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Indice articoli

CAPITOLO TERZO

IS MAISTUS, IS ARTIS
I MAESTRI D’OPERA, I MESTIERI

Presentazione

Il termine sardo maistu deriva dal latino “magister”, con il significato di maestro, colui che possiede in sommo grado della conoscenza e della capacità, in un settore delle umane attività, tanto da poter insegnare e trasmettere ad altri la propria arte, il proprio mestiere, o qualunque genere di conoscenza utile a risolvere i problemi della vita. In particolare, maestro è colui che insegna a vivere nel migliore dei modi.
Letterariamente, mi pare corretta la definizione che ne dà il Dizionario Devoto-Oli: «Persona che, in virtù delle cognizioni e delle esperienze acquisite, risulta all’altezza di contribuire in tutto o in parte all’altrui preparazione o formazione».
Specificatamente nelle arti e nei mestieri, maistu indica comunemente la persona più anziana (che si ritiene la più preparata, la più esperta, la più capace) del laboratorio, bottega, o squadra di lavoro; maistu è colui che, per diritto acquisito, ha l’autorità di “comandare” nel senso di dirigere l’attività.
Abbiamo tanti maistus quanti sono i mestieri e le arti. In alcuni casi, nello stesso titolo è iscritto il termine di maistu, come nel caso di su maistu de linna, il falegname, su maistu de crapittas, il calzolaio, su maistu de muru, il muratore, e così via; mentre in altri casi non si dice su maistu de braba, ma braberi, barbiere; o anche , non si dice su maistu de scannu, ma scannaiu, il facitore di sedie. Tuttavia, quando ci si rivolge a unu braberi o a unu scannaiu l’usanza vuole che, per rispetto, vengano chiamati con l’appellativo di maistu.
A proposito di maistu, per uno che gode fama di grande puttaniere, si dice burlescamente che è unu maistu de cunnu, dal latino “cunnus”, conno o vulva.
L’appellativo di maestro è un titolo onorifico e lo si usa rivolgendo la parola ad un artigiano famoso per il suo lavoro. Se rivolto a persona anziana e saggia, assume il significato di “maestro di vita”. Va ricordato che lo stesso Gesù viene chiamato “maestro” dai suoi seguaci, che, pertanto, si definiscono “discepoli”.
Nelle nostre comunità, il maestro per antonomasia è su maistu de scola, l’insegnante. O almeno dovrebbe esserlo, quand’egli scenda dalla cattedra e dimostri, nella pratica, di essere un maestro di vita.
Appartengono al gruppo di questo capitolo anche i mestieri e le attività di uomini e donne che creano, con le loro mani, oggetti d’uso personale e familiare. Vi sono compresi, quindi, gli artigiani veri e propri, gli artisti, coloro che lavorano all’intreccio di corbule e cestini, di funi e cordicelle, impagliatori di scanni e facitori di stuoie. E, ancora, tanti piccoli facitori che citarli tutti è quasi impossibile.


SU MAISTU DE SCOLA
IL MAESTRO DI SCUOLA

“Gli scolari fiutano la svogliatezza del maestro. «Andiamo a passeggio, oggi?» Propongono.
Il sole di aprile scaccia l’ultimo freddo annidatosi nelle giunture delle ossa e acuisce il lezzo di letame nelle vicine stalle di don Peppe.
«D’accordo. Ma dove?»
Gli asfodeli hanno coperto i pascoli, nella valle. Annata buona di grano, quest’anno! - I nuovi asparagi hanno pollonato tra i rovi e i sassi dei recinti e delle siepi.
«Saliamo all’ovile di don Peppe?»
Fra i dirupi, le capre saziano l’antica fame coi teneri mentastri.
«No. Scendiamo al boschetto di don Peppe.»
I pioppi abbrividiscono alla brezza; le foglie d’argento tinniscono.
«C’è anche il fiume, lì.»
Siamo tutti d’accordo: al boschetto di don Peppe.
«Per favore, niente disordine e grida, in paese. Altrimenti...»
Attraversiamo il paese in ordine e in silenzio. Il calzolaio si affaccia sull’uscio col suo lungo grembiule di pelle sporco di grasso e di pece. «Bella giornata, oggi. Buona passeggiata!» Dice, agitando una scarpa.
Le rondini hanno ritrovato sotto le gronde e le tettoie i vecchi nidi e li rabberciano andando e venendo sotto lo sguardo indifferente dei buoi.
Il bosco di don Peppe è soltanto una breve radura erbosa con sette pioppi esili e radi. Il fiume è soltanto un rivolo d’acqua.
«Ed ora, correte e gridate pure! Ma attenti...»
Corrono scatenati. Anime vestite di stracci colorati, ansiose di libertà, di corsa, di vento, di sole, di gioco. Qualcuno cade, nella corsa, subito rialzandosi, senza nemmeno passarsi la mano insalivata sul ginocchio sbucciato, per riprendere la fuga a balzelloni, capriolando sull’erba, cantando a squarciagola motivetti di chiesa, stonati e acuti.
Le bambine si stancano per prime. Si siedono, facendomi cerchio intorno. I bambini giocano ora a lanciar sassi nel ruscello. «Non c’è pericolo di annegarci dentro.» Penso. «Che giochino pure e comincino a rammollire la crosta di sudicio accumulata d’inverno, quando l’acqua del mattino fa paura, divenuta nel secchio vetro tagliente.»
Bisticciano per starmi vicino. Mi dispiace; non vorrei scontentare nessuno. Poi penso che sono un punto, come loro, di una circonferenza. Qui, su questa radura, senza banchi e senza muri, è più facile essere tutti uguali...
«Maestro, vogliamo un racconto!»
Sono un maestro. Il maestro è un testimone che vede e interpreta un mondo. Si beve la cicuta, si penzola da una croce, per essere un maestro. Niente al mondo è meglio dell’essere un maestro, quando i bambini bisticciano per stargli più vicino, quando siedono per terra, in cerchio, con le mani giunte sul grembo, con l’anima aperta nel viso.
Attendono ch’egli colmi abissi di mistero. Sperano ch’egli attinga con mani sacre alla fonte della verità e ne sparga la meravigliosa grazia sul loro capo. Attendono parole che non l’orecchio dovrà intendere. Vogliono ch’egli sia la vita, perché essi possano vederla e comprenderla sul suo volto e sulle sue mani; vogliono sapere che cosa siano il loro piangere e il loro ridere... Ma io, anche io, sono come loro. Perfino ziu Antiogu, il vecchio saggio che vive da quasi un secolo nel silenzio dei monti, ride e piange ancora, senza lacrime e senza denti, senza sapere perché. Io urlerei di paura e di dolore, come loro bambini, se venissi appeso a una croce. «Padre mio, non abbandonarmi! Madre, dove sei, madre?»
Consacrano l’autorità con doni. Spesso se ne vergognano, perché è vergogna dar meno di quanto non sia grande il cuore. Arrivano a scuola prima di me, per questo. Oppure corrono a deporre il dono sul tavolo quando io non posso vederli: un bottone, un limone, un pennino, un uovo, una fionda, cinque lire, un’immaginetta.
«E allora, questo racconto ce lo dice?»
«Un racconto?... Si, si, adesso. Ecco, adesso comincio...»
«C’era una volta... un ragazzo, in un paese piccolo come il vostro, un ragazzo, figlio di contadini, come voi, che andava, come voi, ogni mattina a far legna al monte e poi di sera a zappare il grano e le fave. Aveva fratelli e sorelle e la minestra era poca e poco calda era la stuoia nella cucina davanti al breve fuoco di sterpi. Suo padre pareva sempre stanco: se ne stava a guardare la cenere nel camino e a rimuginare, mentre sua madre passava gli stracci lavati, ad uno ad uno, per rammendarli, ammucchiati nel cesto. Eppure il ragazzo era felice quando il sole di marzo faceva fiorire di rosa i mandorli sui colli e rinverdire i grani nella valle…»
Mi guardano, attendono la fine, a bocca spalancata. Ma la fine io non la so. I racconti veri hanno tutti la stessa fine, ma nessuno può raccontarla dopo che l’ha vissuta.
Mi sembrano delusi.
«Ma questo non era un racconto.» Osserva una.
«Ma era bello lo stesso.» Dice un’altra, per compiacenza.
«Zitte!» Interviene un’altra ancora. «Era bello, si... però, adesso… vogliamo Cappuccetto Rosso!»
Alcuni bambini hanno raccolto i grossi deformi funghi che crescono fra i pioppi e ne hanno riempito i berretti. Altri hanno cercato asparagi, li hanno legati stretti in fascio con nastri di asfodelo fermati con spini di pruno. Altri ancora hanno riempito le borse di lumache brune dalla bava biancastra iridescente. Ora dividono fra tutti, facendomi la parte migliore. La cena sarà più abbondante, stanotte”.24


SU MAISTU DE PANNU
IL SARTO

«Ziu Antoni era il sarto più bravo del paese, anche se in pratica era l’unico, perché tutti gli altri, che avevano appreso da lui l’arte del taglio e del cucito, era come se non ci fossero, facevano anche i contadini ed era quello il lavoro che sapevano fare meglio.
Ziu Antoni, a quarant’anni, bruno, ben fatto, di giusta statura, nonostante i capelli brizzolati, aveva un aspetto molto giovanile, ne dimostrava al massimo trenta. Morta la prima moglie, si era risposato con zia Maria, la più bella donna del paese e dell’intero circondario - si diceva. E lui la teneva sul palmo della mano, stravedeva per lei e non la perdeva d’occhio neppure per un attimo. Lei vestiva da signora e se ne stava sempre in ghingheri, ad agucchiare e a far ricamo, sdraiata nel divano grande del salotto, che comunicava con il retro bottega, dove lui, di tanto in tanto, la raggiungeva. La contemplava, lui, estatico, perdendo perfino il senso della realtà, supplicando mutamente da lei una mossa che, spostando gli orli della vestaglia voluttuosamente socchiusa, mostrasse al suo mai appagato desiderio un tantino di più del candore di quelle carni bianche sode lussuriose.
In bottega, sotto la luce delle due lampade sempre accese che pendevano dal soffitto, d’inverno e d’estate, lavorava da mattina a sera, e spesso anche di notte, quando aveva consegne urgenti, specialmente in caso di matrimonio, con la sola interruzione di un’ora, tra mezzogiorno e l’una, per mandar giù qualcosa.
Vestiva sempre allo stesso modo: calzoni, camicia e, sopra questa, un corpetto con una fibbia di metallo dietro, come si usava allora, un metro di tela cerata gialla appeso ad una spalla ed un gessetto grigio che gli sporgeva dal taschino.
Quando si andava da lui per ordinare un abito nuovo era un onore venir misurati dalle sue mani e non da quelle di un qualunque suo scienti, apprendista. Prima di prendere le misure, ziu Antoni ascoltava ciò che il cliente desiderava. Si informava bene di ogni cosa, l’uso che si intendeva fare di quell’abito e perfino l’occasione in cui doveva essere indossato. A tutto il resto pensava lui, al tipo di stoffa, al colore. Sciorinava si il vasto campionario che possedeva, e mostrava si gli albi dei cartoni con la raccolta dei figurini (compresi quelli di Londra, che facevano sempre effetto) e ci teneva a vedere quali erano i gusti e le preferenze del cliente, perché egli era di spirito democratico, ma aveva già deciso per il meglio, e alla fine era lui che sceglieva tessuto, colore e taglio. Diceva che avrebbe ordinato subito alla ditta del Continente - Zegna, Lane Rossi e Marzotto erano tra i suoi fornitori. Ma c’è da scommettere che il più delle volte la stoffa per confezionare l’abito richiesto fosse già nel suo retrobottega, nello scaffale dove teneva il suo piccolo deposito.
Qualche volta capitavano in bottega donne venute da fuori, per lo più maestrine, che desideravano farsi un tailleur di taglio maschile, e saputo che era bravo e che avrebbero speso meno che in città, andavano da lui. In questo caso, le misure le prendeva zia Maria, la quale dopo averle rilevate, leggeva il metro a nastro e dettava a lui che scriveva uno dietro l’altro i numeri secondo un ordine prestabilito… spalle, vita, manica, eccetera.
Ziu Antoni era uomo di poche parole e religiosissimo. Dicevano che lo fosse anche con zia Maria, la bella moglie che tutti gli invidiavano, con la quale preferiva comunicare in altri modi, religiosamente. Ma quando la domenica mattina, dopo la Santa Messa, si fermava nel bar di Firmino per prendere un marsalino con un bignè, gli si scioglieva la lingua e raccontava come riuscì a sopravvivere in tempo di guerra, quando non c’erano stoffe da far abiti, era tornato di gran moda l’orbace, si usavano le coperte per far cappotti, ma il suo più frequente, e maledetto, lavoro era stato quello di voltare e rivoltare gli abiti usati.
Per fortuna, durante la guerra, aveva potuto contare su una piccola riserva di stoffe, che aveva venduto e confezionato in cambio di prodotti alimentari. E ancora sui suoi vigneti, che in quegli anni di poco lavoro come sarto, aveva lavorato lui di persona, con i suoi scientis, aiutanti.25


SU SCIENTI DE SU MAISTU DE PANNU
L’APPRENDISTA SARTO

Ogni sarto aveva più di unu scienti, un apprendista, ma di questi ve n’era uno privilegiato, che godeva della simpatia e del ben volere del principale, e si imponeva sugli altri scientis, apprendisti, per maggiore attitudine o capacità nel lavoro del taglia e cuci.
Di norma su maistu de pannu, il sarto, era un maschio che vestiva i maschi e si distingueva da sa maista de tallu, la sarta, che si occupava di vestire le donne, tutt’al più i bambini. Il motivo principale di questa divisione di compiti tra il sarto e la sarta appare abbastanza chiaro: era dovuto al fatto che la vestizione comportava misurazioni corporali sul nudo o su indumenti intimi e, forti delle leggi morali che condannavano l’omosessualità, si presumeva (spesso a torto) che un maschio non potesse concupire un maschio, e una donna un’altra donna. Insomma, veniva applicata incautamente all’uomo la legge del magnetismo secondo la quale gli opposti si attraggono e gli uguali si respingono.
Pertanto, così come i maestri, anche gli allievi erano maschi. Tuttavia, ricordo eccezioni e non poche. Infatti, le ragazze che volevano diventare sarte spesso andavano ad apprendere il mestiere da un sarto, poiché erano sempre molto più quotati professionalmente is maistus de pannu che is maistas de tallu, e questo non soltanto per una questione di maschilismo, ma perché qualche sarto aveva frequentato la scuola di taglio in Continente e si era perfino diplomato.
In verità, sarti o sarte ce l’avevano tutti un diplomino, e lo tenevano incorniciato bene in vista nella bottega dove si cuciva, ma era stato ottenuto per corrispondenza, e non aveva il valore del diploma ricevuto dopo la frequenza in un corso di studi in una qualunque delle “sartotecniche” di Milano o di Torino.
Infatti, fra is scientis, gli aiutanti, di ziu Antoni vi erano anche due ragazze, Luigina e Filomena, che si sedevano sempre vicine, sotto la finestra che dava sulla strada, ad una certa distanza dal posto dove sedevano i tre scientis maschi. Erano venute insieme, Luigina e Filomena, accompagnate dalle rispettive madri, ed erano state ricevute prima da zia Maria, la moglie del sarto, e dopo da questo. Zia Maria si era impegnata lei, per conto del marito, da donna a donne, e, data l’età ed il ruolo che ricopriva, si era permessa di fare alcune avvertenze di carattere morale alle due scientis, riguardanti il lavoro, il rispetto degli orari, l’impegno e la dedizione totale, e il comportamento che, in una fanciulla, deve essere improntato sulla più rigida riservatezza; inoltre, l’abbigliamento castigato, i capelli raccolti, niente sfrontatezza e, soprattutto, attenzione ai ragazzi scientis, ché - si sa - il maschio è cacciatore, anche se ancora ragazzino.
Luigina, una prosperosa fanciulla bruna dai capelli corvini, dopo tre anni di apprendistato da ziu Antoni si mise in proprio facendo sa maista de tallu, la sarta. All’inizio fu dura, ma con gli anni riuscì ad imporsi ed ebbe a sua volta come apprendiste ragazze che impararono l’arte del taglio alla maschile, più raffinato di quello elementare usato dalle sarte di scuola femminile.
Su scienti prediletto di ziu Antoni si chiamava Angelinu. Che era sì più bravo degli altri, ma lo era - dicevano le male lingue degli altri scientis - perché era nipote di zia Maria, che lo aveva imposto al marito, e lui, plagiato dalle sue grazie, faceva tutto ciò che lei voleva. Ma, in ogni caso - concludevano le buone lingue - è giusto che tra parenti ci si dia una mano d’aiuto.
Angelinu e Filomena, l’altra scienti femmina, una biondina assai romantica e sensibile, nonostante i severi ammonimenti e la rigida sorveglianza, spinti da incontenibile passione, riuscivano a sgattaiolare fuori dalla bottega e ad incontrarsi nel cortiletto dietro casa, dove, senza frapporre indugi, si congiungevano, disperatamente innamorati. Come si dice da noi argutamente e con un pizzico di malignità, i due giovani faiant cosìngiu e arrepuntu, facevano prima il cucito e poi… passavano alla macchina. E arrepunta arrepunta, e dai oggi e dai domani, i due giovani persero “lo ben dello intelletto”. Finché non si scoprì che lei, Filomena, era incinta; e dopo una baruffa fra i genitori dell’una e dell’altro, decisero di comune accordo di farli sposare. Lui continuò a fare l’apprendista sarto, lei dovette smettere per badare al bambino che le nacque, ed a quelli che ebbe appresso, anno dopo anno.
Se a qualcuno, oggi, dovesse apparire una cretinata fare tanti figli, c’è da dire, a discarico di Filomena, che a quei tempi non c’erano gli immigrati extracomunitari a riempire i vuoti anagrafici e a compiere le attività più umili e gravose.


