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UGO DESSY

SU TEMPUS CHI PASSAT
IL TEMPO CHE PASSA

Volume I

S'ANNU DE SU MESSAJU
L'ANNO DEL CONTADINO

ALFA EDITRICE - QUARTU SANT’ELENA 1989

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A mia madre
che mi insegnò a conoscere e amare
la mia terra e la mia gente.

Un ringraziamento a quanti hanno collaborato alla realizzazione di questa opera.

Seconda pagina di copertina:

Rivivendo il passato in queste pagine, mi rendo conto (non senza pessimistiche previsioni per il futuro dell’umanità) che della mia terra, così come l’ho conosciuta, che della mia gente, così come viveva, che di me stesso, così com’ero, è rimasto ben poco, se non come esperienza – memoria ancora viva e con la speranza di vivere, ma destinata a morire: non con la serenità di chi ha concluso naturalmente il proprio ciclo vitale, ma con la disperazione e la rabbia di chi è irreparabilmente devastato da un cancro.


Terza pagina di copertina:

Biografia
Le attività di insegnante e di pubblicista, vissute con coerenza e impegno ideologico, vedono Ugo Dessy presente con la gente sarda nella continua lotta per il riscatto civile: nell'Iglesiente, con i minatori, per il Fronte Popolare; in Marmilla, con i contadini, per l'occupazione delle terre incolte; nell'Oristanese, con i pescatori, per la liberalizzazione degli stagni; in Barbagia, con i pastori, contro l'occupazione militare; con i giovani, per la loro crescita sociale e politica, nei Centri di Cultura AILC e MCC e con i gruppi extraparlamentari e libertari del '68; con i radicali per i diritti civili; con gli oppressi di tutto il mondo per la liberazione dell'uomo.

Bibliografia
Ugo Dessy è stato collaboratore e redattore di numerosi giornali e riviste. Tra questi Tempo presente, Sardegna oggi, Il Giornale, Il Punto della settimana, Nord e Sud, L'Astrolabio, Sassari sera, ABC, Mondo giovane, La Nuova Sardegna, A-Rivista Anarchica, Aut, Herodot, Umanità nova, L'Internazionale, Sa Republica sarda, e altri.
Narratore e saggista Ugo Dessy ha pubblicato tra l'altro Il Testimone - Fossataro - Cagliari, 1966; L'Invasione della Sardegna - Feltrinelli - Milano, 1969; Stato di Polizia, Giustizia e Repressione - Feltrinelli - Milano, 1970; Un'Isola per militari - Marsilio - Padova, 1972; Il Diario dello Stregone - Marsilio - Padova, 1973; La Rivolta dei pescatori di Cabras - Marsilio - Padova, 1973; Quali Banditi? - Bertani - Verona, 1977; La Maddalena, morte atomica nel Mediterraneo - Bertani - Verona, 1978; I galli non cantano più - Bertani - Verona, 1978; Segni della cultura popolare - Alfa Editrice - Cagliari, 1984; Informazione antimilitarista (antologia) - Livorno 1984; Un grande amore (antologia) - La Spiga - Milano, 1984.



Presentazione e piano dell'opera

Questo libro è il primo di un'opera dedicata alla Sardegna, che raccoglierà sistematicamente un vasto materiale di testimonianze, di studi, di memorie su aspetti di una cultura sommersa, su persone fatti cose di un mondo che scompare. L'opera, progettata in sei volumi, si intitolerà SU TEMPUS CHI PASSAT - quasi a scandire l'umano dramma esistenziale nel tempo che passa, nel mistero del palpito effimero: il caduco che si ripete eternamente nell'infinito pulsare della vita cosmica.


Questo, per grandi linee, il piano dell'opera:
Volume primo - S'annu de su messaju / L'anno del contadino.
Le stagioni, i mesi, i giorni. Il ciclo produttivo della terra. Usi e costumi. Racconti in lingua sarda con traduzione a fronte. In appendice: Dicius e frastimus / Detti e invettive. La questione del bilinguismo. Sintesi cronologica della storia della Sardegna.
Volume secondo - Sa mexina / La medicina. Is ominis de mexina / I guaritori. Medicina e magia. S'argia, la tarantola: il mitico ragno socializzatore. S'imbrusciadura: un singolare rito terapeutico. Chiesa e stregoneria.
Volume terzo - Ainas e fainas / Strumenti e opere. Arti e mestieri: della terra, dell'allevamento, della pesca, delle arti, delle scienze, del commercio, dell'industria, della burocrazia, delle donne. Attività singolari.
Volume quarto - Is festas, sa poesia, su binu / Le feste, la poesia, il vino. Feste e leggende. Il carnevale. Sagre e feste rituali. Riti funebri. La poesia.
Volume quinto - Piccioccus de crobi / Il mondo del fanciullo.
Su traballu, su giogu, is gioghittus / Il lavoro, il gioco, i giocattoli. Testimonianze sul lavoro minorile. I bambini parlano dei problemi del mondo dell'adulto. In appendice: la scheda illustrata come attività espressiva, nell'educazione del fanciullo.
Ciascun volume sarà corredato di un glossario dei termini sardi più significativi, relativi agli argomenti trattati.
Volume sesto - Dizionario storico, geografico, etnologico, linguistico - Sardo / Italiano.


Tengo a precisare che il mio lavoro non vuole essere un saggio specialistico, esaustivo e neppure un contributo ai tanti polpettoni folclorici che dalla metà del secolo scorso la cultura ufficiale ha sfornato in funzione del colonialismo. Se per il potere vale la regola del conoscere per dominare, dominare per sfruttare; qui, si vuole conoscere per capire, capire per amare.
E' superfluo dire che rifiuto le definizioni correnti di cultura egemone e cultura subalterna: nel senso che rifiuto, anche nell'uso dei termini, la giustificazione e la conservazione delle cause economico-politiche che sono all'origine della disuguaglianza tra popoli di cultura diversa - con tutto il ciarpame di pregiudizi razzistici e di pseudoscientificità, tendenti in ultima analisi a dimostrare la superiorità o l'inferiorità di una cultura rispetto a un'altra.
Così come non esistono di per sé economie sottosviluppate ma paesi sfruttati; così pure non esistono culture arretrate ma popoli la cui libertà di esprimersi e di crescere è soffocata dalla colonizzazione: la supremazia di un paese sull'altro non è data da valori culturali, ma esclusivamente da un maggior grado di "civiltà" nella tecnologia: cioè a dire nella produzione delle armi e nell'uso della violenza.
La cultura trova, qui, il suo più alto valore in tutto ciò che, in qualunque forma e con qualunque mezzo, esprime la vita e la esalta, stimola e favorisce la libera crescita e la realizzazione autentica dell'uomo, che affratella, dà pace e felicità.
E' da considerare incultura (da qualunque potere sia illuminata) tutto ciò che, in qualunque forma e con qualunque mezzo, disprezza e nega la vita, comprime e reprime la naturale crescita umana producendo mostruose devianze, che divide e genera violenza rendendo l'uomo insicuro, miserabile, infelice.

In particolare nelle testimonianze e nei racconti, ho usato - fin dove mi è stato possibile o meglio fintanto che ne sono stato capace - la stessa lingua, gli stessi moduli espressivi, la stessa verve della gente che testimonia o di cui si parla: la stessa gente che è la protagonista e alla quale è dedicato il mio lavoro.
Ho evitato interpretazioni mie personali, se non quelle elementari che si ritrovano più o meno esplicite nelle stesse cose o nei fatti testimoniati. D'altro canto, le analisi e le interpretazioni del sociale, fatte nell'euforia di una bettola o davanti al fuoco di un caminetto non sono meno serie o valide di quelle accademiche.
Gli strumenti del mio lavoro di ricercatore e di scrittore, così come di ogni altra mia attività creativa, sono rivolti alla liberazione del mio popolo, e della mia in esso. Si tratta, in pratica, di strumenti conoscitivi ed espressivi propri della cultura del mio popolo - strumenti con i quali mi realizzo non soltanto in termini strettamente culturali, quali il sociale e il politico, ma anche e specialmente in termini affettivi. Voglio dire che concepisco questo mio lavoro semplicemente come un modo, a me congeniale, di instaurare rapporti con i miei simili.
Fatti, testimonianze, documenti, personaggi appartengono soprattutto al mondo dei Campidani, di cultura prevalentemente contadina, che si esprime in lingua sarda-campidanese.

Ugo Dessy



INTRODUZIONE

Raccolgo in questa opera - finché il tempo avaro me lo consente - i frammenti più significativi e urgenti di una lunga piena testimonianza corale. Una parte è fermata sulla carta, edita o inedita; un'altra parte, la più intima e cara è conservata dentro di me, fattasi pensiero e sentimento, diventata ciò che sono e ciò che potrò essere.
Rivivendo il passato in queste pagine, mi rendo conto (non senza pessimistiche previsioni per il futuro dell'umanità) che della mia terra, così come l'ho conosciuta, che della mia gente, così come viveva, che di me stesso, così com'ero, è rimasto ben poco, se non come esperienza - memoria ancora viva e con la speranza di vivere, ma destinata a morire: non con la serenità di chi ha concluso naturalmente il proprio ciclo vitale, ma con la disperazione e la rabbia di chi è irreparabilmente devastato da un cancro.
E il "cancro" è questa civiltà, questo "illuminato inferno" che avanza spegnendo la luce del sole, soffocando ogni anelito di umanità; è questo sistema di "sofisticata barbarie" che ha deificato la scienza del potere che tutto corrompe e distrugge.
Allo stato attuale delle cose, non c'é alcuna via di uscita, non c'è salvezza contro un simile cancro.
Certamente non è una soluzione, conservare imbalsamata una specie in via di estinzione in uno scorcio del suo habitat in cartapesta, per mostrarla a pagamento nei musei della storia e del costume.
Forse più umano - anche se neppure questa è la soluzione - raccogliere le immagini, le voci, le passioni, le ansie di un mondo (ancora vivo in me) che scompare, e lasciarle come "eredità di affetti". Affinché nei sopravvissuti cresca la conoscenza e la coscienza, e si esprima e si diffonda il giudizio, e venga - se ha da venire - il giorno dell'ira, della grande rivolta per amore dell'uomo.


Is tempus de s'annu sunt quattru: attongiu, ierru, beranu, istadiali.
(Le stagioni dell'anno sono quattro: autunno, inverno, primavera, estate.)
Is mesis sunt doxi: cabudanni, mes' 'e ladamini, totusantus, mes' 'e Idas, gennargiu, friargiu, marzu, abrili, maju, lampadas, mes' 'e argiolas, augustu.
(I mesi sono dodici: settembre, ottobre, novembre, dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto.)
Is diis de sa cida sunt setti: lùnis, màrtis, mèrcuris, giobia, cenabara, sabudu, dominiga. (I giorni della settimana sono sette: lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato, domenica.)



PARTE PRIMA

ATTONGIU - AUTUNNO
Stagione de sa binnenna, della vendemmia, e di inizio de sa laurera, dell'agricoltura.
"Octo dies innantis, octo dies pustis de Sancta Maria ispettaz attunzu". Otto giorni prima, otto giorni dopo la Natività della Madonna inizia l'autunno. (Detto comune).

Capitolo primo

CABUDANNI / SETTEMBRE

Cabudanni, (dal latino caput anni), settembre, apre l'anno in Sardegna. S'oberit sa binnenna, si apre la vendemmia. In ogni vigna, i vendemmiatori lasciano scrichillonis, racimoli, per i poveri che andranno a raspollare. Se i proprietari sono stati di buon cuore, i poveri della comunità potranno assicurarsi per l'inverno una botticella di vino da raspollatura, cun sa binnenna de scrichilloni.
Cucina, loggiato e cortile di casa vedono in questo mese affaccendarsi is feminas de su messaiu, le donne del contadino, nella preparazione delle conserve.
Alcuni decalitri di mosto, sottratti alla vinificazione, vengono cotti a fuoco lento e ridotti in saba, sapa, densa come una marmellata, da spalmare sul pane e per condire i dolci tradizionali de is mortus, dei morti. Tra questi, su pan'' e saba, pane confezionato con sapa.
I grappoli d'uva migliori di alcune varietà come lo zibibbo vengono legati in coppia con dei giunchi, scottati nella liscivia aromatica, messi su canne esposte al sole e infine appesi nei solai ventilati o nei loggiati, per ottenere sa pabassa, l'uva passa. A tempo debito si limpiat sa pabassa de su tenaxu, si spicciola e gli acini secchi si conservano cosparsi di finocchio selvatico.
I fichi di questa stagione, verdi, neri, marron, più piccoli ma assai carnosi, vengono deposti su larghi canestri di asfodelo sopra le tettoie che si affacciano sui cortili, a essiccare al sole vispo di cabudanni, fuori dal tiro dei famelici pennuti da cortile.
Così pure i pomodori, is tomatigas, debitamente aperti a metà e salati, si mettono a seccare su tavole inclinate, in attesa d'essere richiusi secchi e conservati in tiaunus, tegami, e in burnias, giare di terracotta, tra foglie di alloro e basilico.
Il frutto de sa figumorisca, del ficodindia, è in questo mese alimento principale del maiale e del povero. Nelle annate di abbondanza, quando il cielo manda acqua dopo l'Assunta, gli ultimi fichidindia vengono raccolti per farne marmellata. Il frutto del ficodindia è assai nutriente, ricco di zuccheri, ma chi ne mangia deve stare attento alle spine, microscopiche setole gialle che si infilano nella pelle provocando fastidiose irritazioni, e soprattutto bisogna guardarsi dai semi, perché se ingeriti in quantità eccessiva arrescint su carru, inceppano il carro, che nella immaginifica parlata popolare significa il blocco della defecazione.
Proverbio logudorese: "Sos maccos ingrassant ab su cabidanni", i matti ingrassano nel mese di settembre.

CAPIDANNE

"Per i Sardi il Capodanno vero e proprio cadeva nel mese di settembre, forse verso la metà. Settembre è ancora chiamato cabudanni in Campidano e capidanne in Logudoro e in Barbagia. E in realtà settembre è ancora il mese col quale ha inizio l'anno agrario. E' il tempo della riorganizzazione del lavoro. Di questo periodo sono tipiche le feste del Rimedio e della Santa Croce ad Oristano; di San Serafino a Ghilarza; di Santa Maria a Donigala Siurgus; dei SS. Cosimo e Damiano a Mamojada; della Madonna di Gonari a Orani. Nei giorni dedicati alla festa la comunità provvede a rinnovare attrezzi, bestie da lavoro e ogni altra cosa che si connetta con l'attività produttiva del nuovo anno. Per la circostanza si rinnovano anche tutti gli accordi contrattuali che hanno la durata dell'anno agrario.
E' stato detto che il capodanno sardo ha origini ebraiche, perché anche l'anno ebraico inizia il 15 settembre. Il Bonfante (Tracce del calendario ebraico in Sardegna - in Word v. pp. 171 e segg.) scrive che "non può essere altro che l'inizio dell'anno ebraico, che cade precisamente in quel mese". La voce sarda, afferma il Bonfante, traduce letteralmente l'ebraico ros-hannah. Ma c'è da osservare che per gli Ebrei tale data non è festiva; anzi è giorno di espiazione. Il 15 settembre degli Ebrei è detto "giorno del ricordo" perché richiama il patto di Dio con i patriarchi; è detto anche "giorno del giudizio", perché proprio in quell'epoca, secondo gli ebrei, dovrebbe avvenire il giudizio universale. Più probabile è l'origine bizantina. Anche per i Bizantini, l'anno aveva inizio nel mese di settembre; non solo, ma a settembre iniziava anche l'anno ecclesiastico, tanto per gli Ortodossi quanto per i Copti. Ma la verità è forse un'altra: che Ebrei e Bizantini trovassero in Sardegna il loro medesimo ordine calendariale proveniente da remote origini"
(Da "Riti pagani del capodanno sardo" di Sebastiano Dessanay - Sardegna Oggi n° 39 - 1964)

SU COMUNISMU PRATICAU SENE LEIS SCRITTAS
L'USO COMUNITARIO DELLA TERRA

De comente sa zente aumentaiat,
e s'est tottu sa terra populada,
in dogni bidda, cittade o burgada
su bene comunale tottu fiat,
parte e dirittu dognunu teniat
comente de bessidas e d'intrada,
fit in comunu patimentu e gosu
e nessunu non fit necessitosu.

Comunale teniant terra e fruttu';
bestiamin' e cant' s'est connotu;
su viver necessariu haiant tottu'
de vegetales e dogni produttu
non fit nessunu padronu assolutu,
dogni frade a su frade istat devotu;
e cun tale sistema beneficu
non fit nessunu poveru né riccu.
(Da Salvatore Poddighe "Sa Mundana Cummedia" - Cagliari 1928)

Così come la gente cresceva / e tutta la terra si popolava / in ogni paese, borgata o città / il patrimonio era tutto in comune / ognuno ne aveva diritto e parte / tanto nelle spese quanto nel guadagno / erano in comune sacrificio e benessere / e nessuno era bisognoso.

Erano in comune terra e frutti, / bestiame e tutto quanto dava la natura / tutti avevano il necessario per vivere / dei vegetali e di ogni prodotto / nessuno era padrone assoluto, / ogni fratello era compagno al fratello; / e con tale sistema benefico / nessuno era povero né ricco.

ORGANIZZAZIONE DELL'USO COMUNITARIO

Diverse e molteplici sono sicuramente le motivazioni che hanno portato le popolazioni della Sardegna ad adottare l'uso comunitario della terra. Fra queste, fondamentale, la necessità di sopravvivenza. Finita la dominazione romana, dimenticata dal nuovo dominatore Bisànzio, in balia delle incursioni dei Saraceni, i Sardi delle coste si allontanano dal mare, insediandosi nell'interno, fino a trovarsi a più diretto contatto con l'altro nemico: i pastori nomadi della Barbagia.
Una inimicizia oggettiva e storica - tuttavia non inconciliabile.
Inimicizia oggettiva, in quanto, semplicemente, un terreno seminato a grano non può essere dato in pascolo alle pecore; cioè a dire, l'uso che della terra ne fa il contadino è sostanzialmente diverso da ciò che ne fa il pastore. Da qui la necessità del pastore di avere terreni incolti per il pascolo e la necessità del contadino di proteggere le proprie coltivazioni dalle greggi.
Inimicizia storica, in quanto i dominatori cartaginesi, romani e successivi, occupando prevalentemente le coste e le pianure, assoggettano e in parte integrano il mondo contadino, e ìsolano e segregano il non integrabile mondo pastorale, mantenendolo in un perenne stato d'assedio. Il barbaricino vede così il mondo contadino come un tutt'uno con l'invasore, quindi come nemico.
D'altro canto, tale inimicizia ha giovato e giova al dominatore, giusta la regola del potere "divide et impera".
E' da precisare che, per ragioni climatiche, le greggi del mondo barbaricino hanno necessità vitale di utilizzare i pascoli delle pianure e delle coste durante i rigidi mesi invernali. Ciò fa comprendere quale dramma abbia comportato per il popolo barbaricino l'assedio dell'invasore, che lo costringeva a rigide forme di autarchia per poter sopravvivere. In simile contesto, le bardane, razzie nei territori occupati dal nemico, di cui si parla in altra parte di questo libro, erano un tentativo di compensazione - una espropriazione proletaria ante litteram.
Una volta che i sardi, contadini e pastori, riescono fortunosamente a liberarsi dagli stranieri, finalmente abbandonati a se stessi, risolvono lo storico millenario conflitto tra contadini e pastori (che la Bibbia fa risalire a Caino e Abele), con una originale organizzazione comunistica.
Per i contadini che si sono allontanati dalle coste, insediandosi nei nuovi territori, insieme alla necessità di proteggere le coltivazioni dalle greggi, sorge anche la necessità di riorganizzare su basi nuove i villaggi che si vanno costituendo. Dal canto loro, i pastori hanno la necessità di garantirsi pascoli aperti, per il loro bestiame brado e transumante.
Si arriva così - probabilmente nel corso dei secoli - al modello di villaggio, con l'insieme dei terreni di sua pertinenza, strutturato in fasce concentriche:
a) Al centro sa bidda, le case di abitazione.
b) Intorno alle case, i terreni coltivati a orti e vigne e oliveti, recintati da siepi di ficodindia e rovo, soggetti alla proprietà perfetta.
c) Subito dopo, si estendeva il vidazzone, seminativo, campi aperti, coltivati a grano e leguminose. Tutto il vidazzone era recintato da un muro a secco, in pietra, con una sola apertura, che lo divideva dal paberile, maggese, riservato al pascolo del bestiame masedu, dòmito - in maggior parte cavalli, asini, buoi da aratro, certamente anche la capra da latte per la famiglia.
Vidazzone e paberile costituiscono un'unica fascia; si alternano in un sistema di rotazione, a seminativo o a pascolo; e la loro rispettiva superficie varia secondo le necessità e le annate.
d) Nell'ultima fascia, i terreni incolti, cespugliato e bosco, detti saltus, riservati al pascolo brado, per pecore, capre, vacche e suini - compresi quelli transumanti, che dalla Barbagia scendevano a svernare.
A raccolto ultimato, nelle stoppie del vidazzone venivano immessi sia il bestiame masedu, di stanza nel paberile, sia le greggi e le mandrie brade, che stanziavano nel saltus. Ciò era consentito da fine luglio a fine settembre, il periodo appunto di stasi, tra il raccolto e l'aratura.
Il vidazzone veniva distribuito - in alcuni villaggi per sorteggio - a chiunque ne facesse richiesta. Il rimanente della fascia non seminata, il paberile, costituiva, come detto, il libero pascolo per il bestiame domito.
Il saltus, l'insieme delle terre incolte, cespugliate e a bosco, apparteneva in parte al villaggio (comunale) e in parte allo stato (demaniale); ma su tutti i terreni del saltus gli abitanti del villaggio esercitavano i diritti d'uso, detti ademprivi. Tali diritti consistevano nel taglio della legna, nella raccolta di frutti spontanei, in particolare ghiande, castagne, noci, bacche del corbezzolo, del lentischio per ricavarne l'olio; legname per la lavorazione, in particolare ginepro, castagno, noce, olivastro; raccolta della palma nana per la fabbricazione delle scope e del crine; di giunchi, asfodeli ecc. per l'intreccio di molti utensili quali cesti e corbule; diritto di pascolo e di fonte. Questi diritti erano essenziali per l'esistenza della comunità.
Questo sistema di possesso collettivo della terra e l'utilizzazione comunitaria del patrimonio naturale fu abolito dal dominatore sabaudo, con una serie di riforme, che hanno inizio nel 182O con l'editto delle Chiudende e culminano con l'abolizione dei diritti di ademprivio nel 1865. Le rivolte dei pastori e dei contadini vengono soffocate nel sangue. I moti de su connotu, costituiscono il momento storico più rilevante della rivolta popolare, in quel periodo. Torrare a su connotu, significa in sardo "tornare al conosciuto", al passato, cioè all'uso comune della terra, al godimento degli antichi e conosciuti diritti dell'uso collettivo del patrimonio naturale.
L'editto delle Chiudende introduce anche in Sardegna la proprietà privata, sconvolgendo una forma di organizzazione socio-economica funzionale, restaurando con la miseria e i delitti la dicotomia conflittuale tra contadini e pastori.
Nonostante tutto, in alcuni paesi dell'Isola, il sistema comunitario a rotazione del vidazzone e del paberile, nonché alcuni diritti di ademprivio, sono rimasti in vigore fino alla seconda carneficina mondiale.

Melchiorre Murenu, il poeta cieco di Macomer - assassinato probabilmente dagli esecutori della legge sabauda - ha bollato con parole di fuoco la rapina legalizzata dalle Chiudende:

Tancas serradas a muru
fattas a s'afferra afferra;
si su chelu fit in terra
bo' chi lu serraizis puru!

Terre chiuse a muro / ottenute arraffando; / se il cielo fosse stato in terra / vi sareste chiuso anche quello!

SA SCOLCA
LA GUARDIA

Il termine scolca deriva dal latino sculcae o exculcae e ha il significato di guardia. Il corrispettivo italiano è scolta, sentinella, guardia.
Scolca o iscolca indica una istituzione rurale, con propri ordinamenti e compiti, tra questi principalmente la sorveglianza e la difesa del patrimonio comunitario.
Gli scopi della scolca si desumono chiaramente da un documento del periodo giudicale, dove viene riportato il giuramento che gli abitanti del villaggio rinnovavano di anno in anno, nel mese di marzo: "In base al giuramento della Scolca, secondo l'uso antico, ogni abitante di Sassari tra i quattordici e i settant'anni deve impegnarsi, ogni anno, a non causare alcun danno e a non lasciare che né uomini né bestie ne causino ai campi coltivati e alle vigne, e di denunciare tutti coloro che ne avranno causati ..."
In pratica, tutti gli abitanti del villaggio - o della città, come nel caso documentato - diventano "guardie giurate" e militano in difesa del territorio sotto il comando del majore de iscolca, seniore delle guardie.
Vi è chi fa risalire l'istituto della scolca intorno all'Anno Mille, coincidente con l'affermarsi della organizzazione giudicale, di cui sarebbe espressione. Ma vi è anche chi sostiene - e mi sembra fondatamente - che tale istituto, sia pure in forme diverse, esistesse già in periodo precristiano, con il compito di svolgere ricognizioni intorno al pagus e ai suoi confini territoriali: una sorta di guardie di frontiera a cavallo in assidua perlustrazione in difesa del territorio e dei beni comunitari (messi, frutti, bestiame) da possibili aggressioni da parte degli abitanti di altri pagus.
Nel periodo giudicale, l'organizzazione della scolca appare assai complessa. Alle origini ritroviamo nella organizzazione del villaggio un majore de villa , quello che oggi potremmo chiamare sindaco, con compiti prevalentemente amministrativi, e un majore de scolca, che potremmo chiamare comandante militare, ovviamente con il compito di organizzare la milizia per la difesa degli abitanti e del territorio. Il compito della scolca, successivamente, si riduce alla sorveglianza delle terre coltivate, con funzioni quindi prettamente rurali. Il majore de scolca si confonde così con il majore de guluare (il guluare indicava un terreno chiuso e protetto dove il bestiame domito trovava ricovero durante la notte). Più tardi, i termini villa e scolca finiscono per identificarsi, indicando ambedue una stessa entità: il villaggio sia come abitazione che come terre di sua pertinenza e l'insieme delle istituzioni utili alla difesa e alla sopravvivenza della comunità. Troviamo così confusi in uno stesso significato majore de villa e majore de scolca.
Il termine scolca finisce per scomparire e già nel XIV secolo troviamo al suo posto quello di habitacione, che diverrà quindi bidatone, bidazzoni, e da ultimo vidazzoni.
L'istituto della scolca come organizzazione rurale di vigilanza del territorio ha probabilmente dato origine al barracellato, altro più recente istituto di guardie armate per la vigilanza del patrimonio agricolo, conservatosi in diversi paesi fino ai nostri giorni.


LA NASCITA

Un vecchio proverbio sardo dice: "Moglie e buoi dei paesi tuoi"; seguendo questo detto, possibilmente, il contadino che cerca moglie vorrebbe trovarla addirittura nel vicinato o per lo meno si costruisce la casa (senza non si potrebbe sposare) nei pressi dell'abitazione della futura moglie in modo da agevolare i rapporti con la famiglia d'origine. Così quando la sposina aspetta un figlio, viene seguita durante la gravidanza dalla propria madre e dall'esperta che l'aveva vista nascere.
La vecchia deve tenersi pronta e deve conoscere la casa della partoriente in modo da sapere "dove mettere le mani" all'occorrenza. Nell'ultimo periodo frequenta più assiduamente la famiglia, in modo da tenere compagnia alla sposina, quando il marito è in campagna.
Al momento della nascita con l'aiuto della madre della partoriente, se tutto procede normalmente, provvede a tutta l'assistenza per la puerpera e per il neonato; quando madre e bimbo sono a posto prepara nella grande bacinella di zinco tutta la roba sporca e manda la donna d'aiuto (s'accostanti) al ruscello per fare il bucato. Si reca allora in cortile ad acchiappare la gallina, già adocchiata da tempo, e le tira il collo; la prepara poi per un buon brodo per la puerpera che le durerà almeno tre giorni. Poi chiama la levatrice "patentata" per preparare il foglio per la denuncia del neonato.
Nei giorni seguenti continua ad accudire, sempre aiutata dalla nonna o dalle nonne del neonato, al bimbo e alla madre.
Il giorno che la puerpera si alza dal letto, le prepara il necessario per "s'affumentu". Così il suo compito è portato a termine e si tiene disponibile per qualche altra vicina che possa aver bisogno di lei.
La madre si reca in chiesa col neonato il giorno del Battesimo per la purificazione (s'incresiu); così può riaccudire alle faccende domestiche ed uscire di casa quando sarà necessario.
(Testimonianza di E. M. - Alto Iglesiente 1948)
IL PASTORE

Oggi, pastori non ce n'è quasi più. La guerra, i trattori e i concimi hanno ingrassato il contadino, e a noi ci hanno ridotto a morire di fame. Avanzando e distruggendo, i trattori ci hanno costretto fra le rocce delle scogliere. Vogliono scaraventarci nel mare. Questo è iniziato nel 1948 e '49 con il dissodamento delle terre incolte.
Tutto il Sinis, da quanto io ricordo, era sempre stato diviso in parti, bidazzone e paberile, metà a pascolo e metà coltivato, ed era amministrato in comune. Dopo la guerra non c'è stato più ordine. Ognuno faceva il comodo suo, si prendeva la terra che voleva e diventava padrone.
Anticamente il nostro paese si chiamava Masoni de cabras, ossia ovile di capre, tanta era l'abbondanza di pastori e di bestiame. Quando gli interessi opposti tra contadino e pastore minacciavano di concludersi come tra Caino e Abele, allora si pensò di regolamentare l'uso delle terre del Sinis con un sistema comunista, che ha funzionato chissà per quanto tempo fino a qualche anno fa. Anno per anno, tutto il Sinis, che è vasto e fertile, veniva amministrato e diviso da un comitato formato da quattro contadini e da quattro pastori, i quali attribuivano le terre ai pastori o ai contadini, volta per volta secondo la necessità economica del paese, che poteva avere bisogno, oggi, più di grano, e domani più di carne. Più tardi i rappresentanti dei pastori scesero a tre, e gli interessi collettivi furono sempre più rappresentati dagli agrari, che si erano formati accumulando grano e prestando a usura nelle annate difficili.
Basti pensare che negli anni prima della guerra, quando funzionava ancora il sistema del bidazzone e del paberile, il patrimonio ovino del nostro paese ammontava a oltre trentamila capi. Oggi, si è ridotto ad appena settemila.
(Testimonianza di un pastore del Sinis -Cabras, 196O)

SA MATTA DE SA ZINZULA
IL GIUGGIOLO

Nel paese dove trascorrevo le estati della mia fanciullezza, in sa Praza de sa 'Ruxi, in Piazza della Croce, nel cortile della casa di fronte alla mia, ne era cresciuto un albero maestoso, forse secolare.
Prima del rientro in città, alla fine di settembre, le giornate si facevano più brevi e uggiose, per quel loro umido grigiore e il rapido calare delle ombre pomeridiane. Me ne stavo a leggere con il libro sopra il davanzale della finestra, di tanto in tanto interrompendo la lettura per seguire l'affaccendarsi delle donne attorno alla fontanella, che sorgeva, insieme a un rozzo basamento sormontato da una croce di legno, al centro della piazzetta. Accompagnavo la lettura mangiando pane e uva - una varietà d'uva nera rinomata a Terralba, dove veniva chiamata Niedda pedra serra (che diversi anni dopo ho ritrovato a Cabras, con il nome di Caddiu.)
La mia frutta prediletta in quella stagione era sa zinzula, la giuggiola, di cui era tutti gli anni carico il maestoso albero che sovrastava i muri del cortile della casa di fronte alla mia. La fortunata padrona di quel giuggiolo monumentale era una vecchia vedova, che arrotondava le sue entrate anche vendendo zinzulas a misurini. Ogni giorno pregavo mia madre di mandare la domestica ad acquistarne un cartoccio - e mia madre, anche lei golosa di questi frutti, mi accontentava ogni volta, nascondendo la sua debolezza dietro la mia.
Il giuggiolo, in Sardegna, è una pianta ormai in via di estinzione. Un tempo era assai diffuso anche allo stato selvatico, e usato anche per formare impenetrabili siepi per i suoi spinosissimi rami. Inoltre faceva bella mostra di sé in numerosi cortili domestici.
Il suo frutto dalla polpa compatta croccante, leggermente acidula nella sua prima fase di maturazione, quando da verde passa al marrone, lasciato passire, diventa dolcissimo. Così secco veniva impiegato nella medicina popolare per molti disturbi alla gola. Le nonne conservavano sempre qualche manciata di zinzula passia, di giuggiole passite, e infornate perché non mettessero vermi, per schiarirsi la gola succhiandole o per purificarsi i bronchi ricavandone un decotto.

SA SICCHEDADI
Contu

Sunt bessius de cresia a processioni.
A innantis is cumpangius de sa Cunfraria cun sa 'esti longa bianca a collettu arrubiu. Avanzant serius cun solennidadi: is candelas in su pungiu strintas che manigas de marra e su Cristus de ollastu nieddu, pesau in artu cun sa scritta trotta INRI. Is peis scurzus zaccheddaus, sa tira murra de is carzonis de fustaniu asutta de sa randa de su 'istiri biancu, su passu grai (usus a carcai sa terra a giru a giru de sa 'idi appena prantada), ddus faint parri stranius e antigus, maskaras de carnovali in d'una caresima de agonia, subrabivius e ispentumaus in d'una campura bruxada, carcinada de unu soli infogau - una terra apperdada cun zaccaduras fundudas tantu chi ci bolint arrius de aqua po ddas repreni.
Sa cresia de perda arenargia grogancia dominat de asuba de su terraprenu is domixeddas de ludu, ghettadas a pari in sa basciura nua.

***
Eriseru, comente dogna dì, is beccius de 'idda fiant innì, setzius in terra, sa schina accotzada a is perdas de su muru de cresia, sa mazzocca intramesu is manus e is genugus, apponziaus siddius, fiscius asutta de su celu affoghiggiau de su ressoli, cun pruini fini che cinixu a logu de is nuis. E nemancu bidiant sa genti insoru passendi - bisionendisì intra billa e sonnu mizzas e arrius e funtanas de acqua currendi currendi frisca a fruminis, cabada de attesu, de innui sa terra e su celu si toccant cun amori.
Prus in basciu, in s'argiola dorada de pimpirinas de palla de sa treula, unu tallu de piccioccheddus mesu spollincus boxinaiant gioghendi, currendi, sartendi, pighendisì a strumpas.
Is feminas, a 'istiri nieddu, a cara trista asutta de su muccadori chi ddis cuaiat sa conca e su 'runcu, abettaiant strantaxas, a peis iscurzus, a brazzus ingruxaus, cun su bottu accappiau a funixedda innantis de su putzu po piscai s'aqua po domu. E accanta, is pippius insoru, is tiauleddus a camisedda curza, morigaiant in su pruini de sa 'ia, circhendi ispantu de perdixeddas coloradas.
In sa pratza de su Municipiu, messajus e giorronnaderis setziant mudus, chini in su 'mperdau e chini a susu de is corongius postus a setzidroxu - rexinas de ollastu, leuras sene umidori, prantu sene lagrimas, pensamentu sene fueddus, resu sene grazia. Sudori e sanguni hant derremau po sciundi e ammoddiai sa terra insoru sidida. Totu su prantu de unu Deus ci bolit, immoi, totu su sanguni suu ci bolit, immoi - si bastat - po sciundi sa terra arroccada, po chi sa terra torrit a bèni terra.

***
Sunt bessius de cresia cun su Cristus, po chi su miraculu de mill'annus abettau e sunfriu si potzat cumpriri: chi sa terra siat terra e s'omini siat omini.
Portant impari cun issus unu Deus poberu e abbandonau, tristu e affliggiu comente sa terra e s'anima insoru asutta de su celu de luxi infogada, unu Deus in agonia zerriendi disisperau a dentis scobertas, unu Deus cun is burzus de is manus e is prantas de is peis stampaus, martirizzaus de obilis cravaus a massa.
Dd'hant bofiu portai issus, is comunistas. Unu cumpangiu de sa coberativa ddu poderat firmau a sa staffa cun tirellas de peddi, e ddu pompiat in artu, asuba de totu sa genti, in artu, prus in artu chi podit - po chi siat prus accanta a su Coru de su Babbu Mannu, po chi Issu ddu biat e ddu sentat e ddu prangiat, po chi Issu prangiat asuba de su Fillu suu e asuba de sa terra morrendi de sidi.
Su preidi, cun s'Isfera a rajus de oru me 'n is manus giuntas, andat adasiu asutta de su baldacchinu a frangias de prata, susteniu de quattru piccioccus.
Avattu c'est totu sa 'idda: meris e serbidoris, ominis e feminas, beccius e pippius, genti furriada a tallu po bisongiu, po famini, po disisperu.
Lassant is domus, is rugas desertas andendi facci a su sartu. Ancora s'intendit su battidu lentu de is passus insoru: is ominis a conca scoberta e a berrita in manu, is feminas a 'istiri nieddu e a isciallu nieddu - ca niedda est sa famini, niedda sa timoria, niedda sa morti.

***
Sunt arribaus immoi a carcai cun is peis is primas leuras imperdadas, chi mancu si 'n di sciniat arrogu asutta de totu su pesu insoru.
Cumenzant is attitidus. Attitant a boxi arta. Zerrius comenti 'n d'unu sgravamentu dolorosu:
"Teni piedadi de nosus, teni piedadi..."
S'attitidu rembumbat in sa campura - parrit chi bessat immoi de sa matessi terra, de asutta de is perdas, de is izzaccaduras, de is surcus obertus che feridas sene sanguni.

***
Hant lassau sa 'idda deserta. Dd'hant lassada a is canis, gira gira, spantaus po is rugas sene anima.
Sa terra, sa Mama de Totus, est morrendi.
Issus ddu sciint e ddu cumprendint su spantu de unu Deus chi hat criau s'omini impastendi unu pungiu de argidda cun lagrimas de prantu - totu is lagrimas ch' immoi non podit prus prangi appiccau a sa 'rusci, de aundi zerriat de sempiri s'orrori de s'essi fattu poberu.
Sa terra, comente sa umanidadi, bisongiat de lagrimas, po bivi. Is ominis amant issus e totus in sa terra. Candu sa terra cumandat toccat a curri. Candu est prena de messi e de fruttu e de baganza, issus baddant e cantant e dda carignant. Candu in s'attongiu benit in calori ddi 'ettant su semini podda ingravidai. E candu sunfrit maladia dd'attendint e dda prangint.

***
"Teni piedadi de nosus, teni piedadi ..."
Non est prus boxi umana sa chi s'intendit, ma est lamentu chi bessit de asutta de terra implorendi.
Sa terra, sa Mama de Totus, est morrendi.
Est unu morri chi sentint e sunfrint in s'anima insoru de fillus ispreaus. No, non bolint morri. Nisciuna creatura in su mundu bolit morri:
"Teni piedadi de nosus, teni piedadi ..."

***
De attesu parint unu coloru longu murru a ischina truncada istriscinendisì in mesu de is leuras e is perdas bruxadas. Unu frumini istraniu sene aqua, parrint: unu frumini longu murru prenu de giarra e arena e siccori e disisperu ...
"Teni piedadi de nosus, teni piedadi ..."

***
S'attitidu si fait sempiri prus forti, izzerriau, arrabiau, frastimau: su Celu depit ascurtai, depit intendi, depit respundi.
Prus in artu artziant immoi totus impari su Cristus, sanziendiddu, scutulendiddu, poita Issu puru izzerrit, coment' issus izzerriant, poita zerrit e frastimit Issu puru, cravau in susu de una gruxi de ollastu nieddu.

LA SICCITA'
Racconto

Sono usciti dalla Chiesa in processione.
Davanti gli anziani della Confraternita con la lunga veste bianca dal colletto rosso. Avanzano solenni con incedere rituale: i ceri stretti nel pugno come manichi di zappa e il Cristo di olivastro nero tenuto in alto, con la scritta sbilenca INRI.
I piedi scuri scalzi, il lembo grigio dei calzoni di fustagno sotto i pizzi della veste bianca, il passo pesante cupo, (usi a calcare la terra arida intorno alla vite nuova appena sepolta), li fa parere strani e antichi, maschere di carnevale in una quaresima di agonia, sopravvissuti e sperduti in una piana grigia, bruciata, incenerita da un sole feroce - una terra impietrita con crepe profonde che attendono torrenti per essere colmate.
La chiesa di arenaria giallastra domina dal terrapieno le casupole di fango affastellate, che degradano verso la campagna nuda.

***
Ieri, come ogni giorno, i vecchi del villaggio erano lì, seduti per terra, la schiena appoggiata ai sassi del muro di chiesa, con il bastone tra mani e ginocchia, immobili chiusi, a fissare il cielo sfocato con polvere fine come cenere al posto delle nuvole. E neppure vedevano la loro gente passare - assorti a ruminare l'assurdo di cascate fragorose e torrenti d'acqua fresca scaturiti lontano, dove terra e cielo sono vicini e si amano.
Appena più giù, nell'aia bionda di stoppie triturate dal molto trepestio, frotte di bambini laceri vociavano nei loro giochi, correndo, saltando, rotolando avvinghiati.
Le donne, vestite di nero, il viso doloroso sotto lo scialle che copre loro la testa e il mento, attendevano ritte in piedi, scalze, con le braccia conserte, con il barattolo legato alla funicella di giunco, davanti al pozzo, da cui pescar l'acqua per casa. E vicini, i loro piccoli, i diavoletti in camiciola corta, frugavano nella polvere della strada, cercando meraviglie di pietruzze colorate.
Nella piazza del Municipio, contadini e braccianti sedevano muti chi nell'acciottolato e chi su alcuni lastroni - radici affioranti di olivastro, zolle senza umidore, pianto senza lacrime, pensieri senza parole, preghiera senza grazia. Sudore e sangue hanno dato per bagnare e ammorbidire questa loro terra sitibonda. Tutto il pianto di un Dio ci vuole, adesso, tutto il suo sangue ci vuole, adesso, se basta, per bagnare la terra divenuta roccia, perché la roccia ridiventi terra.

***
Sono usciti dalla chiesa con il Cristo, affinché il prodigio atteso da millenni si compia: perché la terra sia terra e l'uomo sia uomo.
Portano con loro un Dio povero e derelitto, triste e sconsolato come la terra e l'anima loro, sotto un cielo infuocato di luce: un Dio con i denti scoperti nella bocca spalancata in un urlo straziante, un Dio con i polsi, con i piedi lacerati strappati schiacciati da chiodi grossi come pali.
Hanno voluto tenerlo loro, i comunisti. Un compagno della cooperativa lo porta sostenendolo sulla spalla con una larga bretella di cuoio, lo leva alto sopra la gente, più alto che può - più vicino che può al Grande Cuore del Padre, perché lo veda e si commuova e lo pianga, perché Egli pianga sopra il suo Figlio e sopra la terra che muore di sete.
Il prete, con l'Ostensorio tra le mani giunte, avanza sotto il baldacchino frangiato d'argento, sostenuto da quattro giovani.
Dietro c'è tutto il paese: i padroni e i servi, gli uomini e le donne, i vecchi e i bambini, confusi gli uni agli altri, umanità divenuta branco per fame, per disperazione.
Lasciano le case e le strade deserte andando verso la campagna. Si ode ancora il battere cupo cadenzato del loro incedere lento: gli uomini con il berretto in mano e le donne con la veste nera e lo scialle nero - perché nera è la fame, nera la paura, nera la morte.

***
I loro piedi sono giunti ora a premere le prime zolle che non si frangono sotto il loro passo.
Cominciano le lamentazioni. Si lamentano a voce alta. Gemono una preghiera scaturita dalle viscere loro come un parto doloroso:
"Abbi pietà di noi, abbi pietà ..."
Il lamento rimbomba nella campagna - sembra che venga dalla terra stessa, da sotto i sassi, dai crepacci aperti come ferite senza sangue.

***
Hanno lasciato il villaggio solo. L'hanno lasciato ai cani che vagano stupiti di tanto deserto.
La terra, la Grande Madre muore.
Essi sanno, comprendono il mistero di un Dio che ha fatto l'uomo impastando un pugno di terra con le lacrime - con tutte le lacrime che ora non può piangere più dall'alto della croce, da dove urla da secoli l'orrore di essersi fatto povero.
La terra, come l'uomo, ha bisogno di lacrime per vivere. Essi amano se stessi nella terra. Se la terra chiama bisogna accorrere. Se è colma di messi e di frutto e di allegria essi danzano e cantano e la vezzeggiano. Quando in autunno è in amore essi entrano in lei e la fecondano. Se soffre le stanno accanto commiserando, bagnandola di pianto.

***
"Abbi pietà di noi, abbi pietà ..."
Non labbra umane, ma labbra di terra arida implorano nell'ululo del lamento.
La terra, la Grande Madre muore.
E' un morire che essi sentono e soffrono nella loro anima di figli atterriti. Non vogliono morire. Nessuna creatura al mondo vuole morire:
"Abbi pietà di noi, abbi pietà ..."

***
Da lontano sembrano un lungo serpente bruno con la schiena rotta che strisci fra le zolle e i sassi calcinati. Un fiume assurdo senz'acqua paiono, un fiume lungo bruno pieno di sassi e di arena e di siccità e disperazione ...
"Abbi pietà di noi, abbi pietà ..."
***
L'invocazione si fa sempre più forte, più acre, più urlata; fino a diventare imprecazione: il Cielo deve ascoltare, deve sentire, deve rispondere.
Più alto levano ora agitandolo in molti il loro Cristo, perché urli anch'Egli, come essi urlano, perché urli e imprechi anche Egli, inchiodato a una croce di olivastro nero.



Capitolo secondo

MESI DE LADAMINI - OTTOBRE

Mes'e ladamini, è ottobre, il mese del letame, delle concimazioni. L' attività primaria consiste nella eliminazione del vecchio letamaio e la ricostituzione del nuovo.
Normalmente il letamaio è situato nel cortile di casa, sotto sa biga de sa linna, la catasta della legna da ardere su palafitta. Il letamaio si forma con gli escrementi e le lettiere di paglia degli animali da lavoro, buoi o cavallo o asino, situati nella vicina tettoia-stalla, con gli escrementi degli animali da cortile, prevalentemente galline e conigli, e del maiale da ingrasso; più i rifiuti della cucina, la cenere del camino, vinacce, fogliame delle frasche della legnaia sovrastante.
Il letame dell'anno viene caricato sul carro a buoi fornito de cerda de ladamini, di veggia da letame, intelaiatura di vimini aggiuntiva al carro per aumentarne la capienza, e quindi sparso nei campi da grano e negli orti.
Si ricostituisce anche il patrimonio energetico: la legnaia viene rifornita de cozzina de monti, ceppaie di moddizi, murdegu, arrideli, olidoni (lentischio, cisto, filidea, corbezzolo), di fascine di arbusti vari, de astulas de olia e de mendula, copponi o ceppi appezzati d'olivo e di mandorlo.
Cumenzant is primas araduras, le prime arature che precedono la semina del grano e delle leguminose, che nello stesso terreno si alternano annualmente. S'orbada, il coltro, mette in luce le preziose mungettas tappadas, le chiocciole pomatiche, un boccone da re.
Et arribat su cabesusesu, arriva il barbaricino a cavallo, con le bisacce colme dei frutti della sua montagna: castagne, noci e nocciole, carico de is ainas de nuxi e de castangia, utensili di legno di noce e di castagno: pajas, furconis de forru, turras e talleris, pale, forconi da forno, mestoli e taglieri. Corrono i fanciulli al richiamo dell'uomo della montagna e si affacciano sulla via spalancando il portale per farlo entrare con il suo cavallo. Siamo alla fine di ottobre: i prodotti della montagna vengono barattati con quelli della pianura, è l'incontro commerciale del pastore con il contadino, l'incontro di due mondi, di due culture diverse che in Sardegna convivono da sempre.

SU MUNTONARGIU DE SU MEDITERRANEU
Il letamaio del Mediterraneo

"Sardigna. s.f. nome dato una volta al luogo suburbano in cui venivano portate le carogne e i residui della macellazione. Oggi reparto del macello in cui vengono distrutte o trasformate le carni infette e, quindi, non commestibili. Etimologia: Forse da Sardegna, con allusione all'aria dell'isola, una volta insalubre a causa della malaria."
(Da un dizionario della lingua italiana.)

Di recente gli Ebrei italiani hanno scatenato un putiferio contro il razzismo antisemitico dei dizionari, che alla voce ebreo riportano i significati nell'uso popolare di avaro, taccagno, usuraio. E hanno ragione. Perché non è lecito accomunare quell'unico ebreo, che pure deve esistere, prodigo, scialacquatore, generoso, a una maggioranza che storicamente si è acquistata tali attributi - eticamente riprovevoli ma niente affatto disonorevoli nella pratica capitalistica, ossia nell'attuale sistema.
Senz'' e dinai non si podit mancu chistionai, chi non ha denaro non può neppure aprir bocca. Pertanto i Sardi, ben lontani dal possedere i mezzi del giudaismo internazionale, ma anche, privi del potere, senza la vocazione di sterminare altri popoli, non hanno parole per opporsi all'uso razzistico e becero che vien fatto del termine Sardigna (Sardigna, in Campidanese e Sardinna in Logudorese). D'altro canto, i Sardi dovrebbero prima trovare l'unità e la forza per opporsi all'uso pratico di cacatoio che della loro terra viene fatto dai colonizzatori: area di servizi militari, petrolchimici, repressivi, di rapina e di ogni più criminale sperimentazione: su muntonargiu de su Mediterraneu. Appunto.


SA DOMU
LA CASA

In Sardegna si distinguono quattro tipi principali di abitazione contadina, e una tipica della montagna nell'area pastorale.
1) Casa con cortile anteriore chiuso, con o senza loggiato, dotata di ricoveri per gli animali e gli attrezzi da lavoro. E' la casa tipica del Meridione, cioè del Campidano di Cagliari, della Trexenta e della Marmilla.
2) Casa con cortile posteriore chiuso, talvolta con rudimentale loggiato posteriore o pergolato, con ricovero per gli animali (che per raggiungerlo passano attraverso la casa) ma non per gli attrezzi agricoli (carro, aratro o altro) che sostano per strada davanti alla casa. Tale abitazione è comune nell'area Centro-occidentale, nel Campidano di Oristano.
3) Casa elementare in largo, senza cortile, con o senza piccolo orticello posteriore. Non possiede quindi ripari né per gli animali né per gli attrezzi da lavoro, che sostano per strada. E' tipica del Logudoro e della Gallura, da Macomer a Sassari, a Tempio, fino a Olbia. Si ritrova anche lungo le coste dell'Iglesiente e nell'Alto Oristanese.
4) Casa elementare in lungo, senza cortile, con o senza piccolo orticello posteriore. Come la precedente manca di ricoveri sia per gli animali che per gli attrezzi. E' tipica dell'Alto Oristanese, nella zona che ha per centro Milis.
5) Casa di montagna, che si sviluppa in altezza per diversi piani, tipica del mondo pastorale, diffusa nelle Barbagie.
Quest'ultimo tipo di abitazione è sempre costruito con muri di pietra, per lo più grezza e a secco; i primi quattro tipi sono costruiti per la maggior parte con muri di mattoni crudi, talvolta senza intonaco esterno.

SA DOMU DE SU MESSAJU
LA CASA DEL CONTADINO

Sa domu comuna de su messaju campidanesu, la casa tipo del contadino campidanese, consta di quattro parti essenziali: sul davanti, sa cortilla, il cortile; da un lato, sul muro di confine del cortile, is istaulis o domu de serviziu, una serie di tettoie per diversi usi; sa domus de bivi, la casa di abitazione; e sul retro della casa, s'ortu, l'orticello.
Sa cortilla, il cortile. Vi si accede dalla strada, attraverso su portali, il portale, in legno (o anche, al suo posto sa gecca, robusto cancello in legno) abbastanza alto e largo da consentire il passaggio dei carri da lavoro. Nello stesso portale, nell'anta destra, è ricavata una porticina per il passaggio pedonale. Sa cortilla è acciottolata e nel mezzo vi si trova su putzu o funtana, il pozzo. Non di rado vi è piantato un fico o un gelso.
Is istaulis o domus de serviziu, le tettoie-dependances. La prima entrando è sa domus de sa linna, letteralmente la casa della legna, la legnaia; quindi sa domu de is carradas o de su binu, la casa delle botti o del vino, la cantinetta; segue sa domu de su giù, la casa del giogo, la stalla dei buoi; attigua alla precedente è sa domu de sa palla, la casa della paglia, il pagliaio; infine sa domu de su forru, la casa del forno, che si congiunge alla casa di abitazione, mediante la cucina.
Sa domu de bivi, la casa di abitazione, è situata sul fondo del cortile, occupandone tutta la larghezza. La facciata è protetta da sa lolla, il loggiato per lo più ad archi - che a sua volta può essere ombreggiato da su barrali o stauli de axina, il pergolato. La casa è su un piano, sovrastato da su stauli o sobariu (dal latino solarium), una mansarda che si affaccia sul tetto di sa lolla, il loggiato. Al solaio si accede mediante una scala di legno situata spesso nello stesso loggiato. Sa domu, la casa, è molto semplice. Nella parte destra del loggiato, quasi una continuazione dello stesso, trovasi la cucina, che comunica con sa domu de su forru, la stanza del forno, che abbiamo già visto.
Al centro un andito, più o meno lungo secondo il numero delle camere, da due a quattro, situate simmetricamente una (o due) a destra e una (o due) a sinistra. A destra la camera (o le camere) da letto; a sinistra s'apposentu bonu o cambara bella, la stanza dove si ricevono gli ospiti di riguardo.
In su stauli o sobariu, mansarda o solaio, le cui finestrelle sono sempre aperte nelle belle giornate per consentire una aerazione costante dell'ambiente, vengono conservate le provviste di alimentari per tutto l'anno: il grano e i legumi, le parti del maiale insaccate o salate, is appicconis, i penzoli, di uva, di mele, di sorbe, di pomodori, di cotogne e altro, e i meloni - specialmente una varietà detta meloni de jerru che si conserva a lungo.
S'ortu, l'orticello, un fazzoletto di terra dietro la casa, dove le donne coltivano le erbe aromatiche e qualche verdura: basilico, cipolla, prezzemolo, aglio, salvia, rosmarino, indivia, lattuga, ravanelli, e dove il contadino prepara anche su pranteri, il semenzaio, le cui piantine a tempo debito verranno trapiantate nella campagna.
Il materiale usato per la muratura era su ladiri o lardini, il mattone di fango crudo lasciato seccare al sole. Nell'impasto, alla terra argillosa si usava aggiungere il grosso della paglia di grano, altrove ciottoli, altrove nulla. Il soffitto della casa, su cui stava su sobariu, il solaio, era un tavolato poggiato su robuste travi di castagno o di ginepro.
Sa cobertura, il tetto, che ricopriva il loggiato e il solaio, era costituito da travi di legno comune, con la debita inclinazione, su cui poggiava un robusto traliccio di canne, e sopra questo le tegole cementate con malta di calce. Il pavimento era per lo più in terra battuta: si usava una sorta di argilla cui si aggiungeva paglia o sterco bovino. Ugualmente di malta di fango era l'intonaco dei muri, sia quello interno che esterno, che venivano tinteggiati per lo più di bianco, con il latte di calce.

SA DOMU CRABARISSA
LA CASA CABRARESE

Questa la descrizione della casa tipo a Cabras, nell'Oristanese, tratta dal romanzo "La bella di Cabras", di Enrico Costa, scritto nel 1887. Tale tipo di casa, come l'altra della Sardegna meridionale precedentemente descritta, è rimasto invariato fino al secondo dopoguerra, e soltanto in questi ultimi venti anni ha subito profonde modificazioni, sia nella struttura, sia nei materiali da costruzione.

"La casetta di Rosa, a pian terreno, come la maggior parte delle case, aveva tre camere di facciata: - quella di mezzo, più grande di tutte, prendeva luce dalla porta di ingresso e da una piccola finestra: un'altra finestra avevano le due camere laterali. Le quattro aperture davano tutte sulla strada.
La camera di primo ingresso è chiamata la sala, e gli arredi che la compongono consistono in un indispensabile telaio, in tre tavoli e in due armadi scavati nel muro, ai due lati dell'altra porta (di fronte a quella di entrata) che conduce alla così detta cucina. - La quale ha pur essa una terza porta (sempre a riscontro di quella di entrata) per cui si va nel cortile.
Le pareti della sala sono adorne di crobis e canistreddas (cesti, canestri e stracci di giunco) ricchi di fiocchetti di lana di ogni colore, disposti simmetricamente in giro, come fossero altrettanti quadri in cromolitografia. La tavola grande, destinata unicamente per impastare la farina e per fare il pane, è coperta da una tovaglia tessuta in casa; le altre due tavole, dette meseddas, servono per diversi usi e sono anch'esse coperte da piccole tovaglie. Nei due armadi a vista del pubblico, vengono esposti piatti, zuppiere, caraffe, chicchere e bicchieri, ancor essi fregiati di qualche fiocco di seta o di lana, e messi lì più per decorazione che per l'uso cui furono destinati. Vicino alla piccola finestra, nell'angolo in modo che dalla strada possa vedersi, è il telaio, il mobile prediletto e più caro della casa, dinanzi al quale siede sempre qualche donna della famiglia. Si sa d'altronde che Cabras vantò in ogni tempo molte tessitrici e l'Angius col Valéry, nel 1836, contarono nel paese non meno di 86O telai. (In tale anno Cabras contava non più di 3.5OO abitanti - ndr)
La sala ha due porte laterali che conducono, come abbiamo detto, a due altre camere. Quella a destra è la così detta camera da letto, in cui scorgesi un ampio letto matrimoniale, alcuni tavolini, e un cassettone massiccio che serve a riporvi il pane che deve bastare per l'intera settimana. L'altra, a sinistra, è detta la camera bella, in cui è un letto elegantemente montato, con coperta tessuta in casa, alla cui si dà il nome di fanuga; più un tavolino, un divano in legno con coperta e cuscini, e altre tavole su cui posa qualche santo di gesso, qualche vaso dorato ed altri diversi gingilli. Sulla parete di fronte a la finestra, da un capo all'altro, è un largo cornicione fabbricato apposta, il quale non serve che a collocarvi scodelle, calici, bicchieri, aranci, limoni e cento altri ninnoli, compresa qualche caraffa col solito nastro al collo, come i cagnolini delle signore. E' questa la camera delle solenni cerimonie; quel letto-comparsa non viene occupato che dalla sola puerpera in occasione della nascita di un primo figlio, e unicamente per ricevervi le visite e i complimenti. Qualche volta è offerto agli ospiti, ma non con troppa facilità, specialmente quando in casa vi sono zitelle.
Dalla sala si entra in cucina, dove ci colpiscono due cose: sa forredda, scavo fatto in terra per accendervi il fuoco, e l'asinello paziente, che gira intorno alla macina, incaricato di provvedere la farina, perché ogni sabato si possa fare il pane. Qua e là, sul pavimento, sono distese tre o quattro stuoie della fabbrica di S. Giusta, sulle quali d'ordinario i membri della famiglia siedono, o per filare, o per riscaldarsi al fuoco, o per mangiare.
Qualche volta il solo capo di famiglia, il padrone pranza alla piccola tavola (sa mesedda) e gli altri stanno sulle stuoie.
Dalla cucina si passa direttamente nel cortile, in fondo al quale erano due tettoie, una piccola e l'altra grande. La prima era destinata all'asinello macinatore; sotto la seconda ruminava un gioco dei buoi. Il carro a buoi, primo cespite di entrata del povero contadino, aveva per consueta rimessa la strada. Quell'ordigno primitivo, dal lungo timone e dalle ruote d'un pezzo, era esposto sempre là, a ridosso della facciata della casa, proprio sotto alla finestra della camera bella; e di frequente, nei giorni di festa, i monelli se ne servivano per giocare all'altalena."

Nota. - Nel terzo capoverso, il Costa parla di "cesti, canestri e stracci di giunco". Non mi risulta che con il giunco potessero ottenersi stracci, è probabile il riferimento ai pezzi di stoffa colorata che qua e là sembrano rattoppare i cesti e i canestri di giunco e di asfodelo. E' anche probabile che più banalmente si tratti di errore di stampa e che stracci vada letto setacci.

SA DOMU ANTIGA DE QUARTU
LA CASA ANTICA DI QUARTU

“Le abitazioni hanno quasi tutte un loggiato interno esposto a mezzogiorno, il quale serve di corridoio per accesso alle diverse stanze, tutte pulite ed arredate con molto ordine e buon gusto.
Quasi ad ogni casa è annesso un cortile, ridotto spesso a giardino con aiuole di fiori e con alberi di agrumi, ma che quasi sempre non apparisce all'occhio curioso dei passanti. Ben sovente i muri esterni, tutti screpolati e di miserabile aspetto, celano un alloggio dalle camere tappezzate e dai giardini deliziosi. Ciò potrebbe significare che i quartesi sono di buon senso; non tengono al culto esterno né all'apparenza vanitosa. All'orpello dell'insegno e alla lode altrui preferiscono la comodità propria e quella della famiglia.
La parte dell'abitazione destinata al maneggio interno della famiglia è tenuta con ordine ammirabile, con cura gelosa, e direi quasi con civetteria. Bisogna dirlo ad onore dei campidanesi: essi nutrono un vero culto per l'ordine e per la pulizia.
In una stanza appartata, le cui pareti sono intieramente ricoperte di setacci, di crivelli, e sovratutto di un numero infinito di canestri d'ogni forma e dimensione (tempestati di fiocchetti e disposti con ordine simmetrico) si eseguisce il crivellamento della farina e la confezione del pane, il quale è di una bianchezza eccezionale.
In altra camera apposita vedesi il grigio e minuscolo asinello (molenti), il quale gira rassegnato intorno alla macina, tutto orecchie e tutto pazienza, indifferente alle percosse, docile ad ogni voce di comando, e bendato come un Amore per non vedere le miserie umane. Il passo cadenzato di quella bestia, il brontolio monotono e incessante di quella macina mettono una nota gaia nella tranquilla operosità del nido domestico, dove si ama, si lavora e si vive senza sussulti, senza spasimi, senza passioni violente.
La sala rustica - quella cioè riservata ai lavoratori della terra che stanno tutto il giorno in campagna - è d'ordinario separata dalle altre, e raccoglie l'arsenale degli strumenti agricoli, il deposito dei foraggi, e, sotto a stalle aperte, anche il bestiame da lavoro. Ogni bestia ha il suo posto riservato con giaciglio e mangiatoia, ed ivi passa la notte, poiché vien tratta in campagna prima di sorgere il sole e rientra in paese poco dopo il tramonto.
Nelle principali case non manca mai la cantina per il deposito dei vini, né il ripostiglio per cereali. Quest'ultimo, d'ordinario, trovasi nel solaju, cioè a dire in alto, nello spazio compreso fra l'armatura del tetto ed il tavolino che serve di soffitto ai diversi ambienti della casa bassa.
Dal complesso di queste abitazioni caratteristiche spira una serenità patriarcale. Ti pare di essere in una delle case dell'antica Grecia, o meglio ancora in Palestina ai tempi biblici, dinanzi a Rebecca che torna con l'anfora dal pozzo, o al cospetto di Giacobbe che pensa di vendere le sue lenticchie al fratello Esaù.”
(Tratto da Enrico Costa - Album di costumi sardi - 1898).

SA DOMU DE SA FARRA
LA CASA DELLA FARINA

La città di Quartu possiede un museo che raccoglie testimonianze della cultura contadina campidanese, che è unico in Sardegna, e certamente uno dei pochi in Italia. Mi riferisco a Sa Domu de Sa Farra, la casa museo di proprietà di Gianni Musiu, situata nella via Eligio Porcu al numero 143.
Gianni Musiu è un uomo di quelli che gli studiosi accademici del folclore coloniale, definirebbero uomo senza cultura, perché non ha titoli di studio scolastici.
In effetti Gianni Musiu è un uomo di grande cultura, che conosce alla perfezione la realtà del mondo contadino - quello che fu e quello che ne è rimasto. Egli con l'amore che soltanto viene dalla conoscenza, ha dedicato tutta la sua vita a raccogliere in una vecchia abitazione, che conserva intatte le caratteristiche architettoniche campidanesi, migliaia di pezzi, (circa settemila), utensili da lavoro e oggetti d'uso familiare.
Sa domu de Sa Farra, testualmente "la casa della farina", (nome che vien dato al locale adibito alla lavorazione della farina per la preparazione del pane familiare) consta di ben trentacinque locali. In ciascuno di questi sono conservati numerosi reperti (talvolta utensili di antichissima data, ormai scomparsi, come l'aratro ligneo costruito con un solo ceppo di legno): utensili di cucina in rame e in terracotta; arredi, biancheria, sopraccoperta, coperte, tovagliati, tappeti; mobilia di antica fattura, quali tavoli da pane, armadi, cassapanche intagliate, letti in ferro battuto; e così via.

SA NOTTI DE IS PETTIAZZUS
LA NOTTE DEI LUMACONI

Le ultime settimane di ottobre avevano trascinato stracci di nuvole color cenere, e novembre le aveva ammucchiate a occidente. I tramonti erano afosi e cupi. Le stoppie brucate dalle pecore e bruciate dai contadini attendevano l'acqua per rinverdire.
La pioggia arrivò durante la notte, d'improvviso.
Dopo cena, Marta, Rinaldo e io, seduti sulla stuoia nel loggiato avevamo seguito il lampeggiare dei fulmini in direzione del mare. Marta si turava le orecchie, per paura del tuono - un rotolare di cento ruote su stradone selciato: su carru de Nannai.
Avevo insegnato a Rinaldo a calcolare la distanza del fulmine, contando l'intervallo tra il lampo e il tuono. Quando il contare era lungo, restava deluso, "Oh, è lontano", e quando arrivava a contare appena due o tre si rallegrava. "Ah, questo sì che è caduto vicino."
Durante la notte la pioggia crepitò fragorosa sopra il tetto. Mi svegliai. Dalla cucina mi giunsero scalpiccii e sussurri di voci.
Ziu Erasmu bussò alla porta ed entrò. Indossava un mantello cerato col cappuccio e reggeva una lampada ad acetilene. Disse: "Viene a prendere lumache? Marta dice che lei ha piacere per queste cose."
La furia con cui balzai dal letto lo stupì. "Certo che mi fa piacere. In un minuto sono pronto."
In cucina, zia Gina mi diede il caffè. Marta mi fece indossare un vecchio cappotto, mi avvolse collo e faccia con una sciarpa mi calcò sulla testa un cappellaccio di feltro.
Rinaldo era anche lui della partita, anche lui pronto intabarrato.
"Fate buona caccia!" ci raggiunse dal loggiato la voce di Marta.
Pioveva ancora. Scendemmo per il vicolo verso la pianura.
"Le lumache escono con la pioggia da sotto i sassi e dalle siepi per pascolare," mi disse il ragazzo.
Imparai presto a riconoscerle tra erbe e stoppie, ai margini dei campi incolti. Ero felice di imparare da loro, di essere come loro, come ziu Erasmu e Rinaldo, per vivere il destino loro e di Marta.
Tutt'intorno la campagna era punteggiata da lumi - apparivano, ondeggiavano, scomparivano dietro i muri e le siepi, tra gli ulivi, e con lo scrosciare della pioggia si udivano a tratti voci di richiamo, esclamazioni giulive di uomini e di fanciulli.
Ziu Erasmu evitava di avvicinarsi agli altri lumi. Conosceva i terreni più ricchi di preda, ed era veloce e instancabile nel chinarsi a raccogliere. Scopriva lui le lumache più grosse, una specie di colore marrone scuro che chiamavano boboitanas o pettiazzus.
"Babbo si getta su quelle, lui, mica scemo!" Ammiccò Rinaldo, "Sono le migliori, si possono anche vendere ai mercanti forestieri."
Albeggiava, quando rientrammo. I piccoli dormivano ancora, tutti in un mucchio sulla stuoia grande vicino al camino. Le donne impastavano sopra il tavolo la semola e preparavano la ricotta per gli agnellotti del pranzo.
Posammo per terra sacchetti e cestini. Le donne si voltarono e guardarono compiaciute.
"Si è stancato? Ha preso molta acqua?" mi chiese preoccupata zia Gina.
"No, no, sto bene, sono contento, molto ...." risposi, guardando Marta.
"Ed è anche bravo, sapete! quasi quanto me, ne ha prese," disse Rinaldo.
Marta lasciò allora la pasta, si asciugò le mani e mi aiutò a togliermi di dosso il cappotto fradicio. "Su, levatevi la roba bagnata e sedetevi vicino al fuoco. Vi faccio subito caffè con pane abbrustolito."
Si udì la pioggia riprendere il suo tambureggiare.
"Oggi niente zappare," borbottò soddisfatto ziu Erasmu andandosene a dormire coi piedi caldi, "la giornata l'abbiamo guadagnata lo stesso."


S'ARAU DE LINNA
L'ARATRO DI LEGNO

"Prima dei trattori, non molto tempo fa, veniva usato l'aratro di legno, che era molto adatto per i nostri terreni, poco profondi specialmente in collina e negli altipiani. Era tirato dai buoi o dal cavallo.
I trattori, arando molto in profondità, arrogant totu, sfasciano tutto, e portano in superficie il terreno sterile e sa perda, i sassi. Bene, quella terra non dà più frutto come prima, se non è imbottita di concimi. Aicci sunt is contus! Così stanno le cose! Is meris furisteris, i padroni del continente, hant fattu custa trassa po si bendi trattoris e cuncimus. Ci hanno fatto lo scherzo di venderci i trattori per farci comprare i concimi. Giustizia ddus currat! Giustizia li perseguiti!
L'aratro antico era completamente in legno. Aveva di ferro solo il puntale, che si chiamava s'orbada, e si rinnovava facilmente quand'era consumato. Per fare il piede si usava maggiormente l'olivastro, che abbondava dappertutto; ma per l'asta, che arrivava in testa al giogo dei buoi, si usava anche s'olimu, l'olmo, che cresce nei luoghi umidi, è duro ma anche elastico. S'olimu si usava anche per fare su giuali, il giogo, quel piccolo trave che serve per collegare le corna dei buoi tra loro. Per fare su giuali andava bene anche un altro tipo di legna, che noi diciamo sulargia, che somiglia all'olivastro ma è più resistente ancora e più flessibile. Nella nostra zona, sui monti di Serpeddì, di questi alberi detti sulargia ce ne sono pochissimi, soltanto in due posti. Cresce grande come l'olmo e dà un frutto nero, come quello del lentischio, e la gente lo mangia anche....
Due anni fa sono andato sui monti di San Nicolò di Gerrei, lì ce ne sono ancora. Ne ho tagliato un tronco per farmi fare un calessino. L'ho portato a casa e ce l'ho lì in cortile, a stagionare per bene.... Anche queste specie di alberi antichi stanno scomparendo. Tutto sta scomparendo."
(Testimonianza. Dolianova, 1982)

TERRA E TRIGU A MOIS E A CUARRAS
TERRA E GRANO (SI MISURANO) A MOGGI E A STAIELLI

Nel mondo contadino le misure di superficie e di capacità hanno parimenti il litro come unità.
Partendo dalle più grandi, abbiamo: su moi (in talune zone detto anche su stariu, dal latino sextarius), lo staio, è pari a 4O litri. Indica un campo che ha la superficie di mq. 4.OOO; e indica anche il cilindro di metallo della capacità di 4O litri, per la misurazione del grano o d'altro. Unu moi de trigu, uno staio di grano, pesa circa 4O chili; ed è l'equivalente per seminare unu moi de terra, un campo vasto unu moi.
Poi, sa cuarra, che può tradursi con staiello, è esattamente la metà del primo, cioè 20 litri. Indica una superficie agraria di mq. 2000 e nel contempo il recipiente capace di contenere 20 litri e circa 20 chili di grano. Ugualmente, una cuarra de trigu è la quantità di grano necessaria a seminare una cuarra de terra.
Duus mois e una cuarra, due stai e uno staiello, cioè 100 litri, fanno un ettaro, che abbisogna quindi per la seminatura di un quintale di grano.
Altre misure minori sono: su quartu, il quarto, 1/4 dello staio, cioè 1O litri e 1.OOO metri quadrati; su quartucciu, il quartino, 1/8 di staio, cioè 5 litri e 5OO metri quadrati; su imbudu (misura sfalsata rispetto alle altre), l'imbuto, pari a 3 litri, non utile a misurare la terra; e infine l'unità di misura, su litru, un litro, anche questo non utile a misurare la terra.
Vigevano due modi di misurare in capacità: a cuccuru, a colmo, e a rasu, a spianata. Per misurare a rasu si usava una bacchetta di ferro detta s'arrasadori.
Il grano e gli altri cereali, e delle leguminose le lenticchie, vengono misurate a rasu; mentre le leguminose, fave, ceci, piselli e la frutta secca o fresca, come mandorle, noci, castagne, susine si misurano a cuccuru.

CIXIRI E TALLARINUS
CECI E TAGLIATELLE

L'alimentazione tradizionale del contadino è a base di cereali e leguminose. Questa che segue è l'alimentazione tipo di una famiglia media negli Anni Cinquanta.
Colazione del mattino. Per le donne e i bambini, caffè d'orzo dolcificato con zucchero di bietola o con miele, e una fetta di pane brustolato. Talvolta latte. Per gli uomini che vanno a lavorare in campagna, i resti del minestrone della cena, e una tazzina di caffè d'orzo e ceci, ben zuccherato.
Pranzo di mezzogiorno. Non è lecito cucinare mettere in tavola cibi in assenza del padrone di casa e degli altri maschi della famiglia che si sono trattenuti a lavorare in campagna. In casa, donne e bambini pranzano con pane e companatico, di solito seduti nel loggiato, senza apparecchiar tavolo. Con il pane si consumano normalmente olive, frutta fresca o secca (fichi secchi, uva passa, noci, mandorle) e verdure crude dell'orticello (che normalmente è situato dietro casa) o portate dagli uomini la sera prima al loro rientro dalla campagna (lau, mattuzzu, reiga, appiu, indivia, ambuazza, fenugu - cioè crescione, ravanelli, sedani, finocchi, indivia, eccetera). In campagna, contemporaneamente, gli uomini pranzano con pane, formaggio, lardo, salsicce - companatici più ricchi di calorie.
Cena, subito dopo il tramonto. E' l'unico pasto che la famiglia consuma in comune, subito dopo l'imbrunire, al rientro degli uomini dal lavoro di campagna. Durante il pomeriggio le donne hanno preparato la pasta per il minestrone, normalmente di due tipi: is tallarinus, fettuccine di semola impastata con o senza uova e zafferano, oppure sa fregula, sorta di grumi di semola non impastata, ottenuti facendo ruotare la semola sull'orlo levigato di una conca, su cui si spruzza dell'acqua. Già nel pentolone sopra il fuoco del camino cuociono i legumi: ceci o lenticchie o cicerculi o piselli o più raramente fagioli. Con i ceci si accompagnano, per simpatia, is tallarinus, le fettuccine, frantumate; con le lenticchie, sa fregua (o fregula). Il minestrone viene condito e insaporito con ciccioli, pezzi di cotenna, qualche pezzo d'osso salato di maiale, con aggiunta di cavoli o bietole. Talvolta, al minestrone della cena, seguono verdure e frutta fresca di stagione o anche castagne e frutta secca come fichi, uva, noci, mandorle. La cena è accompagnata da uno o più bicchieri di piricciolu, vinello, di proprietà familiare.

IS BOMBAS DE SA DOMINIGA
LE POLPETTE DELLA DOMENICA

Una volta la settimana, la domenica, il contadino mangia da signore. Il venerdì si macellava. Il sabato si esponevano le carni in sa panga o crannazzeria, la macelleria in piazza. La domenica si consumavano.
Il contadino, al quale quasi sempre mancavano i contanti per acquistare la carne da su crannazzeri, dal macellaio, tirava il collo a un galletto - secondo una graduatoria che privilegiava i più turbolenti, perturbatori dell'attività copulativa de su caboni de fedu, il gallo da monta.
Il pranzo tipo della domenica consisteva in un primo a base di gnocchetti al sugo, is malloreddus; di un secondo a base di carne, is bombas, polpette sferiche, di carne di maiale macinato con pezzetti di lardo, con prezzemolo e aglio, soffritte e poi cotte in salsa verde. Infine frutta e verdura.
Altro pranzo tipico della domenica era costituito dal bollito di pecora. Come primo il brodo, che si consumava sia con fette di pane brustolato che con sa fregula, la minestrina.
Come secondo, la carne bollita della pecora, accompagnata da molta aromatica verdura, quali sedani e ravanelli, e da buon vino nero.



