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Il testimone


Ho atteso quasi un anno, dopo diplomato, prima di avere una supplenza. In casa me ne fanno una colpa: "Con tutti i sacrifici che abbiamo fatto per darti una posizione!" E la minestra mi va di traverso, come se la rubi ad un affamato.
Oggi, esasperato, sono andato a T. sede della direzione didattica, dove sono in graduatoria. So, da qualche giorno, che una maestra titolare a M. si è assentata per fare un figlio.
Lei è seduta dietro un tavolo enorme ingombro di carte. Di fronte, ad un altro tavolo, sta la segretaria, una vecchia vestita di nero, che batte ad uno ad uno, lentamente, i tasti di una Remington del secolo scorso.
"Mi dica", chiede atona, senza levare la faccia, continuando a frugare fra le scartoffie. E il fatto che non mi guardi mi dà coraggio.
"Sono un maestro disoccupato". Rispondo. E lei neanche un sussulto, neanche un gesto di stupore o di commozione, come se abbia sentito dire: "Questa è una stanza".
"Sono venuto per la supplenza di M. E' un posto fuori mano; certo nessuno ci va volentieri..." Proseguo.
"E lei, allora?" Chiede; con ironia, mi pare.
"Io sono diverso". Finalmente solleva la faccia. Mi squadra da capo a piedi, fermando l'attenzione sulle scarpe scalcagnate e sui risvolti sfilacciati dell'impermeabile lavato con candeggina. Tace a lungo, fregandosi il mento col dorso della mano. Poi dice: "Va bene. La terrò presente. Se le spetta, riceverà la nomina a casa". E fa un gesto che, unito al tono delle parole, vuol dire: "Levati dai piedi".
Mi siedo in un angolo.
"Ma che fa?" Esclama con voce dura.
"Niente. Decida pure con comodo. Io aspetto qui. O nell' andito, se disturbo."
Mi pare incerta se urlare o sorridere.
"Sa che lei è un tipo strano?" dice "Passeranno almeno due o tre giorni prima che possa assegnare la supplenza."
"Pazienza" dico mugugnando, "pazienza. Aspetterò anche un mese. Che altro posso fare se non aspettare?"
Mi impunto.
Lei mi guarda, in tralice, stupefatta e ironica, come a volere dire: "A questo gli manca qualche venerdì". E si rimette a frugare fra le sue cartacce semplici e bollate che escono da ogni dove, da pile, da cassetti, da cestini, da enormi buste ministeriali rosse e gialle. Ad aumentare la babelica torre di carta contribuisce la vecchia segretaria, la quale, ogni due tre minuti, in un via vai silenzioso monotono, raccoglie fascicoli, cartelle e mucchi di veline dai polverosi scaffali per deporli accatastati sopra il tavolo.
Forse ha l'età di mia madre, la direttrice. Ne vedo soltanto il volto e, a intervalli regolari, le mani, esperte nell'acchiappare carte fruscianti. A vederla così, mi pare triste - i cappelli grigi e gli occhi lenti e acquosi fra le palpebre pesanti. Una vecchia donna stanca e infelice, mi pare.
La mattina se ne è andata, ed anche la vecchia segretaria, silenziosa come ombra, con un cenno di saluto e un cigolare della porta.
"E' tardi. Non va a mangiare, lei?" Domanda, togliendo le mani da mezzo alle carte. Solleva una borsa nera da terra, la depone sul tavolo, ne tira fuori un tovagliolo, un uovo, due panini e una arancia.
"Sa, consumo qui la colazione, quando devo trattenermi fino a sera." Dice con tono confidenziale. Fa un gesto dolce con la mano: "Ma lei, benedetto ragazzo ..." e mi porge un panino che io prendo, imbarazzato, commosso.
"Ho bisogno di lavorare..." Sussurro, profittando inconsciamente del momento, "la prego, mi nomini; partirò subito ... i bambini sono senza maestra."
Soprapensiero, prende in mano l'uovo e mi guarda; accarezza una pila di carte; rovescia sul dorso una pingue cartella; apre e richiude un cassetto, ne controlla un altro; sposta l' arancia, poi mi guarda ancora, a lungo.
"Bene .Voglio aiutarla. Raggiunga la sede per domani." Dice tutto d' un fiato.
Scatto in piedi. "Grazie! Le renderò il panino al primo ventisette!" dico quasi gridando.
Tornando non sento più il maestrale. Fischietto allegro per tutto il viaggio. Pedalando svelto raggiungo una ragazza di contadini.
"Ciao, bella! Vieni a scuola con me?" Lei mi squadra ironica e mi fa uno sberleffo.
"Ma che ti credi?" dico io, "sono un maestro, sai!" E la supero con un paio di pedalate.
A casa ho giusto il tempo per preparare la valigia e salutare.
E' quasi buio e vado difilato dal sindaco. "Sono il nuovo maestro", gli dico "vorrei trovare una camera".
Un nugolo di ragazzini si azzuffano per trascinare a turno la mia valigia attraverso stradicciole acciottolate fangose buie. Qualche lampadina scialba permette ogni tanto il controllo della situazione, ma le pozzanghere sono tante che una l'ho centrata in pieno, nonostante gli "attenzione!" dei bambini che mi saltellano tutt'intorno come a guidarmi e a proteggermi. E così ho le scarpe piene d'acqua. Loro pare invece che ci provino un gusto matto a passare dentro le pozzanghere più larghe e più fonde. Sono tutti scalzi e lo sciabordare che fanno coi piedi nella fanghiglia, misto al chiacchierio fitto, ha un che di allegro e di triste insieme.
Il sindaco, un contadino piccoletto ispido, immobile sull' uscio di casa, tace per qualche minuto.
"Vada da ziu Efisi." Decide. “Sono brava gente.” Si rivolge poi ai miei accompagnatori: "Da ziu Efisi Conca de mallu. Capito avete?"
La stanza mi piace. I muri sono bianchi di calce con lievi riflessi celesti, come le lenzuola lavate con azzurrite. C'è un letto alto col panchetto per salirvi, un armadio e un comodino con sopra due angioletti che reggono la vaschetta dell' acqua santa. Ci sono un tavolino e una sedia davanti alla finestrella che dà sulla strada, un buco quadrato nel muro spesso. Il soffitto di tavole poggia su travi grezze di castagno annerito dagli anni; dalla trave centrale pende una lampadina da poche candele attaccata ad un filo nero di mosche. Dalle pareti, sacri volti mi osservano: una Maddalena dagli occhi di cerbiatta; un san Giuseppe dalla barba bianca sul volto fanciullo; una Madonna dai sette dolori, coi sette pugnali conficcati a raggiera nel cuore; un Cristo nero, con il macilento corpo strappato in tante piaghe enormi purulente, urlante con il bianco degli occhi e dei denti scoperti, sul cui viso atroce piove goccia a goccia il sangue della corona di spine.
Zia Elvira bussa all' uscio:
"Venga in cucina a riscaldarsi... No, no, niente disturbo. Se viene, ci fa piacere".
In cucina hanno preparato un mucchio di sterpi nel camino e attendono che io arrivi per appiccargli fuoco con la candela.
Intorno al focolare, su stuoie e su scanni, siede la famiglia.
"Famiglia numerosa." Dico, tanto per dire qualcosa, rivolto al padrone di casa. ziu Efisi sorride, compiaciuto.
"Già. Figli non ne mancano. Nove vivi e cinque morti, come Dio ha voluto."
Zia Elvira pare un frutto di melograno che pioggia e gelo abbiano infracidito di dentro e screpolato di fuori. E' infagottata con una blusa e una gonna sbiadite e sfilacciate, simili a corteccia di elce su cui un branco di cinghiali ha affilato le zanne.
Tutti e nove i figli hanno gli occhi puntati su di me, come che io sia una bestia rara e meravigliosa. E' già tardi, ma devo aver levato loro la voglia di dormire, stanotte.
Mi rivolgo alla più grande - deve essersi messa la gonna migliore per far bella figura con l'ospite - "Come ti chiami?" Le chiedo.
Sorride con gli occhi neri, respira con i seni quasi nudi, stampati sulla leggera blusa di cotonina. "Maria." Risponde arrossendo; e guarda la madre, come a pregarla di toglierla dall'imbarazzo. E zia Elvira mi spiega: "Maria a scuola non ci va più. Ha fatto la terza ma ora è grandicella ed è vergogna a quindici anni, così cresciuta, quasi più grande della maestra... Dio solo sa quanto mi serve in casa, con tutte le creature che ci sono..."
"E a scuola brava non era..." Interviene ziu Efisi. Si rivolge alla figlia, sorridendo burlesco: "Un po' asina eri; due anni in prima e due in seconda!"
Si schermisce Maria: "Andavo un giorno sì e dieci no..."
Ziu Efisi si sposta per attizzare il fuoco; si china a raccogliere e ad ammucchiare i rametti sparsi, a metà bruciati; soffia con una canna finché non riappare la fiamma.
"Ma Roberto, lui sì, che è bravo!" Riprende a dire. "A dieci anni, già in quinta! Un anno in ogni classe. Eh, se fosse come vorrei... dottore lo farei!" Traccia dei segni sulla cenere con la canna; il suo viso é assorto, triste. " E invece, dall' autunno prossimo verrà a zappare la terra..."
Roberto ha seguito con muto interesse le parole del padre. Siede quasi sdraiato sulla stuoia, esile nel maglione rossastro ricucito. La sua magrezza appare scheletrica nei calzoni enormi con le brache basse. Ha le dita dei piedi mobili e le articola protese al calore del fuocherello.
Soltanto ziu Efisi e Maria portano scarpe. Lui, scarponi di cuoio unto di sego e chiodati; lei, zoccoletti a mezzo tacco, fatti in casa con legno biondo di ulivo e una striscia di vecchia briglia che conserva ancora i lustrini di ottone.
"Roberto, porta il quaderno, così il maestro lo vede." Propone zia Elvira.
Interviene il marito: "Ma no, adesso no. Appena arrivato e già lo disturbate". Dice così, per complimento; ma pare interessato anch' egli alla mia "ispezione".
A me viene da ridere. Sono un maestro da burla, io. Mai entrato in un' aula per fare lezione. Loro non possono sapere quanto sono preoccupato, pensando a domani mattina. Per cavarmela dovrò scimmiottare ciò che ricordo della mia vecchia maestra.
"Ma che disturbo!" Dico recitando. "E' il mio mestiere, no?... Vai, vai, Roberto, portami il quaderno."
Si sono levati tutti in piedi. Alle mie spalle, seguono con tacita ansia - come assistano al compiersi di un rito sacro - il mio esame.
"Si, si, Dico alla fine. "Si, non c'è male. Ordinato e pulito. Qualche errore c'è, si; ma è davvero molto bravo."
Ziu Efisi non nasconde la propria gioia. Fa un passo verso Roberto, gli posa sulla spalla la mano. "Visto, che è bravo? Eh? E' bravo, Vero?" Dice, risedendosi. Poi "Benedetti soldi!", esclama.
A questo punto vedo Maria avvicinarsi alla madre e sussurrarle qualcosa all'orecchio e zia Elvira battersi con afflizione una mano sulla coscia, esclamando: "Stupida che sono! Il maestro avrà fame e io non ci avevo neppure pensato! Meno male che se ne è ricordata Maria..."
Maria arrossisce e io la ringrazio con un sorriso. Infatti ho fame. Ma penso: "Un bel nome, Maria."
L'acqua del catino è gelata. La lametta rade strappando i peli. Mi lavo accuratamente collo e orecchie. "Non si sa mai," penso "glielo ripetono sempre i grandi e bisogna dare l'esempio."
Roberto, impaziente, con la borsa di cartone marron a tracolla e una fetta di pane in mano, mi aspetta da mezz'ora in strada, con altri scolari del vicinato, per accompagnarmi. Mi spiega che ci sono quattro classi: due nel Municipio, una in casa di zia Veneranda e l'altra, la mia, nei magazzini di don Peppe, vicino all'abbeveratoio.
Devo iniziare alle otto e mezza; sono arrivato presto, non c'é ancora nessuno. Da un ampio portone rustico si entra in un cortile acciottolato con basalto nero, vasto quanto una piazza, con un pozzo e un olivo nel mezzo. Di faccia e a destra, a elle, una serie di tettoie per conservare i cereali e la paglia e alloggiare le bestie. Uno di questi "vani" è la terza mista. Me l'addita Roberto, andandosene per raggiungere i suoi compagni.
Rimasto solo, mi sento sperduto con la sensazione d'essere stato truffato. Non c'è alcuna porta da aprire per guardare dentro l'aula. A sinistra i cumuli di paglia da cui spuntano i manichi dei forconi; a destra i buoi ruminano accosciati sul loro letame.
Ci sono venticinque banchi, una carta geografica dell'Italia rattoppata e sudicia inchiodata al muro di mattoni crudi senza intonaco, una lavagna girevole, una cattedra. Cominciano ad arrivare i bambini. Sì, è una scuola. Cominciano a sedere nei banchi, i bambini. Sì, è proprio una scuola. Mi consolo. Io non sono il solo truffato. Passeggio fra le due fila di banchi. Come si può star seduti qui dentro, con questo freddo? Meno male: l'aula comunica con la stalla per mezzo di una finestra a sbarre. "Et pour le chauffer... l'ane et le beuf soufflent dessus." Già. Le poesie evangeliche, i presepi nei soggiorni caldi e luminosi, le luci intermittenti rosse gialle azzurre e i laghetti di vetro e di stagnola... Il tetto è di canne. Ci piove dentro, scommetto.
I banchi, la lavagna, la cattedra, la carta geografica dell'Italia ci sono. Ci sono anche gli scolari, ora. C'é anche il maestro. Ognuno al suo posto. E' tutto regolare. Niente da dire. E' una scuola.
Nel cassetto trovo il registro. Quarantasei nomi, divisi in due gruppi, per sesso: Antonio, Giuseppe, Salvatore... Assunta, Benigna, Luisa... Prima i maschi e poi le femmine. Siedono immobili, muti. Mi guardano. Certo aspettano che io parli. O chissà che cosa vogliono da me, loro.
"Sono contento di conoscervi. Sono contento di essere il vostro maestro. Il vostro paese mi piace molto. E anche voi..."
Ho detto così. Loro mi hanno ascoltato. Ma aspettano ancora e io non so che altro dire.
Uno di loro mi toglie dall'imbarazzo: "Facciamo disegno?" Dice. Ed io: "Buona idea! Facciamo disegno..."
Non pensavo che fosse così piacevole insegnare, stare con i bambini. Il tempo passa senza che ce ne accorgiamo.
Stamane sono ancora impegnati nel disegno. Io li osservo. Qualche grembiule nero rattoppato, alcuni maglioni sbrindellati, giacche sdrucite smesse dal fratello grande, blusette leggere di cotone. Ma i colori sono vivaci. Una fioritura policroma su un prato fantastico. Mi vien desiderio di spostare un maglione verde per metterlo accanto ad un giallo. Vicino ad un grembiule nero stona.
Ieri ho detto: "Portate un oggetto qualunque, una foglia, un frutto, un ramoscello. Chi ha colori, non se li dimentichi a casa."
Tre soli hanno l'occorrente. Perciò è un continuo via vai, un incrociarsi di pochi colori e matite e gomme. Alcuni cancellano con la mollica del pane; altri con il dito inumidito sulla lingua.
Carlo, piccoletto, gracile, con la vocina striminzita che pare un fischio, avvolto in una giacca che gli arriva alle ginocchia, chiede al vicino:
"Don Piero, me la presta la matita?"
"Compratene, se ne vuoi!" Risponde l'altro di malo modo. Piero è traccagnotto e ispido. Due occhietti incavati, quasi nascosti sotto le folte sopracciglia. E' l'unico che porti scarpe; scarponi enormi, chiodati, da cui spuntano due stinchi così fini che paiono spezzarsi a trascinare tanto peso.
"Siete nemici?" Chiedo, chiamandoli alla cattedra.
"No," dice Carlo, “io e don Piero non siamo nemici.”
"Don Piero? E chi è don Piero?" Chiedo io ironico, irritato per il "don". Non colgono affatto l'ironia. Rispondono in coro:
"Don Piero è il figlio di don Peppe, il padrone della scuola."
Che fare? Non posso certo prenderlo a calci, questo piccolo "don" da burletta, vestito di fustagno e di scarponi chiodati... Mica è colpa sua se é nato "don"... A parte le scarpe, non è meglio degli altri. Penso che qui ci vuole la predica. Mi sostiene il Vangelo: Anche Gesù ha detto che i poveri sono meglio dei ricchi. E stiano attenti, i ricchi, a non offendere i poveri. E che, non siamo forse tutti figli di Dio? E allora? Non siamo quindi tutti uguali? E se siamo tutti uguali, niente campane, a scuola: né din, né “don”. Il nome e basta.
Stanno a guardarsi a bocca spalancata, senza rispondere né sì né no. Devono essere maledettamente difficili da capire le parole che non si sono mai udite prima, anche se si ispirano al Vangelo.
"Don" Piero si è immusonito. Dico a Carlo di sedersi assieme a lui, nello stesso banco. Sorrido ad ambedue: "I vostri disegni sono molto belli." Li sollevo in alto, per farli vedere a tutti. "Vero, bambini, che sono molto belli?"
I giorni della supplenza se ne stanno andando. Se ci saranno complicazioni di parto, la titolare non potrà rientrare e io chiuderò l'anno scolastico. Non conosco neppure di vista la maestra che supplisco e non mi rimorde far questi pensieri.
A scuola, si legge, si fanno pensierini e operazioni, si parla del tempo, dei lavori in campagna, delle cose che succedono in paese.