SU MAISTU DE COSSUS
IL FACITORE DI CORSETTI E BUSTI

Su maistu de cossus, il facitore di corsetti, è un parente stretto de su bestipeddaiu, del facitore di mastruche, ma di questo più raffinato e fine facitore, poiché su cossu, che è soprattutto un indumento del costume femminile, è un corsetto in broccato o velluto, assai elegante e ben rifinito.
Su cossu da donna è detto anche imbustu, si indossa sopra la camicia ed ha la funzione di snellire la vita e di sostenere e mettere in evidenza il seno. Su cossu maschile, in pelle o in orbace, si potrebbe chiamare alla latina mastrucula, ossia mastruchetta, giacchetta di pelle senza maniche.

Su cropettu de s’homini sarrabesu

«Il gilè, “su cropettu”, confezionato tra orbace nero e tela grezza, cioè le spalle di tela e il davanti di orbace, ornato da due risvolti, piuttosto ampi alla sommità, per finire a punta a metà petto, fatti combaciare nella bottoniera, che variava dal doppio petto ad un solo petto, ornato da una o due file di bottoni, in numero di quattro, i quali distinguevano per la loro qualità il censo della persona, quindi d’oro se era persona facoltosa, d’argento se benestante, di metallo (vile - ndr) se povera.
Questi bottoni, lavorati in filigrana, erano del formato di una minuscola coppa con sovrastante coperchietto, al cui centro, in forma di corolla, era incastrata una pietra colorata, verde o rossa ed alla base fissata una catenella di alcuni centimetri di lunghezza, che finiva con una sbarretta, la quale, infilata nella stoffa del gilè e fermata al rovescio, consentiva che la catenella pendesse col bottone, che, fatto passare nell’occhiello della parte opposta formava la chiusura mettendo in mostra catenella e bottone, ornamento indispensabile del costume».

Su cossu de da femina sarrabesa

«Il corsetto, “su cossu”, era una specie di reggiseno di broccato o di seta che rivestiva completamente le spalle, lungo oltre la vita, con ampio scollo sotto le ascelle, per finire con una striscia sul davanti che arrivava appena sotto i seni ed era munito di bretelle “is coddittus” ed allacciato sotto il petto da una sorta di fermatura d’argento filigranata, con delle pietre colorate, detta “prancia de pitturras”, consistente in due strisce alte cinque centimetri, che venivano fermate col filo alle due estremità del corsetto, “su cossu”, una delle quali era munita di gancio e l’altra di occhiello rettangolare, consentendo l’allacciamento di esso in modo attillatissimo sotto il petto, mettendo in mostra i ricami della camicia, che doveva restare scoperta. Le spalle erano ornate da una trina al centro “sa trina de cossu”, quasi sempre di lamé dorato o argentato, che doveva segnare la spina dorsale, partendo dal basso in duplice stesura fino all’altezza delle scapole, dove si biforcava, arrivando ciascuna delle parti alla sommità della spalla, su cui veniva fermata con l’applicazione di un grosso rosone di nastro di colore vivace, contrastante col broccato o la seta.»26


SU MAISTU DE BERRITAS
IL BERRETTAIO

Su berritaiu è anch’egli un artigiano, facitore stavolta de berritas, di berretti.
Sa berrita dei Sardi, chiamata da taluno “berretto frigio”, come quello usato dai popolani francesi, quasi come un emblema, durante la rivoluzione dell’89, è certamente singolare essendosi conservata per millenni fino ai nostri giorni. Oggi la si rivede ancora indossata insieme al costume tradizionale, nelle solenni sfilate in occasione di feste e sagre popolari.
Centu concas e centu berritas, cento teste e cento berretti, è un antico proverbio che si interpreta troppo sbrigativamente con significato negativo: quando ci sono troppe teste a voler decidere si finisce per star tutti divisi e per non far nulla. In effetti c’è una interpretazione positiva del proverbio: cento teste e cento berretti diversi, esprimono insieme la diversità delle idee tra gli uomini e la loro uguaglianza e dignità nell’avere tutti una testa e tutti un “proprio” berretto; cioè a dire teste uguali con diverso contenuto.


SU BESTIPEDDAIU
IL FACITORE DI INDUMENTI DI PELLE

Bestipeddaiu si podit tradusiri puru cun “pellicciaio”, essendi su chi arriccìat de su crientulu is peddis conciadas de su conciadori, chi cument’‘e su maistu de tallu tallàt e cossìàt is peddis po ‘ndi fai bestiris; bestipeddaiu si può tradurre anche con “pellicciaio”, poiché era colui che riceveva dal cliente le pelli conciate dal conciatore che, come il sarto, tagliava e cuciva per farne abiti.)
Qualcuno traduce bestipeddaiu o bistepeddaiu con facitore di mastruche, poiché erano queste i capi di abbigliamento più richiesti e che quindi più di ogni altro questi artigiani facevano.
Sa mastruca fiat sa besti classica de is Sardus, sa besti prus nomenada e prus antiga chi issus portànt dognia dì; la mastruca era la veste classica dei Sardi, la veste più famosa e più antica che essi indossavano quotidianamente. Consisteva in una semplice e rustica veste di pelle di pecora, per lo più nera, lunga al ginocchio, senza maniche, a doppio uso, pelliccia di fuori e pelle conciata all’interno o viceversa.
Le pelli prevalentemente usate per ricavarne abiti erano di pecora, montone, agnellone, agnello e capretto. Si ottenevano coperte e mantelli per il pastore, giacche e giubbe, corpetti maschili e femminili, e calzoni.
Bestis, vesti, fatte con la pelle o con pelliccia, oltre sa bistepeddi o bestipeddi, (la mastruca detta anche berbeghina, baciaccia, montonina) erano pure su cossu de peddi o cropettu, is carzonis de peddi, is grembialis, grembiuloni usati specialmente da artigiani come su frau o ferreri, il fabbro, su maistu de crapittas o sabateri, il calzolaio, e non di rado indossati anche dal pastore quando fa il formaggio.
Si usavano pure pelli di margiani, volpe, e di conillu, coniglio, utilizzati nella confezione di giubbetti e colletti, specie per bambine.
Con le pelli di cinghiale si ottenevano, oltre ai tradizionali tappeti, robusti gambales, gambali, per proteggere stinchi e polpacci e rafforzare la tomaia degli scarponi da pastore.27


SU MAISTU DE CRAPITTAS
IL CALZOLAIO

Su maistu de crapittas, che noi sardi, alla maniera spagnola, chiamiamo anche sabateri (in italiano ciabattino e più modernamente calzolaio), era una figura presente in tutte le comunità, anche nei più piccoli villaggi.
Sa buttega de su maistu de crapittas, la bottega del calzolaio, consisteva, di solito, in uno stanzino con la porta aperta sulla strada, per cui i passanti vedevano nel riquadro l’artigiano seduto davanti al deschetto e costui poteva seguire il via vai della gente. Spesso deschetto e panchetto venivano spostati sulla strada, al solicello tiepido dell’inverno e all’ombra fresca dell’estate, poiché, come tutti gli artigiani, su sabateri amava lavorare in compagnia e conversare esaminando le questioni ed i problemi della comunità. Così si manteneva sempre aggiornato per essere a sua volta fonte di informazione. Si potrebbe dire che su sabateri (come il falegname, il fabbro, il barbiere) assolveva alla funzione di giornalista opinionista “ante litteram”.
Nelle ore pomeridiane, quando la gente faceva la siesta, se il ciabattino aveva molto lavoro da sbrigare e la stagione lo permetteva, si sedeva sul suo sgabello in un angolo del cortile di casa, talvolta anche senza deschetto. Indossato il grembiule di pelle, prendeva una sagoma di legno o di ferro che posata sopra le ginocchia gli consentiva di portare avanti il lavoro.


SU SABATERI
IL CIABATTINO

«Un bravo calzolaio doveva saper confezionare due tipi di scarpe: quelle da lavoro, po is diis de factu, per i giorni feriali, e quelle buone, po is diis de festa, per i giorni di festa. Le scarpe da lavoro le confezionava con pelle robusta per la tomaia, che non andava lucidata, ma unta col sego; la suola poi era particolarmente dura e resistente e veniva rifinita con is bullettas o acciolus, le bullette o chiodi, per rinforzarla e farla durare nel tempo. Queste ultime scarpe si chiamavano crapittas accioladas, scarpe bullettate. Le scarpe eleganti erano di vacchetta morbida e sempre tinte di nero.
Il suo giorno di riposo, come per su braberi, il barbiere, cadeva di lunedì, perché il sabato notte i clienti contadini gli portavano le scarpe da risuolare, affinché fossero pronte per il lunedì, per cui su maist’‘e crapittas, il calzolaio, doveva alzarsi all’alba, la domenica, e lavorare tutta la mattina (e qualche volta anche il pomeriggio) per poter portare a termine il lavoro.
Come il barbiere, anche il calzolaio veniva pagato dai clienti contadini dopo il raccolto, con grano e legumi, e dai pastori con formaggio e, in occasione della Pasqua, con un agnello.
Su maist’‘e crapittas, il calzolaio, preparava le scarpe per le donne anche senza prendere loro la misura, ne faceva diverse paia e poi le allineava in su parastaggiu, nello scaffale a muro che di solito stava alle sue spalle. Se invece doveva preparare le polacchine per una sposa, allora prendeva le misure e vi si dedicava con più cura. Per molte donne is crapittas de is sposas, le scarpe nuziali, erano l’unico paio e duravano tutta la vita».28


SU CONCIADORI
IL CONCIATORE

Su conciadori, il conciatore, delle nostre comunità di un tempo conciava prevalentemente pelli di pecora, agnello e capretto. Il prodotto del suo lavoro passava poi nelle mani di su bestipeddaio, l’artigiano che tagliava e cuciva le pelli conciate per ricavarne indumenti.
Assai diffuso tra i ceti benestanti l’uso della pelle di pecora conciata, che veniva regalata agli sposi, da usarsi durante l’inverno sotto le lenzuola, per tenere caldo. Veniva pure usata per evitare che la pipì dei bambini più piccoli, che ancora erano in allattamento e dormivano con i genitori, potesse penetrare nel materasso, di crine o di lana, rovinandolo. Ciò che, in tempi moderni, si fa con il telo cerato che, tuttavia, è meno adatto a trattenere il calore corporeo.
La pelle conciata dell’agnello, per lo più di colore bianco, ma taluna anche graziosamente incespiada, maculata di nero o di marrone, veniva spesso usata come scendiletto o come tappeto, utile scaldapiedi sotto il tavolo da lavoro dell’artigiano o di chiunque soffrisse il freddo ai piedi.
Le pelli più belle, con il vello più elegante, erano destinate ad essere tagliate e cucite per ottenere dei capi di abbigliamento non soltanto all’interno della comunità - che ne ricava cossus, corpetti, bestis, vesti, e altro - ma anche per is sennoris, i benestanti, che ne ottenevano eleganti pellicce, anche per vestire le fanciulle. Assai apprezzate le pellicce di capretto.
Oltre alle pelli degli ovini, sia pure in misura assai più limitata, vi erano le pelli dei bovini, da cui si ottenevano tomaie e suole per le scarpe, nonché finimenti e briglie. Per esempio, is ordinagus o odriangus po is bois, po su giù, i finimenti per i buoi, per il giogo, is tirantis, le briglie, is tirellas, is lorus e is lorittas, altri finimenti per gli animali da tiro e da lavoro, is singellas, le cinture, e quant’altro di manufatto in pelle vi era nella utensileria di uso domestico, comprese le cerniere di rustiche cassapanche che si ottenevano con pezzi rettangolari di cuoio inchiodati con bullettas, chiodi da sellaio con la testa semisferica, sia nella cassa che nel coperchio.
Sa peddi, la pelle, a seconda dell’uso che se ne fa, indica sia lo scendiletto che la pelliccia che si stende sotto le lenzuola per tener caldo o a protezione del materasso.
Sa besti, letteralmente: la veste. E’ detta besti una sorta di giacca lunga a mezza coscia, senza maniche, fatta di solito con pelli nere (ma potevano essere anche pelli bianche di pecora), conciate e cucite tra loro. Solitamente ne occorrevano tre, per ricavare una besti. Si potevano far preparare da su conciadori o da su bestipeddaiu, colui che tagliava e cuciva la pelle confezionando indumenti.
Su cossu o corpettu biancu, il corsetto bianco, era fatto di pelli di agnello, che il pastore usava quasi tutto l’anno. Era un indumento sbracciato e aperto sul davanti, poco più lungo della vita, delicato, leggero ed elegante, serviva soprattutto a proteggere il torace e specialmente i polmoni dagli sbalzi di temperatura cui erano soggetti i pastori, che stavano notte e giorno tra cielo e terra, esposti a tutte le intemperie.

Conciadoris de Bosa

«Sulla sponda sinistra del fiume si vedono alcune casupole che servono ai conciatori che sono numerosi, e forniscono le pelli conciate ad una gran parte dell’isola (Ne fanno anche uno smercio grande in Cagliari ai legatori di libri - ndA): prima essi preparavano le pelli colla foglia del mirto, attualmente però adottano il metodo praticato dai conciatori del continente».29
E’ alquanto strano che il Della Marmora mostri tanta superficialità parlando dell’industria per la concia delle pelli che in quel periodo era a Bosa ancora assai florida e famosa in tutto il Continente, anche a livello europeo. Vi si conciava, in specie, il vitello per pelletterie di lusso e pelli di pregio per la rilegatura dei libri, un tempo in uso. Intanto, residuano ancora oggi imponenti caseggiati lungo la sponda del Temo, sorta di cameroni a schiera, dove si svolgevano i vari passaggi della lavorazione delle pelli.
Tale industria, anche se non più tanto florida, ha continuato la sua attività fino a tempi recenti (Anni Sessanta), raccogliendo le pelli prodotte negli allevamenti di bovini, dal Sassarese al Marghine all’Ozierese.
Le concerie trovavano sulle sponde del fiume l’ubicazione ideale per lo smaltimento delle sostanze usate per la lavorazione delle pelli, tuttavia, le sostanze di lavorazione erano inquinanti e soprattutto maleodoranti, determinando nell’aria un mefitico odore che in tedesco forbito viene detto “Landluft”, ossia odore di campagna, e in sardo volgare frag’‘e merda, puzza di cacca. Per cui, Bosa stessa, negli spiriti salaci dei paesi antagonisti, viene definita sa bidda chi fragat de merda, il paese che puzza di cacca.
Annotazione. Gli abitanti di Bosa passano per essere di intelligenza oltremodo acuta. Infatti è un detto comune rispondere a qualcuno che è incerto sul da farsi per una faccenda del tutto ovvia: “Fai cumenti faint a Bosa: candu proit lassant proiri…”, “Fai come fanno a Bosa: quando piove lasciano piovere…”.


SU SEDDERI
IL SELLAIO

Su sedderi era l’artigiano che lavorava la pelle, da cui ricavava selle e basti, briglie e finimenti, per cavalli, buoi e asini. Su sedderi quando era anche esperto facitore di frenus, briglie, veniva appellato maistu de frenus, brigliaio.
Nel suo Dizionariu, il Porru fornisce una elencazione assai ricca delle varie parti che compongono sa sedda e is fronimentus, la sella ed i finimenti relativi. Qui di seguito, se ne citano alcuni elementi.
Sedda, sella. Cingra, cinghia. Cingroni, cinghione, che va sopra la sella. Prittali, pettorale. Retranga, posoliera. Groppera, groppiera. Staffa, staffa. Staffali, staffile. Conca de sa sedda, pomo della sella. Gualdrappa, coperta. Tranzilleris, legaccioli. Sedda sene arcioni, barda, bardella. Sedda de carrigu, basto. Sedda po domai purdeddus, sella per domare puledri. Sedda de linna, specie da asino, basto. Seddoni, sella per far cavalcare le donne. Seddita, sellino, in uso po su cuaddu de ferru, per la bicicletta, o po su cuaddu de fogu, per la motocicletta.
Fraseologia: Pigai sa sedda de su cuaddu, togliere la sella, dissellare. Poniri sa sedda, mettere la sella, sellare.
Modi di dire: No baliai sedda, non tollerare offese. Chini no si dda podit pigai cun su cuaddu, si dda pigat cun sa sedda. Chi non se la può prendere con il cavallo se la prende con la sella. Donai seddas o seddadas, dare balzi. Cuaddu friau sa sedda ddi pitziat, cavallo scottato, la sella gli brucia.


