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I velleitari


Quando il daziere, signor Cicala, fece domanda d'iscrizione al Circolo di Lettura, la risposta fu no.
Ritornò a casa con un diavolo per capello. Marietta, fiutata l'aria di burrasca, s'era rintanata in cucina.
"Inaudito! Rifiutarmi l'iscrizione al Circolo..." Brontolava, interrompendo il suo concitato misurare a larghi passi la stanza con qualche pugno pesante sul tavolo.
"Di certo c'è lo zampino di don Crispino, quello sporco fascista..." Pensò, lasciandosi andare nell'abbraccio rilassante familiare della sua poltrona. Di fuori si sentì ammorbidire, ma di dentro i pensieri cominciarono a scaturire con tutta la loro naturale veemenza.
"Siamo ridotti fino a questo punto, in Italia... il cittadino discriminato e umiliato. E si viene a parlare di libertà e di democrazia. Ma non mi facciano ridere! ne so io qualcosa di questa decantata libertà... L'ho capito sì, che il mio trasferimento da Roccastra a Pinello è opera di intrighi operati in alto loco. E che non lo so, che la polizia mi tiene schedato? Onore, mi fanno.... Eh, se a Pinello ci fosse un'opinione pubblica! Gente che ha paura... dicono che è meglio un pezzo di pane raccattato in silenzio che tirar cinghia con la soddisfazione di levar la voce. Sottoproletari! schiavi senza dignità umana!"
A Pinello, un paesino arrampicato sul costone di un colle brullo con le ultime case degradanti fino a scivolare nella melma delle paludi, egli era venuto contro voglia. Le zanzare, di notte, lo assalivano a nugoli, se lasciava aperto appena appena uno spiraglio di finestra e il fetore dei pomeriggi assolati saliva dalle paludi piene di immondezza. Ma alloggiava in una delle migliori case del paese - quattro stanze, cucina e cesso in muratura nel cortile acciottolato - e Marietta sfaccendata da mattina a sera, fazzolettone annodato sulla nuca e scopa in mano, per mantenergliela coi pavimenti lucidi come specchi e i mobili senza un granello di polvere.
Nella penombra fresca della camera da pranzo, sprofondato nella poltrona, caffé e sigarette a portata di mano, amava starsene, dopo i pasti, un'ora o due "a far girare le rotelle del cervello", com'egli diceva. La fratellanza universale era il motivo affascinante che lo impegnava ogni pomeriggio. Appena finito di sparecchiare: "Vestaglia, caffé e scuri chiusi!". Marietta, dopo qualche urlo, era divenuta discreta e si appartava tra cucina e cortile .
Di faccia alla poltrona teneva appesa la grande litografia, una "Presa della Bastiglia", di autore ignoto. Questo quadro aveva una sua storia: durante il suo primo viaggio a Roma, in occasione di un convegno del partito, una sera, un improvviso acquazzone aveva interrotto il suo girovagare da piazza Esedra a piazza Venezia. S'era rifugiato in uno stanzone ingombro di quadri. Fra gli altri dipinti, montata su cavalletto, c'era la litografia: una giovane donna con le poppe nude destò subito la sua attenzione. Impugnava alta una bandiera rossa incitando la turba dei sanculotti contro i cannoni della Bastiglia, le cui torri affollate di armati apparivano nella foschia dello sfondo azzurro. Colori bellissimi. Le fattezze della fanciulla guerriera, un corpo opulento appena velato all'altezza del grembo che traspariva pieno e biondo, destarono in lui un misto di sensazioni dolcissime. Era commovente la fede di quel viso roseo, la fierezza di quei capelli biondi ricadenti sulle spalle, la forza di quegli occhi azzurro-verdi, l'amore all'ideale rivoluzionario chiaramente espresso nella rossa bandiera levata in alto. "Il simbolo umano della libertà, l'espressione di un ideale ben più convincente di qualunque trattato", si era detto, ammaliato. Non aveva saputo resistere alla tentazione di fare un'offerta.
Ogni pomeriggio, dopo qualche minuto di contemplazione davanti alla "Presa della Bastiglia", socchiudeva gli occhi, si appisolava. Non gli riusciva mai di vincere la sonnolenza pomeridiana; si preoccupava anzi nel constatare che il tempo "riflessivo" diveniva ogni giorno più breve rispetto al successivo tempo "distensivo". "Forse transitoria debolezza dovuta al nefasto clima di Pinello", si era giustificato.
Appena socchiudeva gli occhi, la scena della litografia si animava, svolgendosi in piacevoli sequenze, come un film in tecnicolor. La donna dalle poppe nude agitava la bandiera, parlava con voce severa e appassionata arringando la folla... la vittoria arrideva immancabilmente. Il finale andava al di là della naturale conclusione (nel cielo azzurro terso appariva scritto a grandi lettere d'oro FRATERNITE' EGALITE' LIBERTE' e tutti se ne tornavano felici a casa loro) quando gli capitava di restare, unici sopravvissuti sulle macerie della fortezza espugnata, fra i cadaveri dei combattenti, lui e la donna dalle poppe nude. Si prendevano per mano e avanzavano, reggendo a turno la bandiera rossa, in un lungo viale di platani che finiva dinanzi al palazzo reale. Salivano la gradinata. A lato, apparsi come per magia, si allineavano granatieri della repubblica in uniforme di gala con le spade sguainate sull'attenti. Penetravano nella penombra di sale sfarzosamente arredate, deserte, fino al trono vuoto di raso rosso, dov'essi contegnosamente sedevano.
Di solito finiva qui il fantasticare, tra veglia e sonno, del signor Cicala. Ma da qualche tempo - fosse la primavera inoltrata, fosse la cucina un po’ pepata di Marietta - la vicenda tendeva a concludersi in una camera tappezzata a fiorellini rosa, di stile rococò, in un monumentale letto con gli angioletti dorati e le cortine rosa.
La prima volta, cosciente dell'allegoria, era rimasto sconcertato. Finì per ridere di sé, d'essere andato a letto col "Proletariato".
Quel pomeriggio, il signor Cicala, dopo aver mangiato un boccone di malavoglia, si adagiò nella poltrona e gettò un'occhiata distratta alla oleografia, ma non ne ebbe alcun ristoro, il suo orgoglio ferito.
"Ecco la prova del loro illiberalismo! Temono la voce della verità..." si diceva. "Pinello! in un bel paese sono caduto! pecore, letamai, zanzare, sanguisughe... della razza di don Crispino. Già, gli animali prendono cattivo esempio dagli uomini. Civiltà cattolica apostolica romana... ma c'è mai stata in Danimarca questa gente meschina? Quella è gente civile; ti puoi perfino sdraiare per le strade senza impolverarti... che la gente osi buttare una sola cicca di sigaretta per terra! qui ci sputano e ci cacano, per strada e in ogni cantone. Primitivi sottoproletari. Ecco che cosa sono. Dove gli si fa buio si coricano. Ma ben gli sta, a questa gente; hanno i don Crispino che si meritano..."
Tardava a trovar riposo, così agitato nei suoi pensieri. Ben presto, però, sullo scoraggiamento e sulle recriminazioni per le difficoltà della situazione, prese il sopravvento la fede nei principi; la coscienza delle proprie non comuni doti rivoluzionarie lo riconfortarono.
