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Su delictu de Zuradili

ELEUTERIO DESSY
[a cura di Ugo e Giancarlo Dessy]


SU DELICTU DE ZURADILI
Dramma sardu in cincu actus


Alfa Editrice - 2001

Su delictu de Zuradili
suççediu sa notti
de su 23 de friasciu de su 1854
in Monti Arci
in territoriu de Marrubiu

alla memoria di Gigina, Lidia e Aldo

Un affettuoso ringraziamento a quanti hanno collaborato alla ricerca e al ritrovamento di “Su delictu de Zuradili”.
In particolare a Luisella Dessì e Sergio Pinna; a Menuccia Dessì; a Maria Grazia Angius ed Enzo Atzei; a Remo Melis; a Melisenda Spiga e a don Curreli; ad Antonio Deriu e alla figlia Donatella; a Epifanio Deidda; a Maria Cristina Manca; a Gino Camboni e a quanti altri hanno fornito notizie relative alla stesura del dramma, alle date relative alla sua rappresentazione scenica a Terralba e a Marrubiu. Si singraziano Rinaldo Casu, Quintino Melis i parenti e gli amici che hanno dato il loro contributo linguistico, nella ricerca della parlata terralbese di quel tempo.

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Introduzione

L’Autore

Eleuterio Dessì nasce a Terralba il 17 ottobre del 1897 da Pantaleo e da Luisa Casu. I suoi fratelli, Pietrino, Felicino e Remigio, più grandi d’età, sono sarti, maistus de pannu. Il quarto, Erminio, muore con la madre di spagnola, l’epidemia che segue la prima guerra mondiale.
All’inizio del 1900, i fratelli Dessì hanno la sartoria nella piazza antistante la chiesa parrocchiale, e in quei locali, dove esercitano la professione, costituiscono una orchestrina di strumenti a plettro, chitarre e mandolini. Essi coltivano interessi diversi: chi suona l’organo, chi si diletta di pittura, chi di poesia, chi di teatro, chi di fotografia.
Con altri giovani, danno vita a una filodrammatica, che manda in scena prevalentemente opere in lingua sarda, talune scritte dallo stesso Eleuterio, che fa da regista nonché da suggeritore.
La loro sartoria - come altre botteghe artigiane, in quel periodo, è un centro di aggregazione sociale, dove si organizzano diverse attività culturali. Vi circolano prevalentemente idee cristiano-sociali e in specie le idee del socialismo riformista di cui Felice Porcella, illustre compaesano, è un punto di riferimento.
Eleuterio non segue l’attività del sarto, propria dei Dessì da alcune generazioni, ma si dedica allo studio. Per mantenerlo agli studi, ciascun membro della famiglia contribuisce economicamente.
Nei primi anni del ‘900, ospite della sorella maggiore Filomena, a Oristano, frequenta l’Avviamento professionale, alternando gli studi scolastici alla lettura dei classici della letteratura italiana. I suoi poeti prediletti sono il Parini, il Metastasio, il Leopardi - ai quali, più avanti negli anni, dopo cena, dedica speciali serate di lettura rivolte ai figli.
Giovanissimo, a 15 anni, lavora nello studio dell’ing. Sequi, a Terralba, con la mansione di scrivano. In realtà, il ragazzo, dotato di buone capacità di apprendimento e di elaborazione, coltiva la sua vocazione per il calcolo, il disegno, la topografia - attività proprie del geometra. Egli, infatti, più tardi negli anni, viene assunto da diverse imprese industriali, specie di trasformazione fondiaria, impegnate in opere di bonifica, dove occupa il ruolo del tecnico.
Dopo l’esperienza di lavoro con l'ing. Sequi di Terralba e la breve parentesi come disegnatore nel Genio civile, lo troviamo nello studio dell'architetto Dionigi Scano, con il quale, tra l’altro, collabora, come disegnatore, alla preparazione delle tavole illustrative dell'Opera dello stesso Scano, titolata "Forma Karalis"
Va poi a lavorare (1920-1922) nell’Ente Bonifiche, che ha sede a Santa Giusta di Oristano, ai margini del Cirras, la piana che si stende verso il Sassu dell’attuale Arborea, allora territorio di Terralba: una distesa paludosa e malsana.
All’età di 23 anni, nel 1920, Eleuterio contrae matrimonio con Anna Cadoni, una coetanea di Santa Giusta di Oristano, di origine dorgalese, dalla quale ha cinque figli: Gigina, Lidia, Ugo, Aldo e Giancarlo.
In quello stesso periodo (dal 1921 al ‘22) segue contemporaneamente i lavori di costruzione delle case popolari di Cabras, che sorgono nel rione detto “Sa Brigata” .
Dagli Anni Venti agli Anni Trenta, lavora ininterrottamente nella SBS (Società Bonifiche Sarde), come assistente tecnico in quella vasta opera di trasformazione fondiaria e agraria che è la bonifica della piana paludosa del Terralbese, che va da Tanca Marchese, da Luri e da Torrevecchia di Marceddì, fino al Sassu e al Cirras di Santa Giusta di Oristano, con la deviazione del Rio Mogoro e la canalizzazione del territorio prosciugato e bonificato - al centro sorge il “Villaggio Mussolinia”, una ridente cittadina, comune autonomo dal 1929.
Per un breve periodo, negli Anni 30, viene incaricato, sempre per conto della SBS, di seguire i lavori di bonifica nel territorio di Muravera e di San Vito.
Nel 1936-37, a Sant'Antioco, lavora come tecnico alla costruzione della centrale termoelettrica di Santa Caterina, che sorge nella zona del Sulcis.
Nel 1936, nel laboratorio di Cagliari, in via Manno, installa una moderna macchina per la riproduzione eliografica dei disegni. La sua attività principale si svolge nella SBS ad Arborea - presso l’ufficio tecnico progettazioni.
Dopo il passaggio dell’azienda agricola della SBS (Società Bonifiche Sarde) all’ETFAS (Ente di Trasformazione Fondiaria e Agraria della Sardegna) lavora per la SES (Società Elettrica Sarda).
Nel 1957 viene chiamato dalla SIT (Società Idroelettrica del Taloro). E’ assunto con il compito inziale di topografo, per la rilevazione dei tracciati delle strade per i vari cantieri e per le opere di infrastruttura necessarie alla costruzione della diga idroelettrica del Taloro.
Successivamente, assume il ruolo di capo cantiere per la costruzione della variante della S.S.128 tra Gavoi e Ovodda, comprendente i ponti Aratu e Gusana sui fiumi Aratu e Taloro.
Ultimata la costruzione della variante, resta come capo cantiere per la realizzazione delle rifiniture e degli annessi della diga sul Taloro, che ha dato luogo al lago artificiale di Gusana.
Col passaggio della SIT (Società Idroelettrica Taloro) all’ENEL, nel 1965, va in pensione all’età di 68 anni
Muore a Cagliari il 12 maggio 1988.

Nella memoria della gente che gli è sopravvissuta, Eleuterio Dessì rimane con l’appellativo di su geometra de sa Bonifica, così come lo si chiama comunemente quand’è in vita - una vita attiva, interamente impegnata a realizzare il processo di sviluppo e di modernizzazione della sua Terra.
Instancabile, fianco a fianco con la moltitudine dei manovali sterratori, sotto il sole e sotto la pioggia, partecipa ai grandi lavori di bonifica, alla colossale impresa di trasformazione fondiaria e agraria di quella vasta area che diventerà Mussolinia, l’attuale Arborea. Picconi, pale e carriole, per scavare chilometri e chilometri di canali di convogliamento delle acque del Tirso e del Rio Mogoro, deviato in un nuovo alveo - un lavoro unico in Sardegna, compiuto con le sole braccia, principalmente dai lavoratori di Terralba e di Marrubiu, di Uras, di Mogoro, di Arcidano e degli altri paesi del Campidano di Oristano

UN PIONIERE DELLA BONIFICA DI TERRALBA

E’ lo stesso Eleuterio Dessì, che nel luglio del1963 testimonia nella rivista Sardegna Oggi, tratteggiando la storia della Bonifica di Arborea:
“Nel 1922, con base alla Tanca Marchesa, iniziarono i primi lavori di bonifica agraria, sempre con la larga partecipazione di lavoratori sardi. Non a caso, ma in obbedienza al contratto di enfiteusi stipulato tra il Comune e l'Ente, che imponeva una forte percentuale di mano d'opera locale fino al completo assorbimento della grande massa di disoccupati, riservando ai continentali soltanto quei settori di specializzazione per i quali i sardi di quel tempo purtroppo non erano capaci.
Terralba e i paesi limitrofi capirono e vollero con tutta la loro forza, a costo di enormi sacrifici, la grande bonifica. E' vero, ci furono molti scettici all'inizio; i poveri sono fatti così, sono diffidenti. Non si pensava, vivendo in tanta miseria e arretratezza, che l'uomo potesse possedere e usare strumenti tali da trasformare paludi salmastre in campi di grano e vigneti.
La prova che i terralbesi specialmente capirono quanto fosse importante per il loro avvenire la redenzione di tali plaghe paludose e malariche - è dimostrato dal senso di responsabilità (che è sacrificio) che essi ebbero accettando, senza leggi, l'esproprio, la cessione dei loro terreni migliori (quasi tutti vigneti) per l'attraversamento del nuovo alveo dei rio Mogoro e delle altre opere di canalizzazione al di fuori della bonifica, ma che risultavano essenziali a questa. I terralbesi, contavano di rifarsi con la piena occupazione della mano d'opera, con il commercio, con la prosperità conseguente ad una così grande mole di lavori; ma soprattutto con la speranza di poter valorizzare i terreni comunali, ceduti per venticinque anni, e nei quali speravano - allo scadere del termine - di stabilirsi nella mezzadria colonica almeno come affittuari.
Queste le legittime speranze dei terralbesi. Ma nello stesso 1922, la trasformazione dell'Ente Bonifica per la piana di Terralba e adiacenze in Società Bonifiche Sarde, per azioni, con sede in Roma, fu il primo grave sintomo di una politica economica e sociale basata sul profitto privato che si sostituiva, vuotandola di contenuti rivoluzionari, ad una iniziativa popolare appoggiata allo Stato. Il capitale continentale, sostenuto più tardi dal fascismo che si andava consolidando, avrebbe pochi anni dopo ridotto gli abitanti della zona, i veri promotori e padroni dell’iniziativa, al rango di indigeni da colonia: manovalanza da gettare negli acquitrini delle paludi, vite da spremere, da sfruttare per un tozzo di pane. E quando il Duce del fascismo tolti di mezzo gli oppositori dopo il '26, sedette a braccia conserte sul soglio pontificale applaudito e incensato dai padroni di tutt'Italia, la Società Bonifiche Sarde vestì la camicia nera e la fece indossare a tutta la Bonifica, alle idrovore e alle aie, ai canali e alle stalle, alle pinete, ai pioppi, agli eucalipti...
La Società tanto fece e brigò che ottenne l'approvazione (naturalmente con i contributi) per l'edificazione di un villaggio. Mussolini si commosse e allargò la borsa al sentire che gli azionisti della SBS. lo dedicavano alla sua persona, chiamandolo villaggio Mussolinia. Un villaggio che non arrivava a cinquecento abitanti, le cui terre pagate ai legittimi proprietari meno di cinquanta lire a ettaro, era soltanto il pretesto per derubare il comune di Terralba.
Infatti, nel '29, il villaggio Mussolinia, frazione di Terralba, la carta su cui gli abitanti avevano puntato tutto, con un atto illegale e arbitrario, viene decretato comune autonomo. Perché la ruberia si compisse con una parvenza di legalità, era necessario che il podestà di Terralba firmasse l'atto di cessione.
Quello in carica rifiutò, non si lasciò intimorire da alcuna minaccia, ma fu dimesso e censurato. Il prefetto non tardò molto a trovare fra la nobiltà spagnolesca un relitto morale da nominare nuovo podestà. La cessione si fece, l'enfiteusi venne stracciata, migliaia di ettari passavano di proprietà degli azionisti della SBS. i quali ora possedevano anche un comune loro. L'ingordigia padronale era placata. Dei due milioni circa, che il comune di Terralba avrebbe dovuto ricevere come indennità, soltanto un terzo venne effettivamente sborsato; gli altri due terzi rimasero come fondo cassa per il neo comune di Mussolinia.
La reazione dei terralbesi e di tutte le genti dell'Oristanese fu grande e disperata. Essi capirono d'aver perduto quanto Felice Porcella, i loro pionieri, i contadini espropriati, le masse operaie e bracciantili avevano preparato in lunghi anni di lavoro e di sacrifici. Terralba aveva perso al sua mano destra. I paesi della zona restavano più poveri di prima. Mussolinia era diventata un pezzo del Continente, slegato dall'interesse dei Sardi se non per la continua richiesta di manovalanza da gettare come canneggiatori nella costruzione di canali e di ponti, nelle opere di bonifica che si andavano sempre più allargando e potenziando, con il massiccio intervento del contributo statale.
Dal 1929 in poi, - conclude la sua testimonianza Eleuterio Dessì, su giometra de sa Bonifica - fu organizzata una vera e propria caccia al sardo. Allontanato l'ing. Dolcetta ne fu nominato un altro di molto più modesto valore, autoritario e prepotente come volevano i tempi, con l'unico mandato di incamerare e moltiplicare i beni della propria azienda e di beneficiare accoliti e protetti, che piovevano dal Continente come avvoltoi su di un gregge indifeso. Quattro sole, allora, su alcune centinaia, le famiglie di mezzadri sardi. I tecnici dei primi anni, allontanati o ridotti al rango di scrivani.
Arborea è stata una realizzazione di enorme portata. La trasformazione della zona è stata imponente. I giovani forse non capiranno oggi quanto sangue occorra per fare di una immensa palude grigia una plaga di verde. Chilometri e chilometri di strade, pietre su pietre gettate sul fango... canali di raccolta e di irrigazione per rendere feconda la sabbia... anni sotto le tende e le baracche, per edificare ville, case coloniche, stalle... il sole ha bruciato e scarnito centinaia e centinaia di braccianti, perché attecchissero e allignassero i forestali e il vento salato del maestrale fosse frenato e imbrigliato... Un inferno trasformato in un paradiso. Ma chi ha goduto, chi gode di questo paradiso? Una società di azionisti continentali, un'équipe di tecnici continentali, una colonia di mezzadri continentali. I Sardi hanno soltanto lavorato. Una terra redenta, sì, ma anche una greppia dove per lunghi anni dirigenti, impiegati, mezzadri si sono avvicendati, richiesti sempre dal continente, mentre gli isolani per non morire di fame partivano alla ricerca di un lavoro all'estero. Eppure, in Sardegna, se i Sardi realizzassero per i Sardi una decina di bonifiche come quella di Terralba - integrate come questa dalla industria - basterebbero certo a evitare l'esodo delle giovani generazioni, a realizzare il Piano di Rinascita".
(Stralci tratti dalla rivista quindicinale "Sardegna oggi" - n.30 15-31 luglio 1963)


