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Indice articoli

CAPITOLO SESTO

S’ARTI DE SU PISCADORI
IL MESTIERE DEL PESCATORE

Presentazione.

In questo capitolo, dedicato alla pesca in Sardegna, vengono prese in considerazione le attività in uso nel recente passato, più precisamente riferite alla realtà socio-economica del Secondo Dopoguerra, dagli Anni ‘40 agli Anni ‘60.

I Sardi e la pesca.
I Sardi, a differenza di altri Popoli, non hanno mai avuto vocazioni colonialiste e hanno preferito restare nell’ambito dei propri confini anziché andarsene avventurosamente in casa d’altri, a massacrare, rapinare e ridurre in schiavitù il loro prossimo. Con il pretesto di portarvi la loro “propria” civiltà, gli Spagnoli sono sbarcati nelle Americhe, e gli Inglesi nelle Indie, distruggendo civiltà millenarie, sterminando popoli pacifici, che rifuggivano dalla violenza, che avevano sviluppato una scienza e una tecnologia avanzatissime nel campo civile, ma non in quello militare.
Sta di fatto che per ragioni storiche, geografiche e culturali, i Sardi non si sono mai spinti oltre le acque basse dei mari che circondano il loro territorio.


La pesca in Sardegna ai primi Anni ‘60
La soluzione del problema della pesca è certamente fondamentale per l’avvenire economico della Sardegna. Eppure, quello della pesca è il settore dove maggiormente si notano l’assenza e l’incompetenza dei nostri governanti, dove il poco che si è fatto è stato fatto a sproposito, in modo disordinato, aggravando talvolta la già precaria situazione. Lo stesso sistema delle provvidenze a favore della categoria si è dimostrato un intervento inutile, poiché non esistono ancora la mentalità e la capacità professionali. E’ inutile rinvangare la vecchia storia del sardo che ha “paura del mare”. E’ inutile rilevare ancora una volta la rudimentalità delle tecniche e degli strumenti usati per la pesca, o il fatto che l’80% circa della categoria si assoggetti alla estemporanea, spesso miserevole attività nelle acque interne, palustri, anziché industriarsi nella ben più redditizia pesca d’alto mare, quella che richiede una specializzazione e che vengono a fare nei nostri mari i pescatori di altri paesi.
Accanto ad aspetti di natura politica, il problema presenta aspetti di ordine tecnico, i quali consistono nella capacità professionale e negli strumenti di lavoro. Ed è compito della Stato, attraverso i suoi organi, educare professionalmente, stimolare il settore con apposite incentivazioni e provvidenze, predisporre idonei programmi di sviluppo.
E a proposito di interventi dello Stato, si intende che tali interventi siano attuati alla luce di un organico piano di programmazione regionale: interventi che non avviliscano o limitino menomamente la “libera individuale iniziativa”, ma che proprio l’iniziativa privata stimolino, sostengano e, se è il caso, condizionino.
Del resto, si tratta di fare in definitiva ciò che gli altri già fanno: nel caso nostro, attrezzarci per la pesca, nei nostri stessi mari. E sarà opportuno sgombrare subito il terreno da ogni preoccupazione di dissipazione o di sperpero: non vi è economista che non sia del parere che, nel settore della pesca, a parità di danaro investito, corrisponde un sicuro e alto reddito.

Il litorale sardo si sviluppa lungo 1849 chilometri, di cui il 20% circa formato da spiagge accessibilissime. La superficie di pesca - tenendo conto di una fascia larga Km 5 - è di Kmq 9.235; i comuni interessati sono 56, con una popolazione globale di circa 500 mila unità (Cagliari compresa): una densità, cioè, di 30 abitanti per Kmq. E’ una densità, a detta di tutti gli esperti, di gran lunga inferiore alle possibilità offerte dalle risorse del patrimonio ittico a disposizione, anche considerati i rilievi sul processo di depauperamento nel Mediterraneo. Ma c’è di più: di quei 500 mila abitanti, soltanto un’esigua percentuale, circa 4 mila unità lavorative (non più del 3% della popolazione, anche considerando coloro che alternano con la pesca altre professioni), risulta presente nel settore. E qui è interessante notare che, in percentuale, risultano quasi il doppio coloro che commerciano il prodotto ittico. Tale percentuale si triplica, se prendiamo in esame la zona dell’Oristanese, sull’arco del golfo centro-occidentale (assolutamente assente è il sardo dalla pesca d’alto mare, mentre assai sfruttata, con tecniche per altro primitive e artigianali, è, come si accennava, la pesca nelle acque interne e lagunari, il cui patrimonio attualmente è quasi nullo). I 4 mila pescatori sardi rappresentano circa il 4% della categoria nazionale; eppure le coste sarde sono il 21% dello sviluppo costiero dell’intera nazione.
Dividendo il prodotto ittico in 1) pesci, 2) molluschi, 3) crostacei, si hanno rispettivamente: Q 69.689, Q 18.960, Q 2.658, rilevati nell’intero anno 1958 (per avere un utile termine di paragone ricorderemo che la Sicilia, con una superficie di pesca interiore, nello stesso anno produsse: pesci: Q 316.465, molluschi: Q 28.346, crostacei: Q 15.540).
Negli ultimi anni, la pesca del tonno è scesa a quote bassissime; attualmente si nota una certa ripresa. Alcuni spiegano il fenomeno dell’assenza dei tonni nei nostri mari con l’inquinamento delle acque ad opera delle miniere; altri ritengono che le efficienti strutture delle tonnare spagnole, dislocate nell’Atlantico, lascino ben poche possibilità al Mediterraneo.
Nonostante la sua attuale vitalità, la pesca del corallo, con i suoi 89 quintali di prodotto (al 1958) ed i suoi 125 pescherecci, è ancora ben lontana dall’avere raggiunto il suo optimum. Per inciso va detto che mancano sondaggi scientifici che evitino le ricerche “a lume di naso”, e mancano gli attrezzi idonei che permettano la raccolta senza danneggiare il prodotto. D’altra parte, la maggior quantità e la migliore qualità del prodotto garantirebbero la diffusione e l’affermazione dell’artigianato del corallo. Disastrosa è la situazione delle attrezzature e degli impianti: sempre nel 1958 si avevano 875 tra motobarche e motopescherecci (821 le prime, di cui la maggioranza a fondo piatto con fuoribordo “Mosconi” da 1,5 HP! e i secondi appena 54, di cui la metà in disarmo o con oltre 16 anni di servizio), mentre il numero delle barche a vela e a remi era di circa 1.500 unità, adatte al massimo alla pesca nei bassi fondali, con il palamito o le tradizionali sciabiche, a maglia di cotone.
Riesce quindi oscuro il senso del paragrafo 22.92 del Piano di Rinascita per la Sardegna (testo approvato dal Consiglio regionale nell’aprile del 1963) quando in materia di pesca costiera sostiene che “non si tratta di moltiplicare il numero delle unità da pesca, già numerose rispetto alla pescosità dei mari intorno alla Sardegna, ma di aumentare la capacità produttiva attraverso l’ammodernamento tecnico” di quelle già esistenti. La verità è che si possono contare sulle dita di una mano le barche che possono essere ammodernate; le più servono ormai solo a portare in gita lungo le spiagge delle località balneari i turisti stranieri: fanno molto “primitivo” alla sensibilità romantica dei tedeschi e molti pescatori dilettanti non si lasciano scappare la “barcheggiata” per duemila lire in cambio di un’avventura di pesca.
Abbiamo accennato alla pesca nelle acque interne e lagunari che si effettua con tecniche rimaste immutate - negli attrezzi e nella organizzazione del lavoro - dal tempo dei viceré spagnoli, se non dal periodo nuragico. La pesca nei fiumi viene praticata col succo dell’euforbia o con sbarramenti rudimentali, alla maniera di certi popoli dell’Oceania. Nelle lagune di Cabras, esistono96 ancora “feudatari” che mantengono privilegi medioevali su investiture che risalgono a Filippo IV di Spagna. Nelle stesse lagune sono ancora presenti le baracche di fieno dove alloggiano i pescatori, che si avvalgono ancora dei “fassoni”, imbarcazioni ricavate da fasci di erbe palustri; fino a pochi anni fa, si adoperava l’amo “vegetale”, ricavato da uno spino di una pianta che cresce nel luogo.
Non fa meraviglia, pertanto, che l’irrazionalità dello sfruttamento del patrimonio ittico nelle acque interne, e la mancanza di qualunque efficace regolamentazione dell’esercizio di tale attività, abbiano portato all’attuale impoverimento (che, peraltro, ha arricchito famiglie di baroni e di concessionari, i quali si sono ben guardati dal creare impianti per il ripopolamento e per la salvaguardia degli avannotti). Né fa meraviglia che i dati sulla pesca nelle acque dei laghi e dei fiumi (esclusi gli stagni) registrino, per il 1957, soltanto 300 quintali.