SU CACCIGADORI
IL FOLLATORE

Era colui che anticamente esercitava la professione di follatore, pestando con i piedi il tessuto grezzo di lana immerso nell’acqua tiepida di una vasca. Con la follatura si otteneva un panno compatto, uniforme e morbido.
Con la lana di pecora nera, che non veniva mai venduta, dopo averla filata, si tesseva su saccu nieddu, il mantello-coperta del pastore, una sorta di sacco a pelo aperto da due lati. Non sempre però la lana era in quantità sufficiente e in mancanza di questa si usava la lana bianca. Era quindi necessario procedere, dopo la tessitura, alla tintura. Di questa operazione si occupava su caccigadori, il follatore, il quale faceva anche il tinteggiatore, oltre a compiere il suo lavoro specifico che era quello di follare, ammorbidire e rendere fitto il tessuto grezzo pestandolo con i piedi nell’acqua tiepida.
Su caccigadori, il follatore, si recava presso la famiglia che aveva necessità della sua prestazione d’opera. Gli strumenti necessari, che egli portava con sé, erano: su laccu de linna, la vasca di legno, ben rifinita all’interno, cioè bella liscia, larga un metro e lunga da un metro e mezzo a due metri, alta quaranta, cinquanta centimetri; le essenze necessarie a preparare sa tinta, il colore: tirioba, lua, scabecciu, truiscu e tanada (non traducibile, euforbia, campeggio, torvisco o pepe montano e melagrana). Su scabecciu si comprava in bottega, mentre le altre essenze si trovavano in campagna.
Per prima cosa venivano messe a bollire le essenze in un recipiente e, contemporaneamente, si riscaldava dell’acqua in un craddaxu, paiuolo, al fuoco del caminetto. Una volta pronta, la tinta veniva colata e versata in su lacu, nella vasca, con l’aggiunta di acqua calda… mai troppo calda, perché avrebbe danneggiato la lana, e anche perché i piedi scalzi de su caccigadori dovevano poterla resistere (si potrebbe dire che i suoi piedi fungevano da termometro).
Sul fondo de su lacu veniva steso su saccu nieddu, il mantello, piegato in due, e quindi pigiato ben bene, affinché assorbisse tutta la tinta. Cominciava allora il lavoro più pesante per su caccigatori, che prende il nome proprio da questa parte dell’operazione: egli doveva caccigai, pestare, pigiando con i piedi in lungo ed in largo, incessantemente, il tessuto di orbace, aggiungendo acqua calda e togliendone fredda, per tenerla sempre alla stessa temperatura. Il lavoro di aggiungere e togliere acqua veniva fatto da qualcuno della famiglia o dalla stessa padrona di casa, che aveva così anche modo di controllare l’opera. Spesso però tale compito era svolto da un ragazzino, per lo più il figliolo del lavorante, che accompagnava su caccigadori e che faceva l’apprendista.
Il lavoro durava tutto il giorno e qualche volta anche di più, fino a notte tarda. La durata dipendeva dalla tessitura: se questa era stata perfetta, cioè il meno lasca possibile, occorreva meno tempo per rendere il tessuto fitto fitto e per fagocitare tutti i peli della lana che spuntavano dal tessuto.
Su caccigadori riceveva la colazione, il pranzo e la cena se terminava a tarda notte. Inoltre aveva diritto ad un compenso in denaro.
Su saccu nieddu così trattato diventava tanto fitto da diventare impermeabile alla pioggia. Era un indumento indispensabile per il pastore per proteggersi dalle intemperie, prima di tutto per ripararsi dalle piogge e poi per coprirsi nel sonno, durante la notte. Di saccus nieddus, mantelli, ne possedeva due: uno di circa due metri, che indossava come un lungo cappuccio quando andava a piedi dietro le pecore al pascolo, e uno di circa tre metri e mezzo, o anche quattro, per quando andava a cavallo o per dormire.


SU MAISTU DE FRENUS
IL BRIGLIAIO

Su maistu de frenus, il brigliaio, lavorava con arte sopraffina pelle e cuoio con splendenti ribattini, borchie, fibbie e altre preziosità, per ricavarne odriangus, lorus, tascas, murralis, briglie, sottopance, gualdrappe, tiranti, e quant’altro serviva per aggiogare i buoi al carro o per legare il cavallo alla carretta. Sia i finimenti comuni, da usare quotidianamente per il lavoro, sia quelli eleganti e lussuosi, riservati per le feste e per le occasioni speciali, quali il matrimonio.


SU MAISTU DE MURU
IL MURATORE

Molti dei lavori di manutenzione della casa venivano svolti dagli stessi proprietari. Nel periodo precedente la Pasqua si dava una ripulita generale, si rappezzavano gli intonachi e si dava una mano o due di latte di calce ai muri, mentre i pavimenti, quando ancora erano per lo più di terra battuta, venivano rifatti con un impasto di argilla e paglia. In diversi paesi della Marmilla al posto della paglia si usava lo sterco di bue.
I lavori di ristrutturazione annuale dei pavimenti e degli intonachi venivano svolti dalle donne con l’aiuto delle fanciulle, mentre ai maschi era affidato il compito di edificare i muri nuovi, in pietra o in mattoni crudi, o di aggiustare quelli vecchi.
Vi erano però interventi straordinari, come quando si rendeva necessario il rifacimento del tetto non più impermeabile. Bisognava allora parlare con uno o più muratori per mettersi d’accordo sui costi del materiale della manodopera e sulla data di esecuzione dell’opera. Era un fatto normale nei nostri paesi che la gente di casa, ed in particolare i maschi validi, servissero da manovalanza generica in aiuto al muratore salariato. Intanto, in virtù della legge del risparmio, il materiale necessario alla realizzazione del lavoro, dietro elencazione del muratore, veniva acquistato e trasportato a piè d’opera dagli stessi componenti della famiglia, i quali, la mattina presto, si facevano trovare pronti all’arrivo del muratore per mettersi a sua disposizione. Le donne si rendevano utili svolgendo mansioni che erano loro proprie: preparare un caffè o uno spuntino, distribuire al momento opportuno bicchieri di vinello e così via.
Il rifacimento de sa cobertura, del tetto di casa, almeno in parte, avveniva periodicamente, dopo un certo numero di anni. Il più delle volte l’intelaiatura de is bigas, dei travi, costituita da pali di ginepro che duravano un’eternità, oppure di castagno, non aveva bisogno di essere sostituita, al contrario de sa cannizzada, dell’incannucciata, che poggiava sull’intelaiatura di listelli, a loro volta legati o inchiodati ai travi, sull’incannucciamento. Infine, venivano rimesse a posto is teulas, le tegole tradizionali a coppo, di terracotta, cementate con malta di calce.
La fine dei lavori si festeggiava con una scialla, cena collettiva a base di maccarronis e pezza arrustia, maccheroni e carne arrosto.


SU MAISTU DE SCRAFFEDDU O PICCAPERDERI
LO SCALPELLINO

Un mestiere questo de su maistu de scraffeddu, dello scalpellino, affine a quello de su maistu de muru, del muratore. Un mestiere abbastanza raro nei villaggi contadini, dove le case si edificavano con il mattone di fango crudo e pietre da lavorare con lo scalpello non ce n’erano, ma assai comune nei paesi, e non sono pochi, dove le pietre abbondano, perfino dove non dovrebbero stare, tanto che bisogna toglierle dai campi per poterli coltivare a grano.
Vi erano tuttavia le chiese e i santuari, nel centro degli abitati o nei luoghi più ameni della campagna, dove venivano allogati i santi, che non gradivano abitare entro muri di fango, preferendo la muratura in pietra ben lavorata e squadrata, come nella basilica di Santa Maria di Saccargia.
Così pure i padroni ricchi, quelli forestieri e, per imitazione, anche quelli indigeni, come i santi, preferivano le abitazioni costruite in pietra. E quando non ce n’erano vicine se le facevano portare da lontano con carovane di carri a buoi.
Così, ogni qualvolta c’era da costruire una chiesa o una abitazione padronale, is maistus de scraffeddu, ovvero gli scalpellini, saltavano fuori per lavorare la pietra, squadrarla e fare perfino il muro bugnato.
Vi erano paesi come Sardara dove è di casa il basalto, una pietra nera compatta, ottima - dicono - per murature a bella vista, cioè muri di pietra senza intonaco. E lì a Sardara, insieme al basalto, vi era il fior fiore dei muratori e degli scalpellini, che conoscevano alla perfezione l’arte di tagliare con due tre tracce di scalpello qualunque pietra, studiandone prima le venature.
Vi sono i paesi dell’interno montuoso, quelli che abitano le Barbagie e che sono detti Barbaricini, dove i muratori sono tutti, chi più e chi meno, maistus de scraffeddu. Perché ci sono molte pietre, anche enormi, da farci tanti nuraghi e rocce, specialmente di granito, che non si sa dove metterle.
Gli antichi Romani avevano trovato loro il posto, anzi diversi posti dove metterle. Con le pietre di basalto, debitamente squadrate da coorti di maistus de scraffeddu indigeni, facevano costruire strade, o aggiustare le vecchie, come a Tharros, facendo sovrapporre il basalto alle pietre di arenaria usate dai Punici. O costruivano ponti per attraversare torrenti e fiumi; strade e ponti che durano un’eternità, che ancora resistono e funzionano - meglio di quelli costruiti sotto controllo del genio civile in regime democristiano. Inoltre, i Romani prendevano (o, meglio, facevano prendere) le pietre di granito, le trasportavano (o, meglio, le facevano trasportare) fino ai porti di mare, e utilizzavano queste nostre pietre in sovrappiù, costruendo (o, meglio, facendo costruire), a casa loro, magnifici edifici, pubblici e privati, e templi per tutti gli dei.
Ciò che, d’altro canto, fanno ancora oggi gli industriali del Continente, con metodi più moderni e tecniche più sofisticate, che vengono in Sardegna, scelgono i più bei massi di granito, di quello bello compatto, lo tagliano (anche senza maistus de scraffeddu), caricano i lastroni sulle navi e li vendono in tutta l’Europa per farne rivestimenti di muri, interni ed esterni, battiscopa, pavimenti, caminetti, e tutto il resto.
A onor del vero, qualcosa di tutte queste pietre lavorate resta anche in Sardegna. Le ville della Costa Smeralda, per esempio, contengono granito da tutte le parti. Peccato che non siano proprietà dei Sardi.


S’ARENERI
IL RENAIOLO, CAVATORE E TRASPORTATORE DI SABBIA

Prima che si diffondessero i mezzi meccanici, il lavoro de is areneris, dei cavatori di sabbia, si faceva con le mani e una pala. I paesi che avevano la fortuna di avere un fiume vicino, lo utilizzavano per estrarne la quantità - modica direi - necessaria agli impasti di calce e cemento per l’edificazione delle case di abitazione.
Va detto che i paesi della pianura edificavano per lo più con i mattoni crudi, che sono fatti di fango argilloso misto a paglia, come tremila anni fa in Egitto, in Mesopotamia, e in buona parte dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. I mattoni crudi si cementano tra loro con malta di argilla. Poco bisogno avevano, dunque, questi paesi della sabbia, se non per ottenere gli impasti cementizi, di calce, o di malta bastarda, necessari per murare le pietre. Tuttavia, nei muri di recinzione e anche in alcune costruzioni rustiche in campagna, si costruisce “a secco”, senza alcuna malta, disponendo le pietre l’una con l’altra, segundu s’assettiu insoru, facendole combaciare secondo la loro forma. Le costruzioni megalitiche, quali i nuraghi, si costruivano appunto a secco.
Degli altri paesi, i più, utilizzavano cave di sabbia naturali, talvolta anche assai lontane dal luogo dove il materiale estratto doveva essere utilizzato. Per il trasporto si servivano dei carri a trazione animale, per lo più carrettoni trainati dai cavalli, che erano assai più capienti e veloci dei carri a buoi, in pianura. I carri a buoi andavano meglio in montagna, considerate le strade disagevoli, le ripide pendenze, nonché il notevole peso della sabbia in rapporto al suo volume, specie se umida. Lo stesso discorso vale per le pietre da costruzione che si trasportavano dalla cava a piè d’opera con il carrettone o con il carro a buoi secondo la zona e la viabilità.
Con l’avvento della motorizzazione, e specialmente da quando, negli Anni 50, i mattoni crudi sono stati sostituiti, quasi dappertutto, dai blocchetti di cemento, c’è stata una grande richiesta di sabbia per le costruzioni. E così s’areneri si è meccanizzato e motorizzato: sono state impiantate pale meccaniche alla foce di alcuni fiumi o all’interno delle cave, per l’estrazione, e sono entrati in funzione, al posto dei carri, camion e motofurgoni di ogni genere, per il trasporto.


SU MAISTU DE LINNA O FUSTERI
IL FALEGNAME

«In tutto il paese, ziu Germanu era conosciuto come su maist’‘e linna, falegname; molti non sapevano nemmeno il cognome, ma se veniva qualcuno dei paesi vicini cercando il falegname era logico che si riferisse a lui. Aveva la falegnameria alla periferia del paese, con un capannone nel quale erano ben allineate tavole di tutte le grandezze e di vari tipi di legno.
Eseguiva i lavori solo per ordinazione e se qualche fidanzata aveva fretta di sposarsi doveva prenotarsi per tempo. Di solito il primo mobile che le giovani ordinavano, anche se non erano fidanzate, era il guardaroba dove avrebbero cominciato a conservare i capi del corredo, man mano che lo preparavano.
Ziu Germanu faceva solo tre tipi di guardaroba: il più semplice, di legno meno pregiato, lo compravano le domestiche o is gerrunaderas; nella via di mezzo, con qualche rifinitura, lo ordinavano is fillas de domu, le ragazze casalinghe; e, infine, quello più rifinito, di legno migliore, lo acquistavano is riccas, le benestanti. Qualche volta succedeva che una giovane, pur essendo povera, volesse quello di seconda categoria, e allora se ne parlava in tutto il paese, comenti de una cosa chi no desciàt, come di una cosa che non stava bene.
Ziu Germanu preparava solo i mobili da rifinire bene: comò, credenze, comodini, tavoli per la stanza da pranzo, testate per il letto; mentre gli apprendisti preparavano i mobili per le contadine: sa mesa manna, la tavola per fare il pane, su scannu de tabas, il tavolo quadrato, che doveva essere ben robusto, perché serviva per appoggiare sa scivedda manna, la conca grande, dove si impastava e si metteva a lievitare la pasta per il pane. Inoltre, preparavano su scedazzadori, l’abburattatore per appoggiare e far scorrere il setaccio quando si abburattava la farina; su parastaggiu, una specie di scaffale da appendere alla parete della cucina, e sa mesixedda, il tavolo rettangolare piccolo per la cucina.
A parte la confezione dei mobili, ziu Germanu era ricercato anche per le serrature delle case nuove e accadeva che avesse come clienti i futuri sposi e che venisse anche invitato alle loro nozze».30


SU MAISTU DE CARRUS
IL CARPENTIERE

Su maistu de carrus, il carpentiere, costruiva prevalentemente carri da lavoro e da trasporto, carrus e carrettas, carrozzas e carrozzinus, carri a buoi, carri e carrette, carrozze e calessi.
Tre erano i veicoli che venivano loro commissionati dai contadini: su carru a bois, il carro da buoi; sa carretta a cuaddu, la carretta da cavallo; sa carretedda a molenti, il carrettino da asino. Di questi tre, il più diffuso era il carro a buoi: un carro di fattura singolare, semplice, robusto e funzionale. Lo descrive Delia Mameli, appassionata cultrice di tradizioni popolari, nella sua interessante ricerca “Vita, usi e costumi del Sarrabus” edita a Cagliari nel 1965:
«Il carro sardo “su carru sardu”, mezzo di locomozione fra i più antichi, adibito in tutti i lavori attinenti alla agricoltura (tutt’ora in uso nel Sarrabus) è composto da un telaio di legno a forma di triangolo, il cui vertice è detto “punta de scala de su carru”; la base, parte posteriore “sa coa de sa scala”.
Il vertice è rivestito da due placche di ferro dette “sa braba” e “s’asuta de sa braba”; in quest’ultima vanno fissate due prominenze di ferro, dove si incassa l’arco del giogo, “s’aioni”.
Dove incomincia l’apertura del vertice del triangolo, stanno due assi di ferro detto “is maisteddas”; in una mediante un anello di ferro si infila “sa stantarizza”, bastone di legno che poggia per terra consentendo al carro fermo di stare sul piano orizzontale, nell’altra si infilano i bastoni “fustis de costa de su carru”.
Il triangolo formante l’intelaiatura del carro, rivestito al centro da tavole, è detto “su lettu de su carru”.
Ai due lati esterni di esso si infilano le ruote mediante una asse “s’axia” di ferro, collocata sotto il letto del carro.
Nell’asse penetrano i mozzi “is buttus” rivestiti da un tubo metallico detto “bronzina”, dai mozzi sporge l’asse dove è praticato un taglio in cui penetra la chiave “sa crai”.
Dai mozzi si dipartono i raggi “is arraggius” i quali si suddividono in quattro parti detti “grivellus” che formano la ruota “s’arroda”, rivestita da un cerchio di ferro, “lamoni”.
Dietro le ruote sta un’asse di legno, munita all’estremità di due tacchi che servono da freno “sa meccanica”.
Il freno funziona mediante l’uso di un bastone attaccato ad una catena; alla sinistra di esso un altro bastone detto “balantinu” bilanciere, che serve a far stare in bilancia il carro fermo.
Al di sopra delle ruote, fissate sul letto del carro, sono le sponde; quelle piccole dette “cubas”, le più alte “cubalis”.
Fanno parte del carro “is cedras” (le veggie, per allargarne la capienza - ndr); le redini “is ordinagus” ed il pungolo “su strumbulu”, bacchetta munita di una spina di ferro e di correggia; il giogo “s’uali” un asse di legno con al centro infisso un semicerchio di ferro “s’aioni”, fissato alla parte superiore da viti dette “gallettus”. Ai lati del giogo tre prominenze in ferro dette “ossiedus” dove si incrociano le corregge che attaccano i buoi al carro».
Sulla ricerca del legname più idoneo da tagliare nei boschi per la costruzione sia del carro a buoi che di altri carri e sul relativo commercio che si faceva dai paesi montani ricchi di boschi, Alto Oristanese e Barbagie, ai paesi dei Campidani poveri di alberi, Tigellio Contu, nella sua Opera più volte citata, scrive:
«…In quei tempi il bosco forniva anche un altro cespite di guadagno, almeno ai più furbi e audaci, col taglio clandestino di appositi rami di leccio. In essi l’occhio esperto del raccoglitore ravvisava nella loro naturale forma il legname adatto per trarne le varie parti di cui era formato il carro a buoi e l’aratro di legno, allora esclusivamente in uso presso gli arcaici contadini sardi, cui era ancora sconosciuto l’aratro di ferro. Ricordo ancora che tali pezzi venivano, nelle ore notturne, nascostamente, trasportati a spalla in paese, per essere sotterrati nelle concimaie, sotto uno spesso strato di stallatico; per un motivo di sicurezza in primo luogo e anche perché il letame, coi suoi acidi, costituiva una specie di concia che faceva perdere ai pezzi la corteccia e facendoli seccare rapidamente evitava loro possibili spaccature. Tali pezzi erano molto ricercati, specie dai contadini nei paesi del Campidano, che venivano nottetempo a prelevarli con i carri a buoi e, opportunamente occultati sotto sacchi di paglia o altro, erano, con grande cautela, e sempre nelle ore notturne, trasportati al luogo di destinazione. Tale commercio, un vero e proprio contrabbando, era pericoloso ma molto remunerativo».
Rinomati nei paesi da Cagliari a Oristano erano i carri dei Ruggeri, maistus de carrus di Guspini


