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CAPITOLO QUARTO

IS ARTIS DE SA TERRA
LE ATTIVITÀ AGRICOLE

Presentazione

Sotto questo titolo sono stati raccolti alcuni mestieri e attività inerenti il lavoro della terra, o che, genericamente, si attribuiscono al contadino.
Il più delle volte, sono stati descritti, come testimonianza diretta, da chi quel lavoro svolgeva o ancora svolge.
Ve ne sono alcuni che il tempo avaro non mi ha concesso di ricercare e di descrivere qui, in questo saggio. Mi farò il dovere (ma sappia chi mi legge che portare avanti questa antologia di tradizioni popolari più che un dovere è per me una grande gioia e soddisfazione), di riprendere ognuna delle parti di questo libro per renderlo il più completo possibile.
Su saltu, latino “saltus”, detto in sardo anche sartu o sattu, indica, genericamente, la campagna circostante l’abitato. Un tempo definiva l’insieme delle terre incolte, cespugliate e a bosco, appartenenti in parte al villaggio (comunale) e in parte allo Stato (demaniale). Nel passato, su tutti i terreni del saltus gli abitanti del villaggio esercitavano i diritti d’uso, detti “ademprivi”. Tali diritti consistevano nella raccolta di frutti spontanei, in particolare ghiande, castagne, noci, bacche del corbezzolo, del lentischio, per ricavarne l’olio; di legname per la lavorazione, in particolare ginepro, castagno, noce, olivastro; nella raccolta della palma nana per la fabbricazione delle scope e del crine da riempire materassi; di giunchi, asfodeli ecc., per l’intreccio di molti utensili quali cesti e corbe; infine, il diritto di pascolo e di fonte. Tutti questi diritti erano essenziali per la sopravvivenza dei membri della comunità, in particolare per i nullatenenti.
Questo sistema di possesso collettivo della terra e di utilizzazione comunitaria del patrimonio naturale fu abolito dal dominatore sabaudo, con una serie di riforme, che hanno inizio nel 182O con l’editto delle Chiudende e culminano con l’abolizione dei diritti di ademprivio nel 1865.
Le rivolte dei pastori e dei contadini, che si oppongono a queste infauste leggi imposte dal dominatore, vengono soffocate nel sangue. I moti de su connotu, costituiscono il momento storico più rilevante della rivolta popolare di quel periodo. Torrare a su connotu, il motto di quella rivolta, significa “tornare al conosciuto”, al passato, cioè all’uso comune della terra, al godimento degli antichi e “conosciuti” diritti dell’uso collettivo del patrimonio naturale.
L’editto delle Chiudende, perfezionato con le leggi che aboliscono gli ademprivi, introduce la proprietà privata, sconvolgendo una forma di organizzazione socio-economica funzionale, restaurando con la miseria e i delitti la dicotomia conflittuale tra contadini e pastori.
In alcuni paesi dell’Isola, tuttavia, il sistema comunitario a rotazione del vidazzone e del paberile, nonché alcuni diritti di ademprivio, sono rimasti in vigore fino alla seconda guerra mondiale.


SU MESSAJU
IL CONTADINO

Su messaju indica genericamente il contadino, colui che lavora le proprie terre.
In Trexenta, in Marmilla e senza molte differenze nei Campidani, coloro che coltivano la terra vengono chiamati messajus mannus e messajeddus.
Is messajus mannus, i contadini benestanti, sono i proprietari di una grossa azienda agricola che hanno anche rapporti di lavoro, per la necessità di manodopera, con altre categorie come i braccianti giornalieri, gli affittuari, i mezzadri e altri, con i quali stabiliscono contratti annuali, di due o più anni, stagionali e giornalieri.
Is messajeddus, i contadini poveri, si dividono a loro volta in due categorie, is messajeddus, contadini veri e propri, che possiedono terreni e attrezzi sufficienti per costituire una piccola azienda agricola a conduzione familiare, e is messajeddus a giù ‘e carru che non possiedono terra, o ne possiedono pochissima e insufficiente per la sussistenza familiare, ma che dispongono di alcuni attrezzi ed in particolare o del cavallo e della carretta o del carro a buoi.
Anche questi ultimi possono lavorare in contratto con su messaju mannu, il proprietario, oppure lavorare a giornata con qualunque agricoltore che abbia bisogno dei loro servizi.
Questa è la biografia di un contadino povero, che si potrebbe definire messajeddu, da lui medesimo scritta, su richiesta dell’autore di questa raccolta di mestieri, all’inizio degli Anni 60, ed è apparsa in “L’invasione della Sardegna”, nel racconto “I quattro viandanti”.41
«Mi chiamo Orrù Gavino, di quarantacinque anni, con moglie e sei figli. Mio padre contadino nullatenente, con sacrificio di molti anni, facendo il salariato fisso, riuscì a farsi la casa. Venuta la Grande Guerra lasciò moglie e un bambino. Fu ardito della Brigata Sassari, con pugnale e bombe a mano, benvoluto dai capi. Visse lungo tempo attendente di ufficiali, tra i quali un cappellano, uno di quei preti un poco onesti che gli incominciò a illuminare il mondo di una luce che lui non conosceva. Allora capì che la guerra era una truffa, e quando ritornò in paese scese in piazza in divisa di ardito per fare giustizia, con pugnale e bombe a mano. In molti lo seguirono, per fare giustizia; e in molti lo seguirono in prigione, perché il picchetto armato aveva circondato e arrestato metà della gente. Dopo un anno ritornò a fare il salariato fisso, fino a quando si procurò l’indipendenza. Il 14 aprile mia madre mi partorì e mi chiamarono Gavino in onore del santo patrono. Venuto all’età di sei anni cominciai ad andare a scuola. Di carattere espansivo e sorridente, mio padre mi amava sempre di più per simpatia che gli rassomigliavo in tutto. Quando non si faceva scuola, il giovedì e la domenica, andavo in campagna a pascolare le due capre. Completate le scuole, le capre divennero quattro. Nel 1933 col solo latte si guadagnava lire quindici al giorno. La serietà in famiglia era di lavorare tutti per una sola cassa. Quando mancavano i soldi in tasca portavo fasci di legna. Scherzando mi chiamavano “fascista”, ma pagavano tre soldi il fascio e mi ricordo che il defunto padre diceva: “se lavoriamo tutti insieme ingrandiremo la casa”. Il 1937 venne il riselciamento di alcune strade del paese e non volli più pascolare le capre. Ancora non avevo compiuto il sedicesimo anno quando andai a domandare all’impresa se mi occupava a disselciare. Difatti mi fecero il libretto di lavoro che conservo col numero tre. Altro che andare in campagna a pascolare, con una paga sicura… La sera mi dilettavo leggendo romanzi, Tristano e Isotta e i Cavalieri della Tavola Rotonda… A diciassette anni domandai a mia madre se potevo andare a scuola di musica. Lei mi rispose: “Perché non vai da don Luca che suona l’armonium in chiesa?”. Era la musica che desideravo imparare, in quel momento… Dopo quindici giorni sapevo tutta la teoria, e in sei mesi ero secondo clarino. Una vita piena di sacrificio ma bella. Si camminava ogni domenica a piedi con la banda, da un paese all’altro, e tutta la settimana a lavorare. Un giorno che non dimenticherò mai fu quel 7 di dicembre del 1939. L’acqua si portò via il grano e insieme la terra. Tutta la gente correva, con le case allagate… Poi, il 1940, avevamo trebbiato paglia, nelle aie. Lo stesso anno mio fratello partì richiamato alle armi, e dovetti abbracciare la croce di tutto il lavoro dei campi. In novembre chiamarono anche me a fare la guerra… Una cosa mi ha sempre salvato: l’ordine della famiglia, come il padre ci educò. Tutto il guadagno, di qualsiasi natura, doveva essere corrisposto alla madre, quale ottima amministratrice, che fino a ottantasei anni usciva ogni sera a raccogliere una fascina per la cena. Alle sei di tutte le stagioni, che corrisponde all’imbrunire, il campanone suonava. Avevamo dieci minuti di tempo per rincasare, il tempo di riscaldare la minestra e mettere i piatti sul tavolo. Dopo si mangiava. Chi di noi figli non era rincasato non mangiava. Di mattina presto lei sempre alzata, con il caffè d’orzo pronto per chi doveva uscire a dar la paglia ai buoi. Un’ora prima di far luce riscaldava la minestra e preparava la bisaccia col pane e la zucca del vinello. Mia madre era donna di poche parole, e quando parlava non le piaceva ripetere. Ricordo la sera di Sant’Isidoro, il 17 settembre del 1936. Eravamo andati tutti a sentire la gara poetica in piazza, e qualcuno che ci voleva male aveva appiccato il fuoco alla legnaia. Il pericolo era grande, ma lei ci spingeva avanti gridando: “Forza, vigliacchi! non vedete che brucia la casa? Forza coi secchi!”. Nel 1945, tornato dalla guerra, presi moglie in casa, e la madre allora mi diede il pezzo di terra che mi spettava… Non so, forse stavo meglio salariato fisso - anche se il lavoro nostro è di cento giorni soli per un anno. La terra è una catena che non si può rompere, se non si vuol perdere quel poco pane che dà. Finito di zappare il mio poco, andavo bracciante con l’uno e con l’altro. Il mio lavoro si sa: arare, zappare, sarchiare, diserbare grano… Tutti i giorni così, da quando fa luce a quando fa buio. A casa, nemmeno la forza di spogliarsi per mettersi a letto. Uno si butta sopra la stuoia e si addormenta come una pietra, senza neanche sentire le parole di tribolazione della sua donna che ha addosso la fame di tutti i figli… Tante volte ho pensato: “Eh, se avessi qualche anno di meno! già non me ne resterei qui, a puzzare…”. Ma dove posso andare io a sbattere la testa, io che altro non so fare se non tenere la zappa in mano? Ma quando la fame è da tagliare a fette, quando l’acqua ti arriva alle costole, allora ti muovi, si… Vado a Cagliari, per espatriare. Mi hanno detto che in terra straniera prendono anche contadini, se hanno braccia buone…»


SU MERI
IL PADRONE, IL PROPRIETARIO TERRIERO

Su meri est unu messaju prus mannu de su messaju mannu, il padrone è un contadino più grande del contadino benestante; cioè a dire che possiede così tante terre da potersi definire un latifondista, se non fosse che in Sardegna, per quelle che sono qui le origini e la storia della proprietà privata, non esiste il latifondo vero e proprio, come in altre regioni del Continente. In zone come la Marmilla, tra le più fertili dell’Isola, dove le terre da grano duro sono considerate “buone” con una resa che va da 30 a 40 volte la quantità seminata (terras aundi unu moi de trigu, seminau ind’ unu moi de terra, donat de is trinta a is cuaranta mois) è considerato un ricco proprietario terriero chi possiede sui 500 starelli (ossia intorno ai 200 ettari).
In Marmilla - zona fertile, come dicevo - c’erano ben poche famiglie che possedevano una azienda agricola con più di 500 starelli. Ricordo proprietà di una certa superficie a Lunamatrona, Pauli Arbarei e Siddi, paesi della Marmilla sistemati a trebini, ai tre spigoli di un triangolo.
Ho insegnato in quella regione e ho avuto modo di conoscere diversi meris o messajus mannus, e devo dire che, nonostante potessero vivere da signori, senza andare a lavorare direttamente la terra, con la zappa o con l’aratro, seguivano di persona le attività della campagna e facevano una vita dura, di sacrifici, insieme ai lavoranti. Non di rado, non soltanto nell’abbigliamento ma anche nel parlare e nel comportamento, non si distinguevano granché dai più umili messajus e messajeddus loro dipendenti.
Ma ci sono anche nuove generazioni de meris, che oggi si chiamano agricoltori e non più contadini.
Ricordo il figlio di uno di questi che, svolgendo con gli altri compagni di classe il tema: “Il mestiere di mio padre”, così scrisse: «Mio padre è agricoltore, lui a lavorare la terra non ci va…» E infatti, lui, della nuova generazione de meris, a lavorare la terra mandava i servi e a pascolarla i pastori, mentre lui se ne stava tutto il santo giorno a giocare a carte nel bar, con gli altri sfaccendati del paese. A uno di questi appartiene la testimonianza che segue.
«Quando noi figli eravamo piccoli, mio padre lavorava da operaio all’Ansaldo di Genova. Era partito per fare fortuna, ma dopo qualche tempo è tornato, senza un soldo. Così io ho cominciato dal niente; anche se adesso qualcosa di mio ce l’ho… Non è vero che l’agricoltore non può vivere. Se è furbo ci sta dentro bene, e ogni tanto può comprarsi qualche altro pezzo di terra. Certo non è onesto fare così… ma se il mondo è pieno di ladri, bisogna rubare per vivere. Peggio per i fessi che fanno gli onesti… Non ci sono stati Garibaldi e Mazzini? Loro erano santi… Ma che cosa hanno fatto? Niente, hanno fatto! Le cose come prima, anche peggio, hanno lasciato… Ci hanno guadagnato che li hanno messi nella storia… Bisogna calpestarsi l’uno con l’altro? E io calpesto. Lo so bene che il lavoro di un bracciante vale almeno duemila lire. Ma se il prodotto mi frutta mille, io gli do al massimo ottocento, perché almeno duecento li devo guadagnare io. E se no, il capitale che cosa ce lo metto a fare?»42


SU SOZZU
IL SOCIO

Nel sistema agro-pastorale abbiamo diverse figure di sozzu, socio.
Su sozzu de sa sozzeria, il socio della forma associativa tra proprietario e hominis de accordiu, dove questa figura risulta essere il capo della gerarchia servile. Questi, insieme al padrone dirige il buon andamento dell’azienda agricola, sorvegliando e disponendo le diverse attività lavorative. E’ un esperto agricoltore e pertanto se il proprietario non se ne intende, ha lui l’autorità decisionale nelle iniziative da prendere ai fini di ottenere la miglior produzione. Su sozzu di questo sistema di conduzione agricola risponde del suo operato soltanto a su meri, al padrone.
Sozzu de soccida è un’altra cosa. Vediamo innanzi tutto cos’è sa soccida.
Sa soccida è anche detta cumoni, comune, sia nel senso di comunione di persone che di comunione di beni, e specialmente (si veda il Porru) di aggregazione di animali: Fai cumoni o poniri in cumoni significa mettere in comune, mettere insieme, aggregare, un insieme di beni di proprietari diversi, ciascuno dei quali è sozzu, socio, de su cumoni. Cumoni de brebeis, cumoni de baccas, cumoni de porcus, cumoni de bestiamini grussu, vanno tradotti con comunione di pecore, di vacche, di maiali, di armenti. Donai bestiamini a cumoni a mesu guadangiu e a mesu perdita, viene tradotto dallo stesso Porru con “dare a soccio, in soccio, a soccita, o accomandata, associare”.
Il documento che segue43 illustra una delle tante forme di soccida, che si differenziano l’una dall’altra in qualche dettaglio, mantenendo sostanzialmente la stessa struttura.
«Sa soccida è una forma di contratto a due, sozzu majori e sozzu minori, che avviene esclusivamente tra pastori ricchi che hanno molto bestiame e pastori poveri che ne hanno poco o non ne hanno per nulla. O che avviene anche tra contadini proprietari di bestiame (vacche, pecore, maiali) e pastori poveri.
Il socio principale, in genere il pastore o il contadino più ricco, che ha anche altre proprietà e beni cui badare, mette nella società anche soltanto una parte del proprio bestiame, solitamente da 50 a 100 capi, se si tratta di pecore, meno se si tratta di vacche, massimo una ventina, e si impegna a pagare la metà di tutte le spese: fitto dei pascoli, tasse, cavallo, e varie.
Il socio minore si impegna a custodire, allevare e sfruttare il bestiame, prestando in pratica tutta la manodopera necessaria, ma paga anche lui la metà delle spese, compreso il fitto dei pascoli.
Il contratto dura da uno a cinque anni, secondo ciò che stabiliscono i due contraenti.
Alla fine del contratto, il socio principale si riprende esattamente il numero di capi di bestiame che ha messo nella soccida, nella società. I nuovi capi di bestiame che si sono aggiunti, vengono divisi in parte uguale, metà per socio. Così come era stato già diviso in parti uguali il ricavato dell’attività di allevamento».