Il mito del “sardo che ha paura del mare” è un mito di comodo. Forse valido ai tempi delle invasioni barbaresche, oggi il mito del mare “grande nemico”, può benissimo trasformarsi nel mito del “grande amico”, nella misura in cui la Regione con un’intelligente legislatura e con una programmazione realistica, aprirà scuole professionali, fornirà tecnici e attrezzature, incentiverà l’iniziativa privata e più ancora potenzierà le molte cooperative che già esistono e che male funzionano.
Una vera “fobia per il mare” sembrano, invece, dimostrarla proprio i governanti regionali: l’hanno in particolare dimostrata nella stesura del Piano di Rinascita. Nel testo approvato nell’aprile 1963, edito sotto gli auspici della Regione Autonoma, col titolo: Schema Generale di Sviluppo e Piano Straordinario, il settore della pesca è liquidato in due pagine e mezza (in un contesto di 230 pagine).
Chi ha seguito i convegni, o ha preso atto dei documenti sul Piano di Rinascita, non può non chiedersi perché, fra gli interventi dei politici, dei tecnici, degli operatori, dei sindacalisti non ve ne sia stato alcuno che si sia occupato del settore della pesca. L’unica voce levatasi è quella di un professore di latino e di greco, il sindaco di Terralba, Emilio Cuccu:
«…Un settore poi che è di particolare importanza, nella zona dalla quale io provengo, è quello che riguarda la pesca nelle acque interne e costiere della Sardegna. E’ un settore, nel rapporto conclusivo, pressoché ignorato, mentre questo settore rappresenta uno degli elementi, nell’attività economica isolana, dei più interessanti, non soltanto per motivi di economia interna (si tratta di 15 mila ettari di acque interne e lagunari che danno un reddito già in atto di circa 1 miliardo di lire annue), ma perché rappresenta la vivificazione delle coste della Sardegna. La Sardegna è un’isola che ha oltre 1.800 Km di sviluppo costiero, contiene soltanto 16 Comuni marittimi, ed è spopolata in maniera desolante lungo le coste. Uno dei problemi fondamentali della Rinascita economica e sociale della Sardegna è il ripopolamento delle coste, è la vivificazione dell’economia dei comuni costieri».
Ancora, nel I° Convegno Interregionale per il Piano di Rinascita, tenutosi a Genova il 25-26 giugno 1959, è uno degli stessi convenuti (e precisamente un continentale, il dottor Ubaldo Grimaldi) a stupirsi, notando «che nessuno degli interventi - fatta eccezione per quello del dottor Benefei (il quale, aggiungiamo noi, si era limitato a documentare un certo flusso di pesce dalla Sardegna al mercato ligure e ne aveva rilevato la discontinuità) - ha fatto cenno al settore della pesca». «Eppure- proseguiva nel suo intervento il Grimaldi - tale settore, al quale si dedicano circa seimila marittimi, se potenziato, potrebbe rivestire non trascurabile importanza nell’economia della Sardegna e potrebbe perciò contribuire all’auspicata rinascita dell’Isola.
La situazione della pesca in Sardegna purtroppo non è in linea con il progresso raggiunto ai nostri giorni. Il naviglio da pesca si compone di 2360 unità circa, delle quali ben 1500 circa sono natanti removelici, ossia piccole barchette dedite alla pesca lungo le coste, 800 circa sono motobarche e solo 45 sono motopescherecci, intesi, questi, in senso tecnico, quali natanti in cui la forza del motore viene utilizzata per la cattura del pesce, oltre che per la propulsione della nave. Di questi ultimi, solo 17, mi sembra, sono muniti di motori con potenza superiore ai 100 HP. Le attrezzature da pesca e per la conservazione e lavorazione del pescato sono assolutamente insufficienti o mancano del tutto: non vi è un solo natante col frigorifero a bordo, pochi, circa 20, posseggono ghiacciaie a bordo, uno solo è fornito di scandaglio elettrico e quattro o cinque di radio-telefoni. La pesca si svolge, per la quasi totalità, nella fascia costiera. La pesca dell’Isola ha bisogno perciò di essere potenziata: occorre migliorare e ammodernare natanti e attrezzature a terra e a bordo. D’altra parte, se esiste tale esigenza, non può dirsi che non siano state predisposte provvidenze per la pesca”. Fatte poi alcune elencazioni delle provvidenze predisposte dallo Stato, la relazione di Grimaldi proseguiva, concludendo: “Malgrado tali provvidenze, ben pochi pescatori della Sardegna hanno chiesto l’ammissione ai benefici da esse previsti e ciò non può non indurre a pensare che le provvidenze stesse siano ignorate o non siano valutate nella loro esatta portata. Ritengo pertanto che per il potenziamento del settore della pesca in Sardegna, che, ripeto, può dare notevole contributo alla Rinascita dell’Isola, sia necessario provvedere a divulgare e diffondere in ogni modo le provvidenze disposte per il settore, di guisa che le stesse vengano portate a conoscenza anche dei più umili pescatori, purtroppo spesso analfabeti, operanti in zone lontane dai centri».

Una deprecabile abitudine di casa nostra è il mancato approfondimento e la strumentalizzazione dei problemi. Gli ultimi due Convegni Regionali sulla pesca in Sardegna, per esempio, si sono ridotti ad una diatriba paesana fra esponenti politici di terz’ordine, davanti ad una pubblico di sprovveduti pescatori, raccolti qua e là con l’evidente intenzione di far opera di “proselitismo” mediante il sistema bettolaio del “chi la spara più grossa” e del “chi grida di più”. In particolare, nell’ultimo Convegno, tenutosi il 12 luglio del 1964, in una assemblea che avrebbe dovuto rappresentare un quadro concreto ed obiettivo della pesca in Sardegna, non si è sentita pronunciare una sola cifra, un solo dato statistico. Nessuno, escluso il pescatore Sechi, s’era preso la briga di presentare una relazione scritta. Nessuno s’era preso neppure il disturbo d’informarsi su quanto pesce si produca, su quanto presumibilmente se ne potrebbe produrre, utilizzando questi o quegli strumenti, pescando in questo o in quel litorale, a questa o a quella profondità. Tutti fecondi e brillanti improvvisatori, in un settore dove l’improvvisazione si è dimostrata, da secoli, assai dannosa. Si sono tout court affrontati e risolti problemi tecnici che altrove impegnano coorti di ittiologi e di specialisti. Eppure, la Regione sarda un “esperto” se l’è fatto e lo paga caro. Perché non l’ha mandato?
I pescatori convenuti non hanno avuto certo modo di chiarire le loro idee né da un punto di vista professionale, né sotto il profilo politico: niente hanno appreso in fatto di tecniche nuove e di nuove soluzioni ai loro antichi problemi. Hanno solo appreso - ma lo sapevano già benissimo - che esistono dei parassiti i quali sfruttano il loro lavoro, e che costoro sono da un lato i feudatari e i concessionari delle acque pubbliche, e dall’altro i commercianti grossisti.
Ma i veri protagonisti, nonostante tutto, sono proprio loro, i pescatori. In un suo intervento al Convegno, Attilio Sechi, presidente di una cooperativa dell’Oristanese, ha tracciato un quadro della situazione della pesca nelle acque interne dell’isola, alla luce delle vigenti leggi che dovrebbero regolamentarla: «la Legge 39 dice che sono estinti tutti i diritti esclusivi di pesca a qualunque titolo posseduti... I pescatori di Cabras, tra gli altri, hanno creduto a questa legge; e nonostante forze politiche potenti appoggiassero i titolari dello stagno, essi, i pescatori, sono riusciti in questi anni a far avanzare la propria causa e quella della Regione. Già dal 1961, infatti», ha proseguito il Sechi, «le acque dello stagno di Cabras sono state dichiarate demaniali dal Ministero della Marina mercantile». Queste acque, come è ormai notissimo, sono detenute da alcune notabili famiglie oristanesi che ne vantano la proprietà risalendo ad un mutuo concesso nel secolo XVII alla Corona di Spagna. I cavilli giuridici che codeste famiglie hanno accampato allo scopo di rendere inoperante la legge regionale che sopprime i loro privilegi, dovrebbero cadere non appena l’apposita Commissione incaricata di “delimitare la superficie dichiarata demaniale” terminerà i suoi lavori. Finalmente, dopo tre anni di inenarrabili stenti” le “frastagliatissime coste” degli stagni di Cabras sono state “delimitate”. Questa notizia è stata “ufficialmente” portata al Convegno dall’assessore regionale Abis, su mandato del Presidente della Regione. Staremo a vedere quanti anni trascorreranno prima che il Demanio marittimo si sostituisca ai feudatari nell’esercizio di un diritto che inequivocabilmente gli compete. Intanto, i pescatori continuano ad essere arrestati e incarcerati con l’imputazione di “furto aggravato e continuato di pesce di proprietà privata”, senza che ad anni di distanza dal loro arresto si sia trovato un Tribunale disposto a giudicarli sulla base di tale imputazione.

