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La giusta morte

Dal lato del muro illuminato dal sole, c'è lui, Massimo, un corpo senza ombra, con la fronte sopra il gomito per respingere la vista di una terra che si è aperta nera assurda, come una voragine senza fine.
Sulle sue orecchie, sulla sua nuca ronza un nugolo di mosconi verdi; quegli animali che vedono la morte e siedono sulle sue spalle aspettando pazienti la decomposizione. Per ora si accontentano di suggere quel poco sangue raggrumato che il sole, la brezza e la sete della terra hanno risparmiato.
Ha i piedi accanto all'uscio della casa. La sua figura, proiettata in avanti, grida l'orrore della morte giunta quando la vita stilla miele...
Non gli è servito fuggire. Nessun uomo è tanto veloce da vincere la corsa con la morte... Se la fuggiamo, è con lei che fuggiamo; se sostiamo all'ombra dell'ulivo, è con lei che riposiamo; se amiamo, è con lei che godiamo: perché la morte è dentro di noi, annidata al caldo del nostro cuore. Non in una, ma in dieci, in mille forme diverse la portiamo dentro di noi. Da quando nasciamo, la portiamo addosso: come un bicchiere di vetro ha la fragilità in ogni frammento.
"La morte innocente", dicono le madri quando il neonato la porta visibile nel corpicino livido paonazzo.
"La morte fanciulla", bianca come la cera e i gigli, con le mani giunte sulla giacchetta nuova della festa, con il viso addormentato.
E "la giusta morte", violenta, con la bocca spalancata, con i pugni stretti, con gli occhi che nessuna pietà, nessuna mano può chiudere... come la morte di questi due, là, per terra, nel cortiletto di una casa fuori paese, che i vivi vanno a guardare per vedere come è fatta, per capire che cosa sia.
Nulla scoprono che non sappiano già. Non vedono nulla che non abbiano già visto.
Marietta è più avanti: le braccia spalancate. La sua morte è stata tanto violenta da schiacciarle il capo il cui cervello grigio si è sparso su alcuni sassi vicini, come interiora di uno scarafaggio spiaccicato sotto la scarpa.
Un carabiniere è seduto sopra il muretto, di guardia.
Nessuno c'è più, lì, per terra. Né Massimo, né Marietta ci sono più.
L'uomo non è più uomo se non porta addosso la propria morte. Loro due hanno soltanto il ronzare delle mosche verdi, addosso. E non lo sanno, perché sono come due macchie di unto, come due gocce di minestra schizzata oltre una soglia, che il vento e il sole e la fame degli insetti asciugheranno.
E le piogge, quando verranno, se verranno, non saranno lacrime di un dio - non può piangerla la morte, colui che non la possiede; le piogge, quando verranno, se verranno, saranno lacrime di uomini, lacrime che riempiranno mari, salati di paura e di odio.
La gente chiama questa morte "la giusta morte".
"Fatto bene! Ben fatto!"
"Hanno avuto la giusta morte!"
Urlano le donne scarmigliate, correndo per le strade. Parlano con labbra inumane nei crocchi scomposti: ogni voce sempre più alta per sovrastare le altre, per soffocare il gemito della ragione.
"Lo tradivano, Paolo, lo tradivano... La giusta morte hanno avuto!"
"Le piaceva il gusto del maschio! Svergognata come una cavalla in calore!"
"Ora ha provato il gusto della giusta morte!"
E i bambini, smarriti, pendono dalle logore sottane, sforzandosi, loro, forse, di penetrare il significato della giusta morte. Nessuno riesce; neanche Marietta e Massimo, che l'hanno avuta, sanno.
Gli uomini, anch'essi, correndo, incrociandosi per le strade, urlano la giusta morte. Il padrone, il prete, il servo, tutti, la invocano, come se non l'avessero tutti, uno ad uno, negli occhi e nelle mani, nei piedi e nel sesso, fin nel più piccolo brandello di carne, nella più minuta goccia di sangue.
"Bisogna rispettare le terre e le donne degli altri! La giusta morte l'hanno meritata..." Urla il padrone.
"La giusta morte è la giustizia di Dio per i peccati della carne!" Urla il prete.
"Non si toccano le donne sposate! Massimo lo sapeva che le donne sposate non si toccano! Lui stesso si è dato la giusta morte..." Urla il servo.
Parole senza un senso umano, senza neanche un senso bestiale. Parole di terra che non ha cuore, né lacrime, né germogli, di terra diventata pietra...
L'eroe ha compiuto la sovrumana fatica. Ora, ritto in piedi, con le braccia conserte, raccoglie gli osanna.
Non le sue mani, non il suo cuore, non la sua volontà hanno dato la morte, ma un coltello e un sasso.
Alle divise sedute dietro un tavolo, in caserma, dice: "Massimo e l'amante hanno avuto la giusta morte".
Non è peccato destare con le proprie mani la morte che è nel corpo vivo dei fratelli, se è la giusta morte quella destata...