SU BASTANTI
IL FATTORE, O UOMO DI FIDUCIA DEL PADRONE

Su bastanti è l’aiutante de su sozzu, del capo della gerarchia della forma associativa detta sa sozzeria. E’ la seconda persona per importanza nella gerarchia dei servi e sostituisce su sozzu in sua assenza o su sua esplicita richiesta. La sua paga annua è leggermente inferiore a quella de su sozzu.
Mentre di sozzu ce ne deve essere uno solo, a capo di tutti, di bastantis ce ne possono essere diversi. Così pure di bastanteddus, aiutanti di su bastanti, e di boinargius, bovari, che devono accudire principalmente ai buoi da lavoro.


S’HABITANTI
IL SOVRINTENDENTE

S’habitanti, il sovrintendente, che rappresenta il potere del feudatario, è al vertice della gerarchia nella struttura piramidale squisitamente medievale, presente negli stagni di Cabras fino a qualche anno fa (Anni 70). Egli era il potentissimo uomo di fiducia dei padroni che avevano la proprietà esclusiva di pesca in quelle acque, per volontà di Filippo IV re di Spagna, e governava il feudo con una decina di zaraccus de pischera, accompagnati e protetti da guardie armate.


SU SOZZU DE SU MES’‘E PARI
IL MEZZADRO

Su mesu de pari indica un’altra forma di contratto agro-pastorale, che abbiamo già visto alla voce su sozzu. I due contraenti si chiamano entrambi sozzu, ma uno è il padrone e l’altro il mezzadro. In questo caso, il proprietario del terreno dato a mes’‘e pari a su sozzu, a mezzadria, doveva provvedere al grano per la semina, ad altro cereale, o leguminosa da coltivare. Si dice che, po usanzia, su meri ponit terra e semini, mentras su sozzu ponit su traballu, per tradizione, il padrone mette la terra e il grano, mentre il mezzadro mette il lavoro, cioè tutta la manodopera dalla semina al raccolto. Le spese per l’aratura e la concimazione sono a metà tra i due sozzus, e così pure, ovviamente, il prodotto ricavato. Resta a beneficio del padrone del terreno sa stua, la stoppia, che viene data a pascolo estivo ai pastori.
In una variante di mezzadria (mes’‘e pari), detta su cumbèniu, ciò che si è convenuto, il proprietario del terreno poniat terra, semini e giù, mette terra, sementi e giogo dei buoi. Tutto il resto è invariato.
Va detto che tutte queste forme di contratto, nella definizione dei termini, erano nella loro stragrande maggioranza non scritte: alla luce de su connottu, dell’uso comune, faceva fede la parola data anche senza la stretta di mano. Se proprio qualcuno voleva mettere nero su bianco, ci si rivolgeva a su scrivonellu, lo scrivano, o per lui il parroco, o altro “acculturato”.


S’ARRENDADORI
L’AFFITTUARIO

S’arrendadori, l’affittuario, est su chi pigat terras in arrendu, è colui che prende terre in affitto.
Il contratto ad affitto iniziava e finiva il 2 settembre, e durava tradizionalmente per una intera rotazione agraria (due anni: un anno a grano e l’anno successivo o a fave o incolto, lasciato a pascolo). Il contratto veniva stipulato tra unu messaju mannu e unu messajeddu a giù e carru, cioè tra un proprietario terriero e un contadino senza terra ma fornito di carro e giogo di buoi.
Si hanno diverse forme di arrendu de terras, di sistema d’affitto dei terreni agricoli, di cui si danno alcuni esempi:
- terras po preni o seminai, terreni non incolti da seminare un anno a fave, o altre leguminose, ed il secondo a grano, in base alla prescritta rotazione agraria. Il canone di affitto per unu moi de terra, 4.000 metri quadrati, pari a 40 are, era di duus mois de fà, due starelli di fave, pari a 80 litri, o ad uguale quantità di grano il secondo anno.
- Terras cruas de scorturai o brabattai44, terreni incolti da dissodare e poi coltivare con colture previste in contratto, che durava sei anni, pari a tre rotazioni agrarie. Per i primi tre anni s’arrendadori, l’affittuario, era esonerato dal pagare il canone d’affitto, perché impiegava il proprio lavoro per migliorare il terreno e prepararlo per le future coltivazioni. Nei successivi tre anni, seguiva le regole del contratto d’affitto de is terras po preni, delle terre da semina.
- Terras po pasci, terreni dati in affitto per il pascolo, per lo più di pecore. Erano solitamente terre incolte e poco adatte alla coltivazione. La durata del contratto d’affitto, di solito tra un proprietario terriero e un pastore di pecore, durava minimo un anno, ma veniva tacitamente rinnovato di anno in anno. Il canone d’affitto dipendeva da diversi elementi quali la distanza del terreno dal paese, la classe dello stesso terreno, se era aperto o chiuso, se vi era l’acqua, se vi erano delle costruzioni che potevano servire da riparo per il bestiame. La maggior parte delle volte, il pastore, che era assai tirchio, se si trattava di terreni abbandonati aperti e di poco conto, pagava per ogni moi de terra, per ogni starello (40 are), una formella di formaggio, di circa un chilo; c’era l’agnello per il Natale o per la Pasqua, quando il terreno era più grande e vi cresceva pagu murdegu, poco cisto.
- Terras a stua de trigu o de fà, si trattava di terreni già coltivati a grano o a fave dove residuavano le stoppie. Venivano dati in affitto solitamente a pastori, po ddui fai pasci is brebeis finzas a tempus de arai, per farci pascolare le pecore fino al tempo dell’aratura, per circa tre mesi, dalla mietitura, a luglio, fino a settembre, ottobre.


SU SCARADERI
IL COTTIMISTA

Su scaraderi est su chi pigat su traballu a scarada, il cottimista è colui che prende il lavoro a cottimo. Traballai a scarada, lavorare a cottimo.
Sa scarada era una forma di contratto di lavoro usato da is messajus, i contadini, soprattutto po sa messa, per la mietitura. Infatti, non essendo sufficiente la forza lavoro, is serbidoris e is giorronaderis, i servi e i braccianti, impiegata durante i lavori agricoli, si doveva ricorrere a nuova manodopera per fare fronte all’emergenza della mietitura, che andava fatta in “quel” dato momento e il più rapidamente possibile - a scapito di gravi danni al raccolto.
Is messadoris, i mietitori, venivano ingaggiati con un contratto a scarada, a cottimo, e pertanto venivano anche detti scaraderis, cioè cottimisti. Essi dovevano provvedere ai propri attrezzi da lavoro, principalmente le falci da grano. In cambio del lavoro avevano diritto a tanto grano quanto ne era stato seminato in ogni terreno da essi mietuto, vitto e alloggio - o in campagna o in casa del proprietario datore di lavoro. Ciascun messadori, mietitore, aveva diritto a portar con sé una spigadrixi, spigolatrice. Tutti e due, messadori e spigadrixi, dovevano prestare la loro manodopera sia in s’argiola, nell’aia, per la trebbiatura e ventolatura, sia per s’incungia, la conservazione del raccolto.
Se il rapporto di lavoro era stato soddisfacente per tutti e due i contraenti, (scaraderi-messadori, più spigadrixi e messaju-meri, mietitore, più spigolatrice e contadino-proprietario), accadeva che anche per gli anni successivi rinnovassero tacitamente il loro contratto.
Sa scarada, il cottimo, lo ritroviamo in tante altre attività, anche non agricole. In particolare, ovunque ci fosse bisogno e necessità di fare un lavoro in quel dato periodo di tempo ed il più celermente possibile, come la costruzione della casa ed in particolare l’edificazione del tetto, la raccolta delle mandorle, la vendemmia, la raccolta dei pomodori, ecc..
Messadori a scarada, mietitore a cottimo. Quando non c’erano le macchine si mieteva con le falci a mano e allora si stabiliva un tanto secondo la quantità dei cereali da mietere e la loro qualità; se erano folti si stabiliva un tanto, e così via, e quello era un cottimo. Per ogni starello di terra (mq 4.OOO) prendevano all’incirca da due a tre moggi di grano (1 moggio o starello di grano = circa kg 40)
Su trigu de sa scarada. Per regolare la vita agricola, in Sardegna, non esistevano leggi scritte, ma c’erano quelle consuetudinarie, le tradizioni locali, che, tramandate di generazione in generazione dai lontani secoli, avevano per tutti forza di legge ed erano rispettate.
Così era il grano del cottimo, po su trigu de sa scarada. I cottimisti, o iscaraderis, dovevano avere, dal padrone, il grano direttamente nell’aia, pulitissimo e direttamente dalla massa. Così era per tutti i servi agricoli, e per il grano che si doveva al Monte Granatico.
Il grano residuato in su fundal’’e sa massa, nel fondo della massa, a contatto con la terra, e perciò un po’ terroso, non si dava mai po sa scarada, ma, dopo averlo pulito ben bene, e factu a ciliru e cilireddu, se lo prendeva il padrone, senza mischiarlo con l’altro più pulito.
S’aggiudu torrau è ancora un tipo di contratto di lavoro, più di altri non scritto. In agricoltura, questo avveniva tra su messajeddu, il piccolo contadino con animali da lavoro, e is giorronaderis, i braccianti giornalieri, che possedevano terre ma non animali da lavoro.
Is giorronaderis offrivano giornate di lavoro bracciantile, la semina, la zappatura, lavori nell’aia, raccolta di legna, solitamente in numero di 3 giornate, in cambio di una giornata di lavoro nelle proprie terre con l’impiego di animali (buoi o cavallo, per aratura, trebbiatura, trasporto del raccolto o di legna) da parte de su messajeddu, del piccolo contadino.
Questa forma di contratto si estende in tutti i settori produttivi agro-pastorali e anche nei rapporti sociali, intercomunitari. Lo troviamo tra contadini e artigiani: il contadino esegue dei lavori con i propri mezzi agricoli nelle terre dell’artigiano e questo, po aggiudu torrau, in restituzione dell’aiuto ricevuto: se è fabbro, gli sistema l’aratro, le falci, le zappe; se è falegname, gli ripara il carro, una finestra di casa, un manico di forcone; se è muratore, gli aggiusta la casa, il tetto, un muro; se è sarto, gli confeziona qualche capo di abbigliamento per la famiglia; se è barbiere, gli fa barba e capelli (quando in questo caso su braberi, il barbiere, non avendo terra si fa pagare in grano), e così via.
Lo stesso avviene tra contadini e pastori e tra questi e artigiani.
Io insegnante, in virtù di questi sistemi di contratto, per le mie lezioni a ragazzi di un contadino, venivo pagato con prodotti stagionali della terra; per cui a periodi abbondavano i pomodori e i peperoni e in altri le patate e le fave.
Ma s’aggiudu torrau, che è una vera e propria istituzione di grande rilievo e valore economico, sociale e morale in ogni comunità degna di questo nome, lo ritroviamo in tanti momenti della vita quotidiana della nostra gente. Si configura in questa istituzione quasi “un pretesto” per stare insieme, per creare socialità, mutualismo e quindi fratellanza e affettività, per creare forti e veri legami tra i membri della stessa comunità.
Anche tra contadini e contadini ci si scambia gli uni con gli altri, all’occorrenza, specie in stato di necessità, giornate di lavoro, attrezzi, o animali da lavoro. Scambio di manodopera tra una famiglia e l’altra avveniva in molti casi, per la vendemmia, per la raccolta delle olive, per la macellazione e la lavorazione del maiale domestico, per la riparazione di un muro di casa, per la lavorazione del pane - per non parlare dei matrimoni, dei battesimi e anche dei funerali, per l’assistenza che i vicini della comunità devono alla famiglia colpita dal lutto.
Nella istituzione de s’aggiudu torrau, rientrava pure il prestito di attrezzi da lavoro, sementi, il pane, il sale, il lardo e altri generi alimentari di prima necessità, inoltre la legna, che non potevano essere negati se chiesti in prestito. Ma era altrettanto doveroso - un imperativo categorico - restituire s’aggiudu, che fosse lavoro, che fossero oggetti, o alimenti. Si può concludere che nella vita delle nostre comunità in una età che non esito a definire felice e armoniosa, per dirla alla Fourier, in qualunque momento di lavoro importante e impegnativo, in situazioni di emergenza, di lutto, o di gioia, c’era la presenza attiva, la solidarietà e l’aiuto di tutti.