A conclusione di quanto si è detto, possiamo così schematicamente delineare la situazione nel settore della pesca in Sardegna:
1) l’elemento umano, per motivi storico-politici, è vissuto lontano dal mare;
2) là dove l’elemento umano è presente, esso risulta scarsamente o primitivamente organizzato;
3) il permanere di tale situazione è principalmente dovuto alla presenza di feudatari e di “concessionari” in possesso di incivili privilegi;
4) si registra una quasi totale mancanza dei sardi nella pesca d’alto mare (in quella oceanica non è presente neppure l’Italia, patria di “navigatori”);
5) di un depauperamento delle acque rivierasche, specie in Sardegna, perché intensivamente e irrazionalmente sfruttate;
6) nelle acque interne, mancano opere di bonifica, di ripopolamento, di allevamento, di salvaguardia del patrimonio ittico; vi è una carenza legislativa per la regolamentazione della pesca in tali acque; si pratica il sistema delle concessioni a speculatori privati che operano uno sfruttamento integrale, e per quanto riguarda gli stagni, esistono residui feudali nell’organizzazione socio-economica delle comunità dedite alla pesca in tali acque;
7) vi sono dei monopolizzatori del commercio del prodotto ittico, i quali approfittano delle apparecchiature in loro mani per la conservazione di un prodotto facilmente deteriorabile, della disorganizzazione della categoria dei pescatori, tra l’altro non sufficientemente protetti e tutelati, e della loro precaria situazione economica;
8) manca uno spirito cooperativistico tra i pescatori e tra gli stessi piccoli e medi commercianti del prodotto, molti dei quali provenienti dalla stessa categoria dei pescatori;
9) non esistono in Sardegna impianti industriali per la conservazione del prodotto e per la stessa fabbricazione degli attrezzi di lavoro;
10) si registra una carenza dello Stato nella definizione della demanialità delle acque interne e lagunari e nella concessione a privati di superfici marine (la legge regionale 39 andrebbe resa operante o riveduta);
11) non può considerarsi idonea, né sufficiente al bisogno la flotta peschereccia attuale, seppure raggiunge l’entità di 2500 unità.

Da questa situazione, ne consegue che sarebbero necessari i seguenti interventi:
1) il ripopolamento delle coste e la vivificazione dell’economia delle comunità presenti nelle zone costiere;
2) creazione di scuole professionali che soddisfino almeno le esigenze delle nuove generazioni di pescatori;
3) allestimento - con capitale misto, statale e privato - di una flotta moderna per la pesca d’alto mare, e specializzazione degli equipaggi;
4) incentivazioni per stimolare l’iniziativa privata, particolarmente nella pesca d’alto mare;
5) regolamentazione e controllo efficace dell’uso degli attrezzi da pesca, per evitare il depauperamento del patrimonio;
6) smantellamento delle vecchie strutture economiche di tipo feudale che permangono nello sfruttamento delle acque lagunari;
7) salvaguardia del patrimonio ittico nelle acque interne, lacustri e fluviali, con le necessarie opera di bonifica, impianti fissi e opere per il ripopolamento e l’allevamento ittico;
8) promozione e diffusione dei valori mutualistici e cooperativistici fra i membri della categoria, ciò in particolare per la difesa dei loro interessi nei rapporti con il commerciante grossista;
9) incentivazioni per stimolare il sorgere di industrie per la conservazione del prodotto, con particolare riguardo alle iniziative cooperativistiche.

Meriterebbero un approfondimento particolare le situazioni della pesca del tonno e del corallo: la prima strettamente legata ad un’industria conserviera, la seconda ad una diffusa attività artigiana.
Comunque, i traffici marittimi andrebbero intensificati con l’aumento dei mezzi di trasporto che legano l’isola al continente, affinché, cessando la Sardegna di essere un’isola, con tutti gli effetti storici, culturali e psicologici che il fenomeno comporta, cessi anche la “grande paura” del sardo per il mare.97


PISCADORIS DE MARI, DE STAINU E DE FLUMINI
PESCATORI DI MARE, DI STAGNO E DI FIUME

Alcune notizie sulla pesca - tecniche e strumenti.

Nei Paesi marittimi l’attività della pesca è naturalmente di primaria importanza e occupa un posto di grande rilevanza economica e sociale. In primo luogo, si distingue la pesca “professionale” da quella “sportiva” o per “hobby”.
Lungo le coste della Sardegna, da tempi immemori pascolano greggi di pecore. I pastori costruivano nei pressi delle marine is aprigus, semplici tettoie per ombreggiare, e le loro baracche di falasco e di canne, e nelle lunghe monotone giornate hanno certamente preso dimestichezza con il mare e con i suoi abitatori, improvvisandosi pescatori - per avere cibo fresco e per arrotondare le entrate del loro mestiere. Così pure è accaduto per i contadini che lavoravano terreni in prossimità delle coste. Ne consegue logicamente che molte attività di pesca siano nate come passatempo o, per dirla con un termine attuale, come hobby; e che con le esperienze, con l’apprendimento delle tecniche e con esiti positivi o lusinghieri, per il pastore o il contadino la pesca sia diventata con il passare del tempo l’attività precipua.

L’attività professionale della pesca, per i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo, si classifica in
a) piccola pesca, che si svolge lungo le coste in acque basse;
b) pesca di altura, che si svolge entro i limiti delle acque territoriali;
c) pesca oceanica, che si svolge oltre lo stretto Gibilterra e il Canale di Suez.

Gli abitanti delle coste (ancora oggi per l’incapacità o l’inerzia o forse il rispetto della storia dei governi regionali) operano soprattutto nel campo della piccola pesca. Mai vista dai Sardi la pesca oceanica; e soltanto in tempi recenti è sorta una timida industria per la pesca d’altura, che nel Mar di Sardegna viene prevalentemente fatta da imbarcazioni di pescatori di altre regioni o di altre nazioni meglio attrezzate.
In questa breve esposizione, mi occuperò quasi esclusivamente del passato. Sta di fatto che fino a tempi recenti, ancora nella metà di questo secolo, gli abitanti dei paesi rivieraschi centro-occidentali dell’Isola usavano ami vegetali e imbarcazioni di erbe palustri, e pescavano quasi esclusivamente in acque basse, marine e palustri, lagunari e fluviali. Facevano eccezione gli abitanti di Alghero e di Carloforte, colonie di Catalani e di Genovesi, portatori di una cultura diversa, vicina a quella dei “Conquistadores” missionari e “portatori di civiltà”.


La piccola pesca.

Pesca da riva. Sono così dette tutte le attività in cui il pescatore lavora senza barca, dalla riva o tutt’al più con il corpo a mollo, fino alla cintola. Gli attrezzi più usati sono le lenze con diversi ami ed esche secondo i pesci che si vogliono catturare, i palamiti, funicelle con una serie di ami, lunghe qualche decina di metri, e piccole reti.

Pesca in mare, costiera o litorale. Tale pesca si effettua con apposite imbarcazioni, a remi, a vela o a motore di piccola o media stazza, a fondo piatto o chigliate. Viene esercitata in forma artigianale e familiare dai pescatori dei paesi rivieraschi. La pesca si svolge a poca distanza dalla riva e al massimo non oltre i limiti di tre miglia dalla costa. Limite oltre i quali si effettua la pesca d’altura.

Pesca nelle lagune costiere, in acque dolci e salmastre. Si effettua sia da riva che con imbarcazioni, mediante la posa di reti (sciabica, poligio), e attrezzi (palamite)

La nostra Isola è siccitosa e ha scarsità di corsi d’acqua e di invasi naturali o artificiali. Ciò è certamente dovuto in parte alla mancanza di opere di ingegneria idraulica e in più larga misura alla dissennata utilizzazione, che può definirsi rapina, del suo patrimonio boschivo da parte dei suoi dominatori. Tra questi, meritano una nota di infamia i Piemontesi, i quali distrussero e permisero ad altri, in particolare ai Toscani, di distruggere alberi e boschi, sia per ricavarne legname per costruire navigli, sia per le costruzioni in genere, sia per trasformare la legna in carbone da vendere a mezza Europa. Il ministro Cavour, cui si attribuisce nei testi scolastici l’appellativo di padre della patria, fu egli stesso uno dei responsabili dello scempio di boschi fatto in Sardegna - per esempio, il taglio dei secolari alberi di Corongiu, che pare abbia fruttato milioni al suo parentado, presente privilegiato negli appalti governativi. Nei sequestri di persona a opera di bande di Sardi emigrati a danno di possidenti del Continente, specie del Nord Italia, si potrebbe adombrare una sorta di nemesi storica - una sorta di legge dantesca del contrappasso - per le opere banditesche di rapina subite dai Sardi ad opera di Toscani e Piemontesi in specie. E chi sa quanti sequestri dovrebbero ancora farsi, per pareggiare storicamente i conti!

C’è scarsità di fiumi e laghi. Tirso, Flumendosa e Coghinas, che hanno permesso la realizzazione di tre invasi artificiali che, per altro, versano nel più completo abbandono. C’è un quarto invaso nuovo, quello sul fiume Taloro, affluente del Tirso, e speriamo che la gente del luogo sappia utilizzare il bacino per un redditizio allevamento ittico e che lo sappia difendere dalle rapaci unghie de is istrangius e dagli interventi demagogici e funesti dei politici asserviti agli interessi del capitale.

Ci sono ancora paludi e stagni. Un tempo pescosissimi e che, se protetti dall’inquinamento e dallo sfruttamento irrazionale, avrebbero potuto costituire, insieme all’allevamento degli ovini e al turismo, una delle più remunerative aree economiche di investimento. Se è vero che paludi e acque stagnanti sono state fin dal remoto passato il regno della malaria, è pur anche certo che tali acque rivestono grande importanza ecologica. E il fascismo, si dice oggi, faceva male a bonificare le paludi invece di inventare il DDT e ammazzare l’anopheles, senza privare l’uomo e le altre creature viventi dei benefici correlati a un habitat naturale umido.