Capitolo terzo

DOGNASANTU - NOVEMBRE

In questo mese cadono due importanti ricorrenze: si apre con sa festa de is mortus, la festa dei morti, e si chiude con sa festa de su procu, la festa del maiale: la macellazione e la conservazione del maiale.
Inizia in campagna la semina del grano, dell'orzo, dell'avena e di alcune leguminose, fave e piselli precoci. Le donne hanno già scelto e preparato le sementi.
Nelle giornate morte, di troppa acqua o di troppo vento, specie se spira da levante, non si semina, e il contadino in casa traffica nel loggiato e sotto le tettoie del cortile. Fruga in mezzo a is carramazzinas, alle carabattole, per riparare e approntare is ainas, gli attrezzi da lavoro, zappe, aratro, finimenti. Quando non se la cava con i propri mezzi, va dal fabbro, dal falegname o dal ciabattino, per rifare il filo a una zappa, saldare un pezzo dell'aratro, allungare o rinforzare una bretella di cuoio.
Si raccolgono le melagrane, frutto tradizionale nella mensa di dognasantu. Rinomate le melagrane di Cabras, da cui anche il detto, un tantino astioso, rivolto a chi ride sguaiatamente: "S'arrisu de s'arenada 'e Cabras!", La risata della melagrana di Cabras!; che sottintende un secondo versetto, che suona:"Arrutta a terra e squartarada!", che cadendo per terra crepa. Sono tante le varietà di melagrana, frutto un tempo molto diffuso nel mondo contadino. Principalmente tre: sa durci, s'arga e s'arbaruci, la dolce, l'agra e l'agrodolce. Nella varietà dolce eccellevano quelle dai chicchi grossi color granata dal seme tenero, di cui Terralba aveva il primato. In quel paese, nel giorno dei morti, visitavo l'orto del vecchio zio Muntoni, quando ero bambino.
Si raccolgono anche le mele e le cotogne, che profumano a lungo tutto il soggiorno con il loro agreste profumo. I meli allignavano spontanei nella campagna collinosa aspra e se ne distinguevano diverse specie, tutte dal frutto piccolo, dolce, dalla polpa soda, profumatissime: mel' 'e appiu, mel' 'e ollu, mela 'era. Come le cotogne venivano legate per il picciolo con del filo di cotone, fino a formare dei grappoli - is appicconis - che facevano bella mostra appesi alle travi del loggiato. Le cotogne venivano consumate durante l'inverno, tagliate a spicchi e cotte in acqua zuccherata. Il loro sciroppo, bevuto ben caldo, era considerato un toccasana per il mal di gola. Più frequente l'uso di arrostirle nel forno, dopo la cottura del pane, o nelle braci del camino, dopo cena, durante le lunghe notti dell'inverno piovoso.
A metà novembre si stuppat sa carrada de su piricciolu, si inizia la botte del vinello. Il contadino muore dalla voglia di gustare il vino nuovo, per vedere "come è venuto quest'anno"; e talvolta non sta neppure ad aspettare il crisma di San Martino. Invita gli amici nella cantina - un vano in fondo alla tettoia, chiuso da un incannucciato - e insieme siedono sugli sgabelli facendo semicerchio attorno alla botte da inaugurare. All'altezza giusta si fora con sa berrina, la verrina, e il boccale si riempie allo zampillo - prontamente fermato da unu tupponeddu, uno zipolo. Poi la combriccola sta lì a bere tutta la sera, e ci si sta così bene che ci si dimentica della cena - se non fosse per le donne, che arrivano a portar pane e formaggio. E pani e casu bolint binu a rasu, pane e formaggio richiedono vino a bicchiere colmo. E' già notte fonda quando la compagnia attacca a cantare is battorinas - che non finiscono mai, perché ognuno deve rispondere, in versi improvvisati, cantati, rimati a ciò che ha cantato l'ultimo. A stento, a malincuore la compagnia si stacca dalla botte e si sposta prima nel cortile e poi in strada per gli ultimi addii, lunghi e commossi, prima di sciogliersi.

USANZIAS MORTUARIAS
Usanze mortuarie

“In su tempus passàu, is mortus arrìcus benianta interràus cun su baùllu de castangia afforràu, cun accumpangiamentu, a gruxi de prata e canta canta…; mentris is mortus pòberus benìant interraus senza de cascia de linna o baùllu, solamenti imboddiàus cun lenzoru de tela, cun accumpangiamentu cun sa gruxi de linna, cun pagus avemarìas.
Po su trasportu de su mortu pòberu de bidda a su campusantu si usada una cascia fissa a stangas e a pèis cumente mesa, cun covèccu mobili o movibili, non cravillàu, chi ddi narànta "sa littiga" o "sa lettièra".
Po sa zerimonia de costumanzia is personas chi accumpangiànta su mortu a su campusantu usànta ghettài una farrancàda de terra frisca a suba de su mortu o de sa cascia o baùllu, cun sa dispidìda abituali propiziadòra: "A ddu connòsci in sa Santa Gloria!".

(Da Giuseppe Dessi "Contus de forredda" - Fossataro, Cagliari 1964 - pagg. 33/34)

"Nei tempi andati, i morti ricchi venivano sepolti in una bara di castagno foderata, con accompagnamento solenne, croce d'argento e canti funebri; mentre i morti poveri venivano interrati senza bara, solamente avvolti in un sudario di tela, accompagnati con la croce di legno e poche Ave Marie.
Per il trasporto del morto povero dal paese al camposanto si usava un cassone-portantina con le stanghe ai due lati e con i piedi come un tavolo, con un coperchio mobile, che veniva chiamato "sa lettiera".
Secondo la cerimonia tradizionale, le persone che accompagnavano il morto in camposanto usavano gettare un pugno di terra fresca sopra il morto o sopra la bara, congedandosi con la rituale frase propiziatoria: "A ddu connosci in sa Santa Gloria!" (saperlo in Santa Gloria!)"

SA FESTA DE SU PROCU
La festa del maiale

Sa festa de su procu, la macellazione e conservazione del maiale familiare, inizia dopo Dognasantu, dopo i primi di novembre e si protrae fino a mesi de Idas, a dicembre. Comincia una famiglia, poi seguono tutte le altre della comunità, secondo un ordine stabilito dalla disponibilità di tempo de su boccidori, il macellatore e sovrintendente alla conservazione delle carni, dalla fase lunare, dal vento che spira, dal ciclo mestruale della padrona di casa, e infine dalle esigenze proprie di ciascuna famiglia.
Nel giorno stabilito, già dall'alba, tutta la famiglia, grandi e piccoli, è in piedi e in fermento. Il cortile viene riordinato e approntato: ramazzato l'acciottolato; arrimadas is carramazzinas, rimessi gli oggetti in disuso e le carabattole; il tavolo della cucina, stretto e lungo, viene sistemato in un lato. Sono già pronti gli utensili d'uso: i coltelli per affettar carni e lardo; sciveddas, scivedditas, pingiadas e prattus mannus, conche, conchette, pentole e piatti da portata, per raccogliere il sangue, le frattaglie, il fegato in particolare, e is fazzas, le animelle e le ghiandole, il cervello e altre parti che vengono distinte in recipienti diversi, e talune cucinate subito. E ancora, su codru, gli intestini, che ben pulito con acqua tiepida, aceto e foglie di limone diverrà il contenitore di su sartizzu, delle salsicce; a questo si aggiungono is mannadas: budella di vacca, acquistate tempo prima, per insaccare su sartizzu 'russu, il salame.
E' pronta anche la legna per abbruschinai su procu, abbruciacchiare le setole del maiale: quelle del dorso verranno rasate prima, conservate o vendute per ricavarne spazzole e pennelli, oppure regalate al ciabattino, su maistu de crapittas, che le userà per infilare lo spago impeciato. Sono d'uso per l'abbrustolimento le fascine di ciorixina, un arbusto nano arido filiforme che brucia consumandosi in una vampata. L'animale intero, appena dissanguato, viene completamente avvolto con fascine di ciorixina, cui si dà fuoco contemporaneamente da più parti.
Il maiale resta digiuno dal giorno innanzi, per ovvi motivi igienici, ma nei giorni precedenti è stato alimentato da signore, a base di cereali e legumi. Nelle sue ultime ore di vita, l'animale, cui le donne e i piccoli si sono affezionati, riceve particolari attenzioni e coccole: su procu si ddu pensat chi est accanta de s'accabai, è presago dell'imminente fine.
La piccola folla di uomini e donne che dovranno occuparsi di "far la festa" si assiepa nel cortile: ciascuno è pronto a svolgere un proprio compito. Ed ecco finalmente arrivare su boccidori, l'uccisore, l'esperto nella macellazione del maiale. Reca con sé un solo arnese, su 'orteddu 'e pungi, il coltello puntuto, che avvolto in un pannolino depone sopra il tavolo. Viene accolto con un buon bicchiere di vino bianco e si scambiano con lui poche parole d'occasione. Quindi si fa silenzio. L'esecuzione ha inizio.
I bambini, ai margini, seguono lo spettacolo con occhi rotondi: curiosità e angoscia, davanti alla morte.
Alcuni uomini, anche quattro o cinque secondo la mole dell'animale, tengono ben fermo la vittima sull'acciottolato, mentre su boccidori lo sgozza. Immediatamente il maiale viene issato sopra il tavolo inclinato, con la testa e il collo penzoloni, affinché tutto il suo sangue fluisca dentro la conca, che due donne si sono affrettate a parare; e mentre una tiene fermo il recipiente, l'altra immerge una mano nel sangue e lo rimesta perché non si raggrumi. Quindi, prontamente il sangue viene trasferito nella cucina, dove, nella stessa conca, viene insaporito con zucchero, cannella, anice, noce moscata, uva passa e mandorle o noci tritate (altrove, più parchi, mettono il sale e basta). Più tardi, la sera, le donne insaccheranno il sangue in buddas, budella di vitella, a mo' di salami corti, che verranno infine bolliti e conservati tra rametti di finocchio selvatico per essere mangiati nei giorni di festa. Il sangue così confezionato veniva chiamato buddedda, sanguinaccio.
Dopo abbruschinau, (più che abbrustolito depilato alla fiamma), il "morto" viene raschiato e lavato scrupolosamente. Qualcuno degli inservienti ha scalzato gli unghielli per distribuirli ai bambini, i quali devono lanciarseli alle spalle per acquistarsi buona sorte e tenere lontana la morte. Qualcun altro taglia le estremità della coda e delle orecchie che vengono ugualmente distribuite ai piccoli, un pezzetto a ciascuno, perché se le rosicchino.
La sventratura è impegnativa: da una parte i visceri e da un'altra le frattaglie. Questa operazione è diretta da su boccidori, il quale controlla lo stato di salute del "morto", in particolare se ci sono focolai di echinococcosi. Spetta allo stesso boccidori un pezzo di fegato, che egli mangia crudo, ancora caldo.
Infine, tagliato in due parti, lungo la spina dorsale, il maiale viene appeso dentro casa, nel solaio oppure nel loggiato, in luogo fresco e ventilato, ricoperto di tela di lino o di cotone, affinché stiridi, asciughi. Il giorno dopo verrà sezionato, con la presenza dello stesso boccidori o di altro esperto, che ha il compito di separare e dividere il tutto in parti omogenee, rispetto all'uso che di ciascuna parte si dovrà farne: carne da salsicce, carne da salare, carne da consumare fresca, carne per is presentis, le donazioni ai vicini di casa e ai parenti, il lardo da salare, il grasso da far lo strutto e is gerdas, i ciccioli, con cui confezionare su pan''e gerdas, il pane grasso, almeno un prosciutto, la pancetta da salare, sa mustela, la coppa; e ancora la testa e le parti cartilaginose da bollire per farne "testa in cassetta", secondo una recente usanza; e via via tutti gli ossi dello scheletro, suddivisi secondo la pezzatura, da salare e conservare per condire e insaporire i minestroni di legume secco: squisite le lenticchie, ma i fagioli non sono da meno, e neppure i ceci, specialmente se l'osso non è stato spolpato troppo coscienziosamente. E se la massaia avverte il boccidori: "Non di ddi lassit troppu de pezza a cussus ossus!" (Non lasci troppa carne a quegli ossi!), questi risponde: "Aicci pappais tottu sartizzu e nudda fasolu!" (così mangerete molta salsiccia e niente fagioli!).
La sera, dopo lauta cena, davanti al camino, si ripete per i bambini la filastrocca delle cinque dita. Indicandoli uno dopo l'altro a partire dal pollice per finire con il mignolo, si recita:
"Custu est su procu / custu d'hat mortu / custu d'hat abbruschinau / custu si dd'hat pappau / e a custu chi hat scoviau / non di dd'hant lassau!"
(Questo è il maiale / questo l'ha ucciso / questo l'ha abbrustolito / questo se l'è mangiato / e a questo che ha fatto la spia / non gliene hanno lasciato!)

SU PRESENTI
La donazione

In occasione di sa festa de su procu, la festa del maiale, una discreta parte dell'animale macellato viene distribuita, in forma di dono, ad altre famiglie della comunità, che non hanno ancora, o hanno già, macellato il loro maiale o che non ne possiedono. In quest'ultimo caso, chi lo riceve non è tenuto a ddu torrai, a restituirlo.
Su presenti, la donazione, consiste in un insieme di pezzi d'assaggio delle varie parti dell'animale, fino alla capienza di un piatto fondo da cucina, costituito per lo più in carne, fegato e buddedda, sanguinaccio.
Su presenti viene anche detto su prattu torrau, il piatto restituito, poiché normalmente chi lo riceve a sua volta lo restituisce, quando ammazza il proprio maiale. Avviene così che per buona parte di novembre, e anche oltre, le famiglie della comunità mangiano quasi quotidianamente carne di maiale fresca - che giova, dopo l'alimentazione di fine estate a base di uva, fichi e fichidindia.
Su presenti viene di norma recato a casa del beneficiario all'imbrunire, da fanciulli, in un piatto avvolto in un tovagliolo di bucato. I portatori, con i ringraziamenti d'uso ricevono anche qualche monetina, con la frase rituale: A si ddu torrai nosus! A noi restituirlo!
La locuzione "su prattu torrau", il piatto restituito, sta anche a significare "la doverosa restituzione di una offesa ricevuta". In tal caso, su prattu torrau va restituito a pesu bonu, a buon peso, cioè con l'aggiunta, per non restare in debito. Ciò vale nei rapporti di marca colonialistica del Continente con la Sardegna, dove molti sono i piatti che i Sardi devono ancora restituire. Ma a pagai e a morri c'est sempiri tempus. Per pagare e per morire c'è sempre tempo.

S'ANIMA DE SU PURGADORIU
Contu

Narant chi seu morta de mal' 'e sanguni, ma non est berus: si mi 'essint portau luegu de zia Crabiou forzis mi happessi sarvada, ca seu morta de azzicchidu.
Su fattu m'est sutzediu in s'ottoniu de is olias, torrendi de is bingias. Fiat s'ora chi scurigat e deu totu prexerosa, cun d'unu scarteddu de axina, fia torrendi facci a bidda, cand'eccu tot' in d'unu intendu passus sighendimì.
Non seu femina timorosa e no happu penzau a su mali, ca in su sartu nostu, grazias a Deus, de cussa genti non ci 'n d'est. Mi seu penzada chi fessit genti de bidda fadendi su matessi camminu, e mi seu firmada po mi fai sodigai... Mi giru e dda biu, firma a palas mias, cun d'una crobi manna in conca: fiat zia Pepparrosa, parenti arriolesa de Sarbadoricca. Fia unu scant'annus senza de dda biri, ma dd'happu arreconnota luegu.
"A bidda nosta est tocchendi, zia Pepparrosa?", dd'happu pregontada.
E issa, senza de bogai boxi, m'hat fattu accinnu de sì cun sa conca. Sa cara portat trista, cumenti chi sunfrissit dolori mannu. No happu insistiu, e in pari si seus incarreladas, deu a innanti e issa avatu.
Lompias chi seus appizzus de su cuccuru de sa 'ia, an ca cumenzat sa cresura de prunixedda, zia Pepparrosa m'est parria stracca meda. Dd'happu nau:
"Lessit chi dd'aggiudi a si 'n di cabai pagu pagu sa crobi de conca, ca parrit grai, parrit."
E issa, castiendimì cun oghidura strania, cun d'una boxi mujada chi parriat bessia de sutta de terra, m'hat nau:
"Mancai fessit, filla mia bella, chi mi podessisti alliggerì de custu pesu mannu..."
"Cun prexeri, zia Pepparrosa - dd'happu nau - lessimidda portai a mei po unu arroghixeddu de biasci; in su mentris vusteti si pausat pagu pagu..."
Aici heus fattu: 'n di dd'happu liau sa crobi e mi dd'happu attuada in conca ...Gesugristu miu gloriosu! Aturu che grai fiat! Parriat plena de perda, parriat.
Totu scianca scianca e sulendi che una pibera, e issa avatu, seus arribadas accant' 'e is primas domus. Innì zia Pepparrosa s'est firmada; e in su mentris fia attuendiddi sa crobi, castiendimì riconoscenti m'hat nau:
"Deus ti ddu paghit, filla mia bella! Tui non ddu scis sa grazia chi m'has fattu portendi po mei custu pesu: dogna minutu de 'ia, tui m'has resparmiau cent'annus de Purgadoriu!"
Cumenti hat finiu de fueddai s'est girada po s'incarrelai, e insaras dd'happu bista ... de palas ... Portaiat in sa schina unu tuvoni mannu plenu de fogu teni teni... Mi seu fuida zerriendi: "Aggitoriu, aggitoriu! ... Gesùgristu miu aggiudaimì! ..." Scarteddu e totu happu lassau, currendi che una macca, ghettendi zerrius, finzas a chi seu lompia a domu, e mi seu arrutta...

L'ANIMA DEL PURGATORIO
Racconto

Dicono che sono morta di dissenteria, ma non è vero: se mi avessero portata subito da zia Crabiou forse mi sarei salvata, perché io sono morta di spavento.
Il fatto mi è accaduto nel viottolo degli oliveti, tornando dalle vigne. Era l'ora in cui comincia a imbrunire e io felice e contenta con il cestino dell'uva me ne tornavo in paese, quando a un tratto sento dei passi dietro di me.
Non sono donna paurosa e non ho pensato ad alcunché di male, perché nelle nostre campagne, grazie a Dio, gente cattiva non ce n'è. Ho pensato che doveva essere uno del paese che stesse facendo la mia stessa strada, e mi sono fermata per farmi raggiungere... Voltandomi, l'ho vista ferma alle mie spalle, con una grande corbula in testa: era zia Pepparosa, una parente riolese di Salvadorica. Ero diversi anni senza vederla, ma l'ho riconosciuta subito.
"Sta andando verso il nostro paese, zia Pepparosa?" le ho chiesto.
E lei senza aprir bocca mi ha fatto cenno di sì con il capo. Aveva una espressione triste, come se patisse per un grande dolore. Io non ho insistito, e insieme ci siamo avviate, io davanti e lei dietro.
Quando siamo arrivate sul dosso della strada, dove inizia la siepe di pruno selvatico, zia Pepparosa mi è sembrata molto stanca. Le ho detto:
"Lasci che l'aiuti un pochino a liberarsi la testa dalla corbula, che sembra pesante, sembra."
E lei, guardandomi con occhi strani, con una voce sussurrata che sembrava venisse da sotto terra, mi ha detto:
"Magari fosse, figlia mia bella, che mi potessi alleggerire di questo grande peso..."
"Con piacere, zia Pepparosa - le ho detto - me la lasci portare per un tratto di strada; intanto lei si riposa un pochino ..."
Così abbiamo fatto: le ho preso la corbula e me la sono caricata sulla testa... Gesù Cristo mio glorioso! Altro che se era pesante! Pareva fosse piena di pietre, pareva.
Arrancando e sudando con lei dietro, siamo arrivate vicino alle prime case. In quel punto zia Pepparosa si è fermata; e intanto che l'aiutavo a ricaricarsi la corbula in testa, guardandomi riconoscente, mi ha detto:
"Dio te ne renda merito, figlia mia bella! Tu non sai quale grazia mi hai fatto, portando per me questo peso: ogni minuto di strada, tu mi hai risparmiato cento anni di Purgatorio!"
Come ha finito di parlare si è girata per avviarsi, e allora l'ho vista ... di dietro... Aveva la schiena cava piena di fuoco ardente... Sono fuggita urlando: "Aiuto, aiuto! ... Gesù Cristo mio aiutatemi! "... Cestino e tutto quanto ho lasciato, correndo come una matta, urlando, fin che sono arrivata a casa, e ho perso i sensi...



PARTE SECONDA


JERRU / INVERNO

Ierru, inverno. E' la stagione di Paschiscedda, di Natale, de is angionis, degli agnelli, de Carnovali o Carresegare, di Carnevale. E' il tempo delle attese e delle speranze, per il contadino. Che piova; che non piova troppo, da portarsi via terra e sementi e dover riseminare. Che il vento spiri da tramontana e pulisca il cielo e purifichi l'aria; che non tiri violento da maestrale indurendo il terreno, seccando i germogli, scoperchiando i tetti delle case. Che il cielo alterni sereno a nuvoloso, affinché nel maggese cresca l'erba per il bestiame, e che nelle notti stellate non cada la brina...


Capitolo Primo


MESI DE IDAS / DICEMBRE

I sardi pastori chiamano questo mese Nadale, in onore della nascita del Messia - seppure una leggenda narri che i pastori barbaricini non furono invitati dagli Angeli mandati a schiera sulla terra ad annunciare il lieto evento; e che così non poterono presenziare al divino evento, e soltanto molto, molto più tardi e non tutti conobbero e accettarono la nuova Legge dell'Amore.
Mese di Nadale anche per le pecore, che partoriscono i primi agnellini. E negli ovili e nelle case si fanno is casadas, le giuncate, dense cremose, confezionate con il latte - colostro aromatizzato con mentastro. E i bambini ritrovano al mattino risvegliandosi il buon latte caldo zuccherato, da inzupparci la fetta del pane brustolato alle braci del camino, e il loro visetto si fa roseo paffuto, anche se hanno i piedini scalzi e fa freddo.
Nelle giornate serene, totus a cambarada si andat a scutullai olia, si va in gruppo a bacchiare le olive. Ogni contadino ha nella vigna o in altro campicello qualche albero di olive, sufficienti a dargli l'olio per condire la minestra e s'olia cunfettada, e le olive da conservare in salamoia. Queste olive costituiscono con su casu e su sartizzu, il formaggio e la salsiccia, i fondamentali companatici del quotidiano desinare campestre.
A su messaiu ddi mancat totu ma no sa passienzia, al contadino manca tutto ma non la pazienza. Se in qualche appezzamento il grano non è nato, si accinge a riseminarlo. E se non ha più semenza, attinge al mucchio del solaio, riservato per il pane domestico, o se lo fa prestare dal commerciante usuraio, che lo vuole indietro raddoppiato a mes' 'e argiolas, a luglio, se è onesto.
Dalla legnaia situata all'aperto, una certa quantità di ciocchi e di fascine vengono trasportati in sa domu de su forru, sotto la tettoia del forno, perché asciughino, al riparo, e siano a portata di mano dalla cucina. Ne occorre tanta di legna, durante le lunghe serate d'inverno: per far cuocere il minestrone di ceci o di lenticchie per la cena e per allontanare l'umido dell'artrosi che si annida nelle giunture delle ossa.
Il fuoco continua a bruciare nel camino anche dopo la cena, e vede tutta la famiglia e gli ospiti, quando ci sono, seduti davanti a semicerchio. Brucia più libero, più allegro ora che la sua fiamma non ha più su trebini, il treppiede, con sopra il pentolone da far bollire, e invita i piedi e le mani ad allungarsi tese. Il babbo gioca con s'azzizzadori, con l'attizzatoio, spostando i legnetti fumiganti sopra il fiammeggiante o rivoltando nella cenere calda favette brustolite - caso mai fosse rimasto un angolino vuoto nello stomaco. E rimestando rimestando le braci del focherello, arrivano is contus de forredda, le favole evocate dalla magica fiamma del camino.
Durante la notte di Natale, nelle ore che vanno dal tramonto all'alba, si avvicendano tre momenti di particolare rilievo per tutta la comunità: sa Notti de cena, sa Missa de puddu e is ballus (il cenone della Vigilia, la Messa del gallo o di mezzanotte e i balli di apertura del Carnevale).

IS BALLUS - SA CUMPAGIA DE IS BALLUS
I BALLI - LA COMPAGNIA DEI BALLI

“Il periodo del Carnevale aveva inizio dal Natale fino al mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima.
I giovani si mettevano d'accordo in anticipo, per formare un gruppo tra amici e parenti e trascorrere le serate del sabato e della domenica ballando. Di solito erano coppie di fratelli e sorelle oppure cugini e cugine; se qualcuno era fidanzato, siccome di notte le ragazze non potevano uscire sole con il proprio fidanzato, questo doveva portarsi appresso anche la cognata o qualche cugina della fidanzata o in casi estremi la suocera.
Il gruppo così costituito si riuniva nella casa nuova, ancora vuota di mobili, costruita da qualcuno dello stesso gruppo in vista del matrimonio. Se nel gruppo non c'era nessuno che sapeva suonare, si ingaggiava un suonatore ambulante, qualche povero cieco che di solito suonava la fisarmonica, per poter ballare. Si aprivano i balli verso le dieci di sera e si facevano le ore piccole.
La prima serata di ballo era la vigilia di Natale e si andava a ballare all'uscita della Messa di Mezzanotte.
E così per tutto il Carnevale.
Finita la Quaresima, il giorno dopo Pasqua, tutto il gruppo si recava in gita a picchettai, pranzando in campagna. Così si scioglieva la compagnia dei balli.”
(Testimonianza. Arbus 198O)

S'ACCABBADORA
COLEI CHE PRATICA L'EUTANASIA

"Sappiamo che presso i Sardi i vecchi che avevano passato i settanta erano sacrificati a Kronos dai loro stessi figli, i quali armati di verghe e di bastoni, a forza di percosse spingendoli sull'orlo di fosse profonde come baratri, barbaramente li uccidevano; e la crudele operazione accompagnavano con risa inumane."
(Pettazzoni - Paleoetnologia sarda - Africa - in Revue d'ethnograpie et de sociologie - 1910 - pag. 222)

Eutanasia, dal greco, significa morire bene, e per estensione morire dolcemente o felicemente, e anche morire a tempo debito. Nell'antichità, quando la natura non provvedeva a dare al moribondo una morte dolce oppure non provvedeva a eliminare un vecchio o altri socialmente inutili con una morte a tempo debito, interveniva la comunità, per mano di familiari, parenti o di addetti all'uopo. Nel primo caso si configurava una eutanasia agonica, nel secondo una eutanasia eugenica.
Il Pettazzoni, nel brano sopraccitato, dà notizia dell'uso della eutanasia eugenica praticata in Sardegna in tempi pre-cristiani. Il fatto è normale. Ciò che appare frutto di fantasia è certamente la descrizione di come i vecchi venissero soppressi, in modo barbaro, crudele e inumano.
E' noto che l'eutanasia eugenica era diffusa nel mondo antico pre-cristiano: una istituzione legale, moralmente lodevole, praticata non solo a Sparta e apprezzata non soltanto da Platone ("coloro che non sono sani di corpo li si lascerà morire"). In tempi moderni l'eutanasia eugenica è scomparsa come istituzione ed è moralmente riprovata. Tuttavia, in forme civili, è ancora largamente diffusa in tutto il mondo - per non dire del nazismo di Hitler con il genocidio degli Ebrei e dell'ebraismo di Israele con il genocidio dei Palestinesi. Contrariamente alle affermazioni di principio, cristiane e umanitarie, nelle società cosiddette civili i vecchi vengono abbandonati a se stessi, lasciati a morire d'inedia e di solitudine - quando non anche di stenti. Numerosi i casi di "pensionati" trovati morti dopo giorni nelle loro abitazioni, senza che nessuno abbia assistito alla loro morte - neppure per aiutarli a morire bene.
Pare che tra i Sardi fosse anche praticata, fino ai tempi recenti, l'eutanasia agonica - l'evitare al moribondo le sofferenze di una lunga agonia. Il mistero che circonda tale pratica, e quindi la mancanza di notizie storiche, è logico se non ovvio: sia perché la pratica è condannata da leggi esterne alla comunità che la esercita; sia per la discrezione e il silenzio dovuti a un compito di tanta gravosa pietas.
Per indicare le persone addette a facilitare il trapasso ai moribondi si conoscono due termini: quello in lingua logudorese accabbadora (secondo la grafia del Dizionario sardo dello Spanu), senza il maschile; l'altro in lingua campidanese acabadori (chiaramente derivato dallo spagnolo acabar = finire), senza il femminile. Ciò fa pensare a residui di una organizzazione matriarcale nel mondo logudorese-barbaricino.
Sas accabbadoras nel Nuorese e is acabadoris nei Campidani - rispettivamente finitrici e finitori - avevano il compito di facilitare il trapasso ai moribondi. Non sappiamo se tale pratica sia del tutto disusata.


IL PARRICIDIO RITUALE

"Lo scrittore sicelioto Timeo di Taormina, vissuto nel IV secolo a. C. e competente in storia occidentale (...) riporta una barbara consuetudine dei Sardi indigeni, consistente nell'uccidere i vecchi padri, accompagnandoli verso baratri, finendoli qui a colpi di bastone e poi precipitandoli fra risa feroci ed inumane in una specie di frenesia festiva. Questo rito, per noi crudele e orribile, dove il riso non è altro che la "restaurazione orgiastica" dell'angoscia derivata dal nichilismo della morte (agisce cioè come attivo elemento rigeneratore della vita), ha numerosi confronti in esempi di parricidi o, in genere, di uccisione di vecchi presso i popoli primitivi antichi e moderni (Africa, Australia, isole della Melanesia e Figi, Brasile, Antille, America settentrionale) e genti dell'antichità classica (regione caucasica e caspia; Irlanda) e medievale (Svezia). E, ciò che appare anche più interessante, si allinea con analoghe costumanze rituali di ambienti dove si pratica il cannibalismo. E. Volhard, che ha compiuto studi fondamentali sul cannibalismo, segna la cerimonia di appendere i vecchi genitori ad una pianta dalla quale vengono scossi come frutti maturi per poi essere uccisi e mangiati. Lo stesso Volhard vede il costume di non aspettare la morte naturale dei parenti prossimi anziani, sopprimendoli ritualmente (costume ovvio nella pratica sarda riferita da Timeo), connesso con la patrofagia, cioè con l'antropofagia del defunto: varietà di endocannibalismo, in relazione con l'obbligo rituale di identificarsi col trapassato addossandosene la morte, al fine della rigenerazione. Il costume riportato da Timeo per la Sardegna, che non v'è ragione di escludere dalla sfera psicologica prenuragica dell'Isola, non può applicarsi che ad uno stadio economico-sociale di civiltà rurale segnato da motivi magico-totemistici e da influenze matriarcali (potenza della donna-madre, matriarca, che si identifica con quella della natura vegetativa, e forza magica dell'antenato totem, cioè del vero padre genealogico, per cui scade, fino a essere soppresso, il padre naturale). La pratica protosarda assolve un obbligo morale inteso ad assicurare con l'esclusione violenta di chi dimostra più vicina la presenza della morte (cioè del vecchio padre), la liberazione dalla morte, in quanto la morte fatta subire coscientemente al vivente accelera la riproduzione della vita: di quella umana (discendenza) e di quella vegetale-agricola, insieme magicamente connessa. Sono innumerevoli gli esempi di relazione intima fra produttività delle coltivazioni agrarie e uccisioni umane, simboliche (tatuaggio, circoncisioni, mutilazioni varie) ed effettive (caccia di teste, sacrifizi umani, cannibalismo, ecc.). Si hanno residui anche nei riti cristiani: vicina al costume sardo riferito da Timeo, è la pratica di Bono - Sassari per cui il Santo Patrono viene accompagnato all'orlo di un burrone e minacciato di essere buttato giù se non concede la grazia d'un buon raccolto (all'uccisione reale si sostituisce l'uccisione simbolica)".
(Da Giovanni Lilliu "La Civiltà dei Sardi " 1963)

IL RISO SARDONICO

La sardonia o sardonica è un'erba delle ranuncolacee, velenosa, in latino sardonia, dal greco sardonion, derivato da Sardò, Sardegna, perché essenza comune in questa Isola.
Si dice che questa erba, ingerita, provocasse il riso sardonico, una convulsione sghignazzante dei muscoli facciali. Da qui, ancora oggi, il significato di riso beffardo, ironico, irrefrenabile.
Il riso da sardonia, nel pregiudizio di antichi colonizzatori, diventa il riso dei Sardi. Lo storico siciliano Timeo, precursore del Nicèforo, sostenne che il riso sardonico si accompagnava nei genitori o nei figli (non si capisce bene se in tutti e due) alla uccisione a randellate dei padri, non più in grado di produrre.
Risponde lo storico Ettore Pais in "Sulla civiltà dei nuraghi" - 19O9:

"Secondo un'antica tradizione raccolta dal celebre storico siciliano Timeo, i Sardi uccidevano i loro genitori quando questi erano divenuti vecchi. Nulla ci vieta di prestar fede a questo racconto, dacché analoghe tradizioni ed analoghi fatti sono riferiti per tanti altri popoli della terra viventi allo stato selvaggio. Per non estenderci in ampli ed oziosi confronti basterà ricordare come un costume siffatto ancora al tempo di Augusto vigesse fra gli abitatori dell'Irlanda. E per un'età più o meno coeva a quella dei nostri Nuraghi, una usanza barbarica di questo genere è riferita per gli stessi Romani i quali avrebbero avuto la consuetudine non di divorare, è vero, ma di uccidere coloro che avessero raggiunto i sessant'anni.
"Non vi sarebbe nulla di strano nell'ammettere che sino al periodo punico ed al tempo in cui fioriva la storiografia siceliota, in alcune parti della Sardegna vi fossero popolazioni dedite ancora all'antropofagia. Tuttavia, dall'accettare ad occhi chiusi questo racconto di Timeo ci trattengono due considerazioni: che il dottissimo scrittore siciliano discorrendo della Corsica e della Sardegna, era caduto, a detta di Polìbio, in una serie di gravi errori; e che stando a Demone, uno scrittore attico più o meno coevo ai tempi di Timeo, l'adagio riso sardonico non si spiegava, come quest'ultimo aveva detto, con il riso dei vecchi genitori Sardi uccisi dai figli, bensì con quello dei prigionieri Cartaginesi dimoranti in Sardegna che venivano sacrificati al dio Kronos. E' probabile che il riso sardonico non abbia nulla a che fare con una tradizione e con l'altra. Ma dalla divergenza dei due scrittori può nascere il sospetto che il racconto sulla barbara usanza dei Sardi sia stata originata dal noto costume punico di sacrificare al dio Kronos vittime umane."


TEMPO NUOVO

“Est istadu Cristos chi hat nadu: "Sos babbos los boccat su tempus"
E' stato Cristo che ha detto: "I padri li consumi il tempo"

“E un vecchio, un padre ormai inutile, andava alla morte: e la doveva ricevere in fondo al sentiero dalle mani dei suoi propri figli, dei quali due lo sorreggevano, tristi, nel camminare.
A metà del sentiero incontrarono uno sconosciuto che se ne stava sopra una specie di scranna di pietra.
Lo sconosciuto, al vederli, si alzò e chiese, con la sollecitudine nella voce, dove andassero con quel vecchio. Tutti li avevano visti partire, tutti sapevano dove essi erano diretti: soltanto quello sconosciuto, a quanto sembrava, doveva venire chissà da quale terra lontana, chissà da quale distanza, se aveva fatto quella domanda.
Uno dei figli, e precisamente quello al quale, dopo la morte del padre, doveva passare l'autorità sui fratelli, rispose: "Andiamo a liberare il vecchio dal peso dei suoi anni, che c'è ormai di più, come tu stesso vedi".
Allora lo sconosciuto si rivolse al vecchio con una voce alla quale non si poteva resistere: "Fermatevi un poco, venite, sedete a questa pietra, vecchio, siete tanto stanco, ognuno lo vede".
Il vecchio, con sorpresa sua e dei suoi figli, si diresse da solo alla scranna di pietra e, sedendosi, sospirò: "Comoda, questa pietra".
I figli cominciarono a sentire sdegno di quell'intruso che faceva loro perdere del tempo. Ma lo sconosciuto non diede loro modo di manifestare a parole quel loro sdegno, perché uscì nel dire: "Dalle mie parti i vecchi muoiono quando viene la morte a prenderseli".
"Da voi, dove?" chiese il figlio maggiore.
"Là" disse l'altro e indicò un punto dell'orizzonte.
"Come mai dalle tue parti può accadere quello che dici?" domandò incuriosito il figlio.
"Ma è cosa tanto naturale da noi, - rispose lo sconosciuto - perché cane non mangia cane, corvo non acceca corvo, albero non uccide albero. Del resto, vi comprendo: anche da noi, una volta, si faceva come qui. Ma poi rimanevano tristi, quelli che restavano: avevano paura d'invecchiare, perché, naturalmente, pensavano che i loro figli avrebbero fatto lo stesso".
"E’ dunque giusto che i miei figli facciano a me quello che io feci a mio padre" disse il vecchio.
"Ma tu, - gli fece lo sconosciuto - incontrasti per caso, quel giorno, chi ti facesse un discorso come quello che io ti ho fatto?".
"No, che non lo incontrai", ammise il vecchio.
"Dunque il caso è diverso, molto diverso: infatti, allora, tu non sapevi che altrove i vecchi si lasciavano fino a consumarsi".
"E' la verità, non lo sapevo".
"Ma ormai siamo a questo punto: che domani i tuoi figli non potrebbero dire a loro discolpa le tue stesse parole - continuò lo sconosciuto - sicché, io dico a voi che volete abbreviare la vita a vostro padre: lasciate scorrere il sangue verso la morte, come l'acqua scorre per natura sua al mare. Se così farete, sono pronto a garantirvi che non avrete più paura d'invecchiare. E se vi resta qualche dubbio che io vi inganni, io rimango con voi e, se vi avrò ingannato, farete di me quel che vorrete".
Divertito, il figlio, ma anche un po' turbato, disse: "E sia. Ma che garanzia ci offri, non solo a parole?"
"Questa mia stessa persona" disse fermo lo sconosciuto.
I figli avevano, per caso, bisogno proprio di uno che girasse loro la macina. E il figlio maggiore disse tutto interessato: "Bene, noi torniamo senz'altro lassù, col vecchio e con te: e finché il vecchio vivrà tu ci compenserai girando la macina; ti va?".
"Da questo stesso momento mi metto nelle vostre mani", disse lo sconosciuto.
Così il forestiero fu legato alla macina. Tutti i vecchi andavano a vederlo e da prima provavano soltanto curiosità, poi piacere con dolore, mescolati insieme, come gustassero del miele amaro: dolcezza di poter continuare a vivere; amarezza di quella fatica da schiavo alla quale lo sconosciuto si era condannato, per loro.
Venivano a vederlo anche dai luoghi più lontani: e tutti sospendevano la loro usanza fino a sapere l'esito di quello strano contratto.
Lo schiavo volontario penò a lungo, perché il vecchio a lungo durò, prima di consumarsi.
Era la prima volta che un vecchio moriva di morte naturale in quella terra. E il sole continuava il suo giro, la luna lo stesso, i fiumi continuavano a scorrere, la terra non cessava di dare le sue erbe, gli alberi i loro frutti: tutto rimaneva come prima. Era proprio un mistero, tanto più che lo sconosciuto continuava a girare la macina e non chiedeva di essere liberato. I giorni passarono, passarono i mesi: e i figli sentivano che il tempo scorreva e non li impauriva: e così sentivano tutti i figli che avevano padre entrato in vecchiaia.
Fu a questo punto che l'uomo misterioso scomparve, e già era cominciato un tempo nuovo.”
(Da "Miele amaro" di Salvatore Cambosu - Vallecchi 1954)

LA MORTE / Usanze campidanesi

“Il vecchio contadino quando si sentiva ormai stanco e sfinito si recava solo al campicello più vicino al paese, anche se non riusciva più a zappettare.
Quando sopraggiungeva qualche malattia se il medico lo riteneva opportuno, veniva chiamato il sacerdote per portargli "L'Olio Santo". E così come era vissuto, ossequioso alla volontà del Signore, si spegneva.
Veniva chiamato il suo barbiere, che era già pagato, perché i contadini usavano pagare al raccolto, naturalmente col grano, per fargli la barba per l'ultima volta; i parenti gli regalavano l'asciugamano buono che veniva usato solo il giorno.
Il morto veniva vestito con l'abito da sposo, già precedentemente preparato, che aveva usato poche volte nella sua vita: per Pasqua e Natale, per il Battesimo o le nozze dei figli; veniva disteso sul letto buono dove aveva dormito il giorno delle nozze e qualche rara volta che era stato malato, in attesa di venir collocato nella bara.
I parenti erano riuniti nella stanza accanto e tra un singhiozzo e l'altro elogiavano le buone azioni del defunto, ogni volta che veniva qualche conoscente a dare le condoglianze.
La salma veniva portata direttamente in cimitero, seguita dal corteo dei parenti; ed una volta tumulato, tutti tornavano a riaccompagnare i parenti e dar loro le condoglianze.
All'ottavo giorno dalla morte, veniva celebrata la messa in suffragio ed ancora, tutti si recavano a casa del defunto e veniva offerto a ciascuno un piccolo pane.”
(Testimonianza di E. M. - Alto Iglesiente 1948)

LA MORTE / Usanze barbaricine.

“Appena una persona sentiva il sopraggiungere della morte, veniva circondato dai parenti più stretti che recitavano le preghiere per lui. Una volta giunto il sonno della morte, le venivano chiusi gli occhi e le legavano un fazzoletto intorno alla testa per chiuderle la bocca.
Successivamente il morto veniva lavato e vestito a festa. Queste operazioni venivano eseguite dalle donne, e solo nel caso che il corpo del defunto fosse molto pesante, veniva chiesto l'intervento di un uomo per aiutare alla vestizione.
Il corpo veniva adagiato sopra un tavolo ricoperto con una tovaglia di lino, di colore bianco. Su di un altro tavolo, sempre ricoperto da una tovaglia in lino, bianca, venivano posti dei ceri accesi. Tutto ciò veniva eseguito nella camera migliore della casa. Una volta concluse queste operazioni, coloro che le avevano effettuate, si disinfettavano le mani riscaldandosele sulla brace ottenuta bruciando un composto di erbe aromatiche disposte su una tegola vecchia.
In cucina, le donne facevano e fanno tutt'ora la lamentazione funebre, "s'attitu o sa roda", ricordando il morto nei suoi pregi e nelle sue imprese.
Nella stanza dove si trova il defunto, arrivavano e arrivano le prioresse a gruppi per recitare il rosario. Queste per tutto il giorno si alternavano ad altre, ricominciando la recitazione del rosario una volta terminato il turno delle precedenti. Appena terminato, si recavano nella stanza dove vi erano i parenti per porgere le loro condoglianze. I parenti ringraziavano sempre sottoforma di attitos, attraverso i quali venivano ricordati anche i morti delle prioresse per invogliarle a piangere.
Gli uomini erano del tutto estranei a questi riti, infatti stavano in un' altra stanza, e solo la notte vegliavano il defunto.
Il morto veniva tenuto in casa, almeno ventiquattro ore.
La sera, si usava e lo si usa tutt'ora, portare la cena alle persone povere del paese, compresi il becchino e l'aiutante del prete. La cena consisteva in pane e formaggio per tre, cinque, sette, nove persone e anche di più a secondo delle condizioni economiche dei parenti del morto. Se si trattava di benestanti, si regalava anche carne di vitella.
Al rintocco delle campane, l'ultimo gruppo di prioresse si disponeva sulla soglia della camera dove era disposto il morto, per recitare il rosario finale. Le altre invece si recavano in chiesa per prendere le croci simbolo di ciascun gruppo di esse, e il parroco. Così insieme si recavano in casa del defunto per condurlo in chiesa. Una volta giunti, il prete provvedeva alla benedizione del cadavere, e poi la bara veniva caricata sulle spalle di quattro fra i parenti più stretti che si alternavano ad altri, e portata in chiesa in processione.
Terminata la cerimonia, tutti i partecipanti l'accompagnavano in cimitero, mentre i parenti stretti, per lo più fratelli e figli rientravano a casa per ricevere parenti e amici che porgevano loro le condoglianze. Per i parenti e i vicini di casa veniva fatto il caffè nero, fortissimo. "Caffè de sos mortos".”
(Testimonianza di M. M. - Orgosolo 1940)



Capitolo secondo

GENNARGIU / GENNAIO

I primi dodici giorni di questo mese danno le previsioni sull'andamento di tutto l'anno, equiparando, nell'ordine, ciascun giorno a ciascun mese: primo giorno, gennaio; secondo giorno, febbraio; terzo giorno marzo; e così via.
Arrivano le secche, un breve periodo di tempo sereno asciutto, con una leggera brezza di tramontana. Il mare, specie nelle prime ore del mattino, è liscio come un olio. E' tempo di ricci, che, dopo la luna di Natale, son pieni delle loro uova rosse a stella.
Finché il tempo si mantiene sereno e asciutto e il mare calmo, is rizzonis, i ricci, consentono ai contadini più giovani e intraprendenti di farsi una buona giornata. Se pioverà, resta l'ipotesi di andare in cerca di lumache o di funghi.
Già sono stati portati via dalla vigna i tralci della prima potatura - quei sarmenti che legati in fascine, insieme ai lentischi, scaldano il forno e la cucina. E' tempo di ararla, ora, la vigna, seminarvi le leguminose da sovescio che azotano il terreno, raschiare il ceppo per rifargli la pelle nuova liscia, perché non si annidino insetti e pesti. E bisogna anche a dda scrazzai, la vigna, sarchiarla, per farle prendere aria fino alle radici.
Un occhio di riguardo va riservato anche alle pianticelle da frutto che sempre arricchiscono la vigna: il fico, di cui se ne hanno varietà diverse ai quattro angoli o in fila ai margini del sentiero (longa, mattiniedda, perdingiana e rapellina); l'albicocco, il pesco e il susino, innestati sul mandorlo perché vengono su presto e forti e sani. Est tempus de pudai e de arrodiai is mattas, potare a ruota, diradando affinché tutti i rami abbiano sole e aria.
E' rimasto ancora qualche fazzoletto di terra di poco conto, ed è giunto il suo turno di utilizzazione. Seminati a ceci e lenticchie daranno quei legumi di base per la cena durante l'inverno.
Gennargiu siccu, messaiu riccu; gennargiu sciustu, messaiu arruttu (Gennaio secco, contadino ricco; gennaio bagnato, contadino povero) - Proverbio Campidanese.

De inoghe a bennarzu, né anzone né arzu; dae bennarzu in cudda 'ia, frittu, famine et carestia (Prima di gennaio, né agnello (muore) né ghiaccio (fa); dopo gennaio, freddo, fame e carestia). - Proverbio Logudorese.

Bessidu que ses bennarzu / Qui m'haias minatadu / Qui mi dias haer dadu / Sa morte ad su primu nie / Non timu pius a tie / Qui como timo a frearzu. (Finalmente sei terminato o gennaio / Che mi avevi minacciato / di uccidermi il gregge / Alla prima neve / Ora non temo te / quanto temo febbraio). Filastrocca Logudorese.

Bessidu qu'est bennarzu / né anzone né arzu / né arzu né anzone / manc'unu toppigone.
Prestami duas dies / qui ti las hap'a torrare / quando des benner innanti!
Febbraio dice: Sei finito, gennaio / né agnello né ghiaccio / né ghiaccio né agnello / neanche zoppo. (Il senso si ottiene aggiungendo ad agnello "muore" e a ghiaccio "fa")
Risponde gennaio: Prestami due giorni / che te li restituirò / quando verrai prima di me!
E' questa una filastrocca in Logudorese, che i pastori, si dicono l'ultimo giorno di gennaio.


IL RIENTRO DALLA CAMPAGNA

“In gennaio, le notti sono stellate e gelide.
Trascorro le sere in cucina, accanto al camino, con la mia nuova famiglia.
Basta il chiarore della fiamma a far luce. Solamente per cenare si accende la lucerna ad olio, che pende fumigante da una trave del soffitto.
Ziu Efisi rientra come sempre all'imbrunire, quando il fuoco è appena acceso. I più piccoli gli si fanno attorno festosi e lui li sculaccia affettuosamente, mentre depone in terra il fascio di legna. Inizia l'assalto alla bisaccia e alle tasche di ziu Efisi: appaiono lau e mattuzzu, le aromatiche erbe del ruscello, da intingersi nell'olio d'oliva pepato; le mungettas, lumache nere sigillate da una membrana bianca, da arrostire, come i funghi del cisto, sulle braci; cardi selvatici che si accompagnano col pane dorato e fanno venire sete di vinello aspro, e i cardi biondi, dolci, cresciuti sotto un sasso.
Dopo cena, i piccoli si addormentano, chi appoggiato al tavolo e chi sulla stuoia calda. Io resto sempre un poco, coi piedi allungati al tepore, a fumare e a chiacchierare con ziu Efisi.
Zia Elvira riempie la conca con l'acqua del pozzo; lava piatti e posate che Maria asciuga e ripone nella rastrelliera nel canterano. Poi si siedono ambedue vicine tra loro, all'altro lato del camino, ad ascoltare in silenzio i nostri discorsi da uomini.
"Annata brutta, quest'anno!" Comincia sempre così, tutte le sere, ziu Efisi.
"Eh, il tempo! Se venisse un'annata buona...come quell'anno, ricordi, Elvira?"
Zia Elvira annuisce col capo.
"Il tempo...eh, il tempo. Il tempo è quello che ci rovina, a noi." Prosegue.
Attizza il fuoco, in silenzio.
"Speriamo che quest'anno..." riprende a dire.
La brina ha bruciato fave e piselli. La troppa acqua scendendo dai monti ha portato via grano e terra insieme. L'anno scorso la siccità ha inaridito i pascoli.
"Qualcosa si può salvare ancora, quest'anno, se il tempo..."
Ziu Efisi possiede un ettaro e mezzo di terra, un pezzo qua e un pezzo là, uno a ponente e uno a levante, un anno a grano e un anno a fave, "come facevano gli antichi, che il fatto loro, non c'è che dire! lo sapevano eccome! che stavano come papi, ai tempi loro".
Da pochi anni ha piantato un centinaio di viti e quest'anno ha una botticella piena, sotto la tettoia del cortile, e anche un fiasco di sapa per le feste, conservato nel canterano.
Più di un'ora a piedi per arrivare alle sue terre. Ogni giorno: diserbare, sistemare le siepi di chiusura che rubano terra, zappare, diradare. Ogni giorno: la bisaccia col pane, la zucca del vinello aspro e la zappa. E quando ha finito con il suo, va a giornata nelle terre di don Peppe."
(Da "Il testimone" di Ugo Dessy - Fossataro - Cagliari 1966)
SANTA AUTONOMIA

L'ultima domenica di gennaio cade una nuova ricorrenza festiva a carattere regionale: la Santa Autonomia, che si articola con svariati riti civili e con un solenne messaggio del presidente della Regione Sarda.
La festa si caratterizza per la diserzione in massa di tutta la popolazione, che evidentemente non si riconosce autonoma, ma vede la partecipazione devota dei politici di tutti i partiti, che si recano nel Sacrario del Palazzo di Viale Trento - verso cui converge, per altro, la passeggiata delle peripatetiche di Viale Trieste - per sciogliere voti elettorali e deporre cere-protocollate per grazie ricevute.

SU BRAXERI DE LIAUNA
IL BRACIERE DI LATTA

“Necessità aguzza l'ingegno. Se la massima è vera, i miei scolari hanno tante necessità da risolvere e soddisfare, che in fatto di acutezza d'ingegno sono tutti dei piccoli Einstein. Sono al primo incarico di maestro in un paesino agricolo della Marmilla. Una terza mista. Tra regolari e ripetenti, una trentina di scolari, dagli otto ai dodici anni. Non c'è casamento scolastico. Il comune ha preso in affitto alcuni locali che forniti di banchi, di cattedra e di lavagna fungono da aula. Le vecchie maestre del luogo, per diritto d'anzianità e d'intrallazzo, si sono installate chi in una stanza del municipio, a fianco all'ufficio dell'anagrafe, e chi nella "camera bella" di alcune vecchie case padronali. A me è toccata "l'aula" più scalcinata - come vuole la prassi dell'ultimo arrivato: i giovani devono fare il culo prima di accedere a più alti gradi.
La mia "aula" è ricavata in una delle tettoie adibite a stalle per buoi nell'ampio cortile di una casa rustica, proprietà di un nobilotto del luogo - una specie di mecenate che per amore dell'istruzione popolare non ha voluto una lira dall'amministrazione. Una tettoia significa un tetto sopra tre soli muri, e se ripara dalla pioggia (salvo che non cada obliqua con il vento sul lato scoperto) non ripara dal freddo, che specialmente nel mese di gennaio si fa sentire.
Le mattine più fredde sono quelle dopo una notte di brina - arrosu mascu, rugiada maschia, la chiamano i bambini, per distinguerla da s'arrosu femina, la rugiada primaverile che ristora di umide perle iridescenti i fiori e le erbe. S'arrosu mascu, la brina, si forma nelle notti stellate al gelido soffio della tramontana che viene dai monti vicini; e la mattina, quando veniamo a scuola, troviamo le gore e le pozzanghere ricoperte di uno strato spesso di ghiaccio, simile a lastra di gelido vetro, che i bimbi per gioco rompono con un sasso - e taluno, incauto, ricavatone un pezzo se lo succhia come fosse un gelato.
In queste mattine è impossibile star fermi seduti a lavorare nei banchi. Facciamo esercizi ginnici per riscaldarci. Se non bastano, facciamo il trenino: mettiamo tutti i banchi ammucchiati al centro dell'aula-tettoia, ci mettiamo in fila indiana tenendoci l'uno con le mani sulle spalle dell'altro, e sbuffando "ciuf-ciuf" giriamo in cerchio, aumentando sempre più la corsa, fino a crollare esausti.
Palliativi, contro il gelo che arrossa i piedini nudi, le mani e le guance dei miei bambini, appena ricoperti di stracci di cotone: vecchi pantaloni e gonne, vecchi maglioni e giacchette, passati o passate da padre in figlio, da madre in figlia. Ed ecco, un bel giorno (bello non per la temperatura), Roberto, uno degli scolari più grandicelli, arriva a scuola con una sua invenzione. "Matranca", marchingegno, la chiamano i compagni. E' un vecchio barattolo di conserva, di quelli che il bottegaio regala ai clienti quando il suo contenuto è finito, di quelli che legandoci una corda di giunco diventa un secchio buono per attingere l'acqua dal pozzo. Roberto ha elaborato uno di questi barattoli, applicandogli un manico di fil di ferro di circa un metro e facendogli nella parte alta tanti piccoli fori con un chiodo e un martello. Quindi, sul fondo, ha sistemato della cenere presa nel focolare domestico, e su questa cenere ha messo della brace e sopra ancora del carbone. Tra cenere e carbone le braci stanno sopite, e il marchingegno non suscita molto apprezzamento da parte nostra. Ma quando Roberto prende per il capo il fil di ferro e fa ruotare il barattolo, l'aria passando attraverso i forellini ravviva le braci, dando fuoco al carbone che comincia ad avvampare. Lo mette allora per terra, tra la cattedra e i banchi, ci facciamo tutti attorno e allungando le mani al braciere ci scaldiamo.
Altri scolari seguono l'esempio di Roberto, e il giorno successivo ne arrivano altri tre o quattro. E poiché lo spirito di emulazione è forte nei bambini, i nuovi marchingegni, o matranche, superano tecnologicamente il prototipo - l'unica cosa che mi preoccupa, ma a torto, è quello spericolato movimento rotatorio del barattolo sopra le teste per ravvivare il fuoco: che si rompa il fil di ferro e una manciata di braci ardenti vada a finire sulla carta geografica dell'Italia appesa al muro. Patrimonio della Scuola di cui ero responsabile.”
(Dal "Diario di un maestro di scuola" - Masullas 1948)

SU CONTU DE SARUIS ANTONI
Contu

Dd'happu intendia in sa buttega de su binu; de un'amigu appena torrau de continenti. Ma non sciu chi siat totu cosa de arriri. Est su contu de Saruis Antoni, unu piccioccu de bidda mia, unu chi si fiat fattu mannu avattu de unu tallu de porcus me' in is muntonargius postus a giru a giru de sa bidda, pitticcheddu, piludu e de pagu fueddus.
Sa genti naràt chi Saruis Antoni fiat de pagu sabiori. No si fidànt nimancu a ddi lassai sa marra, po no struppiai su lori. Is piccioccas ddu pigànt a brulla. In prazza si poniat foras de is arrolius, po iscurtai is arrexonamentus. Hiat intendiu aici de genti chi partiat in continenti a circai traballu bonu e siguru.
Unu merì, torrau a domu, andat de sa mama e ddi narat: "Seu dezzidiu, mamai. Mi 'n di andu deu puru de bidda, cumenti faint is aterus". Sa mama, chi connosciat Saruis Antoni mellus de totus, dd'arrespundit prangendi: "Antoni, fillu miu caru, cussu mundu non est fattu po tui. Sa vida tua est innoi, in bidda tua, cun sa genti tua."
Saruis Antoni non si fiat lassau cumbinci. Hiat prantu issu puru cun sa mama, ma fiat partiu a su propriu.
Cun su dinai ch'hiat scabulliu de totus is pagas de su traballu suu de porcaxu, fiat arribau giustu a Milanu. Po diis e diis hiat girau, domandendi de domu in domu, pappendi is arrefudus de birdura e de frutta acciappaus forroghendi in mesu de s'aliga, a su merì, foras de is buttegas. Traballu, nudda. Hiat intendiu nai chi ci fiat in giru "Congiuntura sfavorevole". Mancu scovas de puliri cessus.
Unu merì, mentras bagabundàt famiu a sa 'essida de sa zittadi, in mesu de domus de liauna e de prazzas plenas de aliga, hiat attopau un'ateru cument' 'e issu, chi dd'hiat nau: "Bai prus a basciu, Saruis Antoni, bai a Roma, ca ingunis has agattai. M'hant nau chi agattant totus, innì. Forsis has a agattai tui puru, Saruis Antoni".
E Saruis Antoni hiat pigau su trenu po andai a Roma, senza de dinai. Po cussu si fiat cuau in su cessu, finzas a candu non dd'hiat acciapau su controllori, chi a sa prima firmada 'n ci dd'hiat ghettau de su trenu giustu giustu appizz''e is manus de duus de sa polizia.
Cussus de sa polizia non scidiant ita s' in di fai de un'omini cument''e Saruis Antoni, chi teniat sceti pilus, zapulus e fragu de brebei, asuba. E dd'hiant lassau andai. E aici a pei fiat arribau finzas a Roma. Ma innì puru traballu non c'in di fiat po Saruis Antoni.
Teniat passienzia e hiat sighiu a circai e a isperai.
Una dì si fiat agattau ananti de una gecca a costallas de ferru oberta de unu giardinu mannu. Fiat intrau, in mesu de s'atera genti. Su logu fiat istranu ma bellu. 'N ci fiant cabbias, gruttas e serraglius cun arresis de dogna razza. Hiat bistu su molenti, su sirboni e su cuaddeddu de is logus suus. Luegu ddus hiat reconnoscius. Si 'n di fiat allirgau meda e hiat pensau: "Forsis ci depit essiri logu po mei puru, innoi". E hiat toccau a sa prima genna chi hiat agattau. Duus sennoris fiant setzius a una mesa manna. Dd'hiant fattu intrai e hiant ascurtau su chi boliat. Dd'hiant fattu beni beni s'esaminu, si fiant castiaus pari pari fadendisì accinnus e hiant nau: "Eia, unu accordu ci hiat a essiri. Trintamilla e unu pastu a sa dì."
Saruis Antoni hiat toccau su celu cun d'unu didu e hiat nau: "Prontu!" e si 'n ci fiat ghettau a innantis po basai sa manu a is duus sennoris. Ma is duus sennoris si fiant tiraus agou, benevolus, narendi: "Po caridadi." E hiant frungiu su 'runcu puru, poita Saruis Antoni fragàt de pudesciori.
Passau tempus, fiat attoppada in cussu giardinu una cedda de emigraus in circa de traballu e si 'n di fiant andaus perilì e perilà po 'n ci accabai de passai su merì. Si frimant a castiai su molenti. Unu ddi fait s'oghittu, un'ateru un'accinnu malu. Bint su sirboni e ddi tirant a perda po ddu provocai. "S'est totu amminchionau!" murrungiant ingannaus. E sighint andai a innantis. In d'unu cantu, in d'unu accorru mesu 'rutta e mesu cabbia bint una martinica fadendi accinnus stranus a sa parti insoru. "Ma est cun nosus chi dda tenit, cussa martinica", hiat nau unu arriendisindi. Portàt in bucciacca una pariga de nuxeddas e si ddas hiat ghettadas, accostendisì.
Sa martinica dd'hiat fattu accinnu de s'accostai, sartiendi, movendi de una parti a s'atera is farrancas piludas, fadendi oghittus. "Est propriu cun nosus chi dda tenit", torrat a nai su propriu. Is aterus puru si fiant accostaus a sa cabbia. "Ssss...", fait sa martinica, "ca seu Saruis Antoni. Chi passais a is partis mias, naraisiddu a mamai chi appu agattau traballu e chi gei stau beni, innoi..."

LA STORIA DI SARUIS ANTONIO
Racconto

L'ho sentita all'osteria, da un amico appena tornato dal continente. Ma non so se sia tutto da ridere. Parla di Saruis Antonio, un ragazzo del mio paese, uno di quelli cresciuti dietro un branco di maiali, in giro per i letamai sparsi intorno alle ultime case, piccoletto, ispido e di poche parole.
La gente diceva che Saruis Antonio era povero di spirito. Non si fidava neppure a dargli una zappa, per paura che rovinasse il grano. Le ragazze lo beffeggiavano. In piazza se ne stava ai margini dei crocchi, ad ascoltare le chiacchiere. Sentì così di gente che partiva in continente, a cercare lavoro buono e sicuro.
Una sera, ritornato a casa, andò dalla madre e le disse: "Sono deciso, madre. Parto anch'io, come fanno gli altri." La madre, che conosceva Saruis Antonio meglio di tutti, gli rispose piangendo: "Antonio, figlio mio caro, quel mondo non è fatto per te. Il tuo destino è qui, nel paese tuo, con la gente tua".
Saruis Antonio fu irremovibile. Pianse anche lui con la madre, ma partì.
Coi soldi che aveva raggranellato con tutte le paghe del suo lavoro di porcaro, arrivò giusto a Milano. Girò per giorni e giorni, bussando ad ogni porta, mangiando le verdure e la frutta rovistate di sera nei bidoni fuori dai mercati. Niente lavoro. Sentì dire che c'era "congiuntura sfavorevole". Neppure una scopa per pulire cessi.
Una sera che vagava affamato alla periferia, tra case di bandone e campi colmi di immondezze, incontrò un altro come lui, che gli disse: "Vai più in basso, Saruis Antonio, vai a Roma, che lì troverai. Mi hanno detto che trovano tutti, in quel luogo. Forse troverai anche tu, Saruis Antonio."
E Saruis Antonio prese il treno per Roma, senza soldi. Perciò si richiuse nel gabinetto, fino a quando non lo scoprì il controllore, che, alla prima stazione, lo gettò dal treno nelle mani di due poliziotti.
I poliziotti non sapevano che cosa farsene di un uomo come Saruis Antonio, che aveva solo peli, stracci e puzza di pecora, addosso. E lo lasciarono andare. Così arrivò a piedi a Roma. Ma anche lì posto non ce n'era per Saruis Antonio.
Egli portava pazienza, continuò a cercare e a sperare.
Un giorno si ritrovò davanti al cancello aperto di un grande giardino. Entrò, nascosto in mezzo alla gente. Il posto era strano, ma bello. C'erano gabbie, grotte e recinti con animali di ogni razza. Vide l'asino, il cinghiale e il cavallino della sua terra. Li riconobbe subito. Se ne rallegrò molto e pensò: "Qui, forse, c'è un posto anche per me." E bussò alla prima porta che trovò. Due signori sedevano dietro un grande tavolo. Lo fecero entrare e sentirono ciò che voleva. Lo esaminarono con interesse, si guardarono, ammiccarono e dissero: "Sì, un posto ci sarebbe. Trentamila e un pasto al giorno".
Saruis Antonio toccò il cielo con un dito e disse: "Pronto!" E si gettò avanti per baciare la mano ai due signori. Ma i due signori si schermirono benevoli, dicendo: "Non è il caso". E storsero anche la bocca, perché Saruis Antonio puzzava.
Tempo dopo, capitò in quel giardino una banda di emigrati che cercava lavoro e se ne andava a zonzo per passare il resto della sera. Si fermarono a guardare l'asino. Uno gli fece il verso, un altro un gesto sconcio. Videro il cinghiale e lo stuzzicarono con pietruzze, per farlo andare in bestia. "Si è riminchionito!" Osservarono delusi. E tirarono avanti. Da un lato, in un pertugio metà grotta e metà gabbia notarono una scimmia che faceva strani gesti per richiamare la loro attenzione. "Ce l'ha con noi, quella scimmia", disse uno, sghignazzando. Aveva ancora qualche nocciolina in tasca e gliele gettò, avvicinandosi.
La scimmia gli fece un cenno di richiamo, saltellando, agitando le zampe pelose, strizzando gli occhietti neri. "Ce l'ha davvero con noi," ripeté lo stesso. Anche gli altri si avvicinarono alle sbarre. "Ssss...", fece la scimmia, "che sono Saruis Antonio. Se passate dalle mie parti, diteglielo a mamma che ho trovato posto e che sto bene, qui "
(Da "L'nvasione della Sardegna" di Ugo Dessy - Feltrinelli, Milano 1970)

 



Capitolo terzo


FRIARGIU - FEBBRAIO

Nei Campidani, le brevi pianure che solcano l'isola da Cagliari a Oristano, fioriscono i mandorli - antesignani di una primavera che sta per arrivare.
Il Carnevale impazza. Tanti e diversi sono i riti celebrativi di questa popolarissima festa, così come tanti sono i nomi che le si danno: Carnasciali, Carrasegare, Segarepetta, o Segarepezza, Carrasciali, Carnovali, con diversi protagonisti, dove è s'Izziomu, l'Ecce Homo, il povero cristo, oppure su 'ecciu, il vecchio inverno, rappresentato con un fantoccio che verrà scaraventato in un dirupo o bruciato, o anche Don Conte su tirannu, il padrone tiranno che verrà pubblicamente processato e condannato a morte per i suoi crimini contro il popolo.

Frearzu traitore, (Febbraio traditore) - dice un proverbio logudorese; e i proverbi campidanesi ribadiscono l'ambiguità di questo mese, attribuendone il carattere a certa gente: Friargiu duas faccis, una bona e s'atera mala (febbraio due facce, una buona e l'altra cattiva); oppure: Falsu che friargiu (falso come febbraio); infine il detto: Fai duas faccis che friargiu (fare due facce come febbraio).
Tuttavia, se febbraio è di segno negativo come carattere, nella sua sostanza temporale è per il contadino un mese buono: A friargiu dogna pilloni ponit scraxiu (A febbraio ogni uccello mette su pancia). Così pure è laudativa la strofetta: "Friargiu cun is floris / marzu cun is bastonis " (Febbraio con i fiori / marzo con i bastoni - cioè a dire il primo porta bel tempo, il secondo è rigido). Se ne conosce anche la seguente variante: Friargiu cun is pillonis / marzu cun is bastonis / abrili cun is floris / maju cun is amoris (Febbraio con gli uccelli / marzo con i bastoni / aprile con i fiori / maggio con gli amori.)

SA LINNA PO BIVI
La legna per vivere

Nel nostro mondo agricolo e pastorale il passaggio dalla legna al carbone vegetale, e il passaggio da questo al gas liquido in bombole si sono verificati in tempi assai recenti - negli anni successivi alla seconda carneficina mondiale - e non come altrove in modo totale, ma con il permanere, nei ceti contadini più poveri, dell'uso predominante della legna.
Mentre già nel secolo scorso, come fonte energetica familiare, il carbone vegetale si impone tra i ceti benestanti, sia per la cucina che per il riscaldamento, per gli stessi usi i ceti poveri (contadini e pastori) continuano ad adoperare la legna. Mentre nelle cucine dei ricchi (e dei cittadini), indipendentemente dagli ornamentali camini, che davano prestigio agli ampi soggiorni dei palazzi signorili, esistevano i fornelli a carbone, maiolicati, e le stufe d'importazione continentale in ghisa, in terracotta o in ceramica, nelle abitazioni del contadino e del pastore restava sa forredda, su fochile, focolare aperto al centro della cucina, e sa ziminera, un camino rustico, che avevano la doppia funzione di riscaldare (e affumicare) la casa e di cuocere il cibo. Nella stessa cucina, o adiacente a essa, stava su forru de su pani, il forno del pane, per lo più costruito in mattoni crudi, anch'esso fonte di calore, le cui braci, dopo cotto il pane, venivano distribuite su bracieri di rame o di terracotta negli ambienti più freddi della casa.
Nel secondo dopoguerra, agli inizi degli Anni Cinquanta, arriva dunque il gas in bombole, con relative cucine in ferro smaltato. All'inizio le nuove cucine a gas, sistemate sul piano dei vecchi fornelli, sostituiscono il carbone nelle sole case dei benestanti; mentre i ceti poveri continuano a usare la legna, in su fochile o in sa ziminera, nel focolare o nel camino.

SA LINNA DE ABBRUXAI
LA LEGNA DA ARDERE

Numerose le essenze da ardere, diversificate, secondo l'uso specifico e secondo la consistenza, per allumingiai, accendere, po arrustiri, per arrostire pesci o le carni del capretto, dell'agnello o del porchetto. Ciò - è il caso di dire naturalmente - in rapporto alla qualità e quantità del patrimonio vegetale a disposizione di ciascuna comunità.
Specialmente negli anni di mezzo del secolo scorso, la Sardegna assiste alla coloniale distruzione dei suoi boschi, prevalentemente a opera dei carbonai toscani e piemontesi, preceduti dai fornitori di legname per navigli della marina militare e civile. Tale disboscamento venne spesso giustificato con il pretesto socio-politico di far piazza pulita dell'habitat di pericolosi banditi. Numerose comunità rimasero così prive di quella fonte energetica, da millenni usata comunisticamente, anche dopo l'abolizione degli ademprivi (1859), ossia del diritto d'uso del patrimonio naturale. Alcune comunità della Marmilla, come Pauli Arbarèi, erano così povere di legna da dover usare in sua vece gli escrementi di bue essiccati e la paglia delle fave.
Le essenze da ardere più comunemente usate consistevano negli arbusti del sottobosco, che in assenza di alberi raggiungevano un notevole sviluppo. In prevalenza, moddizzi, murdegu, arrideli, olidoni, murta (lentischio, cisto, fillirea, corbezzolo, mirto) e inoltre, zinnibiri e ollastu (ginepro e olivastro).
Gli arbusti, recisi alla base, venivano raccolti, conservati o venduti in fascine; da lì a qualche anno, dalle ceppaie ripollonavano nuove ramaglie. In talune zone, sia per diradare, sia per aprire nuove terre ai seminativi, di queste essenze si estraevano anche le ceppaie. Sa cozzighina, la ceppaia, forniva un materiale da ardere più ricco di calorie e più costoso delle fascine.
Ancora come combustibile erano molto diffusi, nei Campidani e nelle aree collinose, il mandorlo, e nelle aree montuose, l'olivastro; ovunque, la quercia, l'elce e il rovere.
L'uso che ne faceva il popolo non degradava il patrimonio: rispettava i soggetti produttivi o costituenti il bosco, e utilizzava le ramaglie secche o da potatura (come i sarmenti della vite) e i soggetti ormai improduttivi o mal ridotti per la vecchiaia.

SU MODDIZZI
IL LENTISCHIO

Arbusto che in situazione favorevole raggiunge la rispettabile altezza di 3 metri e una chioma di 10 metri di diametro. Ne esiste tutt'ora un esemplare in territorio di Gùspini, capace di ospitare sotto il suo fitto ombrello un gregge di cento pecore. Nonostante l'attuale fame di legna da ardere, che spinge le popolazioni dei nostri paesi, armate di roncole e segacci, e qualcuno di moto-sega, alla ricerca di residua legna da ardere, questo "storico" macchione viene rispettato come un "monumento nazionale".
Su moddizzi, il lentischio, è l'essenza principe de sa forredda, del focolare, sia come fronde che come ceppaia.
I rami giovani, i virgulti dalle foglie fitte coriacee e ricche di essenza vengono usati per ricavarne scovas de forru, scope da forno, unitamente a fasci d'erba consistente. Gli stessi rami, pieghevoli ed elastici vengono anche usati per la fabbricazione dei cadinus, cesti robusti e capaci. Costituiscono anche la lettiera dei capretti in s'aili, nel loro serraglio.
Produce numerose bacche rosse che a maturazione compiuta diventano nere: danno l'olio ai poveri, s'ollu 'e stincu, l'olio di lentischio, usato per l'illuminazione familiare ancora nei primi decenni di questo secolo ed anche durante la seconda carneficina mondiale.
Is lampadas o lantias, le lampade, con uno, due, tre e anche quattro lumi, consistevano in un rudimentale recipiente di latta a base quadrangolare, riempito di olio di lentischio, con uno stoppino in uno o più angoli. Sa lampada veniva appesa a una trave del soffitto. Altro genere di lampada, manicata, poteva essere trasportata per far luce in altri vani della casa.