Quando sono stanchi fanno il gioco del silenzio: uno esce dal banco, osserva, poi indica il compagno che sta più "buono" - che gli è più "simpatico", in verità - e occupa il suo posto. Ha iniziato il gioco una bambina e ha scelto una bambina. I maschi brontolano, perché nessuno di loro verrà mai scelto, così. D'altro canto, quando cominciano i maschi, si guardano bene dallo scegliere una femmina.... se accade, per eccezione, all'uscita di scuola, i compagni lo canzoneranno attribuendogli la bambina scelta quale "sua fidanzata."
Ho spostato le femmine sistemandole una per banco, con un maschio a fianco. I bambini specialmente nicchiano: "Io con una femmina non mi voglio!"
Gli altri, ancora scompagnati, ridono maliziosi, dandosi di gomito l'un con l'altro. Le bambine chinano il viso, si contorcono, smorfiose.
"Ti attacca la peste, forse? Piantala!" Mi è venuto da urlare davanti ad una ribellione così aperta.
Ma si sono abituati presto. Dopo qualche giorno, hanno finito per darsi amichevoli botte. Leggono nello stesso libro, con le braccia allacciate, senza più avvampare e scattare, come morsi dalla tarantola, al solo sfiorarsi.
"Non sta bene metterli insieme, maschi e femmine! L'ha detto anche il parroco che non sta bene..." Viene a protestare una madre.
"Ma quando mai? Che razza di educazione imparano a scuola..." Si scandalizza un'altra.
"Io a scuola faccio di testa mia." Ho risposto piccato. "Se no, che maestro sarei? E poi, non viviamo tutti insieme, maschi e femmine, in paese, in casa, senza morderci l'uno con l'altra?"
"Lei dice bene... però non bisogna fidarsi."
Le due vecchie maestre - le vedo raramente, di mattina fanno scuola nel Municipio e di sera fanno catechismo nella cappella di santa Rita - mi hanno fermato per strada.
"Oh, si, comprendiamo. Lei è giovane, di poca esperienza e non sa ancora quanta malizia c'è nei bambini. Nascono con la malizia dentro, nascono, al giorno d'oggi. Guai a lasciarli insieme da soli. Dio solo sa, o meglio il diavolo, ciò che possono combinare! Le femmine bisogna tenerle lontane dai maschi, se no perdono il timore di Dio, diventano sfacciate... Non gliene verrà niente di buono, vedrà. Hanno detto tutt'e due, a turno. E hanno concluso, in tono di minaccia: "Certamente la signorina direttrice non ne sarà contenta, quando lo saprà."
Le due vecchie maestre devono portare jella. Infatti è accaduto presto "qualcosa."
Mi sono assentato per andare in gabinetto.... "Andare in gabinetto" è un modo di dire. Io e i bambini, quando abbiamo bisogno, entriamo nella stalla vicina e siamo arrivati nel luogo giusto. Le prime volte - oh, la schifiltà del signor maestro! - avevo paura d'imbrattarmi le scarpe e più ancora avevo paura dei buoi che stavano lì a guardarmi, ruminando con la lingua penzoloni, coi loro occhi acquosi e opachi. Mi facevano soggezione, oltre che paura. Poi, a vedere i miei scolari infilarsi decisi fra corna e zoccoli e uscirne sempre indenni, ho cominciato a prendere dimestichezza con questi animali, qualche volta ancora sobbalzando al loro improvviso scuotere la testa cornuta.
Rientrando in classe, oggi, vedo una bambina piangere, con la faccia nascosta sopra il gomito.
"Cosa c'è, Angela?"
Tutti zitti. Chi ha davanti un libro e chi un quaderno; chi fa finta di leggere e chi di scrivere.
"Fate i matti per non pagar l'osteria, vero?" Dico irritato, usando, per farmi capire meglio, un loro modo di dire.
Silenzio.
"Si può sapere che cosa è accaduto?"
Ancora silenzio.
"Beh? Non vi mangio mica!"
Guardo Domenico, quello che fa il chierichetto e suona le campane, perché di solito è lui a spiare.
"E' stato Antonio, è stato... Ha detto una cosa brutta ad Angela." Dice. Si è alzato e seduto, evitando gli sguardi feroci dei compagni che lo minacciano mostrandogli il pugno da sotto il banco.
Antonio sbotta a piangere anche lui, facendo coro con Angela.
"Via, no sarà una cosa molto brutta..." Dico io, accennando un sorriso, per calmare le acque. "Di che si tratta?" Domando, ancora rivolto a Domenico.
"Che è senza mutande, ha detto. Che ha visto tutto, ha detto."
La scolaresca - non so perché - sbotta in una risata fragorosa. Rido anch'io, nonostante mi fossi preparato la grinta feroce. Ma Angela ed Antonio piangono più forte, ora; lei di vergogna e lui di paura.
Che fare? Parlerò del bene e del male? Della dignità e del rispetto? Che vergogna c'è a non aver mutande? E quanti al mondo sono senza mutande? E i Sanculotti, non erano senza mutande? Eppure, che rivoluzione fecero!... Ed io, le ho sempre avute, io, forse?
"Non vergognarti e non offenderti, Angela. Antonio scherzava, non voleva offenderti. Vero, Antonio, che scherzavi, che non volevi offendere? Non è vergogna, sai... Quando era piccolo, anche il maestro, lo sai, non ne aveva nemmeno lui… Eppure vedi, oggi è un maestro… no? Anche tu, Angela, se tu lo vuoi, diventerai una maestra, da grande. Ti piacerebbe, dimmi, diventare maestra?"
Mi avvicino mentre parlo. Lei ha già smesso di piangere, mi guarda sollevando appena il viso, scosso ancora dai singulti, gli occhi ancora umidi e le guance striate di scuro.
"Va a lavarti la faccia nell'abbeveratoio... e non far tardi."
Mi preoccupa un poco il pensiero che domani, qualcuno di loro potrà farsi un vanto d'essere venuto a scuola senza mutande, perché “anche il maestro, quand’era piccolo…”
In gennaio, le notti sono stellate e gelide.
Trascorro le sere in cucina, accanto al camino, con la mia nuova famiglia.
Basta il chiarore della fiamma a far luce. Solamente per cenare si accende la lucerna ad olio che pende fumigante da una trave del soffitto.
Ziu Efisi rientra come sempre all'imbrunire, quando il fuoco è appena acceso. I più piccoli gli si fanno attorno festosi e lui li sculaccia affettuosamente, mentre depone in terra il fascio di legna. Inizia l'assalto alla bisaccia e alle tasche di ziu Efisi: appaiono "lau" e "mattuzzu", le aromatiche erbe del ruscello, da intingersi nell'olio d'oliva pepato; le "mungettas", lumache nere sigillate da una membrana bianca, da arrostire, come i funghi del cisto, sulle braci; cardi selvatici che si accompagnano col pane dorato e fanno venire sete di vinello aspro e i cardi biondi, dolci, cresciuti sotto un sasso.
Dopo cena i piccoli si addormentano, chi appoggiato al tavolo e chi sulla stuoia calda. Io resto sempre un poco, coi piedi allungati al tepore, a fumare e a chiacchierare con ziu Efisi.
Zia Elvira riempie la conca con l'acqua del pozzo; lava piatti e posate che Maria asciuga e ripone nella rastrelliera nel canterano. Poi si siedono, ambedue, vicine tra loro, all'altro lato del camino, ad ascoltare in silenzio i nostri discorsi da uomini.
"Annata brutta, quest'anno!" Comincia sempre così, tutte le sere, ziu Efisi.
"Eh il tempo! Se venisse un'annata buona... come quell'anno, ricordi, Elvira?"
Zia Elvira annuisce col capo.
"Il tempo... eh, il tempo. Il tempo è quello che ci rovina a noi." Prosegue. Attizza il fuoco, in silenzio.
"Speriamo che quest'anno.."
La brina ha bruciato fave e piselli. La troppa acqua scendendo dai monti ha portato via grano e terra insieme. L'anno scorso, la siccità ha inaridito i pascoli.
"Qualcosa si può salvare ancora, quest'anno, se il tempo..."
Ziu Efisi possiede un ettaro e mezzo di terra, un pezzo qua e un pezzo là, uno a ponente e uno a levante, un anno a grano e un anno a fave, "come facevano gli antichi, che il fatto loro, non c'è che dire!, lo sapevano e come!, che stavano come papi, ai tempi loro".
Da pochi anni ha piantato un centinaio di viti e quest'anno ha una botticella piena, sotto la tettoia del cortile e anche un fiasco di sapa, per le feste, conservato nel canterano.
Più di un'ora a piedi per arrivare alle sue terre. Ogni giorno: diserbare, sistemare le siepi di chiusura che rubano terra, zappare, diradare. Ogni giorno: la bisaccia col pane, la zucca del vinello aspro e la zappa. E quando ha finito con il suo, va a giornata nelle terre di don Peppe.
"Il pane, già lo vede anche lei, grazie a Dio, non ci manca; e non ci manca neppure un bicchiere di vino... e la salute".
"Meno male, davvero, che la salute non manca", penso. Ziu Efisi una volta ha detto: "Non possono permettersi il lusso di ammalarsi, i poveri!"
"L'anno venturo andrà un po’ meglio... Roberto comincerà ad aiutarmi davvero, ché s'è fatto già grande da tenere la zappa a spalla".
"Dottor Roberto", penso, "così dovrebbe chiamarsi da grande, se avesse i soldi per studiare. Legge sempre, appena ha un momento di tempo libero. Legge anche a letto, di notte, a lume di lucerna - e zia Elvira brontola - la storia di Garibaldi e di Mazzini. L'avrà studiata per niente, lui, la storia, come tutti quelli che vivono fra queste guglie di granito senza strade".
"E Maria la manderemo a servire in città. Così almeno si fa il corredo..."
La madre guarda la fanciulla con occhi tristi. Sono parole che conosce da molto tempo; forse dal momento in cui urlava, facendola. Le sente ogni sera queste parole, dure come un destino...
"Eh, il tempo... Se l'annata fosse buona come quell'anno che eri venuta a mietere incinta di Roberto! Ricordi, Elvira?"
Il silenzio della notte é rotto dal crepitare della pioggia mista a grandine. Ziu Efisi attizza il fuoco, mormorando: "Non ci voleva, adesso... Ha bisogno di sole, ora, il grano".
Con la carta di un paio di sacchi di cemento costruiamo un aquilone.
Il figlio di don Peppe ha portato colla e carta colorata per gli anelli della coda. Le bambine ritagliano e incollano le strisce.
Quando hanno le mani occupate in un lavoro che va loro a genio, c'é silenzio, ordine, impegno e collaborazione. Seguono con la lingua fra i denti il ritmico tagliare delle forbici; si passano l'un con l'altro suggerimenti rapidi con voce soffocata; controllano, con pezzi di canna levigata, le misure dell'aquilone disegnato alla lavagna; i più capaci ricevono dal gruppo l'autorità di decidere sui casi più difficili.
Hanno spostato i banchi da un lato, per avere spazio sufficiente, e se ne stanno curvi, accosciati o inginocchiati sul pavimento di cemento screpolato.
"Va bene così?" Guardi qui. Com'é venuto?" "Sarà già dura la colla?" Chiedono.
"Bravo. Brava. Bravi". Dico a tutti. Le misure non sono rispettate al millimetro; l'aquilone verrà sbilenco. Ma lo farò volare a tutti i costi, magari con un contrappeso, per non deluderli.
Lei, la direttrice, appare all'improvviso, sull'uscio senza porta. Il suo saluto, la sua voce mi sorprendono, mi fanno fare un tuffo al cuore. Le vado incontro, dicendo ai bambini di alzarsi, di salutare. Sì e no, qualcuno si volta a guardare, ad accennare un saluto indifferente, per riprendere subito il lavoro.
"Li lasci stare". Dice. Con un'occhiata circolare ispeziona tutta l'aula.
Prende posto sulla cattedra. Io sto in piedi, giù dalla pedana, in ansia, senza sapere per che cosa.
"Lo sa lei che non é dignitoso che i bambini se ne stiano così per terra? Siamo a scuola, non in piazza". Dice, ma senza tono di rimprovero.
Scorre rapidamente le pagine del registro "Il programma e la cronaca non sono male. Ma i voti si scrivono in lettere, non in cifre". Poggia il mento sulla mano, assorta. Poi guarda ancora verso i bambini. "Troppi scolari senza grembiule... e sporchi, per giunta. Ordine e pulizia. Non bisogna mai dimenticarli... E le scarpe? A scuola devono venire con le scarpe".
Penso: "Chi glieli dà i soldi a questi bambini per comprarsi scarpe, grembiule, ordine e pulizia?"
Lei pare che mi abbia letto dentro. "Anche i poveri possono fare il sacrificio di un grembiule. Solo che certi genitori andassero un po’ meno all'osteria. E l'acqua non costa nulla".
Penso: "Dove ce n'è, non costa nulla. Qui, c'è l'acqua piovuta dal cielo e raccolta dai tetti. Qui c'è gente che ha freddo e si rintana nel camino. In estate c'è solo l'acqua dei pozzi, che non scioglie né sapone, né sudicio. E il ruscello, dove si lavano tutti, quando il tempo è caldo; si lavano anche per l'inverno".
Dice: "Bisogna insistere coi genitori. E l'orario? Lo rispettano l'orario? Rispettare l'orario! Bisogna essere molto severi con l'orario. E' la cosa più importante in una scuola. Porta chiusa, per chi arriva in ritardo!"
Penso: "Quale porta?... Nessuno arriva in ritardo se ha tempo e piacere di arrivare. A sette anni si arrampicano sui monti per far legna, ogni giorno, prima di venire a scuola. Ridiscendono col fascio più grande di loro, coi piedi nudi arrossati dalla brina, rigati dai rovi e dai sassi. Gettano il fardello in cortile, corrono a prendere la fetta del pane e la borsa, pronti sul tavolo di cucina; corrono per non far tardi a scuola. L'ho sgridato, una volta, uno di loro, con cattiveria, perché aveva fatto tardi. Se ne stava muto davanti a me, a testa china, con gli occhi pieni di lacrime, senza sapersi difendere, prendendosi tutti quei rimproveri. Fino a quando un compagno lo ha difeso, indignato, che non era colpa sua, che era andato a far legna...."
"Bisogna chiedergli scusa, quando arrivano in ritardo". Ho pensato. Ma non ho avuto il coraggio di dirlo, a voce alta, alla direttrice.
Luciano è assente da alcuni giorni. Nessuno dei suoi compagni l'ha più visto in paese.
Oggi mi ha mandato un biglietto. Sua sorellina - una creaturina striminzita e scarmigliata - mi ha messo in mano un pezzetto di carta di quaderno. "Da parte di Luciano", ha detto, scappando selvatica.
"Caro maestro, io non posso più venire a scuola perché mi trovo nell'ovile per badare alle pecore. Io sono scontento di andare a pascolare, però mamma mi ha detto che sono già grande per aiutare mio babbo che deve andare a zappare. Ho portato il libro alle pecore e ho studiato anche una poesia e la so tutta a memoria".
Questo stesso pomeriggio ho sellato Littorina e sono partito al galoppo sul sentiero che porta agli ovili sul monte Arci.
Ora so stare meglio sulla sella e la cavalla mi riconosce e mi ubbidisce docilmente.
Tempo fa, di mattina, don Peppe mi aveva visto guardare i suoi cavalli sotto la tettoia, nel cortile di scuola.
"Le piacerebbe cavalcarne uno?" Aveva chiesto. Il mio sogno di ragazzo. Ma avevo taciuto.
"Perché non prova? Così fa qualche passeggiata in campagna e si svaga un poco..." Aveva insistito.
"Non ho mai provato. Ho paura di cadere..."
"Guardi questa, Littorina. La può cavalcare anche un bambino, tanto è docile".
"Sarà… Ma ho paura lo stesso".
"Ma è facile... Provi. L'aiuto io".
"No, grazie. Oggi, no. Un'altra volta. Grazie".
"Quando vuole lei... il permesso ce l'ha... e ce l'ha anche per picchiare quello sfaticato di mio figlio. Non lo tema, no. Lei picchi, e di santa ragione!"
Qualche giorno dopo sono stati gli stessi scolari ad aiutarmi a salire su Littorina. Il figlio di don Peppe si sente più importante che mai e si dà da fare coi più grandi per sellare la cavalla, arrampicato sopra uno sgabello.
Mi insegnano a sistemare il morso, a stringere il sottopancia, a infilare le staffe nelle borchie sotto la sella.
Le bambine sono corse a cercare un virgulto di olivastro e una di loro, trovatolo, me lo mette in mano.
"Ecco il frustino!"
"E stia attento a non cadere!"
La cavalla, davvero paziente, non sembra stupita da tanto vociare.
"Si ricordi di stringere bene le gambe!"
"Si tenga alla sella con una mano!"
"Non tiri troppo le redini!"
Appena metto il sedere sulla groppa e prendo in mano le redini, si leva un coro di evviva dalla turba scatenata. Eccitati dall'inconsueto spettacolo, saltano e girano in tondo prendendo a calci la borsa del compagno più vicino.
Littorina si è mossa a un leggero tocco di briglie. E la scolaresca dietro, per le vie del paese, a gridarmi le ultime raccomandazioni. Le donne, sugli usci, divertite anch'esse, fanno cenni di mano, chiamano gli altri familiari, perché non si perdano la meraviglia. E il calzolaio - a cui nulla sfugge di quanto accade nella sua strada - sbircia ironico, agita a mò di saluto una scarpa schiodata: "Garibaldi a Teano, preciso!"
Littorina ormai mi conosce. Nitrisce di gioia quando entro nella stalla per condurla all'aperto. Se mi trovo in difficoltà fra dirupi e massi, le poso le briglie sul collo e le dico: "Ora fai tu, ché li conosci meglio di me questi monti".