SU MAISTU DE CUBAS O CARRADERI
IL BOTTAIO

Su maistu de cubas, su chi faiat o arrangiat is carradas, il bottaio, colui che costruiva o riparava le botti, lavorava in un ampio cortile acciottolato, con un comodo e largo loggiato sul fondo, aperto sulla strada da un largo portale che consentiva ai clienti di entrare comodamente con il carro per scaricarvi botti e tini da sistemare.
Ai primi di autunno, in vista dei lavori della vendemmia e della vinificazione, sa cortilla de su maistu de cubas, il cortile del bottaio, si andava sempre più riempiendo di recipienti di ogni dimensione e affollando di clienti che avevano tutti una gran premura.
Talvolta, alcune cobidinas, tini, non trovando posto all’interno, dovevano restare per strada, con grande gioia dei bambini del vicinato che ci giocavano dentro.
Invece, is carradas, le botti, più delicate e più meritevoli di attenzione, trovavano comunque posto all’interno, anche messe l’una sopra l’altra, nel fondo, con il nome del proprietario scritto con un pezzo di gesso.
Le botti e i tini da revisionare andavano smontati. Si toglievano loro i cerchi e le doghe venivano ripulite e levigate per rifarle come nuove. Quindi, venivano rimesse al loro posto e fermate con i rispettivi cerchi, preventivamente scaldati in una apposita fornace. Raffreddandosi chiudevano l’insieme delle doghe, tenendole strette l’un l’altra come in una morsa.
Is iscientis de su carraderi, gli aiutanti del bottaio, prendevano acqua dal pozzo e la versavano nelle botti e nei tini appena revisionati, o di nuova fattura, per verificarne la tenuta stagna.
Su maistu de cubas è detto anche carraderi o buttaiu.


SU MAISTU DE BIRDIUS
IL VETRAIO

Un mestiere questo de su maistu de birdius o virdius, del vetraio, che si riduceva a poniri is virdius in is ventanas, a mettere i vetri alle finestre, candu si fessint arrogaus, quando si rompevano - poiché, qui da noi, non c’erano is fabricas de birdis, le vetrerie, come a Murano o in Boemia; infatti, in tempi anche recenti, era già molto se ai telai delle imposte c’erano i vetri.


SU MAISTU DE CADIRAS E DE SCANNUS
IL SEGGIOLAIO

Scannaiu, o maistu de scannus è colui che fa is cadiras e is scannus, le sedie e le seggiole.
Su scannu è una sedia bassa, comoda, da usarsi davanti al camino, assai comune nell’abitazione del contadino.
Nel mondo del pastore su scannu è spesso sostituito con sa mesichedda o su panchittu, il panchetto di legno o di tronchetti di ferula e sughero...
Sa cadira è la sedia, comunissimo mobile nell’arredamento di ogni casa, anche la più povera. Ve ne erano di dozzinali, fatte in Continente su scala industriale, che, sbarcate in Sardegna, finivano per lo più nelle città e nelle case paesane dei benestanti. La gente comune dei nostri villaggi usava cadiras e scannus, sedie e seggiole, più rustiche ma anche più resistenti all’usura e che costavano meno, prodotte dal lavoro artigianale de is scannaius, dei facitori di seggiole.


SU MAISTU DE OPERAS GRUSSAS
CHI PULISCE LE LATRINE

Su maistu de operas grussas, un titolone altisonante, in pratica, indicava una attività assai modesta, quella de su basseri (da bassa, cesso) o limpiabassas, del pulitore di latrine.
Una attività che si svolgeva soprattutto nella città, dove la gente viveva ammassata e non riusciva a trovare spazi sufficienti a smaltire i propri rifiuti in modo naturale. Come invece accadeva nei paesi e nei villaggi dove, fino a pochi anni fa, non c’erano fogne né pozzi neri, e gli escrementi umani e animali, insieme a ogni altro genere di rifiuti, finivano nell’immondezzaio, presente in ogni cortile domestico, che annualmente, già in fase di decomposizione, veniva rimosso, portato in campagna e sparso come letame nei terreni da coltivare.
Tuttavia, nelle case dei benestanti vi erano elementari pozzi neri, che necessitavano ovviamente di periodici svuotamenti. Ci pensavano is maistus de operas grussas, is limpias bassas, appunto gli addetti alla pulizia delle latrine.


SU MAISTU DE RODEDDAS
IL GIRELLAIO

Con su maistu de rodeddas, su chi faiat rodeddas de talliora, il girellaio, entriamo in un settore alquanto specialistico dell’artigianato. Vediamolo nel dettaglio.
Sa rodedda, la girella, è una parte de sa talliora, della carrucola. Più precisamente, sa rodedda viene così definita nel Vocabolario di E. Atzeni31:
«Specie di ruota o disco di legno duro, del diametro di uno o due palmi, il cui asse è imperniato nella cassa della carrucola, e sulla cui grossezza intorno intorno è incavata la gola o canale da mettervi la corda per attingere l’acqua con la secchia. Alla girella di legno è sostituita una di ferro quando invece della corda si adopera una catena».
Sa talliora, la carrucola, viene così definita nello stesso Vocabolario:
«Arnese composto di una girella imperniata fra le due branche di una staffa di ferro, le quali in alto si riuniscono, e terminano in uncino, col quale si appende ai legnami del tettuccio de pozzo».
Sa rodedda de sa talliora è dunque la girella della carrucola.
Sa rodedda, detta più propriamente sa serreta, nella parlata dell’Oristanese, indica anche la taglierina, consistente in una rotellina dentata girevole, incastrata in un manico, con cui si taglia la pasta, frastagliandola, o si sfrangiano gli orli di altre paste, come is culirgionis, gli agnolotti. C’è da presumere che l’artigiano facitore di serretas, dette appunto anche rodeddas, fosse anch’egli unu maistu de rodeddas. Mia madre - per quel che ricordo - si faceva fare is serretas o rodeddas, le taglierine per sfrangiare la pasta sfoglia, dal falegname di famiglia, dandogli una monetina che, da lui stesso o da un fabbro, veniva dentellata pazientemente con la lima, quindi bucata al centro e infilata in un manico con un pernetto che le consentiva di girare.


SU MAISTU DE BERRINAS
IL SUCCHIELLINAIO

Sa berrina, il succhiello, è un attrezzo proprio de su maistu de linna, del falegname. Esiste però un artigiano esperto nell’uso de sa berrina, detto appunto maistu de berrinas, che si traduce in italiano con succhiellinaio o succhiellaio.
Importante il suo lavoro nelle botti per spillarne, a tempo debito, il vino. I fori venivano poi chiusi da appositi tuppas e tupponis, zipoli e zeppe, di forma conica, che venivano inchiodati con un martello di legno.
Succhiellinajo, nel dizionario del Cantù, non era l’artigiano che usava il succhiello, ma colui che faceva o vendeva i succhielli. Altri dizionari preferiscono la voce succhiellajo. Nuovi dizionari come il Treccani ignorano del tutto questi vocaboli. Segno di pressappochismo dilagante, anche in opere che passano per essere “il non plus ultra”, dove puoi trovare “okay”, per piaggeria, ugualmente dilagante oggidì, nei confronti del padrone yankee. Vocabolari della lingua italiana, dove non trovi vocaboli italiani che fanno parte del nostro patrimonio culturale, anche se disusati.
Su maistu de berrinas, il succhiellajo o succhiellinajo, così come il suo attrezzo, è stato soppiantato dal trapano.


SU MAISTU DE BARRILOTTAS
IL BARLETTAIO

Su maistu de barrilottas era in pratica unu maistu de cubas, de carradas e de cobidinas, cioè un bottaio, che faceva botticelle in miniatura, tanto piccole da poter essere appese al collo.
Conosco minuscole barrilottas, botticelle, per lo più di funzione ornamentale, ottenute lavorando il corno del bue, provenienti da un artigiano di Buddusò, Dino Zidda. Per la creazione di recipienti in corno di bue, lavorato con la sgubbia o con il pirografo, ricordo, ad Oristano, una bottega artigiana denominata La Tanit, di Peppinetto Atzori.
Oggi si direbbe maistu de barrilettus, ovvero facitore di bariletti: fiaschette, specie da viaggio, usate per contenere vino o liquore, che si appendevano al collo mediante una cordicella.
Classica l’immagine del cane San Bernardo cun su barrilettu, con il bariletto, contenente cognac appeso al collo, per ristorare i viaggiatori dispersi tra i monti innevati.32


SU MAISTU DE CABBIAS
IL FACITORE DI GABBIE

Per esperienza vissuta di persona, posso dire che gli artigiani di un tempo erano detti maestri a buona ragione, poiché essi erano non soltanto i detentori della conoscenza delle tecniche di un lavoro, ma avevano anche la capacità didattica di saper insegnare ciò che sapevano fare ed il rispetto della tradizione comunitaria, che imponeva a tutti di contribuire alla crescita della comunità.
Nel mio paese di origine, a Terralba, dove trascorrevo le estati della mia adolescenza, vi erano alcuni anziani artigiani - che poi svolgevano anche altre attività, come quella di custodire colture ortofrutticole o di lavorarci come ortolani - che erano bravissimi maistus de cabbias, esperti facitori di gabbie. Essi lavoravano all’aperto, nel cortile o sotto il loggiato davanti alla loro casa, aperto sempre a chiunque volesse entrare. Erano costantemente circondati da ragazzi che osservavano il loro modo di lavorare e che, a richiesta, davano una mano, passando, all’artigiano che stava seduto su uno scanno davanti ad un tavolo, il materiale o un attrezzo occorrenti. Io, tra questi ragazzi, ero uno dei più assidui.
Il nostro maestro facitore di gabbie si chiamava ziu Anselmu, era anziano ma agile come un ragazzino, e faceva questo lavoro soltanto di pomeriggio, all’ombra di un fico enorme, che dava frutti neri lunghi una volta a fine giugno e un’altra a settembre.
Con alcuni dei ragazzi suoi allievi, e sotto la sua direzione, cominciai a costruire le gabbie per uccelli utilizzando le bacchette del rovo, che fungevano da regoletti, per il telaio, e i giunchi che formavano le gretole, le piccole sbarre dorate della prigione. Più che l’uso che di queste gabbiole avrei potuto farne - ho sempre amato tanto la libertà da soffrire per la clausura di un animale - mi appassionavano la ricerca, la preparazione del materiale e la costruzione, semplice ma impegnativa, delle stesse.
Uscivamo a cercare lungo le siepi del ficodindia le bacchette sarmentose del rovo; e se l’estate era inoltrata, facevamo scorpacciate di more, che la natura provvidenziale faceva maturare prima dell’uva. I miei compagni mostravano competenza e abilità che io cittadino non possedevo, e seppure fossero rozzi e parlassero in sardo io ero con loro un allievo umile e attento.
In s’arruargiu, il roveto, bisognava saper distinguere tra s’orrù mascu, il rovo maschio, a sezione circolare, e s’orrù femina, il rovo femmina, a sezione esagonale. Andava scelta e colta, per ottenere i regoletti, soltanto quest’ultima varietà e che fosse robusta e diritta. Quindi, si tagliavano alla misura voluta le bacchette e si lasciavano a essiccare, ma non troppo, prima di usarle.
La ricerca dei giunchi per le gretole ci costringeva a più lungo e periglioso viaggio fino ai margini paludosi degli stagni, verso il mare. Anche qui, i miei compagni distinguevano due varietà di giunco: quella che aveva in cima una infiorescenza, che chiamavano propriamente giuncu, e l’altra, terminante con una punta acuminata, detta zinniga. Quest’ultima varietà era quella che occorreva alla fabbricazione delle gabbie, in quanto, dopo essiccata diventava rigida e si infilava con la sua naturale punta acuminata nel morbido legno dei regoletti di rovo.
Costruivamo due tipi di gabbia: un tipo semplice, sa cabbia de cardanera, per tenerci le coppie dei cardellini, che si appendeva nel loggiato; un altro doppio, sa cabbia paradora, con cui si prendevano altri cardellini. Sa cabbia paradora consisteva in una gabbia divisa in due scomparti; in quello in basso stava la cardellina da richiamo; mentre in quello in alto era situata una trappola: la parete superiore si apriva in due portellini trattenuti in bilico da due stecchi; entrandovi la preda, il portellino si richiudeva per caduta.


SU MAISTU DE LEPPAS E GORTEDDUS
IL COLTELLINAIO O FACITORE
DI COLTELLI A SERRAMANICO

Sono famosi in tutta la Sardegna is maistus de leppas, i facitori di coltelli a serramanico di Pattada, paese del sassarese, e famose sono le loro leppas. Is leppas de Pattada, i coltellini a serramanico di Pattada, sono di un acciaio particolarmente temperato e resistente e hanno la lama di forma larga, a foglia, a differenza di altre leppas che hanno forma allungata, più o meno sottile. L’impugnatura è sempre di corno; anche quella dei coltelli fatti ad uso dei macellai.
Sono tanti i paesi, per lo più nel Nuorese, dove si trovano bravi maistus de leppas. Tuttavia, ci sono altrettanto esperti forgiatori anche in provincia di Cagliari, per esempio a Guspini, dove, per accettare una ordinazione di leppas o di spadinus, sorta di machete, mi hanno richiesto (e hanno gradito il mio dono) alcune balestre d’auto, di quelle che si usavano un tempo, di acciaio speciale, che loro utilizzano per ricavarne leppas, gorteddus e spadinus, coltelli a serramanico, coltelli e coltellacci.
E’ da dire che sa leppa, il coltello a serramanico, è uno strumento di lavoro e d’uso indispensabile nella vita quotidiana del pastore e del contadino, che la tengono, immancabilmente, nella tasca della giacca o del corpetto, o nella bisaccia insieme al pane, al formaggio o alla salsiccia ed al vinello; appunto, per tagliare il pane e il formaggio, per tagliare un rametto per fare un innesto, e così via.
Nei ricorrenti periodi di caccia alle streghe del banditismo sardo, che rientra nel sistema dell’emergenza che la consorteria al potere instaura nel nostro paese, periodicamente e in modo sempre più frequente, fino a renderlo stabile, sa leppa è stata il pretesto più usato e abusato da parte della polizia per trarre in arresto ed eliminare i nostri pastori, per dare un esempio, con una condanna per “detenzione abusiva di leppa”, equivalente, per la giustizia del sistema, ad un’arma da guerra.


SU MAISTU DE PITTAIOLUS E SONALIUS
IL FACITORE DI CAMPANACCI E SONAGLI

Famosi i facitori di campanacci di Tonara, paese montano delle Barbagie, noto anche per i suoi prodotti artigianali confezionati in legno di castagno e noce. Spesso, is pittaiolus o sonalius, i campanacci o sonagli, vengono venduti dagli ambulanti in occasione di feste e sagre paesane. Alcune di queste sono frequentate non soltanto per devozione al Santo che viene onorato in quella ricorrenza, ma per fare acquisti di ogni genere, utili all’economia della propria attività lavorativa.
Il pastore che acquista is pittaiolus li sceglie uno ad uno secondo la nota musicale espressa scuotendo il sonaglio, di modo che siano tutti diversi, ma formino, nel loro insieme, un suono corale che sia proprio, caratteristico del “suo” gregge; cosicché, quando a quel “coro” manchi qualche suono, cioè qualche pecora, il pastore avverte il furto e corre ai ripari.


