartu e sa cuguzzula, tanto per citarne qualcuna. Per quanto riguarda la frutta, pira de dognia razza, finzas a su piringinu, meba ‘era, meba de Sant’uanni, meba de apiu, e meba tidongia, ceresia e nespula, maboni e maboni forastiu o srindia, pressuba e piricoccu, aniada o tanada de tanti calidadis, s’in prus durci, arba e arbaruci, figu e axina.. Per non dire anche qui della frutta spontanea di cui era abbondanza nelle nostre campagne prima dell’avvento della società dei consumi e delle disgrazie: de sa figu morisca a sa mura de orrù e sa mura gessa, de sa figu longa a sa figu mattiniedda a sa figu repellina a sa figu perdingiana, finzas a sa figu de monti e figu brascia, e podit abbastai, dai fichidindia alle more del rovo e alle more del gelso, dal fico nero lungo al fico nero rotondo al fico bianco, al fiorone, fino al fico di montagna al fico rossiccio, e può bastare.


SU BENDIDORI DE PILLONIS DE TACCULA
IL VENDITORE DI GRIVE

Is pillonis de taccula, le grive, sono i tordi cucinati in un certo modo che, uniti per la testa, vengono venduti in mazzi di otto. Taccula significa appunto “mazzo”. Per ottenere le grive si dovrebbero sempre usare is trudus, i tordi, ma is bendidoris poco seri utilizzano anche is meurras, i merli, prodotto scadente.
Is bendidoris de pillonis de taccula sono normalmente i familiari dello stesso cacciatore, che conoscono la ricetta e li sanno confezionare.
Il periodo della caccia ai tordi, per ricavarne le prelibatissime e costose grive, è l’autunno tardo, più precisamente il periodo della maturazione delle olive, di cui questi uccelli sono ghiotti. Anzi, in quel periodo, le olive costituiscono il loro unico alimento; ciò fa si che le loro interiora siano belle pronte farcite di saporita e fragrante oliva - da non dimenticare che is pillonis de taccula si mangiano interi, senza sputar via nulla, se non qualche fastidioso ossicino.
C’era anche chi acquistava i tordi freschi direttamente dal cacciatore, li spiumava, cucinava e confezionava da sé, in casa propria, spesso con risultati poco buoni, perché la preparazione delle grive è un’arte che non si può improvvisare.
La ricetta più comune e più semplice è la seguente: si prendono otto tordi che verranno spiumati attentamente, quindi bolliti in acqua sufficientemente salata per circa mezz’ora. Appena tolti dall’acqua, ancora caldi, vanno depositati in un’ampia terrina contenente foglie di mirto fresco, aromatico, appena colto, e ricoperti con altro abbondante mirto. Qualcuno, anziché la terrina, usa un corbello di giunco o di canne o di salcio, a maglie fitte. Si lasciano per un certo tempo in ambiente fresco e ventilato, avvolti nel mirto, affinché si impregnino del suo aroma.
Attualmente is pillonis de taccula si trovano in vendita in alcune vecchie trattorie del rione “La Marina” di Cagliari. Ma si trovano ancora, e sono i migliori, nei paesi dell’Interland cagliaritano, presso le famiglie degli stessi cacciatori che li vendono, su commissione, come un tempo.
Oggi, le grive, in quanto rare, sono considerate un piatto particolarmente prelibato. Hanno il pregio di conservarsi parecchi giorni senza deteriorarsi.


SU BENDIDORI DE CARAPIGNA
IL SORBETTIERE

«L’industria della neve fiorì ad Aritzo nel secolo scorso. La neve in Sardegna - come i sali e i tabacchi - in quel periodo era monopolio di Stato. Gli unici ad avere il privilegio di poter utilizzare la neve dei loro monti erano i cittadini di Aritzo, uno dei paesi più alti della Sardegna, posto a 821 metri sul livello del mare.
Forti di tale privilegio e già esperti nel commercio del castagno - legname grezzo, lavorato, e frutto - gli Aritzesi si organizzarono per la conservazione e il commercio della neve.
Nei mesi di marzo e aprile, estratta da Funtana Cungiada e da Monte Arguentu, la neve veniva conservata in speciali grotte frigorifere appositamente scavate e durante tutta l’estate, volta a volta, secondo le richieste, veniva trasportata nottetempo a dorso di cavallo nelle principali città dell’Isola. I blocchi di neve venivano utilizzati principalmente nei vari mercati per refrigerare le merci alimentari deteriorabili, quali i pesci e le carni.
Liberi da gravami monopolistici, gli Aritzesi sfruttarono questa loro naturale ricchezza anche nella fabbricazione di sos sorbettos, i rinomati sorbetti diffusissimi nei Campidani agricoli dove sono chiamati carapigna, immancabili nelle faste popolari.
Le fabbriche del ghiaccio hanno fatto sparire da tempo la singolare industria della neve ad Aritzo e fatto crollare insieme un assurdo monopolio di Stato. Restano ancora nei bar dei paesi di provincia i deliziosi sorbetti all’aritzese. E resta nel Sardo l’intelligenza e la volontà di fare - quando chi comanda ha la compiacenza di slegargli le mani».12


SA BENDIDORA DE CUGUZZULA
LA VENDITRICE DI CARCIOFINI SELVATICI

Nel mese di giugno, durante il periodo della villeggiatura, nel mio paese natale, di solito nel pomeriggio, bussava alla porta del cortile di casa nostra una donna che portava una corbula sulla testa: era sa bendidora de cuguzzula, la venditrice di carciofini selvatici.
La domestica apriva la porticina e faceva entrare la donna nel cortile. Sa bendidora, che aveva trascorso tutta la mattina nella campagna assolata cercando e raccogliendo gli spinosi frutti de su gureu de sartu, dei cardi selvatici, si metteva in un angolo fresco, mentre la domestica la aiutava a si stuai sa crobi, a togliersi la corbula dalla testa.
Sopraggiungeva mia madre che, salutata la donna, le chiedeva chi fosse, a quale famiglia appartenesse, rivolgendole quindi alcune frasi di circostanza - intanto guardava e valutava il contenuto della corbula posata per terra.
Io ero un bambino curioso; mi piaceva ascoltare i discorsi dei grandi, vedere ciò che facevano. Ero sempre accanto a mia madre quando faceva simili acquisti “a domicilio”. Stavo lì, tutto compreso, con gli occhi attenti a seguire ogni più piccolo movimento, pur senza interloquire. Osservavo is cuguzzulas, i carciofini selvatici, che erano spinosissime, con il gambo tagliato corto. In sa crobi, nella corbula, is cuguzzulas erano accoppiate, con la punta spinosa dell’una conficcata nella punta dell’altra. Diventava così più facile per la venditrice prenderle in coppia, cogliendole con due dita per il piccolo gambo. Si contavano e si vendevano a dozzine. Mia madre era una cliente assidua nell’acquisto di questi e di altri frutti selvatici di cui era golosa, forse perché le ricordavano la sua fanciullezza nel mondo contadino; ed io, che amavo mia madre, la imitavo anche in queste sue debolezze di gola, che mi sono rimaste e me la ricordano.
La venditrice contava veloce is cuguzzulas in coppia, deponendole nella corbuletta che la domestica le tendeva. Quindi, l’aiutava a s’attuai sa crobi in conca, a rimettersi la corbula in testa, mentre io mi premuravo di aprirle la porticina del cortile che dava sul viottolo. E lei, sa bendidora de cuguzzula, salutato e ringraziato, riprendeva il cammino nelle vie del paese, invitando la gente a comprare con il suo familiare grido: «Oh, sa cuguzzula bella! A chini bolit cuguzzula bella!?», «Oh carciofini belli! Chi vuole carciofini belli!?».
Sa cuguzzula è un cibo sano e squisito, si consuma sia crudo che bollito in acqua e sale, condito con olio d’oliva e pepe, o bagnato nel classico pinzimonio.


SA BENDIDORA DE MURTA DURCI
LA VENDITRICE DI MIRTO DOLCE

Passava a Cagliari, per le vie della città vecchia, Castello e Marina, la donna con la corbula sul capo che veniva dai paesi vicini e ripeteva il suo reiterato richiamo: «Oh, murta durci! A chini bolit murta durci! Oh, murta bella e durci!», «Oh, mirto dolce! Chi vuole mirto dolce! Oh, mirto bello e dolce!». Quand’era stanca del suo andare lungo strade e vicoli, la donna si fermava a un crocicchio, si alleggeriva del peso ponendo accanto al muro d’angolo la corbula inclinata per mostrare ai passanti il suo contenuto.
Tra le bacche di mirto vi erano, mezzo sepolti, due misurini, uno piccolo e uno più grande, da cinque a dieci centilitri, talvolta sostituiti da un comune bicchiere da vino, misure con cui si vendeva allora sa murta, il mirto.
La varietà più comune messa in vendita era quella nera-violacea, oblunga, polposa, con pochi semini, e un’altra varietà più rara, biancastra, con un aroma però meno intenso, meno asprigno, un poco più dolce.
Noi ragazzini eravamo golosi delle bacche del mirto e con cinque centesimi ce ne facevamo versare un misurino o due direttamente nella tasca dei pantaloni, anche per evitare alla venditrice la fatica di preparare un cartoccio a cono per contenerli.
Per tutta la tarda mattinata, la donna con la corbula in testa, sempre più leggera, riprendeva il suo cammino, cantilenando «Oh murta durci! A chini bolit murta bella e durci!».
Anche mia madre e le domestiche specialmente, nostalgiche del loro mondo contadino, si affacciavano al balcone e davano una voce di richiamo a sa bendidora. Una domestica scendeva per strada con una ciotola capiente e se ne faceva versare diversi misurini.
A questa ciotola posta sul tavolo di cucina attingevamo un po’ tutti, escluse mie sorelle, le quali, almeno a parole, reputavano di gusti volgari il mangiare “quella roba lì”. Il sapore e l’aroma del mirto ricordavano certamente a mia madre il verdeggiare delle macchie che correvano lungo l’arco nord del Golfo di Oristano e nel dorso della Penisola del Sinis. Mia madre diceva che il mirto fa bene per le malattie della gola, specialmente il decotto che se ne può ricavare, e che con il succo delle bacche si ottiene, con l’aggiunta di alcool e zucchero, un ottimo liquore; un liquore che oggi si produce su scala industriale. Io preferisco ancora bere quello che faccio da me in casa, cogliendo in montagna le aromatiche bacche del mirto.


SA BENDIDORA DE TAPPARA
LA VENDITRICE DI CAPPERI

La stessa venditrice di murta durci, a suo tempo, vendeva sa tappara, i capperi. Con la corba sul capo, girava per le vie della città, offrendo le prelibate bacche, che vendeva a misurini.
Sa tappara, “Capparis spinosa”, è una pianta perenne legnosa e spinosa alla base, cresce cespugliosa con tendenza a ricadere; ha foglie carnose coriacee che cadono in autunno, spesso anche precocemente. Dà fiori graziosi con quattro petali bianchissimi e al centro numerosi stami di un bel colore rosso-viola. Il suo frutto è una bacca ovale obblunga non carnosa. Si utilizzano i boccioli, che si colgono prima che si schiudano, da aprile a luglio.
Nelle campagne dell’hinterland cagliaritano, specie nelle zone collinose e montane, nei terreni pietrosi e argillosi, i capperi allignano e fruttificano spontanei. Talvolta, li si ritrova anche abbarbicati negli interstizi dei vecchi bastioni che un tempo facevano parte delle mura fortificate che difendevano la città capoluogo. Soltanto di recente, qui da noi, è stata introdotta la sua coltivazione, in terreni idonei di campagna o negli orti, per l’accresciuta richiesta sul mercato di questo prodotto.
I capperi vanno acquistati verdi e lasciati per un certo periodo sotto sale prima di essere scotti e conservati in aceto.