"Su masoni" di Luciano - uno dei tanti ovili sistemati nelle radure e nelle conche protette dal maestrale - è un recinto di pietre e di sterpi per trattenere le pecore nei lunghi assolati meriggi o nelle notti gelide e infide. Al centro, una tettoia di frasche sostenuta da pali contorti; da un lato, addossata ai sassi della circonferenza, la baracca del pastore.
Luciano ha visto arrivare la cavalla e si è levato in piedi, guardingo e curioso.
Quando gli sono vicino, resta a guardarmi stupito, incredulo.
"Ciao". Gli dico. "Di che ti meravigli? Non sto bene a cavallo?"
"Sa anche andare a cavallo? Non pensavo che sapeva andare a cavallo... E c'è arrivato da solo, fin quassù?" Dice.
"E che? Credi di saperci andare solo tu, a cavallo?"
Lego le redini ad un cespuglio e mi siedo sopra un sasso levigato.
"Sai che non c'era neppure uno sbaglio nel tuo biglietto? Dovresti scrivermi più spesso... Se vuoi; io ti risponderò. D'accordo?"
Dice di sì con la testa.
Silenzio impacciato.
"Indovina che cosa ti ho portato? Guarda..." (Ho trovato fra i miei libri "I viaggi di Gulliver" illustrati).
Non dice neanche grazie, confuso. Se ne sta davanti a me, in piedi, con il libro stretto al petto.
Io zitto, a strappare con le mani l'erba davanti ai piedi. Adesso è commosso. E' diventato ancora più selvatico a star solo fra queste rocce senza parole. Si abitua piano piano a vedermi, a sentirmi.
"E siediti, che ti stanchi così! Che vuoi, allungare ancora?"
Mi si é seduto accanto. Sfoglia il libro, cercando le illustrazioni.
"E' scritto molto in piccolo..." Si lamenta, guardandomi.
"E' vero. Non ho trovato altro. Scusami".
"Ce la farò, a leggerlo tutto?"
"E perché no? Certamente. Piano piano. Un pezzetto ogni giorno".
Ancora silenzio. Continua a sfogliare il libro. Il suo viso diventa triste. Intuisco che pensa qualcosa che non sa dirmi.
"Cosa c'è, Luciano?"
"Ecco, lei sì, sa leggere bene..." Risponde. Poi, in fretta, senza guardarmi, soggiunge: "Perché non me lo legge lei, prima, come fa a scuola?"
Come faccio a dirgli di no?
"D'accordo. Ma tutto insieme è troppo. Facciamo così: un capitolo ogni pomeriggio che tornerò a trovarti. Ora che ho il cavallo... siamo a cavallo, no?" Rido del gioco di parole e ride anche lui.
Non vuole che vada via se prima non mangio pane e formaggio nella sua baracca. Uscendo, ha preso, da sopra un panchetto di sughero, un mazzo di asparagi e me lo ha regalato. "Ce ne sono tanti, qui. I ragazzi del paese non ci arrivano fin quassù, a prenderli..."
Da lontano la sua voce mi raggiunge: "Non dimentichi di ritornare..."
Il sabato sera, la bettola di zia Annica si riempie più del solito. Il locale di zia Annica è più frequentato perché è una stanza molto ampia, con infissi da cui non filtra l'aria fredda e in particolare perché - dicono - il vino è migliore.
A star sempre seduta nell'angolo dietro il tavolo, accanto alla botte di vino nero e alla damigiana di vino bianco, zia Annica s'è fatta tonda e grassa. Tiene il capo sempre coperto da un fazzolettone rosso annodato sulla fronte. Raccoglie le monete esaminandole una ad una, prima di lasciarle cadere dentro il cassetto che richiude subito.
"Né leggere, né scrivere sa. Ma i conti se li sa fare bene, sì. Meglio di un ragioniere è, per fare i conti". Dicono di lei gli avventori, con affettuosa ammirazione.
I contadini diventano spavaldi, quasi aggressivi, appena varcano la soglia, ancora prima di aver bevuto un bicchiere. Parlano loquaci, a voce tanto alta che le parole diventano frastuono. Bevono malvasia alcolica o frizzante cannonau alternati al bovali nero, denso ed aspro, che fa schioccare la lingua per staccarla dal palato.
"Brutta abitudine", ha detto ziu Efisi, "mischiare vini di razza diversa in pancia. E' come mangiar fave con insalata di lattuga oppure pesce e carne insieme. Fa venire la colica..."
Non avevo mai visto ziu Efisi scherzare, parlare fitto e a voce alta, cantare addirittura, in ottave improvvisate, per rispondere ad una frecciata maligna lanciatagli, ugualmente in ottave, da un amico.
Ci siamo seduti in gruppo su di un tavolone poggiato su pile di mattoni crudi. Il mezzolitro non sta fermo un momento sul pavimento ai nostri piedi; riempie ininterrottamente il bicchiere che circola, finisce da zia Annica, ritorna pieno.

Mi trattano con un riguardo che mi pare eccessivo. "Come mai lei, un maestro, si abbassa a stare con gente come noi?! Ha detto uno. E io gli ho risposto che mi sento bene con loro. Ogni qualvolta divergono nelle opinioni, chiedono che io pronunci la sentenza. E io ho detto che non sono il Padre Eterno, che la verità ha tante facce.
Ci provano gusto a star con me. Mi fanno domande impossibili su episodi biblici, partendo da reminiscenze confuse: quanti erano... quanti anni aveva... quanto era alto... Noè... i figli di Abramo... i soldati del Faraone dietro gli ebrei. Per stare in tema, ho raccontato l'episodio riferito da Erodoto, del generale, che scontento del soldo del faraone, decise di lasciare l'Egitto per passare in Etiopia, portandosi dietro tutto l'esercito. Il suo re, preoccupato, gli corse dietro, con tutta la corte, sul cocchio dorato, con nelle mani il simbolo della divinità. Raggiuntolo alla frontiera, lo scongiurò di tornare, facendo appello all'amor di patria, agli affetti familiari, alla pietà per gli dei. Ma il generale, senza neppure scendere da cavallo, sollevando una coscia e mostrando al faraone i genitali sul palmo della mano, rispose: Dove ci sono questi, c'è patria, moglie e figli...
Ziu Efisi ci tiene a mostrare agli amici la nostra confidenza. Fa valere l'importanza del fatto che io vivo sotto il suo stesso tetto, quasi ch'io possieda una qualche "sacralità", un potere di legare e di sciogliere, come il prete, perché so leggere nei libri. L'altro giorno, le comari di zia Elvira mi hanno portato una fanciulla "indemoniata", che muore di fame perché "lui", quello che ha dentro, le proibisce di toccare il cibo. Io ho detto che ci vorrebbe un medico, uno psichiatra. Hanno risposto che non è malattia da curarsi col medico.
Ora parlano di fatture, di malocchio, di tesori custoditi dall'anima dannata che li possedeva.
"No, io non ci credo a queste cose". Dico. Mi guardano increduli, poi sorridono maliziosi, dandosi di gomito.
"Lei fa come il parroco. Anche lui dice che non è vero. Però la serva l'ha visto tante volte leggere in un grosso libro nero, dove ci sono scritti tutti i brebus, per ogni genere di fattura". Dicono.
"E il figlio di Bissenti, allora? che è rimasto muto per aver preso fichi nel cortile dietro chiesa... Era tornato a casa battendo i denti come uno spiritato e appena lo hanno messo a letto gli è venuta una specie di paralisi. I compagni l'avevano visto entrare a rubare fichi e Bissenti era corso subito dal prete, piangendo, per scongiurarlo di rompere la fattura. Per tre giorni e per tre notti gli era rimasto il fico in gola; solamente quando il prete era entrato in casa, gli era sceso giù. Ma la voce non gli è più tornata da allora... Altro che, se non è vero!" Concludono.
Il cannonau è un vino delizioso. Ancor più lo è dopo il terzo bicchiere. Al quinto ho cominciato a dire ciò che penso, liberamente. Ho finito per fare un lungo discorso sui diritti dell'uomo, sul socialismo che mi cova dentro. Mi guardano con gli occhi socchiusi, nel viso beato. Sembra stiano facendo un bel sogno. Poi uno dice: "Come possono essere tutti uguali, gli uomini? Sono uguali le spighe d'uno stesso campo o le pecore di uno stesso gregge?"
Penso: "E' vero. Qui gli uomini sono come le spighe di un campo, come le pecore di un gregge: l'acqua e il sole, il pascolo e il riparo, il giorno e la notte, il sonno e la veglia, il sasso e la terra... Hanno soltanto il diritto del pane e del vino, che un Dio buono ha loro donato perché possano sentirsi felici, talvolta".
Ziu Efisi mi ha preso a braccetto, per evitarmi le pozzanghere, fino a casa. Abbiamo cantato a voce alta, tutti e due, per strada e abbiamo bussato a lungo, a pedate, alla porta sprangata della cucina.
Il tavolo è apparecchiato per due, accanto al fuoco.
Maria e sua madre mi guardano in modo diverso dal solito. Non c'è traccia di rimprovero o di scherno nel loro volto. Anzi, gli occhi di Maria mi paiono più dolci di sempre. Sono uno di loro. Il sabato sera, un uomo che lavora sa ubriacarsi davanti a tutti. E' un suo diritto.
Stamane, a scuola, Timoteo discute con i compagni dei contadini arrestati per le terre incolte. Le bambine stanno ad ascoltare in gruppo, da parte.
Timoteo è biondo e ispido, battagliero, col pugno sempre levato, con un vocione da uomo; ma il suo cuore è buono.
Dice: "I contadini hanno ragione. Le terre sono degli uomini che le lavorano!" E' salito sopra un banco, per dar più forza alle sue parole. Mentre parla guarda in direzione di Piero, il figlio di don Peppe, che se ne sta seduto con un risolino sfottente fra le labbra.
"Timoteo!" Lo interrompo entrando, "Timoteo! A scuola non si fanno i comizi... Seduti!"
Occupano i loro posti. Anche Timoteo, ma insofferente, lui, contorcendosi e spostandosi come se abbia le spine sotto il sedere. Ogni tanto accenna ad aprir bocca.
"Cosa c'è ancora?" Gli domando con severità.
"C'è che io non stavo facendo comizio. Io stavo parlando di quello che è accaduto ieri... Ne hanno arrestato cinquanta e c'era anche mio padre... non hanno fatto niente di male, non hanno fatto..." Dice, diventando rosso, con gli occhi che gli luccicano, lì lì per piangere.
Penso: "Timoteo ha ragione. Anche ziu Efisi è stato arrestato. Gli avevano detto che potevano occupare le terre incolte per dissodarle, che la legge era a loro favore... Le ho trovate con lo scialle nero del lutto, ieri, zia Elvira e Maria, e quando mi hanno visto entrare sono scoppiate a piangere... Ho detto loro che non è niente, che li lasceranno subito, perché mica hanno ucciso o rubato... per tranquillizzarle. Ma non ero tranquillo neppure io. Sono rimasto senza sonno, a lungo, ieri notte, pensando a ciò che è accaduto. Sì, Timoteo ha ragione. Ma non posso dirglielo così, davanti a tutta la classe , davanti al figlio di don Peppe... Cosa devo fare?"
Dico: "Va bene. Vedo che volete parlare delle faccende del nostro paese. D'accordo. Prendete quaderno e penna e scrivete: Tema. I contadini. Ognuno dica quello che vuole..."
Mi dice grazie con lo sguardo, Timoteo, e si butta a scrivere, soddisfatto che il maestro glielo abbia permesso. Ha riempito tre pagine con un mucchio di errori e più parole in sardo che in italiano. Non immaginavo che un bambino di nove anni potesse avere certe idee in testa. Ha scritto che "è tempo che i poveri diventino ricchi" e che "i padroni che sfruttano i braccianti andrebbero impiccati".
Li hanno rilasciati tutti. Hanno dovuto anche pagare loro il biglietto di ritorno in treno, per levarseli dai piedi, a Cagliari.
C'è quasi tutto il paese ad attenderli. Si vedono arrivare sullo stradone bianco, a metà ingombro di ghiaia ammucchiata. Cominciano a distinguersi le loro facce accaldate: la stazione delle ferrovie complementari è a tre chilometri e il pomeriggio è tiepido. Sembrano un'allegra comitiva reduce da una scampagnata. Parlano tra loro, camminando a passo lento, senza guardare per terra.
Qualche donna piange, singhiozzando, quando riconosce il suo uomo nel gruppo. I bambini sono già corsi incontro, a gettarsi fra le loro braccia. Ho visto anche Timoteo, saltellando, attaccato alla mano del padre. I più piccoli si son fatti prendere in braccio o a cavalcioni, sulle spalle.
Quando sono a pochi passi, grida di gioia erompono dalla folla. Poi, abbracci confusi, domande rumorose, fitte, fatte senza attendere risposta, come se fossero stati divisi da tanto tempo, come se soltanto il suono delle parole fosse sufficiente a farli ritrovare dopo averli persi...
Sono arrivati tutti, anche ziu Efisi, che figlia e moglie si tengono abbracciato. Lo saluto dall’alto di un cumulo di ghiaia, accanto alla cabina elettrica. Mi ha visto. Mi si avvicina. Gli ho stretto forte la mano. Mi ha abbracciato.
La scolaresca ha preso l'abitudine di venirmi a trovare a casa, nel pomeriggio.
Zia Elvira non si lamenta, però i ragazzi sono troppo rumorosi, sporcano il pavimento, possono arrecare danni ai fiori del loggiato o alle piantine del cortile. Decidiamo così di andarcene nel piazzale di don Peppe, vicino alla scuola, sempre aperto, dove nessuno brontola, se giochiamo a palla.
Vanno matti per il calcio. Quando non hanno una palla vera, se ne fanno una di stracci ben stretti e pigiati dentro una calza lunga da donna, più volte legata e rivoltata. In casi estremi prendono a calci un barattolo; e devono avere i piedi ben duri se riescono a sbattacchiarlo su e giù per un'ora.
Vogliono che io arbitri le loro partite. Mettono due mucchi di sassi da un lato e due dall'altro, dopo aver misurato ripetute volte a passi lunghi. E ad ogni nuovo controllo spostano i sassi perché le misure non tornano mai giuste...
Le bambine - qualcuna con il fratellino piccolo di pochi mesi in grembo - sedute per terra, seguono lo spettacolo.
"Ma perché non facciamo giocare anche loro, oggi? Stanno sempre a guardare... non mi pare giusto, questo". Dico.
Fermano i loro preparativi e mi guardano con meraviglia. Qualcuno ridacchia.
Giovanni dice: "Ma loro sono femmine... non sanno giocare a pallone!"
Rispondo: "Per forza! Non glielo avete mai lasciato imparare".
Dice un altro: "Ma poi cadono... si fanno male, poi si mettono a piangere".
Le bambine si sono avvicinate tutte, a ranghi serrati, alle mie spalle, aggressive e petulanti. Sfogano un vecchio rancore, ora che io le difendo.
Gridano: "Ma và! Piangere! Ma và! Se ci mettiamo noi, meglio di voi sappiamo giocare!"
Qualcuna è andata troppo avanti, fino a poggiare la palma aperta, il braccio teso, sul petto del compagno. Stanno per azzuffarsi...
Penso: "Accidenti! Non è questo che volevo..." Dico adirato: "Fermi! Basta! Silenzio!"
A ordine ottenuto, soggiungo: "Se bisticciamo, addio gioco! Possiamo provare, no?"
Dice ironico Pinuccio, il cannoniere della squadra: "Per noi va bene... però giochiamo maschi contro femmine".
Un altro ha capito subito l'astuzia e aggiunge: "Gliene facciamo un sacco di goal a quelle lì!" E, divertito dall'idea, sghignazza, comunicando l'ilarità agli altri che sbottano a ridere a crepapelle, sguaiati, qualcuno lasciandosi perfino cadere a terra con le mani sulla pancia.
"Spiritosi!..." Esclamo, con un certo imbarazzo. "Finitela di fare i furbi. Loro non sanno giocare; lo sapete bene. Le mettiamo in difesa: portieri e terzini. Metà con una squadra e metà con l'altra... a sorte".
Timoteo ha seguito tutta la vicenda da neutrale. Adesso, con mio sollievo, interviene a dire: "Il maestro ha ragione. Facciamo così. Proviamo". E a mo' di conclusione, accennando con il capo, ordina: "Forza , ragazzi; facciamo la conta... a mano a mano che uno esce, prende il suo posto nel campo".
Le femmine si sono fatte onore, giocando. Rosse e accaldate, con la gonna lunga fermata con una spilla fra le ginocchia, hanno difeso bene le loro porte, se pure qualche volta, per fermare la palla, hanno usato le mani.
I maschi - non me l'aspettavo - sono stati tanto gentili fino a far finta di non vedere i falli. Io ho fischiato meno che ho potuto e ho manovrato per far finire in pareggio la partita.
Coi tepori della primavera, quando il cielo è uno specchio azzurro che riflette il rosa tenue dei mandorli e dei peschi, si festeggia santa Cecilia, patrona del paese.
In settimana si fanno le pulizie di casa; si confezionano indumenti nuovi e se ne rivoltano vecchi; si impastano e si infornano il pane bianco e i dolci con l'uva passita.
Le donne lasciano porte e finestre spalancate; dagli usci si danno l'un l'altra frasi allegre e facete. Hanno portato, con l'aiuto dei ragazzi, la terra d'argilla grigio-chiara, la impastano con lo sterco ancora caldo dei buoi, rifanno i pavimenti e gli intonachi sbrecciati. Infine danno una mano di calce sui muri levigati; rinnovano i fiocchi verdi alle sedie della camera "bella", perché tengano lontano il malocchio; conservano nell'armadio, sulle lenzuola, il pane di semola, ricamato e arabescato con forbici e punta di coltello.