"Hanno paura di me, questo è certo. Hanno pensato: Se gli diamo spago, lui, con la sua dialettica marxista, ci mette tutti spalle al muro e corriamo il pericolo di perdere i privilegi che abbiamo; e persino la faccia, ci perdiamo, davanti alla gente... Questo hanno pensato e non altro."
Nel suo dormiveglia fantasticava di mettersi alla testa dei paesani, divenuti ribelli spartachiani, con i quali sarebbe sceso dai monti, monti dirupati ed aspri, per mettere a ferro e a fuoco quel covo di reazionari, il Circolo di Lettura presieduto da don Crispino. Finì per appisolarsi, come al solito.
Quando si svegliò, aveva deciso - gli fosse costato lo stipendio!, - di aprire un Circolo Proletario proprio di fronte a quello di Lettura. Quel fascista di don Crispino sarebbe schiattato dalla bile....
Il sole, che già si levava alto, illuminava una striscia di parete in cucina, dove era solito lavarsi e sbarbarsi.
Controllava quotidianamente allo specchio ogni più piccolo mutamento del viso. Trovò che le preoccupazioni scavano rughe e si sentì riempire tutto di doloroso rammarico misto a risentimento perchè un libero cittadino è costretto in uno Stato democratico a tribolare, a invecchiare precocemente per affermare i propri sacrosanti diritti.
"Non esageriamo... non è che sia vecchio." Borbottò, assumendo davanti allo specchio la migliore faccia che egli si concedesse. "Quando si avvicina la calura estiva, il mio fisico, non c'è dubbio, ringiovanisce visibilmente. Nessuno direbbe che ho quarantacinque anni... e, bisogna dire, passati sotto ogni intemperie. Vorrei vederli, certi giovincelli d'oggi, al par mio! Non ci sanno fare; sono nati stanchi, snervati, abulici, apatici... vogliono la pappa pronta."
Guardando l'orologio si avvide che il tempo disponibile per la ginnastica mentale mattutina era finito. Si alzò rassettandosi la piega dei pantaloni ed uscì, avviandosi in direzione della casa di Antioca la vedova.

Non c'era episodio di vita paesana, vero o inventato; non c'era pensiero o atto, espresso o compiuto nell'area civica, che non passasse, ben sminuzzato, al vaglio dei soci, assisi a perenne congresso fra le quattro mura del Circolo di Lettura. Il brigadiere vi risolveva i casi più difficili e complessi, dalla sparizione di galline ai pascoli abusivi; il parroco vi attingeva confortevoli suggerimenti per la sua missione pastorale.
Il cavalier Aristide Porru lo aveva fondato trentasette anni prima, abbonandolo di tasca sua al "Popolo d'Italia". Per questo lo avevano battezzato Circolo di Lettura. Morto il cavaliere, fu acclamato Presidente vitalizio suo figlio don Crispino, appena rientrato da un campo di concentramento inglese nel Kenia; ed egli, volendosi mantenere fedele al passato, rifiutò di abbonare il Circolo a qualsiasi nuovo foglio, plutocrate borghese o bolscevico. L'unica lettura che vi si facesse, perciò, era quella delle carte, in particolare dei tarocchi, che nell'ultimo periodo furoreggiavano fino alle ore piccole. Si giocava nella saletta apposita, attigua all'ingresso. Nell'ingresso, invece, i soci se ne stavano seduti in semicerchio, faccia a strada, per godersi il sole e per veder passare le donne.
La notizia scoppiò come una bomba. La portò la sera stessa il professor Caio, il figlio della verduraia.
"Quel bolscevico del daziere!... chi se lo sarebbe mai immaginato!?" Commentarono.
"Non sarà mai! Un Circolo bolscevico a Pinello, mai!" Urlò don Crispino, tambureggiando nervosamente col pugno sopra il tavolo.
"Qualcuno gli ha dato retta. Pare, il maestro Riccio."
"Buffone!" Sibilò sotto i baffi l'avvocato Giri, il socialdemocratico, "Buffone, lui e quei due o tre mentecatti che riuscirà ad infinocchiare."
"Me ne voglio occupare personalmente, come esige la gravità del caso." Chiuse ogni discussione don Crispino, gettando via la sigaretta. E uscì con passo marziale, impugnando l'alpenstock.
"Quando ci si mette don Crispino non c'é barba di bolscevico che resista..." Si tranquillizzarono i soci del Circolo. E si rimisero a giocare a carte.

La signora Antioca, rimasta vedova a venticinque anni, non aveva più voluto riprendere marito, nonostante i molti pretendenti che le ronzavano attorno come moscerini su vino aceto. La buon'anima, brigadiere di finanza in pensione, le aveva lasciato terre, case e greggi; e lei, per riconoscenza, lo teneva appeso nell'ingresso, proprio nella parete di fronte alla porta, in modo che chiunque, entrando, potesse notarlo: la buon'anima, attillata nella divisa militare, poggiava una mano sopra un esile tavolinetto e teneva l'altra sull'anca con il gomito ad angolo retto, reggendosi, con raro equilibrio, su un solo piede, poiché l'altro lo teneva incrociato con la punta dello scarpone che appena sfiorava il tappeto.
Alle comari che da trent'anni la tentavano di continuo - "Che ci pensasse bene, ché la vecchiaia è cosa brutta da passarsi soli" e "che una casa senz'uomo è come una chiesa senza Dio e senza prete" - lei, lacrimando, salendo sulla sedia a lustrare con la manica della blusa il vetro della buon'anima, rispondeva: "Lo so, lo so che faccio male... Ragione avete. Ma il cuore non mi basta...". E sospirava, levando gli occhi al cielo.
Da qualche tempo si era portata in casa Assuntina, per opera di carità e per far tacere le male lingue, sul conto del servo pastore che dormiva nella cucina durante l'inverno. Assuntina era arrivata vestita di stracci e piena di pidocchi; l'aveva rivestita e ripulita, a patto che non rivedesse più la famiglia, quell'ubriacone di suo padre e quella disgraziata di sua madre che si faceva succhiare il sangue da una torma di figli sfaticati, incapace di cacciarli fuori casa a pedate, a zappar grano o a pascere pecore.
La signora Antioca si stupì non poco della visita di don Crispino. Lo fece accomodare sul sofà e gli sedette di fronte, con le mani sul grembo.
"Quale buon vento, don Crispino?". Esordì, con tono di circostanza.
"Brutte nuove, brutte nuove ". Borbottò lui, accendendosi una sigaretta.
Lei avvicinò la sedia con un colpo di reni, fino a sfiorare con le proprie ginocchia quelle dell'altro. Incrociò le braccia al petto, protese il volto:
"Non me lo dica, don Crispino mio!" Esclamò in falsetto.
Egli poggiò il mento sull'impugnatura dell'alpenstock. "I senza Dio vogliono metter piede a Pinello". Pronunciò lento e cupo. Lei si segnò, spalancando la bocca.
"Si, è così. E la loro chiesa, la chiesa del demonio, vogliono arredarla e consacrarla proprio in casa sua, signora Antioca!".