SA CARBONERA
LA CARBONAIA

Sa carbonera della mia infanzia aveva bottega in un seminterrato d’angolo, tra via Torino e piazza Martiri. Uno stanzone scuro che prendeva luce dalla porta che dava sulla strada, insufficiente a illuminare il fondo dello stanzone, dove stava un enorme cumulo di carbone di legna che occupava tutta la larghezza del muro di fronte e arrivava quasi al soffitto. Da una trave pendeva, sostenuta da una robusta catena, una bascula a cucchiaione che, ondeggiando, andava a finire sul mucchio di carbone, che, in quantità maggiore o minore, a seconda della spinta, entrava nel piatto.
Sa carbonera vendeva anche altri prodotti che venivano dalla campagna dei paesi vicini, come sa figumorisca, il frutto del ficodindia, sa carruba e sa murta, le carrube ed il mirto.
Nella bottega de sa carbonera c’era un discreto traffico di clienti, per lo più domestiche fornite di sacchetti o di ceste per il carbone, e ragazzini che, diventati fortunosamente padroni di cinque centesimi, se li sperperavano in mirto e carrube.
Nell’infanzia, trascorrevo le vacanze scolastiche in villeggiatura nel nostro paese d’origine e, il più delle volte, si anticipava la partenza in città perché qualcuno di noi figli era stato rimandato. Ci perdevamo così i frutti di fine estate che in paese si trovavano abbondanti, specialmente i fichidindia, che erano così tanti da consentire alla gente di nutrire anche i maiali da ingrasso per la famiglia.
Mia madre era golosa di fichidindia che usava mangiare, a digiuno, la mattina a colazione prima del caffellatte. Anch’io e i miei fratelli mangiavamo volentieri i fichidindia; pochi, però, perché se mangiati a digiuno e con moderazione hanno un effetto leggermente purgativo; mangiati oltre il limite possono dare stipsi o, come si dice in sardo, podint arresciri su carru, possono fermare il carro, un eufemismo per dire che si può produrre una ostruzione anale.
Nei lunghi pomeriggi autunnali, quando le faccende domestiche erano sbrigate, e così pure il nostro lavoro scolastico, mia madre mandava la domestica a comprare venticinque-trenta centesimi di figumorisca, fichidindia.
La domestica ritornava con la conchetta dei fichidindia ricoperti con un tovagliolo, la deponeva sopra il tavolo della cucina e mia madre li scopriva e li osservava con il viso schifato, borbottando: «Pribissius e frungius, grogus e cottus a ressoli e puru ortizzus sunt!», «Sono passiti e rugosi, gialli e maturati con troppo sole e pure inconsistenti!». In verità, erano giallicci e grinzosi, e non promettevano d’essere succosi e zuccherini come quelli che coglievamo nelle siepi della nostra vigna in paese. Bisognava accontentarsi. E mia madre trovava nuovo pretesto per maledire il mondo della città, dove la gente vive ingabbiata, senza grazia di Dio, e per esaltare il proprio mondo di contadina, i pesci dei suoi stagni e del suo golfo, l’uva delle sue vigne, il pane della sua casa... e i fichidindia... fichidindia come quelli di città non li mangiavano neppure i maiali, al suo paese!
Pur brontolando, mia madre finiva per assaggiarli, almeno per sentirne il gusto; poi ne sputava i semi.


SU PIZZIGAIOLU
IL PESCIVENDOLO

Su pizzigaiolu, il pescivendolo ambulante, era un personaggio tipico delle comunità che si affacciano sul Golfo di Oristano o che si trovano ai margini delle lagune di Terralba, Marceddì, Santa Giusta, Cabras e Riola.
Su pizzigaiolu andava in giro per le strade del proprio paese a vendere i pesci acquistati dal pescatore, pesci che teneva in una cesta legata a mo’ di zaino dietro le spalle, appesa alla testa mediante un cappuccio di sacco di juta. Se non riusciva a smerciare tutto il prodotto nella propria comunità, si recava a vendere nei paesi vicini - naturalmente aumentando un tantino il prezzo. Vi erano, però, pizzigaiolus, pescivendoli, che normalmente provvedevano a rifornire di pesce il mercato locale, mentre ve ne erano altri che rifornivano esclusivamente il mercato dei paesi vicini - spostandosi sia a piedi che con elementari mezzi di trasporto, quali la bicicletta, l’asino o il cavallo con o senza carretto.
Talvolta, su pizzigaiolu era lo stesso pescatore che, pescato il prodotto lo vendeva direttamente, senza passare attraverso un intermediario, realizzando così un più alto guadagno.
Quando non aveva con sé una bilancia, ed era il più delle volte, su pizzigaiolu vendeva i pesci “a taglia” o “a misura”. Se erano grossi, come i muggini, i cefali o le carpe, erano valutati uno ad uno; se erano piccoli come sa sparedda, su maccioneddu, s’axibedda, ne valutava la quantità riempiendo un piatto fondo da cucina.
Ancora negli Anni ‘50, specialmente nel paese di Cabras, vi erano pizzigaiolus particolarmente attrezzati. Ve ne erano, infatti, forniti di carriola, elementare ma funzionale mezzo di trasporto per la vendita del pesce di casa in casa, e di stadera, una bilancia che da noi viene comunemente detta sa romana. Si configurava così un singolare mestiere, quello di su pizzigaiolu a carrucciu, il venditore ambulante di pesci con la carriola.


SU PISCIAIU
IL PESCIVENDOLO

Su pisciaiu è il pescivendolo. Il termine pisciaiu viene usato nel Campidano meridionale di Cagliari, mentre nel Campidano settentrionale, di Oristano, è più usato il termine pizzigaiolu.13
Is pisciaius, o piscadoris, o bendidoris de piscau, i pescivendoli, giravano per la città, la mattina, con il cesto a spalla o il canestro in testa, forniti di bilancia, di solito sa romana, per vendere liberamente il prodotto del loro lavoro, facendo spesso prezzi più bassi di quelli di mercato.
Tra i pesci più venduti su giarretu, su maccioni, s’anguidda, su sperritu, sa cambaredda e su gattucciu marinu po fai sa burrida.
Modo dire cagliaritano, Toccai pisc’ ‘e cadinu, parlare di corda in casa dell’impiccato; detto anche a chi ficca il naso in fatti che non lo riguardano: «No tocchis pisci de cadinu!», «Fatti gli affari tuoi!»


SU BENDIDORI DE PISCI ARRUSTU
IL VENDITORE DI PESCI ARROSTO

I più famosi arrustidoris e bendidoris de pisci arrustu provengono dall’Oristanese, e più precisamente da Terralba, Cabras, Riola, Nurachi e Santa Giusta. Sono, questi, paesi vicini al Golfo di Oristano o situati ai margini di stagni e lagune, acque un tempo pescosissime, ricche soprattutto di grossi e saporiti cefali, di muggini e di anguille di ogni specie. Una specie di anguilla assai apprezzata dai buongustai è quella da noi detta filatrota o anguidda allonada, il capitone, una sorta di anguilla assai grossa e grassa - non sono certo che la definizione di “anguilla femmina” che le viene data sia giusta anche per quel che riguarda la nostra filatrota.
Chi volesse vedere all’opera (ancora oggi) questi famosi arrustidoris e bendidoris de pisci (per lo più muggini e anguille) dovrebbe recarsi in pellegrinaggio, a settembre, senza problemi di dieta, alla sagra della Madonna del Rimedio, che si svolge nell’ampio piazzale adiacente la Basilica, ai margini di Donigala Fenugheddu, all’uscita di Oristano, subito dopo il ponte che attraversa il Tirso.
Alla festa del Rimedio, che inizia il 6 e termina l’8 di settembre, è riservato un vasto piazzale che, qualche giorno prima, viene opportunamente ripulito dalle erbacce cresciute durante l’anno, fornito della illuminazione elettrica, e predisposto per l’insediamento delle bancarelle.
La sagra richiama numerosi venditori ambulanti da tutta la Sardegna, ognuno dei quali ha un proprio posto attribuitogli dagli organizzatori della festa. Disposti in tante righe parallele, come vuole la tradizione centenaria, uno a fianco all’altro, is bendidoris espongono la loro merce. Spesso si tratta di artigiani che offrono il prodotto del loro lavoro. Ci sono is bendidoris de strexus de fenu, i venditori di utensili di intreccio di salcio, di giunco, di asfodelo, di canne, fieno e quant’altro; is bendidoris de strexus de terra, i venditori di utensili di terracotta, pingiadas, tianus, sciveddas, marigas e broquitus; is bendidoris de strexus de ferru mattau, i venditori de utensili di ferro smaltato; e ancora is bendidoris de ramini, i venditori di utensili in rame, craddaxus e pajolus, calderoni e paiuoli; e altri.
Tra is bendidoris, particolare attenzione si riserva a is bendidoris de pisci arrustu, che occupano tutta una fila, la prima, quella che dà sullo “stradone” che va a Torre Grande, a Solanas e a Cabras. Con il carretto si piazzano nel posto loro riservato. Sistemato un tavolo a fianco e preparato il fuoco con carbone vegetale, si preparano ad arrostire i loro pesci, muggini e anguille.
In sa cardiga, nella graticola, sulle braci vive, vengono posti i muggini, scelti a mazzapulia, con le interiora pulite, perché allevati in colture apposite e comunque provenienti da acque sane. Di questo pesce, fra i più rinomati è su pisci de Pontis, che viene dalle peschiere del Mare di Pontis, negli stagni di Cabras. Si può scegliere tra sa birimbua, muggini di piccola taglia, e su pisci de scatta, muggini grandi.
In su schidoni, nello spiedo, vengono infilzate a “S” le anguille, messe anch’esse ad arrostire sulle braci, ravvivate continuamente con puntuti morigadoris de ferru, attizzatoi in ferro.
Detto per inciso, tali pesci non vanno ne lavati né sventrati e tantomeno (per i muggini) scattaus, squamati.
Muggini e anguille, già gustosi di per sé, quando sono arrostiti, diventano una vera leccornia, grazie alla salatura operata durante la cottura e, dopo la cottura, al bagno nella salamoia, un recipiente d’acqua preparata con sale, aglio e altre erbe aromatiche.
A fine cottura i pesci fanno bella mostra sopra i tavoli. Hanno un aspetto ed un profumo appetitosi e chiunque vi passi vicino non può resistere alla tentazione di assaggiarne.
Nella sagra della Madonna del Rimedio (ed in ogni altra sagra paesana che si rispetti, specie se campagnola), oltre a is arrustidoris e bendidoris de pixi sono sempre presenti anche coloro che arrostiscono e vendono il classico porchetto. Su proceddu viene arrostito intero o a metà. Il tempo di cottura del porchetto è assai più lungo di quello del pesce o delle anguille: fuoco lento per circa tre ore. Su proceddu, il porchetto, una volta cotto può essere avvolto e conservato con le foglie del mirto fresco, per essere insaporito; in questo caso è ottimo anche se mangiato freddo.
Il profumo intenso de su pisci e de su proceddu arrustius si spande per tutto il piazzale e lungo la strada che da Oristano porta al mare. Se si passa da lì non si può restare indifferenti. La sosta è d’obbligo. Così pure l’assaggio di un muggine caldo caldo.


SU BENDIDORI DE ARANGIU DE MILIS
IL VENDITORE DI ARANCE DI MILIS

Un vecchio detto diffuso nei paesi dell’Oristanese suona: «Po arangiu a Cabras e po pisci a Milis», «Se vuoi trovare le arance vai a Cabras e se vuoi trovare pesce vai a Milis», rovesciando paradossalmente le peculiari economie produttive che caratterizzano le due comunità: Milis, colto e pingue paese dell’Oristanese, dalle fertili solatie piane, è grande produttore di agrumi; Cabras, nel cui territorio si estende uno degli stagni più vasti del Mediterraneo, con un patrimonio ittico un tempo inestimabile, è rinomato per le sue anguille ed i suoi muggini venduti arrosto in tutte le sagre paesane dell’Isola, e per la sua buttariga, bottarga, uova di cefalo salate, il caviale nostrano.
Negli Anni ‘50, nella piazza principale di Cabras, i venditori di arance di Milis facevano bella mostra della propria merce sotto la tettoia del mercato.
Ancora in tempi recenti, Milis, era il più grande produttore di agrumi della Sardegna. Nella valle fertilissima, denominata La Vega, che si estende ai suoi piedi, ci sono numerosi giardini di agrumi, aranci, limoni, mandarini, cedri e bergamotti, un patrimonio di oltre trecento mila piante fruttifere.
Ogni orto è recintato e protetto dai venti di maestrale da fitte siepi di lauro, nella vasta pianura che può denominarsi la “Conca d’Oro” della Sardegna e che il Valery, un illustre visitatore francese, decantò come il giardino degli Esperidi. Nella stagione della fioritura, per chilometri si diffonde inebriante il profumo delle zagare.