Il mare come patrimonio nella industria turistica.
In Sardegna non manca certamente il mare, che poteva essere la nostra fortuna se lo avessimo saputo valorizzare con adeguate strutture turistiche. Un mare con spiagge bellissime che avremmo potuto vendere a mezzo mondo e che ci avrebbe consentito di vivere agiatamente, con il piacere di ospitare e di conoscere gente di culture diverse. Ma il Sardo ha sempre avuto paura del mare - perché da lì sono venuti tutti i suoi nemici e tutte le sue disgrazie. Pochi sono sbarcati con animo buono, da amici. E così i pesci del nostro mare se li sono pescati is istrangius, che venivano con le loro grandi barche non solo a pescare nel mare, ma perfino nei nostri villaggi costieri e sui nostri monti, razziando e rapinando. Intanto, is istrangius, insieme ai pesci, si sono impadroniti anche delle spiagge e delle coste. E noi Sardi ci siamo accontentati di pescare sparedda e maccioneddu, sparlotti e piccoli ghiozzi, vicino alla riva del mare, con i calzoni rimboccati, usando ami vegetali attaccati a funicelle di giunco, o di pescare anguidda e mugheddu, anguille e muggini, negli stagni ai margini dei villaggi, o di pescare un po’ di tutto cun sa lua, con la droga dell’euforbia, lungo le anse e i tratti in secca dei ruscelli.98
A parte quella del mare inquinato, che ha colore e sapore di petrolio, di acqua in Sardegna non ce n’è rimasta quasi più. E niente acqua (pulita), niente pesci. L’ultimo colpo, che per scaramanzia non vorrei chiamare “mortale”, è venuto dalla civiltà dei consumi. Con un dispiegamento di tecnologia in mezzi e strumenti, è stato effettuato uno sfruttamento intensivo delle risorse ittiche che in breve tempo ha depauperato il patrimonio naturale. Mentre le industrie altamente inquinanti come le petrolchimiche e di lavorazione dei suoi sottoprodotti e consimili hanno compiuto il resto, finendo di distruggere ciò che si era salvato dalla sconsiderata rapina del patrimonio naturale e dall’inquinamento minerario di vaste superfici costiere del nostro mare. Ora, in estremis, si sta tentando di porre rimedio a tale dissennata utilizzazione del patrimonio ittico con gli impianti di allevamento.

IS PISCADORIS DE MARI BIU
I PESCATORI DI MARE VIVO

Piscadori de mari biu è colui che pesca in mare aperto. I suoi attrezzi di lavoro tradizionali, i più elementari, ancora in uso ai giorni nostri, sono una barca a fondo piatto, se si lavora in acque basse e tranquille, o con la chiglia, se si lavora in acque più alte e mosse, fornita di remi o di vela, di reti,99 di fiocine.
Quelle che seguono sono alcune attività singolari di pesca in acque marine, un tempo assai comuni.


SU PALAMITAIU
IL PESCATORE CON LA PALAMITE

Su palamitaiu, il pescatore con la palamite, lavora sia in acque marine, lungo le coste basse, che in acque lagunari.
Il lavoro de su palamitaiu è duro, impegna notte e giorno; ma è da uomini liberi, senza padrone. Si esercita in acque basse, golfo o stagno, con barchini a fondo piatto in legno o con su fassoni, barchino di erbe palustri - ma di questi natanti se si è molto poveri se ne fa a meno. Indispensabile è la palamite.
La palamite consiste in una cordicella di cotone ritorto lunga qualche centinaio di metri, cui sono fissati, a distanza di circa trenta centimetri l’uno dall’altro, dei brevi fili di nylon con gli ami.
La mattina, su palamitaiu sistema la funicella a cerchi concentrici dentro una apposita corbula di canna e vimini con il bordo di sughero, dove gli ami vengono ordinatamente appuntati uno appresso all’altro tanto da formare un cerchio metallico. La prima fase della preparazione della palamite è conclusa.
Il pomeriggio bisogna cercare l’esca. Di solito vengono usati i gamberetti o i lombrichi, secondo i pesci che si vogliono catturare: con i primi sparedda, sparli, e altri pesci di golfo; con i secondi anguille di palude. Quando non ci sono i soldi per acquistare l’esca - cioè quasi sempre - su palamitaiu rastrella i bassi fondali alla ricerca di gamberetti, o zappetta per ore e ore nel vicino entroterra per scovare i lombrichi. Si tratta di fornire l’esca a parecchie centinaia di ami, attività detta de su escai, del mettere le esche agli ami, che richiede abilità e pazienza.
Ho visto, ancora negli Anni Sessanta, vecchi dalla vista quasi spenta fare questo lavoro, su escai, alla luce dell’acetilene fino a tarda notte, seduti sull’arenile, davanti alle baracche di falasco di Su Siccu del Golfo di Oristano.
Siamo alla terza fase, il momento di affidare alle acque la palamite. Si scelgono i fondali bassi e ricchi di vegetazione. Si lega un capo della lunga funicella a una canna infissa in un galleggiante di sughero; quindi si lascia filare nell’acqua la funicella, lentamente, con precauzione affinché non si imbrogli. Poi, riposo fino all’alba.
I più poveri compiono questo lavoro senza barchino, con l’acqua gelata alle reni. Qualcuno si costruisce su fassoni, il primordiale galleggiante di falasco, con fasci d’erba palustre spugnosa detta spadua. Coloro che possiedono il barchino lavorano in coppia, uno ai remi e l’altro alla palamite - e in questo caso è possibile usare una cordicella più lunga con maggiori possibilità di guadagno.
Talvolta è ancora buio, quando su palamitaiu esce dalla baracca per sarpai, salpare, recuperare l’attrezzo. E’ l’ultima fase, la più delicata, dove speranza e mestiere si sostengono a vicenda. Bisogna fare attenzione a non perdere il pesce grosso che ha abboccato; risparmiare gli ami estraendoli abilmente dalle fauci dei pesci; non farsi pungere dagli aculei velenosi di alcune specie quali lo scorfano; non ingarbugliare la funicella e che non si spezzi; la remata che sia dolce e che segua i movimenti e la posizione della palamite; fermare a tempo l’imbarcazione se l’attrezzo si è incagliato sul fondo.
Quanto si guadagna? Lavorando senza barchino, con palamite necessariamente corta, si può ricavare nel migliore dei casi il pranzo per la famiglia. Lavorando in due, con il barchino, si possono guadagnare fino a cinquemila lire, dai dieci ai venti chili di pesce di basso costo, in prevalenza sparedda, sparli. Talvolta il pescato supera di poco il costo dell’esca.
In un anno, il tempo permette si e no cento giorni di pesca. Infatti, la maggior parte dei palamitaius arrotonda le entrate con altre attività occasionali: il bracciantato agricolo, la raccolta delle lumache e più spesso la pesca di frodo negli stagni padronali - dato che la loro vocazione è pescare.100


SU BOMBAIU
IL BOMBAROLO

Non era difficile negli Anni 50 e 60 vedere nei paesi che si affacciano nel Golfo di Oristano uomini ancora giovani mutilati delle mani e ciechi, passare per le strade accompagnati e guidati dai loro bambini. Erano bombaius, bombaroli, ai quali era esplosa tra le mani la bomba che stavano lanciando in mare per pescare.
S’arti de su bombaiu, il mestiere del bombarolo, è certamente tra i più pericolosi. Sa pisca cun is bombas è considerata pesca di frodo e dunque tale attività è fuorilegge. Tuttavia, specie durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi, forse per la facilità con cui si reperivano gli esplosivi. Lungo la penisola del Sinis, nel mare limpido e pescoso che lo lambisce, erano numerosi i pescatori che al posto delle reti usavano le bombe. Lavoravano quasi sempre in coppia, o anche in tre o quattro, lanciavano le loro bombe dall’alto dagli scogli e quindi si tuffavano per raccogliere il pesce ucciso dall’esplosione e venuto a galla. Le prede più ambite erano i grossi cefali e muggini.
Le bombe da pesca si costruiscono con materiali diversi, dalla dinamite in uso nelle miniere, all’esplosivo contenuto nelle mine marine e nelle bombe che lanciavano gli aerei. Non pochi bombaroli, improvvisatisi artificieri, sono saltati per aria cercando di disinnescare bombe, allo scopo di ricavarne esplosivo per questo genere di pesca.
Una delle bombe meno costose, più rudimentali ma di non facile uso, è quella ottenuta con il carburo dentro una bottiglia di vetro a chiusura automatica. Nella bottiglia contenente dell’acqua in giusta quantità si mette una pietruzza di carburo, quindi si chiude velocemente il recipiente e lo si lancia in mare. A contatto con l’acqua, all’interno della bottiglia, il carburo sviluppa i gas di acetilene che provocavano lo scoppio.
Mi piace qui ricordare il bel libro di Franco Solinas, “Squarciò”,101 che racconta la storia umana e tragica di un bombarolo maddalenino. Nel romanzo, da cui è stato tratto un bel film, viene descritta l’attività de su bombaiu, le sue tecniche di pesca e i suoi accorgimenti per sfuggire ai finanzieri, che specialmente a quei pescatori di frodo danno una caccia spietata.


SA PISCA A LAMPARA
LA PESCA CON LA LAMPARA

Sa pisca a lampara, la pesca con la lampara, consiste in una grossa lampada a gas, per lo più ad acetilene, applicata alla prua della barca, la cui luce si riflette nell’acqua e attira i pesci in una apposita rete o per essere fiocinati. Si usa ovviamente la notte, quando il tempo è sereno e il mare calmo, in acque poco profonde, non lontane dalla riva.