SA MERDA DE BOI
LA MERDA DI BUE

“Insegno da due anni in questo paese di contadini, molto povero di legna, che pure costituisce l'unico combustibile alla portata della comunità. Eccettuati i proprietari terrieri, che si contano sulle dita di una mano, e i minatori, anche questi non più di dieci, gli abitanti non hanno denaro sufficiente a comprare carbone o legna importata da altri paesi, per lo più del Nuorese. Fin dai lontani monti delle Barbagie arrivano carri con preziosa legna di elce, già appezzata, per rifornire la legnaia dei benestanti.
Dal canto loro, i poveri, quasi tutta la comunità, durante l'estate si riforniscono nelle aie della paglia delle fave trebbiate e di un altro combustibile che - incredibile a dirsi - è costituito da formelle di sterco bovino.
Durante tutta la stagione calda, dalla primavera in poi, passando per strada, mi è accaduto di assistere a singolari scenette. Allorquando buoi o vacche attraversano il paese, diretti al pascolo, o viceversa, le donne escono dalle loro case di fretta, fornite di una pala; e non appena qualcuno degli animali in transito deposita sull'acciottolato il suo bisogno (che spiaccicandosi prende forma di una tortilla), subito con abile palata la raccatta tutt'intera, poi di corsa la pone all'interno del proprio cortile e torna in strada a raccoglierne una seconda, e così via, in concorrenza non sempre pacifica con le altre donne del vicinato.
Le formelle di sterco bovino - ricche di paglia non digerita - vengono lasciate essiccare per qualche giorno al sole e al vento, quindi, una volta stagionate, conservate in un angolo sotto la tettoia o nella stessa cucina, al riparo dall'umido, sistemate una sopra l'altra, a pile. Vengono usate - come ho potuto constatare durante l'inverno - come combustibile per cucinare vivande, miste a sterpaglie e a paglia grossa di fave.
Non ho visto in altri paesi una simile usanza; so per sentito dire che ciò accade anche in altri paesi dei Campidani. L'uso dello sterco bovino impastato con terra argillosa è invece comune in molti paesi agricoli dei Campidani, per ottenere la malta con cui intonacare i muri interni e i pavimenti di casa. Tale lavoro si fa tradizionalmente per la Pasqua, ed è esclusivo compito delle donne, le quali per l'occasione si improvvisano muratori.
Sul rinnovato intonaco dei muri, lisciato a mano, con il materiale che si è detto, viene poi data una mano o due di latte di calce. Stesso materiale viene impiegato per rifare i pavimenti, che sono per lo più in terra battuta. Meno freddo - dicono - dell'ammattonato. Lo sterco bovino mischiato alla malta di argilla - a detta degli abitanti - rende l'intonaco più compatto e resistente, e il pavimento più caldo e robusto. Ho visto talune donne, nel Sud-Oristanese, Terralba, Uras, Marrubiu, aggiungere all'impasto una certa quantità di paglia di grano: probabilmente per ottenere maggiore coesione nella malta.”
(Testimonianza. Pauli Arbarèi, 1952)

L'ULTIMO CEPPO

"Nell'ampia cucina annerita dal fumo, il camino occupa tutta una parete. Negli altri muri, spiedi e casseruole di rame pendono da traversine chiodate. Due gatti acciambellati sulla cenere ronfano tranquillamente. Un solo ceppo, accompagnato da ramaglia verde, brucia lento, e il vasto camino sembra vuoto.
Ziu Pedru, seduto sul suo basso sgabello, lo attizza ogni tanto, usando il manico staccatosi da un mestolo di ferro smaltato. Assorto è il suo viso rugoso, incorniciato da una lunga barba bianca - usa raderla per le quattro feste principali: Paschixedda, Pasca Manna, Santa Maria s'Assunta e Ognasantu. Il suo sguardo non abbandona un istante la fiamma, che pur debole consuma il ceppo. Anche io taccio, seguendo il suo sguardo e l'oggetto della sua meditazione.
Quasi a darmi una spiegazione, rompe il silenzio; e le sue parole suonano accorate: "Vedi, questo è il mio ultimo ceppo. Lo avevo portato a casa l'anno scorso, quando lo levarono con il trattore. Ce n'erano tanti nella piana di Pranu de Murdegu. Li prendeva da lì il pastore per tutto l'inverno e per recingere il chiuso dove mungeva le sue pecore. Nella sua forredda ne faceva bruciare cinque o sei per volta. Tutti gli amici si radunavano lì intorno, nelle lunghe serate fredde, dopo aver chiuso le pecore negli ovili. Ora, nella forredda c'è solo cenere, perché la ramaglia senza i ceppi si consuma in un attimo e non riscalda. Dicono che i campi renderanno molto di più, così dissodati profondamente; e che l'aratro tirato dal cavallo, leggero come una carezza, adesso non va più bene. Però i cespugli di lentischio, prima, restavano. E ora non ricresceranno mai più...E quando piove, l'acqua, adesso, si porta via la terra e il seminato, e la povera gente, adesso, non ha più né pane né fuoco."
E io, mentre parla, osservo sgomento le lingue di fuoco che trasformano in brace l'ultimo ceppo di ziu Pedru."
(Costume di Amsicora, alias Ugo Dessy, in "Sardegna Oggi" n°44 - 1964)

UNA MATTINA DI FEBBRAIO A BUDDUSO'

“Questa mattina di febbraio la piazza del Comune si è insolitamente riempita di gente.
La neve era arrivata in paese con il Natale e i Re Magi. Per pochi giorni, si sperava. E i giovani, intanto, imitavano giochi di tradizione nordica, sbizzarrendosi nella costruzione di panciuti pupazzi o indirizzando maliziosi lanci di palle di neve alle fanciulle, divertite anch'esse ma arroccate nei balconi di ferro battuto.
Dopo una settimana, l'insolita coltre di neve cominciò a destare preoccupazioni e timori. Le nevicate si susseguivano alle bufere di vento. Le strade si facevano sempre più deserte - i primi a sparire furono i vecchi. La provvista della legna nei cortili si assottigliava sempre più. Le scuole erano chiuse per l'impossibilità dei piccoli ad arrivarci. Gli uomini validi, i pastori, vagavano con le loro greggi disperate alla ricerca di un riparo, di un germoglio verde affiorante nell'immenso desolato biancore.
Un nemico nuovo, fra i tanti che i secoli hanno messo davanti al Sardo. Una situazione tragica di assedio: i viveri ormai razionati; la continua paura di sentirsi crollare addosso la casa, per la coltre sempre più spessa che si andava accumulando sopra i tetti.
Sulla soletta della cabina elettrica, la neve minacciava da qualche giorno di raggiungere i fili dell'alta tensione. Le prime vittime umane furono i due elettricisti rimasti fulminati mentre si apprestavano a rimuovere la neve - due corpi neri rattrappiti che la pietà della gente ha raccolto e accompagnato al cimitero in una giornata allucinante, con il nevischio acuto come spini sui visi senza più lacrime, con il vento cupo come ululare di lupi.
Nessuno si è chiesto perché siano morti due uomini. Il nascere e il morire sono ancora soltanto un destino, qui, su queste pietre. Come è destino la malasorte che perseguita il gregge, falcidiato dalle intemperie e dalle vendette. Destino è l'essere poveri; destino è soffrire; destino è piangere.
Che altro può fare, l'uomo, se non rinchiudersi dentro quattro mura e accoccolarsi per terra e supplicare affinché il Signore si degni di abbassare, almeno per un momento, lo sguardo provvido sulle sue creature?
Due uomini sono morti. Era il destino che nei fili ci fosse la corrente elettrica. Era destino che non ci fossero attrezzi veramente isolanti con cui spazzare la neve. Era destino che le donne di due famiglie vestissero lo scialle nero - che da secoli, di madre in figlia, portano in dote il giorno delle nozze.
Dopo tante settimane d'inedia, di disperazione, di lungo pensare inespresso maturava un sentimento nuovo. Sorgeva una luce di razionalità, una tenue coscienza sociale. Era un primo moto di reazione. La legna, razionata già da molti giorni, finiva di ardere nei camini, al cui tepore, giorno e notte, sopravvivevano le famiglie. Il vento aveva abbattuto decine di querce dell'Azienda comunale. Si chiedeva al Comune l'immediata distribuzione di tali alberi per fare fronte alla situazione di emergenza. L'Amministrazione comunale rimbalzava sui dirigenti dell'Azienda la responsabilità di decidere, dato che l'Assessore regionale competente si era rifiutato di approvare la distribuzione straordinaria di legna da ardere.
Questa mattina di febbraio, il popolo, offeso nella sua dignità dalla cinica indifferenza delle autorità, è uscito dalle case, esasperato, e ha gridato nelle strade e nella piazza i suoi diritti - quegli umani ed elementari diritti alla sopravvivenza, da cui si parte, qui, ancora, sempre, per avviare un progresso, lontano più di quanto non lo siano per gli Sputnik le costellazioni più ignote.
Questa mattina, gli uomini hanno voluto essere protagonisti del loro destino. E lo sono stati, perché hanno ottenuto quanto hanno chiesto. Nei loro camini riaccesi, le donne, i vecchi, i bambini hanno ritrovato la forza per continuare a resistere. Gli uomini, i pastori, mancato almeno questo tra gli assilli familiari, sono tornati a prodigarsi per salvare il salvabile del loro patrimonio: senza un attimo di sosta e di riposo, vigili e onnipresenti, con l'anima stretta tra i denti, strappando con le unghie quanto può alimentare il gregge decimato dalla fame e dalla tormenta.
Il tragico inverno di Buddusò lo ricorderanno anche i bambini, per sempre. Ma quanti altri di questi inverni si ripeteranno, qui, su queste pietre, se l'uomo non vincerà la malasorte diventando artefice del proprio destino?”
(Reportage di Ugo Dessy da Buddusò, febbraio 1963, in "Sardegna Oggi")

SA STROSSA DE QUARTU DE SU 1889
L'ALLUVIONE DI QUARTU DEL 1889

“I temporali - scrive il Costa - vi si scatenano raramente. Tuttavia, quando nella rottura delle stagioni imperversa l'ira degli elementi, un uragano potrebbe tornar fatale a Quarto, sì per la bassa posizione in cui giace, come per poca solidità delle sue case, quasi tutte costruite con mattonelle di fango.
Ed ebbe il Campidano a sperimentare il furore della natura la mattina del 5 ottobre 1889. Un terribile ciclone, piombato all'improvviso su quelle pianure, danneggiò fortemente il tre villaggi di Quarto, Quartuccio e Selargius. Uscendo rabbioso dal suo letto profondo, il torrente Flumini seminò dappertutto la desolazione e il terrore.
Sorvolando sugli altri due paesi, non meno percossi dall'ira celeste, mi fermerò su Quarto.
Il ciclone improvviso fe' crollare oltre 500 case, immolò 25 vittime umane, e gettò sulla strada più di duemila infelici, che rimasero senza tetto e senza pane.
Lo spettacolo di quel giorno nefasto fu quanto di più orribile si possa immaginare, né il descriverlo è cosa facile. Il torrente Mortalai, che divide Quarto da Quartuccio, irrompeva da ogni parte scrosciando. Tutto il paese era allagato, e le acque, vorticose e gorgoglianti, trascinavano tronchi di alberi, arbusti, carri, botti, materazzi, sedie, vesti, carogne, tutto quanto insomma con violenza strappavano alle campagne, alle vie, ed anche alle case, in cui si precipitavano fragorosamente. Nell'aria era un odore acre di mosto e di vinacce in fermentazione, perocché tutto il vino, poco prima spremuto alle vigne circostanti, era uscito dalle botti sfasciate per riversarsi dalle cantine sulla strada.
Pochi mesi prima avevo visitato Quarto, il lindo e gaio paese dalle casette grigie piene d'aria e di luce, ai cui muricciuoli esterni, con curiosità villereccia, si affacciavano i ciuffi del mandorlo e del melograno, quasi per dare il benvenuto ai visitatori cittadini.
Rividi Quarto tre giorni dopo il disastro. Il ciclone lo aveva ridotto ad un mucchio di rottami, ad un ammasso di mota. Pareva che la voce del Dio biblico, tuonante da un cielo procelloso, avesse rinnovato la sua maledizione: "Le tue casette nate dal fango, al fango ritorneranno!" .
Scena desolante e spaventosa!
Un contadino, che mi servì di guida da un capo all'altro del villaggio, ritrasse con due parole il tremendo disastro: " Ormai il nostro paese è tutto strada!".
Il villaggio di Quarto, già centro di laboriosi agricoltori, era diventato un covo di mendicanti.
Eppure io notai qualcosa di più triste e di più commovente di quella torma schiamazzante, cenciosa, sudicia, che fermava i forestieri per chieder loro una moneta di rame: - era la miseria muta, rassegnata, direi quasi superbamente sdegnosa, la quale non implorava l'altrui soccorso all'imbocco delle vie fangose od allagate. Rondinelle smarrite, a cui il nembo avea distrutto i nidi e strappato i figlioli, i disgraziati non si decidevano ad abbandonare la culla dei loro affetti.
Io vidi qua e là gruppi di contadini addossati ad un muro crollante, o raccolti sotto un arco di mattoni che l'impeto della fiumana od il furore del turbine, forse per ironia, avevano risparmiato. Pallidi, lagrimanti, sparuti, quei poveretti stavano là all'aria aperta, sopra un monticello di fango, con le braccia conserte, la testa bassa, l'occhio fisso al suolo.
Qua e là, da quella poltiglia grigiastra, spuntavano le gambe di un tavolo, la spalliera di una sedia, la metà di un lacero pagliericcio, una mola, una zappa, una cannocchia, i cocci d'una pentola.
Erano gli ultimi avanzi di un nido distrutto, di una casa crollata; il ricordo doloroso di una vita domestica serenamente vissuta fra il lavoro e gli affetti più cari; il triste epilogo di una storia intessuta di sorrisi e di lagrime, di sospiri e di speranze.
I disgraziati non si erano ancora riavuti per poter pensare alle incertezze dell'avvenire: dinanzi a quei ruderi la loro mente era tutta assorbita dalle memorie del passato. L'amor proprio ferito amareggiava l'anima di quei poveri villici diventati zingari. I loro cenci sudicii, il loro pagliericcio rappezzato, le poche suppellettili grossolane, fino allora per metà celate alla curiosità maldicente o invidiosa dei buoni vicini, erano esposti là, sulla pubblica piazza, sotto l'occhio di tutti: dei maligni, dei pietosi, degli indifferenti.
Ed era questo il cruccio che maggiormente li torturava, nell'ora triste il cui il pudore della miseria attutiva forse il dolore per le masserizie perdute.
Giammai mi uscirà dalla mente lo spettacolo cui assistetti in quel giorno nefasto, dinanzi alle rovine del paese fulminato.
La carità cittadina venne largamente in soccorso dei villaggi danneggiati. Fu una magnanima gara di generosità senza esempio. Da un capo all'altro dell'isola non fu che un grido di commiserazione che si ripercosse in tutta Italia.
(Tratto da Enrico Costa - Album di costumi sardi - 1898)

DIARIO DI UNA GIORNATA NEL SINIS
del contadino Peppi Antoni Piras, di 4O anni.

“Il Sinis è la nostra catena. E non fa a romperla, se non vogliamo perdere quel poco pane che ci dà. Io faccio il bracciante e vado con l'uno e con l'altro, in carretta e in trattore. Alle quattro del mattino, sveglia. Un po' di pane e companatico, e via. Secondo i posti dove si va a lavorare ci vogliono due ore e più di viaggio, perché il Sinis è grande e strade non ce ne sono. Qualche volta succede che restiamo bloccati nel fango, e allora bisogna farne scendere tutti i santi del cielo, per uscirne. Il mio lavoro si sa: arare, zappare, diserbare, sarchiare. Tutto il giorno, da quando fa luce a quando fa buio. Quando rientro non ho neanche la forza di spogliarmi per mettermi a letto. Mi butto nella stuoia e mi addormento come una pietra. Secondo il padrone che si ha, si ritorna un po' più presto in paese, e allora si fa in tempo a vedere gli amici in piazza e andare a bere un bicchiere di vino.
Il Sinis dovrebbe essere diviso tra tutti i contadini in parti uguali, specialmente le terre del Comune, che sono molte ma le danno a chi vogliono loro. Dicono che io sono comunista, e allora niente terreni, a fare il bracciante! E poi ci vogliono le strade, che è una vergogna. Quando il cavallo arriva alla terra da arare è già stanco e non rende, e noi abbiamo già tutte le ossa rotte. Qui non ne fanno mai una dritta! ... Per loro sì, i padroni, già le sanno fare giuste!
Per che cosa faccio questo lavoro non lo so nemmeno io. Se avessi dieci anni di meno, già non me ne restavo qui a puzzare! Ma dove vado, io? Altro non so fare, solo tenere la zappa in mano. A studiare non mi hanno mandato, e quello che non sa è come quello che non vede ... Ciechi siamo, sì. E ci lasciano ciechi apposta per non farci vedere chi ci dà il colpo...
Dicono che sono comunista. Io poco già ne so, ma una bella stangata di comunismo di quello russo ci vorrebbe sì, qui, per raddrizzare le gambe a chi dico io. Ma siamo come pecore matte, siamo; e ci fanno tutti quello che vogliono. Eh, se tornavo a nascere!”
(Testimonianza del 1963 - Cabras)

DIARIO DI UNA GIORNATA NEL SINIS
del pastore Luigi Mocci, di 45 anni.

“Se devo raccontare ciò che faccio ogni giorno, beh!, bastano poche parole. Ogni giorno è identico preciso all'altro. Non conosco né giorno né notte. Dormo quando fa, ma sempre con un occhio aperto, perché il nostro mestiere è di stare attenti. Porto le pecore da un posto all'altro, perché le terre che mi hanno dato in affitto sono una di qua e una di là, una a levante e una a ponente.
Come trascorro il tempo?... Pensando, che per pensare tempo già ne ho: così avessi pascoli. Ma uno si stanca anche di pensare, anche se non è lavoro come zappare...
Di famiglia non sono pastore, ma è da piccolo che lo faccio. Ero orfano, e chi mi voleva mi prendeva, a pascolare agnelli, pecore e maiali. So anche leggere e scrivere. Non perché ho fatto la scuola, ma perché mi sono impratichito un po' da militare... Certo, per fare come l'ho fatto io il militare, sette anni e otto mesi, non è una cosa buona: non mi hanno dato sussidio, né pensione per tutto quel tempo che ho servito lo stato.
Quando sono tornato, piano piano sono riuscito a farmi un gregge, ma presto se n'è andato in fumo, ché ho una figlia deficiente, poveretta, ed è cinque anni al manicomio, e Dio solo sa quello che mi è costata.
Con i soldi prestati dai mercanti che mi hanno aiutato, mi sono rifatto qualche dozzina di pecore, ma gli affitti costano cari. Io ne ho tre ettari, che pago a sessanta mila lire l'uno, e succede che l'incasso non copre le spese. Il mercante non ne paga di latte... Quest'anno se ne sono vendute molte di pecore, per coprire le spese.
Il più brutto è che adesso pascoli non ce ne sono più. Io non posso dire se il contadino è superiore al pastore. Quello che so io è che loro sono carichi di aiuto, le loro case se le stanno facendo mentre noi le stiamo vendendo. Magari con l'aiuto, ma loro ce la fanno...
Prima noi pastori si stava meglio, perché i pascoli erano più abbondanti e meno sfruttati e costavano più a basso prezzo. La pastorizia così è destinata a scomparire, perché siamo costretti. Quando vedono che uno cerca di mangiare la pagnotta ... zac! gliela levano di bocca. Prima i contadini per un agnello mi lasciavano pascolare le foglie delle bietole; adesso ne chiedono quattro o cinque mila lire a ettaro. La polpa della bietola, quella che buttava lo zuccherificio, prima a trenta lire, perché nessuno la conosceva e la voleva; quando hanno visto che ci serviva per pecore e per maiali, l'hanno messe a duecento lire.
Tutte queste cose penso io. E mi sono stancato, adesso, e mi viene il fiele in bocca tutte le volte. Noi siamo come dicono nei racconti degli antichi ebrei, che erano nel deserto morti di fame, cercando la terra promessa ... Solo che a noi, nel Sinis, di manna Cristo non ne manda.”
(Testimonianza del 1960 - Cabras)



PARTE TERZA


BERANU / PRIMAVERA

Beranu, stagione del rifiorimento. La natura rivive e l'uomo con la natura ritrova la gioia di vivere e di amare. Amare talvolta reca affanno; ma dell'amore è dolce anche l'affanno. Come quando la tristezza dell'innamorato, che trepida in attesa della donna amata, diventa corale:
Bella figu morisca / a ispinas de oru / totu sa ruga est trista / candu non passas, coru. (Bel fico d'india / dalle spine d'oro / tutta la strada è triste / quando non passi, cuore.)
Beranu bestid de birdi sa campagna; e per non fare eccezioni, anche gli asini vanno in amore, in primavera.


Capitolo primo

MARZU / MARZO

Mesi machillotu, pazzerello . La gente di città lo definisce birichino, quasi vezzeggiandolo, per quel suo infantile imbronciarsi improvviso. Ma la gente di campagna lo conosce più a fondo, questo mese dall'indole cattiva, sia che mostri la faccia scura che quella serena.
Marzu marzosu; marzo marcio, debilita le creature e le conduce alla morte. Molti proverbi popolari confermano che tra uomo di campagna e marzo non corre buon sangue: Su mese de martu sos neciados si que leat, il mese di marzo si porta via i cagionevoli di salute; e a su bentu de martu sa bezza non mi que agatet, al vento di marzo muore la vecchia - dicono due proverbi del Logudoro.
Ribadiscono i contadini dei Campidani: Su soli de marzu lassat su marcu, il mese di marzo lascia il segno; e ancora, con una efficace satira alla funzione del medico, si dice: Marzu est dottori: o sanat o morit - marzo è medico: o guarisce o uccide.
Marzo è nemico anche del bestiame. Marzu scroxa bois, marzo scuoia buoi - viene definito per le sue frequenti gelate che inaridiscono i pascoli e fanno patire la fame agli animali.
Il contadino, infaticabile, segue le fasi del ciclo naturale: ora è tempo di zappare il grano e le fave, e di mettere a dimora nella vigna e negli orti le nuove pianticelle da frutto, fichi, albicocchi, susini.
Il 25, giorno dell'Annunciazione, ovvero del concepimento di Gesù, nel cortile di casa si preparano i semenzai, su pranteri, dei pomodori, melanzane, peperoni, lattughe, le cui piantine verranno più tardi trapiantate in campagna, nei terreni che tengono l'umido fino all'estate.
Le donne iniziano le grandi pulizie della casa, in vista della Pasqua, festa del Rinnovamento.

SU TEMPUS DE FRUCIRI
Il tempo della covatura

“Sa domu de su messaiu, la casa del contadino, per povera che sia, ha sempre un cortile sufficientemente vasto da poterci allevare diverse specie di animali da ingrasso, che costituiscono un capitolo importante nella economia familiare - sia come provvista di cibo vivente cui si attinge nei momenti di bisogno, sia come merce di scambio per avere prodotti esterni alla economia contadina. Il caso più frequente è quello dell'acquisto di sigarette o tabacco con le uova. Così pure per l'acquisto dello zucchero e del caffè buono per le feste e per gli ospiti di riguardo, giacché il caffè del contadino è normalmente ottenuto con cereali e leguminose tostati, specie orzo e ceci, mentre il miele e la sapa costituivano il dolcificante.
Nel cortile vivevano in singolare simbiosi il maiale e il tacchino, l'anatra e la gallina, il coniglio e l'oca, cui si aggiungevano gli animali da lavoro, il giogo dei buoi, il cavallo o l'asino, e infine il cane, il gatto e i bambini - questi ultimi signori e tiranni del cortile.
In su tempus de fruciri, nel tempo della covatura, le galline sono pronte per la riproduzione del pollaio. La massaia sa quale comare del vicinato possiede su mellus caboni de vedu, il miglior gallo da monta, detto s'intalladori, l'impregnatore, e si prenotava per avere una certa quantità di uova fresche gallate da quel maschio eccezionale, da mettere sotto la chioccia. Se questa era bella grande, poteva covare fino a 31 uova - sempre in numero dispari, per tradizione.
Ogni santo giorno bisognava preparare alla chioccia mangime sostanzioso, granaglia e meglio ancora crusca di grano impastata con il siero, e toglierla dalla cesta di covata con delicatezza, in modo da non rompere le uova ben disposte nel fondo su morbida paglia, e star lì a controllare che ritornasse presto a covare non appena avesse mangiato - che le chiocce sono come le mamme dei cristiani, non tutte hanno amore per i figli.
Al ventunesimo giorno si controllavano le uova, sorvegliando la chioccia che non facesse dei danni ai pulcini appena usciti dal guscio. Is pilloneddus, i pulcini, man mano che nascevano venivano messi dentro una corbula grande dalle sponde alte, affinché non saltassero fuori, e tenuti in luogo caldo. Ultimata la covata, schiuse tutte le uova, tutti i pulcini venivano messi in un angolo riparato del cortile, e provvedeva la chioccia ad insegnare loro il mestiere di vivere ruspanti.”
(Testimonianza - Samassi, 1969)

SU TELARGIU
IL TELAIO

Nella economia autarchica del contadino, su telargiu, il telaio, è un utensile di prima necessità. Con il telaio, le donne, fin dalla prima fanciullezza, provvedevano alla tessitura delle tele necessarie al corredo familiare. La lana delle pecore forniva la materia prima per la tessitura dell'orbace, un panno robusto con cui si confezionavano capi di abbigliamento e inoltre coperte, tappeti, arazzi, copri-tavolo e sacchi per i cereali. La campagna dava il lino, con cui si confezionavano i capi di abbigliamento intimo, lenzuola, asciugamani, e tovagliati, e inoltre sacchi e bisacce. Con l'uso misto della lana e del lino si ottenevano prodotti più resistenti e pregiati.
Venivano importati soltanto i filati di cotone - materia prima mancante nella economia dell'Isola, talvolta usato come ordito nella tessitura sia della lana che del lino.
Tutte le fasi della lavorazione della lana e del lino avveniva a livello familiare, ed era un compito riservato esclusivamente alle donne. La fase più delicata e più lunga era quella della filatura. Nella tessitura, la fase più delicata era quella della preparazione dell'ordito - non di rado, per tale operazione, si ricorreva a una esperta del vicinato.
Il declino del telaio inizia con l'impianto delle filande nel Continente e la conseguente invasione dei prodotti tessili di tipo industriale che raggiunsero anche i mercati dell'Isola. Tuttavia, nel mondo contadino, il telaio ha resistito fino agli Anni Cinquanta, con un incremento del suo uso durante la prima e la seconda guerra mondiale, per sopperire alle carenze del mercato. E' rimasta, seppure su scala ridotta, la tessitura dei tappeti e degli arazzi.
Va detto che l'attuale revival del telaio - in particolare per la produzione di tappeti e arazzi sardi su scala industriale - è stato incentivato dal "Progetto Sardegna" dell'OECE/AEP e dall'I.S.O.L.A. (Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano), ente vigilato dalla Regione. Per diffondere tale prodotto nei mercati del Continente, purtroppo ne è stato falsificato l'originario valore culturale e artistico - a parte l'introduzione di nuovi telai di tipo meccanico che, pur aumentando i profitti, modificano degradandola l'autenticità, la bellezza di un classico prodotto dell'arte popolare.


Nomenclatura essenziale del telaio tradizionale

Su telargiu o trobaxu indica sia il telaio nel suo insieme, sia le due fiancate portanti verticali, fissate al pavimento o con obbilus, chiavarde, o con perdas, blocchi di pietra.

Is surbius, i subbi, sono i due bastoni cilindrici scanalati, incastrati in appositi fori nelle due fiancate: uno all'inizio per avvolgervi la tela già tessuta, l'altro alla fine per avvolgervi l'ordito da tessere.

Is pertias, le bacchette, grosse un dito, si inseriscono nella scanalatura dei surbius, subbi, e fermano, una il capo della tela già tessuta, l'altra il capo dell'ordito da tessere.

Is serradorius, i piuoli, sono i due fermi dei surbius, subbi. Quello anteriore comanda l'avvolgimento della tela; quello posteriore consente lo svolgimento dell'ordito pur tenendolo teso.

Is pertieddas, le pertiche, più sottili delle pertias, bacchette, sono quattro: una serve a dividere e tenere distanziata la tela già tessuta e arrotolata al suo subbio dall'ultima parte che si sta ancora tessendo; la seconda serve a separare l'ordito arrotolato al suo subbio da quello che avanza man mano che si procede nella tessitura. Le altre due, dette pertieddas a gruxi, pertiche a croce, servono per l'intreccio delle trame.

Is cascias, o cascia, la cassa, è formata da due listelli, uno superiore e l'altro inferiore, scanalati, dove trova posto su pettini, il pettine. La cassa è appesa alla fiancata del telaio, poggiando sulla parte superiore delle stesse, dentellata, mediante due stecche di legno, e avanza, dente dopo dente, man mano che si procede nel lavoro.

Is puncionis, i punzoni, sono le due stecche di legno che sostengono la cassa appesa alle fiancate, e hanno anche la funzione di fermo con la dentellatura.

Su pettini, il pettine, lungo quanto l'ordito, è fatto con due bacchette di legno tra le quali sono incastrati i denti, fatti di listelli di canna, legati insieme ben stretti con filo di cotone robusto. Tra un dente e l'altro del pettine passa un filo dell'ordito.

Su lizzu, il liccio, è costituito da due canne lunghe quanto l'ordito, legate tra loro con filo di cotone, sovrapposte e distanziate, che formano una sorta di pettine, i cui denti sono ottenuti con le cordicelle dello stesso cotone. Il numero dei denti de su lizzu devono corrispondere a quelli de su pettini. Il numero di is lizzus, licci, varia a seconda del disegno che si vuole realizzare. Il più semplice ne richiede quattro. Anche su lizzu , come su pettini, è appeso alle fiancate.

Is calculas o pibias, le calcole, consistono in funicelle di giunco, tante quanti sono is lizzus e vengono governate con i piedi. Servono ad abbassare o sollevare is lizzus ai quali sono legate, per la realizzazione del disegno.

Sa spola, la spola, a forma di canoa, lunga circa venti centimetri, munita nel suo interno di un perno longitudinale detto su fustigu o sticcu, lo spoletto, intorno al quale ruota su canneddu, il cannello del ripieno. Con la spola si passa la trama tra i fili dell'ordito.

Su canneddu, il cannello del ripieno, è la canna che contiene avvolta una certa quantità di stame. Come detto si inserisce in su fustigu, all'interno della spola.

Su umpidoriu o faicanneddus, fuso di ferro che serve per avvolgere lo stame intorno a su canneddu, il cannello.

Su pindu, la penerata, è l'ultima parte dell'ordito che non è possibile tessere, e resta come frangia.

Su stamini, lo stame, è il filato di lana, lino o cotone, necessario alla tessitura.

Su ordiu o orriu, l'ordito: il complesso dei fili distesi in senso longitudinale sul telaio.

Sa trama, la trama: è il complesso di fili che si intrecciano all'ordito, in senso opposto.
L'ORBACE
LE PECORE BALENTES DI MUSSOLINI

Orbace, dal sardo orbaci deriva dall'arabo albazz e indica il tessuto di lana di pecora, assai caldo e robusto, usato anche per confezionare indumenti.
La maggior parte della produzione della lana di pecora sarda, poco pregiata per l'abbigliamento, veniva utilizzata nell'industria dei materassi del Continente. Tuttavia, i materassi di lana erano rari in Sardegna, prerogativa dei ceti benestanti. I poveri, nel migliore dei casi, dormivano su materassi di crine, ottenuto dalla palma nana, essenza dell'area mediterranea di cui l'Isola era ricca, ora in via di estinzione.
Durante il ventennio fascista, la tessitura dell'orbace venne effettuata a livello industriale per confezionare la divisa del gerarca. Vestire l'orbace, nel linguaggio corrente, mantiene il significato di vestire la divisa.

LA LAVORAZIONE DELL'ORBACE

“Uno dei lavori più impegnativi per la moglie del pastore era la preparazione dell'orbace. Iniziava già al momento de sa tundidura, della tosatura. Man mano che le pecore venivano tosate, la lana veniva separata in mucchi diversi: da una parte quella più nera e da un'altra parte quella più bianca. Veniva fatta una seconda scelta, secondo il colore, quindi la si lavava e la si metteva ad asciugare.
Sa carminadura, la cardatura, si effettuava in due fasi con due diversi pettini di legno dai denti di metallo lunghi 1O/15 centimetri, il primo rado, il secondo più fitto. Quindi divisa secondo la lunghezza, prima d'essere filata.
La lana più lunga veniva usata per fare il filato dell'ordito, che doveva essere fino ma robusto. La lana più corta si filava più grossa e veniva usata per la trama.
Grande attenzione era necessaria nel conservare la lana dentro i cesti e nel filarla: non si poteva lavorare la lana quando si cucinava e si mangiava, perché non venisse contaminata da briciole o altri residui di cibo che potevano poi far tarlare il tessuto. La filatrice doveva avere "la bocca sempre pulita", perché "la saliva fosse buona e pura" - dato che, filando, bagnava continuamente i polpastrelli delle dita con la saliva per torcere il filo del fuso.
Una volta filata in fino (ordito) e in grosso (trama), dai fusi veniva avvolta in gomitoli. Quando tutto era pronto, si passava alla tessitura.
Su telargiu o trobaxu, il telaio, era di legno massiccio ben robusto, solitamente quercia. Per tessere l'orbace erano necessari is tutturus, i cannelli del ripieno molto lisci in modo che la lana non s'impigliasse.
La varietà del tessuto d'orbace cambiava secondo l'uso cui era destinato. Si confezionavano cappotti, giacche, raramente anche calzoni, su saccu nieddu, mantello e coperta del pastore, i tappeti, su coberibangu, tovaglia ornamentale, su coberilettu, copriletto, e is bertulas, le bisacce.
Per confezionare il cappotto, l'orbace doveva essere il più fino, il tessuto era spigato liscio, diagonale; per la giacca il tessuto poteva essere anche spigato doppio, a spina di pesce. Su saccu nieddu, il mantello del pastore, era tessuto liscio.
Tutti i tessuti d'orbace venivano tinti. Oltre alla tintura che si acquistava nelle drogherie, si usava il succo della buccia delle melagrane e il succo delle bacche del mirto, che rendevano il colore più brillante.
In particolare l'orbace per indumenti veniva carcigau, pigiato coi piedi, prima d'essere tinto, affinché diventasse fitto e morbido.
Su caccigadori, colui che pigiava coi piedi l'orbace, lavorava su commissione, a casa propria o anche in casa del datore di lavoro. Su saccu nieddu veniva caccigau per due giorni; per il cappotto era sufficiente un giorno.
I tappeti venivano fabbricati con la lana meno buona; la più scadente si usava per su ciloni, celone, copriletto di più colori, a scacchi bianchi e neri, con l'ordito di cotone. Così pure is bertulas, le bisacce, abbellite con figure di animali e disegni geometrici vivacemente colorati.”
(Testimonianza. Gùspini, 1960)

IS BERTULAS DE PILU DE CRABA
LE BISACCE DI LANA DI CAPRA

“C'è un paese, l'unico in Sardegna, dove si svolgeva una attività simile a quella della tessitura dell'orbace, questo paese era Talana, dove si facevano is bertulas de pilu de craba.
Si faceva la tosatura delle capre per la raccolta della sua lana che veniva filata e intessuta solamente per confezionare le bisacce, usate dai pastori a quei tempi...Adesso, quelle bertule sono scomparse, non ce n'è neppure una in circolazione, da nessuna parte, perché sembra che si sia estinta la generazione che svolgeva quel lavoro.
Talana era il paese che produceva questa varietà di tessuto de pilu de craba. Era un tessuto resistentissimo ma non si poteva usare per farne indumenti personali. In sostanza, la lana della capra è molto dura e ruvida. Andava bene soltanto per fare bisacce. Le bisacce enormi a doppia tasca che si mettevano sul dorso del cavallo per trasportare recipienti di latte, is bandonis, o le forme di formaggio, dall'ovile in paese.
Is bandonis, capienti venti, trenta litri, erano recipienti di latta, di lamiera zincata, che lo stagnino, su lattarraneri o liauneri, ritagliava e saldava, e si chiudevano con un grosso tappo di sughero.”
(Testimonianza. Morgongiori, 1981)

SA PARADURA
LA RICOSTRUZIONE COLLETTIVA
DEL PATRIMONIO INDIVIDUALE

Paradura. "In Logudoro propriamente è l'uso dei pastori allorché per disgrazia hanno perduto la greggia, di dimandare un capo dai compagni per formarla di nuovo." Così G. Spano, nel suo Vocabulariu Sardu-Italianu del 1851.
Di questo istituto mutualistico, diffuso in tutta l'Isola fino ai tempi recenti e tutt'ora conservato in alcune comunità di pastori, hanno parlato diffusamente molti studiosi, tra questi il La Màrmora.
Sa paradura, che si vuole specifica del mondo barbaricino per la ricostituzione, a pro di un proprio membro, del gregge perduto pro mala sorte (calamità naturale, moria, pignoramento, carcerazione, furto), era anche vigente nel mondo contadino dei Campidani, per la ricostituzione, a chi avesse perso, sempre pro mala sorte, il giogo dei buoi, o il cavallo, o l'asino da lavoro, compreso il relativo carro. In questo caso, la ricostituzione di tale essenziale strumento di sussistenza veniva effettuata con la somma raccolta mediante questua. Per quel che mi risulta personalmente, tra i contadini dell'Oristanese, erano soggette a ricostituzione anche la vigna e la casa di abitazione; mediante prestazione di manodopera collettiva.
I modi della ricostituzione e in particolare della consegna al danneggiato del patrimonio ricostituito erano occasione di feste collettive, dette sciallas.

S' AGGIUDU TORRAU
L'AIUTO RESTITUITO

S'aggiudu torrau, in campidanese letteralmente "l'aiuto restituito" consisteva nella prestazione d'opera che ciascun membro della comunità svolgeva volontariamente e gratuitamente in favore di un altro membro; e che, in circostanza simile o diversa, gli veniva restituita. Tale uso era applicato in tutti quei momenti produttivi in cui era necessario un apporto di numerosa manodopera per sbrigare un lavoro nel più breve tempo possibile.
Aiutare ciascun membro della comunità a risolvere i suoi problemi, anche quelli non strettamente economici, e aiutarlo a campare nel migliore dei modi, significava mantenere in equilibrio, in pace e in amore, l'intera comunità. Al contrario, la presenza di falliti, di disperati avrebbe significato disordine e violenza, la disgregazione della comunità: esattamente quel che avviene oggi, sotto il sistema capitalistico.
S'aggiudu torrau, come ogni altra attività collettiva, si chiudeva con una festa, detta nell'Oristanese scialla, animata da una tavolata di macarronis, maccheroni.
Rientrava in questo diffusissimo istituto sociale mutualistico anche il prestito gratuito di attrezzi da lavoro, non specialistici e non personali, e del pane per la famiglia. Resiste ancora oggi nel costume, in quasi tutte le comunità dell'interno, agricole e pastorali, ma per lo più all'interno di un clan o parentado.
Si applicava specialmente nelle seguenti attività:
- Raccolto. Nella fase de sa triuladura, della trebbiatura, e de s'incungia, dell'immagazzinaggio del grano e dei legumi. Le aie erano situate ai margini del paese in luogo alto e ventilato, e per lo più erano collettive, ospitando il grano dei piccoli proprietari riuniti.
- Vendemmia. Taglio e trasporto dell'uva dalla campagna al paese; pigiatura e sistemazione in cantina; preparazione della sapa e dell'uva passa.
- Sa festa de su procu, la festa del maiale. Macellazione, lavorazione e conservazione delle carni per l'inverno.
- Sponsali. Preparazione della casa e del corredo; preparazione dei dolci d'uso; trasporto e sistemazione dei mobili, della biancheria e dei doni di nozze dalla casa della sposa alla casa dello sposo.
- Nascita e morte. I riti relativi erano officiati esclusivamente e collettivamente dalle donne. L'assistenza al parto, a sa pantroxa, alla partoriente; la vestizione del morto e la sua composizione nel letto funebre; is attitus, le lamentazioni funebri corali, dirette da una attitadora, prefica.
- Preparazione del pane familiare per la settimana. Lavorazione della farina, preparazione del forno, cottura del pane; eventualmente cottura di fave e ceci opportunamente ammorbiditi, e di dolci confezionati prevalentemente con uova, al miele, alla sapa, alle mandorle.
- Costruzione del solaio o del tetto della casa.
- Addobbamento del paese o più spesso di una parte di questo, rione, piazza o spiazzo periferico, in occasione di feste. Costituzione di comitati, gremi o associazioni per la raccolta dei fondi necessari alla festa, alla programmazione e direzione della stessa.
- La tosatura delle pecore. Non si effettuava la marchiatura: la pecora appartiene a chi la possiede - secondo l'antico codice barbaricino; e non è degno di possederla chi non sa difenderla. Rubare una pecora è un atto da balente, che vale, che ha coraggio; e non è indegno. Il furto, per un popolo economicamente organizzato su basi comunistiche, sull'uso comune del patrimonio naturale e degli stessi strumenti produttivi, e sull'equa ripartizione dei prodotti del lavoro, il furto, dicevo, è un fenomeno pressoché inesistente a livello di comunità. Furat chi furat in domu. Ruba chi ruba in casa, nella propria comunità. Ha quindi un suo preciso senso il fatto che i membri delle altre comunità, vicine o lontane, sono detti "istranzos" o "strangius", cioè stranieri. Ed è lecito, seppure non doveroso, rubare a is istranzos, agli stranieri, tanto più se rivali. Naturalmente a pro della propria comunità.

A IS TEMPUS MIUS
AI MIEI TEMPI

"Tutti i cereali si raccoglievano nelle aie che stavano intorno al paese. Tutti i contadini si univano e si davano una mano vicendevolmente, senza spendere un soldo in lire. Tutto il paese lavorava, anche le donne e i bambini. In paese restavano solo quelle donne che avevano bambini molto piccoli da accudire, ma quando c'era necessità venivano anche loro e i piccolini in fasce li lasciavano avvolti in una coperta, al riparo di un muro di pietra o di qualche cespuglio di lentischio.
Tutta la gente si dedicava all'aia per fare il raccolto, sia per la triuladura che per l'incungia (la trebbiatura e la conservazione), e si faceva a aggiudu torrau...Lì, sì, c'era l'amore, la gente si aiutavano a vicenda...
Era successo una volta che durante l'estate, in mesi de argiolas, in luglio, aveva fatto una pioggia del diavolo. Uno che si chiamava ziu Peppi non aveva ancora finito il lavoro dell'aia, aveva ancora tutto il grano, già trebbiato, ammucchiato per ddu bentuai, ventolarlo, e non aveva fatto in tempo a pulirlo. Ebbene, nella sua aia c'è arrivato un torrente d'acqua - era vicino a dove abito io adesso - e gli ha portato via un bel pezzo del mucchio. Tutti quanti si sono uniti e glielo hanno restituito, chi uno starello, chi due e chi dieci, secondo la possibilità, ognuno ha contribuito a rimpiazzargli tutto il grano che aveva perso. Questo era il sistema di s'aggiudu torrau e de sa ponidura, cioè di dare una mano d'aiuto a chi ne aveva bisogno.
Ma oggi avviene questo? Si dirà: adesso ci sono le calamità, quest'anno per esempio la siccità, e ci pensa la Regione a ripagare quelli che hanno avuto molti danni, per esempio i viticoltori che hanno reclamato...Ci pensa la Regione, dicono. Sarà! Darà qualche contributo, è vero, ma con gli interessi. Il capitale della banca non va mai perso, deve rientrare comunque sia, e con gli interessi...Ecco qui: glielo dà con una mano e glielo porta via con l'altra. Oggi il contadino lo trova con una gamba fratturata, gliela ingessa e lo fa camminare di nuovo, ma il giorno dopo gli cava un occhio. Ecco, questo è l'aiuto che gli dà. Non siamo più all'amore di un tempo.”
(Testimonianza. Dolianova, 1982)

SU SORDAU E SU FARAONI
Contu

In s'antighidadi ci fiat - e peccau chi non ci siat prus - unu sordau accodrau in Servizio Permanente Effettivo, chi fiat fendi gherra dì e notti de prus de bint' annus, senz''e biri mai unu soddu, sceti Patenas a sa Balentia. Arrabiau e fattu fiat andau de su Faraoni a si 'n di chesciai.
"Deu gei ti cumprendu, Fillu miu - a ddu bis, ti nau Fillu miu - sa Patria tenit bisongiu de tui po sa Difensa de is Treminis suus; sa Groria, non ti narat nudda sa Groria?, cun ateras duas o tres Patenas, is contus ddus hat fai giustus a tempus su Ministru de is Patenas, tui has a essiri unu Balenti, cumprendis, unu Balenti? Biadas is Mamas chi hant ingenerau Balentis! Sa Mannaria de una Nazioni si misurat a Balentis. Ita bolis de prus? Chi morrit po sa Patria hat biviu giai troppu puru."
Respundit su sordau: "Deu bollu a mi serrai is contus de sa paga, sa penzioni, una femina, una domu e unu lettu."
Su Faraoni dd'hiat fattu giuramentu arziendi su Santu Pilloni acujau in punta a s'Iscettru de Oru. "Ti siat cunzediu!", sclamat, "ma sceti de pustis chi sa Vittoria s'hat hai basau in sa fronti, candu is nemigus de sa Patria hant essiri totus e po sempiri scrosciaus e crastaus."
"Bonanotti!" respundit su sordau, "ti saludu, e is nemigus ti ddus iscroscias tui!"
Su Faraoni ca no si dd'aspettat, 'n ci fiat abarrau aici mali chi non hiat fattu mancu a tempus a zerriai is Guardias Zivilis po fusilai luegu su fraizzu. No dd'hiat fattu puru po rexoni de politiga: su sordau non fiat solu, hiat cumbinciu a is ideas suas totus is sordaus, si fiant postus de accordiu de si 'n di pigai is peis e si 'n d'andai a fai is Eremitanus in su desertu, cassendi e pappendi lionis. Su momentu fiat meda dilicau. Su Faraoni reunit sa Corti, s'Istadu Majori, Monsignoris e Sabius de sa Costumanza. No podiant usai sa manera forti e hiant pensau de usai sa de s'improsadura.
Totus a cambarada, postus in Pompa Magna, cun su Carrozzinu Riali a innantis, s'incarrelant de pressi po firmai su sordau, prima chi essit sartau is Lacanas cun su desertu. Dd'hiant sodigau in su Tremini Grogu Continuu - mancu mali, giustu in tempus!
"Firma!" Zerriant totus a una bosci, "Firma!"
E su sordau si fiat firmau.
Su Faraoni, strantasciu appizzus de su Carrozzinu hiat obertu cun is brazzus is alas de sa Besti Arrubia, e hiat fueddau po un'ora. Prima de sa Familia e de is Santas Affetzionis; sa Sposa e is Fillus; poi de sa Comunanzia; s'Amicizia, sa Limba Floria, is Cantadoris, is Circadoris e is Balentis; a urtimu de sa Patria; su Logu de is Babbus Mannus, basau de su soli, de su Mari e de is Deus; su Doveri, sa Bellesa de fai su zeraccu mudu.
Su sordau hiat scurtau cun attenzioni e respettu - ca portat ancora unu pei a intru de su Tremini Territoriali; ma candu su Faraoni hiat finiu de fueddai, ci fiat accabau de passai, hiat obertu pagu pagu is coscias, 'n d'hiat bogau a foras una bella pillona, dd'hiat sprappeddada in su pramu de sa manu e hiat nau: "Aundi c'est custa, c'est Deus, Patria, Traballu, Sposa e Fillus!"
(Liberamente tratto da le "Historiae" di Erodoto)

IL SOLDATO E IL FARAONE
Racconto

C'era una volta - e peccato che non ci sia più - un soldato richiamato in Servizio Permanente Effettivo, che faceva la guerra notte e giorno da oltre vent'anni, senza mai vedere un soldo, soltanto medaglie al valore. Seccato della faccenda, andò dal Faraone a lamentarsene.
"Ti comprendo, Figliolo - vedi, ti chiamo Figliolo - la Patria ha bisogno di te per la Difesa dei suoi Sacri Confini; la Gloria, non ti dice niente, la Gloria?, con altre due o tre Medaglie al Valore, questi conteggi li farà a tempo debito il Competente Ministro, tu diventi un Eroe, capisci, un Eroe? Beate le Madri che hanno partorito Eroi! La Grandezza di una Nazione si misura a Eroi. Che vuoi di più? Chi per la Patria muor vissuto è assai".
Rispose il soldato: "Voglio la grana arretrata, la pensione, una donna, una casa e un letto".
Il Faraone levò in segno di Giuramento il Sacro Uccello che teneva appollaiato in cima allo scettro d'Oro: "L'avrai!" disse, "Ma soltanto quando la Vittoria ci avrà baciati sulla fronte, quando i nemici della Patria saranno tutti definitivamente debellati e assoggettati".
"Buonanotte!", disse il soldato, "ti saluto, e i nemici te li debelli tu!"
Il Faraone, che non se l'aspettava, ci rimase così tanto male che non fece neppure in tempo a chiamare le Guardie Zivil, per mettere al muro seduta stante il sacrilego. Non lo fece anche per ragioni politiche: il soldato non era solo, aveva convinto alle sue idee tutti i soldati, si erano messi d'accordo di prendere i piedi e di andarsene a fare gli Eremiti nel deserto, cacciando e mangiando leoni. La situazione era molto preoccupante. Il Faraone riunì la Corte, lo Stato Maggiore, lo Stregone e gli Esperti in Public Relation. Non potevano usare la maniera forte, decisero di usare quella psicologica.
Tutti insieme, vestiti in Pompa Magna, col Cocchio Reale in testa, si avviarono di fretta per fermare il soldato, prima che varcasse la Frontiera del deserto. Lo raggiunsero sulla Linea Gialla Continua - meno male, giusto in tempo!
"Ferma!", gridarono tutti a una voce, "Ferma!"
E il soldato si fermò.
Il Faraone dall'alto del Cocchio allargò le braccia aprendo le falde del Mantello di Porpora, e parlò per un'ora. Prima della Famiglia e dei Sacri Affetti; la Moglie e i Figli; poi della Società; l'Amicizia, la Dolce Lingua, i Poeti, i Navigatori e gli Eroi; infine della Patria; la Terra degli Avi, baciata dal Sole, dal Mare e dagli Dei; il Dovere, la Grandezza del Servir tacendo.
Il soldato ascoltò con grande attenzione e rispetto, perché stava ancora con un piede dentro la Linea di Confine; ma quando il Faraone ebbe finito di parlare finì di passare, aprì leggermente le cosce, tirò fuori un bel cazzo, lo molleggiò sul palmo della mano e disse: "Dove c'è questo, c'è Dio, Patria, Lavoro, Moglie e Figli!"



Capitolo secondo

ARBILI / APRILE

Con aprile è veramente primavera. Il mese apre con un giorno dedicato al piacere degli scherzi e delle risate. Purché non siano eccessivi, gli scherzi - dicono i vecchi. E purché si facciano soltanto in quel giorno, ché dopo è tempo di lavorare, d'essere seri. "E it'est torrada, sa prima dì de arbili?" (E' forse tornato il primo giorno di aprile?) si ammonisce chi scherza fuori luogo.
Aprile apre le bocche al riso e le gemme alla fioritura. Arbili bogat sa beccia de su cuili, leva la vecchia dal letto, e torrat su lepori a cuili, e la lepre ritorna alla tana, con il bel tempo e se ne sta in osservazione.
E' Pasqua, Pasca. La resurrezione del Cristo coincide con la resurrezione della natura, dopo il letargo invernale. Questa ricorrenza viene detta più esattamente Pasca Manna (Pasqua Grande) per distinguerla dal Natale, detto Paschiscedda (Pasqua Piccola).
Una festa del Rinascimento che nel mondo contadino è visibile e vivibile nel rifiorire della natura e in ogni aspetto della vita di cui l'uomo non è soltanto testimone ma partecipe. I campi, le colture, gli orti, i cortili, gli animali, le case, l'abbigliamento e perfino l'arredamento si trasformano, si rinnovano. E' il ciclo eterno della vita che riprende dopo la stasi invernale.

SA BERBEI
Notizie sulla pecora

“Resa del latte. Adesso ci sono allevamenti che adottano la stalla razionale e campi irrigati a foraggera e c'è una maggiore produzione di latte. Tempi addietro, durante un anno, in media, annate buone e annate siccitose, una pecora produceva 140 litri, nel periodo naturalmente primaverile, durante la nascita degli agnelli. Questo almeno nella nostra zona, nei Campidani.

Su callu. Nasceva l'agnello, prime nascite a novembre. Andava avanti, cresceva pian piano e nel periodo di Natale si faceva la prima selezione, la prima macellazione. Che cosa facevano i pastori? Macellavano gli agnelli e conservavano lo stomaco. Nello stomaco c'è una parte di latte e una parte di erba, perché avevano cominciato a brucare, e si puliva dell'erba. Poi si teneva nella capanna ad affumicare, quindi si metteva in salamoia. Lo usavano per coagulare il latte, per fare il formaggio. Questo era su callu, il caglio. Ne tagliavano un pezzetto e lo avvolgevano in un pannolino; lo introducevano nel latte e con una mano lo spremevano, maggiormente con la mano destra, che è quella che lavora. Con il palmo della mano sinistra raccoglievano un po' di latte e sopra vi facevano stillare il caglio. E si osservava quanto tempo su per giù impiegava a coagularsi il latte sulla palma della mano. Allora si smetteva di metter quaglio. Si dava una frullata al latte del calderone e lo si lasciava riposare. Quindi si faceva il formaggio...”
(Testimonianza. Dolianova, 1982)

SU CASIDD' E MULLI (MUSSORGIU)
SECCHIO PER MUNGERE (SECCHIONE)

“Era un contenitore di latta, a forma di cilindro, detto anche lama o mustroxu. Si usava per la mungitura delle pecore, senza essere una misura di capacità specifica.
Quando si era in diversi pastori, tre o quattro, nello stesso ovile, per misurare la quantità di latte delle pecore di ciascuno non si usava il litro o il decalitro, bensì una bacchetta di legno diritta.
Si cominciava la mungitura con le pecore di un pastore, e il latte di sua proprietà finiva in su casiddu de mulli, nel grande contenitore di bandone. Ci si infilava allora la bacchetta e si faceva una tacca al livello del latte. Quindi si aggiungeva il latte prodotto dalle pecore del secondo pastore, si infilava la bacchetta e vi si faceva un'altra tacca. E così via. Si stabiliva così la percentuale di ciascuno.
Se per esempio si producevano in tutto cento litri di latte e ad uno ne spettavano venti litri, essendo un quinto si prendeva tutto il latte del giorno, che era l'equivalente della sua quota di cinque giorni. E così pure gli altri pastori, in rapporto alla quantità media indicata con quel sistema di misura.
Era una specie di cooperativa all'antica, una socceria che si chiamava a cumpangius, univano le pecore in un unico branco e usavano pascoli comuni e un ovile comune. Si fadiad a cumpangius, ci si organizzava da compagni, per aver più libertà, per non essere schiavi del lavoro. Ciascuno aveva un piccolo gregge di 3O pecore, li mettevano insieme e facevano un gregge di cento o duecento capi. Facevano i turni per custodire gli animali e potevano avere tutto in una volta una grande quantità di latte da lavorare per produrre ricotta e formaggio. Se si era in sei, significava lavorare un giorno alla settimana. Certo, quando era periodo di piena, andavano tutti quanti, di mattina, a fare la mungitura; ma poi ne restava uno, massimo due, a continuare il lavoro; e gli altri se ne andavano a svolgere magari altre attività. A quei tempi, il latte prodotto non veniva conferito ai caseifici. Veniva lavorato nello stesso ovile. Una minima parte veniva portato fresco, con is bandonis, recipienti di latta, a dorso di cavallo, in paese per uso familiare. La gran parte veniva cagliato e trasformato in ricotta e formaggio. Salatura e stagionatura si facevano in casa.”
(Testimonianza. Dolianova, 1982)

PECORA DI MONTAGNA E DI PIANURA

“In Sardegna abbiamo i Campidani e abbiamo le zone di altura, su Capesusu, le Barbagie. C'è un abisso di differenza fra il formaggio che si produce qui e quello che si produce lassù...
Cosa vuol dire? Che i pascoli migliori sono lì. Non saranno abbondanti, in certi periodi, ma sono ricchi. Come gusto, come resa, lassù il prodotto è sempre migliore, sia la carne siano i latticini.
Lì, la natura è più adatta. Appunto per questo è lì che gli allevamenti si sono sviluppati. La terra lì dà frutti meravigliosi al pastore! Macellando una bestia della stessa età, una nata e allevata nei Campidani e l'altra nata e allevata nelle alture del Gennargentu, la differenza della carne è un abisso. Si prenda per esempio l'osso di una pecora del Campidano, ha il midollo grosso, come questa penna da scrivere. Macelliamo invece una pecora di lassù, ha il midollo finissimo, perché ha l'osso più robusto.
Prendiamo due bestie a peso vivo, una di qui e una di là, poniamo che ognuna pesi 45 chili, bene: questa ha una resa e quella un'altra, migliore. Questa dei Campidani, una volta scuoiata, pesa 20 chili di carne netta; mentre quella del Nuorese pesa dopo scuoiata e pulita 22/23 chili di carne netta.
Una differenza c'è anche nel latte. Qui, 100 litri di latte danno 18/19 chili di formaggio fresco, pesato prima di metterlo in salamoia; lì, il latte di pecora rende dai 20 ai 22 chili di formaggio...E' tutta una questione di terra. Ogni terra dà i suoi frutti.”
(Testimonianza. Uras, 1980)

SU CASU MALZU
IL FORMAGGIO MARCIO

“Su casu malzu, il formaggio marcio, non si trova nelle botteghe perché ne è vietata la vendita. Dicono che è un formaggio avariato, ma non è vero. Quelli della finanza lo sequestrano...per mangiarselo loro. Per noi è un cibo prelibato, una vera leccornia.
Proprio l'altro giorno sono andato con un amico pastore al quale gli era scappata una cavalla. Gliel'ho ritrovata, presa no, perché era in mezzo a un branco di cavalli selvatici, nella zona dei Monti di Serpeddì. Quel mio amico ha pecore e capre e fa un po' di formaggio in casa, dopo chiusa la campagna di conferimento al caseificio. E gli ho detto: "O Luisu!" " Ou!" "Là ca bollu unu paghedd'e casu malzu; allogamindi". Conservami un po' di formaggio marcio. E lui: "Bai ca ge d'in d'allogu!", vai che già te ne conservo.
Si può produrre anche artificialmente, però è meglio quando viene al naturale. Quando si vede una forma gonfia...maggiormente d'estate. Il latte, nel periodo caldo, con i pascoli secchi, è più grasso, e questo grasso provoca un gonfiore al formaggio, si lievita. Ciò indica che tende a marcire. Se si vuole favorire la marcitura, abbreviarne il tempo, si fa un piccolo foro, si leva un tappino di buccia, e ci si mette un po' di pepe macinato e qualche goccia di olio d'oliva. Quindi si rimette al suo posto il tappino di buccia. Quella forma diventa così tutta marcia. Una vera specialità.
Naturalmente, nel periodo della marcitura si riempie di vermicini. Se si lascia stare, col passare del tempo, i vermi spariscono e rimane soltanto la buccia con dentro una crema.
Su casu malzu si mangia spalmato nel pane e richiede molto vino. Infatti si dice "Pani e casu e binu a rasu", pane e formaggio con vino fino all'orlo (del bicchiere).”
(Testimonianza. Sinnai, 1982)

SU CALLU DE CRABITTU
IL CAGLIO DI CAPRETTO

“Un'altra prelibatezza tipica del mondo pastorale consiste nel contenuto dello stomaco del capretto da latte, detto call' 'e crabittu.
Il capretto viene macellato quando mangia solo latte, niente erba. L'agnellino da appena nato va appresso alla mamma nel pascolo, succhia il latte e mangia erba. Il capretto invece da appena nasce resta nell'ovile, in un rifugio appositamente costruito che nella nostra zona si chiama aili. Non è da confondersi con l'ovile, che si chiama madau o anche cuile o istazzu che comprende tutto il complesso dove si tiene il gregge, la baracca del pastore, i chiusi per la mungitura, s'oprigu, la tettoia per riparare le pecore, e tutto il resto.
S'aili indica esclusivamente il serraglio, fatto in tronchi di legno a due schienali, lungo diversi metri e largo circa un metro e mezzo, ricoperto di frasche e di terra, dove vengono tenuti i capretti. All'interno, sulla terra battuta, si metteva uno strato di frasche di lentischio fresco e folto che proteggeva i capretti dall'umido e dalla sporcizia e veniva sostituito secondo la necessità e il numero degli animali.
Su callu de crabittu, lo stomaco del capretto, veniva e viene usato anche come caglio. Per mangiarlo, si sceglie pulito, perché se il capretto non va al pascolo qualche cosa la rosicchia nel serraglio, corteccia o foglia di lentischio, e soprattutto si rosicchiano l'un l'altro. Ed ecco perché si ritrovano peli nel suo stomaco.
Come gusto, su callu de crabittu assomiglia a su casu malzu, ma è molto più piccante.”
(Testimonianza. Dolianova, 1982)

LA TERRA SENZA ALBA
Una pagina di storia

“Nella gaiezza policroma della sua piazza - dove da molti anni le scritte DUX - REX ottenute con ben sforbiciati ligustri sono state sostituite da rosai e ortensie - Arborea, già Mussolinia, si sforza di nascondere al visitatore le lacrime, il sacrificio, il sangue che è costato alle povere comunità del Campidano. Voluta e nata da una sfida umana alla palude e al deserto; pensata e creata per la redenzione dalla schiavitù del bisogno, Arborea poco sa dire della sua storia, poco ha redento i servi della gleba. Il lavoro di migliaia di braccia, la vita di alcune generazioni, ha trasformato, ha bonificato una natura disordinata e avversa per arricchire soltanto un pugno di padroni che non possedevano neppure il merito di parlare la lingua dei Sardi. Questo, certo, non può dirlo il civettuolo giardino della piazza, su cui dominano le pietre grigie della chiesa a Est e il municipio a Ovest.

Arborea è qualcosa di più di un villaggio agricolo "modello" sorto, a dispetto della natura, su una palude bonificata: Arborea è stata ed è il banco di prova della volontà di rinascita dei Sardi, ed è il banco di prova della programmazione nel settore agricolo-industriale.
"Arborea - si dice commettendo un falso storico - è stata un'opera intelligente del regime fascista".

Il 1919 è un anno denso di fermenti sociali, di ansie di rinnovamento. Il tradimento delle promesse fatte ai nostri pastori e ai nostri contadini quando la patria subiva la disfatta di Caporetto; l'impegno non mantenuto di una giustizia economica e sociale a vittoria ottenuta; i profitti dei grassi borghesi arricchitisi a dismisura alle spalle del combattente; l'inflazione come ricatto e l'assoluta mancanza di potere di acquisto della lira; l'assenza di calmieri per i generi alimentari di prima necessità indignarono e maturarono la coscienza dei lavoratori a livello della protesta di massa - ancora disordinata e spontanea ma chiaramente rivoluzionaria. Alcuni tumulti scoppiarono anche nell'Oristanese, e centinaia furono gli arrestati, fra cui numerose le donne. Era il pretesto per gli Scelba di allora: L'ordine e le istituzioni sono in pericolo; necessita un governo forte.
Interprete della profonda esigenza sociale di rinnovamento fu un singolare personaggio, ancora idolatrato dalle popolazioni del centro dell'Isola: Felice Porcella. Avvocato estroso e pugnace, sindaco di Terralba, suo paese natale, pubblicista assiduo, assessore comunale della città di Oristano, deputato al parlamento per la corrente socialista riformista dal 1913 al '19, dedicò la sua opera intelligente alla soluzione dei problemi che travagliavano la sua terra.
"Io ero un assiduo lettore dei suoi articoli", ricorda un anziano socialista di Oristano. "Egli usava firmare i suoi articoli con lo pseudonimo di Satana, forse rifacendosi al simbolo progressista che questo nome aveva rappresentato per il Carducci nel suo noto inno giovanile."
"Sono stato al fianco di Felice Porcella in mille battaglie", testimonia il maestro Curreli di Oristano. "Il popolo era con lui, quando durante le elezioni politiche del '13 fu candidato in opposizione a Carboni-Boy (lo zio dello stesso che si vota adesso nella DC), dato che allora vigeva il sistema del collegio uninominale anche per la Camera. Felice Porcella non aveva santi in paradiso e pagava di tasca la campagna elettorale. Carboni-Boy, rappresentante dei reazionari, era protetto e foraggiato dal deputato uscente on. Parpaglia. Ricordo un comizio nel quale Porcella esclamò: - Carboni...bue, che ingrassa e prospera mangiando Par...paglia! - Immenso fu il giubilo popolare a elezioni vinte. La gente di Oristano e dei paesi vicini si recarono in massa sotto le finestre di casa sua in via Diego Contini per applaudirlo e se ne andarono soltanto dopo che egli parlò..."
"Egli era temuto e odiato dai reazionari di quel tempo. Egli volle la diga del Tirso, fonte di energia per una futura industrializzazione, ma più ancora per la bonifica e l'irrigazione del Campidano di Oristano. I padroni delle peschiere, i Carta, sostenevano l'inutilità della diga che avrebbe danneggiato con le loro peschiere l'economia della zona. "Testimonia il signor Satta. E conclude: "La stampa padronale, capintesta L'Unione Sarda, lo avversarono fino alla calunnia. Tutti sanno che sue perspicue opere furono l'acquedotto e le scuole statali di Terralba, opere eccezionali per quei tempi. Eppure ebbero tanta sfrontatezza da scrivere: - L'Onorevole Felice Porcella è giunto da Roma con un vestito nuovo di lana di Barberia color mattone - (Barberia era il fornitore dei laterizi per l'erigendo palazzo scolastico.) Ma il popolo non ha dimenticato che egli morì in grande povertà, quel 1931; dopo aver rifiutato onori e cariche che il fascismo reiteratamente gli offerse, alternando le offerte alle minacce."
Il nome di Felice Porcella resta legato alla più grande opera di bonifica che la storia della Sardegna ricordi: da Marceddì alla Tanca Marchesa, dal Sassu di Terralba al Cirras di Santa Giusta, dove regnavano paludi, desolazione, giuncaie, malaria e fame, egli sognò (e lottò con le sue genti) la redenzione e il progresso.
Costituitosi "L'Ente per la Bonifica della piana di Terralba e adiacenze", preparato un originale progetto di trasformazione idraulica e agraria, approvato in Parlamento e stanziati i primi contributi (Porcella riuscì a interessare vivamente al suo progetto i deputati veneti e del Meridione), si diede il via ai lavori.
Il primo lotto, la deviazione del Rio Mogoro (imbrigliato più a monte da una diga) a Sud di Terralba, si iniziò il '21 su progetto e direzione di Dionigi Scano - il noto storico - e dell'ing. Dolcetta.
Il comune di Terralba, intanto, stipulò un contratto con l'Ente di Bonifica: la cessione in enfiteusi per venticinque anni delle sue terre in cambio della trasformazione e valorizzazione delle stesse.
"Già nel 1920 si erano raccolti intorno a Dionigi Scano i pochi tecnici che avesse l'Isola allora: Paolo Melis, Guido Giovannangeli, Eleutèrio Dessì, Francesco Puddu, Efisio Maxia e ancora altri che la mia vecchia memoria non ricorda più." Ci ha scritto così uno di loro. "Furono i primi pionieri della Rinascita, quella fatta senza lapidi e senza fanfare. La manodopera venne prelevata in tutto il Campidano, interamente composta di Sardi".
Nel 1922, con base alla Tanca Marchesa, iniziarono i primi lavori di bonifica agraria, sempre con larga partecipazione di lavoratori sardi. "Non a caso", spiega un tecnico di allora, "ma in obbedienza al contratto di enfiteusi stipulato tra il Comune e l'Ente di Bonifica, che imponeva una forte percentuale di manodopera locale, fino al completo assorbimento della grande massa di disoccupati, riservando ai continentali soltanto quei settori di specializzazione per i quali i Sardi di quel tempo purtroppo non erano preparati".
"Terralba e paese limitrofi", testimonia un anziano operaio, "capirono e vollero con tutta la loro forza, a costo di enormi sacrifici, la grande Bonifica. E' vero, ci furono molti scettici all'inizio, nella popolazione; i poveri siamo fatti così, siamo diffidenti. Non si pensava, vivendo in tanta miseria e arretratezza, che si potessero possedere e usare strumenti tali da trasformare paludi salmastre in campi di grano e vigneti."
"La prova che i Terralbesi specialmente capirono quanto fosse importante per il loro avvenire la redenzione di tali plaghe paludose e malariche" - precisa un altro testimone - "è dimostrato dal senso di responsabilità, che è sacrificio, che essi ebbero accettando l'esproprio e la cessione dei loro terreni migliori (quasi tutti vigneti) per l'attraversamento del nuovo alveo del Rio Mogoro e per l'altre opere di canalizzazione esterne alla Bonifica ma essenziali alla realizzazione della stessa. Essi, i Terralbesi, contavano di rifarsi con la piena occupazione della manodopera, con il commercio, con la prosperità conseguente a una così grande mole di lavori, ma soprattutto con la valorizzazione dei terreni comunali, ceduti per venticinque anni, nei quali speravano allo scadere di questo termine di stabilirsi come mezzadri colonici o affittuari".
Queste, le legittime aspettative dei Terralbesi. Ma nello stesso 1922, la trasformazione dell'Ente di Bonifica per la piana di Terralba e adiacenze in Società Bonifiche Sarde, società per azioni con sede in Roma, fu il primo grave sintomo di una politica economica e sociale basata sul profitto del capitale privato che si sostituiva, vuotandola di contenuti progressisti, a una iniziativa popolare finanziata dallo Stato. Il capitale continentale, sostenuto più tardi dal fascismo che si andava consolidando nel Paese, avrebbe pochi anni dopo ridotto gli abitanti della zona - i veri promotori e padroni - al rango di indigeni da colonia: manovalanza da gettare negli acquitrini delle paludi; vite da spremere, da sfruttare per un tozzo di pane. E quando il duce del fascismo, tolti di mezzo gli oppositori, dopo il '26 sedette a braccia conserte sul soglio del potere applaudito e incensato dai padroni di tutt'Italia, la Società Bonifica Sarda vestì la camicia nera e la fece indossare a tutta la bonifica, alle idrovore e alle aie, ai canali e alle stalle, alle pinete e perfino ai pioppi e agli eucalipti...
La Società tanto fece e brigò che ottenne l'approvazione (naturalmente con i contributi) per l'edificazione di un villaggio. Mussolini si commosse e allargò la borsa al sentire che gli azionisti della S.B.S. lo dedicavano alla sua "divina" persona, chiamandolo "villaggio Mussolinia". Un villaggio che non arrivava a 500 abitanti, le cui terre pagate ai legittimi proprietari meno di 5O lire a ettaro, era soltanto il pretesto per derubare il comune di Terralba". Così dice un anziano amministratore del comune di Terralba.
Infatti, nel '29, il villaggio Mussolinia, frazione di Terralba, la carta su cui gli abitanti della stessa Terralba avevano puntato tutto il poco in loro mano, con un atto illegale e arbitrario, viene decretato comune autonomo. Perché la "ruberia" si compisse con una parvenza di legalità, era necessario che il podestà di Terralba firmasse l'atto di cessione. Quello in carica rifiutò, non lasciandosi intimidire da alcuna minaccia; fu allora dimesso e censurato. Il prefetto non tardò molto a trovare nella vecchia nobiltà spagnolesca un relitto morale da nominare nuovo podestà. La cessione si fece, l'enfiteusi venne stracciata, migliaia di ettari passano da Terralba al nuovo comune di Mussolinia e diventavano proprietà degli azionisti della S.B.S. i quali ora possedevano in effetti un comune tutto loro. L'ingordigia padronale era placata. Dei due milioni circa che il comune di Terralba avrebbe dovuto ricevere come indennizzo, soltanto un terzo venne effettivamente versato; gli altri due terzi rimasero come fondo cassa per il neo comune di Mussolinia - cioè a dire nelle tasche dei gerarchi di allora.
"La reazione dei Terralbesi e di tutto l'Oristanese fu grande e disperata", ricorda un testimone. "Essi capirono di aver perduto quanto Felice Porcella, i loro pionieri, i loro contadini espropriati e tutti i lavoratori avevano preparato in lunghi anni di lavoro e di sacrificio. Terralba aveva perso la sua mano destra. I paesi della zona restavano più poveri di prima. Mussolinia era diventata un pezzo del continente slegato dagli interessi dei Sardi - se non per la continua richiesta di manovalanza da gettare come canneggiatori nella costruzione di canali e di ponti, nelle opere di bonifica che si andavano allargando e potenziando con il massiccio intervento di contributi statali".
"Dal 1929 in poi", testimonia un geometra della S.B.S., "fu organizzata una vera e propria caccia al sardo. Allontanato l'ing. Dolcetta ne fu nominato un altro, di molto più modesto valore, autoritario e prepotente come volevano i tempi, con l'unico obiettivo di incamerare e moltiplicare i beni della propria azienda e di beneficiare accoliti e protetti che piovevano dal continente come avvoltoi su un gregge indifeso. Quattro sole, allora, su alcune centinaia, le famiglie di mezzadri sardi. I tecnici dei primi anni, allontanati o ridotti al rango di scrivani..."
Le conseguenze sono visibili e valutabili ancora oggi. Subentrata nel secondo dopoguerra l'ETFAS alla Società Bonifiche Sarde (espropriata con fior di miliardi, per una proprietà rubata!) i mezzadri veneti hanno venduto e se ne sono ritornati per la maggior parte nella loro regione. La crisi generale dell'agricoltura, la gestione dell'ETFAS manovrata dai politici, l'impossibilità per i lavoratori della terra di pagarsi i debiti con i miseri raccolti, il tradimento dei fini per cui era sorta la bonifica di Arborea, l'ex Mussolinia, lo spopolamento delle sue case coloniche e dei suoi campi.
Ora si chiamano i Sardi a salvare Arborea. Quegli stessi Sardi traditi, sfruttati, umiliati. Ma Sardi ce ne sono rimasti pochi. Molti sono morti di malaria vangando nelle paludi. I loro figli sono partiti disperati a ingrassare i capitalisti stranieri. Pochi vecchi e molti bambini sono rimasti - pieni di rancore, chiusi dalla diffidenza.
Eppure, e nonostante tutto, nei Terralbesi è ancora viva la volontà di riscatto. Essi hanno di recente rifatto la loro Piazza - il centro della vita sociale, l'Agorà del Sardo - una delle più vaste, più belle dell'Isola.
E io dico ai Terralbesi - e chi parla è un terralbese: Usciamo dai rancori e dalle diffidenze. E' ancora, e più di prima, tempo di lotta e di rivoluzione. Risorga Arborea per volontà e per mano dei Sardi. E per il profitto dei Sardi, stavolta. Risorga nella simmetria dei suoi campi, nelle sue officine e nelle sue industrie, nei suoi allevamenti e nei suoi commerci, nei suoi vigneti e nelle sue spiagge e nelle sue meravigliose pinete. Ma siano i Sardi attivi e presenti, siano essi uniti e affratellati nel lavoro e nella difesa del loro patrimonio.
E a conclusione, le parole scritte da uno dei pionieri di Terralba - la "terra senza alba" - che ha dato oltre quarant'anni di vita alla "grande Bonifica":
"E' stata una realizzazione di enorme portata. La trasformazione della zona è stata imponente. I giovani di oggi forse non capiscono quanto sangue occorra per fare di una immensa palude grigia un giardino fiorito - senza i mezzi meccanici di oggi, con la sola forza delle braccia. Chilometri e chilometri di strada, pietre su pietre gettate su un mare di fango...canali di raccolta e di irrigazione, scavati con le pale e con i picconi, per rendere feconda la terra sabbiosa salmastra...anni e anni sotto le tende e le baracche in un clima pestifero funestato dalla malaria, per edificare ville, case coloniche, stalle...il sole ha bruciato e scarnito schiere di lavoratori come schiavi perché attecchissero e allignassero gli alberi delle fasce forestali e fosse così frenato e imbrigliato il furioso salmastro vento del maestrale...Un inferno trasformato in un paradiso. Ma chi ha goduto, chi gode di questo paradiso? Una società di azionisti continentali, un'équipe di tecnici continentali, una colonia di mezzadri continentali. Una terra redenta, sì, ma anche una greppia dove per lunghi anni dirigenti e funzionari e mezzadri si sono avvicendati richiesti sempre dal continente; mentre gli isolani per non morire di fame partivano alla ricerca di un lavoro in terra straniera. Eppure, in Sardegna, se i Sardi realizzassero per i Sardi una decina di bonifiche come questa della piana di Terralba, integrate come questa con l'industria - basterebbero certo a evitare l'esodo delle attuali generazioni, basterebbero a realizzare il tanto ventilato Piano di Rinascita".
(Estratto da "Sardegna oggi" - Rivista quindicinale
n° 30 del luglio 1963 - Cagliari)



Capitolo terzo

MAJU / MAGGIO

Maju, dal latino maius, di Maia, divinità agreste associata al culto di Vulcano nell'antica Roma. Sostituita dopo il Cristianesimo con la Vergine Maria, cui questo mese è attualmente dedicato.
Allirgu che maju, si dice di persona oltremodo ilare, lieta, di buonumore, allegro che maggio.
Un mese benedetto, dunque, per l'uomo della terra, contadino o pastore che sia, che rinvigorisce, talché "in su mesi de maju dogna ronzinu est cuaddu, ogni ronzino diventa cavallo; giusto il detto latino "Nullus equus quin mense majo hinnitum edat".
Tuttavia, per persona tarda sonnolenta si dice "Longu che su mesi de maju, lento che mese di maggio, perché la sua mitezza di clima invita alle placide sieste pomeridiane nel riposante verde della campagna.
Secondo una tradizione ripresa dai Romani, il primo giorno di maggio veniva celebrato tra feste e canti.

PANE E DOLCI A QUARTU

Quartu Sant'Elena, la terza città dell'isola, è considerata il centro culturale del mondo contadino del campidano del Sud, di cui conserva usi e costumi e di cui è punto di riferimento e stimolo di crescita civile: e non esclusivamente sul piano del folclore.
E' fuori luogo, in questo volume, parlare della bellezza dei suoi costumi (in particolare del tradizionale abbigliamento femminile) che tanto interesse e ammirazione suscitano nei turisti ogni volta che appaiono in occasione di feste e sagre. Mi pare tuttavia doveroso un accenno al suo celebratissimo pane, ai suoi rinomatissimi dolci, che hanno come base le mandorle, alle sue squisite fritture, e infine a qualcuna delle sue saporose pietanze.


“Si ricordano quattro tipi di pane rimasti ancora nell'uso comune: su moddizzosu: è una grossa pagnotta cupolare confezionata con farina di semola. Durante la cottura viene inciso nella parte alta con una punta di coltello ottenendo una spaccatura.
Su civraxu: è un pane grosso (circa un chilogrammo) di base più o meno rotondeggiante. E' confezionato con la farina integrale, che contiene cioè una certa quantità di crusca. E' un pane diffuso in tutta l'isola e in particolare viene celebrato quello di Sanluri per la sua grandezza (anche due chilogrammi).
Su coccoi: è un pane di semola lungamente lavorato col palmo della mano sopra un tavolo (ciuergidura, gramolatura).
Su coccoi viene di solito sforbiciato o sfrangiato con sa serretta (rondella per tagliare la pasta sfoglia) onde ottenere un pane croccante. Talvolta su coccoi ha la forma di collana o di colomba. Se ne preparano per la Pasqua e soprattutto per il matrimonio.
Is cardigheddas: pane impastato con su scetti (la farina OO) a cui si dà la forma di una serpentina, assumendo dopo cotto l'aspetto di una rudimentale graticola.

Quartu offre anche una gamma vastissima di dolci, confezionati da numerose imprese artigianali, a conduzione familiaristica o anche a carattere semi-industriale. I dolci che elenchiamo e che sommariamente descriviamo hanno tutti una caratteristica comune nell'ingrediente principale, la pasta di mandorle, e inoltre sono cotti al forno.