SU BENDIDORI DE SALI
IL VENDITORE DI SALE

Is bendidoris de sali, i venditori di sale, si occupavano esclusivamente di saliocca o saocca, sale grosso, che in casa veniva messo al forno e poi ulteriormente frantumato schiacciandolo con un pesante rullo - per piccole quantità andava bene anche una robusta bottiglia di vetro. Essi attingevano alle saline naturali che in Sardegna abbondavano - numerose di trovavano nel tratto che va da Oristano a San Vero Milis, dagli stagni di Cabras a Putzu Idu. Trasportavano il prodotto con carri e carretti, e più avanti con mezzi meccanici, come motocarri e perfino grossi camion, per venderlo specialmente nei paesi dell’interno. Ho documentato fotograficamente, in un servizio giornalistico per la rivista “Sardegna Oggi” n.19 del 1° febbraio1963, l’arrivo del camion del sale in una piazza di Orgosolo, e l’affaccendarsi delle donne del paese, con corbe e ceste, che venivano riempite con pale dai bendidoris de saocca, di sale grosso, e pesate poi dalle stesse acquirenti con le loro stadere, prima di pagare. Il sale grosso veniva utilizzato dal contadino e dal pastore per la conservazione di alcuni alimenti, quali le olive, le carni insaccate, il formaggio. Per gli usi domestici quotidiani, nella cucina, si trovava nelle botteghe su sali fini, il sale fino, e su sali grussu, il sale grosso, raffinati e chiusi in boettas, in buste di carta, più avanti sostituita dalla platica che li protegge meglio dalla umidità.


SA BENDIDORA DE FASCINAS
LA VENDITRICE DI FASCINE

Sino alla fine degli Anni ‘40 era assai facile incontrare una bendidora de fascinas, venditrice di fascine, prima che la legna venisse soppiantata dal gas in bombole, dapprima nella cucina, per la cottura dei cibi, e quindi, almeno in parte, nel riscaldamento della casa. Solitamente si poteva intravedere sa bendidora de fascinas in cima al carico posto sopra un carretto trainato da un asinello, la maggior parte delle volte con un cagnolino che seguiva all’ombra del carretto.


SU FASCITTAIU
CHI PREPARA E VENDE FASCINE

«I’ fascittaius, i’ fruconaius, is carrolantis - i braccianti agricoli - detti is marronàius, durante l’inverno, in tempo piovoso, detto in gergo locale temporàda, ossia quando non si poteva lavorare nei seminati, salivano in montagna per tagliare legna d’ardere da vendere. La legna destinata alla vendita veniva preparata a fascine, per cui gli operai che facevano tale lavoro si chiamavano fascittàius.
Le fascine, che venivano trasportate con carri a buoi, si vendevano ad Oristano ed in altri paesi del Campidano. I conducenti dei carri addetti a tale trasporto erano chiamati carrolàntis. Il viaggio lento e faticoso che si effettuava in Campidano una volta alla settimana era detto biàxi, viaggio.
Nel mondo agricolo, un contadino che possedeva un solo carro e una sola giunta di buoi e che coltivava un po’ di grano in terre d’affitto veniva chiamato giuàxriu.
Altri braccianti che frequentavano la montagna in modo continuativo si chiamavano montàius. Questi si occupavano del taglio e della lavorazione di pezzi di legname richiesti per la confezione di aratri e per la riparazione di carri; preparavano, inoltre, manici di ogni tipo e grandezza per zappa e per pala, pertiche e frucònis, fruciandoli.
Pure questo materiale, per la maggior parte, veniva venduto nel Campidano. Le grosse partite si trasportavano, come le fascine, con i carri a buoi. Quando si trattava di pochi pezzi, si servivano delle carrette che viaggiavano giornalmente ad Oristano. E così, arrivati sul posto, si portavano in giro per le strade vociando: “E… chi’‘ollidi comporài manigas e frucònis!”, “E… chi vuole comprare manici di zappa e fruciandoli!”».14


SU CASTANGIAIU
IL CASTAGNARO

Su cabesusesu, colui che abita nel Capo di Sopra, cioè nelle Barbagie, indicava nel nostro mondo contadino, specialmente nell’Oristanese, l’uomo pastore vestito di fustagno marron o verde che veniva a cavallo nei villaggi del Campidano per vendere i prodotti della sua terra.
Est su mesi de ladamini, è ottobre, il mese del letame e delle concimazioni. Cominciano le prime arature che precedono la semina del grano o delle leguminose, che nello stesso terreno si alternano annualmente.
Et arribat su cabesusesu a cuaddu, e arriva il barbaricino a cavallo, con le bisacce colme dei frutti della sua montagna, castagne, noci e nocciole; carico de is ainas de nuxi e de castangia, degli utensili di legno, di noce e di castagno, pajas, furconis de forru, turras e talleris, pale, forconi da forno, mestoli e taglieri.
Corrono i fanciulli al richiamo dell’uomo della montagna e si affacciano sulla via spalancando il portale per farlo entrare con il suo cavallo.
Siamo alla fine di ottobre; i prodotti della montagna vengono barattati con quelli della pianura; è l’incontro commerciale del pastore con il contadino, l’incontro di due mondi, di due culture diverse che in Sardegna convivono da sempre.


IS CASTANGIAIUS
I VENDITORI DI CASTAGNE

«Venivano da su Cab’ ‘e Susu, dal Capo di Sopra, la zona interna e montuosa della Sardegna un tempo ricca di boschi, a gruppi di cinque o sei con i cavalli carichi di bisacce piene.
Qui da noi, nella Marmilla, li ospitava un ricco proprietario terriero che dava stalle e nutrimento per i cavalli e stuoie in abbondanza per il riposo degli uomini. Durante il giorno andavano nei paesi vicini, ognuno per conto proprio, e si ritrovavano la sera in paese.
Girando col cavallo carico, su castangiaiu, il venditore di castagne, attirava l’attenzione delle donne col suo richiamo: “Castanza, nughe e nughedda!”, “Castagne, noci e nocciole!”. Le massaie preparavano il grano o i legumi nel loggiato che dava sul cortile e invitavano il venditore a fermarsi. Questi entrava, si avvicinava, tirava giù dal cavallo le bisacce e s’imbudu de suergiu, l’imbuto di sughero, della capacità di tre litri, e si faceva lo scambio: le castagne a cuccuru, a misura colma, e il grano a rasu, rasente l’orlo. I legumi si misuravano come le castagne, a cuccuru. Se in casa c’era anche su meri, il padrone, gli si offriva da bere un bicchiere di vino, una volta concluso il baratto.
Is castangiaius, i venditori di castagne, che non avevano venduto tutto il loro prodotto, si fermavano nel piazzale della chiesa, la domenica mattina; e così qualche donna, stavolta pagando in moneta, comprava una misura di castagne o di noci, facendole versare in su deventaliu, nel grembiule. Se era rimasto qualcosa nelle bisacce, sulla via del ritorno, si fermavano in qualche ovile, lasciando la rimanenza ai pastori delle pianure, prendendo in cambio qualche forma di formaggio».15


SU CABESUSESU, BENDIDORI DE TURRAS E TALLERIS
IL BARBARICINO VENDITORE DI MESTOLI E TAGLIERI

Su cabesusesu è colui che viene dal Capo di Sopra, cioè dalle montagne del Nuorese. Comunemente, noi campidanesi, per Capo di Sopra intendiamo la regione da Paulilatino verso il nord della Sardegna. Però, spesso si identifica su cabesusesu come l’abitante della provincia di Nuoro e, più in particolare, delle Barbagie. Infatti, cabesusesu, del Capo di Sopra, e brabariscinu, barbaricino, sono sinonimi.
Is cabesusesus venivano giù nei Campidani per scambiare i prodotti della montagna a economia pastorale con i nostri prodotti delle pianure a economia contadina. Loro ci portavano nuxi, nuxedda e castangia, noci, nocciole e castagne, insieme ai manufatti di legno: pabias de forru e de argiolas, furconis de forru e de argiolas, turras e talleris, cragallus e discus de pesai casu; cioè attrezzi, stoviglie e recipienti intagliati nel legno di pero, di castagno e di noce.


SA BENDIDORA DE CASTANGIA ARRUSTU
LA VENDITRICE DI CALDARROSTE

Girando per l’Europa mi è accaduto di vederne tanti, venditori e venditrici di caldarroste - cui si aggiungevano, talvolta, come in Ungheria, le venditrici di kukorica, di mais abbrustolito “fiorito”, il “popcorn made in USA”, di rosas, come lo chiamiamo noi Sardi. Li ho ritrovati in metropoli industriali come Milano o Essen, nel cuore della Ruhr, o in città cosmopolite come Parigi, dove le caldarroste e altre piccole leccornie di casa mia hanno reso meno tristi le mie degenze all’ “Hôpital Lariboisiere”.
Si potrebbe parafrasare il detto sulle usanze con “paese che vai, venditrici di caldarroste che trovi”, e perfino ricavarne qualche piccola nota di costume. Per esempio, a Parigi, a differenza che a Napoli e a Milano, non ti rifilano sulla dozzina di castagne che stanno nel cartoccio le due o tre guaste - che, oltretutto, se te le ritrovi in bocca alla fine, te l’amareggiano senza scampo. Ma, si sa, in fatto di disonestà non tutto il mondo è paese: c’è chi truffa di più e chi di meno. Basti pensare alla filosofia dei padri della patria nostrana, per esempio al napoletano Leone, ex presidente della Repubblica, che enunciava il nobilissimo ma suo “proprio” principio morale, per il quale “il governare dà più gusto del fottere” - espresso, ovviamente, in dialetto partenopeo, che rende meglio il concetto… dicono.
Ma, l’immagine più antica e più cara di bendidora de castangia arrustu, venditrice di castagne arrosto, che conservo nei miei ricordi è quella della donnetta seduta davanti al fornello che, con un sommesso quasi affettuoso richiamo, offriva ai passanti le caldarroste nei coni di cartastraccia. Erano gli ultimi Anni ‘3O e dopo la guerra di Spagna e d’Africa si protendeva cupa all’orizzonte la seconda carneficina mondiale. E lei, la vecchia bendidora de castangia arrustu, che d’altro non sapeva e che, con quel lavoro, sa vida sua derremàt, la sua vita spendeva, ogni sera, prendeva posto, con il suo fornello e il suo sacco di castagne, nell’angolo di piazza Martiri, quasi sotto il Bastione San Remy, esattamente dove oggi si trova l’edicola. Nella tenue luce che le mandava un lampione, si dava da fare per mestolare le castagne in cottura, controllare il calore delle braci, incidere con la punta del suo coltellino quelle da cuocere, togliere le caldarroste e riporle nella cesta, dove restavano calde sotto un’apposita copertina. E naturalmente doveva badare ai clienti. Tanti si fermavano, non soltanto ragazzi, per lo più studenti, ma anche adulti, artigiani e professionisti, che nelle sere precocemente buie del brumoso autunno passavano da lì, rientrando a casa. Si fermavano a comprare, per qualche centesimo, un cartoccio con una dozzina di caldarroste - che scaldavano le mani prima ancora della bocca, deliziando il palato.
Assai difficile trovare bendidoras o bendidoris de castangia arrustu, venditrici o venditori di castagne arrosto, presso le nostre comunità più piccole, dove ognuno le caldarroste se le preparava da sé, nel suo luogo d’elezione, nel caminetto, abbrustolite in su fari-fari, nella cenere calda, o nell’apposita sartaina, e oggi, sempre in padella, sulla fiamma del gas o sulla piastra elettrica.16


SA BENDIDORA DE OLIA
LA VENDITRICE DI OLIVE

Già di buon mattino, s’udivano frequenti per le vie della città i richiami della venditrice di olive. Erano donne contadine che facevano is bendidoras, le venditrici, cun sa crobi attuada in conca, con la corbula posta sul capo, tenuta cun su tedili, con il cercine, quel cerchio di stoffa che si ottiene piegando intorno alla mano un fazzoletto.
«Olia bella durci de cunfettai! A chini ‘ndi bolit!?», «Olive belle dolci da conservare! Chi vuole comprarne?!», era il loro comune richiamo, e dalle finestre padrone di casa e domestiche rispondevano, chiedendo di poter vedere le olive e informandosi sul prezzo.
E sa bendidora, la venditrice, si fermava davanti alla porta e si faceva aiutare a si stuai, a togliersi la corbula dalla testa. E se il prodotto ed il prezzo erano buoni, l’affare era fatto. Le olive, come altri simili prodotti della campagna, quali il mirto, i corbezzoli, i capperi e perfino la frutta minuta, ad esempio sa pruna de Sant’ Juanni, le susine di San Giovanni, venivano vendute misurandole con recipienti di lamierino della capacità di un litro, di mezzo litro, o anche di un solo decilitro, che era il misurino usato per i ceci abbrustoliti e le noccioline.
Is bendidoras de olia, le venditrici di olive, erano le stesse donne che, in diverse stagioni, giravano per le vie della città, con la corbula sul capo, per vendere sa murta durci, il mirto dolce, o s’olioni, il corbezzolo, o is taparras, i capperi. Questi ultimi, talvolta, venivano venduti già mischiati al sale, per togliere loro l’amaro ed essere poi conservati sottaceto.
Ho un indelebile ricordo di guerra, legato alla corbula di una di queste venditrici di olive.
Era la mattina del 28 febbraio 1943 a Cagliari, quando, ragazzo, rientravo di corsa a casa durante la sanguinosa incursione aerea americana che fece numerose vittime tra i civili. La prima ondata di bombe mi colse al Mercato, allora tra il Largo Carlo Felice e via Baylle. Una vista terribile, quel bombardamento: crollo di palazzi, creature lacerate, dilaniate dalle schegge, esplosioni terrificanti, vampate di insostenibile calore, boati, urla atroci. Ed io correvo verso casa, sperando di trovarla intatta. Nella mia corsa lungo la via Sicilia, che va verso la Basilica di Santa Eulalia, la patrona del Rione Marina, ecco, in mezzo alla strada, una corbula con una parte delle olive che conteneva rovesciata sull’acciottolato. Sa bendidora, terrorizzata, doveva essersi data alla fuga abbandonando corbula, olive e misura. Per un attimo mi fermai, ragazzo perennemente affamato in quegli anni di guerra, tentato di raccogliere un pugno di olive. Non lo feci. Non so perché. E quel gesto non compiuto forse mi salvò la vita, perché la seconda ondata dell’incursione aerea giunse qualche minuto dopo: avevo appena superato la basilica di Santa Eulalia, quando una bomba la colpì in pieno.