SA PISCA A NASSA
LA PESCA CON LE NASSE

Sa pisca a nassa, la pesca con le nasse, è da noi assai diffusa in special modo per catturare le aragoste. Con le nasse si catturano crostacei e molluschi (murici, gamberi, calamari, seppie). Tale genere di pesca consiste in uno o più cesti di vimini e giunco, di forma allungata, con l’imboccatura a cono rovesciato, di modo che il pesce che vi entra non può più uscirne. Naturalmente l’imboccatura della nassa deve essere messa nel senso della corrente, specie se si usa nelle acque d’un fiume. Una lunga fila di nasse viene messa a mare e ripresa a bordo dopo un certo tempo. Oppure le nasse vengono trascinate dall’imbarcazione in movimento.
Per pescare in acque basse, quali insenature marine, stagni e paludi, spesso, oltre alle nasse si aggiungono strumenti assai semplici e rudimentali, come i barattoli vuoti o altri contenitori dove si annidano anguille, murene, polpi, murici e altri molluschi.


IS PISCADORIS DE S’ISTAINU DE CRABAS
I PESCATORI DELLO STAGNO DI CABRAS

Lo stagno di Cabras, il più esteso e un tempo il più pescoso della Sardegna, è diviso in due grandi bacini: il primo quasi circolare con un diametro di tre chilometri e l’altro ellittico largo tre chilometri e lungo nove chilometri circa. Ha una superficie di oltre duemila ettari, escluso lo stagnetto di Sa Mardini, le peschiere e le paludi. E’ popolato di muggini, cefali, anguille e altre specie meno pregiate, carpe e tinche.
Ha una storia intessuta di lacrime e di sangue, che ha origine oltre trecento anni fa.
Nell’anno del Signore 1660, il re cattolico di Spagna Filippo IV è inguaiato fino al collo nella guerra di Catalogna. “C’est l’argent qui fait la guerre”102 e Filippo non ha il becco di un quattrino. Chiede allora un prestito al banchiere genovese Girolamo Vivaldi, e l’ottiene. A garanzia del mutuo, il monarca cede al banchiere i diritti esclusivi di pesca negli stagni di Cabras, che appartengono alla Corona di Spagna.
Quasi duecento anni dopo, nel 1853, gli eredi del Vivaldi cedono il pegno a un certo don Salvatore Carta, nobile di Oristano. I suoi eredi detengono ancora tale privilegio feudale. La fetta più cospicua del feudo lagunare, che è diviso in trentasei parti, appartiene a don Efisio Carta. Un altro feudatario è Alfredo Corrias, già presidente della regione e senatore democristiano.
Le strutture socio-economiche degli stagni sono rimaste immutate nei secoli. L’organizzazione delle categorie ammesse dai feudatari a lavorare nelle loro acque è rigidamente piramidale.
Alla base della piramide stanno is palamitaius e is fruxineris, i palamitai e i fiocinieri, che pescano qualche mese all’anno pagando un indennizzo ai padroni, una somma spesso superiore al ricavato della pesca. A queste due infime categorie è fatto tassativo divieto di usare altro attrezzo che non sia la palamite e la fiocina, e come imbarcazione possono usare soltanto su fassoni, un natante primordiale consistente in un fascio di erbe palustri.
Un gradino più alto stanno is bogheris, i vogatori. Come i primi possono pescare soltanto entro brevi limiti di tempo,103 ma possono usare il barchino a fondo piatto e una piccola rete, di tipo prestabilito. Non pagano indennizzo, ma devono versare la metà del prodotto ittico al padrone. Essi sono in numero di 72 secondo una divisione in colleghe.104
Ancora più in alto stanno is poigeris105 in numero di venti; quindi vengono is isciaigoteris,106 che sono in cinque. Ambedue queste categorie pescano tutto l’anno a mezzadria.
Vi sono infine i cosiddetti zaraccus de pischera,107 una decina circa, uomini di fiducia dei feudatari, specie di valvassori, che hanno il compito di amministrare le peschiere e di controllare il buon andamento del complesso sistema. Anche tra loro vi è una rigida gerarchia, culminante nel ruolo di pesraxu, pesatore. La carica di servo di peschiera è ambita: essi godono di grande prestigio nella comunità, ma sono odiati come nessun altro. Accanto a loro is guardias, le guardie armate, una decina, con stipendio mensile, regalie e proventi dei sequestri ai pescatori di frodo.
Al vertice della piramide è s’abitanti, il sovrintendente, che rappresenta il potere del feudatario.
Non è facile conoscere con esattezza il reddito annuo degli stagni di Cabras. Calcoli fatti da fonti diverse davano nel 1960 un reddito di oltre un miliardo di lire. Gli stagni sono ricchissimi di muggini e anguille, che mantengono un prezzo alto nel mercato. Assai redditizia è la produzione delle buttarighe, uova di muggine salate ed essiccate, il cui prezzo oscilla dalle quindici alle ventimila lire al chilo.
Da oltre cento anni - come rilevo dalla lettura di Enrico Costa, romanziere, testimone a Cabras nel 1860/70 - era consuetudine distribuire alla povera gente del paese una certa quantità di pesce in sovrabbondanza nelle peschiere - pesce che diversamente sarebbe morto per soffocamento. Tale regalia si è venuta modificando in questi ultimi tempi, diventando “vendita di favore”: si immetteva un certo numero di quintali di pesce al cosiddetto “prezzo di costo” e la gente del paese, in fila, munita di buoni distribuiti dai servi di peschiera, poteva acquistare un quantitativo limitato a pochi chili.
Da qualche anno,108 da quando cioè la popolazione ha iniziato a sostenere i pescatori del Golfo nella lotta antifeudale, il pesce in sovrabbondanza viene bruciato. Nel 1960, i padroni degli stagni ne hanno bruciato in una sola volta ottanta quintali, un valore commerciale di un milione, per non abbassare i prezzi di mercato.109


Piscadoris cun corrus de boi e bottus de liauna
Pescatori con corna di bue e barattoli di latta

“Qualche giorno fa, a Camogli, sulla Riviera Ligure, sono stati affondati alcuni cassoni per favorire in essi l’insediamento di pesci e molluschi, nel tentativo di ricostituire un patrimonio ittico dissennatamente sperperato e distrutto. Altrove - pare - sono state utilizzate allo stesso scopo carcasse di auto (patrimonio abbondante in questa civiltà), con risultati non del tutto soddisfacenti. La stessa fonte informa che a Camogli, in occasione dell’affondamento dei cassoni ecologici, è stato commemorato l’ideatore del sistema, un ingegnere del luogo del quale, ovviamente, mi sfugge il nome.
Il fatto di cronaca - che potrebbe a prima vista apparire uno dei tanti ingredienti folcloristici di cui sono infarciti stampa e telegiornali quando manca la cronaca nera - mi ha riportato indietro nel tempo, ai miei primi anni di insegnamento nelle scuole di Cabras, ai miei primi contatti con il mondo e con la cultura dei pescatori degli stagni. Alle lezioni astratte che io davo ai miei scolari sul buon uso di una lingua per loro straniera o su fatti storici che avulsi dalla loro realtà avevano il sapore di favola, si alternavano le lezioni pratiche che i miei scolari mi davano sulle tecniche di pesca nelle loro lagune.
Una di queste tecniche, fra le più rudimentali usate dai fanciulli, era l’immersione di barattoli o di altri oggetti cavi che andavano a depositarsi sul fondo melmoso, diventando in breve tempo dimora di pesci e di molluschi. A tempo debito, barattoli e simili venivano rimossi e, il più delle volte, vi si trovava rintanata qualche preda, che arrotondava il magro pasto familiare. Entrando nei particolari, i miei scolari-docenti mi riferivano che per prendere le anguille con quel metodo, e in tempi più brevi, andava benissimo un corno di bue, possibilmente fresco: ve n’era abbondanza nelle rive degli stagni, in quanto lì, da decenni o da secoli, venivano buttati i residui di macellazione.
Ora mi chiedo - e la domanda è veramente rettorica - se l’ingegnere di cui mi sfugge il nome abbia anche brevettato il popolare sistema del barattolo, verniciandolo di quella «scientificità» necessaria a dare lustro e denaro allo scopritore, necessaria alla utilizzazione del «ritrovato» su larga scala, necessaria infine a rendere lauti profitti all’imprenditore che vi investirà i capitali.
La «scientificità» di tradurre l’essere in avere, cioè di mercificare e capitalizzare non soltanto i ritrovati dell’ingegno umano ma le esigenze e i sentimenti che ne costituiscono l’essenza, è una «scientificità» di cui il popolo è assolutamente privo - secondo lo stesso giudizio dei ceti «colti». Al contrario, il popolo ha una propria scientificità. Senza teorizzarla, vivendola nella pratica, intende «scienza» come conoscenza di sé e della realtà del mondo in cui vive, e utilizza la tecnica per la sopravvivenza e la realizzazione dell’essere”.110


IS PISCADORIS DE FLUMINI
I PESCATORI DI FIUME O D’ACQUA DOLCE

Is piscadoris de flumini, i pescatori d’acqua dolce, non sono considerati professionisti ma dilettanti o hobbisti, e i loro attrezzi consistono prevalentemente in lenze con ami di diverso tipo a seconda del pesce che si vuole catturare, in fiocine e oggi molto raramente nel succo dell’euforbia, dopo che si è creato un rudimentale sbarramento di pietre e ramaglie nelle anse strette e dove l’acque scorre lenta. Le specie di pesci che più comunemente vivono nei nostri fiumi sono l’anguilla, la tinca, la carpa e di recente introduzione il persico e la trota che viene coltivata in appositi allevamenti.