"In casa mia? ... Ma in quale, se è lecito sapere... di case ne ho tante, grazie a Dio e alla buon'anima..." chiese, volgendo uno sguardo tenero al defunto incorniciato.
"Quella di fronte al mio Circolo." Specificò.
"Ma no, non è possibile... quella me l'ha chiesta proprio oggi il daziere, per metterci un ufficio."
"Altro che ufficio, signora mia! Un covo di bolscevichi vuole farne... metterà alle pareti immagini diaboliche e scostumate e davanti ad esse consumeranno orge, lui e i senza Dio di Pinello."
Se don Crispino aveva inteso spaventarla, ci era riuscito in pieno: lei si segnò due tre volte mormorando "Libera nos Domine!"
"Sono qui per aiutarla, per levarla da ogni responsabilità, mi creda... gli levi una scusa, gli dica che quella casa l'ha già promessa ad altri. Badi bene: lei sarà complice di ciò che si farà in una casa che le appartiene!"
"Ma gliel'ho già promessa...."
"Gli dica che ha cambiato idea."
"Mi ha dato pure la caparra!"
"Gliela renda. Le costerà il doppio di quanto ha ricevuto. La reputazione innanzi tutto..."
La signora Antioca scosse il capo, imbarazzata e addolorata:
"Il guaio è che ho firmato il contratto per un anno... Ha fatto tutto lui, a tamburo battente... diceva che era molto urgente, ragioni d'ufficio. Il signor Cicala è capace di trascinarmi in tribunale, se io....."
Don Crispino non finì di ascoltarla: uscì senza salutare, segnando con l'alpenstock il ritmo della propria agitazione.

La signora Antioca, gettatasi lo scialle sulle spalle, corse preoccupata alla canonica....
Don Baldino aveva la fiducia dei suoi parrocchiani. Appena consacrato vicario di Pinello aveva palesato l'ambizione di ordinare modernamente il gregge, cominciando dall'edificazione di un nuovo ovile che onorasse nella sua magnificenza la gloria di Dio.
I pinellesi lo avevano seguito, affascinati dal suo dinamismo e s'erano anche cavato il pane di bocca per l'orgoglio di possedere un altare lucido di marmi, una cupola decorata e un campanile alto quasi trenta metri.
Per la loro nuova chiesa - la facciata restava però da finire per mancanza di fondi - i pinellesi erano tenuti in gran considerazione e invidiati dagli abitanti di tutto il circondario. Nelle controversie di ogni genere che spesso sorgevano tra i vari paesi, sui pascoli e sui fitti dei seminativi, sulle sparizioni notturne di bestiame, sulla manutenzione della strada comune e sui matrimoni, essi, i pinellesi, ne uscivano sempre trionfanti, non appena, con disprezzo, gettavano in faccia agli avversari le loro chiesuole dirute e polverose.
Don Baldino s'era anche battuto con monsignor Deriu, segretario del Vescovo - e i pinellesi lo avevano ancora una volta seguito compatti - affinché san Giacomo, malamente allogato in una chiesetta di campagna ai confini col territorio comunale di Malerba, fosse più dignitosamente onorato in una cappella della nuova chiesa e più precisamente nella cappella di faccia a quella di santa Barbara, con la quale, come si sa, egli conserva le chiavi del Cielo.
I malerbesi si erano puntati, minacciando una rappresaglia in forze se i pinellesi non avessero restituito il santo, trafugato nottetempo. E accusarono don Baldino di complicità. Il tumulto ci fu; ci furono feriti da ambo le parti; ci fu un intervento del prefetto.
Don Baldino si dimostrò ottimo stratega: riuscì a schierare dalla sua parte il Vescovo, il quale, con suo decreto, assegnò definitivamente ai pinellesi san Giacomo e personalmente - per l'occasione a Pinello fu gran festa, mentre a Malerba i comunisti aprivano una sezione di protesta - pose la statua nella nicchia a vetri sull'altarino della cappella.
L'unica assillante preoccupazione di don Baldino erano i debiti - proprio ora che cominciava a organizzare i gruppi di azione cattolica. - I creditori non gli davano più requie. Qualcuno aveva perfino minacciato, salvo la tonaca consacrata!, di trascinarlo in tribunale... quel giudeo del marmista, per esempio, per due miserabili milioni! Sovente rifletteva sulla incomprensione e sulla ingratitudine umane. Alieno dalle miserie terrene, egli era costretto, suo malgrado, a stare lunghe ore a far conti su registri e fatture. E se non fosse stato per quella sua benedetta vocazione di magnificare il Signore alla maniera di Salomone, davanti al cumulo delle cambiali protestate, avrebbe rinunciato all'improba fatica di riformare le leggi aritmetiche che, troppo materialmente, esigevano tanti quattrini per tanti acquisti.
La signora Antioca lo trovò intento nei suoi calcoli, sciarpone di lana attorno al collo e tazza di vino bollente sulla scrivania. A maggior prova, il Signore gli aveva mandato uno di quei raffreddori che non risparmiano nessuna parte del corpo, che cominciano col prurito al naso e finiscono coi dolori alle ossa.
Don Baldino l'ascoltò pazientemente fino alla fine, senza interromperla, com'era sua abitudine confessionale; preparandosi intanto le frasi di risposta.
Il raffreddore lo costrinse ad essere breve: "Lei non è del tutto responsabile di quanto è accaduto, anche se aveva il cristiano dovere di essere più cauta, chiedendo consiglio al confessore. Ormai... cosa fatta, capo ha. Il contratto" - diede un'occhiata al foglio, "non specifica quale uso l'affittuario debba fare della casa... perciò la legge, da quella parte, niente. Il bollo è regolare... se poi non lo fosse, tutt'al più ci scapperebbe una multa... Niente da fare! O meglio, c'è un solo modo per difendersi dal male: sradicarlo e gettarlo nel fuoco, come ci insegnò Nostro Signore Gesù Cristo... " E i mietitori entrarono nel campo di grano, strapparono il loglio, la gramigna e le altre erbacce che diedero alle fiamme". Nella fattispecie: la gramigna che si è radicata nel grano di Pinello è quell'ateo del daziere.... Purtroppo, i tempi sono tempi di libertà divenuta licenza e di verità divenuta demoniaca opinione... Lei, signora Antioca, è donna influente e stimata; si faccia promotrice di una petizione popolare che lo dichiari indesiderabile... appoggerò io stesso la cosa presso monsignore il Vescovo che non mi rifiuterà il favore e se del caso impegnerò l'onorevole Chiretti, il quale si dimostra assai sensibile nella difesa della libertà della Religione."
La signora Antioca lo ascoltò devotamente.
Poi gli confidò che, per sgravio di coscienza, aveva pensato di versare nella cassa "pro erigenda facciata di Chiesa" ogni somma che le era dovuta dal signor Cicala per l'affitto di casa.
Don Baldino trovò molto gradita a Dio una tale penitenza e, facendo mentalmente il conto di dodici mensilità di fitto a lire quindicimila ciascuna, si rallegrò, riconoscendo che anche nel male, mai si deve dubitare della Divina Provvidenza poiché le vie del Signore sono infinite.