SU BENDIDORI DE OLLU DE OLIA
IL VENDITORE DI OLIO DI OLIVA

Un tempo vi erano numerosi paesi i cui abitanti si distinguevano per la coltivazione dell’ulivo. L’olio diventava così un prodotto tipico ed esuberante di quelle comunità, e non pochi abitanti, con un po’ di intraprendenza, si dedicavano al commercio ambulante, per vendere l’eccedenza nei paesi dove l’olio d’oliva scarseggiava o mancava del tutto.
Vi erano paesi rinomati per la qualità del prodotto e va da sé che is bendidoris di quei paesi erano accolti con maggior favore. Cosicché, quando a casa mia bussava alla porta qualcuno di questi venditori ambulanti, le prime domande erano: «Iscusimi, ita bendit fosteti?», «Mi scusi, cosa vende lei?», e, saputo che vendeva olio (ma la domanda era retorica perché lo si capiva benissimo dal suo armamentario), faceva seguito l’altra domanda di prammatica: «E de innui est fosteti?», «E di dove è lei?», e la risposta era ovviamente il nome di un paese famoso per is olivarius, gli uliveti, e per la bontà del loro prodotto. Ma c’è da scommettere che su bendidori de ollu de olia, da qualunque parte venisse, fosse abbastanza smaliziato da attribuirsi la cittadinanza di “quel” rinomato paese; tanto è vero che i clienti furbi che conoscevano qualcuno di quel paese, per averne prova, facevano domande specifiche del tipo: «E su tali ddu conoscit?», «E il tale lo conosci?».
Is bendidoris de ollu de olia, per quel che mi ricordo, vestivano calzoni e giacca di fustagno verde, forse per essere attonati con il prodotto che commerciavano. Ve ne erano più o meno attrezzati, a piedi o a cavallo, ma la maggior parte con l’asino. L’olio era contenuto in is lattas o bandonis, bidoni manicati di lamiera zincata, simili a decalitri, da un lato concavi e dall’altro convessi per adattarsi ai fianchi del cavallo o dell’asino che li trasportava. Questi recipienti erano nelle tasche di capienti bisacce di orbace sistemate sul basto, in groppa all’animale da soma. Inoltre su bendidori era fornito di diverse misure di capacità, di solito da un litro e da un mezzo e, ovviamente, di un imbuto, anche se questo utensile, normalmente, era reperibile in ogni famiglia.
La padrona di casa, stando nel cortile, portava i bottiglioni da riempire e faceva la provvista dell’olio per un mese, giusto il tempo approssimativo di una nuova visita del venditore.
Ricordo una singolare figura di bendidori de ollu de olia, noto con il soprannome di Su Trenu, il treno, che viveva e lavorava, negli Anni ‘50, in un paese dell’Oristanese. Forse veniva così chiamato dalla gente perché usava come mezzo di trasporto una vecchia bicicletta fornita di portabagagli anteriore e posteriore ed altri accessori per caricare il massimo di bidoni, bidoncini, misure e imbuti, di modo che il singolare mezzo poteva essere paragonato, con molta fantasia, ad un treno merci.
Su Trenu - il suo nome di battesimo era Giovanni - si fermava spesso a chiacchierare a casa e finì così per raccontarmi le sue avventure di partigiano in Grecia, durante la seconda Guerra Mondiale. Fu lì, in Grecia, nella cittadina di Volos, che egli iniziò a fare il lavoro di venditore ambulante di olio di oliva e, una volta rientrato in patria, ormai innamorato di quel lavoro, continuò a farlo.


SU BENDIDORI DE TRIMULIGIONI
IL VENDITORE DI ESCHE VIVE

«Faccio questo mestiere da più di dieci anni. Prima facevo su cocciulaiu, il raccoglitore di arselle. Ce n’erano in abbondanza nello stagno di Santa Gilla: cocciula bianca e cocciula niedda, arselle bianche e arselle nere. Adesso non ce n’è quasi più nulla. Su tre, quattro ore di lavoro se ne possono pescare un chiletto, giusto per mangiare in famiglia.
Che cos’è su trimuliggioni?, E' un’esca per pesci molto ricercata qui da noi. Guardi, è un verme dentro il suo guscio, è un po’ più grosso di una matita ed è lungo sette-otto centimetri. Sa trimuliggia è un verme rossiccio, come questo, ma senza guscio. Come esche si usano anche is resoieddas de mari o guttillonis, i cannolicchi, e qualcuno usa anche i bocconi, i mùrici, ma sa trimuliggia e su trimuliggioni sono il meglio e i pescatori vogliono quelli.
C’è chi li cerca e li raccoglie e c’è chi, come me, li vende. Si trovano nelle acque basse o nel bagnasciuga dello stagno, e ci vuole tempo e fatica per prenderli. Se ne possono trovare anche mille in un giorno.
A venderli costano trecento lire l’uno e, di queste, cento vanno a chi le vende e sono il suo guadagno.
Fai su bendidori de trimuliggioni e de trimuliggia, fare il venditore di esche vive, è un mestiere tipico di Cagliari, Assemini ed Elmas. Ce ne sono ancora molti; la maggior parte di essi ha la bancarella nella zona che va dalla Marina, dalla stazione delle Ferrovie dello Stato, verso La Plaia, fino al ponte della Scafa e a Giorgino, dove prima c’era un villaggio di pescatori.
Noi venditori siamo in numero chiuso: più di tanti non ce ne stanno. Ci sono i “padroncini” che controllano. Io lavoro per uno di loro; cento lire a me e duecento a lui. Lui, naturalmente, deve pagare il pescatore.
Il mio lavoro non è male: arrivo a incassare anche trecento mila, un terzo è mio, ma bisogna stare quasi tutto il giorno qui, sotto questo riparo, anche buona parte della notte, perché i pescatori è di notte che gettano le lenze dai ponti sopra i canali.
In questo periodo, da queste parti, un po’ più avanti, stanno arrivando quelle lì... proprio di fronte a me ce ne sta una ed io senza volere la vedo, messo qui. La prima sera che è arrivata si è fermata un’auto e si sono appartati in quella stradetta lì a destra. Non per farmi gli affari degli altri... ci sono rimasti mezz’ora giusta. Chissà lei quanto ha preso?! Certo guadagna di più che a vendere trimuliggioni... Ogni sera, si apparta anche sette-otto volte.
Veramente io questo lavoro non potrei farlo, perché ho 47 anni e sono invalido, sono epilettico, in attesa di passare la visita medica per il riconoscimento dell’invalidità. Non potrei fare questo lavoro, perché non dovrei stare mai solo: può venirmi una crisi mentre sono qui.
Io a rubare non sono capace, Dio non mi ha dato la capacità di farlo, perciò faccio questo lavoro, che è meglio di niente...
Con su trimuliggioni si può pescare di tutto: anguille, orate e, in questo periodo, specialmente mormore.
Uno dei più famosi bendidoris de trimuliggioni, che ora è morto, si chiamava Arrulareddu, aveva il tavolo in via Baylle, dove ora c’è il fratello, vecchio anche lui, sempre lì, in quel punto.
Lo stagno è tutto rovinato, hanno dragato tutto, non c’è più nulla da pescare. Di arselle ce n’erano tante e si pescavano tutto l’anno; perfino a gennaio si riusciva a pescarne anche dieci chili in un giorno, anche con le mani gelate... Lei lo sa cosa si deve fare quando si hanno le mani gelate? sempre immerse nell’acqua?… Quando pungono come se fossero trafitte da mille aghi?... Lo sa lei che cosa bisogna fare?… No, non bisogna metterle davanti al fuoco, fa peggio... Bisogna pisciarci sopra, bisogna. Proprio così... è l’unico modo...».17

SA BENDIDORA DE ZAFFANAU
LA VENDITRICE DI ZAFFERANO

«Is Santuingesas, le donne di San Gavino, arrivavano nelle tiepide giornate autunnali con le bustine dei filini di zafferano già dosate: da un grammo o da due, al massimo da cinque; le tenevano in su deventaliu, nel grembiule, con gli angoli rimboccati tenuti con una mano; in una tasca interna della larga e lunga gonna avevano un sacchetto legato da un laccio, dove mettevano i soldi. Andavano prima a casa delle ricche proprietarie, vecchie clienti, che le facevano sedere nel loggiato; una volta sedute potevano liberare i lembi del grembiule e far scegliere le bustine. Se non riuscivano a vendere loro tutto lo zafferano bussavano ad altri portoni offrendo la loro pregiata merce. Le contadine modeste ne compravano una di un grammo, che avrebbero fatto durare per un bel po’. A qualche sposa novella, che non se ne intendeva, spiegavano come dovesse usarlo: perché durasse più a lungo doveva conservare i filini in luogo asciutto e all’occorrenza lo doveva tiriai, sbriciolare; bastava far scaldare la paletta del camino, appoggiarvi sopra i filini dentro un foglio di carta oleata e passarci sopra un ferro liscio, andava bene anche il manico della chiave del portone, e così i filini si sbriciolavano ed erano pronti per l’uso. Qualche volta, quando non avevano fretta, facevano loro stesse la preparazione e di solito erano in due».18


SU CILONAIU
IL VENDITORE DI TESSUTI DI ORBACE

Cilonaiu (da ciloni, italiano antico celone, particolare stoffa a righe) indica genericamente il venditore di stoffe e andrebbe unito o aggiunto a su bendidori de stoffa a baratu, il classico e da noi famigerato venditore napoletano di stoffe. Alcuni di questi bendidoris, sbarcati in Sardegna “con le pezze sul sedere”, da ambulanti sono diventati “stanziali”, hanno, come suol dirsi, messo su bottega, finendo per aprire sontuosi negozi nelle zone centrali delle nostre città, facendo un mucchio di soldi.
Su cilonaiu, più propriamente, vendeva tessuti di orbace. Teli per confezionare saccus nieddus, coberibangus, bertulas, cossus e carzonis de arroda, mantelli del pastore, copri-tavoli, bisacce, corpetti e calzoni corti a gonnellina. Più richiesto era l’orbace nero. Ovviamente non c’era un gran mercato del tessuto dell’orbace, perché quasi tutte le case possedevano un telaio, per la tessitura della lana e del lino, e la produzione era sufficiente a soddisfare le esigenze della famiglia.
A Mogoro e altrove, su ciloni indica la coperta pesante di orbace pertiazzu, bianco e nero, finemente lavorato.