SU PISCADORI A LENZA
IL PESCATORE CON LA LENZA

Con la lenza ed esche appropriate, non pochi appassionati di questo sport pescano in ogni dove: nei canali che uniscono le acque del mare agli stagni, dove si trovano anche specie pregiate come le orate e le spigole; nei canali di irrigazione ad Arborea, dove vivono per lo più specie di qualità infima quali tinche e carpe; nei fiumi dell’interno; a Cagliari, in particolare dal ponte della Scafa, dove oggi è sorto il porto canale, e ovunque ci sia l’opportunità di catturare un pesce.


S’ALLUADORI
L’EUFORBIATORE

Il termine lua indica una particolare specie della numerosa famiglia delle euforbie, precisamente la varietà, assai diffusa nelle campagne, tradizionalmente usata per la pesca nei fiumi.
Sa lua, l’euforbia da pesca, è una pianticella erbacea con apparato radicale robusto, profondo e legnoso, alta venti-trenta centimetri nelle zone aride pietrose, può raggiungere il metro in ambiente fertile. Contiene un lattice bianco con proprietà soporifere e pare anche allucinogene.
Alluai, letteralmente euforbiare, significa pescare con il succo dell’euforbia. Alluadori, letteralmente euforbiatore, è colui che pesca con tale mezzo. «Parit unu pisci alluau» è un modo di dire assai diffuso per indicare persona sbalordita oltre misura: «Sembra un pesce euforbiato», drogato con euforbia.
S’alluadori, l’euforbiatore, sradica un fascio di piantine, tante in rapporto alla quantità di acqua da alluai, da drogare; e la quantità non deve eccedere per conservare la commestibilità del prodotto ittico. Egli utilizza in particolare le radici, il cui lattice è più concentrato, radici che pesta sfibrandole tra due sassi. Così macerate, le radici vengono gettate nell’acqua, intossicando i pesci che vi si trovano, entro un certo raggio. Su pisci alluau, il pesce drogato, viene a galla, è come istupidito e viene facilmente preso anche con le mani, se non si possiede una rete.
«Pigau a imburradura che pisci alluau», è altro modo di dire per chi viene acchiappato come uno stupido, di solito riferito a chi ruba o commette reato e vien colto con le mani nel sacco dalla polizia o dal padrone: «Preso attingendo con una secchia», facilmente, come pesce euforbiato.
Tale antichissimo metodo di pesca, oggi meno diffuso anche per mancanza d’acqua e di pesci, viene effettuato nei tratti di fiume dove l’acqua ristagna, come nelle anse, o dove manca la pendenza ed è possibile fermare il corso d’acqua con un provvisorio sbarramento di sassi, o anche nei garroppus, brevi e profondi specchi d’acqua lungo torrenti e fiumi in secca.
Su alluai è una attività antichissima, mai disusata nonostante il divieto della legge. E’ praticata dalla povera gente che non sa come sbarcare il lunario e vive a livello preistorico, raccogliendo e cacciando per le campagne, per i monti e in riva al mare, tutto ciò che di commestibile gli offre la natura.
Per ormai millenaria esperienza, è provato che su pisci alluau, pescato con l’euforbia , non è dannoso per chi lo mangia.
L’effetto del succo dell’euforbia sull’organismo umano non è stato studiato scientificamente - a quanto risulta. La gente gli attribuisce proprietà allucinogene. Nella cultura popolare, sa lua ricorre, talvolta, in termini scherzosi, come medicina indicata per chi, sempliciotto, voglia ingrossare il pene. In effetti, il lattice dell’euforbia unto nelle parti delicate del corpo, quali le labbra o il glande, provoca notevole ma fastidioso gonfiore - così come il lattice che stilla dal fico. Insomma, uno stimolante assolutamente sconsigliabile.

Orazione funebre in morte di Giuseppe Catalano, alluadori.

“Giuseppe Catalano è morto. Dicono di malasorte. Miserrimo pescatore di Cabras è affogato nelle acque del Tirso, nel tentativo di sfuggire ai rigori che la giustizia riserva ai pescatori di frodo. Era un alluadori. E’ stato un infortunio - dicono.
Giuseppe Catalano, grande invalido della grande guerra, ricompensato dalla patria con una pensione di poche lire, a malapena tenuto diritto da un artigianale busto ortopedico, è costretto dal bisogno a trascinare il corpo spezzato alla ricerca di cibo.
Cabras è rinomato per i suoi vasti e pescosì stagni. Non c’è festa in Sardegna dove negli spazi aperti non fumino odori di arrosti di pesce del Mare di Pontis, cefali e muggini e anguille. Ma tutto quel mare e tutti quei pesci appartengono a su meri mannu, al feudatario, che ne è padrone assoluto per volontà di un re di Spagna del milleseicento. Alla povera gente è proibito pescarvi, per mangiare: su meri mannu, il padrone dei padroni, ha leggi e uomini armati e galere che custodiscono e difendono il suo feudo. Alla povera gente esclusa da quella fonte di vita, se vuole restare onesta e libera, non rimane altra via che quella di strappare, con primordiali sistemi, qualche briciola del suo patrimonio naturale che pochi privilegiati possiedono e sfruttano per la propria inesauribile ingordigia.
La mattina del 4 novembre, mentre in piazza i notabili celebravano la guerra vittoriosa, Giuseppe Catalano, il grande invalido che di quella vittoria era stato artefice, era uscito dal paese per cercarsi la cena. Non barca, non reti, non fiocina: soltanto le mani e il bisogno egli portava con sé, quel giorno. Il succo dell’euforbia macerata nelle acque del fiume avrebbe intontito i pesci, li avrebbe resi facile preda anche per le mani di un invalido.
Ed ecco solerte, stavolta come non mai, arriva la giustizia. Quella giustizia che il povero cerca sempre senza trovare mai è un’altra giustizia; è quella che gli fa dire implorando: «Mellus chi manchit su pani chi sa justizia...», tanto è desiderata , ché alla sua mancanza è più tollerabile la fame. Arriva questa giustizia, solerte con il povero, implacabile con il debole, violenta con l’inerme.
Per sfuggire ai rigori di questa giustizia, che lo rincorreva armata tra le giuncaie e i falaschi, si è gettato in acqua fidando nella buona sorte. Ma le acque del fiume, traditrici, lo hanno ghermito, travolto, ingoiato. A nulla è valso il disperato coraggio del fratello, che ha rischiato egli stesso di affogare nel tentativo di trarlo in salvo.
Giuseppe Catalano, grande invalido della prima guerra mondiale, è morto cercando di sfamarsi il 4 novembre, giorno della vittoria. Ora, per recuperare il suo corpo senza vita, carabinieri e pompieri e finanzieri e sommozzatori frugano palmo a palmo tra i canneti e nel fondo melmoso del fiume. Tali ricerche costano una somma ingente - dice la gente. Una somma che se fosse stata spesa prima avrebbe assicurato all’infelice la vita cui aveva diritto”.111


ARTIS DE SA TUNNARIA
ATTIVITA’ DELLA TONNARA

Is artis de sa tunnaria, le attività della tonnara, sono numerose e complesse. Sa tunnaria, la tonnara, indica il luogo dove si svolge la pesca del tonno, e più precisamente è localizzata lungo le coste a lato delle quali passano i tonni nei loro spostamenti migratori annuali per la riproduzione della specie. Entrano dall’Atlantico nel Mediterraneo attraverso lo Stretto di Gibilterra, quindi si spostano a lato delle coste probabilmente perché trovano in queste acque una minore densità salina.
Il tonnarotto, l’addetto alla pesca del tonno, è detto in lingua sarda piscadori de tunnu o de tunina.112
Il tonno è detto in lingua sarda tunnu o tuninu o tunninu. E’ un pesce che raggiunge i quattro metri e mezzo di lunghezza e il peso di sei quintali. E’ agilissimo e si sposta raggiungendo la velocità di oltre venti chilometri all’ora. La sua carne è di ottima qualità, assai richiesta, sia fresca che conservata. Dal fegato del tonno si estrae un olio pregiato, con proprietà ricostituenti, simile a quello del merluzzo. Inoltre le uova della femmina vengono essiccate e danno luogo a una bottarga, per altro dal gusto meno delicato della bottarga di muggine (in sardo detta buttariga) e ancor meno di quella del lompo e dello storione, detta caviale.
Attualmente, in Italia, le tonnare sono disposte lungo le coste della Sardegna della Sicilia e della Calabria, dal Mar Tirreno al Mare Jonio. Queste tonnare catturano sia i “tonni di arrivo”, quando in primavera entrano nel Mediterraneo dall’Oceano Atlantico, sia i “tonni di ritorno”, quando a fine estate, dal Mediterraneo si dirigono nell’Atlantico. Ci sono quindi alcune tonnare dove i tonni passano due volte, in arrivo e in ritorno e di conseguenza vi si effettuano due stagioni di pesca.
I tonni vivono in acque marine profonde, distanti dalle coste; ogni anno, in primavera, abbandonano i mari profondi, salgono in superficie in grossi branchi e si dirigono verso le coste dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Giunti nei pressi delle coste e raggiunta la maturità sessuale, durante l’estate le femmine depongono le uova. Compiuta tale missione, ritornano verso i mari profondi. Per inciso, va detto che i tonni prediligono le acque limpide, da qui la chiusura di alcune tonnare sarde per l’inquinamento delle acque causato dalle laverie delle miniere - cui si accennerà più avanti.
Sa tunnaria, la tonnara, non indica - come detto all’inizio - soltanto il luogo dove si pescano i tonni, ma anche il complesso di reti, di barconi e attrezzi necessari a catturarli, creando una sorta di labirinto, i cui corridoi conducono alla camera della morte, dove avviene la cosiddetta “mattanza”.
«Quando i tonnarotti dalle barche in sosta sopra la porta segnalano un sufficiente addensamento di tonni, il rais ordina la mattanza, mollando la grande porta della camera della morte e successivamente facendone sollevare la rete orizzontale di fondo, detta letto o leva. La ciurma che si trova su vascello lungo 20 m. chiamato maona solleva velocemente la rete a sacco e si avvicina alla testa di levante, dove si trova un secondo vascello detto caporais, al quale si dispone parallelo e dove si assicura il secondo lembo del sacco. Infine, sul lato di terra sono disposte altre piccole maone dette rimorchi, in modo che viene a essere stabilito un quadrilatero con un lato aperto. Questo viene chiuso dal caporais in un secondo tempo. Sollevando il letto, al grido leva, i tonni vengono sospinti in superficie nel quadrilatero chiuso dalle maone i cui equipaggi li arpionano e li traggono, uno a uno, a bordo».113