Guefus: pallottole di pasta di mandorle macinate, zuccherate, e insaporite con acqua di fiori d'arancio, quindi avvolte in carta di seta multicolore sfrangiata ai bordi.
Is pastissus: dolcetti a forma di rombo, hanno un involucro di zucchero (decorato con treggea, diavoletti, minuscole palline di zucchero argentato) racchiudente pasta di sfoglia di mandorle. La sfoglia di mandorle si otteneva un tempo con speciale grattugia.
Is candelaus: sono scodelline di zucchero contenente pasta di mandorle aromatizzata come i precedenti con essenza di fiori di arancio. Spesso vengono lavorate in varie fogge, a forma di scarpette, di uccellini, di frutti diversi: pere, fichidindia, ecc.
Is bianchittus: meringhe, cioè bianco d'uovo montato a neve, infarcito di pinoli o mandorle tritate, le cui formelle vengono poi messe al forno. Di gusto delicatissimo, si sciolgono in bocca come zucchero filato.
Is pabassinas: si ottengono impastando farina, uva passa, mandorle tritate, sapa, zucchero, noci, quindi si compongono a forma di rombo o di cuore e glassate in superficie con zucchero, altrove bagnate nel miele.
Su pani de saba: grosso pane a forma di cupola, confezionato con farina, sapa e uva passa, da servirsi tagliato a fette come una torta.
Is pirichittus: delicati dolci a forma di palla ottenuti con impasto di farina e uova. Sono molto lunghi i tempi di lavorazione e di fermentazione per cui tali dolci aumentano di molto il loro volume "si gonfiano". Vengono ricoperti poi di zucchero glassato e di mandorle tostate.
Is amarettus: medaglioni di pasta di mandorle macinata, con aggiunta di mandorle amare, abbrustoliti al forno.
Is pistoccus: una sorta di pan di Spagna; hanno la forma di bastoncini rettangolari ricoperti nella parte superiore di glassa di zucchero e di cioccolato.

La maggior parte dei dolci da forno che sono stati descritti venivano decorati con traggea o traggera, diavoletti, microscopiche palline di zucchero argentate o colorate; specie is candelaus e is pastissus erano guarniti con ghirigori di zucchero filante.
Tra is fritturas, le fritture, si annoverano is zippulas, pasta lavorata e insaporita, quindi fritta nell'olio d'oliva; is meraviglias, le meraviglie, pasta sfoglia fritta. Sono dette altrove anche culirgionis de bentu o pillus frittus. Sono, tali fritture, tipiche del carnevale sardo.

Non si riportano alcune pietanze celebrate a Quartu perché comuni anche in altri paesi della Sardegna, come is malloreddus e is culirgionis e su brodu de pudda o pudda buddia, per descrivere sommariamente quelle tipiche.
Un antipasto "tutto quartese", e pare di gusto sopraffino, è costituito dalle grosse cipolle bianche lessate al dente e condite con olio e aceto (nel Campidano oristanese le stesse cipolle si cucinano al forno).
Un piatto per buongustai è quello di is caboniscus, galletti di primo canto rosolati in poco olio - alcuni sostengono che siano assai più saporiti di quelli Amburghesi.
Un piatto che l'Autore ritiene fra i più gustosi del mondo è lo spezzatino di agnello in salsa verde con uovo e limone. La ricetta di questa squisitissima pietanza è tenuta segreta dalle poche donne che la conoscono, tra queste mia madre: mi riprometto nel terzo volume dedicato alle feste di fornirla per la gioia dei lettori golosi.
Infine sa panada, una grande torta di pasta di grano impastata con lo strutto e riempita di carne di agnello e piselli in salsa rossa. Insomma una specie di enorme culirgioni.
(Quartu - Notizie tratte da una testimonianza di A. Curreli relative agli anni '30-'40).

IL PANE IN BARBAGIA
Racconto di Bonaventura Mameli

"La vigilia dell'infornata, sul tramonto, mia madre seppelliva in segreto una palla di pasta color terra nella farina intrisa con l'acqua tiepida e salata. Poi, disegnata con la punta di un dito una croce sul mucchio, non so quali parole o preghiere bisbigliasse muovendo appena le labbra; come si fa davanti a una sepoltura. Ma passavano pochi momenti, e lei ricopriva tutto con panni di lana, come faceva con noi bambini, quando cadevamo ammalati e, per guarire, dovevamo sudare.
Quella specie di fattura non mi lasciava prendere sonno subito, come le altre sere. Fantasticando finivo col mettermi al posto di quella palla e proprio allora mi addormentavo in un nido di lana.
Ai primi canti dei galli già si lavorava nella cucina. Già impastavano uccelli mai visti in volo; lune che invece di occhi e bocca avevano croci e candelabri; modellavano anche aratri e corni da caccia; mani ferite di Cristo o di San Francesco; simboli di fecondità. Ma la maggior parte della pasta veniva ridotto in grandi ostie per il pane di ogni giorno; ostie che al calore del forno si gonfiavano come otri.
Il forno acceso continuava a mandare dalla sua bocca il buon odore che tiene lontane la morte e le malattie. Si dice che risvegli perfino i morti. Certo fa cantare le donne e le fa parlare della loro età più fresca, degli amori che si aspettavano, e come sono venuti, e come si sono fatti aspettare invano.
Le assistenti dell'infornatrice aprivano queste ostie con la punta del coltello, come ho visto fare alle persone istruite quando tagliano i fogli di un libro nuovo, e accatastavano le due sottilissime lune. Terminata questa cottura, i fogli rotondi venivano introdotti di nuovo nel forno fiammante, per la tostatura. Avevamo i cani, i cani guardiani e i cani cacciatori: e se ne stavano lì, nella cucina calda, come ad attendere un momento della festa. Infatti quando si era finito di pensare ai cristiani, cuocevano le focacce per loro.
Verso l'alba arrivavano i mendicanti. Mia madre, soprattutto d'inverno, appena li sentiva, si affrettava, correva, quasi, a dare loro un pezzo di pane caldo. Le mie sorelle aspettavano la prima luce del giorno e facevano a gara, in ogni stagione, a recare ai parenti più stretti e agli amici più cari un dono del nostro pane. Era uno dei doni più graditi, ed essi ce lo contraccambiavano tutte le volte che accendevano il loro forno. Quel pane ci faceva meno irrequieti del solito per tutto il giorno, come se contenesse una sostanza miracolosa."
(Da "Miele amaro", di Salvatore Cambosu - Vallecchi 1954)

IS BECCIUS DE BIDDA MIA
I VECCHI DEL MIO PAESE

“Nelle belle giornate d'autunno, i vecchi meriggiano in piazza, esposti al solicello di novembre. Siedono sulle panchine, dove ci sono, o per terra, uno a fianco dell'altro, con le spalle al muro.
Il loro passatempo preferito è il colloquiare con i ragazzi - i quali, dal canto loro, nel mezzo della stessa piazza, sono intenti ai loro giochi: is birillas, sa bardufula, a cuaddus fortis, le biglie, la trottola, a cavalluccio.
La tradizione vuole che i vecchi del mio paese siano rispettati da tutti e in primo luogo dai piccoli, che hanno il dovere di ubbidire ai loro richiami e ai loro ordini.
Un vecchio che resti senza fiammiferi o senza sigaro, non ha problema: il primo fanciullo che capita a portata di voce: "Ei, su piccioccheddu! beni a innoi!" - Ei ragazzo! vieni qui! -
"E ita bolid, ziu?" - E cosa desidera, zio? -
"De cali razza ses, tui?" - Di quale famiglia sei, tu? -
"De Antiogu Crabittu, seu." - Di Antioco Crabittu, sono. -
"An, de sa razza de is Crabittus, ses...E a tui, ita ti narant?" - An, della famiglia dei Crabittu, sei...E a te, come ti chiamano? -
"Deu mi naru Paulu..." - Io mi chiamo Paolo... -
"E bravu, Paulu. E a iscola ge ddui andas? Ge hast essiri istudiosu, creu... Intendi, bai e curri a su stangu e comporamì unu zigarru. Frimadì: e dinari non di bolis?" - E bravo, Paolo. Ci vai a scuola, sì? sarai studioso, penso... Senti, vai e corri al tabacchino e comprami un sigaro. Fermati: i soldi non li vuoi? -
Quando non ci sono commissioni da far fare ai piccoli, anche come pretesto di dialogo, i rapporti con i piccoli vengono sollecitati per altre vie. Frequente la via delle facezie, de is contisceddus, i raccontini, delle burle, anche pesanti, per mettere alla prova e temprare le nuove sfornate della comunità.
Anche i piccoli - a ricordare le mie esperienze - non disdegnano l'incontro con i vecchi, che accendono la curiosità e l'interesse per quel loro essere tremuli cadenti eppur sicuri di sé, per tutto il mondo che hanno visto e sanno far riapparire.
Quando, bambino, passavo nella via di ziu Andria nel tardo pomeriggio, lo trovavo immancabilmente seduto sulla soglia di pietra della casa, a godersi l'ultimo solicello all'aria aperta. Mi faceva un cenno con il bacolo che teneva tra le ginocchia e le mani - lo usava per camminare ma anche per tenere lontani gli animali e i bambini impertinenti e per giocare con le formiche che girovagavano per la strada ai suoi piedi.
A quel suo cenno mi avvicinavo.
"Ti prascid s'arangiu?" mi chiedeva. Ti piace l'arancia? -
Ormai conoscevo il suo gioco e per assecondarlo rispondevo:"Sissi, gia mi prascid." - Sissignore, mi piace. -
E lui, allungando la mano con le dita aperte: "Scebera e piga!" - Scegli e prendi! -
Io dovevo scegliere una delle cinque dita. Qualunque dito scegliessi, tirandoglielo, ziu Andria mollava una sonora scoreggia, diversamente modulata: il mignolo era acuta da soprano, il medio pastosa tenorile, il pollice grave da baritono.
Era un formidabile scoreggiatore, ziu Andria, e ne andava fiero: poteva iniziare quel gioco in qualunque momento e poteva portarlo avanti all'infinito. La gente diceva, non senza ammirazione, che le loffe lui le aveva infibadas, infilate l'una dietro l'altra, come perle di una collana.
Ziu Andria era anche bravo a raccontare favole. L'avvio al gioco de contai contisceddus, di raccontar favole, era sempre lo stesso, e rivolto sempre al pubblico infantile.
"Ti prascint is contus?" - Ti piacciono i racconti? -
"Sissi, gia mi prascint." - Sissignore, mi piacciono. -
E avvicinando le dita aperte della mano: "Scebera e piga." - Scegli e prendi."
A ogni dito corrispondevano racconti il cui protagonista somigliava nel carattere a quel dito. Se si tirava il pollice, su contu, la favola, narrava dell'orco o de su para circanti, il frate questuante, che all'orco rassomigliava per via della bertula o del sacco che portavano ambedue a spalla. Se si tirava il mignolo, il protagonista de su contu era un ragazzino, sempre vispo e intelligente, che immancabilmente risolveva questioni da cui gli adulti, dopo essersici cacciati, non riuscivano a cavarne i piedi - frequentemente l'astuzia era rivolta a far fesso l'ufficiale giudiziario pignoratore o il carabiniere alla ricerca della refurtiva o lo strozzino venuto a chiedere il saldo di un prestito capestro. Con l'indice, il dito più forte della mano, uscivano storie di balentes, valenti, latitanti e banditi, crudeli nella vendetta, spietati con il nemico, teneri con le fanciulle e i bambini, prodighi con i poveri, paladini degli oppressi. La scelta dell'anulare invece dava la stura a romantiche novelle di fanciulle, quasi sempre tristi e lacrimevoli: amori contrastati, forzati matrimoni d'interesse, suicidi d'innocenti che davano luogo a disamistades, a vendette e a stragi. Al centro, sgorgavano dal medio i racconti del terrore, is contus de is tiaulus, de is animas mortas e perdias, e perdute, de is iscussorgius, dei tesori, e dei loro infernali custodi.
Erano questi ultimi i racconti che preferivo, che più spesso "sceglievo" tra quelle dita che costituivano le sezioni di una antologia della narrativa popolare.
Specialmente quand'erano in gruppo, stesi a meriggiare nel sagrato "incontro là dove si perde il giorno", i vecchi del mio paese si divertivano a burlare i piccoli.
"Ei, tui, piccioccheddu, beni a innoi!" - Ei, tu, ragazzo, vieni qui! -
"A mei?" - Dice a me? -
"Ei, a tui. Beni a innoi!" - Si, tu. Vieni qui! -
"E ita cumandad, ziu?" - Cosa comanda, zio? -
"E de cali razza ses, tui?" - Di quale famiglia sei, tu? -
"De Sarbadori Scanu, seu." - Son figlio di Salvatore Scano. -
"An, de sa razza de is Iscanus sesi. Ge' dd'assimbillas ei, a babbu tuu. Bravu, ge' ses unu bravu fillu. Bai e curri a s'apotecaria e comperamì cincu soddus de umbra 'e campanibi. Custu est su dinari." - Ah, sei della famiglia degli Scano. Gli assomigli sì, a tuo padre. Bravo, sei un bravo figliolo. Vai e corri in farmacia e comprami cinque soldi di ombra di campanile. Questi sono i soldi. -
Il fanciullo andava di volata in farmacia a comprare "cinque soldi di ombra di campanile". Naturalmente non ne trovava - il farmacista, avvertito, stava anche lui al gioco, e cordialmente rispondeva al fanciullo: "Mi dispiace, non ne ho più, ripassa un'altra volta." Tornava dal vecchio, con i cinque soldi stretti nel pugno.
"Had nau s'apotecariu ca dd"adi spacciada." - Ha detto il farmacista che l'ha finita. -
"Aicci est? Naraddi, insaras, de ti donai una scatula manna in d'una pittica." - Così è? Digli, allora di darti una scatola grande in una piccola. -
Nuova corsa in farmacia, nuova risposta negativa: esaurite anche le scatole grandi dentro le piccole, e nuovo ritorno davanti al vecchio burlone.
"Had nau s'apotecariu ca dd'as had spacciadas." - Ha detto il farmacista che le ha finite. -
"An. Insaras naraddi de ti donai unus cantus sogas de fregula ischidonada. Ma chi siad frisca, chi siad!" - Ah. Allora digli di darti alcuni tratti di fercolo, di semolino, schidionato. Ma che sia fresco, che sia! -
Naturalmente, neppure in farmacia era facile trovare schidionate di fercolo a mo' di salcicciotti, e fresche per giunta. E il gioco burlesco finiva con la restituzione dei cinque soldi, dei quali, almeno uno restava in regalo nella tasca del fanciullo. "Po ti comperai su bobboi... e saludamì a babbu tuu!" - Per comprarti il dolcetto... e salutami tuo padre! -
Nella norma comunitaria che regola non scritta i rapporti tra i vecchi e i fanciulli, le prestazioni che i piccoli sono tenuti a dare agli anziani non prevedono alcuna retribuzione: è assai disdicevole per il fanciullo accettare qualunque mercede per un favore reso. E' usuale invece, ma indipendentemente da una richiesta di favore, che un vecchio - purché del paese - faccia dono di qualche moneta a un qualunque bambino, per simpatia, affinché si compri il "Bobò".
(Santa Giusta di Oristano, 1936)


S'ORTULANU IN CELU
Contu

Ziu Richettu faiat s'ortulanu de candu fiat piccioccheddu. Sempiri incrubau marrendi cupetta, allu e perdusemini. Ci biviat puru in s'ortu, ziu Richettu, ci pappat e ci cenat, ca in ateru logu chi no fessit obertu ddi si serrat sa 'ucca de su stogumu.
Sempiri tirendi erba, in mesu de sa cibudda, de su cauli 'e flori e de is tomatigas. E ci dormiat puru, in s'ortu, ca inserrau in d'una domu ddi pigat a allupadura, senza de podiri dormiri. Aria bona che in Pizz' 'e Pranu non ci 'n di fiat atera. E mancu aqua, liggera e frisca, cumenti 'e cussa chi bessiat de sa mizza accant' 'e sa cresura, non si 'n di buffat in logu perunu.
Sempiri liendi su becciu po torrai a poniri su nou. E attentu a scutullai beni su semini de sa reiga longa, sas prus nodida, po dda torrai a ghettai e a prantai. Mancu sa bidda ddi prasciat prus, troppu burdellosa, cun genti travessa e machinas intiauladas, e piccioccus macus e feminas senz' 'e decoru: an chi ci ddus torrint a su corr' 'e sa furca!
Su mundu de ziu Richettu fiat s'ortu. Ne piticu ne mannu, una quarriscedda de terra. Dd'abbastaiat. E mancu genti ci mancaiat, po chistionai e po s'infromai. Beniant is nebodeddas, fillas de fillus, a cambarada, de mengianu a chizzi finzas a su mericeddu: chi boliat perdusemini e chi fenugheddu, ma sempiri calincuna cosa si dda portaiant: una burraccia de binu o unu civrasceddu o chi fessit pagu a su mancu unu risisceddu de coru.
Sa cenabara beniat fissu ziu Rafiei a ddu bisitai. Issu puru si fiat fattu becciu, e istraccu de s'atturai totu sa dì zapulau in prazza de cresia. Moviat a ora frisca, andendi a pagu a pagu, e una borta arribau si ddu i' stentat puru su sabudu. Si seziant accanta de pari, asutta de sa mattiscedda de olia, e castiant su logu a giru a giru, cumenti chi no ddu hessint mai bistu. Pagu chistionant, ca fiant tot' 'e is duus de pagus fueddus...
E toccat, una dì, ziu Richettu ortulanu s'est mortu. E ddi fiat a essiri disprasciu. No su morriri - ca sa vida non est nudda; ma su hai deppiu lassai s'ortu senza de curreggimentu, senza de ogus po ddu castiai. E chi si dda donat s'aqua e sa marra, o cupettas o afabicas o appius stimaus?
A interru accabau, bessendi de campusantu, biscinus e amigus saludant is fillus e is nuras e is parentis de su mortu.
"A ddu conosci in su celu!" Narant.
Unu modu de nai forzis interessau. Cumenti chi bolessint nai: "Ziu Richettu fiat un'omini bonu e de siguru est andau in su celu. Est unu auguriu a nosus de ddu podiri sodigai".
A ziu Richettu ortulanu, po sa beridadi, non di dd'importat meda de essiri sodigau de totu sa bidda.
Appena lompiu a celu, sa marriscedda a coddu - ca mancu de mortu si 'n di dd'hiant potzia tirai de manus: fiat cument' 'e 'n di ddi tirai unu brazzu - non si 'n ci podiat biri in cussu logu strangiu, plenu de animas passillendi che sennoris o cantendi a una bosci, a su sonu chi faiant is angiulus bola bola.
E luegu currit a circai Santu Sidoru. Dd'agattat e ddi narat:
"Gopai Sidoru, aggiudaimì fusteti ca seis stau messaju, a chi nuncas mi 'n ci ghettu a basciu e mi struppiu, nerimì sceti aundi potzu agattai unu arroghisceddu de celu pasiosu de ddu podiri marracocai."
"Eh, gopai miu", ddi respundit Santu Sidoru, "sa cosa non est arrungiosa. Cument' 'e in terra est in celu: genti meda ma totus a schina cirdina: sa terra a dda traballai non prascit a nemus ca est troppu in basciu. Logu de marrai 'n d'agattat cantu 'n di bolit. Allargu, però. Provit appizzus de cussas nuis..."
"No ddi fait nudda chi siat attesu...mi prascit su logu: Appizz' 'e Nuis assimbillat a Appizz' 'e Planu." Narat, e senz' 'e poniri tempus in mesu, saludat e si incarrelat a marriscedda a coddu, tocchendi cun sa punta de is didus sa farrancada de seminis chi portaiat in bucciacca, pensendi: "Calincuna cresura de figu morisca ge in d'happ'acciapai, po 'n di poniri nais e serrai su logu."
E aici ziu Richettu s'est torrau a fai s'ortu cun d'unu arroghisceddu de celu: ne pitticu ne mannu, una quarriscedda de nuis. Dd'abbastat, e iss'est cuntentu, totu sa dì marrendi allu, cibudda e perdusemini. E hat postu puru una mola de pruna aresti a spinas longas unu didu, ca si ddas hat recumandadas Gesugristu, e po sa Festa de sa Passioni, dogna annu, ddi preparat sa corona po s'Incravamentu.
E hat fattu amicizia cun Gesugristu, chi benit dogna cenabara a s'ortisceddu, ca s'est arrosciu de s'abarrai totu sa santa dì scavuau in Prazza de Celu, narendi Babbunostus. Movit a chizzi, Gesugristu, andat asi' asiu, e si pausat luegu arribau. Si sezzint accant' 'e pari, asutta de sa mattiscedda de s'olia, e castiant su logu a giru a giru, cumenti chi non dd'happant mai bistu. E pagu chistionant, ca sunt tot' 'e is duus de pagus fueddus...

L'ORTOLANO IN CIELO
Racconto

Zio Richetto faceva l'ortolano da quand'era ragazzo. Sempre curvo zappando lattuga, aglio e prezzemolo. Viveva anche, nell'orto, zio Richetto, vi pranzava e vi cenava, perché in nessun luogo che non fosse all'aperto riusciva a star bene.
Sempre togliendo erba fra le cipolle, i cavolfiori e i pomodori. E ci dormiva anche, nell'orto, perché al chiuso di una casa si sentiva soffocare, senza poter dormire. Aria fine come in Pizz' 'e Planu non ce n'era altra. E neppure acqua leggera e fresca, come quella che sgorgava dalla sorgente vicina alla siepe, non se ne beveva da nessun'altra parte.
Sempre a sostituire il vecchio con il nuovo. E attenzione a scuotere bene la semenza del ravanello - il migliore - per seminarlo e ripiantarlo. Non gli piaceva più il paese, troppo chiassoso, con gente scorbutica e macchine indiavolate, e ragazzi svitati e femmine spudorate: che ce li mandino alla forca!
Il mondo di zio Richetto era l'orto. Né piccolo né grande: uno starello di terra. Gli bastava. E non gli mancava la compagnia, per scambiare qualche parola e avere notizie. Venivano le nipotine, figlie di figli, a frotte, dal mattino presto fino alla sera: chi voleva prezzemolo e chi finocchi, ma sempre gli portavano qualcosa: una fiasca di vino o un pane o per poco che fosse un sorriso sincero.
Il venerdì veniva puntuale zio Raffaele a fargli visita. Anch'egli era invecchiato, e s'era stancato di starsene tutto il giorno buttato nel Piazzale della Chiesa. Partiva di buon mattino, camminando adagio, e una volta arrivato ci si tratteneva anche il sabato. Si sedevano vicini, sotto l'alberello d'oliva, e guardavano tutt'intorno, come se quel luogo non lo avessero mai visto. Parlavano poco, perché tutti e due erano di poche parole...
E così, un giorno, zio Richetto l'ortolano è morto. E deve essergli dispiaciuto. Non il morire - che la vita è nulla; ma l'aver dovuto lasciare l'orto senza cura, senza custodia. E chi ve la dà l'acqua e la zappa, o lattuga o basilico o sedano amati?
Finito il seppellimento, uscendo dal cimitero, conoscenti e amici salutano i figli e le nuore e i parenti del morto.
"A ritrovarci con lui in cielo!" Dicono.
Un modo di dire forse interessato. Come se si volesse dire: "Zio Richetto era un uomo buono e di sicuro è andato in cielo. E' un augurio che ci facciamo, di poterlo raggiungere".
A zio Richetto l'ortolano, per la verità, non gliene importava molto di essere raggiunto da tutto il paese.
Appena giunto in cielo, con la zappa a spalla - neppure dopo morto gliela avevano potuta strappare dalle mani: era come strappargli un braccio - non ci si poteva vedere in quel posto inusitato, pieno di anime che passeggiavano come signori o che cantavano in coro, alla musica che facevano gli angeli svolazzando.
E di corsa va a cercare Sant'Isidoro. Lo trova e gli dice:
"Compare Isidoro, aiutatemi voi che siete stato contadino, altrimenti mi scaravento giù e mi storpio, ditemi soltanto dove posso trovare un pezzettino di cielo tranquillo dove possa zappettare.
"Eh, compare mio", gli risponde Sant'Isidoro, "il problema non è difficile. Come la terra è il cielo: molta gente, ma tutti con la schiena rigida: non piace a nessuno lavorare la terra, perché è troppo in basso. Superfici da zappare ne trova quante ne vuole. Lontano, però. Provi ad andare sopra quelle nuvole..."
"Non m'importa se è lontano...mi piace il posto: Appizz' 'e Nuis assomiglia a Appizz' 'e Planu." Dice, e senza frapporre indugi saluta e si avvia con la zappa a spalla, toccando con la punta delle dita la manciata di semi in tasca, pensando: "Qualche siepe di ficodindia deve pur esserci, da prenderne qualche pala e fare il recinto."
E così zio Richetto si è rifatto l'orto con un pezzetto di cielo: né piccolo né grande, uno starello di nuvole. Gli basta, ed è contento, tutto il giorno a zappare aglio, cipolle e prezzemolo. E ha piantato anche un cespuglio di pruno selvatico con le spine lunghe un dito, perché glielo ha ordinato Gesù Cristo; e per la Festa della Passione, ogni anno, gli prepara la corona per la Crocifissione.
E ha fatto amicizia con Gesù Cristo, che viene ogni venerdì all'orticello, perché si è stancato di starsene tutto il santo giorno buttato nel Piazzale del Cielo, recitando Paternostri. Parte all'alba, Gesù Cristo, cammina adagio, e si riposa appena arriva. Si siedono vicini, sotto l'alberello d'oliva, e guardano tutt'intorno, come se quel luogo non lo avessero mai visto. E parlano poco, perché tutti e due sono di poche parole.



PARTE QUARTA


ISTADI / ESTATE

Nella variante campidanese l'estate è detta anche istadiali, simile al logudorese istadiale.
E' la stagione che conclude sa laurera, il ciclo produttivo dell'agricoltura, che vede mobilitate in un festoso rito collettivo tutte le componenti della comunità, dai bambini ai vecchi, in sa regorta e s'incungia, nel raccolto e nella conservazione dei cereali nei magazzini e nei solai.
Soltanto alla fine della stagione, per Ferragosto, festività che il contadino celebra in onore della Santa Maria Assunta, si hanno alcune settimane di pausa. I contadini più agiati o quelli che hanno il mare vicino, trascorrono in vacanza questo breve periodo, spesso con tutto il gruppo dei mietitori e delle spigolatrici. In riva al mare costruiscono is traccas, accampamenti di stile beduino.
I mesi de s'istadi, gli ultimi tre dell'anno sardo, sono lampadas, giugno; mesi de argiolas, luglio; austu, agosto. Lampadas, giugno, è così detto, secondo lo storico Spano, per i fuochi che tradizionalmente vengono accesi la notte di San Giovanni; secondo il padre Vidal invece deriverebbe dalle luminarie dei giochi secolari a Roma, svoltisi nel 248 d.c. durante l'impero di Filippo l'Arabo Marco Giulio (204-249).
Mesi de argiolas, luglio, significa letteralmente mese delle aie. E' detto anche treulas dai Logudoresi, dal verbo triulare, trebbiare.
Austu, è chiaramente una contrazione di augustus, il mese del calendario romano dedicato all'imperatore Augusto.


Capitolo Primo

LAMPADAS / GIUGNO

In Sardegna l'estate arriva d'un colpo e fa maturare rapidamente cereali e leguminose e negli alberi la frutta, specie i fichi e le susine di cui i Campidani erano assai ricchi. Nella Marmilla, regione collinosa dove l'agricoltura era un tempo curata e i fertili terreni, specie tra Villamar e Pauli Arbarèi, davano una resa media di grano del 40, a fine giugno le comunità abbondavano de pruna de Sant'Uanni, susine di San Giovanni, distinte in due varietà simili, una di color giallo e l'altra nera, polpose e zuccherine, che venivano vendute a imbudus, misura di capacità pari a tre litri.
Lampadas, mesi de ceresia, chi non comporas non d'has - Giugno, mese di ciliegie, chi non ne compra non ne ha. E' un detto popolare, diffuso nei Campidani dove, a differenza delle zone alte montuose, il ciliegio non fruttifica, ed esprime un concetto lapalissiano: chi non ne ha e non ne compra, è chiaro che non ne mangia. Il più diffuso tra questo gruppo di proverbi, diciamo lapalissiani, è questo che suona: "Fare come a Bosa, quando piove lasciano piovere"; una risposta che segue di prammatica l'esclamazione "Piove!" - anche se seguita dall'internazionale espressione "Governo ladro!"

SU SANTU JUANNI DE FLORIS
IL COMPARATICO DEI FIORI

“Se si domanda a una donna coniugata dei nostri paesi se ha qualche amico, si incorre in uno spiacevole malinteso.
"Amigu? Candu mai teniri amigu!? Oiamomia, t'arrori!" (Amico? Quando mai avere amico!? O mamma mia, che disgrazia!)
Se la donna alla quale si fa la stessa domanda è più aperta, risponde: "Amigu? Ita bolit nari? Ca tengiu fanceddu?" (Amico? Che vuol dire? Che ho l'amante?)
Per le donne coniugate, avere amici è tabù. Gli unici amici che le sono consentiti sono gli amici del marito, che può salutare per strada, con i quali può anche fermarsi a scambiare due parole, sempre in pubblico, ma che non è lecito ricevere in casa quando il marito è assente.
A questa regola fanno eccezione is gopais, i compari, che appaiono una istituzione funzionale, una valvola di scarico in una società sessuo-repressiva. Non si fa riferimento al comparatico da battesimo o da cresima, ma a quello tipico nei ceti contadini, che prende il nome di Santu Juanni de floris, comparatico di fiori. E' questo un legame che si crea tra giovani, nubili e celibi, con promessa di amicizia, sincerità e solidarietà per tutta la vita.
Su Santu Juanni de floris, il comparatico dei fiori, si celebra o dopo il periodo dei lavori agricoli, o dopo il periodo dei bagni al mare, o dopo il periodo dei balli di Carnevale - circostanze in cui si fa vita di gruppo, essenzialmente costituito da coppie di fratelli e sorelle. I giovani che si sono legati da una viva amicizia, celebrano questo romantico comparatico - che per altro può aversi anche tra giovani dello stesso sesso.
La comunità, i genitori e più tardi il marito o la moglie sono permissivi nei confronti di chi ha stipulato tale Santu Juanni, comparatico, e tra i due compari sono consentiti rapporti affettivi pari a quelli che è lecito avere tra parenti stretti e - si dice - anche di più. Sono per altro vietati i rapporti sessuali. Si ritiene che tale comparatico configuri nella pratica un rapporto extra coniugale di tipo platonico, sublimato, e in quanto tale consentito.”
(Da L. Mancosu - Inchiesta di comunità - Tesi di laurea - Cagliari 1973/74)


“Tra le giovani e i giovani che lavoravano soprattutto in campagna e per lunghi periodi, specie durante la mietitura, che dovevano trascorrere insieme non solo le giornate ma anche le notti, perché dormivano in campagna anche per quindici giorni di seguito, si creava un rapporto di amicizia molto profondo e a cementarlo si contraeva su Santu Juanni de floris, il comparatico dei fiori.
Con questo vincolo due amiche diventavano più che sorelle o più che fratelli, se erano di sesso diverso. Non dovevano mai bisticciare, né tradirsi, né parlar mai male l'uno dell'altra, ma rispettarsi in tutto.
Si chiamavano gopai e gomai, compare e comare, non più per nome - come se avessero battezzato o cresimato vicendevolmente un figlio.
Su Santu Juanni de floris si poteva effettuare anche tra giovani di sesso diverso. Di solito accadeva tra spigolatrici e mietitori e perfino tra domestiche e padroncini.”
(Testimonianza. Gùspini 1980)


“San Giovanni è patrono dei giovani, nume tutelare dell'amicizia. Viene festeggiato il 24 giugno, alle soglie del grande lavoro del raccolto del grano.
Il giorno della vigilia di San Giovanni si va alla ricerca dei fiori e di erbe aromatiche; quindi la sera si prepara un catino di acqua di fonte in cui si immergono foglie e petali di menta, marialuisa, malvarosa, rose e garofani.
Il catino viene lasciato all'addiaccio, in su serenu, nel cortile e la mattina dopo al loro risveglio tutti si lavano la faccia con quest'acqua aromatizzata per propiziarsi la benedizione e la protezione del Santo durante il lungo lavoro della mietitura e della trebbiatura: protezione dalle intemperie, dagli insetti nocivi, dal malocchio, e di buon auspicio nel procurare amicizie e affetti. Tale acqua rende morbida e vellutata la pelle del viso alle fanciulle.”
(Testimonianza. Gùspini 1980)

IS ISPIGADORAS
LE SPIGOLATRICI

Nel mese di giugno hanno inizio i lavori del raccolto dei legumi, prima le fave e i piselli, poi le lenticchie e i ceci. Già dalla primavera, le spigolatrici si sono accordadas, messe in accordo, con il mietitore e con il proprietario per avere il permesso di spigolare nei campi di loro competenza.
Le spigolatrici avevano cura di scegliere un mietitore esperto e stimato, che avesse contratti per un lungo periodo, o di scegliere un proprietario che avesse molte terre seminate a grano - così che la raccolta delle spighe residue fosse più abbondante. Nell'accordo, era previsto per la spigolatrice un suo contributo di lavoro, non retribuito, nel raccolto dei legumi; per consuetudine ne riceveva un po' dal proprietario per cucinarseli. Inoltre, durante la mietitura del grano, la spigolatrice aveva il compito di servire il mietitore, portandogli la fiasca dell'acqua quando egli avesse bisogno di bere, e dando una mano alla padrona o alla domestica, quando arrivava con il pranzo per rifocillare gli uomini.
Durante la trebbiatura, doveva ugualmente collaborare - in cambio le veniva trebbiato il grano che lei aveva raccolto spigolando. L'ultima incombenza della spigolatrice era quella di aiutare per s'incungiadura, il trasporto e l'immagazzinaggio del grano.
Una solerte spigolatrice raccoglieva una media di otto o dieci moggi di grano, dai tre ai quattro quintali a stagione.


ANDAI A ISCIUIAI
FARE LO SPAVENTAPASSERI

Nei paesi agricoli dell'Oristanese, tra i lavori riservati al fanciullo, è singolare quello detto andai a isciuiai, fare lo spaventapasseri. Tra le numerose attività tradizionalmente riservate ai piccoli, questa di andai a isciuiai è da loro preferita, perché vi si sentono responsabili e liberi, e non è pesante quanto altre, come il raccogliere olive o mandorle o diradare le piantine di barbabietola.
In che cosa consiste il lavoro del bambino-spaventapasseri? Le tecniche, per altro assai rudimentali, variano da paese a paese. Quando il grano è giunto all'ultimo stadio di maturazione, i passeri lo assalgono per cibarsene. I proprietari allora assoldano bambini per difendere il raccolto, dotandoli di rumorosi attrezzi.
Tali attrezzi consistono normalmente in un barattolo di latta che il piccolo tiene legato al collo con una cordicella e che percuote incessantemente con un sasso o un pezzo di legno, come tamburo. Naturalmente deve nel contempo spostarsi di continuo lungo la linea perimetrale del campo affidatogli in custodia. Altri, più progrediti, usano bombole di gas domestico vuote, sistemate ai quattro angoli, percosse in rapida successione con una verga di ferro. Altri ancora usano un rudimentale fucile così fatto: un tubo di ferro del diametro di circa un pollice; a una estremità, quella chiusa che poggia per terra, è la culatta forata sul cui fondo si pone un pizzico di miscela esplosiva (di solito zolfo e clorato di potassa); quindi una robusta bacchetta di ferro, che si infila nella canna e si lascia cadere affinché percuota e faccia esplodere la miscela. Questo attrezzo - su fusili po isciuiai - rumoroso e caro ai fanciulli che fanno gli spaventapasseri, è causa di non pochi infortuni.

Uno spaventapasseri testimonia

"Io vado a isciuiai il grano di ziu Antoni Peppi e prendo 500 lire. Vado di mattina presto perché gli uccelli sono pronti e si alzano presto. Bisogna battere nel botto (barattolo - ndr) e gridare forte, così scappano. Quando toccano le campane di mezzogiorno è ora di scappare dal lavoro perché gli uccelli sono saziati e a quell'ora si riposano dal caldo e io vado a casa. Io ritorno quando ritornano gli uccelli che hanno sciamigau (digerito - ndr). Quando comincia a fare buio gli uccelli si fanno stanchi e se ne vanno a dormire e allora torno anche io a casa, ceno e me ne vado a letto. Una volta mi sono bruciato la mano perché mi ha preso fuoco al clorato, allora il fucile non lo uso più per isciuiai perché mio padre ha detto al padrone che non vuole".

Ha testimoniato R. Z. di 11 anni, di Cabras, nell'Oristanese. Egli frequenta molto raramente la scuola e si esprime correttamente soltanto in lingua sarda. La testimonianza riportata gli è costata una mattina di duro lavoro scolastico per la traduzione in italiano. Interessante il rapporto "umano" che si viene a creare tra il fanciullo e i passeri che egli ha il compito di isciuiai: appare un reciproco rispetto per le funzioni e i bisogni dei due "antagonisti", ambedue rivestiti di una loro dignità.

BAMBINI SPAVENTAPASSERI

“Tempo fa, in una corrispondenza da Pechino, una studentessa italiana descrive in tono di meraviglia "la crociata antipassero" che in Cina, in certi periodi dell'anno, vede mobilitati i cittadini di ogni età e di ogni ordine sociale nella difesa dei raccolti cerealicoli. I passeri, in talune annate, si riproducono numerosissimi, tanto da costituire un tremendo pericolo per i raccolti. Le autorità, allora, ordinano la mobilitazione generale: a partire da un'ora X inizia, entro zone prestabilite, la guerra ai volatili. Ogni oggetto che faccia rumore è brandito: vecchie pentole e casseruole, barattoli e tamburelli. Chi non possiede tali "armi", supplisce con urla. I passeri, continuamente ricacciati in volo dai clamori che si levano da ogni dove (financo dai tetti degli edifici e dalle cime degli alberi), non potendo posarsi, frastornati, né potendo di conseguenza cibarsi, a mezza giornata cominciano a cadere, letteralmente fulminati da crepacuore. Per alcuni giorni le mense abbondano di passeri variamente cucinati. Il raccolto è salvo, e per di più si è mangiato senza incidere sul normale bilancio economico. Nessuna meraviglia: paese che vai usanza che trovi...
Da noi, in Sardegna, esistono, come professionisti, i bambini "spaventapasseri", i quali, a otto dieci anni, anziché andare a scuola vengono mandati per settimane a urlare e a battere su barattoli a difesa del raccolto del proprietario ricco. I passeri, naturalmente, (ma questo da noi non ha importanza), per rifarsi si posano sul campicello vicino del proprietario povero. Molti di questi bambini specializzati nel mestiere di "spaventapasseri" finiscono per farlo tutta la vita.”
(Tratto da Amsicora, alias Ugo Dessy, Costume - in "Sardegna Oggi" n° 26 del maggio 1963)

LO SPAVENTAPASSERI

"Gonario era l'ultimo di sette fratelli. I suoi genitori non avevano soldi per mandarlo a scuola, perciò lo mandarono a lavorare in una grande fattoria agricola. Gonario doveva fare lo spaventapasseri, per tener lontani gli uccelli dai campi. Ogni mattina gli davano un cartoccio di polvere da sparo e Gonario, per ore e ore, faceva su e giù per i campi, e di tratto in tratto si fermava e dava fuoco a un pizzico di polvere. L'esplosione spaventava gli uccelli che fuggivano, temendo i cacciatori.
Una volta il fuoco si appiccò alla giacca di Gonario, e se il bambino non fosse stato svelto a tuffarsi in un fosso certamente sarebbe morto tra le fiamme. Il suo tuffo spaventò le rane, che fuggirono con clamore, e il loro clamore spaventò i grilli e le cicale, che smisero per un attimo di cantare.
Ma il più spaventato di tutti era lui, Gonario, e piangeva tutto solo in riva al fosso, bagnato come un brutto anatroccolo, piccolo, stracciato e affamato. Piangeva così disperatamente che i passeri si fermarono su un albero a guardarlo, e pigolavano di compassione per consolarlo. Ma i passeri non possono consolare uno spaventapasseri.
Questa storia è accaduta in Sardegna."
(Tratto da Gianni Rodari - Favole al telefono - Torino 1962)

LAVORO INFANTILE E SFRUTTAMENTO MINORILE

La "singolare" attività lavorativa denominata isciuiai, svolta esclusivamente dai fanciulli dagli otto ai dodici anni nei villaggi del mondo contadino, può suscitare - come nel caso di Gianni Rodari - "nobili" reazioni di pietà e commiserazione, proprie di una certa cultura, come quella borghese, che si è sviluppata e arricchita con il razzismo e il colonialismo. Rimesse al Rodari alcune grossolane sviste sulla realtà della Sardegna (dove non esistono "grandi fattorie agricole" in cui i fanciulli svolgono la mansione di spaventapasseri, e dove non esistono intorno ai campi di grano fossati colmi d'acqua popolati di rane, tanto meno nel mese di giugno) resta la favola, che, riportata alla realtà e alla mentalità del fanciullo del suo mondo, è certamente apprezzabile, e per quel che mi riguarda stimola ad alcune, credo utili, considerazioni.
E cioè che è necessario fare una distinzione tra il lavoro del fanciullo nell'arcaica economia agricola e nell'attuale moderno sistema economico.
Nel vecchio e ormai quasi estinto mondo contadino, la cui organizzazione del lavoro è su basi artigianali e familiari, o al più di parentado o clan, ciascun membro, indipendentemente dall'età, è chiamato a dare il proprio contributo nella produzione del necessario al sostentamento del gruppo: contributo che ciascuno dà secondo le proprie forze e le proprie capacità. Per fare qualche esempio, la bambina più grande aiuta la mamma nella organizzazione domestica e nell'allevamento dei bambini di poco più piccoli. Il fanciullo accompagna e aiuta il babbo nei lavori di campagna, apprendendo nella pratica l'arte della coltura della terra. Così pure i vecchi si rendono in qualche modo utili, se non altro con lo svolgimento di mansioni adatte alle loro ormai deboli braccia e ai loro labili ingegni, con la presenza viva della loro esperienza. Tutti concorrono allo stesso scopo, nell'interesse di tutti. E anche quando il fanciullo, o altro membro della famiglia, presta la sua manodopera all'esterno, presso altra famiglia della comunità, tale prestazione d'opera o è di carattere straordinario (per far fronte a situazioni di emergenza) o rientra in quell'istituto residuo di una organizzazione sociale comunistica, di interscambio della manodopera, del lavoro e dei prodotti, vivissimo ancora specie all'interno del parentado o clan - le cui famiglie, oltre che da vincoli di sangue, sono tra loro legate da vincoli di carattere economici e mutualistici.
Ben diversa è la posizione, e la situazione, del fanciullo immesso prematuramente, e contro la normativa di legge, in un sistema produttivo come è quello moderno, capitalistico. Dove i rapporti di lavoro (padrone e salariato) sono basati sul massimo sfruttamento per il massimo profitto.
Mentre nel primo caso si può parlare di lavoro infantile, nel senso di attività riservate al fanciullo in una organizzazione economico-produttiva a carattere familiare; nel secondo caso è esatto parlare di "lavoro minorile", di vero e proprio sfruttamento del bracciantato infantile. Il cui lavoro produce - qualunque sia la quantità - benessere e profitto ai padroni del capitale. E' sfruttamento del lavoro minorile quello attuato per secoli dai padroni delle miniere - che tra l'altro pagavano al piccolo lavoratore un quarto e anche meno del salario già misero dell'adulto. Così pure quello cui venivano e vengono assoggettati i ragazzi e le ragazze in età scolare, reclutati dagli agrari o dalle industrie conserviere o dalle cooperative, per la raccolta dei pomodori e della frutta, per il diradamento delle bietole o per altro.
Il lavoro libero e svolto liberamente ai fini della realizzazione di sé non danneggia il fanciullo, anzi è la migliore delle scuole. Il lavoro nel sistema capitalistico, al contrario, e non soltanto per il fanciullo, è induzione alla prostituzione, è brutale sfruttamento, è degradazione della persona umana.
Capitolo secondo

MESI DE ARGIOLAS / LUGLIO

Mese de treulas, di trebbiatura, e de argiolas, di aie, di intensa attività agricola, di consuntivo. Che per su messaiu, per il contadino, è sempre negativo. Il lavoro della campagna non viene mai ricompensato dal reddito che ne viene con i prodotti raccolti. Serve giusto per sfamare la famiglia - dicono da sempre i contadini. E che la produzione del lavoro della terra sia giusto sufficiente per nutrire la famiglia, va inteso nel senso che "deve bastare per forza di cose". E' infatti il contadino, la sua famiglia, che adatta le proprie esigenze, il proprio appetito alla quantità e qualità di cibo che la terra gli fornisce in quella annata.
Annate grasse e annate magre. Le grasse ricorrono eccezionalmente e vengono ricordate come mitici avvenimenti dalla comunità. Le magre sono la regola, a causa delle difficoltà naturali e dell'arretratezza e primitività delle tecnologie di lavoro; ma più ancora a causa dello sfruttamento cui è sottoposto il contadino dal sistema, per cui ciò che guadagna è inferiore al costo del suo lavoro.
I lavori del raccolto, da luglio si protraggono fin quasi la metà di agosto. Nella fase della ventolatura dei cereali e delle leguminose - dopo la trebbiatura che veniva effettuata con gli animali da lavoro, specie cavalli, e per piccole quantità manualmente, con is mallus, manfani non correggiati - era necessario che soffiasse il vento, in modo non sostenuto ma costante. Con apposita pala di legno si lanciava in alto il cereale lordo: il grano ricadeva più vicino e la paglia, più leggera, più distante, dando luogo a due mucchi distinti, uno di paglia e l'altro di grano.
Famoso il detto "Cando si pesat su bentu, est prezisu bentulare" riportato nell'inno di Francesco Manno "contra sos feudatarios" esortazione al popolo perché si sollevi contro la tirannia nel momento favorevole: "Quando si leva il vento, bisogna trebbiare".

SA CABBIA PARADORA
LA GABBIA TRAPPOLA

Nel tempo della fanciullezza, dopo la chiusura delle scuole, la mia famiglia si trasferiva da Cagliari a Terralba, situato nel Campidano di Arborea.
Le lunghe e noiose giornate estive mi spingevano a partecipare con i miei coetanei a scorribande nelle assolate e deserte campagne. Non mi spingevo, di solito, specialmente all'inizio, molto lontano: a sud-ovest, verso le paludi e il mare, e a Nord-est, verso la pietraia tappezzata di asfodeli che precedeva i costoni cespugliati e le cime boscose del Monte Arci - nel territorio che anticamente costituiva il salto, su sartu, del villaggio, patrimonio naturale da cui la comunità attingeva liberamente per vivere. Le mie uscite in campagna - interessanti e istruttive, tanto da poterle definire "un fanciullo alla scoperta dell'universo" - erano circoscritte alla prima fascia agricola intorno alle abitazioni, coltivata a orti e vigne, intervallati da is cungiaus, terreni chiusi incolti dove si lasciavano a pascolo buoi, cavalli e asini da lavoro. Orti, vigne e maggesi erano delimitati da fitte siepi di ficodindia e rovo.
I ragazzi del luogo mi insegnarono a costruire le gabbie per uccelli utilizzando le bacchette del rovo, che fungevano da regoletti, per il telaio, e i giunchi che formavano le gretole, le piccole sbarre dorate della prigione. Più che l'uso che di queste gabbiole avrei potuto farne - ho sempre amato tanto la libertà da soffrire per la clausura di un animale - mi appassionavano la ricerca e la preparazione del materiale e la costruzione semplice ma impegnativa delle stesse.
Si usciva dunque in gruppo a cercare lungo le siepi le bacchette sarmentose del rovo; e intanto ci facevamo scorpacciate di more, che la natura provvidenziale faceva maturare prima dell'uva. I miei compagni mostravano competenza e abilità che io cittadino non possedevo, e seppure fossero rozzi e parlassero in sardo io ero con loro un allievo umile e attento. In s'arruargiu, il roveto, bisognava saper distinguere tra s'arrù mascu, il rovo maschio, a sezione circolare, e s'arrù femina, il rovo femmina, a sezione esagonale. Soltanto quest'ultima varietà e che fosse robusta e diritta, andava scelta e colta per ottenere i regoletti. Quindi si tagliavano alla misura voluta le bacchette e si lasciavano a essiccare, ma non troppo, prima di usarle.
La ricerca dei giunchi per le gretole ci costringeva a più lungo e periglioso viaggio fino ai margini paludosi degli stagni, verso il mare. Anche qui, i miei compagni distinguevano due varietà di giunco: quella che aveva in cima una infiorescenza, che chiamavano propriamente giuncu, e l'altra terminante con una punta acuminata, detta zinniga. Quest'ultima varietà era quella che occorreva alla fabbricazione delle gabbie, in quanto, dopo essiccata diventava rigida e si infilava con la sua naturale punta acuminata nel morbido legno dei regoletti di rovo.
Costruivamo due tipi di gabbia. Un tipo semplice, sa cabbia de cardanera, per tenerci le coppie dei cardellini, che si appendeva nel loggiato. Un altro tipo, doppia, sa cabbia paradora, con cui si prendevano altri cardellini. Sa cabbia paradora consisteva in una gabbia divisa in due scomparti. In quello in basso stava la cardellina da richiamo; nello scomparto in alto era la trappola: la parete superiore si apriva in due portellini trattenuti in bilico da due stecchi. Entrandovi la preda, il portellino si richiudeva per caduta.

SA MORTI GIUSTA
Contu

In sa parti de su muru facci a soli ddu est issu, Massimu, sterrinau - corpus chi non fait prus umbra - cun su brazzu in su fronti, po non biri s'orrori de sa terra oberrendisì niedda, orrorizzanti cumenti de unu puzzu senza de acabu.
Me' in s'origas suas, in su pistiddu suu muinant musconis birdis, arresis chi bint sa morti e cabant e si ci sezzint, abettendi passenziosus sa purdiadura. In su mentris, si cuntentant de sùspiri, de lingi stiddius callaus de su pagu sanguni chi su soli e su ventu e sa terra sidia hant lassau.
Tenit is peis in s'oru de su liminargiu de s' 'enna. Su corpus arruttu ghettendisinci a innantis zerriat orrorizzau de sa morti, lompia candu sa vida est durci che meli...Non ci dd'hat fatta a si fuiri. Non c'est omini po chi scipiat curri chi potzat binci sa morti in currera...Chi curreus, est cun issa chi curreus; chi si firmaus a pausai, est cun issa chi pausaus; chi amaus, est cun issa chi gosaus: ca sa morti est intra de nos, anniada in su callenti de su coru nostu. De candu nasceus dda portaus asuba: in dogna stiddiu de sanguni dda portaus, cumenti sa fragilidadi est in dogna pimpirida de birdiu de una tassa.
"Sa morti notzenti", dda nomenant is feminas candu un pippiu nascendi dda portat clara in su corpixeddu arrendiu arrubiastu.
"Sa morti giovuna", bianca che cera e lillus, is manus ingrusciadas asuba de sa gianchetta de sa festa, a cara dormia.
E "sa morti giusta", depida, a dentis in foras, a pungius serraus e a ogus obertus - ogus chi nisciuna manu podit serrai...cumenti sa morti de custus duus, inguni, zappulaus in terra, in sa cortilledda de una domu foras de bidda. E is bius andant a dda castiai, sa morti, po biri cumenti est fatta, po cumprendiri ita siat. E nudda acrarant, chi giai non scipiant. Nudda biint, chi giai non happiant bistu.
Mariedda est prus a innantis, a brazzus obertus. Sa morti sua est stada aici mala de dd'hai streccau sa conca - su cerbeddu est spartu in mesu de is perdas cumenti de mazzamini de carrabusu streccau asutta de una crapitta.

Unu carabineri de guardia est setziu in su murixeddu. Ma non c'est prus nemus, ingunis, in terra. Ni Massimu ni Mariedda ci sunt prus.
S'omini non est prus omini, chi non portat appizzus sa propia morti. Tot' 'e is duus issus portant appizzus sceti su muinai de is musconis birdis. E nimancu ddu sciint, ca ateru no sunt che mancias de sciaquadura, che duas pimpiridas de recatu chi su bentu e su soli e su famini de su baballoti hant a fai sparessi.
E sa proidura, candu hat arribai, si hat arribai, no hat essiri lagrimas de Deus - no dda poit prangi sa morti, chi no dda tenit; sa proidura, candu hat arribai, si hat arribai, hat essiri lagrimas de umanidadi, lagrimas chi hant a preni maris, salius de timoria e rancori.
Custa morti dda nomenant "sa morti giusta", dèpida.
"Fattu beni, beni fattu!
"Hant tentu sa morti chi depiant tenni!"
Clamant is feminas scrabionadas, currendi me in s'arrugas. Battallant cun larvas disumanas me in is boddeus burdellosus: dogna boxi zerriendi prus a forti de is ateras, po no lassai intendi zunchiu de raxoni.
"Ddu traisciant, a Paulu. Ddu traisciant...Hant tentu sa morti dèpida!"
"Ddi prasciat a si gosai su mascu! Sbregungia che egua in calori!"
"Immoi s'est gosada sa morti dèpida!"
Is pippius, spantau, siddius a is gunneddas frungias, forzis circhendi issus de cumprendi ita hiat bolli nai "sa morti giusta". Ma nemus arrennescit a dda cumprendi: nimancu Mariedda e Massimu, chi dd'hant tenta, ddu sciint.
Is ominis, issus puru, currendi, stumbendisì po is bias, clamant sa morti giusta. Su meri, su preidi, su zeraccu, totus dda zerriant a dd'avocant, casi chi no dda tenessint totus, unu po unu, in is ogus e in is manus, in is peis e in is brentis, finzas in sa prus minuda arrogalla de pezza, in su prus piticu stiddiu de sanguni.
"Toccat a portai respettu a is terras e a is pobiddas allenas! Sa morti ddis fiat dèpida!" Boxinat su meri.
"Sa morti dèpida est sa giustizia de Deus po is peccaus de lussuria!" Sclamat su preidi.
"Is feminas coiadas no si deppint toccai! Massimu ddu sciriat chi is feminas coiadas non si deppint toccai! Sa funi si dda est posta issu 'e totu in su zugu..." Zerriat su zeracu.
Fueddus senza de significazioni umana, senza de significazioni mancu de bestia. Fueddus de terra senza de anima, senza de umidori, senza de pillonis: fueddus de terra apperdada.

Su balenti hat accabau s'opera sua prodigiosa. Immoi, beni strantasciu, spalleri a brazzus ingrusciaus, arricit su triunfu.
Non is manus suas, non su coru suu, non sa voluntadi sua hant bocciu, ma unu gorteddu e una perda.
A is ominis in divisa, setzius a palas de una mesa, in caserma, ateru non sciit nai: "Massimu e sa fancedda han' tentu sa morti dèpida."
Non est malesa, a 'n di scidai cun is propias manus sa morti chi est a intru de su corpu biu de is fradis, cand'est sa morti dèpida cussa chi si 'n di scidat...
"Mi traisciant. Hant tentu sa morti dèpida."
Sa giustizia. Ddu narat sa giustizia...Est curpa de sa lei...Ma una lei podit imponi a s'omini de bocciri?...Podit bocciri, una lei?
"Cun su gorteddu e cun d'una perda de cortilla hant tentu sa morti giusta."
Sa duresa antiga misteriosa de sa rocca impenetrabili; is forzas de natura chi sunt ma non scint de essiri; sa furia de su bentu e su tronai e lampai de is rajus; totu su disisperu de is montis serraus asutta de unu celu sperdiu senza de isteddus: ddu streccant, ddu suffogant, ddu crepant, ddu faint a pimpirinas; dd'annuddant s'anima e ddi ponint in olvidu sa rascioni, finas a ddu mudai in gorteddu e in perda...Issu est unu pungiu de terra sidida, ca non c'est Deus chi ddu sciundat de prantu...
Issu boxinat senza de fueddus - movendi sa 'ucca bogat rumoriu, che unda de arriu chi tragat, che perda sprondida chi zumiat, che fogu tenendi chi zaccheddat.
Sa bucca sua movendi fait rumoriu; unu rumoriu chi narat: "Hant tentu sa morti dèpida. Hant tentu sa morti dèpida..." E repitit ancora e sempiri senza de tenni cunsienzia, senza de tenni anima: cumenti 'e rimbombu de arriu in prena, cumenti 'e zumiai de perda sprondida, cumenti 'e zaccheddai de fogu tenendi.
Sa genti scarescit luegu. Nemus regordat prus is fueddus disisperaus de Mariedda, una notti, in sa cortilla de zia Rita.
"No ddu bollu prus biri! No ddu bollu prus biri!" Prangiat cun arrabiu, cun sinzillesa e forzas mannas movias de su rancori e su dispreziu chi portat a Paulu, su meri suu.
Issu isfogat dogna merì su malumori, arropendidda a mazzocca, prena de merda de is brebeis ch'hiat portau a pasci. Isfogàt rancoris e tristuras, nobas e antigas: po s'erba bruxiada de sa geliscia, po is pestis chi pigant is brebeis famias, po sa bregungia de essiri poburu zeracu chi pagat sempiri de bucciacca sua, derremendi sa vida, is disgrazias puru chi su distinu mandat a su meri.
Issa, Mariedda, fiat che su muru de su prantu de is giudeus, fiat che setzidroxu de perda innui pausai sa stanchesa de meda camminu: unu oggettu a su cali non si podit donai teneridadi ne carignu, ma sceti rancori e amaresa appillaus in un'anima sola ispentumada in unu mari de perda. E issu, Paulu, non podiat bivi senza de issa; ca s'omini non podit bivi senza de unu Deus chi ghettit sanguni po issu, feriu de su matessi omini e cun is propias manus appiccau a una gruxi. Mariedda fiat su Cristus suu, prus accanta e prus cuncretu de su Cristus in cresia; poita Deus est su Cristus de totus: Mariedda fiat sceti una femina e de un'omini sceti podiat essiri.
"No ddu resistu prus! No ddu potzu prus suffriri!" Zerriàt Mariedda s'atera notti, vomitendindi s'anima sua disisperada a innantis de sa genti curta a dda biri, cun sa curiosidadi morbosa de chi circat de sgavai in su misteriu de s'agonia, curta cumenti currit in prazza a biri sa boccidura de su boi, po sùspiri mudamenti sa scoladura arrubia bia bia de su sanguni, chi calat a filu longu in mesu de s'imperdau, cumenti de unu riu senza de fini.
"No! non bollu atturai prus cun issu!" Zerriat foras de sei Mariedda, a ogus spiridaus.
Su mazzucu e is puntadas de pei fiant su pani suu. Pustis, issu, pasiau, s'arregordàt de essiri omini: dda pigat, ci dda strumpàt in sa stoja e dda coberrìat ancora cancarada de is corpus. Dda pigàt a forza, dogna borta cumenti a sa prima borta.
"No potzu, non ci dda fatzu prus a bivi aicci!" Naràt s'atera notti, muinendi scansolada, sciamiendi sa conca. E is feminas a giru mudas dda castiant e bidiant sa morti sua prus sigura, prus crara, cantu prus in artu zerriat sa beridadi. E faiant accinnu de dda cumprendi movendi sa conca: luegu sa morti dèpida hiat essiri benia a 'n di dda pigai de cussa agonia: sceti sa morti dèpida.
Cun sa cara sua trista e desolada, cun sa conca sua scrabionada, cun is brazzus suus obertus sciamiendi a isconsolu, s'atera notti, Mariedda fiat s'immagini 'era de sa morti dèpida.

Custu merì, a scurigadroxu, sa genti ddus hat accumpangiaus a campusantu.
Est s'ora po is feminas timoradas de s'inserrai aintru de domu; est s'ora in sa cali bessint de is tuppas de sa Jara is canis pudescias famias.
Ci ddus hant ghettaus asuba de una carretta de molenti, a isfregiu. Ci ddus portant a campusantu poita is criaduras battiadas no si lassant mai a pudexi me' in is fossus, che canis.
Sa carretta sumbullat me' in is foradas de s'imperdau, e is mortus mesu spollaus si movint cirdinus, ghettaus a pari, is faccis trempa a trempa - parrit chi siant castiendisì spantaus a bucca e a ogus obertus.
Avatu, sa genti sighit a brinchidus e a boxis malas, clamendi su deus de sa morti dèpida.
No est una pantomima de beffianus, mancai siant oscenus e de isfregiu is motettus chi cantat a izzerrius: ddu sciint beni issus puru, totus ddu sciint chi is mortus non sentint prus.
Forzis est su deus de is aquas chi bolint appasciai, in custu attongiu siccu, donendiddi duas vidas, derremadas amendisì, imprassadas, e po custu prus preziosas?

LA GIUSTA MORTE
Racconto

Dal lato del muro illuminato dal sole, c'è lui, Massimo, un corpo senza ombra, con la fronte sopra il gomito per respingere la vista di una terra che si apriva nera assurda, come una voragine senza fine.
Sulle sue orecchie, sulla sua nuca ronza un nugolo di mosconi verdi; quegli animali che vedono la morte e siedono sulle sue spalle aspettando pazienti la decomposizione. Per ora si accontentano di suggere quel poco sangue raggrumato che il sole, la brezza e la sete della terra hanno risparmiato.
Ha i piedi accanto all'uscio della casa. La sua figura, proiettata in avanti, grida l'orrore della morte giunta quando la vita stilla miele...Non gli è servito fuggire. Nessun uomo è tanto veloce da vincere la corsa con la morte...Se la fuggiamo, è con lei che fuggiamo; se sostiamo all'ombra dell'ulivo, è con lei che riposiamo; se amiamo, è con lei che godiamo; perché la morte è dentro di noi, annidata al caldo del nostro cuore. Non in una, ma in dieci, in mille forme diverse la portiamo dentro di noi. Da quando nasciamo, la portiamo addosso: come un bicchiere di vetro ha la fragilità in ogni frammento.
"La morte innocente", dicono le madri quando il neonato la porta visibile nel corpicino livido paonazzo.
"La morte fanciulla", bianca come la cera e i gigli, con le mani giunte sulla giacchetta nuova della festa, con il viso addormentato.
E "la giusta morte", violenta, con la bocca spalancata, con i pugni stretti, con gli occhi che nessuna pietà, nessuna mano può chiudere...come la morte di questi due, là, per terra, nel cortiletto di una casa fuori paese, che i vivi vanno a guardare per vedere come è fatta, per capire che cosa sia. Nulla scoprono che non sappiano già. Non vedono nulla che non abbiano già visto.
Marietta è più avanti: le braccia spalancate. La sua morte è stata tanto violenta da schiacciarle il capo il cui cervello grigio si è sparso su alcuni sassi vicini, come interiora di uno scarafaggio spiaccicato sotto la scarpa.

Un carabiniere è seduto sopra il muretto, di guardia.
Nessuno c'è più, lì, per terra. Né Massimo, né Marietta ci sono più.
L'uomo non è più uomo se non porta addosso la propria morte. Loro due hanno soltanto il ronzare delle mosche verdi, addosso. E non lo sanno, perché sono come due macchie di unto, come due gocce di minestra schizzata oltre una soglia, che il vento e il sole e la fame degli insetti asciugheranno.
E le piogge, quando verranno, se verranno, non saranno lacrime di un dio - non può piangerla la morte, colui che non la possiede; le piogge, quando verranno, se verranno, saranno lacrime di uomini, lacrime che riempiranno mari, salati di paura e di odio.
La gente chiama questa morte "la giusta morte".
"Fatto bene! Ben fatto!"
"Hanno avuto la giusta morte!"
Urlano le donne scarmigliate, correndo per le strade. Parlano con labbra inumane nei crocchi scomposti: ogni voce sempre più alta per sovrastare le altre, per soffocare il gemito della ragione.
"Lo tradivano, Paolo, lo tradivano...La giusta morte hanno avuto!"
"Le piaceva il gusto del maschio! Svergognata come una cavalla in calore!"
"Ora ha provato il gusto della giusta morte!"
E i bambini, smarriti, pendono dalle logore sottane, sforzandosi, loro, forse, di penetrare il significato della giusta morte. Nessuno riesce; neanche Marietta e Massimo, che l'hanno avuta, sanno.
Gli uomini, anch'essi, correndo, incrociandosi per le strade, urlano la giusta morte. Il padrone, il prete, il servo, tutti, la invocano, come se non l'avessero tutti, uno ad uno, negli occhi e nelle mani, nei piedi e nel sesso, fin nel più piccolo brandello di carne, nella più minuta goccia di sangue.
"Bisogna rispettare le terre e le donne degli altri! La giusta morte l'hanno meritata..." Urla il padrone.
"La giusta morte è la giustizia di Dio per i peccati della carne!" Urla il prete.
"Non si toccano le donne sposate! Massimo lo sapeva che le donne sposate non si toccano! Lui stesso si è dato la giusta morte..." Urla il servo.
Parole senza un senso umano, senza neanche un senso bestiale. Parole di terra che non ha cuore, né lacrime, né germogli, di terra diventata pietra...

L'eroe ha compiuto la sovrumana fatica. Ora, ritto in piedi, con le braccia conserte, raccoglie gli osanna.
Non le sue mani, non il suo cuore, non la sua volontà hanno dato la morte, ma un coltello e un sasso.
Alle divise sedute dietro un tavolo, in caserma, dice: "Massimo e l'amante hanno avuto la giusta morte".
Non è peccato destare con le proprie mani la morte che è nel corpo vivo dei fratelli, se è la giusta morte quella destata...
"Mi tradivano. Hanno avuto la giusta morte."
La legge. E' colpa della legge...Ma può una legge imporre all'uomo di uccidere?...Può uccidere, una legge?...
"Con il coltello e con i sassi del cortile, hanno avuto la giusta morte."
Il mistero di millenni di roccia impenetrabile, l'incoscienza primeva di elementi che sono e non vivono, la furia dei venti e il rimbombo dei fulmini, tutta la paura dei monti sovrastati da un infinito senza stelle lo soffocano, lo stritolano, lo sbriciolano, cancellano in lui l'anima, fino a farlo diventare soltanto un coltello, un sasso...un pugno di terra che ha sete, perché non c'è nessun dio che lo bagni di pioggia.
Egli parla senza parole - le sue labbra vibrano producendo suoni, come le acque di un torrente che scrosciano, come un sasso scagliato che sibila, come un legno ardente che crepita.
Le sue labbra vibrano, il loro suono dice: "Hanno avuto la giusta morte. Hanno avuto la giusta morte." Si ripete ancora, ancora e ancora, tenace, senz'anima, come lo scrosciare di un torrente, come il sibilare di un sasso scagliato, come il crepitare di un legno ardente.

Nessuno ricorda più le angosciate parole di Marietta, una notte, nel cortile di zia Rita.
"Non lo posso vedere! Non lo posso vedere!" Piangeva rabbiosamente, con un coraggio che era grande quanto l'odio che sentiva per Paolo; per suo marito.
Egli sfogava i suoi malumori ogni sera, picchiandola con il bastone di olivastro, sporco ancora dello sterco delle pecore riportate dal pascolo. Sfogava rancori e pene, il conscio e l'inconscio, l'erba bruciata dalla brina e la moria del bestiame inaridito dalla fame, l'umiliazione di essere un servo che rimborsa con il proprio sudore i danni che la natura fa al padrone.
Lei, Marietta, era il suo muro del pianto, era lo spuntone di roccia su cui riposare il corpo stanco per il lungo andare: l'oggetto su cui non si possono riversare tenerezze, su cui soltanto si riversano i rancori e le amarezze accumulati nel dolore e nella solitudine. Non poteva vivere senza di lei, Paolo; perché gli uomini non possono vivere senza un Dio che sanguini per loro, ferito dalle loro stesse mani, appeso dalle loro stesse mani a una croce. Lei era il suo Cristo, più vicino, più vero dell'altro in chiesa; perché può essere di tutti, un Dio: Marietta era soltanto una donna, poteva essere di un solo uomo.
"Non ci resisto più! Non ci resisto più!" Gridava Marietta quella notte, vomitando strazio e disperazione sulla gente accorsa a vederla, torbida, con gli occhi curiosi di chi vuole scavare nel mistero dell'agonia, accorsa come accorre in piazza quando si macella un bue, per bere mutamente il sussultare dell'immenso fiotto rosso che scorre sui ciottoli come un fiume senza fine.
"No, non voglio stare più con lui!" Urlava fuori di sé Marietta, con sguardo opaco, assente, lontano.
Il bastone e i calci con le scarpe dure di chiodi erano il suo pane. Poi, placato, lui, si ricordava di essere maschio: la portava sulla stuoia per coprirle il corpo illividito con la sua voglia. La violentava ogni volta come la prima volta.
"Non posso, non posso più restare con lui!" Diceva sommessa, scuotendo dolorosamente il capo, alle donne intorno. Queste la guardavano senza parlare; vedevano la sua morte più certa, più chiara, quanto più alte e più vere erano le sue parole. Esprimevano il loro pensiero con lievi cenni del capo: la giusta morte sarebbe presto arrivata a levarla dalla agonia; soltanto la giusta morte.
Con la sua faccia scarna, lacrimosa, con la sua testa scarmigliata, con il suo scuotere sconsolata le braccia, Marietta, quella notte, era l'immagine vera della giusta morte.

La gente, stasera all'imbrunire, l'ha accompagnata con l'amante al camposanto.
E' l'ora in cui le donne timorate si rinchiudono nella casta pietra delle case; la stessa ora in cui escono le svergognate fameliche cagne nei boschi della Giara.
Li hanno gettati sopra un carretto d'asino, per dileggio. Li portano in camposanto, perché, comunque, le creature battezzate non si lasciano in pasto ai cani, nei fossi.
Il carretto traballa lungo il viottolo dall'acciottolato sconnesso, scuotendo i due corpi mal coperti, rigidi come burattini, l'uno sull'altra, con le facce guancia a guancia, che pare si guardino stupefatti con bocca, con occhi spalancati.
Dietro, la gente danza e invoca il dio della giusta morte.
Non è una beffa, anche se oscene sono le parole che urlano ai morti. Lo sanno anche loro, tutti lo sanno, che i morti non sentono più.
E' forse il dio della pioggia che vogliono placare, in questo arido autunno, portandogli in olocausto due vite, sacrificate mentre si amavano, le più preziose?



Capitolo secondo

Austu / Agosto.

Austu, ultimo mese dell’anno, che nell’ultima sua metà concede al contadino un po’ di riposo, giusto il tempo di riprendere fiato prima che arrivi cabidanni, capodanno o settembre.
Le fiere del bestiame - importanti come quelle di Santa Croce a Oristano e di Sant’Agostino a Pauli Arbarèi - si svolgevano a cavallo tra la fine e l’inizio dell’anno agricolo. Così pure fiere e mercati, dove le massaie rinnovavano il loro corredo domestico, dagli utensili di cucina alle lenzuola, ai tovagliati, fino ai capi di abbigliamento, e i contadini e i pastori acquistavano nuovi attrezzi da lavoro, zappe e vanghe, pittaious, sonagli per le pecore - tutti di suono diverso, ma insieme accordati in modo da creare una propria caratteristica sinfonia di suoni per distinguere “quel” gregge da ogni altro. Alla fine di agosto ricorrevano anche le più celebrate feste popolari, che vedevano affluire da ogni parte dell’isola migliaia di fedeli, per raccogliersi nei vasti spiazzi davanti ai santuari dedicati a santi taumaturghi. Ivi si scioglievano i voti per grazie ricevute, si mangiavano i dolci caratteristici del santo e carni di agnello e capretto arrostiti all’aperto, si beveva copiosamente vino, quello nero denso dei Campidani e quello bianco frizzantino della montagna, e si ballava e si cantava al suono de is launeddas, strumento musicale indigeno a tre canne, di origine preistorica.

S’INCUNGIA o INCUNGIADURA
CONSERVAZIONE DEL RACCOLTO

I piccoli proprietari che non avevano magazzini per conservare il grano erano costretti a portarlo e ammucchiarlo nei solai di casa, dove spesso c’erano i letti dei figli - i quali, da piccoli, si divertivano a saltare dal letto sui mucchi.
Dalle aie il grano veniva portato fino a casa in sacchi da un quintale su carri a buoi. Per poterlo portare su nei solai, attraverso scale ripide e anguste, era necessario versarlo nelle corbule, che le donne poggiavano sulla testa. Tra questa e il fondo della corbula si metteva su tidili, il cercine, un cerchio di panno. Talvolta, tra uno scherzo e l’altro - ché s’incungia era un momento festoso - la corbula finiva per rovesciarsi prima ancora di arrivare al mucchio. O ancora più spesso, insieme alla corbula finiva sopra il mucchio del grano anche la spigolatrice, aiutata a caderci sopra da una manata del padrone.
Conclusa s’incungia, la sera stessa sul tardi aveva luogo sa scialla, l’allegro banchetto a base di macarronis, pezza de brebei, appiu e reiga, maccheroni, carne di pecora, sedani e ravanelli. Sa scialla si sdalle lampade ad acetilene, si mangiava su tavolate improvvisate e si beveva abbondantemente. Erano di prammatica i complimenti al proprietario per il buon raccolto.
L’ultimo lavoro del raccolto era s’incungia de sa palla, l’ammasso della paglia. Dalle aie veniva caricata su carri forniti di apposite cerdas. Sa cerda, dal greco gerra, sta a indicare un graticcio o intelaiatura di vimini, che consente di allargare le sponde e quindi la capienza del carro, e viene erroneamente tradotto da taluno in italiano con veggia, che indicava genericamente i carri da trasporto. Si avevano diversi tipi di cerda da applicare ai carri, secondo il contenuto prendevano il nome di cerda de linna, cerda de ladamini, cerda de axina, cerda de palla, eccetera.
La paglia veniva conservata nelle case vecchie inabitabili, oppure in sa domu de sa palla, la casa della paglia, un locale apposito costruito nel cortile, adiacente alla tettoia dei buoi e con questa comunicante mediante una bassa finestra, attraverso cui al bisogno se ne prendeva con su trebuzzu, il tridente, po appallai su jù, per dar la paglia al giogo.
Il trasporto si effettuava dal tramonto in poi, e con il tempo non ventoso, dato che un bel po’ di paglia triturata fuoriusciva tra i vimini della cerda anche con il tempo calmo, e ciò poteva arrecare fastidio alla comunità. Si scaricava durante la notte e si ripartiva al tramonto per un altro carico. Tale lavoro era riservato ai soli uomini.
Dopo s’incungia si andava al mare - di solito dopo il 15 agosto, giorno dell’Assunta - per ripulirsi di tutto il gran polverone.

IS POBERUS DE BIDDA MIA
I poveri del mio paese

“Era la nonna paterna a dirigere i lavori per s'incungia, la sistemazione del raccolto. L'ingresso della sua casa consisteva in uno stanzone quadrato quasi privo di mobili, eccettuato un tavolo da lavorare il pane, perennemente coperto da su coberibancu, la tovaglia d'orbace, una credenza e sei sedie "civili" impagliate, disposte in un angolo, una rovesciata sopra l'altra, per conservarsi nuove. Man mano che il carro stazionante nel cortile si vuotava, l'ingresso del pavimento mattonato si riempiva di colonne tigrate bianche e nere piene di grano. Erano is saccus pettiazzus, stretti e lunghi, capienti tres cuarras, sessanta chili. Da qui poi i sacchi venivano portati su per la ripida scala di legno fino al solaio, dove il grano formava un bel mucchio - noi bambini morivamo dalla voglia di lasciarci cadere in quella montagna soffice franosa. Un sacco pieno veniva lasciato lì nell'ingresso, nell'angolo vicino alle sedie "civili" conservate per le grandi occasioni.
"Custu est po is poburus", diceva la nonna; e intanto ne cominciava a rovesciare qualche litro in una corbuletta, la quantità di grano da dare al primo povero che fosse arrivato a chiedere l'elemosina.
Il giorno dopo, già dal mattino presto, quasi che si fossero passati la voce, era un continuo via vai di questuanti, donne e uomini, vestiti nella loro strana ma dignitosa divisa di straccioni. Ciascuno di loro veniva invitato a sedersi nell'ingresso (e proprio per l'occasione due delle sedie buone venivano collocate in mezzo alla stanza) e anche la nonna si sedeva e stava a chiacchierare. Parlava con ciascuno di quei mendicanti come fosse un ospite di riguardo, dei rispettivi figli e nipoti, di parenti e di conoscenti, di chi era già morto e di chi era ancora vivo, di come bene o male trascorrevano i giorni, e infine dell'annata e del raccolto: sempre poco, rispetto a ciò che si era sperato e sudato, ma sufficiente grazie a Dio, ché le necessità si devono adattare a ciò che si possiede.
Prima di congedarsi l'ospite riceveva uno o due imbuti di grano, da tre a sei chili, secondo il suo stato di necessità. Sull'uscio della porta che dava nel cortile, la nonna salutava: "Aterus annus cun saludi!" (Ad altri anni con salute!) e l'ospite rispondeva: "Deus 'ollat! E ti ddu paghit in s'atera vida." (Dio lo voglia! E ti ripaghi nell'altra vita.)”

IS BUTTONIS DE SU CABONISCU
I testicoli del galletto.