La sera della vigilia, Maria ha finito di cucirsi la camicetta nuova, rosa, fina come la seta. La gonna azzurra, col grembiule, è pronta da un pezzo, stirata, stesa nel cassetto grande del comò. Non ha potuto comprare le scarpe, perché i soldi sono pochi e i fratellini molti. Ha tinto di nero gli zoccoli d'ulivo, con un pizzico di fuliggine impastata nello strutto. Va scalza, per non sciuparli innanzi tempo.
Di nascosto, ho preso la misura degli zoccoli con un pezzo di spago. Sono andato in bicicletta fino al primo paese dove ci fosse un negozio di scarpe. Non ho trovato molto da scegliere, ma sono graziose, nere, con un fiocchetto di velluto trattenuto da una fibbia colore argento. Ho nascosto gli zoccoli. Al loro posto ho messo le scarpe nuove.
Per la festa, quest'anno, anche cinema.
"Trenta lire per vederlo! Al piazzale di don Peppe! Dopo cena! Dura due ore! Nessuno manchi! Solo trenta lire!" Ha dato fiato alla tromba il banditore, ai quattro cantoni del paese, ammiccando con il suo occhio fesso ai monelli che gli davano la voce, anticipandolo nel declamare sentito poco prima alla precedente fermata.
E' un grande avvenimento. Non si parla d'altro. I giovani che hanno fatto il militare, che sono stati in città, tengono crocchio, raccontando mirabilia.
Maria vorrebbe andarci. Zia Elvira è troppo stanca. "Per noi donne, le feste vogliono dire peste". Dice.
Ziu Efisi è ancora fuori con gli amici e chissà a che ora e in quale stato rientrerà.
Roberto propone: "Perché non ci lascia andare con il maestro?"
Zia Elvira dice: "Quando mai... dare questo disturbo!"
Io vorrei far felice Maria. Dico: "Macché disturbo! E' dovere. Li accompagno io".
Roberto salta sulla sedia e fa le capriole sul pavimento, col rischio di sporcarsi il vestito nuovo. Maria mi regala un sorriso e corre in camera sua a prepararsi.
Hanno inchiodato un lenzuolo da due piazze sul muro della stalla. Davanti hanno sistemato una ventina di panche traballanti sull'acciottolato; dietro, vicino al proiettore, due lampadine che illuminano appena il vasto cortile. C'è già molta gente. Le panche sono tutte occupate. La maggior parte siede per terra, davanti al lenzuolo. Alcuni han portato scanni da casa. C'è anche don Peppe e la sua numerosa famiglia, accomodati su sedie. Mi vede, si alza in piedi per salutarmi. "Buonasera, maestro". Dice. "E tu, alzati e saluta il tuo maestro, somaro!" Si rivolge a Piero, allungandogli uno schiaffo. Io ci resto male, davanti a tutta la gente. Divento più rosso del mio alunno.
"Lo lasci", dico, "sono bambini...".
E don Peppe: "Venga, venga qui, stia con noi. Adesso le faccio portare una sedia. Piero, corri a prendere una sedia buona!"
Non mi sorride l'idea di unirmi a lui. Sto con Maria e Roberto; mi sento un ragazzo in festa, anch'io. Gli dico: "Grazie, ma non posso. Devo badare a Maria e a Roberto".
"Ah! C'é anche Maria di Efisi... Brava, brava. Sei venuta al cinema anche tu!" E aguzza lo sguardo nella semioscurità per osservarla. "Non fa niente, non fa niente. Resti lo stesso. Faccio portare tre sedie... quando mai un maestro si deve sedere per terra..."
Abbiamo visto il film seduti in alto, su comode sedie di paglia, come gran signori, con tutta la gente a voltarsi, per guardarci. Al nostro gruppo si sono aggiunti il sindaco, il parroco e l'appuntato dei carabinieri.
Siamo rientrati alle undici trascorse. La pellicola si spezzava ogni cinque minuti. Si capiva ben poco, perché parlavano più gli spettatori che i protagonisti del film. I commenti venivano fatti a voce alta. Le donne si scandalizzavano per il modo di vestire e di fare delle attrici, che indossavano gonne tropo corte ed erano sbracciate e scollacciate come donnacce. Gli uomini inghiottivano saliva, con gli occhi puntati sul lenzuolo. E quando lei e lui si baciavano spudorati, non si trattenevano dal gridare: "Dai, dai! adesso che ci sei!" E le donne parlottavano fitto tra loro. Qualcuna diceva d'essere pentita d'aver deciso di venire a vedere simile vergogna. "Trenta lire mie belle, gettate al vento!" Ma non si perdevano un'immagine del lungo svenevole tubare della "svergognata" - "Bella bagascia, sarà!" - la quale a un certo punto scopre una coscia, sedendosi, per accalappiare lui - "faccia di tonto!". - che alla fine se la sposa, pure. - "Cornuto!". Maria si vergognava a tutti quei commenti e abbassava il viso quando io la guardavo.
Abbiamo trovato i bambini a letto. Ziu Efisi non è ancora rientrato. Chissà a che punto è con il vino e con gli amici, nella bettola di zia Annica...
Zia Elvira, accoccolata accanto al focolare, ci attende sonnecchiando. "Siete arrivati? Meno male... Tardi è?" Si alza, per scuotersi il sonno di dosso. Mi avvicina uno scanno. "Si sieda a scaldarsi i piedi... Eh, la sua pazienza ci vuole, andarsene a prender freddo per accontentare i ragazzi!"
Roberto esce sbadigliando dalla cucina. Zia Elvira, arrivata alla porta, si rivolge a Maria: "E tu, cosa aspetti? Su, che è tardi..."
Maria è in piedi, con le mani poggiate alla mensola del camino, davanti al fuoco che arde ravvivato da alcuni sterpi. "Vado subito". Risponde senza voltarsi. "Vado subito". Prima mi riscaldo un poco".
"Ma fai presto". Borbotta zia Elvira andandosene.
Allora mi volto a guardare Maria. Anche lei si è voltata, mi sorride tranquilla, senza turbamento. Avvicina uno scanno, si siede vicina a me.
Mi prende una mano fra le sue. "Grazie, per le scarpe". Dice. "Sono le scarpe più belle del paese. Meglio di quelle della figlia di don Peppe, sono..." Mi stringe forte la mano. Poi, d'improvviso, senza che io possa evitarlo, me la bacia.
Sono rimasto a lungo confuso, dopo che lei è fuggita, a pensare, a guardare imbambolato il fuoco che continuava a spegnersi.
Mi propongono di coltivare il pezzo di terra dietro le stalle, seicento metri quadrati.
"Pianteremo alberi da frutto, ravanelli, lattughe e carciofi". Progettano i maschi.
"E prezzemolo, aglio, cipolle e basilico". Aggiungono le femmine.
Giudicano piante e alberi soltanto in rapporto al frutto. Se danno frutti commestibili, le piante sono utili, da rispettare e da curare; ma se frutti non ne danno, sono dannose o inutili, bisogna estirparle o abbatterle, sfruttano la terra per niente.
Dico loro che non siamo soltanto stomaco. "Tutti gli alberi sono utili. Anche quelli ornamentali, perché danno ombra e legna da ardere".
Parlo della mancanza di legna in paese. Il monte é diventato quasi calvo con gli incendi. Ricavare una fascina è diventato sempre più arduo. D'inverno, nei focolari bruciano sterpaglie, paglia di fave e sterco secco dei buoi. Più fumo che calore.
Sembrano convinti. Timoteo, che vuol sempre veder chiaro fino in fondo, chiede: "E dove li troviamo, gli alberi che dice lei, quelli... come si chiamano?"
"Ornamentali". Rispondo. "Facciamo una colletta. Andiamo in un vivaio, a Cagliari, e ne acquistiamo quanti ce ne occorrono... Non sono cari".
Tutta la scolaresca vorrebbe partire. Partiamo invece in quattro: io, Timoteo, Piero ed Anna.
Timoteo è venuto perché fra tutti è il più bravo in botanica; egli sa dire, guardando l'apparato radicale di una pianta, se attecchirà. Piero, perché don Peppe non vuole restare secondo a nessuno. E Anna, perché è femmina; perché dopo la storia del gioco a pallone le bambine non accettano discriminazioni. "E che, ne hanno un pezzo in più, i maschi?" Protestano.
L'emozione della novità li fa taciturni e nervosi. In piedi per tutto il viaggio - il primo della loro vita - con la faccia appiccicata al vetro del finestrino, guardando le campagne, i monti e le valli, e i pali che sfrecciano attaccati ai fili...
"Sono i fili del telefono..." Spiego.
Hanno pulito collo, orecchie e piedi. Hanno indossato l'abito della domenica. Timoteo è riuscito a piegare indietro, a furia di sapone e di pettine stretto, i capelli ispidi e ribelli; ha messo la giacca del fratello, un po’ lunga, ma quasi nuova. Non ha scarpe, ma i piedi hanno un bel colore roseo: chissà quanto consumo di acqua calda e di tegola, ieri notte!
In città, nella via Roma, ci guardano come animali non pericolosi fuggiti dallo zoo. Da prima ho provato un certo imbarazzo a stare con bambini scalzi, imbracati con stoffa ruvida sbiadita, che si fermano qua e là come mosche stordite sul vetro, urtando maldestri la gente, battendo il naso nelle vetrine, perdendosi a cinque metri di distanza e chiamandosi sperduti a gran voce, frastornati, stupiti, ammirati, spauriti, estasiati. Ma dopo, decido anzi di condurli alla Rinascente, perché provino l’ascensore - fino all'ultimo piano. Tiro dritto davanti alle commesse che ci indicano con dita laccate di rosso vivo e ci guardano con occhi bistrati ammiccando fra loro con risolini ironici. Finisco per divertirmi del fatto che ci guardino con ironia e con curiosità, i cittadini. Divertito anche perché il figlio di don Peppe non appare gran che diverso dagli altri, anche se ha le scarpe, lui, e un berrettino nuovo e mille lire, strette nel pugno ficcato in tasca, che il padre gli ha dato per non sfigurare col maestro.
Non appena si sono riempiti gli occhi, hanno cominciato a tempestarmi di domande. Così, rientrando col fascio di acacie sottobraccio, mi sento stanco. E loro sono come ubriachi per le troppe impressioni ricevute.
Nonostante l'ora tarda, all'ingresso del paese, troviamo ad attenderci un gruppetto di scolari. Vogliono vedere subito le piantine; mi accompagnano fino a casa.
"Sono acacie saligne". Dico. "Crescono abbastanza rapidamente; danno legna ed ombra. Danno anche fiori gialli a grappoli. Si chiamano mimose. Sono quei fiori che i lavoratori mettono all'occhiello della giacca, il primo maggio".
Ogni volta che m'incontra per strada, don Peppe mi ripete l'invito di andare a trovarlo a casa. Mi pare offensivo rifiutare una cortesia. D'altro canto, dopo la rivolta e l'arresto dei contadini, temo che frequentare don Peppe possa dispiacere loro, che mi trattano da compagno. Mi confido perciò con ziu Efisi.
"Ma vai! Stupido che sei... Non ti mangia mica!" Mi dice, dandomi del tu. E prosegue: "Se don Peppe non fosse proprietario di molte terre non sarebbe un padrone, sarebbe uno come noi, che non sa leggere nè scrivere. Dentro dentro non è neppure cattivo. E' nato padrone e fa l'interesse dei padroni".
"Stia attento!" Mi dice invece Maria, arrossendo per aver troppo osato, "Stia attento! Don Peppe è una volpe. Se la invita a casa sua, il suo scopo ce l'ha. Forse la vuole allontanare da noi povera gente..."
"Non sono un bambino..." Le rispondo un po' stizzito, perché non mi piace che Maria o nessun altro mettano in dubbio la fermezza dei miei sentimenti. Penso: "O non sarà che don Peppe ha una figlia tutta latte e miele che fa l'occhiolino ai forestieri? Che Maria sia gelosa?"
Don Peppe mi fa passare in salotto, una camera con un tavolo enorme di castagno al centro e dodici sedie intorno.
Mi intrattiene parlando della scuola, degli stipendi, della famiglia e specialmente di Piero che l'anno corso é stato rimandato per la sua poca voglia di studiare.
"Un uomo ci vuole, per lui! non una ragazza, come l'anno scorso. Bisogna farsi temere, a scuola! Se no ne approfittano. Ci vogliono pantaloni, ci vogliono! Con lei, sa, va meglio... me ne sono accorto subito".
Non capisco se voglia espormi un suo punto di vista o se voglia complimentarmi.
"Un bicchiere di malvasia, maestro?" Domanda. Senza attendere risposta, chiama affacciandosi all'uscio: "Laura, porta da bere!"
Dev'essere già tutto predisposto - penso. Non ha fatto a tempo a rimettersi seduto che già arriva la figlia con un vassoio, una caraffa e due bicchieri.
Laura depone tutto sul tavolo e riempie i bicchieri.
L'avevo vista da lontano, un paio di volte; mai tutta intera, affacciata alla finestra che dà sullo stradone di fronte alla chiesa. Penso: "Aveva ragione Maria a dirmi di stare attento..." Ha un corpo da statua greca e una testolina da bambola. Due occhi grigi, limpidissimi, sorridenti. "Deve avere cervello di gallina, però". Penso, tanto per trovarle un difetto.
Don Peppe nota l'attenzione con cui ho guardato la figlia. Certamente ha afferrato ciò che mi è passato per la testa, perché l'uomo è uomo anche se é un maestro che va coi braccianti e la donna è donna anche se é figlia di un agrario. Sembra compiaciuto che io ammiri Laura.
"Laura si annoia molto, sempre sola e senza amiche. Esce solamente per andare in chiesa". Mi confida. Poi cambia discorso: "E lei, come si trova, in paese?"
"Sono contento. Credo che la gente mi voglia bene".
"In città, però, é un'altra cosa... vero, maestro?"
i provano gusto a star con me. Mi fanno domande impossibili su episodi biblici, partendo da reminiscenze confuse: quanti erano... quanti anni aveva... quanto era alto... Noè... i figli di Abramo... i soldati del Faraone dietro gli ebrei. Per stare in tema, ho raccontato l'episodio riferito da Erodoto, del generale, che scontento del soldo del faraone, decise di lasciare l'Egitto per passare in Etiopia, portandosi dietro tutto l'esercito. Il suo re, preoccupato, gli corse dietro, con tutta la corte, sul cocchio dorato, con nelle mani il simbolo della divinità. Raggiuntolo alla frontiera, lo scongiurò di tornare, facendo appello all'amor di patria, agli affetti familiari, alla pietà per gli dei. Ma il generale, senza neppure scendere da cavallo, sollevando una coscia e mostrando al faraone i genitali sul palmo della mano, rispose: Dove ci sono questi, c'è patria, moglie e figli...
Ziu Efisi ci tiene a mostrare agli amici la nostra confidenza. Fa valere l'importanza del fatto che io vivo sotto il suo stesso tetto, quasi ch'io possieda una qualche "sacralità", un potere di legare e di sciogliere, come il prete, perché so leggere nei libri. L'altro giorno, le comari di zia Elvira mi hanno portato una fanciulla "indemoniata", che muore di fame perché "lui", quello che ha dentro, le proibisce di toccare il cibo. Io ho detto che ci vorrebbe un medico, uno psichiatra. Hanno risposto che non è malattia da curarsi col medico.
Ora parlano di fatture, di malocchio, di tesori custoditi dall'anima dannata che li possedeva.
"No, io non ci credo a queste cose". Dico. Mi guardano increduli, poi sorridono maliziosi, dandosi di gomito.
"Lei fa come il parroco. Anche lui dice che non è vero. Però la serva l'ha visto tante volte leggere in un grosso libro nero, dove ci sono scritti tutti i brebus, per ogni genere di fattura". Dicono.
"E il figlio di Bissenti, allora? che è rimasto muto per aver preso fichi nel cortile dietro chiesa... Era tornato a casa battendo i denti come uno spiritato e appena lo hanno messo a letto gli è venuta una specie di paralisi. I compagni l'avevano visto entrare a rubare fichi e Bissenti era corso subito dal prete, piangendo, per scongiurarlo di rompere la fattura. Per tre giorni e per tre notti gli era rimasto il fico in gola; solamente quando il prete era entrato in casa, gli era sceso giù. Ma la voce non gli è più tornata da allora... Altro che, se non è vero!" Concludono.
Il cannonau è un vino delizioso. Ancor più lo è dopo il terzo bicchiere. Al quinto ho cominciato a dire ciò che penso, liberamente. Ho finito per fare un lungo discorso sui diritti dell'uomo, sul socialismo che mi cova dentro. Mi guardano con gli occhi socchiusi, nel viso beato. Sembra stiano facendo un bel sogno. Poi uno dice: "Come possono essere tutti uguali, gli uomini? Sono uguali le spighe d'uno stesso campo o le pecore di uno stesso gregge?"
Penso: "E' vero. Qui gli uomini sono come le spighe di un campo, come le pecore di un gregge: l'acqua e il sole, il pascolo e il riparo, il giorno e la notte, il sonno e la veglia, il sasso e la terra... Hanno soltanto il diritto del pane e del vino, che un Dio buono ha loro donato perché possano sentirsi felici, talvolta".
Ziu Efisi mi ha preso a braccetto, per evitarmi le pozzanghere, fino a casa. Abbiamo cantato a voce alta, tutti e due, per strada e abbiamo bussato a lungo, a pedate, alla porta sprangata della cucina.
Il tavolo è apparecchiato per due, accanto al fuoco.
Maria e sua madre mi guardano in modo diverso dal solito. Non c'è traccia di rimprovero o di scherno nel loro volto. Anzi, gli occhi di Maria mi paiono più dolci di sempre. Sono uno di loro. Il sabato sera, un uomo che lavora sa ubriacarsi davanti a tutti. E' un suo diritto.