SU SERBIDORI DE SU MESSAJU
IL SERVO DEL CONTADINO

«Mi chiamo Loi Giuseppe e da ragazzo facevo il servo-pastore. Portavo le pecore al pascolo e mentre sorvegliavo che non entrassero nei campi arati, suonavo un flauto che io stesso mi ero preparato con una canna. I miei coetanei, che zappavano nei campi vicini, mi prendevano in giro dicendomi che ero poltrone, che avevo inghiottito unu palanchinu45, e un po’ mi vergognavo di trovarmi lì solo, con le mani in mano.
Mia madre mi consigliò di imparare anche a fare il mestiere del contadino, perché se mettevo su famiglia dovevo avere il grano per il pane. E così lasciai le pecore e andai al servizio di un agricoltore.
Su meri mannu46 era un po’ burbero, ma sa meri47 era una donna molto gentile. Dal primo giorno mi fece vedere dove era la stuoia per dormire e come la dovevo mettere vicino al caminetto della cucina vecchia, e dove dovevo appendere la mia bisaccia.
Ogni giorno sa meri mi svegliava all’alba per andare a su cungiaeddu48 a riportare a casa il cavallo del padrone, perché egli potesse andare in campagna. La sera prima, il cavallo bisognava condurlo al pascolo.
La mattina presto, quando io tornavo col cavallo, il padrone me lo faceva sellare, vi saliva sopra, mi raccomandava di andare a lavorare con is giornaderis49 e se ne andava a controllare i suoi campi.
Io andavo a piedi con gli altri braccianti e lavoravo tutto il giorno, perché dovevo dare il buon esempio essendo il servo famiglio. E la sera, tornati in paese, se il padrone non aveva mandato ancora nessuno a portare il cavallo al pascolo, mandava me. Al rientro cenavo insieme alla padrona e alla serva e una volta alla settimana c’era anche s’accostanti50, venuta per fare il pane. Il padrone cenava da solo nella cucina nuova, oppure con qualche parente o compare.
Ogni giorno c’era da fare: nei campi del grano, delle fave, nella vigna, secondo il periodo. Solo nelle giornate troppo piovose, stavo a casa, nella cucina vecchia, a preparare trobeis51 per il cavallo, che ne logorava parecchie, cercando di saltare la siepe che limitava su cungiaeddu52, dove veniva portato al pascolo.
Nell’arco dell’anno avevo imparato a fare di tutto: dalla semina al raccolto; avevo imparato anche a lavorare la pasta; quando le donne preparavano il pane, godevo dei loro elogi e scherzavo, così sentivo meno la stanchezza e non pensavo alla fatica della giornata.
Dopo il raccolto, portavo a mia madre il grano che mi era dovuto per il mio lavoro di tutto un anno e mi riposavo per ben due settimane...».53


SU GIORNADERI
IL BRACCIANTE AGRICOLO

Su giornaderi, il bracciante, è il vero contadino, nel senso che è lui, con le sue braccia, che lavora la terra: la ara, la concima, la semina, la zappa e la fa fruttificare. Egli svolge praticamente tutte le attività agricole, giorno dopo giorno, mese dopo mese, stagione dopo stagione, dal mesi de ladamini, ottobre, fino al mesi de argiolas, luglio. Poco tempo gli resta per riposare, giusto austu, agosto, il mese più caldo dell’anno, che trascorre approntando is ainas, gli attrezzi, da lavoro po sa laurera noba, per il nuovo anno agricolo che sta per riaprirsi.
Su giornaderi, dunque, senza essere lo specialista (che svolge prevalentemente una sola attività, quella in cui eccelle), è di volta in volta aratore, seminatore, potatore (di vigna o di frutteti), innestatore, carrettiere, stalliere, mietitore, trebbiatore, e così via.
Ancora giovane, talvolta fin da ragazzo, è servitore fisso di un solo proprietario terriero e allora abita, mangia e dorme in casa del padrone; oppure fa il servo-bracciante per qualunque contadino che lo chiami e lo ingaggi per uno, due, o più giorni di lavoro in campagna, a seminare, a zappare, o a mietere, dall’alba al tramonto.

Sa filla de su giornaderi.

«Nel mio paese, a quei tempi, c’erano solo le prime tre classi della scuola elementare e, per avere la licenza di quinta, bisognava andare nel paese vicino. Le bambine, secondo l’uso di allora, non venivano mandate perché si riteneva che non ne avessero bisogno. Solo ai maschietti poteva servire la licenza elementare, così almeno avrebbero potuto fare i carabinieri.
Avevo appena finito la terza, quando mia madre mi fece mettere il vestito della domenica e gli zoccoletti nuovi, che mi piacevano molto perché facevano un bel rumore, e mi portò a casa di Donna Federica. Un cancello di ferro era spalancato su un enorme cortile selciato con tanti vasi di fiori ai lati. Sul fondo, una gradinata - in realtà erano solo cinque, ma a me sembravano tanti - con un vasto loggiato, su cui davano tre porte, con molte sedie.
Ci sedemmo. Dopo un po’, Donna Federica uscì dalla porta centrale: era davvero una bella donna, dall’aspetto severo e con i baffetti, proprio come la descriveva mio babbo. Si accordarono con mia mamma perché io andassi ogni giorno a fare le commissioni e ad aiutare sa serbidora manna, la domestica grande. E così andai a lavorare nella famiglia dove mio babbo era su gerrunaderi, il lavoratore giornaliero.
Ogni giorno per lui c’era da fare ed era contento così, perché essendo pagato a fine raccolto gli sarebbe sembrato brutto non lavorare ogni giorno. Quando c’era qualche alluvione e gli altri non potevano andare, che so, a zappare, lui doveva lavorare il doppio per aiutare su serbidori, il servo, a scorai s’aqua, a far scorrere l’acqua, scavando fossi e canaletti, perché la pioggia abbondante non allagasse i campi ma potesse scorrere. Unica differenza col servo era che poteva dormire tranquillo a casa, con la mamma; ma all’alba usciva e tornava quando era già buio, stanco morto.
Il padrone gli aveva affidato un pezzo di terra da lavorare a mes’ ‘e pari, a mezzadria, ma ci doveva lavorare fuori dalle giornate lavorative, cioè di domenica, e andava ad aiutarlo sempre mia madre. Così, pure mia madre veniva a casa di Donna Federica, per aiutare la serva e s’accostanti, la donna che aiutava nei lavori pesanti, nelle faccende di stagione, per ripagare il prestito dei buoi usati da mio babbo per arare, trebbiare e incungiai, raccogliere, il grano che produceva in proprio, nelle terre in affitto. Solo dopo il raccolto si riposava un paio di giorni, se l’annata era stata buona era anche contento e si riprometteva di comprare, un giorno o l’altro, un pezzetto di terra, così il raccolto sarebbe stato tutto suo, anziché doverne dare metà al padrone che non si ricordava più neanche dove era situato il campo che gli dava in affitto e da cui riceveva metà del raccolto».54


S’ARADORI
L’ARATORE

S’aradori est su messaiu chi arat sa terra, l’aratore è il contadino che ara la terra.
Dal giorno prima s’aradori avrà cura di preparare su carrru a bois, il carro a buoi, con sopra s’arau, l’aratro, is orbadas, i vomeri, sa sporta de sessini, la cesta di vimini, e su trigu po preni, e il grano per seminare.
Circa un’ora prima di partire si alza e appallat su giù, dà da mangiare ai buoi, un misto di paglia e fave macinate in precedenza, messe in sa palladroxa o cadinu de appallai, nella mangiatoia. Po pappai, per mangiare, questa quantità di cibo i buoi impiegano circa dieci minuti, ma su murzu, il ruminare, dura circa un’ora.
L’ora di partenza è in rapporto alla distanza delle terre dal paese. Qualche volta si impiegano anche due ore e mezzo. Bisogna tenere presente che l’usanza vuole che a s’orbescida, all’alba, quando spunta il sole, s’aradori, l’aratore, abbia già fatto due, tre giri de aringiu, di aratura.
Appena si arriva al campo, si fa il lavoro di ingainai, cioè si staccano i buoi dal carro e si aggiogano all’aratro.
Si ara per tutto il giorno. Sette, otto e anche nove ore di lavoro senza interruzione. Per lo meno, è questa l’usanza qui da noi, nel Parte Olla. Non si interrompe neanche per mangiare, né l’uomo, né le bestie.
Finita l’aratura della giornata si fa il lavoro contrario, cioè si staccano i buoi dall’aratro e si attaccano al carro, sul quale vengono caricati l’aratro e gli altri attrezzi da lavoro, e si rientra in paese.
Arrivati a casa si staccano i buoi dal carro e li si lascia riposare per circa un’ora. Intanto mangia l’aratore. Poi è suo dovere accudire le bestie, dando loro da mangiare e da bere.
Per il lavoro che fanno in comune, c’è una sorta di sodalizio, cioè di comunicazione e intesa, anche di simpatia, tra l’uomo e i suoi buoi; una intesa ed una simpatia che comincia fin da quando l’uomo sceglie e forma la coppia da aggiogare al carro e all’aratro.
Ai buoi si danno nomi apparentemente strampalati; in effetti un nome con l’altro completano ed esprimono una frase, una battuta, un motto, o due espressioni simili o contrastanti. Per esempio, ecco alcuni nomi dati a ciascun bue dello stesso giogo: Sennori - No ddu ses (Signore - Non lo sei); Poita pretendis - Fora de motivu (Perché pretendi - Senza ragione); No mi scaresciat - Su chi happu factu (Non mi dimentichi - Quello che ho fatto); Non tengas pressi - Ancora c’est tempus (Non aver fretta - C’è ancora tempo); Bella ti fais - Chen’ ‘e ddu essi (Ti credi bella - Senza esserlo); Pagu ti circu - Lassamì stai (Non ti do fastidio - Lasciami in pace).
A conclusione, bisogna dire che l’aratura è diversa a seconda di come è la situazione della terra. Se la terra è a cottura, cioè incolta, si fa la prima aratura nel mese di marzo, e si dice manisciai sa terra, poi la si lascia riposare fino al periodo di giugno-luglio, quando si dà la seconda aratura, detta torrai manu, e la si lascia ancora riposare fino all’autunno.
Dopo le prime piogge, nel mese di ottobre, o anche ai primi di novembre, si dà la terza aratura, detta a passai e preni, cioè si ara, si fanno i solchi, si semina e poi si ripassa con l’aratro per chiudere i solchi e coprire i semi.
Se la terra invece è a stula de fà, cioè dove vi sono stoppie di fave, si dà la prima aratura nel mese di agosto e si ara durante la notte, perché è più fresco e la terra è meno arida. Poi la si lascia riposare.
Dopo le prime piogge, nel mese di ottobre, o ai primi di novembre, si dà la seconda aratura, quella appunto detta a passai e preni.


SU SEMINADORI
IL SEMINATORE

Su seminadori, il seminatore, è colui che getta il grano e il concime, normalmente a spaglio, nei solchi della terra arata. Il contadino si rivolge a unu seminadori di fiducia, perché è un momento assai importante e delicato de sa laurera ed è un lavoro che va fatto a regola d’arte se si vuole ottenere del buon grano (lo si vede dalla semina). Di concerto con su seminadori lavora s’aradori, l’aratore, che conduce il giogo dei buoi.
Un giogo di buoi ara circa 4.000 metri quadrati, cioè un moggio di terra al giorno; un bravo seminatore ne semina circa 16.000, cioè più di un ettaro e mezzo, circa il quadruplo della quantità che può arare un giogo. Ne consegue che, dove la superficie del campo è vasta, appresso ad un seminatore vanno quattro gioghi di buoi. In altre parole, unu bravu seminadori, un bravo seminatore, lanciando il grano a spaglio copre quattro solchi.
Dai dati rilevati da altre fonti tra il lavoro de su seminadori e quello de s’aradori si hanno i seguenti rapporti: aratura al giorno da 3 a 4 mila metri quadri; semina al giorno da 15 a 16 mila metri quadri.


SA MARRADRIXI
LA ZAPPATRICE

«Parlo di quando facevo sa marradrixi, cioè andare a zappare, per i proprietari, terre coltivate a grano e a fave. I miei genitori erano anziani e anche io non ero più tanto giovane, ormai sulla soglia dei trenta. Babbo era servo-pastore fin da bambino e in tutta la sua vita non era riuscito a racimolare che quattro soldi, per aggiustare la vecchia casa paterna, e comprare due palmi di terra vicino al paese, da coltivare ad orticello nel poco tempo libero della domenica. Mamma era malaticcia, si era rotta le reni lavando roba altrui nel ruscello. Si erano sposati già anziani, aspettando di avere i soldi per mettere su casa, e l’unica figlia ero io.
Da ragazzina ero in casa della padrona di mio padre per fare le commissioni, e mi piaceva. Poi, mia madre si ammalò e dovetti stare in casa per accudirla; allora strappavo qualche giornata nei lavori stagionali, in modo da farmi due soldi per comprarmi un minimo di vestiario.
In primavera le giornate sono più lunghe ed alzandomi presto facevo in tempo a cucinare un piatto di minestra per mia madre; poi scappavo a casa di una comare ed insieme ci avviavamo verso i campi, incontrando altre zappatrici.
Venivamo raggiunte dal proprietario che, bontà sua, portava le zappe nella carrozza, almeno quelle, perché zappatrici non ne poteva caricare per non stancare il cavallo: così gli ordinava la moglie. Giunte al campo veniva affidato a ciascuna il proprio pezzo da zappare, con la raccomandazione di usare le mani per estirpare le erbe attorno alla piantina del grano.
Io mi buttavo nel lavoro senza malizia, zappavo bene e alla svelta, facendomi spesso richiamare alla calma, perché non finissimo troppo presto e ce ne restasse da fare anche l’indomani.
A mezzogiorno interrompevamo e ci sedevamo in cerchio, sotto un albero, per mangiare. Io qualche volta dimenticavo, per la fretta, il fagottino del pane a casa, e allora le altre me ne offrivano del loro; io raccoglievo alla svelta le erbe mangerecce e ne davo alle comari per ringraziare. Ci chiamavamo comare l’un l’altra perché avevamo fatto la cerimonia de su Sant’‘Uanni de floris, di San Giovanni dei fiori, in mancanza di uno scambio battesimale, per creare tra noi uno stretto legame di solidarietà e amicizia.
Finito il pasto, riprendevamo il lavoro e si udiva, col tonfo ritmico delle zappe, anche il coro delle voci che cantavano is muttettus, i mottetti d’amore:

«A pizz’‘e cussu monti / «In cima a quel monte
mi pongu a fai randa... / mi siedo a ricamare...
notesta o cras a nocti / stanotte o domani notte
abettu sa domanda». / aspetto la dichiarazione».