Intanto don Crispino non perdeva il suo tempo.
La battaglia per i locali segnavano un punto a favore dell'avversario; ma se avesse convinto il maestro Riccio a ritirare l'adesione - "quel testone si atteggia a marxista soltanto perché gli sono capitate fra le mani le "Lettere dal carcere" di Gramsci..." - il daziere sarebbe rimasto completamente isolato. Neppure uno di quei due o tre straccioni notoriamente bolscevichi avrebbe avuto il coraggio di unirsi a lui, di esporsi così sfrontatamente.
Compare Salvatore Riccio , il padre del maestro, era rientrato mezz'ora prima dalla campagna; aveva staccato il cavallo dalla carretta e, preceduto dall'animale coi finimenti penzoloni, aveva fatto il suo ingresso nella cucina.
"Gesù Cristo!" Aveva salutato e aveva raggiunto il cavallo sotto la tettoia del cortile mettendogli davanti il saccone di avena fresca, falciata di passaggio nel primo campo incustodito.
"Già te la sei meritata anche oggi." Aveva detto all'animale rivolgendogli uno sguardo carezzevole e si era avviato al pozzo per riempir d'acqua la secchia.
Più tardi comare Isabella diede fuoco agli sterpi per ravvivare la cucina e riscaldare la cena di lenticchie, intanto che il suo uomo si liberava dagli scarponi e dalle pezze, massaggiandosi uno ad uno le dita dei piedi per riattivare la circolazione del sangue.
Compare Salvatore, lungo e scarno come un Cristo in quaresima, era mite e taciturno. All'alba, appena alzato, le sue uniche parole erano per Otello, il cavallo pezzato, ch'egli andava a salutare sotto la tettoia:
"Ti sei rimesso le ossa in sesto, briccone?"
Gli chiedeva affettuoso, con voce dolce, arcuando la schiena ancora rattrappita dalla stuoia, buttandogli una bracciata di paglia. Poi attingeva una secchiata dal pozzo, si lavava la faccia, facendo con le labbra un rumore del diavolo per scacciar l'acqua dalla bocca.
"Ave Maria!" Salutava, dopo aver gettato aratro o erpice sul carretto, accomiatandosi.
"Gesù Cristo!" Salutava al tramonto, rientrando.
Comare Isabella - una donnetta fine e minuta di un metro e mezzo, si e no - era tanto chiacchierona e aggressiva, quanto il marito taciturno e timido. Chiacchierona e orgogliosa era - "Nel mio poco non sono seconda a nessuno!" - nella pulizia della casa, nel numero degli utensili da cucina, tutti in ferro smaltato, e nel corredo di lino e di cotone, gelosamente custodito nel comò della camera "bella".
Ma l'orgoglio suo più grande era stato Remigio, l'unico figlio che Dio le aveva mandato. Forse aveva preteso troppo dal destino, sognando di farne un prete.
"Don Remigio Riccio...." Mormorava contemplandolo ancora bambino, pregustando la considerazione che il paese le avrebbe portato.
Fattosi grandicello, lo aveva affidato al parroco, affinché gli si rendesse utile come chierichetto e cominciasse a prendere dimestichezza con gli oggetti sacri. Appena poteva, andava a spiare, col rosario in mano, da dietro la porta socchiusa della sacrestia, il suo pretino; e lo seguiva, lusingata del suo già esperto maneggiare cotte, messali e arche, quando aiutava il parroco a vestirsi per le funzioni.
Appena in età, lo spedì in seminario, con una lettera del vescovo. Aveva trattenuto le lacrime, comare Isabella, ché quello era un giorno di letizia....
Compare Salvatore non aveva mai detto né si, né no all'idea di mandare Remigio in seminario. Né sì, ne no aveva detto quando si era dovuto vendere il chiuso che lei gli aveva portato in dote, per pagare le rette e i libri. Se qualcosa aveva da dire egli la diceva al cavallo, la mattina, appena alzato, quando gli portava la consueta bracciata di paglia prima di attaccarlo al carretto.
"L'uomo propone e Dio dispone: sia sempre fatta la sua volontà!" Si era detto e ripetuto comare Isabella, quando il figlio, uscito dal seminario si era ridotto a diplomarsi maestro. Però, il dolore, il disinganno se li teneva ancora intatti nell'intimo. Non esternava mai questi suoi sentimenti chiaramente: "Dio solo sa quanto pesa la mia croce!" Ma non mancava di farli capire al figlio nella freddezza con cui lo trattava.
Remigio, dal canto suo, s'era rifugiato nella lettura dei libri anticlericali. "La religione è l'oppio dei popoli", era il suo concetto più caro. "E quando lo dico io, è da crederci, ché mi mancavano tre mesi a cantar messa e i preti li conosco per largo e per lungo, di dentro e di fuori...."
Buon per lui che comare Isabella non sapeva né leggere né scrivere e non aveva mai dubitato che i libri su cui il figlio trascorreva le sere, non fossero i soliti scolastici.
Comare Isabella versava le lenticchie nel piatto e compare Salvatore finiva di massaggiare i piedi alla luce del camino, quando don Crispino bussò con l'alpenstock alla porta di strada.
Entrato in cucina, sedutosi su di uno scanno e bevuto un bicchiere di vino, egli decise di andar dritto allo scopo.
"Dovete badare meglio agli interessi di vostro figlio..." esordì burbero.
I due vecchi lo guardarono stupiti, senza comprendere, ma con apprensione. Lei avvicinò di un metro lo sgabello.
"Vossignoria ci nasconde qualcosa di grave...." lo stimolò a parlare.
"Avevate nel cuore l'idea di un figlio prete;" don Crispino parlò rivolgendosi soltanto a lei, perché compare Salvatore, pur continuando a tendere le orecchie , s’era messo a scucchiaiare le lenticchie per freddarle, "ma il Signore lo si può servire e rispettare anche senza tonaca...."
"Parole sante, parole sante!..." Assentì lei, senza però capire ancora dove il discorso volesse parare.
"Vostro figlio non rispetta Dio, né con tonaca, né senza tonaca." Continuò ad evangelizzare don Crispino, "Egli si è messo con i profanatori della religione, con i bolscevichi... Una famiglia onorata come la sua! non mi sarei mai aspettato una cosa simile!" Concluse con un profondo sospiro.
Comare Isabella balzò in piedi, pallida, sconvolta: "Gesù, Giuseppe e Maria! che disgrazia!
Non posso credere, non lo posso..." Si voltò verso il marito che si scodellava in silenzio le lenticchie: "Sentito hai?... figlio tuo! che disonore ci porta...."
Risedette, affranta, con la faccia fra le mani, singhiozzando: "Non l'ho cresciuto con lacrime e con sangue per farne un demonio... meglio morto... ucciso con le mie mani, che disonorato..."
Don Crispino si sentì soddisfatto. "Da questo lato sono a posto," pensò. Poi, a voce alta, disse: "Remigio dovrebbe baciare mani e piedi, in ogni ora del giorno, ad una madre come lei." E preso dall'estro la paragonò a Cornelia, l'esemplare matrona romana, di cui raccontò, con molte fioriture, per renderla adatta al caso, l'edificante storia.
l maestro Riccio rincasò tardi - era stato fino alle dieci a discutere col daziere alcuni passi del Dizionario Filosofico del Voltaire - ignaro del dramma che lo attendeva.
