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Indice articoli

testimone

IL TESTIMONE
 
13 RACCONTI PRESENTATI DA NICOLA CHIAROMONTE
EDITRICE SARDA F.LLI FOSSATARO - 1966
 
E' appena il caso di avvertire che i personaggi di questo libro sono del tutto immaginari seppure fatti e situazioni riflettono la realtà sarda nel ventennio 1940 -1960
 
 
 
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Presentazione
 

C'è in Italia una questione del tutto non risolta, ed è quella del rapporto fra la società letteraria e la società reale. Parallela ad essa è quella della lingua, ossia del rapporto fra lingua scritta e lingua parlata, lingua letteraria e dialetti.
Si tratta, in sostanza, del rapporto fra cultura e popolo, classi dirigenti e realtà sociale. E’ un problema al quale di solito non si pensa, o si pensa di sfuggita. Ma basta poi viaggiare in Puglia o in Sicilia, parlare ad uomo del popolo in qualunque regione d’Italia, per avvertirne la realtà. La letteratura, diciamo così, ufficiale non comunica con il popolo o, più generalmente, con la società italiana nella sua realtà, ma soltanto con una ristretta cerchia di persone: quelle che “hanno fatto gli studi” e che, dopo averli fatti, hanno mantenuto un qualche rapporto con la cultura; e non sono la maggioranza.
Naturalmente, tutti i problemi della nostra vita associata sono connessi a questo stato di cose. Ma, più particolarmente, quello della lingua e della espressione letteraria. Sicché, si può dire che ci sono in Italia tre livelli dell’espressione letteraria: quello “ufficiale” che si ricollega alla tradizione letteraria propriamente detta; quello “volgare” che una volta era dei romanzi di Carolina Invernizio e di Michele Zevaco, e che oggi sta tra i fumetti e il linguaggio della televisione; e, infine, ultimo, ma certo non meno significativo, quello popolare, proprio dei pochi scrittori che, nello scrivere, non vogliono allontanarsi né dal linguaggio che il popolo della loro regione può capire, né, tanto meno, dalla realtà della vita locale

A quest’ultima categoria di scrittori appartiene il Verga dei “Malavoglia” e delle novelle siciliane, e ne è in certo modo il nume tutelare. Ma in modo anche più specifico e autentico vi appartiene uno scrittore come Ignazio Silone, il quale non è certo uno scrittore regionale, ma piuttosto, e tipicamente, uno scrittore socialista nel senso profondo della parola, ossia uno scrittore impegnato a ritrarre la vita del popolo dl punto di vista del solo ideale che abbia in Italia in qualche modo riunito una parte almeno dell’ “élite” al popolo: l’ideale socialista. Il quale poi di fatto non era né è precisamente altro che l’aspirazione a rendere effettivamente operante in Italia la cultura, non già subordinandola all’azione politica, ma insistendo nel non separarla da essa.
Sembra a me che Ugo Dessy appartenga a questa schiera non numerosa, ma eletta, di scrittori. Nei suoi racconti, egli non aspira a far brillare una maestria stilistica della quale non si cura, ma a riferire la verità sulla vita della Sardegna quale egli la sperimenta, la conosce e la soffre.
Di qui l’estrema semplicità del parlare di Dessy: un parlare addirittura terra terra, perché è appunto alla terra che egli vuole aderire, alla vita di tutti i giorni, alla realtà, per esempio, della vita di un maestro elementare in un paesetto di Sardegna, come nel “Testimone”, il racconto più lungo e più sintomatico di questa raccolta; ovvero nel “Raccoglitore di olive” e ne “La dichiarazione di guerra”, che ricordano da vicino (senza che si possa parlare di derivazione)la maniera di raccontare di Silone, oltre che la sua materia.
Piuttosto che scrittore regionale, Dessy si può definire, mi sembra, scrittore “socialista”. Non nel senso dell’affiliazione politica, ma, come si è detto, della volontà, raccontando e descrivendo, di rimaner fermo alla realtà più semplice e anche umile della sua gente al fine di illuminarla e, da ultimo, riscattarla. In questo senso, dunque, scrittore “civile” nel senso in cui una volta si parlava di “poesia civile”.

Nicola Chiaromonte
 


La siccità
 
Sono usciti dalla chiesa in processione: avanti gli anziani della Confraternita, con la lunga veste bianca dal colletto rosso.
Avanzano solenni con incedere rituale: il cero come un bastone nel pugno e il Cristo di olivastro nero, alto, con la scritta sbilenca INRI.
I piedi scuri scalzi, il lembo dei calzoni di fustagno, il passo pesante e cupo - usi a calcare la terra arida intorno alla vite nuova appena sepolta - li fa parere strani e antichi, maschere di carnevale in una quaresima di agonia, sopravvissuti in una terra grigia, incendiata, incenerita da un sole feroce, con crepe profonde che attendono torrenti per essere colmate.
La chiesa di arenaria giallastra senza intonaco domina dal terrapieno roccioso le case affastellate, che degradano verso la campagna senza vegetazione.
Ieri, come sempre, i vecchi erano lì, seduti per terra, la schiena appoggiata ai sassi del muro, col bastone fra mani e ginocchia, immobili a fissare il cielo sfocato, con la polvere fine come cenere al posto delle nuvole.  Neppure vedevano passare la loro gente, assorti a ruminare l'assurdo di cascate fragorose e di torrenti scaturiti dove terra e cielo sono vicini e si amano.
Appena più giù, nell'aia bionda di stoppie triturate dal molto trapestio, frotte di bambini laceri vociavano nei loro giochi violenti, rotolando avvinghiati.
Le donne, vestite in nero, attendevano il turno al pozzo:  visi dolorosi nascosti nello scialle avvolto intorno al capo.  Ritte in piedi, con le braccia conserte, dinanzi al barattolo rosso legato alla fune di giunchi.  I loro cuccioli razzolavano accanto, raccogliendo nella polvere tesori di pietruzze colorate.
Nella piazzetta del Comune i braccianti sedevano su alcuni sassi levigati dal tempo: radici affioranti di olivastro, pensieri senza parole, sassi senza germoglio.  Sudore e sangue essi hanno dato per dissetare questa terra avida.  Non è bastato.  Tutto il pianto di un Dio ci vuole, adesso; tutto il suo sangue, se basta, ci vuole, adesso, per bagnare la terra divenuta roccia, perché la roccia ridiventi terra.
Escono dalla chiesa recando i segni della sacralità, affinché il prodigio atteso da millenni si compia, la terra sia terra e l'uomo sia uomo.
Hanno con loro un Dio derelitto e povero, grigio come la terra e l'anima loro, come il cielo che invocano: un Dio con i denti scoperti nella bocca spalancata in un urlo straziante, un Dio con i polsi, con i piedi lacerati strappati schiacciati da chiodi grossi come pali.
Hanno voluto tenerlo loro, i comunisti.  Un compagno della Cooperativa lo porta sostenendolo sulla spalla con una larga bretella di cuoio, lo leva alto sopra la gente, più alto che può, più vicino che può al Grande Cuore del Padre, che si commuova, che si spacchi, che pianga sul Figlio e sulla terra che muore di sete.
Il prete, con l'otensorio fra le mani congiunte, avanza sotto il baldacchino frangiato di ori ossidati sostenuto agli angoli da quattro giovani.
Dietro c'è tutto il paese: il padrone e i servi, gli uomini e le donne, i vecchi e i bambini, confusi gli uni con gli altri; umanità divenuta branco, per fame.
Attraversano le strade deserte, in direzione della vallata. Si ode ancora il battere cupo cadenzato del loro incedere lento; si distinguono ancora gli uomini con il berretto in mano e la faccia a terra e le donne con lo scialle nero, la veste nera, il cuore nero: perché nero è il lutto, nera la fame, nera la paura.
I loro piedi sono giunti ora a premere le prime zolle che non si frangono sotto il loro passo.  Gemono una preghiera scaturita dalle viscere loro come un parto doloroso:
"Teni piedadi de nosus,
teni piedadi..."
Il coro sommesso sale, echeggia per tutta la vallata; pare che venga dalla terra stessa, dai suoi sassi, dai suoi crepacci aperti come ferite senza sangue.
Hanno lasciato il villaggio solo.  L'hanno lasciato ai cani che vagano stupiti di tanto deserto.
La Grande Madre muore.
Essi sanno, comprendono il mistero di un Dio che ha fatto l'Uomo impastando un pugno di terra con le lacrime, con tutte le lacrime che ora non può piangere più dall'alto della croce da dove urla da secoli l'orrore di essersi fatto mortale e povero.
La terra, come l'uomo, ha bisogno di lacrime per vivere.  Essi amano se stessi nella terra.  Se la terra chiama, bisogna accorrere.  Se è colma di messi e di allegria, essi danzano e la vezzeggiano.  Quando in autunno è in amore, essi entrano in lei e la fecondano.  Se soffre, le stanno intorno, commiserandola, bagnandole di caldo pianto il freddo corpo infermo.
"Teni piedadi de nosus,
teni piedadi..."
Non labbra umane, ma labbra di terra arida implorano nell'ululo del lamento.
La Grande Madre muore.
E' un morire ch’essi sentono materialmente nelle loro stesse carni, che strappa le loro viscere di figli atterriti.  Non vogliono morire.  Nessuna creatura al mondo vuole morire:
"Teni piedadi de nosus,
teni piedadi..."
Lontani, paiono un lungo serpente bruno che strisci sulle zolle impietrite. 
Un lungo assurdo fiume sembrano; un lungo fiume senz’acqua, gonfio di aridi sassi e di arene...
"Teni piedadi de nosus,
teni piedadi..."
L'invocazione si fa sempre più forte, più acre, più urlata, fino a diventare imprecazione: il Cielo deve sentire, il Cielo deve rispondere.
Più alta levano ora, agitandola in molti, la tragica maschera del loro Dio, perché urli anch’egli, perché urli come essi urlano, perché urli e imprechi anch’egli, appeso in cima ad una croce di olivastro nero.
 


Il raccoglitore di olive

«Che mestiere faccio?!» Mi risponde ironico, con un sorriso fino fra le labbra.
Dondola la schiena, sdraiato sulla stuoia stesa in cortile all’ombra del muro; allunga una mano, s’accarezza le dita dei piedi.
«Vede? Guardi le dita come si articolano… le arselle si pescano con i piedi».
«Allora, fa il pescatore?» Dico io.
«E che? L’uomo deve per forza fare un mestiere?» Risponde lui pronto.
Riprende a dondolarsi. «Gesù Cristo mica aveva un mestiere! E don Sebastiano, che mestiere ha? Dice: Io sono coltivatore diretto! Ma non sa neppure da quale parte si tiene la zappa… Io, se vuole saperlo, non sono della razza dei padroni. E non sono neppure della razza dei servi. sono un
lavoratore libero e indipendente».
A mezzo metro da lui c’è per terra un fiasco. Allunga una mano, lo prende, lo stura coi denti, me l’offre:
«Lo gradisce un goccio? Tenga!»
Rileva la mia incertezza.
«Non sarà mica schifiltoso, lei?» Dice, strofinando la bocca del fiasco col palmo della mano.
Ne accetto un sorso. Ciò gli permette di bere a lungo avendo osservato i doveri dell’ospitalità. Schiocca la lingua sul palato; si riadagia beato sulla stuoia reggendosi sopra un gomito. Mi guarda con un sorriso più franco:
«Chissà chi l’ha mandato da me… e che cosa le avranno raccontato sul mio conto!»
Vittorio abita nella «Corea». E’ un raccoglitore di olive sui quarant’anni.
Per l’anagrafe è scapolo, anche se ha una donna e parecchi figli.
Nel cortile di casa sua c’è un via vai di gente estranea. Egli non se ne cura affatto. L’unica sua preoccupazione, adesso, è quella di scacciare, con lenti gesti della mano, un nugolo di mosche che si è fatto eccessivamente impertinente.
«Ho capito, chi è lei!» Dice con aria furba, strizzando un occhio. «Lei è un giornalista e vuol sapere i fatti miei».
Alcune donne, dall’uscio di casa, danno una voce a una turba di monelli che lanciano canne appuntite e sassi. Vittorio volge la faccia infastidito: «Andate a rompervi l’osso del collo da qualche altra parte!», esclama, ma senza convinzione. Infatti i bambini continuano nel loro gioco.
«Vuole che le racconti la mia storia?… C’è da piangere e da ridere». Dice, e i suoi occhi paiono rattristarsi Allunga una mano al fiasco; me lo porge.
«No? Ma sa che lei è proprio delicato... bene, bevo io, alla sua salute!»
S’asciuga le labbra col dorso della mano. S’accarezza la fronte scura rugosa con le dita, come a voler raccogliere pensieri riposti e lontani.
L’espressione del suo viso è mutata: lo sguardo gli si è fatto intenso, mentre fissa un punto ai suoi piedi senza guardare.
«Mio padre buonanima, quando ero ancora bambino, mi ripeteva sempre: Ricordati che il mondo è pieno di farabutti. Se vuoi mangiare, non aspettarti mai pane dagli altri, nemmeno da quelli che ne hanno tanto da gettarlo ai cani. E specialmente non fidarti dei preti e di quelli che portano divisa, perché al posto del cuore hanno i gradi… Mio padre, reduce decorato della Brigata Sassari, l’avevano tenuto un anno in galera, con altri trecento, perché era uscito a gridare in piazza il veleno che ci aveva in corpo. Ero ancora un ragazzo quando è morto... gli è scoppiata una bomba nelle mani, pescando… Io ho fatto tutti i mestieri: chi mi voleva mi prendeva; chi non mi voleva mi lasciava. Ho pascolato pecore e maiali; ho zappato; ho remato; ho fatto scope di palma; ho lanciato bombe nel golfo; sono andato a raccogliere arselle e ricci di mare e lumache…».
«Come? Se sono andato a scuola?… No. Non mi piaceva. Ci sono andato poche volte. Il maestro mi vedeva di malocchio. Appena entravo, una dose di bacchetta, con una scusa o con un’altra. Mi piaceva leggere, questo sì; ma quando c’erano molte figure. Adesso non me ne fa voglia alcuna. Quando ho voglia di leggere mi leggo il fiasco!»
Ride divertito dell’uscita spiritosa e per associazione d’idee allunga ancora la mano. Fa soltanto il cenno di passarmi il fiasco, non aspetta neppure il mio diniego; beve, socchiudendo gli occhi per sentirne meglio il gusto.
«Quand’ero giovane», riprende a dire, «c’era il dottor Nicola, capo della milizia fascista, che mi rompeva le scatole ogni santo sabato sera per la premilitare. Un bel giorno che mi si sono ben bene rivoltate, gli ho detto in piazza, in faccia alla gente, dove doveva andare… lui, Mussolini, il re e tutti gli altri di quella razza; dopo gli ho dato una buona dose di colpi e l’ho lasciato in terra come morto. Mi avevano tenuto in caserma per molti giorni; poi mi avevano rilasciato. Avevano sparso la voce in giro che ero pazzo…».
Un bambino di tre quattro anni, ricoperto di una sola camicina che gli arrivava all’ombelico, si è intanto avvicinato alla stuoia quatto quatto, si è accovacciato per fare un suo bisogno se ne sta poi con il visetto chino tra le ginocchia a guardarsi sotto, frugando con uno stecco.
«Non potevi andartene un po’ più lontano, a crepare!», Lo redarguisce Vittorio. Il bambino si allontana frignando. Un cane, che stava tutta l’ora accucciato immobile in un angolo ombroso del cortile, ritorna al suo cantuccio, si riappisola.
«Da quella volta», riprende, dopo l’interruzione, «nessuno mi ha più dato lavoro; neanche dopo che Mussolini è stato appeso al gancio della macelleria di quella città… come si chiama… sì, di Milano. Ma io, la vita, ho imparato a prenderla come viene, senza farmi sangue amaro, a differenza di molti. Troppo tardi, l’ho capito! Perciò ho avuto un mare di guai. Eh, se nascessi di nuovo!».
Si lascia portare dall’estro: «Ognuno è ciò che è. Non le pare? Io sono io e lei è lei. Qui c’è terra e lì c’è acqua. Ogni cosa al posto suo. Lei, per esempio, è uno di quelli che scrivono sui giornali. Io l’ho capito subito, perché ho visto che faceva fotografie ai poveri e alle case più scalcinate del paese. Per chi lo fa? Per nessuno, per lei stesso. Ognuno per sé. Certo, il mondo è fatto male, così… Ma chi lo cambia? se anche gli uomini sono tutti fatti male? Un modo ci sarebbe, per cambiare il mondo: portare tutte le teste alla fonderia di Sangavino, fonderle e di farle nuove. O così o niente. Perciò siamo quello che siamo, senza farci cattivo sangue: io sono io e lei è lei.».
Il suo filosofare è stato abbreviato da una ragazzina scarmigliata, venuta a chiedergli quattrini. Egli se la leva di torno con dieci lire e una manata affettuosa sul sedere.
«Lei, allora, vuol sapere se io sono un ladro di professione?… No. Io sono un raccoglitore di olive. Lavoro senza salario, perché il padrone non mi comanda e non mi paga. Io lavoro ugualmente per suo conto: vado a raccogliere olive nel suo terreno. Ciò che raccolgo lo tengo io; ciò che rimane nell’albero è la parte sua, del padrone. Insomma, una specie di mezzadria…».
Sorride con malizia. Io devo aver fatto una faccia scandalizzata, perché ribadisce: «Io lavoro a raccogliere olive, no? E’ regolare?».
Sbotta in una risata fanciullesca.
«Non creda, sa, che sia un lavoro che renda molto. Si campa. Per fortuna, quando finiscono le olive vengono i carciofi.».
Mi scruta, divenuto improvvisamente diffidente, come a voler leggere il mio pensiero. Ma subito si rasserena: «Queste cose gliele dico perché mi è simpatico. Comunque, io non ho detto nulla! Ma adesso, beva un altro sorso, ché il fiasco è quasi vuoto.».
Stavolta insiste finché non ho bevuto. Lo riprende e lo scola. «Finito», dice pesandolo.
«Come? se mi è mai accaduto qualche spiacevole incidente? Mai! Il mio, vede, è un lavoro serio e delicato. Mica possono farlo tutti. Molti ci hanno provato, ma poi hanno dovuto cambiare mestiere. Ci vogliono biscotti quadrati, ci vogliono!». Mi guarda, altero, e allarga il petto, compiaciuto.
«Se vuole, le spiego come si lavora… Gli attrezzi non sono molti: un sacco, un lenzuolo e una canna grossa. Semplicissimo: si stende il lenzuolo sotto l’albero giusto; si picchi con la canna sui rami; si raccolgono i quattro capi del lenzuolo; si versano le olive nel sacco… Però ci vogliono orecchie e occhi buoni e bisogna conoscere la campagna centimetro per centimetro.».
Mi osserva, studiandomi attentamente da capo a piedi. «Lei non è adatto», conclude dopo l’esame, «altrimenti, una notte, l’avrei portato con me, per farle vedere.».
Lo ringrazio della cortesia. Uscendo sulla strada, mi raggiunge la sua voce: «Mi faccia avere il suo indirizzo; le vorrei mandare qualche oliva a casa. Sono molto contento di aver parlato con lei!».



Il Camposanto Nuovo

Alle due del pomeriggio le campane suonarono a morto.  Il sindaco don Antonio, tornato dalla campagna più tardi del solito, s'era appena seduto a pranzare.  Nell'udire i rintocchi restò con il cucchiaio davanti alla bocca aperta, poi schizzò in piedi strappandosi dal collo il tovagliolo, lanciandolo in mezzo alla stanza.
"Ci siamo, finalmente!".  Esclamò concitato, scappando in strada in maniche di camicia, senza neanche forbirsi i baffi impiastricciati di sugo.
Donna Concetta, la sindachessa, era stata tre anni in collegio dalle suore Giuseppine e non approvava certi modi di fare del marito, piuttosto volgari.
Lo compativa, lui che fra buoi e pecore non poteva certo sapere dove stessero di casa le regole del galateo; ma che almeno non desse cattivi esempi ai suoi figli che lei voleva crescere signori, di quelli che la gente saluta rispettosamente levandosi il capello.  Ma al sentire i rintocchi (li contò ad uno ad uno: il morto era un maschio) non riuscì a contenersi neppure lei.  "Bambini, finite di mangiare da bravi!  E tu, Mariolino, stai composto!".  Si levò rumorosamente in piedi, gridando verso la cucina: "Marianna!  Muoviti a venire qui!".
Marianna apparve da dietro la tenda, strascicando le ciabatte.
"Stai attenta ai signorini: io devo uscire subito!".  Salì per la scala di legno fino alla camera da letto.  Si cambiò rapidamente l'abito.  Ne indossò uno scuro, quello che le parve più adatto alla circostanza.  Sul capo mise il velo di pizzo color cenere della Congregazione.
Passando in camera da pranzo, con un'occhiata severa, fulminò Ginetto, il piccolo, che cercava con le mani i ceci nella minestra, e diede l'ultima raccomandazione:
"Finito di pranzare, Marianna, lava i signorini e mettili a dormire per due ore".
Uscì.  Il sole forte le fece socchiudere gli occhi.  Girò a passo svelto l'angolo della strada e di diresse, tenendosi all'ombra delle case di destra, verso la chiesa.
La porta della canonica era socchiusa.  Entrò.  Nella penombra, sedute accanto a don Emilio, tre Dame di Carità che l'avevano preceduta già discorrevano fitto.
"Sia lodato Gesù Cristo!"  Salutò donna Concetta.  "E allora, chi è il morto?"  Chiese facendosi avanti.
Don Emilio sollevò gli occhi al soffitto e aprì le braccia: "Peppe Arrebellu!..."  Sussurrò con rassegnazione.
Donna Concetta si segnò, sbarrando gli occhi.
"Libera nos Domine!"  Esclamò; e si sedette di schianto sulla sedia che le altre avevano aggiunto al cerchio.

Nel comune, Don Antonio passeggiava fra le sedie in disordine, nella saletta delle riunioni.
"Proprio quell'eretico doveva capitarci per inaugurare il camposanto nuovo!  Il rosso più rosso di tutto il paese, doveva capitarci!"
Gli assessori, mandati a chiamare d'urgenza con la guardia campestre, cominciarono ad arrivare.
"Beh, meglio Beppe Arrebellu che uno dei nostri... E poi, sono tre mesi ormai che il camposanto è pronto.  Non possiamo aspettare altri tre mesi..."
 Disse il maestro di scuola, assessore vicesindaco, e continuò a parlare finché non convinse tutti che, in definitiva, era preferibile un morto rosso oggi a un timorato di Dio morto domani.
"D'accordo, per domattina.  Ma che non manchi nessuno!"  Ammonì il sindaco. 
"E tu" - disse rivolto al maestro - "ti occuperai delle scolaresche...  Tu e tu" - proseguì rivolgendosi agli altri due assessori - "avvertirete con un bando tutta la popolazione... e tu" - ordinò con tono di voce mutato, più imperioso e più duro, puntando gli occhi in faccia alla guardia rimasta in piedi accanto all'uscio - "tu, corri a riferire al parroco don Emilio che la cerimonia è fissata per domani mattina in pompa magna.  Poi passa dall'appuntato e digli di venire qui subito...  Esigo e non transigo!  Tra dieci minuti ti voglio di ritorno: marsch!"
La guardia, toccandosi la visiera del berretto, si avviò con tutta la velocità che gli permettevano i suoi novanta chili e la gamba di legno che sostituiva quella sua, donata alla patria tra i reticolati del Carso.
"La riunione è aggiornata a stasera dopo cena al bar di Crisantemu".  Concluse don Antonio, congedando i tre assessori.

Nella bettola, intanto Gasparre, Aristarco e Raimondo, i tre consiglieri dell'opposizione discutevano animatamente attorno a un litro di vino nero.
"Io propongo di astenerci, in segno di protesta!"
"Ma che protesta!  Se il morto è nostro!"
"Come no?  Il morto è nostro e noi staremo in prima fila e senza preti!... 
Il discorso dell'inaugurazione lo farà il nostro onorevole".
"Ben detto!  Se il prete e il sindaco vogliono farsi belli con un morto nostro, si sbagliano di grosso... che stiano loro dietro il nostro corteo..."
"Bisogna spedire subito il telegramma alla federazione.  Il discorso dobbiamo farlo noi, se no quelli sono anche capaci di raccontare che Arrebellu era uno dei loro..."
Gasparre strizzava gli occhi e schioccava la lingua sul palato dopo ogni bicchiere.  "Certo, Peppe Arrebellu gli ha dato una bella fregatura, morendo!"  Disse come parlando tra sé e sé.  Gli altri assentirono con brevi cenni del capo.

Alle dieci di notte, nel loro letto a due piazze, don Antonio e donna Concetta non riuscivano ancora a prendere sonno.
Nel tardo pomeriggio, il parroco don Emilio era venuto a informarli che le donne di Peppe Arrebellu avevano ceduto il morto alle autorità in cambio di una bara di castagno lucidato, di un carro funebre preso in affitto in città e di un sussidio "una tantum" dell'ECA.  Perciò i rossi, con tutta legalità, erano stati estromessi dalla direzione dell'iniziativa: padronissimi di seguire la cerimonia, di partecipare al corteo, ma restandosene in coda.
Il camposanto nuovo era l'orgoglio di don Antonio.  Aveva chiamato un geometra di fuori per i rilievi e per il progetto.  L'espansione edilizia, non avendo altro sbocco se non a valle, aveva raggiunto e superato il vecchio camposanto.  Il nuovo sarebbe sorto a mezzo chilometro dall'abitato, in cima al colle Pedraxus, in un chiuso espropriato a un pastore.  Dopo un anno, il progetto era stato approvato e il suo onorevole, con qualche viaggio a Roma, aveva ottenuto il finanziamento.
Durante i lavori di costruzione del muro di cinta e della cappella mortuaria, i pastori, rientrando dal pascolo con le pecore, e i contadini, con la zappa a spalla, si fermavano a curiosare.  Allora don Antonio faceva notare ciò che significa una buona amministrazione comunale: "Guardate!  Non è una meraviglia di camposanto?  La cappella la faremo tutta di marmo.  Beato il primo che verrà a riposarvi le ossa!  Ecco, tutto merito nostro e dell'onorevole nostro... non lo dimenticate!".
Contadini e pastori se ne stavano a guardare a bocca aperta.  "Un grande onore davvero per il nostro paese, un camposanto bello come questo..."  Pensavano.
Quando l'impresa levò le impalcature e caricò operai e attrezzi sul camion, il consiglio comunale di riunì immediatamente.  Si deliberò di inaugurarlo con il primo che fosse morto e si fecero anche i nomi dei probabili.  Ne contarono almeno cinque, che, a parer loro, non avrebbero visto l'anno nuovo: Anselmo il sacrista, che girava per la chiesa tastando muri e confessionali con le mani; Gesuimino, pensionato della guerra contro Menelik; Antioco il matto, che viveva di elemosine e di erbe in una baracca di paglia fuori paese, da almeno un secolo; la signora Rosina, nonna del maestro di scuola, paralitica e malata di cuore, alla quale il parroco aveva portato l'Estrema Unzione un paio di volte; e infine il vecchio canonico don Aristodemo, che usciva soltanto col sole primaverile, portato in carrozzella dalla nipote zitella.
La morte di Peppe Arrebellu non era nelle previsioni; don Antonio - voltandosi e rivoltandosi nel letto - pensava che quel birbone era stato capace di morire improvvisamente, nel fiore degli anni, proprio per fargli un dispetto, per metterlo in imbarazzo davanti all'elettorato.  Ma ormai era andata così... Peppe Arrebellu, eretico o no, sarebbe entrato in chiesa per la funzione solenne, sarebbe stato accompagnato da tutte le sacrosante autorità civili e religiose e avrebbe avuto in camposanto il discorso suo di sindaco e quello dell'onorevole democratico.
Donna Concetta, a occhi spalancati, rifaceva memoria dei particolari.
"Hai telegrafato l'ora esatta della cerimonia?"  Chiese senza voltarsi, al marito che sentiva sveglio.
"Ma si... per chi mi hai preso?  Alle nove in punto l'onorevole sarà qui".
"Seguirà il corteo a piedi o in macchina?"
"Questo non lo so...  vedremo quando sarà il momento".
"Forse è meglio in macchina... Tu starai in macchina con lui, no?"
"Beh, come primo cittadino, certo..."
"Se ci sarà posto, non dimenticarti i bambini..."
Tacquero per un poco, distesi supini, fissando il soffitto appena rischiarato dalla luce della strada che filtrava attraverso gli scuri della finestra.
"Te lo sei ben preparato il discorso?"
"E' un anno che ce l'ho pronto...  piuttosto: l'abito scuro è pronto?"
"Come?  non hai visto che sta lì sulla sedia, ai piedi del letto?...  E i consiglieri, sono stati convocati tutti?"
"Avvertiti...  E il vescovo?  Verrà?  Cosa ti ha detto don Emilio?"
"Che se non avrà impegni più grossi, non mancherà".
"Quindi le macchine saranno due..."
"No, tre; dimentichi quella del veterinario..."
"Giusto...  Speriamo che i ragazzi di scuola non se ne vengano scalzi e mal messi!  Gliel’ho detto chiaro al maestro: chi non porta scarpe, per domani, rimandalo a casa!"
"Speriamo bene!..."
Tacquero di nuovo.
Il levante aveva soffiato tutto il giorno; la stanza era calda come un forno.
Don Antonio si sfilò i mutandoni che sentiva appiccicati alle natiche, umidi di sudore.  Si spostò per cercare un cantuccio di letto fresco; trovatolo ci si distese beato.
Donna Concetta, non sentendolo più vicino, allungò una mano, ritirandola subito come se avesse toccato il fuoco.
"In una notte come questa, tu vai a pensare..."  Esclamò indignata.
"Ma che cosa ti passa per la testa?" - mugugnò lui - "le ho levate per il caldo..."  E, distendendosi bocconi, chiuse gli occhi per prendere sonno.

Il corteo funebre mosse dal sagrato alle dieci.
Peppe Arrebellu, dopo la solenne funzione in chiesa, aveva aspettato per due ore, dentro la bara di castagno lucido, l'arrivo del vescovo e dell'onorevole.
I ragazzi di scuola, stanchi di stare al sole, s'erano seduti per terra ammassati in uno spicchio d'ombra, a giocare a figurine.  Alcuni, cogliendo pretesto dal capo squadra che batteva a tradimento l'asta del gagliardetto in testa ai vicini, avevano iniziato le ostilità a pedate e a gomitate.  Il maestro aveva avuto un bel da fare per riportare all'ordine quegli svergognati che non rispettavano neppure i morti.
Finalmente, una appresso all'altra, erano giunte le due macchine. L'onorevole aveva condotto con sé la sua signora, un bel pezzo di donna carica di collane e di bracciali, coi capelli biondi come paglia di grano, in bilico su un paio di scarpine dai tacchi così alti da non capirsi come potesse fare a camminarci.  Gli uomini le si erano fatti tutti intorno, per vederla meglio e avevano allargato le narici per aspirare quanto più potevano di quel suo profumo inebriante ed esotico che ricordava loro certe memorabili serate di libera uscita della vita militare.
Il vescovo, scendendo dalla vettura, aveva frettolosamente benedetto il popolo inginocchiato ed era entrato un momento in chiesa, passando sul tappeto di velluto rosso steso dalle Dame di Carità.
Alle dieci, dunque, il corteo funebre mosse dal sagrato.  Davanti, la Confraternita della Buona Morte, con il lungo crocifisso nero; i bambini dell'asilo, preceduti da due angioletti bruni con ali celesti e tunica rosa - dopo lunga discussione erano stati scelti il figlio del sindaco e quello dell'appuntato, risultati i più bellini - e i ragazzi di scuola, col maestro in mezzo a menar colpi di bacchetta a destra e a manca.
Il carro mortuario - una vecchia millecento furgoncino adattata - procedeva ronfando con due enormi corone inchiodate alle sponde: una, quella di destra, portava una scritta dorata: l'AMMINISTRAZIONE COMUNALE; l'altra, a sinistra, tutta rossa di garofani, diceva: I COMPAGNI ALLA MEMORIA.
Subito dopo la banda musicale veniva il sindaco con la sciarpa tricolore, tra l'onorevole e il vescovo; poi il parroco, le Dame di Carità, i parenti e a distanza quasi tutto il paese.
I rossi, una ventina, un poco intimiditi dalla presenza del vescovo e mal sostenuti dal loro onorevole, che si era fatto sostituire da un funzionario di partito di poco conto, chiudevano il corteo tenendo quasi nascosta la bandiera rossa ancora avvolta all'asta; ripromettendosi però in cuor loro di levarla in alto cantando l'internazionale, al ritorno, per rifarsi dei requiem.
Il levante aveva ripreso a mandare folate calde.  La stradetta polverosa che portava in cima al colle si andava facendo sempre più ripida.  La vecchia millecento starnutì due o tre volte e finì per fermarsi.  Don Antonio, con prontezza di spirito, ordinò ad alcuni giovani di spingere.
Mancavano sì e no altri cento metri all'ingresso del camposanto nuovo, il cui cancello spalancato era apparso all'ultima svolta, quand'ecco si vide uscirne di corsa Nicodemo, il becchino.  Agitava le braccia e gridava parole incomprensibili, come se fosse stato morso dalla tarantola.
Il corteo, allibito, si fermò.  La banda smise di suonare.  Si udirono allora alcune parole del discorso concitato di Nicodemo che continuava a venir giù balzelloni per il viottolo: "E' tutta roccia, percristo!...  Non fa!...  Neanche con la dinamite...  Tutta roccia...  Ci vogliono le bombe, percristo!..."
La realtà fu chiara a tutti in un baleno: il camposanto nuovo era stato costruito su un banco di roccia appena ricoperta da qualche centimetro di terra.  Per scavare una sola fossa sarebbe occorso un quintale di dinamite.
Don Antonio era diventato prima bianco, poi verde, infine paonazzo. 
Dovettero sostenerlo gli assessori accorsi preoccupati.  Il vescovo e l'onorevole, superato il primo momento d'imbarazzo, si davano un contegno tossicchiando, ammiccando tra loro con mezzi sorrisi.
Ad un tratto, senza che nessuno avesse dato disposizioni, il corteo fece dietro front, riprendendo mestamente la via del ritorno verso il camposanto vecchio.
Fu così che i rossi si ritrovarono in prima fila, intonando l'internazionale senza che nessuno, neppure l'appuntato, trovasse il coraggio di zittirli.
 


La giusta morte

Dal lato del muro illuminato dal sole, c'è lui, Massimo, un corpo senza ombra, con la fronte sopra il gomito per respingere la vista di una terra che si è aperta nera assurda, come una voragine senza fine.
Sulle sue orecchie, sulla sua nuca ronza un nugolo di mosconi verdi; quegli animali che vedono la morte e siedono sulle sue spalle aspettando pazienti la decomposizione. Per ora si accontentano di suggere quel poco sangue raggrumato che il sole, la brezza e la sete della terra hanno risparmiato.
Ha i piedi accanto all'uscio della casa. La sua figura, proiettata in avanti, grida l'orrore della morte giunta quando la vita stilla miele...
Non gli è servito fuggire. Nessun uomo è tanto veloce da vincere la corsa con la morte... Se la fuggiamo, è con lei che fuggiamo; se sostiamo all'ombra dell'ulivo, è con lei che riposiamo; se amiamo, è con lei che godiamo: perché la morte è dentro di noi, annidata al caldo del nostro cuore. Non in una, ma in dieci, in mille forme diverse la portiamo dentro di noi. Da quando nasciamo, la portiamo addosso: come un bicchiere di vetro ha la fragilità in ogni frammento.
"La morte innocente", dicono le madri quando il neonato la porta visibile nel corpicino livido paonazzo.
"La morte fanciulla", bianca come la cera e i gigli, con le mani giunte sulla giacchetta nuova della festa, con il viso addormentato.
E "la giusta morte", violenta, con la bocca spalancata, con i pugni stretti, con gli occhi che nessuna pietà, nessuna mano può chiudere... come la morte di questi due, là, per terra, nel cortiletto di una casa fuori paese, che i vivi vanno a guardare per vedere come è fatta, per capire che cosa sia.
Nulla scoprono che non sappiano già. Non vedono nulla che non abbiano già visto.
Marietta è più avanti: le braccia spalancate. La sua morte è stata tanto violenta da schiacciarle il capo il cui cervello grigio si è sparso su alcuni sassi vicini, come interiora di uno scarafaggio spiaccicato sotto la scarpa.
Un carabiniere è seduto sopra il muretto, di guardia.
Nessuno c'è più, lì, per terra. Né Massimo, né Marietta ci sono più.
L'uomo non è più uomo se non porta addosso la propria morte. Loro due hanno soltanto il ronzare delle mosche verdi, addosso. E non lo sanno, perché sono come due macchie di unto, come due gocce di minestra schizzata oltre una soglia, che il vento e il sole e la fame degli insetti asciugheranno.
E le piogge, quando verranno, se verranno, non saranno lacrime di un dio - non può piangerla la morte, colui che non la possiede; le piogge, quando verranno, se verranno, saranno lacrime di uomini, lacrime che riempiranno mari, salati di paura e di odio.
La gente chiama questa morte "la giusta morte".
"Fatto bene! Ben fatto!"
"Hanno avuto la giusta morte!"
Urlano le donne scarmigliate, correndo per le strade. Parlano con labbra inumane nei crocchi scomposti: ogni voce sempre più alta per sovrastare le altre, per soffocare il gemito della ragione.
"Lo tradivano, Paolo, lo tradivano... La giusta morte hanno avuto!"
"Le piaceva il gusto del maschio! Svergognata come una cavalla in calore!"
"Ora ha provato il gusto della giusta morte!"
E i bambini, smarriti, pendono dalle logore sottane, sforzandosi, loro, forse, di penetrare il significato della giusta morte. Nessuno riesce; neanche Marietta e Massimo, che l'hanno avuta, sanno.
Gli uomini, anch'essi, correndo, incrociandosi per le strade, urlano la giusta morte. Il padrone, il prete, il servo, tutti, la invocano, come se non l'avessero tutti, uno ad uno, negli occhi e nelle mani, nei piedi e nel sesso, fin nel più piccolo brandello di carne, nella più minuta goccia di sangue.
"Bisogna rispettare le terre e le donne degli altri! La giusta morte l'hanno meritata..." Urla il padrone.
"La giusta morte è la giustizia di Dio per i peccati della carne!" Urla il prete.
"Non si toccano le donne sposate! Massimo lo sapeva che le donne sposate non si toccano! Lui stesso si è dato la giusta morte..." Urla il servo.
Parole senza un senso umano, senza neanche un senso bestiale. Parole di terra che non ha cuore, né lacrime, né germogli, di terra diventata pietra...
L'eroe ha compiuto la sovrumana fatica. Ora, ritto in piedi, con le braccia conserte, raccoglie gli osanna.
Non le sue mani, non il suo cuore, non la sua volontà hanno dato la morte, ma un coltello e un sasso.
Alle divise sedute dietro un tavolo, in caserma, dice: "Massimo e l'amante hanno avuto la giusta morte".
Non è peccato destare con le proprie mani la morte che è nel corpo vivo dei fratelli, se è la giusta morte quella destata...
"Mi tradivano. Hanno avuto la giusta morte".
La legge. E' colpa della legge... Ma può una legge imporre all'uomo di uccidere?... Può uccidere, una legge?...
"Con il coltello e con i sassi del cortile, hanno avuto la giusta morte".
Il mistero di millenni di roccia impenetrabile, l'incoscienza primeva di elementi che sono e non vivono, la furia dei venti e il rimbombo dei fulmini, tutta la paura dei monti sovrastati da un infinito senza stelle lo soffocano, lo stritolano, lo sbriciolano, cancellano in lui l'anima, fino a farlo diventare soltanto un coltello, un sasso... un pugno di terra che ha sete, perché non c'è nessun dio che lo bagni di pioggia.
Egli parla senza parole - le sue labbra vibrano producendo suoni, come le acque di un torrente che scrosciano, come un sasso scagliato che sibila, come un legno ardente che crepita.
Le sue labbra vibrano, il loro suono dice: "Hanno avuto la giusta morte.
Hanno avuto la giusta morte". Si ripete ancora, ancora e ancora, tenace, senz'anima, come lo scrosciare di un torrente, come il sibilare di un sasso scagliato, come il crepitare di un legno ardente.
Nessuno ricorda più le angosciate parole di Marietta, una notte, nel cortile di zia Rita.
"Non lo posso vedere! Non lo posso vedere!" Piangeva rabbiosamente, con un coraggio che era grande quanto l'odio che sentiva per Paolo, per suo marito.
Egli sfogava i suoi malumori ogni sera, picchiandola con il bastone di olivastro, sporco ancora dello sterco delle pecore riportate dal pascolo.
Sfogava rancori e pene, il conscio e l'inconscio, l'erba bruciata dalla brina e la moria del bestiame inaridito dalla fame, l'umiliazione di essere un servo che rimborsa con il proprio sudore i danni che la natura fa al padrone.
Lei, Marietta, era il suo muro del pianto, era lo spuntone di roccia su cui riposare il corpo stanco per il lungo andare: l'oggetto su cui non si possono riversare tenerezze, su cui soltanto si riversano i rancori e le amarezze accumulati nel dolore e nella solitudine. Non poteva vivere senza di lei, Paolo; perché gli uomini non possono vivere senza un Dio che sanguini per loro, ferito dalle loro stesse mani, appeso dalle loro stesse mani a una croce. Lei era il suo Cristo, più vicino, più vero dell'altro in chiesa; perché può essere di tutti, un Dio: Marietta era soltanto una donna, poteva essere di un solo uomo.
"Non ci resisto più! Non ci resisto più!" Gridava Marietta quella notte, vomitando strazio e disperazione sulla gente accorsa a vederla, torbida, con gli occhi curiosi di chi vuole scavare nel mistero dell'agonia, accorsa come accorre in piazza quando si macella un bue, per bere mutamente il sussultare dell'immenso fiotto rosso che scorre sui ciottoli come un fiume senza fine.
"No, non voglio stare più con lui!" Urlava fuori di sé Marietta, con sguardo opaco, assente, lontano.
Il bastone e i calci con le scarpe dure di chiodi erano il suo pane. Poi placato, lui, si ricordava di essere maschio: la portava sulla stuoia per coprirle il corpo illividito con la sua voglia. La violentava ogni volta come la prima volta.
"Non posso, non posso più restare con lui!" Diceva sommessa, scuotendo dolorosamente il capo, alle donne intorno. Queste la guardavano senza parlare; vedevano la sua morte più certa, più chiara, quanto più alte e più vere erano le sue parole. Esprimevano il loro pensiero con lievi cenni del capo: la giusta morte sarebbe presto arrivata a levarla dall'agonia; soltanto la giusta morte.
Con la sua faccia scarna, lacrimante, con la sua testa scarmigliata, con il suo scuotere sconsolata le braccia, Marietta, quella notte, era l'immagine vera della giusta morte.
La gente, stasera all'imbrunire, l'ha accompagnata con l'amante al camposanto.
E' l'ora in cui le donne timorate si rinchiudono nella casta pietra delle case; la stessa ora in cui escono le svergognate fameliche cagne nei boschi della Giara.
Li hanno gettati sopra un carretto d'asino, per dileggio. Li portano in camposanto, perché, comunque, le creature battezzate non si lasciano in pasto ai cani, nei fossi.
Il carretto traballa lungo il viottolo dall'acciottolato sconnesso, scuotendo i due corpi mal coperti, rigidi come burattini, l'uno sull'altra, con le facce guancia a guancia, che pare si guardino stupefatti con bocca, con occhi spalancati.
Dietro, la gente danza e invoca il dio della giusta morte.
Non è una beffa, anche se oscene sono le parole che urlano ai morti. Lo sanno anche loro, tutti lo sanno, che i morti non sentono più.
Forse è il Dio della pioggia che vogliono placare, in questo arido autunno, portandogli in olocausto due vite, sacrificate mentre si amavano, le più preziose?
 