Al tramonto passava il padrone per dirci che il giorno seguente saremmo dovute andare in un altro campo e dove, oppure che non aveva più bisogno di noi. In questo caso io mi raccomandavo alle comari di trovare lavoro anche per me, perché non sarei potuta uscire a cercarlo io dopo il rientro a casa, dovendo tenere compagnia a mia mamma malata».55


SU MESSADORI
IL MIETITORE

Is messadoris, i mietitori, erano uomini giovani e gagliardi, specialisti nel loro difficile e duro lavoro, godevano di prestigio nelle comunità che li ospitava e spesso anche dei favori de is ispigadrixis, delle spigolatrici, che dipendevano da loro.
In Sardegna si coltivava e si coltiva quasi esclusivamente grano duro; soltanto di recente si è introdotta la coltivazione di grani teneri, trigu carantinu e altri. E’ risaputo che il pane migliore si ottiene con la semola del grano duro; così pure, con lo stesso grano, si ottengono le paste, corte o lunghe, e le minestre di ogni tipo, che quotidianamente si usano nell’alimentazione, specialmente nei paesi dell’area del Mediterraneo.
La mietitura ha inizio nel momento in cui il grano è giunto ad una certa fase di maturazione: naturalmente prima che i chicchi comincino a cadere sul terreno, quando cioè le spighe si colorano di giallo oro e le reste diventano scure, quasi nere, mentre is cannas, i culmi, hanno ancora i nodi verdi che, in quella fase, sono detti canna de mebi, canna di miele.
Certamente è la Marmilla la regione contadina dove più abbondante è la produzione del grano duro e dove si trovano i migliori mietitori dell’Isola. Infatti, è lì, che, da ogni altra parte, i proprietari terrieri li vanno a cercare per ingaggiarli, durante il periodo della mietitura.
La meccanizzazione della mietitura è da noi assai recente, dato che fino agli Anni ‘60 si è mietuto il grano con la tradizionale fraci de trigu, la falce messoria, leggera, seghettata e bene equilibrata con un manico dalla anatomica impugnatura.
La tenuta da lavoro de su messadori, del mietitore, è scomoda ma funzionale: anzitutto un cappello di paglia o d’altro, a larghe tese, per riparare la testa dal sole. Da sotto il cappello, dietro, ricade un fazzoletto che ombreggia la nuca. Un fazzolettone di cotone, messo intorno al collo, assorbe il sudore ed evita che le reste feriscano la pelle. Indossa un grembiulone di pelle, o anche di panno robusto, assai ampio, idoneo a proteggere il corpo dal collo agli stinchi. Ancora, veste due manicotti, ugualmente di pelle o di panno, per proteggere le braccia e le mani, senza coprire le dita che devono restare libere (quella della destra per impugnare la falce e quelle della sinistra per afferrare il mazzetto di culmi di grano da tagliare). Un accorgimento particolare viene usato per proteggere il mignolo della mano sinistra, (quella che afferra il fascio del grano), il dito che corre il rischio di essere ferito dalla falce che lo sfiora: viene inguainato da un astuccio di cuoio o all’occorrenza anche di canna.
Il lavoro della mietitura si svolge di mattina assai presto, appena fa luce, per ovvie ragioni di opportunità. In primo luogo, si traballat mellus a friscu, si lavora meglio quando fa fresco, prima che il solleone avvampi e fiacchi le membra. In secondo luogo, i culmi del grano, dopo la rugiada della notte, sono meno aridi, più umidi e freschi e si falciano meglio. Durante le ore più calde, is messadoris riposano all’ombra di qualche albero o di improvvisati ripari - spesso all’ombra dei loro ombrelloni verdi, quelli stessi che pastori e contadini usano per ripararsi, d’inverno, dalla pioggia.
Is messadoris, entrando nel campo, per prima cosa si fanno il segno della croce. Quindi, muovono nel loro lavoro dalla parte opposta alla piegatura delle spighe, ciò per evitare che le reste feriscano i loro occhi; agguantano con la sinistra un mannello di grano all’altezza di circa mezzo metro da terra e lo recidono con una taglio rotatorio della falce, ovviamente un po’ più sotto della mano, a circa quaranta centimetri. Ses mannugus faint una maniga, sei mannelli formano un covone. Is manigas, i covoni, vengono deposte con le spighe rivolte al cielo lungo il campo. Più tardi, all’arrivo de is carradoris, dei carrettieri, i covoni di grano vengono caricati sui carri e trasportati in s’argiola, nell’aia, dove verranno trebbiati.
Come detto in altra parte di questo lavoro, is messadoris, i mietitori, sono accuditi da is spigadoras, le spigolatrici, al loro seguito, che raccolgono nel loro grembialone a sacco le spighe non recise o cadute sul terreno. Esse provvedono ad ogni loro bisogno, specie il servir loro da bere, ogni volta che hanno sete. Hanno anche il compito di conservare l’acqua fresca nelle brocche tenute all’ombra di cespugli. Messadoris e spigadoras usano fettine di limone con il sale per combattere la sete.


SA ZARACA E SU MESSADORI
LA DOMESTICA E IL MIETITORE

«Ero domestica in casa del dottore ed ero contenta del mio lavoro; mi ero stancata di andare in campagna, alla giornata, con l’uno o l’altro contadino, e anche se dovevo lavorare pure di notte, perché in casa del dottore non andavano a letto con le galline, mi alzavo presto ugualmente prima degli altri.
Il dottore era anche proprietario terriero e quell’anno il mezzadro gli aveva detto che aveva contrattato con i mietitori che venivano da Morgongiori e non avevano con loro spigolatrici. La padrona si ricordò che io venivo dalla campagna e mi propose di andare a spigolare, anche se non c’era sul contratto. Siccome anche lei doveva sacrificarsi durante la mia assenza, avremmo diviso il grano a metà, come usavano le altre. Cercai di rifiutare, ma non ci riuscii perché anche mia madre, chiamata all’occorrenza, mi disse che non si poteva dire di no ai padroni. E così cercai le gonne e le bluse vecchie e andai con i mietitori e con le altre spigolatrici a su dominariu, alla proprietà.
Il mezzadro mi fece conoscere Antonio, il mietitore che dovevo seguire e... servire.
Aveva una certa età, ma la barba ancora nera, ed era molto gentile: quasi si vergognava di chiedermi le cose, come se io fossi stata la padrona, anche se sapeva che ero la serva di casa.
Mieteva svelto e quando gli sembrava di essere più veloce degli altri, ed io non riuscivo a stargli dietro a raccogliere le spighe, si fermava e mi aiutava a legare su mannugu, il mazzo delle spighe col gambo lungo.
Quando interrompevano per bere gli portavo l’acqua, come facevano le altre, che mi prendevano in giro perché lui, invece di darmi una pacca sul sedere, mi chiamava gomai, comare, e mi diceva grazie.
Quando, finita la mietitura di un podere, passavamo ad un altro, lui mi aiutava a portare le bisacce con le provviste, ed ancora una volta le altre sghignazzavano, ma qualcuno dei mietitori le zittiva, ricordando loro che finita la mietitura io dovevo tornare dalla padrona e il mio grano lo avrebbe fatto trebbiare il mezzadro.
Gli uomini interrompevano di mietere quando il fusto era troppo arido e non si poteva legare, i mannelli si riaprivano; allora andavano a riporli all’ombra e noi continuavamo a raccogliere le spighe.
Noi donne smettevamo per il pasto pomeridiano e riprendevamo il lavoro finché c’era luce, perché c’era fresco.
Alla fine della mietitura anche il padrone e la moglie vennero per il pranzo; i mietitori di Morgongiori se ne andarono, mentre gli altri del posto con le spigolatrici si preparavano a trebbiare.
Antonio mi chiese se sarei andata a spigolare anche l’anno appresso; per me rispose la padrona dicendogli che dipendeva dalla quantità di grano che avevo saputo raccogliere.
Una volta tanto non tornai a casa a piedi ma nella carrozza, quasi fossi una sennorica, una signorina».56


SA SPIGADRIXI
LA SPIGOLATRICE

Nel mese di giugno avevano inizio i lavori di raccolta dei legumi: prima le fave e i piselli, poi le lenticchie e i ceci. Già dalla primavera le spigolatrici si erano accordadas, messe d’accordo, con il mietitore e con il proprietario per avere il permesso di spigolare nei campi di loro pertinenza.
Le spigolatrici avevano cura di scegliere un mietitore esperto e stimato, che avesse contratti per un lungo periodo, o di scegliere un proprietario che avesse molte terre seminate a grano - cosicché la raccolta delle spighe residue fosse più abbondante. Nell’accordo era previsto per la spigolatrice un suo contributo di lavoro, non retribuito, nel raccolto dei legumi; per consuetudine ne riceveva un po’ dal proprietario per cucinarseli. Inoltre, durante la mietitura del grano, la spigolatrice aveva il compito di servire il mietitore, portandogli la fiasca dell’acqua quando egli avesse bisogno di bere, e dando una mano alla padrona, o alla domestica, quando arrivava con il pranzo per rifocillare gli uomini.
Durante la trebbiatura doveva ugualmente collaborare - in cambio le veniva trebbiato il grano che aveva raccolto spigolando. L’ultima incombenza della spigolatrice era quella di aiutare per s’incungiadura, per il trasporto e l’immagazzinaggio del grano.
Una solerte spigolatrice raccoglieva una media di otto o dieci moggi di grano, dai tre ai quattro quintali a stagione.


IS FAINAS DE S’ARGIOLA
LE ATTIVITA’ DELL’AIA

«Il trasporto dei covoni nell’aia viene eseguito col carro a buoi o a dorso di cavallo.
Non vi è povero che non riponga nell’aia dei proprietari il suo piccolo mucchio di covoni.
Tutte le aie, zeppe di biche, dalla caratteristica forma di “tukul”, viste da lontano, assumono l’aspetto di tanti piccoli villaggi africani, in mezzo ai quali svetta, come una reggia, la superba bica padronale.
La trebbiatura viene eseguita in prevalenza col paziente e lento giro dei buoi sui covoni sparsi sull’aia, in forma circolare, o con quello più veloce dei cavalli (Solo recentemente ha fatto il suo timido ingresso nelle aie del paese una trebbiatrice meccanica, di modello antiquato, a dire il vero, a imporre la sua voce metallica al patetico brusio del lavoro tradizionale).
Gli uomini si alternano nella guida dei buoi con turni, “mudas”, che durano un’ora e li seguono con un monotono fischiettio riproducente arie campestri, danze popolari o patetiche nenie, che, mescolandosi e confondendosi tra loro, formano un magico concerto di tante cicale impazzite, mentre altri aizzano i cavalli con grida e strepiti di latte vuote, per renderli più veloci.
Quando tutti i covoni sono ridotti in paglia finissima e le spighe maciullate, il tutto viene raccolto in un unico mucchio di forma prismatica con la base triangolare, ma con una faccia posata sul terreno in senso orizzontale, al quale si sale con una scaletta per dar inizio alla ventilazione.
Questo lavoro viene eseguito ordinariamente di sera, quando il vento di ponente comincia ad acquistar forza.
Le spigolatrici sono le assidue coadiutrici degli uomini in questo lavoro. Man mano che i chicchi scendono dai ventilabri separati dalla paglia, che il vento ha portato lontano, esse hanno il compito di ripulire con apposite scope di asparago i chicchi stessi da qualche eventuale pagliuzza più pesante, che il vento non ha potuto asportare.
Ultimato questo lavoro il grano viene passato in un apposito crivello e raccolto in un unico mucchio di forma conica, sulla superficie del quale il mezzadro traccia con una pala un disegno di tanti archi incrociati, di greche e di arabeschi.
Esso, oltre a rappresentare un ornamento ha anche l’ufficio di premunire il padrone del grano da eventuali manomissioni di “persone estranee”, durante la notte.
Poi, dopo aver fissato sul mucchio due tridenti e due pale in croce e ornato il vertice con un ramoscello d’ulivo, uomini e donne si riuniscono alla fresca brezzolina pomeridiana, in un angolo dell’aia, per consumare una parca merenda a base di pane fresco e di formaggio e a bere un bicchiere di vino alla salute del padrone.
All’indomani, i carri cigolanti e scricchiolanti sotto il peso dei sacchi ricolmi, trasporteranno l’auspicato raccolto dell’annata a riempire il capace solaio del padrone e la festa diventerà pili completa. Perché è consuetudine che gli uomini, per ogni trasporto, dopo aver svuotato i sacchi nel solaio, siedano a mensa per rifocillarsi e brindare ancora alla salute di tutti».57


SU PISTADORI
IL BATTITORE

Su pistadori, il battitore, è colui che pesta con il mangano le spighe del grano o le teghe di una essenza leguminosa al fine di trebbiarle.
Le piccole quantità di grano o di altri cereali, come l’orzo, e di fave, o di altre leguminose, come i ceci, le lenticchie, i piselli, vengono trebbiate con is mallus, i manfani, bastoni con cui si battono spighe o teghe per separarne i semi dalla paglia. Nelle grandi quantità tale compito è riservato agli animali da lavoro, buoi, cavalli, che con il loro continuo trapestio sminuzzano il raccolto, trebbiandolo.
Is pistadoris, gli addetti alla trebbiatura mediante mallus, manfani, sono per lo più fanciulle e ragazzi che hanno spigolato al seguito dei mietitori, e compiono questo lavoro di piccola trebbiatura ai margini delle aie o anche, come ho visto spesso fare in diversi paesi della Marmilla e della Trexenta, nel cortile di casa, dove i semi vengono poi separati dalla paglia sia con il sistema della cernita con setacci e polinas, crivelli di giunco, sia con la ventolazione, lanciando in aria semi e paglia che ricadranno formando due mucchi separati, per via del loro diverso peso specifico.
Non ho mai visto e non ho notizia, in Sardegna, di correggiati, cioè di manfani snodati, costituiti da due bastoni, uno più lungo, che si impugna, e un altro legato alla sua estremità mediante una correggia di pelle o anche con un anello di ferro, che batte sulle spighe.


SU CERRIDORI
L’ADDETTO ALLA CERNITA DEL GRANO

Su cerridori era un esperto nell’uso del crivello per cernere grano o altre sementi, cerealicole o leguminose, specialmente da dedicare alla semina. Ma su cerriri, l’operazione del cernere, era comune in ogni casa contadina e poteva essere compiuto da chiunque, spesso anche da bimbi, quando c’era da preparare il minestrone di orzo, di ceci o di lenticchie - che andavano preventivamente passati al vaglio, con apposito ciuliru, per liberare il grano o il legume dalle impurità, e, successivamente, passato in un altro ciuliru, per lo più di fieno e giunco, per essere liberati da semini o sassolini della stessa grandezza, ossia po essi prugaus.
L’attività de cerriri su trigu era anche legata alla trebbiatura casalinga di piccole quantità di grano raccolto con la spigolatura, compito proprio delle fanciulle e dei ragazzi, al seguito dei mietitori.58


IS FAINAS DE SA TREULA
LE ATTIVITA’ DELLA TREBBIATURA

Sa treula a quaddus, a bois, a eguas / La trebbiatura con i cavalli, con i buoi, con le cavalle.
«Numerosissimi motivi di folklore sardo trexentese, in gran parte ancora sconosciuti, li troviamo nella trebbiatura del grano, come si faceva ancora in un recente passato. Seguiremo a passo a passo quest’importante e caratteristica operazione nella rustica vita dei campi.
La trebbiatura del grano con le cavalle selvatiche «eguas arestis» è ora scomparsa e quasi non se ne serba più neppure il ricordo nelle giovani generazioni.
Vogliamo ricordare qui, questa usanza, per le genti presenti e per quelle generazioni che verranno, e che apparterranno, certamente, al mondo della meccanica.
Spraxi sa maniga / Maniera di collocare le spighe dei covoni nell’aia per la trebbia.
Scelto nell’ala il posto dove si doveva «sterri» spargere le spighe del grano per essere trebbiate, si scopava ben bene quel tratto, «si mundada». Come scopa si prendevano dei gambi di prugno selvatico e pungitopo, «prunighisti» e si legavano assieme, in fascio, con dei giunchi bagnati nell’acqua.
Scopata «mundada» l’aia, «si sterriada sa maniga», si distendevano i covoni slegati, dopo aver tolto ad essi i legacci «is aliongius» dallo spagnolo «liga».
Le spighe si dovevano disporre in ordine ed in circolo con le spighe «sa cabizza» in dentro, in maniera che i chicchi calpestati e rimossi dalla spiga, risultassero dentro la circonferenza, e gli steli, che formavano la paglia, al di fuori. Formato così il mucchio di ciò che si doveva trebbiare a calpestio, mucchio detto «sa zrega», poteva incominciare l’opera o il lavoro del bestiame «treulai a bois o a quaddus».
Se il grano da trebbiare era relativamente poco; vi si faceva trottare sopra qualche cavallo domato, oppure dei buoi aggiogati, che, di solito, trascinavano un pietrone pesantissimo, chiamato «su tragu». Questo «tragu» aiutava molto il lavoro di schiacciatura delle spighe già indurite dal sole, «arridas», Spesso si attaccava al giogo dei buoi anche il carro agricolo sardo, ma vuoto, e lo si faceva girare in tondo entro la circonferenza dell’ala, per affrettare la trebbiatura o «sa treula», il «trillar» degli spagnoli, o «triladura-trillar el trigo» trebbiare il grano: «Treulai su trigu».