Comare Isabella prima pianse, chiamando Dio e tutte le anime sante a testimoni dello scempio che un figlio demoniaco e perduto può fare del cuore di una madre troppo buona; poi urlò, scompigliandosi i capelli nel gesto di volerseli strappare, elencando tutte le manifestazioni che una madre offesa e tradita ha il diritto di scagliare sulla testa di un figlio scostumato; infine aveva impugnato la scopa per romperla sulla schiena di quel figlio mal cresciuto, senza però trovare la forza di mettere in atto il proposito poiché Remigio gliel'aveva strappata bruscamente dalle mani.
"Anche contro tua madre ti rivolti, ora! Altra vergogna non ti manca, solo questa: picchiare tua madre!... tu mi farai finire di crepacuore, lo so... ma stai attento, disgraziato, che Dio è buono e giusto, vede tutto e paga sempre il sabato..."
Remigio profittava di qualche momento di pausa per tentare di spiegarle che a questo mondo tutti uguali non si può essere, che se Dio ha dato il cervello alla gente vuol dire che la gente lo può usare come gli pare e piace; ma lei non sentiva altro che i morsi feroci di una coscienza tradita, la disperazione di chi si vede crollare davanti tutta una lunga faticata vita.
"Che cosa dirà la gente?", singhiozzava "neanche più la faccia di farmi vedere in pubblico avrò, con questo disonore addosso... mio figlio, scomunicato! che male ho fatto mai per meritarmi questa croce? Perché non ti ho strappato dalle viscere mie e gettato via, prima che aprissi gli occhi? Dio mio, che vergogna, aiutatemi voi....."
Egli l'aveva interrotta, infuriato; l'aveva chiamata donnicciola ignorante e bigotta, articolo da museo e s'era chiuso in camera sbattendole la porta in faccia.
Compare Salvatore, appisolato sulla stuoia in cucina, era intervenuto nella disputa una sola volta, con un mugugno, voltandosi dall'altra parte.
Supino sul letto, il maestro Riccio rimuginava, senza riuscire a prender sonno.
Quand'era triste o assillato, egli usava evadere o rilassarsi con una intensa masturbazione. Una terapia divenuta abitudine in seminario, resa più raffinata dal contrabbando delle foto che circolavano nella penombra delle camerate.
Remigio (lo ammetteva lui stesso) doveva ai padri spirituali l'amore per l'ordine: predisponeva con minuziosa cura l'ambiente, prima di compiere il rito. Accendeva la lampada sul comodino, avendo cura di schermarla con carta rossa, sceglieva una foto poco usata della collezione e infine adattava il cuscino ammorbidito con un vecchio pullover di lana, su cui poi cavalcava, con lo stesso trasporto con cui avrebbe amato la donna del sogno appesa con una puntina da disegno alla spalliera del letto.
Di solito, dopo tale terapia, soddisfatto, dimenticava tutto e sprofondava in un sonno beato. Ma, stavolta, uno spunzone del materasso - una foglia di granturco meno tenera delle altre - gli aveva indolenzito il costato ed era rimasto a frugare dieci minuti prima di riappianare il giaciglio. Si era risvegliato del tutto.
Se già non fossero bastati gli illuministi, Marx e la dialettica, il materasso aveva finito per irrigidirlo nelle sue posizioni, nella convinzione della giustezza della battaglia sociale di cui s'era fatto paladino assieme al daziere.
Più che sua madre, lo preoccupava il pensiero di perdere la supplenza che il direttore gli aveva affidata, su intercessione del canonico amico di famiglia. Non avrebbe potuto tenere nascoste a lungo le sue idee. Un giorno o l'altro si sarebbe dovuto scoprire, schierandosi pubblicamente dalla parte del giusto contro l'ingiusto.
Finché era stato il solo, a Pinello, aveva vissuto una doppia vita: timorato di Dio e della legge, in pubblico; in privato, sovversivo, alla ricerca baconiana di "idola" da smantellare. Finché non era stato avvicinato dal daziere...
Un incontro memorabile, quello con il signor Cicala, che gli aveva ceduto la poltrona di faccia alla "Presa della Bastiglia". Proprio da lì aveva preso le mosse, per sfogare il liberalismo troppo a lungo represso nel suo animo paesano. S'erano trovati subito d'accordo; non soltanto sui valori del '789 e su quelli comunardi del '48 e del '71, ma altresì su quelli risorgimentali di Mazzini e di Garibaldi, e infine su quelli nuovi di Marx che aggiungevano il pregio d'essere scientifici, anche se, in merito a tale fondamentale scientificismo, i loro pareri non collimavano.
Finché s'era trattato di idee, il maestro Riccio non aveva corso pericolo alcuno, perché, "le idee maturano e talvolta muoiono, al buio, in silenzio, nel cuore dell'uomo".... ma, adesso, l'impegno preso con il signor Cicala di aprire un circolo rivoluzionario, e proprio di faccia al gruppo dei potenti reazionari di don Crispino, gli pesava come un fardello più grosso di lui.
"Non si tratta di paura", pensava, "e poi, oggi, il mestiere del martire è andato in disuso... si tratta, in fondo, soltanto di buonsenso: chi me lo fa fare, mettermi contro tutto il paese, la famiglia, i superiori, per sollevare da terra quei cafoni sottoproletari che sono felici e contenti di farsi sfruttare? E' ancora troppo presto per diffondere fra questa gente il vangelo sociale... ci rimetterò la pace e l'avvenire, senza essere riuscito a cavare un ragno dal buco....".
Nella sua immaginazione, si vedeva già licenziato dalla scuola, cacciato di casa, esiliato dal paese, ramingo di città in città, "sfuggito come un appestato dall'umano consorzio". Quest'ultima proposizione, reminiscenza seminarista, l'aveva pronunciata e ripetuta a voce alta, tanto gli era piaciuta, per le immagini romantiche che aveva evocato: ramingo... zaino a spalle, barba incolta, scarpe sfondate... ad ogni cantonata, manifesto con foto: "Attenzione, pericoloso rivoluzionario!" sonni brevi e agitati nei fienili, batticuore ad ogni latrar di cane, fughe guardinghe e veloci ad ogni apparire di sagoma umana...
L'ideale aveva infine prevalso. Prima di addormentarsi, il maestro Riccio s'era detto con decisione: "Se vogliono che io diventi martire, ebbene, lo diventerò!.
Per tutta la notte sognò congiure e sbirri, tumulti e capestri, inquisitori e roghi, sostenendo turbinosamente, sempre con dignità ed onore, volta a volta, il martirio di Spartaco, di Socrate, di Giordano Bruno e di Ugo de Pains.

Don Crispino era uno di quegli uomini detti "dalla volontà indomita".
"Quando uno si mette un'idea in testa, se la deve portare appresso, senza transigere mai, senza mai perdersi in controlli, dritta per tutta la vita!" Ripeteva.