La dichiarazione di guerra
Quel dieci di giugno, la pula del grano volava già nelle aie; l’annata era stata più asciutta del solito e le spighe erano maturate prima del tempo.
La notizia che la radio avrebbe trasmesso un comunicato importante era partita dal Municipio, dove la bandiera tricolore, rispolverata, si teneva poggiata all’angolo interno del davanzale.
«Questa volta ci siamo per davvero!».  Aveva esclamato don Achille, podestà segretario del Fascio, fregandosi le mani, dopo aver letto e riletto la «velina».
Lungo le strade strette acciottolate scoscese, nella striscia d’ombra, sedevano, sugli usci di pietra, le donne, frugando, con dita esperte, la testa dei piccoli accucciati.  Le vecchie, accoccolate, tenendo accanto la cesta della lana e fra le mani il fuso, carminavano o filavano.
Il pomeriggio era caldo, senza vento.  Il sole aveva riscaldato come forni le casupole basse di schisto grigio.  I sassi delle strade scottavano i piedi scalzi.  I cani lambivano a turno l’acqua verdastra della gora lunga esile della fontanella di piazza.
I vecchi, muti, sotto l’olmo del sagrato, seduti con e spalle al muro sbrecciato della chiesa, guardando il cielo, attendevano la brezza pomeridiana che sarebbe dovuta giungere dalla parte del mare.
Quando Efisio, il messo comunale, e Giovanni, la guardia campestre, passarono, inviati dal podestà, tutti sapevano già che «qualcosa» sarebbe accaduto «quel» giorno.  Venticinque, ne erano partiti, richiamati a scaglioni per la mobilitazione.
Anselmo s’era portato nell’aia Filomena, la sua ragazzina più cresciuta, per rimpiazzare Antonio che aveva ricevuto la cartolina con altri cinque, una settimana prima.
Il cavallo correva sopra il largo mucchio di spighe che cominciavano a triturarsi;  a tratti rallentava, si metteva al passo, avvicinava le sue grandi labbra piene di fremiti a terra, cercando di cogliere qualche filo di paglia:  Filomena, allora, reggendo la lunga cavezza di corda con una mano, con l’altra schioccava la frusta.
Anselmo ammucchiava con la pala di legno il grano trebbiato, pronto per lanciarlo poi alla brezza.
Il mese di giugno non sarebbe bastato, senza altre braccia più valide.  E i pomodori e i meloni, a valle, attendevano le zappe, già infestati di gramigne.
La radio, l’unica del paese, fu installata sul balconcino del Municipio.  Il podestà don Achille diede ordine all’elettricista di aggiungere un altoparlante da appendere fuori, sul muro sotto la finestra, perché si udisse in tutta la piazza.
Quelli dell’aia - lo spiazzo diserbato spianato, in cima al paese - furono i primi a sentire il gracchiare della radio che trasmetteva inni patriottici.  I canti e la musica non suonavano a festa:  le parole, in una lingua quasi sconosciuta;  il ritmo, estraneo e freddo;  toccavano soltanto l’orecchio.
I ragazzi stavano giù, nelle ultime case, addossati al muro bianco del camposanto, a giocare a fossetta, con le palline del sambuco.  Agli squilli rochi si guardarono senza parlare.
Corsero a sfida.  Arrivarono in piazza tutti insieme;  solo due tre piccolini, reggendosi con la mano i pantaloni senza bretelle, con l’ombelico nero su uno spicchio di pancia in su e in giù per il gran correre.
Giovanni, la guardia campestre, si era messo il berretto con la visiera e si era messo sull’attenti sotto l’altoparlante, sordo al frastuono della radio a tutto volume, indifferente agli sberleffi dei ragazzi i quali scimmiottavano il suo saluto alla militare.
Efisio, il messo comunale, rientrò dal terzo giro in paese, aia compresa:  «Ordine del podestà!  Tutti alla piazza!  Notizie importanti alla radio!».

Nuras, con i suoi trecentoventi abitanti, possedeva un magnifico monumento ai caduti, tutto di cemento bianco, con una lapide di marmo alla base, su cui erano incisi otto nomi.  I nuresi riconoscevano i loro morti, pur senza saperli leggere,  dal disegno dalla grafia e, meglio ancora, dalla posizione, dopo esserseli fatti indicare un paio di volte dal prete, il primo:  Gesuino…  il secondo:  Francesco…  il quinto:  Attilio…
Ma il tempo e i monelli avevano finito per cancellare molte lettere e gli anziani non campavano a lungo con le milze gonfie di malaria e gli arti aggranchiti dai reumi buscati nelle paludi.
Eppure i nuresi erano tutt’altro che un popolo di guerriglieri.
Gli unici terribili nemici che ogni anno tentavano di combattere erano le piogge invernali eccessive e le brinate;  le lunghe siccità primaverili e le cavallette.
Durante le piogge, correvano tutti a rinforzare i muretti sul pendio del colle per trattenere la poca terra rimasta nei terrapieni.  Si consolavano, rientrando la sera, con sacchetti e barattoli colmi di lumache da arrostire sulle braci.
Durante la siccità, esauriti i pozzi, bestemmiavano in piazza, con la faccia alta adirata verso il cielo sfocato che si riempiva di polvere gialla anziché di nuvole.  Poi, con le donne avanti, andavano a chiedere la funzione e la processione, invocando Santa Barbara e San Jacopo:  «Vosus teneis is crais de Celu…».
Le guerre dei ragazzi non erano più cruente.  Rinnovavano le fionde alla prima lucertola apparsa sui sassi, ai primi pigolii sui rami rinverditi.  Un palmo di camera d’aria di bicicletta diveniva allora preziosa merce di scambio.  La sera, a frotte, rientravano con le prede verdi e marron pendenti da uno spago legato intorno alla vita.
D’estate, all’imbrunire, vociavano, agitando le canne, per abbattere i pipistrelli. Quei figli del demonio andavano bruciati, raccomandavano le vecchie.  Era uno spasso, vederli contorcersi, i diavoli, fra le fiamme del fuocherello allestito in strada.
Don Achille, podestà segretario del Fascio, padrone dei boschi sulla collina e delle paludi a valle, disponeva e ordinava dal suo palazzotto e dal Comune, arroccati sul terrapieno della piazza.  Casa e comune, già da tempo, comunicavano con una porta:  precisamente il salotto con l’aula consiliare.  L’idea era stata del padre di don Achille, il Cavalier Ferdinando, il quale, ai suoi tempi, era stato, pure lui, podestà.
Pochi i pascoli e pochi i pastori.  Duecento pecore e quindici vacche in tutto, che don Achille aveva affidate, divise in tre greggi, a tre
famiglie onorate e laboriose.

Le donne, gettato lo scialle nero sulle spalle, si erano raccolte in piazza coi ragazzi.
I vecchi guardavano da lontano, seduti ancora sul terrapieno del sagrato, masticando con gengive senza denti.
Gli uomini e le fanciulle, nell’aia, incitavano i cavalli al girotondo;  scrutavano a tratti il cielo senza un filo di vento;  s’asciugavano col braccio il sudore del volto;  bevevano un sorso dalla fiasca tenuta al fresco dietro un sasso.
Don Achille apparve nel riquadro della finestra del Comune.  Alle sue spalle si intravedevano la sagoma del messo e quella più scura del prete, don Gesumino.
L’altoparlante smise di suonare inni patriottici.  Ci fu una pausa piena di fruscii, urla in dissolvenza, silenzi.  Una voce cupa s’udì di
colpo tuonare.  La guardia, sotto l’altoparlante s’irrigidì sull’attenti. 
L’Italia, anche Nuras, aveva dichiarato guerra ai popoli plutocratici?
La voce tacque.  Ripresero gli inni patriottici.  Don Achille abbassò il volume della radio, si sporse sul davanzale:  «Nuras farà onore alla patria!».  Disse.  «I nostri figli», proseguì additando il monumento ai caduti, «si copriranno, come in passato, di gloria!».  Alzò la mano tesa nel saluto:  «L’avvenire è fulgido e radioso!  Vinceremo!».  Alle sue spalle si mosse la tonaca nera in un gesto benedicente.
Le donne si inginocchiarono e si segnarono.  I ragazzi batterono le mani.
I vecchi s’informavano dalla prima donna che passò loro davanti.
La guerra?  E con chi dobbiamo farla?».  Si chiedevano senza sapersi rispondere, ruminando cicche di sigaro e antichi assilli, cospargendo di saliva gialla la polvere ai loro piedi.
Giulio, lasciato un momento il cavallo di Anselmo, era sceso in paese per informarsi.
«La guerra!  C’è la guerra!».  Riferì rientrando.  E riprese a trebbiare il suo mucchio di fave.
«La guerra?  E per che cosa?».  Si passavano la stessa domanda l’un l’altro.
«La radio e don Achille hanno detto che c’è la guerra».
«La guerra, la guerra…».  Brontolarono gli uomini, incitando al lavoro le bestie.  Ripresero a sollevare gli occhi al cielo:  «Maledetto
vento, che stasera non si decide a soffiare!».
Le fanciulle portavano le bluse aperte sul petto, zuppe di sudore. 
Con gesto continuo passavano la mano sulla pelle per liberarla dalle reste fastidiose.  Sentivano le ginocchia, il grembo, farsi dolci per la stanchezza…  Venticinque, ne erano partiti, in sei mesi, a far il soldato…
La notte stessa, il paese fu scosso da un cupo boato.  Matteo, il guardiano dell’aia, vide in basso un lampo illuminare violentemente i tetti, le tegole rosse e i sassi grigi.  Non si mosse, perché non poteva muoversi;  il grano, a parte la carestia, non si lascia incustodito neppure un minuto.
Si protese nello strapiombo, finché apparvero i riquadri illuminati.
Le donne avevano spalancato le finestre passandosi la voce l’una con l’altra.
Gli uomini e i ragazzi sgusciarono dai sacchi e dalle stuoie e scesero in strada, dirigendosi verso il chiarore di incendio che proveniva dalla piazza.
Romualdo, il sacrista, che dormiva nella cappella del Sacro Cuore, s’era attaccato alla fune della campana.  Ma non ce ne fu alcun bisogno…
La gente, arrivata in piazza, si fermò.
Al chiarore pallido della notte, sempre più nitido man mano che il pulviscolo calcareo si dissolveva apparve ciò che restava dell’edificio comunale:  quattro muri neri sbrecciati del piano terreno dentro i quali erano ammucchiate le macerie sbriciolate del piano superiore.
La casa del podestà era rimasta miracolosamente in piedi, col muro comune aperto da una breccia grande da passarci due carri a buoi.
Don Achille, in pigiama, stralunato, guardava ora le macerie, ora la breccia di casa sua.  La signora Concetta e i suoi tre marmocchi singhiozzavano spauriti tre tremanti accoccolati sui gradini, con don Gesuino accanto a rincuorarli.
Giovanni, la guardia campestre, arrivò di corsa, affibbiandosi il cinturone della giacca kaki;  si avvicinò a don Achille, gli baciò la mano, salì sulle macerie mormorando con voce da spiritato:  «Che disgrazia, che disgrazia…».
Le carte dell’Anagrafe ravvivarono l’incendio.  Bruciarono per qualche minuto, rischiarando i volti degli uomini fermi impassibili a distanza in semicerchio compatto e i volti dei ragazzi insonnoliti cisposi, seduti accosciati per terra.
Si rifece penombra.  Don Achille, agitando larghe le braccia, si volse agli uomini, imprecando, minacciando:
«Maledetti!  Maledetti tutti!  Le ossa in galera vi farò marcire!…».
Nessuno aprì bocca;  nessuno ebbe un gesto.  Senza un commento, senza neppure guardarsi in faccia, se ne tornarono alle loro case, seguiti dai ragazzi e si riaddormentarono sulle stuoie calde di cenere, sotto gli stracci.

Le ostilità a Nuras erano così iniziate:  il mattino presto, all’alba, giunsero due camions di carabinieri per piantonare il paese.
 


L’alluvione

Piovve tanto che si ruppero gli argini e mezzo paese si allagò.
Un’ira di Dio come quella non si era più vista dal ‘17 -  dicevano i vecchi - dai tempi della grande guerra di Cadorna.
Le acque erano piombate a valle ingrossando le paludi che non poterono contenerle senza alcun canale a mare; di notte, improvvisamente, la marea irruppe per le strade, raggiunse gli usci, entrò nelle case e nei cortili.
Di primo mattino, Antonio se ne stava appoggiato al muro di casa, fumando una sigaretta, curiosando nel via vai dei vicini che sgombravano carichi di materassi, pentole, santini e altre suppellettili.
Una frotta di ragazzini, con i calzoni rimboccati, guazzava nell’acqua torbida, a mollo fino alle cosce, armata di fiocine di canna appuntita, tentava il fondo in cerca di carpe.
Un trattore  mandato dal comune sostava nel punto alto.  Un barchino raccoglieva le donne e i bambini in basso, li trasportava sul carrello, accatastati con le masserizie per essere avviati ai locali dell’asilo infantile.
A mezza strada, Rina con un comodino a spalla s’era sollevata la gonna per percorrere il tratto dell’uscio di casa fino al carretto.
«Mica male!», fischiò Antonio, accennando con un gesto alle gambe.
Lei stizzita lasciò ricadere la gonna.
«E brava!», sogghignò lui, «per fare dispetto a me rovini panorama e salute...».
«Faresti bene a dare una mano al tuo prossimo, fannullone.», lo apostrofò lei.
«A un prossimo come te, anche tutte e due gliele darei, le mani!», disse Antonio gettando la cicca nell’acqua che ormai era giunta a un passo dalla soglia di casa sua.  «Che vada in malora!», aveva pensato, «quattro stuoie, tre scanni e un tavolo.».  E si infilò deciso giù per la strada allagata, senza neppure rimboccarsi i calzoni, avanzando con un suo caratteristico ondeggiare del busto, a braccia aperte come per tenersi in equilibrio.
«Allegro, zio Andrea! Finché c’è vita c’è speranza!», disse entrando nella camera da letto.
Zio Andrea lo guardò cupo.  Sul letto, tre marmocchi giocavano saltando sopra la rete metallica a fior d’acqua.  Un tavolino galleggiava capovolto.  Zia Assunta staccava i santini dalle pareti e baciandoli a uno a uno li riponeva dentro una corbula.
«Adesso avete finito il gioco, se non vi dispiace;  ché dobbiamo smontare il letto.».  Antonio prese i bambini in un fascio sottobraccio e li caricò sopra il carretto.  «E fate da bravi con il cavallo, ché quello tira calci.»
Il letto s’era arrugginito e non veniva fuori dalle sponde.  
«Chissà dove si è cacciato il martello!».  Si dovette rimediare con un sasso perso sopra la tettoia.
«Il gatto! Abbiamo dimenticato il gatto...».  Cercava Rina guardandosi attorno.
«Il gatto, il gatto... se la cava bene anche da solo,  lui.».  Lo trovarono in cortile, sui rami alti del fico, tranquillo pacifico,osservando sotto di sé l’insolito mare grigio sporco.
«Anche voi all’Asilo!».  Ordinò la guardia che trafficava con gli stivaloni alle cosce e con un foglio di carta rosa nelle mani.  E il carretto si mosse.
«E smettetela con questo muso da funerale!  Tanto paga il Comune...».  Li incoraggiò Antonio.
«Già... paga tutto il Comune...».  Borbottò zio Andrea.
«Sia fatta la volontà di Dio!».  Mormorò zia Assunta.
Rina gli strinse la mano con una occhiata dolce, salutandolo.

Antonio trovò gli amici all’osteria, piena di gente come nel giorno della festa di Sant’Isidoro.
Nell’angolo illuminato della finestrella che dava sul cortile cementato sedevano a bere Giovanni, Peppino e Raffaele.
«E’ così che vi passate la povera vita!».  Li salutò ironico sedendosi in cima alla panca.
«E tu, se hai molta voglia di lavorare, perché non vai a spietrare?».  Rispose pronto Raffaele, porgendogli una tazza traboccante di vino nero.
«Alla salute! Però, se invece di piovere acqua, quel cornuto...».
Peppino scosse la testa.  «Si, scherzate, parlate...  ragliate...  fregati siamo!  Quest’anno mangeremo fango e berremo acqua sporca.».
«E ti guasti il sangue prima dell’ora?».  Antonio lo guardò con aria di compatimento.  «Famiglia ne abbiamo tutti; e chi non ha moglie e figli, ha vecchi...».
«E debiti.  Di quelli ne abbiamo tutti davvero.», aggiunse Giovanni, il meno ciarliero della compagnia.
«Giusto, non dico di no.  Ma che cosa ci si guadagna a piangerci su?».  Riprese Antonio versando da bere.  «Ecco, a me potete parlare della miglior cosa, di Dio, di Filosofia...  Io vi risponderò sempre:  Falli fottere e beviamoci sopra!  Io sono fatto così.».  Levò il bicchiere colmo;  attese di bere con gli altri.  «Salute!  Tanto le corna dalla testa non ce le leviamo con i piagnistei.».
La nipote di Anselmo, il padrone della bettola, aveva il suo daffare, poverina, per accudire tutti i litri e i mezzi litri di nero, di bianco e di vernaccia che si andavano vuotando.  Rispondeva come poteva a tutti:  «Vengo subito.», o «Ci ho due mani sole.» o «Mica sono a elettrico.», e tentava di districarsi alla meglio nella calca fra certe sdrusciate basse a tradimento, «Figlia non ne ha?»;  «Le mani in terra!...»;
«A tua madre fallo!».
«Filomena!  a letto un’ora appena...», la chiamò facendo la rima Antonio, «non lo vedi che fuori piove e dentro siamo all’asciutto?».
Gli altri guardarono allarmati fuori dalla finestrella.
«Vai all’inferno!».  Brontolò Giovanni.  «Ci mancherebbe, che piovesse ancora!  Ma lo sai che ho l’acqua a un palmo dalla porta di casa?!  Tocco ferro, tocco...».  E si infilò una mano in tasca, facendo gli scongiuri.
«Ma non era tua moglie, l’altra sera, che seminava basilico e garofani?».  Osservò Antonio ironico, prendendo al volo il mezzo litro di vernaccia dalle mani di Filomena e allungandole intanto una lisciatina nel sedere, «Beh, adesso sarà contenta, che non le tocca innaffiare.».
Tacquero, bevendo. Giunsero alle loro orecchie le chiacchiere dal tavolo vicino.
«Dio non ha nessuna stima di noi...».  diceva un vecchio, in tono lamentoso, pettinandosi con le dita la barba bianca sporca di tabacco fin sotto il mento.
«Destino nostro é quello di soffrire...».  Diceva un altro.
Antonio si levò in piedi, recitando grottescamente la parte dello scandalizzato:  «Ma guarda un po' che adesso si fanno le prediche anche all’osteria!  Dai, usciamo fuori a respirare, amici, qui dentro c’é puzza di m...».
Gli altri non si mossero, interessati al discorso del vecchio, che aveva ripreso a parlare.
«Se mi arriva l’acqua dentro casa, questa volta faccio una pazzia!».
Esplose d’un tratto Giovanni, torvo, fissando allucinato il pavimento.
«E con chi te la vuoi prendere?».  Sbottò Peppino.  «Con chi te la vuoi prendere?  Con il Padre Eterno?  Fai come fanno a Bosa:  quando piove lasciano piovere...».
Alcuni uomini, poi un gruppo di ragazzi passarono di corsa in strada.
«Dev’essere successo qualche cosa...».  disse Raffaele.
«Andiamo a vedere», si alzò Antonio, dirigendosi verso l’uscita.  Gli altri seguirono.
Fuori, videro gente avviarsi a frotta verso la via Regina Margherita, una delle strade allagate.
Fermarono un ragazzo.  «E cosa è stato?».
«Come, cos’è stato!?  Si sposa Ignazia Serra, oggi...».
Sopra il terrapieno che dominava la piazzetta allagata, uomini e donne si accalcavano davanti al parapetto per vedere i barchini che si erano radunati davanti a casa Serra. Vi sedevano i parenti e gli invitati, vestiti a festa; i giovani, in piedi, manovravano i remi. Il barchino più grande, addobbato con tappeti e rami di menta e malvarosa, attendeva gli sposi, infilato per metà con la poppa nell’andito.
Quando Ignazia Serra, portata a braccia dai fratelli, mise piede sul natante, dove l’attendeva lo sposo, la folla si sporse in avanti per veder meglio.
“Buona fortuna e buona sorte!” Si agitò augurando una donnetta, in bilico sopra il davanzale di una finestra; ma, perso l’equilibrio, scivolò nell’acqua sottostante, con le gonne che si erano aperte a ruota.
«Attenta zia», l’apostrofò un giovanotto che calzava stivali di gomma, avvicinandosi per aiutarla a venir fuori, «se no oggi facciamo matrimonio e funerale insieme».
La barca degli sposi con il seguito di natanti si diresse remando verso la zona alta affiorante. La gente agitava le mani salutando, lanciando grano, sale e parole di buon augurio.
«Già l’avevi detto sì che andavi a Venezia in viaggio di nozze!». 
Gridò Antonio allo sposo, quando gli passò a tiro.  «Più Venezia di così!...  e ci risparmi un mucchio di soldi, fortunato».
«Vai a farti fottere!», rispose quello, tutto stretto soffocato dentro la giacca di panno blù da cerimonia.  «E ringrazia che sono in grazia di Dio, altrimenti ti rispondevo per le rime».
«Annata di acqua, annata di figli!».  Gli gridò ancora Antonio, burlando.
«Toh», replicò lo sposo tenendo il braccio col pugno chiuso e battendoci sopra l’altra mano con foga.  La sposa si raccolse pudica sotto lo scialle.  Gli uomini sghignazzarono divertiti.
«Beh, la festa è finita...  Concluse Raffaele avviandosi.
In un angolo di strada si fermarono al tavolo delle noccioline e dei ceci brustoliti. Se ne fecero versare in tasca un misurino per ciascuno.
Passeggiando e sgranocchiando, arrivarono sulla strada delle paludi: una banchina gettata sull’acqua.
C’era il maestro, uscito con gli scolari a scampagnata, che diceva: 
«Ecco, guardate lì in fondo:  quella è una penisola e quell’altra un’isola e quell’altro ancora un istmo...».
A destra e a sinistra le campagne apparivano sommerse; a tratti si vedeva qualche lingua di terra, qualche chioma di olivo, qualche cresta di siepe di ficodindia.
«Buongiorno, maestro!», salutarono.
«Ma perchè non li mette a pescare, quegli sfaticati?!  Con una lenza a ciascuno, si farebbe un bel pranzetto di anguille».  Osservò Antonio.
Il maestro fece finta di non averlo udito, continuando a indottrinare i ragazzi con la sua voce monotona:  «Ci sono alte e basse pressioni atmosferiche...».
«Che superbia!  Neanche se fosse della razza di don Peppino!».  Borbottò Antonio, mentre raccoglieva un sasso per lanciarlo a un cagnetto che se ne stava ai margini della strada, fiutando i fatti suoi fra le erbacce.  «Centrato!».  Esclamò compiaciuto.
Alcune gocce pesanti cominciarono a cadere nel grigiore che, riempito tutto il cielo fino all’orizzonte, sostava cupo immobile. Quasi a passo di corsa, ritornarono all’osteria.
Era ormai mezzogiorno e nella sala c’era rimasta poca gente.

Era ormai mezzogiorno e nella sala c’era rimasta poca gente. 
Filomena, seduta dietro il bancone, riposava sfogliando fumetti.
«Accidenti, si è già fatta ora di pranzo.», avvertì Giovanni dopo aver dato un’occhiata all’orologio di latta appeso dietro il banco, tra gli scaffali e le bottiglie.
«Eh, per me…  all’una, vorrei trovarne di roba da mangiare!  Se non mangio fune di giunco, oggi…  Ci sono rimasti solo i muri, a casa…  Se pure ci sono ancora, con più di un metro di acqua.», brontolò Peppino.
«Siete grandi per niente.», intervenne un ragazzino che girava tra i tavoli raccogliendo mozzicconi di sigaretta, «Io so dove si può trovare roba da mangiare, e roba di prima qualità, anche…».
«Passa via!», lo minacciarono allungando i piedi, «Roba da mangiare tu?!  Passa via!».
«Che cosa mi date, se vi dico dove?».  Insistette il ragazzo senza disarmare.
«Passa via!».  Ripeterono indignati.
«E’ vero…  c’è andato anche babbo con la carriola…  dalla parte dell’argine rotto.  Un bue intero, vi dico!».
«Passa via, ti abbiamo detto.», lo cacciò Antonio;  e per farsi sentire meglio gli allungò una pedata, alzandosi per metà dalla panca.

L’asino di Raffaele meriggiava sotto la tettoia, nel cortile dietro casa;  sul davanti stava la carretta rattoppata, con le stanghe in alto.
«Intanto che tu prepari l’asino, noi gettiamo qualcosa in corpo.», decise Antonio andando dritto al canterano in cucina.  Aprì lo sportello, trovò e prese una insalatiera con olive dolci, un mezzo pane e un pezzo di formaggio marcio.  Giovanni scovò una damigiana di vinello e si affrettò a riempirne un boccale.
«Bisogna muoversi, prima che se ne accorga tutto il paese.», suggerò Antonio ficcandosi in bocca una manciata di olive e risputandone i semi per terra, in direzione del camino.
Gli altri assentirono accennando col capo, masticando pane e formaggio.
«L’asino è pronto.», li informò di lì a poco Raffaele, apparso sull’uscio con l’animale bardato, trattenuto per la cavezza.
Antonio squadrò l’animale con sufficienza.  «Ma cosa diavolo gli dai da mangiare a quella povera creatura?  Padre Nostri e Ave Marie?», chiese con sarcasmo.
L’altro si adombrò:  «Perché?», disse, «Non ti sembra tenuto bene, forse?».
«Beh, per essere tenuto bene, non dico di no.  Ma sembra deboluccio…  mi sembra un santo in penitenza.».
Gli altri risero divertiti.  Raffaele parve offendersi.  Avanzo con l’asino fino a metà cucina, facendolo voltare a destra e a manca. 
«Guardatelo bene, il mio bestiolo!  Non è mica di quelli che si arrendono a mezza salita, lui!  Piccolo sì, ma…», diede una manata sulla groppa, «…  è di quelli che hanno biscotto in saccoccia!».
«Se è di quelli, la benedizione in casa non ti manca di certo!». 
Ghignò Antonio, suscitando nuova ilarità.
Raffaele alzò la voce, irritato:  «Senti, l’asino mio tu non lo devi disprezzare…  Se proprio lo vuoi sapere, questo è asino della razza di quelli di don Peppino!  Puoi chiedere, se vuoi.».
«Basta così, allora:  mi levo il cappello!».  S’inchinò ironico Antonio.  E per chiudere la discussione, aggiunse:  «Ci porterà fortuna, allora.  Un bue a casa ci portiamo, stavolta.».
Attaccato al carretto, fu deciso di far partire Raffaele da solo. 
Gli altri, alla spicciolata, avrebbero fatto un’altra strada - per non dare nell’occhio alla gente.

Si trovarono un’ora dopo nei pressi dell’argine rotto.  Sulla terra e sui sassi vi erano tracce di sangue e rimasugli d’interiora e solchi di una ruota.
«Qualcuno ha già fatto buona pesca.», osservarono non senza una punta d’invidia.
L’acqua torbida correva gorgogliando attraverso la breccia aperta nell’argine, riversandosi nelle terre basse a sud del paese.  La liquida distesa grigia era a tratti rotta da qualche ciuffo di verde, da qualche striscia di terra affiorante.  Stormi di cornacchie gracchiavano disputandosi un posto in cima ai rami spogli di un fico enorme.  Ammassi di falaschi e canne, misti a rottami di ogni genere, qualche tronco d’albero sradicato, viaggiavano sul filo della corrente, che appariva più veloce dov’era prima l’alveo del fiume.
«Lo conoscete bene il posto?».  Chiese Peppino, rimboccandosi i calzoni fino alle cosce.  «Se no, qui, ci tocca nuotare.».
«Da questa parte è basso di sicuro.», gli rispose Raffaele, armato di una lunga pertica con un arpione legato in cima, mentre si avventurava nell’acqua, in direzione di un filare di ficodindia a metà nascosto.
Gli altri gli andarono dietro, guardinghi.
«Qui siamo nell’orto di zio Raimondo Ogheddu…  non li sentite i cavoli sotto i piedi?».
«Cavoli e ravanelli.», disse Antonio, «ma che ce ne frega adesso della verdura?  La pietanza dobbiamo trovare, adesso.».
Avanzando cauti, tastando il terreno con le pertiche, si divisero due da un lato e due dall’altro della siepe.
«Attenzione, lì c’è qualcosa!».  Diede l’allarme Raffaele, accostandosi a un groviglio di sterpi galleggianti, impigliatisi tra le pale spinose del ficodindia, dove si intravedeva una gibbosità dal pelame rossiccio.
Appena furono a tiro, allungarono le pertiche rostrate.
«Merda!  Un cane rognoso!  Già l’hai trovata la pentola dei marenghi!», si indignarono delusi contro Raffaele, sputando rumorosamente.
Fu soltanto due ore dopo - intanto, per ingannare l’attesa, uno si era tuffato a raccogliere cavoli - che videro una massa galleggiante apparire sul filo della corrente, avvicinarsi, descrivere un ampio cerchio, fermarsi infine, impigliata con altri rottami, tra i rami di un olmo distante cento metri.
«Questa volta ci siamo.», si dissero giulivi.
«Ci siamo un corno!  E chi ci arriva fin lì?  In quel punto non c’è meno di tre metri d’acqua.», osservò Raffaele, sfreddando gli entusiasmi.
I loro volti si rabbuiarono, e ristettero come annichiliti.
«Gente di poco sale!», li scosse Antonio.  «Vai al carretto, tu, che il diavolo ti porti, e passami la fune, che vi faccio vedere io!».  E così dicendo si toglieva rapidamente di dosso la giacca, i pantaloni e la camicia, fino a restare in mutande. Prese la fune e l’arrotolò, mettendosela a bandoliera, tra spalla e ascella, dirigendosi quindi, senza esitazione, in direzione della carcassa.
Quando l’acqua gli giunse alla cintola, si gettò a nuoto.
«Attento alla corrente.», gli gridarono.
«Preparate il fuoco, piuttosto.», rispose lui, senza diminuire il ritmo sostenuto delle bracciate.
Qualche minuto più tardi, a cavalcioni sui rami affioranti dell’olmo, fece con le braccia un gesto di richiamo.  «Roba di prima categoria!», gridò.  «Mi faccio tagliare quelle cose se ha più di un anno!  Roba schicche!».  Fece un nodo scorsoio alla fune, lo passò e lo strinse attorno a una zampa, diede alcuni strattoni, fino a rimuovere la carogna dall’incaglio.  Quindi si ributtò in acqua.
Nuotò con un braccio, tirandosi dietro la preda con la fune, incoraggiato dalle urla di entusiasmo  dei compagni, che si erano fatti incontro saltellando giulivi.
Squartando la bestia, ributtarono nell’acqua il ventrame e la pelle, posero sul fondo, posero i quarti sul fondo del carretto e li mascherarono accuratamente con frasche di mirto e di lentischio.
«Un cavallino novello!», gongolava fregandosi le mani Antonio, piroettando dinnanzi alla fiamma d’un focherello che i compagni avevano acceso perché si asciugasse.  «Stanotte faremo baldoria, alla faccia di chi ci vuole male.».

In casa di Antonio, indipendentemente dall’alluvione, mancava la corrente elettrica.  Caricarono d’acqua e di carburo la lampada, l’accesero e l’appesero al gancio di fil di ferro che pendeva da una trave del soffitto, in cucina.
Di fuori, l’acqua saliva di livello, infilandosi tra la porta e la soglia dell’ingresso.  La pozza si allargava dall’uscio verso la camera dal letto, sulla destra, e la cucina, a sinistra.  Dalle imposte socchiuse baluginava l’ultima luce del giorno.
Avevano scelto di proposito la casa di Antonio.  Là, nessuno li avrebbe disturbati.  I vicini erano tutti sfollati fin dalla mattina, chi dai parenti nella zona alta e chi all’Asilo, dalle suore.
Raffaele era uscito per riportare l’asino e per fare un giro in paese in cerca di pane.
Peppino si occupava della legna.  Due cortili più avanti, sopra una tettoia di pali, scovò un mucchio di fascine di cisto.  In due viaggi ne scaricò sette o otto sul pavimento, davanti al camino.
Antonio tagliava la carne e la infilava negli spiedi, spruzzandola coscienziosamente di sale fino.
Giovanni si sfiatava ad accendere il fuoco con una manciata di paglia umida.  «Neanche un pezzetto di carta, in questa maledetta baracca!  Già non sembra lo studio del rettore, malapasca lo colga!, tutto pieno di libri, asciugandosi con il braccio gli occhi lacrimosi per il fumo.
«Certo che l’attrezzatura non gli manca.  Perfino nel cesso ce n’ha.
E’ una razza con il sedere delicato, quella dei preti…  usa sempre carta, e di quella fina…», intervenne Antonio.
Stesero tutte le stuoie sul pavimento, vi si sdraiarono, sospiranti soddisfatti.
«Questa sì che è vita.», bofonchiò  Peppino.
«Attento, porco Giuda!  ché il fuoco è troppo vispo!», urlò Antonio.
E Raffaele allontanò parte della legna con l’attizzatoio.
A suo tempo controllarono la cottura, tagliando bocconi con il coltello e assaggiando.  Al terzo controllo, Antonio disse:  «Proprio a puntino.», e tolto dai mattoni lo spiedo, lo mise a punta in giù, sopra l’angolo più pulito della stuoia e ne fece scivolare la carne.
La pioggia ritornò.  La udirono crepitare fitta, piacevolmente sulle tegole del tetto.
«Musica, maestro!», esclamò Peppino di buon umore;  sollevandosi sbilenco su di una mano accompagnò il tambureggiare della pioggia con alcuni suoi rombanti rumori.
«Bella educazione!».  Lo redarguì scherzosamente Antonio, «Portato vuoi in luogo di signori!».
«Al diavolo i signori!  Cosa ti credi, che sono puliti come sembrano, i signori?  Passa via, i signori…».
Alle undici finirono il vino, ma restava ancora mezzo cavallo - più o meno.
«Con tutta questa grazia di Dio…  e la festa è finita.».
Disse costernato Giovanni, capovolgendo il fiasco significativamente.  «Io sono una creatura fatta così:  il mangiare mi va tutto in veleno, se non ci metto sopra due dita di vino purché sia.».
«A chi lo dici!?», fece eco un altro, «Io devo averci disturbo di stomaco:  la roba senza vino mi torna in gola.».
«Beh, forse non ci crederete…  A me l’acqua fa venire gli svenimenti.».
«Eh, si, dicono bene gli antichi: acqua ai fiori e vino ai cristiani!».
«Dai, dai, le chiacchiere sono belle ma lunghe.», intervenne decisamente Antonio, «ma qui bisogna fare qualcosa.».  Poi, guardando Raffaele fisso negli occhi, disse:  «Tu sei un amico, non è vero?».
«Amico?  Come no!?  Ho portato anche l’asino…».
«L’asino non si beve…  per quello che me ne importa te lo puoi portare anche a letto.», intervenne Peppino che aveva capito dove Antonio andava a parare il colpo.
«Tu adesso», rincalzò Antonio, «Raffaele mio, sei di quelli che con una scusa salutano gli amici, ciao buona notte, si chiudono soli soletti in casa loro e si ubriacano di nascosto…».
«Già, proprio come faceva il canonico Rosas, per non farsi vedere dalla gente, chiuso in sacrestia…  Dopo, usciva in piazza di chiesa, a rimettere, davanti alla gente.», intervenne Giovanni.
«Ah, sei di quelli!  Svergognato!  Razza di amico che abbiamo!», spalleggiò gli altri Peppino.
Dopo la sceneggiata, i tre tacquero mostrando una faccia tra l’indignata e l’addolorata.
Raffaele sconcertato sdrusciò il sedere sulla stuoia.
«Alla buon’ora!  Ti stai alzando, dunque!…  E dai, muoviti, ancora qui sei?», lo sollecitò Antonio dandogli una spinta d’incoraggiamento.
Raffaele si diresse titubante verso la porta di uscita.  I suoi piedi enormi scalzi si fermarono, stropicciarono indecisi nell’acqua che arrivava dall’ingresso.
«Non vorrai conservarla per Pasqua, quella mezza damigiana che tieni dietro il comò!».
«Ma se è già aceto…  Cammina!».
«E muoviti!…  Non sei ancora tornato?».