COME E’ NATA L’OPERA

Notizie sul dramma "Il delitto di Zuradili" e sui personaggi

Il titolo originale del dramma in cinque atti, scritto in lingua sarda, è “Su delictu de Zuradili”, che l’Autore, inizia a comporre giovanissimo, a circa sedici anni. L’opera si ispira a un tragico fatto di sangue, un parricidio, accaduto nell’inverno del 1854, in un ovile alle pendici del Monte Arci, territorio di Marrubiu, che destò vasta commozione nella gente della zona. Più in particolare, vien preso spunto dal racconto che molti anni dopo uno dei protagonisti, il servo pastore Giuanni Cancedda, ne fa al giovane Eleuterio, il quale vivamente colpito e commosso, lo trascrive e poi lo elabora in versi, fino a tradurlo in una opera teatrale.
Siamo, dunque, a Terralba nei primi anni del Novecento, presumibilmente intorno al 1913. Nel centro del paese, nella piazza di chiesa, sul lato attualmente indicato come via Porcella, si trova una bottega artigianale, luogo di ritrovo, sa buttega de is fradis ‘Asì, la sartoria dei fratelli Dessì. Un vecchio mendicante, Giuanni Cancedda, entra nella sartoria per chiedere l’elemosina. Il giovane Eleuterio, che si trova lì casualmente, lo fa entrare e lo fa sedere affinché riposi. E conversando con lui apprende che il vecchio è uno dei protagonisti, anzi il testimone principale del fatto di sangue. Si fa così raccontare la tragica storia da chi l’ha vissuta in prima persona.
Concu Peppi Pala è un anziano pastore di capre, che ha su madau, l’ovile, in una zona dell’impervio costone di Monte Arci, a Ovest, verso la piana di Terralba, che si affaccia sul Golfo di Oristano. Egli manda avanti il gregge con l’aiuto dei suoi due figli, Bissenti e Luisu. Il primo, Bissenti, è buono, mite, rispettoso e ha ottimi rapporti con il padre. Il secondo, Luisu, uomo avido e privo di scrupoli, è in conflitto con il genitore dal quale pretende la divisione del gregge e la proprietà della parte che gli spetterebbe in eredità - al che Concu Peppi si oppone vigorosamente. Un componente acquisito della famiglia Pala è il quindicenne servo pastore Giuanni Cancedda, molto affezionato al padrone, che ricambia l’affetto e la devozione del ragazzo con attenzione paterna.
Luisu, con la complicità di tre pastori di Selargius, di passaggio nella zona, decide di impadronisrsi del gregge sopprimendo il padre Concu Peppi, e con lui il giovane servo pastore Giuanni, diventato un pericoloso testimone. Catturati, i due vengono legati all’interno della baracca dell’ovile, cui viene appiccato il fuoco. Mentre il giovane Giuanni divincolandosi riesce a sciogliere i legacci e a fuggire, l’anziano Concu Peppi muore tra le fiamme del rogo.
Il dramma in lingua sarda di Eleuterio Dessì viene pubblicato ora per la prima volta, con il titolo originale “Su delictu de Zuradili” . L’Opera si è diffusa e conservata per quasi un secolo oralmente, come gran parte dei prodotti letterari della cultura sarda, in specie la produzione poetica, ed è ancora assai conosciuto nei paesi del basso Oristanese, da Terralba a Marrubiu, da Uras a Sardara.
Seguendo una moda del suo tempo, l’Autore finge di aver trovato il manoscritto di un anonimo poeta, tragicamente scomparso in giovane età, il quale racconta in versi, la morte di Concu Peppi Pala. Questa opera “ritrovata” casualmente fra altre carte destinate al fuoco - “po allumingiai su fogu”, egli precisa nella “Presentazioni de s’Autori” - Eleuterio vuole proporre al pubblico, rappresentandolo sulle scene, per riceverne un giudizio.
Non si ha notizia di altre versioni dell’Opera, che, ove ci fossero, sono da considerarsi apocrife, semplici varianti di questa che viene ora data alle stampe, da considerarsi l’unica autentica, poiché è stata rivisitata e controllata da testimoni attendibili, che hanno conosciuto di persona l’Autore e hanno letto o ascoltato la sua opera, o che hanno recitato in una delle diverse rappresentazioni teatrali.- per certo, come si dirà anche più avanti, il dramma “Su delictu de Zuradili” è stato dato alle scene almeno tre volte: due a Terralba e una a Marrubiu - e infine dai curatori, i quali hanno accuratamente raccolto e vagliato le testimonianze del parentado e degli anziani della comunità di Terralba, che ne ricordano a memoria ampi stralci.

Cagliari, gennaio 2001

PRESENTAZIONI DE S’AUTORI 

De unu delictu sardu no creu facili impresa
de 'ndi formai unu dramma prenu de nobilesa
giaghì is protagonistas chi dd'hant provocau
de vera gentilesa 'nd'hant pagu imparau.
In is altas montagnas chi terribilis feras
privus de riguardus, privus de maneras
fiant abituas a bivi custa genti.
Però, si permitteis, si naru francamenti
chi a parti calincunu de spiritu malvagiu,
fiant prus de vigori, fiant prus de coraggiu,
e forzis prus lealis de sa genti de oi,
giaghì sa corruzioni est prus pulida immoi.
Riferendisì duncas a custu penzamentu
unu giovanu ardiu portau a cumprimentu
hat in versus su dramma chi 'oleus rappresentai.
Chi siat fattu suççediu non c'est de dubitai.
Infatti in sa collina chi si narat Zuradili
A iscopu de egoismu una persona barbara
po odiu o po liti o po passioni amara
hat mortu sa persona ch'in sa terra est prus cara
a nosatrus mortalis: su babbu hat abbruxau.
Su fattu in sei e totu - non bandat onorau,
a ddu innalzai a versus, si no fessit suççediu
(aici s'autori narat) - ma forzis po rimediu
de drammaticidadi - in circostanzia tali
De 'ndi podi estrai una bona morali.
Eccu cal' est su spiritu chi hat ispirau su dramma.
Imitendu is antigus in su modu e in sa trama:
est arrennesciu s'autori a isvolgi custu fattu
imitendi is antigus in su modu e in su trattu?
Est arrennesciu a isvolgi s'idea chi s'est posta?
A custu coltu pubblicu debasì sa resposta;
e su responsu hat essi’ altamenti apprezzau
si no de s'autori, chi est mortu e sutterrau, (1)
assumancu de nosus chi teneus s'azzardu
de si presentai componimentu in sardu,
in ritardu, si 'oleis, gasi un lustru e prus.
Si fiat incontrau in mesu ‘e is librus suus
chi fiant preparaus po allumingiai su fogu;
aici funt is librus trattaus in cussu logu
candu in altu onori ddus 'oleus innalzai…
Bastat: iscusai, megu de s'annoiai.

IS ACTORIS

CONCU PEPPI PALA - Babbu de Luisu Pala e de Bissenti Pala
LUISU - Fillu
BISSENTI - Fillu
Giuanni Cancedda - Quindixi annus, zaracu de Concu Peppi
Gustinu Olla - Prangaxu de Selargius
Camillu Piras - Prangaxu de Selargius
Biagiu MILIA - Prangaxu de Selargius
Duus strangius
Duas cumparsas
Tres pastoris
Presidenti de Corti de Assisi
Pubblicu Ministeru
Abogau in difesa de Giuanni Cancedda
Abogau in difesa de Luisu Pala
Brigaderi de is Carabineris
Duus carabineris
Zilleri
Duus giuraus chi no chistionant
Populu, a s’urtimu actu.

ACTU PRIMU

(Planura a costau de is montis de Zuradili, vegetazioni vigorosa cun mattas colossalis a canta de unu arriu - in fundu, una barraca de pastoris e unu tallu de crabas)

SCENA PRIMA
(Giuanni)

GIUANNI (de foras, cantendi)
In custa valli erbosa
felici chini s'antiga
vida scit beni passai;
no, no si podit truncai
sa paxi a custa antiga
collina deliziosa…
(Sempri in mesu de in quintas, fait una sonadedda pastorali, infinis bessit cun su sulittu in manu)
Cantu felicidadi in custu logu
sempri de monti in monti
pascendi su bestiami’
e cantendi sa vida seu passendi;
no tengiu prata né oru
ma est cuntentu su coru;
no tengiu algunu beni de fortuna
ma no tengiu però timenzia alguna.
Ma it'est su chi naru?
Innoi puru s'amargu(2)
meda si fait intendi.
No funt sempri in avolotu(3)
su meri miu cun su fillu e totu?
E pretu(4) senza de acabu,
Canduchì siat su fillu cun su babbu
a si poni’ a certai!
Parit cosa impossibili a pensai,
eppuru, eppuru est aici.
Po pagu benis,
po essiri felicis…
Bella felicidadi!
Si in custu mundu passant s'edadi
tra odius mannus e casi fra delictus,
po una pariga ‘e crabittus,
ita fillu crudeli,
si heriseru a s'ora de su feli,
a su babbu accinnau hat su croppu.
Ah, custu est troppu,
est troppu certamenti
chi dd' hiat' essi’ finzas iscutu,
si deu non fessi accutu
a ddi poderai sa mazzocca.

SCENA SEGUNDA
(Concu Peppi e Giuanni)

C. PEPPI - Ave Maria, Giuanni.
GIUANNI - Grazia plena.
C. PEPPI - Noctesta, appena appena happu dromiu…
Alla! ca fai frius…
No siat su pesu de is annus mius?
Però, malu che occannu
no dd' happu conotu mai.
GIUANNI - Est ingannu, poita apustis passau
parri cosa de nudda, mancai mau.
C. PEPPI - Est beru… Però, Giuanni,
no ’andas an ci 'ogai su bestiami’?
ca in custu tempus suffrit su fami’.
GIUANNI - Sissada, gei fia po andai.
(Bessit cantendi su mutettu de prima)

SCENA TERZA
(Concu Peppi a solu)

C. PEPPI - Biadu tui, ca prenu de saludi
cun sa tua gioventudi
senz’ ‘e penzamentu,
sempri in paxi sa menti
tenis, gioghendi felicementi.
Oh, sa giovunesa!…
Forsis chi sa beccesa
no tenit prus turmentus chi alligrias?
Funt is diversas bias:
in d’unu, su turmentu de s’amori
e de sa forza, impari a sa furia,
mentras s’edadi mia
tenit prus de mira
avarizia, ricchesa e dognia tira(5).
In dognia parti sua
totu est dolu su mundu;
circaddu beni a fundu,
non tenit allegria.
Prangit su pippiu
si issu non tenit giogus;
sentit s’amanti is ogus
de una giovuna ingrata;
e bramat oru e prata
unu a s’edadi mia.
(Fait po ‘nci bessi’)

SCENA QUARTA
(Concu Peppi e Luisu)

LUISU - Nerit ‘osu', aund’ andàis?
Ma cand’est chi dd’acabais
cun custu pretu?
C. PEPPI - E ddu naras a mimi?
Duncas mi bollis opprimi
o a torrai a pediri,
tui, ingratu Luisu, mi 'olis biri?
Donau t’ happu abbastanza.
Penza chi s’arroganza
chi immoi a mei rendis
ateras bortas dd’ has a intendi’
de fillus tuus a tui.
Penza chi unu babbu è sacru
casi cument' 'e’ Deus.
LUISU - (Interrumpendiddu) No ci happant predicas:
o mi 'onat su chi happu domandau,
e su pretu est acabau,
o chi no gei 'nci hat a penzai custa!
(Accinnat sa mazzocca an ch’est su babbu)
C. PEPPI - No dd' has tentu e non dd' has a teni’ mai.
(‘Nci bessit)

SCENA QUINTA
(Luisu a solu)

LUISU - Comenti? coraggiosu
tanti si 'ollit fai?
No creit forzis chi ostinau
m' hat a incontrai
de 'ndi ddi bolli’ pigai
crabittus e vida?
Comenti podit fai,
a sa citida seu, a dogni ora pensendi
de ddi rendi sa morti;
ma in cust’ idea no tengiu sorti;
seu circhendi a dogni ora
genti malifactora;
ma no tengiu mai sorti in cust’ idea.
Un’homi’ solu chi no tengiat cuscienzia
chi sa mala esistenzia
de issu pozzat truncai,
ma in cust’ idea no tengiu sorti mai.
E si deu e totu ddu fadessi?
Si deu e totu andessi
a sa barracca a s’iscuru
po ddu podi’ bocciri?
No, aici mi podit biri
Giuanni su serbidori;
e cussu est traitori,
e a bidda portat subitu sa nova.
E si inveci una prova ddi fadessi
po ddu coglionai,
si ddi 'onessi dinai
po dd’accappiai solu?
Podit essi’… Est benendi giai.