SU BENDIDORI DE SCANNUS
IL VENDITORE DI SEGGIOLE

Benìat cun sa carret’‘e mobenti, de Riora a Orestainu, e giràt tottus is biddas de su logu, de Santajusta finzas a Mibis.
Veniva con un carretto d’asino, da Riola a Oristano, e visitava tutti i paesi della zona, da Santa Giusta fino a Milis.
Portàt sa carretta prena prena de scannus e scannixeddus, calincuna appiccada a sis lingius a sa parti de foras.
Aveva la carretta piena ben stivata di seggiole e seggioline, alcune appese all’esterno, infilate con la spalliera alle sponde.
Portàt scannus e scannixeddus de ‘ognia mesura, po pippius, po piccioccheddus e po genti manna, e puru de cussus prus comudus po is beccius chi bolint accozzai beni sa schina.
Aveva seggiole e seggioline di ogni misura, per bimbi, per ragazzi e per adulti, e anche più comode per anziani che devono tenere la schiena ben appoggiata.
‘Ndi teniat comunus de linna bianca, appena sgrussada, sene tentura o giustu una manu de ollu de linu, cun su fundu de palla comuna grogancia; e ‘ndi teniat aterus de linna bona de castangia tottu traballadas a ferru abrigau, beni rifinius e cun su fundu de palla colorada.
Ne aveva di semplici in legno bianco, appena sgrossato, al naturale o con appena una mano di olio di lino, con impagliatura comune gialliccia; e ne aveva altre di legno di castagno lavorate con incisioni fatte a ferro caldo, ben rifinite e con il fondo di paglia colorata.
Ddus bendiat a pagu pretziu is iscannus e, a bortas, po chini no teniat dinai, faiant a iscambiu cun trigu, fa’, cixiri, gentilla e aterus lorixeddus.
Li vendeva per poco prezzo gli scanni e, a volte, per chi non aveva denari, li cedeva in cambio di grano, fave, ceci, lenticchie e altri legumi.
A mericeddu, a iscurigadroxu, candu fiat ora de torrai a bidda sua, a domu sua, in pratza chi fessit o in sa ruga, bendendi, bendiat ancora prus a baratu po si ‘ndi scarrigai.
Di sera, all’imbrunire, quand’era giunta l’ora di rientrare nel suo paese, nella sua casa, vendeva a prezzi ancora più bassi, pur di scaricarsi.
A urtimu, su bendidori de iscannus torràt a pinnigai tottu sa roba chi fiat atturada sene bendi, s’attuàt su strexu suu - comenti si usat a nai - e si ‘n d’andàt.
Alla fine, il venditore di scanni rimetteva a posto nel carretto tutta la merce rimasta invenduta, si caricava a spalla le sue cose - come si suole dire - e se ne andava.


SU BENDIDORI DE TURRONIS O TURRONAIU
IL VENDITORE DI TORRONE

Su turroni, il torrone, è da noi un dolce tipico di Tonara (e di altri paesi della Barbagia di Belvì, come Desulo e altri) ma è noto e diffuso in tutta la Sardegna. Tuttavia, anche nei Campidani, per esempio a Guspini, appresa l’arte, vi sono famiglie che preparano squisiti torroni, che poco o nulla hanno da invidiare a quelli tradizionali che vengono dalla montagna.
Gli ingredienti principali sono il miele, il bianco d’uovo e le mandorle. Vi sono però torronai che utilizzano le noci o le nocciole al posto delle mandorle.
Su turroni è parente stretto de su gattò, il mandorlato fatto con lo zucchero caramellato.
Assai spesso, ma non necessariamente, is bendidoris de turronis, i venditori di torrone, sono anche turronaius, facitori di torroni. E’ immancabile la loro presenza in occasione di feste o sagre paesane, anche le più modeste. Essi presentano e vendono il loro prodotto sopra uno o più tavoli che, ai lati della strada, dove si svolge la festa, si affiancano uno all’altro, costituendo le tradizionali paradas, una sorta di popolare esposizione delle offerte del mercato isolano di ogni genere di prodotto, dagli utensili da lavoro per il contadino o per il pastore, a quelli della cucina per la massaia, ai giocattoli per i fanciulli, fino alle cibarie e ai dolciumi.
Anticamente, su turroni consisteva in un blocco di qualche chilo e si vendeva a pezzi da uno a più etti, che su turronaiu tagliava magistralmente con un coltellaccio pesante come un “machete” detto gorteddu de mesa, coltello da tavola.
Una volta pesato, veniva avvolto in carta spessa, oleosa, su cui il dolce non si attacca - o si attacca di meno, a mia infantile esperienza.
Su turronaiu, come dovrebbero essere tutti is bendidoris che vogliono vendere, era di modi assai gentili e, a richiesta dell’acquirente, se il pezzo di torrone andava mangiato lì per lì, a passeggio lungo is paradas de sa festa, con rapidità e maestria, dando dei piccoli colpetti con la punta della sua pesante e affilatissima lama, lo sminuzzava, riducendolo in tanti pezzetti, bocconcini dolci e croccanti, da mettere in bocca uno dopo l’altro.


SU BENDIDORI DE CIXIRI E FA' ARRUSTU
IL VENDITORE DI CECI E FAVE ARROSTO

Non soltanto in occasione di feste, ma ogni domenica, su bendidori de cixiri e de fa’ arrustu, il venditore di ceci e di fave abbrustoliti, arrivava nella piazza del paese con il suo tavolo a spalla e lo sistemava in un angolo discreto, ma ben visibile e accessibile ai suoi affezionati clienti - non proprio a fianco del portale della chiesa, ché il parroco non amava confondere il sacro con il profano, e lì, per fede e per tradizione, dovevano stare i mendicanti, specie quelli handicappati, che generano nella gente sentimenti buoni, quali la pietà e la generosità.
Su bendidori recava con sé su scannu po si pausai factu factu e is sacchittus cun su cixiri e sa fa’ arruistius, la seggiolina per riposare ogni tanto e i sacchetti contenenti i ceci e le fave abbrustoliti. E se era bendidori ben fornito, allargava la vendita dei suoi “passatempi” a su pisu de crocoriga, sa nuxedda e a su cacau, ai semi di zucca, alle nocciole e agli arachidi - tutti debitamente abbrustoliti, per la gioia dei paesani di ogni età, “aficionados” di tali “passatempi”.
Sistemata sopra il tavolo la sua mercanzia, su bendidori de sa dominiga, il venditore della domenica, iniziava la sua giornata lavorativa.
Cixiri, nuxedda, fa’ e pis’‘e crocoriga, ceci, nocciole, fave e semi di zucca, si vendevano a misurini, che su bendidori versava direttamente nella tasca del compratore - per risparmiare tempo e denaro non faceva quasi mai il cartoccio: alle ragazze, quei “passatempi” venivano versati con il misurino in un fazzoletto da naso - pulito, si capisce - di cui le fanciulle erano sempre fornite e che tenevano, civettuole, infilato nella manica del corpetto o della camicia, lasciando un lembo fuori per poterlo estrarre con grazia ed eleganza.
Su bendidori de cixiri no est gasi mai strangiu, il venditore di ceci non è straniero, non viene da fuori, come altri venditori, ma è una figura tipica della comunità, che la domenica, o in occasione di festività, fa quel mestiere; mentre negli altri giorni ne fa un altro - ma sempre legato al commercio. Intanto, deve dedicare almeno un giorno della settimana alla torrefazione dei ceci, delle fave e, se la sua attività si allarga, delle nocciole, degli arachidi e di altri simili prodotti, che ha comprato all’ingrosso nei paesi produttori. Di solito, alla torrefazione sovrintendono la moglie, le figlie o le zie; insomma, le donne della sua famiglia o del suo “clan”, in quanto più esperte degli uomini nelle faccende relative al forno.


SA BENDIDORA DE PIRICHITTUS
LA VENDITRICE DI PIRICHITTUS

Se richiamo alla mia memoria una bendidora de pirichittus, fra le tante che ho visto e osservato con la mia infantile curiosità di sempre, appare ai miei occhi zia Luigina, una donnetta anziana, minuta, della quale si vedevano appena le mani e una fetta di viso con naso bocca mento, tanto era chiusa, infagottata nei suoi pesanti abiti alla sarda e ricoperta nell’ampio scialle nero.
Era solita sedersi in piazza della Torre, a Oristano, an de su bar de Ibba, davanti al bar di Ibba, punto centrale e assai affollato della cittadina, frequentato da vitelloni e sfaticati e, naturalmente, dai soliti intellettuali che andavano a discutere di politica. Se era una bella giornata, sedeva sull’orlo del marciapiede, tutta raccolta sotto la gonna e lo scialle, con la sua vetrinetta davanti, dove facevano mostra i suoi pirichittus, mustazzolus, pistoccus moddis, dolci tradizionali della nostra terra, comuni in tutta l’Isola, i cui nomi non sono, per quanto ne so, traducibili. Oltre a questi dolci, talvolta, vendeva anche quelli fatti con le mandorle e ancora, a novembre, durante la Festa dei Morti, i dolci fatti con uva passa e sapa.
Non usava richiamare in alcun modo la gente che passava numerosa davanti a lei. Attendeva muta, immobile che qualcuno si fermasse, e, senza neppure chiedere, le facesse un cenno con il dito per indicarle, dentro la vetrinetta, il dolce desiderato. Allora, zia Luigina, apriva il lato incernierato, quello dalla sua parte, socchiudeva la vetrinetta e, avvolgendolo alla buona, con un foglietto di carta velina, porgeva all’acquirente il dolce richiesto.
Quando il tempo si raffreddava, si spostava e sedeva raccolta sulla soglia di una casa, sempre lì vicino, e attendeva così, immobile, in silenzio, i compratori.


IS BENDIDORAS DE DURCIS
LE VENDITRICI DI DOLCI

A Oristano erano assai note e celebrate le sorelle Cruccas, specialiste nell’arte della pasticceria, che avevano una offelleria familiare in piazza Manno, quella dove stavano, uno davanti all’altro, il carcere ed il ginnasio.
Mia madre, di origine dorgalese ma nata a Santa Giusta, delle sorelle Cruccas era amica, nonché affezionata cliente, e già da ragazzo mi recavo nella loro bottega in sua compagnia per fare compere.
Facevano, queste sorelle pasticcere, squisitissimi dolci sardi, che esponevano nelle loro scaffalature a vetrine. Tanti erano i dolci di loro produzione che è difficile per me ricordarli tutti con il solo ausilio della memoria.
La maggior parte erano fatti di mandorle, intere, tritate o in pasta, come is guefus e is amarettus; poi, c’erano quelli fatti con l’uva passita e/o con la sapa, come is pabassinus, su pani de saba; e, infine, i dolci fatti con la pasta di farina lavorata in modo speciale, con o senza uova, lasciata fermentare più o meno a lungo, come is pirichittus, is mustazzolus e is pistocus moddis. In particolare, ricordo le mandorle zuccherate, che compravo per la ragazza di cui mi ero innamorato, per offrirgliele durante i nostri incontri segreti nella marina dell’Oristanese. Quelle mandorle - si diceva - erano afrodisiache e, solo per questo, erano complici attive di ogni incontro galante.


SU PANETTERI
IL PANETTIERE

E’ un mestiere antichissimo. La figura de su panetteri - si dice - è sempre esistita. Dovremmo dire, de sa panettera, della panettiera, perché fare il pane è un’arte propria delle donne, un’arte in cui esse sono specialiste, come nel settore dolciario che è affine, seppure la produzione del pane, a livelli industriali, è quasi del tutto in mano agli uomini.
Fino a tempi recenti, is panetteris, i panettieri, e is panetterias, le panetterie, si trovavano esclusivamente nelle città, dove la maggior parte dei residenti era impiegata nell’industria, negli uffici e nella burocrazia; in genere, tutta gente che, non avendo la possibilità di farselo in casa propria, doveva necessariamente acquistare il pane già confezionato. Al contrario, nei paesi e nei villaggi, non esistevano panetteris e panetterias, poiché ogni famiglia, anche la più povera, possedeva un forno a legna ed era attrezzata per fare il pane. Non vi era famiglia che non rimediasse, in un modo o nell’altro, qualche pugno di grano per farsi un po’ di pane, con qualche prestazione d’opera, o, anche, ricorrendo a prestiti o ad anticipi sul lavoro in via di svolgimento presso il padrone.
Va ricordato che il grano era la moneta corrente e, allo stesso tempo, l’alimento quotidiano. Il bracciante, per il suo lavoro in campagna, veniva pagato dal proprietario terriero con starelli di grano. Così pure i servi e le domestiche. Il grano veniva usato come moneta di scambio nell’acquisto del bestiame, come moneta corrente per pagare gli affitti dei terreni, il sarto, il barbiere e altri artigiani e perfino per acquistare, nei negozi e nelle botteghe, stoffe o commestibili, come il caffè e lo zucchero, che il contadino non poteva produrre - seppure spesso usava i surrogati, per esempio i ceci e l’orzo per il caffè, o il miele e, più comunemente, la sapa per lo zucchero.
Residuano nella memoria di molti nostri paesi diversi modi di fare il pane per conto terzi, dietro compenso:
- fare il pane per i soldi, vendendolo a peso, dopo sfornato, con un prezzo, di solito in grano, che variava secondo la pezzatura e secondo il tipo di ingrediente adoperato per farlo: di semola, di farina, integrale, condito, e così via;
- fare il pane in cambio del grano: un chilo di pane per un chilo di grano. Il guadagno per la famiglia che faceva il pane consisteva nel 20% circa di aumento del peso del pane, rispetto al peso del grano. Inoltre, alla famiglia restava la crusca, assai utile per alimentare gli animali da cortile, specie is puddas, is anadis, is coccas e is pioncus, le galline, le anatre, le oche e i tacchini.
- Fare il pane in cambio della farina: un chilo di pane per un chilo di farina. Anche qui, il guadagno consisteva nella crescita data dall’aumento di peso del pane, rispetto alla farina, aumento del 20% circa.