Mezz’ora dopo Raffaele ricomparve con la damigiana a spalle.  I tre si alzarono dalla stuoia e corsero a sgravarlo dal peso.  «E quanto diavolo ci hai messo a tornare!».
Raffaele, pur sollevato dal peso, se ne stava immobile sull’uscio della cucina, con la faccia stralunata.
«E allora?  Ti è scesa paralisi?”.  Gli chiesero mentre sturavano la damigiana e riempivano il boccale.
Peppino gettò una mezza fascina per ravvivare il fuoco.  La stanza si illuminò di una luce violenta, rossastra.
«Guarda che fermi così ne sono morti altri», lo apostrofò Antonio, seccato.
Si può sapere che ti ha preso?», gli si avvicinò Peppino mostrandosi preoccupato.
Raffaele aprì finalmente la bocca.  Muovendo un passo in avanti, mormorò:  «Giù in paese ne sono cadute cinque…  In una c’è rimasto Antioco…  Antioco Su Puxi, con il ragazzo.  Era tornato a ritirare un po’ di roba…  Li hanno portati via poco fa…  Li hanno anche visti, sopra un carro, c’erano il prete e l’appuntato…».
Chinarono il capo, muti.
«Antioco, quel tonto!», ruppe il silenzio Peppino, picchiando un pugno rabbioso sulla stuoia, «la fine del tonto…  Per salvare che cosa?  I pidocchi…».
«Un uomo grande come lui!», sbottò appresso Giovanni, stringendo i pugni, «Fidarsi così…  per farsi fottere dai muri di terra!»
Lasciamo perdere adesso:  la cosa fatta è più forte del ferro. 
Ognuno ha il suo destino.  Beviamo, adesso…  e tenete il fuoco vispo.», disse Antonio, ma la sua voce che voleva essere spavalda suonò incerta.
Raffaele continuava a starsene fermo impalato vicino all’uscio, coi piedi nella pozza d’acqua che si allargava a dismisura.
«Ah, ma allora non è finita!  Tu ci vuoi proprio rovinare la festa!  Sputa fuori tutto, su, che altro ci hai in corpo?»lo aggredì quasi urlando Antonio.
«Ho sentito il bando…», mormorò l’altro.
I tre lo guardarono stupefatti:  «Il bando?».
«Sì, il bando del sindaco.  Dice di andare tutti, di correre tutti, con picconi e con pale e con carriole, dice di aprire un canale a mare, per salvare il paese…»
Antonio sbottò in una risata stridula:  «Avete sentito?…  Il bando!…  Per salvare il paese!…  Adesso vuol fare il canale…  adesso, adesso che sono morti cristiani!  Adesso, che se lo scavi lui, adesso, il canale.  Noi terre non ne abbiamo…  e neppure case…  E che sono case, quelle che abbiamo?  Abbiamo da mangiare, adesso, e anche da bere, abbiamo, noi, adesso, no?…  E allora, mangiamo e beviamo!…  Siediti, Raffaele, siediti…  che aspetti?  siediti!…  E al diavolo il sindaco.  Fintanto che dura l’alluvione la roba da mangiare non ci mancherà.  Che ci frega di tutto il resto?».
Gettarono un’altra fascina al fuoco e rimisero in caldo l’arrosto.
L’acqua, superato l’ingresso, avanzava sul pavimento della cucina, fino a lambire le stuoie.
 


Liccupeppi

L'hanno trovato gli uomini, al margine della strada, con la faccia nella guazza del fossato. Mandandosi la voce da un uscio all'altro, sono accorse le donne.
Gli uomini hanno rimesso la zappa sulla spalla: "Poveretto... pensateci voi... ha finito di camminare, ormai... che Dio abbia pietà dell'anima sua."
Una donna gli ha steso uno straccio addosso, perché fa impressione la morte a guardarla in faccia e i vivi non devono vederla, se vogliono dormire in pace la notte.
"Andate via, andate..." dicono le mamme, con i poppanti in braccio, ai ragazzini curiosi. E stanno lì, a commiserare il morto, a parlare di lui che hanno visto proprio la sera prima, a raccontare delle sue visite frequenti e dei bambini che si nascondevano all'apparire del suo cappellaccio e della sua mano tesa sulla soglia di casa.
Nel loro parlare, ricorrono spesso con lo sguardo al lungo scuro mucchio di stracci, immaginando scheletriche gambe dai piedi, dalle caviglie nere come legno bruciato.
"Andate via; andate..." Dicono ai ragazzi. "Le pulci e i pidocchi stanno in agguato per i vivi: la morte non dà pascolo che ai vermi."

Non c'era festa, senza Liccupeppi.
Per i battesimi, quando la gente, rientrata dalla chiesa, si riuniva a bere alla salute del nuovo cristiano - "Che cresca sano e buono!" - egli sedeva sui gradini dell'uscio, gli occhietti lustri con una manciata di caramelle e biscotti.
Gli sposi novelli lo volevano nel corteo. "Porta fortuna, la follia, il segno del Signore su chi troppo soffrirebbe a vedere con occhi umani il male di questa terra." - "Tieni, Liccupeppi! Saziati come vuoi, oggi." Gli porgevano dal tavolo pezzi d'agnello arrosto e foglie di lattuga. Egli, accoccolato nel suo cantuccio, volgeva la faccia barbuta; masticando e mugolando pareva dire di sì, che la gente è buona.

E neppure ai funerali, mancava mai. Seguiva da lontano il morto, con il cappellaccio in mano. Si fermava davanti al muricciolo del camposanto, a piangere muto, a raccogliere le monete che i parenti gli lasciavano. "Ogni carità fatta all'innocente, vale cent'anni di Purgatorio."

"Andate via, andate... Lo vedrete in sogno, stanotte, Liccupeppi il matto, venuto a levarvi la stuoia da sotto i piedi." Dicono le donne. E stanno lì, con i poppanti che giocano, tra una succhiata e l'altra, coi capezzoli delle poppe smunte, a dire che ieri era vivo ancora, allegro come una pasqua, che aveva perfino mangiato, con fame, sull'uscio di casa loro, una ciottola colma di fave...

"Però, matto del tutto non era, Liccupeppi..."
Correva dietro le fanciulle, tendendo loro le mani, protendendo il viso con la bocca spalancata bavosa, nel tentativo di articolare una parola forse di affetto o di preghiera o di chi sa che altro, che mai era riuscito a dire nulla, con quel suo rauco suono gutturale, simile al lamento di un cane. E le fanciulle, se lo incontravano da sole, fuggivano, facendosi il segno di croce.
Quando capitava in paese di domenica, i giovani, per spasso, lo conducevano all'osteria. Gli mettevano davanti un bicchiere di vino nero e un misurino di ceci arrostiti, descrivendogli le grazie di questa o di quella femmina.
Fino a che gli occhi di Liccupeppi si facevano piccoli piccoli, lustri e le sue mani si agitavano allegre convulse, lasciando cadere a terra sacco e bastone.
Una volta, l'avevano trovato a carezzare il viso di una bambina in un cortile deserto. Muggiva e sbavava felice, con la testolina delicata stretta al petto, fra le sue mani color cioccolata. - Mai si era bagnato a un ruscello dopo i tre mestoli d'acqua del prete. - La bambina piangeva e urlava. "Liccupeppi il matto ti mette nel sacco e ti porta via, se non fai da brava!..." Erano solite dire le donne ai bimbi per farli stare buoni.
Erano accorse le donne dai cortili vicini e avevano pensato al male. "State attente alle bambine..." Dicevano gli uomini, andando in campagna, "Liccupeppi è matto, e con matti e con santi non bisogna scherzare... e nemmeno fidarsi, bisogna."
Le donne s'erano adirate: "Guai a te, Liccupeppi, se entri ancora in un cortile o in una casa! Non ti diamo più elemosina. E le bambine, non le devi neanche guardare, se non vuoi assaggiare frusta."
Liccupeppi aveva ripreso il sacco e il bastone, guardando stupito le donne vocianti e il muover veloce e adirato delle loro mani che avevano impugnato pertiche e canne. "Bisogna dargli una lezione; così ci penserà bene prima, un'altra volta."
Egli s'era buttato per terra, intimorito, frignando come un bambino, riparandosi con le mani le parti esposte. E come un bambino, l'avevano picchiato, arrossandogli ben bene le natiche.
Non aveva osato un gesto di ribellione, Liccupeppi; e quando si era rialzato, a testa china, senza guardare nessuno, le lacrime, scivolando, gli striavano di rivoli chiari le guance barbute.
"Povera creatura... non ha colpa, la sua innocenza." Gli erano corse dietro, le donne, a mettergli in mano il bastone e sulla spalla il sacco, che lui aveva dimenticati tra i sassi del cortile.

Liccupeppi non era più entrato in nessun cortile e in nessuna casa. Allungava la sua mano nera, battendo col duro olivastro sulle porte, abbaiando con la gola rauca per farsi sentire e riconoscere.
Solo in casa di zia Assunta e di zia Veneranda egli, entrava ancora senza bussare e chiamare.
Le male lingue dei giovani raccontavano in piazza che le due zitelle se lo portavano a letto.
"Come? Non lo sapete? La conoscono tutti, la storia..."
"Entra, entra, Liccupeppi, per carità di Dio. Prendi e mangia tutto ciò che ti abbisogna..." E lo avevano fatto sedere fra loro due, frugandolo golose, per vedere com'era fatto. Mai uno ne avevano visto, poverette! Da casa a Chiesa e da Chiesa a casa; sempre sole, sempre chiuse nella loro veste nera di orfane. Mai neanche lo sguardo avevano osato sollevare sulla faccia di un uomo!
L'avevano scaldato bene al fuoco dei sarmenti e gli avevano levato i calzoni. "Lascia che te li laviamo e rammendiamo, per carità di Dio."
Avevano visto un uomo, finalmente; ché Liccupeppi uomo era, anche se matto; e grugniva felice, steso sulla stuoia, al tepore della fiamma, ben satollo di cibo buono.
In paese ci avevano riso su per un mese; ma quando si avvicinava alle case lo mandavano via in malo modo e i ragazzi gli lanciavano sassi.
"Andate via, andate..." Dicono ancora le donne ai ragazzi. "Andate via, se no stanotte non dormite e vi prendete un brutto spavento, quando ritorna al buio a picchiarvi sui piedi con il bastone. E allora bisogna portarvi da zia Crabiou, per guarirvi spavento e foruncoli... Andate via. Non vedete che è morto? Andate a giocare, andate... I sassi non li lancerete più a Liccupeppi, poveretto, che ora rende conto a Dio per l'anima sua. Andate..."
E restano lì, le donne, nel mattino senza sole, attorno al mucchio di stracci, a compassionare. "Eh, no! Non era matto tutto, Liccupeppi... Quella volta, ricordate? La vigilia di Santa Maria era..."

la terra incolta
Si sono riuniti in casa di Gaetano, a notte tarda, dopo cena.
Hanno chiuso gli scuri con fare circospetto, prima di sedere intorno al tavolo della cucina.
Parlano a voce bassa - le cose importanti bisogna dirle di nascosto. Fanno fatica ad articolare le parole, dopo tanta solitaria campagna, dove è stupore e sollievo la nenia di un canto - dopo tanto pensare inespresso, ritmato al muoversi della zappa, con tonfo sordo. Fanno fatica a parlare: ogni parola si accompagna ad un loro muovere consueto delle braccia, un immaginario mietere spighe o frangere zolle.
Siedono sugli scanni, alcuni. Altri si sono accosciati sul pavimento con le spalle appoggiate alla parete ancora calda del camino.
C’è Pistilloni, il presidente della cooperativa.
La coscienza della sua responsabilità mitiga e controlla impennate giovanili e focosità personali.
Al suo fianco siede zio Antoni, l’anarchico, che ha occhi troppo neri e vivi nel biancore dei suoi settant’anni. Su di lui appuntano interrogativi gli sguardi, dopo ogni frase detta o udita, per avere definitiva sentenza.
C’è Franciscu, magro e triste come una quaresima, accoccolato in un canto, col mento sulle ginocchia che appaiono secche e scure dai pantaloni sdruciti...Ogni domenica va in chiesa, per farsi prestare i libri dal prete, per raccontare poi ai compagni, in piazza e nelle bettola, come anche Gesù stava coi poveri e quale fu la colpa dei ricchi, se romani e giudei lo misero in croce... Per il suo parlare vangelo, per la sua lunga magra figura, lo chiamano Gesù Cristu Aresti, questo uomo-bracciante che ogni uomo-padrone può portare come e quando vuole nel proprio campo.
Quest’uomo non possiede nulla, neppure una famiglia...La sera, rientrando con la zappa e la bisaccia a spalla, regala e more, i fichi, i cardi, le lumache ai bambini di strada, coi quali si ferma a giocare.
E c’è Cruccueu, piccolo e vivace, mobile come un passero, con il moncherino - una mano e mezzo braccio perduti da ragazzo: un urlo nello strepito di una vecchia trebbiatrice - che gli agita veloce, accompagnandolo allo stridulo parlare.
Sono tanti, stanotte, a tarda ora. Ci stanno a malapena, nella cucina della casa di Gaetano, l’ultima del paese.
Hanno sentito che i braccianti si stanno muovendo a Sanluri, nella Zeppara, nel Sinis, a Serramanna... Hanno sentito che il governo ha detto che le terre non lavorate dai proprietari bisogna lasciarle lavorare ai braccianti...I padroni delle loro paludi si vedono una volta all’anno, quando vengono a riscuotere i fitti dai pastori. Le lasciano a pascolo, quelle terre vergini, quelle terre che loro, i braccianti, hanno sempre sognato piene di messi prodigiose.
Hanno anche sentito che i padroni sono più forti del governo; che mandano i carabinieri coi fucili a scacciare i braccianti: perciò è necessario fare tutto in silenzio e in fretta; perché si faccia in tempo a dissodare e a seminare; dopo; nessuno, neppure la “Forza”, potrà più fermare e toccare il frutto che germoglia.
Decidono di partire all’alba, con tutti gli attrezzi e con le braccia a disposizione: zappe e aratri, donne e bambini.
Hanno deciso, eppure stanno lì ancora, come attesa di qualcosa che li rassicuri, un segno che il cielo non ha dato, un moto che non viene ancora dalla loro coscienza incerta. Al culmine dell’angoscia, guardano verso zio Antoni. Allora il vecchio si leva in piedi, commosso, stendendo le mani aperte su tutti loro: “Andate in pace!,” sussurra.
Gesù Cristu Aresti si inginocchia segnandosi; china la testa fino a baciare la terra.

Sono partiti all’alba. Quasi cinquecento, tra piccoli e grandi...
Non hanno dormito. Nessuno ha dormito.
Sono rimasti a bere in compagnia, davanti alle braci dei camini, come alla vigilia di una festa grande.
Così sono arrivati al luogo di riunione prima del convenuto.
Lo scalpiccio degli scarponi e il tintinnio delle zappe sui ciottoli della piazza si odono fino ai vicoli bassi, fanno muovere più lesti i passi dei sopraggiungenti.
Hanno voluto che zio Antonio tenga il comizio per spiegare a tutti quel che si deve fare.
Dicono che zio Antonio ha girato il mondo e conosce tutti i mestieri che un uomo può fare con le mani. La sua miglior parte della vita, dicono che l’ha trascorsa chiuso nelle prigioni; proprio lui che sogna cortili e campi senza recinti.
Zio Antoni parla alla gente come un padre ai figli. Parla di “cara anarchia”, com’egli la chiama, pronunciando con dolcezza. Racconta la vita dei poveri paesi lontani; di poveri che sono sempre gli stessi, anche se parlano lingua diversa, anche se hanno diverso il colore della pelle. Egli parla dei poveri, delle donne e dei figli dei poveri. Parla della fame, della schiavitù, dell’ingiustizia. Ma non dice FAME SCHIAVITU’ INGIUSTIZIA. Egli che le ha patite e le conosce, sa anche che le parole sono difficili da capirsi, molto più difficili delle cose. Ed è delle cose che si parla. Delle cose degli uomini. Delle cose che gli uomini fanno e che non fanno, che devono e che non devono fare.
Quando zio Antoni chiude il suo parlare, non applaudono, né fanno commenti: il vecchio ha detto ciò che ciascuno sentiva dentro sé.

Sono partiti all’alba.
Gli uomini davanti, con le zappe e i badili a spalla.
I giovani subito dopo, con i cartelli e le bandiere.
Dietro, le donne e i ragazzi.
I ragazzi, anch’essi, con il volto aggrottato per sembrare decisi, con gli attrezzi più grandi di loro.
E Timoteo, il più piccolo, tenuto per mano dal maestro di scuola, che ha scelto la loro stessa strada.
Le donne camminano a passo lungo, col piede scalzo, senza guardarsi in viso, senza neppure capirsi: imprecano ed urlano anche, per vincere la paura, per atterrire il nemico ignoto. Profonda e angosciosa è la loro paura. Grande e disperato è il loro coraggio. Brandiscono lo scudo e la coscienza...Chi oserà offendere, colpire una madre se ha figli suoi vicini?
Sono arrivati alla palude in meno di mezz’ora. Zappe e vanghe danno rapidamente, quasi con rabbia, i primi colpi, scalzando le erbacce.
Intanto, per altre vie, sono arrivati i cavalli, i buoi, gli aratri.
I primi solchi scuri già aprono la terra, che mai aveva sentito nelle viscere sue il seme sprizzato dalle mani dell’uomo. Una terra vergine, inutile per tanto tempo, con tanti maschi a sognarla giorno e notte, ad aspettare per tanto tempo, con l’ossessione di entrare in lei.
Le paludi, una vallata di trenta ettari, risuonano le voci febbrili, di canti, di evviva. Quasi per un prodigio, in pochi istanti, scompaiono le canne, gli arbusti, le gramigne, i sassi. Appare una distesa bruna che il sole, affiorante all’orizzonte, tinge di riflessi rosa azzurri. Entrano allora i seminatori, con le bisacce colme di grano a tracolla; dietro, le fanciulle sotterrano con le mani i semi caduti fuori dal solco.
Le donne si sono sedute ai margini del campo, accanto ai cartelli e alle bandiere rosse confitti per terra; traggono dalle capaci tasche il pane per i ragazzi che hanno sempre fame per il loro troppo crescere e levano dalle bluse le gonfie mammelle per zittire il pianto lagnoso dei più piccoli.

Ma non tardano molto ad arrivare. Su tre camions, sono arrivati.
Saltano dalle sponde aperte con fragore, leggeri come acrobati da circo.
Si allineano al centro della palude, calpestando i solchi appena tracciati.
Attendono immobili rigidi, con le armi puntate.
Le donne, per prime, hanno dato il benvenuto, astiosamente: “Delinquenti!”
“Silenzio!” Ha gridato Pistilloni, accorrendo
“Silenzio!” Ha gridato agitando in alto le mani.
“Silenzio!” Ha ripetuto rivolgendosi ai quattro lati della palude.
“Silenzio! Nessuno si muova! Niente paura!” Ha gridato più forte, per tutti.
L’ufficiale che comanda i carabinieri si fa avanti: “Questa terra non è vostra”. Dice. “Non avete alcun diritto ad occuparla. Perciò andatevene o vi arresto tutti quanti siete!” Pronuncia le parole tranquillo, sicuro di sé, ai braccianti allineati giù nel cortile col berretto in mano.
Gesù Cristu Aresti si sposta in avanti di qualche passo, un po' timido: “C’è la legge nuova...la legge nuova dice che la terra appartiene a chi la lavora...” Mentre parla indica con le mani la sua gente, “noi la stiamo lavorando, quindi è nostra”.
L’ufficiale mette le mani ai fianchi e allarga le gambe: “La politica non mi interessa!” Storce la bocca con disprezzo. “Vi do cinque minuti di tempo per sgombrare!” Guarda l’orologio al polso: “Cinque minuti. Capite? Marsch!”
Le donne si sono levate in piedi come furie, ringhiando coi denti scoperti: “Andarcene noi?! Questo è il nostro pane!” Raccolgono pugni di terra mostrandola sulla palma aperta tesa. “Tu vattene! Tu... chi sei, tu?”
E’ impallidito l’ufficiale. Sembra impaurito. Ha fatto cenno ai soldati di farsi avanti. Ma prima ancora che uno solo abbia mosso piede, le donne si sono lanciate in avanti, rompendo l’ordinata fila con l’urto delle mani protese, chiuse, dure.
L’ufficiale è rimasto isolato, coi braccianti gesticolanti attorno che urlano per spiegargli le ragioni loro.
E’ a questo punto che interviene zio Antoni. Si è mosso arrancando fra le zolle e i solchi per portarsi al centro della mischia. Ha allontanato con un gesto brusco la nipote che voleva sorreggerlo.
“Siamo venuti qui per lavorare o per fare guerre, noi?” chiede a voce irata ed alta, volgendo attorno uno sguardo corrucciato.
“Siamo come cani, che ci mordiamo gli uni agli altri, noi? Tornate, donne, a dare il pane e il latte ai vostri figli. E voi, tornate a lavorare questa terra, che già per troppo tempo ha atteso. E voi, gente che al posto del cuore avete divisa e gradi, tornatevene alle vostre case, tornatevene in pace!”
Sono ridiventate donne e uomini.
Per un lungo attimo l’ufficiale resta allibito davanti al vecchio del bacolo fitto nella terra; poi ritorna ai suoi uomini, scattando come un indemoniato...

Sono scappati urlando, inciampando , cadendo, trascinando, piangendo, bestemmiando.
Nella palude sono rimasti davanti ai mitra soltanto i morti, i feriti e le bandiere rosse, come in un campo di battaglia.
E’ caduta zia Clara. E’ caduto zio Antoni. E’ caduto Gesù Cristu Aresti. E’ caduto Giorgio, che ha soltanto tredici anni.
Si sono fermati alle prime case del paese. Non parlano, guardandosi appena l’un l’altro, atterriti e umiliati. Non carezzano neppure il piangere dei piccoli accoccolati alle loro ginocchi, tremanti.
Si sono fermati. Pensano tutti la stessa cosa. Se la leggono l’un l’altro in un lampo d’occhi.
Si sono fermati. No, non si lasciano i morti per terra; non sono bestie...Neanche i feriti, si lasciano soli, a piangere rabbia e dolore. E neanche le bandiere, si lasciano per terra, seppure sono soltanto degli stracci rossi...
Ritornano. Tutti, ritornano. Subito, ritornano.
Hanno pensato tutti la stessa cosa. Una cosa che fa vincer la paura dei mitra che mordono le carni con denti feroci. Una cosa che niente più lascia vedere ad occhi umani, su questa terra niente se non i compagni morti.
Pauli, 1949
 
 


Lamentazione per la cavalla morta

Immobilità, silenzio, pensieri che lacerano come aculei velenosi di pruno.
Divinità che non ha affetti, né pietà, né carezza per la gente curva da millenni a scavare pane fra zolle di pietra.
Ci sono ombre di pietra nera, in una stanza nera;  ombre di pietra nera disposte in cerchio per comunicarsi, dissolvendoli nel simbolo dell'infinito, dolore e pena.
Un cerchio di magia che non può compiere il prodigio di liberare l'uomo; una povera magia che può soltanto comunicare, distribuire, a tutti gli uomini fratelli, il dolore e la pena di ciascuno d'essi.
Che altro può fare, l'uomo, se non chinare la testa, accucciarsi per terra?  Di giorno, dal cielo pieno di luce piove fuoco sui lombi accasciati.
Di notte, piovono brine affilate sulle spalle:  le nuvole hanno nascosto dentro di loro le guglie dei monti per sbriciolarle come vetro e scagliarne i frammenti sulla terra.
Intorno al focolare spento, fra i quattro muri neri di fumo e di buio, siedono sul pavimento zia Rita e zio Luisu con le figlie e le donne del vicinato.  Portano lo scialle nero che le ricopre intere.  Balugina a tratti dal viso nascosto il bianco iridato di occhi senza lacrime.
«Bella come un fiore era.  Docile come un'agnella era.  Forte come una quercia era».
Che altro può fare, l'uomo, se non ricordare ciò che è stato?  La carne si è inaridita a gettar sangue e pianto;  come un frutto spremuto e rinsecchito al sole, si è fatta;  dura come pietra, si è fatta. E ancora capace di soffrire.
Terra madre, apri il tuo grembo oscuro, perché l'uomo non veda più, perché l'uomo non senta più, perché l'uomo non parli più…  Apriti perché possa scivolare dentro di te come il lombrico nel suo buco;  fai che gli occhi, le orecchie, la bocca si riempiano di te…
«Aveva tre anni appena, aveva.  Il conforto della nostra casa era.  La consolazione della nostra vita era».
Mare, mantello azzurro che il vento scuote schioccando in mille increspature grigie, adunghia roccia su roccia, pietra su pietra, sabbia su sabbia…  copri col tuo infinito liquido e scioglila la paura del giorno e della notte…  sciogli come sale questo duro lungo andare di anni…
«In tutta la Jara non ne nascerà un'altra più bella».
Il sudore si spargeva in una pioggia di stille iridescenti sul fuoco delle aie.  Volavano cascate di farfalle gialle e i grani duri si ammucchiavano formando colli alti fino a nascondere il sole.  Dita amorose venivano nella notte ad accarezzare il palpito dei semi scorrenti come un fiume vivo nel colmare i sacchi.
«Chi trebbierà il nostro grano, ora?»
Nella cucina s'è fatto ancora più buio.  Un chiarore rossastro traluce appena dalle imposte socchiuse.
«Il 28 agosto era partito Luisu a prendere il bene nostro.  A quest'ora, era tornato…  Lucida come uno specchio la stalla, pronta per riceverla…  d'oro e d'argento le briglie nuove».
Accoccolato, nascosto, Luisu geme.
«La malasorte mia…  Una regina sembrava, quella sera.  Aveva nitrito di gioia, entrando nella stalla.  Come creatura umana era, che la parola solo le mancava…  Nessuno meglio di lei sapeva scendere dai monti senza sentiero.  Nessuno meglio di lei sapeva spietrare un campo».
Quante stille di sudore, quanti chicchi di grano, quanti colpi di zappa, quante bracciate d'erba, quanti passi sui viottoli, quanti fasci di legna, quanti strappi nelle vesti e nelle carni, quanti attimi di attesa, lunghi come anni, per vedere arrivare quel giorno…
«Tre giorni con le doglie era.  E me lo diceva con gli occhi di aiutarla, la creatura…  Oh, l'acqua santa spruzzata e il Cuore di Gesù benedetto sulla sua fronte!…  Tremava di freddo, si lamentava, povera creatura».
«Come poteva saperlo, quel giorno?  Come poteva saperlo, lei, il suo destino?»
«Non c'era carro più bello per la festa grande di santo Isidoro…  Gerani e menta e basilico e fiori di oleandro rossi nei finimenti;  rami di alloro e di palma attorno alle sponde…»
Un giorno di rumore, di danze, di mandorle, di miele, di pane dolce, di vestito nuovo e diverso, di sorriso.  Una sera di vino e di liberazione, di carne e di rosmarino, di luce di petardi, di canti, di scoppi sotto il freddo di stelle lontane.  Ore costate l'eterno di un anno - ore che volgono il ricordo di una vita lunga - ore che segnano il tempo dei secoli e la paura della morte.
«Come sicura nel suo trotto leggero, tornando nel buio sonno rotto dalla luce dei canti!»
«Non ci sarà più festa per lei.  Non ci sarà più festa per noi.  Come potevamo, noi, come poteva, lei, sapere il destino?»
Le donne accovacciate nere immobili paiono ombre di pietra.
Gli uomini, nel cortile, stanno attorno alla cavalla stecchita stesa sopra un saccone.
Il carretto, sotto la tettoia, ha i finimenti inutili gettati sulle stanghe alte.
«Neanche da macellare è buona…»  Dice uno.
E un altro, scrutando il cielo che si è fatto terso, senza un filo di vento, senza uno straccio di nuvola, osserva:  «Stanotte farà brina, farà…».
 

Il tumulto
Alle dieci del mattino, la Confraternita dello Spirito Santo e il suonatore di piffero e tamburello attendevano da più di mezz’ora l’uscita del santo.
Antioco il maniscalco che reggeva il Cristo nero con una bretella di cuoio si asciugò il sudore sulla manica della tonaca orlata di pizzo rosso.
«E cosa aspettano a tirarlo fuori?  Aiutatemi a scaricarmi questo Cristo!», disse rivolto ai compagni.
Due lo aiutarono a sfilare la pesante croce dalla guaina e insieme la poggiarono al muro.
Anche i fedeli in chiesa attendevano l’uscita del Santo, del parroco e del Comitato dalla sacrestia, per formare la processione.
Le donne si erano sedute sul pavimento, sgranando “Gloria Patri” per ingannare l’attesa.
Gli uomini, stanchi di guardare i soffitti e le volte decorati, s’erano messi a chiacchierare del più e del meno, della campagna, della
troppa acqua piovuta, dei fitti, della moria del bestiame, e il loro brusio iniziale si andava facendo frastuono.
Soltanto i più vicini alla sacrestia tacevano, con le orecchie tese per afferrare qualche parola che spiegasse i motivi di tanto ritardo.
In sacrestia, don Gesuino il parroco e Nicodemo il presidente del Comitato di Sant’Antonio si fronteggiavano, spalleggiati rispettivamente dalle Dame di Carità e dai dieci membri del Comitato.
«Ho detto di no, e resta no!».  Sbraitava donna Gesuina;  e per dare più forza alle parola batté un pugno sul piano dell’armadio, rovesciando un’ampolla e un ostensorio.
«Ma con il vecchio parroco era sempre anadata così!».  Si lamentava Nicodemo;  e aggiunse:  «Così vuole la tradzione del paese…».
«Va bene la tradizione», interloquì donna Mariangela, la presidentessa delle Dame, «ma in fondo ciò che don Gesuino vi chiede è giusto:  due terzi alla Chiesa e un terzo al Santo.».
«Il Santo ha diritto alla metà e la metà ci teniamo.  Ecco qui, sono ottantamila…  E queste sono quarantamila.  Prendere o lasciare.  La tradizione va rispettata!».  Finì urlando Alceo, il vice presidente.
«La tradizione, vero?  La prendete su questo tono, vero?  E allora, sapete che vi dico?  Fatevela voi la processione!  ma senza di me e senza Santo.  Io da qui non mi muovo!».
Don Gesuino e Nicodemo si erano guardati fisso negli occhi, in atto di sfida, poi si erano voltati repentinamente di spalle.
«Bisogna prendere una decisione…».  Intervenne uno del Comitato, «la gente è stanca di aspettare…».
«Che se ne ritorni a casa, la gente!», borbottò stizzito il parroco.
«La messa è finita!».
Qualcuno di fuori cominciò a bussare alla porta.
«Don Gesuino, glielo dico per il bene di tutti e per l’ultima volta:  si vesta e ci lasci prendere il nostro Santo…  Oppure…», disse Nicodemo a denti stretti.
«Oppure che cosa?…».  Gli andò addosso il prete.  «Sì, certo, da voi, beduini eretici, ci si può aspettare di tutto…  Avete perso la misura, avete!  Ma badate bene, io sotto la tonaca porto i calzoni.  Capito?».
«Ah, sì?».  Replicò Nicodemo:  «Gli eretici siamo noi, vero?  Avete sentito?  Siamo eretici, noi!  L’eretico è lei, che non porta rispetto alle tradizioni e neppure a Sant’Antonio…  Ma stia attento!  Sant’Antonio ne ha già messo a posto parecchia di gente con la schiena rigida!».
«Andate, andate…».  Disse don Gesuino assumendo atteggiamento e tono da martire, con gli occhi rivolti al soffitto, «Perdono loro, perché non sanno quello che fanno!».
«Don Gesuino, badi…».
«Andate, zoticoni, andate…  Gente che porta i Santi in giro per le strade come p…!».
Alle parole blasfeme quelli del Comitato si segnarono.  «Costui è veramente un prete eretico», pensarono tutti, e tutti insieme spalancarono le porte dell sacrestia, infilandosi, a furia di spallate, nella folla.
Quando la gente vide il presidente del Comitato seguito dai suoi salire i gradini dell’altare maggiore, capì che succedeva qualcosa di molto grave e fece immediatamente silenzio.
Tutti gli sguardi si appuntarono sulla faccia pallida e corrucciata di Nicodemo che aveva aperto le braccia in un largo gesto: 
«La festa non si fa più.  Il Comitato si scioglie.», annunciò.
Dopo il primo momento di silenzioso stupore, qualcuno delle prime file domandò:
«E perché mai?».
«Che cosa è accaduto?».
«Il parroco si è sentito male?».
«Sant’Antonio non vuole uscire dalla nicchia?».
«C’è che il parroco non vuole rispettare la tradizione del paese.  Perciò io e gli altri del Comitato ci ritiriamo.», fu la risposta.
Gli ultimi che non avevano sentito si informarono dai primi:
« Ma che diavolo mai sta succedendo oggi?».
«Il prete non vuole che i cavalli seguano il Santo!».
«Ma che razza di prete ci ha mandato Monsignore, se non conosce le costumanze?».
«Dice che la Confraternita deve stare di dietro e non davanti!».
«Matto è?  Ma quando mai?!…».
I commenti si diffondevano e si moltiplicavano e con il chiasso aumentava la confusione.
Ad un tratto si udì una voce forte sovrastare tutte le altre:
«Cacciamolo via!».
La marea umana ondeggiò indecisa, poi si scatenò contro la sacrestia.
Fra i primi c’erano Peppe e Anselmo che iniziarono a dare spallate contro la porta che il parroco aveva sprangato.
Quando la serratura cedette, si trovarono faccia a faccia con donna Mariangela e le altre Dame, che brandivano vecchi crocifissi e candelabri di alpacca.  Qualcuna si era armata di lamette da barba, trovate chissà dove - come si capì dopo dagli abitanti triciati.
«Pazzi siete?  Mai pace né in terra né in cielo avrete, se oserete mettere le mani sopra un ministro di Dio!».
«Levatevi di mezzo, bigotte!».
«Eretici!  Ecco quello che siete, eretici!  Eretici e scostumati!». Si difendevano le Dame.
«Eretico è colui con il diavolo che ci ha in corpo!».
«Preti come quello vanno impiccati!».  Replicavano dalla chiesa.  Ed uno, con malizioso riferimento a donna Mariangela, aggiunse:  «E anche altro vorrebbero!».
La resistenza durò appena il tempo di scambiarsi tali improperi. Però, frantumato il baluardo opposto dalle Dame, la gente, riversatasi in sacrestia, si avvide che il parroco era sparito.  Inutilmente lo cercarono dentro gli armadi e nei mucchi di santi smessi.  Don Gesuino, vista la mala parata, scavalcata la finestra, era corso a barricarsi in casa sua.
Al prete non ci pensarono più:
«Che vada in malora!  La processione la faremo lo stesso…».
Ma gli anziani obiettarono:
«Una processione senza prete è come senza Santo.».
Allora una donna lanciò l’idea, così senza parere:
«E perché non ci mettiamo Chiccheddu?  Sa leggere il Vangelo e sa guarire spaventi e malocchio meglio di un prete.».
L’idea venne raccolta, brevemente discussa e accettata.
Nicodemo mandò la nipotina scema a cercarlo:  doveva essere lì attorno.    Trovatolo, lo trascinarono in sacrestia dove lo misero al
corrente della questione intanto che gli mettevano addosso i paramenti sacri.
«Ma io…  io non sono degno…  ecco…», si schermiva Chiccheddu.  «E la giustizia, poi?…», borbottava preoccupato.
Non aveva resistito a lungo.  Infine convinto, e compiaciuto, si era inginocchiato segnandosi con un ampio lento gesto, chinandosi fino a baciare le tavole del pavimento, come aveva visto fare ai preti sull’altare.
«Sia fatta la volontà di Dio!».  Mormorò.
«Ora devi prendere Sant’Antonio dalla nicchia e devi metterlo sulla portantina…».  Gli suggerirono Nicodemo e gli altri del Comitato.
«So io quel che si deve fare!».  Rispose secco Chicheddu e avanzò lento e ieratico fino alla nicchia, aprì con compunzione rituale la teca a vetri dopo essersi segnato tre volte, si inginocchiò a recitare tre Pater, tre Ave e tre Gloria prima di toccare Sant’Antonio che dall’alto gli sorrideva con occhi azzurri e gesto benedicente.
La gente si accalcava attorno, muta e riverente, osservando in ogni particolare il compiersi del rito.  E quando il Santo, seppure con una certa fatica, fu incastrato nella sua sede sulla portantina, i clamori di gaudio furono immensi.
«Soltanto un prete o un’anima benedetta da Dio può toccare Sant’Antonio senza cadere fulminato…».  Spiegava ai giovani un vecchio barbuto.
Le donne piangevano di commozione.
La processione si compose nel piazzale di chiesa secondo la tradizione:  la Confraternita davanti con il crocifisso nero;  i cavalli bardati a festa e il Santo portato a spalla da quelli del Comitato; Chiccheddu coi paramenti sacri sotto il baldacchino di seta gialla frangiata d’argento;  infine tutto il popolo, prima gli uomini, a capo scoperto, dopo le donne e i bambiniw.
«Meglio di un prete è!».  Commentavano, ammirando Chiccheddu nell’incedere lento e solenne, nell’intonare le preghiere con voce profonda di basso.
E per dispetto, la processione passò due volte nella strada di don Gesuino, il quale spiava dietro la finestra del primo piano, rodendosi impotente dalla rabbia.

La sera stessa, avvertito non si seppe mai da chi, arrivò Monsignore, il vescovo.
Appena la grossa macchina nera attraversò il paese, la notizia si sparse in un baleno e la gente cominciò ad affluire al centro, riunendosi davanti alla canonica.
Il vescovo rimase quasi due ore in casa di don Gesuino.  Davanti alla porta stavano di guardia l’appuntato e due carabinieri armati di moschetto.
«Adesso lo imbottirà ben bene di frottole contro di noi!».  Si dicevano delusi, spiando la finestra al primo piano che si era illuminata.
Finalmente Monsignore uscì, seguito dal prete.  La gente si era devotamente inginocchiata, gli uomini si erano anche scoperto il capo;  ma non ricevettero alcuna benedizione.
«C’è riuscito, sì, quell’eretico, a mettere Monsignore contro di noi!».
Il vescovo, con un cipiglio che non prometteva nulla di buono, era salito in macchina dirigendosi dritto verso la chiesa.
Riempitasi tutta la chiesa - pigiati fino al marmo degli altarini nelle cappelle - Monsignore, vestiti i paramenti, con mitra patorale, salì sul pulpito.
Don Gesuino se n’era rimasto da parte, nell’angolo in ombra accanto alla porta di sacrestia, con un’aria imbronciata.  Nessuno lo degnava di uno sguardo.
«E’ con sommo dolore e con profondo rammarico che noi parliamo…».  Aveva esordito il vescovo.
Lo ascoltarono con devozione filiale, quando ammonì che «il gregge deve sempre seguire il proprio legittimo pastore se vuole trovare la giusta via, la via che porta nel beato regno dei cieli» e quando li accusò di sacrilegio «avendo ricoperto di sacre vesti spalle non consacrate» e di avere «profanato il tempio del Signore usando Santi che vi dimorano e la cui custodia è affidata esclusivamente a mani sacerdotali, le quali, soltanto, possono osare toccarli.».
Ma quando si schierò nettamente dalla parte di don Gesuino, giudicando «giusto e insindacabile l’operato di un sacerdote ufficialmente consacrato dalle autorità religiose e cioè da Dio stesso», qualcuno cominciò a disapprovare tossendo e mugugnando.
«Come?  Monsignore si mette dalla parte di quell’eretico?». 
Brontolavano, passandosi i commenti dall’uno all’altro, fino a farli giungere ai molti rimasti fuori per mancanza di spazio.
«Monsignore sta dando ragione al prete!».  E furono appunto quelli di fuori che, avendo adocchiato un mucchio di ghiaia grossa, di quella per riparare la strada, cominciarono a riempirsene le tasche, avvicinandosi il più possibile al portone spalancato.  Da sopra le teste, nella penombra, vedevano il vescovo gesticolare irosamente nel concitato sermone;  udivano appena il brusio delle parole, superato a tratti dal brontolio della folla.
«Dice che dobbiamo chiedere perdono al parroco pubblicamente…».
«Vuole che gli consegnamo immediatamente Chiccheddu per mandarlo in galera…».
«Dice che quello è il nostro parroco e che per forza dobbiamo tenercelo e rispettarlo…».
Si udirono delle grida dentro la chiesa:  «NOn lo vogliamo!  Non lo vogliamo!».
E quelli di fuori cominciarono a lanciare manciate di ghiaia che andò a finire picchiettando sul marmo del pulpito.
Il vescovo allibì.  Il viso gli si fece paonazzo: «Pagani selvaggi!».  Riuscì a dire con voce strozzata, scendendo a precipizio la scaletta.
Eppure, la folla, gelida, senza guardarlo in faccia, si aprì rispettosa al suo passaggio.
Egli salì sull’altare.  Don Gesuino lo raggiunse. Gli sussurrò qualcosa all’orecchio, fece un cenno per chiedere silenzio, aprì la bocca per parlare.
Fischi e urla lo zittirono.
Il vescovo, ora pallido come un cencio bucato, sollevò la mano sinistra…
«Ci vuole scomunicare!».  Avevano pensato in un baleno;  e la scomunica è cosa che fa andare male una creatura per tutta la vita…
La marea umana tumultuò, lanciandosi contro l’altare per fermare il gesto irreparabile…
Non si seppe mai come, ma il vescovo e don Gesuino fecero a tempo a raggiungere la sacrestia e a fuggire scavalcando la solita finestra.
Quando si ristabilì un po’ di ordine, si ritrovarono la mitra calpestata a brandelli e il pastorale frantumato in cento pezzi.
Ognuno, tornandosene a casa, volle portarsene un pezzetto come reliquia.
Avvenne così che, non solo evitarono la scomunica, ma guadagnarono un talismano che si dimostrò molto utile, quando, sul finire dell’estate, scoppiò in paese un’epidemia di tifo.
E il prete - raccontano i vecchi - ebbe il premio che si meritava:  morì annegato nella marina di San Giovanni.  Fu Sant’Antonio, offeso, che pregò San Giovanni di giustiziare l’eretico.
 