SCENA SESTA
(Giuanni e Luisu)

GIUANNI - Oh, saludi ziu Luisu.
LUISU - Saludi. (Cumbenit chi dd’ inganni)
(Cun bisura allirga)
Pascendi no fait frius…
GIUANNI - Cittat, is peis mius
funt cument’ 'e niazzu,
luegus andu e mi crazzu.
(A intr’ ‘e sei) Poita hat essi’ presciau?
LUISU - Prus de meda pensau
dd' hiast hai, Giuanni.
Nara ca ses strintu,
si s’asuria t’ hat bintu…
Forzis poita ti 'olis cojai?
GIUANNI - Mancu penzau mai dd’ happu deu.
Tengiu sceti quindixi annus
e bolit chi is ingannus de sa femina
intrit in pitica edadi?
Est pagu caridadi…
(A intr’ ‘e sei) Ma ita poit essi’ mai
chi mi ‘oliat domandai?
LUISU - Forzis su cojai est cosa mala?
GIUANNI - Mancai. Sa femina
bolit essi’ sennora;
Boli’ sa caffetera
buddendi a dogni ora;
si carrigat de fillus;
sunfrit meda su frius;
si bestit de oru e de seda
e ‘ollit po dda mantenni’ dinai meda.
LUISU - Bandas a ‘ndi circai.
GIUANNI - Si fessit a 'nd’ agatai,
tudau de is antigus…
LUISU - Prega is arimigus(6)
GIUANNI - Sa Giustizia ddus crusciat!(7)
LUISU - Ita, ddus timis?
GIUANNI - Una menti pura
‘ndi tenit ribrezzu, no paura.
LUISU - Ebbenis, deu ti 'onu su 'inai
si tui mi bolis aggiudai.
GIUANNI - In ita?
LUISU - Po accappiai a babbai
GIUANNI - Mellus tengia acabu
sa vida chi de passai
depu in su mundu ancora,
innantis de portai dispresceris
e doloris a su meri.
LUISU - No cretas po ddu depiri boci’:
est po ddu fai timi’.
GIUANNI - No! No! No azzettu mai.
Domandit su chi 'olit, atru prexeri,
e coment' a unu meri
deu dd’ happ' aggiudai;
però no domandit chi bengia selvaggiu;
unu simili oltraggiu
non pozzu fai mai.
(‘‘Nci bessit)

SCENA SETTIMA
(Luisu a solu)

LUISU - Mancu Giuanni tenit s’idea mia.
Ita depu fai?
Duncas depu andai
cun su gortedu in manus
po feri’ a babbu miu?
E seu tanti crudeli?
E tengiu cussu coru?
Amori pru’ no tengiu e rispettu po babbu?
(Cumoviu) Tengiat, tengiat acabu custa liti.
Bandit in malora sa ricchesa!
Bastit chi atturit in mei sa puresa.
Ah! e sa prepotenzia chi tenit babbu,
no depit acabai?
E dep’ atturai asutta?
Invanu, invanu affettus mi tentais,
atturai de custu coru serbidoris
e no triunfadoris.
E crepit su coru,
m’abbruscit su mundu,
mi zerrint totus s’infami fillu,
atturit sa terra, s’inferru profundu,
de custu delictu confundiu e atterriu
m’aspettit presoni, galera o impiccu,
ma cambiai no circu
diversu camminu.
(Fait po ‘nci bessiri)

SCENA OTTAVA
(Duus strangius e Luisu)

1° STRANGIU - Nerit, su pastori, po presceri,
calincunu no 'nc' hiat a essi’ in custu logu
chi bollat bendi’ crabas e crabittus?
LUISU - Deu 'ndi bendu mancai 'ndi 'olant medas,
ma a unu solu pattu…
2° STRANGIU - E cali est su cuntrattu?
LUISU - Hiat a essi’… ca tengiu a babbu contrariu:
no bolit a 'ndi 'endi manc’unu…
si m’aggiudant’ a ddu ligai,
finzas a 'ndi stallai is crabittus…
2° STRANGIU - Nosu compraus, ma no fadeus delictus.
LUISU - Ma si trattat solu de ddu ligai…
1° STRANGIU - Nosu de bidda in bidda bestiamini compraus,
ma no de bidda in bidda sa tortura portaus,
e dognia meri est liberu de bendi’ o no donai.
Oh, no! no tanti orribili
idea portaus in menti,
de ligai un homi’ becciu
barbaramenti:
circhissì atrus perfidus,
po ddu podi’ aggiudai.
(Andant)

SCENA NONA
(Luisu a solu)

LUISU - In totus is quattru partis de sa terra
mancai deu circhi a fundu
no agatu una persona solamenti
chi mi pozza’ aggiudai in cust’ idea.
Assumancu bosatrus de s’inferru
umbras abitadoras,
no m’aggiudais po pagus oras?
Ah! ita stupidu chi seu,
invochendi cosas chi no creu,
chi no esistint,
o esistint po trumentu
e no po aggiudai a mei.
E forzis dognia spiritu infernali
tenit in custu mali
de mei prus che de issu e totu orrori.
A bosatrus m’intregu,
essiris infernalis,
chi a su mundu portais
gherras, pestis e malis,
po s’impresa crudeli
chi imoi si raccumandu,
dimonius si domandu
de mi podi’ aggiudai.
(Andat)

SCENA DEÇIMA
(Concu Peppi a solu)

C. PEPPI - O Giuanni… Giuanni…
penzau chi fessit Giuanni…
Aundi hat a essi’?
De diora est ammancau
e non dd' happu biu prus,
candu no seus impari tot’ 'e is duus
mancu mi pozzu bi’,
m’annoiu in custu logu,
e mancu cara a fogu
mi praxit atturai.
Candu deu puru fia in giovunesa
no tenia frimesa,
andaìa de monti in monti,
sempri portendi a innantis
su bestiami’ pascendi
e cun issu bivendi passànt
is oras e is momentus.
Totu cantu, cuntentus e turmentus,
in sa vida happu provau,
a bagadiu, a isposu e a cojau.
Candu fia bagadiu,
s’unicu spassiu miu
fiat sa bella festa de Zuradili,
chi faint is Marrubiesus
in sa cresia innoi accanta.
E cojau mi seu…
e dus fillus solamenti Deus m' hat donau.
Però su primu est troppu mal’ andau,
ca po tenni’ ricchesa
est capassu de fai dognia stranesa.
Dd’ happu donau de is crabas sa metadi,
ma cussu fillu sen’ ‘e bontadi
totus ddas bolit a dognia costu;
e si comenti est coru tostu
cun malas iscusas postu m’ hat in pretu;
ma no dd' hat a teni mai su brofetu
de 'ndi pigai totu su bestiami’
po chi morgia de fami’.
Est fillu ingratu, est fillu traitori
si a su babbu non tenit cudd’ amori
chi depit teni’.
E poita? Poita no dd' happu educau:
truncu de matta mala s’est pesau
e sa curpa est sa mia, no ddu negu,
si cust’anima impura
immoi tanti m’offendit,
poita sa cuscienza no dda ’ntendit.
Homini, idea tenis de ti boli cojai?…
Ebbeni, pensa is fillus de educai;
no bastat chi una femina
pozzat s’homini manteni’,
pensa chi s’umanidadi
meda dannu podit teni’
si a su mali is fillus tuus
megant a s’incamminai.

SCENA UNDEÇIMA
(Concu Peppi e Giuanni)

GIUANNI - Innoi est, su meri? It’ est fadendi?
C. PEPPI - Nienti… noia e frius seu patendi.
GIUANNI - No ddu hat fogu in barracca?
C. PEPPI - Gei 'nd’ hat, ma seu bessiu
po circai a tui.
GIUANNI - E poita?
C. PEPPI - Po nudda, no mi pozzu bi’ solu.
De candu cun Luisu
happu tentu su pretu
no tengiu atru consolu
che chistionai cun tui unu momentu.
Siguru, atru cuntentu
Deus no m’ hat donau.
Ma giai chi Luisu est ingratu
ateru fillu in tui m’hat regalau.
Ah, Giuanni, Giuanni,
fillu istimau,
ca fillu mi ses de su tempus.
La',(8) de Luisu in pratica
no pongiast is esempius,
mira chi cussu est senz’ educazioni,
sempiri avaru e senza cumpassioni.
GIUANNI - Poita mi narat aici?
Creit chi tanti infelici
sia po sighì s'esempiu ‘e ziu Luisu?
Nimancu fatta in bisu
dd' happu simili cosa.
C. PEPPI - Mellus… Ma mi parit
chi in barracca ci sia genti.
GIUANNI - Sissada, ci funt
personas veramenti;
est ziu Luisu e aterus pastoris.
C. PEPPI - Chini hant a essi’ mai!?
Aterus traitoris,
peus de sa razza de cussu vigliaccu.
GIUANNI - Hat a essi’ po bendi is crabas.
C. PEPPI - Maccu est su chi ponit menti a cussu:
'nci perdit su saccu
e cantu portat issu puru.
GIUANNI - Cun ziu Luisu seguru…
Ma parit circhendi a calincunu.
C. PEPPI - Mellus chi no circhit mai a nisciunu
po bendi is crabas.
GIUANNI - Ma funt bendendi…
C. PEPPI - Si Luisu ddu scit giai, ca deu no bendu…

SCENA DUODEÇIMA
(Luisu, Selarginus, Concu Peppi e Giuanni)

LUISU - Alledi,(9) babbu, ca bendu is crabas suas
a custus Selarginus, brava genti.
C. PEPPI - Bendi chi bolis is tuas,
ma de is mias no bendis nienti.
Si tui is crabas mi bendis,
e mi fais cuss’ orrori,
ti denunziu a su pretori
e ti fazzu ammanettai.
It' est custa prepotenzia
chi ti spingit a bendi’
custa mia possidenzia
chi no podis bendi’ mai?
LUISU - Lessintiddu… Lessintiddu craccabiai.(10)
(Concu Peppi e Giuanni bessint)

SCENA DEÇIMUTERZA
(Luisu, Gustinu e is aterus Selarginus)

LUISU - Gei s' ind’ hat a importai…
Pustis iscurigau,
deu si ddas bendu totus,
comenti heus cumbinau.
GUSTINU - Beni, beni. A si bi’.
(Is Selarginus bessint)
LUISU (solu) - Oh, finalmenti s'est fattu unu cuntrattu,
noctesta hat a fini’ dognia discordia;
fortuna assistimì,
inflammamì su coru in cust’ impresa,
scaccia ‘e sa menti mia dognia vilesa,
infundimì in s’animu
unu pagu de forza e de coraggiu…
(Agitau) Però una boxi oscura
mi narat: “Ses crudeli
e no podis abitai cun genti onesta…”
No, no t’ascutu boxi
de sa cuscienzia antiga,
happu firmau sa sentenzia
e no dda pozzu cambiai.

Calat su sipariu - FINI DE S’ACTU PRIMU

ACTU SEGUNDU

(Sa prazzixedda a inantis de sa barraca de Concu Peppi.
In fundu, su planu.
A una parti, sa barraca cun s’intrada chi donat a is quintas.
Sa barraca s’hat a depiri bruxai.
Tempesta, bentu forti, lampus, tronus e aqua a repassadas.
Scurigat a pagu a pagu.)

SCENA PRIMA
(Giuanni a solu)

GIUANNI - O notti de terrori e de spaventu,
o sfogu de tempesta
chi hat a fai noctesta,
cun tanti impetuosu e forti bentu.
Totu su firmamentu
mi parit agitau.
Est intrau su soli in s’orizzonti
e hat ispartu in su monti
e in sa planura vasta
una languida luxi arrubiasta.
Brillat sa striscia de su mari attesu,
prenu de ondeggiamentu
e de rumori insolitu rintronat;
mentras in sa planura, casi in mesu,
splendit Su Sassu che lastra de argentu,
cun sa luxi chi donat.
De nuis mannas arrubias
prenendisì funt is arias
e ammantendisì totu a pagu a pagu.
Giai si notant a palas de unu velu,
tra is mantus,
is primus astrus in su çelu.
No s’intendit, oi, sa preghïera,
maestosa e severa,
a su Creadori insoru, de is pillonis
chi si accuiant totus impari,
in calincuna matta seculari.
Solu custas, agitadas
de fortis bentugliadas,
mandant unu rumori
chi prus chi de prexeri est de terrori;
e trista e addolorada
custa dì umida est tramontada,
casi chi timat
me in sa terra
una terribili gherra iscadenada…

SCENA SEGUNDA
(Giuanni e Concu Peppi)

C. PEPPI - Noctesta est nocti mala:
Calincunu disastru depit suççedi’.
Nant ca Deus cunçedit
de tirai su bentu
po incontrai su turmentu
de un’anima fadendi penitenzia.
GIUANNI - Est superstizioni… Deu,
a custu no ci creu.
C. PEPPI - Ma est giusta credenzia.
Ellu(11) poita s’intendit in su bentu
una boxi de lamentu,
chi impressïonat s’anima rilassada?
GIUANNI - Custu est comenti passat e segat s’aria.
C. PEPPI - Chi ti dd’ hat nau?
GIUANNI - Dd' happu imparau a iscola.
C. PEPPI - In iscola, has nau?
Ita s’imparat, Giuanni,
in sa scola de oi?
Malizia solamenti… atera cosa nienti.
In atrus tempus sì, chi fiat iscola!
No s’ andàt a marolla,
ma si istudiàt cun prus rigori,
e ci fiat prus genti, chi onori
rendiat a su tempiu de Minerva.
Giuanni, has a bi’ su fructu
de sa scola moderna, miserere de nosu!
Candu si nara’ de insegniai sa libertadi,
si liga’ orribilmenti sa giustizia
po iscadenai malizia e corruzioni;
hat a serbiri de istrumentu
po scadenai gherras e delictus
e hat a serbiri a sligai sa femina
de s’accappiu ‘e s’onori,
ca po insegniai su mali
dognia maistu est dottori.
GIUANNI - Sa scola est bella…
C. PEPPI - Si est beni facta.
Ma si est mala, mellus disfacta.
(Bessit)

SCENA TERZA
(Giuanni a solu)

GIUANNI - O misera beccesa!
Candu penzu chi est tantu lareddiada(12)
mi presciu de sa mia giovunesa.
Ma cun s’anima agitada
apustis penzu chi forzis deu puru
happ’ a diventai aici;
e penzendi a custu oscuru tempus
chi depit beni,
mi mancat su coraggiu
de fai beffas a unu chi una dì
happ’ a depi assimbillai.
E puru, is beccius
no nant unu fueddu chi no esprimat
sa giustizia prus santa, poita dd' hant
depiu provai cun s’esperienzia,
comenti unu naviganti
chi hat girau dognia mari,
'ndi conoscit is pregius
e 'nd’ hat provau is insidias,
e cun custa esperienzia
podit contai totu.
(Bessit)

SCENA QUARTA
(Luisu a solu)

LUISU - (Castiendisì in giru, comenti chi siat circhendi calincunu)
No c’est nemus? Aundi hant a essi’?
Dognia minutu mi parit un’annu,
m’hant nau chi ‘oliant parti’ subitu
e no si bint ancora.
Chi calincunu ingannu
bolant tressai?
(Cadebendi a susu)
Forzis no est lompida s’ora,
de innoi a pagu però depint beni’.
E Giuanni, aundi hat a essi’ tirau?
De babbu gei ddu sciu ch’est andau
a Murus, puita dd’ happu pigau
a iscocca(13) cand’ est andau
a s’ateru madau…
Ma Giuanni, aundi hat a essi’?
Bisongiat chi cun issu mi lamenti,
narendiddi chi finalmenti
abbandonu su pretu,
po chi no mi suspettit
autori e disponidori de sa trama
chi megu de tressai
e chi speru noctesta de acabai.