Treula a eguas arestis / Trebbiatura con le cavalle selvatiche.
La maniera più caratteristica, nelle zone più granifere della Sardegna, come la granifera Trexenta, era quella della trebbiatura con le cavalle selvatiche.
Questa forma di trebbiatura ricordava usanze cananee, la vita biblica dei Patriarchi, ed era tutta una fioritura di splendido folklore, che solo la Sardegna aveva saputo conservare quasi con gelosa cura.
Le cavalle «arestis» arrivavano ai Campidani, alla Marmilla, alla Trexenta, al Parte Olla, dalle montagne di Sinnai, di Sant’Andrea Frius, da Santu Basil’e Monti, ed anche dalle Giare. Ogni torma di queste cavalline poteva essere di venti, trenta ed anche cinquanta bestie. L’uomo incaricato di questi animali, non contadino, né pastore, si chiamava «su basonì».

Rocu de argiola, postubariu, postabaderi.
Nell’aia da trebbiare si formava una catena costituita da una fune lunga, con «bonezzus» di pelo di cavallo. Le cavalline selvatiche venivano legate l’una all’altra per il collo, ed alla distanza di una settantina di centimetri.
Proprio nel mezzo dell’aia era piantato un grosso palo di legno, con una salda capocchia (o anello) di ferro in testa, che veniva conficcato profondamente nel terreno. Questo palo, secondo i luoghi, veniva chiamato «roccu de argiola» dal latino «broccus», mentre nella Trexenta si chiamava «postubariu» e l’uomo che conosceva ed era conosciuto dalle cavalline, ed assisteva vicino al palo «po su scappamentu de is eguas», per la corsa delle cavalle, si chiamava «postabaderi».

Sa cadena de asgrioba / La catena dell’aia.
Intorno alla testa del palo o «postubariu» si gettava il cappio d’una corda detta «cadena de asgrioba» catena dell’ala, mentre un altro cappio finiva in un piuolo di legno detto «capia», legato con la catena.
Il cappio del palo dicesi «inghizzu» e lo sciogliere questo cappio voleva dire ultimare il lavoro o terminare la giornata della trebbiatura.

C’erano tre mute di cavalle «tres mudas» ed in ogni muta erano tre toccatori «tres toccaderis» o conduttori delle cavalline. La muta «sa muda» era di sei turni di cavalle «sesi scappadas di eguas» e «sa scappada de is eguas» comprendeva tre giri completi dell’aia. La muta era di sei riposi o soste per le cavalle, insomma di sei turni, ed il riposo avveniva ogni tre tiri dell’aia. Poi c’era la muta completa ogni «dexiottu girus», diciotto giri dell’aia.

Is eguas no lesteras a is alas / Le cavalle meno leste alle ali.
Le cavalline più deboli, delicate e meno leste nella corsa o nel galoppo, ma meglio addestrate in questo faticosissimo lavoro della trebbiatura «si mettevano alle ali della lunga catena per non imbrogliarla, e si chiamavano «is eguas de is alas» le cavalle delle ali. La cavalla dell’interno della catena si chiamava «s’egua de intru» e quella di fuori «s’egua de foras» o «de aforas».59


SU TREULADORI
IL TREBBIATORE

Su treuladori, il trebbiatore, è colui che procede alla battitura del raccolto, sia esso di leguminose o di cereali, per separare i semi dall’involucro fibroso, dalla paglia.
Nelle zone in cui la produzione agricola è poca o chi produce, a livello di orto, legumi per il fabbisogno familiare, procede nel lavoro della battitura in un breve spiazzo di terra battuta pianeggiante, mediante l’uso di attrezzi quali is mallus e is fustis, i manfani e le pertiche, con cui rompono l’involucro del seme liberandolo.
Nelle zone dove invece le colture sono estese e la produzione è notevole, prima dell’arrivo delle trebbiatrici meccaniche, il lavoro de su treuladori consisteva nel guidare gli animali, buoi o cavalli, in sa treula, cioè nello spiazzo dell’aia dove viene ammucchiato e poi sparso, a forma di ciambella, il cereale o il legume da pestare e trebbiare.
Su treuladori può trebbiare sia con i cavalli che con i buoi. Il lavoro di far camminare in tondo gli animali è assai pesante e difficilmente si può reggere per più di due ore. Per cui, entro quei limiti di tempo, egli viene sostituito con un altro treuladori riposato.
Su treuladori che trebbia con i buoi è detto anche toccadori; mentre colui che trebbia con i cavalli è anche detto trubadori, che definisce, in particolare, l’uomo che accompagna e sorveglia gli animali, specie cavalli, da una località a un’altra.


SU BENTULADORI
IL VENTOLATORE

Su bentulai era un lavoro che si svolgeva nell’aia; era un momento della trebbiatura, quando i semi venivano ulteriormente liberati dal loro guscio e dalla paglia sbriciolata con il trapestio degli animali.
Su bentuladori era colui che, alle prime brezze, imbracciata sa paja, la pala di legno, lanciava in aria, al venticello, semi e paglia insieme, onde separare quelli da questa. I semi, più pesanti, ricadevano vicini a su bentuladori, mentre la paglia, più leggera, volava e si ammucchiava più lontano.


S’INCUNGIADORI
L’ADDETTO ALL’IMMAGAZZINAGGIO DEL RACCOLTO

Di solito era un uomo di fiducia, unu bastanti, che, in mancanza del proprietario, sorvegliava i lavori della conservazione del raccolto. Genericamente, era detto incungiadori qualunque contadino, nel periodo del raccolto, che svolgesse il lavoro di incungiai, di raccogliere per conservare negli appositi magazzini o nei solai di casa.

S’incungia de su trigu / La raccolta del grano

I sacchi di grano riempiti nell’aia si caricavano sui carri a buoi per essere trasportati nelle case dei proprietari.
Al seguito dei carri, festanti, procedenti quasi a passo di danza, suonando e cantando, andavano tutti coloro che avevano sudato per produrre quel grano, prestando amorevolmente la loro opera: braccianti e servi, mietitori e spigolatrici. E anche i pacifici buoi veniva ornati con qualche fiocco appeso al giogo ed alle corna, per dare un senso ancor più gioioso al trasporto.
Che il raccolto fosse molto o poco certo aveva la sua importanza, perché ad esso, per un verso o per l’altro, tutta la comunità attingeva, come alla fonte stessa della vita. Ma poco o molto avesse dato l’annata, tutti ringraziavano la Grande Madre Terra, Colei che vede e provvede, Colei che non lascia morire di fame i propri figli, per ciò che aveva voluto dare anche quell’anno. Gli uomini, i figli, devono chinare la fronte davanti alla volontà della Grande Madre.
Nelle case spaziose de is meris, dei proprietari terrieri, e nelle più modeste de is messajus, dei contadini, nella ricorrenza de sa incungia, del raccolto, si facevano grandi feste. Sa meri manna, la padrona di casa, la massaia, con l’aiuto de sa bastanti, della collaboratrice domestica, delle donne del vicinato e delle stesse fanciulle di casa, prepara una abbondante cena, che ha come piatto forte is maccarronis, i maccheroni, conditi con salsa di pomodoro insaporita con salsiccia. E, immancabilmente, sono serviti arrosti di pecora e di agnello, ancora infilzati allo spiedo, che gli anziani della comitiva, usando abilmente i loro affilati coltelli a serramanico, sfileranno e taglieranno in abbondanti porzioni - ai vecchi, alle fanciulle e ai bimbi le parti più tenere: ai primi per rispetto, alle seconde per galanteria, agli ultimi per amore.
Tutti, padroni e servi, dal più ricco al più povero, siedono ai lunghi tavoli approntati per la ricorrenza. Si conversa animatamente… del più e del meno, e naturalmente del raccolto, augurando al padrone e a se stessi “Aterus annus mellus cun saludi”, che il prossimo raccolto sia ancora più cospicuo, e che ci sia la salute… Si conversa e si mangia. In questa occasione, nel momento magico del raccolto, si gusta il cibo come non mai così saporito - saporito come lo è soltanto dopo che lo si è lavorato e sudato per un anno intero.
Una parte della festa, e dei complimenti, la si dedica a su meri, al padrone, che per tradizione siede a capotavola e viene servito e coccolato dalla moglie e dalle domestiche.
Si mangia, si beve e a tratti si canta - quando il vino comincia a riscaldare gli animi. E’ festa: la festa più bella dell’anno: s’incungia., si dà la stura ai ricordi… Si è cominciato quasi un anno fa; con trepidazione si sono attese le prime piogge per arare la terra e, finalmente, al sole d’autunno, nei solchi aperti nella terra scura, le mani amorevoli hanno lanciato a spaglio la semente, che l’aratro ha prontamente ricoperto; con animosità, allo spuntare del tenero delicato verde, si è auspicato e pregato perché venisse la giusta alternanza di sole e di pioggia, affinché il verde rado diventasse grano, steli robusti e forti, spighe pesanti e bionde, con reste dure e nere. Fino all’ultimo giorno, si è trepidato e pregato: per la mietitura e per la trebbiatura - tutti ricordano (e come possono dimenticarlo?) quell’anno che i mucchi grandi del grano già trebbiato nell’aia attendevano i carri per essere trasportati in paese, quand’ecco, d’improvviso dal cielo cupo cattivo, senza un cenno di avvertimento, cadere una valanga d’acqua, che nel giro di pochi minuti si era portato via a torrenti tutto il raccolto. Bisogna avere pazienza - ammoniscono i vecchi ai giovani, i quali credono d’essere coraggiosi lanciando invettive blasfeme - Deus donat e Deus liat: sa voluntadi sua siat facta., Dio dà e Dio toglie: sia fatta la sua volontà.
Niente tristezze, oggi. Si mangia, si beve e si canta. Si finisce con is muttettus improvvisati, che i giovani rivolgono alle fanciulle, le quali se ne compiacciono: sono vere e proprie dichiarazioni e profferte d’amore.

S’incungia de sa palla / La raccolta della paglia

Ultimati i lavori de sa treuladura, della trebbiatura, e de s’incungia de su lori, e del raccolto del grano, nelle aie restano i mucchi di paglia dorata del grano. Costituirà, durante l’inverno, insieme alle fave macinate e ad altre leguminose, l’alimento base per gli animali da allevamento, da ingrasso e specie da lavoro, buoi, cavalli, asini.
Nell’aia si sono ormai spente le febbrili attività della trebbiatura e restano qua e là grandi mucchi di paglia. Arrivano is carrus e is carrettas, carri e carrette, i primi trainati dai buoi aggiogati e gli altri dai cavalli, tutti provvisti di cerdas de palla, apposite vegge per il trasporto della paglia, alte fino a due metri, una sorta di stuoie di un intreccio ottenuto con listelli di canna e bacchette di cadumbulu, una comune pianta cespugliosa dai fiori gialli.
Questi carri appositamente attrezzati contengono una enorme quantità di leggerissima ma voluminosa paglia, che viene trasportata in paese, dove viene stivata in apposite stanze all’uopo riservate, o anche in vecchie abitazioni disabitate, adibite a “domus de palla”, case per la paglia, ovvero pagliai.
Già l’estate sta per finire e si approssima l’autunno, ed è questo il periodo de s’incungia de sa palla, della raccolta e conservazione della paglia, l’ultimo atto, quasi malinconico, che si compie in sordina, de sa laurera, dell’anno agrario.
In quei giorni c’è in paese un via vai incessante di carri dalle vegge stracolme di paglia, che il traballare dei carri e il più lieve alito di vento sommuovono, facendone volare scintille dorate che cospargono e pavimentano le strade acciottolate, indorandole.
E i ragazzini, a stuolo, prima nell’aia e poi all’arrivo dei carri, in is domus de palla, nei pagliai di casa, si gettano a capofitto sui morbidi mucchi di paglia, giocando a far giravolte.


S’APPREZZIADORI
L’ESPERTO CHE VALUTA I DANNI NELLE CAMPAGNE

S’apprezziadori est su chi apprezziat su dannu, cioè colui che valuta il danno causato alle colture da persone o animali. Più che un mestiere vero e proprio è un incarico che viene affidato dal Comune, su segnalazione della compagnia barracellare, a persona capace, responsabile e di lunga e vasta esperienza del lavoro in campagna, dell’agricoltura. La persona prescelta riceve dalla amministrazione la nomina di apprezziadori comunali, con uno stipendio, anche se poco, (ma non so dire se viene pagato dalla Compagnia barracellare o dal Comune). L’incarico dura normalmente un anno, rinnovato se lo stesso apprezziadori è disponibile e se la gente del paese è rimasta soddisfatta della sua opera.
Il proprietario che subisce un danno nella propria terra, a una coltura o ad altro, si rivolge a s’apprezziadori e lo invita sul posto per valutare l’entità del danno che ha subito da parte di persone note o ignote - il compito di individuare il colpevole spetta alla compagnia barracellare, così pure il risarcimento del danno; a su apprezziadori spetta semplicemente valutare il danno in lire.
S’apprezziadori, dunque, pervenutagli la segnalazione, ha l’obbligo di recarsi a fare il sopralluogo, purché naturalmente la località rientri nell’ambito territoriale del Comune. Si reca sul posto con il proprietario danneggiato, o anche da solo, e visti i danni li valuta; quindi riferisce al proprietario e alla Compagnia barracellare.
Per il sopralluogo s’apprezziadori riceve dal proprietario danneggiato un compenso a tariffa fissa, sempre uguale indipendentemente dall’entità del danno, dalla distanza del terreno e dalla situazione economica dello stesso danneggiato. Tale tariffa varia da paese a paese, e va dalle 5.000 alle 12.000 lire.
Se il danno subito a una coltura avrà ripercussione nel tempo, su apprezzadori apprezza il danno “con riserva”, e a distanza di tempo torna in loco per fare la valutazione definitiva. Abbiamo quindi un primo risarcimento e un altro successivo, a conclusione, nell’ipotesi di danno ulteriore.
Se il proprietario danneggiato non è soddisfatto della valutazione di s’apprezziadori, si rivolge in seconda istanza a un perito agrario, considerato evidentemente una autorità superiore. Anche se in pratica non ci si rivolge quasi mai al perito agrario, in quanto ha tariffe molto alte e in definitiva non conviene - a parte il fatto che delle campagne non se ne intende abbastanza. Dice la gente: “Hat a essiri puru istudiau ma de su sartu no s’in di sapit”, avrà pure i suoi studi ma di campagna non ne capisce.60


SU CONCILIADORI
IL CONCIALIATORE O GIUDICE DI PACE

Un tempo era presente in tutti i comuni e si occupava di dirimere le controversie per ragioni d’interesse, per lo più di carattere economico, tra i membri della comunità. Nello stabile del Municipio era previsto un ufficio o comunque uno spazio a lui riservato. Inoltre aveva a sua disposizione un segretario - il quale fungeva da scrivonellu, scrivano, per poter mettere nero su bianco le sentenze de su conciliadori, il quale se doveva essere un uomo saggio ed equo non necessariamente doveva essere un “letterato”.
Da notare che nelle controversie relative alle questioni dell’agricoltura, su conciliadori era una autorità superiore a su apprezziadori, tuttavia quest’ultimo era tenuto in considerazione tale da non essere quasi mai contraddetto.