"... In casa di mia madre, di galletto se ne faceva uno alla settimana. La domenica, al rientro dalla prima messa, mamma si preparava. Spettava il turno al galletto più turbolento, che bisticciava e disturbava il gallo da monta. Tutti della famiglia assistevano e ciascuno aveva il suo aiuto da dare. Al momento di sventrare l'animale si faceva silenzio, e tutti guardavano la faccia della mamma, e aspettavamo. Lei apriva e toglieva i bottoni, che erano belli e grandi e non come quelli di adesso che sembrano due semi di melone; li prendeva e li metteva in un piattino. Andava in cucina e li mostrava al marito: "Guarda, che razza di bottoni aveva quel demonio!" Il piattino veniva lasciato tutto il giorno in vista, così che la gente che veniva in visita potesse ammirarli. La notte, a cena, venivano arrostiti e dati esclusivamente ai maschi, quasi sempre al piccolino di casa, perché doveva crescere e diventare un bel maschio..."
(Testimonianza di una pastora di 70 anni, nel 1965, del Guspinese).

Nota: Si veda in "Zorba il greco", il romanzo di Nikos Kazantzakis, l'usanza ellenica, ancora diffusa, di riservare i testicoli del maiale familiare all'ospite di riguardo.

IS ISPOSUS / I FIDANZATI
Su fastigiai / Il fidanzamento

Quando un giovane conosceva una ragazza e la voleva sposare ne parlava con i propri genitori. Se la fanciulla andava bene, cioè era di famiglia onesta e laboriosa, il padre del giovane si preoccupava di mandare su paralimpu (il paraninfo) a tastare il terreno prima di fare la richiesta e le prime trattative presso la famiglia della fanciulla; non si arrischiava di andare lui per primo, per paura di ricevere corcoriga (zucca), cioè un rifiuto, e quindi un affronto cui avrebbe dovuto rispondere.
Se la risposta riportata dal mezzano era positiva (e la decisione non era stata presa dalla fanciulla ma dai loro genitori, dopo aver valutato il pretendente), allora il padre dell'interessato si recava, lui solo e di notte, a casa della futura sposa, in modo che la faccenda fosse tenuta ancora segreta, e si discuteva sulla data del fidanzamento e sugli eventuali beni da mettere insieme per il matrimonio. Raggiunto l'accordo, il fidanzamento aveva luogo in un sabato notte; così che is isposus, i fidanzati novelli, uscivano insieme per la prima volta per andare a missa manna, alla messa alta, il giorno dopo.
Su tempus de su fastigiu, il fidanzamento, era più o meno lungo, secondo le disponibilità economiche delle famiglie. Il fidanzato doveva preparare la casa; la fidanzata i mobili e il corredo. Quando tutto era pronto si fissava la data di su sposaliziu, del matrimonio, che di solito si celebrava una domenica mattina.
In su tempus de su fastigiu, durante il fidanzamento (anche se in lingua sarda fastigiai vuol dire anche carezzare, fare l'amore) era assolutamente vietato dalla morale corrente avere rapporti sessuali. Sia in pubblico che in privato, is isposus, i fidanzati, non dovevano mai restare soli (ché la carne è debole, specie quella dei giovani che si amano), e dovunque andassero, a passeggio o ai balli, a visitar parenti o a una festa, erano sempre accompagnati o da un fratello di lei o in mancanza di fratelli dalla futura suocera.
Non di rado, nonostante tutta la vigilanza dispiegata, la natura de is isposus aveva il sopravvento e, come suol dirsi, faiant su malacrabiu, facevano il patatrac. Si dovevano allora anticipare le date delle nozze, e si incrementavano le nascite dei settimini.

SU SPOSORIU
Lo sposalizio

“Tre giorni prima delle nozze, tutto il mobilio e il corredo veniva portato dalla casa della fidanzata alla casa degli sposi. Tutto veniva caricato su carri addobbati a festa, con nastri colorati e mazzi di fiori e penzoli di frutta (anche i buoi e le loro corna erano ornati come per le processioni). I carri erano quattro e anche cinque e occorrevano un paio di viaggi per trasportare totu su beni. Le ragazze portavano sulle teste le corbule e i canestri contenenti le cose fragili, di porcellana, di vetro o di ceramica, ben disposte perché la gente potesse vederle.
Sa sposa, la fidanzata, non andava nella sua nuova casa; mandava le sorelle e le cugine con la raccomandazione di non lasciare "frugare troppo" la roba alle future cognate e suocera, che sicuramente si trovavano lì, dopo aver pulito per bene la casa degli sposi, ad attendere l'arrivo del corredo, curiose.
I mobili venivano disposti (secondo gli accordi precedenti tra fidanzati) dal fidanzato, aiutato da soli uomini; mentre le donne collocavano il corredo, esaminando la laboriosità dei ricami e il numero dei pezzi e la qualità.
La vigilia delle nozze, i fidanzati andavano a salutare e a chiedere la benedizione dei parenti e dei conoscenti che non venivano invitati a partecipare al rito nuziale; mentre le parenti della sposa, sorelle, zie, cugine, preparavano il pane bianco (is coccois de simbula) da mettere sul tavolo per il pranzo nuziale. I parenti dello sposo, dal canto loro, preparavano il pranzo nella casa degli sposi.
La mattina sul presto, gli invitati dello sposo si riunivano in casa dei genitori dello stesso; e in corteo si recavano a casa dei genitori della sposa, dove già si trovavano o stavano arrivando gli invitati della sposa. Nella stanza da pranzo, c'era il tavolo apparecchiato con la tovaglia ricamata: c'era una bottiglia d'acqua, una di vino e pane bianco. Da una parte, due sedie con i cuscini ricoperti di federa bianca ricamata; i genitori della sposa si mettevano di fronte alle sedie dove sedevano gli sposi; questi si alzavano e si inginocchiavano per ricevere la benedizione. Quindi si avviavano in chiesa aprendo il corteo: per primi il padre della sposa che le dava il braccio fino all'altare; poi venivano lo sposo con una sorella o altra consanguinea (eccettuata la madre), e dietro tutti gli altri invitati. Il corteo era preceduto da fanciulle che portavano sulla testa una corbula di grano, ornata con fiori e frutti: venivano benedetti insieme agli sposi.
Neppure la madre della sposa andava alla cerimonia, in quanto doveva sovrintendere in casa alla preparazione del pranzo del giorno dopo, dato che, appunto il giorno dopo, tutti gli invitati si trasferivano lì.
All'uscita di chiesa, il corteo preceduto dalle fanciulle con le corbule di grano si recava a casa degli sposi, che aprivano il corteo. Ad attenderli sulla porta di casa c'erano i genitori dello sposo. Gli sposi si inginocchiavano sopra un cuscino posato sulla soglia e ricevevano la benedizione. Quindi, la madre dello sposo rovesciava sulle loro teste un piatto colmo di grano che poi rompeva gettandolo nel cortile. Allora, dietro la coppia tutti entravano in casa e si cominciava a bere e a mangiare, fino a tarda notte.
Il giorno dopo, di mattina, si riunivano di nuovo tutti, parenti e amici invitati, ancora in casa degli sposi; si riformava il corteo e si andava in chiesa. La sposa stavolta veniva accompagnata dalle cognate, fino alla cappella dove assisteva alla messa insieme alla suocera. All'uscita di chiesa andavano a casa dai genitori della sposa, i quali avevano preparato un banchetto. Lì trascorrevano tutto il giorno, bevendo, mangiando, facendo festa.
Gli anziani parlano di sponsali i cui festeggiamenti durarono fino a tre giorni, dove per soddisfare l'appetito degli ospiti si dovette arrostire un bue intero e dar fondo a una botte da un ettolitro.”
(Testimonianza. Arbus, 1980)

IL MATRIMONIO NEI CAMPIDANI

“In una famiglia di contadini, di solito, ci sono parecchie figlie femmine e la prassi vuole che sia la sorella maggiore a sposarsi per prima, altrimenti corre il rischio di restare zitella se qualche pretendente si fa avanti per una sorella minore.
Ci sono le eccezioni, così come eccezionalmente qualche "padroncina" si sposa col servo pastore, ma sono casi rari noti in tutto il paese e parecchio criticati.
Il contadino che si vuole sposare, avendo conosciuto, anche senza frequentarla molto, la ragazza che vorrebbe come moglie, ne parla con i genitori e questi provvedono a trovare un intermediario (su paraninfu) che si rechi nella famiglia della futura nuora (essi personalmente non possono, per non incorrere nell'umiliazione di un rifiuto, "crocoriga") e solo quando sanno di essere bene accetti, o l'uno o l'altra vi si recano per chiedere ufficialmente la mano della ragazza.
Viene fissata la data del fidanzamento ufficiale che avviene il sabato sera e la domenica mattina i fidanzati escono assieme per la prima volta per recarsi alla messa. Il fidanzato viene invitato a pranzo e così seguitano le visite; se però i fidanzati devono uscire dopo il tramonto o fuori paese la fidanzata deve essere accompagnata da una sorella, o in mancanza di essa, almeno da una cugina.
Perché il contadino possa sposarsi è necessario che abbia la casa, e la fidanzata prepara il corredo e il mobilio.
Una volta fissata la data delle nozze (tutto deve essere già pronto: casa, mobilio, corredo), tre giorni prima vengono portati i mobili, il corredo e tutto il necessario per la futura famiglia e le esigenze della professione del contadino, considerando che si fa il pane in casa. Il tutto viene caricato su carri addobbati a festa; anche i buoi sono adornati con collane di pervinca e intorno alle corna hanno collane con campanelli o in mancanza con fiori di campo variopinti.
Se i carri a disposizione sono pochi ed i mobili molti, si fa più di un viaggio.
La futura sposa non accompagna il corteo, ma resta in casa a sostituire la madre e le sorelle che invece vanno e hanno l'incombenza di sistemarle la nuova casa.
Sono presenti anche le sorelle del futuro marito che osservano (e criticano) il "bene" della sposa. Qualche cugina burlona preparando il letto per gli sposi potrà appenderci anche qualche campanellino!
Due giorni prima delle nozze viene preparato il pane. Molti sono gli invitati per lavorare la pasta; vengono chiamate le donne specializzate nel confezionare su cocoi, il pane bianco con i pizzi; ma molti sono i non invitati che si uniscono ai lavoranti per divertirsi e ballare al suono della fisarmonica suonata dal vecchio cieco chiamato per queste occasioni.
La vigilia la fidanzata va a salutare tutti i parenti e conoscenti accompagnata da una sorella o da una cugina.
Il giorno delle nozze sono due i tavoli apparecchiati: uno in casa della famiglia della sposa, l'altro nella nuova casa degli sposi.
La madre della sposa, tra una lacrima e l'altra, aiutata dalle sorelle e cognate mette la tovaglia bianca ricamata con le frange, quella delle grandi occasioni, sul tavolo lungo che si usa per fare il pane; vi mette la caraffa dell'acqua, quella del vino e i cocoi tondi, lasciando spazio al centro del tavolo; da una parte e dall'altra di esso ci sono due sedie.
I parenti dello sposo arrivano in corteo e si fermano nel grande cortile dove viene loro offerto da bere; solo gli uomini però bevono, le donne faranno la comunione insieme alla sposa.
Quando la sposa è pronta, si inginocchia sulla sedia messa davanti al tavolo, nell'altra si inginocchia il fidanzato evitando di rivolgerle la parola di fronte a loro, dall'altra parte del tavolo i genitori di lei impartiscono loro la benedizione. Poi la sposa accompagnata dal padre (o in mancanza da un fratello maggiore) inizia il corteo. Dietro viene lo sposo accompagnato dal proprio padre, e via via tutti gli altri parenti e invitati. Il corteo è preceduto dalle ragazze che portano sulla testa le corbule del grano cosparso di petali di fiori. Giunte alla porta della chiesa le depositeranno ai lati ed attenderanno che gli sposi escano dopo la cerimonia per riprenderle e precedere ancora il corteo fino alla casa degli sposi.
Finita la cerimonia religiosa gli sposi escono dalla chiesa sotto braccio, seguiti da tutti gli invitati e si avviano alla loro nuova casa. Ivi giunti si inginocchiano sul gradino della porta dove li attendono le proprie madri (che non erano andate in chiesa) che buttano loro addosso grano, riso, sale, monetine, caramelle (che i bambini si precipitano a raccogliere) e poi buttano sulle loro spalle il piatto che naturalmente va in frantumi.
Finita questa ultima fase di prammatica tutti entrano in casa e si accomodano per iniziare a bere il caffè, in attesa del pranzo.
Al tavolo degli sposi (che mangiano nello stesso piatto) siedono i parenti anziani, i padrini, il sacerdote e qualche invitato importante. Dopo pranzo, tempo permettendo, si balla nel cortile fino a sera tardi.
Il giorno dopo gli sposi si recano ancora in chiesa seguiti da una cerchia ristretta di invitati. La sposa prenderà posto vicino alla suocera e per tutta la vita occuperà sempre quel posto, ogni volta che andrà a messa.
All'uscita vanno tutti a casa dei genitori della sposa che hanno preparato il pranzo.
Si concluderà la "festa" riaccompagnando ancora una volta gli sposi a casa loro per bere l'ultimo bicchierino alla loro salute.”
(Testimonianza di E. M. - Alto Iglesiente 1948.)

IL MATRIMONIO NELLE BARBAGIE

“Quando un uomo si innamorava di una donna, mandava un amico o un parente per chiedere la mano di lei alla famiglia. (Paralimpu/a). La madre di lei, quindi rispondeva che ne avrebbero parlato in famiglia, per poi chiederlo direttamente all'interessata. Ci si congedava poi dall'intermediario domandando di ritornare per conoscere la risposta. A questo punto, se la ragazza accettava, al ritorno del portavoce veniva richiesta la convocazione della madre di lui affinché le due famiglie si conoscessero; al contrario se la ragazza non era concorde, si rispondeva di no, magari dicendo che ella aveva già trovato oppure con altre scuse. (Torrare huvilha).
Dopo l'incontro delle madri, succeduto alla risposta affermativa a proposito del quale lui donava al paralimpu un paio di scarpe, si chiedeva al futuro sposo di andare a trovare la ragazza.
Durante questi incontri, i fidanzatini non rimanevano mai soli, infatti doveva essere presente un parente che ad ogni piccolo tentativo di avance da parte di lui doveva essere pronto ad allontanarlo ed in alcuni casi se le parole non erano sufficienti, egli poteva essere colpito da qualche oggetto volante. Nonostante tutta questa severità in alcuni casi il "patatrac" è accaduto ugualmente. Per il fidanzamento, lui regalava a lei l'anello.
Durante la festa di Pasqua inoltre il fidanzato regalava a lei una forma di formaggio, qualche indumento e l'agnello: il tutto era consegnato però da un parente. La fidanzata da parte sua contraccambiava con una camicia, dolci, zucchero, caffè e vino. Per la persona che li consegnava, che generalmente era di sesso femminile, vi era sempre in regalo o una camicetta o un grembiule. Ancora, se il fidanzato era un pastore-porcaro regalava alla famiglia di lei un maiale per la festa di Natale. Nei giorni di festa egli era sempre invitato a pranzo a casa di lei.
Arrivati al matrimonio chi era in lutto si sposava solo in presenza di testimoni. Lui provvedeva ad acquistare la casa, il mobilio e i regali per la sposa che consistevano nell'anello nuziale e i bottoni d'oro e il rosario soprattutto se lei si sposava in costume. La sposa invece preparava il costume e il corredo sempre insieme a lui.
Circa un mese prima del matrimonio venivano invitati i parenti stretti per aiutare alla preparazione. Si faceva il pane duro di semola, su ministru, i dolci ossia bianchini biscotti, gateau (aranzada) e il rosolio. Tre settimane prima della cerimonia religiosa essi si sposavano in municipio, mentre tre giorni prima si ammazzavano le bestie e si preparava la carne: vitelli, pecore, maiali per due giorni di festa (infatti la festa durava sempre due giorni).
Il giorno prima della fatidica data, si usava e lo si usa tutt'ora portare "Su presente" a casa dei padrini e dei parenti più stretti e inoltre al parroco e al suo aiutante. Questo consisteva in una coscia di carne di pecora o filetto di vitella con un pane tondo fatto in casa (Sa simula) ben lavorato. I parenti che avevano ricevuto questo regalo contraccambiavano con un piatto di porcellana pieno di grano, mandorle, un tazzone di porcellana, una forchetta, un cucchiaio e un cucchiaino e inoltre una pelle di pecora: il tutto contenuto in una cesta (corvula) ricoperta da un metro di cotone piquet che era simbolo di augurio per i futuri nascituri.
In questo giorno il fidanzato non vedeva la fidanzata. Sempre in questo giorno un fratello dello sposo e un fratello della sposa e in mancanza i cognati andavano nelle case di coloro che dovevano partecipare alla festa, per invitarli ad accompagnare l'indomani gli sposi all'altare. Inoltre a secondo del livello economico della famiglia venivano invitate tre, cinque, sette, nove o più bambine sopra i sei anni per prendere l'indomani le Tre Ave Marie (Sas tres Marias).
L'indomani mattina queste erano le prime ad arrivare, anche prima che sorgesse il sole, e dopo aver invitato dei dolci, la sposa prendeva il pane con un pezzo di carne sopra e dei dolci e li porgeva alle fanciulle che da parte loro davano l'augurio alla sposa ripetendo per ben tre volte la stessa formula: "Dio vi accompagni e le tre Marie" (in sardo). Poi queste ritornavano in casa.
Quando suonava la campana della messa nuziale, l'aiutante del prete usciva per andare dallo sposo a prendere due ceri adornati di rosmarino e legati con un nastro. I due ceri la sera prima erano stati portati da casa dello sposo a casa della sposa per il ritocco finale del nastro.
A questo punto, i genitori dello sposo e in mancanza i padrini (che non andavano in chiesa) davano la loro benedizione allo sposo facendogli il segno della croce con un cero e ripetendo una serie di formule.
Poi in processione l'aiutante del prete seguito dallo sposo e dai suoi testimoni e da tutti gli altri invitati si recava a casa della sposa dove i genitori di questa ripetevano lo stesso rito eseguito in precedenza a casa dello sposo. Sempre in corteo si recavano poi in chiesa per la cerimonia.
Qui i ceri venivano accesi e messi ai lati degli sposi.
Una volta finita la cerimonia, e usciti dalla chiesa veniva rotto un piatto ricolmo di grano e di monetine e poi in coppia gli sposi precedevano il corteo per dirigersi a casa dello sposo. Oltre ai parenti dello sposo, vi si recavano anche quelli della sposa e inoltre il prete che dava la benedizione alla futura casa. A questo punto, gli invitati della sposa si congedavano, per andare a casa di lei. La neosposina invece festeggiava a casa del marito.
Una volta giunti a destinazione, vi era un piccolo invito e si procedeva agli auguri, mentre la suocera dava alla nuora un fuso per filare un paio di metri di lana.
Verso le 11.00 vi era una colazione, che consisteva nel ventrame delle bestie ammazzate il giorno prima. Intanto si dava inizio ai divertimenti: si giocava alla morra, a carte e si ballava a suon di fisarmonica.
Giunta l'ora del pranzo, circa l'una, si mangiava e una volta terminato, i testimoni dello sposo andavano a casa della sposa a prendere i parenti di lei, escludendo sempre i genitori, per portarli con loro per la consegna dei regali.
Così gli sposi si accomodavano in soggiorno, sedevano al tavolo uno di fianco all'altro e ricevevano così regali e auguri. (Buona fortuna, pace e unione).
Una volta consumata la distribuzione dei regali, questi ultimi venivano sistemati ordinatamente insieme anche al denaro ricevuto, e rimanevano così in mostra per chiunque volesse vedere.
Successivamente, gli sposi accompagnati da una sorella di lui, si recavano a casa dei genitori di lei e portavano una cesta contenente pane, carne e dolci e si trattenevano il tempo giusto per raccontare della cerimonia. Al momento del congedo la madre di lei, da parte sua consegnava un'altra cesta con dentro il grano, lana e il cotone piquet e inoltre un piatto piano, uno fondo e una tazzina. l tutto veniva eseguito sempre recitando formule varie di augurio.
Una volta rientrati a casa dello sposo, i parenti e tutti gli invitati di lei venivano trattenuti per la cena.
Appena terminata, arrivavano i "Cantadores" che formulavano in serenata i loro auguri agli sposi novelli, e si trattenevano fino a tarda notte e quindi venivano anche invitati a cenare.
Poiché la festa di matrimonio durava due giorni, l'indomani si pranzava e si cenava di nuovo tutti assieme e ci si divertiva.
Nei giorni successivi gli sposi rimanevano a disposizione di coloro che non erano stati invitati al matrimonio, in genere i vicini di casa e i parenti lontani, ai quali si invitava caffè, liquori e dolciumi vari.”
(Testimonianza di R. R. V. e M. M. - Orgosolo 1940)


SU SPOSORIU ANTIGU
Antichi riti nuziali

"In alcune regioni montane sono ancora in uso gli sponsali tra gli impuberi, che si trattano tra uno dei due sposi e i parenti dell'altro, o tra i parenti dei medesimi.
Vige tuttora l'antica consuetudine che, quando un giovine desidera in moglie una fanciulla d'altro paese e sia assicurato che la sua domanda sarà gradita, mandi un suo parente o amico a farla. Il quale presentandosi ora solo, ora con compagnia annuncia l'oggetto della sua visita in forma allegorica, alla quale si risponde similmente.
Accolta la domanda si lascia il linguaggio poetico per parlar d'interessi, e si fissa il giorno in cui si scambieranno i regali.
In quel giorno il padre o tutore dello sposo con alcuni della parentela, che in quella circostanza sono detti paraninfi vanno in pompa alla casa della sposa.
La porta essendo chiusa devono essi picchiar più volte, infine domandati da dentro che portino e risposto onore e virtù, o amore e felicità, entrano e sono accolti nella sala di cerimonia dai genitori della fanciulla e dalla parentela tutti vestiti in gala. Il padre o tutore dello sposo presenta allora i doni promessi e riceve quelli che sono destinati allo sposo, e ciascuno dei paraninfi porge il suo alla sposa, che li contraccambia con un altro segnale, come dicono. Si pranza poi, o si prende un ristoro, ed i paraninfi se ne partono.
Il matrimonio si celebra dopo un tempo più o meno lungo, e quando è imminente il giorno nuziale lo sposo accompagnato dai suoi parenti muove a cavallo seguito da molti carri verso il paese della sposa.
Si caricano allora i carri di tutte le robe, mobili e utensili domestici, dei quali la sposa deve provvedere la casa maritale, con alcune provviste, e subito questo convoglio preceduto da zampognari si volge al paese dello sposo.
Vanno primi due zampognari, e dietro essi una schiera di ragazzi, ragazze e donne, tutti vestiti di festa, che portano le parti più fragili e pregevoli della masserizia, anche i guanciali adorni di nastri, di mortella e di fiori, e la brocca o secchia che adorna di nastri e piena di fiori sta posata sul capo della più bella fanciulla del paese.
I ragazzi procedono strillando di gioia e cantano qualche fescennino. (Fescennini: antichissimi canti popolari latini di origine agreste, in metro saturnio, caratterizzati da scherzi licenziosi e mordaci; in seguito vennero a far parte dell'epitalamio delle cerimonie nuziali. - Nota del redattore.)
Segue la fila di carri tratti da buoi adorni nella fronte e nelle corna; e prime si vedono le nuove gonfie coltrici, poscia i letti, quindi le sedie, le tavole, i cassoni della lingeria e delle robe della sposa e tutti gli altri arredi domestici con gli arnesi della cucina e del panificio, ultime le provviste ed estrema la mola alla quale è tenuto per una corda l'asinello.
Questo convoglio è seguito da altri carri coperti, dove siedono alcune giovani amiche o parenti della sposa, le quali disporranno quei mobili, perché la casa nuziale al suo arrivo sia tutta parata.
Nel giorno destinato al matrimonio lo sposo, accompagnato da un prete della sua parrocchia, dai più prossimi parenti e dai paraninfi, va in gran corteggio alla casa della sposa. La quale udita la voce di lui subito si leva e inginocchiata ai piedi dei suoi genitori domanda la loro benedizione. Allora accade spesso di vedere una scena di molta tenerezza.
Fatta la cerimonia in chiesa, si passa al convito nuziale. Gli sposi mangiano la minestra nello stesso piatto con lo stesso cucchiaio, bevono nello stesso bicchiere e si spartiscono tutto.
Ne' paesi di montagna si ammazza per essi un caprone.
I parenti e gli amici portano scelti doni per la mensa, e non mancano quelli della caccia.
Dopo il convito, se questo sia fatto nella casa nuziale, si attende alle ricreazioni della danza e del canto; se sia fatto nella casa della sposa, subito la comitiva dello sposo si dispone alla partenza.
Precedono i zampognari, segue lo sposo ed a sua destra la sposa portata sopra un cavallo riccamente bardato, tenuto per la briglia da un pedone; dopo essi i parenti in lunga fila, a due a due, le donne dietro la sposa, gli uomini dietro lo sposo.
La comitiva approssimandosi al paese viene incontrata dal popolo, e si fa onore agli sposi, particolarmente alla novella, sulla quale mentre passa per le strade le madri di famiglia gittan da' pugni biade e sale pronunziando auguri.
La madre dello sposo, od altra parente, vedendo entrar nel cortile la sposa le va incontro e le gitta quella benedizione del sale e del grano (la grazia), quindi la introduce nella camera nuziale. In altri luoghi la suocera riceve la sposa tenendo in mano un piatto con la grazia ed un bicchiere d'acqua, e come vede la sposa giunta sul limitare versa in terra l'acqua e su lei la grazia.
In qualche regione interiore la sposa nel giorno delle nozze non pronunzia una sola parola: ma sedendo immobile per tutto il giorno riceve le visite e le congratulazioni, e non risponde a nessuno.
Segue poi il festino per più giorni, cominciando dal convito, in cui gli sposi mangiano ancora nello stesso piatto con lo stesso cucchiaio e forcellina (come usan di fare anche in altre fauste occasioni), quindi si balla, si fanno fuochi di allegrezza, e altri divertimenti."

Corsa nuziale. In alcuni luoghi dopo data agli sposi la benedizione nuziale corresi la rocca. Nelle due parentele quelli che abbiano i migliori cavalli danno spettacolo alla lieta comitiva gareggiando nella corsa presso la chiesa, e chi siasi riconosciuto vincitore nella prova ottiene di portar la rocca, la quale per questa solennità è lavorata con grande studio, tinta di vari colori e adornata di molti nastri."
(Tratto da G. Casalis - Dizionario geografico - storico - statistico - commerciale degli stati di S. M. il re di Sardegna - Vol. I - Sardegna - Compilazione di Vittorio Angius - 1851)

SA COIA SEDDORESA
Il matrimonio di Sanluri

Questa che segue è una arguta descrizione del matrimonio a Sanluri, grosso centro agricolo della Marmilla. E' riferibile ai nostri tempi, se si esclude la presenza de su molenti, dell'asino addetto alla macina, scomparso del tutto tra la prima e la seconda guerra mondiale, soppiantato dai mulini industriali.

"Condizionis indispensabilis po coiai fianta: Po prima cosa: de hessi "mascu" o "femmina" (de non cunfundi cun "mascu e femmina" - ermafroditu); po segunda cosa: de hessi "traballantis". Po s'omini in particulari si domandada: - Chi hessidi passau sa leva e fessidi stettiu fattu "abili" e non "arrifromau"; che hessidi tentu domu propria; chi tenessidi "sa cotta sigura" (su trigu po su pani po dugna cida de s'annu). In sa parti de Marmidda si pretendiada de s'omini de possidì puru duas o tresi mattas de olia, po assigurai su "cundimentu" de su pappai (ollu) po totu s'annu.
Po sa femmina si domandada chi tenessidi "sa roba" (accivimentu o pannamenta o curredu) e sa mobilia (su lettu, sa mesa de fai pani, scannus po sezzi, sa cascia po sa roba e po su crobetroxiu, su telargiu po tessi, s'arramini e is trastus de cuxina, su craddaxiu po sa lissia, sa sartaina e sa schidonera).
Foras de talis cundizionis no si podiada pensai a sa coia.
Su fidanzamentu ("fai a isposu") si podiada fai subitu, appena passada "sa leva"; ma a coiai si aspettada a candu totu fudi prontu...balidi a nai appustis de doxi o quindixi annus (ca sa coia non fudi cosa de fai a sa mazzamurrada).
Esti inutili a ispiegai minudamenti totu is zerimonias e usanzias antigas e tradizionalis de su fidanzamentu, de sa coia, po no perdi tempus e po non incurri in s'arriscu de annoiai sa genti. E nemancu cumbenidi a esprorai sa "liggidura de sa vida" (critica cun cummentus e acciuntas) a is isposus, chi faidi sa genti in bidda, in is diis prima e appustis de su sposoriu.
Sa cida prima de su sposaliziu benidi portada, a sa festa, sa roba e sa mobilia de domu de sa sposa a sa domu noa. Sa curiosidadi de sa genti è de castiai beni totu su addobbu de is carrus e is piccioccas chi accumpangianta sa roba po dda assentai in domu de su sposu. Speziali contu si tenidi candu tra is carrus de sa mobilia sighidi puru su carru chi portada sa mola e avattu su molenteddu accannaccau e affrochittau, po su spassiu chi si 'ndi formada.
De sa dii de sa coia is isposus intranta in su limbu de is arrimaus (archiviaus) e sa genti hada a tenni cosa de nai solu a sa risultada, a distanzia de aturus quindixi annus."
(Tratto da Giuseppe Dessì - Contus de forredda - 1964)

Nel tradurre letteralmente il simpatico brano di Giuseppe Dessì si nota che egli usa la parlata sanlurese (comune nella Marmilla) che possiamo considerare una variante dialettale della lingua sarda campidanese.

"Condizioni indispensabili per sposare erano: Per prima cosa: essere "maschio" o "femmina" (da non confondere con "maschio e femmina - ermafrodito); per seconda cosa: essere lavoratori. Per l'uomo in particolare si chiedeva: - Che avesse fatto la (visita di) leva e fosse stato fatto "abile" e non "riformato"; che avesse una casa propria; che possedesse "l'infornata sicura" (il grano per il pane per ogni settimana dell'anno). In quel di Marmilla si pretendeva dall'uomo di possedere anche due o tre alberi d'olive, per assicurare il "condimento" del mangiare (olio) per tutto l'anno.
Per la femmina si domandava che avesse "la roba" (dote o biancheria o corredo) e la mobilia (il letto, il tavolo per fare il pane, panchetti da sedersi, la cassapanca per la biancheria e le coperte, il telaio per tessere, i rami e le terrecotte da cucina, il calderone per la liscivia (del bucato), il padellone e il completo degli spiedi).
Senza queste condizioni non si poteva pensare al matrimonio.
Il fidanzamento (farsi sposi) si poteva fare subito, appena fatta la (visita di) leva; ma a sposarsi si aspettava quando tutto era pronto... vale a dire dopo dodici o quindici anni (perché il matrimonio non era una cosa da farsi alla trallerallera).
E' inutile descrivere minuziosamente tutte le cerimonie e le usanze antiche e tradizionali del fidanzamento, dello sposalizio, per non perdere tempo e per non correre il rischio di annoiare la gente. E neanche conviene esplorare la "lettura della vita" (critica con commenti e aggiunte) degli sposi, che fa la gente in paese, i giorni prima e dopo le nozze.
La settimana prima delle nozze viene portata, festosamente, la roba e la mobilia dalla casa della sposa alla casa nuova. La curiosità della gente è di osservare bene tutta l'esposizione (del corredo) sui carri e le fanciulle che accompagnano la roba per disporla nella casa dello sposo. Speciale attenzione si riserva al momento in cui tra i carri della mobilia passa il carro che trasporta la macina, con l'asinello appresso inghirlandato e infiocchettato, per il divertimento che se ne trae.
Dal giorno delle nozze gli sposi entrano nel limbo degli appartati (archiviati) e la gente avrà altro da dire soltanto (visti i risultati), a distanza di altri quindici anni."



APPENDICE I


DICIUS E FRASTIMUS / DETTI E INVETTIVE

1 - IL CONCETTO DI GIUSTIZIA

Il concetto di giustizia - nei detti, nei proverbi, negli scongiuri, nelle maledizioni, nelle invettive.

1 - Mezzu terra senza pane che terra senza justizia. Dicono i pastori nella loro lingua, il logudorese. E nella lingua campidanese, i contadini esprimono lo stesso concetto con il detto: Mellus chi manchit su pani che sa giustizia.
Meglio una terra senza pane che senza giustizia; è meglio che manchi il pane che la giustizia. Nel sardo, come in ogni popolo oppresso, è grande il bisogno di giustizia, di un mondo dove gli uomini siano uguali e non più divisi in sfruttatori e sfruttati.
Alcuni anni fa, un procuratore generale di cui non vale la pena ricordare il nome, nella tradizionale relazione annuale sullo stato della giustizia in Sardegna, citò questo detto a sostegno della sua ovvia richiesta di una maggiore efficienza e di un maggior rigore dell'apparato giudiziario e repressivo: più polizia e più galera - secondo lui - chiedevano dunque i sardi per amore della giustizia. Una sfrontata e provocatoria citazione o la più crassa ignoranza del concetto che i sardi hanno dell'amministrazione della giustizia.

2 - An chi ti currat sa giustizia!, Che ti possa rincorrere la giustizia!, è forse la peggiore invettiva che si lanci al nostro nemico, al quale non si può augurare di peggio che finire nelle mani della giustizia.

3 - An chi ti pregonit sa giustizia!, Che tu possa esser chiamato a comparire davanti alla giustizia! Anche l'essere soltanto pregonau, chiamato in giudizio, è grave iattura. Come la precedente e come quella che segue è diffusissima nel popolo.

4 - An chi ti currat su Buginu!, Che ti possa rincorrere il Bogino! - Bogino Gian Battista Lorenzo è ministro sabaudo per la Sardegna dal 1750 al 1773. Uomo di punta della nascente borghesia piemontese, statista liberale a casa sua, in colonia diventa un arrogante boia. Bogino è infatti sinonimo di boia, o anche di diavolo scatenato, nella parlata popolare.

5 - Meda leis, pobulu miseru (o anche Leges meda, pobulu miseru). Molte leggi, misero popolo. A valutare dalla quantità di leggi esistenti e da quelle che quotidianamente si fanno, il nostro è certamente il popolo più misero del mondo.

6 - Acciottau siast! - Che tu sia flagellato! Da acciottu, frusta usata per le pubbliche punizioni ai malfattori.

7 – Fai’ che sa giustizia de Serramanna. Far come si fece giustizia a Serramanna, paese del Campidano di Cagliari, dove nel periodo sabaudo si impiccarono in una sola volta 35 cittadini. Significa "far giustizia sommaria".

8 - A su nemicu parare, a sa giustissa fughire. Davanti al nemico opporsi, davanti alla giustizia fuggire. Un nemico come la giustizia dello stato non si può combattere lealmente, da uomo a uomo, ma con le sue stesse armi: il sotterfugio e l'inganno.

9 - Abba seberat lana. Il tempo è galantuomo e fa giustizia.

1O - In sa zustissia, finas chie binchet perdet. Nei processi giudiziari, anche chi vince perde. Perciò si dice: Zustissia, allargu dae mene!, Lontano da me, la giustizia!

11 - Dae sa zustissia non has a tenner mai pasu! - Non avrai mai pace dalla giustizia!

12 - Essida sa lege agattadu s'ingannu. Fatta la legge scoperto l'inganno. La legge è fatta per i fessi; i furbi trovano sempre il modo per eluderla.

13 - Iscuru a chie chircat meighina dae zustissia! Misero colui che cerca rimedio nella giustizia! Iscuru chie provat sa zustissia! Misero colui che cade nelle grinfie della giustizia! Iscura sa domo chi b'intrat zustissia! Misera la casa dove entra la giustizia!

14 - Non dies segretu a femina ne fide a zustissia. Non confidare segreto a una donna e non dar fede alla giustizia.

15 - Pustis de sa giustissia benit sa morte. Se incappi nella giustizia non ne esci più se non da morto.

16 - Sa chi si che mandigat tottu est sa zustissia! Ciò che si divora tutto è la giustizia! Tra carte bollate e avvocati chi si avventura in tribunale ne esce povero in canna.

17 - Sa zustissa ora pro ora est che i sa morte. La giustizia ti uccide lentamente. Sa zustissia est tantu fina chi dae domo ch'ocat braja e chisina! La giustizia è tanto sottile da distruggere e gli uomini e le cose. Sa zustissia a chie non bochit vituperat! E quando non ti uccide, ti infama, ti distrugge in tutti i sensi. Perciò: Sa zustissia fuela comente su dimoniu a s'abba santa, fuggila come il diavolo l'acqua santa. An chi ti sperdat sa giustizia! conclude l'invettiva in campidanese, coronando i detti in logudorese: Che la giustizia possa distruggerti!

18 - Zustissia b'happet ma in domo non colet! - Ci sia sì la giustizia, ma che non entri in casa! E più o meno esprimendo lo stesso concetto dispregiativo e ironico: Zustissia benzat ma a mimme non tocchet!, Giustizia venga ma non mi tocchi. E ancora: Giustissia ma no a domo! Giustizia, ma non in casa.

19 - Zustissia noba ferramenta acuta. Giustizia nuova più efferate torture. Anche: Zustissia noba iscuru chie la provat. Giustizia nuova misero chi la prova. L'esperienza parla chiaro: ogni volta che la giustizia dello stato si rinnova è per meglio opprimere e sfruttare il popolo.

2O - Pro su poburu non b'hat zustissia. Per il povero non c'è giustizia. Infatti, quella dello stato, è la giustizia dei padroni. Perciò: Mezzus zustissia de domo chi non zustissia anzena. Meglio la giustizia della propria comunità che la giustizia straniera.

21 - Pro che rugher in manos de sa zustissia mezzus mortu! Meglio morto che cadere nelle mani della giustizia!

22 - "Santu Yubanne est cras / Santu Yubanne de Deus / Zustissia dae Deus / bi falet a sa terra / chi no codiet nemancu / chisina in su fuchile / a chie 'nde hat curpa e causa!" San Giovanni è domani, San Giovanni di Dio / Giustizia da Dio / discenda sulla terra / che non lasci neppure / cenere nel focolare / a chi ne ha colpa e causa! (Grazia Deledda sostiene che questa terribile imprecazione in versi venne pronunciata in tribunale, davanti alla Corte di Nuoro, da una donna condannata a "trent'anni di ergastolo per un delitto misterioso".

23 - Avogadu ambisugu paret: sutzat su samben chene ossu toccare. L'avvocato è come la sanguisuga: succhia il sangue senza toccare l'osso. Un popolo che ha della giustizia dello stato l'opinione che abbiamo visto, non può non vedere con disprezzo la figura dell'avvocato, ingranaggio di una macchina nata per opprimere, reprimere, distruggere ogni atto, ogni volontà di riscatto del popolo. Quelli che seguono sono alcuni detti che suonano poco lusinghieri per le sanguisughe.

24 - Abogau e magasineri depint essiri improsadoris. Avvocati e bettolai devono essere adulatori. E anche bugiardi. Infatti: Avocadu faularzu avocadu binchidori. Vince le cause l'avvocato che dice più bugie.

25 - S'avogau difendet sas persones cando v'hat porcheddos e anzones! L'avvocato difende le persone che possiedono porchetti e agnelli, cioè chi possiede. In ogni caso, mettersi nelle mani di un avvocato, significa rovinarsi economicamente: S'avvocatu ispotzat sos vios su preiteru sos mortos. L'avvocato spoglia i vivi e il prete i morti. E anche: Sos avvogados lassan su perdidore nudu e su binchidore in camisa. Lasciano il perdente nudo e il vincitore in camicia.

26 - Mezzus manibale onestu chi abbocau tramposu. Meglio manovale onesto che avvocato imbroglione.

Esiste una legge comunitaria antichissima che, anche se non scritta è rigorosamente rispettata dalla gente. Fondamenti di questa legge sono il rifiuto del potere e della proprietà privata; la vendetta come forma naturale di giustizia, che si rifà alla legge del taglione, se si tratta di offesa grave; la fede nella parola data senza giuramenti: l'uomo non è un uomo se non parla, come direbbero gli indiani dei fumetti, "con lingua diritta e non biforcuta"; la libertà a ogni costo. I detti che seguono confermano questi fondamenti.

27 - Furat chi furat in domu (o secondo un'altra variante in bidda). Ruba chi ruba in casa (o in paese).

28 - Qui non trabagliat non mandigat. Chi non lavora non mangia.

29 - Chie cumandat fachet leze! Chi comanda fa legge!

3O - Sas paghes postas in sos runaghes non s'iscontzant mai. Le pacificazioni effettuate secondo la legge comunitaria non si rompono mai.

31 - Su cumannare non lu creas arte bona. Il comando, il potere non è cosa buona.

32 - Su malu partidore faghet sa zente ograna. L'ingiusta divisione fa la gente invidiosa. Su zustu a chie toccat! Il giusto a chi spetta, ossia a ciascuno il suo secondo giustizia.

33 - Su sambene innossente iscramat sette bortas sa die. Il sangue innocente grida (vendetta) sette volte ogni giorno. Samben cramat samben! Sangue chiede sangue! Chie de ferru ferit de ferru perit. Chi di spada ferisce di spada perisce. Marranu non battit pena! E' legittimo uccidere per grave oltraggio. E' meglio chiarito nel successivo detto: Si mi naras marranu ti bocco! Se mi dici marrano ti uccido!

34 - S'ispia est pius mala de su ladru. La spia è peggiore del ladro. A s'ispione non li mancat sa paga sua. La spia ha sempre quel che si merita.

35 - Sa minestra si pappad prus frida che callenti. La minestra si mangia sovente più fredda che calda. Cioè a dire che la vendetta arriva sempre, anche se lenta. Ribadiscono questo concetto i seguenti detti: Buccone frittu est pius saboriu. Boccone freddo è più saporito: ironicamente, la vendetta che giunge più lenta è più pesante. Chie dat gustu ispettat chena. Chi ha dato pranzo si aspetti cena. E infine, categorico: Sa paca benit semper! La paga, la vendetta, arriva sempre!

36 - Chi mandigat pilu cacat lana. Chi mangia pelo caca lana. Da ciò che fai si capisce chi sei.

37 - Briga de frades briga de canes. Lite tra fratelli lite da cani.

38 - A su zuramentone nessunu li dat fide. Allo spergiuro (o meglio: a chi giura di continuo) nessuno dà fede. Sa giura est pro coberrer sa fura. Il giuramento serve a coprire il furto. Ne zuramentu de ladrone ne lagrimas de bagassa. Giuramento di ladrone e lacrime di bagascia non hanno valore.

39 - Mezzus mortu che in galera. Meglio morto che in galera. Mezzus cantare a pei in campu chi non a pei in tzella. Meglio cantare in campagna che in cella, meglio bandito che recluso.

4O - Mezzus suare in pes chi fagher sa fine de sos rees. Meglio sudare ai piedi, faticare, che fare la fine dei re, essere fatto fuori.

2 - COME SONO VISTI GLI ALTRI

DICIUS / Proverbi


Sui paesi (come sono visti gli altri).

1 - Milis po arangiu e Crabas po pisci. Milis ricca di aranci e Cabras di pesci. Questo detto viene usato frequentemente anche al rovescio: Milis po pisci e Crabas po aranzu, facendo intendere che a Milis, ricca di aranceti, è più facile trovare pesci al mercato che arance; così a Cabras, ricca di pescosi stagni, si trovano in vendita più arance che pesci. Cabras e Milis sono due grossi paesi in provincia di Oristano, distanti tra loro circa venti chilometri.

2 - An chi ti scurighit a Sorgono - Che ti si faccia buio a Sorgono. Cioè il paese di Sorgono sarebbe così poco ospitale che l'arrivarvi di notte è considerato un malaugurio.

3 - Fai cumenti faint in Bosa: candu proit lassant proi. Fare come si fa a Bosa: quando piove lasciano che piova. La logica dei bosani è dunque lapalissiana.

4 - Bonu a Sestu, malu totu su restu. Buono Sestu, male tutto il resto. Detto coniato probabilmente dagli stessi abitanti di Sestu.

5 - Ci dda furriat a sa cabesusesa. Girarla alla cabesusesa, in modo violento. Su cabesusu (letteralmente: il Capo di Sopra) è il termine con cui i contadini dei Campidani chiamano le Barbagie, e cabesusesus sono i pastori che vi abitano.

6 - A Oristani cincu soddus cincu panis; a Casteddu unu soddu unu panixeddu. A Oristano cinque soldi cinque pani; a Cagliari un soldo un panino. Nella grande città il pane costa di più e se ne mangia di meno.

7 - A Seui passa e fui. A Seui passa e fuggi. Seui, altro paese giudicato poco ospitale.

8 - Saddoresu pappa fa. Sanlurese mangia fave. Sanluri, grosso paese agricolo in provincia di Cagliari, è produttore e consumatore di leguminose. Si raccontano storielle e aneddoti riguardanti il contadino sanlurese, scarpe grosse cervello fino. Sulla linea del Bertoldo di G. C. Croce, con la sua elementare astuzia contadina, riesce sempre a prevalere sul cittadino, che cerca di metterlo in difficoltà o di imbrogliarlo. A proposito del detto che vuole gli abitanti di Sanluri grandi mangiatori di fave, si racconta che un giorno uno di questi volesse, per una volta almeno, pranzare come sentiva dire che mangiava il re, facendosi preparare e servire dieci pietanze. Ovviamente, ciascuna pietanza consisteva in fave cucinate in modo diverso. Alla quinta portata - dice il racconto - il sanlurese si arrese esclamando: "Ite dimoniu de scraxiu hant a teni is gurreis, po arribai a si pappai finzas a dexi platus?" (Che diavolo di stomaco avranno mai i re, per riuscire a mangiarsi dieci piatti?)

9 - Arburesu macu. Arburese matto. Gli abitanti di Arbus, ma anche di altri paesi, sono giudicati un po' tocchi in virtù di pregiudizi. Si conosce anche il detto Scherzu de arburesu, equivalente a scherzo da frate, scherzo pesante.

1O - Sassaresu impicca babbus. Sassarese impicca babbi. Nel senso che gli abitanti di Sassari sarebbero poco rispettosi dell'autorità costituita. Molto probabilmente il detto deve avere avuto origine dalla adesione della città alle idee giacobine. Un detto da rivedere dopo Antonio Segni e Enrico Berlinguer (e Cossiga?), due notabili sassaresi, per niente impicca babbus.

11 - Fai a s'aritzesa. Fare all'aritzese, come quelli di Aritzo: ciascuno paga per sé, alla romana.

12 - Puntu sias che orgiu de Baronia. Che tu sia bacato come l'orzo della Baronia (una regione dell'isola dove si produce poco e cattivo orzo).

13 - Sa manu che sa de su milesu (portis), ca contàt s'arangiu cun is peis. Che tu abbia le mani come quelle del milese, che contava le arance con i piedi. Di fatto è unu frastimu, una invettiva, dove il paese di Milis entra per il fatto che ci sono le arance e uno che le vende in giro per il mondo, anche se tanto malandato da dover usare i piedi per contare i frutti.

14 - A su crabarissu ddi podis fueddai de sa mellus cosa: de Deus, de filosofia... T'hat a rispondi sempiri: mrinca tua a Issu! buffa! - Al cabrarese puoi parlare della miglior cosa: di Dio, di filosofia... Ti risponderà sempre: fallo fottere! bevi! - E' la definizione che di se stessi danno gli abitanti di Cabras, paese famoso in Sardegna per i suoi stagni un tempo ricchissimi di muggini, cefali e anguille e per le lotte antifeudali portate avanti dai suoi pescatori. La definizione vorrebbe accreditare un'immagine del cabrarese peone fatalista ed è stata certamente coniata dal padronato dello stesso paese.

3 - IL LECITO E L'ILLECITO

Sulla morale (ciò che dobbiamo fare o non dobbiamo fare).

1 - Cun santus e cun macus non toccat a brullai. Con santi e con matti non bisogna scherzare.

2 - Impara s'arti e ponìdda a una parti. Impara l'arte e mettila da parte.

3 - Sa scova si pigat de su furrungoni. La scopa la si va a prendere dall'angolo. Si dice di una fanciulla che deve essere modesta e umile e non mettersi in mostra se vuole trovare marito. L'accostamento della donna alla scopa - anche se questa ha l'importante funzione di mantenere pulita la casa - non è attualmente gradito dalle nuove generazioni sarde.

4 - Chi non scidi fai, non scidi cumandai. Chi non sa fare non sa comandare.

5 - Su chi non scidi est cumenti a su chi non bidi. Colui che non sa è come colui che non vede.

6 - Chi non arriscat non piscat. Chi non rischia non pesca. Ha lo stesso significato di Chi non risica non rosica.

7 - Chi prus scidi nudda scidi. Chi più sa nulla sa. E' detto per persona che fa sfoggio di erudizione.

8 - Chi dispreziat appreziat. Chi disprezza apprezza. Ha lo stesso significato di Chi disprezza compra. Si dice di ragazzo che critica una ragazza, che in cuor suo desidera e finirà con il prendersela. In moglie, naturalmente, ché nelle massime la gente di ogni paese è perbene.

9 - Chi prus burdellat prus tenit rexioni. Chi più baccaglia più ha ragione. Dappertutto.

1O - Chi a binti non scit e a trinta non tenit, poburu mannu morit. Colui che a venti (anni) non sa e a trenta non possiede, da grande muore in miseria. A meno che non vinca al totocalcio o non diventi ministro.

11 - Chi cantat in mesa, non tenit firmesa / chi cantat in lettu o est macu o est fettu. Chi canta a tavola, non ha serietà / chi canta a letto o è matto o è bacato. E' una filastrocca che si recita ai fanciulli perché stiano composti a tavola e dormano quando vanno a letto.

12 - Sa preiza est sa mamma de sa poburesa, su traballu est su babbu de sa ricchesa. L'ozio è la madre della povertà; il lavoro è il padre della ricchezza. Si noti che sa preiza è femminile e su traballu è maschile: la prima è di segno negativo e il secondo è di segno positivo. Ma si noti anche che in italiano sa preiza si dice l'ozio, che è maschile: tuttavia è la madre di ogni vizio.

13 - Balit prus su geniu de sa bellesa. Vale più la simpatia della bellezza.

14 - Riu mudu, tragadori. Ruscello tranquillo, impetuoso. Le acque chete sono infide. Dello stesso significato: Ispina sutt' 'e ludu. Spina nascosta sotto il fango, che ti coglie di sorpresa, chi ti tradisce. Anche: Tira sa perda e cuat sa manu. Tira il sasso e nasconde la mano.

15 - Truncu bogat astua. Dal tronco vengono fuori i ceppi. Se son rose fioriranno.

16 - Brulla brullendi si narant is beridadis. Scherza scherzando si dicono le verità.

17 - In domu de su frau schidonis de linna. In casa del fabbro spiedi di legno. Si dice con sorpresa a chi produce una data cosa e ne è sprovvisto. Il suo profondo significato è che il lavoratore produce per gli altri, non per sé.

18 - Est preghendi 'e si morri po si pasiai. Aspetta di morire per potersi riposare. Si dice di persona molto laboriosa.

19 - Curruxu 'e molenti, fueddu de bagassa non arziant a celu. Raglio d'asino e parola di bagascia non arrivano in cielo. Il senso è chiaro: Ciò che viene dal basso, dallo spregevole, non giunge, non può contaminare chi è in alto.

2O - Pezza chi non coit, lassadda coi. Carne che non cuoce, lasciala cuocere. Non star dietro le cose che non puoi fare; o anche: lascia che l'acqua scorra in discesa. Se detto per persona significa anche Lassaddu cantai, Lascialo cantare, lascia che cuoccia nel suo brodo.

21 - Cuaddu friau sa sedda ddi pitziat. Cavallo guidalescato, piagato dai finimenti, la sella gli brucia. Equivale a Chi è scottato teme il fuoco. Si dice come di un giusto timore, di cautela con cui bisogna accingersi a rifar qualcosa che ha avuto esito negativo e doloroso.

22 - Pilloni chi non biccat hat giai biccau. Uccello che non becca ha già beccato. Usato per persona che si siede a tavola e non mangia, pur essendo in salute.

23 - Saccu sbuidu non abarrat strentaxu. Sacco vuoto non resta in piedi. Si dice per convincere a mangiare chi è inappetente o anche chi non mangia per timidezza. Se poi l'ospite, preso l'abbrivio finisce con il mangiare, si esclama: Non di bollu non di bollu, ghettaminceddu a su cuguddu!, Non ne voglio non ne voglio, mettimelo nel cappuccio! (Il riferimento è ai frati questuanti, i quali non toccavano le offerte con mano ma le ricevevano nel cappuccio capiente del loro saio.)

24 - Fai che Fulanu, chi si pappat una pabassa in quattru mossius. Fare come Fulano, che si mangiava l'uva passa in quattro morsi. Si dice di persona oltre modo inappetente o anche manierosa.

25 - Dogna musca ddi parit unu boi. Ogni mosca gli sembra un bue. Fifone.

26 - Parit faendi brabaristas de santu. Sembra che stia facendo ciglia di santo. E' intento a compiere un lavoro molto delicato. Si dice ironicamente di chi compie un lavoro normale con eccessiva cura e pignoleria. Con simile significato si dice anche: Est pettinendi sa coa a su pisittu! Sta pettinando la coda al gatto!

27 - In tempus de figu, foras amigu. In tempo di fichi, non si conoscono amici. Detto per chi è egoista.

28 - Arrid de is carrus furriaus. Ride dei carri rovesciati. Ride delle disgrazie altrui.

29 - Faid: bistu su carru e setziu! Fa: visto il carro vi monta sopra. Equivale a: è una persona che se la sa cavare. E' un detto tratto da una storiella che ha per protagonisti un signore e un contadino. Il primo parla in termini lusinghieri del proprio figlio, che studia e trae dalla scuola un ottimo profitto, che viene valutato molto intelligente. Al che, il contadino per vantare il proprio figlio e dimostrarne l'intelligenza, esclama: "Eh, fillu miu, po intelligenza! Fait bistu su carru e setziu! " (Eh, anche mio figlio, per intelligenza! Fa, visto un carro ci si siede sopra!) - A piedi, quindi non ci va mai.

3O - De su traballu non si 'n di tenit contu ne in terra ne in celu. Il (valore del) lavoro non viene riconosciuto né in terra né in cielo.

31 - Is terras de su Paba. Le terre del Papa. Cioè sono terre di nessuno. Si usa rispondere così a qualcuno che fa osservare che si stanno raccogliendo frutti nelle terre del prossimo. Vi è nella ironia della battuta un chiaro rifiuto della proprietà privata.

32 - 'n di furat sa terra cun is peis! Ruba la terra con i piedi. Si dice scherzosamente a chi si imbratta di terra le scarpe e ha nomea di persona che gira per la campagna, e non lassat ne birdi ne siccau, non lascia né verde né secco, porta via tutto.

33 - Parit unu gattu pappendi prumoni. Sembra un gatto che mangi polmone, cioè che brontola su ciò che mangia.

34 - Coia e compera in bidda tua. Sposati e compra nel tuo paese. Un invito all'endogamia e alla autarchia.

35 - S'omini si misurat a oras, sa terra a pramus! L'uomo si misura a ore, la terra a palmi!
Ho chiesto allo stesso che me l'ha fatto conoscere, un pastore sui cinquant'anni, il significato di questo detto. Egli ha risposto: "Qualche volta non li sappiamo apprezzare. Ma se noi approfondiamo, secondo le risultanze, i proverbi derivano tutti da una precisa realtà. Per esempio si dice: S'omini est a oras e sa terra est a pramus (l'uomo è a ore e la terra è a palmi). Perché si dice così? L'uomo in certi momenti ragiona in un modo, in altri momenti in un altro. Allora vuol dire che s'omini est a oras...Sa terra est a pramus. Cosa vuol dire? Che ogni sito dà i suoi prodotti, ogni sito dà i suoi frutti, una può essere adatta alla vigna e una a pascolo..."
Nell'uso più frequente, il detto significa che l'uomo non si misura con il metro, come i terreni, ma per le sue qualità egli va valutato.

36 - Centu concas e centu berritas. Cento teste e cento berritas. Uno dei proverbi più diffusi in Sardegna. I ceti dominanti, uomini politici o di cultura, lo interpretano in un senso negativo: ogni sardo vuol fare di testa sua, perciò i sardi non sono uniti, sono anarcoidi. Costoro auspicano "centu concas con una sola berrita", tutte le teste dentro un solo berretto. Il loro berretto, naturalmente. Lo stesso detto è facilmente interpretabile in un senso positivo, e cioè è bene che ogni testa abbia una propria berrita, un modo proprio di pensare. Si può essere uniti anche se con diverse idee in testa.

4 - DICIUS / Proverbi in logudorese

Di vario genere, in logudorese.
Quelli che seguono sono alcuni dei tanti proverbi e detti sardi, di vario genere, in uso tra i sardi parlanti logudorese.

1 - A chie non buffat binu, Deus non li dat abba. A colui che non beve vino, Dio non gli dà acqua. Di uguale significato: Chie non bibet binu, Deus lu castigat a sidiu. Colui che non beve vino viene castigato da Dio con la sete.

2 - Binu malu e pane tostu duran meda. Vino cattivo e pane duro durano a lungo.

3 - Chie morit cottu morit santu. Chi muore cotto (nel senso di sbronzo) muore santo. Ne esiste una variante, più diffusa, che suona: A chini morit coddendi morit santu. Chi muore chiavando muore santo. Per chiudere con il tema sul vino, che ha numerosissimi detti, uno in lingua campidanese: Su binu a is cristianus e s'aqua a is floris! Il vino ai cristiani e l'acqua ai fiori! Che a sua volta viene spiegato dal detto: Su binu ponet sambene! Il vino produce sangue!

4 - A precare a cresia. A pregare in chiesa. Si dice spesso di persona che riceve qualcosa in offerta e rifiuta per complimento.

5 - Chentu biddas e chentu faeddos. Cento paesi e cento lingue. Fa il paio con l'usatissimo "Centu concas e centu berritas" che abbiamo già visto.

6 - Cando si faeddat si abbaidat sa zente in cara. Quando si parla si guarda la gente in faccia.

7 - Chie narat troppu pensat pagu. Chi dice troppo pensa poco. Si associa all'altro detto: Chie faeddat pagu no offendet a niunu. Chi parla poco non offende nessuno.

8 - Chie narat cantu ischit perdet cantu hat. Chi dice ciò che sa perde ciò che ha. E' diffusissimo in diverse varianti e sta a ribadire un'etica radicata nel sardo: farsi i fatti suoi, evitare "collaborazioni" con la giustizia, anche per evitare giuste rappresaglie. Per tutti valga questo detto, molto esplicito: Cussu chi bides e chi intendes siat che preda in fundu a poju. Ciò che vedi o che senti sia come sasso in fondo al lago. A chi ha la lingua facile si suggerisce, in tutte le varianti della lingua sarda: "Ponidinche sa limba in culu!" Mettiti la lingua in culo!

9 - Chie non dat non leat. Chi non dà non riceve. Dare e leare faghet amare. Dare e ricevere è la base dell'amare.

1O - Qui cheret sorte la devet quircare. Chi vuole successo se lo deve guadagnare.

11 - Qui non trabagliat in juventude pianghet in sa bezzesa. Chi non lavora in gioventù piange nella vecchiaia.

12 - Ischire limbazos est sabidoria. Conoscere (diverse) lingue è saggezza. Ricorda l'ungherese: Tante lingue tu parli, tanti uomini sei.

13 - Sa domo est pittica ma su coro est mannu! La casa è piccola ma il cuore è grande. Si dice anche di regalo che è piccolo...

14 - In cosa chi non connosches lea consizu. Su materia che non conosci chiedi consiglio, chiedi a chi ne sa più di te.

15 - A su bisonzu connosches sos amigos. Gli amici si conoscono nel bisogno.

16 - Sos amigos qui siant ne meda ne nudda. Gli amici siano non molti né alcuno - cioè siano pochi ma buoni. Vale anche per le amiche, naturalmente.

17 - Qui seminat ispinas non andet isculzu. Chi semina spine non vada scalzo. Ha lo stesso significato del "chi la fa l'aspetti", ma con la possibilità, per chi l'ha fatta, di evitare le conseguenze calzando scarpe.

18 - Unu contu faghet s'ainu, s'ateru s'ainarzu. Un conto si fa l'asino e un altro l'asinaio. Testimonia l'irriducibile conflitto tra il povero e il padrone, tra il popolo e il potere dello stato.

19 - Amore e odiu si decraran semper. L'amore e l'odio si manifestano sempre. Non si possono nascondere. Ma, Amore e odiu craman prantu. L'amore e l'odio chiamano pianto.

2O - Ne sapatu sentza sole ne femina sentza amore. Né sabato senza sole né femmina senza amore. Ricorda il detto greco: Dio non perdonerà l'uomo che ha lasciato sola nel suo letto una donna! S'amore est de tottus. L'amore è di tutti. Nonostante sia Mezzus corfu 'e balla chi dae amore! Meglio esser colpiti da una pallottola che dall'amore!

21 - Come in ogni altra parte del mondo, anche in Sardegna si chiava. Anzi, nei paesi sottosviluppati più che nei paesi sviluppati, dato che il tipo di civiltà attualmente proposto all'umanità tende a potenziare le capacità produttive a scapito di quelle riproduttive. Nei poli di sviluppo dove sono state impiantate le petrolchimiche - pare - la gente scopa di meno. Ecco alcuni saporosi proverbi sul tema caddigare, cavalcare, ovvero, coddai, chiavare, o con maggiore efficacia, accunnare, gettare coscia.
In mesa e in lettu fora rispettu. A tavola e a letto senza rispetto. Non si fanno complimenti.
Chie non coddat parente non coddat niente. Chi non si è mai chiavato un parente è come se non abbia mai scopato. Ovvero, Chie non coddat sorresta, no connoscit festa, cioè chi non ha chiavato la cugina, non sa cosa sia festa.
Mezus petire culu a savias chi non pane a macos. Meglio chiedere il culo alle savie che chiedere pane ai pazzi.
Sa femina (coddat) finzas a cantu campat, s'omine finzas a cantu podet. La femmina (chiava) fin quando campa, l'uomo fin quando può.
Pro caddigare non b'hat bisonzu de andare a Tattari. Per cavalcare non è necessario andare a Sassari, andare lontano.
Sa conca de sutta cumandat sa de supra. La testa di sotto comanda quella di sopra.
Tirat pius unu pilu de sutta chi non unu carru a boes! Tira più un pelo di sotto che un carro a buoi! Simile al detto veneto che suona: Un pelo di fica tira più di due buoi. E in lingua italiana, più raffinata: un capello di donna tira più di un giogo di buoi.

5 - DICIUS IN POESIA / Proverbi in versi


In una singolare composizione poetica della fine del secolo scorso, di ignoto dell'Oristanese, compare una elencazione di massime di uso comune nel mondo contadino. Con questi versi, il poeta moralista ha voluto tramandare la saggezza degli antichi padri. Egli interpreta un tutore che parla alla sua pupilla fattasi grande e pronta ad entrare nel mondo. I suggerimenti che vengono dati, per la verità, non sono rivoluzionari.

Mai non t'incantit riu sellenu,
mancai luxat prus de su cristallu;
e non t'innamoris de maridu allenu,
ca sa roba allena tenit fragu malu.
E de su traballu mai non t'appartis;
cun medas affarius troppu non strappazzis;
chi podis, non fezzas sa notti po dì.
E adattadì sempiri a su tempus;
is malus esemplus circa d'evitai.

Su divertimentu non siat continu.
Si passas in logu chi podis arrui,
su mellus chi fezzas, cambia camminu.
E a su bixinu portadiddu beni
ca non has a teni certu ne accusa;
non boghis iscusas de cosas fingidas;
cun is approntidadis non fezzas cumprottus:
fuedda cun totus e foras abitai.

In s' 'n casu cosis, provenidì agus;
si una 'n di scuas, un atera 'n di pigas;
non curras, non sigas dus lepiris paris;
e non ti decraris ca totu scis fai.
Biri e cagliai est bonu chi procuris;
e non ti mesturis cun vanagroriosa;
e po certas cosas lassa battallai.

Non stentis continu fendi aperi e serra;
si ballas, non ballis totu a unu pei
si nuncas ci ponis su tuveddu in terra.
Pensa e disterra sa teneridadi;
teni umilidadi, lassa sa perfidia;
non tengias invidia po beni perunu;
atturit ognunu cun su pagu suu;
e tui su tuu scididdu portai.

Scipias: chi beni non portat su suu,
ddi benit agou a disigiu s'allenu.
Prus de una borta istoria non repitas;
cosa non promittas po non dda donai.
Non ti vanagroris po chi t'estis beni;
non ti disperis po chi t'estis mali:
a istadu eguali non podeus istai.
Lassaddu passai su riu aundi passat;
lassa a chi ti lassat, a chi non t'hat circau;
e de su disdicau non ti coglionis.
Non bollas funis po t'accappiai.

Si a una domu ddu abitas oi,
po cali chi siat fattu chi deppis trattai,
si est chi ti ci narant a torraiddoi,
cumenti chi ti nerint a no ddui torrai.
Prangiu non aspettis de una domu allena.
Non fezzas iscena, ne tanti cumedia:
in tempus remedia su de remediai.
Si est chi t'attoppat calincunu, sciorosu,
amigu o gopai ti siat o nemigu,
faidì is origas che lepiri sposu,
però castiaddu che carroga in figu.
E a su perigulu sempiri t'opponis;
non abitis personas mali accostumadas.

Bivi retirada, timi is linguas malas,
evita is iscialas, bivi a banda sola.
Santus a marolla non pretendas fai;
non ti movas mai chi arroda in strettoxiu;
non boghis su maju prima de arribai.
Mai non ti fezzas contus ainantis;
e de cosas pedrias non fezzas istanzas.
Pensa a fai beni e non miris a chini;
e discurri a fini prima de oberai.
Prus de su chi sesi non circhis de ti fai.
Aundi non d'hat non circhis nienti;
cunforma a sa genti deppis cumprollai.

(Non fidarti mai del ruscello cheto,
anche se luccica più del cristallo;
non innamorarti dei mariti altrui,
che la roba altrui non ha buon odore.
Non alienarti mai dal lavoro;
ma non affaticarti dietro troppe cose;
e se puoi non fare della notte il dì.
Adattati sempre alle situazioni;
e cerca di evitare i cattivi esempi.

Il divertimento non sia troppo lungo.
Se passi in un luogo dove puoi cadere,
l'unico da fare è di cambiare strada.
Portati bene con il vicino di casa
e non avrai bisticci né pettegolezzi;
non scusarti con giustificazioni false;

e non creare dicerie con la tua improntitudine:
parla con tutti, non frequentare nessuno.

Se devi cucire, fornisciti di aghi:
se una ti si scruna, ne prendi un'altra;
non rincorrere due lepri per volta;
e non vantarti di saper fare tutto.
Vedere e tacere è buono da imparare;
non ti mischiare con gente superba;
e su certe cose lascia che dicano.

Non startene a fare l'apri e chiudi;
se balli, non ballare sempre su un piede
se non vuoi ritrovarti col sedere per terra.
Pensa e agisci con tenerezza;
sii umile e lascia la perfidia;
non avere invidia delle ricchezze altrui;
si accontenti ciascuno del poco che ha,
e ciò che è tuo sappilo amministrare.

Sappi: chi non sa amministrare il proprio,
finisce per desiderare l'altrui.
Non ripeterti più di una volta;
non promettere ciò che non puoi dare.
Non vantarti, se sarai ricca;
non disperarti, se sarai povera:
non possiamo essere tutti uguali.
Lascia che l'acqua del ruscello scorra per il suo verso;
rispetta chi ti rispetta, chi non ti offende;
e non burlarti del derelitto;
evita le situazioni che possono comprometterti.

Se attualmente frequenti una casa,
per qualunque motivo si tratti,
se dovessero dirti di tornare ancora
fa come se ti dicessero di non tornare più.
Non attendere pranzo, in casa altrui.
Non startene a far scena, a drammatizzare:
salva per tempo ciò che si può salvare.
Dovessi incontrarti con persona importante,
amico o compare o nemico che sia,
drizza le orecchie da lepre innamorato,
ma scrutalo come fa la cornacchia da sopra il fico.
Non ti avvicinare mai ai pericoli;
non frequentare gente scostumata.

Fai vita ritirata, stai alla larga dalle male lingue,
evita le baldorie, fai vita semplice.
Non voler fare santi per forza;
non uscire mai dal seminato;
non festeggiare maggio prima che arrivi.
Non disporre di ciò che non possiedi;
e di ciò che hai perduto non farne più conto.
Pensa a far del bene, senza badare a chi;
e rifletti a lungo prima di agire.
Non voler apparire più di quel che sei.
Non cercar nulla dove non ce n'è;
segui sempre la tradizione.

6 - FRASTIMUS / Invettive


Le invettive più frequentemente usate sono quelle che hanno per tema la giustizia (esempio classico: An chi ti currat sa giustizia!), e sono numerosissime e ne abbiamo fatto una scelta in un precedente paragrafo.
Queste che seguono sono alcune invettive (frastimus) che ricorrono ugualmente spesso nella parlata popolare.

1 - Iscuru ti biant! Che possano vederti meschino! E anche: Scedau ti nerint! - Poveretto ti dicano!

2 - Sa schina trunchis! Che ti si tronchi la schiena! E anche: Su zugu trunchis! Che ti si tronchi il collo! E' più efficace, se si sostituisce a su zugu (al collo) sa moba de su zugu, (la colonna cervicale).

3 - Su corpu de chi ti 'n d'hat zappulau! Il corpo di chi ti ha buttato fuori! Più volgarmente si dice: Su cunnu chi t'hat fattu! o anche Su cunnu chi ti 'n d'hat zappulau! La fica che t'ha fatto! - La fica di chi t'ha buttato fuori! E' infine usatissimo, anche tra bambini, Torranci in su cunnu! Tornatene nella fica! o più semplicemente Su cunn' 'e mamma tua! La fica di tua mamma!

4 - Su tiaulu chi t'hat fattu! (o ingenerau!) - Il diavolo che ti ha fatto (o generato!). Se chi lancia l'invettiva è persona devota; un laico, al contrario, dirà: Su santu chi t'hat fattu! - sostituendo santo a diavolo.

5 - Corpu de balla t'infrexat! - Colpo di palla ti ferisca! Palla di fucile, s'intende. E' usato anche, più frequentemente, abbreviata in Corp' 'e balla! Talvolta è usato con valore di complimento, parlando di persona che ci sa fare.

6 - Is manus cancaradas! Le mani rattrappite! - Si dice in gergo familiare ai piccoli che si fanno scivolar di mano un qualunque oggetto, danneggiandolo. Si usa anche Cancarau siast! Rattrappito sii! Si dice anche, ma non come invettiva, bensì come esclamazione laudativa, di persona capace: Ge non est cancarau! Non è mica rattrappito!

7 - Is ogus pendi pendi... Letteralmente: gli occhi penzoloni... Si dice a persona che non guarda con attenzione a ciò che fa.

8 - Non portat is ogus cosius a giuncu! - Non ha gli occhi cuciti con il giunco! Si dice specialmente per medici o sacerdoti i quali per la professione che esercitano dovrebbero essere senza malizia, quando visitano o confessano una donna. Si vuol dire che anch'essi guardano e concupiscono.

9 - Pira cotta, pira crua, dognunu a domu sua! Pera matura, pera acerba, ognuno a casa sua! E' una breve filastrocca che invita persona indesiderata a chiudere un certo discorso o ad andarsene.

1O - Has appiccau mali is crais! Hai appeso male le chiavi! Cioè: Mi trovi proprio giusto! Hai sbagliato il momento o anche la persona.

11 - Mai prus bia, scova de forru! Che non possa vederti mai più, come scopa da forno! La scopa da forno è d'erba e si consuma in pochi attimi al calore. Questa invettiva fa il paio con S'andada de su fumu! Che tu faccia la fine del fumo!

12 - Becciu fiat Battista Nuxi chi bogat farra de genugus. - Vecchio era Battista Nuxi il quale aveva le ginocchia tarlate (veniva farina dalle sue ginocchia)! E' di norma la risposta piccata di persona che non accetta di essere giudicata vecchia.

13 - Cantu ses mannu ses tontu! Sei tanto grande quanto tonto! Detto per persona già adulta ma di poco sale.

14 - Sezzi innoi ca bis a Pirri! Testuale: Siedi qui che vedi Pirri (o nome di altro paese, di appartenenza di chi pronuncia la frase, che è sempre accompagnata dal pugno chiuso con il medio alto: un gesto chiaramente sconcio.) Con lo stesso significato, ma più osceni e anche più usati sono i detti: Mrinca de molenti! Cazzo d'asino! che dovrebbe dirsi come rifiuto di una richiesta inopportuna, viene anche usato come esclamazione di meraviglia, anche dicendo semplicemente "Mrinca!" Frequente, in alcuni paesi dell'Oristanese, come a Cabras, anche nel parlare delle donne, è l'esclamazione "Corru in cu a tia!" (Corno in culo a te!)

15 - Corru de crabu! Corno di capro! Si dice a persona che abbia scoreggiato. Oppure gli si recita la filastrocca: Saludi, trigu e tappus de ortigu! Salute, grano e tappi di sughero! Se chi scoreggia è un bambino o una fanciulla, l'augurio di prammatica viene addolcito con Corru de memei! Corno di agnello; o anche con Corru de pisittu!, Corno di gatto!

16 - Fais una vida che porcu a pei segau - Fai una vita come quella di un maiale zoppo (che viene trattato con tutti i riguardi, perché ingrassi comunque). Con lo stesso significato Fais un'arti che su molenti chi molit! Fai un lavoro quale quello dell'asino alla mola!, cioè poco impegnativo e di poca responsabilità.

17 - Squartarau siast! - Che ti possano squartare! In memoria di tempi storici recenti, quando era praticata pubblicamente la tortura dello smembramento.

18 - S'arrisu de s'arenada de Cabras: arrutta a terra e squartarada! La risata ti sia come la fine della melagrana di Cabras: che cadendo si fa a pezzi! - Sono celebrate nell'isola le melagrane di Cabras, come ho annotato in altra parte di questo libro, che hanno la caratteristica di aprirsi oltre modo, in autunno dopo le prime piogge.

Seguono per il Nuorese alcuni frastimos e irroccos (bestemmie e imprecazioni) raccolti da Grazia Deledda per la rivista delle Tradizioni Popolari diretta da Angelo De Gubernatis (Roma 1894). Sono stati trascritti quelli ancora oggi in uso.

1 - Zustissia ti brussiet - Zustissia t'incantet - Zustissia bi colet e non lasset mancu chisina. La giustizia ti bruci - La giustizia ti incanti (cioè ti inebetisca) - Giustizia passi e non lasci neppure cenere.

2 - Bae a galera! Vai in galera! - Pacami Deu! Pagami Dio! Più che imprecazione questa è una invocazione sacrilega. Si chiede l'aiuto di Dio nella vendetta contro qualcuno che si ha offeso. Si usa anche in segno di ringraziamento allorché si apprende qualche disgrazia accaduta al nemico, all'offensore.

3 - Bae a sa furca, a su corru de furca! - Va alla forca, al corno della forca. Impiccau sias! - Impiccato sii!

4 - Ancu tinche ghiren in battor! Che ti riportino in quattro!

5 - Corfu 'e balla a s'ischina! Colpo di palla alla schiena! Corfu 'e balla chi ti trunchet sa bena 'e su coro! - Colpo di palla che ti tronchi la vena del cuore!

6 - Bae, e chi ti sian sos passos contaos! - Va, e che ti siano i passi contati. (Cioè che muoia presto, in modo che i passi che farai d'ora in avanti siano in numero da potersi contare.)

7 - Ancu ti pachen sa morte. Che ti paghino la morte. (Che tu muoia così miserabile da venir sotterrato a spese altrui).

8 - Ancu ti facan a sale! Che ti facciano a sale (che ti pestino).

9 - Bae e chi andes che su pilu 'e su puzone! Va e che tu vada come le piume dell'uccello. (Che sii disperso).

10 - Sa fune, su boja, e tottu sa cavalleria! La corda, il boia e tutta la cavalleria. (Cioè: la corda per impiccarti, il boia per tirar la corda e la cavalleria di guardia intorno alla forca.)

11 - T'ufriches e crepes! (comunissima nella variante campidanese Unfrau e crepau siast! - n.d.r.) Che ti gonfi e ti crepi.

12 - Sa balla, su focu e s'ispidu ruju! La palla, il fuoco e lo spiedo arroventato!

13 - Oliau sias! Estremunziato sii!

14 - Ancu ti chirchen e non t'accatten! - Che ti cerchino e non ti trovino!

15 - Chi ti pichet unu cussu, che cussu 'e ziu Predu Bardoula chi at trapassau sette taulaos. Che ti prenda una dissenteria come quella di zio Pietro Trottola che ha trapassato sette tavolati.