SCENA QUINTA
(Totus, escluius Concu Peppi e Giuanni)

GUSTINU - Bona nocti, goppai, est giai innoi?
CAMILLU - Ita depeus fai?
LUISU - Goppai Biagiu no est approbiau?(14)
GUSTINU - Ita ci fait? Deu creu chi basteus.
LUISU - Teneis coraggiu?
GUSTINU - Gei 'ndi teneus.
LUISU - Depit torrai babbu
in sa ‘ia de Murus.
CAMILLU - Gei dd'heus biu.
LUISU - Ita narais, de andai cun su gorteddu?
CAMILLU - Cittat, no accabit su fueddu.
LUISU - Poita?
CAMILLU - Ca est babbu suu.
GUSTINU - Ma ita est, goppai, su chi si domandat.
LUISU - Chi no accettat s’ indi podit andai.
CAMILLU - Ma no… accettaus,
bastit chi si donit po arregalu
sa metadi de is crabas,
comenti s’ hat promittiu s’atra borta.
LUISU - Una borta chi dd’ happu promittiu,
su chi est promittiu
est comenti chi siat
in manus de bosaterus.
Bandint accanta de sa ‘ia,
gei 'nci happ’ a mandai
a Giuanni puru,
e candu bint s’unu e s’ateru…
GUSTINU - Lessit fai a nosu
ca contaus po dexi.
LUISU - E a pustis, torrant in barracca
po pigai su bestiami’
chi heus cuntrattau, cun pagu ispesa…
Duncas, seus intendius.
GUSTINU - Isti' siguru ca s’ hat agatai
sempiri prontus in cust’impresa,
seus decidius de affrontai,
offendi e aggiudai
su prus chi podeus.
CAMILLU - M' hant a nai chi est debilesa,
però parit chi mi manchit su coru,
e timu, penzendi a cust’orrori.

SCENA SESTA
(Luisu a solu)

LUISU - Su corpu est giai factu!
de innoi a pagu
happ’ a essi’ deu su meri
de casi totus is crabas e crabittus;
finalmenti happu persuadiu
custus Selarginus
chi appustis de unu longu viaggiu
‘ndi funt infertus(15)
a innoi po m’aggiudai.
No atturat chi acabai
s’opera prinçipiada,
mandendi Giuanni a su postu fissau
aundi hat agattai sa morti tramada
cun astuzia e a puntinu.
Però intendu in su coru unu scuntentu
e un’agitazioni chi mi spingit
a mi sfogai in lagrimas.
Coru terribili de bandidu
acaba s’opera, e atùra costanti,
ca has finiu
de essi’ miseniu.

SCENA SETTIMA
(Luisu e Giuanni)

GIUANNI - Beni incontrau, ziu Luisu.
LUISU - Bona nocti. Ita 'olit nai
chi babbu in custa nocti disastrada
non est ancora torrau a sa barracca?
GIUANNI - Est andau de pagu
a un ateru madau;
est certu ch’abbarrat pagu a torrai.
LUISU - Cun custu tempus umidu e tempestosu,
chini podit abarrai tempus meda
attesu de su fogu?
GIUANNI - Deu creu…
LUISU - Meda attesu est custu logu?
GIUANNI - Casi casi mes’ora…
LUISU - Insaras istentat meda…
Chi andessist tui a ddu circai?
GIUANNI - Poita? Ddi ‘olit forzis fueddai?
LUISU - Giuanni, castia, seu una pariga
de annus bivendi in tribulia,
deu seu sempiri prus impuru,
e poi, po una cosa de nienti,
solu ca teneus unu pretu, deu e babbu,
duncas, cun s’aggiudu de Deus,
deu mi ‘olu riconciliai,
bastat chi issu
mi 'olat donai su perdonu.
GIUANNI - Si est aici, andu e dd’avvisu luegu.
Ddi naru chi ziu Luisu
mi mandat a ddu circai…
Ddi pregat grazia
e ddi domandat perdonu
e chi abbandonat dognia pretu.
Si dd' 'olit perdonai.
(A intra de sei:)
Ita gentili avvisu,
ita bella ambasciada,
bandu immoi a portai
cun s’animu esultanti!
(Bessit currendi).

SCENA OTTAVA
(Luisu a solu)

LUISU - Bai felici chi 'olis sa morti,
ca chi non ses assotau meda
no has a scampai
a is gorteddus de is Selarginus
chi funt cuaus in su camminu de Murus;
e aici ti passat su prexu
e acabas sa vida.
Finalmenti seu solu. Cras e totu
bandu de su Pretori
a ddi portai sa sceda de s’orrori
chi happu cumbinau deu e totu;
e nisciunu in su mundu
m’ hat a podi’ suspettai.
Aici, totu su bestiami’,
a pustis dividìu po metadi
cun is Selarginus, abbarrat su miu.
Ma mi parit chi intendu unu passu…
parit genti benendi,
mellus chi mi stesi de innoi…
No, est mellus chi abbarri,
po fai cumprendi
chi ‘olu fueddai a babbu.

SCENA NONA
(Luisu e Concu Peppi)

LUISU - Ma chini est mai? Babbu?
E insaras is Selarginus
no s' indi funt acataus…
C. PEPPI - E ita cosa ca ses innoi, Luisu?
LUISU - De un’ora est chi 'nci seu…
Aundi est passau?
C. PEPPI - A tressu. Ita bolis?
LUISU - Ddi fazzu sci' chi abbandonu su pretu.
C. PEPPI - Beru? no speraia custu cunfortu
a sa beccesa mia…
E puru, e puru hiast a essi’ de cuscienzia…
LUISU - Mah! Ita bolit,
deu reconosciu sa mancanza mia,
seu stettiu inzurpau,
però isperu su perdonu.
C. PEPPI - Cantu deu ti perdonu,
chi ti perdonit Deus;
e fadeus votus chi ti perdonit po sempri.
Unu velu de amori pongiaus
in su chi heus sunfriu
in su tempus passau,
po chi bengia’ scaresciu.
LUISU - (a intr’ ‘e sei)
De innoi a mengianu dd’ has a bi’
chi seu prus amorosu e umanu…
Beh! Babbu, bona nocti.
C. PEPPI - Bai in bonora!
LUISU - (a intr’ ‘e sei, bessendinci)
No hat a crei chi passit
comenti dd' happu nau…
Poita su soli no est ancora bessiu.
In s’homini a dogni ora
‘nci bolit astuzia
e chin’ ‘ndi scit usai
hat a essi’ fortunau.
(‘Nci ‘essit))

SCENA DECIMA
(Concu Peppi a solu)

C. PEPPI - Oh, dulcesa, chi bastat
po cunfortai su restu de sa vida!
Chi’ dd’ hat a crei de binci in d’un’istanti
tanti fieresa? Oh, prexeri! Oh, cuntentu!
(Intrat in sa barracca)

SCENA UNDECIMA
(Giuanni e C. Peppi)

GIUANNI - Non happu timiu mai cument’ ‘e oi.
Fia andendi in cussa bia solitaria,
a s’oru de s’arriu,
cuntentu po izzerriai su meri,
candu happu intendiu
unu zerriu in su coru:
“Firmadì, o Giuanni,
ca ses andendi a sa morti,
torra a coa,
ca est sa salvesa tua!"
Mi frimu e biu attesu attesu
dus hominis mascheraus, appattaus
in s’oru de sa ‘ia.
M’est mancau su coraggiu ‘e andai a innantis
e seu torrau subitu a barracca.
C. PEPPI - Giuanni, aundi fusti?
GIUANNI - A ddu circai.
C. PEPPI - Ita cosa?
GIUANNI - No dd' hat nau nudda, ziu Luisu?
C. PEPPI - Ei(16), gei m’hat chistionau:
est po cussu su cuntentu e su prexu,
no po s’essi’ umiliau,
ma ca est istettiu de cuscienzia.
GIUANNI - Deu puru seu stettiu cuntentu.
Ddu scit ca po su presciu chi happu tentu
seu andau subitu a ddu zerriai?
C. PEPPI - (pensosu)
E chi Luisu mi ‘olessit coglionai?
GIUANNI - No creu scippiat fingi aici beni.
C. PEPPI - Eh, Giuanni, su malu scit fingi
prus de cussu chi creis.
Hiat a boli’ Deus chi mi sbagli…
però cussa furriada improvvisa
mi parit un’impostura…
dda creu studiada a posta.
GIUANNI - E candu mai hiat a essi’!
Ddi parit possibili chi in d'un’istanti
pozzat tessiri tramas aici mannas?
C. PEPPI - Est inguni su sbagliu tuu,
unu malu candu chistionat
podit essi’ ingannendi
cun su suu pensamentu.
GIUANNI - A mei mi parit troppu…
e, poi, po cali motivu?
C. PEPPI - Su scopu podit essi’
po ddu tenni’ fidau…
O chi no, po mi coglionai,
pighendimì a is bonas…
Eh! Giuanni, tui no conoscis sa genti.
Is traitoris ti faint
su bellu bellu ananti
ma intanti, a palas,
ti ‘onant sa stoccada.
Una persona onesta benit ingannada
de unu malvagiu senz' 'e s' ind' acatai.

SCENA DUODECIMA
(C. Peppi, Giuanni, Luisu e is Selarginus)
(Is Selarginus intrant: Biagiu afferrat Giuanni e is aterus afferrant Concu Peppi)

C. PEPPI - Ita ‘oleis de mei?
GIUANNI - Nostra sennora mia de Zuradili!
GUSTINU - Boleus a si citi’.
GIUANNI - Lessimì andai!…
BIAGIU - Cussu no t’hat a suççedi.
GIUANNI - Agitoriu!… Agitoriu!…
BIAGIU - Ma dd' 'olis acabai,
ca no ti fadeus nudda!
(Giuanni si sciollit e tentat de si fuiri)

SCENA DECIMUTERZA
(Luisu, C. Peppi, Giuanni e Biagiu)

LUISU - (Impedendi a Giuanni de passai)
Firma! Aundi ses andendi?
(Dd’afferrat)
C. PEPPI - Luisu, aggiudu, aggiudu,
megant de mi ‘occi’!
(Biendi Luisu chi accappiat Giuanni)
Sonnu o beridadi
est custu chi megu de biri?
O Deus miu, duncas, o Luisu,
ses tui su traitori de babbu tuu e totu?
De chini dd' has imparau?
Ita t’happu fattu?
Est beru, su chi tenit culpa seu deu,
ca t’happu postu in su mundu.
LUISU - Est mellus chi mi cita.
GIUANNI - Ziu Luisu, ita dd’ happu fattu?
Cand’est chi dd’ happ’ offendiu?
E poita mi 'olit accappiai?
LUISU - Custu ti dd’ hat a nai su gorteddu
e cun custu dd’has a bi’!
(Fait su gestu de ddu pungi a gorteddu)
BIAGIU - Firmit, no seus benius po bocci’.
(Ddi frimat su brazzu)
C. PEPPI - Nara, ita ‘olis fai?
Tenis cussu barbaru coraggiu
e cussa ingrata malvagidadi?
No intendis sa tempesta
chi ponit ispaventu in dogni' anima,
mancai siat dannada?
Bis, finzas sa luna s’est cuada
asegus de is nuis. Finzas issa
parit chi tengiat disgustu
de s’orrori chi ses fendi,
homini ambiziosu
e senza de alcuna cumpassioni.
Cal’ est s’idea tua, in custu momentu?
De mi bi’ agonizzanti
asutta de cussu gorteddu
chi portas in manus?
Le’, bis su pettus,
aundi ddu est su coru
chi t’hat donau sa vida?
Le’, trapassaddu puru,
chi ‘olis, ca su dannu
est prus su tuu chi su miu,
poita sa vida chi ‘ndi pigas a mimi
est pagu, ma prus longa
est sa vida chi ndi pigas a tui e totu.
Has andai, scellerau, in custa terra
cun su coru crudeli sempiri in tumultu,
si puru sa terra
t’ hat a sustenni, fillu
senza de umanidadi!
Bai puru, cument’ ‘e una bestia
feroci e affamada
de buscu in buscu,
ma no has a biri mai
una dì serena in totu vida tua.
Has essi’ oggettu de ribrezzu
po totu su mundu,
disprezzau de sa genti
chi has a essi’ obbligau
a bi’ e a timi’…
(Ddu pigant e ddu portant accappiau impari cun Giuanni
a intru de sa barracca)

SCENA DECIMUQUARTA
(Luisu, Gustinu, Biagiu e Camillu)

LUISU - E immoi, ita faeus?
Est mellus chi ddus abbrusceus,
aici no dd’ hant a sci' mancu is pedras.
GUSTINU - Sì, sì, gei si dd’appuntu deu su fogu
e poi si fueus attesu.
LUISU - Mi raccumandu, istadei attentus
a usai meda precauzioni.
BIAGIU - (Bessendinci cun Camillu)
E beni, po is crabittus, andaus?
LUISU - Immoi andaus a ddus istallai
(Si ‘nci stesiant, atturat sceti Gustinu
chi appuntat fogu a sa barracca)

SCENA DECIMUQUINTA
(Giuanni e Luisu)

GIUANNI - (Mentras sa barracca bruxat)
- Nostra sennora ‘e Zuradili!
(Bessendinci de sa barracca)
Deus miu!… Mi seu scappiau!…
(Si fuit)
LUISU - (Intrendi de s’atera parti)
Agitoriu, cumpangius,
chi si salva Giuanni, su mortu seu deu.
Andaus ca ddu sigheus e ddu faeus arrogus!
(Ddi tirat una perda, pusti ddi currit avatu)

Calat su sipariu - FINI DE SU ACTU SEGUNDU

ACTU TERZU

(In su madau de is Marrubiesus, s’internu
de una barracca cun s’ ‘enna de fiancu,
in mesu su foghili allutu, e duas lantias a ollu po fai luxi)

SCENA PRIMA
(1° pastori e Bissenti)

1° PASTORI - Est beru chi su bestiami’
in custu tempus frutta pagu e nudda,
mentras si est conotu tempus
chi is brebeis si mulliant duas bortas sa dì?
BISSENTI - Ma fiant aterus tempus.
Insaras no si bidiat
tant’ asuria, comment’ ‘e oi;
e si unu pellegrinu
si presentàt a unu medau
s' ind’ andàt riconoscenti
ca no ddi mancaiat
su sollievu e su cunfortu.
Ddu faiant sei, ddu nudriànt
cun latti de craba o de brebei,
arrescottu, calladeddu e pisceddas de casu.
1° PASTORI - E mancai crabittus…
BISSENTI - Crei puru, ca s' ind’ andàt cuntentu
mancai fessit famiu. Ma si oi
domandat unu pagu de alimentu
ddi ‘onant appena appena ‘e soru,
comenti chi siat unu cani,
e ddu castiant asutt’ 'e ogu
comenti chi siat unu bandidu.
1° PASTORI - Est propriu po cust’ asuria
chi Deus no s’aggiudat.
BISSENTI - Anzis, est finzas troppu bonu
chi si ‘onat custu pagu chi teneus
e no si castigat po is operas malas.
1° PASTORI - Si dd' heus furriau is palas,
it’ est su chi pretendeus de Issu?
BISSENTI - Comenti est fradi miu…
1° PASTORI - Chi est fradi suu?
BISSENTI - Cussu est senz' 'e piedadi…
Cun babbu funt in liti.
1° PASTORI - Forzis ddi mancat
su chi portaus assut' 'e sa berrita.
BISSENTI - Certamenti, si no no si podiat
ispiegai tanti odiu e ambizioni.
1° PASTORI - E su motivu?
BISSENTI - E chi cumprendit de Luisu alguna cosa?
Parit chi siat po factu de bestiami’.
Ma pagu m' ind’ interessu,
in totu custu avolotu, deu penzu a is factus mius.
1° PASTORI - Est s’unica cosa.
BISSENTI - Eppuru mi dispraxit
po babbu, pober’ homini,
chi a sa beccesa
tengat tant’ afflizioni
e pustis de su fillu suu e totu.
1° PASTORI - Certu in vida mia
mai happu conotu
una simili cosa.
BISSENTI - Po mei est dolori.
1° PASTORI - Poita no fai’ manera
de ddus appasciai
s’unu cun s’ateru?
BISSENTI - Nimancu a 'nci pensai,
no ‘ndi 'ollu intendi’.
Si comenti seu deu su piticu,
no mi 'olit ascurtai.
S’arrangit. Dogniunu
pensat po is factus suus.