S’INFERTADORI O NESTADORI
L’INNESTATORE

Spesso più che di un mestiere si tratta di un’attività propria di quel momento e di quella coltura. Vorrei dire meglio che un contadino, ossia chi lavora la terra e cioè fa l’agricoltore, alla bisogna impara a fare tutti i lavori necessari, dall’aratura alla semina, dalla sarchiatura alla potatura, dalla raccolta alla conservazione dei frutti.
Capita però che alcuni lavori, o per maggiore attitudine o per maggiore esperienza, si riesce a farli meglio e si finisce per essere più bravi degli altri, tanto da essere “nominaus”, famosi, in tutti il paese e talvolta anche nel circondario, ed essere pertanto chiamati a fare quello specifico lavoro per conto terzi. Oppure, quando si è veramente bravi, si viene chiamati per svolgere un compito particolarmente delicato, quale l’innesto di una piantina pregiata o il rifacimento del manico in corno di una vecchia preziosa lama di un coltello appartenuto al nonno.
Su infertadori svolge una di queste specialistiche attività. Innestare è un lavoro delicato, bisogna essere esperti, conoscere le piante, quella pianta, la zona, il tempo in generale. In particolare, studiare il soggetto, ovvero la pianta portainnesto, e scegliere la varietà più adatta da innestare, conoscere la pianta da cui si ricava l’innesto stesso, scegliere la marza più sana e vitale, ossia la pertica o la gemma da innestare. Il suo è come il lavoro del chirurgo: se sbaglia il taglio o gli trema la mano o ricuce troppo in fretta, la riuscita della operazione non è garantita.
Solitamente chi sa innestare a gemma sa anche innestare a legno, a corona, a zufolo, a spacco, eccetera.
Is nestadoris narant chi, gli innestatori dicono, che l’arancio e il melograno sono le piante che presentano maggiori difficoltà per l’innesto. Infatti, si dice che un infertadori che sa fare gli innesti al melograno e all’arancio ha raggiunto il massimo livello di specializzazione, è assai bravo.
La retribuzione all’innestatore è a giornata, che attualmente61 va dalle 70 alle 80 mila lire. Nell’innestare la vite, se viene pagato a giornata, deve fare almeno 250 innesti, deve cioè sistemare almeno 250 gemme. Ci sono infertadoris molto bravi che arrivano a farne anche 400 in un solo giorno. E in questo caso, si fanno pagare a numero di innesti, e possono guadagnare fino a 120-130 mila lire. Considerando che normalmente ogni innesto a gemma costa sulle 300 lire, che si ricavano dividendo 75 mila lire per 250, cioè il numero minimo di innesti da farsi in un giorno.
Per l’innesto delle piante la retribuzione è soltanto a giornata. Viene pagato naturalmente prima ancora di sapere quale sarà la riuscita della operazione - ma questo vale anche per i chirurghi che operano i pazienti: se il paziente muore non è colpa loro. Così pure se l’innesto abortisce.
Quella de s’infertadori, dell’innestatore, è una attività che va scomparendo. Ormai le piante si comprano già innestate. Qualche bello spirito di contadino sostiene che quelli di fuori gli innesti ormai li fanno “a macchina”.
Non teniamo conto che gli innesti ci consentono di salvare alcune varietà proprie della nostra terra - vedi certe susine (pruna de coru, pruna de mebi, pruna de Sant’ ‘Uanni) e certe mele (meba ‘era, meba de appiu, meba de ollu). A Guspini (e speriamo anche altrove) c’è un cultore di tali varietà di frutti nostrani, dei quali - egli dice - si è perso perfino la memoria, non solo il sapore.
Gli innesti sui soggetti selvatici locali sono più forti, più resistenti alle malattie, alle intemperie. Si pensi che vi sono varietà di alberi da frutto nostrani, quali ciliegi, susini e meli, che non hanno bisogno di medicamenti e trattamenti antiparassitari - senza i quali ormai quasi tutte le essenze fruttifere non danno più frutto: perfino alcune varietà di fico, quale sa figu perdingiana, che anticamente vegetavano allo stato selvatico.
D’accordo, la frutta forestiera, d’importazione, che vediamo bene incassettata e perfino cellofanata nei moderni supermercati, è così bella e così grande da riempire l’occhio prima ancora dello stomaco, seppure messa in bocca non ha un gran bel sapore… Ma perché - dice la gente - non lasciare spazio anche alla nostra frutta, e non permettere che venga sostituita del tutto? Forse gli ecologisti non hanno capito che per salvare la natura bisogna salvare l’uomo con la sua cultura, le sue tradizioni, i suoi gusti, e… la sua frutta?
Mi piace qui ricordare il vecchio ziu Camboni, di Settimo San Pietro, che ho conosciuto negli Anni 80. Avevo acquistato un pezzetto di terra, a Terra Bianca, il costone di un colle prospicente alla pineta di Sinnai, che cominciai ad alberare, mettendoci di tutto un po’: acacie per fare ombra, cipressi per frangere il vento, fichi e altre piante da frutto rustiche, quali il cotogno. Proprio nella parte più alta del terreno c’erano due peri, uno dei quali, il più vecchio, abbastanza malandato. Da sempre desideravo avere un’arburi de piringinu, un albero di peruzzo, una speciale varietà di “Pirus Piraster”… e ora mi si presentava l’occasione, rinnovando così il vecchio soggetto. Era però necessario trovare una o più marze de piringinu, di peruzzo, e per questo mi rivolsi al sig. Ariardo Serpi, “cultore di piante antiche” di Guspini, e inoltre bisognava trovare un bravo nestadori che non sprecasse la preziosa marza. Mi mandarono da ziu Camboni, di Settimo, che volentieri accettò di svolgere il compito. Come compenso chiese una delle tre marze di piringinu che mi erano state fornite a Guspini, dal sig. Erardo. Due le innestò nella corona di un ramo ancora vegeto del vecchio soggetto. L’operazione riuscì in pieno - purtroppo non possiedo più quel terreno e il nuovo proprietario, che ha una rivendita di verdura al mercato, lo ha comprato per farne un orto, e per fare posto a lattughe, sedani e ravanelli ha distrutto tutti gli alberi. Mi auguro che sia cresciuto e sia bello grande almeno su piringinu, il peruzzo, della marza-compenso di ziu Camboni.


SU PUDADORI
IL POTATORE

Pudadori è colui che pota, e ogni contadino ha elementari conoscenze di potatura, in relazione alla vigna e agli alberi da frutto o a qualche raro albero ornamentale, piantato nel cortile davanti alla casa. E’ da notare che, nella organizzazione della vita del contadino, la funzionalità e l’utilità prevalgono sull’estetica; e pertanto nel poco spazio del cortile di casa si pianta un fico, che ombreggia e dà frutto, e non invece una robinia che ombreggia si, e più del fico, ma frutti non ne dà.
Vi sono, comunque, in ogni paese, pudadoris de arti, potatori di professione, che lavorano negli orti curandone le essenze fruttifere, e specialmente nelle vigne, dove una buona potatura è essenziale per avere una fruttificazione costante e regolare.
Un principio assai comune nell’arte della potatura est de fai sa matta beni arrodiada, di arrotondare la pianta di modo che sul tronco pulito, alla impalcatura voluta (di solito sui due metri), la chioma si allarghi rotonda per far si che prenda aria e luce dappertutto.
Po su traballu suu, su pudadori usat is ferrus de pudai, per il suo lavoro, il potatore usa le forbici da potare, di tipo e dimensioni diverse a seconda dello spessore dei rami da tagliare; usa inoltre su serraccu e is arresoias de pudai, il segaccio e i coltelli da potatura
Devo a un umile pudadori di un villaggio di contadini il concetto libertario di autorità.
Quand’ero ai primi anni della mia esperienza di maestro, la sera mi piaceva uscire con i braccianti, che erano spesso i genitori dei miei scolari, mi piaceva stare ad ascoltarli, parlare e bere qualche bicchiere di vino con loro. Una di queste sere, sul tardi, quasi sulla via del ritorno, uno di loro mi guarda con una espressione di paterna ironia e mi dice: «Ma cumenti mai, fusteti, su maistu, un homini studiau, si ponit cun nosus, genti ignoranti che brebeis?». (Ma come mai, lei, il maestro, se ne sta con noi, gente ignorante come pecore?). E io, dopo un attimo di titubanza, lasciandomi portare dall’estro: «Deu nau chi totus teneus calincuna cosa de imparai de is aterus... Nerimì, fusteti, ita fait in sa vida, fusteti?» (Io dico che tutti abbiamo qualcosa da imparare dagli altri… Mi dica, lei, che lavoro fa, lei?). Ed egli, senza capire ancora dove sarebbe andato a parare il colpo, risponde: «Deu seu pudadori…» (Io sono potatore…). E io di rimando: «E a mei, fusteti, m’hiat a imparai a pudai?» (E a me, lei potrebbe insegnarmi a potare?). Al che lui, ergendosi, petto in fuori e occhietti vispi, esclama: «E cumenti no!? Castit, su maistu, deu po pudai seu professori!» (E come no!? Vede, maestro, io per potare sono professore!).
Ecco, quel semplice bracciante agricolo, analfabeta, che si definiva “ignorante come una pecora”, mi aveva insegnato un principio di grande valore: che all’interno di una comunità, piccola o grande che sia, ciascuno di noi, piccolo o grande che sia, in un dato momento e per un dato problema, è una autorità, perché meglio di qualunque altro sa fare un lavoro, sa risolvere meglio un problema - senza alcuna sacra unzione, senza patenti o qualifiche abilitanti, senza marche e senza timbri.


SU BINGIATERI
IL VIGNAIOLO

Comunemente, anche il più modesto contadino ha un pezzetto di terra coltivata a vigna. Avrà così la possibilità di fare la provvista del vino per riempire tutti i giorni sa croccoriga, la zucca, da portare in campagna, la sapa per fare i dolci della festa e un paio di grappoli d’uva per allietare la mensa. E così, il contadino dedicherà alla vigna tutte quelle giornate in cui è libero dagli altri lavori agricoli - compresa qualche domenica mattina rubata al Signore, di nascosto dal parroco.
Ma ci sono anche contadini che dedicano la maggior parte della loro attività di coltivatori alle vigne, poiché possiedono terreni adatti più a questa coltura che a quella dei cereali e delle leguminose o di altre.
Le tecniche di impianto e di lavorazione della vigna variano da zona a zona. Va premesso che fino a venti, trent’anni fa, quasi tutte le vigne venivano coltivate a sa sarda, senza spalliera. A parte su barrali, il pergolato, che si faceva nel cortile di casa, insieme al fico, per ombreggiare.
Questo qualche esempio di sistema di impianto.
Nella zona di Dolianova, sa bingia parada a pitroxa, cioè a ogni ceppo veniva affiancato un paletto piantato in profondità, robusto abbastanza da sostenere il peso dei tralci e dei frutti.
Nella zona di Cabras, Riola, Solarussa, nell’Alto Oristanese, a ogni ceppo si accompagnano tre canne robuste, infilate nel terreno a treppiede, con le punte convergenti legate tra loro, che costituiscono il sostegno dei tralci e dei frutti.
Nella zona del Terralbese i ceppi non vengono affiancati da alcun tutore, e i tralci crescono liberi e spesso ricadono posandosi sul terreno insieme ai grappoli, senza che vengano danneggiati; poiché in questa zona i terreni sono sabbiosi e non mantengono l’umidità in superficie.
Attualmente, un po’ dappertutto, nella coltura della vite, si è diffuso l’impianto a spalliera. Che può essere:
Parada a unu filu de ferru - spalliera con un solo fil di ferro teso da un palo all’altro.
Parada a dus o tres filus de ferru - spalliera a palmeto, con due o tre fili di ferro tesi da un palo all’altro.
In sa bingia a sa sarda, nella vigna tradizionale sarda, nello stesso filare, la distanza tra un ceppo e l’altro era di un metro. La distanza tra un filare e l’altro era invece di un metro e mezzo, un metro e settanta. Allora, l’aratura veniva fatta con il cavallo, in certe zone, e altrove, soprattutto nelle zone collinose, con i buoi.
Attualmente, la distanza tra un ceppo e l’altro è aumentata a un metro e quindici, un metro e venti; così pure la distanza tra un filare e l’altro, che è passata a due metri. Ciò per consentire l’aratura della vigna con i trattori.
Purtroppo, con l’attuale sistema di coltivazione, le vigne hanno perso le siepi del ficodindia che le recingevano, con tutto ciò che di negativo comporta per l’economia del contadino e della comunità.

Lavorazione della vigna.