Stamane, a scuola, Timoteo discute con i compagni dei contadini arrestati per le terre incolte. Le bambine stanno ad ascoltare in gruppo, da parte.
Timoteo è biondo e ispido, battagliero, col pugno sempre levato, con un vocione da uomo; ma il suo cuore è buono.
Dice: "I contadini hanno ragione. Le terre sono degli uomini che le lavorano!" E' salito sopra un banco, per dar più forza alle sue parole. Mentre parla guarda in direzione di Piero, il figlio di don Peppe, che se ne sta seduto con un risolino sfottente fra le labbra.
"Timoteo!" Lo interrompo entrando, "Timoteo! A scuola non si fanno i comizi... Seduti!"
Occupano i loro posti. Anche Timoteo, ma insofferente, lui, contorcendosi e spostandosi come se abbia le spine sotto il sedere. Ogni tanto accenna ad aprir bocca.
"Cosa c'è ancora?" Gli domando con severità.
"C'è che io non stavo facendo comizio. Io stavo parlando di quello che è accaduto ieri... Ne hanno arrestato cinquanta e c'era anche mio padre... non hanno fatto niente di male, non hanno fatto..." Dice, diventando rosso, con gli occhi che gli luccicano, lì lì per piangere.
Penso: "Timoteo ha ragione. Anche ziu Efisi è stato arrestato. Gli avevano detto che potevano occupare le terre incolte per dissodarle, che la legge era a loro favore... Le ho trovate con lo scialle nero del lutto, ieri, zia Elvira e Maria, e quando mi hanno visto entrare sono scoppiate a piangere... Ho detto loro che non è niente, che li lasceranno subito, perché mica hanno ucciso o rubato... per tranquillizzarle. Ma non ero tranquillo neppure io. Sono rimasto senza sonno, a lungo, ieri notte, pensando a ciò che è accaduto. Sì, Timoteo ha ragione. Ma non posso dirglielo così, davanti a tutta la classe , davanti al figlio di don Peppe... Cosa devo fare?"
Dico: "Va bene. Vedo che volete parlare delle faccende del nostro paese. D'accordo. Prendete quaderno e penna e scrivete: Tema. I contadini. Ognuno dica quello che vuole..."
Mi dice grazie con lo sguardo, Timoteo, e si butta a scrivere, soddisfatto che il maestro glielo abbia permesso. Ha riempito tre pagine con un mucchio di errori e più parole in sardo che in italiano. Non immaginavo che un bambino di nove anni potesse avere certe idee in testa. Ha scritto che "è tempo che i poveri diventino ricchi" e che "i padroni che sfruttano i braccianti andrebbero impiccati".
Li hanno rilasciati tutti. Hanno dovuto anche pagare loro il biglietto di ritorno in treno, per levarseli dai piedi, a Cagliari.
C'è quasi tutto il paese ad attenderli. Si vedono arrivare sullo stradone bianco, a metà ingombro di ghiaia ammucchiata. Cominciano a distinguersi le loro facce accaldate: la stazione delle ferrovie complementari è a tre chilometri e il pomeriggio è tiepido. Sembrano un'allegra comitiva reduce da una scampagnata. Parlano tra loro, camminando a passo lento, senza guardare per terra.
Qualche donna piange, singhiozzando, quando riconosce il suo uomo nel gruppo. I bambini sono già corsi incontro, a gettarsi fra le loro braccia. Ho visto anche Timoteo, saltellando, attaccato alla mano del padre. I più piccoli si son fatti prendere in braccio o a cavalcioni, sulle spalle.
Quando sono a pochi passi, grida di gioia erompono dalla folla. Poi, abbracci confusi, domande rumorose, fitte, fatte senza attendere risposta, come se fossero stati divisi da tanto tempo, come se soltanto il suono delle parole fosse sufficiente a farli ritrovare dopo averli persi...
Sono arrivati tutti, anche ziu Efisi, che figlia e moglie si tengono abbracciato. Lo saluto dall’alto di un cumulo di ghiaia, accanto alla cabina elettrica. Mi ha visto. Mi si avvicina. Gli ho stretto forte la mano. Mi ha abbracciato.
La scolaresca ha preso l'abitudine di venirmi a trovare a casa, nel pomeriggio.
Zia Elvira non si lamenta, però i ragazzi sono troppo rumorosi, sporcano il pavimento, possono arrecare danni ai fiori del loggiato o alle piantine del cortile. Decidiamo così di andarcene nel piazzale di don Peppe, vicino alla scuola, sempre aperto, dove nessuno brontola, se giochiamo a palla.
Vanno matti per il calcio. Quando non hanno una palla vera, se ne fanno una di stracci ben stretti e pigiati dentro una calza lunga da donna, più volte legata e rivoltata. In casi estremi prendono a calci un barattolo; e devono avere i piedi ben duri se riescono a sbattacchiarlo su e giù per un'ora.
Vogliono che io arbitri le loro partite. Mettono due mucchi di sassi da un lato e due dall'altro, dopo aver misurato ripetute volte a passi lunghi. E ad ogni nuovo controllo spostano i sassi perché le misure non tornano mai giuste...
Le bambine - qualcuna con il fratellino piccolo di pochi mesi in grembo - sedute per terra, seguono lo spettacolo.
"Ma perché non facciamo giocare anche loro, oggi? Stanno sempre a guardare... non mi pare giusto, questo". Dico.
Fermano i loro preparativi e mi guardano con meraviglia. Qualcuno ridacchia.
Giovanni dice: "Ma loro sono femmine... non sanno giocare a pallone!"
Rispondo: "Per forza! Non glielo avete mai lasciato imparare".
Dice un altro: "Ma poi cadono... si fanno male, poi si mettono a piangere".
Le bambine si sono avvicinate tutte, a ranghi serrati, alle mie spalle, aggressive e petulanti. Sfogano un vecchio rancore, ora che io le difendo.
Gridano: "Ma và! Piangere! Ma và! Se ci mettiamo noi, meglio di voi sappiamo giocare!"
Qualcuna è andata troppo avanti, fino a poggiare la palma aperta, il braccio teso, sul petto del compagno. Stanno per azzuffarsi...
Penso: "Accidenti! Non è questo che volevo..." Dico adirato: "Fermi! Basta! Silenzio!"
A ordine ottenuto, soggiungo: "Se bisticciamo, addio gioco! Possiamo provare, no?"
Dice ironico Pinuccio, il cannoniere della squadra: "Per noi va bene... però giochiamo maschi contro femmine".
Un altro ha capito subito l'astuzia e aggiunge: "Gliene facciamo un sacco di goal a quelle lì!" E, divertito dall'idea, sghignazza, comunicando l'ilarità agli altri che sbottano a ridere a crepapelle, sguaiati, qualcuno lasciandosi perfino cadere a terra con le mani sulla pancia.
"Spiritosi!..." Esclamo, con un certo imbarazzo. "Finitela di fare i furbi. Loro non sanno giocare; lo sapete bene. Le mettiamo in difesa: portieri e terzini. Metà con una squadra e metà con l'altra... a sorte".
Timoteo ha seguito tutta la vicenda da neutrale. Adesso, con mio sollievo, interviene a dire: "Il maestro ha ragione. Facciamo così. Proviamo". E a mo' di conclusione, accennando con il capo, ordina: "Forza , ragazzi; facciamo la conta... a mano a mano che uno esce, prende il suo posto nel campo".
Le femmine si sono fatte onore, giocando. Rosse e accaldate, con la gonna lunga fermata con una spilla fra le ginocchia, hanno difeso bene le loro porte, se pure qualche volta, per fermare la palla, hanno usato le mani.
I maschi - non me l'aspettavo - sono stati tanto gentili fino a far finta di non vedere i falli. Io ho fischiato meno che ho potuto e ho manovrato per far finire in pareggio la partita.
Coi tepori della primavera, quando il cielo è uno specchio azzurro che riflette il rosa tenue dei mandorli e dei peschi, si festeggia santa Cecilia, patrona del paese.
In settimana si fanno le pulizie di casa; si confezionano indumenti nuovi e se ne rivoltano vecchi; si impastano e si infornano il pane bianco e i dolci con l'uva passita.
Le donne lasciano porte e finestre spalancate; dagli usci si danno l'un l'altra frasi allegre e facete. Hanno portato, con l'aiuto dei ragazzi, la terra d'argilla grigio-chiara, la impastano con lo sterco ancora caldo dei buoi, rifanno i pavimenti e gli intonachi sbrecciati. Infine danno una mano di calce sui muri levigati; rinnovano i fiocchi verdi alle sedie della camera "bella", perché tengano lontano il malocchio; conservano nell'armadio, sulle lenzuola, il pane di semola, ricamato e arabescato con forbici e punta di coltello.
La sera della vigilia, Maria ha finito di cucirsi la camicetta nuova, rosa, fina come la seta. La gonna azzurra, col grembiule, è pronta da un pezzo, stirata, stesa nel cassetto grande del comò. Non ha potuto comprare le scarpe, perché i soldi sono pochi e i fratellini molti. Ha tinto di nero gli zoccoli d'ulivo, con un pizzico di fuliggine impastata nello strutto. Va scalza, per non sciuparli innanzi tempo.
Di nascosto, ho preso la misura degli zoccoli con un pezzo di spago. Sono andato in bicicletta fino al primo paese dove ci fosse un negozio di scarpe. Non ho trovato molto da scegliere, ma sono graziose, nere, con un fiocchetto di velluto trattenuto da una fibbia colore argento. Ho nascosto gli zoccoli. Al loro posto ho messo le scarpe nuove.
Per la festa, quest'anno, anche cinema.
"Trenta lire per vederlo! Al piazzale di don Peppe! Dopo cena! Dura due ore! Nessuno manchi! Solo trenta lire!" Ha dato fiato alla tromba il banditore, ai quattro cantoni del paese, ammiccando con il suo occhio fesso ai monelli che gli davano la voce, anticipandolo nel declamare sentito poco prima alla precedente fermata.
E' un grande avvenimento. Non si parla d'altro. I giovani che hanno fatto il militare, che sono stati in città, tengono crocchio, raccontando mirabilia.
Maria vorrebbe andarci. Zia Elvira è troppo stanca. "Per noi donne, le feste vogliono dire peste". Dice.
Ziu Efisi è ancora fuori con gli amici e chissà a che ora e in quale stato rientrerà.
Roberto propone: "Perché non ci lascia andare con il maestro?"
Zia Elvira dice: "Quando mai... dare questo disturbo!"
Io vorrei far felice Maria. Dico: "Macché disturbo! E' dovere. Li accompagno io".
Roberto salta sulla sedia e fa le capriole sul pavimento, col rischio di sporcarsi il vestito nuovo. Maria mi regala un sorriso e corre in camera sua a prepararsi.
Hanno inchiodato un lenzuolo da due piazze sul muro della stalla. Davanti hanno sistemato una ventina di panche traballanti sull'acciottolato; dietro, vicino al proiettore, due lampadine che illuminano appena il vasto cortile. C'è già molta gente. Le panche sono tutte occupate. La maggior parte siede per terra, davanti al lenzuolo. Alcuni han portato scanni da casa. C'è anche don Peppe e la sua numerosa famiglia, accomodati su sedie. Mi vede, si alza in piedi per salutarmi. "Buonasera, maestro". Dice. "E tu, alzati e saluta il tuo maestro, somaro!" Si rivolge a Piero, allungandogli uno schiaffo. Io ci resto male, davanti a tutta la gente. Divento più rosso del mio alunno.
"Lo lasci", dico, "sono bambini...".
E don Peppe: "Venga, venga qui, stia con noi. Adesso le faccio portare una sedia. Piero, corri a prendere una sedia buona!"
Non mi sorride l'idea di unirmi a lui. Sto con Maria e Roberto; mi sento un ragazzo in festa, anch'io. Gli dico: "Grazie, ma non posso. Devo badare a Maria e a Roberto".
"Ah! C'é anche Maria di Efisi... Brava, brava. Sei venuta al cinema anche tu!" E aguzza lo sguardo nella semioscurità per osservarla. "Non fa niente, non fa niente. Resti lo stesso. Faccio portare tre sedie... quando mai un maestro si deve sedere per terra..."
Abbiamo visto il film seduti in alto, su comode sedie di paglia, come gran signori, con tutta la gente a voltarsi, per guardarci. Al nostro gruppo si sono aggiunti il sindaco, il parroco e l'appuntato dei carabinieri.
Siamo rientrati alle undici trascorse. La pellicola si spezzava ogni cinque minuti. Si capiva ben poco, perché parlavano più gli spettatori che i protagonisti del film. I commenti venivano fatti a voce alta. Le donne si scandalizzavano per il modo di vestire e di fare delle attrici, che indossavano gonne tropo corte ed erano sbracciate e scollacciate come donnacce. Gli uomini inghiottivano saliva, con gli occhi puntati sul lenzuolo. E quando lei e lui si baciavano spudorati, non si trattenevano dal gridare: "Dai, dai! adesso che ci sei!" E le donne parlottavano fitto tra loro. Qualcuna diceva d'essere pentita d'aver deciso di venire a vedere simile vergogna. "Trenta lire mie belle, gettate al vento!" Ma non si perdevano un'immagine del lungo svenevole tubare della "svergognata" - "Bella bagascia, sarà!" - la quale a un certo punto scopre una coscia, sedendosi, per accalappiare lui - "faccia di tonto!". - che alla fine se la sposa, pure. - "Cornuto!". Maria si vergognava a tutti quei commenti e abbassava il viso quando io la guardavo.
Abbiamo trovato i bambini a letto. Ziu Efisi non è ancora rientrato. Chissà a che punto è con il vino e con gli amici, nella bettola di zia Annica...
Zia Elvira, accoccolata accanto al focolare, ci attende sonnecchiando. "Siete arrivati? Meno male... Tardi è?" Si alza, per scuotersi il sonno di dosso. Mi avvicina uno scanno. "Si sieda a scaldarsi i piedi... Eh, la sua pazienza ci vuole, andarsene a prender freddo per accontentare i ragazzi!"
Roberto esce sbadigliando dalla cucina. Zia Elvira, arrivata alla porta, si rivolge a Maria: "E tu, cosa aspetti? Su, che è tardi..."
Maria è in piedi, con le mani poggiate alla mensola del camino, davanti al fuoco che arde ravvivato da alcuni sterpi. "Vado subito". Risponde senza voltarsi. "Vado subito". Prima mi riscaldo un poco".
"Ma fai presto". Borbotta zia Elvira andandosene.
Allora mi volto a guardare Maria. Anche lei si è voltata, mi sorride tranquilla, senza turbamento. Avvicina uno scanno, si siede vicina a me.
Mi prende una mano fra le sue. "Grazie, per le scarpe". Dice. "Sono le scarpe più belle del paese. Meglio di quelle della figlia di don Peppe, sono..." Mi stringe forte la mano. Poi, d'improvviso, senza che io possa evitarlo, me la bacia.
Sono rimasto a lungo confuso, dopo che lei è fuggita, a pensare, a guardare imbambolato il fuoco che continuava a spegnersi.
Mi propongono di coltivare il pezzo di terra dietro le stalle, seicento metri quadrati.
"Pianteremo alberi da frutto, ravanelli, lattughe e carciofi". Progettano i maschi.
"E prezzemolo, aglio, cipolle e basilico". Aggiungono le femmine.
Giudicano piante e alberi soltanto in rapporto al frutto. Se danno frutti commestibili, le piante sono utili, da rispettare e da curare; ma se frutti non ne danno, sono dannose o inutili, bisogna estirparle o abbatterle, sfruttano la terra per niente.
Dico loro che non siamo soltanto stomaco. "Tutti gli alberi sono utili. Anche quelli ornamentali, perché danno ombra e legna da ardere".
Parlo della mancanza di legna in paese. Il monte é diventato quasi calvo con gli incendi. Ricavare una fascina è diventato sempre più arduo. D'inverno, nei focolari bruciano sterpaglie, paglia di fave e sterco secco dei buoi. Più fumo che calore.
Sembrano convinti. Timoteo, che vuol sempre veder chiaro fino in fondo, chiede: "E dove li troviamo, gli alberi che dice lei, quelli... come si chiamano?"
"Ornamentali". Rispondo. "Facciamo una colletta. Andiamo in un vivaio, a Cagliari, e ne acquistiamo quanti ce ne occorrono... Non sono cari".
Tutta la scolaresca vorrebbe partire. Partiamo invece in quattro: io, Timoteo, Piero ed Anna.
Timoteo è venuto perché fra tutti è il più bravo in botanica; egli sa dire, guardando l'apparato radicale di una pianta, se attecchirà. Piero, perché don Peppe non vuole restare secondo a nessuno. E Anna, perché è femmina; perché dopo la storia del gioco a pallone le bambine non accettano discriminazioni. "E che, ne hanno un pezzo in più, i maschi?" Protestano.
L'emozione della novità li fa taciturni e nervosi. In piedi per tutto il viaggio - il primo della loro vita - con la faccia appiccicata al vetro del finestrino, guardando le campagne, i monti e le valli, e i pali che sfrecciano attaccati ai fili...
"Sono i fili del telefono..." Spiego.
Hanno pulito collo, orecchie e piedi. Hanno indossato l'abito della domenica. Timoteo è riuscito a piegare indietro, a furia di sapone e di pettine stretto, i capelli ispidi e ribelli; ha messo la giacca del fratello, un po’ lunga, ma quasi nuova. Non ha scarpe, ma i piedi hanno un bel colore roseo: chissà quanto consumo di acqua calda e di tegola, ieri notte!