SCENA SEGUNDA
(Bissenti, 1° pastori e 2° pastori)

2° PASTORI - Est una noctixedda chi 'ndi cabat…
In foras c’est una tempesta ‘e inferru,
e de su bentu
no si podit abarrai mancu strantasciu.
BISSENTI - Est su bintitres de friasciu
e no c’est de si spantai.
2° PASTORI - Gei ti fait accostai a su fogu
e murigai su cinixu…
1° PASTORI - Arrogu prus linna immoi
chi no seidu in s’istadi.(17)
2° PASTORI - Ma it’ est chi seis faendi?
BISSENTI - No ddu bis?… Chistionendi e callentendisì.
2° PASTORI - Ei, gei megu a ddu bi’,
cun sa corcoriga accanta…
'Ndi ddi succiais de basca a cussa pobera!
1° PASTORI - E ita ‘olis fai?
Candu no teneus
atera cosa ‘e attendi’…
BISSENTI - A tui, no t' hiat andai,
imoi, su binu?
1° PASTORI - Dd’ hat a noxi su fragu 'e magasinu.(18)
BISSENTI - E scis buffai tui puru?
2° PASTORI - Cun custu frius sciu buffai unu pagheddu.
1° PASTORI - Però ddi ‘ettas unu versu:
sciu ca ses poeta.
BISSENTI - Certu, hiat a essi’ unu sfregiu
giai chi scis accrosai(19)
calincunu versu.
2° PASTORI - Curzus… o longus… ddus 'oleis?
1° PASTORI - Mancai…
2° PASTORI - (S’ allisat is mustazzus, si ponit
a facci de su publicu e, arziendi sa corcoriga
declamat:)
Salve, gentili dea
de Baccu amiga.
Salve, ti naru, cun totu su coru,
felici corcoriga.
De s’homini tesoru in dognia edadi,
Diletta dea maestosissima e perfetta.
Salve, ti naru, amabili regina,
de su frius vera energica mexina.
Ristoranti de tot’ is affligius,
vera coloranti
de is massiddas(20) de su giovunu tuu amanti.
No ses tui chi grazia e intelligenzia,
in s’estru giai studiau de sa poesia,
bogas cun sa violenzia
versus dignus de s’umana fantasia?
De is homini e feminas benedicta,
no ses tui chi infundis
su fogu e su coraggiu.
finzas in su becciu addolorau?
Chi fervidu raggiu
asuba de unu frori giai pudriau
ddu cunfortas, dd’avvivas,
ddi rendis paraulas giulivas?
Salve, ti naru, chi fra tantis e tantis,
d’unu forzis tuu indignu ammiradori
tra is verus amantis
chi de ammirai a tui tenit onori,
hant viva decisa,
hant socievoli e scherzosa.
No est umilmenti po t’ammirai
chi custus in sa prazza,
o in s’istrada usant a si corcai,
forma de ammirazioni riservada,
(de) cussus ammiradoris.
Reina de is verus buffadoris,
sorri 'e sa caffettera,
immortali chi tui issa puru,
luxit totu sa dì intera, in su fogu
sezzit e no s’abbrusciat,
martiri gloriosa.
Po amori de sa genti a issa amorosa
salvit, candu in sa crobi collocada
bandas a s’osteria in processioni,
a sa genti occultada
che oggettu de profunda ammirazioni.
Salve, amiga, e intanti
chi unu affettuosu amanti,
unu basu ti rendu cun affettu;
ma tui, prus generosa,
ravvivas in mei
s’amori e su dilettu.
E bivat sa delizia
in mesu ‘e custa tenera amicizia!
(Buffat).
1° PASTORI - Bravu! No parit berus…
BISSENTI -  Ses dignu chi totu su mundu
t’apprezzit…
2° PASTORI - Tanti m’arroscit
coment’ ‘e certus poeteddus de cibudda,
chi si no ddi si nàrant “citididda”
abàrrant cantendi
po cantu portant
suidu in corpus.
Si bantant meda, ma no nant nudda;
cun custus, su mundu
non s’ hat a innalzai meda,
ca no tenint nisciunu fundamentu.
(‘Nci bessit).

SCENA TERZA
(1° pastori e Bissenti)

1° PASTORI - Bis? Gei est pagu maccu, Cicciu!
BISSENTI - Eppuru, a mei prascit cussa genti
chi est sempri spassiosa,
mancai in domu no tengiat milïonis.
1° PASTORI - Ita ti creis? 'nci funt personas
chi mancai prus arricas de nosus,
chi pasceus bestiamini,
ìstant peus, cun s’asuria chi tenint,
bivint timendi e penzamentosas;
nosu in veci no timeus nudda
ca no teneus nienti de perdi’.
BISSENTI - Nosu puru, candu torraus a domu,
s’incontraus cun d’unu tallu ‘e fillus
chi domandat pani e bestimentu;
e s’incontraus cun d’una mulleri
sempri prangendi e disisperada,
ca no podit andai
a inantis in sa vida,
ca su sudori chi spraxeus no incontrat
cussa recumpensa chi si meritàt…
No cretas chi si bessat
sa gana de baddai e de cantai…
Ma parit chi siat prus cuntentu
su chi est prenu de ricchesa
e tenit dognia delizia in domu sua
e no pensat a s’incras.
1° PASTORI - Gei podit essi’ berus. Ma intantu
nosu puru mancai in sa miseria
no si mancat su necessariu, ca Deus
aggiudat su chi tenit
sa cuscienzia tranquilla.
BISSENTI - Eh, fradi caru, seus in d’unu mari
tempestosu e prenu de insidias
e guai chi a nos’ si mancat
unu pagu de luxi,
ca fineus po isbatti
in calincunu iscogliu
(Partit)

SCENA QUARTA
(1° pastori)

1° PASTORI - Ah! in sa vida est impossibili
una ugualianza perfetta,
poita funtis variabilis
is facultadis e is forzas
de is hominis
e, prus de totu, is cuscienzias;
e si andaus a circai
paxi e fraternidadi,
incontraus sceti asuria
chi produsit odius e vendettas.
Ma comenti passat sa vida
sparessit ricchesa, onori e fama.

SCENA QUINTA
(1° pastori e pastoreddu)

PASTOREDDU - A fiu de sa barracca ‘e Peppi Pala
funt fendi carboni.
1° PASTORI - E oramala! no sciu it' hant a fai
cun custu bentu…
PASTOREDDU - Castit… castit… a fiu de su 'idu miu,
no bit cussa luxi e cussu fumu,
cussas linguas de fogu
movias de su bentu?
Castit… sa fraria est arribada
finzas a innoi…
No est fogu mannu?
Funt fendi carboni,
deu no mi sbagliu.
1° PASTORI - Hat a essi’ calincunu friarosu
chi si ‘olit callentai.
PASTOREDDU - E fait totu cussu fogu?
Arrazza de ispassiu…
1° PASTORI - Lé, lé! chi has a essi’ sidiu…
(Dd’apporrit sa corcoriga)
PASTOREDDU - (pighendidda)
Siast beni beniu,
piricciolu stimau,
beni a su coru miu,
ca gei fusti aspettau.
(Buffat)

SCENA SESTA
(2° pastori, pastoreddu, 1° pastori, Giuanni)

2° PASTORI - Eh… tui inc’ hiast a ingùrti’
s’acqua ‘e sa gora puru,
chi fessit binu!
Balla! custu est troppu!
Aici buffas a iscusi?…
(‘Ndi ddi liat sa corcoriga)
PASTOREDDU - E no fia faci a luxi?
2° PASTORI - Ma fiast a iscusi miu.
PASTOREDDU - ‘Orta(21) chi no dd’ happu biu.
2° PASTORI - Castias!… Bah, buffaus!
1° PASTORI e PASTOREDDU - Biva!
2° PASTORI - (Pustis de hai buffau)
Oh, celesti diva,
po cantu ti biu
de su coru miu
no t’happu a staccai,
ca tui m’avvisas
chi seu sidiu,
e si seu affligiu,
m’ has a consolai.
GIUANNI (De foras) - Aggiudu… Aggiudu…
1° PASTORI - Citu, mi parit
de hai intendidu genti
zerriendi aggiudu.
PASTOREDDU - Hat a essi’ calincunu
arresciu in sa cora.

SCENA SETTIMA
(Giuanni, 1° pastori, pastoreddu, 2° pastori)

GIUANNI - Agitoriu!… Agitoriu!… megant de mi 'occi’!…
(Intrat e ‘nci arruit a terra)
1° PASTORI e PASTOREDDU - E ita cosa, ita cosa?
2° PASTORI - No timas… calmadì…
fuedda… ita est suççediu?
GIUANNI - M’hat curtu Luisu Pala. (S’isvenit)
1°, 2° PASTORI e PASTOREDDU - (Corcant
Giuanni in sa stoja e ddi strichiddant aqua)
2° PASTORI - Ita hat a essi’ suççediu?
1° PASTORI - Luisu ddu depit hai currullau
e i cussu dd' hat timiu.
2° PASTORI - Hum! Mi parit unu factu prus seriu.
GIUANNI (Torrendi in sei) - Ohia… aundi seu?
1° PASTORI - No timas, ses cun is Marrubiesus.
2° PASTORI - E ci seu deu puru.
1° PASTORI - Nara luegu su motivu
de tant’ azzichidu ….
GIUANNI - Luisu hat mortu su babbu
e ‘olit bocci’ a mei puru.

SCENA OTTAVA
(Bissenti, 1° pastori, Giuanni, 2° pastori)

BISSENTI (Intrendi) - It’ est chi hat nau, Giuanni?
Luisu hat mortu a babbu?
1° PASTORI - Istai tranquillu ca innoi ses a siguru.
BISSENTI - It’ orrori chi è suççediu!… (Prangit)
Comenti dd' hat mortu?…
Bella consolazioni
hat tentu de su fillu…
GIUANNI - Mi parit totu unu bisu…
Fiaus in sa barracca
po si poni a cenai,
chistionendi tranquillamenti,
candu si seus intendius
afferrai de tres hominis.
Però deu prus lestu de su meri
m' indi seu liberau
e mi seu scappau a fui.
Ziu Luisu m'hat afferrau improvvisamenti…
M’ afferrat e m’ accapiat a istrintu
a intru 'e sa barracca
e pustis hat appuntau su fogu…
Su fogu est scappau a teni’ subitu.
Fia cumenzendi arrustì,
po su fumu no podia bi’
duus passus a inantis
e fiat manchendimì su respiru…
Castiu in giru e biu a ziu Peppi
accappiau prus in fundu
acabendi de morri.
Su bi’ aici, coment’e cuaddu
furiosu, trottoscendimì,
seu arrenesciu a mi scappiai
e no happu penzau chi a mi fui’.
No hia factu mancu duus passus
chi m’hat avètiu ziu Luisu.
Deu cun meda lestresa
seu scappau a curri’,
furriendimì factu factu
aundi fiat su fogu tenendi.
Ziu Luisu fiat sempri
currendimì avatu,
dd’ intendìa is passus…
ripitu, mi parit unu bisu
su m’essi’ salvau.
M’hat tirau una perda,
però no m’hat fertu,
mi 'oliat mortu in cali si siat modu,
poita deu
conoscia su factu e issu timiat.
Po cussu, deu,
cun s’idea de mi boli’ salvai
e issu de mi bi’ mortu,
curriaus che cuaddus
senz' 'e briglia e senz’ 'e frenu.
Intendia ch’ infuriau
pungiat a gorteddu
is truncus de is mattas
e intendia sa boxi
po finzas a candu,
a pagu distanzia de innoi,
no happu intendiu prus nudda,
né passus, né boxi.
BISSENTI - Poberu babbu miu,
Ita morti hat hai factu…
(Agitendisì). Ah, Luisu, disgraziau,
de cali mancia
ti ses isporcau sa cuscienzia.
Est possibili mai chi su Creadori
ti lessit ancora in su mundu?
Est possibili mai chi sa terra
ti sustengiat?
Ah, tui m’ has postu in su coru
odiu e vendetta! Animu vili!
Aundi est su gorteddu o sa scupetta?
Dd’assassinu, ddu sparu, depu
vendicai sa memoria de babbu…
1° PASTORI - Bissenti, calmadì. Pensa
chi no toccat a tui a bocci’.
E poi, seis de su propriu sanguni.
BISSENTI - No! No pozzu essi’ fradi
de unu parricida.
1° PASTORI - Ma ita bolis fai?
Bolis tui aumentai
delictu a su delictu?
BISSENTI - Ma est troppu!
Portu presenti in coru
s’immagini de babbu
chi stimu. E benis,
contras a fradi miu
no happ’ arziai sa manu,
ma po cussu assassinu
'nc’ hat a penzai su Xelu.
2° PASTORI - Su chi depeus fai
est cras a denunziai
su factu a su Pretori,
e su doveri nostu est cumpriu.
BISSENTI - Timu chi ddu cundannit a s’impiccu.
2° PASTORI - Si dd’ hat beni meritau,
ca po diventai arriccu
no hat esitau de bocci’ a su babbu…
Disumanu!
BISSENTI - Depit essi’ accusau, ma ci ‘olit
meda attenzïoni.
1° PASTORI - Poita?
BISSENTI - Sigumenti Giuanni est innoi,
Luisu forzis benit a ddu sci’
e insaras 'nci passat
no solu Giuanni,
ma nosu puru.
1° PASTORI - A cussu ses pensendi?…
Scis ita faeus?
Po noctesta dormeus
cun su fusili accanta,
unu fait sa guardia
e candu hat a essi’ stancu
un’ateru ddi donat su cambiu.
Tanti gei seus medas, seus quattru,
senz’ ‘e contai Giuanni.
2° PASTORI - Sì, sì, faeus aici.
Deu gei seu prontu a dd’ arrici’,
si si presentat innoi, cussu malvagiu.
1° PASTORI - Giuanni, fai coraggiu,
ca cras a chizzisceddu andaus a Uras.
GIUANNI - Immoi no timu prus.
BISSENTI - No tengias cumpassioni;
a su Pretori naraddi
sa giusta beridadi. Giuanni,
de cussu miserabili,
no tengiast timori,
ma nara totu su chi has biu e intendiu.
Castia, ca chi si salvat
cussu, tui ses un homini finiu.
Depit timì, s’ infami,
a intendi sa sentenzia
chi ddi torrat su cambiu
de su delictu cumpriu
contra su propriu sanguni.