Clara la pazza

Clara la pazza ha appiccato il fuoco alla legnaia e c'è salita sopra.
Zio Anselmo è corso al campanile di chiesa, appena visto il chiarore dell'incendio levarsi come un sole alto fra le case; ma la voce s'è sparsa più rapidamente dei rintocchi e la gente è arrivata portando forconi, funi e secchi.
La legna arde crepitando; il fumo denso rossastro sale nel cielo senza vento; Clara la pazza si vede solo a tratti; urla parole incomprensibili con bocca spalancata e occhi spiritati; si agita e si contorce come presa da una frenetica danza; si piega ora a destra ora a sinistra, per scuotersi poi in avanti e in dietro, rigida come un burattino.
I pozzi sono pochi e lontani.  L'acqua dei secchi e dei barattoli sulla legnaia è come uno sputo sui carboni di un braciere: soffia e sfrigola in una nube di vapore.
Alcune donne hanno dato mano a lunghe pertiche che infiggono nelle fiamme grigie di fumo, nel tentativo di buttarla giù, seppure ha potuto resistere viva tanto a lungo, danzando in quell'inferno.
"L'inferno l'ha partorita; l'inferno se la riprende."  Borbottano rosse in viso, continuando a spingere senza convinzione le pertiche che bruciano anch'esse.

Nessuno, in paese, sa da dove sia giunta Clara la pazza.  L'aveva incontrata, molti anni prima, un contadino.
Era ancora fanciulla, allora.  Vagava fra i giunchi e le erbe delle paludi, come un animale smarrito.  Proprio come un animale era, che non sapeva pronunciare altro se non "Uh uh" con, la sua gola gozzuta.
L'uomo aveva preso dalla bisaccia una fetta di pane e lei lo aveva divorato famelica, accucciandosi per terra.  Poi lui l'aveva portata dietro il muretto di una baracca e lei lo aveva seguito, tendendo ancora la mano alla bisaccia, mugolando "Uh uh", in tono di supplica.
Clara la matta aveva visto il sole ruotare come una girandola nell'azzurro sbavato; con la schiena sulla terra aveva sentito un grosso peso premere fino a farla sprofondare come un sasso nella melma; poi la faccia dell'uomo ansimante le aveva nascosto il sole.
Prima di andarsene egli le aveva messo in mano un'altra fetta di pane. 
Adesso non sentiva più nel ventre il grido della fame, ma quello nuovo, più cupo, della paura.
Era rimasta dietro il muro a mugolare, a guardare affascinata il ruotare del sole e della propria angoscia.
In paese si era sparsa la voce che una cagna, figlia del diavolo lussurioso, tentava gli uomini soli nei sentieri, tra le macchie del cisto, nelle gole dei monti, apparendo improvvisa come un fantasma.  Prendeva per mano gli uomini che diventavano deboli a quel contatto.  Saltava come una capra, scoprendosi impudica il grembo, mugolando bavosa "Uh uh", accennando alla bisaccia.  Avuta la fetta di pane, la teneva stretta al petto con le mani, e si sdraiava immobile a guardare il riverbero della luce sulle pareti di granito costellato di piccoli specchi.
Qualche volta, nelle notti chiare di luna, appariva nei pressi del paese. 
Frugava nei letamai, negli ovili.  Le donne si facevano il segno della croce, prima di lanciarle un sasso.
Gli uomini nascondevano come una vergogna l'averla incontrata.  Eppure, nelle lunghe giornate trascorse solitarie tra cielo e terra, masticando il pane e il formaggio, appoggiati al tronco di un ulivo, sentivano un che di dolce nel pensare di vedere apparire la sua testa arruffata, i suoi occhi spalancati, la sua bocca larga carnosa che altro non poteva dire se non "Uh uh".  E mettevano da parte una grossa fetta di pane e un pezzetto di formaggio.  Sentivano la durezza della solitudine sciogliersi, quando le accarezzavano la schiena o le scuotevano la testa ricciuta o al contatto della piccola mano che li guidava verso un anfratto.  Ma la notte, accanto al focolare vedevano la sua immagine formarsi immobile fra le fiamme, apparire da sotto le braci dalla cintola in su, come anima del purgatorio. 
Recitavano allora un Atto di Dolore, ripromettendosi di confessarsi al prete, alla prima domenica.
Clara la pazza vagava da molti anni per le campagne e sui monti; nessuno sapeva dove riparasse il suo sonno nelle gelide notti d'inverno.
Per quasi tutta una stagione, nei primi anni del suo apparire, aveva abitato una tettoia diroccata fuori paese, giù verso la radura e il ruscello di don Peppe.
Si rintanava in quell'angolo protetto, quando sui picchi di granito i demoni giocavano a fare rotolare i fulmini come valanghe luminose, quando il vento gelato filtrava nei tetti e nei muri infilandosi come spina in una veste dalla trama logora. 
Allora la si sentiva uggiolare e ululare, Clara la pazza, quella strana creatura scaturita dall'inferno per dannare gli uomini.
Quasi una stagione era rimasta in quel covo.  Fino a quando la gente scoprì la sparizione dei pani e il furtivo uscire notturno dei ragazzi, a frotte per farsi compagnia e coraggio, per andare ad accoccolarsi a turno fra i sassi e le ortiche, accanto al demonio, dopo aver deposto in un canto il pane benedetto.
S'erano passata la voce, le donne, ed erano corse armate di pertiche per strappare i loro ragazzi alla tentatrice e per ricacciarla lontano sui monti.  Avevano lasciato le fanciulle tremanti di freddo e di paura a dire gli scongiuri e a custodire le culle; ed erano corse tutte, imprecando.
"I ragazzi no; loro sono innocenti, non si sanno difendere, loro.  Che ritorni all'inferno, da dove è venuta, quella strega!".
Qualcuna aveva staccato il crocifisso dal muro di casa e lo brandiva alto, agitandolo, per atterrire il maligno.
Non erano riuscite ad agguantarla, la strega, perché correva come una capra, a balzelloni, portando fra le braccia e il petto quanti pani più poteva.
L'avevano rincorsa con i sassi e con urla per una buona mezz'ora su fino alle rocce.  Dopo avevano dato fuoco a ciò che restava della tettoia e diroccato quanto restava del muretto di pietre.
Per molto tempo non la rividero più, neanche i pastori che salivano ogni mattina a portare il latte dagli ovili con i bidoni dentro le bisacce in groppa agli asini.
Ritornò con il bel tempo, macilenta e triste, mugolando più aspro il suo "Uh uh".
Gli uomini le avevano presto perdonato quel suo abominevole aver tentato l'innocenza dei ragazzi; avevano dimenticato gli scongiuri delle donne e gli ammonimenti del prete, creature deboli, ripresi dalla follia della solitudine che fa il cuore duro come il vetro e come il vetro lo fa fragile.
 Avevano ripreso presto l'abitudine di conservare in fondo alla bisaccia una larga fetta di pane e di attendere con dolce batticuore il suo "Uh uh" improvviso dietro un cespuglio di lentischio.
"Anche un diavolo - se gli angeli non osano mettere piede fra gli uomini - anche un diavolo può lenire l'infinita pena di chi è solo."  Aveva concluso il suo lungo vegliare il prete, una notte in cui la grandine e il vento avevano pianto e urlato sui tetti.

Clara la pazza è adesso risprofondata nell'inferno: i pali della legnaia hanno ceduto; fuoco e fiamme sono precipitati di schianto con un crepitante esplodere di scintille che ha fatto indietreggiare tutti.
Rientrano cupi alle loro case, coi secchi e i forconi inutili, dicendosi "buonanotte" sugli usci socchiusi.
Le donne sospirano di sollievo e di pena, pensando sgomente al mistero del bene e del male, stringendosi ai loro uomini come impaurite d'essere vive.
E gli uomini non avranno altro che il suono della loro voce, ora: il ritmo di una nenia triste che scivola sul silenzio ondoso dei colli o s'avvolge alle scure guglie dei monti o si adagia sulla breve vallata, dove, nelle notti serene, balugina sinuoso il ruscello, simile ad un argenteo sbavare di lumaca.
 


I velleitari


Quando il daziere, signor Cicala, fece domanda d'iscrizione al Circolo di Lettura, la risposta fu no.
Ritornò a casa con un diavolo per capello. Marietta, fiutata l'aria di burrasca, s'era rintanata in cucina.
"Inaudito! Rifiutarmi l'iscrizione al Circolo..." Brontolava, interrompendo il suo concitato misurare a larghi passi la stanza con qualche pugno pesante sul tavolo.
"Di certo c'è lo zampino di don Crispino, quello sporco fascista..." Pensò, lasciandosi andare nell'abbraccio rilassante familiare della sua poltrona. Di fuori si sentì ammorbidire, ma di dentro i pensieri cominciarono a scaturire con tutta la loro naturale veemenza.
"Siamo ridotti fino a questo punto, in Italia... il cittadino discriminato e umiliato. E si viene a parlare di libertà e di democrazia. Ma non mi facciano ridere! ne so io qualcosa di questa decantata libertà... L'ho capito sì, che il mio trasferimento da Roccastra a Pinello è opera di intrighi operati in alto loco. E che non lo so, che la polizia mi tiene schedato? Onore, mi fanno.... Eh, se a Pinello ci fosse un'opinione pubblica! Gente che ha paura... dicono che è meglio un pezzo di pane raccattato in silenzio che tirar cinghia con la soddisfazione di levar la voce. Sottoproletari! schiavi senza dignità umana!"
A Pinello, un paesino arrampicato sul costone di un colle brullo con le ultime case degradanti fino a scivolare nella melma delle paludi, egli era venuto contro voglia. Le zanzare, di notte, lo assalivano a nugoli, se lasciava aperto appena appena uno spiraglio di finestra e il fetore dei pomeriggi assolati saliva dalle paludi piene di immondezza. Ma alloggiava in una delle migliori case del paese - quattro stanze, cucina e cesso in muratura nel cortile acciottolato - e Marietta sfaccendata da mattina a sera, fazzolettone annodato sulla nuca e scopa in mano, per mantenergliela coi pavimenti lucidi come specchi e i mobili senza un granello di polvere.
Nella penombra fresca della camera da pranzo, sprofondato nella poltrona, caffé e sigarette a portata di mano, amava starsene, dopo i pasti, un'ora o due "a far girare le rotelle del cervello", com'egli diceva. La fratellanza universale era il motivo affascinante che lo impegnava ogni pomeriggio. Appena finito di sparecchiare: "Vestaglia, caffé e scuri chiusi!". Marietta, dopo qualche urlo, era divenuta discreta e si appartava tra cucina e cortile .
Di faccia alla poltrona teneva appesa la grande litografia, una "Presa della Bastiglia", di autore ignoto. Questo quadro aveva una sua storia: durante il suo primo viaggio a Roma, in occasione di un convegno del partito, una sera, un improvviso acquazzone aveva interrotto il suo girovagare da piazza Esedra a piazza Venezia. S'era rifugiato in uno stanzone ingombro di quadri. Fra gli altri dipinti, montata su cavalletto, c'era la litografia: una giovane donna con le poppe nude destò subito la sua attenzione. Impugnava alta una bandiera rossa incitando la turba dei sanculotti contro i cannoni della Bastiglia, le cui torri affollate di armati apparivano nella foschia dello sfondo azzurro. Colori bellissimi. Le fattezze della fanciulla guerriera, un corpo opulento appena velato all'altezza del grembo che traspariva pieno e biondo, destarono in lui un misto di sensazioni dolcissime. Era commovente la fede di quel viso roseo, la fierezza di quei capelli biondi ricadenti sulle spalle, la forza di quegli occhi azzurro-verdi, l'amore all'ideale rivoluzionario chiaramente espresso nella rossa bandiera levata in alto. "Il simbolo umano della libertà, l'espressione di un ideale ben più convincente di qualunque trattato", si era detto, ammaliato. Non aveva saputo resistere alla tentazione di fare un'offerta.
Ogni pomeriggio, dopo qualche minuto di contemplazione davanti alla "Presa della Bastiglia", socchiudeva gli occhi, si appisolava. Non gli riusciva mai di vincere la sonnolenza pomeridiana; si preoccupava anzi nel constatare che il tempo "riflessivo" diveniva ogni giorno più breve rispetto al successivo tempo "distensivo". "Forse transitoria debolezza dovuta al nefasto clima di Pinello", si era giustificato.
Appena socchiudeva gli occhi, la scena della litografia si animava, svolgendosi in piacevoli sequenze, come un film in tecnicolor. La donna dalle poppe nude agitava la bandiera, parlava con voce severa e appassionata arringando la folla... la vittoria arrideva immancabilmente. Il finale andava al di là della naturale conclusione (nel cielo azzurro terso appariva scritto a grandi lettere d'oro FRATERNITE' EGALITE' LIBERTE' e tutti se ne tornavano felici a casa loro) quando gli capitava di restare, unici sopravvissuti sulle macerie della fortezza espugnata, fra i cadaveri dei combattenti, lui e la donna dalle poppe nude. Si prendevano per mano e avanzavano, reggendo a turno la bandiera rossa, in un lungo viale di platani che finiva dinanzi al palazzo reale. Salivano la gradinata. A lato, apparsi come per magia, si allineavano granatieri della repubblica in uniforme di gala con le spade sguainate sull'attenti. Penetravano nella penombra di sale sfarzosamente arredate, deserte, fino al trono vuoto di raso rosso, dov'essi contegnosamente sedevano.
Di solito finiva qui il fantasticare, tra veglia e sonno, del signor Cicala. Ma da qualche tempo - fosse la primavera inoltrata, fosse la cucina un po’ pepata di Marietta - la vicenda tendeva a concludersi in una camera tappezzata a fiorellini rosa, di stile rococò, in un monumentale letto con gli angioletti dorati e le cortine rosa.
La prima volta, cosciente dell'allegoria, era rimasto sconcertato. Finì per ridere di sé, d'essere andato a letto col "Proletariato".
Quel pomeriggio, il signor Cicala, dopo aver mangiato un boccone di malavoglia, si adagiò nella poltrona e gettò un'occhiata distratta alla oleografia, ma non ne ebbe alcun ristoro, il suo orgoglio ferito.
"Ecco la prova del loro illiberalismo! Temono la voce della verità..." si diceva. "Pinello! in un bel paese sono caduto! pecore, letamai, zanzare, sanguisughe... della razza di don Crispino. Già, gli animali prendono cattivo esempio dagli uomini. Civiltà cattolica apostolica romana... ma c'è mai stata in Danimarca questa gente meschina? Quella è gente civile; ti puoi perfino sdraiare per le strade senza impolverarti... che la gente osi buttare una sola cicca di sigaretta per terra! qui ci sputano e ci cacano, per strada e in ogni cantone. Primitivi sottoproletari. Ecco che cosa sono. Dove gli si fa buio si coricano. Ma ben gli sta, a questa gente; hanno i don Crispino che si meritano..."
Tardava a trovar riposo, così agitato nei suoi pensieri. Ben presto, però, sullo scoraggiamento e sulle recriminazioni per le difficoltà della situazione, prese il sopravvento la fede nei principi; la coscienza delle proprie non comuni doti rivoluzionarie lo riconfortarono.
"Hanno paura di me, questo è certo. Hanno pensato: Se gli diamo spago, lui, con la sua dialettica marxista, ci mette tutti spalle al muro e corriamo il pericolo di perdere i privilegi che abbiamo; e persino la faccia, ci perdiamo, davanti alla gente... Questo hanno pensato e non altro."
Nel suo dormiveglia fantasticava di mettersi alla testa dei paesani, divenuti ribelli spartachiani, con i quali sarebbe sceso dai monti, monti dirupati ed aspri, per mettere a ferro e a fuoco quel covo di reazionari, il Circolo di Lettura presieduto da don Crispino. Finì per appisolarsi, come al solito.
Quando si svegliò, aveva deciso - gli fosse costato lo stipendio!, - di aprire un Circolo Proletario proprio di fronte a quello di Lettura. Quel fascista di don Crispino sarebbe schiattato dalla bile....
Il sole, che già si levava alto, illuminava una striscia di parete in cucina, dove era solito lavarsi e sbarbarsi.
Controllava quotidianamente allo specchio ogni più piccolo mutamento del viso. Trovò che le preoccupazioni scavano rughe e si sentì riempire tutto di doloroso rammarico misto a risentimento perchè un libero cittadino è costretto in uno Stato democratico a tribolare, a invecchiare precocemente per affermare i propri sacrosanti diritti.
"Non esageriamo... non è che sia vecchio." Borbottò, assumendo davanti allo specchio la migliore faccia che egli si concedesse. "Quando si avvicina la calura estiva, il mio fisico, non c'è dubbio, ringiovanisce visibilmente. Nessuno direbbe che ho quarantacinque anni... e, bisogna dire, passati sotto ogni intemperie. Vorrei vederli, certi giovincelli d'oggi, al par mio! Non ci sanno fare; sono nati stanchi, snervati, abulici, apatici... vogliono la pappa pronta."
Guardando l'orologio si avvide che il tempo disponibile per la ginnastica mentale mattutina era finito. Si alzò rassettandosi la piega dei pantaloni ed uscì, avviandosi in direzione della casa di Antioca la vedova.

Non c'era episodio di vita paesana, vero o inventato; non c'era pensiero o atto, espresso o compiuto nell'area civica, che non passasse, ben sminuzzato, al vaglio dei soci, assisi a perenne congresso fra le quattro mura del Circolo di Lettura. Il brigadiere vi risolveva i casi più difficili e complessi, dalla sparizione di galline ai pascoli abusivi; il parroco vi attingeva confortevoli suggerimenti per la sua missione pastorale.
Il cavalier Aristide Porru lo aveva fondato trentasette anni prima, abbonandolo di tasca sua al "Popolo d'Italia". Per questo lo avevano battezzato Circolo di Lettura. Morto il cavaliere, fu acclamato Presidente vitalizio suo figlio don Crispino, appena rientrato da un campo di concentramento inglese nel Kenia; ed egli, volendosi mantenere fedele al passato, rifiutò di abbonare il Circolo a qualsiasi nuovo foglio, plutocrate borghese o bolscevico. L'unica lettura che vi si facesse, perciò, era quella delle carte, in particolare dei tarocchi, che nell'ultimo periodo furoreggiavano fino alle ore piccole. Si giocava nella saletta apposita, attigua all'ingresso. Nell'ingresso, invece, i soci se ne stavano seduti in semicerchio, faccia a strada, per godersi il sole e per veder passare le donne.
La notizia scoppiò come una bomba. La portò la sera stessa il professor Caio, il figlio della verduraia.
"Quel bolscevico del daziere!... chi se lo sarebbe mai immaginato!?" Commentarono.
"Non sarà mai! Un Circolo bolscevico a Pinello, mai!" Urlò don Crispino, tambureggiando nervosamente col pugno sopra il tavolo.
"Qualcuno gli ha dato retta. Pare, il maestro Riccio."
"Buffone!" Sibilò sotto i baffi l'avvocato Giri, il socialdemocratico, "Buffone, lui e quei due o tre mentecatti che riuscirà ad infinocchiare."
"Me ne voglio occupare personalmente, come esige la gravità del caso." Chiuse ogni discussione don Crispino, gettando via la sigaretta. E uscì con passo marziale, impugnando l'alpenstock.
"Quando ci si mette don Crispino non c'é barba di bolscevico che resista..." Si tranquillizzarono i soci del Circolo. E si rimisero a giocare a carte.

La signora Antioca, rimasta vedova a venticinque anni, non aveva più voluto riprendere marito, nonostante i molti pretendenti che le ronzavano attorno come moscerini su vino aceto. La buon'anima, brigadiere di finanza in pensione, le aveva lasciato terre, case e greggi; e lei, per riconoscenza, lo teneva appeso nell'ingresso, proprio nella parete di fronte alla porta, in modo che chiunque, entrando, potesse notarlo: la buon'anima, attillata nella divisa militare, poggiava una mano sopra un esile tavolinetto e teneva l'altra sull'anca con il gomito ad angolo retto, reggendosi, con raro equilibrio, su un solo piede, poiché l'altro lo teneva incrociato con la punta dello scarpone che appena sfiorava il tappeto.
Alle comari che da trent'anni la tentavano di continuo - "Che ci pensasse bene, ché la vecchiaia è cosa brutta da passarsi soli" e "che una casa senz'uomo è come una chiesa senza Dio e senza prete" - lei, lacrimando, salendo sulla sedia a lustrare con la manica della blusa il vetro della buon'anima, rispondeva: "Lo so, lo so che faccio male... Ragione avete. Ma il cuore non mi basta...". E sospirava, levando gli occhi al cielo.
Da qualche tempo si era portata in casa Assuntina, per opera di carità e per far tacere le male lingue, sul conto del servo pastore che dormiva nella cucina durante l'inverno. Assuntina era arrivata vestita di stracci e piena di pidocchi; l'aveva rivestita e ripulita, a patto che non rivedesse più la famiglia, quell'ubriacone di suo padre e quella disgraziata di sua madre che si faceva succhiare il sangue da una torma di figli sfaticati, incapace di cacciarli fuori casa a pedate, a zappar grano o a pascere pecore.
La signora Antioca si stupì non poco della visita di don Crispino. Lo fece accomodare sul sofà e gli sedette di fronte, con le mani sul grembo.
"Quale buon vento, don Crispino?". Esordì, con tono di circostanza.
"Brutte nuove, brutte nuove ". Borbottò lui, accendendosi una sigaretta.
Lei avvicinò la sedia con un colpo di reni, fino a sfiorare con le proprie ginocchia quelle dell'altro. Incrociò le braccia al petto, protese il volto:
"Non me lo dica, don Crispino mio!" Esclamò in falsetto.
Egli poggiò il mento sull'impugnatura dell'alpenstock. "I senza Dio vogliono metter piede a Pinello". Pronunciò lento e cupo. Lei si segnò, spalancando la bocca.
"Si, è così. E la loro chiesa, la chiesa del demonio, vogliono arredarla e consacrarla proprio in casa sua, signora Antioca!".
"In casa mia? ... Ma in quale, se è lecito sapere... di case ne ho tante, grazie a Dio e alla buon'anima..." chiese, volgendo uno sguardo tenero al defunto incorniciato.
"Quella di fronte al mio Circolo." Specificò.
"Ma no, non è possibile... quella me l'ha chiesta proprio oggi il daziere, per metterci un ufficio."
"Altro che ufficio, signora mia! Un covo di bolscevichi vuole farne... metterà alle pareti immagini diaboliche e scostumate e davanti ad esse consumeranno orge, lui e i senza Dio di Pinello."
Se don Crispino aveva inteso spaventarla, ci era riuscito in pieno: lei si segnò due tre volte mormorando "Libera nos Domine!"
"Sono qui per aiutarla, per levarla da ogni responsabilità, mi creda... gli levi una scusa, gli dica che quella casa l'ha già promessa ad altri. Badi bene: lei sarà complice di ciò che si farà in una casa che le appartiene!"
"Ma gliel'ho già promessa...."
"Gli dica che ha cambiato idea."
"Mi ha dato pure la caparra!"
"Gliela renda. Le costerà il doppio di quanto ha ricevuto. La reputazione innanzi tutto..."
La signora Antioca scosse il capo, imbarazzata e addolorata:
"Il guaio è che ho firmato il contratto per un anno... Ha fatto tutto lui, a tamburo battente... diceva che era molto urgente, ragioni d'ufficio. Il signor Cicala è capace di trascinarmi in tribunale, se io....."
Don Crispino non finì di ascoltarla: uscì senza salutare, segnando con l'alpenstock il ritmo della propria agitazione.

La signora Antioca, gettatasi lo scialle sulle spalle, corse preoccupata alla canonica....
Don Baldino aveva la fiducia dei suoi parrocchiani. Appena consacrato vicario di Pinello aveva palesato l'ambizione di ordinare modernamente il gregge, cominciando dall'edificazione di un nuovo ovile che onorasse nella sua magnificenza la gloria di Dio.
I pinellesi lo avevano seguito, affascinati dal suo dinamismo e s'erano anche cavato il pane di bocca per l'orgoglio di possedere un altare lucido di marmi, una cupola decorata e un campanile alto quasi trenta metri.
Per la loro nuova chiesa - la facciata restava però da finire per mancanza di fondi - i pinellesi erano tenuti in gran considerazione e invidiati dagli abitanti di tutto il circondario. Nelle controversie di ogni genere che spesso sorgevano tra i vari paesi, sui pascoli e sui fitti dei seminativi, sulle sparizioni notturne di bestiame, sulla manutenzione della strada comune e sui matrimoni, essi, i pinellesi, ne uscivano sempre trionfanti, non appena, con disprezzo, gettavano in faccia agli avversari le loro chiesuole dirute e polverose.
Don Baldino s'era anche battuto con monsignor Deriu, segretario del Vescovo - e i pinellesi lo avevano ancora una volta seguito compatti - affinché san Giacomo, malamente allogato in una chiesetta di campagna ai confini col territorio comunale di Malerba, fosse più dignitosamente onorato in una cappella della nuova chiesa e più precisamente nella cappella di faccia a quella di santa Barbara, con la quale, come si sa, egli conserva le chiavi del Cielo.
I malerbesi si erano puntati, minacciando una rappresaglia in forze se i pinellesi non avessero restituito il santo, trafugato nottetempo. E accusarono don Baldino di complicità. Il tumulto ci fu; ci furono feriti da ambo le parti; ci fu un intervento del prefetto.
Don Baldino si dimostrò ottimo stratega: riuscì a schierare dalla sua parte il Vescovo, il quale, con suo decreto, assegnò definitivamente ai pinellesi san Giacomo e personalmente - per l'occasione a Pinello fu gran festa, mentre a Malerba i comunisti aprivano una sezione di protesta - pose la statua nella nicchia a vetri sull'altarino della cappella.
L'unica assillante preoccupazione di don Baldino erano i debiti - proprio ora che cominciava a organizzare i gruppi di azione cattolica. - I creditori non gli davano più requie. Qualcuno aveva perfino minacciato, salvo la tonaca consacrata!, di trascinarlo in tribunale... quel giudeo del marmista, per esempio, per due miserabili milioni! Sovente rifletteva sulla incomprensione e sulla ingratitudine umane. Alieno dalle miserie terrene, egli era costretto, suo malgrado, a stare lunghe ore a far conti su registri e fatture. E se non fosse stato per quella sua benedetta vocazione di magnificare il Signore alla maniera di Salomone, davanti al cumulo delle cambiali protestate, avrebbe rinunciato all'improba fatica di riformare le leggi aritmetiche che, troppo materialmente, esigevano tanti quattrini per tanti acquisti.
La signora Antioca lo trovò intento nei suoi calcoli, sciarpone di lana attorno al collo e tazza di vino bollente sulla scrivania. A maggior prova, il Signore gli aveva mandato uno di quei raffreddori che non risparmiano nessuna parte del corpo, che cominciano col prurito al naso e finiscono coi dolori alle ossa.
Don Baldino l'ascoltò pazientemente fino alla fine, senza interromperla, com'era sua abitudine confessionale; preparandosi intanto le frasi di risposta.
Il raffreddore lo costrinse ad essere breve: "Lei non è del tutto responsabile di quanto è accaduto, anche se aveva il cristiano dovere di essere più cauta, chiedendo consiglio al confessore. Ormai... cosa fatta, capo ha. Il contratto" - diede un'occhiata al foglio, "non specifica quale uso l'affittuario debba fare della casa... perciò la legge, da quella parte, niente. Il bollo è regolare... se poi non lo fosse, tutt'al più ci scapperebbe una multa... Niente da fare! O meglio, c'è un solo modo per difendersi dal male: sradicarlo e gettarlo nel fuoco, come ci insegnò Nostro Signore Gesù Cristo... " E i mietitori entrarono nel campo di grano, strapparono il loglio, la gramigna e le altre erbacce che diedero alle fiamme". Nella fattispecie: la gramigna che si è radicata nel grano di Pinello è quell'ateo del daziere.... Purtroppo, i tempi sono tempi di libertà divenuta licenza e di verità divenuta demoniaca opinione... Lei, signora Antioca, è donna influente e stimata; si faccia promotrice di una petizione popolare che lo dichiari indesiderabile... appoggerò io stesso la cosa presso monsignore il Vescovo che non mi rifiuterà il favore e se del caso impegnerò l'onorevole Chiretti, il quale si dimostra assai sensibile nella difesa della libertà della Religione."
La signora Antioca lo ascoltò devotamente.
Poi gli confidò che, per sgravio di coscienza, aveva pensato di versare nella cassa "pro erigenda facciata di Chiesa" ogni somma che le era dovuta dal signor Cicala per l'affitto di casa.
Don Baldino trovò molto gradita a Dio una tale penitenza e, facendo mentalmente il conto di dodici mensilità di fitto a lire quindicimila ciascuna, si rallegrò, riconoscendo che anche nel male, mai si deve dubitare della Divina Provvidenza poiché le vie del Signore sono infinite.

Intanto don Crispino non perdeva il suo tempo.
La battaglia per i locali segnavano un punto a favore dell'avversario; ma se avesse convinto il maestro Riccio a ritirare l'adesione - "quel testone si atteggia a marxista soltanto perché gli sono capitate fra le mani le "Lettere dal carcere" di Gramsci..." - il daziere sarebbe rimasto completamente isolato. Neppure uno di quei due o tre straccioni notoriamente bolscevichi avrebbe avuto il coraggio di unirsi a lui, di esporsi così sfrontatamente.
Compare Salvatore Riccio , il padre del maestro, era rientrato mezz'ora prima dalla campagna; aveva staccato il cavallo dalla carretta e, preceduto dall'animale coi finimenti penzoloni, aveva fatto il suo ingresso nella cucina.
"Gesù Cristo!" Aveva salutato e aveva raggiunto il cavallo sotto la tettoia del cortile mettendogli davanti il saccone di avena fresca, falciata di passaggio nel primo campo incustodito.
"Già te la sei meritata anche oggi." Aveva detto all'animale rivolgendogli uno sguardo carezzevole e si era avviato al pozzo per riempir d'acqua la secchia.
Più tardi comare Isabella diede fuoco agli sterpi per ravvivare la cucina e riscaldare la cena di lenticchie, intanto che il suo uomo si liberava dagli scarponi e dalle pezze, massaggiandosi uno ad uno le dita dei piedi per riattivare la circolazione del sangue.
Compare Salvatore, lungo e scarno come un Cristo in quaresima, era mite e taciturno. All'alba, appena alzato, le sue uniche parole erano per Otello, il cavallo pezzato, ch'egli andava a salutare sotto la tettoia:
"Ti sei rimesso le ossa in sesto, briccone?"
Gli chiedeva affettuoso, con voce dolce, arcuando la schiena ancora rattrappita dalla stuoia, buttandogli una bracciata di paglia. Poi attingeva una secchiata dal pozzo, si lavava la faccia, facendo con le labbra un rumore del diavolo per scacciar l'acqua dalla bocca.
"Ave Maria!" Salutava, dopo aver gettato aratro o erpice sul carretto, accomiatandosi.
"Gesù Cristo!" Salutava al tramonto, rientrando.
Comare Isabella - una donnetta fine e minuta di un metro e mezzo, si e no - era tanto chiacchierona e aggressiva, quanto il marito taciturno e timido. Chiacchierona e orgogliosa era - "Nel mio poco non sono seconda a nessuno!" - nella pulizia della casa, nel numero degli utensili da cucina, tutti in ferro smaltato, e nel corredo di lino e di cotone, gelosamente custodito nel comò della camera "bella".
Ma l'orgoglio suo più grande era stato Remigio, l'unico figlio che Dio le aveva mandato. Forse aveva preteso troppo dal destino, sognando di farne un prete.
"Don Remigio Riccio...." Mormorava contemplandolo ancora bambino, pregustando la considerazione che il paese le avrebbe portato.
Fattosi grandicello, lo aveva affidato al parroco, affinché gli si rendesse utile come chierichetto e cominciasse a prendere dimestichezza con gli oggetti sacri. Appena poteva, andava a spiare, col rosario in mano, da dietro la porta socchiusa della sacrestia, il suo pretino; e lo seguiva, lusingata del suo già esperto maneggiare cotte, messali e arche, quando aiutava il parroco a vestirsi per le funzioni.
Appena in età, lo spedì in seminario, con una lettera del vescovo. Aveva trattenuto le lacrime, comare Isabella, ché quello era un giorno di letizia....
Compare Salvatore non aveva mai detto né si, né no all'idea di mandare Remigio in seminario. Né sì, ne no aveva detto quando si era dovuto vendere il chiuso che lei gli aveva portato in dote, per pagare le rette e i libri. Se qualcosa aveva da dire egli la diceva al cavallo, la mattina, appena alzato, quando gli portava la consueta bracciata di paglia prima di attaccarlo al carretto.
"L'uomo propone e Dio dispone: sia sempre fatta la sua volontà!" Si era detto e ripetuto comare Isabella, quando il figlio, uscito dal seminario si era ridotto a diplomarsi maestro. Però, il dolore, il disinganno se li teneva ancora intatti nell'intimo. Non esternava mai questi suoi sentimenti chiaramente: "Dio solo sa quanto pesa la mia croce!" Ma non mancava di farli capire al figlio nella freddezza con cui lo trattava.
Remigio, dal canto suo, s'era rifugiato nella lettura dei libri anticlericali. "La religione è l'oppio dei popoli", era il suo concetto più caro. "E quando lo dico io, è da crederci, ché mi mancavano tre mesi a cantar messa e i preti li conosco per largo e per lungo, di dentro e di fuori...."
Buon per lui che comare Isabella non sapeva né leggere né scrivere e non aveva mai dubitato che i libri su cui il figlio trascorreva le sere, non fossero i soliti scolastici.
Comare Isabella versava le lenticchie nel piatto e compare Salvatore finiva di massaggiare i piedi alla luce del camino, quando don Crispino bussò con l'alpenstock alla porta di strada.
Entrato in cucina, sedutosi su di uno scanno e bevuto un bicchiere di vino, egli decise di andar dritto allo scopo.
"Dovete badare meglio agli interessi di vostro figlio..." esordì burbero.
I due vecchi lo guardarono stupiti, senza comprendere, ma con apprensione. Lei avvicinò di un metro lo sgabello.
"Vossignoria ci nasconde qualcosa di grave...." lo stimolò a parlare.
"Avevate nel cuore l'idea di un figlio prete;" don Crispino parlò rivolgendosi soltanto a lei, perché compare Salvatore, pur continuando a tendere le orecchie , s’era messo a scucchiaiare le lenticchie per freddarle, "ma il Signore lo si può servire e rispettare anche senza tonaca...."
"Parole sante, parole sante!..." Assentì lei, senza però capire ancora dove il discorso volesse parare.
"Vostro figlio non rispetta Dio, né con tonaca, né senza tonaca." Continuò ad evangelizzare don Crispino, "Egli si è messo con i profanatori della religione, con i bolscevichi... Una famiglia onorata come la sua! non mi sarei mai aspettato una cosa simile!" Concluse con un profondo sospiro.
Comare Isabella balzò in piedi, pallida, sconvolta: "Gesù, Giuseppe e Maria! che disgrazia!
Non posso credere, non lo posso..." Si voltò verso il marito che si scodellava in silenzio le lenticchie: "Sentito hai?... figlio tuo! che disonore ci porta...."
Risedette, affranta, con la faccia fra le mani, singhiozzando: "Non l'ho cresciuto con lacrime e con sangue per farne un demonio... meglio morto... ucciso con le mie mani, che disonorato..."
Don Crispino si sentì soddisfatto. "Da questo lato sono a posto," pensò. Poi, a voce alta, disse: "Remigio dovrebbe baciare mani e piedi, in ogni ora del giorno, ad una madre come lei." E preso dall'estro la paragonò a Cornelia, l'esemplare matrona romana, di cui raccontò, con molte fioriture, per renderla adatta al caso, l'edificante storia.
l maestro Riccio rincasò tardi - era stato fino alle dieci a discutere col daziere alcuni passi del Dizionario Filosofico del Voltaire - ignaro del dramma che lo attendeva.
Comare Isabella prima pianse, chiamando Dio e tutte le anime sante a testimoni dello scempio che un figlio demoniaco e perduto può fare del cuore di una madre troppo buona; poi urlò, scompigliandosi i capelli nel gesto di volerseli strappare, elencando tutte le manifestazioni che una madre offesa e tradita ha il diritto di scagliare sulla testa di un figlio scostumato; infine aveva impugnato la scopa per romperla sulla schiena di quel figlio mal cresciuto, senza però trovare la forza di mettere in atto il proposito poiché Remigio gliel'aveva strappata bruscamente dalle mani.
"Anche contro tua madre ti rivolti, ora! Altra vergogna non ti manca, solo questa: picchiare tua madre!... tu mi farai finire di crepacuore, lo so... ma stai attento, disgraziato, che Dio è buono e giusto, vede tutto e paga sempre il sabato..."
Remigio profittava di qualche momento di pausa per tentare di spiegarle che a questo mondo tutti uguali non si può essere, che se Dio ha dato il cervello alla gente vuol dire che la gente lo può usare come gli pare e piace; ma lei non sentiva altro che i morsi feroci di una coscienza tradita, la disperazione di chi si vede crollare davanti tutta una lunga faticata vita.
"Che cosa dirà la gente?", singhiozzava "neanche più la faccia di farmi vedere in pubblico avrò, con questo disonore addosso... mio figlio, scomunicato! che male ho fatto mai per meritarmi questa croce? Perché non ti ho strappato dalle viscere mie e gettato via, prima che aprissi gli occhi? Dio mio, che vergogna, aiutatemi voi....."
Egli l'aveva interrotta, infuriato; l'aveva chiamata donnicciola ignorante e bigotta, articolo da museo e s'era chiuso in camera sbattendole la porta in faccia.
Compare Salvatore, appisolato sulla stuoia in cucina, era intervenuto nella disputa una sola volta, con un mugugno, voltandosi dall'altra parte.
Supino sul letto, il maestro Riccio rimuginava, senza riuscire a prender sonno.
Quand'era triste o assillato, egli usava evadere o rilassarsi con una intensa masturbazione. Una terapia divenuta abitudine in seminario, resa più raffinata dal contrabbando delle foto che circolavano nella penombra delle camerate.
Remigio (lo ammetteva lui stesso) doveva ai padri spirituali l'amore per l'ordine: predisponeva con minuziosa cura l'ambiente, prima di compiere il rito. Accendeva la lampada sul comodino, avendo cura di schermarla con carta rossa, sceglieva una foto poco usata della collezione e infine adattava il cuscino ammorbidito con un vecchio pullover di lana, su cui poi cavalcava, con lo stesso trasporto con cui avrebbe amato la donna del sogno appesa con una puntina da disegno alla spalliera del letto.
Di solito, dopo tale terapia, soddisfatto, dimenticava tutto e sprofondava in un sonno beato. Ma, stavolta, uno spunzone del materasso - una foglia di granturco meno tenera delle altre - gli aveva indolenzito il costato ed era rimasto a frugare dieci minuti prima di riappianare il giaciglio. Si era risvegliato del tutto.
Se già non fossero bastati gli illuministi, Marx e la dialettica, il materasso aveva finito per irrigidirlo nelle sue posizioni, nella convinzione della giustezza della battaglia sociale di cui s'era fatto paladino assieme al daziere.
Più che sua madre, lo preoccupava il pensiero di perdere la supplenza che il direttore gli aveva affidata, su intercessione del canonico amico di famiglia. Non avrebbe potuto tenere nascoste a lungo le sue idee. Un giorno o l'altro si sarebbe dovuto scoprire, schierandosi pubblicamente dalla parte del giusto contro l'ingiusto.
Finché era stato il solo, a Pinello, aveva vissuto una doppia vita: timorato di Dio e della legge, in pubblico; in privato, sovversivo, alla ricerca baconiana di "idola" da smantellare. Finché non era stato avvicinato dal daziere...
Un incontro memorabile, quello con il signor Cicala, che gli aveva ceduto la poltrona di faccia alla "Presa della Bastiglia". Proprio da lì aveva preso le mosse, per sfogare il liberalismo troppo a lungo represso nel suo animo paesano. S'erano trovati subito d'accordo; non soltanto sui valori del '789 e su quelli comunardi del '48 e del '71, ma altresì su quelli risorgimentali di Mazzini e di Garibaldi, e infine su quelli nuovi di Marx che aggiungevano il pregio d'essere scientifici, anche se, in merito a tale fondamentale scientificismo, i loro pareri non collimavano.
Finché s'era trattato di idee, il maestro Riccio non aveva corso pericolo alcuno, perché, "le idee maturano e talvolta muoiono, al buio, in silenzio, nel cuore dell'uomo".... ma, adesso, l'impegno preso con il signor Cicala di aprire un circolo rivoluzionario, e proprio di faccia al gruppo dei potenti reazionari di don Crispino, gli pesava come un fardello più grosso di lui.
"Non si tratta di paura", pensava, "e poi, oggi, il mestiere del martire è andato in disuso... si tratta, in fondo, soltanto di buonsenso: chi me lo fa fare, mettermi contro tutto il paese, la famiglia, i superiori, per sollevare da terra quei cafoni sottoproletari che sono felici e contenti di farsi sfruttare? E' ancora troppo presto per diffondere fra questa gente il vangelo sociale... ci rimetterò la pace e l'avvenire, senza essere riuscito a cavare un ragno dal buco....".
Nella sua immaginazione, si vedeva già licenziato dalla scuola, cacciato di casa, esiliato dal paese, ramingo di città in città, "sfuggito come un appestato dall'umano consorzio". Quest'ultima proposizione, reminiscenza seminarista, l'aveva pronunciata e ripetuta a voce alta, tanto gli era piaciuta, per le immagini romantiche che aveva evocato: ramingo... zaino a spalle, barba incolta, scarpe sfondate... ad ogni cantonata, manifesto con foto: "Attenzione, pericoloso rivoluzionario!" sonni brevi e agitati nei fienili, batticuore ad ogni latrar di cane, fughe guardinghe e veloci ad ogni apparire di sagoma umana...
L'ideale aveva infine prevalso. Prima di addormentarsi, il maestro Riccio s'era detto con decisione: "Se vogliono che io diventi martire, ebbene, lo diventerò!.
Per tutta la notte sognò congiure e sbirri, tumulti e capestri, inquisitori e roghi, sostenendo turbinosamente, sempre con dignità ed onore, volta a volta, il martirio di Spartaco, di Socrate, di Giordano Bruno e di Ugo de Pains.