In città, nella via Roma, ci guardano come animali non pericolosi fuggiti dallo zoo. Da prima ho provato un certo imbarazzo a stare con bambini scalzi, imbracati con stoffa ruvida sbiadita, che si fermano qua e là come mosche stordite sul vetro, urtando maldestri la gente, battendo il naso nelle vetrine, perdendosi a cinque metri di distanza e chiamandosi sperduti a gran voce, frastornati, stupiti, ammirati, spauriti, estasiati. Ma dopo, decido anzi di condurli alla Rinascente, perché provino l’ascensore - fino all'ultimo piano. Tiro dritto davanti alle commesse che ci indicano con dita laccate di rosso vivo e ci guardano con occhi bistrati ammiccando fra loro con risolini ironici. Finisco per divertirmi del fatto che ci guardino con ironia e con curiosità, i cittadini. Divertito anche perché il figlio di don Peppe non appare gran che diverso dagli altri, anche se ha le scarpe, lui, e un berrettino nuovo e mille lire, strette nel pugno ficcato in tasca, che il padre gli ha dato per non sfigurare col maestro.
Non appena si sono riempiti gli occhi, hanno cominciato a tempestarmi di domande. Così, rientrando col fascio di acacie sottobraccio, mi sento stanco. E loro sono come ubriachi per le troppe impressioni ricevute.
Nonostante l'ora tarda, all'ingresso del paese, troviamo ad attenderci un gruppetto di scolari. Vogliono vedere subito le piantine; mi accompagnano fino a casa.
"Sono acacie saligne". Dico. "Crescono abbastanza rapidamente; danno legna ed ombra. Danno anche fiori gialli a grappoli. Si chiamano mimose. Sono quei fiori che i lavoratori mettono all'occhiello della giacca, il primo maggio".

Ogni volta che m'incontra per strada, don Peppe mi ripete l'invito di andare a trovarlo a casa. Mi pare offensivo rifiutare una cortesia. D'altro canto, dopo la rivolta e l'arresto dei contadini, temo che frequentare don Peppe possa dispiacere loro, che mi trattano da compagno. Mi confido perciò con ziu Efisi.
"Ma vai! Stupido che sei... Non ti mangia mica!" Mi dice, dandomi del tu. E prosegue: "Se don Peppe non fosse proprietario di molte terre non sarebbe un padrone, sarebbe uno come noi, che non sa leggere nè scrivere. Dentro dentro non è neppure cattivo. E' nato padrone e fa l'interesse dei padroni".
"Stia attento!" Mi dice invece Maria, arrossendo per aver troppo osato, "Stia attento! Don Peppe è una volpe. Se la invita a casa sua, il suo scopo ce l'ha. Forse la vuole allontanare da noi povera gente..."
"Non sono un bambino..." Le rispondo un po' stizzito, perché non mi piace che Maria o nessun altro mettano in dubbio la fermezza dei miei sentimenti. Penso: "O non sarà che don Peppe ha una figlia tutta latte e miele che fa l'occhiolino ai forestieri? Che Maria sia gelosa?"
Don Peppe mi fa passare in salotto, una camera con un tavolo enorme di castagno al centro e dodici sedie intorno.
Mi intrattiene parlando della scuola, degli stipendi, della famiglia e specialmente di Piero che l'anno corso é stato rimandato per la sua poca voglia di studiare.
"Un uomo ci vuole, per lui! non una ragazza, come l'anno scorso. Bisogna farsi temere, a scuola! Se no ne approfittano. Ci vogliono pantaloni, ci vogliono! Con lei, sa, va meglio... me ne sono accorto subito".
Non capisco se voglia espormi un suo punto di vista o se voglia complimentarmi.
"Un bicchiere di malvasia, maestro?" Domanda. Senza attendere risposta, chiama affacciandosi all'uscio: "Laura, porta da bere!"
Dev'essere già tutto predisposto - penso. Non ha fatto a tempo a rimettersi seduto che già arriva la figlia con un vassoio, una caraffa e due bicchieri.
Laura depone tutto sul tavolo e riempie i bicchieri.
L'avevo vista da lontano, un paio di volte; mai tutta intera, affacciata alla finestra che dà sullo stradone di fronte alla chiesa. Penso: "Aveva ragione Maria a dirmi di stare attento..." Ha un corpo da statua greca e una testolina da bambola. Due occhi grigi, limpidissimi, sorridenti. "Deve avere cervello di gallina, però". Penso, tanto per trovarle un difetto.
Don Peppe nota l'attenzione con cui ho guardato la figlia. Certamente ha afferrato ciò che mi è passato per la testa, perché l'uomo è uomo anche se é un maestro che va coi braccianti e la donna è donna anche se é figlia di un agrario. Sembra compiaciuto che io ammiri Laura.
"Laura si annoia molto, sempre sola e senza amiche. Esce solamente per andare in chiesa". Mi confida. Poi cambia discorso: "E lei, come si trova, in paese?"
"Sono contento. Credo che la gente mi voglia bene".
"In città, però, é un'altra cosa... vero, maestro?"
i provano gusto a star con me. Mi fanno domande impossibili su episodi biblici, partendo da reminiscenze confuse: quanti erano... quanti anni aveva... quanto era alto... Noè... i figli di Abramo... i soldati del Faraone dietro gli ebrei. Per stare in tema, ho raccontato l'episodio riferito da Erodoto, del generale, che scontento del soldo del faraone, decise di lasciare l'Egitto per passare in Etiopia, portandosi dietro tutto l'esercito. Il suo re, preoccupato, gli corse dietro, con tutta la corte, sul cocchio dorato, con nelle mani il simbolo della divinità. Raggiuntolo alla frontiera, lo scongiurò di tornare, facendo appello all'amor di patria, agli affetti familiari, alla pietà per gli dei. Ma il generale, senza neppure scendere da cavallo, sollevando una coscia e mostrando al faraone i genitali sul palmo della mano, rispose: Dove ci sono questi, c'è patria, moglie e figli...
Ziu Efisi ci tiene a mostrare agli amici la nostra confidenza. Fa valere l'importanza del fatto che io vivo sotto il suo stesso tetto, quasi ch'io possieda una qualche "sacralità", un potere di legare e di sciogliere, come il prete, perché so leggere nei libri. L'altro giorno, le comari di zia Elvira mi hanno portato una fanciulla "indemoniata", che muore di fame perché "lui", quello che ha dentro, le proibisce di toccare il cibo. Io ho detto che ci vorrebbe un medico, uno psichiatra. Hanno risposto che non è malattia da curarsi col medico.
Ora parlano di fatture, di malocchio, di tesori custoditi dall'anima dannata che li possedeva.
"No, io non ci credo a queste cose". Dico. Mi guardano increduli, poi sorridono maliziosi, dandosi di gomito.
"Lei fa come il parroco. Anche lui dice che non è vero. Però la serva l'ha visto tante volte leggere in un grosso libro nero, dove ci sono scritti tutti i brebus, per ogni genere di fattura". Dicono.
"E il figlio di Bissenti, allora? che è rimasto muto per aver preso fichi nel cortile dietro chiesa... Era tornato a casa battendo i denti come uno spiritato e appena lo hanno messo a letto gli è venuta una specie di paralisi. I compagni l'avevano visto entrare a rubare fichi e Bissenti era corso subito dal prete, piangendo, per scongiurarlo di rompere la fattura. Per tre giorni e per tre notti gli era rimasto il fico in gola; solamente quando il prete era entrato in casa, gli era sceso giù. Ma la voce non gli è più tornata da allora... Altro che, se non è vero!" Concludono.
Il cannonau è un vino delizioso. Ancor più lo è dopo il terzo bicchiere. Al quinto ho cominciato a dire ciò che penso, liberamente. Ho finito per fare un lungo discorso sui diritti dell'uomo, sul socialismo che mi cova dentro. Mi guardano con gli occhi socchiusi, nel viso beato. Sembra stiano facendo un bel sogno. Poi uno dice: "Come possono essere tutti uguali, gli uomini? Sono uguali le spighe d'uno stesso campo o le pecore di uno stesso gregge?"
Penso: "E' vero. Qui gli uomini sono come le spighe di un campo, come le pecore di un gregge: l'acqua e il sole, il pascolo e il riparo, il giorno e la notte, il sonno e la veglia, il sasso e la terra... Hanno soltanto il diritto del pane e del vino, che un Dio buono ha loro donato perché possano sentirsi felici, talvolta".
Ziu Efisi mi ha preso a braccetto, per evitarmi le pozzanghere, fino a casa. Abbiamo cantato a voce alta, tutti e due, per strada e abbiamo bussato a lungo, a pedate, alla porta sprangata della cucina.
Il tavolo è apparecchiato per due, accanto al fuoco.
Maria e sua madre mi guardano in modo diverso dal solito. Non c'è traccia di rimprovero o di scherno nel loro volto. Anzi, gli occhi di Maria mi paiono più dolci di sempre. Sono uno di loro. Il sabato sera, un uomo che lavora sa ubriacarsi davanti a tutti. E' un suo diritto.
Stamane, a scuola, Timoteo discute con i compagni dei contadini arrestati per le terre incolte. Le bambine stanno ad ascoltare in gruppo, da parte.
Timoteo è biondo e ispido, battagliero, col pugno sempre levato, con un vocione da uomo; ma il suo cuore è buono.
Dice: "I contadini hanno ragione. Le terre sono degli uomini che le lavorano!" E' salito sopra un banco, per dar più forza alle sue parole. Mentre parla guarda in direzione di Piero, il figlio di don Peppe, che se ne sta seduto con un risolino sfottente fra le labbra.
"Timoteo!" Lo interrompo entrando, "Timoteo! A scuola non si fanno i comizi... Seduti!"
Occupano i loro posti. Anche Timoteo, ma insofferente, lui, contorcendosi e spostandosi come se abbia le spine sotto il sedere. Ogni tanto accenna ad aprir bocca.
"Cosa c'è ancora?" Gli domando con severità.
"C'è che io non stavo facendo comizio. Io stavo parlando di quello che è accaduto ieri... Ne hanno arrestato cinquanta e c'era anche mio padre... non hanno fatto niente di male, non hanno fatto..." Dice, diventando rosso, con gli occhi che gli luccicano, lì lì per piangere.
Penso: "Timoteo ha ragione. Anche ziu Efisi è stato arrestato. Gli avevano detto che potevano occupare le terre incolte per dissodarle, che la legge era a loro favore... Le ho trovate con lo scialle nero del lutto, ieri, zia Elvira e Maria, e quando mi hanno visto entrare sono scoppiate a piangere... Ho detto loro che non è niente, che li lasceranno subito, perché mica hanno ucciso o rubato... per tranquillizzarle. Ma non ero tranquillo neppure io. Sono rimasto senza sonno, a lungo, ieri notte, pensando a ciò che è accaduto. Sì, Timoteo ha ragione. Ma non posso dirglielo così, davanti a tutta la classe , davanti al figlio di don Peppe... Cosa devo fare?"
Dico: "Va bene. Vedo che volete parlare delle faccende del nostro paese. D'accordo. Prendete quaderno e penna e scrivete: Tema. I contadini. Ognuno dica quello che vuole..."
Mi dice grazie con lo sguardo, Timoteo, e si butta a scrivere, soddisfatto che il maestro glielo abbia permesso. Ha riempito tre pagine con un mucchio di errori e più parole in sardo che in italiano. Non immaginavo che un bambino di nove anni potesse avere certe idee in testa. Ha scritto che "è tempo che i poveri diventino ricchi" e che "i padroni che sfruttano i braccianti andrebbero impiccati".

Li hanno rilasciati tutti. Hanno dovuto anche pagare loro il biglietto di ritorno in treno, per levarseli dai piedi, a Cagliari.
C'è quasi tutto il paese ad attenderli. Si vedono arrivare sullo stradone bianco, a metà ingombro di ghiaia ammucchiata. Cominciano a distinguersi le loro facce accaldate: la stazione delle ferrovie complementari è a tre chilometri e il pomeriggio è tiepido. Sembrano un'allegra comitiva reduce da una scampagnata. Parlano tra loro, camminando a passo lento, senza guardare per terra.
Qualche donna piange, singhiozzando, quando riconosce il suo uomo nel gruppo. I bambini sono già corsi incontro, a gettarsi fra le loro braccia. Ho visto anche Timoteo, saltellando, attaccato alla mano del padre. I più piccoli si son fatti prendere in braccio o a cavalcioni, sulle spalle.
Quando sono a pochi passi, grida di gioia erompono dalla folla. Poi, abbracci confusi, domande rumorose, fitte, fatte senza attendere risposta, come se fossero stati divisi da tanto tempo, come se soltanto il suono delle parole fosse sufficiente a farli ritrovare dopo averli persi...
Sono arrivati tutti, anche ziu Efisi, che figlia e moglie si tengono abbracciato. Lo saluto dall’alto di un cumulo di ghiaia, accanto alla cabina elettrica. Mi ha visto. Mi si avvicina. Gli ho stretto forte la mano. Mi ha abbracciato.
La scolaresca ha preso l'abitudine di venirmi a trovare a casa, nel pomeriggio.
Zia Elvira non si lamenta, però i ragazzi sono troppo rumorosi, sporcano il pavimento, possono arrecare danni ai fiori del loggiato o alle piantine del cortile. Decidiamo così di andarcene nel piazzale di don Peppe, vicino alla scuola, sempre aperto, dove nessuno brontola, se giochiamo a palla.
Vanno matti per il calcio. Quando non hanno una palla vera, se ne fanno una di stracci ben stretti e pigiati dentro una calza lunga da donna, più volte legata e rivoltata. In casi estremi prendono a calci un barattolo; e devono avere i piedi ben duri se riescono a sbattacchiarlo su e giù per un'ora.
Vogliono che io arbitri le loro partite. Mettono due mucchi di sassi da un lato e due dall'altro, dopo aver misurato ripetute volte a passi lunghi. E ad ogni nuovo controllo spostano i sassi perché le misure non tornano mai giuste...
Le bambine - qualcuna con il fratellino piccolo di pochi mesi in grembo - sedute per terra, seguono lo spettacolo.
"Ma perché non facciamo giocare anche loro, oggi? Stanno sempre a guardare... non mi pare giusto, questo". Dico.
Fermano i loro preparativi e mi guardano con meraviglia. Qualcuno ridacchia.
Giovanni dice: "Ma loro sono femmine... non sanno giocare a pallone!"
Rispondo: "Per forza! Non glielo avete mai lasciato imparare".
Dice un altro: "Ma poi cadono... si fanno male, poi si mettono a piangere".
Le bambine si sono avvicinate tutte, a ranghi serrati, alle mie spalle, aggressive e petulanti. Sfogano un vecchio rancore, ora che io le difendo.
Gridano: "Ma và! Piangere! Ma và! Se ci mettiamo noi, meglio di voi sappiamo giocare!"
Qualcuna è andata troppo avanti, fino a poggiare la palma aperta, il braccio teso, sul petto del compagno. Stanno per azzuffarsi...
Penso: "Accidenti! Non è questo che volevo..." Dico adirato: "Fermi! Basta! Silenzio!"
A ordine ottenuto, soggiungo: "Se bisticciamo, addio gioco! Possiamo provare, no?"
Dice ironico Pinuccio, il cannoniere della squadra: "Per noi va bene... però giochiamo maschi contro femmine".
Un altro ha capito subito l'astuzia e aggiunge: "Gliene facciamo un sacco di goal a quelle lì!" E, divertito dall'idea, sghignazza, comunicando l'ilarità agli altri che sbottano a ridere a crepapelle, sguaiati, qualcuno lasciandosi perfino cadere a terra con le mani sulla pancia.
"Spiritosi!..." Esclamo, con un certo imbarazzo. "Finitela di fare i furbi. Loro non sanno giocare; lo sapete bene. Le mettiamo in difesa: portieri e terzini. Metà con una squadra e metà con l'altra... a sorte".
Timoteo ha seguito tutta la vicenda da neutrale. Adesso, con mio sollievo, interviene a dire: "Il maestro ha ragione. Facciamo così. Proviamo". E a mo' di conclusione, accennando con il capo, ordina: "Forza , ragazzi; facciamo la conta... a mano a mano che uno esce, prende il suo posto nel campo".
Le femmine si sono fatte onore, giocando. Rosse e accaldate, con la gonna lunga fermata con una spilla fra le ginocchia, hanno difeso bene le loro porte, se pure qualche volta, per fermare la palla, hanno usato le mani.
I maschi - non me l'aspettavo - sono stati tanto gentili fino a far finta di non vedere i falli. Io ho fischiato meno che ho potuto e ho manovrato per far finire in pareggio la partita.
Coi tepori della primavera, quando il cielo è uno specchio azzurro che riflette il rosa tenue dei mandorli e dei peschi, si festeggia santa Cecilia, patrona del paese.
In settimana si fanno le pulizie di casa; si confezionano indumenti nuovi e se ne rivoltano vecchi; si impastano e si infornano il pane bianco e i dolci con l'uva passita.
Le donne lasciano porte e finestre spalancate; dagli usci si danno l'un l'altra frasi allegre e facete. Hanno portato, con l'aiuto dei ragazzi, la terra d'argilla grigio-chiara, la impastano con lo sterco ancora caldo dei buoi, rifanno i pavimenti e gli intonachi sbrecciati. Infine danno una mano di calce sui muri levigati; rinnovano i fiocchi verdi alle sedie della camera "bella", perché tengano lontano il malocchio; conservano nell'armadio, sulle lenzuola, il pane di semola, ricamato e arabescato con forbici e punta di coltello.
La sera della vigilia, Maria ha finito di cucirsi la camicetta nuova, rosa, fina come la seta. La gonna azzurra, col grembiule, è pronta da un pezzo, stirata, stesa nel cassetto grande del comò. Non ha potuto comprare le scarpe, perché i soldi sono pochi e i fratellini molti. Ha tinto di nero gli zoccoli d'ulivo, con un pizzico di fuliggine impastata nello strutto. Va scalza, per non sciuparli innanzi tempo.