Calat su sipariu - FINI DE S’ACTU TERZU

 

ACTU QUARTU - PARTI PRIMA

(Aposentu de magasinu chi arribat finzas a metadi de su palcu, in modu chi siat facili cambiai sa scena po sa segunda parti; ventana in fundu, mesa e cadiras, carrafina e tassas)

SCENA PRIMA
(Gustinu, Camillu e Biagiu, is tres de Selargius)
(Setzius a una mesa grussa, una buttiglia
sbuida e duas tassas prenas de binu)

GUSTINU - Impossibili, o Camillu, su chi pensas
no podit suççedi’ mai.
E bolis tui chi unu pastoreddu
chi appenas iscit fueddai
si presentit a su pretori,
chi est su primu sennori
po imponenzia e autoridadi
chi 'nci siat in d’una bidda…
Tui portas sa menti agitada
e sa cuscienzia in tumultu
po su chi est suççediu noctesta,
e custu ti fai bi’
totus is cosas a traversu,
totu su chi ti cumparit innantis
parit chi t’imputit su delictu.
CAMILLU - Mai finzas a oi, sa cuscienzia mia
est istada sporcada. Podit essi’
chi mi sbagli, però happu biu
Giuanni in cumpangia
de atrus duus pastoris.
BIAGIU - Ma ses siguru?
CAMILLU - Ateru chi seu siguru!
Dd' happu biu deu, passendi
innoi accanta, in su stradoni,
e hat a essi’ apposta o po cumbinazioni,
s’est furriau faci a custa ventana,
e forzis s’hat conotu…
GUSTINU - Tui timis s’umbra tua e totu.
Cun d’unu cument’ ‘e tui,
totus ‘nci arruint
ind’ una occasioni simili.
Ammittu chi Giuanni sia passau,
ammittu chi endit puru a su pretori,
ma primu depint arrestai
su promotori ‘e su delictu, e pustis
hant a pensai a nosu.
Poi, bis comenti ses pippiu?
E’ mai possibili
chi de foras si conosciat
una persona in d’una stanza
innui ci siat pagu luxi,
comenti est custa?
E tui naras chi Giuanni t’hat conotu?
BIAGIU - Camillu no timast,
boganci cust’ idea macca de conca.
Po parti mia, su logu prus seguru
est innoi e totu.
GUSTINU - S’unicu est a s’atturai
innoi buffendi.
Deu, po parti mia,
gei m’happ’ a difendi’,
si fessit de suççedi’ calincuna cosa.
E tui Biagiu?
BIAGIU - Deu seu totu coraggiu.
Bis cussa ventana pronta?
GUSTINU - E benis?
BIAGIU - Unu sartidu e seu in sa strada…
GUSTINU - Sì! est beni pensada,
bastat chi no ddui siat calincunu
prontu a ti cassai.
Ma ita tiaulu pensaus nosaterus?
no seus buffendi?
(Buffant)
BIAGIU - Oh, s’osteriargiu!
OSTERIARGIU (respondit de foras:) - Luegu!
CAMILLU - A mei no m' indi bessit de conca:
dd' happu conotu a sa fisionomia.
GUSTINU - E tui torras a su propriu logu…
E chi ti citiast!
CAMILLU - Finzas a chi tui puru
no dd’ has a smitti’,
deu no mi citu.
GUSTINU - Deu gei dda smittu,
ma tui citudidda.
(Chistionendi a s’osteriargiu)
Portissiddu, atru binu.
BIAGIU - Ita naras, Gustinu,
heus factu unu bellu acquistu?
Certu, costau s’est costau. Però…
(Intrat s’osteriargiu cun su binu)
CAMILLU - Deu si lassu,
ca custu passatempus m’est de noia.
Timu, timu ca portu
sempri presenti
in sa memoria
s’immagini de Giuanni,
de su delictu.
Abbandonu bosaterus,
sa genti e sa famiglia.
GUSTINU - Ma, tui, ita ses,
tocchendidì a conca?…
CAMILLU - Inutilmenti mi tentais, e invanu
mostrais de essi’ allirgus.
Bosatrus puru asutta
de cussa allirghia finta
portais umbra 'e timori.
In faci e totu si bit s’anima
de osatrus puru,
niedda cument’ 'e s’orbaci.
Adiosu! Mi 'nd' andu in sa foresta,
m’abbrazzu custa sorti trista,
po curpa mia e totu,
prima chi mi conòsciant e mi portint
a sonu ‘e corru e trumbas a s’impiccu,
logu infami ‘e giustizia.
Adiosu genti! Festas! Amigus!
Totu m’est’odïosu,
totus mi odiant,
totu est po mei funestu,
genti, amigus, benis e famiglia,
totu m’est amaru.
Adiosu, adiosu, mundu!
(‘Nci ‘essit currendi).

SCENA SEGUNDA
(Biagiu e Gustinu)

BIAGIU - Oh, Camillu, Camillu!
GUSTINU - Lassadd’ andai. Cand’ est attesu parit
chi m' indi sia liberau de unu fessu.
BIAGIU - Però! It’ arrazz' 'e genti…
GUSTINU - Genti vili, ignoranti e timorosa:
dognia sonu
ddis parit unu tronu.
Ita ‘olis fai?
Mellus chi s' indi ‘andit attesu,
primu chi si cumpromittat
cun cussa timoria.
Po parti nostra,
scis ita happu pensau?
A su merì parteus,
passaus foras de is biddas,
po no incontrai calincunu
chi si pozzat conosci,
e pusticras de siguru
seus in logu nostru. Però parit
chi siat benendi genti… Citididda.

SCENA TERZA
(Biagiu, Gustinu e unu brigaderi de is carabineris
cobertu de unu saccu nieddu)

BRIGADERI - (Eccu, ci funt ancora, duncas)
Mi parit ca seis selarginus,
si no m’ingannu,
benius po circai bestiamini…
GUSTINU - (Mancai abarrit una scida pregontendi
no ddi naraus chi seus)
Mi disprascit però s’est isbagliau.
No seus de Selargius e nimancu
de is biddas accanta.
Nos seus de sa Trexenta.
BIAGIU - (Ei, amigu, tressadd’ aici).
BRIGADERI - Bolemu unu presceri,
chi fessit a modu:
deu tengiu unu tallu
bellu de crabittus
chi parint vitellus. Però occannu
happu cumbinau unu cuntrattu
e dd’ happu sbagliada, e immoi
m' indi ddus ‘olint sequestrai.
Duncas ddus bolemu furriai
in dinai contanti…
Ma insandus, fusteti,
no est Agostinu Olla,
comenti m' hant indicau?.
GUSTINU - (E ddui torrat!… Sì, luegu si ddu nau.).
Nossi, est un’ingannu,
mi na(r)ant Srabadori, e cussu
est su zeraccu miu,
seus pascendi
accant’ ‘e Santa Suja.
BRIGADERI - Ita? Brullendi est? Si deu
ddus happu fueddaus ateras bortas,
e deu tengiu sa menti beni sigura;
mi parit de ddus essi’ bius pascendi
cun procus furaus
me is montis de Marrubiu.
BIAGIU - No est possibili,
seus cinc’ annus senz' 'e ddui passai.
BRIGADERI - Poburu de mei,
dd' hemu a crei cras
de m' indi sequestrai su bestiami’.
Ddu donamu mancai essit
a metadi de prezziu, si agatamu
sa cumbinazioni.
E no agatu una persona chi tengiat
piedadi de mei, miseru e isfortunau.
BIAGIU - Leit, buffit una tassa de binu,
ca forzis ddus pigaus nosus…
Ita naras Gust… Srabadori?
GUSTINU - Torrit cras a mengianu, ch’ istallaus.
BIAGIU - Fezzat su bollettinu.
BRIGADERI - Po cussu mi serbit su nomini.
BIAGIU - Issu, Gustinu Olla, e deu, Biagiu Milia.

SCENA QUARTA
(Is proprius de sa scena de prima, in prus 1°
e 2° carabineri e Giuanni)

BRIGADERI - (Fait unu sùrbiu
e ‘nci scavulat su saccu nieddu chi ddu
coberriat: intrant duus carabineris;
pustis, cun sa pistola in sa manu, cumandat:)
Firmai! Chi nisciunu si movat!
Si dichiaru in arrestu.
Poneiddis is manettas!
(Pustis, girendisì a Giuanni
chi est intrau avatu de is duus carabineris)
Funt custus, o bonu giovuneddu,
is malfattoris ch' impari a Luisu Pala,
noctesta passada,
hant postu fogu a su madau
cun d’unu homini aintru?
GIUANNI - Sissi, ma 'nci 'ndi mancat unu.
GUSTINU - Faula! Nisciunu de nosu
hat committiu delictu…
e a tui no ti conosceus.
BRIGADERI - Citu! No aumenteis
sa pena iscusendisì…
Narai prus a prestu:
Luisu e s’ateru aundi funt tiraus?
BIAGIU - De parti mia no 'ndi sciu,
no happu conotu Luisu Pala,
e no happu biu aterus.
BRIGADERI - Beni, beni!
Sa beridadi dd' heis a nai cumpleta
in tribunali ananti 'e is testimongius.
Po immoi portainceddus a presoni.
(Girendisì de nou a Giuanni:)
E tui beni cun nosu
po s’interrogatoriu.
BIAGIU - Felici Camillu, ca no provat
custu sfregiu chi depu passai deu.

Calat su sipariu mentras ‘nci ‘essint
FINI DE SA PRIMA PARTI DE S’ACTU QUARTU

ACTU QUARTU - PARTI SEGUNDA

(Su scenariu rappresentat una altura in fundu de su planu)

SCENA QUINTA
(Luisu)

LUISU (disisperau) - Est inutili, seu perdiu.
Mi dd’ happu meritau.
Giuanni s' inc’ est fuiu e oramai
no arrenesciu prus a ddu cassai,
mancai mi pongia de nou in circa.
Forzis hat a essi’ giai andau a fai
sa denunzia a su pretori e funt giai
circhendimì is carabineris,
de tuppa in tuppa…
Chi mi cassant e mi ponint
in manus a sa giustizia
ita 'nd’ hat a essi’ de mei?
Certamenti
mi cundannant a s’impiccu
e iscontu
su macchiori miu.
It’ happu factu!?
Su prus malu,
su prus vili delictu…
E ancora sa terra
mi mantenit asuba sua?
e no s’oberrit s’inferru
po mi ‘nc’ ingurti’ biu e bonu?
Cantu est trista sa vida
de unu malafattori,
chi po unu piticu arrestu de benis
tenit su dimoniu in sa cuscïenzia!
Cantu est tristu bivi’ in sa terra
cun s’anima scunvolgida.
(Inchietendisì)
Est tempus de dda finì:
su sanguni de babbu
'olit su sanguni miu.
In fundu ‘e cussa valli,
in s’oru ‘e cuss’arriu,
accanta de cussas mattas de ìscibi,
c’est una rocca chi calat a prumu:
de cussa happ’ a fai sa tumba mia…
e mancu mi dd’ happu meritada.
Maledictus montis e planuras,
chi solu de rimorsu
m’ heis carrigau su coru.
Maledictu infami Campidanu,
chi m’ has postu in s’animu
su famini de s’oru,
ti naru addiu e t’abbandonu,
malediscendidì.

SCENA SESTA
(Giuanni, brigaderi e 1° carabineri)

GIUANNI - Eccu, de custu puntu
s’osservat totu sa valli
e bona parti de sa planura.
BRIGADERI - Osservendi de innoi attentamenti
chi ddu scit chi no pozzaus finalmenti
cassai custu Luisu?
1° CARABINERI - Deu tengiu s’idea
ch’ issu siat girendi
ancora in custu logu.
BRIGADERI - Benei, benei! Sezzeisì e osservai
chi ddu podeis biri passendi.
(A Giuanni) Tui gei ddu conoscis de attesu?
GIUANNI - Mancai siat in mesu
de ateras milli personas.
BRIGADERI - Mellus aici! Insandus
ti ponis innoi,
ca parit su logu prus adactu,
e attenzioni a no ddu lassai
torrai a fui’.
1° CARABINERI - Uhm! Balla, chi intrat in manus nostas
hat a essi’ difficili chi si dda scampit,
aundi si 'olat chi siat.
BRIGADERI - Happu penzau una cosa e podit essi’
chi nos arrenesciat…
Tui, Giuanni, ti ponis innoi in vista…
Chi ddu scit chi 'opai bandidu
no bengiat a t’ acciappai?
Nos’ si cuaus innoi,
accant' 'e tui, appena
chi dd’ has conotu avvisas…
chi no bincit sa forza
bincit s’astuzia.

SCENA SETTIMA
(Giuanni)

GIUANNI - Bah! M' hant pigau che bremi po tana
o casu po lazzu… No tengiu né presciu,
né gana ‘e ddu fai,
poita ziu Luisu
mi conoscit de (at)tesu…
Seu seguru chi mi toccat
una passada de balla… Ma, mi parit
ca in cuss’ arrocca inguni in fundu
ddui hat un homini…
Sì, sì est propriu issu, ziu Luisu…
Ma it’ est fadendi?
Parit chistionendi cun d’unu
chi siat innì asuta…
Ah! happu cumprendidu!
s'inci ‘olit ghettai de s’arrocca,
forzis po si ‘occi’…
Eccu, s’est furriau e m' hat avétidu…
si, m’hat conotu, est benendi a innoi…
Ma deu ita fazzu,
mi depu lassai cassai?
No, no, cand’est accanta de arribai
m' indi andu aundi funt
is aterus cuaus
e aici ddu cassaus
totus impari.
Propriu a innoi est benendi…
est accoitendi…
Ma cant’ est sfigurau!… portat sa facci
de su dimoniu!
Ma s’unicu est de andai a mi cuai,
prima chi mi cassit…
(Si cuat aundi funt is aterus).

SCENA OTTAVA
(Luisu)

LUISU - Corpu de aundi! Fiat innoi
e no si bit prus…
Giuanni est unu spiritu infernali:
deu fia in cussa arrocca,
giai decidiu de m' inci ghettai
a conca innantis,
mi seu furriau po pigai su slanciu
candu innoi in susu
happu biu a Giuanni;
su ddu penzai e su curri
po ddu sighì
est istettiu tot’unu.
Lompiu a innoi no agatu mancu s’umbra.
Chi si siat cuau?
Chi est cussu, ddu frigu de seguru.