«La lavorazione della vigna inizia a novembre con la prima aratura detta a scostai, cioè togliere la terra dai ceppi. Questa aratura viene detta anche arai a sruccai, ararare a solchi, lavoro consistente nel tracciare sei solchi, quattru sruccus de arai ferru e dus de arai a stallai.
Di questa prima fase di lavorazione fa parte anche il lavoro de scrazzai, cioè finire di togliere la terra dal piede dei ceppi con sa marra, la zappa. Un lavoro ancora più perfetto di sistemazione del terreno intorno ai ceppi si ha con su scrazzai cun arregata dognia tres fundus, cioè si fa un cordone di terra ogni tre ceppi, in modo che l’acqua piovana con vada via ma sia trattenuta e penetri in profondità. Inoltre, questo accorgimento evita che la pioggia si disperda in rigagnoli, slavando il terreno. E’ chiaro che questi accorgimenti sono particolarmente utili nei terreni collinosi o scoscesi, dove trattenere l’acqua significa costringerla a penetrare in profondità.
Nel mese di gennaio inizia su pudai, la potatura, che deve terminare al massimo il diciannove marzo, San Giuseppe. Qualcuno inizia anche dal mese di novembre, ma sempre dopo l’aratura. Anche se il periodo ideale è gennaio o febbraio. Nella potatura, per prima cosa si tolgono i rami che hanno dato frutto, is carriadroxas, e i sarmenti tolti si ammucchiano un filare si e uno no. Questi sarmenti verranno poi raccolti, legati a fascine e portati in paese con i carri per essere usati come combustibile nei caminetti, sia per avviare il fuoco o per arrostire pesci (le carni abbisognano di legna più consistente). Dopo di che, si procede alla potatura vera e propria, lasciando is pudoni a linna e is pudoni a fruttu, cioè i rami con le gemme a legna e i rami con le gemme a frutto. Questi ultimi, daranno is carriadroxas, i tralci con i grappoli.
Secondo la varietà dell’uva, varia la potatura. Sa monica si pota a grillitonis, cioè si lasciano da due a quattro rametti con due gemme tutti e quattro a frutto. Sarà la pianta a scegliere quelle destinate a legno. Su nuragus, invece si pota lasciando dus pudonis, due rametti a legno e uno a frutto.
La potatura varia anche secondo la quantità di uva che si vuole ottenere dal ceppo. Mediante la potatura si può ottenere uno sfruttamento intensivo della vigna, che però la invecchia precocemente,
Dopo la potatura si lega sa carriadroxa, il ramo con le gemme a frutto - a sa pittroxa, al tutore.
A questo punto si può concimare la vigna. Dopo di che si procede alla seconda aratura, detta arai a setti surcus, per ricoprire di terra i ceppi che sono stati precedentemente scalzati. Questa operazione è detta a torrai terra.
A fine aprile si smamat, cioè si tolgono i succhioni, i tralci inutili, in sovrappiù. Quasi subito o anche un po’ più avanti, si spizzat sa carriadroxa, si spuntano i tralci a frutto, onde riservare le sostanze nutritive esclusivamente al frutto.
Poi si torrat a scostai, cioè si procede a una terza aratura per togliere la terra dai ceppi e la si zappa per smuovere maggiormente il terreno, rendendolo permeabile all’aria e all’acqua.
A fine maggio, circa quindici venti giorni dopo la terza aratura, quella po scostai, si procede a farne una quarta po torrai terra, per ricoprire ancora una volta i ceppi.
Quindi si legano i sarmenti, ceppo per ceppo, con la rafia, al fil di ferro teso tra i pali, lungo i filari. Oppure legati a sa pittroxa, al paletto, se i tralci sino sorretti da tutori. Questa operazione si può fare prima o dopo la quarta aratura, quella po torrai terra.
A fine agosto si pranat, si spiana, cioè si livella il terreno sotto i ceppi e tra un filare e l’altro, per facilitare il passaggio dei vendemmiatori a suo tempo.
Nel mese di giugno si donat su zurfuru cioè si cura la vigna contro la peronospora e la butrite, mediante lo zolfo in polvere.
Nello stesso mese si donat su liquidu cioè si cura la vigna sempre contro la peronospora e la butrite, con la poltiglia bordolese, a base di solfato di rame e zolfo, cioè polvere cafaro o aspor diluiti nell’acqua.
Da una quindicina di anni è comparsa un’altra malattia, la tignoletta, e tra luglio e agosto bisogna dare anche contro questo male l’apposita medicina diluita nell’acqua».62


SU LIAI IMBIDI
IL LAVORO DI LEGARE I TRALCI DELLA VITE

Su liai imbidi è un lavoro di ordinaria manutenzione delle vigne coltivate secondo tecniche antiquate, ancora in uso in alcune parti dell’Isola, come già detto, in specie nell’Oristanese e nell’Iglesiente. Dove appunto si piantano nel terreno intorno al ceppo tre canne robuste che sostengono i tralci pesanti del loro frutto.
Precede il lavoro de su liai imbidi, della legatura dei tralci, su limpiai canna, la pulitura delle canne. Tagliate alla base quando hanno raggiunto il loro completo sviluppo, la completa lignificazione, le canne vengono conservate e stagionate in cataste poste in posizione verticale, fino al momento del loro uso. Su limpiai canna è un lavoro che viene svolto di solito dagli anziani o dai ragazzi: consiste nel defoliare sfregando rapidamente la lama di un apposito coltello sui nodi della canna, partendo dalla cima giù verso il piede.
Il lavoro de liai imbidi, di legare i tralci della vite, è affidato per lo più alle donne e ai bambini, seguiti da un adulto, uomo di fiducia del padrone, spesso unu bingiateri, un vignaiolo. Questo, dotato di maggior forza, conficca nel terreno le canne debitamente appuntite prima del nodo; mentre quelli legano con la rafia i pampini alle canne.


SU BINNENNADORI
IL VENDEMMIATORE

Nei centri del Terralbese, dove i vigneti si estendono per ettari, nel periodo della vendemmia, quando i mezzi meccanici di lavorazione dell’uva non erano ancora diffusi, molti giovani venivano assunti come binnennadoris e caccigadoris dai proprietari di vigne sia po binnenai chi po caccigai, per vendemmiare che per pigiare l’uva.
Essi venivano trattati come is giorronnaderis, i braccianti giornalieri, e come questi pagati a giornata con denaro.
Il reclutamento di squadre di binnennadoris è di uso comune tra i proprietari di vigne - nell’Hinterland cagliaritano, nel Parteolla e nel Selargino in specie. Tali squadre sono costituite prevalentemente da studenti e giovani disoccupati, maschi e femmine, che lavorano con una paga a giornata per tutto il periodo della vendemmia, una decina di giorni in tutto. Un lavoro faticoso - dicono i giovani che l’hanno fatto. E qualcuno rinuncia dopo il primo o il secondo giorno.
C’è da rilevare che, in passato, questi lavori, e anche altre attività della campagna, erano lavori di gruppo. Cioè si passava voce, ci si metteva d’accordo, e si andàt totus a una cambarada, mannus e piticus, si andava tutti insieme, grandi e piccoli. Oggi a vendemmiare la mia vigna e domani la tua. Oggi a pigiare la mia uva e domani la tua. A turno, fino a vendemmiare tutte le vigne della comunità, fino a pigiare l’uva di tutta al comunità, fino a sistemare su binu e is carradas in su magasinu in dognia domu, il vino e le botti nella cantina, in ogni casa.
Attualmente, dove più dove meno, ognuno fa per sé, convinto dal proverbio forestiero che “chi fa da sé fa per tre” e che il progresso tecnologico, sbandierato con lo slogan che “ti fa risparmiare tempo”, aiuti veramente l’uomo a faticare meno e a stare meglio. A dir la verità, molti giovani d’oggi, il vino vanno a prenderlo nelle enoteche e non sanno nemmeno come si produce e come si ottiene.
Al contrario, il mestiere di binnennadori è rimasto, anzi si è diffuso, non essendoci mezzi meccanici per la raccolta dell’uva,- se non in fase sperimentale per certe vigne coltivate a tendone, una sorta di pergolato.
Infatti, ancora oggi, nell’hinterland cagliaritano, i grossi vignaioli assumono stuoli di giovani studenti a un tanto al giorno come binnennadoris, vendemmiatori, per far fronte all’emergenza vendemmia, ogni anno, all’inizio dell’autunno.


SU CACCIGADORI DE AXINA
IL PIGIATORE D’UVA

L’attività de su caccigadori, del pigiatore d’uva, (un tempo strettamente legato a quello de su binnennadori, del vendemmiatore) è ormai quasi del tutto scomparsa. Perché quasi tutti i produttori attuali conferiscono le loro uve alle cantine sociali, e di quel poco d’uva che trattengono per sé, per uso familiare, si occupano loro stessi, con i propri mezzi, del processo di vinificazione. In questo modo i vignaioli risparmiano fatica anche nella commercializzazione del prodotto. Cioè in pratica essi si impegnano soltanto nella produzione dell’uva, curando la vigna. Vendono il prodotto alle cantine sociali o ai grossi produttori di vino. In definitiva, fanno is bingiateris e basta.
Inoltre, il lavoro de su caccigadori è stato sostituito dalle macine. Perfino le famiglie, anche quelle che hanno una vigna piccola, e perciò una quantità modesta di uva, usa la macina, magari in prestito da un parente o da un vicino di casa.
C’è da rilevare - testimonia un contadino di Sardara - che anni addietro la macina c’era già certamente in commercio, forse nel mio paese non erano ancora arrivate in grande quantità o forse costavano ancora molto o forse non c’era interesse a farle arrivare, e quindi la maggior parte delle famiglie non l’avevano. A differenza di oggi che si trova nei cortili delle case di tutti is bingiateris.


S’ORTULANU
L’ORTOLANO

«Ziu Rafieli aveva un pezzetto di terra coltivata a orto, appena fuori del paese. Quando era giovane non aveva tempo da dedicare a quella sua terra, impegnato come era in campagna a coltivare grano e fave. E la dava in affitto a un lavoratore che aveva più tempo di lui.
Ma ziu Rafieli non era contento di come il suo affittuario lavorava l’orto; gli pareva che non ci mettesse il cuore, che facesse il lavoro tanto per farlo. E questo lo faceva soffrire.
Con il passare degli anni, la famiglia crebbe, i figli gli davano un valido aiuto e lui poté finalmente dedicarsi al suo orticello. Dapprima gli dedicava qualche ora al giorno, e poi finì per essere lì a tempo pieno.
Cominciò con il dividere il terreno a settori, a seminare e piantare di tutto. Non grosse quantità perché si accontentava di poco, ma voleva che nel suo orto ci fosse ogni varietà di frutta e di verdura. Tutto era bene ordinato e curato, dalla lattuga al prezzemolo, dai pomodori ai peperoni, e a ogni altro genere di ortaggio. Per non parlare degli alberi da frutto, che sotto le sue cure ringiovanirono, ridivennero rigogliosi e si caricarono di tanti frutti splendidi e profumati. E l’orto divenne un giardino.
Persino la siepe di ficodindia, che recingeva tutto l’orto, era diventata famosa in tutto il paese per la bontà dei suoi frutti zuccherini, grandi e con pochi semi, totu birdigroga.
Ogni giorno all’alba, messi nella bisaccia il pane, il companatico e la zucca del vino, inforcava su quaddu de ferru, la bicicletta, e scendeva all’orto.
Quando spuntava il sole, l’acqua della sorgente che attraversava il terreno nella sua lunghezza era già stata dirottata e incanalata per irrigare le verdure. Finito il giro di tutti i canaletti, l’acqua veniva lasciata libera di proseguire il suo cammino in direzione dell’orto situato a fianco. A quel punto, ziu Rafiele aveva già tagliato le verdure, alcune le aveva legate a mazzi con il giunco o la rafia, per il fabbisogno giornaliero della famiglia e un’altra parte per venderle; quindi le caricava nel portabagagli della bicicletta, dove aveva sistemato una cesta, e rientrava in paese, dove le scaricava in casa e nella rivendita.
Subito dopo ritornava all’orto. Strada facendo trovava sempre qualche massaia sua conoscente che gli chiedeva se poteva mandare qualcuno al suo orto per acquistare questa o quella verdura, questa o quella frutta. E ziu Rafieli prendeva le ordinazioni da tutte. Così pure faceva per le richieste che gli venivano dalla bottega della verduraia.
Nell’orto c’era sempre da fare, sempre qualcosa da rinnovare, da seminare, da trapiantare, una potatura a un ramo, un altro ramo troppo carico da sorreggere con un paletto biforcuto, un alberello da innestare, e nei momenti di pausa curare i fiori: non mancavano mai le dalie e le rose, specie quelle bianche profumate.
Il pomeriggio era un via via di amici e parenti che andavano a fargli visita, a complimentarsi con lui per il bel giardino e a portargli qualche dolce di cui lui era goloso. E lui aveva sempre per tutti qualcosa da regalare.
Non gradiva su andai a traversu de is piccioccheddus in s’ortu, il girovagare dei ragazzi nell’orto. E non accettava aiuto da nessuno nel suo lavoro. Si offendeva, se qualcuno accennava a rimboccarsi le maniche o a prendere una zappa. E non voleva essere aiutato da nessuno, neppure nella raccolta dei frutti. Era come violare la sua persona: lui e l’orto erano una cosa sola.
E beniat calincuna borta zia Antioga puru, cun sa scusa de su fundixeddu de s’apiu, a ddi fai unu pagheddu de cumpangia. (Meda no, chi issu fiat imbeccendi e sa cosa ddi podiat fai dannu, e issa puru teniat fainas de fai in domu sua.) E veniva qualche volta anche zia Antioca, con il pretesto di una piantina di sedano, a fargli un pochetto di compagnia. (Non troppa, però, ché lui stava invecchiando e la cosa poteva fargli male, e lei pure aveva faccende da sbrigare a casa sua).63


SU CASTIADORI
IL GUARDIANO

Nelle nostre campagne appare, a tratti, una baracca di pali con il tettuccio di paglia, costruita su palafitta nelle superfici pianeggianti o posta in cima a un colle, affinché domini il paesaggio circostante. Si tratta del riparo o guardiola de su castiadori, del guardiano, assunto dai proprietari agricoli per vigilare sulla proprietà, in special modo nel periodo in cui i frutti sono pendenti.
Fai su castiadori, fare il guardiano, è un’attività agricola stagionale abbastanza comune nei Campidani. Nel periodo della maturazione di alcune specie di frutta, come l’uva, i meloni, le susine e le albicocche, per lo più frutta coltivata negli orti o nelle vigne, i proprietari, assumevano unu castiadori, un guardiano, per difendere i raccolti dalle scorrerie dei ladruncoli, giovani e meno giovani, che soffrono d’insonnia.
Su castiadori di solito è una persona anziana di fiducia e, se non possiede una doppietta, gliene viene fornita una, tradizionalmente caricata a sale e lardo. Perché rubare, specialmente la frutta, nei terreni coltivati, è un reato che va punito, ma non certo con la pena di morte. Da ricordare che il furto di frutta spontanea o comunque maturata su terreni non coltivati, è consentito - residuo di un uso comune dei beni.
I frutteti e i vigneti sorvegliati da su castiadori sono situati per lo più vicino al paese, nella prima fascia de su sartu, della campagna, zona più esposta alle scorrerie della ragazzaglia.


SU CASTIADORI DE ORTUS
IL GUARDIANO DI ORTI

Di solito lo stesso ortulanu,.si trasferiva nell’orto, dove si costruiva una baracca e spesso ci viveva.
Gli orti del paese erano situati nella prima fascia de su sartu, della campagna, appena dopo l’abitato, zone per lo più fertili, ben concimate,fornite di pozzo per l’irrigazione, bene esposte al sole. La vicinanza degli orti all’abitato, consentiva di arrivarci in breve tempo, ed era più facilmente controllabile. Il controllo avveniva mediante unu castiadori, che era spesso uno degli ortolani, che a giru, a turno, si alternavano per badare alla custodia, specie notturna, degli orti.