Di nascosto, ho preso la misura degli zoccoli con un pezzo di spago. Sono andato in bicicletta fino al primo paese dove ci fosse un negozio di scarpe. Non ho trovato molto da scegliere, ma sono graziose, nere, con un fiocchetto di velluto trattenuto da una fibbia colore argento. Ho nascosto gli zoccoli. Al loro posto ho messo le scarpe nuove.
* * *
Per la festa, quest'anno, anche cinema.
"Trenta lire per vederlo! Al piazzale di don Peppe! Dopo cena! Dura due ore! Nessuno manchi! Solo trenta lire!" Ha dato fiato alla tromba il banditore, ai quattro cantoni del paese, ammiccando con il suo occhio fesso ai monelli che gli davano la voce, anticipandolo nel declamare sentito poco prima alla precedente fermata.
E' un grande avvenimento. Non si parla d'altro. I giovani che hanno fatto il militare, che sono stati in città, tengono crocchio, raccontando mirabilia.
Maria vorrebbe andarci. Zia Elvira è troppo stanca. "Per noi donne, le feste vogliono dire peste". Dice.
Ziu Efisi è ancora fuori con gli amici e chissà a che ora e in quale stato rientrerà.
Roberto propone: "Perché non ci lascia andare con il maestro?"
Zia Elvira dice: "Quando mai... dare questo disturbo!"
Io vorrei far felice Maria. Dico: "Macché disturbo! E' dovere. Li accompagno io".
Roberto salta sulla sedia e fa le capriole sul pavimento, col rischio di sporcarsi il vestito nuovo. Maria mi regala un sorriso e corre in camera sua a prepararsi.
Hanno inchiodato un lenzuolo da due piazze sul muro della stalla. Davanti hanno sistemato una ventina di panche traballanti sull'acciottolato; dietro, vicino al proiettore, due lampadine che illuminano appena il vasto cortile. C'è già molta gente. Le panche sono tutte occupate. La maggior parte siede per terra, davanti al lenzuolo. Alcuni han portato scanni da casa. C'è anche don Peppe e la sua numerosa famiglia, accomodati su sedie. Mi vede, si alza in piedi per salutarmi. "Buonasera, maestro". Dice. "E tu, alzati e saluta il tuo maestro, somaro!" Si rivolge a Piero, allungandogli uno schiaffo. Io ci resto male, davanti a tutta la gente. Divento più rosso del mio alunno.
"Lo lasci", dico, "sono bambini...".
E don Peppe: "Venga, venga qui, stia con noi. Adesso le faccio portare una sedia. Piero, corri a prendere una sedia buona!"
Non mi sorride l'idea di unirmi a lui. Sto con Maria e Roberto; mi sento un ragazzo in festa, anch'io. Gli dico: "Grazie, ma non posso. Devo badare a Maria e a Roberto".
"Ah! C'é anche Maria di Efisi... Brava, brava. Sei venuta al cinema anche tu!" E aguzza lo sguardo nella semioscurità per osservarla. "Non fa niente, non fa niente. Resti lo stesso. Faccio portare tre sedie... quando mai un maestro si deve sedere per terra..."
Abbiamo visto il film seduti in alto, su comode sedie di paglia, come gran signori, con tutta la gente a voltarsi, per guardarci. Al nostro gruppo si sono aggiunti il sindaco, il parroco e l'appuntato dei carabinieri.
Siamo rientrati alle undici trascorse. La pellicola si spezzava ogni cinque minuti. Si capiva ben poco, perché parlavano più gli spettatori che i protagonisti del film. I commenti venivano fatti a voce alta. Le donne si scandalizzavano per il modo di vestire e di fare delle attrici, che indossavano gonne tropo corte ed erano sbracciate e scollacciate come donnacce. Gli uomini inghiottivano saliva, con gli occhi puntati sul lenzuolo. E quando lei e lui si baciavano spudorati, non si trattenevano dal gridare: "Dai, dai! adesso che ci sei!" E le donne parlottavano fitto tra loro. Qualcuna diceva d'essere pentita d'aver deciso di venire a vedere simile vergogna. "Trenta lire mie belle, gettate al vento!" Ma non si perdevano un'immagine del lungo svenevole tubare della "svergognata" - "Bella bagascia, sarà!" - la quale a un certo punto scopre una coscia, sedendosi, per accalappiare lui - "faccia di tonto!". - che alla fine se la sposa, pure. - "Cornuto!". Maria si vergognava a tutti quei commenti e abbassava il viso quando io la guardavo.
Abbiamo trovato i bambini a letto. Ziu Efisi non è ancora rientrato. Chissà a che punto è con il vino e con gli amici, nella bettola di zia Annica...
Zia Elvira, accoccolata accanto al focolare, ci attende sonnecchiando. "Siete arrivati? Meno male... Tardi è?" Si alza, per scuotersi il sonno di dosso. Mi avvicina uno scanno. "Si sieda a scaldarsi i piedi... Eh, la sua pazienza ci vuole, andarsene a prender freddo per accontentare i ragazzi!"
Roberto esce sbadigliando dalla cucina. Zia Elvira, arrivata alla porta, si rivolge a Maria: "E tu, cosa aspetti? Su, che è tardi..."
Maria è in piedi, con le mani poggiate alla mensola del camino, davanti al fuoco che arde ravvivato da alcuni sterpi. "Vado subito". Risponde senza voltarsi. "Vado subito". Prima mi riscaldo un poco".
"Ma fai presto". Borbotta zia Elvira andandosene.
Allora mi volto a guardare Maria. Anche lei si è voltata, mi sorride tranquilla, senza turbamento. Avvicina uno scanno, si siede vicina a me.
Mi prende una mano fra le sue. "Grazie, per le scarpe". Dice. "Sono le scarpe più belle del paese. Meglio di quelle della figlia di don Peppe, sono..." Mi stringe forte la mano. Poi, d'improvviso, senza che io possa evitarlo, me la bacia.
Sono rimasto a lungo confuso, dopo che lei è fuggita, a pensare, a guardare imbambolato il fuoco che continuava a spegnersi.
Mi propongono di coltivare il pezzo di terra dietro le stalle, seicento metri quadrati.
"Pianteremo alberi da frutto, ravanelli, lattughe e carciofi". Progettano i maschi.
"E prezzemolo, aglio, cipolle e basilico". Aggiungono le femmine.
Giudicano piante e alberi soltanto in rapporto al frutto. Se danno frutti commestibili, le piante sono utili, da rispettare e da curare; ma se frutti non ne danno, sono dannose o inutili, bisogna estirparle o abbatterle, sfruttano la terra per niente.
Dico loro che non siamo soltanto stomaco. "Tutti gli alberi sono utili. Anche quelli ornamentali, perché danno ombra e legna da ardere".
Parlo della mancanza di legna in paese. Il monte é diventato quasi calvo con gli incendi. Ricavare una fascina è diventato sempre più arduo. D'inverno, nei focolari bruciano sterpaglie, paglia di fave e sterco secco dei buoi. Più fumo che calore.
Sembrano convinti. Timoteo, che vuol sempre veder chiaro fino in fondo, chiede: "E dove li troviamo, gli alberi che dice lei, quelli... come si chiamano?"
"Ornamentali". Rispondo. "Facciamo una colletta. Andiamo in un vivaio, a Cagliari, e ne acquistiamo quanti ce ne occorrono... Non sono cari".
Tutta la scolaresca vorrebbe partire. Partiamo invece in quattro: io, Timoteo, Piero ed Anna.
Timoteo è venuto perché fra tutti è il più bravo in botanica; egli sa dire, guardando l'apparato radicale di una pianta, se attecchirà. Piero, perché don Peppe non vuole restare secondo a nessuno. E Anna, perché è femmina; perché dopo la storia del gioco a pallone le bambine non accettano discriminazioni. "E che, ne hanno un pezzo in più, i maschi?" Protestano.
L'emozione della novità li fa taciturni e nervosi. In piedi per tutto il viaggio - il primo della loro vita - con la faccia appiccicata al vetro del finestrino, guardando le campagne, i monti e le valli, e i pali che sfrecciano attaccati ai fili...
"Sono i fili del telefono..." Spiego.
Hanno pulito collo, orecchie e piedi. Hanno indossato l'abito della domenica. Timoteo è riuscito a piegare indietro, a furia di sapone e di pettine stretto, i capelli ispidi e ribelli; ha messo la giacca del fratello, un po’ lunga, ma quasi nuova. Non ha scarpe, ma i piedi hanno un bel colore roseo: chissà quanto consumo di acqua calda e di tegola, ieri notte!
In città, nella via Roma, ci guardano come animali non pericolosi fuggiti dallo zoo. Da prima ho provato un certo imbarazzo a stare con bambini scalzi, imbracati con stoffa ruvida sbiadita, che si fermano qua e là come mosche stordite sul vetro, urtando maldestri la gente, battendo il naso nelle vetrine, perdendosi a cinque metri di distanza e chiamandosi sperduti a gran voce, frastornati, stupiti, ammirati, spauriti, estasiati. Ma dopo, decido anzi di condurli alla Rinascente, perché provino l’ascensore - fino all'ultimo piano. Tiro dritto davanti alle commesse che ci indicano con dita laccate di rosso vivo e ci guardano con occhi bistrati ammiccando fra loro con risolini ironici. Finisco per divertirmi del fatto che ci guardino con ironia e con curiosità, i cittadini. Divertito anche perché il figlio di don Peppe non appare gran che diverso dagli altri, anche se ha le scarpe, lui, e un berrettino nuovo e mille lire, strette nel pugno ficcato in tasca, che il padre gli ha dato per non sfigurare col maestro.
Non appena si sono riempiti gli occhi, hanno cominciato a tempestarmi di domande. Così, rientrando col fascio di acacie sottobraccio, mi sento stanco. E loro sono come ubriachi per le troppe impressioni ricevute.
Nonostante l'ora tarda, all'ingresso del paese, troviamo ad attenderci un gruppetto di scolari. Vogliono vedere subito le piantine; mi accompagnano fino a casa.
"Sono acacie saligne". Dico. "Crescono abbastanza rapidamente; danno legna ed ombra. Danno anche fiori gialli a grappoli. Si chiamano mimose. Sono quei fiori che i lavoratori mettono all'occhiello della giacca, il primo maggio".
Ogni volta che m'incontra per strada, don Peppe mi ripete l'invito di andare a trovarlo a casa. Mi pare offensivo rifiutare una cortesia. D'altro canto, dopo la rivolta e l'arresto dei contadini, temo che frequentare don Peppe possa dispiacere loro, che mi trattano da compagno. Mi confido perciò con ziu Efisi.
"Ma vai! Stupido che sei... Non ti mangia mica!" Mi dice, dandomi del tu. E prosegue: "Se don Peppe non fosse proprietario di molte terre non sarebbe un padrone, sarebbe uno come noi, che non sa leggere nè scrivere. Dentro dentro non è neppure cattivo. E' nato padrone e fa l'interesse dei padroni".
"Stia attento!" Mi dice invece Maria, arrossendo per aver troppo osato, "Stia attento! Don Peppe è una volpe. Se la invita a casa sua, il suo scopo ce l'ha. Forse la vuole allontanare da noi povera gente..."
"Non sono un bambino..." Le rispondo un po' stizzito, perché non mi piace che Maria o nessun altro mettano in dubbio la fermezza dei miei sentimenti. Penso: "O non sarà che don Peppe ha una figlia tutta latte e miele che fa l'occhiolino ai forestieri? Che Maria sia gelosa?"
Don Peppe mi fa passare in salotto, una camera con un tavolo enorme di castagno al centro e dodici sedie intorno.
Mi intrattiene parlando della scuola, degli stipendi, della famiglia e specialmente di Piero che l'anno corso é stato rimandato per la sua poca voglia di studiare.
"Un uomo ci vuole, per lui! non una ragazza, come l'anno scorso. Bisogna farsi temere, a scuola! Se no ne approfittano. Ci vogliono pantaloni, ci vogliono! Con lei, sa, va meglio... me ne sono accorto subito".
Non capisco se voglia espormi un suo punto di vista o se voglia complimentarmi.
"Un bicchiere di malvasia, maestro?" Domanda. Senza attendere risposta, chiama affacciandosi all'uscio: "Laura, porta da bere!"
Dev'essere già tutto predisposto - penso. Non ha fatto a tempo a rimettersi seduto che già arriva la figlia con un vassoio, una caraffa e due bicchieri.
Laura depone tutto sul tavolo e riempie i bicchieri.
L'avevo vista da lontano, un paio di volte; mai tutta intera, affacciata alla finestra che dà sullo stradone di fronte alla chiesa. Penso: "Aveva ragione Maria a dirmi di stare attento..." Ha un corpo da statua greca e una testolina da bambola. Due occhi grigi, limpidissimi, sorridenti. "Deve avere cervello di gallina, però". Penso, tanto per trovarle un difetto.
Don Peppe nota l'attenzione con cui ho guardato la figlia. Certamente ha afferrato ciò che mi è passato per la testa, perché l'uomo è uomo anche se é un maestro che va coi braccianti e la donna è donna anche se é figlia di un agrario. Sembra compiaciuto che io ammiri Laura.
"Laura si annoia molto, sempre sola e senza amiche. Esce solamente per andare in chiesa". Mi confida. Poi cambia discorso: "E lei, come si trova, in paese?"
"Sono contento. Credo che la gente mi voglia bene".
"In città, però, é un'altra cosa... vero, maestro?"
"Certo, in città è un'altra cosa". Dico.
"La gente impara a vivere, a vestirsi, a comportarsi come i signori. Non è così?"
"Certo. Si diventa signori..."
"Invece, qui... qui sembriamo in Africa, sembriamo. Non sappiamo neppure pulirci il naso, non sappiamo, qui. Vero, maestro, che qui non sappiamo neppure pulirci il naso, noi, in confronto di quelli della città?"
"Questo non lo so bene..." Rispondo.
"E anche i poveri, in città, sono come i signori... Mio cugino commerciante che gira sempre, anche in continente, dice che lì, anche i contadini, finito il lavoro, si vestono da signori e non si riconoscono più in mezzo agli altri. E' vero?"
"Credo di sì". Dico svogliato, guardando Laura di sottecchi, seduta in disparte.
"Mio cugino mi ha detto anche che i padroni e gli operai sono non soltanto signori, ma che vanno insieme d'amore e d'accordo".
"Questo no, non lo credo. Il padrone non può mai essere uguale all'operaio. Il padrone e l'operaio non possono mai essere d'amore e d'accordo". Ho detto così, senza pensarci troppo.
"E perché mai, no?" Mi chiede con tono mutato, aspro, ostile. Sto per replicare sullo stesso tono, quando Laura dice: "Ma come fate a stare qui,  scusate, con questo freddo? In cucina c'é il fuoco acceso e la cena apparecchiata". E si alza, aspetta che noi usciamo per spegnere la luce del salotto.
Penso: "E' più scaltra di quanto non sembri col suo viso da bambola".
A cena, intorno al tavolo grande, nella cucina vasta come un granaio, appena rischiarata da una lampadina, tra una forchettata e l'altra, don Peppe parla della famiglia, del desiderio suo di far studiare almeno qualcuno dei suoi molti figli.
"Vicino, scuole superiori non ce ne sono. Perciò ho deciso di mandare Piero in collegio, a Cagliari. Laura la quinta l'ha finita da un pezzo; era abbastanza volenterosa; un anno, una classe. Se volesse, potrebbe studiare, ché  i mezzi, grazie a Dio, non le mancano... Ma ora deve aver dimenticato tutto. In quanto a leggere, legge sempre, anche di notte, con la luce accesa..."
Mi par di vederla.. Penso: "In camicia da notte, legge. Altro che lettura..."
Tanto per dire qualcosa, chiedo: "Scusi l'indiscrezione. Che cosa legge?" Mi sono rivolto a lui, ma ho guardato lei.
"Beh, un po' di tutto... Grand'Hotel, Sogno..."
"E anche Famiglia Cristiana". Lo interrompe la moglie, una donnetta candida e grassoccia, che si é appena seduta dopo tutto lo sfaccendare per servirci a tavola con la serva. Da come ha storto le labbra ai titoli dei giornali elencati dal marito, si vede che non ha in simpatia ciò che legge la figlia.
Don Peppe si é piccato per l'interruzione. Dice che é lui stesso che va in città a comprarli, quei giornali. Si accalora in un lungo discorso: "I giovani devono istruirsi, hai capito, testa di rapa!" Si rivolge alla moglie, squadrandola con sufficienza, mentre lei continua a brontolare per conto suo, da una parte. "Le donne come te restano sempre all'antica. Non sanno neppure che cosa ci sia fuori dalla cenere del camino. I giovani, oggi specialmente, vogliono sapere le cose nuove che nascono nel mondo, altrimenti restano beduini come noi, da grandi. Non è vero, maestro?"
"Si. Mi pare giusto, sì, ciò che ha detto. Molto giusto". Dico.
"Hai sentito tu?" Si rivolge trionfante alla moglie. " Hai sentito il maestro? Cose giuste sono, quelle che dico io!"
"Però..." Accenno a dire.
"Però?..." Si volta don Peppe, guardandomi allarmato.
"Però, non sono quelli i giornali più adatti per insegnare ai giovani che cos'é la vita. Montano la  testa, quei giornali..."
"Sicuro é?" Chiede smarrito.
Laura interviene, piccata: "E perché montano la testa? E perché non istruiscono? Io ho imparato tante cose leggendoli. Sono meglio di quei giornali che forse piacciono a lei, quelli di politica... bella barba!"