SCENA NONA
(Brigaderi, Luisu, carabineri)

BRIGADERI - Firma, Luisu Pala!
in nomini de sa lei,
ti declaru in arrestu!
LUISU - Ita circais de mei?
BRIGADERI - Ita circaus? E ddu domandas a nosu?
domandaddu a tui e totu,
a sa cuscienzia tua scellerada!
Ma si no bolis fueddai,
permittimì una domanda:
Aundi est babbu tuu?
Si no creis de essiri malvau,
arrespundi.
E domandas ita circaus?!
Deu t’arrespundu cun s’arrestu.
CARABINERI - Po s’ateru ci penzat su buginu.
LUISU - Pïedadi de mei…
BRIGADERI - Miserabili! no t’hat domandau
piedadi, eriseru, babbu tuu? e tui
has tentu piedadi de issu chi ti fiat babbu?
e immoi, domandas piedadi po tui?!
LUISU - Deu seu innoçenti, si ddu giuru…
BRIGADERI - Innoçenti, berus? No ses tui
chi impari cun aterus tres
has accappiau, propriu eriserenocti,
a babbu tuu e totu
e a su serbidori,
aintru ‘e sa barracca?
LUISU - Est totu faula, Giuanni
depit essi’ intregau,
prus de mei, a sa Giustizia,
poit’est issu chi hat accappiau
e abbrusciau a babbu miu.

SCENA DECIMA
(Luisu, Giuanni, brigaderi)

LUISU - (Mostrendi a didu Giuanni chi cumparit
in cussu momentu)
- Ddu bieis? Cussu crudeli
est, chi ha mortu e abbrusciau a babbu miu.
Ma gei hat a teni’ sa ricumpensa sua.
GIUANNI - Calunnia, faula, impostura, ddu giuru,
chi sa cuscienzia mia est limpia,
tengiu medas testimongius,
si funt necessarius, tra is calis
su fradi suu e totu,
chi appena m’hat biu ha conotu
s’innocenzia mia,
s’avididadi sua.
BRIGADERI - Beni, beni, no est innoi su logu
de discuti custas cosas,
ma in sa sala de su tribunali
in Corti de Assisi.
GIUANNI - Ma deu seu innoçenti.
BRIGADERI - Mellus chi siat aici e stai tranquillu,
ca insaras no t’ hant a fai nudda.
Però tui (a Luisu)
no has a iscampai de s’impiccu,
e assumancu po cosa…
LUISU - (facci a su publicu)
- Est berus chi happ' a morri’,
ma tui puru cun mei;
insandus happ’ a nai:
tui m’has mortu
ma deu bocciu a tui.

Calat rapidamenti su sipariu
FINI DE SA PARTI SEGUNDA DE S’ACTU QUARTU

ACTU QUINTU

PROCESSU E IMPICCU
(In sa Corti de Assisi de Casteddu)

SCENA PRIMA
(Testimongius - Obrai Concu - Cicciu Abis - Bissenti Pala – Giuanni
Cancedda - duus Abogaus - Pubblicu ministeru - Giugi - Presidenti
Duus Giuraus, chi no chistionant - Preidi - Buginu)

PUBBLICU MINISTERU -
Cun custa autoridadi, chi comenti
'e Publicu ministeru deu tengiu,
intendius reus e testimongius,
no esitu de nai chi seus ananti
de un'infami e insolitu assassinu,
chi pustis de hai attirau a s’idea sua
aterus tres, ateretantus malfattoris,
cun promissas de largas ricumpensas,
si 'nd’ est serbiu de custus po istrumentu
de mostruosa e vilissima vendetta
diventendi unu veru parricida.
Ah! si de su trigu s’erba
si ‘ndi sradicàt,
sipuru no fait che pigai
appena parti de s’umori,
ah! cantu de s’umana Soçiedadi
no depit essiri sradicau
cun lestresa unu simili
suggettu mostruosu?
Ma una nui de suspettu
podit passai in sa menti
de is giuraus e de su populu,
chi no ispiant e ritraint de sa facci
su delictu ‘e cust’ homi’ singulari.
De factu, unu solu cun is ogus
hat biu cun grandu rischiu su reatu;
e i custu, su chi est prus accusau,
si beni de su propriu malfactori,
chi no si podit certu poni menti,
de essi’ reu, e chi po si salvai
de s’impiccu hat depiu accusai
aterus tres chi si fingit innoçentis.
Ma sa nui dd’ hat arrui propriu in s’istanti
chi s’intendit su fradi de su reu
deponiri contra
su fradi suu e totu,
narendi s’odiu immensu
chi esistiat tra su reu e su babbu,
castiendi sa schiettesa e beridadi
chi sempiri in Giuanni issu hat conotu,
e infini sa proposta chi hat formau
Luisu Pala a duus aterus conotus.
Riepiloghendi, duncas,
osservaus is aterus
unicus testimongius,
declaru chi sa Lei ddus cundannit
irremissibilmenti a depi’ morri’:
Luisu Pala cun is Selarginus,
impari a su fuiu Camillu Piras.
Speru chi s’esimiu Presidenti,
uniu a is Giuraus, ddus cundannit,
poita custus dignius no funt
de alcunu sollievu o attenuazioni.
ABOGAU DE DIFESA DE LUISU -
Mai coment’ ‘e oi fuit inconotu
s’autori de unu simili delictu.
Nonostanti però custa dubbiesa,
egregiu Presidenti, altus Giuraus,
su Publicu ministeru cundannat.
No, no podit essi’ mai chi sa boxi
de unu pastoreddu de crabittus
pozzat e depat attirai
in custa Corti
una benevolenzia immotivada
No cretant,
si parit s’innoçenzia umana in terra,
podit essi’, anzis est:
su chi si parit no s’ingannat.
Poita nos s'incontraus facci a facci
de un astutu e vulgari cumedianti.
Defactu cun malignias finzionis
est arrennesciu in su scopu de attirai
a sa parti sua totu sa Corti,
salvendisì in s’istanti e cundannendi
aterus tres in cambiu de issu solu.
Ma it’ est su chi nau deu? S’innoçenzia
est sempri sa chi benit prus a galla…
Duncas, issu francu innoi deponit
chi est istettiu malamenti accappiau
a is truncus de sa barracca cun su meri,
forzis po essi’ cretiu de prus
e po podi prus cresci sa cundanna
contra de is avversarius. Però custa
deposizioni sua scellerada
podit mascherai s’ipocrisia.
Sì, egregiu Presidenti, altus Giuraus,
deu propongu chi Giuanni accappiau
a unu palu depat essi’, de su propriu
chi issu narat de essi’ stettiu accappiau
e de s' ind’ essi’ a pustis liberau.
E si issu de sa funi s' indi liberat
happ’ a crei chi veramenti est innoçenti.
Beni cumprendu deu chi cust’ actu
no hat a prasci a s’attori
chi hat atturai de certu smascherau
de sa sua beni studiada finzioni,
e nimancu a s’Abogau suu difensori;
ma certu hat a mostrai sa beridadi.
ABOGAU DE DIFESA DE GIUANNI -
Ddu sciemu chi fra dognia calidadi
de personas, siant altas o vulgaris,
'nci siant suggettus chi no rendit
a sa grandesa insoru laudi e onori.
Ateras bortas dd’ hemu giai osservau.
Ma però, su chi mai no credemu
est chi ancora
in cust’ altu Tribunali insediau
ci fessint personas propriu talis.
Sa proposta ingegnosa veramenti
chi s’abogau hat factu, no fait alteru
solu chi torturai s’innoçenzia.
E no est diversamenti.
Poita chi unu suppostu veramenti
de essi’ reu no podit sfuggì
a is ungas de sa morti e hat a circai
de ligai cust’innoçenti,
no comenti ligau dd’ hiat in s’ora
de s’infami delictu. Forzis forzis
tirau de algunu restu de cuscienzia
a ddu ligai a nù falsu
o in ateru modu chi Giuanni
s’essi’ pozziu liberai.
Ma benisì, cust’ ‘orta, hat a ligai
cust’ innoçenti in modu chi siat vanu
dognia sforzu chi tentit de donai.
ABOGAU DE DIFESA DE LUISU -
Ma no si podit poni’ in cuscienzia?
ABOGAU DE DIFESA DE GIUANNI -
It’est sa cuscienzia?
Esist e cumandat in su reu?
Si esist tenit issa cudda forza
de annullai unu coru giai indurau
e chi ateras bortas hat triunfau
asuba de sa propria cuscienzia?
No! no! unu chi boccit a su babbu,
unu chi est meda peus de Cainu,
poita mortu hiat a su fradi
e no a su chi donau dd’hiat sa vida.
Unu cumpangiu de Giuda traitori.
Podit sa cuscienzia in cussu coru
sollevai giustus sensus de piedadi?
Est trottu in su coru, in s'anima, in sa menti:
si issu giai de piticu
s’est pesau trottu
no s’isperit de ddu depi’ aderezzai
pustis factu unu simili delictu!
Poita sa malesa
est comenti unu flumini in sa plena;
hat superau is arginis
chi frenu ddi poniant, e currit liberu
e allagat sa campagna in dognia parti,
i est vana s’idea
de boli’ poderai cussu flumini
in su puntu prus violentu
e prus tremendu.
PRESIDENTI - Sa proposta ingegnosa chi s’egregiu
Abogau de difesa nos ha factu,
sibbeni strana e no esent' 'e difettu,
meritat de ottenni su cunsensu.
Su difettu principali chi cuntenit
est de isci’ sa doppiesa ‘e sa funi.
ABOGAU DE LUISU -
Ma sa doppiesa no cunfait osservai,
in cantu Giuanni s'ind’est liberau
senza segai sa funi.
PRESIDENTI - Su chi dd’hat accappiau però chi est?
Comenti si podit conosci’?
eccu un ateru difettu insolubili.
ABOGAU DE LUISU -
Est tantu facili in sei a ddu spiegai.
Giuanni Cancedda e totu depit nai
su chi a s’ora ‘e su delitctu dd’hat ligau.
PRESIDENTI - Giuanni Cancedda:
avanzadì e arrespundi
a su chi ti domandu,
arregodendidì ca ses
asutta ‘e giuramentu.
Est berus chi has bistu su delictu?
GIUANNI - Sissignori, realmenti dd’ happu bistu.
PRESIDENTI - Berus est chi ses istettiu
accappiau a unu truncu in sa barracca?
GIUANNI - Sissignori.
PRESIDENTI - E chin’ est chi t’hat accappiau?
GIUANNI - Biagiu Milia est su chi m’hat ligau,
su chi, prima, de Ziu Luisu m’ hiat salvau.
PRESIDENTI - O Cancedda, tui solu ses chi has biu
su delictu cun is ogus.
Duncas no podist essi’ mai cretiu
si no donas una prova de realtadi.
Custa prova dda depis tui donai
liberendidindi de nou de sa funi
chi t’hat accappiau
Biagiu Milia;
contras, t’avvertu, chi
si in custu no arrennescis
hast essi’ calculau
comenti ‘e reu tui puru,
chi po fuiri s’ira ‘e su delictu
e de sa lei cun astuta finzïoni
happast accusau aterus tres
cumpangius tuus.
GIUANNI - Deus chi totu hat factu e totu bit
in sa luxi e in s’oscuru sa creazioni,
chi conoscit, osservat e iscit
sa cuscienzia de ‘ogniuna persona,
Issu chi aggiudat sempri s’innoçenti
hat a salvai mei puru
siguramenti.
ABOGAU DE GIUANNI - Presidenti,
ancora una paraula:
cust’ actu chi hiat andai meda mellus
in calincunu teatru de cittadi
chi in d’unu coltu e seriu tribunali
no hat a podi’ donai a Cancedda
una cundanna po unu factu senz’ ‘e provas.
PRESIDENTI - Sa prova: si Cancedda no si scappiat
est unu testimongiu falsu
e duncas in sei tenit sa cundanna.
ABOGAU DE GIUANNI -
E sa prova de falsu giuramentu
asuba ‘e cali basi est fundada?
PRESIDENTI - Asuba de s’accusa chi hat bogau.
ABOGAU DE GIUANNI -
Ma custu est ingiustizia, est disonori
ancora, po sa Corti.
PRESIDENTI - No fait nienti.
ABOGAU DE LUISU -
Domandu chi is Giuraus si pronunçint
a favori o contras a cust'actu.
PRESIDENTI (A is Giuraus) -
S'alta Corti est pregada
de approvai sa proposta
arziendisindi de is seggius.
Chini s’atturat sezziu, respingit.
(Is Giuraus s' ind’ arziant totus)
PRESIDENTI - Abogau, sa proposta est approvada.
ABOGAU DE GIUANNI -
E beni, ligheiddu; ma cust’actu
de crudeli ingiustizia
hat a torrai a infamia de sa Corti
in dognia tempus.
ABOGAU DE LUISU -
Eccu sa propria funi chi incontrada
si fiat in su postu 'e su reatu.
PRESIDENTI - Guardias, sligai a Biagiu Milia.
GIUANNI - Signori, Bos chi hiais
liberau Santu Pedru
de s’ingiusta presoni,
Bos chi po dognia occasioni
de perigulu in terra m’ heis salvau,
salvaimì ancora immoi, e s’innoçenzia
no arruat asuta de impia ingiustizia.
PRESIDENTI - In su modu chi accappiau
hiast a Cancedda, Milia,
accappiaddu ancora, innoi a su ferru
de un'anguli de sa gabbia.
MILIA - Ma deu non d’happu mai accappiau
e mi rifiutu immoi de ddu ligai.
PRESIDENTI - Ita importat? fadiddu po una prova.
MILIA - Sissignori.
ABOGAU DE GIUANNI - Infelici piccioccheddu…
MILIA (Ddu ligat) -
Eccu deu happu factu.
Scappiadì si ses bonu,
seguru, innoi dd’ heus a biri.
GIUANNI - Deus 'nc’ hat a pensai.
MILIA - Eh, si no benit issu a ti sligai…
ABOGAU DE LUISU -
Giuanni, est inutili su sforzu!
Arrendidì! Nara sa beridadi!
Cunfessa de essi’ tui solu su reu!
GIUANNI - Seu innoçenti e nimancu
s’ira de un’infami sentenzia mi fait reu.
ABOGAU DE LUISU - Ma intanti tui t’affannas.
GIUANNI - No podit e no depit essi’ inutili…
Eccu chi deu mi seu liberau!
ABOGAU DE GIUANNI - Oramai no important
prus is paraulas:
s’innoçenzia hat triunfau cun s’innoçenti.
Ita 'ndi narant egregiu Presidenti,
esimiu Abogau, altus Giuraus?
PRESIDENTI - Giuanni depit essi’ ligau de nou.(22)
(A is Giuraus)
Si pronunçit sa Corti
(Is Giuraus si 'nd ’arziant)
ABOGAU DE GIUANNI - Mostradì forti ancora:
contra sa tua innoçenzia sunt totus.
(Giuanni benit ligau de nou in presenzia de
s’abogau de Luisu)
ABOGAU DE LUISU - Si scappit immoi!
(Giuanni si est liberau de nou)
PRESIDENTI - Giuanni est certu innoçenti.
ABOGAU DE GIUANNI - Finalmenti
s’innoçenzia hat triunfau
e propriu in d'unu modu prodigiosu
chi po su malu est cundanna e po su bonu
avvertenzia e salvesa. S’innoçenzia
est che una boccia:
asub' 'e s’aqua galleggiat,
'nci affundat po un’istanti
e a pustis torrat s’innoçenzia
prus e prus a galleggiai.
POPULU - (Zerriat a una boxi)
A s’impiccu, a s’impiccu Luisu Pala!
PRESIDENTI E GIURAUS - (Si ritirant)