SU MAISTU DE FUNTANAS
IL FACITORE DI POZZI

Funtana (ma anche putzu e più raramente, nel Cagliaritano, se usato per irrigazione, molinu) in sardo campidanese si traduce con pozzo. «Bai e pesa una carcida de aqua de sa funtana», significa «Va’ e attingi un secchio d’acqua dal pozzo».
Funtaneri, o meglio maistu de funtanas, indica, pertanto, colui che fa i pozzi, scavando e mettendo i tubi o edificando i muretti di contenimento e quelli esterni di protezione.
Su maistu de funtanas, il facitore di pozzi, che si avvale della collaborazione di uno o più manoberas, aiutanti manovali, fa anche di mestiere il rabdomante, su chi circat s’aqua asuta de terra, colui che cerca le vene d’acqua con la classica forcella di salcio, che egli impugna per i corni con ambedue le mani, tenendone l’altra estremità, il piede della “ypsilon”, rivolta al terreno.
Ho assistito più volte alla ricerca di falde freatiche da parte di questi rabdomanti, che dicono di possedere una speciale sensibilità, quella di sentire l’acqua mediante la loro bacchetta di salcio. Non so dire se esistano o meno certe proprietà. Penso che un fondo di verità ci sia, e lo dico per esperienza diretta.
In un paese dell’Oristanese, a Cabras, dove avevo deciso di farmi costruire la casa di abitazione, utilizzando operai e materiali del luogo e seguendo le loro tecniche tradizionali, cominciai con il farmi edificare il pozzo, nel terreno su cui sarebbe sorta la casa.
Convocati a casa i muratori, questi mi suggerirono di chiamare unu maistu de funtanas, un facitore di pozzi, che era pure rabdomante. Assistei così all’operazione di ricerca della falda acquifera mediante bacchetta fresca di salcio (o d’altra pianta amante dell’acqua - come mi fu spiegato). Quando la falda d’acqua era piccola anche la sollecitazione, la scossa o attrazione, che riceveva l’uomo era di piccola entità; diventava forte quando la massa d’acqua percepita era rilevante. Dopo aver girovagato per tutto il terreno, su maistu stabilì quello che era il punto migliore in cui scavare per trovare una buona e ricca sorgente.
Il giorno appresso, all’alba, arrivò nel terreno con l’aiutante, con un mucchio di grosse funi, piccone, badile, qualche trave ed un verricello. Si mise in mutande e canottiera, e, sputatosi sui palmi delle mani, attaccò a picconare, esattamente nel punto che aveva segnato. Trovò l’acqua a poco più di quattro metri di profondità, scavò ancora finché poté, quasi sommerso dall’acqua che affluiva abbondante… e - a sua detta - perfino buona da bere.
Con l’acqua del pozzo iniziarono il loro lavoro is ladraius, i facitori di mattoni crudi: tracciarono un quadrato di qualche metro, scavarono fino a trovare lo strato argilloso, ci buttarono dentro a secchiate un bel po' d’acqua, impastarono il fango con una certa quantità di fango, e, ripulito e spianato un altro pezzo di terreno, di lato, vi piazzarono i telai in legno con cui sfornare i mattoni, che restarono lì ad asciugare. «E speriamo che non piova», si augurarono is ladraius. Non piovve, in quei giorni. D’altro canto, con la loro esperienza, sapevano che quello era un periodo di secca.
Man mano che seccavano, i mattoni crudi venivano accatastati all’interno delle fondamenta delle case, quindi, ricoperti con un telone o con un fitto strato di paglia, per non essere erosi dalle eventuali piogge, in modo da essere pronti per “tirar sù” i muri, sia quelli maestri, sia quelli divisori.
La pietra ed il cemento furono usati soltanto per le fondazioni e per costruire un metro di base di tutti i muri. (Nel mio caso, un muretto di pietra di un metro come base era più che un lusso: sarebbe bastato un palmo da terra per isolare i mattoni crudi dall’umido del terreno) Il resto venne edificato con i mattoni crudi cementati con fango e intonacati con malta bastarda (cioè calce e cemento più sabbia), sia all’interno che all’esterno. I muri in mattoni crudi tengono fresca la casa d’estate e d’inverno la mantengono calda. Muri che durano un’eternità, se bene intonacati.33


SU FRAU O FERRERI
IL FABBRO FERRAIO

Su frau o ferreri era certamente l’artigiano più importante nelle nostre arcaiche comunità, specialmente a economia contadina e, seppure in misura minore, in quelle pastorali. Al di là della possibilità di acquistare una volta all’anno in occasione della festa principale del proprio paese, o di quello vicino, gli attrezzi necessari al proprio lavoro, giorno per giorno, era su frau che forniva questi strumenti, forgiandoli nuovi o riparando i vecchi.
E’ pur vero che il nostro contadino, per il sistema di radicale autarchia di cui faceva parte, doveva ingegnarsi a costruire da sé grandissima parte degli utensili indispensabili non soltanto al suo lavoro, ma perfino alla vita domestica (coadiuvato, in gran parte, dalle donne di casa e dai vecchi, spesso abilissimi facitori di ogni genere di manufatto); inoltre, doveva saper riparare o rinnovare quanto, con l’usura del tempo, poteva essersi rotto o consumato. Ma era anche vero che, con tutta la sua buona volontà, il contadino non poteva riforgiare una zappa o riparare il cerchione di una ruota che si fossero rotti, e non tanto perché non lo sapesse fare, quanto perché non aveva gli strumenti idonei allo scopo. Il contadino ha sempre a mente il detto «sunt is ainas chi faint is fainas», sono gli attrezzi che fanno il lavoro, intendendo che con gli attrezzi idonei si può far tutto, compresi gli stessi attrezzi.
Se c’è amicizia e se lo si lascia fare, il contadino va nella bottega del fabbro e ripara egli stesso il proprio arnese rotto, usando, spesso con sufficiente capacità, ma pur sempre sotto il controllo e la guida de su maistu ferreri, l’impianto e l’attrezzatura dell’artigiano.
Il fabbro dei nostri paesi era spesso anche su maniscali, il maniscalco, e si preoccupava quindi anche di ferrare gli zoccoli degli animali da trasporto, in particolare i cavalli.


SU MANISCALI
IL MANISCALCO

Maniscali e maniscalcu, il maniscalco, è detto anche ferradori, su chi curat e ferrat is cuaddus, colui che cura e ferra i cavalli. Maniscalcu, maniscalco, che esercita la mascalgia, la cura dei cavalli. Spesso questa attività viene svolta dallo stesso fabbro ferraio, specie nei piccoli paesi. Su maniscali può dirsi, infatti, un fabbro specialista nell’arte della ferratura degli animali da tiro.
C’è da fare una distinzione tra su maniscali de cuaddus, il maniscalco che ferra i cavalli, chi ferrat puru molentis e mulus, che ferra pure asini e muli, e su maniscali de bois, il maniscalco che ferra i buoi, il quale usat po poderai e susteniri sa bestia sa machina o trobaxu de ferrai, usa una sorta di robusto telaio, munito di due cinghie che sostengono l’animale passando davanti alle zampe posteriori e dietro quelle anteriori.
E’ arcinota la forma del ferro da cavallo, usato come portafortuna in mille piccole forme di metallo pregiato come ciondolo o spilla, ma anche nella versione originale, quella autentica, specie se si tratta di ferro smesso, meglio ancora se perso dall’animale e trovato per strada. Diversa è la forma del ferro da bue. Essendo bisulco, lo zoccolo di questo animale necessita di due ferri a piastra. C’è chi usa ferrare solo l’unghione esterno.


SU SCOVAIU
IL FACITORE DI SCOPE

Nell’area mediterranea, e in particolare in alcuni tratti della costa sarda, vegeta la palma nana. E’ certamente la regina della macchia, le cui foglie si prestano a mille usi.
Da tempi immemori sino a qualche decina di anni fa, la palma nana forniva la materia prima del crine per materassi.
Fino alla metà degli Anni Cinquanta, a Torre Grande di Oristano, sorgeva una rinomata e redditizia industria del crine - superata e cancellata dall’avvento del lattice di gomma e dalla più scadente gomma piuma.
Svariati erano i modi di utilizzazione delle foglie della palma nana. Se ne ottenevano delle funicelle per impagliare scanni e sedie; ma a tale scopo venivano usate anche altre fibre vegetali.
Diffusissime, e non solo in Sardegna, erano le scovas de prama, scope di palma nana, con il manico di canna o di leonargiu, oleandro. La scopa “civile” di saggina di riso, detta scova de arrosu, era poco apprezzata dalle massaie in quanto troppo pesante, manicata con legno di faggio.


S’ACCONCIACOSSIUS
IL RIPARATORE DI TERRECOTTE

Acconciacossius si traduce letteralmente con aggiusta terrecotte. Era così detto l’artigiano girovago che, di paese in paese, andava a riparare cossius e burnias, orci e giare, sciveddas, conche, marigas e broccas, brocche.
Su girabarchinu è uno strumento di lavoro proprio de s’acconciacossius. Si tratta di un elementare trapano a spago, la cui punta gira con lo stesso elementare sistema del bastoncino usato presso certi popoli primitivi per accendere il fuoco. S’acconciacossius lo usava per forare anfore e conche, brugnas e sciveddas, utensili di terracotta.
Questo artigiano “girovago” assai spesso riparava pure is peracus, gli ombrelli cerati, per lo più di colore verde, del pastore e del contadino.


S’ACCONCIAPARAQUAS
CHI RIPARA PARAPIOGGIA

Deriva da paraqua, parapioggia, detto volgarmente anche paraculu o peracu. Questa attività, di solito, era svolta anche e specialmente da s’acconciacossius, colui che riparava giare, conche, brocche e altri recipienti di coccio, specie di notevoli dimensioni.34


SU CHI FAIT STREXUS DE FENU
IL FACITORE DI UTENSILI A INTRECCIO

Le campagne di alcuni nostri paesi abbondano di piante fibrose che, per la maggior parte, sono erbe palustri, come su carcuri, sa spadua, su giuncu, su sessini, sa zinniga, o di alberi i cui rami sono flessibili, quali su salixi, s’olimu, i salici, i pioppi, o ancora di essenze proprie delle zone aride e pietrose, come su cadrilloni, l’asfodelo.
Proprio in questi paesi, fin dalla notte dei tempi, nasce, e si sviluppa fin quasi ai nostri giorni, l’attività di intreccio per la creazione di utensili d’uso comune familiare.
I paesi ed i villaggi che sorgono nell’entroterra del Golfo di Oristano e di Cagliari, ma un po’ dovunque lungo tutte le coste della Sardegna, nelle zone basse paludose, ai margini di stagni, utilizzavano da sempre la vegetazione che la natura provvida forniva loro per costruirsi ogni utensile da lavoro e di uso comune.
Mi risulta che a Riola, Nurachi e Cabras, fino agli Anni ’40, si usassero ancora ami vegetali, utilizzando una sorta di spina ricurva che si prestava ad essere ricoperta dall’esca ed a trattenerla. In quei paesi, aggiungendovi Santa Giusta, vi erano numerosi artigiani abilissimi nell’intreccio de su juncu, del giunco, da cui ricavavano corde e cordicelle per ogni uso. Così pure nella manifattura di stuoie, che ottenevano con sa spadua, il falasco, da cui ricavavano perfino baracche (is barracas de cruccuri), freschissime d’estate e calde d’inverno, un tempo tipica abitazione dei pastori di Su Siccu, di Torre Grande e di San Giovanni del Sinis, una penisola in parte bagnata dal mare ed in parte dagli stagni - oggi malauguratamente distrutti dall’avanzata “progressista” del cemento e di cui, meno male, si conservano alcune immagini fotografiche.
Tantissime erano le utilizzazioni che si ottenevano dall’intreccio delle erbe fibrose e dalla lavorazione dei virgulti duttili di numerose piante. Si confezionavano recipienti per il trasporto della frutta, ceste, cestini, corbe e corbelli di varia forma e capienza, canestri, crivelli e setacci per la lavorazione della farina, cestelli per contenere dolci; perfino ceste oblunghe, ad intreccio lasco, con apposita chiusura a tappo per contenervi le lumache colte nei periodi piovosi, spargendovi un po’ di crusca per conservarle più a lungo.


S’ACCONCIACROBIS
CHI RIPARA CORBE E CANESTRI

Sa crobi, la corba, è un recipiente di dimensione diversa, ottenuta con l’intreccio di giunco e paglia, recipiente di uso assai comune e vario nella vita familiare. Ciascuna di esse, però, viene usata per un solo specifico compito, e non può contenere ora grano, farina, pane e dopo frutta, verdura e poi, ancora, panni da rammendare o da stirare. Vi si mette il grano da portare alla macina, poi, il macinato stesso, per essere abburattato, e il pane cotto. In apposite corbe vanno la frutta e le verdure che si raccolgono in campagna, quali uva, meloni, pomodori, zucche, melanzane, e così via. Fino alle corbulette per riporvi il cucito.
Spesso l’intera parete di una stanza era tappezzata da crobis e crobixeddas, corbe e canestrelli, appese con nastri colorati - per lo più di colore verde per tenere lontano il malocchio.
Quando una crobi si deteriorava con l’uso, spagliandosi in qualche parte, specie nei bordi, il più delle volte, veniva riparata dalla stessa massaia che usava rattoppare con del nastro colorato, rendendo così l’oggetto riparato perfino più grazioso di prima.
Vi erano, tuttavia, is acconciacrobis, gli aggiustacorbe, uomini o donne, specialisti in quest’arte riparatoria. Ad essi si rivolgeva la massaia che non sapeva far da sé, che non aveva tempo, o che era benestante e poteva permettersi il lusso di pagare, dando così lavoro ai bisognosi.


SU SCARTEDDAIU
IL CESTINAIO

«Mio nonno Pietro era figlio di contadini senza terra. Al rientro dalla Grande Guerra, per mantenere la famiglia si era dovuto adattare a fare diversi mestieri, dall’ortolano a mezzadria al bovaro, dal falegname al bracciante. Ma il lavoro che preferiva era quello de fai scarteddus, di fare cestini, la sua specializzazione.
Rimasto vedovo, si dedicò esclusivamente a questa attività. E lavoro non gliene mancava mai. In paese, chiunque avesse una sedia da impagliare, un cestino da fare, o una damigiana da rivestire, si rivolgeva a nonno Pietro.
Ogni lunedì all’alba si recava in campagna, dove c’erano corsi d’acqua, per tagliare le bacchette del salice e dell’olmo e, fattone un bel fascio, se lo caricava a spalla e rientrava in paese. Le pertiche di salcio venivano messe in piedi dentro un recipiente d’acqua, perché non si seccassero e conservassero la loro elasticità. La prima operazione consisteva nella scortecciatura: prendeva un bastoncino di legno secco, flessibile, piegato a V; vi inseriva la pertica da scortecciare nell’angolo del bastoncino piegato a V e, stringendo le due estremità di questo, lo faceva scorrere strofinando lungo la pertica cosicché la corteccia si staccava a listarelle.
Le pertiche scortecciate venivano messe nuovamente in una bacinella d’acqua, in modo da restare sempre fresche ed elastiche. Le più grosse venivano usate per rivestire damigiane di vetro, mentre le sottili per fare cestini.
Noi bambini desideravamo aiutarlo nel suo lavoro, ma nonno Pietro non ci consentiva di fare altro se non scortecciare e avvicinargli le pertiche che lui, di volta in volta, ci indicava. Ma, nonostante il nostro lavoro di aiutanti fosse in pratica soprattutto quello di guardare le opere che nascevano, crescevano e si compivano tra le sue abili mani, egli aveva piacere di averci sempre intorno, per fargli compagnia e per farci raccontare i fatti nostri e del paese. Noi piccoli eravamo sempre lì, gli stavamo addosso come mosche al miele. Ma, per la verità, la compagnia non gli mancava, perché venivano gli acquirenti, sia per ordinare che per ritirare qualche lavoro, cestino, cesto, o altro che fosse.
Subito dopo la colazione non faceva la siesta, come tanti altri; trascorreva un’oretta a leggere i suoi testi preferiti, che erano la Bibbia, la Divina Commedia e la vita dei Santi, in particolare quella di San Giuseppe, il falegname di Nazaret; poi, si avvicinava al loggiato che si affacciava al cortile prospiciente la strada, apriva il portale e lo teneva spalancato per tutto il tempo che restava lì a lavorare. In questo modo era come affacciato alla strada, dove il via vai della gente segnava il ritmo della vita della comunità di cui faceva parte.
A una certa ora del pomeriggio cominciavano le visite, per lo più di vecchi pensionati. Il primo ad arrivare era zio Felicino, vedovo anche lui, che abitava nella casa a fianco. Si annoiava a starsene tutto solo, e così si sedeva in un angolo del loggiato, seguiva il muoversi delle mani nell’abile intreccio di salci e giunchi e, ogni tanto, faceva qualche commento. Era un ottimo psicologo zio Felicino: per parlare sceglieva il momento più adatto, meno impegnativo, o una pausa nel lavoro, e, se la risposta di nonno Pietro tardava a giungere, attendeva con pazienza, perché le sue mani erano impegnate in una operazione difficile. Il vecchio pensionato zio Felicino, per la verità, a casa sua non ci stava mai, se non per mangiare e dormire (pranzo e cena glieli portavano a turno le figlie o le nuore, e per la colazione si adattava con i rimasugli della cena e mezzo bicchiere di vinello); per il resto era sempre da nonno Pietro, e spesso lo seguiva anche in campagna, per portare un fascio di pertiche in più, quando il lavoro era tanto.
Pian piano arrivava quasi tutto il vicinato. Gli uomini, per lo più anziani, in forzata pensione, a chiacchierare, ad aggiungere qualche attrezzo, o a fare qualche pezzo di cannoittu, fune di giunco. Le donne a rammendare o a pulire le verdure per il minestrone. Era un chiacchierio ininterrotto: chi raccontava le cose sentite in paese la sera prima, in bottega; chi parlava dell’annata che non andava mai bene, diluviava quando doveva far sereno ed era siccitoso quando sarebbe dovuto piovere; e c’era chi raccontava la vita trascorsa al fronte, in guerra, e la fame che c’era e chi ricordava i passati splendori della comunità, quando la terra produceva più di trenta quintali di grano a ettaro. E tutti, inter dicius e sentenzias, tra massime e proverbi, contribuivano all’educazione morale e sociale di noi piccoli, fondata specialmente sul rispetto e la venerazione dei vecchi, per quel che sapevano fare e per quel che c’era da imparare da loro».35