"Mi tradivano. Hanno avuto la giusta morte".
La legge. E' colpa della legge... Ma può una legge imporre all'uomo di uccidere?... Può uccidere, una legge?...
"Con il coltello e con i sassi del cortile, hanno avuto la giusta morte".
Il mistero di millenni di roccia impenetrabile, l'incoscienza primeva di elementi che sono e non vivono, la furia dei venti e il rimbombo dei fulmini, tutta la paura dei monti sovrastati da un infinito senza stelle lo soffocano, lo stritolano, lo sbriciolano, cancellano in lui l'anima, fino a farlo diventare soltanto un coltello, un sasso... un pugno di terra che ha sete, perché non c'è nessun dio che lo bagni di pioggia.
Egli parla senza parole - le sue labbra vibrano producendo suoni, come le acque di un torrente che scrosciano, come un sasso scagliato che sibila, come un legno ardente che crepita.
Le sue labbra vibrano, il loro suono dice: "Hanno avuto la giusta morte.
Hanno avuto la giusta morte". Si ripete ancora, ancora e ancora, tenace, senz'anima, come lo scrosciare di un torrente, come il sibilare di un sasso scagliato, come il crepitare di un legno ardente.
Nessuno ricorda più le angosciate parole di Marietta, una notte, nel cortile di zia Rita.
"Non lo posso vedere! Non lo posso vedere!" Piangeva rabbiosamente, con un coraggio che era grande quanto l'odio che sentiva per Paolo, per suo marito.
Egli sfogava i suoi malumori ogni sera, picchiandola con il bastone di olivastro, sporco ancora dello sterco delle pecore riportate dal pascolo.
Sfogava rancori e pene, il conscio e l'inconscio, l'erba bruciata dalla brina e la moria del bestiame inaridito dalla fame, l'umiliazione di essere un servo che rimborsa con il proprio sudore i danni che la natura fa al padrone.
Lei, Marietta, era il suo muro del pianto, era lo spuntone di roccia su cui riposare il corpo stanco per il lungo andare: l'oggetto su cui non si possono riversare tenerezze, su cui soltanto si riversano i rancori e le amarezze accumulati nel dolore e nella solitudine. Non poteva vivere senza di lei, Paolo; perché gli uomini non possono vivere senza un Dio che sanguini per loro, ferito dalle loro stesse mani, appeso dalle loro stesse mani a una croce. Lei era il suo Cristo, più vicino, più vero dell'altro in chiesa; perché può essere di tutti, un Dio: Marietta era soltanto una donna, poteva essere di un solo uomo.
"Non ci resisto più! Non ci resisto più!" Gridava Marietta quella notte, vomitando strazio e disperazione sulla gente accorsa a vederla, torbida, con gli occhi curiosi di chi vuole scavare nel mistero dell'agonia, accorsa come accorre in piazza quando si macella un bue, per bere mutamente il sussultare dell'immenso fiotto rosso che scorre sui ciottoli come un fiume senza fine.
"No, non voglio stare più con lui!" Urlava fuori di sé Marietta, con sguardo opaco, assente, lontano.
Il bastone e i calci con le scarpe dure di chiodi erano il suo pane. Poi placato, lui, si ricordava di essere maschio: la portava sulla stuoia per coprirle il corpo illividito con la sua voglia. La violentava ogni volta come la prima volta.
"Non posso, non posso più restare con lui!" Diceva sommessa, scuotendo dolorosamente il capo, alle donne intorno. Queste la guardavano senza parlare; vedevano la sua morte più certa, più chiara, quanto più alte e più vere erano le sue parole. Esprimevano il loro pensiero con lievi cenni del capo: la giusta morte sarebbe presto arrivata a levarla dall'agonia; soltanto la giusta morte.
Con la sua faccia scarna, lacrimante, con la sua testa scarmigliata, con il suo scuotere sconsolata le braccia, Marietta, quella notte, era l'immagine vera della giusta morte.
La gente, stasera all'imbrunire, l'ha accompagnata con l'amante al camposanto.
E' l'ora in cui le donne timorate si rinchiudono nella casta pietra delle case; la stessa ora in cui escono le svergognate fameliche cagne nei boschi della Giara.
Li hanno gettati sopra un carretto d'asino, per dileggio. Li portano in camposanto, perché, comunque, le creature battezzate non si lasciano in pasto ai cani, nei fossi.
Il carretto traballa lungo il viottolo dall'acciottolato sconnesso, scuotendo i due corpi mal coperti, rigidi come burattini, l'uno sull'altra, con le facce guancia a guancia, che pare si guardino stupefatti con bocca, con occhi spalancati.
Dietro, la gente danza e invoca il dio della giusta morte.
Non è una beffa, anche se oscene sono le parole che urlano ai morti. Lo sanno anche loro, tutti lo sanno, che i morti non sentono più.
Forse è il Dio della pioggia che vogliono placare, in questo arido autunno, portandogli in olocausto due vite, sacrificate mentre si amavano, le più preziose?
 

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