"Visto?" Si riattacca la madre. "Sentito? Non sono giornali buoni, quelli. Sono di scandalo. L'ha detto anche il parroco..."
"Ma vai, tu! Zitta, tu! che non sai neanche dove sei messa! E in quanto al parroco, sarà buono a dir le funzioni in chiesa, ma della vita, lui, non sa neppure da dove incomincia". La interloquisce burbero don Peppe. Si rivolta sulla sedia che scricchiola  al peso del suo pancione sbottonato, per riprendere il discorso con me: "E allora, che cosa dovrebbe leggere, una ragazza per bene, per imparare a conoscere la vita?"
La domanda, che io stesso ho provocato, mi coglie di sorpresa. Penso: "E che ne so io, di ciò che dovrebbe leggere una ignorantella piena di presunzione?..." Poi dico: "Dipende dai gusti della ragazza. Tutte le letture sono buone. Anche quei giornaletti, certo... sono meglio di niente. Bisogna leggere libri... ecco, così: più libri e meno giornali. Se uno legge molti libri, dopo può anche leggere quei giornali, se gliene resta la voglia..."
"Ho capito". Dice don Peppe soprappensiero.
Alla fine della cena, quando me ne vado, mi propone di fare un'ora di scuola a Piero e a Laura, per istruirli, per insegnare loro come si diventa "signori".
Dice: "Può fare lezione qui stesso, a casa mia, se non le é di disturbo. Per il compenso non si preoccupi; faccia la cifra lei stesso. Vede, io sono cresciuto ignorante; non vorrei che anche i miei figli..."
"Ci penserò". Dico salutandolo al cancello.
"Si ricordi che la cavalla è sempre a sua disposizione. La prenda quando le occorre... e Piero, non lo tema, no! Lei picchi, ché uno schiaffo fa sempre bene, glielo dico io!"
"D'accordo. Ma non ce ne sarà bisogno".
Laura era dietro la finestra, per vedermi andar via.
*      *      *
I nostri alberi crescono. Sono venti giusti. Il rettangolo di terra dietro la scuola diverrà un boschetto, dove i bambini  potranno giocare e godersi il fresco, quando soffia il levante.
I bambini li innaffiano portando l'acqua a secchi, dal pozzo. Le bambine hanno costruito intorno ad ogni alberello aiuole di sassi, rettangoli, cerchi, quadrati. Hanno seminato e trapiantato, fra il basilico e le cipolle, i loro fiori preferiti, gerani e rose, presi nei cortili di casa loro, qualcuno di nascosto dai proprietari gelosi. Loro stesse curano le due piantine di acacia avanzate, che abbiamo messo a dimora nel sagrato, ai lati della panchina di pietra, dove i vecchi trascorrono il tempo a guardare chi passa e il verde lontano dei colli.
Però ci sono stati alcuni monelli che hanno saltato il muro del cortile e hanno danneggiato alcuni alberi.
Timoteo e Piero, il figlio del bracciante e il figlio di don Peppe, si sono trovati d'accordo nel difenderli. Anche a pugni e a sassate, li hanno difesi. Poi sono corsi, ancora agitati e indignati, a dirmelo a casa.
"Presto! Corra! Un paio di ragazzi hanno sfasciato tutto!"
"Tutto? Che cosa?"
"Gli alberi nostri... corra!"
Sono corso con  loro a vedere i danni, imprecando contro i mascalzoni che non rispettano la fatica degli altri, il bene di tutti.
Siamo andati casa per casa, per cercare e punire i colpevoli. Qualcuno l'ho preso a schiaffi io stesso, davanti al padre e alla madre. "Ben fatto, maestro, ben fatto!" E altri schiaffi dalla madre e pedate dal padre.
"Quando saranno grandi, allora ci potete giocare, sbatterci anche la testa, allora. Ma adesso no! Adesso non fa ancora, percristo! Dovete aspettare ancora!" Ho detto irritato.
E Timoteo e Piero, come guardie del corpo, scuri e severi in volto anch'essi, a passi lunghi per starmi dietro.
"C'era pure Antonio Floris. Andiamo a casa di Antonio". Dicono.
Così gli alberi sono cresciuti, in questi mesi. Perché c'é stato chi ha faticato a scavare le buche, a buttarci tre secchi d'acqua in ognuna, una sera si ed una no, in ansia di vedere foglie e rami nuovi.
Abbiamo stabilito di fare i turni di guardia.
I bambini hanno fabbricato fionde e hanno le tasche piene di sassi.
"Non esageriamo, però... mirate soltanto alle gambe".
Timoteo, in un tema, ha scritto: "Bisogna lavorarla e sudarla la terra... bisogna amarla e difenderla".
Gli scolari fiutano la svogliatezza del maestro. "Andiamo a passeggio, oggi?" Propongono.
Il sole di aprile scaccia l'ultimo freddo annidatosi nelle giunture delle ossa e acuisce il lezzo di letame nelle vicine stalle di don Peppe.
"D'accordo. Ma dove?"
Gli asfodeli hanno coperto i pascoli, nella valle. Annata buona  di grano, quest'anno! - I nuovi asparagi hanno pollonato tra i rovi e i sassi dei recinti.
"Saliamo all'ovile di don Peppe".
Fra i dirupi, le capre saziano l'antica fame coi teneri mentastri.
"No. Scendiamo al boschetto di don Peppe".
I pioppi abbrividiscono alla brezza; le foglie d'argento tinniscono.
"C'é anche il fiume, lì".
Siamo tutti d'accordo: al boschetto di don Peppe.
"Per favore, niente disordine e grida, in paese. Altrimenti..."
Attraversiamo il paese in ordine e in silenzio. Il calzolaio si affaccia sull'uscio col suo lungo grembiule di pelle sporco di grasso e di pece. "Bella giornata, oggi. Buona passeggiata!" Dice, agitando una scarpa.
Le rondini hanno ritrovato sotto le gronde e le tettoie i vecchi nidi e li rabberciano andando  e venendo sotto lo sguardo indifferente dei buoi.
Il bosco di don Peppe é soltanto una breve radura erbosa con sette pioppi esili e radi. Il fiume è soltanto un rivolo d'acqua.
"Ed ora, correte e gridate pure! Ma attenti..."
Corrono scatenati. Anime vestite di stracci colorati, ansiose di libertà, di corsa, di vento, di sole, di gioco. Qualcuno cade, nella corsa, subito rialzandosi, senza neppure passarsi la mano insalivata sul ginocchio sbucciato, per riprendere la fuga  a saltelloni, capriolando sull'erba, cantando a squarciagola motivetti di chiesa stonati e acuti.
Le bambine si stancano per prime. Si siedono, facendomi cerchio intorno. I bambini giocano ora a lanciar sassi nel ruscello. "No c'é pericolo di annegarci dentro". Penso. "Che giochino pure e comincino a rammollire la crosta di sudicio accumulata d'inverno, quando l'acqua del mattino fa paura, divenuta nel secchio vetro tagliente".
Bisticciano per starmi vicino. Mi dispiace; non vorrei scontentare nessuno. Poi penso che sono un punto, come loro, di una circonferenza. Qui, su questa radura, senza banchi e senza muri, è più facile essere tutti uguali...
"Maestro, vogliamo un racconto!"
Sono un maestro. Il maestro è un testimone che vede e interpreta un mondo. Si beve la cicuta, si penzola da una croce, per essere un maestro. Niente al mondo è meglio dell'essere un maestro, quando i bambini bisticciano per stargli più vicino, quando siedono per terra, in cerchio, con le mani giunte sul grembo, con l'anima aperta nel viso.
Attendono ch'egli colmi abissi di mistero. Sperano ch'egli attinga con mani sacre alla fonte della verità e ne sparga la meravigliosa grazia sul loro capo. Attendono parole che non l'orecchio dovrà intendere. Vogliono ch'egli sia la vita, perché essi possano vederla e comprenderla sul suo volto e sulle sue mani; vogliono sapere che cosa siano il loro piangere e il loro ridere... Ma io, anche io, sono come loro. Perfino ziu Antiogu, il vecchio saggio che vive da quasi un secolo nel silenzio dei monti, ride e piange ancora, senza lacrime e senza denti, senza  sapere perché. Io urlerei di paura e di dolore, come loro bambini, se venissi appeso ad una croce. "Padre mio, non abbandonarmi! Madre, dove sei, madre?"
Consacrano l'autorità con doni. Spesso se ne vergognano, perché è vergogna dar meno di quanto non sia grande il cuore. Arrivano a scuola prima di me, per questo. Oppure corrono a deporre il dono sul tavolo quando io non posso vederli: un bottone, un limone, un pennino,un uovo, una fionda, cinque lire, un'immaginetta.
"E allora, questo racconto ce lo dice?"
"Un racconto?... Sì, sì, adesso. Ecco, adesso comincio..."
"C'era una volta... un ragazzo, c'era, in un paese piccolo come il vostro, un ragazzo, figlio di contadini, come voi, che andava, come voi, ogni mattina a far legna al monte e poi di sera a zappare il grano e le fave. Aveva fratelli e sorelle e la minestra era poca e poco calda era la stuoia nella cucina davanti al breve fuoco di sterpi. Suo padre pareva sempre stanco: se ne stava a guardare la cenere del camino e a pensare, mentre sua madre passava gli stracci lavati, ad uno ad uno, per rammendarli, ammucchiati nel cesto.
"Eppure il ragazzo era felice quando il sole di marzo faceva fiorire di rosa i mandorli sui colli e rinverdire i grani nella valle.
"Un anno gli uomini faticarono più del solito. Venne prima un'alluvione che seppellì di fango i seminati; poi una lunga siccità che inaridì le spighe fiorenti. Un mattino, gli uomini, svegliatisi più affamati di sempre, decisero di prendersi l'uno i poveri beni dell'altro. Divennero animali feroci. La terra si fece dura come un sasso. Gli alberi diventarono foreste di vetro. I fiumi si arrossarono come il sangue. Il cielo si popolò di mostri che alitavano fuoco. Ogni giorno uscivano dalle case, gli uomini, strisciavano all'agguato negli anfratti di roccia, fra i cespugli, dietro i muri, per uccidersi tra loro.
"Gli scampati correvano nella notte come cani famelici, cercando cibo. Rovi e sassi, spini e artigli produceva la terra. E gli uomini inghiottivano rovi e sassi lacerandosi la gola e il ventre.
"Non dormivano più, di notte, per paura di essere uccisi nel sonno. Le case erano deserte e i focolari spenti. Stavano all'addiaccio. Quando tornava il sole, sempre più scialbo e più freddo, essi ricominciavano a vedersi e a uccidersi.
"Il ragazzo era fuggito, il giorno stesso in cui, tornato a casa, aveva trovato al suo posto un mucchio di pietre nere. Aveva gettato al suo posto la zappa a marcire nel torrente rosso; poi aveva vagato per giorni, per mesi, per anni... fino a quando egli si era sentito un uomo solo in cima ad un monte.
"A valle, su di un pendio verdeggiante, gli erano apparsi tegoli grigi di schisto e donne e uomini, antichi e vivi, che andavano e venivano, piangendo e ridendo. E bambini, gli apparvero, coi piedi arrossati dalla brina che tornavano dal bosco col fascio di legna a spalle; e bambini nei viottoli, che giocavano con le palline leggere del sambuco; e bambini con la borsa di cartone a tracolla e una fetta di pane in mano che correvano a scuola a frotte...
"Il ragazzo, che si era fatto uomo, pensò che sarebbe stato felice di poter parlare e giocare con quei bambini. Ma un uomo non può parlare e giocare con i bambini, se non é un maestro. Allora egli desiderò di diventare un maestro.
"S'inerpicò sopra una guglia, da dove cielo e terra apparivano intatti. Si volse attorno e vide il frantumarsi del sasso che diventa terra; vide il nascere e il morire delle creature; vide il radicare del grano e il suo lieve maturare le spighe e il sudore del ferro nelle zolle e il fuoco delle aie e dei forni e il segno sacro delle mani sul pane spezzato nel silenzio di mura illuminate dall'olio di una lucerna.
"Si volse ancora intorno e guardò più lontano. Vide la solitudine dei campi recinti; l'andare di formiche tra terra e cielo all'orizzonte; lo sgretolarsi delle rocce attanagliate dall'elce ribelle agli dei del tuono e del fulmine; la nenia di canti senza eco; il saluto tacito dei viandanti nel gesto breve della mano che tiene la zappa sulla spalla; il volto melanconico delle fanciulle chine a ricamare angeli e rose.
"Dopo egli entrò nelle case e salutò la gente. E la gente lo riconobbe e capì: "Vieni;  mangia e dormi con noi"; gli disse, "ma tu parla e gioca con i nostri bambini..."
Mi guardano, attendono la fine, a bocca spalancata. Ma la fine io non la so. I racconti veri hanno tutti la stessa fine, ma nessuno può raccontarla.
Mi sembrano delusi.
"Ma questo non era un racconto". Osserva una.
"Ma era bello lo stesso". Dice un'altra per compiacenza.
"Zitte!" Interviene un'altra. "Era bello, sì... però, adesso, vogliamo Cappuccetto Rosso!"
Alcuni bambini hanno raccolto i grossi deformi funghi che crescono fra i pioppi e ne hanno riempito i berretti. Altri hanno cercato asparagi, li hanno legati stretti in fascio con nastri di asfodelo fermati con spini di pruno. Altri ancora hanno riempito le borse di lumache brune dalla bava biancastra iridescente. Ora dividono fra tutti, facendomi la parte migliore. La cena sarà più abbondante, stanotte.
Forse pioverà. Il sole è nascosto da alcuni giorni. I colli appaiono grigi e sfumati. I monti si vedono a tratti fra le nuvole che si avvolgono, si contorcono, si sbrindellano come cenci fra le creste aguzze di granito.
Mi trattengo a casa, queste ultime sere. I miei ospiti non risparmiano legna per lasciarmi un buon ricordo.
Per la maestra che supplisco non ci sono state complicazioni di gestazione o di parto; tutto bene, un bel maschietto di quattro chili. Non potrò finire l'anno scolastico...
Mi pareva di dover vivere qui per sempre. Questo è il mio mondo, quello giusto. Questa è la mia gente... Dovrò andarmene. Allo scadere della supplenza diverrò un intruso.
Penso: "Il supplente è un essere speciale. E' un uomo che sostituisce un altro uomo".
Devo fingere, quando mi chiedono. Agli scolari, ai vecchi del sagrato, ai contadini della bettola, anche a ziu Efisi, a zia Elvira, a Maria e a Roberto...
Dico: "Mi hanno trasferito in un altro paese; ma per poco. Vedrete che tornerò presto. L'anno venturo, vedrete. Tornerò per stare tutto l'anno; anzi, per sempre".
Mi vergogno a dire che tra qualche giorno sarò disoccupato. Ho paura di perdere la loro stima, il loro affetto.
Penso: "Sono uno stupido orgoglioso. Dovrei dire la verità a questa gente che sa vivere, da sempre, accettando la povertà e l'umiltà".
Il mio ultimo mattino di scuola. Stasera partirò. Ho davanti paura e buio. Dietro, nel ricordo, conservo affetti, visi, parole udite e dette...
Qualche volta ho pensato a come avrei trascorso le ultime ore della mia vita, conoscendole in anticipo. Non avrei perso tempo in rimpianti - ho immaginato - ma avrei raccolto fino all'ultima briciola il piacere di vivere. Avrei vissuto ogni minuto, lungo e intenso come un anno.
Adesso dovrei andarmene per le campagne fiorite, sedere sopra un sasso, guardare la pioggia rosa dei mandorli, l'ondare dei colli verdi di grano, l'azzurro del cielo.
Dovrei sellare Littorina, salire con lei sui monti di granito, dove è impresso il silenzio dei millenni, rompere l'incantesimo col canto di una nenia riascoltata nell'eco.
Dovrei lasciare l'aula, i libri, la lavagna, i banchi, le penne e dire ai bambini: "Andiamo nel boschetto di don Peppe? C'é il ruscello che voi dite fiume; i sette pioppi radi che voi dite bosco e la breve radura che voi dite prato". Vedrei i loro giochi e il loro bisticciare per starmi vicini. Un bambino verrebbe con un'arancia in mano: "E' per lei, maestro!" E un altro con cinque lire: "Io non ho altro!"
Dovrei andarmene in piazza di chiesa, dove siedono i vecchi, che parlano poco perché molto hanno visto: "Le parole sono come il vento che passa e non dà frutto alcuno. Il lavoro resta, nella terra, nelle pietre e nel ricordo".
Dovrei andare alla bettola di zia Annica, dove i contadini bevono il filtro che li fa uomini liberi, per sentire i loro sogni di giustizia e di progresso.
E Maria dovrei amare. Con lei dovrei trascorrere l'ultimo minuto. Nell'orticello dietro casa, dove passa un rivolo d'acqua, che pare cristallo, scaturito misteriosamente da sotto terra, ai piedi del pesco...
Invece, muoio come muoiono tutti: con amarezza e con paura.
L'ora dell'uscita è arrivata. Non riesco neppure ad abbracciarli tutti uno per uno, come vorrei fare. Riesco solo a dire: "Addio! Fate da bravi! Ricordatevi gli alberi..."
Ho approfittato del carretto che passa in paese ogni pomeriggio per ritirare il latte dai pastori. Ho caricato la bicicletta e la valigia fra i bidoni e son salito sopra anch'io.
Quando infiliamo la prima curva, mi appaiono le aie, due campicelli spianati con qualche masso affiorante. Allora li scorgo, i bambini... Non posso trattenermi dall'alzarmi in piedi, per salutarli ancora.
"Ma che diavolo fa?" Mi ricaccia a sedere il carrettiere, brontolando, "Non vede che mi squilibra il carico?"

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