SU PRANGAXU O CRANNAZZERI
IL MACELLAIO

I termini prangaxu e crannazzeri indicano colui che vende al dettaglio le carni macellate. Pezza de sa panga, carne di macelleria, è la carne venduta da su prangaxu, dal macellaio. Sa panga era solitamente la loggetta, in un lato della piazza, riservata alla vendita delle carni macellate. Anticamente, non esistendo i macelli comunali, gli animali venivano uccisi, scuoiati e squartati nei cortili di casa o nei bugigattoli dietro sa panga, nel retrobottega della macelleria.
Ancora negli Anni Sessanta, nei nostri paesi, la macellazione degli animali, buoi compresi, avveniva pubblicamente, con metodi e tecniche assai primitive e, talvolta, anche avventurose.
In un grosso centro della provincia di Oristano, il venerdì mattina di ogni settimana, i tifosi di tauromachia si ritrovavano in una piazzetta del centro.
Dalle otto alle nove, cominciava l’arrivo dei camion con le bestie: cinque o sei bovini, secondo il periodo. Gli intenditori, già da un esame sommario, tiravano i pronostici sull’andamento della “corrida”. La competizione aveva inizio nel costringere i buoi a scendere dal mezzo; questi, fiutato il pericolo, puntavano gli zoccoli e volgevano minacciosi le corna. Frastornati dal viaggio, con funi e con pungoli venivano, infine, scaraventati sull’asfalto.
A quei tempi, il signor P.C., spettatore abituale, rilasciò questa testimonianza.
«La macellazione avviene nello stanzino attiguo al banco di vendita. Spesso, i buoi vengono ammazzati per strada o sull’uscio, perché la bestia sente l’odore del sangue e non vuole entrare. Lo ammazzano lì e lo trascinano dentro, poi».
Uccidere un bue in tale precaria situazione non era compito facile. Sovente, si improvvisavano vere e proprie “corride”, cui assisteva numerosa folla, che aveva per teatro le strade del centro. Talvolta, prima di soccombere, la bestia si difendeva egregiamente, mandando qualcuno a medicarsi ed a ricucirsi.
Tra gli spettatori più assidui, i ragazzini. Ecco quel che scrisse nel suo compito in classe una bambina.
«A me non impressiona quando uccidono i buoi, temo soltanto che qualcuno possa scappare e poi prendere a cornate i macellai… Li uccidono con una pistola muta sparando al cervello… il bue cade a terra e poi esce il sangue… il padrone prende il coltello affilato e gli taglia il collo per fargli uscire il sangue e poi con il piede lo pompa…».
La piccola testimone descrisse molto bene l’avvenimento, con una variante: il macellaio - “toreador” che “mata” il toro non usa la pistola, per altro già diffusa altrove, a quei tempi, ma lo stiletto, proprio alla maniera del “matador”.
Il metodo di dissanguare l’animale “pompandolo”, cioè premendo con i piedi sul suo corpo, era quanto mai semplice ed efficace. D’altro canto, era assai arduo tenere il bue sgozzato appeso al soffitto.
L’ultima fase, quella dello scuoiamento, veniva riservata agli aiutanti de su crannazzeri, del macellaio, che sapevano staccare con maestria la pelliccia dalla carne.
Nulla veniva perso dell’animale macellato: la carne, con o senza ossi, veniva tagliata e selezionata da su segadori, l’addetto al taglio ed alla selezione, per essere poi venduta in sa panga, nella loggia. Così pure la corata, mentre le budella, non facilmente utilizzabili quelle dei bovini, venivano gettate nei letamai, dove sfamavano animali randagi quali cani, gatti e topi. Le corna potevano essere utilizzate in diversi modi: lasciate nel cranio, una volta essiccato, diventavano il bucranio, un potentissimo amuleto che infitto in un palo proteggeva orti ovili e cortili di abitazione dai demoni del male.
Dalle corna di bue tagliate, lavorate con apposite sgubbie o incise con il pirografo (anticamente si usava una punta di ferro incandescente) si ottenevano recipienti di uso comune. In particolare, il classico corno per la polvere da sparo, quando ancora si usavano i fucili a bacchetta, e le ugualmente famose tabacchiere, di ogni foggia e stile, talvolta istoriate con preziose incisioni.

Una utilizzazione assai singolare delle corna del bue appena macellato era quella che ne facevano i fanciulli dei paesi dell’Oristanese, prospicenti stagni e paludi: tagliati e gettati sul fondo delle acque basse, melmose, diventavano rifugio di grasse anguille, che, dopo aver piluccato i grumi di sangue e di midollo, vi si rifugiavano appisolandosi. A quel punto, i ragazzi, che tenevano il corno legato ad una funicella, lo estraevano accortamente dall’acqua, guadagnandosi un lauto pranzetto.


SU SEGADORI
L’ADDETTO AL TAGLIO DELLE CARNI IN MACELLERIA

Era detto su segadori l’addetto al taglio ed alla selezione delle carni macellate. Un compito che attualmente è tornato in auge, specie nei supermercati, dove le carni vengono suddivise in molteplici parti, e poi confezionate in quantità standard, ciascuna con un proprio prezzo.


SU CAVALLANTI19
IL CAVALLANTE

«(Fino alla metà di questo secolo) le vie campestri, sorte per i bisogni dell’agricoltura erano tortuose e tanto malagevoli che a malapena consentivano il transito dei carri a buoi per il trasporto della legna da ardere per la provvista dell’inverno, dei covoni al tempo della mietitura e del letame in autunno per fertilizzare i campi. Ma non consentivano il passaggio del calesse e delle carrette, veicoli, d’altronde, allora ancora sconosciuti agli abitanti del paese.
Il carro a buoi poteva tutt’al più servire per il trasporto delle merci da un paese all’altro ma non quello delle persone sia per gli scossoni, sia per la lentezza.
In quelle condizioni ambientali il cavallo rimaneva l’unico mezzo di trasporto e di comunicazione comodo e celere con gli altri centri abitati.
Non c’era proprietario che non ne possedesse uno, non perché servisse per i lavori dei campi, perché per questo bastava l’opera dei buoi, ma per gli altri molteplici bisogni della famiglia e per i rapporti intercorrenti con gli abitanti degli altri paesi.
Il bisogno di possedere un cavallo era vivamente sentito anche dagli altri ceti meno abbienti della popolazione, dai mezzadri ai giornalieri, per i quali il possesso di un cavallo significava la liberazione dalla schiavitù della zappa e dei trasporti a prestito.
Quelli che possedevano qualche campicello avevano ora modo di coltivarlo più agevolmente con l’opera del cavallo e potevano provvedere con mezzi propri al trasporto dei raccolti.
Chi non aveva terreni da coltivare aveva modo di dedicarsi ai piccoli commerci.
Questi piccoli commercianti prendevano il nome di cavallantis.
Molti si dedicavano alla raccolta e al commercio delle ghiande, altri a quello del carbone di radica di scoparia per approvvigionare le fucine dei fabbri del paese e dei paesi vicini e lontani, perché quel carbone ricco di potere calorifero sostituiva in tutto e per tutto il carbon fossile d’altronde sconosciuto ai fabbri dei nostri villaggi; altri davano l’assalto ai tronchi di elci e di quercia caduti per vecchiaia, abbattuti dal fulmine o dalla furia del vento nei vicini boschi di Monte Arci, riducendoli, a colpi di scure e coi cunei in schegge e trasportando i carichi per venderli nei paesi vicini, nei quali difettava la legna per i bisogni dell’inverno; altri più scaltri impiegavano i loro sudati risparmi per l’acquisto del grano a basso prezzo nel periodo del raccolto, per trasportarlo e rivenderlo a caro prezzo nei paesi in cui il raccolto era stato scarso.
Ogni trasporto era di due starelli e mezzo.
Sul basto, un’apposita sella da trasporto rozza e senza staffe, veniva caricato un lungo sacco di grano piegato in due a guisa di bisaccia contenente uno starello e mezzo di grano, saccu de tres quarras, coi due capi pendenti dai lati opposti della sella; l’altro sacco contenente uno starello, saccu de moi, ben ricolmo e perciò rigido, veniva adagiato sul primo ed entrambi legati solidamente al basto con due robuste corregge di pelle di cui esso era fornito.
Sulla groppa del cavallo prendeva posto il cavallante con le gambe penzoloni e coi gomiti appoggiati sul carico mentre con le mani teneva le redini e la frusta.
Il viaggio, spesso lungo, non era molto comodo, ma il commercio era redditizio ed il pensiero di cospicui guadagni faceva dimenticare quasi per incanto il disagio patito durante il viaggio.
Quel commercio cominciava alla fine dell’autunno e si protraeva per tutto l’inverno fino a primavera inoltrata e chi vi si dedicava riusciva a racimolare gruzzoli non indifferenti da consentire l’acquisto di terreni sufficienti a formare piccole e grandi proprietà e a raggiungere posizioni doviziose.
Altri cavallanti si dedicavano al commercio dei pesci recandosi settimanalmente alle peschiere di Pontis, di Sassu e di Marceddì per acquistarvi i muggini a buon prezzo e rivenderli poi alla popolazione del paese e di quelli vicini.
Spesso essi ottenevano i muggini in cambio dei prodotti della terra, specialmente di legumi.
Anche i pescivendoli usavano bardare i cavalli con la speciale sella da carico dalla quale facevano pendere lateralmente (una per parte) cestelle di forma speciale, goffisceddas, intessute di verghe e di canne, dove venivano riposti i pesci, riservando quale posto di viaggio per loro le groppe del cavallo.
In quei tempi il ghiaccio era sconosciuto nei nostri paesi, perciò i pescivendoli compivano il viaggio di andata e ritorno durante le ore notturne.
Partivano al crepuscolo per arrivare nelle peschiere nelle prime ore della notte e fatto il carico, dopo un breve riposo, ripartivano nottetempo per raggiungere il paese alle prime luci dell’alba con i pesci ancora saltellanti.
Altri cavallanti traevano il tanto da vivere trasportando settimanalmente la biancheria da ricambio e qualche pane casereccio a quelli che lavoravano nella miniera di Monte Vecchio e di Ingurtosu e riportavano alle famiglie la biancheria sporca, qualche provvistina di coloniali e soprattutto le rimesse settimanali di denaro per i bisogni della famiglia.
Era questo un incarico di fiducia per questi umili lavoratori, di cui essi andavano giustamente orgogliosi, anche se la mercede ricevuta dalle famiglie per il loro duro e delicato lavoro, non era molto remunerativa.
Per tutto il loro lungo servizio non si sentì mai un lamento nei loro confronti. Fu questo un tacito riconoscimento della loro provata onestà.»20


SU STANGHERI
IL TABACCAIO

Stangheri è colui che gestisce su stangu, il tabacchino, dove un tempo, qui in Sardegna, si vendeva tabacco e chinino; a differenza del Continente dove con i tabacchi si vendeva il sale, anche questo monopolio di Stato.
La gestione de su stangu, del tabacchino, costituiva una sorta di sussidio che le autorità statali concedevano alle vedove di guerra, per lo più di sottufficiali dei carabinieri o della finanza, morti in quello che viene chiamato “l’adempimento del proprio dovere”. Da parte dello Stato, per altro scialacquatore, era un modo di risparmiare sulle pensioni dei suoi più umili servitori.