Perciò i soci del Circolo di Lettura, dormivano su due guanciali: si erano sempre rimessi al loro presidente quando vi era stato da condurre in porto un'iniziativa di particolare impegno. Ricordavano come don Crispino Porru avesse spezzato le reni a quella testa calda di Nicola "Arrebellu", quando si era permesso di recingere un suo campo confinante con le paludi. Le paludi erano ricche di anguille e di muggini e i Porru ne tenevano lontani i predatori con un buon nerbo di guardie armate che vigilavano, specialmente di notte, sui pesci. Le paludi, periodicamente, d'inverno, straripavano, allagando i confinanti campi seminati. Nessuno dei proprietari danneggiati aveva mai osato neppure protestare, per paura del peggio. Ci aveva provato, a levar la testa, una volta, Nicola "Arrebellu", il quale, vistosi allagato il campo, lo recinse con paletti e filo spinato, per salvare il grano già nato, dal trepestio dei servi pescatori che vi avrebbero inseguito i pesci, qualora le acque si fossero ritirate abbastanza presto da non marcire le piantine. "Dove c'é acqua ci sono paludi e ci sono i miei pesci... Impara la legge, ignorante!". Lo aveva assalito don Crispino a cavallo, rompendo con le sue guardie lo sbarramento per farvi entrare i servi pescatori. "E ringrazia che non ti faccio pagare le spese!". Nicola "Arrebellu" aveva sostenuto che del suo campo poteva farne ciò che voleva e osò perfino puntare addosso agli intrusi la sua doppietta. La cosa finì fra le mani del Procuratore, il quale ordinò ai carabinieri di far rispettare la legge, cioè di diffidare il Nicola, detto "Arrebellu", dal vietare al legittimo proprietario dei pesci la legittima cattura degli stessi, ovunque essi si trovassero, anche in cielo, se fossero loro spuntate le ali... Una brutta figura, ci fece Nicola "Arrebellu"; tanto brutta che dovette andarsene da Pinello per evitare dopo lo scorno, le beffe.
Neanche stavolta si dubitava che egli sarebbe riuscito a scongiurare il pericolo di un Circolo sovversivo a Pinello.
Don Crispino aveva cinquant'anni suonati parecchie volte. "Le ricorrenze genetliache sono un pretesto per gli iettatori" diceva. Si manteneva giovanile di portamento e baldo di spirito: era ancora capace di schiaffeggiare chiunque avesse avuto l'improntitudine di esternare idee che offendessero le sue.
"Mens sana in corpore sano... il segreto della forza spartana e romana è tutta in questa formula!". Era solito ripetere al Circolo, gettando la carta vincente con uno schiocco, accompagnato da un colpo secco e preciso della mano sopra il tavolo, senza per altro mai distrarsi nell'impegnativo gioco dello scopone.
"Niente", diceva, "è tanto salutare quanto l'alzarsi presto al mattino, per fare del moto all'aperto... La tempra dell'eroe, Garibaldi l'aveva dimostrata immergendo Clelia appena nata in un catino d'acqua gelata..." "La prova della superiorità della razza germanica sta nel sapersi tuffare nelle acque gelate dei loro laghetti..." Teneva alla parete del suo studio una grande foto del Duce, ripreso durante una galoppata mattutina. "Bisogna proprio dire che gli italiani sono bestie," diceva con sdegno e rammarico, "se non hanno saputo morire per un uomo come lui!"
La prima ed unica volta ch'egli aveva visto il Duce - quel giorno gli era rimasto impresso nella mente a caratteri indelebili - era ancora giovanetto. Il cavalier Aristide, suo padre, e donna Ferdinanda, sua madre, si erano recati di buon'ora col calesse alla stazione di Chiaro, dove sarebbe passato sul treno speciale. Ricordava come fosse ieri le grida di giubilo della folla che si accalcava ai margini del binario, lo scintillio dei moschetti e delle mostrine dorate delle guardie in alta uniforme e la "sua" figura maestosa, apparsa dalla cintola in su nel riquadro del finestrino di un vagone di prima classe, infiorato e imbandierato, e i militi e le camicie nere che si tenevano attaccati a grappoli sui predellini.
Donna Ferdinanda si era fatta largo nella calca per consegnare al Duce il dono augurale di Pinello: una Vittoria alata scolpita in legno di quercia. In cambio ne aveva ricevuto un bacio sulla guancia. (Una settimana senza lavarsi, per conservarlo intatto più a lungo, quel bacio invidiato da tutte le signore del paese e del circondario!)
Quando finalmente era scoppiata la guerra, don Crispino, già laureato in leggi secondo la tradizione familiare, s'era arruolato volontario.
Destinato al fronte libico, le sue aspettative combattentistiche andarono deluse: non fece in tempo a sparare un colpo che già gli inglesi - il tradimento dei disfattisti! - nella loro avanzata, avevano insaccato rastrellato e mandato in campo di concentramento il suo battaglione al completo.
"Il tradimento! ecco la mala erba che bisognava estirpare senza pietà... Eh, se si potesse tornare indietro... Plotoni di esecuzione ! altro che galera e confino..."
Ogni mattina, memore di tempi migliori, rifletteva sulle abitudini spartane. L'alzarsi presto di mattina lo aveva però sempre infastidito; specialmente negli ultimi tempi, perché di solito rientrava dopo la mezzanotte, stanco morto, stordito dagli aperitivi e dai liquorini presi al bar con gli amici: un bicchiere per ogni partita vinta o perduta nel gioco delle carte. Il pretesto per giustificare la sua coscienza glielo diede una rivista che gli era capitata fra le mani, dove aveva letto che l'alzarsi dal letto in fretta e furia danneggia il cuore e tende i nervi e che è invece abitudine più salutare svegliarsi poco a poco.
Anche la vecchia mezz'ora di flessioni lo avevano stancato; si era convertito alle tecniche yoga, che rassodano i muscoli e fortificano lo spirito con minor fatica.
Fatta colazione, si informava dal fattore se ogni cosa procedesse bene, quindi, impugnato l'alpenstock, si recava al circolo per il "tresette" antimeridiano.
Nel pomeriggio, la sonnolenza dell'afoso clima mediterraneo e la densità del vino nero lo riportavano a letto.
Il venerdì sera, levatosi di umore combattivo, ripassò la tintura sui baffi e sulle tempie, indossò l'abito grigio ferro doppio petto ed uscì per la riunione plenaria, convocata d'urgenza la notte prima.
I soci - tutti e nove presenti - lo accolsero in piedi, attorno al tavolo sistemato nell'ingresso. Don Crispino sedette al suo posto di presidente, ponendo con decisione sopra il tavolo il bastone ferrato.
"Gli eventi premono!" Esordì. E diede ordine che venisse accesa la lampadina e chiusa la porta di strada.
I soci ascoltarono in silenzio la relazione.
