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Presentazione
 

C'è in Italia una questione del tutto non risolta, ed è quella del rapporto fra la società letteraria e la società reale. Parallela ad essa è quella della lingua, ossia del rapporto fra lingua scritta e lingua parlata, lingua letteraria e dialetti.
Si tratta, in sostanza, del rapporto fra cultura e popolo, classi dirigenti e realtà sociale. E’ un problema al quale di solito non si pensa, o si pensa di sfuggita. Ma basta poi viaggiare in Puglia o in Sicilia, parlare ad uomo del popolo in qualunque regione d’Italia, per avvertirne la realtà. La letteratura, diciamo così, ufficiale non comunica con il popolo o, più generalmente, con la società italiana nella sua realtà, ma soltanto con una ristretta cerchia di persone: quelle che “hanno fatto gli studi” e che, dopo averli fatti, hanno mantenuto un qualche rapporto con la cultura; e non sono la maggioranza.
Naturalmente, tutti i problemi della nostra vita associata sono connessi a questo stato di cose. Ma, più particolarmente, quello della lingua e della espressione letteraria. Sicché, si può dire che ci sono in Italia tre livelli dell’espressione letteraria: quello “ufficiale” che si ricollega alla tradizione letteraria propriamente detta; quello “volgare” che una volta era dei romanzi di Carolina Invernizio e di Michele Zevaco, e che oggi sta tra i fumetti e il linguaggio della televisione; e, infine, ultimo, ma certo non meno significativo, quello popolare, proprio dei pochi scrittori che, nello scrivere, non vogliono allontanarsi né dal linguaggio che il popolo della loro regione può capire, né, tanto meno, dalla realtà della vita locale

A quest’ultima categoria di scrittori appartiene il Verga dei “Malavoglia” e delle novelle siciliane, e ne è in certo modo il nume tutelare. Ma in modo anche più specifico e autentico vi appartiene uno scrittore come Ignazio Silone, il quale non è certo uno scrittore regionale, ma piuttosto, e tipicamente, uno scrittore socialista nel senso profondo della parola, ossia uno scrittore impegnato a ritrarre la vita del popolo dl punto di vista del solo ideale che abbia in Italia in qualche modo riunito una parte almeno dell’ “élite” al popolo: l’ideale socialista. Il quale poi di fatto non era né è precisamente altro che l’aspirazione a rendere effettivamente operante in Italia la cultura, non già subordinandola all’azione politica, ma insistendo nel non separarla da essa.
Sembra a me che Ugo Dessy appartenga a questa schiera non numerosa, ma eletta, di scrittori. Nei suoi racconti, egli non aspira a far brillare una maestria stilistica della quale non si cura, ma a riferire la verità sulla vita della Sardegna quale egli la sperimenta, la conosce e la soffre.
Di qui l’estrema semplicità del parlare di Dessy: un parlare addirittura terra terra, perché è appunto alla terra che egli vuole aderire, alla vita di tutti i giorni, alla realtà, per esempio, della vita di un maestro elementare in un paesetto di Sardegna, come nel “Testimone”, il racconto più lungo e più sintomatico di questa raccolta; ovvero nel “Raccoglitore di olive” e ne “La dichiarazione di guerra”, che ricordano da vicino (senza che si possa parlare di derivazione)la maniera di raccontare di Silone, oltre che la sua materia.
Piuttosto che scrittore regionale, Dessy si può definire, mi sembra, scrittore “socialista”. Non nel senso dell’affiliazione politica, ma, come si è detto, della volontà, raccontando e descrivendo, di rimaner fermo alla realtà più semplice e anche umile della sua gente al fine di illuminarla e, da ultimo, riscattarla. In questo senso, dunque, scrittore “civile” nel senso in cui una volta si parlava di “poesia civile”.

Nicola Chiaromonte
 

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