SU CADINAIU
IL CESTAIO

Cadinaiu era detto l’artigiano abile nel lavoro di intreccio che fabbricava cadinus e scarteddus, cesti e cestini. Un’attività, questa, simile, per non dire uguale, a quella de su scarteddaiu, del cestinaio.36
La materia prima per fare cadinus e scarteddus, ceste e cestini, consisteva in is pertias, le flessibili e robuste pertiche di varie essenze, quali su moddizzi, il lentischio, s’ollastu, l’olivastro, su lumu, l’olmo, s’arpa o zrappa, il salice; e simile al precedente su pittixi, il vetrice o salice generico. Con is pertias, le pertiche, si otteneva lo scheletro. Con is tirellas o tirias de canna, strisce di canna opportunamente spaccata, si faceva l’intreccio sullo scheletro e si otteneva così il contenitore. Su cadinu, la cesta, (detta anche coffa o cavannia, se grande fino a circa un metro di altezza e ottanta centimetri di diametro), veniva usato per contenere la paglia mista a leguminose, per alimentare buoi e cavalli, o anche per il trasporto d’uva durante la vendemmia, o per il pane (per quest’ultimo compito più usate is crobis, le corbe, ottenute con l’intreccio del giunco e del fieno).
Su fundu de su cadinu e de su scarteddu, la base della cesta e del cestino, si otteneva con un intreccio circolare di pertiche flessibili, mentre is costas, le pareti, si ottenevano cun tirias de canna sperrada, con strisce di canne spaccate, naturalmente collegate alla base con altre pertiche disposte verticalmente.
Normalmente, is cadinus, le ceste, erano forniti di duas manigas, due manici, opposte, situate ai bordi; mentre is scarteddus, i cestini, avevano unu manigu, un manico, robusto, situato sul bordo, ad arco, comodo da portare sull’avambraccio, o da appendere, con una funicella o con un gancio, sui travi della copertura dei solai, per conservarvi proviande diverse, quali frutta.


SU FUNAIU
IL FUNAIO

Il mestiere di su funaiu, il funaio, rientra nell’attività dell’intreccio. Oltre alle funi propriamente dette, questo artigiano faceva funicelle diverse, dette cannabittus o cannoittus. La materia prima che usava era il giunco.
Qualunque contadino dei nostri paesi agricoli, specialmente nelle regioni paludose o umide, dove vegetava la materia prima, era in grado di fare su funaiu, di fabbricare cioè funi e funicelle per uso domestico. Tuttavia, vi erano uomini, e anche donne, che si specializzavano in quest’arte e a loro si rivolgevano gli abitanti quando avevano bisogno di grandi quantità di prodotto e che fosse fatto ad arte.
Come si è accennato funis e cannabittus, funi e funicelle, si ottenevano dal giunco. Primo lavoro de su funaiu era quello di raccogliere il giunco, che veniva disteso per terra e lasciato essiccare. Quindi, si sezionava longitudinalmente in quattro o più listelli, che venivano ben ripuliti dal midollo, conservando in pratica soltanto la nervatura pulita. Questi listelli, della lunghezza di circa un metro, venivano immersi nell’acqua e lasciati a mollo. Dopo, umidi e duttili, venivano sfibrati e finiti di ripulire, facendoli scorrere in una sorta di pinza, ottenuta con un ramo piegato a V. A questo punto le listarelle di giunco erano pronte per essere intrecciate.
Si ottenevano così cannabittus, funicelle, fini ma resistenti, e con questi, a loro volta intrecciate, si ottenevano funicelle più grandi e robuste.
Gli usi che si facevano di queste funi e funicelle, erano molteplici. Va detto che già lo stesso giunco, “al naturale”, una volta sfibrato - in sardo si dice mulliu - era di per sé un legaccio, un pezzo di spago, e come tale veniva usato.
L’uso della funicella di giunco negli altri lavori d’artigianato era di importanza fondamentale. Per esempio nella fabbricazione delle stuoie di falasco, diffusissime nell’Oristanese, dove venivano fatte, e in tutto il mondo contadino.
I fasci del falasco (un’erba palustre assai spessa e spugnosa), con cui si approntava la stuoia, erano legati stretti l’uno all’altro mediante cannabittu, cordicella di giunco. Ma anche buona parte dei finimenti di asini e buoi consistevano in funicelle e funi di giunco; così pure, nella fabbricazione de is cerdas, le vegge, i graticci o gli incannucciati che si adattano alle sponde del carro per aumentare il volume del carico. E, infine, venivano usate per ottenere su fundu de is scannus, il fondo delle seggiole.


S’ARREGIOLAIU
IL FABBRICANTE DI PIANELLE

In tempi relativamente recenti, negli Anni ‘50, sorsero numerose attività artigianali. Tra queste, piccole fabbriche a conduzione familiare di regiolas, pianelle di cemento smaltate e, più avanti, di piastrelle di cemento, impastato con ciottoli, e levigate, nonché di marmette di cemento impastato con frammenti di marmo, anche queste levigate e lucidate.
In quasi tutti i paesi nacquero così, improvvisamente, talvolta perfino nel cortile di casa, queste nuove attività di piccola industria. Prime fra tutte is fabricas de regiolas (o arregiolas), pianelle che, da noi, soppiantavano il vecchio ammattonau, l’impiantito di mattoni, e sa blocchiera, la fabbrica di blocchetti di cemento, che andavano sostituendo i vecchi muri de ladrini, (o ladiri, come li chiama il Porru) mattoni di fango argilloso impastato con paglia, di millenaria memoria. Mattoni crudi che assolvevano il loro compito di proteggere la casa dall’umido invernale e dalla calura estiva assai meglio del nuovo ritrovato in cemento.


SU STREXAIU O PINGIADAIU
IL PENTOLAIO

«Ziu David era mogorese di origine: era andato come mietitore a Pabillonis, aveva conosciuto una vedova ancora giovane, che faceva sa pingiadaia, la pentolaia, vi si era fermato e l’aveva sposata, anche perché lei possedeva una casetta già arredata.
I suoi compaesani lo sbeffeggiavano perché avrebbe mangiato terra rossa, ma lui imparò ugualmente a fare le pentole, e non tornò mai più nel suo paese, né per la festa principale e neppure quando la moglie vi si recava per vendere i frutti del suo lavoro, col carretto tirato dall’asinello. Per l’occasione la faceva andare con gli altri pingiadaius, anche se non guadagnava tanto quanto invece riuscivano a raggranellare nelle feste degli altri paesi, dove andavano a vendere insieme.
Aveva imparato dalla moglie a modellare con l’argilla le pentole e i tegami, anzi la superava nel confezionare i tegamini che sembravano giocattoli. Con l’avanzo dell’impasto preparava brocchettine e vasi, nel tempo libero che gli restava, dopo aver fatto la provvista della legna per il forno, dove cuoceva le pentole. Aveva imparato a conoscere la temperatura giusta affinché i recipienti venissero perfetti, e nel rifinirli, verniciandoli, vi metteva un segno particolare, per dare un’impronta personale alle sue opere. Così capitava che qualche sposa dei paesi vicini chiedesse a lui di prepararle tutta la serie de is strexus de terra, degli utensili di terracotta, da portare col corredo; e per l’occasione veniva anche invitato con la moglie al pranzo di nozze, procurandosi così anche prossime clienti tra le fidanzate parenti della sposa».37


SU CONGIOBAIU
IL FIGULO

Affine a su strexaiu o pingiadaiu, il figulo facitore di pentole e tegami di terracotta, era il figulo detto congiobaiu. Otteneva i suoi utensili con l’argilla impastata e ben lavorata, argilla che, spesso, lo stesso artigiano andava a cercare di persona nelle apposite cave, che poi continuava a modellare con un rudimentale tornio a pedale, infine, cuoceva al forno, talvolta previa verniciatura, che con la cottura dava smalto e resistenza nell’uso dell’oggetto.
Tra gli utensili più comuni creati da su congiobaiu ci sono is burnias o cossius, recipienti già in uso presso gli antichi romani, da noi adoperati per contenere olio, olive in salamoia, verdure sottaceto, o pomodori secchi, aromatizzati con le foglie dell’alloro. Ancora, erano i facitori delle utilissime e usatissime sciveddas, conche, anche enormi, per impastare e lavorare la farina per fare su pani spongiau, e scivedditas, conchette, ben rifinite e vetrificate all’interno, che si usavano anche come lavamani. Realizzavano anche recipienti diversi, per contenere l’acqua o il vino, quali is frascus e fraschitus e is broquitus, piccoli, della capacità di un litro o due, che il contadino recava con sé in campagna per dissetarsi; oppure grandi, quali is marigas o broccas, della capacità di dieci litri e oltre, per attingere l’acqua potabile dalle fontanelle e rifornire la casa. Infine, creavano piccoli recipienti d’uso comune o semplicemente ornamentali, come pratus, tassas, ciccaras, pratillius, tutti oggetti che, per altro, anche un bravo strexaiu o pingiadaiu, pentolaio, era in grado di fare, aiutato dalla fantasia o estro artistico che di si voglia.


SU LADRAIU
IL FACITORE DI MATTONI CRUDI

Su ladraiu è il facitore di ladrinis, mattoni crudi, ossia mattoni di terra argillosa, cui viene mischiata paglia di grano, che, seccati al sole, vengono usati per la costruzione dei muri perimetrali e divisori delle case e dei muri di confine. Questi ultimi, per evitare l’erosione delle piogge, vanno sempre ricoperti di una o due file di tegole di coccio.
Gli strumenti per fabbricare su ladrini o ladri consistono in cascittas, forme o telai in legno, doppie o singole, di solito manicate, le cui misure interne sono, ovviamente, uguali alla dimensione del mattone crudo che si vuol ottenere. Di forme o telai ve ne sono semplici, ad un solo stampo, o duplici, a due stampi. Le dimensioni più comuni di su ladrini, il mattone crudo, sono di cm 35 x cm 20 x cm 10 (Cabras) o di cm 40 x cm 2O x cm 10 (Terralba).
Scelta una zona con terra argillosa idonea, possibilmente vicina ad una sorgente d’acqua, e chiesta l’autorizzazione al proprietario al quale spetta un indennizzo, su ladraiu scava un fosso iniziale di circa un metro quadrato, dopo aver tolto la cotica, cioè lo strato superficiale. All’interno dello stesso fosso, la terra smossa viene impastata e messa a palate nelle formelle. Man mano che si riempiono e si pareggiano con la cazzuola le formelle, queste vengono spostate per essere ulteriormente riempite. Il fosso iniziale viene, successivamente, allargato a tanti metri quadrati a seconda della quantità di mattoni da ricavarne. La profondità dello scasso va non oltre lo strato di argilla dura, che si spacca asciugando al sole e non va bene nella confezione de su ladrini.


SU MAISTU DE TEULAS
IL TEGOLAIO

Is maistus de teulas, i facitori di tegole, pur essendo artigiani di grandissima importanza sociale, ché l’interno della casa è riparato dalle tegole del tetto, erano considerati dei figuli mancati, artisti falliti, perché utilizzavano, è vero, la stessa materia prima, sa terra angiana, l’argilla, con cui si possono creare mille e irripetibili forme di utensili, ma la usavano di qualità scadente e in modo grezzo, per fare is teulas. Sa teula si fa con uno stampo, in serie, senza estro né fantasia, l’una uguale all’altra.
E si puru a sa cottura sa teula fessit bessia unu pagheddu scannia, pagu mali, si bendit e si ponit in pari cun is ateras a cobertura. E seppure alla cottura la tegola dovesse venire un tantino filata, poco male, si vende e si mette insieme alle altre a fare il tetto.
Is maistus de teulas, i tegolai, fabbricavano anche is mattonis per fare su mattonau, la pavimentazione in mattoni cotti, un tempo assai comune in molte case sarde. In particolare, i mattoni cotti venivano usati per pavimentare le stanze ed i vani di passaggio e di maggior traffico, come gli ingressi, gli anditi, le cucine e alcuni magazzini collettivi, come i “Monti granatici”, dove venivano versate dai contadini le quote delle sementi del loro raccolto, sementi utili per la prossima semina che vi venivano conservate. Inoltre, i mattoni pieni, cotti, erano indispensabili per costruire su foghili, il fochile, e sa ziminera, il caminetto e su pamentu de su forru, il pavimento del forno, e il forno stesso, quando non era costruito in mattoni crudi.
A Oristano, ad Assemini, a Guspini e a Pabillonis, che potevano disporre di cave non lontane, ricche di terra rossa argillosa, vi erano, oltre ai classici pingiadaius, congiobaius sciveddaius e strexaius, facitori di pentole, giare, conche, brocche e terrecotte, anche famosi maistus de teulas e de mattonis, facitori di tegole e di mattoni, che con il passare degli anni hanno dato vita a industrie di laterizi.


SU CIBIRAIU
CHI CONFEZIONA CRIVELLI

Cibiraiu è detto l’artigiano che confeziona cibirus o ciulirus, vagli o crivelli. Si hanno diversi ciulirus, crivelli, secondo l’uso che se ne vuole fare.
Is ciulirus o cibirus de fenu, i crivelli di fieno, di forma circolare, sono fatti intrecciando il giunco e la paglia, per le sponde, e hanno il fondo di regoletti di giunco. Servono per la cernitura del grano, ma sono anche detti ciulirus de scudi, crivelli da abburattare, quando vengono usati per fare la farina.
Poi, ci sono is ciulirus o cibirus de ferru, ugualmente circolari, che hanno la sponda in legno, il cui fondo è costituito da una sorta di ragnatela di fil di ferro, una serie di cerchi concentrici uniti da quattro diametri; questi ultimi servono per la cernitura delle fave, dei ceci, di altri legumi o di mandorle.


SU SEDAZZAIU
CHI CONFEZIONA SETACCI

Sedazzaiu è colui che confeziona setacci, di seta o di crine.
«Sedazzu = staccio, e meno comune setaccio, è un arnese domestico, formato di un cerchio di asse sottile, piuttosto alto, nel mezzo del quale è disteso per traverso un tessuto più o meno rado, di crini di cavallo, che si adopera per cernere la farina dalla crusca o il fine dal grosso di altre sostanze in polvere o più o meno dense. Sedazzu fini, grussu = Staccio fine, grosso - Passai in sedazzu = passar per istaccio».38


SU CHI FAIT FASSONIS
IL FACITORE DI IMBARCAZIONI PALUSTRI

Tra le erbe palustri utili per l’intreccio, raccolte ai margini degli stagni nell’Oristanese, vi sono sa spadua e su carcuri, falaschi dalle foglie lunghe, larghe, spesse e spugnose, con cui si ottengono ottime stoias, stuoie, (rinomate quelle di Santa Giusta, Nurachi, Riola), e i famosi fassonis, imbarcazioni palustri la cui tecnica di fabbricazione millenaria si è conservata intatta sino a oggi. Possiamo ancora vedere alcuni esemplari di questi primordiali natanti negli stagni di Cabras, nell’entroterra del Golfo di Oristano.
I maestri facitori di fassonis più rinomati si trovano naturalmente a Riola, Cabras, Nurachi e Santa Giusta, paesi ubicati ai margini degli stagni. Su fassoni, imbarcazione antichissima di falasco, pianta erbacea con foglie lunghe fino a due metri, spugnose e fibrose, essenza propria delle zone palustri. Tale imbarcazione, probabilmente risalente al neolitico, l’età della pietra lavorata, è costituita da fasci di falasco secco che vanno rastremandosi, tanto da formare, un fascio dopo l’altro, una imbarcazione piatta, con la prua a punta e con la poppa a coda mozza.
In tempi recenti, si conoscevano simili imbarcazioni di falasco, ma di forma circolare, in Egitto, nelle acque del Nilo.
Nella scuola dell’obbligo, alcuni scolari di Cabras, diretti dall’insegnante Gianni Atzori, di Oristano, con l’aiuto di artigiani facitori del ramo avevano appreso l’arte di far fassonis e, ricostruendo nella pratica la storia della loro comunità, svolgevano l’interessante lavoro di ricerca dapprima raccogliendo nelle rive degli stagni su carcuri e sa spadua, la materia prima vegetale, poi facendola essiccare e, infine, costruendo le primitive imbarcazioni su scala ridotta.
In quella scuola, onorata dalla presenza attiva e intelligente di un maestro come Gianni Atzori, e allora mal diretta da direttori e ispettori burocrati e ignoranti di pedagogia, facevano bella mostra i modellini di fassonis, a due o a quattro remi.