Fin dall’inizio del secolo, la tonnara di Flumentorgiu, a mattanza compiuta, diventava una località balneare ad uso degli abitanti dei paesi sopra citati, i quali prendevano alloggio nei vasti cameroni che in precedenza avevano ospitato i tonnarotti. Già dagli Anni ‘40 la tonnara di Porto Palma,114 dove già esisteva e funzionava anche uno stabilimento per la lavorazione e conservazione del prodotto ittico, ha cessato la sua attività perché i tonni non passano più per l’inquinamento provocato in quelle acque dalle vicine miniere di Ingurtosu e Montevecchio. Oggi è rimasto soltanto un villaggio balneare, i cameroni sono stati ristrutturati, e a nord, lungo le coste, avanza la speculazione edilizia deturpando il paesaggio.

Le tonnare in Sardegna

Per tutto il secolo XIX le tonnare costituiscono una delle più importanti e redditizie attività economiche del capitalismo in Sardegna, che, insieme alla Sicilia, è fra le maggiori produttrici in Europa. Così come le industrie estrattive, le tonnare sono in mano a capitalisti del Continente, i quali, ottenute dallo stato le concessioni, esercitano la pesca e il commercio esclusivamente in funzione del profitto.
La storia delle tonnare sarde - che oggi non esistono più, o quasi - è un altro capitolo del disegno di sfruttamento portato avanti senza interruzioni dal colonialismo. Si distingue in due periodi. Il primo, precedente, grosso modo, al 1860, è quello dello sfruttamento artigianale del prodotto. I tonni nel loro naturale esodo, attraversano il Mediterraneo secondo una linea che costeggia la Sardegna dal Nord verso Sud. Partendo dalle coste, nei punti più idonei, venivano tese delle robuste reti lunghe fino a 800 e 1.000 metri verso il mare aperto. Su queste reti si imbattevano i tonni, che venivano quindi dirottati verso altri sbarramenti mobili, fino alla «camera della morte», una chiusa di barconi, dove avveniva la «mattanza». In questo primo periodo, le tonnare non potevano utilizzare tutto il prodotto, che doveva necessariamente vendersi fresco o malamente conservato in barili per breve tempo. Non si avevano mezzi abbastanza veloci per trasportare il prodotto nei vari mercati del Continente ed esteri.
Il secondo periodo è quello in cui le tonnare diventavano più propriamente una industria. La tecnica ha inventato mezzi di trasporto più veloci, una rete ferroviaria che consente anche ai prodotti più deteriorabili di raggiungere i mercati delle grandi città in buono stato di conservazione del prodotto elaborato in scatole sottovuoto. Ciò, ovviamente, consentiva ai produttori di piazzare il surplus in qualunque periodo dell’anno.
Da allora, le tonnare diventano un lucroso affare e vengono potenziate. Dal 1875 al 1885 sono in prodigioso sviluppo.
«Dal 1885 - annota il Pais - la pesca andò sempre declinando in modo spaventevole, tanto che nel decennio anteriore, per esempio a Portopaglia, il complesso della pesca fu di 40.461 (tonni), nel decennio susseguente si ebbe un risultato di 17.475 tonni, mentre per il passato non fu mai inferiore a 35.000 (annui)».115
Lo stesso Pais, nella sua inchiesta, cerca di spiegare la causa del declino delle tonnare.
«Non fu solo la diminuzione della pesca che turbò il progressivo sviluppo di questa importante industria, ma anche la concorrenza iberica e lusitana, senza tener conto della Tunisia. Varie sono le ragioni per cui nella lotta (la Sardegna) non si trovò in posizione favorevole. Basti accennare che l’industria della confezione dei tonni in Spagna è al coperto dalla dispendiosa, pericolosa e incerta industria della pesca; per cui acquistandosi colà il pesce fresco, non vi sono i rischi che i tonnaroli italiani debbono correre; mentre poi a rendere anche più favorevole la condizione della industria iberica, concorre la maggiore produttività di quelle tonnare le quali, oltre la pesca di andata hanno anche il beneficio di quella di ritorno. E’ noto come a preservare l’industria nazionale della iattura che le arrecava l’industria estera, fosse proposto ed oppugnato un aumento del dazio di introduzione del tono confezionato da 10 a 30 lire, che solo nel 1892 potè essere applicato» .116
Più precisamente, il declino e infine lo smantellamento delle tonnare sarde sono dovuti a una precisa scelta del capitalismo e del governo italiano. Con il ritrovato della conservazione del prodotto, ai fini del profitto ciò che conta è acquistare lo stesso prodotto dove costa meno. Mentre nelle coste sarde i tonni passano una sola volta, al ritorno, in quelle iberiche passano due volte, nello stesso anno. A parità di impianti, quindi, e con un piccolo ulteriore dispendio di manodopera, il prodotto iberico veniva a costare poco più della metà del prodotto sardo, e quello, a differenza di questo, era incentivato dallo stato. Gli stessi capitalisti italiani ed europei che detengono le concessioni delle tonnare sarde, investono i loro capitali nelle tonnare spagnole. Si fanno cioè la concorrenza da se stessi; ed è perfettamente inutile l’introduzione di un dazio di entrata del prodotto estero confezionato, in quanto i concessionari delle tonnare estere trasportano il prodotto appena pescato e lo confezionano in Italia.
Ma c’è di più. La diminuzione fino alla scomparsa del prodotto della pesca del tonno è dovuta agli inquinamenti prodotti dagli scarichi delle miniere in tutto il versante sud-occidentale delle coste - precisamente le coste sfiorate dai tonni nel loro esodo. I capitalisti, che in combutta rapinano l’Isola, devono operare delle scelte, quando due tipi di rapina non possono coesistere. Alla sopravvivenza delle tonnare, in base alla legge del maggiore profitto, si preferisce la sopravvivenza delle miniere.
Forse si sarebbe potuto salvare capra e cavoli, evitando che le miniere inquinassero il mare; ma ciò avrebbe significato un dispendio di capitale e una contrazione del profitto, per convogliare le scorie minerali e le acque inquinate delle laverie al di fuori degli alvei naturali sfocianti a mare, con appositi impianti di depurazione. Da qui la scelta e la decisione del capitale di mandare al diavolo la pesca del tonno e di ogni altra specie ittica lungo quelle coste, distruggendo un immenso patrimonio naturale, dando un colpo mortale al settore della pesca e quindi alla economia isolana.
Oggi che è venuta di moda la questione ecologica, si lamenta che lungo le coste della Sardegna il mare è inquinato e non ci sono più pesci. Parlerò più avanti degli insediamenti petrolchimici, degli effetti degradanti che hanno provocato e provocano in ciò che è rimasto del patrimonio naturale, dei pericoli che incombono oggi sulle popolazioni. Sulle criminose responsabilità del capitalismo nella distruzione del patrimonio naturale, riporto lo stesso Pais, deputato della borghesia compradora del secolo scorso.
«…la minor pesca che si è andata verificando in Sardegna dal 1885 in poi, non è dovuta a cause naturali soltanto, ma probabilmente al fatto che si è permesso alle laverie dei minerali presso le spiagge di immettere nel mare le acque scolatizie inquinate che hanno servito per il trattamento del minerale medesimo».117
E’ comprensibile la cautela del Pais nell’accusare gli imprenditori delle miniere: si accenna a “cause naturali” senza che si specifichi di che si tratta (i tonni continuano a passare, ma a distanza dalle coste), e si pone con quel “probabilmente” il dubbio che la causa sia l’inquinamento delle laverie. L’unica vera causa accertata della fuga dei tonni è proprio l’inquinamento prodotto dalle miniere. Pur con ovvie reticenze ci arriva anche il Pais.
«Dopo che in modo inspiegabile la pesca diminuì, furono fatti seri studi per indagare la ragione di tanto male. Con grave dispendio annuale si impegnò un palombaro per verificare se le cause potessero provenire dalla rottura della rete, dalle correnti avverse, ecc.; ma di nulla si venne a capo; eppure più di una volta si ebbero a constatare numerosi sciami di tonni raccolti al di là delle reti.
Con la diminuzione o quasi cessazione della pesca del tono, scomparve anche, nel golfo di Portopaglia la pesca del pesce minuto, in guisa che i pescatori abbandonavano quelle acque; e furono proprio questi pescatori118 i primi che dettero l’indizio donde proveniva il danno. Essi ebbero a verificare che gli attrezzi pescherecci erano estratti dal mare anneriti per una quantità di materie non mai viste nel passato, e con questa scorta si proseguì in indagini più serie e precise, si percorse la costa a Nord donde provengono (specialmente a Portopaglia) i tonni, e arrivati nelle vicinanze di Buggerru si constatò che una estesissima zona di mare appariva di un colore scuro, e l’acqua era torbida per effetto di forti colonne d’acqua fangosa che derivavano da terra. Si riscontrò che si buttavano a mare tonnellate di terriccio, ed in misura che la spiaggia porgeva evidenti segni che essa era già ampliata di ben 70 metri verso il mare, e che il flusso e il riflusso delle ondate burrascose traeva nei fondi del mare enormi quantità di fango, che viepiù concorrevano ad accrescere l’inquinamento. Questa zona di acqua torbida si vedeva giungere a diverse miglia da terra.
Ora, se si tiene conto che, come pur l’ammette la stessa Relazione della Commissione Reale sulla pesca del tonno (1889), il tonno costeggia terra terra da Nord a Sud, che è pauroso ed evita le acque torbide; se si tiene conto che le tonnare, attaccate a terra con una rete che si prolunga in mare a soli 800 e 1.000 metri, e che è necessario che il pesce passi dentro un tale limite per essere preso nelle reti, si deduce l’inevitabile conseguenza, che quando il tonno arriva (prima di giungere alla tonnara) al punto delle colonne di acque fangose, in modo da non scorgervi un oggetto bianco appena immerso in esse, devia per recarsi in acque pure, come l’istinto lo guida».119