SU ZILLERI
L’OSTE

Zilleri indica, nella parlata settentrionale e logudorese, la bettola, la taverna; mentre l’oste, o il padrone della taverna, è detto zillerarzu o zilleraju.
Poco usato nella parlata campidanese (di comune uso magasineri) il termine zilleri, che indica sia la bettola che il bettolaio. In alcuni paesi, tra questi Guspini, indica soltanto il barista, colui che mesce e serve al banco o ai tavoli il vino o i liquori, sia che tale attività sia svolta in una buttega de binu o butteghinu, in una bettola, o in un bar, bar, o in unu magasinu, una cantina privata, aperto stagionalmente al pubblico.21


SA MAGASINERA
LA BETTOLAIA

Sa magasinera fiat sa chi bendiat binu in su magasinu, casi sempiri in domu propria. La bettolaia era colei che vendeva vino in uno stanzone, quasi sempre in casa propria. Il vino che si vendeva era in gran parte vino di produzione familiare. Un modo spiccio e diretto per vendere la quantità di vino eccedente il fabbisogno della famiglia.
Altre volte sa magasinera vendeva il vino nella bettola vera e propria, cioè la rivendita pubblica autorizzata, detta in sardo butteghinu (buttega de binu), o anche magasinu.
Is magasinus o butteghinus, le bettole o rivendite di vino, pubblici o privati che fossero, in molti nostri paesi erano segnalati con un ramo di palma o di olivo o anche, come nell’Oristanese, con su pinnoni, uno straccio (bianco o nero secondo il vino venduto), pinzato ad un pezzo di canna, infilato negli interstizi del muro in mattoni crudi. Tali segnali di richiamo per i bevitori del paese (o po is istrangius, o per i forestieri) venivano applicati a lato della porta d’ingresso.
All’interno de su magasinu, il più delle volte in sa cambara manna, nel salone d’ingresso, vi si trovavano gli arredi essenziali della bettola: a lato, d’angolo, vicino alla porta d’ingresso, onde avere il controllo di chi entrava e usciva (per la verità in paese tutti si conoscono e l’onestà è un fatto anche di pubblico controllo). Sopra il tavolo, i litri e i mezzi litri, i bicchieri, un secchio d’acqua per lavarli dopo l’uso, e la damigiana del vino corrente, quando si era in su magasinu privato, dove si vendeva di volta in volta soltanto una varietà di vino di cui il proprietario aveva abbondanza; mentre nel locale pubblico vi erano, di solito, diverse varietà di vino, come minimo il bianco e il nero. Dietro il tavolo sedeva sa magasinera, la bettolaia, che aveva a portata di mano gli strumenti del suo lavoro e un cassetto del tavolo dove riponeva i soldi degli avventori.
Nel locale non vi erano tavolini e i clienti sedevano sulle tradizionali panche di legno o su scanni bassi o, alla peggio, su tavoloni appoggiati sopra blocchetti di cemento e quando avevano finito di bere si alzavano, all’inizio saldi, poi sempre più traballanti, e andavano al tavolo della ostessa-dispensatrice di vino, per farsi riempire ancora una volta il bicchiere. Nel bel tempo, specie durante l’estate, l’osteria si spostava dal chiuso all’aperto, nel cortile acciottolato della stessa casa o in quella di una vicina.


SU MAGASINERI
IL BETTOLAIO

Su magasineri, il bettolaio, è colui che gestisce su magasinu, la bettola, o che vi lavora mescendo e servendo da bere agli avventori, sia al banco, sia ai tavoli situati all’interno o all’esterno del locale - nel cortile, nel marciapiede della strada o del piazzale prospicente.
Nell’accezione più larga e più attuale, su magasineri è il mescitore di vino e liquori, quello che oggi vien chiamato barista. Un mestiere un tempo assai ambito per chi era di salute malferma o che comunque voleva risparmiarsi il duro lavoro dei campi, in balia delle intemperie.


SU MAGASINERI
IL MAGAZZINIERE

Magasineri, magazziniere, è anche detto colui che controlla o gestisce unu magasinu, un magazzino - inteso nel senso di locale dove confluiscono granaglie, magasinu de trigu, o altro (pomodori, cocomeri, mangimi, ecc.) o dove vengono conservati all’ingrosso derrate alimentari o capi di vestiario.


SU CANTINERI
IL CANTINIERE

Non interessa qui su cantineri, custodiu de sa cantina (come lo definisce il Porru nel suo Dizionariu), dove cantina è intesa nell’uguale senso italiano di “luogo dove si conserva il vino”, o di dispensa. Cantineri era anche chiamato il gestore de sa cantina, lo spaccio che, nelle miniere, veniva affidato dalla direzione ai loro accoliti o lacchè, che più si erano distinti nello sfruttamento degli operai, in qualità di caporalis - com’erano detti gli odiatissimi sorveglianti - quasi tutti reclutati nel Continente.
“Con le cantine, le amministrazioni si riprendono interamente i salari di fame dati ai lavoratori, e inoltre li costringono a indebitarsi, legandoli mani e piedi allo sfruttamento. Le cantine sono gli unici negozi di alimentari e di merci varie esistenti nelle zone minerarie; e in queste soltanto i lavoratori possono acquistare ciò che occorre per vivere. Le amministrazioni delle miniere le organizzano e le fanno funzionare direttamente o attraverso loro fiduciari. «La cantina è il primo filone di guadagno dei padroni della miniera», dirà un operaio alla Commissione (d’inchiesta parlamentare sulla situazione dei minatori sardi). Non solo i generi alimentari e le merci delle cantine sono scadenti; non solo i prezzi sono maggiorati; ma vi si pratica il truk system (mi piace tradurlo “sistema a trucco”!), cioè il pagamento in natura del salario. I padroni consegnano, al posto del salario in moneta o come parte di esso, dei buoni utili per l’acquisto nelle loro cantine. Era considerata «mancanza gravissima» quella del minatore che non acquistasse nello spaccio padronale, e veniva di conseguenza licenziato. Le cantine davano anche a credito. La somma relativa alla merce acquistata a credito veniva registrata come debito e maggiorata con un forte interesse. Le cantine concedevano anche piccole somme di denaro in prestito, che venivano poi sottratte dalla paga quindicinale. La stessa Commissione rileva che il prestito a usura arrivava all’interesse del 700 per cento! Una volta afferrato nell’ingranaggio del truk system, l’operaio non ne usciva più: poteva salvarsi soltanto con la fuga, dandosi alla latitanza sui monti della Barbagia o emigrando in Africa”.22


SU FORTUNELLU
IL FORTUNELLO, CHI DA’ L’OROSCOPO

Quando io ero ragazzo, il termine fortunellu indicava il venditore e la venditrice dei biglietti della fortuna, una sorta di oroscopi stampati, dove ciascuno poteva leggere cosa gli serbava il futuro sul piano economico e sentimentale.
Su fortunellu era costituito per lo più da una coppia di girovaghi che venivano non si sapeva da dove; solitamente, lui era un cieco che portava sul petto, trattenuta da bretelle, una gabbia, con un pappagallino, ai cui lati vi erano dei cassetti con biglietti di diverso colore, e lei era una donna giovane che suonava la fisarmonica, cantava e attirava i passanti, invitandoli a farsi dare dal pappagallino il “fortunello”, il biglietto della fortuna. Tali biglietti stampati erano separati e di colore diverso a seconda del sesso e dell’età del richiedente.
La donna invitava il pappagallino a scegliere, per esempio, nella cassetta: femmina, giovane; e questo, acchiappando con il becco un foglietto, lo porgeva alla donna che, a sua volta, lo consegnava alla fanciulla richiedente.
Non ricordo quanti centesimi costasse un “fortunello”; certamente pochi: ricordo che i clienti più assidui erano fanciulle, le quali, ogni volta che i girovaghi entravano in paese, si precipitavano in strada desiderose di conoscere il loro futuro, specie quello sentimentale.


SU BENDIDORI DE CANZONIS E GERAVALLIUS
IL CANTASTORIE E VENDITORE DI ALMANACCHI

Is bendidoris de canzonis e de geravallius, i cantastorie e venditori di canzoni e di almanacchi, erano ambulantis, ossia girovaghi, che, sempre in coppia, andavano e venivano da un paese all’altro dell’Isola, trasportati da un carro trainato da un cavallo.
Quasi sempre si trattava di una coppia di coniugi o conviventi. Approdati nella prima piazza di paese, lui, cieco, seduto in una panchetta, suonava la fisarmonica e cantava o narrava i fatti descritti nelle canzoni; lei cantava con lui, o a lui si alternava nel canto o nella narrazione, e vendeva alla gente, che si raccoglieva intorno a loro, le canzoni scritte e illustrate e is geravallius, sorta di almanacchi o lunari, con notizie utili al contadino sulle lunazioni e i tempi per la semina, per la cura e per il raccolto e la buona conservazione di ogni vegetale. (Assai diffuso da noi l’Almanacco di Barbanera, detto semplicemente su geravalliu)
La coppia viveva praticamente nel carro da viaggio, chiuso all’esterno con un incannucciata di forma cilindrica, ricoperto di tela impermeabile, e arredato con stuoie e panchette nel suo interno. La gente non era malevola nei loro confronti, tuttavia, certamente influenzata dal moralismo cattolico, che vedeva in codesti girovaghi un pericoloso amore per la libertà, giudicava la donna girovaga come una poco di buono che, per arrotondare le misere entrate della vendita delle canzoni, si dava nottetempo ai maschi del paese - tanto “il marito, o amante che fosse, in quanto cieco, non ci vedeva e, per il resto, faceva finta di non sentire”.


S’AMBULANTI
L’AMBULANTE

Ziu Licu e zia Lica erano una coppia di girovaghi, la cui attività era quella di bendidoris de canzonis e de geravallius, di cantastorie e di venditori di almanacchi. Lui suonava l’armonica e cantava, lei vendeva le canzoni. Erano tutti e due anziani - almeno lo erano per me ragazzino. Lui era asciutto, dal portamento eretto, vestiva di fustagno marrone, con la camicia bianca senza colletto, come usavano i contadini dell’epoca, il “gilet”, la giacca e i calzoni un poco svasati alla caviglia, con gli spacchetti laterali. Lei era una donna bassa e robusta, agile e forte. Ziu Licu era cieco e zia Lica lo accudiva - per quel che non poteva fare, non vedendo.
Abitavano in una casetta vicino alla mia e in quei pochi giorni che vi si trattenevano, mi recavo da loro, curioso di conoscere le storie che ambedue sapevano raccontare. Ziu Licu narrava di fatti straordinari che accadevano nel nostro mondo - che era poi il mondo dei Sardi, contadini e pastori. Zia Lica raccontava più volentieri le loro avventure di viaggio. Le storie dell’uno e dell’altra si intrecciavano e si confondevano spesso, come quando descrivevano, durante uno dei loro misteriosi viaggi, lo scenario cupo e tragico di un temporale, con il cielo solcato da vividi lampi, con lo scrosciare della pioggia torrenziale, rotto a tratti dal fragoroso rimbombo dei tuoni, e, proprio in quel particolare momento, la coppia si imbatteva in un famoso latitante, che finiva per commuoversi lasciando loro una moneta d’argento, in cambio di un pane.
Nella memoria, ho immagini chiare di ziu Licu e zia Lica. Di lui, seduto nel cortiletto, all’ombra del muro di casa, su uno scanno basso, in maniche di camicia, mentre toglie dal taschino del corpetto un grosso orologio e, con lo sguardo fisso davanti a sé, con dita agili e sicure, lo apre, sfiora le lancette con il polpastrello di un dito e mi dice l’ora. Ovviamente, il suo orologio non aveva il vetro. Ogni volta che potevo, con una scusa o con l’altra, gli chiedevo l’ora. Se ero appena arrivato o se mi trattenevo a lungo: «Per favore, che ore sono?», e ziu Licu, paziente, infilava la mano nel taschino, ne estraeva il suo Rosckoff, lo apriva e lievemente con i polpastrelli individuava le lancette e mi dava l’ora. Ed io, che vedevo, mi stupivo che lui, non vedente, fosse così bravo da non sbagliare mai di un solo minuto.
Quando arrivavo, zia Lica portava da casa uno scanno, lo metteva in cortile, vicino a quello in cui stava seduto ziu Licu, e mi faceva accomodare. Quando non aveva faccende da sbrigare - sempre poche, per quel che ricordo - si sedeva anche lei con noi, tirandosi sotto la gonna ampia per ammorbidire i sassi ruvidi dell’acciottolato.
Qualche volta ziu Licu suonava la fisarmonica e cantava. Lo faceva per tenersi in esercizio e forse anche per concedermi qualche immagine del suo spettacolo. Per me era festa grande, allora. E zia Lica mi faceva vedere i fogli con le canzoni illustrate, che lei vendeva al pubblico che si raccoglieva intorno al loro carro nelle piazze. Talvolta mi chiedeva di leggere. Lei era analfabeta, ciononostante riconosceva una canzone dall’altra e le sapeva ripetere tutte per filo e per segno. Non ho mai capito come facesse. Ogni canzone era stampata a caratteri belli chiari su un foglio colorato grande come un quotidiano di allora. Nel margine superiore c’erano delle tavole disegnate - le immagini erano ricorrenti: la facciata di una chiesa con gli sposi novelli e, poi, una donna, vestita da popolana, con un bimbo in braccio e una pistola puntata sullo sposo. Sotto le tavole, su due o tre colonne, c’era la canzone in versi, che raccontava la storia di una fanciulla sedotta e abbandonata da un perfido amante, che da questa veniva ucciso mentre si sposava con un’altra.
Il cortile dei due cantastorie ambulanti era piccolo: ci stava a malapena un fico, che con i suoi rami copriva anche buona parte del tetto della casetta. Eppure loro due, con il suono dell’armonica e con il canto, riuscivano a farlo diventare, ai miei occhi, il teatro più grande del mondo, dove si rappresentava uno spettacolo tutto per me, uno spettacolo cui mai più ho potuto assistere.
Zia Lica e ziu Licu non si trattenevano mai più di una settimana nella loro dimora in paese. In breve facevano i preparativi e si rimettevano in viaggio. Stavano fuori anche per mesi.
Quand’era estate partivano al tramonto e d’inverno all’alba, con il loro carro chiuso a botte dal telone grigio, fermato su tre semicerchi di ferro, fissati alle sponde, uno al centro e gli altri due ai margini. Di dietro, il telone aveva la forma circolare ed era completamente chiuso, mentre sul davanti si apriva al centro come una tenda a due teli, e da lì si accedeva all’interno dell’abitazione che, a me ragazzo, appariva piena di fascino.
Il giorno prima della partenza, zia Lica riponeva ordinatamente nel fondo del carro la biancheria e il vestiario, la stuoia e le coperte che servivano da giaciglio e, infine, le cibarie, per lo più grandi pani, formaggio e carne affumicata. Il cavallo veniva accudito con maggiore premura, servito di buona biada e perfino di ceci. Il cagnolino, un volpino bianco a macchie nere, veniva fornito di un collarino con i sonagli: doveva sentire la partenza imminente ed era irrequieto, correva di tanto in tanto sotto il carro, dove per lungo tempo, legato con una funicella all’asse, avrebbe viaggiato, o riposato, al riparo dalla pioggia o dai dardi del sole.
Per quel loro partire all’alba o al tramonto, nessuno in paese si accorgeva della sparizione dei due ambulanti, se non passando davanti alla loro casa che mostrava le imposte serrate.
Appresi allora, da fanciullo, che tante sono le attività che può svolgere l’uomo e che questa di ziu Licu e zia Lica era una delle più antiche e delle più nobili: viaggiare, conoscere e comunicare, facendo coincidere il vivere con il lavorare.