Don Crispino era uno di quegli uomini detti "dalla volontà indomita".
"Quando uno si mette un'idea in testa, se la deve portare appresso, senza transigere mai, senza mai perdersi in controlli, dritta per tutta la vita!" Ripeteva.
Perciò i soci del Circolo di Lettura, dormivano su due guanciali: si erano sempre rimessi al loro presidente quando vi era stato da condurre in porto un'iniziativa di particolare impegno. Ricordavano come don Crispino Porru avesse spezzato le reni a quella testa calda di Nicola "Arrebellu", quando si era permesso di recingere un suo campo confinante con le paludi. Le paludi erano ricche di anguille e di muggini e i Porru ne tenevano lontani i predatori con un buon nerbo di guardie armate che vigilavano, specialmente di notte, sui pesci. Le paludi, periodicamente, d'inverno, straripavano, allagando i confinanti campi seminati. Nessuno dei proprietari danneggiati aveva mai osato neppure protestare, per paura del peggio. Ci aveva provato, a levar la testa, una volta, Nicola "Arrebellu", il quale, vistosi allagato il campo, lo recinse con paletti e filo spinato, per salvare il grano già nato, dal trepestio dei servi pescatori che vi avrebbero inseguito i pesci, qualora le acque si fossero ritirate abbastanza presto da non marcire le piantine. "Dove c'é acqua ci sono paludi e ci sono i miei pesci... Impara la legge, ignorante!". Lo aveva assalito don Crispino a cavallo, rompendo con le sue guardie lo sbarramento per farvi entrare i servi pescatori. "E ringrazia che non ti faccio pagare le spese!". Nicola "Arrebellu" aveva sostenuto che del suo campo poteva farne ciò che voleva e osò perfino puntare addosso agli intrusi la sua doppietta. La cosa finì fra le mani del Procuratore, il quale ordinò ai carabinieri di far rispettare la legge, cioè di diffidare il Nicola, detto "Arrebellu", dal vietare al legittimo proprietario dei pesci la legittima cattura degli stessi, ovunque essi si trovassero, anche in cielo, se fossero loro spuntate le ali... Una brutta figura, ci fece Nicola "Arrebellu"; tanto brutta che dovette andarsene da Pinello per evitare dopo lo scorno, le beffe.
Neanche stavolta si dubitava che egli sarebbe riuscito a scongiurare il pericolo di un Circolo sovversivo a Pinello.
Don Crispino aveva cinquant'anni suonati parecchie volte. "Le ricorrenze genetliache sono un pretesto per gli iettatori" diceva. Si manteneva giovanile di portamento e baldo di spirito: era ancora capace di schiaffeggiare chiunque avesse avuto l'improntitudine di esternare idee che offendessero le sue.
"Mens sana in corpore sano... il segreto della forza spartana e romana è tutta in questa formula!". Era solito ripetere al Circolo, gettando la carta vincente con uno schiocco, accompagnato da un colpo secco e preciso della mano sopra il tavolo, senza per altro mai distrarsi nell'impegnativo gioco dello scopone.
"Niente", diceva, "è tanto salutare quanto l'alzarsi presto al mattino, per fare del moto all'aperto... La tempra dell'eroe, Garibaldi l'aveva dimostrata immergendo Clelia appena nata in un catino d'acqua gelata..." "La prova della superiorità della razza germanica sta nel sapersi tuffare nelle acque gelate dei loro laghetti..." Teneva alla parete del suo studio una grande foto del Duce, ripreso durante una galoppata mattutina. "Bisogna proprio dire che gli italiani sono bestie," diceva con sdegno e rammarico, "se non hanno saputo morire per un uomo come lui!"
La prima ed unica volta ch'egli aveva visto il Duce - quel giorno gli era rimasto impresso nella mente a caratteri indelebili - era ancora giovanetto. Il cavalier Aristide, suo padre, e donna Ferdinanda, sua madre, si erano recati di buon'ora col calesse alla stazione di Chiaro, dove sarebbe passato sul treno speciale. Ricordava come fosse ieri le grida di giubilo della folla che si accalcava ai margini del binario, lo scintillio dei moschetti e delle mostrine dorate delle guardie in alta uniforme e la "sua" figura maestosa, apparsa dalla cintola in su nel riquadro del finestrino di un vagone di prima classe, infiorato e imbandierato, e i militi e le camicie nere che si tenevano attaccati a grappoli sui predellini.
Donna Ferdinanda si era fatta largo nella calca per consegnare al Duce il dono augurale di Pinello: una Vittoria alata scolpita in legno di quercia. In cambio ne aveva ricevuto un bacio sulla guancia. (Una settimana senza lavarsi, per conservarlo intatto più a lungo, quel bacio invidiato da tutte le signore del paese e del circondario!)
Quando finalmente era scoppiata la guerra, don Crispino, già laureato in leggi secondo la tradizione familiare, s'era arruolato volontario.
Destinato al fronte libico, le sue aspettative combattentistiche andarono deluse: non fece in tempo a sparare un colpo che già gli inglesi - il tradimento dei disfattisti! - nella loro avanzata, avevano insaccato rastrellato e mandato in campo di concentramento il suo battaglione al completo.
"Il tradimento! ecco la mala erba che bisognava estirpare senza pietà... Eh, se si potesse tornare indietro... Plotoni di esecuzione ! altro che galera e confino..."
Ogni mattina, memore di tempi migliori, rifletteva sulle abitudini spartane. L'alzarsi presto di mattina lo aveva però sempre infastidito; specialmente negli ultimi tempi, perché di solito rientrava dopo la mezzanotte, stanco morto, stordito dagli aperitivi e dai liquorini presi al bar con gli amici: un bicchiere per ogni partita vinta o perduta nel gioco delle carte. Il pretesto per giustificare la sua coscienza glielo diede una rivista che gli era capitata fra le mani, dove aveva letto che l'alzarsi dal letto in fretta e furia danneggia il cuore e tende i nervi e che è invece abitudine più salutare svegliarsi poco a poco.
Anche la vecchia mezz'ora di flessioni lo avevano stancato; si era convertito alle tecniche yoga, che rassodano i muscoli e fortificano lo spirito con minor fatica.
Fatta colazione, si informava dal fattore se ogni cosa procedesse bene, quindi, impugnato l'alpenstock, si recava al circolo per il "tresette" antimeridiano.
Nel pomeriggio, la sonnolenza dell'afoso clima mediterraneo e la densità del vino nero lo riportavano a letto.
Il venerdì sera, levatosi di umore combattivo, ripassò la tintura sui baffi e sulle tempie, indossò l'abito grigio ferro doppio petto ed uscì per la riunione plenaria, convocata d'urgenza la notte prima.
I soci - tutti e nove presenti - lo accolsero in piedi, attorno al tavolo sistemato nell'ingresso. Don Crispino sedette al suo posto di presidente, ponendo con decisione sopra il tavolo il bastone ferrato.
"Gli eventi premono!" Esordì. E diede ordine che venisse accesa la lampadina e chiusa la porta di strada.
I soci ascoltarono in silenzio la relazione.
Il daziere, mossa la prima pedina, si trovava in vantaggio. Possedeva il contratto e la chiave del locale della signora Antioca ed era riuscito a trascinarsi appresso il maestro Riccio. Gli obiettivi urgenti da raggiungere erano, per il momento, due: primo, aprir gli occhi a quell'imbecille del maestro. Missione da affidare all'avvocato Giri, notoriamente socialdemocratico, epperciò stesso adatto a riportare un sovversivo sui binari della legalità con la stessa dialettica di Marx. Secondo: stendere, far stampare e affiggere un pubblico manifesto di protesta. Missione da affidare al professor Caio, apprezzato per le sue liriche, epperciò stesso adatto a bollare con parole roventi "i blasfemi sovvertitori dell'ordine costituito". La frase, pronunciata dal signor Filippo, maresciallo dei reali carabinieri in pensione, piacque a tutti. "Per il suo suonare come martello sull'incudine", sottolineò il professor Caio.

Il prof. Serri dott. Caio - come si leggeva sui cartoncini "bristol" ch'egli non dimenticava mai di lasciare signorilmente ad ogni nuovo conoscente - in paese era detto più comunemente "dottor ca..."
L'autore del nomignolo, così poco riverente, si dubitava fosse lo stesso avvocato Giri, il socialdemocratico, un burlone che nascondeva dietro l'ironia l'invidia per la brillante affermazione di alcuni versi del professore nel periodico del vescovo.
La madre di Caio Serri, la verduraia vedova di guerra, aveva rubato sul peso e saltato i pasti per più di dieci anni, per far studiare il figlio; e lui aveva fatto, come suol dirsi, il culo sulla sedia, per laurearsi in lettere.
"Figlio mio", gli aveva detto e ripetuto fin da bambino, "nella vita, per farsi strada, bisogna dire sempre sì sì e no no... Ascolta, guarda e stai zitto. Chi ha comandato ieri comanda oggi e comanderà domani."
Già studente delle medie superiori, egli si accodava al gruppetto del Circolo; una sera in cui, infilatosi fra gli altri, era riuscito a precedere tutti per pagare il conto al barista, era corso a casa soddisfatto a raccontarlo alla madre. Lei, ammirandolo, aveva esclamato: "Benedetto figliolo, ne farai tu di strada!..."
E di strada, per la verità, ne aveva fatta parecchia e continuava a farne ancora, con una cattedra di scuola media distante da Pinello più di trenta chilometri.
Ormai, ogni sua aspirazione si poteva dire raggiunta. Continuava però a curare la sua cultura con serotine letture di classici.
Il prof. Caio, da quando aveva scoperto le liriche di Garcia Lorca era divenuto meno assiduo del Circolo. Se la teneva per sé la scoperta, beninteso, perché non era conveniente dar le perle ai porci. Egli riveriva ma disprezzava quella gente presuntuosa e ignorante che misurava l'uomo a sacchi di grano e a ceppi di vite.
Quando s'era laureato, sua madre era andata in tutte le case degne del nuovo rango di suo figlio per passare gli inviti. Era stata una festa memorabile a Pinello. I nonni lei li aveva ripuliti e rivestiti da capo a piedi e così infiocchettati li aveva messi a sedere in un cantuccio. Annuccia e Rina, vicine di casa, si erano prestate a far da cameriere, con la vivissima raccomandazione di non dimenticar mai di dire "dottore" rivolgendo la parola al festeggiato.
Chiamar dottore il proprio figlio era la grande soddisfazione che la ripagava finalmente di tanti anni di sacrifici e di privazioni. Se andava in bottega a comprar due sardelle, "Ti raccomando, Enrico, belle e grasse, che sono per il dottore", diceva. Oppure, ai vicini di casa: "Il dottore riposa. Eh, il dottore... se lo merita sì, lui, il riposo, dopo tutti gli studi che ha fatto all'università!" L'università , nella sua immaginazione, era un luogo sacro, un meraviglioso tempio, dove ai pochi e fortunati adepti si profondeva, mediante una magia, una speciale grazia, una unzione capace di elevare un pescatore di frodo delle paludi in un brigadiere di finanza. Qualche volta le era accaduto di chiamarlo lei stessa così: "Oggi, dottor Caio, devi accontentarti della minestra di fagioli!" E il figlio, guardandola, con benevolo rimprovero: "Via, mamma, non esagerare..."
Egli trascorreva molte ore del suo tempo dietro la scrivania - il primo mobile acquistato a rate dopo il primo stipendio - che figurava ancor più, lucida e massiccia, nello stanzino coi muri gobbi di mattoni crudi. Vi riceveva la gente assillata che sua madre gli portava affinché con la sua cultura, a pagamento, risolvesse e appianasse le situazioni più disparate.
Una volta era venuto un capraro a pregarlo di intervenire nella controversia con un contadino per via dei pascoli. "Un dottore come mio figlio sa tutto, ha studiato tutto." Diceva la verduraia alle comari. E il professor Caio per mantenersi all'altezza del nome, si accollava responsabilità più grandi di lui. Parlava e parlava per un'ora buona - il visitatore se ne stava in piedi, in soggezione, con il berretto sotto l'ascella, davanti all'enorme scrivania - con molte citazioni greche e latine, lasciava, il più delle volte, le cose come stavano.
Rientrato dal Circolo, dopo la riunione plenaria, avvertì sua madre: "Non voglio essere disturbato per nessun motivo!"
La stesura del manifesto lo avrebbe impegnato per il resto della sera.
A mezzanotte, senza essersi mosso neppure per cena, sorretto dai caffé che la madre premurosamente gli portava direttamente nella cuccuma, dopo aver sfogliato alcuni testi di storia e una raccolta di sentenze latine, rimirava la bozza del manifesto appesa al muro con due puntine.
"NON PRODEST AD CONCORDIAM CIVITATIS!" si leggeva nel primo rigo. Poi, a metà circa: "Fino a quando, o nobile, o eletta cittadina, l'onta e il ludibrio di vandale rosse orde subirai sul tuo vergine suolo? E in fondo: "La cristianità, memore di Roncisvalle e di Lepanto, fermerà ancora una volta, a Pinello gli eserciti della Barbarie!"

Gli eserciti della barbarie, il signor Cicala, il maestro Riccio, Cesarino e Fabio , fratelli braccianti agricoli, e Gigi, il maniscalco, arredavano intanto i locali del loro Circolo a lume di candela. L'elettricista, creatura di don Crispino, col pretesto che "le cose bisogna farle secondo ordine e legge", aveva respinto la domanda di allaccio perchè sprovvista di bollo regolamentare.
Avevano rimediato un tavolo, una sedia e quattro scanni portati uno per ciascuno da casa loro e un pancone acquistato dal bettolaio che lo teneva buttato in cortile.
Il daziere, notando la povertà delle suppellettili, d'altronde consone allo spirito dell'iniziativa, dopo lungo pencolare, s'era deciso a trasportare nel circolo poltrona e oleografia. Volle anzi accompagnare di persona i portatori per evitare danni.
La vittoria gli parve completa, quando, stanco sfinito per la movimentata giornata, sedette disteso davanti alla "Presa della Bastiglia" che risultava in buona luce di fronte alla finestra.
I quattro soci sedevano sul pancone del bettolaio posto davanti al tavolo.
"Ed ora... ora che tutto è a posto", egli disse, "bisogna dare il nome al nostro Circolo."
"Un nome che indichi un programma." Precisò il maestro Riccio.
Dopo lungo discutere tra il daziere e il maestro, fu deciso di chiamarlo "Circolo Proletario Rivoluzionario." L'aggettivo rivoluzionario sembrò eccessivo e fuori moda; perciò si decise di toglierlo.
La classe operaia approvò, un poco annoiata, con un cenno di testa.

Il sabato sera, vigilia dell'inaugurazione, l'avvocato Giri, il socialdemocratico, s'era appostato nell'angolo del tabaccaio, in attesa del maestro Riccio.
In merito alla missione che gli era stata affidata, egli non dubitava affatto delle proprie capacità di convincimento; dubitava, se mai, della capacità di comprensione altrui.
Socialista umanitario liberale, com'egli si definiva, l'avvocato Giri amava la compagnia, i liquori e le ragazze. La sua vocazione sociale la esprimeva in caustici frizzi, coi quali inchiodava uomini e donne del paese "al dramma", diceva, "della loro condizione umana e alla coscienza della loro responsabilità civica." Una sera in cui Gigi il maniscalco s'era sentito sbeffeggiato in pubblico, senza poter reagire alla sciolta parlantina del Giri, lo aveva steso con un pugno. (Per questo, Gigi aveva accettato subito di entrare nel Circolo rivoluzionario.)
L'avvocato disprezzava i pinellesi, "una turba di canaglie", incapaci di usare il cervello; ma, per il suo umanitaresimo, si univa spesso a combriccole di ogni ceto. Si differenziava dalla turba nel parlare per massime enunciate con un risolino sarcastico, nel vestire strambo - sempre in abito chiaro con cravattino nero. Fumava le "Alfa" - egli ricordava agli amici che anche il ministro Tal dei tali le fumava - "le sole sigarette che mi soddisfino; le altre sono da signorine!" diceva togliendone una dall'astuccio d'argento e infilandola in un lungo bocchino nero.
Egli vantava la paternità di almeno la metà dei soprannomi portati dai pinellesi. Era una specializzazione, la sua, che lo rendeva temuto e rispettato anche dai ventisette colleghi della pretura di Chiaro, dove esercitava la professione.
Quando il maestro Riccio gli passò davanti, aveva la frase già pronta: "Corri alle barricate, novello Lenin?"
L'altro si fermò, impappinato, cercando inutilmente di rispondere a tono. E fu ben lieto di potersi cavare d'impaccio accettando l'aperitivo che l'avvocato gli offriva.
Sedettero nell'angolo più discreto del bar.
Il maestro cercava di sfuggire il sorrisetto misto di ironia e di compatimento con cui si sentiva sfidato.
Per uscire d'imbarazzo, a voce urlata, perché nel bar e nelle bettole di Pinello la gente era solita urlare senza ragione, disse:
"Era da un pezzo che non ci si vedeva..."
"Cristiani e bestie si incontrano sempre." Rispose l'altro parafrasando. Poi, accesa una delle sue pestilenziali sigarette, soggiunse: "Ho sentito dire che ti sei dato alla politica..." Buttò giù le parole, senza tono, aspirando una boccata di fumo. "In fondo, ognuno è libero di avere le idee che vuole. Io sono liberale fra i liberali, a questo proposito... soltanto che potevi essere discepolo di un miglior maestro."
"Le idee, a me, non le mette in testa nessuno!" Rispose il maestro piccato, "Non sono di quelli che si lasciano infinocchiare dal primo venuto, io."
"Non dico di no. Però, dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Il signor Cicala è un furbone che si serve di te per cavarsi le castagne dal fuoco. Se ci saranno zampe scottate, naturalmente saranno le tue... E poi, ti rendi conto che non possiede il senso del ridicolo? lui e la sua storia di aprire un Circolo... tutto da ridere!"
"Da ridere... non direi... e il Circolo di don Crispino, il vostro Circolo, è meno ridicolo forse?"
"Sarà... ma dopo trentasette anni di vita anche le istituzioni più ridicole diventano serie. La tradizione è tutto, nelle faccende umane... a Pinello non esiste tradizione marxista - e osserva bene: chi te lo dice è un marxista! - e perciò un circolo marxista resta soltanto ridicolo."
Il maestro Riccio lo scrutò in tralice dopo essere stato soprappensiero.
"Dove mi vuoi portare con questa discussione?"
"Credevo ci fossi già arrivato!"
"Ormai ci sono dentro. E' un'esperienza che mi voglio fare." Sospirò il maestro. "Se le cose si metteranno male, farò sempre a tempo a ricredermi e a fare marcia indietro..."
"Se lo potrai!" Concluse l'avvocato Giri con un risolino che diceva tante cose, ma che al maestro parve voler dire: "Povero allocco!" Per cui se n'uscì mogio, travagliato in cuor suo da una crisi profonda.

La domenica mattina si inaugurò il Circolo Proletario Rivoluzionario.
Il signor Cicala, affacciandosi di continuo sull'uscio, gongolava lanciando occhiate provocatrici a quelli del Circolo di Lettura, i quali, senza parere, seguivano dai loro posti ogni mossa dei bolscevichi.
Il tavolo era imbandito per la bevuta inaugurale. I fratelli Cesarino e Fabio avevano portato una bottiglia di vino bianco e il maestro un cartoccio di amaretti fatti in casa.
Il discorso del daziere, fatto col bicchiere in mano, lo udirono anche i nove del Circolo avversario che lo sottolinearono con frizzi salaci e risatine beffarde.
Dovettero trattenere a viva forza don Crispino, deciso ad intervenire con il suo alpenstock, per mettere fine alla provocazione, quando il signor Cicala pronunciò la frase "da qui partirà il moto di riscossa del popolo lavoratore di Pinello, sfruttato da ignobili capitalisti." Lo convinsero a fare un discorso di replica. Lo applaudirono fino a spellarsi le mani, quando, salito sopra il tavolo, tenne il contraddittorio.
Un'ora dopo, Gigi il maniscalco, annoiato di veder sempre la stessa gente passare e ripassare per strada e suggerito da quelli del Circolo di fronte, che vedeva intenti beati nel gioco dei "tarocchi", estrasse di tasca un mazzo di carte semi nuovo e propose: "Perché non ci facciamo anche noi una partitina, per chi paga il caffé?"
Il signor Cicala, mischiate le carte con mani esperte, prese a distribuirle, mandandole ad ammucchiarsi, veloci e ordinate, ai quattro lati del tavolo.

Il martedì, a fianco a quelli bianchi del Circolo di Lettura, apparvero sui muri del paese i manifesti rossi del Circolo Proletario.
La madre del professor Caio non aveva saputo resistere alla voglia di raccontare in bottega la grande fatica del "dottore" e Marietta era corsa a riferire al padrone, il quale immediatamente aveva stilato e mandato in tipografia un contro manifesto.
I contadini, rientrando dal lavoro, all'inconsueto spettacolo dei muri tappezzati, si fermarono a curiosare. Fecero anche qualche commento, ma soltanto sul colore dei manifesti, perché i pochi che sapevano leggere non avevano capito nulla delle parole che c'erano scritte. Perciò ripresero a parlare delle cose di cui sempre avevano parlato: dell'annata, come Dio la manda; dei pascoli inariditi dalla brina e specialmente del grano, che, se il tempo non lo avesse aiutato, sarebbe andato tutto in malora.
 