IS COOBERADORIS, IS CHI TRABALLANT IN COOBERATIVA
I COOPERATORI, COLORO CHE LAVORANO IN COOPERATIVA

«Ci eravamo riuniti in casa di M. alla periferia del paese, quella notte del 1° di aprile del 1950, tutti braccianti della cooperativa A. Gramsci. Avevamo deciso di occupare le terre delle paludi che per legge dovevano esserci assegnate dalla Commissione di Cagliari e che i tribunali con gli avvocati dei proprietari ci rifiutavano sempre» - Testimonia R., un vecchio bracciante che ha partecipato nel movimento cooperativistico alla occupazione delle terre a Pauli Arbarei - «Eravamo almeno trenta, quella notte, riuniti nella cucina di M.. Parlavamo a bassa voce, per non svegliare i bambini che dormivano nel solaio e anche perché le parole nostre non arrivassero alle orecchie di qualche spia. Sapevamo ormai, per esperienza nostra e di altri braccianti, che i padroni mandavano camion di carabinieri per scacciarci dalle terre e che qualche volta era accaduto che per sbaglio fossero state esplose delle fucilate. Perciò bisognava preparare il piano con cura e con cautela. Se si riusciva a dissodare e a seminare il campo prima dell’arrivo della forza pubblica, si era automaticamente proprietari del raccolto, in base alle leggi di allora».
«Quella sera del 2 aprile 1950 - prosegue C., un altro bracciante - erano arrivati due camions di carabinieri, e ne avevano arrestati quattordici. Io ero uno di quelli. Tre notti a Buoncamino, ho fatto, io, che povero si, ma il disonore della prigione non lo avevo mai avuto! In quel tempo, nella cooperativa, avevamo 80 ettari di terra ed eravamo 55 soci, tutti con famiglia: quasi la metà del paese. E tra un sacrificio e un altro, tra un tribunale e una prigione, abbiamo tirato avanti abbastanza bene. Poi è venuta la crisi dell’agricoltura. Il costo della vita è aumentato, raddoppiato, triplicato. Le terre si sono viziate col concime, e se non ne hanno, grano non ne danno. E noi ci troviamo con un amo ben conficcato in gola, perché il prezzo del prodotto è sempre lo stesso. Non abbiamo neppure potuto salvarci con colture nuove e più redditizie, magari con il vigneto, perché i padroni delle terre che la cooperativa ha in affitto non permette nessuna trasformazione nel loro fondo, e noi, senza la loro autorizzazione, non possiamo fare niente. Stanno aspettando che noi le lasciamo per riprendersele loro, le terre. E ci sono ormai quasi riusciti: ci siamo ridotti a soli 16 soci, tutti vecchi e malandati».
«Dei 60 ettari che ha attualmente la cooperativa, 28 sono di proprietà della Chiesa - testimonia N. C., consigliere dell’”Antonio Gramsci” - Una sera don Sideri, il parroco, mi manda a chiamare e mi dice che il segretario di Sua Eccellenza il Vescovo vuole parlare a tutti quelli della cooperativa. Io ho risposto: “Non è obbligo, ma dovere nostro venire”. E ci siamo andati. Il segretario di Sua Eccellenza ha cominciato col chiederci come si chiamasse la cooperativa. “Antonio Gramsci”, abbiamo risposto. Lui ha fatto la faccia storta: “Antionio Gramsci? Eh, eh!”, ha detto, “Eh, ma non lo sapete che nome è Antonio Gramsci?… Era un sardo, questo si, ed era anche delle vostre parti, ma un poco di buono era, senza timore di Dio; un vagabondo era; uno che andava in giro a imbrogliare il prossimo ignorante come voi. E se voi foste in grado di capire da soli, spalanchereste la porta e lo buttereste fuori, questo nome!”. Ha detto tutto adirato. Noi allora gli abbiamo chiesto: “E che nome dovevamo dare, allora, alla nostra cooperativa?”, “Come, che nome?”, ha detto lui, “Perché non Sant’Isidoro, che è anche il vostro Santo protettore?…”. Il suo scopo, e quello del parroco, lo abbimo capito subito: era quello di farci sciogliere la cooperativa e di farci aderire alla Coltivatori Diretti di Bonomi. In quella riunione eravamo 21. Soltanto due erano pencolanti, e c’erano cascati alla fine: “Facciamo come dice il segretario di Sua Eccellenza”, avevano detto, “ognuno prende il suo pezzo di terra per conto proprio ed entriamo nella Coltivatori Diretti senza perdere nulla, né assegno familiare né altro”. Io ero diventato verde. Mi sono alzato in piedi, allora, e ho sputato in sardo tutto il fiele che ci avevo dentro, ché se non lo sputavo, scoppiavo: “Noi siamo arrivati a quel poco dove siamo arrivati con lotta e sacrifico”, ho detto. “Quando noi eravamo a guerreggiare nelle paludi quel due di aprile, e ci avevano legati e presi come delinquenti, lei don Sideri, si godeva lo spettacolo dal campanile guardando coi binoccoli. Se lo ricordi, che noi abbiamo fatto pane dal 1945 ad oggi, per noi e per quelli di fuori, e anche per lei e per il vescovo. L’abbiamo fatto con sudore, sacrificio e prigione, per colpa di quelli che non vogliono che noi tiriamo la testa fuori dal sacco.
«Lei è un ministro di Dio: aveva il dovere di aiutare noi, i poveri, e non i ricchi.
«Il nome di Antonio Gramsci non le piace? Che cos’è un nome? Un nome non può mai far del male a nessuno. Ma non è Antonio Gramsci che non le piace: sono i 55 soci della cooperativa che non le piacciono!”».64

La cooperativa “Antonio Gramsci” di Pauli Arbarei, costituita nell’immediato dopoguerra, ha dimostrato la validità di una lotta unitaria di una comunità agricola per l’amministrazione comunale della terra. Dalla amministrazione della terra, i Paulesi sono passati all’amministrazione del Comune; hanno tentato poi con successo la costituzione di una cooperativa di consumo, scavalcando i profitti del rivenditore. Si sono trovati davanti ostacoli immensi, superiori alle loro forze. Innanzi tutto, una situazione culturale disastrosa…
Poi, funzionari di ogni calibro anche nella stessa Commissione per le terre incolte, che avevano, a loro tempo, sostenuto nei tribunali, nonostante le messi alte e rigogliose, che le terre occupate dai cooperatori erano improduttive e andavano rese ai proprietari. Ancora, i padroni delle terre, in particolare la parrocchia e per essa il vescovo di Ales, proibendo qualunque trasformazione fondiaria, qualunque impianto di colture più redditizie, quale la vite.
E infine, il menefreghismo, il cinismo o la incapacità delle autorità regionali e nazionali con le loro leggi demagogiche che favoriscono soltanto chi già possiede e con il fiscalismo più gretto e con gli interventi paternalistici, quando non di sperpero e di corruzione. Come insegna l’ETFAS, che stimola nel nostro contadino non la coscienza cooperativistica e comunitaria, ma il peggior senso - quasi ce ne fosse bisogno! - del possesso e dell’individualismo più deteriore, come fa quando divulga nei pulpiti, nelle scuole e nei campi questa preghiera dell’assegnatario: «Gesù mio, ti ringrazio per avermi dato questo pezzo di terra, che ora è mio e solamente mio».


SU BARRACELLU
LA GUARDIA CAMPESTRE

«Le Compagnie Barracellari esistevano in Sardegna fin dai tempi della Dominazione Spagnola.
Esse furono istituite col compito di preservare la campagna dai danni o dai furti d’ogni specie ed anche per assicurare una indennità ai proprietari che li subivano.
Il barracellato era perciò una Compagnia Armata di assicurazione.
Ogni privato pagava alla compagnia una somma annua proporzionata alla sua proprietà.
Tale istituzione era molto utile perché in Sardegna la distanza del territorio coltivato e dei pascoli dal villaggio non permetteva ai proprietari di aver costantemente sott’occhio i loro beni; e campi e bestiame venivano abbandonati al caso.
I componenti della compagnia barracellare venivano scelti fra le persone oneste del paese, ordinariamente appartenenti alle famiglie dei proprietari che, possedendo beni, fossero in grado di sopportare le spese per il rimborso agli assicurati dei danneggiamenti subiti, qualora le entrate della compagnia barracellare non fossero bastate per risarcire i danni.
Raramente i pastori venivano chiamati a far parte delle Compagnie barracellari perché questi erano considerati il nemico numero uno della Compagnia stessa dediti com’erano al reato del pascolo abusivo.
Il servizio delle Compagnie barracellari incominciava il 1° agosto e durava un anno agrario.
Ogni comune dell’Isola aveva la sua Compagnia barracellare e il servizio di essa era limitato al territorio del Comune.
Il numero dei barracelli era proporzionato ai bisogni della popolazione. I barracelli non indossavano una divisa speciale ma durante il servizio avevano un distintivo sulla giacca e avevano diritto a portare le armi.
Il loro servizio consisteva nel fare speciale servizio di ronda nell’abitato e in campagna nelle ore e nei modi stabiliti dal Capitano.
Il comando della Compagnia era affidato a un Capitano scelto dal Consiglio comunale su una terna, e da un Tenente scelto dal Capitano su una persona di sua fiducia.
La compagnia intera, riunita nominava un Attuario che era una specie di Segretario cui veniva affidato il disbrigo di tutti gli atti amministrativi e contabili della Compagnia, al quale veniva assegnata una mercede proporzionata al suo lavoro.
Essa nominava pure un Cassiere o Depositario.
Il Capitano in testa a tutta la Compagnia prestava giuramento nelle mani dell’autorità comunale locale. Prestato il giuramento il Capitano dava ordini per mezzo di un pubblico bando a tutti i cittadini del paese, nessuno escluso, di dichiarare per iscritto l’entità di beni immobili e semoventi da ciascuno posseduti. Tali dichiarazioni venivano poi rigorosamente esaminate e vagliate dalla Compagnia riunita in assemblea per evitare possibili inesattezze od evasioni. Ogni proprietario era tenuto a pagare alla cassa della compagnia una somma in ragione degli averi denunciati.
La Compagnia barracellare era solidamente responsabile dei danneggiamenti arrecati alle vigne ed ai campi sia che fossero seminati o tenuti a pascolo. I furti di oggetti nei cortili delle case e degli attrezzi agricoli lasciati abbandonati in campagna non rientravano sotto la responsabilità della Compagnia.
Al termine dell’annata il Capitano riuniva la Compagnia per la resa dei conti nell’ufficio dell’Attuario e con la presenza del Cassiere. Venivano prima prelevate le somme per il pagamento degli stipendi al Capitano ed al Tenente, all’Attuario ed al Cassiere; indi l’Attuario procedeva a sistemare i conti coi singoli assicurati risarcendo a ciascuno l’ammontare dei danni subiti o riscuotendo da essi la differenza dovuta alla Compagnia.
La somma eccedente in cassa veniva ripartita fra i barracelli.
La chiusura dell’esercizio barracellare, quando le cose andavano bene ed il margine era tale da compensare le fatiche e i sacrifici dei barracelli, veniva spesso festeggiata con un sontuoso pranzo all’aperto o con un cenone, seguito da abbondanti libagioni, e spesso da suoni e da canti».65

Prima del 1836 il servizio dei barracelli fu riunito a quello dei miliziani, ma ne fu poi nuovamente separato e le compagnie riacquistarono il loro vecchio ordinamento e la loro autonomia per assolvere il compito di protezione per il quale erano sorte, sebbene per lungo tempo ancora un quarto dei componenti le compagnie dei barracelli venne preso dalle milizie ausiliarie. In proposito, vedi A. Della Marmora - “Viaggio in Sardegna” - Vol. I, pag. 285.
Sa scolca, la guardia. Il termine scolca deriva dal latino “sculca” o “exculcae” ed ha il significato di guardia. Il corrispettivo italiano è scolta, sentinella, guardia.
Sa scolca indica anche una istituzione rurale con propri ordinamenti, i cui compiti erano principalmente di sorveglianza e la difesa del territorio e del patrimonio comunitario.
In pratica, tutti gli abitanti di sesso maschile del villaggio in età adulta, sotto il comando del Majore de scolca, Signore delle guardie, erano guardie giurate e militavano in difesa del territorio.
Vi è chi fa risalire l’istituto della scolca intorno all’Anno Mille, coincidente con l’affermarsi della organizzazione giudicale, di cui sarebbe espressione. Ma vi è anche chi sostiene - e mi sembra anche fondatamente - che tale istituto, sia pure in forme diverse, esistesse già in periodo precristiano, con il compito di svolgere ricognizioni intorno al pagus, villaggio, e ai suoi confini territoriali: una sorta di guardie di frontiera a cavallo, in assidua perlustrazione in difesa del territorio e dei beni comunitari (frutti, bestiame) da possibili aggressioni da parte degli abitanti di altri pagus.
L’istituto della scolca come organizzazione rurale di vigilanza del territorio, ha probabilmente dato origine al barracellato, altro più recente istituto di guardie armate per la vigilanza del territorio agricolo, conservatosi in diversi paesi sino ai giorni nostri.


SU CAMPARIU
LA GUARDIA CAMPESTRE

Su campariu la guardia campestre, appartiene a uno speciale corpo di agenti, organizzati e dipendenti dal comune, con il compito di vigilare sulla pubblica sicurezza sia delle proprietà rurali private che del patrimonio rurale comunale.


SU STUDADORI
LO SPEGNITORE DI INCENDI

Gli incendi involontari o dolosi o appiccati per vendetta sono sempre stati un fenomeno negativo per la comunità. Un tempo non si avevano come oggi, insieme all’istituzione dei vigili del fuoco, tanti uomini e tanti mezzi, anche assai sofisticati ed efficaci, per combattere gli incendi che minacciavano i nostri boschi. Tuttavia c’era una maggior sensibilità, una maggiore attenzione, quasi un culto, per il patrimonio naturale, specie per il bosco, fonte di sostentamento, per i frutti che dispensava, e di sopravvivenza, per la legna da ardere per cucinare e per il riscaldamento delle abitazioni nei mesi freddi.
Va ricordato che con il “diritto di legnatico”, di cui godeva ciascun membro della comunità, il bosco diventava ed era praticamente proprietà comune, per cui tutti erano interessati alla conservazione di quel patrimonio al quale si poteva liberamente accedere. La difesa contro gli incendi, sia come prevenzione che come intervento immediato, era compito di tutti i membri della comunità, piccoli e grandi, uomini e donne, ciascuno secondo le proprie capacità e i propri mezzi.
Vi erano comunque incaricati e addetti sia alla segnalazione che allo spegnimento degli incendi nelle campagne. Su studadori, lo spegnitore, era uno di tali addetti, la cui presenza era assai importante anche come prevenzione oltre che come intervento immediato per soffocare sul nascere un incendio che avrebbe potuto più tardi provocare ingenti danni.
In realtà si trattava, allora come oggi, di accorgimenti dettati dall’esperienza dei fatti, e c’è da rallegrarsi nel vedere qualche volta, in cima a colline o monti da cui si domina il paesaggio circostante, specie se boscoso, scolte di uomini - per lo più agenti della forestale - che durante i mesi “caldi”, al riparo di tettoie di frasche o di più moderne tende da campo, sorvegliano il territorio, pronti a intervenire, e se è il caso a chiamare rinforzi e mezzi adeguati, appena si scorge all’orizzonte il malaugurato “fil di fumo”. Essi sono i più autentici discendenti degli antichi studadoris, spegnitori d’incendi.

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