Il daziere, mossa la prima pedina, si trovava in vantaggio. Possedeva il contratto e la chiave del locale della signora Antioca ed era riuscito a trascinarsi appresso il maestro Riccio. Gli obiettivi urgenti da raggiungere erano, per il momento, due: primo, aprir gli occhi a quell'imbecille del maestro. Missione da affidare all'avvocato Giri, notoriamente socialdemocratico, epperciò stesso adatto a riportare un sovversivo sui binari della legalità con la stessa dialettica di Marx. Secondo: stendere, far stampare e affiggere un pubblico manifesto di protesta. Missione da affidare al professor Caio, apprezzato per le sue liriche, epperciò stesso adatto a bollare con parole roventi "i blasfemi sovvertitori dell'ordine costituito". La frase, pronunciata dal signor Filippo, maresciallo dei reali carabinieri in pensione, piacque a tutti. "Per il suo suonare come martello sull'incudine", sottolineò il professor Caio.

Il prof. Serri dott. Caio - come si leggeva sui cartoncini "bristol" ch'egli non dimenticava mai di lasciare signorilmente ad ogni nuovo conoscente - in paese era detto più comunemente "dottor ca..."
L'autore del nomignolo, così poco riverente, si dubitava fosse lo stesso avvocato Giri, il socialdemocratico, un burlone che nascondeva dietro l'ironia l'invidia per la brillante affermazione di alcuni versi del professore nel periodico del vescovo.
La madre di Caio Serri, la verduraia vedova di guerra, aveva rubato sul peso e saltato i pasti per più di dieci anni, per far studiare il figlio; e lui aveva fatto, come suol dirsi, il culo sulla sedia, per laurearsi in lettere.
"Figlio mio", gli aveva detto e ripetuto fin da bambino, "nella vita, per farsi strada, bisogna dire sempre sì sì e no no... Ascolta, guarda e stai zitto. Chi ha comandato ieri comanda oggi e comanderà domani."
Già studente delle medie superiori, egli si accodava al gruppetto del Circolo; una sera in cui, infilatosi fra gli altri, era riuscito a precedere tutti per pagare il conto al barista, era corso a casa soddisfatto a raccontarlo alla madre. Lei, ammirandolo, aveva esclamato: "Benedetto figliolo, ne farai tu di strada!..."
E di strada, per la verità, ne aveva fatta parecchia e continuava a farne ancora, con una cattedra di scuola media distante da Pinello più di trenta chilometri.
Ormai, ogni sua aspirazione si poteva dire raggiunta. Continuava però a curare la sua cultura con serotine letture di classici.
Il prof. Caio, da quando aveva scoperto le liriche di Garcia Lorca era divenuto meno assiduo del Circolo. Se la teneva per sé la scoperta, beninteso, perché non era conveniente dar le perle ai porci. Egli riveriva ma disprezzava quella gente presuntuosa e ignorante che misurava l'uomo a sacchi di grano e a ceppi di vite.
Quando s'era laureato, sua madre era andata in tutte le case degne del nuovo rango di suo figlio per passare gli inviti. Era stata una festa memorabile a Pinello. I nonni lei li aveva ripuliti e rivestiti da capo a piedi e così infiocchettati li aveva messi a sedere in un cantuccio. Annuccia e Rina, vicine di casa, si erano prestate a far da cameriere, con la vivissima raccomandazione di non dimenticar mai di dire "dottore" rivolgendo la parola al festeggiato.
Chiamar dottore il proprio figlio era la grande soddisfazione che la ripagava finalmente di tanti anni di sacrifici e di privazioni. Se andava in bottega a comprar due sardelle, "Ti raccomando, Enrico, belle e grasse, che sono per il dottore", diceva. Oppure, ai vicini di casa: "Il dottore riposa. Eh, il dottore... se lo merita sì, lui, il riposo, dopo tutti gli studi che ha fatto all'università!" L'università , nella sua immaginazione, era un luogo sacro, un meraviglioso tempio, dove ai pochi e fortunati adepti si profondeva, mediante una magia, una speciale grazia, una unzione capace di elevare un pescatore di frodo delle paludi in un brigadiere di finanza. Qualche volta le era accaduto di chiamarlo lei stessa così: "Oggi, dottor Caio, devi accontentarti della minestra di fagioli!" E il figlio, guardandola, con benevolo rimprovero: "Via, mamma, non esagerare..."
Egli trascorreva molte ore del suo tempo dietro la scrivania - il primo mobile acquistato a rate dopo il primo stipendio - che figurava ancor più, lucida e massiccia, nello stanzino coi muri gobbi di mattoni crudi. Vi riceveva la gente assillata che sua madre gli portava affinché con la sua cultura, a pagamento, risolvesse e appianasse le situazioni più disparate.
Una volta era venuto un capraro a pregarlo di intervenire nella controversia con un contadino per via dei pascoli. "Un dottore come mio figlio sa tutto, ha studiato tutto." Diceva la verduraia alle comari. E il professor Caio per mantenersi all'altezza del nome, si accollava responsabilità più grandi di lui. Parlava e parlava per un'ora buona - il visitatore se ne stava in piedi, in soggezione, con il berretto sotto l'ascella, davanti all'enorme scrivania - con molte citazioni greche e latine, lasciava, il più delle volte, le cose come stavano.
Rientrato dal Circolo, dopo la riunione plenaria, avvertì sua madre: "Non voglio essere disturbato per nessun motivo!"
La stesura del manifesto lo avrebbe impegnato per il resto della sera.
A mezzanotte, senza essersi mosso neppure per cena, sorretto dai caffé che la madre premurosamente gli portava direttamente nella cuccuma, dopo aver sfogliato alcuni testi di storia e una raccolta di sentenze latine, rimirava la bozza del manifesto appesa al muro con due puntine.
"NON PRODEST AD CONCORDIAM CIVITATIS!" si leggeva nel primo rigo. Poi, a metà circa: "Fino a quando, o nobile, o eletta cittadina, l'onta e il ludibrio di vandale rosse orde subirai sul tuo vergine suolo? E in fondo: "La cristianità, memore di Roncisvalle e di Lepanto, fermerà ancora una volta, a Pinello gli eserciti della Barbarie!"

Gli eserciti della barbarie, il signor Cicala, il maestro Riccio, Cesarino e Fabio , fratelli braccianti agricoli, e Gigi, il maniscalco, arredavano intanto i locali del loro Circolo a lume di candela. L'elettricista, creatura di don Crispino, col pretesto che "le cose bisogna farle secondo ordine e legge", aveva respinto la domanda di allaccio perchè sprovvista di bollo regolamentare.
Avevano rimediato un tavolo, una sedia e quattro scanni portati uno per ciascuno da casa loro e un pancone acquistato dal bettolaio che lo teneva buttato in cortile.
Il daziere, notando la povertà delle suppellettili, d'altronde consone allo spirito dell'iniziativa, dopo lungo pencolare, s'era deciso a trasportare nel circolo poltrona e oleografia. Volle anzi accompagnare di persona i portatori per evitare danni.
La vittoria gli parve completa, quando, stanco sfinito per la movimentata giornata, sedette disteso davanti alla "Presa della Bastiglia" che risultava in buona luce di fronte alla finestra.
I quattro soci sedevano sul pancone del bettolaio posto davanti al tavolo.
"Ed ora... ora che tutto è a posto", egli disse, "bisogna dare il nome al nostro Circolo."
"Un nome che indichi un programma." Precisò il maestro Riccio.
Dopo lungo discutere tra il daziere e il maestro, fu deciso di chiamarlo "Circolo Proletario Rivoluzionario." L'aggettivo rivoluzionario sembrò eccessivo e fuori moda; perciò si decise di toglierlo.