Il testimone


Ho atteso quasi un anno, dopo diplomato, prima di avere una supplenza. In casa me ne fanno una colpa: "Con tutti i sacrifici che abbiamo fatto per darti una posizione!" E la minestra mi va di traverso, come se la rubi ad un affamato.
Oggi, esasperato, sono andato a T. sede della direzione didattica, dove sono in graduatoria. So, da qualche giorno, che una maestra titolare a M. si è assentata per fare un figlio.
Lei è seduta dietro un tavolo enorme ingombro di carte. Di fronte, ad un altro tavolo, sta la segretaria, una vecchia vestita di nero, che batte ad uno ad uno, lentamente, i tasti di una Remington del secolo scorso.
"Mi dica", chiede atona, senza levare la faccia, continuando a frugare fra le scartoffie. E il fatto che non mi guardi mi dà coraggio.
"Sono un maestro disoccupato". Rispondo. E lei neanche un sussulto, neanche un gesto di stupore o di commozione, come se abbia sentito dire: "Questa è una stanza".
"Sono venuto per la supplenza di M. E' un posto fuori mano; certo nessuno ci va volentieri..." Proseguo.
"E lei, allora?" Chiede; con ironia, mi pare.
"Io sono diverso". Finalmente solleva la faccia. Mi squadra da capo a piedi, fermando l'attenzione sulle scarpe scalcagnate e sui risvolti sfilacciati dell'impermeabile lavato con candeggina. Tace a lungo, fregandosi il mento col dorso della mano. Poi dice: "Va bene. La terrò presente. Se le spetta, riceverà la nomina a casa". E fa un gesto che, unito al tono delle parole, vuol dire: "Levati dai piedi".
Mi siedo in un angolo.
"Ma che fa?" Esclama con voce dura.
"Niente. Decida pure con comodo. Io aspetto qui. O nell' andito, se disturbo."
Mi pare incerta se urlare o sorridere.
"Sa che lei è un tipo strano?" dice "Passeranno almeno due o tre giorni prima che possa assegnare la supplenza."
"Pazienza" dico mugugnando, "pazienza. Aspetterò anche un mese. Che altro posso fare se non aspettare?"
Mi impunto.
Lei mi guarda, in tralice, stupefatta e ironica, come a volere dire: "A questo gli manca qualche venerdì". E si rimette a frugare fra le sue cartacce semplici e bollate che escono da ogni dove, da pile, da cassetti, da cestini, da enormi buste ministeriali rosse e gialle. Ad aumentare la babelica torre di carta contribuisce la vecchia segretaria, la quale, ogni due tre minuti, in un via vai silenzioso monotono, raccoglie fascicoli, cartelle e mucchi di veline dai polverosi scaffali per deporli accatastati sopra il tavolo.
Forse ha l'età di mia madre, la direttrice. Ne vedo soltanto il volto e, a intervalli regolari, le mani, esperte nell'acchiappare carte fruscianti. A vederla così, mi pare triste - i cappelli grigi e gli occhi lenti e acquosi fra le palpebre pesanti. Una vecchia donna stanca e infelice, mi pare.
La mattina se ne è andata, ed anche la vecchia segretaria, silenziosa come ombra, con un cenno di saluto e un cigolare della porta.
"E' tardi. Non va a mangiare, lei?" Domanda, togliendo le mani da mezzo alle carte. Solleva una borsa nera da terra, la depone sul tavolo, ne tira fuori un tovagliolo, un uovo, due panini e una arancia.
"Sa, consumo qui la colazione, quando devo trattenermi fino a sera." Dice con tono confidenziale. Fa un gesto dolce con la mano: "Ma lei, benedetto ragazzo ..." e mi porge un panino che io prendo, imbarazzato, commosso.
"Ho bisogno di lavorare..." Sussurro, profittando inconsciamente del momento, "la prego, mi nomini; partirò subito ... i bambini sono senza maestra."
Soprapensiero, prende in mano l'uovo e mi guarda; accarezza una pila di carte; rovescia sul dorso una pingue cartella; apre e richiude un cassetto, ne controlla un altro; sposta l' arancia, poi mi guarda ancora, a lungo.
"Bene .Voglio aiutarla. Raggiunga la sede per domani." Dice tutto d' un fiato.
Scatto in piedi. "Grazie! Le renderò il panino al primo ventisette!" dico quasi gridando.
Tornando non sento più il maestrale. Fischietto allegro per tutto il viaggio. Pedalando svelto raggiungo una ragazza di contadini.
"Ciao, bella! Vieni a scuola con me?" Lei mi squadra ironica e mi fa uno sberleffo.
"Ma che ti credi?" dico io, "sono un maestro, sai!" E la supero con un paio di pedalate.
A casa ho giusto il tempo per preparare la valigia e salutare.
E' quasi buio e vado difilato dal sindaco. "Sono il nuovo maestro", gli dico "vorrei trovare una camera".
Un nugolo di ragazzini si azzuffano per trascinare a turno la mia valigia attraverso stradicciole acciottolate fangose buie. Qualche lampadina scialba permette ogni tanto il controllo della situazione, ma le pozzanghere sono tante che una l'ho centrata in pieno, nonostante gli "attenzione!" dei bambini che mi saltellano tutt'intorno come a guidarmi e a proteggermi. E così ho le scarpe piene d'acqua. Loro pare invece che ci provino un gusto matto a passare dentro le pozzanghere più larghe e più fonde. Sono tutti scalzi e lo sciabordare che fanno coi piedi nella fanghiglia, misto al chiacchierio fitto, ha un che di allegro e di triste insieme.
Il sindaco, un contadino piccoletto ispido, immobile sull' uscio di casa, tace per qualche minuto.
"Vada da ziu Efisi." Decide. “Sono brava gente.” Si rivolge poi ai miei accompagnatori: "Da ziu Efisi Conca de mallu. Capito avete?"
La stanza mi piace. I muri sono bianchi di calce con lievi riflessi celesti, come le lenzuola lavate con azzurrite. C'è un letto alto col panchetto per salirvi, un armadio e un comodino con sopra due angioletti che reggono la vaschetta dell' acqua santa. Ci sono un tavolino e una sedia davanti alla finestrella che dà sulla strada, un buco quadrato nel muro spesso. Il soffitto di tavole poggia su travi grezze di castagno annerito dagli anni; dalla trave centrale pende una lampadina da poche candele attaccata ad un filo nero di mosche. Dalle pareti, sacri volti mi osservano: una Maddalena dagli occhi di cerbiatta; un san Giuseppe dalla barba bianca sul volto fanciullo; una Madonna dai sette dolori, coi sette pugnali conficcati a raggiera nel cuore; un Cristo nero, con il macilento corpo strappato in tante piaghe enormi purulente, urlante con il bianco degli occhi e dei denti scoperti, sul cui viso atroce piove goccia a goccia il sangue della corona di spine.
Zia Elvira bussa all' uscio:
"Venga in cucina a riscaldarsi... No, no, niente disturbo. Se viene, ci fa piacere".
In cucina hanno preparato un mucchio di sterpi nel camino e attendono che io arrivi per appiccargli fuoco con la candela.
Intorno al focolare, su stuoie e su scanni, siede la famiglia.
"Famiglia numerosa." Dico, tanto per dire qualcosa, rivolto al padrone di casa. ziu Efisi sorride, compiaciuto.
"Già. Figli non ne mancano. Nove vivi e cinque morti, come Dio ha voluto."
Zia Elvira pare un frutto di melograno che pioggia e gelo abbiano infracidito di dentro e screpolato di fuori. E' infagottata con una blusa e una gonna sbiadite e sfilacciate, simili a corteccia di elce su cui un branco di cinghiali ha affilato le zanne.
Tutti e nove i figli hanno gli occhi puntati su di me, come che io sia una bestia rara e meravigliosa. E' già tardi, ma devo aver levato loro la voglia di dormire, stanotte.
Mi rivolgo alla più grande - deve essersi messa la gonna migliore per far bella figura con l'ospite - "Come ti chiami?" Le chiedo.
Sorride con gli occhi neri, respira con i seni quasi nudi, stampati sulla leggera blusa di cotonina. "Maria." Risponde arrossendo; e guarda la madre, come a pregarla di toglierla dall'imbarazzo. E zia Elvira mi spiega: "Maria a scuola non ci va più. Ha fatto la terza ma ora è grandicella ed è vergogna a quindici anni, così cresciuta, quasi più grande della maestra... Dio solo sa quanto mi serve in casa, con tutte le creature che ci sono..."
"E a scuola brava non era..." Interviene ziu Efisi. Si rivolge alla figlia, sorridendo burlesco: "Un po' asina eri; due anni in prima e due in seconda!"
Si schermisce Maria: "Andavo un giorno sì e dieci no..."
Ziu Efisi si sposta per attizzare il fuoco; si china a raccogliere e ad ammucchiare i rametti sparsi, a metà bruciati; soffia con una canna finché non riappare la fiamma.
"Ma Roberto, lui sì, che è bravo!" Riprende a dire. "A dieci anni, già in quinta! Un anno in ogni classe. Eh, se fosse come vorrei... dottore lo farei!" Traccia dei segni sulla cenere con la canna; il suo viso é assorto, triste. " E invece, dall' autunno prossimo verrà a zappare la terra..."
Roberto ha seguito con muto interesse le parole del padre. Siede quasi sdraiato sulla stuoia, esile nel maglione rossastro ricucito. La sua magrezza appare scheletrica nei calzoni enormi con le brache basse. Ha le dita dei piedi mobili e le articola protese al calore del fuocherello.
Soltanto ziu Efisi e Maria portano scarpe. Lui, scarponi di cuoio unto di sego e chiodati; lei, zoccoletti a mezzo tacco, fatti in casa con legno biondo di ulivo e una striscia di vecchia briglia che conserva ancora i lustrini di ottone.
"Roberto, porta il quaderno, così il maestro lo vede." Propone zia Elvira.
Interviene il marito: "Ma no, adesso no. Appena arrivato e già lo disturbate". Dice così, per complimento; ma pare interessato anch' egli alla mia "ispezione".
A me viene da ridere. Sono un maestro da burla, io. Mai entrato in un' aula per fare lezione. Loro non possono sapere quanto sono preoccupato, pensando a domani mattina. Per cavarmela dovrò scimmiottare ciò che ricordo della mia vecchia maestra.
"Ma che disturbo!" Dico recitando. "E' il mio mestiere, no?... Vai, vai, Roberto, portami il quaderno."
Si sono levati tutti in piedi. Alle mie spalle, seguono con tacita ansia - come assistano al compiersi di un rito sacro - il mio esame.
"Si, si, Dico alla fine. "Si, non c'è male. Ordinato e pulito. Qualche errore c'è, si; ma è davvero molto bravo."
Ziu Efisi non nasconde la propria gioia. Fa un passo verso Roberto, gli posa sulla spalla la mano. "Visto, che è bravo? Eh? E' bravo, Vero?" Dice, risedendosi. Poi "Benedetti soldi!", esclama.
A questo punto vedo Maria avvicinarsi alla madre e sussurrarle qualcosa all'orecchio e zia Elvira battersi con afflizione una mano sulla coscia, esclamando: "Stupida che sono! Il maestro avrà fame e io non ci avevo neppure pensato! Meno male che se ne è ricordata Maria..."
Maria arrossisce e io la ringrazio con un sorriso. Infatti ho fame. Ma penso: "Un bel nome, Maria."
L'acqua del catino è gelata. La lametta rade strappando i peli. Mi lavo accuratamente collo e orecchie. "Non si sa mai," penso "glielo ripetono sempre i grandi e bisogna dare l'esempio."
Roberto, impaziente, con la borsa di cartone marron a tracolla e una fetta di pane in mano, mi aspetta da mezz'ora in strada, con altri scolari del vicinato, per accompagnarmi. Mi spiega che ci sono quattro classi: due nel Municipio, una in casa di zia Veneranda e l'altra, la mia, nei magazzini di don Peppe, vicino all'abbeveratoio.
Devo iniziare alle otto e mezza; sono arrivato presto, non c'é ancora nessuno. Da un ampio portone rustico si entra in un cortile acciottolato con basalto nero, vasto quanto una piazza, con un pozzo e un olivo nel mezzo. Di faccia e a destra, a elle, una serie di tettoie per conservare i cereali e la paglia e alloggiare le bestie. Uno di questi "vani" è la terza mista. Me l'addita Roberto, andandosene per raggiungere i suoi compagni.
Rimasto solo, mi sento sperduto con la sensazione d'essere stato truffato. Non c'è alcuna porta da aprire per guardare dentro l'aula. A sinistra i cumuli di paglia da cui spuntano i manichi dei forconi; a destra i buoi ruminano accosciati sul loro letame.
Ci sono venticinque banchi, una carta geografica dell'Italia rattoppata e sudicia inchiodata al muro di mattoni crudi senza intonaco, una lavagna girevole, una cattedra. Cominciano ad arrivare i bambini. Sì, è una scuola. Cominciano a sedere nei banchi, i bambini. Sì, è proprio una scuola. Mi consolo. Io non sono il solo truffato. Passeggio fra le due fila di banchi. Come si può star seduti qui dentro, con questo freddo? Meno male: l'aula comunica con la stalla per mezzo di una finestra a sbarre. "Et pour le chauffer... l'ane et le beuf soufflent dessus." Già. Le poesie evangeliche, i presepi nei soggiorni caldi e luminosi, le luci intermittenti rosse gialle azzurre e i laghetti di vetro e di stagnola... Il tetto è di canne. Ci piove dentro, scommetto.
I banchi, la lavagna, la cattedra, la carta geografica dell'Italia ci sono. Ci sono anche gli scolari, ora. C'é anche il maestro. Ognuno al suo posto. E' tutto regolare. Niente da dire. E' una scuola.
Nel cassetto trovo il registro. Quarantasei nomi, divisi in due gruppi, per sesso: Antonio, Giuseppe, Salvatore... Assunta, Benigna, Luisa... Prima i maschi e poi le femmine. Siedono immobili, muti. Mi guardano. Certo aspettano che io parli. O chissà che cosa vogliono da me, loro.
"Sono contento di conoscervi. Sono contento di essere il vostro maestro. Il vostro paese mi piace molto. E anche voi..."
Ho detto così. Loro mi hanno ascoltato. Ma aspettano ancora e io non so che altro dire.
Uno di loro mi toglie dall'imbarazzo: "Facciamo disegno?" Dice. Ed io: "Buona idea! Facciamo disegno..."
Non pensavo che fosse così piacevole insegnare, stare con i bambini. Il tempo passa senza che ce ne accorgiamo.
Stamane sono ancora impegnati nel disegno. Io li osservo. Qualche grembiule nero rattoppato, alcuni maglioni sbrindellati, giacche sdrucite smesse dal fratello grande, blusette leggere di cotone. Ma i colori sono vivaci. Una fioritura policroma su un prato fantastico. Mi vien desiderio di spostare un maglione verde per metterlo accanto ad un giallo. Vicino ad un grembiule nero stona.
Ieri ho detto: "Portate un oggetto qualunque, una foglia, un frutto, un ramoscello. Chi ha colori, non se li dimentichi a casa."
Tre soli hanno l'occorrente. Perciò è un continuo via vai, un incrociarsi di pochi colori e matite e gomme. Alcuni cancellano con la mollica del pane; altri con il dito inumidito sulla lingua.
Carlo, piccoletto, gracile, con la vocina striminzita che pare un fischio, avvolto in una giacca che gli arriva alle ginocchia, chiede al vicino:
"Don Piero, me la presta la matita?"
"Compratene, se ne vuoi!" Risponde l'altro di malo modo. Piero è traccagnotto e ispido. Due occhietti incavati, quasi nascosti sotto le folte sopracciglia. E' l'unico che porti scarpe; scarponi enormi, chiodati, da cui spuntano due stinchi così fini che paiono spezzarsi a trascinare tanto peso.
"Siete nemici?" Chiedo, chiamandoli alla cattedra.
"No," dice Carlo, “io e don Piero non siamo nemici.”
"Don Piero? E chi è don Piero?" Chiedo io ironico, irritato per il "don". Non colgono affatto l'ironia. Rispondono in coro:
"Don Piero è il figlio di don Peppe, il padrone della scuola."
Che fare? Non posso certo prenderlo a calci, questo piccolo "don" da burletta, vestito di fustagno e di scarponi chiodati... Mica è colpa sua se é nato "don"... A parte le scarpe, non è meglio degli altri. Penso che qui ci vuole la predica. Mi sostiene il Vangelo: Anche Gesù ha detto che i poveri sono meglio dei ricchi. E stiano attenti, i ricchi, a non offendere i poveri. E che, non siamo forse tutti figli di Dio? E allora? Non siamo quindi tutti uguali? E se siamo tutti uguali, niente campane, a scuola: né din, né “don”. Il nome e basta.
Stanno a guardarsi a bocca spalancata, senza rispondere né sì né no. Devono essere maledettamente difficili da capire le parole che non si sono mai udite prima, anche se si ispirano al Vangelo.
"Don" Piero si è immusonito. Dico a Carlo di sedersi assieme a lui, nello stesso banco. Sorrido ad ambedue: "I vostri disegni sono molto belli." Li sollevo in alto, per farli vedere a tutti. "Vero, bambini, che sono molto belli?"
I giorni della supplenza se ne stanno andando. Se ci saranno complicazioni di parto, la titolare non potrà rientrare e io chiuderò l'anno scolastico. Non conosco neppure di vista la maestra che supplisco e non mi rimorde far questi pensieri.
A scuola, si legge, si fanno pensierini e operazioni, si parla del tempo, dei lavori in campagna, delle cose che succedono in paese.
Quando sono stanchi fanno il gioco del silenzio: uno esce dal banco, osserva, poi indica il compagno che sta più "buono" - che gli è più "simpatico", in verità - e occupa il suo posto. Ha iniziato il gioco una bambina e ha scelto una bambina. I maschi brontolano, perché nessuno di loro verrà mai scelto, così. D'altro canto, quando cominciano i maschi, si guardano bene dallo scegliere una femmina.... se accade, per eccezione, all'uscita di scuola, i compagni lo canzoneranno attribuendogli la bambina scelta quale "sua fidanzata."
Ho spostato le femmine sistemandole una per banco, con un maschio a fianco. I bambini specialmente nicchiano: "Io con una femmina non mi voglio!"
Gli altri, ancora scompagnati, ridono maliziosi, dandosi di gomito l'un con l'altro. Le bambine chinano il viso, si contorcono, smorfiose.
"Ti attacca la peste, forse? Piantala!" Mi è venuto da urlare davanti ad una ribellione così aperta.
Ma si sono abituati presto. Dopo qualche giorno, hanno finito per darsi amichevoli botte. Leggono nello stesso libro, con le braccia allacciate, senza più avvampare e scattare, come morsi dalla tarantola, al solo sfiorarsi.
"Non sta bene metterli insieme, maschi e femmine! L'ha detto anche il parroco che non sta bene..." Viene a protestare una madre.
"Ma quando mai? Che razza di educazione imparano a scuola..." Si scandalizza un'altra.
"Io a scuola faccio di testa mia." Ho risposto piccato. "Se no, che maestro sarei? E poi, non viviamo tutti insieme, maschi e femmine, in paese, in casa, senza morderci l'uno con l'altra?"
"Lei dice bene... però non bisogna fidarsi."
Le due vecchie maestre - le vedo raramente, di mattina fanno scuola nel Municipio e di sera fanno catechismo nella cappella di santa Rita - mi hanno fermato per strada.
"Oh, si, comprendiamo. Lei è giovane, di poca esperienza e non sa ancora quanta malizia c'è nei bambini. Nascono con la malizia dentro, nascono, al giorno d'oggi. Guai a lasciarli insieme da soli. Dio solo sa, o meglio il diavolo, ciò che possono combinare! Le femmine bisogna tenerle lontane dai maschi, se no perdono il timore di Dio, diventano sfacciate... Non gliene verrà niente di buono, vedrà. Hanno detto tutt'e due, a turno. E hanno concluso, in tono di minaccia: "Certamente la signorina direttrice non ne sarà contenta, quando lo saprà."
Le due vecchie maestre devono portare jella. Infatti è accaduto presto "qualcosa."
Mi sono assentato per andare in gabinetto.... "Andare in gabinetto" è un modo di dire. Io e i bambini, quando abbiamo bisogno, entriamo nella stalla vicina e siamo arrivati nel luogo giusto. Le prime volte - oh, la schifiltà del signor maestro! - avevo paura d'imbrattarmi le scarpe e più ancora avevo paura dei buoi che stavano lì a guardarmi, ruminando con la lingua penzoloni, coi loro occhi acquosi e opachi. Mi facevano soggezione, oltre che paura. Poi, a vedere i miei scolari infilarsi decisi fra corna e zoccoli e uscirne sempre indenni, ho cominciato a prendere dimestichezza con questi animali, qualche volta ancora sobbalzando al loro improvviso scuotere la testa cornuta.
Rientrando in classe, oggi, vedo una bambina piangere, con la faccia nascosta sopra il gomito.
"Cosa c'è, Angela?"
Tutti zitti. Chi ha davanti un libro e chi un quaderno; chi fa finta di leggere e chi di scrivere.
"Fate i matti per non pagar l'osteria, vero?" Dico irritato, usando, per farmi capire meglio, un loro modo di dire.
Silenzio.
"Si può sapere che cosa è accaduto?"
Ancora silenzio.
"Beh? Non vi mangio mica!"
Guardo Domenico, quello che fa il chierichetto e suona le campane, perché di solito è lui a spiare.
"E' stato Antonio, è stato... Ha detto una cosa brutta ad Angela." Dice. Si è alzato e seduto, evitando gli sguardi feroci dei compagni che lo minacciano mostrandogli il pugno da sotto il banco.
Antonio sbotta a piangere anche lui, facendo coro con Angela.
"Via, no sarà una cosa molto brutta..." Dico io, accennando un sorriso, per calmare le acque. "Di che si tratta?" Domando, ancora rivolto a Domenico.
"Che è senza mutande, ha detto. Che ha visto tutto, ha detto."
La scolaresca - non so perché - sbotta in una risata fragorosa. Rido anch'io, nonostante mi fossi preparato la grinta feroce. Ma Angela ed Antonio piangono più forte, ora; lei di vergogna e lui di paura.
Che fare? Parlerò del bene e del male? Della dignità e del rispetto? Che vergogna c'è a non aver mutande? E quanti al mondo sono senza mutande? E i Sanculotti, non erano senza mutande? Eppure, che rivoluzione fecero!... Ed io, le ho sempre avute, io, forse?
"Non vergognarti e non offenderti, Angela. Antonio scherzava, non voleva offenderti. Vero, Antonio, che scherzavi, che non volevi offendere? Non è vergogna, sai... Quando era piccolo, anche il maestro, lo sai, non ne aveva nemmeno lui… Eppure vedi, oggi è un maestro… no? Anche tu, Angela, se tu lo vuoi, diventerai una maestra, da grande. Ti piacerebbe, dimmi, diventare maestra?"
Mi avvicino mentre parlo. Lei ha già smesso di piangere, mi guarda sollevando appena il viso, scosso ancora dai singulti, gli occhi ancora umidi e le guance striate di scuro.
"Va a lavarti la faccia nell'abbeveratoio... e non far tardi."
Mi preoccupa un poco il pensiero che domani, qualcuno di loro potrà farsi un vanto d'essere venuto a scuola senza mutande, perché “anche il maestro, quand’era piccolo…”
In gennaio, le notti sono stellate e gelide.
Trascorro le sere in cucina, accanto al camino, con la mia nuova famiglia.
Basta il chiarore della fiamma a far luce. Solamente per cenare si accende la lucerna ad olio che pende fumigante da una trave del soffitto.
Ziu Efisi rientra come sempre all'imbrunire, quando il fuoco è appena acceso. I più piccoli gli si fanno attorno festosi e lui li sculaccia affettuosamente, mentre depone in terra il fascio di legna. Inizia l'assalto alla bisaccia e alle tasche di ziu Efisi: appaiono "lau" e "mattuzzu", le aromatiche erbe del ruscello, da intingersi nell'olio d'oliva pepato; le "mungettas", lumache nere sigillate da una membrana bianca, da arrostire, come i funghi del cisto, sulle braci; cardi selvatici che si accompagnano col pane dorato e fanno venire sete di vinello aspro e i cardi biondi, dolci, cresciuti sotto un sasso.
Dopo cena i piccoli si addormentano, chi appoggiato al tavolo e chi sulla stuoia calda. Io resto sempre un poco, coi piedi allungati al tepore, a fumare e a chiacchierare con ziu Efisi.
Zia Elvira riempie la conca con l'acqua del pozzo; lava piatti e posate che Maria asciuga e ripone nella rastrelliera nel canterano. Poi si siedono, ambedue, vicine tra loro, all'altro lato del camino, ad ascoltare in silenzio i nostri discorsi da uomini.
"Annata brutta, quest'anno!" Comincia sempre così, tutte le sere, ziu Efisi.
"Eh il tempo! Se venisse un'annata buona... come quell'anno, ricordi, Elvira?"
Zia Elvira annuisce col capo.
"Il tempo... eh, il tempo. Il tempo è quello che ci rovina a noi." Prosegue. Attizza il fuoco, in silenzio.
"Speriamo che quest'anno.."
La brina ha bruciato fave e piselli. La troppa acqua scendendo dai monti ha portato via grano e terra insieme. L'anno scorso, la siccità ha inaridito i pascoli.
"Qualcosa si può salvare ancora, quest'anno, se il tempo..."
Ziu Efisi possiede un ettaro e mezzo di terra, un pezzo qua e un pezzo là, uno a ponente e uno a levante, un anno a grano e un anno a fave, "come facevano gli antichi, che il fatto loro, non c'è che dire!, lo sapevano e come!, che stavano come papi, ai tempi loro".
Da pochi anni ha piantato un centinaio di viti e quest'anno ha una botticella piena, sotto la tettoia del cortile e anche un fiasco di sapa, per le feste, conservato nel canterano.
Più di un'ora a piedi per arrivare alle sue terre. Ogni giorno: diserbare, sistemare le siepi di chiusura che rubano terra, zappare, diradare. Ogni giorno: la bisaccia col pane, la zucca del vinello aspro e la zappa. E quando ha finito con il suo, va a giornata nelle terre di don Peppe.
"Il pane, già lo vede anche lei, grazie a Dio, non ci manca; e non ci manca neppure un bicchiere di vino... e la salute".
"Meno male, davvero, che la salute non manca", penso. Ziu Efisi una volta ha detto: "Non possono permettersi il lusso di ammalarsi, i poveri!"
"L'anno venturo andrà un po’ meglio... Roberto comincerà ad aiutarmi davvero, ché s'è fatto già grande da tenere la zappa a spalla".
"Dottor Roberto", penso, "così dovrebbe chiamarsi da grande, se avesse i soldi per studiare. Legge sempre, appena ha un momento di tempo libero. Legge anche a letto, di notte, a lume di lucerna - e zia Elvira brontola - la storia di Garibaldi e di Mazzini. L'avrà studiata per niente, lui, la storia, come tutti quelli che vivono fra queste guglie di granito senza strade".
"E Maria la manderemo a servire in città. Così almeno si fa il corredo..."
La madre guarda la fanciulla con occhi tristi. Sono parole che conosce da molto tempo; forse dal momento in cui urlava, facendola. Le sente ogni sera queste parole, dure come un destino...
"Eh, il tempo... Se l'annata fosse buona come quell'anno che eri venuta a mietere incinta di Roberto! Ricordi, Elvira?"
Il silenzio della notte é rotto dal crepitare della pioggia mista a grandine. Ziu Efisi attizza il fuoco, mormorando: "Non ci voleva, adesso... Ha bisogno di sole, ora, il grano".
Con la carta di un paio di sacchi di cemento costruiamo un aquilone.
Il figlio di don Peppe ha portato colla e carta colorata per gli anelli della coda. Le bambine ritagliano e incollano le strisce.
Quando hanno le mani occupate in un lavoro che va loro a genio, c'é silenzio, ordine, impegno e collaborazione. Seguono con la lingua fra i denti il ritmico tagliare delle forbici; si passano l'un con l'altro suggerimenti rapidi con voce soffocata; controllano, con pezzi di canna levigata, le misure dell'aquilone disegnato alla lavagna; i più capaci ricevono dal gruppo l'autorità di decidere sui casi più difficili.
Hanno spostato i banchi da un lato, per avere spazio sufficiente, e se ne stanno curvi, accosciati o inginocchiati sul pavimento di cemento screpolato.
"Va bene così?" Guardi qui. Com'é venuto?" "Sarà già dura la colla?" Chiedono.
"Bravo. Brava. Bravi". Dico a tutti. Le misure non sono rispettate al millimetro; l'aquilone verrà sbilenco. Ma lo farò volare a tutti i costi, magari con un contrappeso, per non deluderli.
Lei, la direttrice, appare all'improvviso, sull'uscio senza porta. Il suo saluto, la sua voce mi sorprendono, mi fanno fare un tuffo al cuore. Le vado incontro, dicendo ai bambini di alzarsi, di salutare. Sì e no, qualcuno si volta a guardare, ad accennare un saluto indifferente, per riprendere subito il lavoro.
"Li lasci stare". Dice. Con un'occhiata circolare ispeziona tutta l'aula.
Prende posto sulla cattedra. Io sto in piedi, giù dalla pedana, in ansia, senza sapere per che cosa.
"Lo sa lei che non é dignitoso che i bambini se ne stiano così per terra? Siamo a scuola, non in piazza". Dice, ma senza tono di rimprovero.
Scorre rapidamente le pagine del registro "Il programma e la cronaca non sono male. Ma i voti si scrivono in lettere, non in cifre". Poggia il mento sulla mano, assorta. Poi guarda ancora verso i bambini. "Troppi scolari senza grembiule... e sporchi, per giunta. Ordine e pulizia. Non bisogna mai dimenticarli... E le scarpe? A scuola devono venire con le scarpe".
Penso: "Chi glieli dà i soldi a questi bambini per comprarsi scarpe, grembiule, ordine e pulizia?"
Lei pare che mi abbia letto dentro. "Anche i poveri possono fare il sacrificio di un grembiule. Solo che certi genitori andassero un po’ meno all'osteria. E l'acqua non costa nulla".
Penso: "Dove ce n'è, non costa nulla. Qui, c'è l'acqua piovuta dal cielo e raccolta dai tetti. Qui c'è gente che ha freddo e si rintana nel camino. In estate c'è solo l'acqua dei pozzi, che non scioglie né sapone, né sudicio. E il ruscello, dove si lavano tutti, quando il tempo è caldo; si lavano anche per l'inverno".
Dice: "Bisogna insistere coi genitori. E l'orario? Lo rispettano l'orario? Rispettare l'orario! Bisogna essere molto severi con l'orario. E' la cosa più importante in una scuola. Porta chiusa, per chi arriva in ritardo!"
Penso: "Quale porta?... Nessuno arriva in ritardo se ha tempo e piacere di arrivare. A sette anni si arrampicano sui monti per far legna, ogni giorno, prima di venire a scuola. Ridiscendono col fascio più grande di loro, coi piedi nudi arrossati dalla brina, rigati dai rovi e dai sassi. Gettano il fardello in cortile, corrono a prendere la fetta del pane e la borsa, pronti sul tavolo di cucina; corrono per non far tardi a scuola. L'ho sgridato, una volta, uno di loro, con cattiveria, perché aveva fatto tardi. Se ne stava muto davanti a me, a testa china, con gli occhi pieni di lacrime, senza sapersi difendere, prendendosi tutti quei rimproveri. Fino a quando un compagno lo ha difeso, indignato, che non era colpa sua, che era andato a far legna...."
"Bisogna chiedergli scusa, quando arrivano in ritardo". Ho pensato. Ma non ho avuto il coraggio di dirlo, a voce alta, alla direttrice.
Luciano è assente da alcuni giorni. Nessuno dei suoi compagni l'ha più visto in paese.
Oggi mi ha mandato un biglietto. Sua sorellina - una creaturina striminzita e scarmigliata - mi ha messo in mano un pezzetto di carta di quaderno. "Da parte di Luciano", ha detto, scappando selvatica.
"Caro maestro, io non posso più venire a scuola perché mi trovo nell'ovile per badare alle pecore. Io sono scontento di andare a pascolare, però mamma mi ha detto che sono già grande per aiutare mio babbo che deve andare a zappare. Ho portato il libro alle pecore e ho studiato anche una poesia e la so tutta a memoria".
Questo stesso pomeriggio ho sellato Littorina e sono partito al galoppo sul sentiero che porta agli ovili sul monte Arci.
Ora so stare meglio sulla sella e la cavalla mi riconosce e mi ubbidisce docilmente.
Tempo fa, di mattina, don Peppe mi aveva visto guardare i suoi cavalli sotto la tettoia, nel cortile di scuola.
"Le piacerebbe cavalcarne uno?" Aveva chiesto. Il mio sogno di ragazzo. Ma avevo taciuto.
"Perché non prova? Così fa qualche passeggiata in campagna e si svaga un poco..." Aveva insistito.
"Non ho mai provato. Ho paura di cadere..."
"Guardi questa, Littorina. La può cavalcare anche un bambino, tanto è docile".
"Sarà… Ma ho paura lo stesso".
"Ma è facile... Provi. L'aiuto io".
"No, grazie. Oggi, no. Un'altra volta. Grazie".
"Quando vuole lei... il permesso ce l'ha... e ce l'ha anche per picchiare quello sfaticato di mio figlio. Non lo tema, no. Lei picchi, e di santa ragione!"
Qualche giorno dopo sono stati gli stessi scolari ad aiutarmi a salire su Littorina. Il figlio di don Peppe si sente più importante che mai e si dà da fare coi più grandi per sellare la cavalla, arrampicato sopra uno sgabello.
Mi insegnano a sistemare il morso, a stringere il sottopancia, a infilare le staffe nelle borchie sotto la sella.
Le bambine sono corse a cercare un virgulto di olivastro e una di loro, trovatolo, me lo mette in mano.
"Ecco il frustino!"
"E stia attento a non cadere!"
La cavalla, davvero paziente, non sembra stupita da tanto vociare.
"Si ricordi di stringere bene le gambe!"
"Si tenga alla sella con una mano!"
"Non tiri troppo le redini!"
Appena metto il sedere sulla groppa e prendo in mano le redini, si leva un coro di evviva dalla turba scatenata. Eccitati dall'inconsueto spettacolo, saltano e girano in tondo prendendo a calci la borsa del compagno più vicino.
Littorina si è mossa a un leggero tocco di briglie. E la scolaresca dietro, per le vie del paese, a gridarmi le ultime raccomandazioni. Le donne, sugli usci, divertite anch'esse, fanno cenni di mano, chiamano gli altri familiari, perché non si perdano la meraviglia. E il calzolaio - a cui nulla sfugge di quanto accade nella sua strada - sbircia ironico, agita a mò di saluto una scarpa schiodata: "Garibaldi a Teano, preciso!"
Littorina ormai mi conosce. Nitrisce di gioia quando entro nella stalla per condurla all'aperto. Se mi trovo in difficoltà fra dirupi e massi, le poso le briglie sul collo e le dico: "Ora fai tu, ché li conosci meglio di me questi monti".
"Su masoni" di Luciano - uno dei tanti ovili sistemati nelle radure e nelle conche protette dal maestrale - è un recinto di pietre e di sterpi per trattenere le pecore nei lunghi assolati meriggi o nelle notti gelide e infide. Al centro, una tettoia di frasche sostenuta da pali contorti; da un lato, addossata ai sassi della circonferenza, la baracca del pastore.
Luciano ha visto arrivare la cavalla e si è levato in piedi, guardingo e curioso.
Quando gli sono vicino, resta a guardarmi stupito, incredulo.
"Ciao". Gli dico. "Di che ti meravigli? Non sto bene a cavallo?"
"Sa anche andare a cavallo? Non pensavo che sapeva andare a cavallo... E c'è arrivato da solo, fin quassù?" Dice.
"E che? Credi di saperci andare solo tu, a cavallo?"
Lego le redini ad un cespuglio e mi siedo sopra un sasso levigato.
"Sai che non c'era neppure uno sbaglio nel tuo biglietto? Dovresti scrivermi più spesso... Se vuoi; io ti risponderò. D'accordo?"
Dice di sì con la testa.
Silenzio impacciato.
"Indovina che cosa ti ho portato? Guarda..." (Ho trovato fra i miei libri "I viaggi di Gulliver" illustrati).
Non dice neanche grazie, confuso. Se ne sta davanti a me, in piedi, con il libro stretto al petto.
Io zitto, a strappare con le mani l'erba davanti ai piedi. Adesso è commosso. E' diventato ancora più selvatico a star solo fra queste rocce senza parole. Si abitua piano piano a vedermi, a sentirmi.
"E siediti, che ti stanchi così! Che vuoi, allungare ancora?"
Mi si é seduto accanto. Sfoglia il libro, cercando le illustrazioni.
"E' scritto molto in piccolo..." Si lamenta, guardandomi.
"E' vero. Non ho trovato altro. Scusami".
"Ce la farò, a leggerlo tutto?"
"E perché no? Certamente. Piano piano. Un pezzetto ogni giorno".
Ancora silenzio. Continua a sfogliare il libro. Il suo viso diventa triste. Intuisco che pensa qualcosa che non sa dirmi.
"Cosa c'è, Luciano?"
"Ecco, lei sì, sa leggere bene..." Risponde. Poi, in fretta, senza guardarmi, soggiunge: "Perché non me lo legge lei, prima, come fa a scuola?"
Come faccio a dirgli di no?
"D'accordo. Ma tutto insieme è troppo. Facciamo così: un capitolo ogni pomeriggio che tornerò a trovarti. Ora che ho il cavallo... siamo a cavallo, no?" Rido del gioco di parole e ride anche lui.
Non vuole che vada via se prima non mangio pane e formaggio nella sua baracca. Uscendo, ha preso, da sopra un panchetto di sughero, un mazzo di asparagi e me lo ha regalato. "Ce ne sono tanti, qui. I ragazzi del paese non ci arrivano fin quassù, a prenderli..."
Da lontano la sua voce mi raggiunge: "Non dimentichi di ritornare..."
Il sabato sera, la bettola di zia Annica si riempie più del solito. Il locale di zia Annica è più frequentato perché è una stanza molto ampia, con infissi da cui non filtra l'aria fredda e in particolare perché - dicono - il vino è migliore.
A star sempre seduta nell'angolo dietro il tavolo, accanto alla botte di vino nero e alla damigiana di vino bianco, zia Annica s'è fatta tonda e grassa. Tiene il capo sempre coperto da un fazzolettone rosso annodato sulla fronte. Raccoglie le monete esaminandole una ad una, prima di lasciarle cadere dentro il cassetto che richiude subito.
"Né leggere, né scrivere sa. Ma i conti se li sa fare bene, sì. Meglio di un ragioniere è, per fare i conti". Dicono di lei gli avventori, con affettuosa ammirazione.
I contadini diventano spavaldi, quasi aggressivi, appena varcano la soglia, ancora prima di aver bevuto un bicchiere. Parlano loquaci, a voce tanto alta che le parole diventano frastuono. Bevono malvasia alcolica o frizzante cannonau alternati al bovali nero, denso ed aspro, che fa schioccare la lingua per staccarla dal palato.
"Brutta abitudine", ha detto ziu Efisi, "mischiare vini di razza diversa in pancia. E' come mangiar fave con insalata di lattuga oppure pesce e carne insieme. Fa venire la colica..."
Non avevo mai visto ziu Efisi scherzare, parlare fitto e a voce alta, cantare addirittura, in ottave improvvisate, per rispondere ad una frecciata maligna lanciatagli, ugualmente in ottave, da un amico.
Ci siamo seduti in gruppo su di un tavolone poggiato su pile di mattoni crudi. Il mezzolitro non sta fermo un momento sul pavimento ai nostri piedi; riempie ininterrottamente il bicchiere che circola, finisce da zia Annica, ritorna pieno.