16 - Sa zustissia nighedda ti cabaddichet! - La giustizia nera ti cavalchi. (Che sii oppresso dalla giustizia).

17 - Ancu ti carrarjen! Che ti coprano di pietre e di frasche! (Che ti assassinino e nascondano il tuo cadavere).

18 - Ancu ti chirche iffathu 'e sas tuveddas e ti bochen a bia sos canes! Che ti cerchino per le macchie e ti scovino i cani! (Che sii assassinato fra le macchie).

19 - Ancu ti ponzan a sa miria che sordau renitente. Che ti pongano al bersaglio come soldato renitente. (Che tu sii fucilato).

7 - FRASTIMUS IN POESIA / Invettive in versi

Nella poetica popolare, non ultime come numero, vengono le "suppliche" ai potenti, composizioni espresse al fine di ottenere giustizia per malefatte subite da potenti "minori". Fra le tante ho scelto il brano di una, esente da cortigianeria e particolarmente viva.
Il "supplicante" inizia rivolgendosi al Re, ma se la sbriga senza aggettivi aulici contrariamente ad altri, per venire al fatto che gli sta a cuore:

Illustri Vittoriu, nostru regnanti:
pregu a sa Sardigna de dda consolai,
de bidda 'n ci 'oghit unu certu birbanti,
cuddu chi su Cumunu megat de si pappai;
is' si mostrat furbu, coru de giganti,
a su poburu trattat de dd'assassinai,
de dd'assassinai a su disgraziau.
Supprica fazzu a sa Corti Riali...
ma da poberesa pongu un abogau.

(Illustre Vittorio, nostro regnante:
la prego di aiutare la Sardegna,
scacciando dal paese un certo birbante,
colui che si sta mangiando il Comune;
egli si mostra furbo, cuore impietoso,
sta assassinando il povero,
sta assassinando il disgraziato.
Faccio supplica alla Corte Reale...
ma chiedo anche un avvocato d'ufficio.)

Più avanti il "supplicante" descrive con amarezza e risentimento il pignoramento per non aver potuto pagare il "focatico" (famigerata imposta di famiglia e sulla casa). Egli si dichiara invalido, in quanto cieco; ciò nonostante gli vengono sequestrati i pochi stracci che possiede. E a conclusione delle sue più che giustificate proteste, il vate cieco, povero e pignorato, lancia come fulmini i suoi frastimus, le sue invettive, i suoi malauguri.

Su dinai miu ti serbat po unghentu:
gravis maladias e foras a 'n di curai!
E ti fazzu meri de unu stabilimentu:
a Santu Bartumeu, sali po tirai!
E ti lassu stradas po divertimentu:
chi camminis sempiri e non arribis mai!
Scuru ti neint in su camminu 'e passai:
chi non biast luxi in s'ora 'e mesudì!

(I miei soldi ti servano per medicamento:
per gravi malattie e che siano incurabili!
Ti faccio dono di una industria:
a San Bartolomeo, condannato a estrarre sale!
Ti lascio strade perché vada a divertirti:
tu possa camminare sempre e non arrivare mai!
Ovunque tu passi, la gente ti dica: poveraccio:
che tu possa non veder luce neppure a mezzogiorno!)



APPENDICE II


GRIGLIA STORICA

SINTESI CRONOLOGICA DEGLI AVVENIMENTI DI RILIEVO
Appunti per una storia della Sardegna

*** Le prime tracce di insediamenti umani del Neolitico (età della pietra levigata) si fanno risalire a circa 3000 anni a. C. La popolazione neolitica sarda si diffonde e vive principalmente lungo le coste occidentali e meridionali dell'Isola, in particolare nella pianura oristanese delimitata a Est dal Monte Arci, ricco di cospicui giacimenti di ossidiana (vetro vulcanico). Vi sono stati scoperti numerosi centri di lavorazione e stazioni che dimostrano come in quell'area fosse attiva la lavorazione e diffuso il commercio della preziosa ossidiana. I neolitici sardi lavoravano con consumata perizia il vetro vulcanico ottenendone armi e utensili di pregiata fattura.

*** Dal 2300 al 1700 si svolge l'Età del Rame; dal 1700 inizia l'Età del Bronzo. E' di questo periodo la nascita di forme organizzate di lavorazione della terra e di allevamento. Testimonianze di queste Età si hanno con numerose tombe e abitazioni, e in esse con armi e utensili, vasi e contenitori, in pietra e in terracotta.

*** La Civiltà Nuragica si colloca tra il 1500 e il 300 a. C. Si divide in tre ere, delle quali la Media è quella di maggiore splendore, che esprime nell'arte plastica i famosi "bronzetti", sculture in bronzo di piccole dimensioni (7-8 centimetri) raffiguranti esponenti della società nuragica (guerrieri, sacerdoti, capi pastori) e navicelle votive funerarie.
Nuraghe (o nuraghi o nuraxi) è la voce sarda che indica la tipica costruzione ciclopica in pietra basaltica non cementata, di forma tronco-conica fornita di una apertura architravata. Nella sua forma primitiva, il nuraghe è costituito da un'unica torre con un unico vano circolare. Successivamente assume forma composita, con agglomerato di torri intorno alla torre centrale e con più vani interni, situati anche a diverso livello.
Esistono nell'Isola i resti di oltre 7000 nuraghi. Tali monumenti megalitici sono adibiti a diverso uso: abitazione, fortezza, tempio.
Dello stesso periodo sono le Perdas Longas o Perdas Fittas, Tombe dei Giganti (Menhir e Dolmen) e le Domus de Janas (letteralmente, Case di Fate), grotte sepolcrali, e numerosi Pozzi Sacri.

*** L'Isola subisce la prima dominazione storica. I Fenici vi si insediano per 250 anni, dall'800 al 550 a. C. Fondano le colonie (centri di depositi e traffici commerciali) di Tharros, nella Penisola del Sinis, e Sulci, nell'Isola di Sant'Antioco, nella costa occidentale; Karalis, Bitia e Nora, nella costa meridionale.

*** I Cartaginesi subentrano ai Fenici nel dominio dell'Isola, che mantengono per oltre 300 anni, dal 550 al 238 a. C.
Come i Fenici famosi predatori d'argento, i Cartaginesi (e in seguito i Romani) sfruttano sistematicamente i cospicui giacimenti di piombo argentifero, riducendo alcune zone come l'Iglesiente simili a una gruviera. Con l'argento si coniano monete e si ottengono monili.
I Cartaginesi riorganizzano e ristrutturano le colonie fenicie, dando vita a vasti agglomerati urbani (città-stato) i cui abitanti sono divisi in tre classi: l'aristocrazia, la plebe e gli schiavi, e governati da Giudici coadiuvati da due Assemblee, una degli Anziani, aristocratica, e l'altra plebea. Edificano poderose fortificazioni belliche, inaugurando l'uso nei secoli, della Sardegna, roccaforte al centro del Mediterraneo, come area di servizi militari in difesa degli interessi di potenze egemoniche.
I Cartaginesi diffondono nell'Isola il loro culto religioso. Il Molk o Moloch è la spietata divinità cananea alla quale vengono sacrificati i fanciulli in un apposito tempio, il Tophet (bruciatoio). Dalla Bibbia si apprende che tali sacrifici umani vengono consumati nella Valle di Hinnom, nella località detta Geenna (sinonimo di inferno, per i Cristiani). La pratica di tali sacrifici umani è diffusa tra gli Ebrei intorno all'VIII e VII secolo a. C. e pare sia stata ripresa anche dai Cartaginesi, i quali a loro volta la introducono in Sardegna. Il Molk o Moloch prende nomi diversi secondo il luogo in cui viene venerato e secondo l'elemento naturale che rappresenta. Baal, dio cartaginese simbolo del cielo, è il Molk al quale, pare, che gli aristocratici sacrificassero i loro primogeniti in tenera età. La Tanit è altra importante divinità, simboleggiante la provvidenza della natura, ed è detta anche Tanit Pne Ba'al (espressione di Baal). E' assai venerata in Sardegna, dove simboleggia la fertilità. E' rappresentata da una donna nell'atto di irrumare, di offrire la mammella (dal latino ruma = mammella). Altra divinità femminile è Ashtar o Ishtar - simile a Tanit in quanto dea della fertilità - anch'essa derivazione della Grande Dea Mediterranea, la Madre Terra.

*** Nel 259 a.C. durante la prima guerra punica, i Romani iniziano la conquista della Sardegna per sottrarre una fondamentale base strategica alla rivale Cartagine.
Nel 238 in risposta a un ventilato sbarco dei Cartaginesi nel Lazio, i Romani, approntato un forte esercito, invadono l'Isola.
I Sardi, che hanno accettato la presenza (soprattutto economica) di Cartagine, instaurando con i Punici rapporti di buona convivenza, insorgono ora contro le legioni romane. Dal 238 al 111 a. C. si susseguono insurrezioni e repressioni spietate, che danno luogo a otto sanguinose campagne militari - l'ultima condotta da Marco Cecilio Metello.
E' del 215 - durante l'invasione dell'Italia da parte di Annibale, nella seconda guerra punica - la rivolta capeggiata da Amsicora, uno dei massimi esponenti della aristocrazia della regione del Basso Tirso con capoluogo la città di Cornus. Alla rivolta partecipano i sardi dell'interno, i Pelliti e i Sardi dei Campidani, guidati da Josto. Dopo iniziali vittorie dei Sardi, che attendono invano rinforzi cartaginesi, le legioni romane guidate da Tito Manlio Torquato hanno il sopravvento. Tito Livio - che descrive quasi duecento anni dopo la battaglia di Cornus - contribuisce a dare corpo alla leggenda della morte eroica del condottiero dei Sardi-Pelliti: avendo saputo il vecchio Amsicora della disfatta del suo esercito e della morte del figlio Josto, si trafigge con la propria spada per non cadere vivo nelle mani dei Romani.
La dominazione romana non è dunque tranquilla. Per almeno altri duecento anni si susseguono sanguinose rivolte, che tengono costantemente sul piede di guerra gli invasori, costringendoli a mandare nell'Isola numerose legioni. Ma agli scontri campali, i Sardi cominciano a sostituire le tecniche della guerriglia. Abbandonate le coste in mano all'invasore, si arroccano nelle zone interne, protetti da monti impervi che costituiscono un naturale baluardo.
Bisogna distinguere il primo periodo della dominazione romana dal secondo, coincidente con l'Età Imperiale. Mentre nel primo periodo l'Isola assiste alla totale decadenza della vita economica e sociale, che con i Cartaginesi ha raggiunto un notevole sviluppo e benessere, nel secondo periodo, ancora una volta, le coste vedono risorgere le sue città e riprendere le attività commerciali. Nei Campidani si sviluppa l'agricoltura, tanto che alcuni storici li definiscono "granaio di Roma".
In materia di colonialismo, i Romani a buon diritto possono considerarsi ideatori di complessi e sofisticati sistemi di dominio. Le loro tecniche di repressione popolare sono le stesse a cui si rifanno ancora oggi gli stati moderni. L'attuale legge sui pentiti, che incoraggia e premia il tradimento e la delazione, è di uso comune presso i Romani, almeno duecento anni prima dell'avvento del Cristianesimo. E' stato scritto che "l'incitamento alla delazione con premi in denaro e con altri incentivi (per esempio il perdono giudiziario) era già adottato dai Romani nel tentativo di eliminare i capi-pastori che guidavano la guerriglia con le bardane contro i centri commerciali dei colonizzatori".
Le bardane o scorrerie consistevano in veloci puntate effettuate da bande armate di cavalieri barbaricini. Questi, muovendo dai monti verso la pianura, attaccavano distruggendo o espropriando le merci dei depositi dei centri commerciali.
I Romani, per fiaccare la resistenza dei Barbaricini, integravano il sistema della taglia e della impunità per i "pentiti" con gli incendi e con la utilizzazione di mastini addestrati nella caccia all'uomo. Ai soldati impiegati in tali operazioni di polizia era concessa l'impunità per qualunque delitto commesso sulle popolazioni, ed era loro concesso il diritto di saccheggio e di stupro nei villaggi ribelli da essi conquistati.

*** Utilizzazione della Sardegna come luogo di deportazione e di confino. Nel 19 d. C., per ordine dell'imperatore Tiberio, circa 4000 Ebrei vengono deportati nell'Isola.
Ogni mezzo viene usato per assoggettare o sterminare le comunità barbaricine che non si piegano al dominatore. Si tenta così anche l'immissione di gruppi etnici diversi, deportati da altre colonie, che dovranno fare i pionieri in terra straniera, sterminando gli indigeni per strappare loro terra e averi e conquistarsi con la violenza il diritto ad esistere. E' appunto il caso dei 4000 Ebrei che vengono sbarcati a Tharros, presso il Golfo di Oristano, e ivi abbandonati a se stessi, con l'unica speranza di fondare una colonia in quei siti, se fossero riusciti a sopravvivere alla insalubrità del clima e alla legittima opposizione degli abitanti. La schiera degli Ebrei esiliati, decimata dalla malaria e dalla fame, non viene attaccata dagli indigeni, che li tollerano e consentono loro di stanziarsi circa cento chilometri più a Nord, nell'attuale Bosa, alla foce del Temo, in una fertile vallata.

*** Dopo gli Ebrei - considerati a torto o a ragione un popolo intollerante - è la volta dei Cristiani, le cui deportazioni nell'Isola iniziano nel 174. Da quell'anno giungono in catene migliaia di seguaci della nuova religione, che ancora non ha trovato un compromesso storico con il potere imperiale. Tra questi c'è Callisto, che diverrà papa nel 217. Tra gli esiliati famosi di quel periodo si annoverano un altro papa, Ponziano, e un antipapa, Ippolito - entrambi damnati ad effodienda metalla, condannati ai lavori forzati nelle miniere.

*** Nel 455 i Vandali si insediano nell'Isola cacciandone i Romani. La loro dominazione, che si esercita quasi esclusivamente nelle aree costiere, si conclude nel 533. Continuano le deportazioni dei Cristiani, stavolta con diversa motivazione politica: raggiunto con Costantino il Grande il "compromesso storico", i Cristiani sono ora alleati dell'Impero, e pagano il peso del potere appena acquistato.
Della presenza dei Vandali in Sardegna si può dire che tra "barbari" e "barbaricini" si instaura presto un rapporto di pacifica convivenza e di comuni interessi. In sintesi, la politica dei Vandali nell'Isola si attua con l'abolizione dei privilegi del clero (ottenuti con l'Editto di Milano di Costantino e con i famigerati Decreti di Costanzo II), con la confisca dei beni delle chiese, con la distribuzione alle popolazioni delle terre sottratte ai latifondisti.
La valutazione degli storiografi sulle innovazioni vandaliche è nettamente negativa. Così uno di loro: "(Nel 533) una fortunata e rapida campagna militare, voluta dall'imperatore d'Oriente Giustiniàno e condotta dal generale Belisario, riportò l'Africa e la Sardegna in seno alla romanità e liberò la Chiesa Cattolica dall'incubo dell'eresia. Ma mentre da un lato il governo bizantino si diede di buon grado a ristabilire la legalità e l'ordine restituendo le terre ai legittimi proprietari e rimettendo le chiese e i monasteri nei loro beni, dall'altro impose ai sudditi un grave sistema fiscale, che l'avidità e la corruzione dei funzionari imperiali resero ancora più insopportabili."

*** Nel 533 dunque ha inizio la dominazione bizantina. Una dominazione opprimente, burocratica, fiscale da parte di un potere sofisticato in mano a una aristocrazia onnipotente e corrotta, che ha raccolto l'eredità di una civiltà fatiscente fondata sulla schiavitù, sulla rapina, sullo sfruttamento.
I Bizantini introducono il culto del Cristianesimo riformato dopo l'Editto di Milano del 313 e le successive disposizioni di legge emanate da Costanzo II che dichiarano fuori legge il culto pagano, assumendo di fatto il Cristianesimo a religione di stato. Certamente risale a quel periodo anche l'introduzione del culto di San Costantino (la cui santità non è riconosciuta dalla Chiesa di Roma), venerato in particolare a Sèdilo, e della madre dello stesso imperatore, Sant'Elena, che certa agiografia vuole sia nata in Sardegna.

*** Durante i primi decenni della dominazione bizantina, si sovrappone di fatto un'altra dominazione: quella degli Ostrogoti, che si insediano in alcune aree costiere. La presenza degli Ostrogoti nell'Isola dura pochi anni: dal 551 al 553.

*** I Sardi dell'interno costituiscono ancora una comunità omogenea, qualcosa di più di una etnia dato che all'unità di razza, di lingua e di cultura si aggiunge quella di storia - la opposizione di massa al disegno di colonizzazione dell'invasore - tal che con termine moderno possono definirsi nazione.
Possiamo chiamare e chiamiamo così popolo barbaricino le comunità che abitano le Barbagie, le zone interne montuose, mai del tutto invase o assoggettate neppure sotto il dominio dei Romani.
Finora, tutti i dominatori, Bizantini compresi, hanno dovuto far fronte a questo irriducibile nemico interno, che tende ad allargarsi per necessità economica (sistema di allevamento a pascolo brado transumante) verso le pianure. Ai Barbaricini si sono aggiunti, integrandosi perfettamente con essi, i Maurusi o Mauritani (anch'essi popolo di pastori nomadi, gelosi della loro libertà che difesero strenuamente già ai tempi di Giugurta), deportati in Sardegna dai Vandali. Una parte dei Maurusi si stabilisce nel Sulcis, conservando con una rigorosa endogamia i propri caratteri etnici. Gli abitanti di quella regione sono ancora oggi detti Maurreddinus in lingua sarda.

*** Nel 599 i Longobardi tentano l'occupazione dell'Isola. Si avvicinano a Cagliari con la loro flotta tentando lo sbarco. Le coste meridionali dell'Isola servono ai Longobardi come base di appoggio nel disegno di conquista dell'Africa del Nord. La spedizione fallisce per la resistenza opposta dalle popolazioni rivierasche sarde - ormai pressoché assenti i Bizantini il cui dominio sull'Isola è praticamente concluso e non si curano più della sua difesa. Escluse le Barbagie, la Sardegna costiera è sempre più in balia di ogni possibile invasore: le sue sorti sono ora nelle mani dei suoi abitanti.

*** Nel 711 inizia la lunghissima serie di incursioni arabe. Gli Arabi soppiantano i Bizantini nel dominio delle terre del disfatto Impero d'Oriente e del Mare Mediterraneo. Già nel VII secolo tutta l'Africa del Nord è sotto l'Islam.
La prima spedizione contro la Sardegna è del 711 e viene descritta dallo storico Ibn Al Atir; l'ultima è del 1015 e viene condotta da Mugahîd. La difesa dell'Isola, affidata esclusivamente ai suoi abitanti, è tenace; e gli Arabi non riescono a instaurarvi il loro dominio. La Sardegna è così l'unica regione che resiste all'onda della invasione islamica.
Alcuni storici sostengono che agli Arabi non interessa l'occupazione della Sardegna ma che è loro sufficiente poterla periodicamente saccheggiare, in particolare per rifornirsi di schiavi da immettere nei mercati dell'Oriente. Se così fosse non si spiegherebbe il ripetersi di tentativi non solo di sbarchi per compiere razzie ma di penetrazione nell'entroterra e di occupazione - tentativi effettuati per tre secoli e mai riusciti. Le tecniche di difesa contro le invasioni consistevano nella desertificazione delle coste, nello spostamento dei villaggi all'interno, nella istituzione di corpi di guardia a cavallo e nella costituzione di barriere nei luoghi strategicamente più favorevoli, dove venivano chiamati a raccolta tutti gli abitanti validi al combattimento.
La ragione della acquistata capacità dei Sardi di far fronte ai tentativi di invasione va ricercata nella esistenza di una organizzazione politica, sociale ed economica autoctona, quali sono i Giudicati - la cui origine può farsi risalire non a caso al VII secolo e che andò sviluppandosi durante i tre secoli delle incursioni arabe.

*** 1015. Come si è detto risale a questa data l'ultima incursione araba. La Chiesa Cattolica evangelizzati i Sardi ha costituito nell'Isola notevoli interessi. Pisa e Genova, di quando in quando alleate e rivali nella lotta per l'egemonia nel Mediterraneo, vengono chiamate in aiuto della Sardegna dal papa Benedetto VIII. Le due intraprendenti città marinare, dopo aver dato una mano ai Sardi per respingere l'assalto dei mussulmani, constatata la posizione strategica dell'Isola, sia dal punto di vista bellico che commerciale, si apprestano a contendersene il dominio.
Per Pisa e per Genova la conquista e l'utilizzazione della Sardegna diventa la chiave di volta della loro strategia per il controllo dei mercati che si affacciano nel Mediterraneo; ciò le porrà in antagonismo per diversi secoli, con la prevalenza ora dell'una ora dell'altra, quando non troveranno l'accordo per spartirsi il bottino da bravi ladroni.

*** I Giudicati. Già nell'Anno Mille la Sardegna appare organizzata in modo autonomo in quattro Giudicati: Torres, Gallura, Arborea e Cagliari.
Il Giudicato - una originale organizzazione sociale sviluppatasi in Sardegna in pieno Medio Evo - è da ritenersi una risultante storica dell'antichissima città-stato, che può farsi risalire alla organizzazione nuragica, e che ritroviamo nell'Isola nel periodo pre-cristiano secondo un modello comune ai Greci e ai Fenici.
I Giudicati si costituiscono e si sviluppano dal VII secolo (cessata la dominazione bizantina) al X secolo, durante il periodo dei reiterati tentativi di conquista da parte dell'Islam. Dopo il 1015 l'interferenza politico-militare di Pisa e di Genova ha influenzato e certamente modificato negativamente l'originale forma di organizzazione del Giudicato.
E' comunque da considerare senza fondamento la tesi di certi storici, secondo i quali i Giudicati sono stati "inventati" dai colonizzatori Pisani e "calzati" alla Sardegna per darle una organizzazione "civile". Come si è accennato prima, i Giudicati sono la storica risultante della preistorica organizzazione sociale della civiltà nuragica, sviluppatasi negli ordinamenti della città-stato.
Ritroviamo infatti nel Giudicato ordinamenti e istituti presenti nel passato, quali appunto il Giudice (detto Sufeto dai Fenici e Arconte dai Greci) e i Majorales o maggiorenti, gli anziani della casta aristocratica che costituiscono un Senato, e le Assemblee popolari, con poteri che appaiono non esclusivamente consultivi.
Il Giudicato può così definirsi una organizzazione sociale di tipo patriarcale evolutasi autonomamente e originalmente in Sardegna durante il Medio Evo su fondamenta di istituti e tradizioni del passato.
La comunità, costituita da contadini e pastori e da artigiani, è retta da una aristocrazia, i Majorales, tra i quali uno assume l'alta funzione di Giudice. Periodicamente vengono indette le Assemblee, cui partecipa il popolo e il clero, quando si tratta di prendere decisioni di fondamentale importanza per la collettività.
L'Isola è suddivisa in quattro Giudicati. Una divisione che appare correlata alla presenza di quattro grosse e importanti città-stato: Cagliari e Tharros nel Centro-Sud; Torres e Olbia a Nord. Non esistono città-stato nel mondo barbaricino, nell'area Centro-orientale montuosa, che ha rifiutato modelli come quello greco e fenicio per dar luogo a una organizzazione socio-economica propria di pastori nomadi che resta basata sul villaggio autonomo, federato agli altri villaggi da vincoli etnico-culturali oltre che d'interesse, con propri codici e istituti tramandati di padre in figlio. Ma è evidente che essi, i Barbaricini, con i loro "autonomi" villaggi, convivono con la più ampia organizzazione dei Giudicati che era loro affine e rispettava i valori del loro mondo.
Ogni Giudicato è diviso territorialmente e amministrativamente in Curatorie, cioè a dire distretti, governate da un Curatore (Majorale Curadore). Ogni Curatoria comprende un certo numero di Ville, cioè villaggi, con il loro naturale territorio costituente lo spazio vitale della comunità.
Il Giudicato di Cagliari è diviso in 14 Curatorie; quello di Arborea in 13; quello di Torres in 20 e quello di Gallura in 10. Ogni Curatoria, come detto, comprende un certo numero di Ville, una delle quali è capoluogo di Curatoria, ed è più che un villaggio ciò che resta di una fiorente città-stato del passato o ciò che è diventato sviluppandosi in situazione favorevole.
Il Giudice è il supremo reggitore del Giudicato. Erroneamente viene chiamato "re": giustamente è stato scritto non senza ironia che in Sardegna non sono mai esistiti i "troni". E' certo che nei primi tempi, che possiamo definire "democratici", qualunque Majorale, o cittadino notabile, poteva assumere la carica di Giudice; e che soltanto più tardi, dopo la pesante interferenza Pisana, c'è una tendenza del Giudicato a diventare Signoria, e quindi a fare del Giudice una carica ereditaria. Pare anche certo che la durata della carica di Giudice fosse limitata inizialmente a un anno (come nelle città-stato dove l'Arconte governava per un anno), poi a cinque anni, poi anche a dieci anni e infine a vita.
Il Giudice governa con i Majorales (o Majores) che sono di rango pari al suo. Spesso, anzi, le funzioni del Giudice sono delegate, nell'amministrare e nel giudicare, ad altri Majorales, indicati nei documenti ufficiali come "Frades", fratelli, o Donnikellos, signorotti, (da Donnu, signore, titolo proprio del Giudice).
La moglie del Giudice è detta Donna de Logu, signora del luogo (per Logu si intende il territorio del Giudicato) o anche Donna de Arborea (o de Gallura), dal nome di "quel" Giudicato. La madre del Giudice è invece chiamata Donna Manna, donna grande. Tali titoli onorifici riservati alle donne dell'aristocrazia giudicale, secondo alcuni studiosi con i quali concordo, sarebbero residui di un passato regime matriarcale, riaffiorante con la presenza (in tale sistema patriarcale) di figure femminili di grande rilievo storico, come la Giudichessa Eleonora d'Arborea.
I Majorales o Majores costituiscono, come detto, una sorta di Senato che governa insieme al Giudice, e sono la casta dominante, l'Aristocrazia. Altro ceto, il più numeroso, è quello dei Liverus o Liurus (liberi): contadini, pastori, commercianti artigiani, militari e clero. Quindi vengono i Servi.
A proposito di servaggio, va precisato che negli ordinamenti giudicali non esiste la schiavitù. La persona fisica e giuridica dei cosiddetti Servi non può essere asservita: è totalmente libera; esattamente come lo è quella dei Liverus, dei liberi: il servo può vivere per conto proprio e svolgere il lavoro che più gli è congeniale o che preferisce, può anche ricoprire incarichi di qualche responsabilità all'interno della sua comunità. Tuttavia è asservito nel lavoro, in ciò che egli produce: il reddito, o meglio una parte di questo reddito spetta di diritto al suo padrone. Va aggiunto che egli può comunque riscattare la propria dimensione (esclusivamente economica) di servo, utilizzando del proprio lavoro quella parte di reddito che gli spetta. Gli appartenenti a questa infima categoria sociale sono detti Servus o Servus Culivertus o anche semplicemente Culivertus (termine che possiamo tradurre con l'italiano storico Colliberto = schiavo di condizione sociale compresa tra i servi e l'ultima classe dei liberi; o più precisamente colui che è insieme libero e schiavo).

*** Invasione clericale. Pare che sia stato Barisone I Giudice di Torres a chiamare i Frati Benedettini da Montecassino affinché colonizzassero il suo Giudicato. Pare anche che i Pisani si opponessero alla presenza dei Benedettini nell'Isola, perché il loro ordine simpatizzava per i Genovesi. Il fatto è che dal 1063, dallo sbarco dei frati di Montecassino, per tutto il secolo e oltre, chiamati da Pisani o da Genovesi o motu proprio, approdarono in Sardegna numerosi Ordini religiosi: Vittorini, Vallombrosiani, Camaldolesi, per non dire di quelli sciamati in tempi più recenti, quali i Minori, i Gesuiti, i Salesiani, i quali si sono impadroniti - insieme alla Chiesa di Roma - della miglior parte del territorio dell'Isola.

*** Nel 1164 Barisone I di Arborea si allea con i Genovesi e con il loro appoggio tenta di impadronirsi degli altri Giudicati, facendosi incoronare a Pavia re di Sardegna dall'imperatore Federico Barbarossa. Il disegno fallisce.

*** Nel 1236 nel Giudicato di Torres è al potere una donna, Adelasia, moglie del Giudice di Gallura Ubaldo II. Rimasta vedova, Adelasia sposa Enzo figlio di Federico II di Svevia. Questi assume il titolo di re di Sardegna. Ma il titolo è soltanto nominale e le stesse nozze con Adelasia vengono annullate dal papa nel 1238 perché non è d'accordo con tale manovra.

*** 1257. Fine del Giudicato di Cagliari. Il territorio viene occupato dalle truppe riunite dei Visconti, dei Gherardesca e dei Capraia che se lo spartiscono.

*** 1259. Fine del Giudicato di Torres, rimasto senza eredi legittimi alla morte di Adelasia. Il suo territorio viene occupato dai Doria, dai Malaspina, dagli Spinola e dagli Arborea che se lo spartiscono.

*** 1296. Fine del Giudicato di Gallura, che viene occupato e amministrato in proprio da Pisa.

*** Nel 1323 inizia l'occupazione aragonese dell'Isola con Alfonso di Aragona. L'invasione ha una base giuridica in un atto del 1297, compiuto da Bonifacio VIII, che "dona" tutta la Sardegna, come feudo, a Giacomo II di Aragona.
Come è noto, Bonifacio VIII fu tra i pontefici il più accanito sostenitore del potere temporale, rifacendosi alla vecchia teoria della supremazia dello spirito sulla materia. Bonifacio VIII è il papa che testualmente afferma che egli in quanto padrone di legare e sciogliere in Cielo è di conseguenza padrone di legare e sciogliere in terra. Tale arrogante diritto - come altri pretesi dalla Chiesa di Roma - cerca fondamenta giuridiche addirittura in quei giochi di parole di cui sono pieni i Vangeli. Come quello di Gesù che dice: "Tu sei Pietro e su questa Pietra fonderò la mia Chiesa". Ma il gioco di parole cui si rifà l'ambizioso papa è "Io ti darò le chiavi del Regno dei Cieli... e ciò che tu avrai legato sulla terra sarà legato nel Cielo".
Se si tien conto che in tempi evangelici la chiave di una casa consisteva in una rudimentale zeppa di legno, che si portava "legata" alla cintola con una correggia, si capirà l'ironia di Voltaire quando scrive che "la potenza dei papi sembrerebbe fondata su dei calembour".
I 150 anni (1323 - 1492) di dominazione aragonese costituiscono un processo involutivo per la società sarda, che passa dal sistema dei Giudicati alla grettezza e all'oscurantismo del Medio Evo. Il possesso del feudo sardo, "donazione" papale agli Aragonesi, non è per altro pacifico. Solo per mettervi piede, sono occorsi agli invasori circa 30 anni. Per consolidare il loro potere, gli Aragonesi usano ogni mezzo: oltre la violenza delle armi, le stragi e i saccheggi, la distribuzione di cariche, onorificenze, privilegi e terre ai signorotti che si sottomettono, fino all'insediamento di nuclei catalani e aragonesi che nell'Isola avrebbero costituito l'elemento fedele, stabilizzante. La burocrazia, una miriade di funzionari regi che in pratica governano dissanguando le popolazioni, è totalmente costituita da sudditi degli stati della Corona: catalani, valenzani, aragonesi, maiorchini.
E' stato scritto: "Il quadro che si ricava dalle fonti del tempo è disastroso. Guerre, rappresaglie, imboscate e razzie, deportazioni e devastazioni, epidemie e carestie si susseguono incessantemente fino a tutto il primo quarto del secolo XV. Uno stato continuo di allarme incombeva sui villaggi e sulle campagne. Bande di Sardi davano la caccia agli Aragonesi, schiere di Aragonesi penetravano nei villaggi indifesi, catturavano uomini, donne e bambini e li trasferivano, in stato di schiavitù, nella Spagna. Le popolazioni delle campagne, esposte ad ogni pericolo, abbandonavano le case e si rifugiavano sulle montagne. Miseria e spopolamento prendevano piede dappertutto. Venticinque anni dopo la presa di possesso dell'Isola da parte degli Aragonesi, nella sola regione del Capo di Sopra, la prima a ribellarsi, si contavano già 40 villaggi abbandonati e distrutti. Centocinquant'anni dopo, allo spirare della Signoria, la popolazione dell'Isola era scesa all'incredibile cifra di 160.000 abitanti".

*** I Sardi si oppongono al dominio aragonese. Nel 1354 inizia la lunga guerra contro gli Aragonesi condotta prima da Mariano IV, poi da Ugone III e infine da Eleonora, Giudici di Arborea.

*** Eleonora d'Arborea promulga nel 1392 la "Carta de Logu". Trattasi di un codice, o testo legislativo, che si occupa prevalentemente di agricoltura, allevamento, caccia, scritto in lingua sarda campidanese. La "Carta" si articola in centonovantotto capitoli, con una "introduzione" che si riporta nell'ultimo capoverso.
"Sa Carta de Logu", sa quali cun grandissimu provvidimentu fudi fatta peri sa bona memoria de Juyghi Mariani Padri nostru, in qua direttu Juyghi de Arbarèe, non essendo corretta per ispacciu de seighi annos passados, como per multas variedadis de tempus bisognando de necessidadi corrigerla, ed emendari, considerando sa variedadi, e mutacioni dessos tempos, chi suntu istados seghidos posca, ed issa condicioni dessos hominis, chi est istada dae tanto inoghi multu permutada, e plus pro chi ciascunu est plus inchinevili assu mali fagheri, chi non assu beni dessa Republica Sardista, cun delliberadu consigiu illa corrigimus, e faghimus, e mutamus dae beni in megiu, e cumandamus, chi si deppiat osservari integramenti dae sa Santa Die innantis peri su modu infrascrittu, ciò est."
(La Carta de Logu, che con grandissimo provvedimento fu fatta dalla buona memoria del Giudice Mariano Padre nostro, come legittimo Giudice di Arborea, non essendo stata aggiornata nell'arco di oltre sedici anni, ora per molte cause temporali avendo necessità di essere corretta ed emendata, considerando la varietà e il mutamento dei tempi, che da allora si sono susseguiti, e la condizione degli uomini che si è di molto modificata da allora in qua, e in più essendo ciascuno più incline a fare il male che non il bene della Repubblica Sarda, con deliberato consilio la correggiamo, e facciamo, e mutiamo da bene in meglio, e comandiamo che si debba osservare integralmente dal Santo Giorno (della Pasqua del 1395 - ndr) innanzi nel modo infrascritto. Cioè.) - Seguono i capitoli.

*** Nel 1410 ha fine anche il Giudicato di Arborea, che viene trasformato in Marchesato di Oristano.

*** Nel 1470 Leonardo Alagón, discendente degli Arborea, organizza una nuova rivolta contro gli Aragonesi. Dopo circa otto anni di lotta viene sconfitto nella battaglia di Macomer e il Marchesato di Oristano viene incamerato dalla Corona.

*** Nel 1469 con il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona si ha la fusione in Spagna dei due regni. Dieci anni dopo, nel 1479 ha inizio la dominazione spagnola della Sardegna.
Gli Spagnoli proseguono perfezionandola la linea di asservimento dell'Isola già portata avanti dagli Aragonesi. Si impadroniscono di ogni impresa produttiva esautorandone gli indigeni; il commercio diventa prerogativa dei cittadini di Barcellona, Valenza, Palma di Maiorca; contadini e pastori sono vessati da tasse e balzelli che li riduce alla fame. Tutto il raccolto deve essere versato all'ammasso tranne lo stretto necessario per la sopravvivenza della famiglia e per la semina.
Si diffondono epidemie di peste e di colera - a parte la malaria che miete periodicamente numerose vittime. Catastrofica la peste di colera del 1680 che falciò 84.000 abitanti su una popolazione di 337.000.
A queste pesti si aggiunge la piaga dell'usura, diventata un sistema di credito, praticata soprattutto dal clero che in tale attività ha soppiantato gli ebrei (invisi ai cattolicissimi regnanti di Spagna, che li cacceranno dall'Isola nel 1492).
La stessa nobiltà sarda viene estromessa dalle cariche elettive e dai posti di potere, sostituita dalla nobiltà spagnola - quando non eliminata in complotti e agguati come accade per il Marchese di Làconi, don Antonio di Castelvì, assassinato da scherani del viceré. I nobili sardi a loro volta ordiscono un attentato al viceré, don Emanuele de los Cobos, Marchese di Camarassa, uccidendolo per rappresaglia. Ma la risposta degli Spagnoli è dura: il Marchese di Cea viene decapitato; i Marchesi di Albis e di Monteleone imprigionati; l'arcivescovo di Cagliari e il Vescovo di Alés esiliati. Non solo. Appena insediato, il nuovo viceré, il Duca di San Germano, organizza una imboscata e fa uccidere altri tre nobili sardi, ai quali vengono mozzate le teste e poi esposte per lungo tempo nella Torre dell'Elefante del Castello di Cagliari, residenza dei nobili di Spagna.
Il dominio spagnolo tenta di introdurre in Sardegna il Tribunale della Santa Inquisizione. La sua attività fu quasi nulla, se si eccettua il processo intentato dagli Inquisitori a Sigismondo Arquer, accusato di eresia luterana e condannato al rogo nel 1571, e il processo in contumacia al medico dell'Iglesiente Nicolò Gallo e fratelli, anche essi accusati di eresia, stavolta calvinista, i quali protetti dalla popolazione possono mettersi in salvo. Stanziatasi a Sassari, in un famigerato castello di cui oggi non esiste neppure traccia, smantellato a furor di popolo, la Santa Inquisizione è del tutto assente nelle Barbagie. Il fenomeno può spiegarsi con il fatto che i Tribunali della Santa Inquisizione (come certi attuali tribunali) si fondano sulla delazione, che è elemento totalmente estraneo nella cultura di un popolo "resistente" alla penetrazione coloniale; che trova la sua forza di lotta, di conservazione della propria identità, in una rigida coesione comunitaria - dove non può esserci spazio per il delatore, elemento disgregatore dell'equilibrio vitale, che quando vi sia va estirpato: il codice barbaricino prevede e attua atroci pene per colui che tradisce la propria gente.

*** Nel 1527, la Francia, potenza rivale della Spagna, sbarca nelle coste settentrionali dell'Isola, occupando Sassari. L'anno dopo, gli abitanti della città cacciano i Francesi (1528).

*** Dalla seconda metà del secolo XV, durante la dominazione spagnola, riprendono le scorrerie dei pirati mussulmani. Protetti e incentivati dai bey delle città fortificate di Tunisi e Algeri, dotati di numerosi e agili velieri, i pirati barbareschi danno luogo a saccheggi e razzie. Vengono presi di mira anche i grossi centri prospicienti al mare, come Quartu, presso Cagliari, Cabras, presso Oristano, e Sant'Antioco, nell'isola omonima. In effetti tali atti di pirateria sono da considerarsi rappresaglie contro la Spagna - le cui truppe non sono da meno in fatto di ferocia, nel massacrare e razziare nei territori popolati dagli "infedeli", e perfino nei territori soggetti alla Corona, gli stessi "fedeli".

*** Nel 1535 l'imperatore Carlo V prepara una spedizione punitiva contro Tunisi. La Grande Armada salpa da Cagliari nello stesso anno. L'obiettivo è quello di distruggere la potente flotta del famoso corsaro barbaresco Kair El Din, detto il Barbarossa. Il suo luogotenente e comandante in capo è un sardo, ex schiavo, ribattezzato dai mussulmani con il nome di Hazan Haga, detto Hazan Bey.
La flotta del Barbarossa, rifugiata nel golfo di Tunisi, viene cinta d'assedio insieme alla città. Dopo aspra battaglia la flotta di Kair El Din e la città di Tunisi vengono distrutte. Passati a fil di spada gli infedeli, vengono liberati ventimila schiavi cristiani.

*** Nel 1541, sull'onda del precedente successo, Carlo V prepara una seconda spedizione contro i Barbareschi dell'Africa Settentrionale. Dopo aver fatto sosta nella catalana e cattolicissima Alghero, la Grande Armada punta stavolta verso Algeri - nido di vipere piratesche, difeso dal sardo convertito al culto di Allah Hazan Haga, detto Bey.
Le cronache dicono che l'imperatore spagnolo richiama Haza Haga ai suoi doveri di suddito della Spagna cattolica in quanto sardo, promettendogli onori e ricchezze ancora maggiori di quelle ricevute per le sue capacità e il suo valore dai Mussulmani - naturalmente se si fosse arreso e fosse passato dalla parte dei Cattolici.
La seconda spedizione fallisce miseramente, anche per le avverse condizioni atmosferiche. La Grande Armada viene decimata dai reiterati attacchi dei Mussulmani capeggiati da Hazan Haga - una sorta di nemesi storica nei confronti degli Spagnoli invasori della terra sarda. Egli si mostra un vincitore magnanimo, concedendo salva la vita ai numerosi prigionieri spagnoli. I quali, con il resto dei loro navigli, nel fare rientro in patria, sostano in Sardegna, trattenendosi in colonia per lungo tempo a carico della popolazione, che deve sobbarcarsi l'onere di nutrirli, in una situazione di perenne fame e carestie.

*** Nel 1637 i Francesi ci riprovano. Con una flotta sbarcano nel Golfo di Oristano. Gli abitanti respingono gli invasori.

*** Nell'Anno del Signore 1660, il re cattolico di Spagna Filippo IV, è inguaiato fino al collo nella guerra di Catalogna. C'est l'argent qui fait la guerre. Filippo IV non ha il becco di un quattrino. Chiede allora un forte prestito al banchiere genovese Gerolamo Vivaldi, e l'ottiene. A garanzia del mutuo, il monarca cede al banchiere i diritti esclusivi di pesca negli stagni di Cabras, che appartengono alla Corona. Si tratta delle lagune tra le più vaste e pescose d'Europa.
Quasi duecento anni dopo, nel 1853, gli eredi del Vivaldi, cedono il "pegno" a un certo don Salvatore Carta, notabile di Oristano. I suoi eredi detengono fino al 1980 circa tale privilegio feudale diventato "proprietà". Le strutture socio-economiche degli stagni sono rimaste immutate per secoli.

*** 1708. E' inveterata abitudine delle potenze farsi guerra tra loro in casa d'altri - vedi Genova e Pisa in Sardegna, per non dire di Roma e Cartagine. Scoppia la guerra tra Spagna e Austria per la successione al trono spagnolo. Nel 1708, gli Austriaci con l'appoggio della flotta inglese, sbarcano a Cagliari e occupano la Sardegna. Carlo d'Austria nomina il Conte Sifuentes viceré dell'Isola.

*** Nel 1713 il Trattato di Utrecht sancisce il diritto dell'Austria al possedimento della Sardegna.

*** Dopo un tentativo di restaurazione spagnola nell'Isola, nel 1718 il Trattato di Londra attribuisce la Sardegna all'intraprendente Vittorio Amedeo II di Savoia.

*** L'occupazione effettiva dell'Isola da parte dei Savoia inizia nel 1720. Il monarca sabaudo deve sottostare a una clausola del Trattato di Londra, imposto dagli Spagnoli, per la quale devono essere conservati nell'Isola gli ordinamenti e i privilegi feudali. Solo a queste condizioni infatti la nobiltà spagnolesca e sarda e il clero accettano la dominazione dei Sabaudi.
Ha inizio una lunga e cruenta campagna contro il brigantaggio. L'intento dei Sabaudi - che dicono di voler pacificare e ordinare il loro feudo - è quello di stroncare ogni autonomia, di soffocare ogni anelito di libertà prima di sottoporre l'Isola a una serie graduata di false riforme, attuate con editti che aboliscono e criminalizzano antichi istituti economici e sociali autoctoni (senza toccare, fino al momento storico favorevole, i privilegi degli ordinamenti feudali), per instaurare un sistema di rapina e di sfruttamento "razionale" mai prima di allora concepibile.

*** Nel 1735 si svolge la prima campagna dei Sabaudi contro il brigantaggio. La violenza si dispiega indiscriminatamente sui contadini, sui pastori e sulle popolazioni inermi. Successive campagne si hanno dal 1747 al 1751 fino al 1770. Queste ultime sono concertate e condotte dal ministro Bogino. In tutti i paesi le forche sono perennemente erette, e i cadaveri dei giustiziati vengono smembrati e bruciati. Ancora oggi, il nome Bogino è in lingua sarda sinonimo di boia.

*** Nel 1737 gli abitanti di Tabarca (Tunisia), colonia di Genovesi, fatti schiavi dal Bey di Tunisi, vengono riscattati in cambio di schiavi mussulmani da Carlo Emanuele III re di Sardegna, il quale concede loro di insediarsi nell'isola di San Pietro, dove fondano il villaggio fortificato di Carloforte.

*** Nel 1780 scoppiano tumulti a Sassari contro il dominio arrogante dei Piemontesi.

*** Nel 1793 l'ammiraglio francese Troguet tenta l'invasione della Sardegna. Cannoneggia Cagliari e sbarca un contingente di truppa che si attesta nel litorale di Quartu. L'iniziativa militare francese fallisce, nonostante serpeggi in Sardegna la rivolta popolare contro i Piemontesi, non tanto per l'ostilità degli abitanti quanto per l'incapacità dell'ammiraglio.

*** Nel 1793 scoppiano in tutta l'Isola i moti popolari contro l'oppressione feudale e la prepotenza dei Piemontesi.

*** Il 28 e 29 aprile del 1794 Cagliari insorge e caccia i Piemontesi dalla città. Il 30 dello stesso mese, gli oltre 500 funzionari piemontesi, con il viceré in testa, sono costretti tra le grida ostili del popolo a imbarcarsi su tre navi alla fonda nel golfo. Per la magnanimità dei Sardi, i Piemontesi hanno potuto caricare sulle loro navi i loro voluminosi bagagli. Vincenzo Sulis è a capo della milizia popolare che ha dato un valido contributo alla vittoriosa rivolta.

*** Nel 1795 scoppiano i moti antifeudali nel Logudoro, capeggiati dal giudice Giovanni Maria Angioy - nato a Bono nel 1761 e morto in esilio a Parigi nel 1808.
La rivolta antifeudale si sviluppa principalmente nella regione logudorese, ma investe tutta la Sardegna. Da Sassari, Giommaria Angioy muove con il suo esercito di popolani, soprattutto pastori, verso Cagliari. Fa sosta a Macomer accolto favorevolmente dalla popolazione, quindi prosegue fino a Santulussurgiu, dove conta numerosi seguaci, e qui rinforza le fila del suo esercito. Punta quindi su Oristano e la occupa il 2 giugno. Incerto sul concertato aiuto del governo rivoluzionario francese (che intanto ha raggiunto un accordo con i Piemontesi), rinuncia a marciare su Cagliari. Tale rinuncia è un grave errore: Cagliari è pronta ad accoglierlo, la popolazione è in fermento, la città sarebbe caduta nelle mani dei rivoluzionari angioini senza colpo ferire. Si ritira da Oristano, risale in Gallura e rientra a Sassari - dando così modo alla reazione - feudatari e Piemontesi - di riorganizzarsi e costituire un forte esercito. Per non cadere nelle mani della reazione, ripara a Porto Torres dove, il 16 dello stesso mese, insieme ad altri rivoluzionari compromessi, si imbarca per Ajàccio, in Corsica. Da qui andrà in Francia, dove morirà a Parigi nel 1808.

*** Se i capi-popolo del movimento rivoluzionario antifeudale poterono imbarcarsi e mettersi in salvo, non fu così per il popolo che dovette subire le feroci rappresaglie dei feudatari e dei Piemontesi.
Dal 1796 al 1812 i moti antifeudali - che proseguono spontaneamente nei villaggi e nelle campagne - vengono repressi con inaudita violenza. Anche gli esponenti di secondo piano della rivolta angioiana che non sono riusciti ad espatriare vengono massacrati dalla sbirraglia piemontese capitanata dal giudice Valentino.
Bono, il paese che ha dato i natali ad Angioy, per rappresaglia viene cannoneggiata e saccheggiata. I pochi abitanti rimasti vengono trucidati. Siamo nel 14 luglio 1796.
A Sassari, nel 1802, vengono arrestati e pubblicamente torturati e giustiziati tre patrioti: Martinetti, Battino e Frau. Gli ultimi due, pastori, dopo il "trattamento" riservato loro a Sassari, verranno condotti con le ossa fratturate ad Aggius, paese della Gallura dove più viva si è accesa la rivolta, e impiccati nella piazza.
L'ultimo bagno di sangue giacobino è del 1812, a seguito dei moti capeggiati da professori, avvocati e magistrati.

*** Il 3 marzo del 1799 Vittorio Emanuele I scappa con la sua corte da Torino, a seguito della invasione francese, e si rifugia in Sardegna. A Cagliari, il Viceré, il clero e la nobiltà in orgasmo si prodigano per rendere al sovrano l'esilio il più possibile confortevole. Il re - essi dicono al popolo - è arrivato con la sola camicia (evidentemente i Francesi non sono magnanimi quanto i Sardi), per non cadere nelle mani demoniache dei giacobini. Contadini, pastori e artigiani sardi devono perciò provvedere essi con il loro lavoro a "mantenere" dignitosamente il loro sovrano.

*** Per ospitare il re in esilio, nello stesso anno 1799, vengono stabiliti oneri fiscali supplementari a una popolazione già ridotta in estrema miseria. Gli obblighi fiscali verso la Corona che già si aggirano sulle 218.000 lire sarde salgono, con le nuove imposte "straordinarie" di altre 109.350 lire. Poco dopo con un altro giro di vite le "straordinarie" raggiungono la cifra di lire 240.000; e come d'uso governativo tali imposte finiranno per diventare "ordinarie".
Intanto la regina Maria Teresa, consorte in esilio di Vittorio Emanuele I, si fa cesellare dagli orafi un orinale d'argento massiccio sul cui fondo a sbalzo è effigiato Bonaparte, "il grande nemico".

*** Il 6 ottobre 1820 i Sabaudi emanano l'Editto delle Chiudende, il primo di una serie che verranno emanati nel 1824 -1830 e 1831. Di fatto tali Editti aboliscono l'uso comunitario della terra, diffuso in tutta l'Isola, e istituiscono la "proprietà perfetta" borghese. Saranno causa, per lunghi anni, di sanguinose rivolte popolari, sedate con la violenza delle armi.
La risposta popolare agli Editti che aboliscono l'uso comunistico della terra non si fa attendere. Specie nelle zone dell'interno la reazione dei pastori è violenta. Numerosi paesi delle Barbagie insorgono. Di giorno i neo-proprietari, protetti dall'esercito piemontese, delimitano e recingono; di notte, pastori e contadini abbattono e devastano le recinzioni. La guerriglia si protrae per circa dieci anni.

*** Nel 1821 ha inizio il regno di Carlo Felice, il quale appena salito al trono condanna a morte 97 oppositori politici sardi. Segue una feroce e capillare epurazione nei quadri della burocrazia, esercito e amministrazione e Università. Il monarca non nasconde il suo odio viscerale per la cultura (in colonia). Egli afferma che "solo chi non sa leggere né scrivere può essere fedele al re".

*** 1836 - 1839: abolizione del feudalesimo. I feudi appartenenti alla nobiltà e al clero prevalentemente spagnoli occupano oltre la metà della superficie della Sardegna. Si capisce così come l'ingorda borghesia piemontese, nata in ritardo rispetto alle sue consorelle europee, e bisognosa di mangiare al doppio per mettersi alla pari, miri con il suo "riformismo" a sostituirsi al vecchio padrone nella proprietà e sfruttamento di quelle terre. Già nel 1831 Carlo Alberto aveva prospettato una normativa di riscatto dei feudi, pagando ai nobili una rendita perpetua. Questi non accettano e minacciano di ricorrere all'Austria che, nel Trattato di Londra, ha garantito alla Spagna, lo status quo nell'Isola. Cogliendo ora il momento storico-politico favorevole, i Sabaudi aggirano l'ostacolo e nel 1836 dichiarano soppresse le giurisdizioni feudali, esautorando in pratica i feudatari dal potere. Quindi incentivano la cessione dei feudi con offerte vantaggiosissime: tanto chi paga è il popolo. La cifra del riscatto risulta essere nella maggior parte dei casi il triplo del valore effettivo del feudo espropriato. Il popolo farà la fame per tutto il secolo per pagare con il proprio lavoro un mercimonio, gabellato dagli storici come riforma liberale contro l'oscurantismo feudale.

*** 1837. Prima visita di Carlo Alberto in Sardegna. Sbarca nell'isola di Tavolara in tenuta di caccia, armato di cesellato archibugio. Per ritemprarsi dei suoi ponderosi dubbi, il "re tentenna" viene qui a caccia delle favolose capre dai denti d'oro e dalle corna enormi. E' ospite di Giuseppe Bartoleoni, il maddalenino che ha acquisito la rupe proclamandosene re.

*** Nel 1839 vengono emanate alcune disposizioni di legge che limitano i Diritti di Ademprivio, cioè il diritto per le comunità di legnatico, fonte, pascolo, raccolta dei frutti pendenti e di coltivazione sulle terre del saltus.
Tali disposizioni restano lettera morta per le violentissime reazioni delle popolazioni.

*** 1842. Seconda visita di Carlo Alberto in Sardegna. Stavolta si reca a Tharros, necropoli punica nei pressi del golfo di Oristano, che nasconde nelle sue tombe puniche e romane ingenti tesori. Organizza, presenziando, una serie di scavi che fruttano manufatti romani (vasi in vetro, terrecotte e monete) e punici (monili d'oro, d'argento e scarabei lavorati in pietre preziose). Questi tesori rapinati ai Sardi sono immessi in gran parte nella collezione privata dei Savoia e in parte finiscono per ornare le puttane di Corte.
Restando in tema di "nobili" sciacalli, ricordiamo nel 1838 la depredazione compiuta sempre a Tharros dal Marchese Scotti, aiutante di campo del Viceré sabaudo e dal gesuita Perotti ("tre carri colmi", testimonia uno storico del periodo); e sempre a Tharros, nello stesso anno, la rapina compiuta dallo scrittore moralista Honoré de Balzac. E ancora, nel 1851 la più scientifica rapina attuata da un gentleman inglese, Lord Vernon, il quale - meno male - cede l'ingente bottino al British Museum, dove si trova tutt'ora.

*** Sono del 1847 i dati relativi ai danni inferti alla economia agricola dagli Editti delle Chiudende. Negli anni precedenti, dal 1790 al 1805 la produzione di grano oscilla da 1.192.103 a 1.793.894 starelli (pari a circa 40 Kg l'uno); mentre successivamente scende da 1.074.597 fino a 530.111 starelli. La produzione dell'orzo scende da 588.708 starelli del 1790 fino ai 170.970 starelli del 1847. Il patrimonio ovino risulta dimezzato.

*** L'anno 1847 segna la fine del Regno di Sardegna. Il 29 novembre una rappresentanza dei tre Bracci del Parlamento Sardo - residuo mummificato di una istituzione aragonese - si reca a Torino da Carlo Alberto per chiedergli "umilmente" la formale fusione dell'Isola agli altri stati sabaudi di terraferma. Nell'annuale discorso della Corona il re dirà che "la Sardegna, gettato il funesto retaggio di antichi privilegi, volle essere unita con più stretti vincoli alla terraferma, e fu accolta dalle altre Province come diletta sorella".
A Cagliari e in altre città dell'Isola la borghesia indigena e l'alto clero orchestrano manifestazioni di giubilo unificatorio, con l'immancabile partecipazione di studenti. La speranza della borghesia indigena è di poter modernizzare con la fusione le strutture produttive; ma sarà la borghesia capitalista piemontese a gestire in proprio il processo di ammodernamento coloniale, di scientifico sfruttamento delle risorse e del lavoro dell'Isola.
La "fusione" non getterà dunque "il funesto retaggio di antichi privilegi" ma li perpetuerà e ne aggiungerà di nuovi.

*** 1847. In questo stesso anno, in Sardegna, le spese militari salgono raggiungendo i 200 milioni di lire; contro i 100 milioni scarsi che si spendono per l'amministrazione civile. Già da allora l'Isola assume il ruolo di "area di servizi militari".

*** Il 7 maggio del 1848, circa due mesi dopo l'inizio della prima guerra di indipendenza contro l'Austria per la conquista della Lombardia, Carlo Alberto, necessitando di carne da cannone, emette un decreto di emergenza, tentando di imporre ai Sardi appena "fusi" la coscrizione obbligatoria "per il reclutamento di effettivi in numero pari alla metà di quelli forniti dagli altri stati di terraferma".
Il provvedimento non troverà applicazione a causa delle gravi tensioni sociali esistenti nell'Isola.
Vista l'indifferenza dei Sardi verso quella guerra di "liberazione", l'Intendente Generale Derossi di Santarosa prepara un progetto per "l'arruolamento dei banditi, reclusi e contumaci, di cui l'Isola ha sovrabbondanza". Il progetto viene accolto dalla Grande Cancelleria di S.M. che nomina una Commissione composta da Intendenti Provinciali con l'incarico di formulare un Progetto di Legge sulla materia. Il Progetto di Legge viene partorito con gestazione accelerata, ma il Parlamento lo insabbia. Al governo ci si è resi conto che "far militare sotto la stessa onorata Bandiera onesti cittadini e galeotti, poteva riuscirne scapito al lustro e al decoro della Milizia... e sarebbe stato anche all'estero pretesto di censura".

*** Il 15 aprile del 1851, con Legge n. 1192, vengono aboliti i tributi feudali che gravano sui terreni e viene istituita l'Imposta unica Fondiaria. Una sola imposta ma molto più pesante di tutte le precedenti messe insieme.
Il 5 giugno dello stesso anno si stabiliscono le norme relative alle operazioni geometriche ed estimative per la formazione del Catasto nell'Isola.

*** Il 9 novembre 1860 Giuseppe Garibaldi viene esiliato a Caprera, dopo la spedizione dei Mille e l'annessione del Regno delle due Sicìlie al Piemonte.

*** Nel 1865 vengono aboliti i Diritti di Ademprivio (già limitati nel 1839 con relative disposizioni). L'abolizione degli Ademprivi nasce anche da oscuri motivi di interesse (cui pare non fosse estraneo il Conte di Cavour e il suo intraprendente parentado) e si articola in una serie di manovre che culminano con il passaggio dei terreni ex ademprivili (circa 500.000 ettari sui quali le popolazioni esercitavano "l'uso barbarico" di goderne liberatamente i frutti) nelle rapaci mani della borghesia e in quelle di compagnie e società straniere, e darà luogo a rivolte popolari, specie nelle Barbagie e nella Baronia, protrattesi per anni e represse in un mare di sangue.

*** Nel 1868 scoppiano i Moti di Su Connotu. Su Connotu, cioè il conosciuto, indica la tradizione, l'uso comune, le leggi che regolano la vita della comunità. I Moti di Su Connotu scoppiano a Nuoro il 26 aprile come protesta contro la rapina della terra effettuata dalla borghesia compradora e piemontese. I moti si estendono a tutta l'Isola, e come di norma vengono ferocemente stroncati con l'assassinio e le galere.

*** Il 2 giugno 1882 muore a Caprera Giuseppe Garibaldi, un amico dei Sardi. Uno dei pochi che non è venuto in Sardegna a rubare o a uccidere.

*** 1885. Si assiste al rapido declino delle tonnare, a causa dell'inquinamento del mare prodotto dagli scarichi delle laverie delle miniere di zinco e piombo sfruttate da compagnie prevalentemente straniere.
Nel decennio che precede il 1885 la produzione annua raggiunge nella sola tonnara di Porto Paglia circa 40.000 tonni; mentre nel decennio successivo la produzione annua scende a circa 17.000 tonni. Con il passare degli anni si registra una ulteriore diminuzione fino alla totale scomparsa dei tonni da quelle coste.

*** Clamoroso fallimento del Credito Agricolo Industriale Sardo. Il 25 giugno del 1887 viene emessa la sentenza di fallimento del più importante istituto di credito operante nell'Isola, fondato appena 14 anni prima. Per i contadini e i pastori, che vendevano i prodotti del loro lavoro agli ammassi e ai caseifici, era fatto obbligo di versare i loro risparmi nelle casse del Credito. Il fallimento fu un duro colpo per l'economia delle comunità. Numerose famiglie di contadini e di allevatori furono ridotti alla fame e per sopravvivere dovettero vendere agli usurai i loro averi.

*** Alla fine del secolo XIX e più marcatamente nell'ultimo decennio, le condizioni della Sardegna sono a dir poco tragiche. Oppressione e sfruttamento, fame pestilenze e abbandono sono il risultato di quasi duecento anni di civilizzazione e riformismo coloniale dei Sabaudi.
La gente è costretta a mendicare un tozzo di pane muffito davanti alle porte delle carceri e dei conventi. Il pane dei contadini e dei pastori - un pane confezionato per antica tradizione con semola di grano duro che era stato quanto di più elaborato e celebrato tra i paesi dell'area mediterranea - risulta ora composto prevalentemente impastato con farina di ghianda e argilla. La casa non è più la risultante evolutiva di quella meraviglia architettonica espressa dalla Civiltà dei Nuraghi, ma è una baracca di fango e di paglia con il pavimento di terra battuta, dal tetto di canne o di frasche, fragile riparo alle intemperie.
Le riforme sabaude hanno desertificato l'Isola. I boschi sono stati falciati per venderne il legname o sono stati bruciati per ricavarne carbone e potassa - con il pretesto di snidare i banditi. La rapina delle risorse naturali è totale. Disumano è lo sfruttamento cui sono assoggettati gli indigeni, nelle campagne e nelle miniere. Per finire, l'organizzazione fiscale rastrella ciò che resta fino all'ultimo centesimo.
In questa situazione di miseria e di degradazione serpeggia la ribellione. Centinaia di latitanti vivono alla macchia, sui monti. Nessun esattore dei Sabaudi riesce più a raggiungere il villaggio dove intimare un sequestro per mancato pagamento di imposta: una scarica di rudimentale archibugio fulmina l'esattore lungo il viottolo di campagna.

*** E' del 1894 l'ultima bardana. Il 13 novembre una banda armata di cavalieri (forse 50 forse anche 100) punta su Tortolì, cittadina sul golfo di Orosei. Vengono assaliti e rapinati l'ufficio postale e alcune case di possidenti. I carabinieri si asserragliano in caserma e non osano uscire per contrastare la grassazione.
La bardana di Tortolì diventa uno dei pretesti per una vasta azione militare di repressione che lo stato italiano condurrà contro i banditi e le popolazioni barbaricine che li sostengono. Gli anni dal 1894 al 1899 sono passati alla storia come "gli anni del terrore".

*** 1899. Un corpo di spedizione coloniale sbarca in Sardegna e mette a ferro e a fuoco le Barbagie. Fra gli ufficiali, vi è il tenente Giulio Bechi, del 67° Reggimento di Fanteria, il quale descrive la campagna militare nel suo diario che viene pubblicato con il titolo "Caccia grossa".
Si hanno vere e proprie battaglie campali tra l'esercito e i latitanti fiancheggiati dalle popolazioni. Come quella del Morgogliai, con centinaia di morti - nessuno, è stato scritto, si prese la briga di contare quanti fossero i pastori trucidati.
La caccia all'uomo è implacabile, ma l'esercito non riesce a fiaccare la resistenza dei ribelli, inferiori per numero e malamente armati.
Lo stato maggiore della repressione ricorre allora al terrorismo, al ricatto, alla tortura. Vengono arrestati e seviziati parenti, anche vecchi donne bambini, per indurre i latitanti alla resa. Tutti i beni, armenti e perfino animali da cortile, vengono sequestrati, portati via e venduti.
In questo scorcio di fine secolo, lo stato italiano ha commesso nei confronti del popolo sardo atti vergognosi di ribalderia coloniale che non devono essere dimenticati.
Agli arresti, ai sequestri, alle razzie, ai ricatti, alle stragi, seguono i cosiddetti provvedimenti speciali di polizia: navi cariche di prigionieri lasciano l'Isola verso le galere del continente. E' di quei giorni la lamentazione popolare: "Sos bentos de levante / in sa marina frisca / sunt carrigande s'oro... / ... / Sas carreras sunt tristas / como non est prus Nugoro / ca mancant sos zigantes." (I venti di levante / nella fresca marina / si portan via l'oro... / ... / Le contrade son tristi / Nuoro non è più lei / ora che mancano i suoi giganti.)
Proprio in quegli anni, nel 1897, il governo italiano vara una serie di "leggi speciali" con l'ipocrito proposito di migliorare "le tristi condizioni economiche dell'Isola". In sardo si dice "Appizzus de is corrus, cincu soddus!" (Oltre le corna, la beffa!).

*** Il 29 luglio del 1900 viene giustiziato a Monza Umberto I, il "re buono". Tanto buono che i sentimenti degli scampati dei massacri in Sardegna eseguiti da Giovanni Nepomuceno Cassis, si sono uniti a quelli degli scampati del massacro a Milano eseguito da Bava Becaris, lo hanno raggiunto per mano di un umile popolano, Gaetano Bresci.

*** Il 4 settembre del 1904 la "strage di Buggerru". I minatori di Buggerru scioperano per ottenere condizioni di vita più umane. Tra l'altro chiedono che l'amministrazione contribuisca a pagare l'olio per l'illuminazione delle gallerie. L'esercito chiamato dai padroni per stroncare lo sciopero spara sulla folla, uccidendo quattro lavoratori e ferendone numerosi altri.

*** Nel mese di maggio del 1906 scoppiano tumulti in tutta l'Isola per l'insostenibile situazione economica, con i prezzi che rincarano di giorno in giorno. A Cagliari si muovono per prime le donne che lavorano nella manifattura tabacchi. La folla tumultuante assale il municipio e saccheggia negozi e magazzini di viveri.

*** Dal 1906 al 1911 si svolge l'inchiesta parlamentare presieduta da Parpaglia sulle condizioni di vita nelle miniere sarde. Ne viene fuori un quadro tragico che a stento la commissione parlamentare riesce a mascherare. Non esistono contratti di lavoro; le cantine (spacci padronali) rapinano i già magri salari; i cottimi sono truccati; non esistono normative e impianti di sicurezza; sono altissimi i dati sugli infortuni spesso mortali; non esistono normative né istituti previdenziali e assistenziali; sono diffusissime le malattie professionali, specie la silicosi; è diffuso lo sfruttamento del lavoro delle donne (salario di una lira al giorno, la metà del salario dell'uomo) e del fanciullo (pagato mezza lira).

*** Nel 1915 i Sardi sono chiamati a raccolta per la prima carneficina mondiale. Si fa leva sulla fame, sul bisogno materiale - oltre che sulla carica aggressiva dello sfruttato. Si promettono ai buoni combattenti paghe alte, sussidi e buoni alimentari ai familiari. Si promette a guerra finita lavoro stabile agli operai, la terra ai contadini e pascoli ai pastori. Nella povera gente nasce così l'illusione che la guerra sia un male necessario da patire, in cambio di un domani migliore.

*** Sul finire della prima carneficina mondiale, nel 1918 scoppia la peste volgarmente detta "la spagnola" che imperversa fino al 1920 mietendo nell'Isola migliaia e migliaia di vittime. Le testimonianze danno un quadro allucinante dell'ecatombe: famiglie intere falciate dal terribile morbo; un via vai di carri che trasportano i cadaveri per essere sepolti in fosse comuni; la disperazione delle povere popolazioni senza alcuna difesa sanitaria se non quella di bere vino e pregare.

*** Nel 1919 rientrano i reduci. Pochi rispetto a quanti ne sono partiti. Niente di quanto è stato loro promesso per andare a combattere viene mantenuto. La situazione che trovano è ancora peggiore di quella che hanno lasciato partendo. Capeggiate dai reduci scoppiano rivolte popolari. A Cabras viene assaltato il Municipio, quindi saccheggiati e incendiati i negozi di alimentari e i magazzini dei ricchi. Viene mandato l'esercito per sedare la rivolta. Gli arrestati nella sola Cabras sono trecento - di cui numerose donne.

*** Nel 1920, l'11 maggio, l'eccidio di Iglesias. I carabinieri sparano sui minatori della società Monteponi scesi in sciopero. I morti sono sette, numerosi i feriti.

*** Nello stesso anno 1920 nasce il Partito Sardo d'Azione. Alle sue origini, attinge al combattentismo, utilizzando sia il cameratismo, lo spirito solidaristico sviluppatosi in trincea, sia il malcontento, la frustrazione e la rabbia per le promesse non mantenute da chi ha mandato al macello tanti Sardi.

*** 1921. Gli arditi del popolo - gruppi anarchici di resistenza e di lotta contro il fascismo - compongono il loro inno sulla musica del ballo nazionale sardo. Con il '68 l'Inno degli Arditi del Popolo viene rielaborato in lingua sarda.

*** 1926. Il 9 novembre viene arrestato Antonio Gramsci (morirà in una clinica romana nel 1937). Dello stesso anno è l'assegnazione del premio Nobel per la letteratura alla scrittrice nuorese Grazia Deledda.

*** 1929. Al centro di una vasta opera di bonifica agraria, nasce il comune di Mussolinia. Alla caduta del fascismo verrà ribattezzato Arborea. Gli abitanti del villaggio e del suo territorio sono prevalentemente braccianti del Polesine, trapiantati in Sardegna dal fascismo.

*** La guerra di Etiopia, nel 1935 è una nuova occasione per utilizzare il serbatoio dei morti di fame nella realizzazione del disegno egemonico del capitalismo nazionale. Numerosi disoccupati e sottoccupati incentivati dalla sicurezza del soldo e dalle solite promesse, partono in armi per l'Africa Orientale a "portarvi la civiltà".

*** Nel 1936, durante la guerra di Spagna, il governo fascista per portare qualche centinaio di Sardi a combattere contro i "rossi" ricorre al sotterfugio. Si danno bandi offrendo lavoro ben retribuito in Africa. Durante il viaggio, dirottata la nave, gli "emigranti" si ritrovano con un fucile in mano da usare contro "ignoti". Più coscientemente numerosi Sardi partono volontari in Spagna per difendere la repubblica popolare contro il fascismo. Tra i tanti combattenti sardi per la libertà, ricordiamo l'anarchico Tomaso Serra.

*** Nel 1938 nasce il comune di Carbonia. Sorge dal nulla, per volontà del Duce, in un demagogico disegno di utilizzazione autarchica per fini bellici del bacino carbonifero del Sulcis. Gli abitanti sono costituiti da schiere di affamati rastrellati nelle aree più depresse del Continente, e particolarmente della Sicilia (circa 40.000).

*** Il 26 e 28 febbraio e il 13 maggio del 1943 le "fortezze volanti", aerei americani da bombardamento, attaccano la città di Cagliari massacrando la popolazione civile. La città semidistrutta viene evacuata. I morti sono circa 20.000 su una popolazione presente, in quel periodo, di circa 80.000 abitanti.

*** Stesso anno, l'isola fortificata di La Maddalena ospita un confinato d'eccezione: il cavaliere Benito Mussolini, che ha fatto ormai il suo tempo.

*** Nel 1947 si svolge la Campagna ERLAAS contro la malaria, finanziata dalla Fondazione Rockefeller. L'intera Sardegna viene irrorata del micidiale DDT per eliminare l'Anopheles la zanzara portatrice del Plasmodium, l'agente della malaria.
Data la sensibilità dimostrata dagli stranieri agli attacchi dell'Anopheles (271 morti tedeschi durante la seconda guerra mondiale), l'operazione antimalarica finanziata dagli USA rientra nel disegno di rendere asettico l'ambiente in vista della utilizzazione della Sardegna come area di basi e servizi militari.

*** Nel 1948 la Sardegna viene costituita Regione Autonoma. Da allora in poi i politici sardi non parlano altro che di battaglie per il conseguimento della Autonomia.

*** 1950. Si sviluppa nei Campidani il movimento per la occupazione delle terre incolte e per le cooperative. Nasce a Pauli Arbarèi, il primo aprile la cooperativa agricola A. Gramsci.

*** Nello stesso anno, il 12 maggio, con legge n. 230 in risposta al movimento cooperativistico, per imbrigliarlo e soffocarlo, viene istituito l'ETFAS (Ente di Trasformazione Fondiaria e Agraria per la Sardegna), un mastodontico carrozzone di sottogoverno voluto dagli agrari, dei quali si fa portavoce il democristiano Antonio Segni.

*** Il 6 dicembre del 1957 inaugurazione dell'aeroporto militare della NATO di Decimomannu, il più importante nell'area del Mediterraneo, dopo lo smantellamento della base aerea USA di Weelus Field in Libia.
Iniziano gli espropri nella regione del Salto di Quirra, per l'installazione dei poligoni missilistici di Perdasdefogu e Capo San Lorenzo.

*** Nel 1958 sbarca l'OECE/AEP (ribattezzato OCSE). Costituisce nell'Isola un intervento pseudo-culturale secondo un programma denominato "Progetto Sardegna". Si tratta in sostanza di un intervento colonialistico in vista dell'invasione petrolchimica e consumistica.

*** In opposizione all'intervento culturale dell'OECE nascono nell'Isola centri di cultura popolare, che si richiamano alla identità culturale dei Sardi e si battono con le popolazioni per la soluzione dei problemi di comunità. I centri sardi si federano all'AILC (Associazione Italiana per la Libertà della Cultura) e al MCC (Movimento di Collaborazione Civica).

*** Negli anni 1959-60 inizia la lunga lotta dei pescatori e dei contadini di Cabras contro i feudatari degli stagni.

*** A Teulada, in una vasta area della Sardegna Sud-Occidentale espropriata ai contadini e ai pastori, nel 1960 sorge il CAUC (Centro di Addestramento per Unità Corazzate), dove si esercitano alla guerra flotte ed eserciti di mezzo mondo.
Nello stesso anno 1960 viene espropriata al comune di Arbus la penisola di Capo Frasca, nella costa Centro-Occidentale, per essere utilizzata come poligono di tiro per caccia-bombardieri supersonici della NATO e degli USA.

*** Il 23 ottobre 1961 viene emanato il decreto di "requisizione, esproprio e occupazione dell'intera isola di Tavolara". Contrariamente alle dichiarazioni ufficiali secondo le quali l'isola verrà utilizzata dai militari per impiantarvi una antenna radio a lungo raggio, diventa una base rifugio per sommergibili USA a propulsione e armamento nucleari.

*** Il 1962 è un anno denso di avvenimenti. L'agrario Antonio Segni viene eletto presidente della repubblica.
Viene approvato il Piano di Rinascita che si attuerà con i 400 miliardi previsti dalla legge 588.
Inizia l'invasione petrolchimica. I petrolieri, con la connivenza del governo regionale, si aggiudicano i 400 miliardi (di straordinario) più i miliardi degli incentivi ordinari previsti dalle leggi a favore dei padroni.

*** Nel mondo barbaricino in specie, il malcontento popolare si accentua e il potere dello stato italiano risponde con la repressione poliziesca. Il 10 marzo del 1964 viene fermato dalla polizia il pastore di Fonni Giuseppe Mureddu. Viene torturato e "suicidato". L'assassinio del pastore Mureddu, incensurato e non implicato in alcun fatto criminoso, suscita nell'Isola indignazione e rabbia.
Nello stesso anno, un ventilato colpo di stato fascista prevede l'utilizzazione della Sardegna (in specie l'Asinara e Castiadas) come lager per deportarvi gli oppositori politici.

*** Gli anni 1966-69 vengono detti "Gli anni ruggenti del banditismo sardo". In effetti il fenomeno banditismo, artatamente dilatato e drammatizzato è un pretesto per utilizzare la Sardegna e in particolare le Barbagie come area dove instaurare uno stato di polizia sperimentale ed esercitare le truppe speciali antiguerriglia - in vista del creando fenomeno del terrorismo.

*** In un clima di potere banditesco esplodono il 15 agosto del 1967 i "Fatti di Sassari". La polizia organizza e arma una banda di criminali, ne programma rapine e sequestri e infine, con una brillante operazione, la sgomina. La magistratura non può fare a meno di ordinare alcuni arresti fra i solerti funzionari della polizia sassarese: i carabinieri si rifiuteranno di eseguire gli arresti, per solidarietà di corpo. Il processo che si svolgerà a Perugia si risolverà con un nulla di fatto.

*** Nel 1968 viene ucciso a tradimento dalle forze dell'ordine il pastore latitante Pasquale Pau mentre attende in campagna le proprie bestie. Accusato di un reato del quale si dichiara innocente, e ancora in attesa di processo, Pasquale Pau è noto nel suo mondo come "il latitante buono".

*** 1969. Le popolazioni delle Barbagie respingono con la mobilitazione il ventilato piano per la creazione del Parco del Gennargentu. Si diffonde lo slogan "Salviamo con il muflone il pastore sardo".
Nello stesso anno, a seguito della decisione del ministero della difesa di trasformare i pascoli di Pratobello in una base per esercitazioni belliche, nel mese di giugno, la popolazione di Orgosolo insorge in massa occupando il poligono di tiro il giorno di inizio delle esercitazioni a fuoco. La rivolta antimilitarista di Orgosolo ottiene lo smantellamento della base.