SU BENDIDORI DE SABONI, VARECHINA E ASULLETA
IL VENDITORE DI SAPONE, VARECCHINA E AZZURRITE

«Periodicamente, diciamo ogni quindici giorni circa, passava in paese un carretto trainato da un cavallo, sostituito, più avanti nel tempo, da s’apixedda, il motofurgoncino APE, o da un camioncino. Si fermava in ogni rione per rifornire le massaie dei materiali detersivi necessari alla pulizia della casa, della roba e della persona: saboni, varechina e asulleta, sapone, varecchina e azzurrite.
Nel circondario di Cagliari, era rinomata la ditta Masnata che fabbricava detersivi, che distribuiva alle rivendite con enormi carri trainati da cavalli normanni, e riforniva, ovviamente, is bendidoris de varechina, saboni e asulleta, i venditori di detersivi in genere. Nei paesi dell’interno, erano solitamente questi bendidoris a rifornire le massaie, affrontando viaggi lunghi e faticosi per raggiungere le comunità delle zone più impervie.
Era un momento di festa per le strade, per i rioni, per tutto il villaggio, quando arrivava con il suo carretto su bendidori de varechina. Le donne uscivano dalle case e dai cortili e si avvicinavano al mezzo con i più disparati contenitori: vecchie damigiane, bottiglioni, fiaschi.
I prodotti detersivi e igienici che comunemente venivano offerti in quel mercatino ambulante erano il sapone di Marsiglia, a panetti quadrati di dieci centimetri, l’uno attaccato all’altro fino a formare una stecca della lunghezza di circa mezzo metro; varecchina sfusa, concentrata, venduta a litri; asulleta, azzurrite, una polvere azzurra che, sciolta nell’acqua, serviva, nell’ultimo risciacquo della biancheria, a dare un bianco più brillante e, soprattutto, eliminava il colore giallognolo lasciato dalla varecchina. Su bendidori offriva, inoltre, pinzette per i panni, saponette per l’igiene personale, soda caustica per la lisciva o per fare il sapone casereccio e, infine, recipienti vari, anticamente in ferro zincato e in ferro smaltato, successivamente in plastica, come bacinelle, secchi e lavamani. Is bendidoris più forniti vendevano anche strofinacci vari, da cucina e per lavare per terra.
Sul carretto o sul camioncino erano collocati dei grossi recipienti da cui uscivano dei tubi di gomma flessibili che terminavano con un rubinetto. Da lì usciva la varecchina che veniva versata nei recipienti.
Il sapone costava un tanto al pezzo e la polvere azzurra, s’asulleta, veniva venduta a etti.
Le donne di paese amavano molto acquistare dall’ambulante, in primo luogo perché i prezzi erano più bassi rispetto a quelli della bottega, e poi per il piacere della novità. L’ambulante era unu strangiu, uno che veniva da fuori, e quindi di poca confidenza, anche se, allo stesso tempo, era possibile creare con lui un rapporto confidenziale, parlare di tutto senza problemi, perché così com’era venuto se ne sarebbe andato. Infine, era una fonte di notizie che permetteva di conoscere ciò che accadeva al di fuori del proprio paese.
Per l’occasione non mancavano neppure le diatribe, perché le donne tendevano a lamentarsi continuamente sia del prezzo alto, che della qualità scadente della merce: la varecchina era meno di un litro o era troppo annacquata; s’asulleta era vecchia e quindi non si scioglieva bene; il sapone era sempre più scadente perché non faceva la schiuma di un tempo...»23


SU BENDIDORI DE STOFFA A BARATU
IL MAGLIARO NAPOLETANO

La gente dei nostri villaggi non ha molta stima del cosiddetto bendidori de stoffa a baratu, che letteralmente significa “venditore di stoffa a vil prezzo” e che si traduce meglio con magliaro napoletano; sinonimo di commerciante poco serio che vende prodotti scadenti o merce deteriorata.
Sono per lo più venditori ambulanti che lavorano sempre con qualche complice. Attirano la gente nelle piazze con qualche buffonata, con qualche gioco di prestigio, o raccontando barzellette. Quindi, presentano la loro merce esaltandone la pregiatissima qualità e, poi, passano al prezzo, altissimo, di tale preziosissima merce. Infine, non mille e non cinquecento e neppure cento, ma appena dieci, ma che dico dieci, la voglio regalare, la do per cinque, non basta, mi voglio rovinare, non la do neppure per quattro, neppure per tre, e neppure per due... a voi la do per una miserabile lira! E qui il complice si affretta a tendere la lira e a ritirare il bidone, nel tentativo di influenzare la gente che ci casca, bisogna dire, sempre meno, almeno con is bendidoris de stoffa a baratu. Ma sono ancora molti quelli che ci cascano con is bendidoris de politiga, e nimancu a baratu…, i venditori di politica, e neanche a vil prezzo….


SU BENDIDORI DE MOLENTIS
IL VENDITORE DI ASINI

Il venditore di asini era detto anche molentargiu, come il custode degli asini, l’asinaio, ma più correttamente era chiamato su bendidori de molentis.
In un determinato giorno del mese, in sa pratza de bidda, nella piazza del paese, arrivava su bendidori de molentis, a piedi o in carretta, seguito da una cerda de bestiolus, un branco di bestiole, ciascuna trattenuta da una fune. Quel giorno, quanti nella comunità avevano bisogno di un asino si recavano in piazza per sceglierne e contrattarne uno. Vi erano asini di tutte le taglie e di tutte le età: i più piccoli adatti a girare la macina; i più grandi per essere cavalcati o per tirare il carretto.
In tempi recenti, ancora negli Anni ‘80, a Seui, come in altri paesi della Barbagia di Seulo, ho assistito ad un curioso mercato di asini.
Nelle prime ore del giorno, nella piazzetta di fronte alla chiesa, un gruppo di persone era già in attesa. Il venditore arrivava con il suo camioncino maleodorante carico d’asini. Tra gli acquirenti c’erano molti curiosi e c’era, accompagnata dalla figlia, una anziana signora, forse vedova, come si poteva dedurre dall’abbigliamento scuro e dal viso atteggiato a severità e riserbo.
Di quella vendita pubblica di molentis ricordo alcune simpatiche sequenze. La vedova (dò per scontato che lo fosse) desiderava acquistare un asino tuttofare: trasporto della legna da ardere, lavoro nell’orticello, e così via.
Su molentargiu, il venditore, tentava di rifilarle un asinello malandato, vantandone inesistenti doti e capacità lavorative, perfino un buon carattere mansueto, ubbidiente e servizievole. La vedova, di rimando, rifiutava l’offerta, negando che in quella specie di rudere ci potesse essere alcun pregio, ironizzando sul fatto che unu molenti come quello non sarebbe stato capace neppure di... La recita tra le risate dei presenti.
Dopo un apparente bisticcio, che era poi una usuale tecnica di contrattazione, la vedova chiese un certo tipo di asinello, entrando nei particolari: maschio, di taglia piccola, non più vecchio di due anni, vispo, laborioso e intelligente. Lo avrebbe atteso per la settimana seguente.

L’asino domestico tuttofare

Un tempo tutto il lavoro era svolto dalle braccia dell’uomo con l’aiuto, determinante, degli animali domestici: buoi, cavalli e asini.
Si lavorava tutti come bestie, si direbbe oggi; si lavorava persino per costruire gli attrezzi da lavoro, almeno per quanto era possibile, risparmiando la prestazione d’opera degli artigiani specialisti: fabbro, falegname, carraio, sellaio, ecc.. Il contadino, in particolare, la cui organizzazione economica era strettamente autarchica, sapeva fare di tutto: preparare un manico nuovo alla zappa, riparare l’aratro, ricucire le redini, rattoppare il basto e perfino risuolare le proprie scarpe e quelle dei pochi familiari che le portavano.
Il lavoro non spaventava nessuno, allora. Sembrava, anzi, che mettesse allegria, perché tutti erano di buon umore, pronti a sorridere e a cantare, con il cuore sempre aperto alla festa.
Un grande aiuto al lavoro dell’uomo lo davano gli animali ed in particolare l’asino, il “tuttofare” della famiglia.
Tanti erano i nomi che indicavano questo animale: su bestiolu, la bestiola, per quel suo essere docile e sapersi adattare alla vita della famiglia, sopportando anche i piccoli che lo molestavano o volevano cavalcarlo, coinvolgendolo nei loro giochi; s’ainu, che è il suo nome storico, di origine latina; così come su molenti, dal latino “molens”, che macina, participio presente di “molere”, perché a lui era demandato il compito quotidiano di macinare la quantità di grano necessaria per il pane e la pasta, per l’alimentazione della famiglia; su burricu, nome ripreso dai dominatori spagnoli, che dà all’animale un tocco di grazia se pronunciato affettuosamente; sa lambretta, come veniva scherzosamente chiamato negli Anni Cinquanta, quando veniva usato come cavalcatura per gli spostamenti rapidi e lo si teneva “parcheggiato” accanto all’uscio di casa - come mostrano anche alcune foto d’epoca.
L’asino era un instancabile trasportatore di legna: dal monte portava enormi cataste di fascine, sia con il basto che con il carretto.
Oltre alla macinatura del grano, l’asino era addetto al trasporto del latte, negli appositi contenitori detti tollas o bandonis, dall’ovile in montagna alla casa in paese, dove veniva consumato e lavorato per ottenerne ricotta, formaggio e siero per gli animali da cortile. Non dimentichiamo che, molto spesso, specie nei paesi agricoli dei Campidani, l’asino tirava una carretta, costruita a misura della sua taglia, detta su carrettu de molenti, il carretto da asino, per distinguerlo da sa carretta de cuaddu, il carro da cavallo, e da su carru a bois, il carro a buoi.
La ragazzaglia in compagnia dell’asino trova anche sufficiente spazio per giocare. Quando, nelle ore morte del pomeriggio, Piriccu (nome proprio d’asino, diffusissimo nell’Oristanese) viene accompagnato nel chiuso alla periferia del paese, dove pascolando si ritempra dalle fatiche quotidiane, i ragazzini, poco comprensivi delle esigenze dell’animale, ne approfittano per dare luogo a cavalcate selvagge, anche se, dal canto suo, Piriccu, il paziente asinello, conosce mille malizie per disarcionare gli improvvisati “cow boys”: il suo metodo più sottile e maligno è quello di costeggiare muretti ruvidi o, meglio, siepi di ficodindia, costringendo l’intruso a saltare alla svelta dalla groppa.

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