Mi trattano con un riguardo che mi pare eccessivo. "Come mai lei, un maestro, si abbassa a stare con gente come noi?! Ha detto uno. E io gli ho risposto che mi sento bene con loro. Ogni qualvolta divergono nelle opinioni, chiedono che io pronunci la sentenza. E io ho detto che non sono il Padre Eterno, che la verità ha tante facce.
Ci provano gusto a star con me. Mi fanno domande impossibili su episodi biblici, partendo da reminiscenze confuse: quanti erano... quanti anni aveva... quanto era alto... Noè... i figli di Abramo... i soldati del Faraone dietro gli ebrei. Per stare in tema, ho raccontato l'episodio riferito da Erodoto, del generale, che scontento del soldo del faraone, decise di lasciare l'Egitto per passare in Etiopia, portandosi dietro tutto l'esercito. Il suo re, preoccupato, gli corse dietro, con tutta la corte, sul cocchio dorato, con nelle mani il simbolo della divinità. Raggiuntolo alla frontiera, lo scongiurò di tornare, facendo appello all'amor di patria, agli affetti familiari, alla pietà per gli dei. Ma il generale, senza neppure scendere da cavallo, sollevando una coscia e mostrando al faraone i genitali sul palmo della mano, rispose: Dove ci sono questi, c'è patria, moglie e figli...
Ziu Efisi ci tiene a mostrare agli amici la nostra confidenza. Fa valere l'importanza del fatto che io vivo sotto il suo stesso tetto, quasi ch'io possieda una qualche "sacralità", un potere di legare e di sciogliere, come il prete, perché so leggere nei libri. L'altro giorno, le comari di zia Elvira mi hanno portato una fanciulla "indemoniata", che muore di fame perché "lui", quello che ha dentro, le proibisce di toccare il cibo. Io ho detto che ci vorrebbe un medico, uno psichiatra. Hanno risposto che non è malattia da curarsi col medico.
Ora parlano di fatture, di malocchio, di tesori custoditi dall'anima dannata che li possedeva.
"No, io non ci credo a queste cose". Dico. Mi guardano increduli, poi sorridono maliziosi, dandosi di gomito.
"Lei fa come il parroco. Anche lui dice che non è vero. Però la serva l'ha visto tante volte leggere in un grosso libro nero, dove ci sono scritti tutti i brebus, per ogni genere di fattura". Dicono.
"E il figlio di Bissenti, allora? che è rimasto muto per aver preso fichi nel cortile dietro chiesa... Era tornato a casa battendo i denti come uno spiritato e appena lo hanno messo a letto gli è venuta una specie di paralisi. I compagni l'avevano visto entrare a rubare fichi e Bissenti era corso subito dal prete, piangendo, per scongiurarlo di rompere la fattura. Per tre giorni e per tre notti gli era rimasto il fico in gola; solamente quando il prete era entrato in casa, gli era sceso giù. Ma la voce non gli è più tornata da allora... Altro che, se non è vero!" Concludono.
Il cannonau è un vino delizioso. Ancor più lo è dopo il terzo bicchiere. Al quinto ho cominciato a dire ciò che penso, liberamente. Ho finito per fare un lungo discorso sui diritti dell'uomo, sul socialismo che mi cova dentro. Mi guardano con gli occhi socchiusi, nel viso beato. Sembra stiano facendo un bel sogno. Poi uno dice: "Come possono essere tutti uguali, gli uomini? Sono uguali le spighe d'uno stesso campo o le pecore di uno stesso gregge?"
Penso: "E' vero. Qui gli uomini sono come le spighe di un campo, come le pecore di un gregge: l'acqua e il sole, il pascolo e il riparo, il giorno e la notte, il sonno e la veglia, il sasso e la terra... Hanno soltanto il diritto del pane e del vino, che un Dio buono ha loro donato perché possano sentirsi felici, talvolta".
Ziu Efisi mi ha preso a braccetto, per evitarmi le pozzanghere, fino a casa. Abbiamo cantato a voce alta, tutti e due, per strada e abbiamo bussato a lungo, a pedate, alla porta sprangata della cucina.
Il tavolo è apparecchiato per due, accanto al fuoco.
Maria e sua madre mi guardano in modo diverso dal solito. Non c'è traccia di rimprovero o di scherno nel loro volto. Anzi, gli occhi di Maria mi paiono più dolci di sempre. Sono uno di loro. Il sabato sera, un uomo che lavora sa ubriacarsi davanti a tutti. E' un suo diritto.
Stamane, a scuola, Timoteo discute con i compagni dei contadini arrestati per le terre incolte. Le bambine stanno ad ascoltare in gruppo, da parte.
Timoteo è biondo e ispido, battagliero, col pugno sempre levato, con un vocione da uomo; ma il suo cuore è buono.
Dice: "I contadini hanno ragione. Le terre sono degli uomini che le lavorano!" E' salito sopra un banco, per dar più forza alle sue parole. Mentre parla guarda in direzione di Piero, il figlio di don Peppe, che se ne sta seduto con un risolino sfottente fra le labbra.
"Timoteo!" Lo interrompo entrando, "Timoteo! A scuola non si fanno i comizi... Seduti!"
Occupano i loro posti. Anche Timoteo, ma insofferente, lui, contorcendosi e spostandosi come se abbia le spine sotto il sedere. Ogni tanto accenna ad aprir bocca.
"Cosa c'è ancora?" Gli domando con severità.
"C'è che io non stavo facendo comizio. Io stavo parlando di quello che è accaduto ieri... Ne hanno arrestato cinquanta e c'era anche mio padre... non hanno fatto niente di male, non hanno fatto..." Dice, diventando rosso, con gli occhi che gli luccicano, lì lì per piangere.
Penso: "Timoteo ha ragione. Anche ziu Efisi è stato arrestato. Gli avevano detto che potevano occupare le terre incolte per dissodarle, che la legge era a loro favore... Le ho trovate con lo scialle nero del lutto, ieri, zia Elvira e Maria, e quando mi hanno visto entrare sono scoppiate a piangere... Ho detto loro che non è niente, che li lasceranno subito, perché mica hanno ucciso o rubato... per tranquillizzarle. Ma non ero tranquillo neppure io. Sono rimasto senza sonno, a lungo, ieri notte, pensando a ciò che è accaduto. Sì, Timoteo ha ragione. Ma non posso dirglielo così, davanti a tutta la classe , davanti al figlio di don Peppe... Cosa devo fare?"
Dico: "Va bene. Vedo che volete parlare delle faccende del nostro paese. D'accordo. Prendete quaderno e penna e scrivete: Tema. I contadini. Ognuno dica quello che vuole..."
Mi dice grazie con lo sguardo, Timoteo, e si butta a scrivere, soddisfatto che il maestro glielo abbia permesso. Ha riempito tre pagine con un mucchio di errori e più parole in sardo che in italiano. Non immaginavo che un bambino di nove anni potesse avere certe idee in testa. Ha scritto che "è tempo che i poveri diventino ricchi" e che "i padroni che sfruttano i braccianti andrebbero impiccati".
Li hanno rilasciati tutti. Hanno dovuto anche pagare loro il biglietto di ritorno in treno, per levarseli dai piedi, a Cagliari.
C'è quasi tutto il paese ad attenderli. Si vedono arrivare sullo stradone bianco, a metà ingombro di ghiaia ammucchiata. Cominciano a distinguersi le loro facce accaldate: la stazione delle ferrovie complementari è a tre chilometri e il pomeriggio è tiepido. Sembrano un'allegra comitiva reduce da una scampagnata. Parlano tra loro, camminando a passo lento, senza guardare per terra.
Qualche donna piange, singhiozzando, quando riconosce il suo uomo nel gruppo. I bambini sono già corsi incontro, a gettarsi fra le loro braccia. Ho visto anche Timoteo, saltellando, attaccato alla mano del padre. I più piccoli si son fatti prendere in braccio o a cavalcioni, sulle spalle.
Quando sono a pochi passi, grida di gioia erompono dalla folla. Poi, abbracci confusi, domande rumorose, fitte, fatte senza attendere risposta, come se fossero stati divisi da tanto tempo, come se soltanto il suono delle parole fosse sufficiente a farli ritrovare dopo averli persi...
Sono arrivati tutti, anche ziu Efisi, che figlia e moglie si tengono abbracciato. Lo saluto dall’alto di un cumulo di ghiaia, accanto alla cabina elettrica. Mi ha visto. Mi si avvicina. Gli ho stretto forte la mano. Mi ha abbracciato.
La scolaresca ha preso l'abitudine di venirmi a trovare a casa, nel pomeriggio.
Zia Elvira non si lamenta, però i ragazzi sono troppo rumorosi, sporcano il pavimento, possono arrecare danni ai fiori del loggiato o alle piantine del cortile. Decidiamo così di andarcene nel piazzale di don Peppe, vicino alla scuola, sempre aperto, dove nessuno brontola, se giochiamo a palla.
Vanno matti per il calcio. Quando non hanno una palla vera, se ne fanno una di stracci ben stretti e pigiati dentro una calza lunga da donna, più volte legata e rivoltata. In casi estremi prendono a calci un barattolo; e devono avere i piedi ben duri se riescono a sbattacchiarlo su e giù per un'ora.
Vogliono che io arbitri le loro partite. Mettono due mucchi di sassi da un lato e due dall'altro, dopo aver misurato ripetute volte a passi lunghi. E ad ogni nuovo controllo spostano i sassi perché le misure non tornano mai giuste...
Le bambine - qualcuna con il fratellino piccolo di pochi mesi in grembo - sedute per terra, seguono lo spettacolo.
"Ma perché non facciamo giocare anche loro, oggi? Stanno sempre a guardare... non mi pare giusto, questo". Dico.
Fermano i loro preparativi e mi guardano con meraviglia. Qualcuno ridacchia.
Giovanni dice: "Ma loro sono femmine... non sanno giocare a pallone!"
Rispondo: "Per forza! Non glielo avete mai lasciato imparare".
Dice un altro: "Ma poi cadono... si fanno male, poi si mettono a piangere".
Le bambine si sono avvicinate tutte, a ranghi serrati, alle mie spalle, aggressive e petulanti. Sfogano un vecchio rancore, ora che io le difendo.
Gridano: "Ma và! Piangere! Ma và! Se ci mettiamo noi, meglio di voi sappiamo giocare!"
Qualcuna è andata troppo avanti, fino a poggiare la palma aperta, il braccio teso, sul petto del compagno. Stanno per azzuffarsi...
Penso: "Accidenti! Non è questo che volevo..." Dico adirato: "Fermi! Basta! Silenzio!"
A ordine ottenuto, soggiungo: "Se bisticciamo, addio gioco! Possiamo provare, no?"
Dice ironico Pinuccio, il cannoniere della squadra: "Per noi va bene... però giochiamo maschi contro femmine".
Un altro ha capito subito l'astuzia e aggiunge: "Gliene facciamo un sacco di goal a quelle lì!" E, divertito dall'idea, sghignazza, comunicando l'ilarità agli altri che sbottano a ridere a crepapelle, sguaiati, qualcuno lasciandosi perfino cadere a terra con le mani sulla pancia.
"Spiritosi!..." Esclamo, con un certo imbarazzo. "Finitela di fare i furbi. Loro non sanno giocare; lo sapete bene. Le mettiamo in difesa: portieri e terzini. Metà con una squadra e metà con l'altra... a sorte".
Timoteo ha seguito tutta la vicenda da neutrale. Adesso, con mio sollievo, interviene a dire: "Il maestro ha ragione. Facciamo così. Proviamo". E a mo' di conclusione, accennando con il capo, ordina: "Forza , ragazzi; facciamo la conta... a mano a mano che uno esce, prende il suo posto nel campo".
Le femmine si sono fatte onore, giocando. Rosse e accaldate, con la gonna lunga fermata con una spilla fra le ginocchia, hanno difeso bene le loro porte, se pure qualche volta, per fermare la palla, hanno usato le mani.
I maschi - non me l'aspettavo - sono stati tanto gentili fino a far finta di non vedere i falli. Io ho fischiato meno che ho potuto e ho manovrato per far finire in pareggio la partita.
Coi tepori della primavera, quando il cielo è uno specchio azzurro che riflette il rosa tenue dei mandorli e dei peschi, si festeggia santa Cecilia, patrona del paese.
In settimana si fanno le pulizie di casa; si confezionano indumenti nuovi e se ne rivoltano vecchi; si impastano e si infornano il pane bianco e i dolci con l'uva passita.
Le donne lasciano porte e finestre spalancate; dagli usci si danno l'un l'altra frasi allegre e facete. Hanno portato, con l'aiuto dei ragazzi, la terra d'argilla grigio-chiara, la impastano con lo sterco ancora caldo dei buoi, rifanno i pavimenti e gli intonachi sbrecciati. Infine danno una mano di calce sui muri levigati; rinnovano i fiocchi verdi alle sedie della camera "bella", perché tengano lontano il malocchio; conservano nell'armadio, sulle lenzuola, il pane di semola, ricamato e arabescato con forbici e punta di coltello.
La sera della vigilia, Maria ha finito di cucirsi la camicetta nuova, rosa, fina come la seta. La gonna azzurra, col grembiule, è pronta da un pezzo, stirata, stesa nel cassetto grande del comò. Non ha potuto comprare le scarpe, perché i soldi sono pochi e i fratellini molti. Ha tinto di nero gli zoccoli d'ulivo, con un pizzico di fuliggine impastata nello strutto. Va scalza, per non sciuparli innanzi tempo.
Di nascosto, ho preso la misura degli zoccoli con un pezzo di spago. Sono andato in bicicletta fino al primo paese dove ci fosse un negozio di scarpe. Non ho trovato molto da scegliere, ma sono graziose, nere, con un fiocchetto di velluto trattenuto da una fibbia colore argento. Ho nascosto gli zoccoli. Al loro posto ho messo le scarpe nuove.
Per la festa, quest'anno, anche cinema.
"Trenta lire per vederlo! Al piazzale di don Peppe! Dopo cena! Dura due ore! Nessuno manchi! Solo trenta lire!" Ha dato fiato alla tromba il banditore, ai quattro cantoni del paese, ammiccando con il suo occhio fesso ai monelli che gli davano la voce, anticipandolo nel declamare sentito poco prima alla precedente fermata.
E' un grande avvenimento. Non si parla d'altro. I giovani che hanno fatto il militare, che sono stati in città, tengono crocchio, raccontando mirabilia.
Maria vorrebbe andarci. Zia Elvira è troppo stanca. "Per noi donne, le feste vogliono dire peste". Dice.
Ziu Efisi è ancora fuori con gli amici e chissà a che ora e in quale stato rientrerà.
Roberto propone: "Perché non ci lascia andare con il maestro?"
Zia Elvira dice: "Quando mai... dare questo disturbo!"
Io vorrei far felice Maria. Dico: "Macché disturbo! E' dovere. Li accompagno io".
Roberto salta sulla sedia e fa le capriole sul pavimento, col rischio di sporcarsi il vestito nuovo. Maria mi regala un sorriso e corre in camera sua a prepararsi.
Hanno inchiodato un lenzuolo da due piazze sul muro della stalla. Davanti hanno sistemato una ventina di panche traballanti sull'acciottolato; dietro, vicino al proiettore, due lampadine che illuminano appena il vasto cortile. C'è già molta gente. Le panche sono tutte occupate. La maggior parte siede per terra, davanti al lenzuolo. Alcuni han portato scanni da casa. C'è anche don Peppe e la sua numerosa famiglia, accomodati su sedie. Mi vede, si alza in piedi per salutarmi. "Buonasera, maestro". Dice. "E tu, alzati e saluta il tuo maestro, somaro!" Si rivolge a Piero, allungandogli uno schiaffo. Io ci resto male, davanti a tutta la gente. Divento più rosso del mio alunno.
"Lo lasci", dico, "sono bambini...".
E don Peppe: "Venga, venga qui, stia con noi. Adesso le faccio portare una sedia. Piero, corri a prendere una sedia buona!"
Non mi sorride l'idea di unirmi a lui. Sto con Maria e Roberto; mi sento un ragazzo in festa, anch'io. Gli dico: "Grazie, ma non posso. Devo badare a Maria e a Roberto".
"Ah! C'é anche Maria di Efisi... Brava, brava. Sei venuta al cinema anche tu!" E aguzza lo sguardo nella semioscurità per osservarla. "Non fa niente, non fa niente. Resti lo stesso. Faccio portare tre sedie... quando mai un maestro si deve sedere per terra..."
Abbiamo visto il film seduti in alto, su comode sedie di paglia, come gran signori, con tutta la gente a voltarsi, per guardarci. Al nostro gruppo si sono aggiunti il sindaco, il parroco e l'appuntato dei carabinieri.
Siamo rientrati alle undici trascorse. La pellicola si spezzava ogni cinque minuti. Si capiva ben poco, perché parlavano più gli spettatori che i protagonisti del film. I commenti venivano fatti a voce alta. Le donne si scandalizzavano per il modo di vestire e di fare delle attrici, che indossavano gonne tropo corte ed erano sbracciate e scollacciate come donnacce. Gli uomini inghiottivano saliva, con gli occhi puntati sul lenzuolo. E quando lei e lui si baciavano spudorati, non si trattenevano dal gridare: "Dai, dai! adesso che ci sei!" E le donne parlottavano fitto tra loro. Qualcuna diceva d'essere pentita d'aver deciso di venire a vedere simile vergogna. "Trenta lire mie belle, gettate al vento!" Ma non si perdevano un'immagine del lungo svenevole tubare della "svergognata" - "Bella bagascia, sarà!" - la quale a un certo punto scopre una coscia, sedendosi, per accalappiare lui - "faccia di tonto!". - che alla fine se la sposa, pure. - "Cornuto!". Maria si vergognava a tutti quei commenti e abbassava il viso quando io la guardavo.
Abbiamo trovato i bambini a letto. Ziu Efisi non è ancora rientrato. Chissà a che punto è con il vino e con gli amici, nella bettola di zia Annica...
Zia Elvira, accoccolata accanto al focolare, ci attende sonnecchiando. "Siete arrivati? Meno male... Tardi è?" Si alza, per scuotersi il sonno di dosso. Mi avvicina uno scanno. "Si sieda a scaldarsi i piedi... Eh, la sua pazienza ci vuole, andarsene a prender freddo per accontentare i ragazzi!"
Roberto esce sbadigliando dalla cucina. Zia Elvira, arrivata alla porta, si rivolge a Maria: "E tu, cosa aspetti? Su, che è tardi..."
Maria è in piedi, con le mani poggiate alla mensola del camino, davanti al fuoco che arde ravvivato da alcuni sterpi. "Vado subito". Risponde senza voltarsi. "Vado subito". Prima mi riscaldo un poco".
"Ma fai presto". Borbotta zia Elvira andandosene.
Allora mi volto a guardare Maria. Anche lei si è voltata, mi sorride tranquilla, senza turbamento. Avvicina uno scanno, si siede vicina a me.
Mi prende una mano fra le sue. "Grazie, per le scarpe". Dice. "Sono le scarpe più belle del paese. Meglio di quelle della figlia di don Peppe, sono..." Mi stringe forte la mano. Poi, d'improvviso, senza che io possa evitarlo, me la bacia.
Sono rimasto a lungo confuso, dopo che lei è fuggita, a pensare, a guardare imbambolato il fuoco che continuava a spegnersi.
Mi propongono di coltivare il pezzo di terra dietro le stalle, seicento metri quadrati.
"Pianteremo alberi da frutto, ravanelli, lattughe e carciofi". Progettano i maschi.
"E prezzemolo, aglio, cipolle e basilico". Aggiungono le femmine.
Giudicano piante e alberi soltanto in rapporto al frutto. Se danno frutti commestibili, le piante sono utili, da rispettare e da curare; ma se frutti non ne danno, sono dannose o inutili, bisogna estirparle o abbatterle, sfruttano la terra per niente.
Dico loro che non siamo soltanto stomaco. "Tutti gli alberi sono utili. Anche quelli ornamentali, perché danno ombra e legna da ardere".
Parlo della mancanza di legna in paese. Il monte é diventato quasi calvo con gli incendi. Ricavare una fascina è diventato sempre più arduo. D'inverno, nei focolari bruciano sterpaglie, paglia di fave e sterco secco dei buoi. Più fumo che calore.
Sembrano convinti. Timoteo, che vuol sempre veder chiaro fino in fondo, chiede: "E dove li troviamo, gli alberi che dice lei, quelli... come si chiamano?"
"Ornamentali". Rispondo. "Facciamo una colletta. Andiamo in un vivaio, a Cagliari, e ne acquistiamo quanti ce ne occorrono... Non sono cari".
Tutta la scolaresca vorrebbe partire. Partiamo invece in quattro: io, Timoteo, Piero ed Anna.
Timoteo è venuto perché fra tutti è il più bravo in botanica; egli sa dire, guardando l'apparato radicale di una pianta, se attecchirà. Piero, perché don Peppe non vuole restare secondo a nessuno. E Anna, perché è femmina; perché dopo la storia del gioco a pallone le bambine non accettano discriminazioni. "E che, ne hanno un pezzo in più, i maschi?" Protestano.
L'emozione della novità li fa taciturni e nervosi. In piedi per tutto il viaggio - il primo della loro vita - con la faccia appiccicata al vetro del finestrino, guardando le campagne, i monti e le valli, e i pali che sfrecciano attaccati ai fili...
"Sono i fili del telefono..." Spiego.
Hanno pulito collo, orecchie e piedi. Hanno indossato l'abito della domenica. Timoteo è riuscito a piegare indietro, a furia di sapone e di pettine stretto, i capelli ispidi e ribelli; ha messo la giacca del fratello, un po’ lunga, ma quasi nuova. Non ha scarpe, ma i piedi hanno un bel colore roseo: chissà quanto consumo di acqua calda e di tegola, ieri notte!
In città, nella via Roma, ci guardano come animali non pericolosi fuggiti dallo zoo. Da prima ho provato un certo imbarazzo a stare con bambini scalzi, imbracati con stoffa ruvida sbiadita, che si fermano qua e là come mosche stordite sul vetro, urtando maldestri la gente, battendo il naso nelle vetrine, perdendosi a cinque metri di distanza e chiamandosi sperduti a gran voce, frastornati, stupiti, ammirati, spauriti, estasiati. Ma dopo, decido anzi di condurli alla Rinascente, perché provino l’ascensore - fino all'ultimo piano. Tiro dritto davanti alle commesse che ci indicano con dita laccate di rosso vivo e ci guardano con occhi bistrati ammiccando fra loro con risolini ironici. Finisco per divertirmi del fatto che ci guardino con ironia e con curiosità, i cittadini. Divertito anche perché il figlio di don Peppe non appare gran che diverso dagli altri, anche se ha le scarpe, lui, e un berrettino nuovo e mille lire, strette nel pugno ficcato in tasca, che il padre gli ha dato per non sfigurare col maestro.
Non appena si sono riempiti gli occhi, hanno cominciato a tempestarmi di domande. Così, rientrando col fascio di acacie sottobraccio, mi sento stanco. E loro sono come ubriachi per le troppe impressioni ricevute.
Nonostante l'ora tarda, all'ingresso del paese, troviamo ad attenderci un gruppetto di scolari. Vogliono vedere subito le piantine; mi accompagnano fino a casa.
"Sono acacie saligne". Dico. "Crescono abbastanza rapidamente; danno legna ed ombra. Danno anche fiori gialli a grappoli. Si chiamano mimose. Sono quei fiori che i lavoratori mettono all'occhiello della giacca, il primo maggio".
Ogni volta che m'incontra per strada, don Peppe mi ripete l'invito di andare a trovarlo a casa. Mi pare offensivo rifiutare una cortesia. D'altro canto, dopo la rivolta e l'arresto dei contadini, temo che frequentare don Peppe possa dispiacere loro, che mi trattano da compagno. Mi confido perciò con ziu Efisi.
"Ma vai! Stupido che sei... Non ti mangia mica!" Mi dice, dandomi del tu. E prosegue: "Se don Peppe non fosse proprietario di molte terre non sarebbe un padrone, sarebbe uno come noi, che non sa leggere nè scrivere. Dentro dentro non è neppure cattivo. E' nato padrone e fa l'interesse dei padroni".
"Stia attento!" Mi dice invece Maria, arrossendo per aver troppo osato, "Stia attento! Don Peppe è una volpe. Se la invita a casa sua, il suo scopo ce l'ha. Forse la vuole allontanare da noi povera gente..."
"Non sono un bambino..." Le rispondo un po' stizzito, perché non mi piace che Maria o nessun altro mettano in dubbio la fermezza dei miei sentimenti. Penso: "O non sarà che don Peppe ha una figlia tutta latte e miele che fa l'occhiolino ai forestieri? Che Maria sia gelosa?"
Don Peppe mi fa passare in salotto, una camera con un tavolo enorme di castagno al centro e dodici sedie intorno.
Mi intrattiene parlando della scuola, degli stipendi, della famiglia e specialmente di Piero che l'anno corso é stato rimandato per la sua poca voglia di studiare.
"Un uomo ci vuole, per lui! non una ragazza, come l'anno scorso. Bisogna farsi temere, a scuola! Se no ne approfittano. Ci vogliono pantaloni, ci vogliono! Con lei, sa, va meglio... me ne sono accorto subito".
Non capisco se voglia espormi un suo punto di vista o se voglia complimentarmi.
"Un bicchiere di malvasia, maestro?" Domanda. Senza attendere risposta, chiama affacciandosi all'uscio: "Laura, porta da bere!"
Dev'essere già tutto predisposto - penso. Non ha fatto a tempo a rimettersi seduto che già arriva la figlia con un vassoio, una caraffa e due bicchieri.
Laura depone tutto sul tavolo e riempie i bicchieri.
L'avevo vista da lontano, un paio di volte; mai tutta intera, affacciata alla finestra che dà sullo stradone di fronte alla chiesa. Penso: "Aveva ragione Maria a dirmi di stare attento..." Ha un corpo da statua greca e una testolina da bambola. Due occhi grigi, limpidissimi, sorridenti. "Deve avere cervello di gallina, però". Penso, tanto per trovarle un difetto.
Don Peppe nota l'attenzione con cui ho guardato la figlia. Certamente ha afferrato ciò che mi è passato per la testa, perché l'uomo è uomo anche se é un maestro che va coi braccianti e la donna è donna anche se é figlia di un agrario. Sembra compiaciuto che io ammiri Laura.
"Laura si annoia molto, sempre sola e senza amiche. Esce solamente per andare in chiesa". Mi confida. Poi cambia discorso: "E lei, come si trova, in paese?"
"Sono contento. Credo che la gente mi voglia bene".
"In città, però, é un'altra cosa... vero, maestro?"
i provano gusto a star con me. Mi fanno domande impossibili su episodi biblici, partendo da reminiscenze confuse: quanti erano... quanti anni aveva... quanto era alto... Noè... i figli di Abramo... i soldati del Faraone dietro gli ebrei. Per stare in tema, ho raccontato l'episodio riferito da Erodoto, del generale, che scontento del soldo del faraone, decise di lasciare l'Egitto per passare in Etiopia, portandosi dietro tutto l'esercito. Il suo re, preoccupato, gli corse dietro, con tutta la corte, sul cocchio dorato, con nelle mani il simbolo della divinità. Raggiuntolo alla frontiera, lo scongiurò di tornare, facendo appello all'amor di patria, agli affetti familiari, alla pietà per gli dei. Ma il generale, senza neppure scendere da cavallo, sollevando una coscia e mostrando al faraone i genitali sul palmo della mano, rispose: Dove ci sono questi, c'è patria, moglie e figli...
Ziu Efisi ci tiene a mostrare agli amici la nostra confidenza. Fa valere l'importanza del fatto che io vivo sotto il suo stesso tetto, quasi ch'io possieda una qualche "sacralità", un potere di legare e di sciogliere, come il prete, perché so leggere nei libri. L'altro giorno, le comari di zia Elvira mi hanno portato una fanciulla "indemoniata", che muore di fame perché "lui", quello che ha dentro, le proibisce di toccare il cibo. Io ho detto che ci vorrebbe un medico, uno psichiatra. Hanno risposto che non è malattia da curarsi col medico.
Ora parlano di fatture, di malocchio, di tesori custoditi dall'anima dannata che li possedeva.
"No, io non ci credo a queste cose". Dico. Mi guardano increduli, poi sorridono maliziosi, dandosi di gomito.
"Lei fa come il parroco. Anche lui dice che non è vero. Però la serva l'ha visto tante volte leggere in un grosso libro nero, dove ci sono scritti tutti i brebus, per ogni genere di fattura". Dicono.
"E il figlio di Bissenti, allora? che è rimasto muto per aver preso fichi nel cortile dietro chiesa... Era tornato a casa battendo i denti come uno spiritato e appena lo hanno messo a letto gli è venuta una specie di paralisi. I compagni l'avevano visto entrare a rubare fichi e Bissenti era corso subito dal prete, piangendo, per scongiurarlo di rompere la fattura. Per tre giorni e per tre notti gli era rimasto il fico in gola; solamente quando il prete era entrato in casa, gli era sceso giù. Ma la voce non gli è più tornata da allora... Altro che, se non è vero!" Concludono.
Il cannonau è un vino delizioso. Ancor più lo è dopo il terzo bicchiere. Al quinto ho cominciato a dire ciò che penso, liberamente. Ho finito per fare un lungo discorso sui diritti dell'uomo, sul socialismo che mi cova dentro. Mi guardano con gli occhi socchiusi, nel viso beato. Sembra stiano facendo un bel sogno. Poi uno dice: "Come possono essere tutti uguali, gli uomini? Sono uguali le spighe d'uno stesso campo o le pecore di uno stesso gregge?"
Penso: "E' vero. Qui gli uomini sono come le spighe di un campo, come le pecore di un gregge: l'acqua e il sole, il pascolo e il riparo, il giorno e la notte, il sonno e la veglia, il sasso e la terra... Hanno soltanto il diritto del pane e del vino, che un Dio buono ha loro donato perché possano sentirsi felici, talvolta".
Ziu Efisi mi ha preso a braccetto, per evitarmi le pozzanghere, fino a casa. Abbiamo cantato a voce alta, tutti e due, per strada e abbiamo bussato a lungo, a pedate, alla porta sprangata della cucina.
Il tavolo è apparecchiato per due, accanto al fuoco.
Maria e sua madre mi guardano in modo diverso dal solito. Non c'è traccia di rimprovero o di scherno nel loro volto. Anzi, gli occhi di Maria mi paiono più dolci di sempre. Sono uno di loro. Il sabato sera, un uomo che lavora sa ubriacarsi davanti a tutti. E' un suo diritto.
Stamane, a scuola, Timoteo discute con i compagni dei contadini arrestati per le terre incolte. Le bambine stanno ad ascoltare in gruppo, da parte.
Timoteo è biondo e ispido, battagliero, col pugno sempre levato, con un vocione da uomo; ma il suo cuore è buono.
Dice: "I contadini hanno ragione. Le terre sono degli uomini che le lavorano!" E' salito sopra un banco, per dar più forza alle sue parole. Mentre parla guarda in direzione di Piero, il figlio di don Peppe, che se ne sta seduto con un risolino sfottente fra le labbra.
"Timoteo!" Lo interrompo entrando, "Timoteo! A scuola non si fanno i comizi... Seduti!"
Occupano i loro posti. Anche Timoteo, ma insofferente, lui, contorcendosi e spostandosi come se abbia le spine sotto il sedere. Ogni tanto accenna ad aprir bocca.
"Cosa c'è ancora?" Gli domando con severità.
"C'è che io non stavo facendo comizio. Io stavo parlando di quello che è accaduto ieri... Ne hanno arrestato cinquanta e c'era anche mio padre... non hanno fatto niente di male, non hanno fatto..." Dice, diventando rosso, con gli occhi che gli luccicano, lì lì per piangere.
Penso: "Timoteo ha ragione. Anche ziu Efisi è stato arrestato. Gli avevano detto che potevano occupare le terre incolte per dissodarle, che la legge era a loro favore... Le ho trovate con lo scialle nero del lutto, ieri, zia Elvira e Maria, e quando mi hanno visto entrare sono scoppiate a piangere... Ho detto loro che non è niente, che li lasceranno subito, perché mica hanno ucciso o rubato... per tranquillizzarle. Ma non ero tranquillo neppure io. Sono rimasto senza sonno, a lungo, ieri notte, pensando a ciò che è accaduto. Sì, Timoteo ha ragione. Ma non posso dirglielo così, davanti a tutta la classe , davanti al figlio di don Peppe... Cosa devo fare?"
Dico: "Va bene. Vedo che volete parlare delle faccende del nostro paese. D'accordo. Prendete quaderno e penna e scrivete: Tema. I contadini. Ognuno dica quello che vuole..."
Mi dice grazie con lo sguardo, Timoteo, e si butta a scrivere, soddisfatto che il maestro glielo abbia permesso. Ha riempito tre pagine con un mucchio di errori e più parole in sardo che in italiano. Non immaginavo che un bambino di nove anni potesse avere certe idee in testa. Ha scritto che "è tempo che i poveri diventino ricchi" e che "i padroni che sfruttano i braccianti andrebbero impiccati".
Li hanno rilasciati tutti. Hanno dovuto anche pagare loro il biglietto di ritorno in treno, per levarseli dai piedi, a Cagliari.
C'è quasi tutto il paese ad attenderli. Si vedono arrivare sullo stradone bianco, a metà ingombro di ghiaia ammucchiata. Cominciano a distinguersi le loro facce accaldate: la stazione delle ferrovie complementari è a tre chilometri e il pomeriggio è tiepido. Sembrano un'allegra comitiva reduce da una scampagnata. Parlano tra loro, camminando a passo lento, senza guardare per terra.
Qualche donna piange, singhiozzando, quando riconosce il suo uomo nel gruppo. I bambini sono già corsi incontro, a gettarsi fra le loro braccia. Ho visto anche Timoteo, saltellando, attaccato alla mano del padre. I più piccoli si son fatti prendere in braccio o a cavalcioni, sulle spalle.
Quando sono a pochi passi, grida di gioia erompono dalla folla. Poi, abbracci confusi, domande rumorose, fitte, fatte senza attendere risposta, come se fossero stati divisi da tanto tempo, come se soltanto il suono delle parole fosse sufficiente a farli ritrovare dopo averli persi...
Sono arrivati tutti, anche ziu Efisi, che figlia e moglie si tengono abbracciato. Lo saluto dall’alto di un cumulo di ghiaia, accanto alla cabina elettrica. Mi ha visto. Mi si avvicina. Gli ho stretto forte la mano. Mi ha abbracciato.
La scolaresca ha preso l'abitudine di venirmi a trovare a casa, nel pomeriggio.
Zia Elvira non si lamenta, però i ragazzi sono troppo rumorosi, sporcano il pavimento, possono arrecare danni ai fiori del loggiato o alle piantine del cortile. Decidiamo così di andarcene nel piazzale di don Peppe, vicino alla scuola, sempre aperto, dove nessuno brontola, se giochiamo a palla.
Vanno matti per il calcio. Quando non hanno una palla vera, se ne fanno una di stracci ben stretti e pigiati dentro una calza lunga da donna, più volte legata e rivoltata. In casi estremi prendono a calci un barattolo; e devono avere i piedi ben duri se riescono a sbattacchiarlo su e giù per un'ora.
Vogliono che io arbitri le loro partite. Mettono due mucchi di sassi da un lato e due dall'altro, dopo aver misurato ripetute volte a passi lunghi. E ad ogni nuovo controllo spostano i sassi perché le misure non tornano mai giuste...
Le bambine - qualcuna con il fratellino piccolo di pochi mesi in grembo - sedute per terra, seguono lo spettacolo.
"Ma perché non facciamo giocare anche loro, oggi? Stanno sempre a guardare... non mi pare giusto, questo". Dico.
Fermano i loro preparativi e mi guardano con meraviglia. Qualcuno ridacchia.
Giovanni dice: "Ma loro sono femmine... non sanno giocare a pallone!"
Rispondo: "Per forza! Non glielo avete mai lasciato imparare".
Dice un altro: "Ma poi cadono... si fanno male, poi si mettono a piangere".
Le bambine si sono avvicinate tutte, a ranghi serrati, alle mie spalle, aggressive e petulanti. Sfogano un vecchio rancore, ora che io le difendo.
Gridano: "Ma và! Piangere! Ma và! Se ci mettiamo noi, meglio di voi sappiamo giocare!"
Qualcuna è andata troppo avanti, fino a poggiare la palma aperta, il braccio teso, sul petto del compagno. Stanno per azzuffarsi...
Penso: "Accidenti! Non è questo che volevo..." Dico adirato: "Fermi! Basta! Silenzio!"
A ordine ottenuto, soggiungo: "Se bisticciamo, addio gioco! Possiamo provare, no?"
Dice ironico Pinuccio, il cannoniere della squadra: "Per noi va bene... però giochiamo maschi contro femmine".
Un altro ha capito subito l'astuzia e aggiunge: "Gliene facciamo un sacco di goal a quelle lì!" E, divertito dall'idea, sghignazza, comunicando l'ilarità agli altri che sbottano a ridere a crepapelle, sguaiati, qualcuno lasciandosi perfino cadere a terra con le mani sulla pancia.
"Spiritosi!..." Esclamo, con un certo imbarazzo. "Finitela di fare i furbi. Loro non sanno giocare; lo sapete bene. Le mettiamo in difesa: portieri e terzini. Metà con una squadra e metà con l'altra... a sorte".
Timoteo ha seguito tutta la vicenda da neutrale. Adesso, con mio sollievo, interviene a dire: "Il maestro ha ragione. Facciamo così. Proviamo". E a mo' di conclusione, accennando con il capo, ordina: "Forza , ragazzi; facciamo la conta... a mano a mano che uno esce, prende il suo posto nel campo".
Le femmine si sono fatte onore, giocando. Rosse e accaldate, con la gonna lunga fermata con una spilla fra le ginocchia, hanno difeso bene le loro porte, se pure qualche volta, per fermare la palla, hanno usato le mani.
I maschi - non me l'aspettavo - sono stati tanto gentili fino a far finta di non vedere i falli. Io ho fischiato meno che ho potuto e ho manovrato per far finire in pareggio la partita.
Coi tepori della primavera, quando il cielo è uno specchio azzurro che riflette il rosa tenue dei mandorli e dei peschi, si festeggia santa Cecilia, patrona del paese.
In settimana si fanno le pulizie di casa; si confezionano indumenti nuovi e se ne rivoltano vecchi; si impastano e si infornano il pane bianco e i dolci con l'uva passita.
Le donne lasciano porte e finestre spalancate; dagli usci si danno l'un l'altra frasi allegre e facete. Hanno portato, con l'aiuto dei ragazzi, la terra d'argilla grigio-chiara, la impastano con lo sterco ancora caldo dei buoi, rifanno i pavimenti e gli intonachi sbrecciati. Infine danno una mano di calce sui muri levigati; rinnovano i fiocchi verdi alle sedie della camera "bella", perché tengano lontano il malocchio; conservano nell'armadio, sulle lenzuola, il pane di semola, ricamato e arabescato con forbici e punta di coltello.
La sera della vigilia, Maria ha finito di cucirsi la camicetta nuova, rosa, fina come la seta. La gonna azzurra, col grembiule, è pronta da un pezzo, stirata, stesa nel cassetto grande del comò. Non ha potuto comprare le scarpe, perché i soldi sono pochi e i fratellini molti. Ha tinto di nero gli zoccoli d'ulivo, con un pizzico di fuliggine impastata nello strutto. Va scalza, per non sciuparli innanzi tempo.
Di nascosto, ho preso la misura degli zoccoli con un pezzo di spago. Sono andato in bicicletta fino al primo paese dove ci fosse un negozio di scarpe. Non ho trovato molto da scegliere, ma sono graziose, nere, con un fiocchetto di velluto trattenuto da una fibbia colore argento. Ho nascosto gli zoccoli. Al loro posto ho messo le scarpe nuove.
Per la festa, quest'anno, anche cinema.
"Trenta lire per vederlo! Al piazzale di don Peppe! Dopo cena! Dura due ore! Nessuno manchi! Solo trenta lire!" Ha dato fiato alla tromba il banditore, ai quattro cantoni del paese, ammiccando con il suo occhio fesso ai monelli che gli davano la voce, anticipandolo nel declamare sentito poco prima alla precedente fermata.
E' un grande avvenimento. Non si parla d'altro. I giovani che hanno fatto il militare, che sono stati in città, tengono crocchio, raccontando mirabilia.
Maria vorrebbe andarci. Zia Elvira è troppo stanca. "Per noi donne, le feste vogliono dire peste". Dice.
Ziu Efisi è ancora fuori con gli amici e chissà a che ora e in quale stato rientrerà.
Roberto propone: "Perché non ci lascia andare con il maestro?"
Zia Elvira dice: "Quando mai... dare questo disturbo!"
Io vorrei far felice Maria. Dico: "Macché disturbo! E' dovere. Li accompagno io".
Roberto salta sulla sedia e fa le capriole sul pavimento, col rischio di sporcarsi il vestito nuovo. Maria mi regala un sorriso e corre in camera sua a prepararsi.
Hanno inchiodato un lenzuolo da due piazze sul muro della stalla. Davanti hanno sistemato una ventina di panche traballanti sull'acciottolato; dietro, vicino al proiettore, due lampadine che illuminano appena il vasto cortile. C'è già molta gente. Le panche sono tutte occupate. La maggior parte siede per terra, davanti al lenzuolo. Alcuni han portato scanni da casa. C'è anche don Peppe e la sua numerosa famiglia, accomodati su sedie. Mi vede, si alza in piedi per salutarmi. "Buonasera, maestro". Dice. "E tu, alzati e saluta il tuo maestro, somaro!" Si rivolge a Piero, allungandogli uno schiaffo. Io ci resto male, davanti a tutta la gente. Divento più rosso del mio alunno.
"Lo lasci", dico, "sono bambini...".
E don Peppe: "Venga, venga qui, stia con noi. Adesso le faccio portare una sedia. Piero, corri a prendere una sedia buona!"
Non mi sorride l'idea di unirmi a lui. Sto con Maria e Roberto; mi sento un ragazzo in festa, anch'io. Gli dico: "Grazie, ma non posso. Devo badare a Maria e a Roberto".
"Ah! C'é anche Maria di Efisi... Brava, brava. Sei venuta al cinema anche tu!" E aguzza lo sguardo nella semioscurità per osservarla. "Non fa niente, non fa niente. Resti lo stesso. Faccio portare tre sedie... quando mai un maestro si deve sedere per terra..."
Abbiamo visto il film seduti in alto, su comode sedie di paglia, come gran signori, con tutta la gente a voltarsi, per guardarci. Al nostro gruppo si sono aggiunti il sindaco, il parroco e l'appuntato dei carabinieri.
Siamo rientrati alle undici trascorse. La pellicola si spezzava ogni cinque minuti. Si capiva ben poco, perché parlavano più gli spettatori che i protagonisti del film. I commenti venivano fatti a voce alta. Le donne si scandalizzavano per il modo di vestire e di fare delle attrici, che indossavano gonne tropo corte ed erano sbracciate e scollacciate come donnacce. Gli uomini inghiottivano saliva, con gli occhi puntati sul lenzuolo. E quando lei e lui si baciavano spudorati, non si trattenevano dal gridare: "Dai, dai! adesso che ci sei!" E le donne parlottavano fitto tra loro. Qualcuna diceva d'essere pentita d'aver deciso di venire a vedere simile vergogna. "Trenta lire mie belle, gettate al vento!" Ma non si perdevano un'immagine del lungo svenevole tubare della "svergognata" - "Bella bagascia, sarà!" - la quale a un certo punto scopre una coscia, sedendosi, per accalappiare lui - "faccia di tonto!". - che alla fine se la sposa, pure. - "Cornuto!". Maria si vergognava a tutti quei commenti e abbassava il viso quando io la guardavo.
Abbiamo trovato i bambini a letto. Ziu Efisi non è ancora rientrato. Chissà a che punto è con il vino e con gli amici, nella bettola di zia Annica...
Zia Elvira, accoccolata accanto al focolare, ci attende sonnecchiando. "Siete arrivati? Meno male... Tardi è?" Si alza, per scuotersi il sonno di dosso. Mi avvicina uno scanno. "Si sieda a scaldarsi i piedi... Eh, la sua pazienza ci vuole, andarsene a prender freddo per accontentare i ragazzi!"
Roberto esce sbadigliando dalla cucina. Zia Elvira, arrivata alla porta, si rivolge a Maria: "E tu, cosa aspetti? Su, che è tardi..."
Maria è in piedi, con le mani poggiate alla mensola del camino, davanti al fuoco che arde ravvivato da alcuni sterpi. "Vado subito". Risponde senza voltarsi. "Vado subito". Prima mi riscaldo un poco".
"Ma fai presto". Borbotta zia Elvira andandosene.
Allora mi volto a guardare Maria. Anche lei si è voltata, mi sorride tranquilla, senza turbamento. Avvicina uno scanno, si siede vicina a me.
Mi prende una mano fra le sue. "Grazie, per le scarpe". Dice. "Sono le scarpe più belle del paese. Meglio di quelle della figlia di don Peppe, sono..." Mi stringe forte la mano. Poi, d'improvviso, senza che io possa evitarlo, me la bacia.
Sono rimasto a lungo confuso, dopo che lei è fuggita, a pensare, a guardare imbambolato il fuoco che continuava a spegnersi.
Mi propongono di coltivare il pezzo di terra dietro le stalle, seicento metri quadrati.
"Pianteremo alberi da frutto, ravanelli, lattughe e carciofi". Progettano i maschi.
"E prezzemolo, aglio, cipolle e basilico". Aggiungono le femmine.
Giudicano piante e alberi soltanto in rapporto al frutto. Se danno frutti commestibili, le piante sono utili, da rispettare e da curare; ma se frutti non ne danno, sono dannose o inutili, bisogna estirparle o abbatterle, sfruttano la terra per niente.
Dico loro che non siamo soltanto stomaco. "Tutti gli alberi sono utili. Anche quelli ornamentali, perché danno ombra e legna da ardere".
Parlo della mancanza di legna in paese. Il monte é diventato quasi calvo con gli incendi. Ricavare una fascina è diventato sempre più arduo. D'inverno, nei focolari bruciano sterpaglie, paglia di fave e sterco secco dei buoi. Più fumo che calore.
Sembrano convinti. Timoteo, che vuol sempre veder chiaro fino in fondo, chiede: "E dove li troviamo, gli alberi che dice lei, quelli... come si chiamano?"
"Ornamentali". Rispondo. "Facciamo una colletta. Andiamo in un vivaio, a Cagliari, e ne acquistiamo quanti ce ne occorrono... Non sono cari".
Tutta la scolaresca vorrebbe partire. Partiamo invece in quattro: io, Timoteo, Piero ed Anna.
Timoteo è venuto perché fra tutti è il più bravo in botanica; egli sa dire, guardando l'apparato radicale di una pianta, se attecchirà. Piero, perché don Peppe non vuole restare secondo a nessuno. E Anna, perché è femmina; perché dopo la storia del gioco a pallone le bambine non accettano discriminazioni. "E che, ne hanno un pezzo in più, i maschi?" Protestano.
L'emozione della novità li fa taciturni e nervosi. In piedi per tutto il viaggio - il primo della loro vita - con la faccia appiccicata al vetro del finestrino, guardando le campagne, i monti e le valli, e i pali che sfrecciano attaccati ai fili...
"Sono i fili del telefono..." Spiego.
Hanno pulito collo, orecchie e piedi. Hanno indossato l'abito della domenica. Timoteo è riuscito a piegare indietro, a furia di sapone e di pettine stretto, i capelli ispidi e ribelli; ha messo la giacca del fratello, un po’ lunga, ma quasi nuova. Non ha scarpe, ma i piedi hanno un bel colore roseo: chissà quanto consumo di acqua calda e di tegola, ieri notte!
In città, nella via Roma, ci guardano come animali non pericolosi fuggiti dallo zoo. Da prima ho provato un certo imbarazzo a stare con bambini scalzi, imbracati con stoffa ruvida sbiadita, che si fermano qua e là come mosche stordite sul vetro, urtando maldestri la gente, battendo il naso nelle vetrine, perdendosi a cinque metri di distanza e chiamandosi sperduti a gran voce, frastornati, stupiti, ammirati, spauriti, estasiati. Ma dopo, decido anzi di condurli alla Rinascente, perché provino l’ascensore - fino all'ultimo piano. Tiro dritto davanti alle commesse che ci indicano con dita laccate di rosso vivo e ci guardano con occhi bistrati ammiccando fra loro con risolini ironici. Finisco per divertirmi del fatto che ci guardino con ironia e con curiosità, i cittadini. Divertito anche perché il figlio di don Peppe non appare gran che diverso dagli altri, anche se ha le scarpe, lui, e un berrettino nuovo e mille lire, strette nel pugno ficcato in tasca, che il padre gli ha dato per non sfigurare col maestro.
Non appena si sono riempiti gli occhi, hanno cominciato a tempestarmi di domande. Così, rientrando col fascio di acacie sottobraccio, mi sento stanco. E loro sono come ubriachi per le troppe impressioni ricevute.
Nonostante l'ora tarda, all'ingresso del paese, troviamo ad attenderci un gruppetto di scolari. Vogliono vedere subito le piantine; mi accompagnano fino a casa.
"Sono acacie saligne". Dico. "Crescono abbastanza rapidamente; danno legna ed ombra. Danno anche fiori gialli a grappoli. Si chiamano mimose. Sono quei fiori che i lavoratori mettono all'occhiello della giacca, il primo maggio".

Ogni volta che m'incontra per strada, don Peppe mi ripete l'invito di andare a trovarlo a casa. Mi pare offensivo rifiutare una cortesia. D'altro canto, dopo la rivolta e l'arresto dei contadini, temo che frequentare don Peppe possa dispiacere loro, che mi trattano da compagno. Mi confido perciò con ziu Efisi.
"Ma vai! Stupido che sei... Non ti mangia mica!" Mi dice, dandomi del tu. E prosegue: "Se don Peppe non fosse proprietario di molte terre non sarebbe un padrone, sarebbe uno come noi, che non sa leggere nè scrivere. Dentro dentro non è neppure cattivo. E' nato padrone e fa l'interesse dei padroni".
"Stia attento!" Mi dice invece Maria, arrossendo per aver troppo osato, "Stia attento! Don Peppe è una volpe. Se la invita a casa sua, il suo scopo ce l'ha. Forse la vuole allontanare da noi povera gente..."
"Non sono un bambino..." Le rispondo un po' stizzito, perché non mi piace che Maria o nessun altro mettano in dubbio la fermezza dei miei sentimenti. Penso: "O non sarà che don Peppe ha una figlia tutta latte e miele che fa l'occhiolino ai forestieri? Che Maria sia gelosa?"
Don Peppe mi fa passare in salotto, una camera con un tavolo enorme di castagno al centro e dodici sedie intorno.
Mi intrattiene parlando della scuola, degli stipendi, della famiglia e specialmente di Piero che l'anno corso é stato rimandato per la sua poca voglia di studiare.
"Un uomo ci vuole, per lui! non una ragazza, come l'anno scorso. Bisogna farsi temere, a scuola! Se no ne approfittano. Ci vogliono pantaloni, ci vogliono! Con lei, sa, va meglio... me ne sono accorto subito".
Non capisco se voglia espormi un suo punto di vista o se voglia complimentarmi.
"Un bicchiere di malvasia, maestro?" Domanda. Senza attendere risposta, chiama affacciandosi all'uscio: "Laura, porta da bere!"
Dev'essere già tutto predisposto - penso. Non ha fatto a tempo a rimettersi seduto che già arriva la figlia con un vassoio, una caraffa e due bicchieri.
Laura depone tutto sul tavolo e riempie i bicchieri.
L'avevo vista da lontano, un paio di volte; mai tutta intera, affacciata alla finestra che dà sullo stradone di fronte alla chiesa. Penso: "Aveva ragione Maria a dirmi di stare attento..." Ha un corpo da statua greca e una testolina da bambola. Due occhi grigi, limpidissimi, sorridenti. "Deve avere cervello di gallina, però". Penso, tanto per trovarle un difetto.
Don Peppe nota l'attenzione con cui ho guardato la figlia. Certamente ha afferrato ciò che mi è passato per la testa, perché l'uomo è uomo anche se é un maestro che va coi braccianti e la donna è donna anche se é figlia di un agrario. Sembra compiaciuto che io ammiri Laura.
"Laura si annoia molto, sempre sola e senza amiche. Esce solamente per andare in chiesa". Mi confida. Poi cambia discorso: "E lei, come si trova, in paese?"
"Sono contento. Credo che la gente mi voglia bene".
"In città, però, é un'altra cosa... vero, maestro?"
i provano gusto a star con me. Mi fanno domande impossibili su episodi biblici, partendo da reminiscenze confuse: quanti erano... quanti anni aveva... quanto era alto... Noè... i figli di Abramo... i soldati del Faraone dietro gli ebrei. Per stare in tema, ho raccontato l'episodio riferito da Erodoto, del generale, che scontento del soldo del faraone, decise di lasciare l'Egitto per passare in Etiopia, portandosi dietro tutto l'esercito. Il suo re, preoccupato, gli corse dietro, con tutta la corte, sul cocchio dorato, con nelle mani il simbolo della divinità. Raggiuntolo alla frontiera, lo scongiurò di tornare, facendo appello all'amor di patria, agli affetti familiari, alla pietà per gli dei. Ma il generale, senza neppure scendere da cavallo, sollevando una coscia e mostrando al faraone i genitali sul palmo della mano, rispose: Dove ci sono questi, c'è patria, moglie e figli...
Ziu Efisi ci tiene a mostrare agli amici la nostra confidenza. Fa valere l'importanza del fatto che io vivo sotto il suo stesso tetto, quasi ch'io possieda una qualche "sacralità", un potere di legare e di sciogliere, come il prete, perché so leggere nei libri. L'altro giorno, le comari di zia Elvira mi hanno portato una fanciulla "indemoniata", che muore di fame perché "lui", quello che ha dentro, le proibisce di toccare il cibo. Io ho detto che ci vorrebbe un medico, uno psichiatra. Hanno risposto che non è malattia da curarsi col medico.
Ora parlano di fatture, di malocchio, di tesori custoditi dall'anima dannata che li possedeva.
"No, io non ci credo a queste cose". Dico. Mi guardano increduli, poi sorridono maliziosi, dandosi di gomito.
"Lei fa come il parroco. Anche lui dice che non è vero. Però la serva l'ha visto tante volte leggere in un grosso libro nero, dove ci sono scritti tutti i brebus, per ogni genere di fattura". Dicono.
"E il figlio di Bissenti, allora? che è rimasto muto per aver preso fichi nel cortile dietro chiesa... Era tornato a casa battendo i denti come uno spiritato e appena lo hanno messo a letto gli è venuta una specie di paralisi. I compagni l'avevano visto entrare a rubare fichi e Bissenti era corso subito dal prete, piangendo, per scongiurarlo di rompere la fattura. Per tre giorni e per tre notti gli era rimasto il fico in gola; solamente quando il prete era entrato in casa, gli era sceso giù. Ma la voce non gli è più tornata da allora... Altro che, se non è vero!" Concludono.
Il cannonau è un vino delizioso. Ancor più lo è dopo il terzo bicchiere. Al quinto ho cominciato a dire ciò che penso, liberamente. Ho finito per fare un lungo discorso sui diritti dell'uomo, sul socialismo che mi cova dentro. Mi guardano con gli occhi socchiusi, nel viso beato. Sembra stiano facendo un bel sogno. Poi uno dice: "Come possono essere tutti uguali, gli uomini? Sono uguali le spighe d'uno stesso campo o le pecore di uno stesso gregge?"
Penso: "E' vero. Qui gli uomini sono come le spighe di un campo, come le pecore di un gregge: l'acqua e il sole, il pascolo e il riparo, il giorno e la notte, il sonno e la veglia, il sasso e la terra... Hanno soltanto il diritto del pane e del vino, che un Dio buono ha loro donato perché possano sentirsi felici, talvolta".
Ziu Efisi mi ha preso a braccetto, per evitarmi le pozzanghere, fino a casa. Abbiamo cantato a voce alta, tutti e due, per strada e abbiamo bussato a lungo, a pedate, alla porta sprangata della cucina.
Il tavolo è apparecchiato per due, accanto al fuoco.
Maria e sua madre mi guardano in modo diverso dal solito. Non c'è traccia di rimprovero o di scherno nel loro volto. Anzi, gli occhi di Maria mi paiono più dolci di sempre. Sono uno di loro. Il sabato sera, un uomo che lavora sa ubriacarsi davanti a tutti. E' un suo diritto.
Stamane, a scuola, Timoteo discute con i compagni dei contadini arrestati per le terre incolte. Le bambine stanno ad ascoltare in gruppo, da parte.
Timoteo è biondo e ispido, battagliero, col pugno sempre levato, con un vocione da uomo; ma il suo cuore è buono.
Dice: "I contadini hanno ragione. Le terre sono degli uomini che le lavorano!" E' salito sopra un banco, per dar più forza alle sue parole. Mentre parla guarda in direzione di Piero, il figlio di don Peppe, che se ne sta seduto con un risolino sfottente fra le labbra.
"Timoteo!" Lo interrompo entrando, "Timoteo! A scuola non si fanno i comizi... Seduti!"
Occupano i loro posti. Anche Timoteo, ma insofferente, lui, contorcendosi e spostandosi come se abbia le spine sotto il sedere. Ogni tanto accenna ad aprir bocca.
"Cosa c'è ancora?" Gli domando con severità.
"C'è che io non stavo facendo comizio. Io stavo parlando di quello che è accaduto ieri... Ne hanno arrestato cinquanta e c'era anche mio padre... non hanno fatto niente di male, non hanno fatto..." Dice, diventando rosso, con gli occhi che gli luccicano, lì lì per piangere.
Penso: "Timoteo ha ragione. Anche ziu Efisi è stato arrestato. Gli avevano detto che potevano occupare le terre incolte per dissodarle, che la legge era a loro favore... Le ho trovate con lo scialle nero del lutto, ieri, zia Elvira e Maria, e quando mi hanno visto entrare sono scoppiate a piangere... Ho detto loro che non è niente, che li lasceranno subito, perché mica hanno ucciso o rubato... per tranquillizzarle. Ma non ero tranquillo neppure io. Sono rimasto senza sonno, a lungo, ieri notte, pensando a ciò che è accaduto. Sì, Timoteo ha ragione. Ma non posso dirglielo così, davanti a tutta la classe , davanti al figlio di don Peppe... Cosa devo fare?"
Dico: "Va bene. Vedo che volete parlare delle faccende del nostro paese. D'accordo. Prendete quaderno e penna e scrivete: Tema. I contadini. Ognuno dica quello che vuole..."
Mi dice grazie con lo sguardo, Timoteo, e si butta a scrivere, soddisfatto che il maestro glielo abbia permesso. Ha riempito tre pagine con un mucchio di errori e più parole in sardo che in italiano. Non immaginavo che un bambino di nove anni potesse avere certe idee in testa. Ha scritto che "è tempo che i poveri diventino ricchi" e che "i padroni che sfruttano i braccianti andrebbero impiccati".