La classe operaia approvò, un poco annoiata, con un cenno di testa.

Il sabato sera, vigilia dell'inaugurazione, l'avvocato Giri, il socialdemocratico, s'era appostato nell'angolo del tabaccaio, in attesa del maestro Riccio.
In merito alla missione che gli era stata affidata, egli non dubitava affatto delle proprie capacità di convincimento; dubitava, se mai, della capacità di comprensione altrui.
Socialista umanitario liberale, com'egli si definiva, l'avvocato Giri amava la compagnia, i liquori e le ragazze. La sua vocazione sociale la esprimeva in caustici frizzi, coi quali inchiodava uomini e donne del paese "al dramma", diceva, "della loro condizione umana e alla coscienza della loro responsabilità civica." Una sera in cui Gigi il maniscalco s'era sentito sbeffeggiato in pubblico, senza poter reagire alla sciolta parlantina del Giri, lo aveva steso con un pugno. (Per questo, Gigi aveva accettato subito di entrare nel Circolo rivoluzionario.)
L'avvocato disprezzava i pinellesi, "una turba di canaglie", incapaci di usare il cervello; ma, per il suo umanitaresimo, si univa spesso a combriccole di ogni ceto. Si differenziava dalla turba nel parlare per massime enunciate con un risolino sarcastico, nel vestire strambo - sempre in abito chiaro con cravattino nero. Fumava le "Alfa" - egli ricordava agli amici che anche il ministro Tal dei tali le fumava - "le sole sigarette che mi soddisfino; le altre sono da signorine!" diceva togliendone una dall'astuccio d'argento e infilandola in un lungo bocchino nero.
Egli vantava la paternità di almeno la metà dei soprannomi portati dai pinellesi. Era una specializzazione, la sua, che lo rendeva temuto e rispettato anche dai ventisette colleghi della pretura di Chiaro, dove esercitava la professione.
Quando il maestro Riccio gli passò davanti, aveva la frase già pronta: "Corri alle barricate, novello Lenin?"
L'altro si fermò, impappinato, cercando inutilmente di rispondere a tono. E fu ben lieto di potersi cavare d'impaccio accettando l'aperitivo che l'avvocato gli offriva.
Sedettero nell'angolo più discreto del bar.
Il maestro cercava di sfuggire il sorrisetto misto di ironia e di compatimento con cui si sentiva sfidato.
Per uscire d'imbarazzo, a voce urlata, perché nel bar e nelle bettole di Pinello la gente era solita urlare senza ragione, disse:
"Era da un pezzo che non ci si vedeva..."
"Cristiani e bestie si incontrano sempre." Rispose l'altro parafrasando. Poi, accesa una delle sue pestilenziali sigarette, soggiunse: "Ho sentito dire che ti sei dato alla politica..." Buttò giù le parole, senza tono, aspirando una boccata di fumo. "In fondo, ognuno è libero di avere le idee che vuole. Io sono liberale fra i liberali, a questo proposito... soltanto che potevi essere discepolo di un miglior maestro."
"Le idee, a me, non le mette in testa nessuno!" Rispose il maestro piccato, "Non sono di quelli che si lasciano infinocchiare dal primo venuto, io."
"Non dico di no. Però, dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Il signor Cicala è un furbone che si serve di te per cavarsi le castagne dal fuoco. Se ci saranno zampe scottate, naturalmente saranno le tue... E poi, ti rendi conto che non possiede il senso del ridicolo? lui e la sua storia di aprire un Circolo... tutto da ridere!"
"Da ridere... non direi... e il Circolo di don Crispino, il vostro Circolo, è meno ridicolo forse?"
"Sarà... ma dopo trentasette anni di vita anche le istituzioni più ridicole diventano serie. La tradizione è tutto, nelle faccende umane... a Pinello non esiste tradizione marxista - e osserva bene: chi te lo dice è un marxista! - e perciò un circolo marxista resta soltanto ridicolo."
Il maestro Riccio lo scrutò in tralice dopo essere stato soprappensiero.
"Dove mi vuoi portare con questa discussione?"
"Credevo ci fossi già arrivato!"
"Ormai ci sono dentro. E' un'esperienza che mi voglio fare." Sospirò il maestro. "Se le cose si metteranno male, farò sempre a tempo a ricredermi e a fare marcia indietro..."
"Se lo potrai!" Concluse l'avvocato Giri con un risolino che diceva tante cose, ma che al maestro parve voler dire: "Povero allocco!" Per cui se n'uscì mogio, travagliato in cuor suo da una crisi profonda.

La domenica mattina si inaugurò il Circolo Proletario Rivoluzionario.
Il signor Cicala, affacciandosi di continuo sull'uscio, gongolava lanciando occhiate provocatrici a quelli del Circolo di Lettura, i quali, senza parere, seguivano dai loro posti ogni mossa dei bolscevichi.
Il tavolo era imbandito per la bevuta inaugurale. I fratelli Cesarino e Fabio avevano portato una bottiglia di vino bianco e il maestro un cartoccio di amaretti fatti in casa.
Il discorso del daziere, fatto col bicchiere in mano, lo udirono anche i nove del Circolo avversario che lo sottolinearono con frizzi salaci e risatine beffarde.
Dovettero trattenere a viva forza don Crispino, deciso ad intervenire con il suo alpenstock, per mettere fine alla provocazione, quando il signor Cicala pronunciò la frase "da qui partirà il moto di riscossa del popolo lavoratore di Pinello, sfruttato da ignobili capitalisti." Lo convinsero a fare un discorso di replica. Lo applaudirono fino a spellarsi le mani, quando, salito sopra il tavolo, tenne il contraddittorio.
Un'ora dopo, Gigi il maniscalco, annoiato di veder sempre la stessa gente passare e ripassare per strada e suggerito da quelli del Circolo di fronte, che vedeva intenti beati nel gioco dei "tarocchi", estrasse di tasca un mazzo di carte semi nuovo e propose: "Perché non ci facciamo anche noi una partitina, per chi paga il caffé?"
Il signor Cicala, mischiate le carte con mani esperte, prese a distribuirle, mandandole ad ammucchiarsi, veloci e ordinate, ai quattro lati del tavolo.

Il martedì, a fianco a quelli bianchi del Circolo di Lettura, apparvero sui muri del paese i manifesti rossi del Circolo Proletario.
La madre del professor Caio non aveva saputo resistere alla voglia di raccontare in bottega la grande fatica del "dottore" e Marietta era corsa a riferire al padrone, il quale immediatamente aveva stilato e mandato in tipografia un contro manifesto.
I contadini, rientrando dal lavoro, all'inconsueto spettacolo dei muri tappezzati, si fermarono a curiosare. Fecero anche qualche commento, ma soltanto sul colore dei manifesti, perché i pochi che sapevano leggere non avevano capito nulla delle parole che c'erano scritte. Perciò ripresero a parlare delle cose di cui sempre avevano parlato: dell'annata, come Dio la manda; dei pascoli inariditi dalla brina e specialmente del grano, che, se il tempo non lo avesse aiutato, sarebbe andato tutto in malora.
 

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