SCENA SEGUNDA
(Luisu, populu, abogau de Giuanni)

LUISU - Finalmenti m’acatu chi seu perdiu…
chi po mei no c’est grazia, né piedadi.
Giuanni s’est liberau,
bolit nai chi est cretiu in su chi hat nau.
E mi meritu una morti scellerada
peus de sa chi donada
est istetia de mei a babbu miu.
POPULU - A s’impiccu Luisu Pala!
Depit essi’ abbrusciau.
LUISU - No seu deu s’homini
senza de cuscienzia,
poita duncas isperai un’esistenzia?
It’ hemu a fai in sa terra
cun s’infamia in su coru e cun sa gherra?
Ita speru atera sorti
si no s’umbra smagrida de sa morti?
Bengiat, bengiat… ma sa menti mia
bivia in sa vilesa,
no resistit siguramenti
a dd' intendi arribai.
ABOGAU DE GIUANNI -
Si po misera ricchesa, a su babbu
hat donau sa morti,
ita sperat atera sorti
si no s’ora de ddu impiccai?
(Luisu 'nc’ arruit in deliriu)

SCENA TERZA
(Intrat su Presidenti cun sa Corti)

PRESIDENTI - Ascurtaus is testimongius,
osservada sa boxi de sa lei,
pustis intendius is abogaus
in difesa insoru; osservau
chi Cancedda s’est iscappiau
propriu ananti de custu Tribunali
de sa funi chi dd’est
istetia accappiada,
sa Corti riconoscit s’innoçenzia
de Giuanni Cancedda e dd’assolvit.
POPULU - Viva Giuanni Cancedda
e morti a Luisu Pala!
PRESIDENTI - Si, Giuanni Cancedda
s’est liberau de s’infamia
chi hat tentu de su reu Luisu Pala,
assassinu de su babbu
impari a Gustinu Olla, selarginu,
e a Camillu Piras, latitanti,
complicis tot’ e is duus de Luisu Pala,
hant a beni’ impiccaus fra no meda,
mentras Biagiu Milia,
po hai salvau a Cancedda,
poderendi su gorteddu
chi Luisu Pala haiat po issu arziau,
dd’aspettat sa galera
po totu sa vida.
Sa funzioni de s’impiccu s’hat a fai
publicamenti in logu stabiliu:
po su primu s’impiccu de innoi,
po is aterus in sa bidda 'e su reatu.
E Casteddu e Marrubiu in pressi
hant a bi’ cun giustizia puniu
su mostruosu delittu de Zuradili.

Calat su sipariu - FINI


Note:

1) Alla moda con i tempi di fine secolo, l’Autore finge di aver trovato il dramma di un autore defunto; opera che egli dice di voler proporre al pubblico rappresentandolo sulle scene.
2) Amargu - amaro
3) Avolotu, avaotu - lite
4) Pretu, per pletu - lite
5) Tira - cosa, in senso generico
6) Arimigu, per enemigu - nemico, demonio
7) Crusciat, per currat - perseguiti
8) La’, vale per laba - guarda
9) Alledi - guardi
10) Craccabiai - il verso delle galline. Lessintiddu craccabiai, lo lascino cantare
11) Ellu - E allora… Dunque…
12) Lareddiada e laroddiada, fem. di lareddiau - chi fa o chi parla lentamente e senza costrutto
13) Pigai a iscocca - modo di dire: spiare, meglio beccare, colto, preso in castagna. Scoccau - spiato, beccato
14) Approbiau e approviau - giunto al luogo stabilito
15) Infertu - arrivato
16) Ei ed eia - sì
17) Arrogu pru linna immoi chi no seidu in s’istadi - Taglio più legna ora che spighe di grano d’estate, alla mietitura.
18) Dd’ hat a noxi’ su fragu de magasinu - E’ una battuta ironica, rivolta a chi è un bevitore: Non gli farà certo male l’odore della bettola.
19) Accrosai - Mettere in rima, comporre versi in rima
20) Massiddas - Guance, pomelli delle guance
21) ‘Orta chi - Testuale: Una volta che - Modo di dire che equivale all’italiano dato che- poiché-
22) Nel testo c’è un vuoto che i curatori non sono riusciti a colmare - ciò rende incomprensibile la richiesta del presidente di far legare Giuanni una seconda volta.

 

Rappresentazioni teatrali delle quali si ha notizia

La prima rappresentazione, si è tenuta a Terralba, nella primavera del 1919, organizzata dai fratelli Dessì e interpretata da:
Concu Peppi Pala - padre = Attilio Atzori
Giuanni Cancedda - servo 15enne = Giulio Carta
Luisu Pala - figlio = Pietro Melis
Pubblico Ministero = Giuseppe Serra
Regista e suggeritore = Eleuterio Dessì
Scenografia = Felicino Dessì
Effetti speciali = Remigio Dessì
Di questi, Attilio Atzori, Pietro Melis e Giuseppe Serra sono gli unici attori che la interpretarono anche nella edizione del 1953, recitando la stessa parte.
Alla prima rappresentazione, partecipò anche Battista Casu non si sa in quale parte.

La seconda rappresentazione, a Terralba nel 1953. Tra gli organizzatori della manifestazione è da segnalare Quintino Melis.
Personaggi e interpreti:
Concu Peppi Pala - padre = Attilio Atzori
LUISU - figlio = Pietro Melis
BISSENTI - figlio = Luigino Piras
Giovanni Cancedda - servo 15enne = Remo Melis
Gustinu Olla - macellaio di Selargius = Camillo Spano
Camillu Piras - macellaio di Selargius = Silvio Mura
Biagiu MILIA - macellaio di Selargius = Virgilio Siddi
Presidente della Corte d'Assise = Luigino Vargiu
Pubblico Ministero = Giuseppe Serra

La terza rappresentazione, a Marrubiu, il 1954, nel salone parrocchiale.
Secondo quanto è scritto nel dattiloscritto consegnato ai curatori, della compagnia teatrale facevano parte i signori:
Concu Peppi Pala - Perria Anselmo
Luisu Pala - Pompianu Antonio
Bissenti Pala - Melis Erminio
Giuanni Cancedda - Fanari Anselmo
Gustinu Olla - Martis Efisio
Camillu Piras - Collu Luigi
Biagiu MILIA - Onnis Luigino
due forestieri - Onnis e Martis -
tre forestieri - Onali Clemente, Garau Giuseppe, Spiga Francesco
Presidente Tribunale - Collu Luigi
Pubblico Ministero - Falqui Albino
Avvocato di difesa di GIUANNI - Epifanio Deidda
Avvocato di difesa di LUISU - Onali Clemente
Brigadiere C.C. - Puggioni Lino
Giurati - Garau Giuseppe e Spiga Francesco
Giurati - Deriu Antonio e Marras Egidio
Oste - Spiga Francesco
Regista - Usai Riccardo
Aiuto regista - Porta Efisio
Sceneggiatore e costumista - Don Murgia Salvatore
Suggeritore - Deidda Epifanio

 

ALCUNE POESIE RITROVATE CON LO PSEUDONIMO DI HEDITUO


SA BELLESA

O farfalla gentili e passeggera
chi sbolazzendi ses de flori in flori
cun is alas chi cambiant colori
in dognia dì de custa primavera

castia chi de sa fiamma in su calori
no calist circhendi gioia vera,
ca finzas sa passioni prus sincera
portat a palas suas unu dolori.

Si custu ti suççedit tot’ is alas
tot’ is ricchesas tuas e is bellesas
i s’ ind’ hàndant in fumu in d’unu istanti,

e de pustis in terra, spasimanti,
senza de is tuas bellesas e ricchesas
i t’aturas meschina e sen’ ‘e galas…
Terralba 1940


SU RUSIGNOLU

(In risposta ai versi di Doge(1) a lui dedicati:
“… Cantor della natura,
armonïoso e vago canarino!”)

Si cantat su canarinu
stupendamenti a bolu,
no cantat su rusignolu
cun modu casi divinu?

Passendi in d’unu viali
de mattas rèndidu umbrosu,
m’hat fertu unu celestiali
càntidu melodiosu.
Mi firmu: totu festosu
osservu unu rusignolu
cantendi agili e solu;
tanti chi naru pensosu:
“Cun custa boxi donosa,
soavi, dulci, maestosa
mi parit cantu meschinu
su cantu ‘e su canarinu”.

Candu cun s’alba serena
timida sparit sa luna
o candu in s’aria bruna
cantat sa filomena:
est unu gridu de pena,
est unu trillu de amori
chi calmat dognia dolori,
chi vibrat in dognia vena;
est unu dulci gorgheggiu,
unu incantevoli arpeggiu
chi mandat su rusignolu
stupendamenti a bolu.

Parit chi a issu s’inchinit
dogniuna cosa creada
candu sa cantàda finit
de soavesa improntada;
e tanti bella e apprezzada
est cussa dulci armonia
chi finzas sa prigionia
ddi donat s’ ‘oxi famada.
Ma presoneri in cabbia
si scannat prenu de rabbia,
ca privu de soli e de bolu
no cantat su rusignolu!

Musa, cust’umili cantu
presenta a Doge benigna,
a Doge chi de Sardigna
est una gloria e unu vantu,
a Doge chi portat tantu
poetica fama su bentu
e preparendi est s’eventu
de opera vasta e insigna,
chi spaziat altu in su monti
e superat s’orizzonti
de fortunosu destinu
cun modu casi divinu!
Arborea 1946

(1) Doge è lo pseudonimo che Ugo Dessy usava da giovane.


ALLA SARDEGNA

Cullata dal mare
più bello del mondo
t’adergi e ti levi
al sole fecondo;
coi mondi e coi piani
nel brullo e nel verde
austera rimani.

Dal grigio dei tempi
caliginî e vaghi
superbi s’innalzan
eterni nuraghi:
del serto sei degna
se hai cinta la fronte
mia bella Sardegna!

Ancora risuonan
fra balze scoscese
di Amsicora e Josto
l’estreme difese.
Ancor dei Romani
risuonano i passi
pesanti ed immani!

Nell’era felice,
tu libera al giogo,
al popol donasti
la “Carta de Logo”.
Sedeva Eleonora
sul libero scanno
dei Sardi d’ allora!

Poi quando i fratelli
oppressi avviliti
la nobile cresta
alzarono arditi
sui propri oppressori,
allora noi fummo
fratelli maggiori.
E quando dal dorso
scrollata la soma
l’atteso vessillo
issavano in Roma,
con quercie, sul Foro,
fra loro noi fummo,
noi fummo dei loro!

Noi fummo dei loro!
E a loro “signori”
or siam diventati
fratelli minori.
Eppure fu sangue,
gagliardo e sincero,
fu sangue che or langue.

Ovunque, sui monti,
ovunque, sul piano,
sul lacero Sardo
han preso la mano!
Non fosti d’Ausonia
tu figlia e di Roma?…
Sei fatta colonia!

Il grave metallo
d’immensa miniera
tu, povera, estrai,
lui, avido, impera.
Diviso si è il Tosco
(ascolta Porcella?!)
la vigna ed il bosco!

Dov’eran paludi
or vi è la Romagna,
tu spiani e prosciughi,
lei domina e magna !
Si diè al Polesano
(mi senti Dionigi?!)
le terre del piano!

Quell’oro che sgorga
dal fiume sbarrato
dal nostro lavoro,
vien là travasato:
per questo messere
non hai tu Sardegna
sicuro forziere.

Non vivere immemore
o Popolo Sardo,
di fulgidi esempi
non essere tardo.
Non gode alla festa
chi resta in disparte
o abbassa la testa!

Se qui c’è da fare
e dighe e canali,
pretendi ai fratelli
di stare all’eguali;
e passi quell’ora
di oziare allo scanno,
se il Sardo lavora!

E voi o fratelli,
dai vostri fuggiti,
venite, venite
sarete graditi;
venite anche voi,
prendete il piccone,
sudate con noi!

Arborea, 15 gennaio 1950

LA BONIFICA DI MUSSOLINIA

-I-

Io vidi queste lande desolate,
squallida terra senza vita alcuna,
dove greggi di pecore affamate
erravan lente al chiaro della luna.

Vidi nubi di sabbia arroventate
offuscar l’aria asfissïante e bruna
dall’afoso levante trasportate
spianare e ammonticchiar duna su duna.

Vidi curvo il viandante abbeverarsi
col cane nella fetida palude,
e al bivacco sul cisto accoccolarsi.

E vidi del pastor la forma rude
fra i canneti del Sassu rispecchiarsi
nel sacco avvolto e con le piante nude.

-II-

Ora non più… Si snodano le strade
dov’eran squallidi acquitrini e morte.
Ferve la vita… Ed ora il verde invade
le fattorie come d’incanto sorte.

Ora non più… La piana si è svegliata
dalla notte perenne tenebrosa,
e dall’alba ridente illuminata
ferve di vita alacre tumultuosa.

Solo tu, quercia, là, nel rettifilo,
ruvida essenza di una antica età,
protesa stai, ma tu non trovi asilo

in tanto fasto di operosità.
Povera quercia, che di un’alba il filo
spiasti e l’ansie di una umanità.

Arborea 1943

 

INDICE

L’Autore
Un pioniere della Bonifica di Terralba
L’Opera - Come è nata
Su delictu de Zuradili
Presentazioni de s’Autori
Is Actoris
Actu primu
Actu segundu
Actu terzu
Actu quartu - parti prima
Actu quartu - parti segunda
Actu quintu
Note
Le rappresentazioni teatrali
Alcune poesie ritrovate
Indice

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