SU PISCADORI DE CORADDU
IL PESCATORE DI CORALLO

Notizie scientifiche. Dal greco “korállion”. In latino “corallium rubrum”, comunemente detto corallo rosso o nobile. Pur sembrando un minerale che si presenta in una forma arborea, il corallo è, in realtà, un animale, per la precisione un “celenterato antozoo” provvisto di scheletro calcareo, come molti altri animali. I coralli vivono in colonie soprattutto entro una vasta fascia marina che si estende a nord e a sud dell’Equatore fino al 30° parallelo, in particolare negli Oceani Pacifico e Indiano, dove costruiscono con i loro scheletri calcarei potenti e pericolose scogliere coralline. Sono però presenti anche nel Mediterraneo, specie nelle coste del Nord Africa. Vivono al di sopra dei 40 metri di profondità in acque pure e limpide, non stagnanti, sufficientemente salate, bene ossigenate e calde; difficilmente al di sotto dei 18°C. I coralli assumono diverse colorazioni, dal rosso intenso, al rossastro, dal rosa pallido al bianco, dallo screziato al nero.

Notizie storiche. Il corallo era conosciuto e adoperato fin dalla preistoria. Veniva lavorato e usato, sia come ornamento, sia come amuleto o talismano, come protezione contro i demoni del male o come porta fortuna. Con la stessa funzione magica, il corallo è stato usato fino a tempi attuali. E’ a noi noto che già i Fenici e i Greci, gli Etruschi e i Romani si dedicarono alla pesca e alla lavorazione del corallo, per ottenerne gioielli e amuleti, specie con la varietà rossa. Il corallo sardo è di un rosso intenso, ed è assai pregiato anche per la grossezza dei suoi rami che consentono, nella sua lavorazione, di ottenere oltre alle classiche collane, dei manufatti più grandi ed elaborati, quali statuine ornamentali o votive, soprammobili o quant’altro.
«La sua pesca è d’origine araba da quando tutta la costa nordafricana cadde sotto dominazione musulmana nel 698.
I primi in Italia furono i Genovesi che nel 1153 avevano stipulato accordi con i Tunisini per la pesca, seguiti quattro anni dopo dai Pisani. In Africa per la pesca i Genovesi fondarono colonie a Nona, Ceuta, Marsa, Carez e Tabarca. Si distinse anche Livorno sia per la pesca che per la lavorazione tanto da superare Genova, Marsiglia e Trapani.
I Livornesi sulle loro piccole coralline120 si spingevano fino alle coste africane; a Livorno la lavorazione fu importata da Ebrei provenienti dalla Spagna.
Dagli antichi fu sempre ritenuto una pianta marina dotata della singolare proprietà di pietrificarsi appena tolta dall’acqua; questo effetto veniva attribuito all’aria. Nel 17OO si ritenne perfino di aver scoperto i fiori di questa pianta, di colore bianco.
Quando si cominciò a parlare di animaletti coralligeni molti non osarono pronunciarsi, altri rimasero scettici, altri accolsero la notizia come facezia. Soltanto nella seconda metà dell’8OO si assodò l’origine animale e non vegetale del corallo».121
Ancora oggi la lavorazione del corallo è assai diffusa. Le formazioni più importanti e maggiormente sfruttate si trovano lungo le coste dell’Algeria, della Tunisia e dei Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo: Italia, Francia e Spagna. Importanti anche i banchi corallini del Giappone, soprattutto di Osaka. In Italia, il maggior centro di lavorazione è Torre del Greco.
Il pregio del corallo è dato dalle dimensioni (più è minuto, più è vile), e dal colore che varia dal bianco al rosa (tra i rosa, la pelle d’angelo, è la più pregiata), dal rosso al rosso scuro, o moro, fino al nero, l’antipate.

Pesca del corallo.

Il corallo viene pescato con speciali attrezzi come l’ingegno e la cucchiaia, manovrati a bordo di apposite barche dette coralline oppure utilizzati da sommozzatori specializzati in tale attività.
La cucchiaia da corallo consiste in una sorta di boa che si manovra sott’acqua per mezzo di corde, è armata di un cerchio di ferro per rompere il corallo ed è fornita di una rete a sacco per raccogliere i rami.
L’ingegno consiste in una croce di legno o di ferro che, trainata da una corallina, si impiglia e spezza le ramificazioni coralline che vengono raccolte dalle reti che seguono l’attrezzo. Il capo-barca si rende conto di avere incontrato un banco corallino quando la fune che regge l’attrezzo riceve degli strattoni, corda che egli tiene appoggiata a una coscia protetta da una gambiera di cuoio; a quel punto si mette in moto l’argano ed il congegno viene tirato sulla barca con il pescato. Ogni barca “corallina” ha un equipaggio di dieci, dodici uomini più il capitano.
Attualmente il corallo viene anche estratto direttamente da sommozzatori, provvisti di bombole d’ossigeno, che scendono in profondità. Si tratta di una attività assai pericolosa.
Il progresso tecnologico ha modificato la pesca del corallo, non si usa più la cucchiaia ed è rimasto solo l’ingegno. Tuttavia, non esiste più la corallina a remi, sostituita da un bastimento a motore, la corda è d’acciaio e nylon e l’argano non è più a mano, ma mosso da un motore, così come il gambale di cuoio è stato sostituito dalla mano poggiata sulla corda per percepirne la tensione e mettere in moto l’argano.
Le coste dell’Africa settentrionale, Marocco, Algeria, Tunisia, a sud della Sardegna e della Sicilia, sono ricchissime di coralli, ma in questi mari, per motivi ecologici, ne è vietata la pesca.


IS SALINERIS, IS CHI TIRANT SALI
I SALINERI, COLORO CHE ESTRAEVANO IL SALE

Si chiamano salinieri, o salinai, gli addetti alle saline, sia alla immissione delle acque marine, sia al controllo dei bacini o delle vasche che alla raccolta del sale. In sardo, i salinieri, vengono comunemente indicato come “is chi tirant sali”, coloro che raccolgono il sale.
C’è da dire che le saline della Sardegna erano note e in uso già nell’antichità, a opera dei dominatori cartaginesi e romani - ai quali, per quel che riguarda lo specifico interesse per le nostre saline, seguirono gli aragonesi e i genovesi e pisani. Tali dominatori facevano obbligo agli abitanti dei paesi del circondario di servire nelle saline. Una noterella meritano gli aragonesi, che concessero - bontà loro! - ai cagliaritani di usufruire gratuitamente del “loro” sale, purché non ne facessero commercio. Inoltre, gli stessi aragonesi, con Alfonso IV, concessero l’impunità ai delinquenti che avessero accettato di lavorare nelle saline.
Su traballu de tirai sali, il lavoro di estrarre il sale era considerata una attività assai gravosa e insalubre, e augurare a qualcuno di far quel lavoro costituiva una pesante invettiva. Come risulta dall’uso popolare che se ne fa, e celebrata da un poeta cieco che, subìto un ingiusto pignoramento, si rivolge a su pignoradori, all’ufficiale giudiziario, con questi (e altri) versi maleauguranti: “Su dinai miu ti serbat po unghentu: gravis maladias e foras a ‘n di curai! E ti fazzu meri de unu stabilimentu: a Santu Bartumeu, sali po tirai!” (I miei soldi ti servano per medicamento: per gravi malattie e che siano incurabili! Ti faccio dono di uno stabilimento: a San Bartolomeo condannato a estrarre sale!)
Lo stabilimento di San Bartolomeo è una delle saline impiantate nella marina di Cagliari, che si trova(va)no dalla località La Palma, verso il Poetto, fino a Quartu Sant’Elena, al Margine Rosso.

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