*** Nel 1970 si compie l'operazione di smantellamento delle miniere. I dati (rilevati nel 1971) della liquidazione delle miniere sarde sono i seguenti: 1951 n. 24.500 addetti; 1961 n. 13.270 addetti; 1971 n. 7.731 addetti.
Nasce e si diffonde in Sardegna un fantomatico "movimento separatista" che sembra raccogliere la simpatia di numerosi intellettuali indigeni di diversa collocazione politica, dalla DC al PCI agli Extraparlamentari. I servizi segreti indagano per appurare eventuali collegamenti tra il separatismo e il banditismo.
E' anche l'anno in cui per la prima volta nella sua storia una squadra di calcio, il Cagliari, vince il campionato nazionale di serie A. L'entusiasmo è alle stelle. La Sardegna ha superato così millenni di barbarie e può considerarsi alla pari del mondo civile. Ora il Papa, Paolo VI, può sbarcare in questa terra "redenta", ancora, per altro, da "pacificare".
Il 24 aprile di quell'anno, durante la visita del Papa nel Borgo di Sant'Elia, rione povero di Cagliari, un gruppo di anarchici contesta civilmente la politica del pontefice. La comunità del Borgo solidarizza con gli anarchici. Centinaia di carabinieri e poliziotti intervengono brutalmente contro il gruppo degli anarchici coinvolgendo gli abitanti. Il Borgo di Sant'Elia insorge rispondendo alla violenza poliziesca con una fitta sassaiola. Centinaia di cittadini fermati. Oltre trenta esponenti del movimento anarchico arrestati e processati dopo lunga detenzione preventiva.

*** il 17 luglio del 1972 viene data notizia ufficiale dell'insediamento della base USA di appoggio e mantenimento per sommergibili a propulsione e armamento nucleare, nell'isolotto di Santo Stefano dell'arcipelago di La Maddalena.
Qualche mese prima, in maggio, è uscito per gli editori Marsilio il libro bianco sulle basi e servitù militari in Sardegna, con il titolo "Un'isola per i militari".

*** Nel 1973, nella vasta operazione di repressione e recupero del movimento giovanile sviluppatosi dopo il '68, vengono messi fuorilegge i "circoli giovanili". Nella sola città di Cagliari, nel giro di pochi mesi, vengono chiusi dalla polizia una sessantina di clubs.

*** E' del 1974 il caso giudiziario noto come "la montatura Pilia". Partendo dal ritrovamento fatto dalla polizia di un candelotto di dinamite deteriorata nell'auto di un certo Pilia e di un foglio dattiloscritto con un piano eversivo dettagliato ricco di nomi e numeri telefonici, vengono arrestati 35 presunti eversori, per lo più ragazzi militanti anarchici e di gruppi extraparlamentari.
La "montatura" della banda armata anarco-separatista-barbaricina finanziata dal KGB è un maldestro tentativo di dimostrare l'esistenza di un piano feltrinelliano per fomentare la guerriglia nell'isola. Piano che proseguirebbe anche dopo l'eliminazione dell'editore-rivoluzionario.

*** Nel 1975 si registrano nascite mostruose. Si parla di "mostri al cobalto" in relazione alla base nucleare USA di La Maddalena.

*** Il 19 dicembre 1976 viene assassinato dalla polizia il fanciullo Wilson Spiga e pochi giorni dopo, l'11 gennaio del 1977 Giuliano Marras, di appena sedici anni.

*** Il 28 agosto del 1977 nasce "Quirino" una sorta di "vulcano nucleare sottomarino" a Sud delle coste sarde. Una forte esplosione sottomarina (scossa del 7° grado della scala Mercalli) viene fatta passare come scossa sismica in una zona che è "asismica" da tempi immemori.
Il 20 settembre dello stesso anno, subisce un grave incidente un sommergibile nucleare USS RAY del tipo Hunter Killer. Si sfiora una catastrofe che coinvolgerebbe con la Sardegna l'intero bacino del Mediterraneo.

*** Agli inizi del 1980, a seguito di una singolare sparatoria in una piazza di Cagliari, si ha notizia ufficiale dello sbarco in Sardegna del duetto Savasta-Libera, una coppia di temibili terroristi delle Bierre italiane che hanno il compito di reclutare ascari in colonia per diffondervi la lotta armata marxista-leninista contro lo stato borghese.

*** Dal 1981 al 1982 si delinea un movimento per l'indipendenza della Sardegna. Vi sono coinvolti anche esponenti del Partito Sardo d'Azione. Lo stato italiano teme il consolidamento e la diffusione del movimento in una Sardegna sempre più sfruttata ed emarginata. La reazione repressiva non si fa attendere. Nel dicembre del 1981 viene arrestato Salvatore Meloni, membro del comitato centrale del P.S.d'Az.; quindi è la volta di Bainzu Piliu, docente universitario, animatore del FIS, il Fronte per l'indipendenza della Sardegna, e di Oreste Pili, altro dirigente del P.S.d'Az. Le accuse nei loro confronti appaiono speciose seppure gravissime, come quella di aver tramato al soldo di potenze straniere contro l'unità territoriale della nazione italiana.

Nota. Forse superfluo sottolineare che la storia della Sardegna non è altro che un lungo susseguirsi di invasioni e occupazioni, di dominazioni, di oppressioni e di sfruttamento; di un continuo cronico stato di miseria e di degradazione delle popolazioni e di continui eroici sanguinosi tentativi di queste stesse popolazioni di opporsi, di insorgere, di liberarsi. E' in una parola la storia di una colonia, di un popolo che conserva la propria identità nonostante duemilacinquecento anni di dominazioni straniere.



APPENDICE III

GLOSSARIO

Acabadori = Uccisore; Accabbadora = Ucciditrice. Indicano le persone addette a facilitare il trapasso ai moribondi. Acabadori in campidanese e accabbadora logudorese - con il solo femminile, essendo ivi tale compito riservato alle donne. Acabai = finire,
morire, uccidere, conseguire. Deriva secondo alcuni dallo spagnolo acabar = finire; secondo altri dal fenicio e arabo hakàb = porre fine.

Ademprivi = Diritti d'uso comunitario sui terreni del saltu o sartu, il territorio pertinente a la bidda, villaggio. Nei diritti di ademprivio rientravano quelli di pascolo, di fonte, di legnatico, di raccolta dei frutti. In Sardegna rimasero in vigore fino al 1865. Deriva dal latino adimparare = prendere possesso, da cui derivano anche il catalano adimplivos e lo spagnolo adempribios = terreni comuni tra due villaggi.

Aggiudu torrau = Aiuto restituito, favore reso. E' così detto un istituto mutualistico popolare assai diffuso fino ai tempi attuali. Consiste nella prestazione d'opera che ciascun membro della comunità svolge volontariamente e gratuitamente in favore di un altro membro, e che in circostanza simile o diversa gli viene restituita. Per le attività nelle quali si applica s'aggiudu torrau.

Aili = Serraglio dei capretti. La voce aili, di origine logudorese, è diffusa anche nei Campidani.

Ainas = Attrezzi, strumenti. Ciò che è necessario per produrre is fainas, le opere. Ma è anche vero che is fainas fainti is ainas, le opere fanno gli attrezzi (cioè la realizzazione di ogni opera necessita di specifici strumenti).

Albescida e Orbescida = Alba. Orbesci = Albeggiare. S'orbexideoxu = l'albeggiare.

Aposentu = Camera, stanza. Anche luogo dove si abita. Dallo spagnolo aposento = stanza, alloggio.

Arau = Aratro. Fino agli anni del secondo dopoguerra era usato l'antico arau de linna, aratro di legno, che date le terre poco profonde era più adatto ai lavori agricoli. E' detto de linna perché totalmente in legno, compreso il vomere privo di coltro.

Arenada = Melagrana. Sa mata (o s'arburi) de s'arenada = Il melograno. Un tempo assai diffusa nell'Isola, se ne conoscono tre varietà di base: sa durci = la dolce; s'arga (o s'arba) = la agra; sa argadurci (o s'arbadurci) = l'agradolce. Detto popolare comune: fai sa fini de s'arenada (arrutta a terra e squartarada) = fare la fine della melagrana (caduta a terra e crepata).

Arbili = Aprile. Dallo spagnolo abril. Nel linguaggio comune, abrili e abribi.

Arborea = Arborea. Comune in provincia di Oristano che si affaccia sul Golfo di Oristano, popolato da una colonia di contadini del Veneto, prevalentemente del Polesine. Indica anche la regione del Campidano oristanese, che fu il centro del territorio del Giudicato di Arborea. Il termine di Arborea non deriva, come erroneamente si crede, dal latino arbor, albero, ma dal sardo arbu = agro, salmastro (per la presenza di stagni, di acque salmastre). Infatti, negli antichi documenti, troviamo per indicare il territorio del giudicato de arbaree.

Arrosu = Rugiada. Arrosu mascu = letteralmente rugiada maschia, ha il significato di brina.

Attongiu = Autunno. Su primu tempus de s'annu, la prima stagione dell'anno; oberit sa laurera, apre il lavoro dei campi.

Austu = Agosto. Ultimo mese dell'anno sardo, che coincide con l'anno agricolo.

Ballu = Ballo. Sa cumpangia de is ballus = La compagnia dei balli. E' formata di fratelli e sorelle, cugini e cugine costituitisi in gruppo la notte di Natale (notte in cui hanno inizio is ballus de carnovali, i balli di Carnevale). La compagnia si scioglie il Mercoledì delle Ceneri, con la Quaresima. La sua funzione è quella di organizzare e partecipare ai balli di fine settimana per tutto il periodo del Carnevale, facilitando i rapporti affettivi tra i giovani.

Bandoni o Tolla = Bidone di latta o di alluminio; recipiente per il trasporto del latte a dorso di cavallo dall'ovile al paese.

Barrali o Stauli de axina = Pergolato, pergola d'uva. Barrali indica anche la tettoia di frasche o canne che ombreggia il posto di vedetta di su castiadori, il guardiano degli orti e delle vigne. Su barrali, la pergola, adorna e ombreggia sa cortilla, il cortile, antistante la casa rurale.

Becciu = Vecchio. Si ritiene che in tempi preistorici, i vecchi "improduttivi" venissero condotti dai propri figli sull'orlo di un precipizio e ivi uccisi a randellate e scaraventati giù. In tempi storici, is beccius de sa bidda, i vecchi del villaggio, costituivano una sorta di senato che governava e amministrava la comunità. Anche attualmente, nel mondo contadino, is beccius, i vecchi, godono di grande considerazione e rispetto.

Bentulai = Ventolare. Bentulai su trigu = Spagliare il grano che è stato trebbiato. Fino ai tempi recenti (Anni Cinquanta) il grano, gli altri cereali e i legumi raccolti venivano ammassati nelle argiolas, aie, ai margini dell'abitato, trebbiati dal trapestio degli animali (buoi e cavalli) e con appositi attrezzi (mallus = manfani, bastoni), e quindi bentulaus, ventolati, per spagliarli. Per l'operazione di bentulai, ventolare, si usavano is palias, le pale, in legno, per lanciare paglia e grano controvento, sceverando così l'uno dall'altra.

Beranu = Primavera. Su terziu tempus de s'annu = La terza stagione dell'anno agrario. Deriva dal latino vernum, primavera.

Berbei o Arbei o Brebei (in logudorese: Berveghe e Arveghe) = Pecora. Deriva dal greco brebethon; latino vervex; italiano antico berbice; francese brebi. La pecora allevata nell'Isola fa parte della razza ovina sarda, di cui si conoscono almeno tre sottorazze: di grossa, media e piccola taglia. Le prime due sono allevate in pianura, nei Campidani; la terza è più diffusa nella regione montuosa delle Barbagie. Dalla lana della pecora sarda si ottiene s'orbaci, l'orbace, un particolare tessuto.

Bertula = Bisaccia. Sacco a due tasche tessuto d'orbace tenuto a bandoliera su una spalla o sulla groppa della cavalcatura. Sa bertula è corredo essenziale del contadino e del pastore, i quali vi ripongono le cibarie e gli attrezzi da lavoro minuti.

Bidda = Villaggio, paese. Dal latino villa. Nella organizzazione socio-economica basata sull'uso comunitario della terra e del patrimonio naturale, sa bidda, il villaggio, costituiva l'abitato, il naturale centro geografico e storico della comunità.

Binnenna = Vendemmia. Dicesi binnenna de scrichillonis (o de sciscilloni), vendemmia del racimolo (o del raspollo) una istituzione comunitaria, per la quale i proprietari delle vigne avevano il dovere di lasciare racimoli nel ceppo durante la vendemmia. I poveri del paese assumevano così una sorta di "diritto di raspollatura".

Bombas = Polpette di carne macinata, per lo più di maiale, a forma sferica. E' una tipica pietanza campidanese, che si consuma la domenica.

Braxeri = Braciere. Recipiente sul cui fondo si deposita uno strato di cenere, dove vengono conservate le braci del camino. Su braxeri de liauna, il braciere di latta, consiste in un barattolo vecchio con carboni ardenti, usato nei villaggi dagli scolari per riscaldare le aule.

Burnia (o Brugna) = Orcio, giara. Grosso recipiente di coccio, usato per contenervi l'olio o anche olive in salamoia o pomodori secchi o sottaceti.

Cabbia = Gabbia. Cabbia de cardanera (o de cadrallina), gabbia da cardellini, che i ragazzi costruiscono da sé con bacchette di rovo (per i regoli) e con giunco (per le gretole). Sa cabbia paradora, la gabbia-trappola, usata per acchiappare i cardellini, è munita nella parte alta di un portello, che si chiude automaticamente.

Caboni de fedu = Gallo da monta, da prole (fedu, dal latino foetus, prole). Su caboni de fedu, il gallo da monta o da prole, è detto anche su intalladori = letteralmente che fa branco (deriva da tallu = branco).

Caboniscu = Galletto. (diminutivo di caboni, gallo). Is caboniscus, i galletti antagonisti del gallo da monta, finivano nella mensa domenicale del contadino. Sull'usanza di esporre is butonis de su caboniscu, i testicoli del galletto.

CabudanniI = Settembre. In logudorese Capidanne. E' il mese che apre l'anno sardo, coincidente con quello agrario. Deriva dal latino caput anni, inizio dell'anno.

Carcigadori e Accaccigadori = Letteralmente colui che pesta. Da carcigai = pestare, calcare con i piedi (catalano: calcigar, con uguale significato). E' detto carcigadori o accaccigadori l'artigiano che fornito di apposita vasca in legno si recava di casa in casa per carcigai, pestare con i piedi, l'orbace appena tessuto per renderlo spesso e morbido.

Callu = Caglio. Sostanza estratta dallo stomaco dell'agnello o capretto da latte usata per cagliare il latte. Su callu de crabittu, il caglio del capretto, è usato anche come companatico. Ha il sapore piccante di su casu marzu, il formaggio marcio.

Campidanesu = Abitante dei Campidanus, Campidani, di cultura contadina, lingua campidanesa, la lingua parlata dagli abitanti dei Campidani.

Campidanu = Campidano. E' così detta la regione pianeggiante che attraversa la Sardegna Sud-occidentale, da Cagliari a Oristano. Si distingue in Campidano di Cagliari e Campidano di Oristano. Coincide con l'area della cultura contadina.

Carrada = Botte. Sa domu de is carradas (o di su binu) = Letteralmente casa delle botti (o del vino), cantina.
 
Carnovali o Carnasciali o Carrasciali = Carnevale. In logudorese è detto Carrasegare o Segarepetta. Il carnevale sardo si presenta e si svolge con maschere e rituali antichissimi. Degni di nota i Mamutones e i Merdules, maschere lignee simboleggianti spiriti e animali, rispettivamente di Mamoiada e Ottana, paesi in provincia di Nuoro.

Casada = Crema di latte colostro di pecora. Da taluni viene insaporita con foglie di mentastro o scorza di limone, e zucchero a piacere. E' una crema dal gusto raffinato, e i buongustai si fanno amico qualche pastore per avere in inverno almeno una bottiglia di latte colostro di pecora, per farsi in casa sa casada.

Casiddu de mulli (o Mussorgiu) = Secchio per la mungitura (o secchione).

Castiadori = Guardiano. Dal verbo castai, guardare. E' l'uomo, per lo più anziano, che viene salariato da un gruppo di proprietari per la custodia dei loro terreni coltivati, per lo più vigne e orti. Su castiadori, il guardiano, si costruisce una rudimentale barraca, baracca, per la notte, e nel punto più alto, s'oprigu, il riparo, detto anche barrali, tettoia di frasche o di canne.

Casu = Formaggio. E' su ingaungiu, il companatico, più comune del contadino e del pastore, nei pasti consumati in campagna. Su casu malzu (o marzu), il formaggio marcio, è una varietà che inverminandosi dà luogo a una crema piccante - assai ricercata dai buongustai. Si accompagna con vino nero gagliardo. Detto popolare: Pani e casu e binu a rasu = Pane e formaggio con vino (colmo) fino all'orlo.

Cerda = Treggia, veggia. Dal greco gerra. Consiste in un graticcio o incannucciato che si adatta alle sponde del carro per aumentarne il volume di carico. Il tipo di cerda, veggia, varia da paese a paese e a seconda di ciò che deve contenere: dall'ordito robusto di vimini o di canne, alle soffici stuoie di falasco. Abbiamo così cerda de ladamini = veggia da letame; cerda de palla = veggia da paglia. Indica anche il contenuto: una cerda de axina = una veggia carica d'uva.

Chiudende = Editto detto delle Chiudende, del 1820, introduce in Sardegna la proprietà privata della terra, sconvolgendo una forma di organizzazione socio-economica funzionale, basata sull'uso comunitario della terra, restaurando, con la miseria e i delitti, la dicotomia conflittuale tra contadino e pastore.

Cida = Settimana. In logudorese kida, dal greco kidos, lavoro, in quanto contiene i giorni lavorativi. Cida Santa = Settimana Santa. Cida de scudi = Letteralmente settimana dello sbattere: la definizione trae origine dal lavoro di "scuotimento" (cioè di spolverare) che la massaia fa in casa, specie nella cucina, dove ai quattro muri sono appesi gli utensili più disparati, nel periodo precedente la Pasqua.

Ciloni = Celone, copriletto. Sopraccoperta di lana di pecora (orbace) di più colori o a scacchi bianchi e neri, con ordito di cotone.

Cixiri = Ceci. L'alimentazione familiare del contadino è basata sui farinacei (pane e pasta) e sui legumi. Tra questi ultimi, al primo posto sono i ceci, che forniscono un ottimo sostanzioso minestrone con aggiunta di cotiche e ossi salati di maiale. Su cixiri arrustiu, i ceci brustoliti, sono un salutare passatempo nelle sere d'inverno e nelle passeggiate domenicali. In occasione delle feste, vengono venduti a misurini, nelle apposite bancarelle, insieme a su cacau, gli arachidi, a sa nuxedda, le nocciole, e a su turroni, il torrone.

Cobertura = Tetto. Il tradizionale tetto de sa domu sarda, della casa sarda, consisteva in una travatura obliqua in legno poggiata sui muri maestri, e su questa un robusto traliccio di canne su cui venivano cementate le tegole, con malta di calce.

Coccoi de simbula = Pane tipo "pasta dura" di semola di grano. E' il pane delle feste in genere e del matrimonio e della Pasqua in particolare. La pasta viene lavorata a mano sopra l'apposito tavolo (sa mesa de fai pani = il tavolo per fare il pane) e le viene data di solito la forma della U con sforbiciature ai bordi. Su coccoi de Pasca, il pane della Pasqua, contiene uno o più uova di gallina incastrate sul dorso prima della cottura.

Comunismu de sa terra = Uso comunitario della terra. L'uso comune della terra (e del patrimonio naturale) non è semplicisticamente da classificarsi come un residuo di quel "comunismo primitivo" (secondo gli studi di Morgan, Engels e altri), tipico della organizzazione sociale matrilineare che si fa risalire all'Era Selvaggia (Engels), ma è più precisamente da ritenersi la risultante di un certo tipo di sviluppo economico e sociale in tempi moderni di una comunità forzatamente chiusa e autarchica, perennemente sul piede di guerra, in un continuo incessante assedio di invasori.

Connotu = Conosciuto. E' detto su connotu l'insieme di norme e tradizioni che regolano la vita della comunità, tramandate oralmente. I moti di su connotu scoppiarono a Nuoro il 26 aprile del 1868 contro gli editti dei Sabaudi che abolivano l'uso comunitario della terra e dei suoi beni. La parola d'ordine della rivolta, che si estese in tutta l'Isola, fu torrare a su connotu, tornare al conosciuto, cioè alla tradizione.

Cortilla = Cortile. Deriva dal latino cohors = luogo recintato, composto da hortus, con il suffisso ile tratto da canile, ovile, eccetera. Il cortile è lo spazio chiuso antistante la casa, confina con la strada, e viene chiamato anche sa plazza o prazza.

Crannazzeria = Macelleria. E' detta anche panga. Comunemente, nei villaggi, consisteva in uno o più chioschi situati nella piazza principale, dove il venerdì si vendeva la carne degli animali macellati nello stesso giorno. Su crannazzeri = il macellaio.

Cungiau = Terreno chiuso; per lo più coltivato a ortalizi o ulivo o mandorlo. Se incolto veniva utilizzato per tenervi al pascolo gli animali da lavoro. La chiusura de su cungiau consiste in una siepe di ficodindia e rovo.

Dì = Giorno. Dal latino dies. Il plurale fa diis.

Dicius = Detti, proverbi. Dallo spagnolo dicho, detto.

Dognasantu = Novembre. Prende il nome dalla festa religiosa che apre il mese. Dognasantu letteralmente significa ognissanti.

Domu = Casa. Dal latino domus. Indica sia la casa di abitazione nel suo insieme, sia i locali di essa utilizzati per uso specifico. Abbiamo cosi sa domu de su porcu = il recinto del maiale; sa domu de su giù = la stalla del giogo (dei buoi); sa domu de sa palla = il locale dove è sistemata la paglia; sa domu de su forru = il locale dove sta il forno; sa domu de sa farra = il locale dove si lavora la farina e si fa il pane; sa domu de is carradas = il locale delle botti o cantinetta.

Fainas = Faccende, opere. Fai is fainas = Fare le faccende. Est una bella faina = è una bella opera. Donai faina = Dare lavoro. Is ainas faint is fainas = (Sono) gli attrezzi (che) fanno le opere.

Fastigiai = Fidanzarsi, fare l'amore, carezzare. Fastigiu = Fidanzamento, il fare l'amore, l'accarezzare.

Figu = Fico. Di maestoso sviluppo, il fico ornava il cortile della casa, l'orto e la vigna. Figu burda è il fico selvatico, su cui si innestano le numerose varietà note in Sardegna: sa birdi, sa bianca o arrepellina, sa niedda longa, sa matiniedda, sa perdigiana, sa murra, de monti, e altre. Figu cotta , fico maturo; figu scritta = fico maturo con la buccia screpolata; figu carigata = fico molto maturo, quasi passito; figu siccada = fico secco; figu inforrada = fico secco infornato.

Figumorisca o Figuindia o Figucarbina o Figucrabia = Ficodindia. Assai diffusa come siepe per recingere orti, vigne, campi. Il suo frutto zuccherino era in autunno il principale alimento del povero e del maiale da ingrasso.

Forredda = L'angolo della cucina dove si cucinano i cibi. Indica però anche su foghili, il focolare, e sa ziminera, il caminetto. Is contus de forredda sono dette le favole o anche un genere popolaresco di racconto, perché si raccontano nelle lunghe sere invernali davanti a sa forredda, al focolare.

Frastimu = Invettiva. Is frastimus, le invettive, sono espressione autentica e meditata di un popolo oppresso, al quale vengono negati altri spazi espressivi. Is frastimus hanno non soltanto un valore letterario, culturale, ma significati ideologici e politici.

Fregula = Pastina di semola non impastata, ottenuta mettendo della semola grossa in una conchetta, e dopo averla spruzzata d'acqua facendola ruotare sul bordo in continuazione. Si formano così delle pallottoline di piccolissima dimensione che una volta essiccate vengono usate come pastina.

Friargiu = Febbraio. In logudorese Frearzu. Mese considerato dal contadino infido, falso e traditore. Essiri che Friargiu = Essere come Febbraio, si dice di persona falsa e traditrice. E' il mese della fioritura del mandorlo.

Fruciri = Covare. Su tempus de fruciri = Il tempo di covare, pudda de fruciri = chioccia.

Gennargiu = Gennaio.

Giustizia o Justissia = Giustizia. Il termine indica sia il senso di giustizia che è nella gente, sia l'apparato repressivo e oppressivo statale. Numerosissime sono le invettive popolari, dove la "giustizia" è vista come la peggiore disgrazia in cui un uomo possa incappare.

Guluare = Terreno chiuso protetto. Termine antico sinonimo di cungiau, chiuso.

Jerru = Inverno. Su secundu tempus de s'annu = La seconda stagione dell'anno. Passai su jerru = svernare.

Incungia e Incungiadura = Raccolto; e più specificatamente l'immagazzinaggio del raccolto. E' l'ultima fase de sa laurera, dell'agricoltura. S'incungia si fait a fini de mesi de argiolas = La conservazione del raccolto si fa alla fine di luglio.

Istadi e Istadiali = Estate. Est s'urtimu tempus de s'annu = E' l'ultima stagione dell'anno. Po su messaju est su tempus de messai, treulai e incungiai = E' per il contadino la stagione di mietere, trebbiare e conservare.

Lampada e Lantia = Lampada. Sa lantia, la lampada a olio, per l'illuminazione della casa, consisteva in un fazzoletto di lamiera piegato ai quattro angoli, in modo da formare un recipiente dove era contenuto l'olio, entro cui erano immersi is luxingius o losingius, i lucignoli, di cotone da uno a quattro, che ricadevano accesi gli angoli. Mediante un gancio di fil di ferro veniva appesa a un trave del soffitto. Come olio combustibile veniva usato anche s'ollestincu (ollu de stincu) = olio del lentischio.

Lampadas = Giugno. Lampadas sembrerebbe derivante dal latino lampane, dalle luminarie del 248 per i giochi secolari svoltisi in Roma sotto l'impero di Filippo l'Arabo. Più probabilmente per il costume di accendere in quel mese lampade votive a divinità taumaturgica.

Ladiri e Ladriri o Ladrini = Mattone di fango lasciato seccare al sole. Dal latino later, mattone. E' il materiale prevalentemente usato nei Campidani per edificare i muri della casa di abitazione e di recinzione dei cortili. Isciaquai ladiri = Lavare mattoni crudi, equivale a fare un lavoro inutile (in latino laterem lavare è un detto con lo stesso significato).

Lau e Martuzzu = Sono due saporitissime e comuni erbe mangerecce che crescono ai margini dei ruscelli. Nella parlata campidanese di Oristano si chiama lau una sorta di crescione. Dato che lau (e lauru) in sardo indicano l'alloro, nella stessa parlata questo viene chiamato lau veru, alloro vero. Su martuzzu è il nasturzio acquatico.

Launeddas = Launeddas, tipico strumento musicale. Si è diffuso particolarmente nel mondo contadino dei Campidani. E' considerato lo strumento nazionale dei Sardi. Consiste in un flauto a tre calami, di diversa misura e tonalità, di canna comune, e con dei fori per la modulazione dei suoni. Gli effetti sonori somigliano a quelli della cornamusa (taluno infatti traduce launeddas con cornamusa), in quanto si suona a continua emissione di fiato: tuttavia, mentre nella cornamusa la continuità del suono è data da un otre di pelle che funge da camera d'aria, nelle launeddas lo stesso effetto è ottenuto con il cavo orale (che deve quindi emettere aria in continuazione). Ciò rende abbastanza difficile l'uso di questo antichissimo strumento musicale. Secondo alcuni studiosi "le zampogne dei sardi pastori pare che non differiscano da quelle di cui parla Virgilio: Pan primus calamos cera conjungere plures instituit; e che lo stesso Virgilio chiamasse tale strumento Fistula disparibus compacta arundinibus." (Cfr. V. Porcu nel Dizionariu Sardu Italianu del 1832).

Laurera = Agricoltura. Il termine laurera, di origine catalana, indica l'insieme dei modi, delle tecniche, degli strumenti e dei tempi mediante i quali si esercita l'arte della coltivazione della terra. Sa laurera comprende diversi cicli di lavorazione, che vanno da su maniscu de sa terra o primas araduras, la preparazione della terra o prime arature, a ghettai su lori o seminadura, a gettare il grano o seminatura; da sa marradura, dalla zappatura, a sa messadura, alla mietitura; a sa triuladura, dalla trebbiatura, a s'incungia, il raccolto, nel senso di conservazione del prodotto.

Linna = Legna e legno. Arau de linna = Aratro di legno. Mesa de linna = Tavolo di legno. Linna de teni o de abbrusciai = legna da ardere o da bruciare. Come legna da ardere, sia per cucinare che per il riscaldamento, viene usato su modditzi, il lentischio, arbusto principe della macchia mediterranea; e inoltre su murdegu, il cisto, arido e vischioso; s'arrideli, la filidea; s'olidoni (il celidonio dei poeti), il corbezzolo dalle bacche rosse saporite; sa murta, il mirto, delle cui bacche dolcine sono ghiotti i fanciulli e i tordi; su zinnibiri, il ginepro, usato anche in falegnameria e in particolare per ricavarne travi da costruzione; s'ollastu, l'olivastro, altra essenza assai diffusa dal legno durissimo.

Logudoro = Logudoro. Vasta regione al centro dell'Isola comprende le Barbagie. Logudoresu è l'abitante del Logudoro, parlante la lingua logudorese.

Lolla = Loggiato. Il loggiato, posto sulla facciata della abitazione che si affaccia sul cortile, è tipico della casa rurale nel Meridione dell'Isola, in particolare nel Campidano di Cagliari, nella Marmilla e nella Trexenta. Un piccolo e rudimentale loggiato, situato posteriormente, lo si ritrova talvolta nella casa del Campidano di Oristano.

Madau = Ovile. Su madau, il riparo per il gregge, è costituito per lo più in aperta campagna, in una radura naturale, in parte recintata da arbusti (lentischi, roveti, pruni) e in parte da chiusure rustiche fatte dal pastore con arbusti secchi, paletti. All'interno vi sono sa barraca, la baracca, per proteggere il pastore dalle intemperie, e s'oprigu, il riparo, una sorta di tettoia di frasche o di canne, per proteggere il gregge. Le pecore a pascolo brado rientrano nell'ovile all'imbrunire per la mungitura della sera e dopo la mungitura del mattino, all'alba, ritornano libere al pascolo. Per indicare l'ovile si usano anche i termini di masoni, stazzu, accorru.

Majore e Majorale = Maggiore, senatore, anziano, notabile. La qualifica di majore e majorale spetta al capo, di norma un anziano, delle diverse istituzioni di categoria o mutualistiche dette gremius. Esistono ancora gremius, associazioni, di messajus, di contadini, e di artigiani, con il compito, attualmente, di organizzare le feste della comunità nel rispetto della tradizione.

Maju = Maggio. Dal latino majus, di Maja, divinità agreste associata al culto di Vulcano. Il Cristianesimo l'ha sostituita con la Vergine Maria, dedicando a lei il mese di maja. Maju cun Gennargiu, Friargiu, Marzu, Arbili e Austu est cunformi a su kalendariu de is Gentilis = Maggio con gennaio, febbraio, marzo, aprile e agosto è conforme al calendario dei Romani. Essiri allirgu che maju, essere allegro come maggio, si dice di persona dal sorriso facile. Essiri longu che maju, essere lungo come maggio, si dice invece di persona lumacona.

Malloreddus = Gnocchetti. Pasta di semola di grano duro a forma di chioccioline. Si ottengono manualmente, lavorando la semola impastata, dalla quale si strappano dei pizzichi con l'indice e il pollice; la particella di pasta viene premuta con il pollice sul fondo di un ciliru, crivello di giunco, ottenendo un minuscolo gnocchetto che si lascia poi essiccare. E' la base per la tipica pastasciutta sarda. Malloreddus incasaus = Gnocchetti al formaggio. Malloreddus a bagna = Gnocchetti alla salsa (bagna de tamatas), salsa al pomodoro; oppure bagna cun petza, salsa alla carne, ragù). Malloreddu è il diminutivo di malloru, toro, e ha anche il significato di vitello.

Marmilla = Marmilla. Regione meridionale della Sardegna, posta tra il Campidano di Cagliari e quello di Oristano, alle pendici collinose dell'Altipiano della Giara. E' la zona agricola più arcaica, ed è quella più densamente popolata.

Marzu = Marzo. Marzo è considerato un mese infausto nella tradizione popolare. Marzu marzosu, marzo marcio, suona un comune detto. E' il mese di maggiore mortalità. Ciò viene confermato da numerosi proverbi. Per esempio da quello logudorese che dice: su mese de martu sos neciados si que leat = il mese di marzo si porta via i cagionevoli (di salute).

Masedu = Mansueto. Bestiamini masedu = bestiame domito. Il termine indica il bestiame da lavoro e quello da allevamento domestico, per distinguerlo da su bestiamini, il bestiame in generale, e da su bestiamini aresti, gli animali selvatici. Tale distinzione è legata ad antiche norme che ne regolano l'allevamento e il pascolo nonché la proprietà. Su bestiamini masedu, al bestiame domito, erano riservati particolari pascoli e terreni chiusi e protetti da una apposita istituzione, detta scolca, guardia.

Masoni de crabas = Testualmente: ovile di capre. Con tale toponomastico viene indicato anticamente l'attuale paese di Cabras, grosso centro sul Golfo di Oristano, ai margini degli omonimi stagni. La comunità di Cabras si è affacciata alla ribalta della storia attuale per le sue lotte antifeudali, ai fini della pubblicizzazione dell'immenso patrimonio costituito dalle sue lagune, detenute anacronisticamente da feudatari investiti da Filippo IV di Spagna nel 1660.

Matranca = Marchingegno. Matrancheri, colui che fa marchingegni. Sono matrancas i giocattoli-congegni che più o meno complessi si costruisce il fanciullo, spesso con l'aiuto degli adulti della comunità.

Merda de boi = Merda di bue. In alcuni paesi della Marmilla, come a Pauli Arbarèi, c'è grande penuria di legna da ardere, e vengono raccolte le feci dei buoi, lasciate essiccare e conservate in formelle, per essere poi usate come combustibile insieme alla paglia delle fave, su nuu mannu, letteralmente il nodo grande, le parti nodose, più lignificate. Altrove, come nel Mogorese, sa merda de boi, la merda di bue, si aggiunge all'impasto dell'argilla per ottenere pavimenti in terra battuta più resistenti e caldi.

Mesa = Tavolo. Dallo spagnolo mesa. Come nello spagnolo ha pure il significato di mensa. Teniri mesa oberta a dognunu = Avere la mensa aperta a tutti, cioè essere ospitale. A seconda dell'uso che se ne fa, abbiamo sa mesa de su pani = il tavolo per lavorare la pasta e il pane; sa mesa de pappai = il tavolo da pranzo; sa mesa de stirai o de tallai = il tavolo da stiro o per il cucito; eccetera. Abbondano is meseddas o mesixeddas, tavolini simili a panchette, sui quali ci si può anche sedere. Is meseddas, i tavolini, così come is panchittus, i panchetti sono costruiti con diverso materiale, oltre che in legno: con sughero e con la ferula. Nel Campidano di Oristano, specie nei paesi che si affacciano sul Golfo omonimo, sono usate is istojas, le stuoie, di falasco, un'erba palustre soffice spugnosa, detta in sardo spadua.

Mesi = Mese. Su primu mesi de s'annu sardu est cabudanni = Il primo mese dell'anno sardo è settembre. Sighit: mesi de ladamini, ottobre, dognasantu, novembre, mesi de idas, dicembre, gennargiu, gennaio, friargiu, febbraio, marzu, marzo, arbili, aprile, maju, maggio, lampadas, giugno, mesi de argiolas, luglio, austu, agosto. Si dice anche mesi o menstruu il ciclo mestruale della donna.

Mesi de argiolas = Letteralmente: mese delle aie, luglio. Questo mese viene anche chiamato mesi de treulas, mese delle trebbie, o anche semplicemente treulas, trebbie, come in logudorese. Treula, trebbia, e il verbo treulai, trebbiare, derivano dal latino tribula.

Mesi de idas = Letteralmente: mese delle Idi, dicembre. E' detto anche Nadale (in logudorese) e mesi de Paschixedda, mese di Pasqua Piccola, ossia Natale. Non è chiara la derivazione di idas. Per alcuni va riferita all'espressione "idi di dicembre"; per altri deriverebbe da vedove, la cui etimologia verrebbe dall'etrusco iduare, o anche da vegliare o bizare, in logudorese.

Mesi de ladamini = Letteralmente: mese del letame, ottobre. E' controversa la derivazione di ladamini per qualcuno verrebbe da litamen, termine latino che significa sacrificio, offerta, quindi "mese sacrificale"; per altri, da letamen, concime. A mio avviso, data la coincidenza delle concimazioni in questo mese, il significato di letame è univoco, e lo è anche per il contadino.

Messaju = Contadino. Deriva da messi, messe. Stessa derivazione ha il verbo messai, mietere. S'arti de su messaju est sa prus antiga = l'arte del contadino è la più antica.

Missa de puddu = Letteralmente: Messa del gallo, è detta la Messa di Mezzanotte, che si celebra la notte del 24 dicembre, Natale. Segna l'inizio della costituzione di sa cumpangia de is ballus, la compagnia dei balli, e dei balli del Carnevale.

Modditzi = Lentischio. Arbusto con foglie perenni, essenza economicamente importante nella macchia mediterranea e sarda in specie. Dà luogo a folti macchioni (tuppas) dove trovano riparo le pecore; le sue ramaglie danno una brace resistente ottima per gli arrosti; i suoi ceppi ardono a lungo e scaldano il focolare; le sue fronde legate in fascio costituiscono buone scope da forno; le sue bacche, che da rosse diventano nere a maturazione, danno un olio che è usato nella lavorazione delle pelli e soprattutto veniva usato come combustibile per l'illuminazione della casa. Ollestincu (ollu de stincu) è detto l'olio di lentischio che riforniva is lantias, le lampade.

Moi e cuarra = Moggio e stajello. Sono le due maggiori misure agricole, in uso sia come misura di superficie che come misura di capacità, aventi il litro come unità.

Morti = Morte. Sul tema della morte si ha abbondanza di detti e proverbi. Se ne riportano alcuni in logudorese: mezus mortu chi non male biu = Meglio morto che malamente vivo. Morte isconzat cumone = La morte scioglie ogni contratto. Ad morte et ad rejone non balet fuire = Alla morte e alla ragione non si può sfuggire. Morti isconzat et morte acconzat = La morte disfa e la morte aggiusta. Respecta sos mortos et time sos bios = Rispetta i morti e temi i vivi. Contra sa morte non bi hat herba in corte = Contro la morte non vi è erba (rimedio) nell'orto. Sa morte non jughet ojos = La morte non ha occhi. Segundu sa vida sa morte = Secondo la vita la morte, cioè si muore come si è vissuto, ovvero a ciascuno la propria morte. Qui disizat sa morte est unu vile, qui la timet est pejus = Chi desidera la morte è un vile, chi la teme è peggio. Sa morti giusta o depida, la morte giusta o dovuta, sottintende "per motivi d'onore", che in Sardegna non sono da riferirsi tanto al tradimento coniugale, quanto al tradimento delle norme comunitarie.

Mortus (Sa festa de is) = Morti (la festa dei). La festa dei morti, celebrata secondo il calendario cattolico il due di novembre, rivestiva particolare solennità, svolgendosi secondo riti antichissimi. A Orune, paese di pastori in provincia di Nuoro, sa festa de sos mortos, si ricollega al culto dei morti di epoca precristiana. Allo scoccare della mezzanotte, i morti ritornano in paese, e per essi, in ogni casa, viene approntata la mensa. Il giorno dopo, ripartiti i morti per il loro mondo di mistero, le madri approntano is cheras, le candele, una per ogni morto da ricordare, infilandole in apposite mesicheddas, bassi tavoli forati, le accendono e recitano le preghiere dei morti, ricordando di ciascuno opere e virtù secondo un rituale che si ricollega ai goos, lamentazioni funebri, dell'antico mondo della Grecia e dell'Asia Minore.

Mungetta = Chiocciola pomatica. Varietà pregiata nella cucina. Is mungettas, le chiocciole pomatiche, di colore marrone scuro, si chiamano is tappadas, quando sono sigillate dalla loro spessa pellicola candida. Alla fine dell'estate si trovano sottoterra durante le prime arature.

Muntonargiu = Più che l'immondezzaio indica il letamaio. Deriva da muntoni, mucchio, e ammuntonai, ammucchiare. Indica il luogo del cortile dove vengono ammucchiati i rifiuti, che a distanza di un anno, ormai decomposti, si rimuovono e si spargono sui terreni per fertilizzarli. L'operazione di rimozione del letamaio del cortile si compie nel mese di ottobre (mesi de ladamini).

Nadale = Natale. Indica anche, in logudorese e nel Campidano di Oristano il mese di dicembre. Natale, in campidanese, è detto più comunemente Paschixedda, Piccola Pasqua, che la distingue da Pasca Manna, Pasqua Grande, di Resurrezione.

Orbaci = Orbace. Dall'arabo albazz. E' il tessuto che si ottiene con la lana della pecora sarda. Il fascismo lo adottò per confezionare la divisa dei gerarchi. Da qui il detto "vestire l'orbace", mettersi in divisa.

Orrù e Arrù = Rovo. Arruargiu = Roveto. Usatissimo insieme al ficodindia per recingere i terreni, dà luogo a una siepe impenetrabile. S'orrù produce un frutto detto mura de orrù, mora di rovo (per distinguerla da sa mura de matta, la mora del gelso). Con le bacchette del rovo si ottengono i regoletti per la costruzione delle gabbie da uccelli.

Ortulanu = Ortolano. Gli orti, situati ai margini del villaggio e irrigati con acqua di pozzo, sono curati per lo più da anziani contadini. Si potrebbe dire che l'attività de s'ortulanu, dell'ortolano, è propria del contadino che va in pensione, perché non ha più le capacità fisiche per accudire ai pesanti lavori di campagna. In effetti, l'orticello consente al vecchio contadino di continuare il suo rapporto con la natura in modo più semplice e più gratificante.

Pabassa = Uva passa. Ogni contadino, anche se povero di terre, ha sempre un pezzetto di vigna; e la sua donna è abile nella conservazione dell'uva da consumarsi passita nei mesi invernali. E' la stessa donna che il giorno della binnenna, vendemmia, quando arriva nel cortile sa cubidina de s'axina, il tino dell'uva, sceglie i grappoli più sani e belli delle varietà che si prestano a essere conservati. I grappoli vengono scotti in una lisciva aromatizzata e quindi legati a due a due con un giunco o con rafia e lasciati seccare all'aria aperta. Su appicconi, il penzolo, indica i grappoli appesi o anche altra frutta appesa a grappolo per il picciolo.

Paberili = Paberile. Terre lasciate a pascolo. L'etimologia del termine paberili (dal latino pauperile, del povero) sembrerebbe indicare il ruolo sociale della istituzione che regolamentava l'uso della terra. Il termine indicherebbe cioè il terreno proprio del povero. Su paberili costituiva, insieme a su vidazzoni, il seminato, la seconda fascia di terreni intorno al villaggio (sa bidda). Su paberili, il pascolo, e su vidazzoni, il seminato, si alternavano di anno in anno secondo una rotazione delle colture agrarie, e la loro superficie si dilatava (anche a spese della terza fascia, su saltu o sartu), il terreno incolto cespugliato o a bosco, secondo le esigenze della comunità. In altre parole, su paberili costituisce l'insieme delle terre lasciate a riposo in quell'anno agrario, e utilizzate in quello stesso anno per il pascolo del bestiame domito o da lavoro (buoi, cavalli, asini, capre da latte per i bambini).

Pani = Pane. Se ne distinguono due distinte qualità: su pani fattu in domu, il pane casereccio, e su pani zivili, il pane civile, quello di grano tenero fatto a macchina, che in questo lavoro non interessa. Su pani fattu in domu, il pane casereccio, è lavorato a mano e cotto in su forru de domu, nel forno familiare a legna. Le varietà più comuni: su pani coccoi, pasta dura di semola di grano duro, che è il pane delle feste. Su civraxu o crivarzu o anche chivarzu (dal latino cribarius, il pane di cruschello) è il pane di tutti i giorni, è un pane di grande formato, di due o più chili, ve ne è di più bianco o di più scuro secondo la quantità di cruschello che contiene. Tipico è su civraxu de Seddori, il pane di Sanluri. Su moddizzosu, pane di semola di piccolo taglio, circa mezzo chilo, dalla crosta spessa croccante. Sa lada o costedda, la spianata di farina, in certi paesi con un foro centrale, pane morbido spugnoso, che si consuma di solito in giornata. Tra i pani speciali abbiamo: su pani de saba, il pane impastato con la sapa, che si confeziona per il giorno dei Morti, ma anche in occasione della festa di alcuni santi. In questo caso, su pani de saba, diventa su pani de su santu, il pane del santo, e viene venduto nel santuario per beneficenza. Su pani de gerdas, il pane confezionato con i ciccioli del maiale: un pane gagliardo che si mangia d'inverno o appena sfornato o abbrustolito sulle braci del camino. Un cenno a parte merita su pani carasau, il pane tipico delle Barbagie, di millenaria fattura, consiste in una sfoglia di pasta cotta al forno. Sa carta de musica (lett. la carta da musica) si ottiene da su pani carasau: quando questo al calore del forno si gonfia, viene estratto e rapidamente diviso con un coltellone in due dischi sottili e rimesso a cuocere a forno tiepido, fino a diventare una sfoglia croccante. E' il pane del pastore, che dura mesi, e si mangia rammorbidito con acqua o con latte.

Paradura o Ponidura = Indica un antico istituto mutualistico, non ancora del tutto disusato, secondo il quale viene ricostituito a spese della comunità il patrimonio di un suo componente, patrimonio perduto per cause a lui non imputabili, quali calamità naturali, morie, pignoramento, carcerazione, furto.

Paralimpu = Paraninfo. Dal greco paranimpos, colui che sta vicino alla sposa. Il termine paralimpu non ha alcuno dei significati dispregiativi del corrispondente italiano paraninfo (mezzano di commerci più o meno leciti, procacciatore di matrimoni, e peggio), ma semplicemente quegli indicanti il ruolo di chi nelle antiche istituzioni sociali sovrintendeva al tradizionale svolgimento delle cerimonie rituali. Come nell'antica Grecia, in alcuni paesi sardi, su paralimpu era colui che conduceva la sposa a casa dello sposo, dopo la cerimonia nuziale.

Parricidio rituale = Vedi Becciu, Vecchio.

Pasca = Pasqua. E' la Pasqua di Resurrezione, detta anche Pasca Manna, Pasqua Grande, per distinguerla dalla Paschixedda, Pasqua Piccola, che indica il Natale.

Paschixedda e Nadale = Natale.

Pettiazzu e Pertiazzu = Tigrato. Dicesi in genere di animale dal manto tigrato o di cosa colorata in modo contrastante. Pertiazzu è detta una specie di chiocciolone dal guscio tigrato giallo marrone. Pertiazzu è detto anche su saccu de orbaci, il sacco di orbace, tessuto con lana bianca e nera.

Picchettai = Pranzare in campagna. Per celebrare ricorrenze, incontri, rientri in famiglia o in paese o anche semplicemente per il gusto di stare insieme, ci si riunisce in campagna - in località amene e suggestive - dove si appronta il pranzo: di solito il porchetto o l'agnello arrosto. Su picchettai, il banchettare festoso di una comitiva in campagna, ha il corrispettivo in sa scialla, il banchetto rituale in paese, da parte dei componenti di un gruppo che ha concluso collettivamente un lavoro, un'opera.

Pilloneddu = E' il diminutivo di pilloni, uccello, significa quindi uccellino. Tuttavia, questo termine è specialmente usato per indicare il pulcino. Sa pudda cun is pilloneddus = La gallina con i pulcini.

Piricciolu = Vinello. Viene chiamato così il vino leggero che si consuma quotidianamente in famiglia. Si ottiene aggiungendo acqua alle vinacce, e lasciandole fermentare. Su piricciolu est su binu de su poberu = Il vinello è il vino del povero. Piricciu viene detto scherzosamente al bambino cui piace molto bere vino.

Pitiolu e Pitaiolu = Sonaglio, campanaccio, che si attacca al collo delle pecore o delle capre mediante una fettuccia di pelle. Il pastore, quando acquista is pitiolus, i sonagli, (per lo più in occasione di sagre) bada a scegliere la tonalità del suono di ciascuno di essi, dimodochè l'insieme dei suoni dei pitiolus del proprio gregge dia un concerto che sia nel contempo armonioso e unico, da potersi così distinguere da ogni altro gregge. La mancanza anche di uno solo dei pitiolus comporta una assonanza immediatamente rilevabile dalle orecchie esercitate del pastore, segnalandogli la sparizione di un capo.

Platza e Pratza = Piazza, piazzale, cortile. Donai platza = Lasciar libero il passo, lasciar passare, e anche togliersi di mezzo (affine al modo di dire tedesco Schon platz!, fai posto, vattene!).

Poberu = Povero. Colui che non possiede beni. Ziu Antoni est mortu in poberesa = Zio Antonio è morto in povertà. I poveri che ridotti in estrema miseria o incapaci di lavorare vivono di elemosina sono detti pedidoris, questuanti.

Porcu e Procu = Porco, maiale. Sa festa de su porcu, la festa del maiale, la macellazione e conservazione del maiale di famiglia si fa per dognasantu, nel mese di novembre.

Presenti = Dono. Su presenti, il dono, è il tradizionale omaggio in beni di natura che la famiglia fa ad altra famiglia di parenti o di amici. Nel periodo del raccolto di frutta o in occasione della macellazione di un capo di bestiame, se ne offre una parte, specie a chi non ne possiede. In particolare, per la macellazione del maiale di famiglia, è di prammatica su presenti, detto anche su mandau, il mandato, consiste in un piatto che contiene una piccola parte di carne, lardo, fegato, e altro. Chi riceve su presenti o mandau, e possiede un proprio maiale da ingrasso è tenuto alla restituzione del dono. Tale obbligo è detto su prattu torrau, il piatto restituito; che per estensione si applica anche alle offese ricevute. In questo caso, su prattu torrau, la debita restituzione, usa farsi a pesu bonu, cioè a peso buono, con i debiti interessi.

Pruna = Prugna, susina. Abbondava un tempo nelle campagne una varietà di susine detta pruna de Sant' 'Uanni, prugna di San Giovanni, piccola oblunga, gialla o nera, assai zuccherina, che maturava a fine giugno e veniva venduta a imbudus, imbuti (s'imbudu è una misura di capacità pari a tre litri).

Purgadoriu = Purgatorio. Il mitico luogo dove le anime dei cristiani si purgano dei peccati loro, commessi in terra, mediante atroci sofferenze, per lo più a base di scottature. Numerose sono le favole di anime dannate del purgatorio, tornate sulla terra per incutere alla gente il timor di Dio.

Risu sardonicu = Riso sardonico. L'erba sardonica, (da Sardò, Sardegna, perchè diffusa nell'Isola), essenza velenosa che se ingerita provoca una convulsione sghignazzante dei muscoli facciali. Da qui "riso sardonico" con il significato attuale di riso beffardo, ironico o irrefrenabile. I l riso convulsivo da sardonica, nel pregiudizio degli antichi colonizzatori romani diventa il "riso dei sardi": il riso cioè che si scatenerebbe nei Sardi nell'uccidere a randellate i loro padri non più in grado di produrre.

Rizzoni de mari = Riccio di mare; per distinguerlo da su rizzoni de mata, il porcospino. Rizzoneri e arrizzoneri viene detto colui che per mestiere pesca i ricci di mare e poi li vende al pubblico nelle bancarelle.

Saba = Sapa. Mosto cotto, raffinato fino a diventare denso cremoso, quasi una marmellata. Il contadino ne fa largo uso nella cucina domestica. Sostituisce spesso lo zucchero. I piccoli la mangiano spalmata sul pane. Con sa saba si confezionano diversi dolci e su pani de saba, il tradizionale pane dei Morti.

Saccu nieddu = Letteralmente: sacco nero. E' il tipico mantello del pastore. Consiste in un doppio telo di orbace lungo circa due metri e largo sessanta centimetri. Se ne può cucire una parte, in modo da potervisi infilare come in un sacco a pelo.

Saccu pertiazzu = Letteralmente: sacco tigrato. E' un sacco che il contadino usa per il raccolto del grano. E' così chiamato perchè ordito con lino o cotone (bianchi) e tramato con lana di pecora nera assume striature bianco-nere (pertiazzu = tigrato). Contiene circa tres cuarras de trigu = tre stajelli di grano; pari a Kg. 60.

Saltu o Sartu = Salto, campagna. Il termine deriva dal latino saltus, terreno montuoso e selvoso usato come pascolo. Con il termine saltu o sartu si indicava la fascia di terreno non coltivata, riservata al pascolo del bestiame "rude", quali capre, pecore, maiali e vacche. Su sartu era la più esterna delle fasce territoriali intorno a sa bidda, al villaggio. Andai a su sartu, andare in campagna, è locuzione comune del contadino che ha il significato di andare a lavorare.

Santu Juanni de Floris = Comparatico dei fiori. E' così detto un singolare comparatico cui si legano i giovani nel mondo contadino, specie nel periodo dei grandi lavori agricoli dell'estate e anche nel periodo dei balli per il carnevale. Su Sant' 'Uanni de Floris, il comparatico dei fiori, consiste in un mutuo giuramento di eterna amicizia tra giovani dello stesso o di diverso sesso, con l'obbligo della fedeltà, della sincerità, dell'amore.

 Saruis Antonio è il nome del protagonista di un racconto dell'Autore, apparso per la prima volta in una raccolta pubblicata dall'editore Feltrinelli nel '69, diventato simbolo dello sfruttamento coloniale prima e dell'emarginazione nella metropoli.

Scialla = Festa, baldoria. Questo termine indica anche il banchetto che i membri di un gruppo organizzano dopo concluso un lavoro fatto in comune. Sa scialla si svolge a tarda sera, per lo più nel cortile, all'aperto, con una solenne mangiata a base di maccarronis, maccheroni, petza arrustia, carne arrosto, cun birdura frisca, con verdura cruda, abbondantemente innaffiati con il vino nero. Il termine deriva dal greco exallomai, far festa, banchettare.

Sciuiai = Mandar via. Usato specialmente per i volatili. Andai a isciuiai = andare a fare lo spaventapasseri. Si tratta di uno specifico lavoro riservato ai bambini della comunità.

Scurigadroxu = Tramonto. A su scurigadroxu, all'imbrunire. Scurigai = Far buio, imbrunire, tramontare. Su soli est scurighendesì = Il sole sta tramontando. In s'jerru su soli scurigat chizzi = In inverno il sole tramonta presto. Su messaju traballat in su sartu de s'orbescida a su scurigadroxu = Il contadino lavora in campagna dall'alba al tramonto.

Scolca = Guardia, scolta, sentinella. Dal latino sculcae o exculcae. Sa scolca indica una istituzione rurale con compiti di sorveglianza del territorio diffusa nel periodo dei Giudicati, ma di origine assai più remota.

Scrichilloni e Sciscilloni = Racimolo. Vedi la voce Binnenna.

Sicchedadi = Siccità. Male ormai endemico, dopo il dissennato disboscamento operato nell'Isola dai colonizzatori. L'ultima sistematica distruzione del patrimonio boschivo sardo risale alla seconda metà del secolo scorso e ai primi decenni di questo secolo, quando orde di carbonai toscani e piemontesi invasero le foreste, trasformandole in carbone e potassa da cui trassero ingenti profitti.

Sinis = E' così detto il territorio compreso nella omonima penisola, che forma l'arco Nord del Golfo di Oristano. I Fenici vi fondarono la città di Tharros.

Sobariu = Solaio. Dal latino solarium. Nella abitazione rurale è una soffitta o mansarda, utilizzata per la conservazione del grano e delle leguminose. E' detto sobariu anche il pavimento in legno della stessa soffitta, e che costituisce anche il soffitto su travi di legno delle camere del piano sottostante.

Socceria = Società. E' usato anche il termine soccida. In particolare indica un contratto che si stipula tra un pastore proprietario di un cospicuo gregge e un pastore povero, con poche pecore o nessuna. Il primo mette le pecore e il secondo la manodopera. I costi e i guadagni vengono ripartiti in parti uguali. Allo scadere di cinque anni (termine del contratto) il gregge che la socceria, la società, si ritrova, viene diviso a metà tra i due soci. La funzione della socceria, che è un vero e proprio istituto socio-economico, è quella di evitare il costituirsi di greggi molto grandi: dati il tipo di allevamento, il pascolo brado e transumante e i costi relativi, è bene che il gregge abbia un numero di capi non inferiore ai 200 e non superiore ai 400.

Sordau = Soldato. Nel racconto Su sordau e su Faraoni si narra in chiave antimilitarista la rivolta del buonsenso popolare contro le mistificazioni del potere. Il racconto - che potremmo definire parabola è chiaramente ripresa da un episodio storico descritto da Herodoto nelle sue Historiae.

Spigadora = Spigolatrice. E' una attività riservata alle giovani donne della comunità. Is ispigadoras entrano nel campo appena mietuto e raccolgono in proprio le spighe rimaste. Il loro raccolto sarà tanto più abbondante quanto più distratti saranno stati i mietitori. Il lavoro svolto da is ispigadoras, le spigolatrici, nell'economia agro-pastorale, era necessaria per evitare danni alle pecore che vengono immesse subito dopo nel pascolo delle stoppie - le reste del grano, infatti, costituiscono un pericolo per l'apparato respiratorio e digerente.

Sposoriu = Sposalizio. I termini sposu e sposa indicano sia il fidanzato e la fidanzata che il marito e la moglie. Quando si dice sunt sposus, sono sposi, si intende che sono fidanzati; si dice invece sunt sposaus, sono sposati, quando ci si riferisce alla coppia maritata.

Stauli e Stabi = Tettoia. Stauli de axina o barrali indica la pergola. La casa agricola è fornita nel suo cortile da una serie di staulis, di tettoie, che costituiscono vere e proprie dependences, dette domus, case: sa domu de su giù = la tettoia o stalla dei buoi; sa domu de sa palla = la tettoia della paglia o pagliaio; sa domu de su forru = la tettoia del forno; e così via.

Stoja = Stuoia. I Sardi del Campidano di Oristano, massimamente quelli dei villaggi che si affacciano sul Golfo di oristano e sugli stagni di Cabras, alla maniera araba, usavano le stuoie come sedile, come mensa e come giaciglio per la notte. Rinomate is istojas de Santa Giusta = le stuoie di Santa Giusta, paese confinante a Sud con Oristano, costruite con sa spadua, il falasco, un'erba palustre spugnosa e soffice, intrecciata con su cannaitu, funicella di giunco.

Strangiu = Straniero. I Sardi usano tale termine per indicare chiunque non appartenga alla propria comunità di villaggio, e ancor più precisamente è strangiu, straniero, chiunque non sia conosciuto. Sono strangius, stranieri, quindi, tutti gli abitanti dei paesi, vicini o lontani, esclusi quelli del proprio. Tuttavia, per la legge dell'ospitalità, su strangiu, lo straniero, gode di particolare rispetto e attenzioni - tra l'altro gli si perdonano comportamenti negativi derivati dalla sua ignoranza delle leggi della comunità che lo ospita.

Tallarinus = Tagliatelle. Da tallai = ritagliare. Si confezionano con pasta di semola lavorata e ridotta a sfoglia. La sfoglia viene quindi tallada, ritagliata, cun sa serreta, la rotella seghettata, a strisce, a fettucce, più o meno larghe e lunghe, secondo i gusti. Is tallarinus, le fettucce, vengono quindi poste a cavallo di una canna per farle seccare. Cucinate intere costituiscono una popolare pastasciutta che si condisce con salse diverse secondo la località; frantumate e ridotte in minutaglia forniscono un'ottima pasta per il minestrone di cixiri, ceci, cui di prammatica si accompagnano i gerdas, ciccioli, e su crogiolu, la cotenna del maiale.

Telargiu e Trobaxu = Telaio. Utensile di prima necessità nella arcaica economia autarchica del contadino. Usato prevalentemente per la tessitura dell'orbace. Vedi notizie e nomenclatura nel testo.

Tempus = Tempo, nelle sue diverse accezioni, principalmente è la dimensione entro cui fluisce ogni esistenza. Su tempus de sa vida = Il ciclo dell'esistenza umana. Su tempus chi passat = Il fluire del tempo con le modificazioni che comporta. Spacciai su tempus = Finire il tempo, morire. Est tempus de binnenna = E' tempo di vendemmia. Est tempus de figu = E' la stagione dei fichi. S'attongiu est unu tempus de s'annu = L'autunno è una stagione dell'anno. Fait tempus bonu = Fa bel tempo.

Terralba = Terralba. Paese a Sud di Oristano, che si affaccia con Marceddì, borgata di pescatori, sul Golfo di Oristano. La storia di questo centro agricolo, le cui terre in gran parte costituite da stagni e paludi furono redente nella prima metà di questo secolo, è illuminante nel processo di rapina e di sfruttamento del territorio da parte del colonialismo fascista.

Tianu = Tegame in terracotta brunita, con un solo manico lungo a impugnatura. Vi si preparano i soffritti, le salse, gli spezzatini, la coratella - in generale cibi insaporiti.

Tidili = Cercine. E' un cerchio di panno, che le donne ottengono con un fazzoletto, da mettersi tra la testa e il recipiente che si trasporta: corbula o brocca da acqua. Da bambino ammiravo l'eleganza e la bravura con cui le donne portavano in equilibrio sul capo una brocca d'acqua, reggendone una seconda obliqua con il polso infilato nel manico e la base poggiata sull'anca.

Tomata e Tomatiga = Pomodoro. Is tomatas, i pomodori, tra gli ortaggi, è una delle essenze più diffuse nell'Isola. Se ne coltivano varietà dal frutto grosso polposo schiacciata detta tomatiga sarda e altra detta coru de boi, cuore di bue, di importazione, negli orti e nelle zone irrigue; nella campagna, a secco, si coltivano varietà dal frutto piccolo, dalla buccia spessa, molto aromatico. Quest'ultima varietà si conserva in appicconisi, penzoli, a grappoli che ornano per tutto l'inverno il soffitto della lolla, loggiato. Pilarda o pilarda de tomata o anche tomatiga siccada = pomodoro secco. Sa pilarda si conserva in recipienti di terracotta, con foglie di alloro o con foglie di basilico.

Trexenta = Trexenta, regione agricola compresa tra il Campidano di Cagliari e la Marmilla.

Usanzias mortuarias = Usanze mortuarie. Vengono descritte in un interessante libretto di Giuseppe Dessì, intitolato contus de forredda,una saporosa miscellanea di novelle e notizie sul costume di Sanluri, capoluogo della Marmilla.

Vidazzoni = Terreno seminato. Dall'antico habitacione, poi bidatone e infine bidazzoni e vidazzoni. Costituisce, insieme a su paberile, il terreno lasciato incolto per il pascolo del bestiame domito e da lavoro, la seconda fascia di territorio intorno a sa bidda, la villa o villaggio.

Zinzula = Giuggiola, il frutto de sa mata de sa zinzula, del giuggiolo. Arbusto spinoso un tempo diffuso nelle campagne, allo stato selvatico, attualmente in via di estinzione. Alcuni esemplari, coltivati e curati ad albero, abbellivano i cortili delle case dei villaggi nel Campidano oristanese.



INDICE

Piano e presentazione dell'opera

Introduzione

S'ANNU DE SU MESSAJU / L'anno del contadino

PARTE PRIMA - ATTONGIU / Autunno

Capitolo primo - CABUDANNI / Settembre
Cabudanni

L'uso comunitario della terra
Organizzazione dell'uso comunitario
Sa scolca / La guardia
Testimonianza di un pastore del Sinis
Sa matta de sa zinzula / Il giuggiolo
Sa sicchedadi - Contu
La siccità - Racconto

Capitolo secondo - MESI DE LADAMINI / Ottobre
Mesi de ladamini
Su muntonargiu de su Mediterraneu / Il letamaio del Mediterraneo
Sa domu / La casa
Sa domu de su messaju / La casa del contadino
Sa domu crabarissa / La casa cabrarese
Sa notti de is pettiazzus / La notte dei lumaconi
S'arau de linna / L'aratro di legno
Terra e trigu a mois e a cuarras / Terra e grano a moggi e a stajelli
Cixiri e tallarinus / Ceci e tagliatelle
Is bombas de sa dominiga / Le polpette della domenica

Capitolo terzo - DOGNASANTU / Novembre
Dognasantu
Usanzas mortuarias / Usanze mortuarie
Sa festa de su procu / La festa del maiale
Su presenti / La donazione
S'anima de su Purgadoriu - Contu
L'anima del Purgatorio - Racconto

PARTE SECONDA - JERRU / Inverno

Capitolo primo - MESI DE IDAS / Dicembre
Mesi de idas
Is ballus - Sa cumpangia de is ballus / I balli - La compagnia dei balli
Is Beccius / I Vecchi
S'acabadori / Colui che pratica l'eutanasia
Il parricidio rituale
Il riso sardonico
Tempo nuovo

Capitolo secondo - GENNARGIU / Gennaio
Gennargiu
Il rientro dalla campagna
Santa Autonomia
Su braxeri de liauna / Il braciere di latta
Su contu de Saruis Antoni - Contu
 La storia di Saruis Antonio - Racconto

Capitolo terzo - FRIARGIU / Febbraio
Friargiu
Sa linna po bivi / La legna per vivere
Sa linna de fai fogu / La legna da ardere
Su modditzi / Il lentischio
Sa merda de boi / La merda di bue
L'ultimo ceppo
Una mattina di febbraio a Buddusò
Diario di una giornata nel Sinis del contadino Peppi Antoni Piras
Diario di una giornata nel Sinis del pastore Luigi Mocci

PARTE TERZA - BERANU / Primavera

Capitolo primo - MARZU / Marzo
Marzu
Su tempus de fruciri / Il tempo di covare
Su telargiu / Il telaio
Nomenclatura essenziale del telaio
L'orbace - le pecore balentes di Mussolini
La lavorazione dell'orbace
Is bertulas de pilu de craba / Le bisacce di lana di capra
Sa paradura / La ricostituzione collettiva del patrimonio individuale
S'aggiudu torrau / L'aiuto restituito
A is tempus mius / Ai miei tempi
Su sordau e su faraoni - Contu
Il soldato e il faraone - Racconto

Capitolo secondo - ARBILI / Aprile
Arbili
Notizie sulla pecora
Su casiddu de mulli / Il secchio per la mungitura
Pecora di montagna e di pianura
Su casu malzu / Il formaggio marcio
Su callu de crabittu / Il caglio di capretto
La terra senza alba - Una pagina di storia

Capitolo terzo - MAJU / Maggio
Maju
Il pane in Barbagia
Is beccius de bidda mia / I vecchi del mio paese
S'ortulanu in Celu - Contu
L'ortolano in Cielo - Racconto

PARTE QUARTA - ISTADI / Estate
 
Capitolo primo - LAMPADAS / Giugno
Lampadas
Su Santu Juanni de floris / Il comparatico dei fiori
Is ispigadoras / Le spigolatrici
Andai a isciuiai / Fare lo spaventapasseri
Uno spaventapasseri testimonia
Bambini spaventapasseri
Lo spaventapasseri
Lavoro infantile e sfruttamento minorile

Capitolo secondo - MESI DE ARGIOLAS / luglio
Mesi de argiolas
Sa cabbia paradora / La gabbia trappola
Sa morti giusta - Contu
La giusta morte - Racconto

Capitolo terzo - AUSTU / Agosto
Austu
S'incungia / Il raccolto
I poveri del mio paese
Is buttonis de su caboniscu / I testicoli del galletto
Is isposus / I fidanzati
Su sposoriu / Lo sposalizio


APPENDICE I - DICIUS E FRASTIMUS / Detti e invettive
1 - Il concetto di giustizia
2 - Come sono visti gli altri
3 - Il lecito e l'illecito
4 - Dicius / Proverbi (in logudorese)
5 - Dicius in poesia / Proverbi in versi
6 - Frastimus / Invettive
7 - Frastimus in poesia / Invettive in versi

APPENDICE II - GRIGLIA STORICA - Sintesi cronologica degli avvenimenti di rilievo

APPENDICE III - GLOSSARIO

INDICE


tempus2

UGO DESSY

SU TEMPUS CHI PASSAT
IL TEMPO CHE PASSA

Volume II

SA MEXINA - LA MEDICINA
IS OMINIS DE MEXINA - I Guaritori

ALFA EDITRICE - QUARTU SANT’ELENA 1989

(Per il download del libro, cliccare sui pulsanti sottostanti)
 
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A mia madre
che mi insegnò a conoscere e amare
la mia terra e la mia gente.

Un ringraziamento a quanti hanno collaborato alla realizzazione di questa opera.

Seconda pagina di copertina:

L’uomo di oggi è caratterizzato dall’ansia che lo attanaglia: ha perso la reale dimensione del tempo, il suo naturale fluire. Il quotidiano vivere dell’uomo è un affannoso rincorrere se stesso proiettato in avanti come un’ombra demoniaca non mai raggiungibile: la luce del sole, l’essenza della vita, è sempre alle sue spalle… Questa civiltà basata sulla certezza matematica applicata ai termini e ai rapporti che costituiscono il potere (potere distruttivo misurabile in megatoni) produce nell’uomo insicurezza e angoscia… Ed ecco riemergere nel fondo dell’animo umano il bisogno della fede, per trovare sollievo all’ansia, vincere l’angoscia dell’insicurezza…


Terza pagina di copertina:

Biografia
Le attività di insegnante e di pubblicista, vissute con coerenza e impegno ideologico, vedono Ugo Dessy presente con la gente sarda nella continua lotta per il riscatto civile: nell'Iglesiente, con i minatori, per il Fronte Popolare; in Marmilla, con i contadini, per l'occupazione delle terre incolte; nell'Oristanese, con i pescatori, per la liberalizzazione degli stagni; in Barbagia, con i pastori, contro l'occupazione militare; con i giovani, per la loro crescita sociale e politica, nei Centri di Cultura AILC e MCC e con i gruppi extraparlamentari e libertari del '68; con i radicali per i diritti civili; con gli oppressi di tutto il mondo per la liberazione dell'uomo.

Bibliografia
Ugo Dessy è stato collaboratore e redattore di numerosi giornali e riviste. Tra questi Tempo presente, Sardegna oggi, Il Giornale, Il Punto della settimana, Nord e Sud, L'Astrolabio, Sassari sera, ABC, Mondo giovane, La Nuova Sardegna, A-Rivista Anarchica, Aut, Herodot, Umanità nova, L'Internazionale, Sa Republica sarda, e altri.
Narratore e saggista Ugo Dessy ha pubblicato tra l'altro Il Testimone - Fossataro - Cagliari, 1966; L'Invasione della Sardegna - Feltrinelli - Milano, 1969; Stato di Polizia, Giustizia e Repressione - Feltrinelli - Milano, 1970; Un'Isola per militari - Marsilio - Padova, 1972; Il Diario dello Stregone - Marsilio - Padova, 1973; La Rivolta dei pescatori di Cabras - Marsilio - Padova, 1973; Quali Banditi? - Bertani - Verona, 1977; La Maddalena, morte atomica nel Mediterraneo - Bertani - Verona, 1978; I galli non cantano più - Bertani - Verona, 1978; Segni della cultura popolare - Alfa Editrice - Cagliari, 1984; Informazione antimilitarista (antologia) - Livorno 1984; Un grande amore (antologia) - La Spiga - Milano, 1984.


Presentazione e piano dell'opera

INTRODUZIONE
Il TEMPO DELLA MALAFEDE

Una delle definizioni date al nostro tempo, la più calzante, e la più amara, è quella che ne dava l'amico Nicola Chiaromonte, il quale soleva ripetere che il nostro "è il tempo della malafede". Malafede da malizia tecnologica, principalmente. Esaltazione fino alla deificazione della macchina, per il potere e la presunzione di eternità che ne deriva a chi la possiede, a chi la conosce, a chi sa usarla, ma anche per il dominio assoluto che possesso, conoscenza e uso della macchina consentono sui popoli, alienati e degradati in un processo di sviluppo che di civile ha soltanto il nome. Malafede che non significa soltanto strumentalizzazione della fede per scopi illeciti e turpi (il potere è sempre illecito e turpe), ma anche e specialmente mancanza di fede.
L'era dei lumi è stata per alcuni versi portatrice di valori, cui l'umanità ha da sempre mirato, quali la conoscenza e la tolleranza, che vanno di pari passo e costituiscono le fondamenta della fratellanza e della giustizia sociale. Ma ha puntato le sue energie sulla "razionalità" (disgiunta e in conflitto rispetto alla "istintualità", mentre le è complementare in natura), per consentire a una classe mercantile l'accesso al potere, ridefinito e ristrutturato in chiave scientifica, e che insieme allo sviluppo della tecnologia e della economia ha portato alla mummificazione o alla devastazione o più spesso allo snaturamento della scienza intesa come arte, e quindi delle arti, della libera creatività umana.
L'attuale civiltà, esasperata e disperata risultante dell'era dei lumi (che illumina il mondo spegnendo la luce del sole), è, come la chiamava il grande Lawrence, "un illuminato inferno", dove le umane contraddizioni si sono moltiplicate all'infinito, con il conforto, per i dannati, di poterne conoscere e spiegare "scientificamente" le cause. Ma è una scienza, questa in funzione del potere, che sa spiegare le cause dei mali che affliggono l'umanità, che sa curarli - nel senso di sopire i mali per reintegrare il malato nel sacro processo produttivo dell'ordine costituito; ma non sa e non vuole, e forse non può, eliminarne le cause. In verità, la conoscenza delle cause di un male, di per sé non ne allevia le sofferenze. E' anche, se si vuole, una scienza al potere, che produce "civiltà" e "benessere" per una esigua parte di umanità, sulla degradazione della gran parte di umanità, mediante un processo di sofisticata barbarie. Ma anche, e forse soprattutto, all'interno della parte privilegiata, "civiltà" e "benessere" sono portatori e diffusori di un cancro da cui non c'è scampo, se non con il ritorno alla fede.
Quando la scienza, in funzione del potere, perde la sua ragione d'essere, che è quella di sostenere e di esaltare la vita, per diventare portatrice di cancro e di morte, allora non ha più credibilità, è da rifiutare.
L'uomo di oggi è caratterizzato dall'ansia che lo attanaglia: ha perso la reale dimensione del tempo, il suo naturale fluire. Il quotidiano vivere dell'uomo è un affannoso rincorrere se stesso proiettato in avanti come un'ombra demoniaca non mai raggiungibile: la luce del sole, l'essenza della vita, è sempre alla sue spalle. L'uomo patisce l'ansia schizofrenica della insicurezza. Questa civiltà basata sulla certezza matematica applicata ai termini e ai rapporti che costituiscono il potere (potere distruttivo misurabile in megatoni) produce nell'uomo insicurezza e angoscia.
La guerra non è più il naturale e momentaneo scontro tra gruppi rivali su un oggetto rilevante per la sopravvivenza - come poteva essere in passato. La guerra oggi è sterminio totale assurdo, su un oggetto umanamente indefinibile, e che non ha neppure importanza definire, se lo scontro significa certamente la fine dell'umanità.
Ed ecco riemergere nel fondo dell'animo umano il bisogno della fede, per trovare sollievo all'ansia, vincere l'angoscia della insicurezza. In un mondo "illuminato" come questo, diffusore - molto più che negli evi oscuri del passato - di morbi e pestilenze, la fede assume più che mai il suo originario valore terapeutico, ricostituente: "La fede è la chiave di ogni salute fisica e mentale".