SU CHI FAIT STOIAS DE SPADUA
IL FACITORE DI STUOIE DI FALASCO

Fino agli anni cinquanta, ancora dopo la fine della seconda carneficina mondiale, sa stoia de spadua, la stuoia di falasco, era di primaria importanza nell’arredamento delle abitazioni dei contadini e dei pescatori nell’Oristanese, a Santa Giusta, a Riola, a Cabras e a Nurachi.
Is stoias venivano tessute con un apposito telaio verticale, assai rudimentale, che si appendeva a un muretto del cortile, dietro la casa di abitazione, o al muro sotto la tettoia. Semplicemente, si trattava di una sorta di trave, o listellone, da cui pendevano tante cordicelle a seconda della larghezza della stuoia da fare. Si prendevano dei mannelli di falasco secco, che si legavano, attorcigliandovi attorno le cordicelle predisposte come una specie di ordito, uno dopo l’altro, fino a raggiungere la base del muro, per lo più una lunghezza di un metro e ottanta centimetri, fino a due metri, corrispondente alla misura di un letto, dove un adulto potesse riposare disteso.
Un tempo, is stoias, le stuoie, costituivano il principale arredamento dell’abitazione del contadino e del pastore, fungendo da sedile, da giaciglio e da letto: ci si sedeva per cucinare davanti al focolare, per mangiare o per conversare, ci si sdraiava per riposare o per dormire la notte.
Così Enrico Costa nel suo romanzo “La bella di Cabras”, scritto nel 1887, descrivendo la casa tipo dell’Oristanese, parla di queste essenziali suppellettili:
«Dalla sala si entra in cucina, dove ci colpiscono due cose: sa forredda, scavo fatto in terra per accendervi il fuoco, e l’asinello paziente, che gira intorno alla macina, incaricato di provvedere la farina, perché ogni sabato si possa fare il pane. Qua e là sul pavimento, sono distese tre o quattro stuoie della fabbrica di Santa Giusta, sulle quali d’ordinario i membri della famiglia siedono, o per filare, o per riscaldarsi al fuoco, o per mangiare. Qualche volta il solo capo di famiglia, il padrone, pranza alla piccola tavola (sa mesedda) e gli altri stanno alle stuoie».
Per la verità, e io stesso ho potuto constatarlo con i miei occhi, fino a qualche decina d’anni fa, nelle famiglie modeste del Campidano di Oristano, le stuoie fungevano anche da letto - sia d’inverno, perché situate davanti al caminetto si stava più caldi (e non va dimenticato che i pavimenti, e di regola quello della cucina, erano di terra battuta e pertanto niente affatto freddi come i pianellati e i mattonati), sia d’estate, il più delle volte sistemate nei loggiati ventilati, se non del tutto all’aperto, al fresco.
“Torrai de lettu a stoia”, ridursi da ricco a povero, era un modo di dire assai diffuso, ovviamente nel tempo in cui l’uso delle stoias era comune. Io che da giovane ho dormito in sa stoia sonni profondi, comodi e piacevoli, anche in dolce compagnia, non ho mai rimpianto i pur molleggiati letti della “società civile”.


SU CARDAXAIU
IL CALDERAIO

Sono famosi per bravura is cardaxaius di Isili, che sono apprezzati e ricercati in tutto il Campidano. Artigiani cesellatori del rame battuto o martellato, confezionano cardaxus e sartainas, utensili indispensabili sia alla padrona di casa che al pastore. Tutti e due questi utensili, all’interno, vengono rivestiti di stagno, in modo che il rame non sia nocivo sia che vengano usati per versare, conservare o cuocere alimenti, sia per lavare la roba.
Un accorgimento importante è quello di non mettere mai questi recipienti sul fuoco senza acqua o senza alimenti affinché non venga danneggiata o persa la stagnatura.
Un altro utensile importante è sa cupa, il braciere, che in ogni casa, anche povera, durante l’inverno, raccoglie le braci del caminetto per riscaldare altri ambienti. Le sue posizioni strategiche sono sotto il tavolo da pranzo e in camera da letto. Sa cupa, il braciere, ha il contenitore di base per le braci in rame martellato ed il bordo scanalato lungo tutta la circonferenza, compresi i manici, in ottone lucente come l’oro. Orgoglio delle padrone di casa conservarlo così, sempre nuovo e lucente, sfregato con il limone quando ancora non c’era il “Sidol”. Sa cupa si appoggia, incastrandovisi, in una pedana circolare in legno, che fa esattamente da corona al braciere, per tenere lontana dal pavimento la base rovente e per consentire di appoggiare i piedi.
Is cardaxaius frequentavano le feste più importanti, come quelle di Sant’Agostino a Pauli Arbarei, Santa Maria Aquas a Sardara, Nostra Signora del Rimedio a Oristano, Santa Vitalia di Serrenti, e altre, dove c’era maggiore possibilità di piazzare il prodotto.
I calderai di Isili, e anche quelli di altri paesi, oltre che frequentare feste e fiere, andavano nei paesi passando di casa in casa. Una volta arrivati in un paese, su bandidori, il banditore, del luogo dava sa grida, la notizia, di modo che le famiglie interessate si preparassero a ricevere la loro visita. Essi usavano ritirare il vecchio per il nuovo, pezzo contro pezzo, cioè calderone con calderone, paiolo con paiolo. Toglievano il cerchio di ferro che bordava il recipiente e a cui erano attaccati i manici, e pesavano il rame. Qualche volta, se il nuovo era più piccolo, andavano pari nello scambio; altrimenti l’acquirente doveva aggiungere del denaro.


SU LATTARRANERI
LO STAGNINO E CHI LAVORA LA LATTA

Tanti sono i nomi con cui, in sardo, viene chiamato questo paziente artigiano, facitore di utensili d’uso domestico: stangiaiu, che lavora su stangiu, lo stagno, propriamente stagnaro o stagnino; lattarraneri, che lavora sa latta, termine uguale all’italiano, il lamierino di ferro zincato; liauneri, che lavora sa liauna, altro tipo di lamierino; così pure bandoneri, che lavora su bandoni, lamierino più spesso.
Nel passato, quando buona parte degli utensili d’uso familiare veniva prodotto in paese dagli artigiani, su lattarraneri si occupava di una vastissima gamma di prodotti manufatti. Creava, con le sue abili e pazienti mani, tutta una gamma di caffettiere e scodelle; le misure di capacità, dalle più piccole come su decilitru e su mesu quartu a su litru, a s’imbudu, a sa quarra, a su moi. Ancora, dava forma ai recipienti per versare il vino o l’olio d’oliva o per trasportare l’acqua potabile dalla fonte, come is decalitrus, contenitori capienti circa dieci litri, o per contenere il latte (is bandonis, i bidoni) da trasportare in paese ogni mattina dall’ovile. Inoltre, operava sa stangiadura de su ramini, l’operazione di rivestire con un sottile strato di stagno gli utensili in rame. Come si sa, i recipienti in rame, come is craddaxus e is sartàinas, paiuoli e padelle, per poter essere utilizzati per cucinarvi i cibi, vanno preventivamente stangiaus, rivestiti di un sottile strato di stagno.
Il nostro artigiano, tagliando, sagomando e saldando lamierine di ferro zincato o di latta, costruiva anche grondaie e tubi di scarico per l’acqua piovana. E quando qualcosa di ciò che aveva fatto si guastava per l’usura, per far risparmiare il cliente, la riparava rattoppandola e saldandola con lo stagno.


S’ACCUZZAFERRI
L’ARROTINO

S’accuzzaferri, l’arrotino, è una figura tradizionale, tipica non soltanto della nostra regione; fa parte di quel settore di artigiani ambulanti (girovaghi) che fornivano la loro prestazione d’opera a domicilio. La loro caratteristica consisteva, e ancora consiste, in una singolare bicicletta fornita di un doppio pignone, e, quindi, di una seconda catena che trasmette il movimento dei pedali ad una mola, o smeriglio, che gira intorno ad un’asse immersa parzialmente in un recipiente d’acqua. E’ sulla mola rotante che vengono affilati coltelli, forbici, lame e altri utensili.
S’accuzzaferri è un artigiano ambulante che ancora resiste all’incalzare delle innovazioni tecnologiche. Se è facile trovare, all’interno dei market, i box dove si riparano le scarpe, si affilano le lame e si duplicano le chiavi, è anche vero che nelle nostre comunità giungono ancora periodicamente i vecchi arrotini con la loro caratteristica bicicletta. Arrivato in paese, l’arrotino lancia il suo richiamo per avvisare la gente, e se non basta bussa di porta in porta.
Le ruote smeriglio che vengono usate sono di diversa grana, secondo l’utensile che si deve affilare. Per affilare i trincetti del calzolaio si adopera una mola di pietra bianca speciale; oggi si usa poco, perché costa molto e si consuma più in fretta dell’acciaio.
Tra gli utensili che vengono affilati da s’accuzzaferri ci sono le falci da erba, che, tuttavia, vengono anche curate dallo stesso contadino che tiene nella bisaccia la cote. Non vengono invece affilate le falci da grano, poiché, avendo il filo seghettato, vengono rese taglienti con una lima apposita.


S’ARMERI
L’ARMAIOLO

Ziu Mrazzai faceva s’armeri, l’armaiolo. Non aveva negozio, perché le armi non le vendeva ma le riparava: un percussore un po’ ottuso che con qualche cartuccia faceva cilecca, o un cane non molto sensibile al comando del grilletto e bisognava modificare la molla.
Lavorava in una stanzetta in fondo alla casa di abitazione, con una finestra che dava sul cortile. Là davanti, alla luce, aveva il suo tavolo da lavoro, con due piani e un mucchio di cassettini.
In quel suo laboratorio non poteva entrare nessuno, se non sua moglie, una volta o due al mese, per farvi le pulizie, ma soltanto in sua presenza. Teneva chiusa la porta con una serratura di sicurezza, cui aveva aggiunto un grosso lucchetto.
Ziu Mrazzai, piccoletto, tosto e di poche parole, era considerato un uomo “tutto d’un pezzo”. Aveva la fiducia e la stima dei suoi clienti e ci teneva a conservarla. Il suo era un mestiere dove ci voleva la massima discrezione. Perché bisogna sapere che una buona metà delle armi che gli venivano consegnate, per essere riparate o soltanto revisionate, non erano denunciate e, di queste, parecchie non avevano neppure un proprietario ufficiale. Gliele portava unu mediadori, un mediatore, che si guardava bene dal dire chi lo aveva mandato. Così, erano finite nelle sue mani perfino armi preziose appartenenti a famosi latitanti. Certo, la gente parlava e circolavano un mucchio di voci anche per ogni loffa d’asino; ma ziu Mrazzai non dava ascolto alle voci, che definiva “tout court” “curruxinus de molenti”, ragli d’asino.
Da giovane aveva fatto il fabbro, dopo aver lavorato come apprendista per dieci anni, dai dodici ai ventidue. Aveva cominciato allora, da fabbro, a riparare qualche arma, per lo più doppiette, is fusilis de cassa comunus, i comuni fucili da caccia, e aveva finito per appassionarsi a quel mestiere, diventando in breve un bravo artigiano armeri, fino ad acquistare fama nei paesi del circondario e anche oltre. Ziu Mrazzai, s’armeri, aveva due figli maschi, ma nessuno dei due aveva ereditato il suo talento. Ci aveva provato il piccolo, ma si era presto stancato di starsene lì a quel tavolo, a maneggiare limette, pinzette e mollette fino ad annebbiarsi la vista.


SU TREBUZZAIU
IL FACITORE DI RASTRELLI

Su trebuzzaiu, è colui che fa su trebuzzu, che traduco con rastrello ma che è più propriamente un forcone a tre punte. Il suo uso è molteplice: oltre che per rastrellare, usato in un certo modo, con le punte che grattano la terra, si usa anche a mo’ di pala, per raccogliere paglia, concime, fogliame o altro.
Su trebuzzaiu, per costruire questo attrezzo, necessita di un ramo che sia almeno biforcuto, poiché, nella maggior parte dei casi, il terzo ramo puntuto del tridente lo incastrava lui stesso.
Il contadino era sempre molto attento a osservare le biforcazioni dei rami di alcuni alberi, quali l’olivastro, idonei alla costruzione di attrezzi da lavoro, furconis e trebuzzus. Trovato il ramo adatto, lo tagliava, lo lasciava stagionare, secondo l’usanza (il taglio in rapporto alle fasi lunari e la stagionatura previa sepoltura nello stallatico), e poi, se non era capace di utilizzarlo da sé, lo affidava a su trebuzzaiu o a su furconaiu perché, dietro ricompensa, ne ricavasse il debito attrezzo.


SU FURCONAIU
IL FACITORE DI FORCONI E PALE

Su furconaiu, il facitore di forconi, non si discosta molto come attività da quella de su trebuzzaiu, dal facitore di rastrelli.
Va precisato che, oltre a is furconaius propius de ‘ognia bidda, i facitori propri di ogni paese, vi erano is cabesusesus chi calànt a cuaddu po bendi, in pari cun is furconi, turras, talleris e palias, s’in prus de linna de castangia, i barbaricini che scendevano (dai monti) a cavallo per vendere, insieme ai forconi, cucchiaioni, taglieri e pale, per lo più in legno di castagno.

SU PICCADORI DE MOLAS
LO SCALPELLINO DELLE MACINE

Erano detti piccadoris de mola, scalpellini delle macine, gli artigiani della pietra che scolpivano le macine per il grano, consistenti in una base concava nel cui interno ruotava una pietra circolare.
Periodicamente, la macina andava scalpellinata, per affilarla, renderla cioè ruvida come una grattugia.
A queste periodiche revisioni badavano gli stessi o altri piccadoris de mola, i quali visitavano saltuariamente i paesi, girando per le strade con il loro richiamo: «A chini tenit molas de piccai?!», «Chi ha macine da revisionare?!»
Spesso, is piccadoris de mola girovaghi si portavano appresso diversi asini, per venderli alle famiglie che ne avevano bisogno, principalmente per essere usati come molentis per girare la mola, per la macinatura del grano necessario per fare il pane. Talvolta, ne risultava che i mestieri di piccadori de molas e bendidori de molentis, scalpellino delle macine e venditore di asini, venissero esercitati insieme dallo stesso artigiano che, nel fornire la macina, da lui stesso scolpita, forniva anche il motore per farla funzionare.


SU PINTORI
IL PITTORE

Su pintori, il pittore, indica sia l’artista che dipinge, su tela o su altro, immagini della realtà o il frutto della propria fantasia, sia l’artigiano, più propriamente l’imbianchino, al seguito del muratore, che dipinge i muri esterni e interni delle case.
Su pintori, il pittore, l’artista, più che un mestiere è una vocazione, e bisogna dire che, nel ramo, molti sono i chiamati ma pochi, sempre meno, sono gli eletti. I soggetti dei nostri più rinomati pittori sono di carattere religioso o paesaggistico; le nature morte, poche scene di comune vita sociale, e, assai raramente, i nudi femminili - forse per mancanza di modelle.
Nelle case di nuova costruzione, su pintori, l’imbianchino, si occupa di dare il colore ai muri intonacati di fresco, dopo le tradizionali mani di latte di calce.
Con il latte di calce, con cui si otteneva il bianco, il colore più diffuso e comune, tipico delle facciate delle nostre case, si usavano colori naturali, le terre: il rosso minio, il verde rame, il giallo ocra e l’azzurro indaco, che, opportunamente dosati e miscelati, davano luogo a una grande varietà di colorazioni, dalla più tenue alla più accesa. All’interno, i muri delle case venivano tinteggiati con colori decisamente più tenui - ma non sempre. I più usati erano il celeste, il rosa e il giallo, oltre al bianco di calce. In quasi tutte le case, si usava tinteggiare una striscia di mezzo metro (battiscopa) di colore più scuro e in alto, a un palmo dal soffitto, quasi sempre bianco, un filetto di colore contrastante. Talvolta, sulle pareti delle stanze venivano dipinte roselline o altri fiori, usando il semplice metodo dello stampo su cartoncino.
Con l’uso, la casa, e in specie la cucina, aveva bisogno di una tinteggiatura annuale. Normalmente, senza scomodare is pintoris (che andavano pagati), le massaie contadine facevano questo lavoro da sé, con l’aiuto delle fanciulle e dei ragazzi, e ogni anno, per Pasqua, dato di piglio agli attrezzi e al materiale - cardarellas e gavettas e paiolus, cazzarolas e fratassas, cofane, gavette e paioli, cazzuole e frattazzi, nonché terra angiana, argilla, e is caoris de terra, i colori in polvere, (che si acquistavano a peso in dognia buttega, in qualsiasi negozio) - rinfrescavano la casa, rinnovavano i pavimenti in terra battuta, ritinteggiavano gli intonachi dei muri e dei soffitti.