Li hanno rilasciati tutti. Hanno dovuto anche pagare loro il biglietto di ritorno in treno, per levarseli dai piedi, a Cagliari.
C'è quasi tutto il paese ad attenderli. Si vedono arrivare sullo stradone bianco, a metà ingombro di ghiaia ammucchiata. Cominciano a distinguersi le loro facce accaldate: la stazione delle ferrovie complementari è a tre chilometri e il pomeriggio è tiepido. Sembrano un'allegra comitiva reduce da una scampagnata. Parlano tra loro, camminando a passo lento, senza guardare per terra.
Qualche donna piange, singhiozzando, quando riconosce il suo uomo nel gruppo. I bambini sono già corsi incontro, a gettarsi fra le loro braccia. Ho visto anche Timoteo, saltellando, attaccato alla mano del padre. I più piccoli si son fatti prendere in braccio o a cavalcioni, sulle spalle.
Quando sono a pochi passi, grida di gioia erompono dalla folla. Poi, abbracci confusi, domande rumorose, fitte, fatte senza attendere risposta, come se fossero stati divisi da tanto tempo, come se soltanto il suono delle parole fosse sufficiente a farli ritrovare dopo averli persi...
Sono arrivati tutti, anche ziu Efisi, che figlia e moglie si tengono abbracciato. Lo saluto dall’alto di un cumulo di ghiaia, accanto alla cabina elettrica. Mi ha visto. Mi si avvicina. Gli ho stretto forte la mano. Mi ha abbracciato.
La scolaresca ha preso l'abitudine di venirmi a trovare a casa, nel pomeriggio.
Zia Elvira non si lamenta, però i ragazzi sono troppo rumorosi, sporcano il pavimento, possono arrecare danni ai fiori del loggiato o alle piantine del cortile. Decidiamo così di andarcene nel piazzale di don Peppe, vicino alla scuola, sempre aperto, dove nessuno brontola, se giochiamo a palla.
Vanno matti per il calcio. Quando non hanno una palla vera, se ne fanno una di stracci ben stretti e pigiati dentro una calza lunga da donna, più volte legata e rivoltata. In casi estremi prendono a calci un barattolo; e devono avere i piedi ben duri se riescono a sbattacchiarlo su e giù per un'ora.
Vogliono che io arbitri le loro partite. Mettono due mucchi di sassi da un lato e due dall'altro, dopo aver misurato ripetute volte a passi lunghi. E ad ogni nuovo controllo spostano i sassi perché le misure non tornano mai giuste...
Le bambine - qualcuna con il fratellino piccolo di pochi mesi in grembo - sedute per terra, seguono lo spettacolo.
"Ma perché non facciamo giocare anche loro, oggi? Stanno sempre a guardare... non mi pare giusto, questo". Dico.
Fermano i loro preparativi e mi guardano con meraviglia. Qualcuno ridacchia.
Giovanni dice: "Ma loro sono femmine... non sanno giocare a pallone!"
Rispondo: "Per forza! Non glielo avete mai lasciato imparare".
Dice un altro: "Ma poi cadono... si fanno male, poi si mettono a piangere".
Le bambine si sono avvicinate tutte, a ranghi serrati, alle mie spalle, aggressive e petulanti. Sfogano un vecchio rancore, ora che io le difendo.
Gridano: "Ma và! Piangere! Ma và! Se ci mettiamo noi, meglio di voi sappiamo giocare!"
Qualcuna è andata troppo avanti, fino a poggiare la palma aperta, il braccio teso, sul petto del compagno. Stanno per azzuffarsi...
Penso: "Accidenti! Non è questo che volevo..." Dico adirato: "Fermi! Basta! Silenzio!"
A ordine ottenuto, soggiungo: "Se bisticciamo, addio gioco! Possiamo provare, no?"
Dice ironico Pinuccio, il cannoniere della squadra: "Per noi va bene... però giochiamo maschi contro femmine".
Un altro ha capito subito l'astuzia e aggiunge: "Gliene facciamo un sacco di goal a quelle lì!" E, divertito dall'idea, sghignazza, comunicando l'ilarità agli altri che sbottano a ridere a crepapelle, sguaiati, qualcuno lasciandosi perfino cadere a terra con le mani sulla pancia.
"Spiritosi!..." Esclamo, con un certo imbarazzo. "Finitela di fare i furbi. Loro non sanno giocare; lo sapete bene. Le mettiamo in difesa: portieri e terzini. Metà con una squadra e metà con l'altra... a sorte".
Timoteo ha seguito tutta la vicenda da neutrale. Adesso, con mio sollievo, interviene a dire: "Il maestro ha ragione. Facciamo così. Proviamo". E a mo' di conclusione, accennando con il capo, ordina: "Forza , ragazzi; facciamo la conta... a mano a mano che uno esce, prende il suo posto nel campo".
Le femmine si sono fatte onore, giocando. Rosse e accaldate, con la gonna lunga fermata con una spilla fra le ginocchia, hanno difeso bene le loro porte, se pure qualche volta, per fermare la palla, hanno usato le mani.
I maschi - non me l'aspettavo - sono stati tanto gentili fino a far finta di non vedere i falli. Io ho fischiato meno che ho potuto e ho manovrato per far finire in pareggio la partita.
Coi tepori della primavera, quando il cielo è uno specchio azzurro che riflette il rosa tenue dei mandorli e dei peschi, si festeggia santa Cecilia, patrona del paese.
In settimana si fanno le pulizie di casa; si confezionano indumenti nuovi e se ne rivoltano vecchi; si impastano e si infornano il pane bianco e i dolci con l'uva passita.
Le donne lasciano porte e finestre spalancate; dagli usci si danno l'un l'altra frasi allegre e facete. Hanno portato, con l'aiuto dei ragazzi, la terra d'argilla grigio-chiara, la impastano con lo sterco ancora caldo dei buoi, rifanno i pavimenti e gli intonachi sbrecciati. Infine danno una mano di calce sui muri levigati; rinnovano i fiocchi verdi alle sedie della camera "bella", perché tengano lontano il malocchio; conservano nell'armadio, sulle lenzuola, il pane di semola, ricamato e arabescato con forbici e punta di coltello.
La sera della vigilia, Maria ha finito di cucirsi la camicetta nuova, rosa, fina come la seta. La gonna azzurra, col grembiule, è pronta da un pezzo, stirata, stesa nel cassetto grande del comò. Non ha potuto comprare le scarpe, perché i soldi sono pochi e i fratellini molti. Ha tinto di nero gli zoccoli d'ulivo, con un pizzico di fuliggine impastata nello strutto. Va scalza, per non sciuparli innanzi tempo.
Di nascosto, ho preso la misura degli zoccoli con un pezzo di spago. Sono andato in bicicletta fino al primo paese dove ci fosse un negozio di scarpe. Non ho trovato molto da scegliere, ma sono graziose, nere, con un fiocchetto di velluto trattenuto da una fibbia colore argento. Ho nascosto gli zoccoli. Al loro posto ho messo le scarpe nuove.
* * *
Per la festa, quest'anno, anche cinema.
"Trenta lire per vederlo! Al piazzale di don Peppe! Dopo cena! Dura due ore! Nessuno manchi! Solo trenta lire!" Ha dato fiato alla tromba il banditore, ai quattro cantoni del paese, ammiccando con il suo occhio fesso ai monelli che gli davano la voce, anticipandolo nel declamare sentito poco prima alla precedente fermata.
E' un grande avvenimento. Non si parla d'altro. I giovani che hanno fatto il militare, che sono stati in città, tengono crocchio, raccontando mirabilia.
Maria vorrebbe andarci. Zia Elvira è troppo stanca. "Per noi donne, le feste vogliono dire peste". Dice.
Ziu Efisi è ancora fuori con gli amici e chissà a che ora e in quale stato rientrerà.
Roberto propone: "Perché non ci lascia andare con il maestro?"
Zia Elvira dice: "Quando mai... dare questo disturbo!"
Io vorrei far felice Maria. Dico: "Macché disturbo! E' dovere. Li accompagno io".
Roberto salta sulla sedia e fa le capriole sul pavimento, col rischio di sporcarsi il vestito nuovo. Maria mi regala un sorriso e corre in camera sua a prepararsi.
Hanno inchiodato un lenzuolo da due piazze sul muro della stalla. Davanti hanno sistemato una ventina di panche traballanti sull'acciottolato; dietro, vicino al proiettore, due lampadine che illuminano appena il vasto cortile. C'è già molta gente. Le panche sono tutte occupate. La maggior parte siede per terra, davanti al lenzuolo. Alcuni han portato scanni da casa. C'è anche don Peppe e la sua numerosa famiglia, accomodati su sedie. Mi vede, si alza in piedi per salutarmi. "Buonasera, maestro". Dice. "E tu, alzati e saluta il tuo maestro, somaro!" Si rivolge a Piero, allungandogli uno schiaffo. Io ci resto male, davanti a tutta la gente. Divento più rosso del mio alunno.
"Lo lasci", dico, "sono bambini...".
E don Peppe: "Venga, venga qui, stia con noi. Adesso le faccio portare una sedia. Piero, corri a prendere una sedia buona!"
Non mi sorride l'idea di unirmi a lui. Sto con Maria e Roberto; mi sento un ragazzo in festa, anch'io. Gli dico: "Grazie, ma non posso. Devo badare a Maria e a Roberto".
"Ah! C'é anche Maria di Efisi... Brava, brava. Sei venuta al cinema anche tu!" E aguzza lo sguardo nella semioscurità per osservarla. "Non fa niente, non fa niente. Resti lo stesso. Faccio portare tre sedie... quando mai un maestro si deve sedere per terra..."
Abbiamo visto il film seduti in alto, su comode sedie di paglia, come gran signori, con tutta la gente a voltarsi, per guardarci. Al nostro gruppo si sono aggiunti il sindaco, il parroco e l'appuntato dei carabinieri.
Siamo rientrati alle undici trascorse. La pellicola si spezzava ogni cinque minuti. Si capiva ben poco, perché parlavano più gli spettatori che i protagonisti del film. I commenti venivano fatti a voce alta. Le donne si scandalizzavano per il modo di vestire e di fare delle attrici, che indossavano gonne tropo corte ed erano sbracciate e scollacciate come donnacce. Gli uomini inghiottivano saliva, con gli occhi puntati sul lenzuolo. E quando lei e lui si baciavano spudorati, non si trattenevano dal gridare: "Dai, dai! adesso che ci sei!" E le donne parlottavano fitto tra loro. Qualcuna diceva d'essere pentita d'aver deciso di venire a vedere simile vergogna. "Trenta lire mie belle, gettate al vento!" Ma non si perdevano un'immagine del lungo svenevole tubare della "svergognata" - "Bella bagascia, sarà!" - la quale a un certo punto scopre una coscia, sedendosi, per accalappiare lui - "faccia di tonto!". - che alla fine se la sposa, pure. - "Cornuto!". Maria si vergognava a tutti quei commenti e abbassava il viso quando io la guardavo.
Abbiamo trovato i bambini a letto. Ziu Efisi non è ancora rientrato. Chissà a che punto è con il vino e con gli amici, nella bettola di zia Annica...
Zia Elvira, accoccolata accanto al focolare, ci attende sonnecchiando. "Siete arrivati? Meno male... Tardi è?" Si alza, per scuotersi il sonno di dosso. Mi avvicina uno scanno. "Si sieda a scaldarsi i piedi... Eh, la sua pazienza ci vuole, andarsene a prender freddo per accontentare i ragazzi!"
Roberto esce sbadigliando dalla cucina. Zia Elvira, arrivata alla porta, si rivolge a Maria: "E tu, cosa aspetti? Su, che è tardi..."
Maria è in piedi, con le mani poggiate alla mensola del camino, davanti al fuoco che arde ravvivato da alcuni sterpi. "Vado subito". Risponde senza voltarsi. "Vado subito". Prima mi riscaldo un poco".
"Ma fai presto". Borbotta zia Elvira andandosene.
Allora mi volto a guardare Maria. Anche lei si è voltata, mi sorride tranquilla, senza turbamento. Avvicina uno scanno, si siede vicina a me.
Mi prende una mano fra le sue. "Grazie, per le scarpe". Dice. "Sono le scarpe più belle del paese. Meglio di quelle della figlia di don Peppe, sono..." Mi stringe forte la mano. Poi, d'improvviso, senza che io possa evitarlo, me la bacia.
Sono rimasto a lungo confuso, dopo che lei è fuggita, a pensare, a guardare imbambolato il fuoco che continuava a spegnersi.
Mi propongono di coltivare il pezzo di terra dietro le stalle, seicento metri quadrati.
"Pianteremo alberi da frutto, ravanelli, lattughe e carciofi". Progettano i maschi.
"E prezzemolo, aglio, cipolle e basilico". Aggiungono le femmine.
Giudicano piante e alberi soltanto in rapporto al frutto. Se danno frutti commestibili, le piante sono utili, da rispettare e da curare; ma se frutti non ne danno, sono dannose o inutili, bisogna estirparle o abbatterle, sfruttano la terra per niente.
Dico loro che non siamo soltanto stomaco. "Tutti gli alberi sono utili. Anche quelli ornamentali, perché danno ombra e legna da ardere".
Parlo della mancanza di legna in paese. Il monte é diventato quasi calvo con gli incendi. Ricavare una fascina è diventato sempre più arduo. D'inverno, nei focolari bruciano sterpaglie, paglia di fave e sterco secco dei buoi. Più fumo che calore.
Sembrano convinti. Timoteo, che vuol sempre veder chiaro fino in fondo, chiede: "E dove li troviamo, gli alberi che dice lei, quelli... come si chiamano?"
"Ornamentali". Rispondo. "Facciamo una colletta. Andiamo in un vivaio, a Cagliari, e ne acquistiamo quanti ce ne occorrono... Non sono cari".
Tutta la scolaresca vorrebbe partire. Partiamo invece in quattro: io, Timoteo, Piero ed Anna.
Timoteo è venuto perché fra tutti è il più bravo in botanica; egli sa dire, guardando l'apparato radicale di una pianta, se attecchirà. Piero, perché don Peppe non vuole restare secondo a nessuno. E Anna, perché è femmina; perché dopo la storia del gioco a pallone le bambine non accettano discriminazioni. "E che, ne hanno un pezzo in più, i maschi?" Protestano.
L'emozione della novità li fa taciturni e nervosi. In piedi per tutto il viaggio - il primo della loro vita - con la faccia appiccicata al vetro del finestrino, guardando le campagne, i monti e le valli, e i pali che sfrecciano attaccati ai fili...
"Sono i fili del telefono..." Spiego.
Hanno pulito collo, orecchie e piedi. Hanno indossato l'abito della domenica. Timoteo è riuscito a piegare indietro, a furia di sapone e di pettine stretto, i capelli ispidi e ribelli; ha messo la giacca del fratello, un po’ lunga, ma quasi nuova. Non ha scarpe, ma i piedi hanno un bel colore roseo: chissà quanto consumo di acqua calda e di tegola, ieri notte!
In città, nella via Roma, ci guardano come animali non pericolosi fuggiti dallo zoo. Da prima ho provato un certo imbarazzo a stare con bambini scalzi, imbracati con stoffa ruvida sbiadita, che si fermano qua e là come mosche stordite sul vetro, urtando maldestri la gente, battendo il naso nelle vetrine, perdendosi a cinque metri di distanza e chiamandosi sperduti a gran voce, frastornati, stupiti, ammirati, spauriti, estasiati. Ma dopo, decido anzi di condurli alla Rinascente, perché provino l’ascensore - fino all'ultimo piano. Tiro dritto davanti alle commesse che ci indicano con dita laccate di rosso vivo e ci guardano con occhi bistrati ammiccando fra loro con risolini ironici. Finisco per divertirmi del fatto che ci guardino con ironia e con curiosità, i cittadini. Divertito anche perché il figlio di don Peppe non appare gran che diverso dagli altri, anche se ha le scarpe, lui, e un berrettino nuovo e mille lire, strette nel pugno ficcato in tasca, che il padre gli ha dato per non sfigurare col maestro.
Non appena si sono riempiti gli occhi, hanno cominciato a tempestarmi di domande. Così, rientrando col fascio di acacie sottobraccio, mi sento stanco. E loro sono come ubriachi per le troppe impressioni ricevute.
Nonostante l'ora tarda, all'ingresso del paese, troviamo ad attenderci un gruppetto di scolari. Vogliono vedere subito le piantine; mi accompagnano fino a casa.
"Sono acacie saligne". Dico. "Crescono abbastanza rapidamente; danno legna ed ombra. Danno anche fiori gialli a grappoli. Si chiamano mimose. Sono quei fiori che i lavoratori mettono all'occhiello della giacca, il primo maggio".
Ogni volta che m'incontra per strada, don Peppe mi ripete l'invito di andare a trovarlo a casa. Mi pare offensivo rifiutare una cortesia. D'altro canto, dopo la rivolta e l'arresto dei contadini, temo che frequentare don Peppe possa dispiacere loro, che mi trattano da compagno. Mi confido perciò con ziu Efisi.
"Ma vai! Stupido che sei... Non ti mangia mica!" Mi dice, dandomi del tu. E prosegue: "Se don Peppe non fosse proprietario di molte terre non sarebbe un padrone, sarebbe uno come noi, che non sa leggere nè scrivere. Dentro dentro non è neppure cattivo. E' nato padrone e fa l'interesse dei padroni".
"Stia attento!" Mi dice invece Maria, arrossendo per aver troppo osato, "Stia attento! Don Peppe è una volpe. Se la invita a casa sua, il suo scopo ce l'ha. Forse la vuole allontanare da noi povera gente..."
"Non sono un bambino..." Le rispondo un po' stizzito, perché non mi piace che Maria o nessun altro mettano in dubbio la fermezza dei miei sentimenti. Penso: "O non sarà che don Peppe ha una figlia tutta latte e miele che fa l'occhiolino ai forestieri? Che Maria sia gelosa?"
Don Peppe mi fa passare in salotto, una camera con un tavolo enorme di castagno al centro e dodici sedie intorno.
Mi intrattiene parlando della scuola, degli stipendi, della famiglia e specialmente di Piero che l'anno corso é stato rimandato per la sua poca voglia di studiare.
"Un uomo ci vuole, per lui! non una ragazza, come l'anno scorso. Bisogna farsi temere, a scuola! Se no ne approfittano. Ci vogliono pantaloni, ci vogliono! Con lei, sa, va meglio... me ne sono accorto subito".
Non capisco se voglia espormi un suo punto di vista o se voglia complimentarmi.
"Un bicchiere di malvasia, maestro?" Domanda. Senza attendere risposta, chiama affacciandosi all'uscio: "Laura, porta da bere!"
Dev'essere già tutto predisposto - penso. Non ha fatto a tempo a rimettersi seduto che già arriva la figlia con un vassoio, una caraffa e due bicchieri.
Laura depone tutto sul tavolo e riempie i bicchieri.
L'avevo vista da lontano, un paio di volte; mai tutta intera, affacciata alla finestra che dà sullo stradone di fronte alla chiesa. Penso: "Aveva ragione Maria a dirmi di stare attento..." Ha un corpo da statua greca e una testolina da bambola. Due occhi grigi, limpidissimi, sorridenti. "Deve avere cervello di gallina, però". Penso, tanto per trovarle un difetto.
Don Peppe nota l'attenzione con cui ho guardato la figlia. Certamente ha afferrato ciò che mi è passato per la testa, perché l'uomo è uomo anche se é un maestro che va coi braccianti e la donna è donna anche se é figlia di un agrario. Sembra compiaciuto che io ammiri Laura.
"Laura si annoia molto, sempre sola e senza amiche. Esce solamente per andare in chiesa". Mi confida. Poi cambia discorso: "E lei, come si trova, in paese?"
"Sono contento. Credo che la gente mi voglia bene".
"In città, però, é un'altra cosa... vero, maestro?"
"Certo, in città è un'altra cosa". Dico.
"La gente impara a vivere, a vestirsi, a comportarsi come i signori. Non è così?"
"Certo. Si diventa signori..."
"Invece, qui... qui sembriamo in Africa, sembriamo. Non sappiamo neppure pulirci il naso, non sappiamo, qui. Vero, maestro, che qui non sappiamo neppure pulirci il naso, noi, in confronto di quelli della città?"
"Questo non lo so bene..." Rispondo.
"E anche i poveri, in città, sono come i signori... Mio cugino commerciante che gira sempre, anche in continente, dice che lì, anche i contadini, finito il lavoro, si vestono da signori e non si riconoscono più in mezzo agli altri. E' vero?"
"Credo di sì". Dico svogliato, guardando Laura di sottecchi, seduta in disparte.
"Mio cugino mi ha detto anche che i padroni e gli operai sono non soltanto signori, ma che vanno insieme d'amore e d'accordo".
"Questo no, non lo credo. Il padrone non può mai essere uguale all'operaio. Il padrone e l'operaio non possono mai essere d'amore e d'accordo". Ho detto così, senza pensarci troppo.
"E perché mai, no?" Mi chiede con tono mutato, aspro, ostile. Sto per replicare sullo stesso tono, quando Laura dice: "Ma come fate a stare qui,  scusate, con questo freddo? In cucina c'é il fuoco acceso e la cena apparecchiata". E si alza, aspetta che noi usciamo per spegnere la luce del salotto.
Penso: "E' più scaltra di quanto non sembri col suo viso da bambola".
A cena, intorno al tavolo grande, nella cucina vasta come un granaio, appena rischiarata da una lampadina, tra una forchettata e l'altra, don Peppe parla della famiglia, del desiderio suo di far studiare almeno qualcuno dei suoi molti figli.
"Vicino, scuole superiori non ce ne sono. Perciò ho deciso di mandare Piero in collegio, a Cagliari. Laura la quinta l'ha finita da un pezzo; era abbastanza volenterosa; un anno, una classe. Se volesse, potrebbe studiare, ché  i mezzi, grazie a Dio, non le mancano... Ma ora deve aver dimenticato tutto. In quanto a leggere, legge sempre, anche di notte, con la luce accesa..."
Mi par di vederla.. Penso: "In camicia da notte, legge. Altro che lettura..."
Tanto per dire qualcosa, chiedo: "Scusi l'indiscrezione. Che cosa legge?" Mi sono rivolto a lui, ma ho guardato lei.
"Beh, un po' di tutto... Grand'Hotel, Sogno..."
"E anche Famiglia Cristiana". Lo interrompe la moglie, una donnetta candida e grassoccia, che si é appena seduta dopo tutto lo sfaccendare per servirci a tavola con la serva. Da come ha storto le labbra ai titoli dei giornali elencati dal marito, si vede che non ha in simpatia ciò che legge la figlia.
Don Peppe si é piccato per l'interruzione. Dice che é lui stesso che va in città a comprarli, quei giornali. Si accalora in un lungo discorso: "I giovani devono istruirsi, hai capito, testa di rapa!" Si rivolge alla moglie, squadrandola con sufficienza, mentre lei continua a brontolare per conto suo, da una parte. "Le donne come te restano sempre all'antica. Non sanno neppure che cosa ci sia fuori dalla cenere del camino. I giovani, oggi specialmente, vogliono sapere le cose nuove che nascono nel mondo, altrimenti restano beduini come noi, da grandi. Non è vero, maestro?"
"Si. Mi pare giusto, sì, ciò che ha detto. Molto giusto". Dico.
"Hai sentito tu?" Si rivolge trionfante alla moglie. " Hai sentito il maestro? Cose giuste sono, quelle che dico io!"
"Però..." Accenno a dire.
"Però?..." Si volta don Peppe, guardandomi allarmato.
"Però, non sono quelli i giornali più adatti per insegnare ai giovani che cos'é la vita. Montano la  testa, quei giornali..."
"Sicuro é?" Chiede smarrito.
Laura interviene, piccata: "E perché montano la testa? E perché non istruiscono? Io ho imparato tante cose leggendoli. Sono meglio di quei giornali che forse piacciono a lei, quelli di politica... bella barba!"
"Visto?" Si riattacca la madre. "Sentito? Non sono giornali buoni, quelli. Sono di scandalo. L'ha detto anche il parroco..."
"Ma vai, tu! Zitta, tu! che non sai neanche dove sei messa! E in quanto al parroco, sarà buono a dir le funzioni in chiesa, ma della vita, lui, non sa neppure da dove incomincia". La interloquisce burbero don Peppe. Si rivolta sulla sedia che scricchiola  al peso del suo pancione sbottonato, per riprendere il discorso con me: "E allora, che cosa dovrebbe leggere, una ragazza per bene, per imparare a conoscere la vita?"
La domanda, che io stesso ho provocato, mi coglie di sorpresa. Penso: "E che ne so io, di ciò che dovrebbe leggere una ignorantella piena di presunzione?..." Poi dico: "Dipende dai gusti della ragazza. Tutte le letture sono buone. Anche quei giornaletti, certo... sono meglio di niente. Bisogna leggere libri... ecco, così: più libri e meno giornali. Se uno legge molti libri, dopo può anche leggere quei giornali, se gliene resta la voglia..."
"Ho capito". Dice don Peppe soprappensiero.
Alla fine della cena, quando me ne vado, mi propone di fare un'ora di scuola a Piero e a Laura, per istruirli, per insegnare loro come si diventa "signori".
Dice: "Può fare lezione qui stesso, a casa mia, se non le é di disturbo. Per il compenso non si preoccupi; faccia la cifra lei stesso. Vede, io sono cresciuto ignorante; non vorrei che anche i miei figli..."
"Ci penserò". Dico salutandolo al cancello.
"Si ricordi che la cavalla è sempre a sua disposizione. La prenda quando le occorre... e Piero, non lo tema, no! Lei picchi, ché uno schiaffo fa sempre bene, glielo dico io!"
"D'accordo. Ma non ce ne sarà bisogno".
Laura era dietro la finestra, per vedermi andar via.
*      *      *
I nostri alberi crescono. Sono venti giusti. Il rettangolo di terra dietro la scuola diverrà un boschetto, dove i bambini  potranno giocare e godersi il fresco, quando soffia il levante.
I bambini li innaffiano portando l'acqua a secchi, dal pozzo. Le bambine hanno costruito intorno ad ogni alberello aiuole di sassi, rettangoli, cerchi, quadrati. Hanno seminato e trapiantato, fra il basilico e le cipolle, i loro fiori preferiti, gerani e rose, presi nei cortili di casa loro, qualcuno di nascosto dai proprietari gelosi. Loro stesse curano le due piantine di acacia avanzate, che abbiamo messo a dimora nel sagrato, ai lati della panchina di pietra, dove i vecchi trascorrono il tempo a guardare chi passa e il verde lontano dei colli.
Però ci sono stati alcuni monelli che hanno saltato il muro del cortile e hanno danneggiato alcuni alberi.
Timoteo e Piero, il figlio del bracciante e il figlio di don Peppe, si sono trovati d'accordo nel difenderli. Anche a pugni e a sassate, li hanno difesi. Poi sono corsi, ancora agitati e indignati, a dirmelo a casa.
"Presto! Corra! Un paio di ragazzi hanno sfasciato tutto!"
"Tutto? Che cosa?"
"Gli alberi nostri... corra!"
Sono corso con  loro a vedere i danni, imprecando contro i mascalzoni che non rispettano la fatica degli altri, il bene di tutti.
Siamo andati casa per casa, per cercare e punire i colpevoli. Qualcuno l'ho preso a schiaffi io stesso, davanti al padre e alla madre. "Ben fatto, maestro, ben fatto!" E altri schiaffi dalla madre e pedate dal padre.
"Quando saranno grandi, allora ci potete giocare, sbatterci anche la testa, allora. Ma adesso no! Adesso non fa ancora, percristo! Dovete aspettare ancora!" Ho detto irritato.
E Timoteo e Piero, come guardie del corpo, scuri e severi in volto anch'essi, a passi lunghi per starmi dietro.
"C'era pure Antonio Floris. Andiamo a casa di Antonio". Dicono.
Così gli alberi sono cresciuti, in questi mesi. Perché c'é stato chi ha faticato a scavare le buche, a buttarci tre secchi d'acqua in ognuna, una sera si ed una no, in ansia di vedere foglie e rami nuovi.
Abbiamo stabilito di fare i turni di guardia.
I bambini hanno fabbricato fionde e hanno le tasche piene di sassi.
"Non esageriamo, però... mirate soltanto alle gambe".
Timoteo, in un tema, ha scritto: "Bisogna lavorarla e sudarla la terra... bisogna amarla e difenderla".
Gli scolari fiutano la svogliatezza del maestro. "Andiamo a passeggio, oggi?" Propongono.
Il sole di aprile scaccia l'ultimo freddo annidatosi nelle giunture delle ossa e acuisce il lezzo di letame nelle vicine stalle di don Peppe.
"D'accordo. Ma dove?"
Gli asfodeli hanno coperto i pascoli, nella valle. Annata buona  di grano, quest'anno! - I nuovi asparagi hanno pollonato tra i rovi e i sassi dei recinti.
"Saliamo all'ovile di don Peppe".
Fra i dirupi, le capre saziano l'antica fame coi teneri mentastri.
"No. Scendiamo al boschetto di don Peppe".
I pioppi abbrividiscono alla brezza; le foglie d'argento tinniscono.
"C'é anche il fiume, lì".
Siamo tutti d'accordo: al boschetto di don Peppe.
"Per favore, niente disordine e grida, in paese. Altrimenti..."
Attraversiamo il paese in ordine e in silenzio. Il calzolaio si affaccia sull'uscio col suo lungo grembiule di pelle sporco di grasso e di pece. "Bella giornata, oggi. Buona passeggiata!" Dice, agitando una scarpa.
Le rondini hanno ritrovato sotto le gronde e le tettoie i vecchi nidi e li rabberciano andando  e venendo sotto lo sguardo indifferente dei buoi.
Il bosco di don Peppe é soltanto una breve radura erbosa con sette pioppi esili e radi. Il fiume è soltanto un rivolo d'acqua.
"Ed ora, correte e gridate pure! Ma attenti..."
Corrono scatenati. Anime vestite di stracci colorati, ansiose di libertà, di corsa, di vento, di sole, di gioco. Qualcuno cade, nella corsa, subito rialzandosi, senza neppure passarsi la mano insalivata sul ginocchio sbucciato, per riprendere la fuga  a saltelloni, capriolando sull'erba, cantando a squarciagola motivetti di chiesa stonati e acuti.
Le bambine si stancano per prime. Si siedono, facendomi cerchio intorno. I bambini giocano ora a lanciar sassi nel ruscello. "No c'é pericolo di annegarci dentro". Penso. "Che giochino pure e comincino a rammollire la crosta di sudicio accumulata d'inverno, quando l'acqua del mattino fa paura, divenuta nel secchio vetro tagliente".
Bisticciano per starmi vicino. Mi dispiace; non vorrei scontentare nessuno. Poi penso che sono un punto, come loro, di una circonferenza. Qui, su questa radura, senza banchi e senza muri, è più facile essere tutti uguali...
"Maestro, vogliamo un racconto!"
Sono un maestro. Il maestro è un testimone che vede e interpreta un mondo. Si beve la cicuta, si penzola da una croce, per essere un maestro. Niente al mondo è meglio dell'essere un maestro, quando i bambini bisticciano per stargli più vicino, quando siedono per terra, in cerchio, con le mani giunte sul grembo, con l'anima aperta nel viso.
Attendono ch'egli colmi abissi di mistero. Sperano ch'egli attinga con mani sacre alla fonte della verità e ne sparga la meravigliosa grazia sul loro capo. Attendono parole che non l'orecchio dovrà intendere. Vogliono ch'egli sia la vita, perché essi possano vederla e comprenderla sul suo volto e sulle sue mani; vogliono sapere che cosa siano il loro piangere e il loro ridere... Ma io, anche io, sono come loro. Perfino ziu Antiogu, il vecchio saggio che vive da quasi un secolo nel silenzio dei monti, ride e piange ancora, senza lacrime e senza denti, senza  sapere perché. Io urlerei di paura e di dolore, come loro bambini, se venissi appeso ad una croce. "Padre mio, non abbandonarmi! Madre, dove sei, madre?"
Consacrano l'autorità con doni. Spesso se ne vergognano, perché è vergogna dar meno di quanto non sia grande il cuore. Arrivano a scuola prima di me, per questo. Oppure corrono a deporre il dono sul tavolo quando io non posso vederli: un bottone, un limone, un pennino,un uovo, una fionda, cinque lire, un'immaginetta.
"E allora, questo racconto ce lo dice?"
"Un racconto?... Sì, sì, adesso. Ecco, adesso comincio..."
"C'era una volta... un ragazzo, c'era, in un paese piccolo come il vostro, un ragazzo, figlio di contadini, come voi, che andava, come voi, ogni mattina a far legna al monte e poi di sera a zappare il grano e le fave. Aveva fratelli e sorelle e la minestra era poca e poco calda era la stuoia nella cucina davanti al breve fuoco di sterpi. Suo padre pareva sempre stanco: se ne stava a guardare la cenere del camino e a pensare, mentre sua madre passava gli stracci lavati, ad uno ad uno, per rammendarli, ammucchiati nel cesto.
"Eppure il ragazzo era felice quando il sole di marzo faceva fiorire di rosa i mandorli sui colli e rinverdire i grani nella valle.
"Un anno gli uomini faticarono più del solito. Venne prima un'alluvione che seppellì di fango i seminati; poi una lunga siccità che inaridì le spighe fiorenti. Un mattino, gli uomini, svegliatisi più affamati di sempre, decisero di prendersi l'uno i poveri beni dell'altro. Divennero animali feroci. La terra si fece dura come un sasso. Gli alberi diventarono foreste di vetro. I fiumi si arrossarono come il sangue. Il cielo si popolò di mostri che alitavano fuoco. Ogni giorno uscivano dalle case, gli uomini, strisciavano all'agguato negli anfratti di roccia, fra i cespugli, dietro i muri, per uccidersi tra loro.
"Gli scampati correvano nella notte come cani famelici, cercando cibo. Rovi e sassi, spini e artigli produceva la terra. E gli uomini inghiottivano rovi e sassi lacerandosi la gola e il ventre.
"Non dormivano più, di notte, per paura di essere uccisi nel sonno. Le case erano deserte e i focolari spenti. Stavano all'addiaccio. Quando tornava il sole, sempre più scialbo e più freddo, essi ricominciavano a vedersi e a uccidersi.
"Il ragazzo era fuggito, il giorno stesso in cui, tornato a casa, aveva trovato al suo posto un mucchio di pietre nere. Aveva gettato al suo posto la zappa a marcire nel torrente rosso; poi aveva vagato per giorni, per mesi, per anni... fino a quando egli si era sentito un uomo solo in cima ad un monte.
"A valle, su di un pendio verdeggiante, gli erano apparsi tegoli grigi di schisto e donne e uomini, antichi e vivi, che andavano e venivano, piangendo e ridendo. E bambini, gli apparvero, coi piedi arrossati dalla brina che tornavano dal bosco col fascio di legna a spalle; e bambini nei viottoli, che giocavano con le palline leggere del sambuco; e bambini con la borsa di cartone a tracolla e una fetta di pane in mano che correvano a scuola a frotte...
"Il ragazzo, che si era fatto uomo, pensò che sarebbe stato felice di poter parlare e giocare con quei bambini. Ma un uomo non può parlare e giocare con i bambini, se non é un maestro. Allora egli desiderò di diventare un maestro.
"S'inerpicò sopra una guglia, da dove cielo e terra apparivano intatti. Si volse attorno e vide il frantumarsi del sasso che diventa terra; vide il nascere e il morire delle creature; vide il radicare del grano e il suo lieve maturare le spighe e il sudore del ferro nelle zolle e il fuoco delle aie e dei forni e il segno sacro delle mani sul pane spezzato nel silenzio di mura illuminate dall'olio di una lucerna.
"Si volse ancora intorno e guardò più lontano. Vide la solitudine dei campi recinti; l'andare di formiche tra terra e cielo all'orizzonte; lo sgretolarsi delle rocce attanagliate dall'elce ribelle agli dei del tuono e del fulmine; la nenia di canti senza eco; il saluto tacito dei viandanti nel gesto breve della mano che tiene la zappa sulla spalla; il volto melanconico delle fanciulle chine a ricamare angeli e rose.
"Dopo egli entrò nelle case e salutò la gente. E la gente lo riconobbe e capì: "Vieni;  mangia e dormi con noi"; gli disse, "ma tu parla e gioca con i nostri bambini..."
Mi guardano, attendono la fine, a bocca spalancata. Ma la fine io non la so. I racconti veri hanno tutti la stessa fine, ma nessuno può raccontarla.
Mi sembrano delusi.
"Ma questo non era un racconto". Osserva una.
"Ma era bello lo stesso". Dice un'altra per compiacenza.
"Zitte!" Interviene un'altra. "Era bello, sì... però, adesso, vogliamo Cappuccetto Rosso!"
Alcuni bambini hanno raccolto i grossi deformi funghi che crescono fra i pioppi e ne hanno riempito i berretti. Altri hanno cercato asparagi, li hanno legati stretti in fascio con nastri di asfodelo fermati con spini di pruno. Altri ancora hanno riempito le borse di lumache brune dalla bava biancastra iridescente. Ora dividono fra tutti, facendomi la parte migliore. La cena sarà più abbondante, stanotte.
Forse pioverà. Il sole è nascosto da alcuni giorni. I colli appaiono grigi e sfumati. I monti si vedono a tratti fra le nuvole che si avvolgono, si contorcono, si sbrindellano come cenci fra le creste aguzze di granito.
Mi trattengo a casa, queste ultime sere. I miei ospiti non risparmiano legna per lasciarmi un buon ricordo.
Per la maestra che supplisco non ci sono state complicazioni di gestazione o di parto; tutto bene, un bel maschietto di quattro chili. Non potrò finire l'anno scolastico...
Mi pareva di dover vivere qui per sempre. Questo è il mio mondo, quello giusto. Questa è la mia gente... Dovrò andarmene. Allo scadere della supplenza diverrò un intruso.
Penso: "Il supplente è un essere speciale. E' un uomo che sostituisce un altro uomo".
Devo fingere, quando mi chiedono. Agli scolari, ai vecchi del sagrato, ai contadini della bettola, anche a ziu Efisi, a zia Elvira, a Maria e a Roberto...
Dico: "Mi hanno trasferito in un altro paese; ma per poco. Vedrete che tornerò presto. L'anno venturo, vedrete. Tornerò per stare tutto l'anno; anzi, per sempre".
Mi vergogno a dire che tra qualche giorno sarò disoccupato. Ho paura di perdere la loro stima, il loro affetto.
Penso: "Sono uno stupido orgoglioso. Dovrei dire la verità a questa gente che sa vivere, da sempre, accettando la povertà e l'umiltà".
Il mio ultimo mattino di scuola. Stasera partirò. Ho davanti paura e buio. Dietro, nel ricordo, conservo affetti, visi, parole udite e dette...
Qualche volta ho pensato a come avrei trascorso le ultime ore della mia vita, conoscendole in anticipo. Non avrei perso tempo in rimpianti - ho immaginato - ma avrei raccolto fino all'ultima briciola il piacere di vivere. Avrei vissuto ogni minuto, lungo e intenso come un anno.
Adesso dovrei andarmene per le campagne fiorite, sedere sopra un sasso, guardare la pioggia rosa dei mandorli, l'ondare dei colli verdi di grano, l'azzurro del cielo.
Dovrei sellare Littorina, salire con lei sui monti di granito, dove è impresso il silenzio dei millenni, rompere l'incantesimo col canto di una nenia riascoltata nell'eco.
Dovrei lasciare l'aula, i libri, la lavagna, i banchi, le penne e dire ai bambini: "Andiamo nel boschetto di don Peppe? C'é il ruscello che voi dite fiume; i sette pioppi radi che voi dite bosco e la breve radura che voi dite prato". Vedrei i loro giochi e il loro bisticciare per starmi vicini. Un bambino verrebbe con un'arancia in mano: "E' per lei, maestro!" E un altro con cinque lire: "Io non ho altro!"
Dovrei andarmene in piazza di chiesa, dove siedono i vecchi, che parlano poco perché molto hanno visto: "Le parole sono come il vento che passa e non dà frutto alcuno. Il lavoro resta, nella terra, nelle pietre e nel ricordo".
Dovrei andare alla bettola di zia Annica, dove i contadini bevono il filtro che li fa uomini liberi, per sentire i loro sogni di giustizia e di progresso.
E Maria dovrei amare. Con lei dovrei trascorrere l'ultimo minuto. Nell'orticello dietro casa, dove passa un rivolo d'acqua, che pare cristallo, scaturito misteriosamente da sotto terra, ai piedi del pesco...
Invece, muoio come muoiono tutti: con amarezza e con paura.
L'ora dell'uscita è arrivata. Non riesco neppure ad abbracciarli tutti uno per uno, come vorrei fare. Riesco solo a dire: "Addio! Fate da bravi! Ricordatevi gli alberi..."
Ho approfittato del carretto che passa in paese ogni pomeriggio per ritirare il latte dai pastori. Ho caricato la bicicletta e la valigia fra i bidoni e son salito sopra anch'io.
Quando infiliamo la prima curva, mi appaiono le aie, due campicelli spianati con qualche masso affiorante. Allora li scorgo, i bambini... Non posso trattenermi dall'alzarmi in piedi, per salutarli ancora.
"Ma che diavolo fa?" Mi ricaccia a sedere il carrettiere, brontolando, "Non vede che mi squilibra il carico?"

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