SU PINTORI DE MURALIS
IL PITTORE DI “MURALES”

Su pintori de muralis, ovvero colui che dipinge sui muri esterni delle case scene di vita comunitaria, svolge un’attività che, seppure non remunerativa, è diventata di gran moda e, come si diceva nella sinistra, “impegnata ideologicamente”.
Is pintoris de muralis - così come, per esempio, li intendevano i compagni anarchici feltrinelliani del “Teatro studio”, alla fine degli Anni ’60, a Mamoiada e ad Orgosolo, erano dei politici impegnati nell’area della lotta contro l’imperialismo USA ed il colonialismo capitalista italiano e straniero, che denunciavano, con i loro dipinti sui muri, la violenza, l’oppressione e la repressione subita dalle masse popolari che, sempre nelle intenzioni di quei “muralisti”, attraverso queste immagini, prendevano coscienza del proprio stato di sfruttati e, una volta maturi, si mettevano a dipingere muralis in proprio, sia nel loro paese che fuori. Da quegli anni è fiorita in Sardegna, specialmente in alcune comunità particolarmente ricettive, o interessate, l’arte dei “murales”, in cui si possono ammirare bellissime scene di vita popolare. E così, sotto gli auspici del potere costituito, la rivoluzione è diventata un fatto folcloristico, che attira e alimenta perfino il turismo “borghese”, imperialista e colonialista.


S’ORERI
L’OREFICE

Nel settore dell’oreficeria, della lavorazione dei metalli preziosi, oro e argento, delle pietre dure, corniole e ossidiane, e dei coralli, rosso, rosa, bianco e nero, la Sardegna ha conservato e perpetuato antichissime tecniche che risalgono agli inimitabili gioiellieri, orafi e argentieri, ed agli abilissimi incisori egizi e fenici.
La gioielleria tradizionale sarda è soprattutto legata al costume tradizionale di cui è il principale caratteristico ornamento.

Oreficeria sarda: is buttonis de filigrana de oru e de prata; is pendentis e is ispillas de coraddu arrubiu, rosau, biancu e nieddu, chi est raru meda; is pungas, is sabeggias e is pinnadeddus; is rosarius e is crocifissus; e i est de ammentai su spuligandentis de prata; i bottoni e i gemelli in filigrana d’oro e d’argento; le collane e le spille in corallo rosso, rosa, bianco e nero, che è assai raro; gli amuleti e le pietre contro il malocchio; i rosari e i crocefissi; ed è da ricordare lo spuligadentis, sorta di prezioso monile in argento, da appendersi al collo o da tenere nel taschino del “gilet”, fornito di due appendici, una a punta per la pulizia dei denti ed una a spatola per la pulizia delle unghie.
Si può dire che, in Sardegna, i monili più antichi e più diffusi dell’oreficeria sono gli amuleti e i talismani, che non avevano e non hanno tanto un valore ornamentale, ma vengono indossati per ottenere protezione dagli spiriti del male, dagli influssi negativi, o come portafortuna, propiziatori di benessere fisico ed economico, eccetera.

«Probabilmente i monili più antichi in Sardegna sono gli amuleti, i quali - come si è detto - non erano originariamente oggetti ornamentali, ma piuttosto segni da indossare per ottenere protezione dal male e dai pericoli (nel groviglio di superstizioni infantili e di pregiudizi ambientali) e per invocare una prospera fortuna. La gente si premuniva contro il fascino, la magia, il malocchio, gli spiriti nefasti, i filtri diabolici, gli incantesimi e le fatture maligne, così come si dotava di speciali talismani per invocare la salute, la ricchezza, la forza e la fecondità. Gli amuleti più ricercati erano costituiti da sferette di pietre dure, da conchiglie vulvari, da campanellini fissati a catenelle, da palline di corallo, di vetro e di porcellana, da frammenti di oggetti domestici, come le anse e i tappi di ampolline, i fondi di tazze di cristallo, i cornetti di corallo e i denti e le ossa di animali: il tutto con supporti e sostegni in filigrana d’argento con un gusto popolare non privo di sensibilità artistica.
Quando nasceva il bambino, i genitori appendevano alla culla del neonato il suo primo talismano portafortuna che era una sfera di pietra scura, nera, o blu o rossa o verde, agganciata ad una elegante incastellatura d’argento. Questo amuleto era detto alla spagnola sa sabèggia (ma anche sabea, sabecia, sabeze), oppure su pinnadellu (ma anche pinnadeddu, pinnazzeddu), oppure sa giancaredda o su strichiliau o su Babbu Nostru de s’ogu o su coraddeddu de s’ogu e anche su pendulèu o su cocco: termini diversi, a seconda delle località, ma che significano sempre “sferetta di giaietto o di giavazzo” di agata, diaspro, calcare, considerato il simbolo del globo oculare, in sostanza un occhio buono che si contrappone all’occhio cattivo. Questo talismano, divenuto in epoca recente gioiello femminile, era uno dei simboli più tipici dell’enografia sarda. Non si acquistava, ma si riceveva in regalo o si rubava o si dava come dono di battesimo dei padrini o si procurava misteriosamente per non far estinguere la famiglia. Si tramandava di generazione in generazione e si conservava con particolare attenzione, dopo che aveva protetto, appeso ad una fettuccia verde o al corsetto del bimbo o alla culla, la buona sorte del maschietto. Alcuni di questi monili sono semplici, con una sferetta litica sostenuta da due calottine d’argento e da una sottile catenella; altri però sono arricchiti da elaborazioni artistiche e resi molto preziosi.
Il talismano della bambina era invece costituito da una conchiglia porcellanata ricavata dalla ciprea (Cyprea Venus), chiamata dai Sardi porceddana de mari, ossia porcellina del mare, che con la sua forma caratteristica è quasi il simbolo sessuale femminile, segno quindi di prosperità, di fecondità, di abbondanza, di una vitalità che rigermoglia. Questo mollusco veniva importato dal Mar Rosso, mentre attualmente è presente anche nel Mediterraneo. Come portafortuna veniva fissato a sostegni d’argento filigranato, inciso e decorato con anelli, da appendere alla culla, al letto o alle vesti della bimba. C’erano però altri amuleti di pietre dure, di meteoriti, di corallo, di ossidiana o di onice, sostenuti da un supporto d’argento e da una catenina da appendere al collo. Quelli di colore bianco-chiaro erano chiamati perda de latti, ossia pietra di latte; quelli rossi perda de sanguni, cioè pietra di sangue; quelli neri perda de fogu, cioè pietra di fuoco e quelli giallini perda de meli, ossia pietra di miele: ciascuno possedeva un significato specifico che si riferiva a funzioni, a doti, a qualità fisiche e morali...».39

Is oreris più celebrati nell’Isola sono a Quartu Sant’Elena, Sinnai, Iglesias, Oristano, Bosa, Alghero, Sassari, Tempio, Nuoro, Dorgali, Oliena, Gavoi, Fonni, Ittiri e Cagliari. In questa città, l’attuale via Mazzini, che da piazza Martiri porta al Bastione San Remy, veniva chiamata sa ruga de is prateris, la via degli argentieri, poiché era sede delle botteghe di artigiani oreris, specialisti nella lavorazione dell’argento.
In un censimento che risale al 1836, a Cagliari lavoravano 20 maestri oreris, con 30 garzoni e 18 scientis, apprendisti.

Lavorazione della filigrana.

E’ una lavorazione antichissima che alcuni studiosi fanno risalire al 3° millennio a.C. nel Medio Oriente.
In Sardegna, la filigrana in oro e argento è, in oreficeria, il sistema di lavorazione maggiormente usato per la fabbricazione dei gioielli che adornano il costume tradizionale, quali i bottoni, i fermagli, e is cannacas, cadenas e cadenellas, is rosarius, is orecchinus. Di solito, gli oggetti in filigrana recano al loro centro o al loro apice una pietra dura rossa, come il granato, o un corallo.
«La filigrana è una successione di grani o perline ottenute da un filo o da una lamina d’oro o d’argento con apposito utensile, che può essere una matrice con un punzone di profilo adatto, a scopo decorativo... Come dice la parola composta di fili e grana il lavoro consiste nell’impiego di una treccia di due fili metallici torti e poi schiacciati in modo da limitare ai due lati il caratteristico andamento primitivo dei due fili a filetto di vite; questo disegno ha l’aspetto di una granitura, di una grana donde il nome... Ottenuto il filo esso viene impiegato per riempire opportunamente una ossatura, un telaio che costituisce il disegno dell’oggetto: un cuore, una farfalla, una ragnatela, una croce, una mano... Il riempimento della scafatura (cioè del disegno o telaio - ndr) viene fatto completamente a mano. Allo scopo il filigranato viene piegato variamente o avvolto intorno a se stesso in modo da disegnare un ovale, un riccio, un panetto, un circolo; con un numero sufficiente di questi elementi uguali o diversi si riempie la scafatura in modo che l’insieme rimane a posto da sé, solo per pressione mutua fino a consentire la saldatura che è l’operazione immediatamente seguente. La riempitura si fa su lastre di ghisa o di mattonelle mediante l’impiego di una pinza adatta. La saldatura si fa con lega di argento…».40
A Dorgali vi sono oreris famosi nella lavorazione dell’argento, specie in filigrana.


SU CHI TRABALLAT SU CORADDU
IL CORALLAIO

Lavorazione. Una prima e delicatissima fase di lavorazione del corallo è il taglio. Si riporta dal manuale Hoepli la descrizione accurata del vecchio metodo di taglio:
«…il corallo, più che tagliato veniva stroncato su un apposito banco ad uno o più posti, detto appunto banco per tagliare. Arnesi indispensabili erano: la spada, le tenaglie e la lima. Il banco per tagliare era un comune tavolo dal quale sporgeva di taglio un asse di legno nel quale era praticata una cavità dove si collocava il corallo. La spada era un lungo e largo coltello simmetrico di circa 85 cm. con i due tagli a sega con piccoli denti. L’operaio, dopo aver praticato al punto giusto un solco più o meno profondo con la spada, avvicinava al corallo le grosse lunghe pesanti tenaglie che sosteneva sulle gambe. Stringendo i lunghi bracci il corallo veniva stroncato. Le tenaglie erano lunghe circa quanto la spada. L’operaio manteneva il corallo con la sinistra e maneggiava con la destra la spada e le tenaglie, raccogliendo anche con la sinistra la parte di corallo stroncata. La superficie di rottura non era piana; per ciò l’operaio adoperava per ultimo la lima triangolare, a taglio grosso e lunga circa 65 cm., pesante».
Anticamente, oltre a questo metodo si usava pure un disco rotante, abrasivo, che, nel tempo, è stato sostituito da motori elettrici e da molatrici elettriche, che hanno ridotto la manodopera e la durata d’impiego della stessa. Attualmente, nella lavorazione del corallo grezzo si usa, come per le pietre dure, il taglio al diamante.
A questa prima fase di lavorazione seguono la foratura, la sagomatura, la levigatura e la lucidatura.
S’oreri, l’orefice, vende il corallo lavorato a peso d’oro.

Antipate o corallo nero. “Corallium nigrum”. Si trova anche nei nostri mari, ma è particolarmente diffuso nel Mar Rosso; cresce come gli altri coralli a forma arborescente e lo scheletro nerastro viene sfruttato nella fabbricazione di oggetti ornamentali, in particolare di amuleti. Viene, infatti, attribuito all’antipate un forte potere protettivo contro il malocchio. Sa sabeggia, un classico amuleto sardo, consistente in una sfera infibulata e ornata di filigrana d’oro o d’argento, può essere costituita non soltanto da pietre dure, tradizionalmente nere, come l’ossidiana, che è la più usata, ma anche da corallo nero. Tecniche di pesca e di lavorazione dell’antipate sono le stesse usate per gli altri coralli.
In Sardegna, le più importanti botteghe, ovvero centri di lavorazione, si trovano ad Alghero, a Bosa, a Oristano e a Cagliari.
I manufatti di corallo sono per lo più collane, bracciali, spille, orecchini, anelli, rosari, nonché statuine. Assai diffusi gli amuleti tradizionali in corallo come is sabeggias, le manufiche, gli itifalli, i cornetti, i pendenti di vario genere e, infine, is perdas de sanguni, lastrine di corallo incorniciate d’argento, usate come pendenti scaramantici.


SU CARBONAIU
IL CARBONAIO

Su carbonaiu, su chi fait su carboni e su chi ddu bendit; il carbonaio, colui che fa il carbone e colui che lo vende.
Il carbone vegetale è un combustibile conosciuto fin dall’età del ferro e veniva usato, appunto, per la fusione e la lavorazione dei metalli. Successivamente, viene adoperato quasi esclusivamente per uso domestico: riscaldamento e cucina. Anche se alcuni nostri fabbri continuano ad usarlo nella forgia per la lavorazione del ferro a caldo, utilizzando allo scopo il carbone di erica, che sviluppa più calorie, come vedremo più avanti.
Attualmente i metodi di produzione del carbone vegetale sono due: quello mediante distillazione secca e quello mediante carbonaia. Qui interessa il secondo metodo.

La carbonaia.

Innanzitutto, si procede al taglio della legna, evitando di danneggiare il bosco, utilizzando ramaglie e ceppaie. La legna viene appezzata, separando la ramaglia minuta ed il frascame dai tronchetti, che si avrà cura di tagliare della lunghezza di circa un metro e del diametro massimo di sei-otto centimetri.
Si spiana un pezzo di bosco e si ottiene una piazzuola circolare, dove si costruisce la carbonaia. Per prima cosa si lascia al centro una sorta di camino delimitato da pali ben fitti, legati l’uno all’altro, dalla base fino alla cima della carbonaia. Tutt’intorno si accatasta la legna, formando una cupola. Gli interstizi vengono ricoperti di frascame e legna minuta. Quindi il tutto viene ricoperto con terriccio e foglie secche e, alla base, si dispone un cerchio di pietre, quasi un muretto.
Il carbonaio dà fuoco alla carbonaia gettando nella bocca del camino ramaglie accese, alimentandola continuamente secondo il bisogno. Quando il fuoco brucia bene si chiude la bocca del camino; e ogni due o tre ore viene riaperta, alimentata nuovamente e richiusa, finché tutto il fumaiolo non è pieno di braci. Dopo di che si chiude definitivamente la bocca del camino e incomincia la cottura della legna, ossia il processo di carbonizzazione.
Praticando nelle pareti della legnaia diversi buchi, che sono prese d’aria, partendo dall’alto verso il basso, il carbonaio dirige il fuoco verso il basso. Chiudendo le vecchie prese d’aria o aprendone di nuove il carbonaio guida la direzione della cottura, fino a far arrivare il fuoco alla base. La carbonaia smette di fumare e la legna è cotta, cioè trasformata in carbone.
Durante la cottura della legna, o processo di carbonizzazione, il volume della carbonaia si riduce di un terzo. Fonti relative alle carbonaie nell’Isola d’Elba, danno, approssimativamente, 80 quintali di legna per 15 quintali di carbone, mentre quelle relative a carbonaie in Sardegna, nel Parteolla, danno 50 quintali di legna per 20 quintali di carbone. Non so dire se la differenza sia data da una maggiore consistenza della legna del bosco sardo rispetto a quella del bosco continentale.
Raffreddata la carbonaia, si procede al recupero del carbone, che viene imballato dentro sacchi di juta contenenti circa un quintale.
Le essenze maggiormente usate sono s’ilixi, il leccio, e s’arrideli, la filidea - per uso domestico; e sa tuvara, l’erica, che, sviluppando una temperatura di 6.000 kcal per chilogrammo, viene usata dai fabbri nella forgia, per la lavorazione del ferro a caldo.
Il carbone di legna si distingue in forte e dolce. Il forte è ottenuto dal legname duro, quali l’erica e l’ilice, e il dolce dal legname tenero. In rapporto alla carbonizzazione si ha il carbone nero, per uso domestico, e rosso usato in fonderia. Nel mercato troviamo il carbone da spacco, ottenuto con legna grossa spaccata; il carbone cannello, ottenuto da rami di non oltre sette, otto centimetri di diametro; il carbone ciocco, ottenuto da radici e parti nodose; il carbone ramagli, ottenuto dalle ramaglie e, infine, la carbonella, sbriciolature e polvere di carbone.
A proposito di carbonella, che residua sempre nel fondo del recipiente che contiene il carbone, viene usata in famiglia depositandone una certa quantità nel fondo de sa cupa, del braciere, prima di deporvi le braci vive, che, poi, vengono sepolte nella cenere, per tenere caldi gli ambienti d’inverno e specialmente per scaldarsi i piedi.
Il carbone di legna veniva prevalentemente usato in città e nei paesi soltanto da su frau o ferreri, il fabbro ferraio. Nei nostri paesi la gente, per il riscaldamento e per la cucina, usava esclusivamente la legna, sia negli antichi tradizionali foghilis, o forreddas, i focolari, sia nelle più moderne zimineras, caminetti, fornite di canna fumaria.
Nel mondo contadino, il carbone vegetale nell’uso domestico, è stato comunque soppiantato quasi del tutto dall’avvento delle cucine alimentate dal gas in bombole. Nonna Rosa commentava: «Pari paris est sa cosa de pappai cotta cun fogu de linna o cotta cun cussa pampa pudexa chi ‘ndi ‘essit de su gas».(Vuoi mettere la differenza tra le pietanze cucinate con il fuoco di legna e quelle cucinate con la fiamma puzzolente del gas)

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