CAPITOLO PRIMO

MEDICINA E MAGIA

La medicina è originariamente fondata sulla magia. Già il termine stesso di Mexina, nei riti terapeutici popolari indica uno specifico capace di guarire qualunque malattia; la medicina per antonomasia è dunque la panacea.
Malattia, malessere, è male; al contrario, salute, benessere, è bene. Le divinità buone e le malvagie, e gli spiriti da queste generati e governati, sono all'origine di ogni stato umano. La medicina popolare riporta ogni processo terapeutico alle cause che hanno originato la malattia.
Si fa una contrapposizione delle forze del bene con quelle del male, tra la magia bianca e la magia nera, tra guaritori e ammaliatori. Tuttavia, tali forze sono meno separate e antagoniste di quanto non sembri dalle diverse influenze che esercitano sull'uomo: ciascuna divinità rappresenta il bene e il male secondo l'atteggiamento che assume nei confronti dei mortali. Dio, a fin di bene - o se si preferisce per i propri imperscrutabili fini - può far del male all'uomo, diffondendo guerre e pestilenze. Il Diavolo - a fin di male - o, anche qui, se si preferisce, per i suoi imperscrutabili fini - può far del bene all'uomo, svelandogli tesori nascosti o rendendolo partecipe della Scienza. Nell'Olimpo del mondo classico, Apollo, che si confonde con Elios, dio della vita, è anche portatore di morte - i Greci ne sperimentarono il rigore subendo una terribile epidemia per aver offeso un suo sacerdote. Nel monoteismo, Dio che viene definito il bene in assoluto, è portatore di terrificanti malanni all'uomo che infrange la sua legge: talvolta la sua malvagità si manifesta con pestilenze che coinvolgono e affliggono interi popoli - come Jahvé con gli Egizi ostili a Mosè o con gli stessi Ebrei che lo tradiscono con Baal adorando il vitello d'oro.
Il sacerdote - stregone pur essendo primariamente un guaritore, ha anche capacità di ammaliare (nel significato vasto di ammalare, produrre mali). Egli, con le sue speciali virtù e con le sue arti magiche, è in contatto con le forze del bene, e all'occasione con le forze del male.
Per quel che ho potuto rilevare nel mondo della medicina popolare, non esistono due categorie distinte di stregoni "guaritori" e "ammalatori": lo stregone, il fattucchiere che guarisce può anche con opposto procedimento ammalare. Lo stesso sacerdote cattolico, nella credenza popolare, ha il potere di guarire, specialmente mediante la lettura dei suoi libri magici (is Vangeus, i Vangeli), ma con gli stessi può fare fatture che ammalano, anche in forma grave, fino a provocare paralisi.


GLI STRUMENTI DELLA MEDICINA

In ogni procedimento terapeutico, dal più semplice al più complesso, si distinguono: a) la materia; b) is brebus, le parole magiche; c) il rituale.
La materia, la medicina vera e propria che viene assunta dal malato in diversi modi, non ha alcuna efficacia se non è accompagnata dai brebus e da un preciso rituale. Chiunque può conoscere la materia, consistente per lo più in sostanze vegetali, animali o anche inorganiche, le più svariate, come pietre e acqua; ci si può anche impadronire del rituale, per averlo visto compiere; ma non è dato conoscere is brebus, le parole magiche, noti solamente allo stregone che li pronuncia. (Per altro, egli possiede particolari virtù e poteri, oltre alla conoscenza dei brebus, alla profonda conoscenza della materia e del rituale, che lo distinguono dai comuni mortali.)
La materia. Tutto ciò che esiste in natura, di animale, vegetale e minerale, ha influssi positivi o negativi, benefici o malefici. Nella pratica ogni sostanza tende a qualificarsi come buona o cattiva, positiva o negativa, tuttavia conserva una sua fondamentale ambivalenza: può produrre effetti diversi secondo lo spirito (o intenzione) che la anima e secondo le tecniche, i modi e i tempi, con cui la si usa. Per fare un esempio, su contravelenu (che è un antidoto costituito da uno scapolare contenente parti mummificate di animali venefici, che descriverò più avanti) guarisce le punture velenose con l'imposizione degli stessi animali, o di altri simili, che le hanno prodotte.
Talvolta invece la materia terapeutica è correlata alla malattia da una sorta di similarità. Pertanto, dal sapore, dalla forma o dal colore di una pianta si può determinare l'uso specifico che se ne può fare per guarire (o provocare) una malattia. Per esempio, contro l'itterizia gioverebbero i petali gialli di certi fiori; mentre erbe variegate guarirebbero malattie della pelle.
Le virtù terapeutiche di molte erbe sono state certamente rilevate e confermate dall'esperienza con il loro uso secolare - non dissimilmente la moderna farmacologia, che sperimenta su cavie anche umane, la validità dei suoi prodotti. Certamente da tempi preistorici, l'uomo ha imparato a conoscere il potere cicatrizzante o febbrifugo o stimolante o sedativo di certe sostanze vegetali; e la conoscenza e l'arte della fitoterapia si sono tramandate per generazioni di stregoni fino ai nostri giorni. E ciò, nonostante la feroce repressione cui l'antica medicina è stata sottoposta dal potere cosiddetto scientifico.
Ancora collegata alla legge di similarità è la diffusa credenza che mangiare il cervello di animali intelligenti fa crescere l'intelligenza, o che il cuore e il fegato sviluppino la forza. Così pure per ridare virilità ai vecchi o svilupparla nei giovani si sostiene che giovi mangiare i testicoli di animali colludus (che si può tradurre con "non castrati, ma integri"), quali il gallo, l'asino, il cavallo e il toro. Tale credenza è stata fatta propria anche dalla medicina moderna che cura l'impotenza maschile con estratti di testicoli bovini o di primati e culmina con gli innesti di organi o di parte di essi. Comunque, tutti gli innesti che si operano nel mondo vegetale seguono la legge della similarità.
La materia usata in quasi tutti i processi terapeutici consiste principalmente negli elementi di primaria importanza per la sopravvivenza. Abbiamo così con le erbe, l'acqua, la terra, il grano, il sale, il sangue, la saliva, l'alito, o parti vitali di animali: testa, o, per essa simbolicamente, dente o corno o anche lingua; e cuore, o per esso simbolicamente il sangue.
Nella terapia del malocchio ricorrono frequentemente alcune pietre dure, come l'ossidiana e la corniola, usate come amuleto, su cui va a scaricarsi il fluido malefico (umbra de caoru, fascino di serpente) de s'oghiadori, di colui che lancia il malocchio. Viene anche usato un amuleto ricavato da una sezione di corno di cervo, o più semplicemente da un nastrino verde, che è usato per proteggere anche animali e oggetti dalla "distruttività" dell'altrui invidia.
Nella terapia dei traumi psichici (azzicchidus, spaventi, striadura, ammaliamento da strige), consistente per lo più in s'affumentu, il suffumigio magico, ritroviamo come materie d'uso, il fuoco, l'incenso e la palma, e l'acqua benedetta.
I guaritori dei nostri paesi, che fanno gran consumo di acqua benedetta, usano rifornirsene attingendola nascostamente con una bottiglietta dall'Acquasantiera o dal Fonte battesimale in chiesa; quindi la versano in una capace damigiana piena d'acqua normale, essendo sufficiente anche una sola goccia di acqua santa per "santificare" qualunque quantità di acqua in cui venga mischiata. Non si può però conservarla troppo a lungo: in quanto, per alcuni rituali, deve essere bevuta; pertanto tale acqua deve essere potabile.
Is brebus. Letteralmente: le parole; dal latino verbum. Sono le parole magiche che accompagnano sempre la preparazione della sostanza terapeutica e quasi sempre l'uso della stessa sostanza. Sono possedute e recitate in segreto (normalmente vengono bisbigliate) dal guaritore. Consistono per lo più in versetti di carattere religioso, ripresi dalla liturgia cattolica, adattati al caso, o anche di filastrocche, sempre di carattere magico-religioso, di carattere popolare, attribuite a santi taumaturghi (Sant'Antonio e la Madonna specialmente) che, si dice, le recitarono per operare guarigioni.
Is brebus non possono essere comunicati ad alcuno, se non si vuole incorrere in terribili castighi. Possono essere comunicati soltanto in punto di morte a persona scelta dallo stesso fattucchiere, e chi li riceve deve fare solenne giuramento di non usarli mai a fini di lucro.
Il rituale è l'insieme di atti che determinano la cerimonia. Può essere semplice o complessa, secondo il tipo di terapia usata, in rapporto alla minore o maggiore gravità del male da guarire. O se si preferisce: in rapporto al grado di resistenza che gli spiriti del male o altre forze più o meno occulte oppongono alla volontà del guaritore durante il processo terapeutico-liberatorio.
Credo sia importante sottolineare che al di là della materia, dei brebus e del rituale, per lo svolgimento positivo del processo terapeutico è fondamentale il rapporto tra guaritore e malato. Devono essere ambedue animati dalla fede in ciò che fanno e devono essere uniti da reciproca simpatia.


LA PAURA E LA FEDE

La paura è uno stato d'animo assai complesso, presente in ogni uomo in quanto creatura fragile e limitata, effimera. Tanto più l'uomo vive in ambiente ostile, in situazioni aleatorie, di insicurezza, tanto più albergherà in lui la paura - che attanaglia talvolta con morsi feroci, e tal'altra rode, con sottile incessante crudeltà.
La paura può essere determinata non soltanto e non tanto da qualcosa di reale, quanto dall'irreale, da ciò che è immaginario o ignoto o indefinito. In quest'ultimo caso alla paura si associa l'ansia, uno stato patologico di angoscia che può produrre mutamenti di rilievo nella psiche: forti depressioni, ossessioni, allucinazioni auditive e visive, con disturbi anche di carattere fisiologico, specie nelle funzioni gastroenteriche, nella circolazione e nel ricambio della pelle.
La magia dello stregone-guaritore si innesta su questo sentimento di insicurezza, di paura dell'ignoto, di impotenza davanti alle oscure forze che animano la natura - sia che egli usi la magia nera, per "legare", compiere fatture e sortilegi "ammalianti", sia che usi la magia bianca per "sciogliere", rasserenare e guarire.
Il convincimento o anche il solo sospetto che un pericolo ignoto ci sovrasti (forze demoniache avverse, o la "fattura" di un invidioso, o la malevolenza di un poliziotto o di un superiore dai quali ci si aspetta un tiro mancino) è sufficiente a produrre, con la paura e con l'ansia, una nevrosi - la cui portata, le cui laceranti conseguenze nella personalità non sono facilmente prevedibili, né facilmente reversibili, con metodi e farmaci cosiddetti scientifici.
Sembrerebbe si debba applicare anche qui la legge della affinità: misteriosa è la causa che ha prodotto il male, misteriosa dovrà essere la terapia che eliminerà il male, stesso.
E misterioso è anche l'elemento fondamentale, la fede, conditio sine qua non per ottenere la guarigione. Un concetto ribadito più volte dal Gesù-guaritore nel comunicare l'arte del terapeuta ai suoi apostoli: con la fede guariranno i lebbrosi e gli storpi cammineranno. Nessuna terapia - e non soltanto nel campo strettamente psichico - è veramente efficace se colui che vi viene sottoposto non è convinto della sua validità: se cioè non ha fede nel guaritore e fiducia nel farmaco.
Nella medicina popolare - ma ciò è riferibile anche alla medicina moderna - il guaritore assume il ruolo di sacerdote, e i due ruoli finiscono per confondersi. Nella credenza popolare, il prete, in quanto sacerdote, non può non essere un fattucchiere, uno capace di fare magie, sia nera che bianca, per ammalare o guarire, legare o sciogliere. Is Vangeus, i Vangeli, il libro sacro del prete, contiene scritti is brebus, le parole magiche, necessari per fare, o per disfare le "fatture". Non sono pochi i sacerdoti - non solo cattolici - che nei nostri paesi si prestano alla "lettura de is Vangeus" in chiesa, lettura dei Vangeli secondo un apposito rituale, per liberare pazienti da mali oscuri (artrosi, coliche, inappetenze, anemie, spaventi, eccetera) provocati da fatture, jettature, ammaliature: effetti di pratiche di magia nera.


CORPO SANO IN MENTE SANA

Si sostiene che il popolo sia materialone, incapace di intendere i valori e i significati dello spirito. Niente di più falso. Nella medicina popolare il principio mens sana in corpore sano viene addirittura ribaltato. Il corpo è considerato l'involucro dell'anima, che è l'essenza della vita: l'eterno, o ciò che aspira all'eternità, costretto in caduca effimera sembianza, per una oscura condanna.
Pure avendo grande attenzione e rispetto per il corpo, in quanto "apparenza", modo di apparire dell'anima, è questa, l'interiorità, di cui ci si preoccupa maggiormente nell'arte della medicina popolare. Il cui principale scopo è quello di curare l'anima per mantenere sano ed efficiente il corpo. Una preminenza dell'anima sul corpo compare in tutto il complesso dei riti terapeutici popolari che ho osservato.
Ogni male che affligge il corpo è conseguenza di un male che si annida nell'anima - secondo un'evidente teoria medica psicosomatica - ed è l'anima che plasma a propria somiglianza il corpo; talché l'anima pura ha belle sembianze corporee. (E a questo proposito, il positivismo del Lombroso, del Ferri e del Niceforo restava molto al di qua, sostenendo che esiste un rapporto tra criminalità e forma del cranio e caratteri somatici.)
Febbre, foruncolosi sono sintomi fisici di un male psichico: lo spavento; anemie, inappetenza, pallore sono sintomi di ogu liau, malocchio a opera di jettatori; artrosi, cefalee, coliche, paralisi, lombaggini sono sintomi di "fatture" compiute da stregoni prezzolati da nemici, da gente "che vuol male", gente "invidiosa".
Largamente diffuso appare ancora l'uso terapeutico della musica, del canto e della danza, che si fondono spesso fra loro. Basti pensare al ballo della tarantola, su ballu de s'argia, una terapia contro il morso di un mitico insetto costituita da un rito collettivo basato su musica, danza e canto. O anche a is attitidus, le lamentazioni funebri che almeno in parte riescono a placare il dolore dei vivi per la perdita di un loro caro.
Tale terapia è rivolta essenzialmente ai mali dell'anima, seppure una melodia può rendere più tollerabile anche un dolore esclusivamente fisico.
Nella mitologia ritroviamo numerosi casi in cui si attribuiscono alla musica virtù terapeutiche, specialmente sedative. Orfeo ammansiva le fiere traendo melodie dalla sua lira. La malinconia, la noia dei potenti, viene confortata nelle corti dai canti dei menestrelli e dalle danze delle fanciulle. Canti e danze durante i pasti assicuravano agli stessi potenti il rinvigorimento dei loro appetiti primari, dello stomaco e del sesso.
Un caso classico di musico-terapia nella risoluzione di crisi acute di schizofrenia ci viene dalla Bibbia: Davide suona l'arpa per sedare la crisi di re Saul, che ci viene descritto come uno psicopatico che alternava fasi di profonda depressione a fasi di feroce aggressività. Non molti anni fa ho conosciuto un giovane schizofrenico, il quale riusciva a controllarsi e a placarsi sedendo davanti all'organo e improvvisando lunghissime e straordinarie melodie. A me che lo ascoltavo per ore, sembravano l'espressione, anzi i tumulti stessi del suo animo, i suoi pensieri e le sue emozioni che si liberavano. Alla fine restava come vuotato da ogni energia e insieme da ogni paura, da ogni ossessione. Credo che nessun farmaco sedativo raggiungesse in lui lo stesso risultato.


DEI E SANTI TAUMATURGHI

Agli dei pagani, il cattolicesimo ha sostituito i santi. Come nell'Olimpo greco gli dei si dividevano i ruoli, secondo gli attributi loro propri, diventando sovrintendenti alle varie arti e professioni e a ogni stato o condizione dell'uomo, così i santi dell'Olimpo cattolico. Abbiamo santi specifici che tutelano e proteggono professioni, arti e mestieri - in mancanza di una legislazione previdenziale sociale dello stato. Abbiamo perfino santi che proteggono i ladri, i militari e le prostitute. Santa Barbara è addetta agli esplosivi. San Luigi Gonzaga e San Domenico Savio proteggono la purezza dei fanciulli e quella delle fanciulle è guardata da Santa Maria Goretti, mentre San Martino oltre a custodire le botti del vino è il protettore dei mendicanti. C'è poi tutta una categoria di santi rurali che sovrintendono alla semina, al raccolto, e perfino alla difesa di colture specifiche, come Santa Fara protettrice del grano. Tra questi, i più famosi, San Francesco d'Assisi che tutela nel suo insieme la natura - e deve avere un bel gran daffare in questi tempi di inquinamento e degradazione ecologica; San Bernardo, che bada alle api; San Benedetto da Norcia, che si occupa di bonifiche; San Romualdo, che attende alle foreste; Sant'Isidoro, all'agricoltura; e così via.
Altrettanto numerosi i santi che sovrintendono alla medicina, praticamente uno per ogni morbo. A questi, come nella organizzazione terrena delle Unità Sanitarie Locali, ci si rivolge secondo il male che si ha e la specializzazione propria di ciascun santo guaritore. Tuttavia, alcuni santi maggiori hanno poteri curativi a largo spettro d'azione e ad essi ci si può rivolgere come può farsi con il medico generico, di famiglia. Così alcuni dei del passato, come Esculapio per i Greci e Serapide per gli Egizi, sovrintendevano alla medicina in generale, erano supremi guaritori, ai quali ci si rivolgeva per la soluzione di ogni malattia. Numerosissimi erano gli attestati che documentavano nei templi a lui dedicati le guarigioni operate da Esculapio figlio di Apollo. Non men numerose di quelle che si attribuiscono in tempi attuali in Sardegna a Santa Vitalia, di Serrenti, il cui santuario è ricolmo di ex-voto, che annualmente si rinnovano ad ogni pellegrinaggio.
Nell'antichità, il dio Thoth era prevalentemente associato alle malattie degli occhi; attualmente il compito di proteggere la vista è stato assunto da Santa Lucia. E con tali accostamenti, per significare quanto del passato continua a vivere pressoché immutato, si potrebbe continuare a lungo.
La medicina, nata come magia, resta ancora oggi correlata per gran parte alla religione, al sovrannaturale che regge e governa il naturale. Medicina e religione traggono la loro sostanza dalla magia. Il sacerdote e il medico in effetti sono considerati due guaritori: uno cura il corpo e l'altro l'anima. Ma così come i confini tra la sfera del fisico e dello psichico si confondono, così pure tendono a confondersi le professioni dei due guaritori.
I moderni guaritori, i "luminari", che fondano ogni loro intervento sulla conoscenza scientifica, nelle cliniche di loro proprietà o da loro dirette, consentono la presenza di rosari santini scapolari e amuleti di ogni genere, che la gran parte dei pazienti indossano o tengono in testa al letto, che costituiscono un aspetto chiaramente psicoterapeutico. Senza questi magici, sacri amuleti, ben difficilmente lo stesso paziente accetterebbe di sottoporsi ai trattamenti scientifici di cura, e ben difficilmente gli stessi trattamenti raggiungerebbero, in quei pazienti, l'effetto voluto. Non c'è medicina senza un fondo di magia; non c'è guarigione senza la presenza di un guaritore carismatico, oggi rappresentano dal "luminare" che "opera miracoli", senza il contemporaneo sostegno di una divinità, di un santo, di una forza sovrannaturale, che dia il benevolo assenso alla guarigione.
Gesù - figlio incarnato di Jahvé, dio degli Ebrei e dei Cristiani - agli occhi dei suoi fedeli non è tanto colui che ha predicato una rivoluzionaria dottrina sociale fondata sulla fratellanza, ma il Sommo Taumaturgo, un prodigioso guaritore, che può cancellare tutti i peccati e guarire tutti i mali. Egli non guarisce soltanto i mali dello spirito, scacciando i demoni dal corpo degli invasati trasferendoli nei porci, ma anche lebbrosi e storpi e arriva fino a operare resurrezioni, come avvenne con Lazzaro. Egli, Gesù, conosce l'arte della medicina magica, la cui potenza taumaturgica è data dalla fede, e la trasmette, prima della sua morte, ai suoi continuatori.


S'AQUA ABREBADA

S'aqua abrebada è l'acqua miracolosa, resa tale con is brebus, le parole magiche. E' l'elemento che maggiormente ricorre nei riti terapeutici popolari.
La fede - come si è detto - sta alla base dell'efficacia di molte terapie nell'antica medicina, quando si riteneva che le malattie fossero provocate dalle possessioni di spiriti maligni o di loro influssi. La forza terapeutica della preghiera, della invocazione al Sommo Guaritore, è sottolineata in tutti i testi religiosi. Anche attualmente la chiesa sostiene che una preghiera, una invocazione espressa con profonda fede produce il miracolo della guarigione. Le fortune del Santuario della Madonna di Lourdes, che può considerarsi un immenso policlinico dove si pratica la magia terapeutica, sono legate a questo concetto di fede.
Un concetto simile era proprio della medicina druidica: ogni terapia si svolge nelle fede, che deve essere nel guaritore e deve essere nel malato.
Non è difficile riconoscere, anche in numerosi riti terapeutici che attualmente si usano in Sardegna, la derivazione dal druidismo.
La religione dei druidi - che da tempi remoti si diffuse nell'Europa - nei suoi aspetti di dottrina medico-magica non è stata mai sostanzialmente soppiantata dal cristianesimo, e ha continuato a conservarsi nei secoli fondendosi con elementi della nuova dottrina religiosa.
I sacerdoti celti erano maestri nelle arti magiche e il loro ruolo primario era quello di guaritori. La medicina popolare, specialmente diffusa tra i ceti contadini, è chiaramente derivata dalla medicina druidica, le cui tecniche terapeutiche sono simili a quelle in uso tra i nostri guaritori. In primo luogo i riti dell'acqua.
I guaritori druidici, per allontanare gli spiriti maligni dal corpo di un malato, usavano avvicinare al paziente un recipiente d'acqua e versarvi dentro alcuni carboni accesi, pronunciando nel frattempo gli scongiuri di rito; l'invocazione agli spiriti del bene affinché sorgessero dai quattro angoli della terra e operassero la guarigione, scacciando gli spiriti cattivi.
Una diffusa diagnosi dei sacerdoti druidici consisteva nello scavare per terra due fossette e di riempirle di acqua. Quindi si portava il paziente e lo si sdraiava tra le due fossette d'acqua; una rappresentava la vita e l'altra la morte. Se il paziente, in stato d'incoscienza, si voltava verso la buca di destra, egli si sarebbe salvato; se al contrario si fosse voltato sulla sinistra, egli sarebbe morto.
Le fonti d'acqua erano per i druidi fonti di salute, nel senso che dall'acqua essi traevano ogni loro forza per operare le guarigioni. I pozzi erano sacri e venivano segnalati da pietre erette, simbolo maschile, di segno opposto all'acqua, simbolo femminile. La terapia per ogni genere di malattia, dell'anima e del corpo, mediante l'immersione o le abluzioni, era assai diffusa.
Ritroviamo l'acqua in molti dei riti terapeutici descritti in questo lavoro. In taluni di questi riti è richiesta l'acqua santa, che il guaritore prende in chiesa o si fa benedire da un sacerdote carismatico. In altri è sufficiente l'acqua comune che viene resa "santa", e quindi taumaturgica, recitando gli appositi brebus.
Anche in Sardegna i pozzi, di norma consacrati a qualche divinità, e dopo il cristianesimo a venerabili santi, sono ritenuti potenti risanatori. Molti incantesimi si fanno o si sciolgono con l'acqua dei pozzi. Anticamente si dice che risolvessero i disturbi mentali; ma la loro funzione più nota era quella di dare l'eterna giovinezza. Altri pozzi erano rinomati per la loro acqua capace di guarire l'artrosi deformante. Io stesso, qualche anno fa, ho visto una lunga coda di macchine in sosta sui tornanti dei monti di Dolianova, dove quotidianamente la gente attingeva acqua da una sorgente, che ha il potere - si dice - di guarire tutti i "mal di pietra", le calcolosi ovunque localizzate, reni, vescica, fegato.
Nel singolare rito di s'imbrusciadura (l'avvoltolarsi rituale per guarire dagli spaventi, che ho scoperto negli Anni Cinquanta in un paese dell'Oristanese), in una delle sue varianti usa una o anche quattro fossette piene d'acqua su cui il malato si avvoltola.


I NUOVI STREGONI

Intorno al XV° Secolo, al suo sorgere, la medicina moderna trovò non poche resistenze al suo affermarsi nella medicina pratica, ben radicata nell'uso e nel costume popolare, con il suo contorno magico-simbolico. Non si trattò probabilmente tanto di uno scontro di idee, metodi, impostazioni di scienze mediche opposte, quanto di rivalità tra nuove e vecchie caste di guaritori, queste tendenti a conservare i privilegi soprattutto di carattere morale che dalla loro arte veniva loro; le nuove caste, forti del crisma che veniva loro dalla Scienza, nel dare la scalata per il monopolio nell'arte del guarire, ne vedevano soprattutto i privilegi economici e di potere che ne avrebbero potuto trarre.
La nuova medicina dunque per sgombrarsi il terreno dai loro antichi e ancora robusti concorrenti muove dapprima con le accuse di ciarlataneria, poi di malvagità e infine di stregoneria. Facendo ciò la medicina moderna puntava ancora una volta sulla superstizione: voleva far credere che in quanto stregoneria tutta la medicina antica (fatte alcune eccezioni per due o tre mitici guaritori che nominò precursori scientifici) era da considerarsi magia nera, diabolica; assumendosi quindi il carattere di magia bianca, sostenuta dalle forze del bene.
La Chiesa, il cui apporto ebbe un gran peso nello scontro, (contrariamente alla sua ostilità e diffidenza nei confronti della nuova scienza basata sulla verità matematica), si schierò dalla parte dei nuovi stregoni, dai quali in cambio avrebbe ricevuto l'ambito crisma di scientificità che nei secoli futuri le avrebbe consentito di continuare a vivere e a prosperare. In virtù di questa alleanza, la scienza ufficiale - che in privato considera il cristianesimo niente di più che superstizione e ignoranza, in pubblico rilascia patenti di scientificità e verità ai miti della Chiesa. Ogni qualvolta la Chiesa necessita di acquistare credito in un mondo fattosi scettico, la scienza ufficiale si dà agli studi archeologici per situare con precisione dove si trovi il Monte Ararat e in quale punto approdò l'arca di Noè, o in quale sito del Sinai furono date a Mosè le Tavole della Legge, o si dà a studi di alta ricerca biochimica per individuare le sostanze componenti la manna che Jahvé mandò nel deserto al suo popolo o per dimostrare l'autenticità del sudario che avvolse il Cristo dopo la sua deposizione dalla croce o quali fra le centinaia di migliaia prodotti fossero i veri chiodi estratti dalla croce di Gesù. E poco conta che nessuno storico riporti l'usanza di inchiodare i condannati alla crocefissione: si vuole che per Gesù fosse stata fatta una eccezione. Per altro, la questione dell'inchiodamento usato in sostituzione della legatura con corde, ha dato luogo a diatribe, anche recenti, sul punto del polso, e non della palma della mano, in cui i chiodi sarebbero stati conficcati, per poter sostenere il corpo dell'appeso. La repressione della "stregoneria" (il termine è improprio in quanto indicava tutto il patrimonio culturale di antiche civiltà conservatosi a distanza di quindici secoli dall'avvento del cristianesimo) fu consumata in un mare di sangue. Certamente la situazione di estrema miseria e degradazione di quel periodo ne favorirono l'attuazione. L'umanità attraversava uno dei momenti più bui della sua storia: ignoranza, fame, epidemie, funestavano le campagne. Si era persa ogni sicurezza nel presente e ogni speranza nel futuro. Si viveva in uno stato di profonda insicurezza che si traduceva in una sorta di ansietà patologica di massa, di cui un sintomo era il fanatismo religioso e le isterie collettive. I rapporti sociali, ridottisi a rudimenti, gli stessi rapporti affettivi ne erano avvelenati e distorti; l'unica valvola alle tensioni era la creazione, di volta in volta, di capri espiatori, di presunti responsabili, definiti demoniaci, dei mali di qualunque natura che affliggevano la comunità.
Le carestie, i morbi, le pestilenze erano opera di spiriti del male: ora tali demoni si erano incarnati negli antichi guaritori, nei veggenti testimoni di antichi culti religiosi, molti dei quali esercitavano l'arte della medicina. Costoro, dunque venivano additati come i diffusori di ogni male, costoro erano dunque gli "untori" che bisognava colpire, eliminare. Distruggendo i loro corpi con il fuoco li si liberava dalla possessione demoniaca, e gli stessi demoni perdevano l'elemento per materializzarsi e quindi la possibilità di compiere le loro nefandezze, spargendo il terrore con infernali pestilenze.
Il termine di stregoneria resta da allora sinonimo di magia nera. Le vittime della grande caccia furono principalmente le donne guaritrici, dichiarate streghe, succubi lussuriose di Satana, il grande Caprone, torturate e mandate al rogo. A nulla valsero le appassionate difese (assai rilevanti per quei tempi oscuri) che tentarono di sostenere queste donne-strega dichiarando che esse praticavano magia bianca, che ricorrevano a terapie naturali, quali le erbe, che inserivano nelle terapie la pratica religiosa secondo l'ortodossia, e infine che erano del tutto disinteressate, non pretendendo mai compensi dai loro assistiti. Ed era forse quest'ultimo punto che più pesava nel giudizio che le mandava a morte.
Tuttavia, nessuna persecuzione, neppure le stragi di streghe che dal XV° Secolo si protrassero, in alcuni paesi come la Spagna, fino al XIX° Secolo, riuscirono a sradicare nel popolo i suoi antichi riti terapeutici, le sue formule mediche, i suoi carismatici guaritori - mentre i nuovi guaritori, gli stregoni scientifici, dovettero contrastare una vasta categoria nata nel loro stesso seno: quella dei ciarlatani.


GLI AMULETI

Osservando nei suoi aspetti formali la medicina popolare, ritroviamo di frequente, insieme ad alcune sostanze ricavate da piante o animali ritenuti sacri o demoniaci, numerose pietre. Accanto al pezzo di corno di cervo o a su scrittu (scapolare contenente parole magiche), per tenere lontano il malocchio troviamo alcune pietre dure, specialmente ossidiana, corniola, ametista. Provenienti dalla necropoli punico-romana di Tharros, erano diffusi tra i ceti benestanti gli scarabei sacri, amuleti in pietra dura di squisita fattura egizia. Molte pietre dure o preziose avevano sia valore scaramantico, protettivo, sia valore terapeutico per diversi disturbi legati alla sfera psichica, quali l'ipocondria, o per il mal di capo, eccetera.
Anche i monili d'oro e d'argento, di cui è ricco l'antico costume sardo, specie quello della donna, hanno la funzione di amuleti.
Si può anche parlare, se vogliamo, di metalloterapia, quando da metalli e pietre venivano staccate minute particelle, messe nell'acqua che poi veniva bevuta come medicamento.
Dovunque l'oro è un metallo di valore, è comune l'attribuzione ad esso della virtù di rafforzare l'intelligenza - e non soltanto per il potere che dà a chi lo possiede. E' d'uso, per non dire che è d'obbligo da parte dei padrini regalare al neonato un oggettino in oro di carattere personale, quali anellino, braccialetto, orecchino, collana, come augurio di benessere.
Amuleti e talismani per tenere lontani gli spiriti del male e i loro influssi nefasti, o per accattivarsi gli spiriti del bene, sono ancora assai diffusi. Tentarne un elenco sarebbe troppo lungo. Tutto, in pratica, può avere valore scaramantico o curativo, o per affinità e simpatia o per la legge degli opposti che si respingono l'un l'altro. Così, tutto ciò che è ritenuto sacro respinge tutto ciò che è ritenuto demoniaco. Tuttavia, tutto ciò che è ritenuto demoniaco contiene una sua forza che può essere impiegata contro altra forza ugualmente demoniaca, se si riesce a piegarla alla propria volontà.
Anche i colori hanno poteri talismanici: il verde protegge dal malocchio, dalle calamità in generale; il rosso provoca turbamenti psichici fino all'ossessione. Il bianco è simbolo del bene, della purezza; il nero è simbolo del male, della malvagità. Ai bambini, ma anche ad animali di pregio e perfino alle sedie della camera bella, si legano fiocchetti di color verde.
Il nostro contadino, con la lama del proprio coltello, premendola di piatto sulla ferita provocata da un animale ritenuto venefico, ne annulla gli effetti.
Una semplice foglia d'erba può, in una situazione di emergenza, placare un gonfiore o i crampi di una colica, se applicata sulla parte dolente o se ingerita.
E per finire, lo stesso abbigliamento può assumere valore e funzione talismanici. E' diffuso il convincimento che l'indossare un capo di biancheria a rovescio preserva dal malocchio, o più in generale protegge dagli spiriti del male. Gli stessi effetti si ottengono facendo il segno della croce con la mano sinistra o sputando per terra.


GLI OPERATORI DELLA MEDICINA POPOLARE

Is ominis de mexina, gli operatori della medicina, ancora presenti nei nostri villaggi, appartengono quasi sempre ai ceti contadini poveri e a quella età che si potrebbe definire del pensionato - con le debite eccezioni, soprattutto per coloro che appartengono al sesso femminile, dove si riscontrano soggetti più giovani.
In rapporto allo stato civile, nei maschi prevalgono nettamente i celibi, che mostrano spiccate vocazioni sacerdotali con una visione mistica della realtà. Nelle femmine, nubili e coniugate si equivalgono numericamente, ma predominano le vedove. A seconda dello stato civile di appartenenza si rilevano differenze nei diversi settori di intervento.
In rapporto al sesso vi è una notevole prevalenza delle donne. Ciò credo sia dovuto anche al ruolo sociale che esse hanno nella comunità, di minore responsabilità nella produzione, e di conservatrici e diffonditrici dei valori tradizionali.
I guaritori e le guaritrici non vengono mai nominati dalla loro gente con gli epiteti che abbondano nel linguaggio popolare, quali bruxu, stria per strega, mazina, spiridada, oghiadori, e altri; ma vengono chiamati con il loro nome e cognome, cui sempre si premette "ziu" o "zia" con significato di rispetto; talvolta anche viene usato l'appellativo di "omini santu" o "femina santa".
Pur essendo tutti, ciascuno nel proprio settore, considerati guaritori (secondo il principio che le malattie sono originate da spiriti cattivi), colui o colei che ha la capacità (o come si dice qui sa forza) di guarire comandando agli spiriti demoniaci, così pure essi possono ammalare, comandando agli stessi spiriti di intervenire. In poche parole: chi ha il potere di sciogliere ha anche quello di legare; pertanto chi pratica la magia bianca può anche usare la magia nera.
Tali operatori, secondo la credenza popolare, sono dotati di poteri sovrannaturali, per concessione di Dio o del Diavolo, su intercessione di santi o di diavoli minori, pur essendo all'apparenza persone comuni. Una delle caratteristiche che viene loro attribuita è quella di possedere una particolare energia fluidica, positiva o negativa, che essi possono comunicare anche a distanza, ma che da essi si sprigiona con maggior efficacia attraverso i sensi della vista e del tatto. Da qui l'usanza di far toccare da chi ha fama di essere oghiadori la persona o l'animale che siano stati involontariamente guardati o ammaliati. Da qui anche deriva la tecnica terapeutica della imposizione delle mani, che è pratica assai diffusa riservata specialmente ai guaritori che possiedono un particolare fascino magnetico, chiamato umbra de caoru, che si potrebbe tradurre con "fascino di serpente".
E' propria del sacerdote l'imposizione della mano in segno di benedire, conferire un crisma, liberare o preservare dal male: un gesto rituale comune tra i "potenti".


CAPITOLO SECONDO

IS OMINIS DE MEXINA - I GUARITORI


RITI TERAPEUTICI

In tutti gli strati sociali sono diffusi, a diverso livello, antichissimi riti terapeutici, cui si innestano elementi formali della tradizione cattolica. In particolare tra i contadini sono numerosi guaritrici e guaritori, feminas e ominis de mexina, i quali officiano i loro riti liberatori apertamente e discorrono volentieri della loro arte. Sono però tutti estremamente gelosi delle formule rituali e dei brebus, parole magiche, sacre. Qualcuno si limita a dire di aver appreso l'arte da un genitore o da altri cui erano legati da vincoli di amicizia, in punto di morte. Il numero delle guaritrici è preponderante su quello dei guaritori - ciò farebbe supporre che in tempi antichi l'arte della medicina fosse esercitata dalle sole femmine.


SU CONTRAVELENU

Il contadino M. possiede alcuni ettari di terra da grano, cavallo e carretta. Abita una casupola di mattoni crudi in una stradetta buia e fangosa di periferia - appena prima di uno dei tanti letamai pubblici che circondano l'abitato di questo paese dell'Oristanese. L'uomo è piccolo mingherlino, con occhi grigi a spillo in un viso furbo. Siede davanti al camino acceso, in compagnia delle sue due figliole, approssimativamente sedici e vent'anni. E' vedovo da alcuni anni e, avendo due figlie femmine che badano alla casa e a lui nel lavoro, non si è risposato.
M. cura con su contravelenu, l'antidoto, le punture o i morsi di animali velenosi o ritenuti tali nella credenza popolare. Su contravelenu consiste in un sacchetto di pelle, simile a certi scapolari che contengono reliquie di santi o scritti magici di antico uso per preservare dai malanni e dalle palle dei carabinieri. Nel caso di su contravelenu, il sacchetto contiene resti di insetti e di rettili mummificati. Il guaritore lo tiene appeso al collo e non lo lascia mai: specialmente in campagna qualcuno può averne urgente bisogno.
Dice: "Io l'ho conosciuto da mio padre. Da quando lui è morto vengono da me a cercarlo. Chiunque può farlo e può usarlo, purché ne abbia sa voluntadi, la volontà. Si deve preparare in tempo di luna giusta, quando sta per finire. Si va in campagna e si cerca e si prende una testa di vipera, de rana pabeddosa, di rospo, una testa de pistilloni, di geco, e una pettapudiga, una blatta… unu de cussus zerpius nieddus chi tenint fragu malu, uno di quegli animaletti neri che hanno brutto odore. Poi si lasciano seccare queste teste con la lingua fuori e si chiudono nel sacchetto. Qualunque animale velenoso che faccia male ad anima bia (anima viva, nel linguaggio comune significa persona vivente e si contrappone ad anima morta, l'anima del defunto - per lo più dannato - che vaga sulla terra), questa viene guarita mediante su contravelenu. Si impone strofinandolo per tre volte in segno di croce, prima sulla terra e poi nella mano o nella faccia o in qualunque altra parte del corpo dove abbia morso l'animale velenoso. Se ci viene molta gente? Altro che, se ne vengono! Io non lo nego a nessuno…"


SU PINNADEDDU

N. un artigiano di Riola dichiara di essere un libero pensatore, uno che non va mai in chiesa.
Dice: "In Dio già ci credo. Ci credo, eccome! e anche nei Santi credo… ma se il parroco aspetta di vedermi in chiesa bisogna che la barba gli diventi bianca."
Egli ha la botteguccia al centro del paese e si fa aiutare da uno dei suoi figli, che seguirà la professione paterna. Quando egli deve accudire ai lavori di campagna, il figlio lo sostituisce del tutto nella bottega.
N. è un uomo emarginato. L'isolamento cui lo ha condannato la comunità lo ha reso scontroso e polemico.
Dice: "L'avrà sentito dire in giro che ho ucciso un uomo. Ma se un uomo le entrasse in casa di notte, lei cosa farebbe? Io non sapevo che intenzioni avesse, e ho sparato…"
E' stato in prigione per alcuni anni, convinto di avere subìto una ingiustizia. Ha il dente avvelenato con quelli del suo paese, che non gli hanno perdonato di avere ucciso un ladro. In effetti ha infranto la legge comunitaria, per la quale rubare può essere una necessità e un ladro può essere bastonato ma non ucciso.
Dice: "Io sono scettico su molte cose, però a s'oghiadura ci credo. E' un fluido che certi possiedono. Io possiedo molto fluido nelle mani e negli occhi. Molta gente l'ho guarita col solo tocco della mano. Da giovane leggevo molti libri, di quelli che parlano di spiritismo, e ho imparato molte cose, come si fanno le magie. So come si guarisce una persona che ha avuto s'oghiadura, il malocchio, come si prepara su pinnadeddu, l'amuletto che preserva dal malocchio."
Spiega: "Su pinnadeddu serve contro il malocchio. Per esempio, una mamma ha un bambino e teme per s'oghiadura, per il malocchio. Ce ne sono tanti che danno il malocchio. Allora questa mamma va da uno che lo sa guarire. Dice is brebus, parole segrete, e influenza un pezzo di corno di cervo. Questo pezzo di corno di cervo, come una rotellina, viene legata al collo del bambino, e il malocchio si scarica lì. Se però su pinnadeddu, l'amuleto, non è fatto nel giusto tempo di luna, quando sta calando, alla fine, perde tutta la sua forza."
Il figlio sui vent'anni, ascolta attentamente il discorso del padre. Una sola volta interviene per tradurre in italiano, ma viene vivacemente redarguito: "Zitto tu, voi giovani non sapete nulla e vi volete sempre mettere in mezzo. Tuo padre sa le cose che dice e in sa bia aundi seu passau deu, tui ddu depis ancora passai, e nella via dov'io sono già passato tu devi ancora passarci."
Su pinnadeddu è una efficace protezione nei confronti de s'oghiadori, dello jettatore, di colui che dà il malocchio?
Risponde: "Certamente. Oggi la gente lo usa di meno perché is oghiadoris, coloro che danno il malocchio, non sono più tanti come prima. Un tempo c'erano molte famiglie, famose e temute; e quando passava una di loro bisognava stare attenti ai bambini, alle ragazze, al bestiame e alle cose di valore. I più forti erano i P. gli M. e gli O. che si tramandavano il fluido di padre in figlio. Questo fluido negativo si dice umbra de caoru, ombra di serpente.
Interviene il figlio: "E' proprio vero. Quando ero bambino, nonna mi aveva messo su pinnadeddu al collo. Un giorno, mentre giocavo sull'uscio di casa era passata una donna di una di queste famiglie nominadas po oghiadura, di famosi datori di malocchio. Come è passata si è sentito un crac…
Mia nonna, che era vicina e aveva sentito il crac, era corsa subito a guardare il mio pinnadeddu. Si era spaccato in due pezzi: il fluido malefico si era scaricato lì e mi aveva salvato."


S'OGHIADORI

Sr. ha nomea di oghiadori, di jettatore. Cosa ne pensa delle qualità che il paese gli attribuisce? Come reagisce?
Dice: "Io…mi ci diverto. E che altro posso fare, se no? Certo che me ne capitano di belle, ogni santo giorno. E non soltanto con persone ignoranti. Come quella volta che R. il muratore insieme a suo cognato mi avevano chiamato d'urgenza perché avevano il bambino con la febbre alta, e pensavano che io gli avessi liau ogu, dato il malocchio. Io ci sono andato per accontentarli e sempre per accontentarli ho anche toccato un paio di volte il bambino. Neanche a farlo apposta, sarà stata una combinazione, subito dopo è sfebbrato. E la mamma del bambino ne ha sparso la voce… Altre volte me ne succedono con gente istruita. Ricordo un giorno che avevo un malato in casa. Vado dal dottor M., quello che chiamano Pillonedda di soprannome. Gli dico se per favore può venire subito. Lui stava salendo in macchina e dice: "Proprio adesso vieni? o non lo vedi che sto andando a Oristano con le figliole. Quando ritorno ci passo." Io me ne sono tornato a casa. Ed ecco, neanche cinque minuti dopo me lo vedo arrivare a piedi, nero come la pece. Senza neppure guardarmi in faccia, dice: "Questo a me, Sr., non me lo dovevi fare!" A queste parole io sono rimasto a bocca aperta. Dico: "E ita, su dottori? E che cosa, dottore?" E lui: "Già lo sai bene, lo sai: non avermi lasciato partire la macchina! Questo a me proprio non me lo dovevi fare!"


IL GUARITORE

Ziu Chiccheddu, detto s'omini santu, l'uomo santo, ha 73 anni, è analfabeta, sposato senza figli, celeberrimo e stimatissimo fattucchiere guaritore a livello di provincia.
Z., il fotografo del paese, deve recarsi da s'omini santu per consultarlo su una certa malattia di cui soffre un suo bambino. Ha fissato un appuntamento per il tardo pomeriggio.
Il vecchio guaritore attende sull'uscio di casa. Dice: "Buongiorno, entrate, entrate."
Nell'ingresso, di faccia al visitatore, appare un altarino sopra un tavolo ricoperto di pizzo, con una Madonna dentro una teca di vetro a portelli, con la coroncina a sette luci simboleggianti i sette dolori, e vasi a stelo lungo con garofani bianchi. I muri di lato sono tappezzati con immagini di Santi.
Ci fa entrare in un secondo locale, reso più angusto da una scala di cemento grezzo incastrata nella parete. Il vecchio si siede sopra un gradino della scala e a noi clienti riserva due vecchi scanni.
"Per chi è?" domanda.
"E' per un bambino di dodici anni", risponde Z.
"E che cosa patisce?" continua a informarsi il guaritore.
"Ha il mal di testa e debolezza, da qualche mese."
"A letto è?"
"No, a letto non è. Però forze non ne ha."
"E il dottore, fatto cosa gli ha?"
"Sì, il dottore lo ha visto e gli ha dato delle pastiglie."
"E profitto gli hanno fatto?"
"Niente, gli hanno fatto."
Ziu Chiccheddu, s'omini santu, non chiede altro. Ora, con la collaborazione della moglie - una vecchietta minuta che funge da sacrista - prepara gli oggetti e la materia per compiere il rito detto de s'aqua licornia, acqua taumaturgica; un rito che nella prima fase è diagnostico e dopo is brebus, le parole sacre, è terapeutico - risolutore di traumi psichici, malocchio e altri oscuri mali.
Si fa portare dalla moglie un panchetto e se lo mette davanti tra le gambe. Sopra il panchetto arriva un grosso bicchiere colmo d'acqua, quindi una ciottola con del grano. Il vecchio si concentra, immobile, a occhi chiusi, per qualche minuto. Il rito de s'aqua licornia ha inizio.
Il guaritore sceglie nove chicchi di grano ben secchi e maturi, del tipo che non galleggiano. Li sceglie con estrema attenzione, palpandoli lentamente uno a uno con i polpastrelli della mano destra e li depone ordinati su tre file sopra il panchetto. Ne risulta un quadrato con tre chicchi per lato e per diagonale. Quindi, ieratico e solenne, si fa il segno della croce e prende tra il pollice e l'indice il primo dei nove chicchi di grano, lo tiene sospeso a mezz' aria come fa il prete con l'ostia al momento dell'elevazione, bisbigliando incomprensibili brebus. Senza interrompere il concitato sommesso bisbiglio, traccia con le due dita che tengono il chicco dei veloci segni di croce sull'orlo del bicchiere. S'interrompe ora per portarsi alle labbra il seme che tiene ancora tra le dita: lo tiene così, immobile, a contatto delle labbra, per un poco; quindi riprende a bisbigliare is brebus e a tracciare sempre più rapidamente i segni di croce sull'orlo del bicchiere. Infine, immerge il chicco nell'acqua, ponendolo al centro della circonferenza. Il chicco va a posarsi lentamente sul fondo del bicchiere.
Per nove volte quanti sono i chicchi, ziu Chiccheddu, s'omini santu, ripete l'operazione.
E' giunto il momento diagnostico. Egli osserva scrupolosamente la posizione del grano sul fondo del bicchiere. Si nota che un seme ha una bollicina d'aria in punta che lo tiene ritto. Tutti gli altri sono adagiati in senso orizzontale. Dopo qualche minuto arriva il responso.
Il guaritore solleva lo sguardo e rivolto a Z. dice: "Sunt dus azzicchidus, sono due spaventi. Il primo è una fuga lunga, si vede bene, fatta per strada, a causa di persona o di animale. Il secondo è spavento preso in luogo chiuso, in cucina o nell'andito… può essere anche in campagna, ma sempre in luogo chiuso. Poi c'è s'ogu fissu, malocchio. Vede questo grano che sta sulla punta? Vuol dire che qualcuno che ha la forza, la capacità malefica, ha dato malocchio al bambino."
Z. ascolta il responso del guaritore con attenzione reverenziale, annuendo con la testa.
S'omini santu prescrive la cura: "Prenda quest'aqua licornia, terapeutica, e la metta in una bottiglia…"
Evidentemente il recipiente è a carico del paziente, perché vedo Z. estrarre una fiaschetta dalla tasca interna della giacca. La moglie del guaritore - che in tutto questo tempo se ne era rimasta in piedi a guardare - si affretta a fornire un imbuto.
"A questa acqua", spiega il vecchio, "ne può aggiungere altra, quanta ne occorre per tre giorni, ché non perde l'effetto. E' come l'acqua benedetta."
La vecchia travasa il contenuto del bicchiere nella fiaschetta.
"L'acqua la divide in due parti. Metà per i lavaggi, da fare sempre contropelo, sulle guancie fino alle tempie…" Così dicendo indica le parti che vanno frizionate. "Questo bisogna farlo una volta stasera, poi domani mattina e dopodomani di notte, per tre giorni a ore diverse. L'altra metà è da bere. Il bambino può berne quando ha sete. Ma non basta. Siccome oltre il malocchio il bambino ha preso azzicchidu, spavento, gli consiglio di farsi affumentai, suffumigare."
Z. domanda se per s'affumentu, il suffumigio terapeutico, può andare da zia Crabudda.
A quel nome s'omini santu scatta come morso dalla tarantola. "No!" esclama "Da zia Crabudda no! Non è capace, quella. Vada da zia Giuannica, che lo sa fare. Ci va anche mia moglie, quando ne ha bisogno."
Ci alziamo per andarcene. Z. chiede quanto deve dare per il disturbo. L'uomo santo dice che non fa nulla, che lascia sempre fare al buon cuore del cliente.
Il "buon cuore" di Z. sborsa trecento lire - circa un quinto di una visita medica in ambulatorio. La moglie del guaritore si affretta ad allungare la mano e a far sparire le tre monete nella tasca della gonna.
Mentre ci avviamo verso l'uscita, chiedo se ha appreso da molto tempo l'arte di preparare s'aqua licornia.
"Eh, sì," dice, "l'ho imparato da mio padre, quando ero giovane. Ci ho messo diciotto anni, per imparare. Non per le parole, che le ho imparate in pochi giorni, ma per l'altro…"
Non vuole spiegarmi in che cosa consista l'altro.
Nell'ingresso dove sta l'altarino, apre le due ante a vetri della teca e accende le luci. La Madonna di gesso vivacemente colorata, ornata di fiocchetti e ammennicoli per grazie ricevute, si illumina a giorno. Egli, con le mani giunte, in posa sacerdotale, si mette a un lato: desidera una foto ricordo, vista la macchina che ho a tracolla.
Sull'uscio trattiene ancora Z. per le ultime raccomandazioni: "Vada anche da un prete, è meglio, con il bambino, per fargli leggere is vangeus, i vangeli. Vada dal vice parroco, non cerchi altri."


ABUSIVI DEL MESE MARIANO

Ziu Chiccheddu s'omini santu ha fatto parlare di sé anche sulla stampa.

"Un vecchio analfabeta di Cabras, in provincia di Cagliari, noto come s'omini santu, ha officiato per lungo tempo le funzioni serali del mese mariano. Riscuoteva maggior credito del sacerdote ufficiale, e fu diffidato dal continuare a far funzioni in concorrenza con la chiesa cattolica. Trattandosi di un abusivo, dovette piegare il capo e accontentarsi di operare nella sfera dei riti terapeutici popolari. "
(Da Sassari Sera n.13 - 1/15 settembre 1968)

E' anche celebrato come uno dei protagonisti del tumulto popolare anticlericale di Cabras del 1944, cui si riferisce il racconto che segue.


IL TUMULTO

Alle dieci del mattino, la Confraternita dello Spirito Santo e il suonatore di piffero e tamburello attendevano da più di mezz'ora l'uscita del santo.
Antioco il maniscalco, che reggeva il Cristo nero con una bretella di cuoio, s'asciugò il sudore sulla manica della tonaca ornata di pizzo rosso.
"E cosa aspettano a tirarlo fuori? Aiutatemi a scaricarmi da questo Cristo!", disse rivolto ai compagni.
Due lo aiutarono a sfilare la pesante croce dalla guaina e insieme lo poggiarono al muro.
Anche i fedeli, in chiesa, attendevano l'uscita del santo, del parroco e del Comitato dalla sacrestia, per formare la processione.
Le donne si erano sedute sul pavimento, sgranando Gloria Patri per ingannare l'attesa.
Gli uomini, stanchi di guardare i soffitti e le volte decorati, s'erano messi a chiacchierare del più e del meno, della campagna, della troppa acqua piovuta, dei fitti, della moria del bestiame, e il loro brusio iniziale si andava facendo frastuono.
Soltanto i più vicini alla sacrestia tacevano, con le orecchie tese per afferrare qualche parola che spiegasse i motivi di tanto ritardo.
In sacrestia, don Gesuino, il parroco, e Nicodemo, il presidente del comitato di Sant'Antonio, si fronteggiavano, spalleggiati rispettivamente dalle Dame di carità e dai dieci membri del Comitato.
"Ho detto di no, e resta no!" sbraitava don Gesuino; e per dare più forza alle parole batté un pugno sul piano dell'armadio rovesciando un'ampolla e un ostensorio.
"Ma con il vecchio parroco era sempre andata così!" si lamentava Nicodemo. E aggiunse: "Così vuole la tradizione del paese ..."
"Va bene la tradizione", interloquì donna Mariangela, la presidentessa delle Dame, "ma in fondo ciò che don Gesuino vi chiede è giusto: due terzi alla chiesa e un terzo al santo."
"Il santo ha diritto alla metà e la metà ci teniamo. Ecco qui: sono ottantamila... e queste sono quarantamila. Prendere o lasciare! La tradizione va rispettata!" finì urlando Alceo, il vice presidente.
"La tradizione, vero? La prendete su questo tono, vero? E allora, sapete che vi dico? Fatevela voi, la processione! Ma senza di me e senza santo. Io da qui non mi muovo!"
Don Gesuino e Nicodemo si erano guardati fisso negli occhi in atto di sfida, poi si erano voltati repentinamente le spalle.
"Bisogna prendere una decisione..." intervenne uno del Comitato, "La gente è stanca di aspettare..."
"Che se ne torni a casa la gente!" borbottò stizzito il parroco. "La messa è finita!"
Qualcuno di fuori cominciò a bussare alla porta.
"Don Gesuino, glielo dico per il bene di tutti e per l'ultima volta: si vesta e ci lasci prendere il nostro santo... oppure..." disse Nicodemo a denti stretti.
"Oppure che cosa?" gli andò addosso il prete. "Si, certo, da voi, beduini eretici, ci si può aspettare di tutto... Avete perso la misura, avete! Ma, badate bene, io, sotto la tonaca, ci ho calzoni. Capito?"
"Ah, sì?" replicò Nicodemo, "gli eretici siamo noi, vero? Avete sentito? Siamo eretici, noi!... L'eretico è lei che non porta rispetto alle tradizioni e neppure a sant'Antonio... Ma stia attento! Sant'Antonio ne ha già messa a posto parecchia di gente con il collo rigido!"
"Andate, andate..." disse don Gesuino assumendo atteggiamento e tono da martire, con gli occhi rivolti al soffitto, "perdòno loro perché non sanno quello che fanno!"
"Don Gesuino, badi.."
"Andate, zoticoni, andate... Gente che porta in giro i santi per le strade come...!"
Alle parole blasfeme, quelli del Comitato si segnarono. "Costui è veramente un prete eretico." Pensarono tutti, e tutti insieme spalancarono le porte della sacrestia, infilandosi a furia di spallate nella folla.
Quando la gente vide il presidente del Comitato, seguito dai suoi, salire i gradini dell'altare maggiore, capì che succedeva qualcosa di molto grave e fece immediatamente silenzio.
Tutti gli sguardi si appuntarono sulla faccia pallida e irata di Nicodemo che aveva aperto le braccia in un largo gesto: "La festa non si fa più. Il comitato si scioglie." Annunciò.
Dopo il primo momento di silenzioso stupore, qualcuno dalle prime file domandò:
"E perché mai?"
"Che cosa è accaduto?"
"Il parroco si è sentito male?"
"Sant'Antonio non vuole uscire dalla nicchia?"
"C'è che il parroco non vuole rispettare la tradizione del paese. Perciò io e gli altri del Comitato ci ritiriamo." Fu la risposta.
Gli ultimi, che non avevano sentito, si informarono dai primi:
"Ma che diavolo mai sta succedendo, oggi?"
"Il prete non vuole che i cavalli seguano il santo!" si rispondeva.
"Ma che razza di prete ci ha mandato Monsignore, se non conosce le costumanze?"
"Dice che la Confraternita deve stare di dietro e non davanti!"
"Matto è? ma quando mai?!…"
I commenti si diffondevano e si moltiplicavano; col chiasso aumentava la confusione.
Ad un tratto si udì una voce forte sovrastare tutte le altre: "Cacciamolo via!"
In un baleno il grido riecheggiò da ogni parte: "Cacciamolo via!"
La marea umana ondeggiò indecisa, poi si scatenò contro la sacrestia.
Fra i primi c'erano Peppe e Anselmo che iniziarono a dare spallate contro la porta che il parroco aveva sprangato.
Quando la serratura cedette, si trovarono faccia a faccia con donna Mariangela e le altre Dame, che brandivano minacciose vecchi crocefissi e candelabri di alpacca. Qualcuna si era armata di lamette da barba, trovate chissà dove - come si capì dopo dagli abiti trinciati.
"Pazzi siete? Mai pace né in terra né in cielo avrete, se oserete mettere le mani sopra un ministro di Dio!"
"Levatevi di mezzo, bigotte!"
"Eretici! Ecco che cosa siete, eretici! Eretici e scostumati!" si difendevano le Dame.
"Eretico è lui, con il diavolo che ci ha in corpo!"
"Preti come quello vanno impiccati!" replicavano dalla chiesa. Ed uno, con malizioso riferimento a donna Mariangela, aggiunse: "E anche altro, vorrebbero…!"
La resistenza durò appena il tempo di scambiarsi tali improperi. Però, frantumato il baluardo opposto dalle Dame, la gente riversatasi in sacrestia si avvide che il parroco era sparito. Inutilmente lo cercarono dentro gli armadi e nei mucchi dei santi smessi. Don Gesuino, vista la mala parata, scavalcata la finestra, era corso a barricarsi in casa sua.
Al prete non ci pensarono più:
"Che vada in malora! La processione la faremo lo stesso…"
Ma gli anziani obiettarono:
"Una processione senza prete è come senza santo."
Allora una donna lanciò l'idea, così, senza parere:
"E perché non ci mettiamo Chiccheddu? Sa leggere il Vangelo e sa guarire spaventi e malocchio meglio di un prete."
L'idea venne raccolta, brevemente discussa e accettata.
Nicodemo mandò la nipotina scema a cercarlo: doveva essere lì attorno.
Trovatolo, lo trascinarono in sacrestia dove lo misero al corrente della questione, intanto gli mettevano addosso i paramenti sacri.
"Ma io… io non sono degno… ecco… " si schermiva Chiccheddu. "E la Giustizia, poi?… " borbottava preoccupato.
Non aveva resistito a lungo. Infine, convinto e compiaciuto, si era inginocchiato segnandosi con un ampio lento gesto, chinandosi fino a baciare le tavole del pavimento, come aveva visto fare ai preti sull'altare.
"Sia fatta la volontà di Dio!" mormorò.
"Ora devi prendere sant'Antonio dalla nicchia e devi metterlo sulla portantina… " gli suggerirono Nicodemo e gli altri del Comitato.
"So io quello che si deve fare!" rispose secco Chiccheddu e avanzò lento e ieratico fino alla nicchia, aprì con compunzione rituale la teca a vetri dopo essersi segnato tre volte, si inginocchiò a recitare tre Pater, tre Ave e tre Gloria prima di toccare sant'Antonio che dall'alto gli sorrideva con gli occhi azzurri e gesto benedicente.
La gente si accalcava attorno, muta e riverente, osservando in ogni particolare il compiersi del rito. E quando il santo, se pure con una certa fatica, fu incastrato nella sua sede sulla portantina, i clamori di gaudio furono immensi.
"Soltanto un prete o un'anima benedetta da Dio può toccare sant'Antonio senza cadere fulminato… " spiegava ai giovani un vecchio barbuto.
Le donne piangevano di commozione.
La processione si compose nel piazzale di chiesa secondo la tradizione: la Confraternita davanti con il Crocefisso nero; i cavalli bardati a festa e il santo portato a spalla da quelli del Comitato; Chiccheddu coi paramenti sacri sotto il baldacchino di seta gialla frangiato d'argento; infine tutto il popolo, prima gli uomini, a capo scoperto, dopo le donne e i bambini.
"Meglio di un prete è!" commentavano, ammirando Chiccheddu nell'incedere lento e solenne, nell'intonare le preghiere con voce profonda di basso.
E per dispetto, la processione passò due volte nella strada di don Gesuino, il quale spiava dietro la finestra del primo piano, rodendosi impotente dalla rabbia.


S'AFFUMENTU

Il caso vuole che invece di andare da zia Giuannica, la raccomandata del guaritore, finisca in casa di zia Maddalena - una delle tante che praticano la magia de s'affumentu, del suffumigio.
Arrivo in tempo per assistere a un suffumigio rituale che verrà operato su una bambina di una decina di anni. S'affummentu, il suffumigio terapeutico è diffusissimo per risolvere is azzicchidus, gli spaventi, ma viene usato anche contro il malocchio e le fatture.
Zia Maddalena, vecchia incartapecorita, è ancora sana e vispa. Le attribuiscono una ottantina d'anni. Mi riceve cordialmente, facendomi accomodare nello scanno migliore. La cucina è pulita; il tetto di canne è appena brunito dal fumo che sfugge al camino - dove ora brucia un mucchio di frasche.
S'affumentadora, la terapeuta suffumigatrice siede su uno scanno molto basso, e la bambina su uno più alto di fronte a lei. S'affumentu non può aver luogo - non avrebbe valore il farlo - se non in un locale con due porte. Ciò perché l'ammalato "non esca da dove è entrato", perché uscendo dalla stessa parte da cui è venuto si riprenderebbe il male che aveva.
La vecchia prepara il materiale occorrente: una comune tegola di terra cotta, un mucchietto di brace viva a portata di paletta nel camino, un involto contenente palma consacrata la Domenica delle Palme, incenso, pezzetti di cera e fiori presi dall'altare maggiore dopo una funzione religiosa che li abbia benedetti. Infine, una bottiglietta contenente acqua santa.
Dopo avere spruzzato un po' d'acqua santa sul viso della bambina, s'affumentadora raccoglie le braci e le mette sulla parte concava della tegola. Quindi prende un pizzico della mistura benedetta, tenendolo tra le dita sospeso sulle braci mentre recita sommessa is brebus, le parole rituali. Traccia quindi tre segni di croce sulle braci lasciandovi cadere alla fine la mistura che tiene fra le dita.
Un fumo denso aromatico si sprigiona dalla tegola, che la guaritrice solleva verso il viso della paziente; e questa, immobile e come affascinata, ne viene avvolta. Intanto s'affumentadora recita altri incomprensibili brebus; infine versa dalla bottiglietta acqua santa sulle braci, che si spengono fumigando. Il vapore viene ugualmente insufflato dalla vecchia sul viso della azzicada, della piccola che ha preso uno spavento.
Si rimettono nuove braci sulla tegola e si ripete la stessa operazione per tre volte.
A conclusione, zia Maddalena spruzza ancora acqua santa sul viso e sui capelli della piccola paziente, raccomandandole, mentre se ne va, di uscire dalla porticina che dà sul cortile - dato che è entrata dall'ingresso principale.
Per le sue prestazioni non chiede denaro. Accetta offerte in olio, grano, formaggio.
E' possibile conoscere is brebus rituali?
Il solo chiederli è una sconvenienza. Ma zia Maddalena è tollerante. Sorride - non si capisce bene se per compatimento o lusingata dalla altrui curiosità. Dice: "Lei è istruito e io sono una donna ignorante. Ma lei, anche se studia tutta la vita, queste parole non potrà leggerle in nessun libro."


S'AFFUMENTU
Variante

M.A. una giovane donna madre di tre marmocchi mi accompagna da zia Gina e da zia Efisia che officiano una s'affumentu e l'altra s'aqua abrebada, secondo il rituale maurreddinu, della regione iglesiente. La mia accompagnatrice ha il più piccolo con sintomi di unu azzicchidu, di uno spavento abbastanza gravi: febbre, eruzioni cutanee, specialmente in testa, e sonno agitato.
Entriamo in una casetta rifatta a nuovo, linda e ornata di fiori come è difficile trovarne in questa zona del Campidano di Arborea. Zia Gina - come zia Efisia - è di origine iglesiente, figlia di un vecchio contadino-minatore in pensione.
Zia Gina è vedova, sui cinquant'anni. E' molto aperta al dialogo, quasi espansiva. Racconta dei suoi nove figli, tutti laboriosi e onesti. Il primo - dice con orgoglio - ha cavallo e carretta.
Sa quale uso intendo fare di ciò che vedrò. Affinché possa seguire meglio i particolari della cerimonia mi fa sedere a qualche passo da lei. Praticherà s'affumentu sul marmocchio di tre anni azziccau, che ha preso spavento.
Secondo la guaritrice - che ha osservato attentamente il piccolo, rilevando is pibisias in conca, le pustoline in testa - si tratterebbe di umbra. Umbra, spiega, è uno spavento ricevuto dall'anima di un defunto, anima morta, ed è differente da s'azzicchidu, dallo spavento causato da persone o animali, animas bias, anime vive.
S'affumentu di zia Gina, dell'Iglesiente, è una variante più semplice di quello precedente eseguito da zia Maddalena. Il malato-azzicau viene seduto su una seggiola e ricoperto dalla testa con uno scialle nero. Ai piedi del piccolo, sul pavimento, viene posata la tegola con le braci. La donna officia il rito in piedi. Per tre volte si fa il segno della croce, quindi recita i seguenti brebus:
"Aundi ses ti biu - ovunque sei ti vedo
ca t'happu affumentau, - che ti ho esorcizzato,
non timas, fillu miu, - non temere figlio mio,
a timongia e a lau - con incenso e alloro
a timongia e a cera. - con incenso e cera.
Sa santa Gruxi vera - La santa Croce vera
sa vera santa Gruxi: - la vera santa Croce:
Deus ti dongad luxi - Dio ti doni luce
luxi ti dongad Deus, - luce ti doni Dio,
santu Giuanni, Luca e Matteu. - san Giovanni, Luca e Matteo."
Recita tre volte i versetti mentre lascia cadere sulle braci le erbe aromatiche benedette - quelle che vengono sparse lungo il percorso della processione del Corpus Domini - incenso e cera. Quindi impone le palme delle mani sul capo del piccolo malato, esercitando continue e forti pressioni. Si china allora fino a sfiorare il capo del bimbo con le sue labbra e sullo stesso capo traccia con le labbra tre segni di croce. A conclusione - liberatolo dallo scialle che lo ricopriva - la guaritrice sputa tre volte sui capelli del pupo.
Zia Gina è la prima, e l'ultima, delle tante guaritrici visitate che ha svelato alcuni dei brebus magici.
Quale è il significato, e il potere, di questi magici versetti?
Dice: "Queste sono le parole che Nostra Signora aveva pronunciato quando il Bambino Gesù era scappato per andare nel Tempio, e Lei si era spaventata."


S'AQUA LICORNIA
Variante

Zia Efisia prepara s'aqua abrebada. Così viene chiamata l'acqua resa taumaturgica dai brebus, parole magiche rituali. Equivale a s'aqua licornia del rituale oristanese e a s'aqua medalla del rituale guspinese. Per s'aqua abrebada si usano tre chicchi di grano, anziché nove come nella variante oristanese, e inoltre tre grani di sale.
"No, non si possono svelare is brebus. Li ho appresi con un fiume in mezzo, io da una parte e chi me li ha insegnati dall'altra. L'acqua si è portata via le parole nel mare e nessuno le può conoscere. Non voglio male né a lei né a me: molte disgrazie sono successe per una vana curiosità."
Zia Efisia officia in piedi, col portamento del sacerdote davanti all'altare. E' nubile, sulla quarantina, molto devota. Vive - come si dice - inter domu e cresia, tra casa e chiesa.
Con le mani giunte, le braccia tese, leva alto davanti a sé il bicchiere d'acqua. Il suo gesto è lento misurato. Il suo volto è intenso assorto ieratico.
Sceglie con cura i tre chicchi di grano e traccia con ciascuno rapidi segni di croce prima di immergerli nell'acqua del bicchiere. Singolarmente, prende e tiene i chicchi di grano tra il pollice e l'anulare. Recita is brebus sottovoce, e il suo bisbigliare è intenso - mentre i suoi occhi si socchiudono e tra le ciglia balugina il bianco, e il suo volto appare teso come dolorante… Come con i chicchi di grano, ripete con i grani di sale.
Alla fine del rito, riprende la sua normale sorridente espressione. Fa uno strano effetto la sua voce dopo tanto intenso bisbiglio di brebus, intervallato da lunghe profonde silenziose gestuazioni. L'acqua del bicchiere è ora abrebada, resa taumaturgica. Usata nei dovuti modi guarirà malocchi o spaventi, oghiaduras o azzicchidus, o anche effetti di fatture non molto forti.
Nel caso descritto, un ogu liau, malocchio, che ha colpito una graziosa fanciulla sui sedici anni - forse toccata dal fluido malefico di qualche vecchio caprone jettatore che le provoca continui mal di testa e svenimenti.
Zia Efisia immerge il pollice e l'anulare nell'acqua del bicchiere e tenendoli sempre uniti e bagnati traccia con queste dita il segno di croce sulla fronte, sulla mano destra e sul piede sinistro della fanciulla. Quindi pesca i tre grani di sale, non del tutto sciolti, e glieli pone sulle spalle.
Congedando la fanciulla, le consegna metà dell'acqua affinché la beva; la rimanente la versa nel fuoco del camino. Spiega: "Va messa in luogo dove mai nessuno possa posare i piedi, per evitare che qualcun altro possa raccogliere il danno."


IS BREBEIS OGHIADAS

I pastori risultano particolarmente vulnerabili alle oscure trame di fattucchieri e oghiadoris, iettatori, senza scrupoli.
Il Sinis, la vasta penisola cui fanno capo le economie di base di alcuni paesi dell'Oristanese, fino ai tempi recentissimi, (1950), era utilizzato comunitariamente dai contadini e dai pastori. I quali, secondo una millenaria consuetudine, vi alternavano la coltura di cereali con il maggese per il pascolo. La sola comunità di Cabras (dall'antico toponimo Masoni de cabras, Ovile di capre), negli anni precedenti la seconda carneficina mondiale, contava un patrimonio ovino di circa 35.000 capi, ridotti (al 1950) a 7.000 - senza contare bovini ed equini, del tutto scomparsi. Il depauperamento - che continua verso l'estinzione - del patrimonio zootecnico tradizionale (ovini) è specialmente dovuto al dissennato processo di dissodamento delle terre incolte a mezzo trattori e ruspe, che negli anni tra il 1948-50 si proponeva di favorire i braccianti senza terra, e che invece, qui, ha finito per favorire e impinguare i già ricchi proprietari terrieri, ricacciando i pastori e le loro greggi su sempre più limitate e sterili superfici pascolative. La penisola del Sinis, ormai spoglia a mare della sua naturale vegetazione, è ancora qua e là punteggiata di masonis - termine che può tradursi con gregge ma che ha, qui, il significato più usuale di ovile, in questa zona, estremamente rudimentale: baracca o tettoia di frasche che riparano malamente dalle intemperie pecore e pastori, entro recinti di sterpi spinosi.
Non si può rientrare in paese ogni volta che si ammala una pecora. Le morie sono frequenti: le greggi vivono alla stato brado, soggette a tutte le intemperie, senza controllo sanitario. "L'avessero almeno i cristiani!" - commenta qualcuno. Così il pastore, da sempre, ha dovuto imparare a curare da sé le pecore.
Alcuni malanni che colpiscono le bestie vengono spesso attribuiti ai fattucchieri e a is oghiadoris, agli iettatori. I pastori proteggono il loro bestiame con su pinnadeddu, l'amuleto contro il malocchio, inserito nella correggia del sonaglio o appeso intorno al collo con una fettuccia verde (anche questo colore ha di per sé poteri esorcizzanti). In particolare vengono così protetti i capi selezionati, che si presume siano quelli maggiormente presi di mira da gente invidiosa o comunque malefica.
Indipendentemente da tale precauzione, quando una o più bestie si ammalano si manda di corsa un pastorello in paese. Non dal veterinario, che vive in città e non è facilmente reperibile, e che anche a trovarlo e a convincerlo a venire costerebbe più di quanto non valga la bestia malata; si va dal fattucchiere, che faccia d'urgenza s'aqua licornia. Il fattucchiere ha pertanto il vantaggio sul veterinario di poter curare a distanza e di costare poco o nulla.
L. M. A., pastore quarantenne di Nurachi testimonia:
"Certamente c'è qualcuno che fa quelle cose (oghiaduras e fatturas)… Quest'anno (1960) ho avuto dieci pecore sgravate prima del tempo, una dietro l'altra nello spazio di pochi giorni, e cinque altre mi sono morte in una notte. Certo è ogu, malocchio o fattura. Quando succede noi andiamo da quelli che sanno fare s'aqua licornia, l'acqua taumaturgica, e la spruzziamo addosso alle bestie o la mettiamo nell'abbeveratoio, e quasi sempre ci siamo trovati bene. Agli agnelli specialmente usiamo mettere su pinnadeddu, un pezzo di corno, anche di montone. Con quella roba sono più salvi…"


SA SPIRIDADA

Is ispiridadas, le spiritate, le invasate da spiriti, costituivano una categoria influente, dato anche il loro numero limitato, nella medicina popolare. In questo campo avevano la funzione di svelare le cause di mali oscuri, per lo più causati da fatture, mali che i comuni guaritori non erano riusciti a risolvere.
Ma assai più spesso le consultazioni a is ispiridadas, che possiamo definire di tipo oracolare, avevano lo scopo di conoscere trame esistenziali segrete (amori corrisposti o meno; nascite da tempo attese; esito di viaggi; investimenti patrimoniali) nonché notizie su preziosi persi o rubati o su persone care scomparse e predizioni sul futuro.
La funzione di is ispiridadas in quest'ultimo ruolo ricorda quello di alcune famose sacerdotesse del dio Apollo, quali la Pizia a Delfi e la Sibilla a Cuma.
Pur senza eguagliare la fama degli oracoli greci e romani dell'antichità, operava in tempi moderni, in Sardegna, sa spiridada de Masuddas, divinatrice di Masullas. Ancora qualche decennio fa, i supplici con i loro cestini colmi di ogni ben di dio facevano la fila per sentire l'oracolo. Come è noto, nell'antichità, un sistema di consultazione oracolare era quello della incubazione, consistente nella pratica di stendersi a dormire e attendere la risposta del dio mediante il sogno. Sa spiridada de Masuddas usava rispondere ai postulanti mettendosi a letto a dormire, e nel sonno parlavano per sua bocca gli spiriti che aveva in corpo. Sempre in tempi recenti era nota una spiridada anche nella città di Oristano. A questa fa riferimento la testimonianza che segue.
O. P., contadino, di trentacinque anni:
"Un fatto che mi è accaduto mi ha messo sulla strada di crederci. Mia moglie era malata. Era incinta di quattro mesi. La visita un dottore e non la riconosce. Neanche la levatrice la riconosce. Una vicina di casa, Maria S., un giorno mi aveva detto: "Vai a Oristano dove c'è una donna grassa che ti può aiutare." Io ci sono andato. Ho trovato il posto e mi ha fatto entrare. "Levati il berretto e fatti il segno della croce!" mi ha detto. Io le ho dato la fotografia di mia moglie, senza dirle però che era mia moglie. Lei l'ha presa in mano e ha cominciato a soffiare con la bocca e col naso, con gli occhi chiusi come se le fosse preso un attacco di epilessia. Ci aveva le vene del collo grosse come il pugno, ci aveva… Io mi ero tutto spaventato. Dopo mi ha detto: "Questa donna è malata da molto tempo e sta spendendo un mucchio di soldi inutilmente coi dottori, e nessuno la sa guarire…" Aveva indovinato tutto, aveva. Poi ha detto ancora: "La donna è incinta e farà un parto bellissimo, senza nessun disturbo…e questa è tua moglie." Ho avuto paura sul serio, quando le ho detto di no, che non era mia moglie, perché lei ha gridato forte: "Perché mi dici bugia? questa è tua moglie!…" Questa donna non è ni bruscia ni coga, né fattucchiera né strega, ma una spiridada che fa ancora su spensoriu de sant'Antoni (forse il pendolo di sant'Antonio, cui si ricorre per ritrovare oggetti smarriti - n.d.A.). Non so come fa, esce fuori di conoscenza, tutta bagnata di sudore, soffiando dal naso, e non bisogna parlare, solo se interroga lei. Hat a portai tiaulus in corpus! Porterà diavoli in corpo!"
Oristano, 1961


TESTIMONIANZA I

E. M. laureata, di Oristano.
"Quando sento parlare di fattucchiere, di stregoni mi viene da sorridere. Molte persone si scandalizzano di essere chiamate con tali appellativi, anche se nella loro semplicità compiono azioni che solo fattucchierie si possono chiamare. E poi che male fanno? Suggestionano il malato e questi è convinto che quell'erba o quell'acqua gli hanno fatto del bene. Un mal di capo, una svogliatezza possono non essere un vero e proprio disturbo fisico. E allora? Non c'è forse della poesia in questa primitività?
Di solito sono i bambini che vengono guariti. E chi non ama i bambini e cerca per loro tutti i rimedi?
"Io sono cresciuta in mezzo a questi riti; eccome, ci credevo! Quando la sera, bambina, stanca di giocare rientravo in casa, accanto al caminetto affumicato, nella semioscurità distinguevo il volto triste di mia madre e posandole la testa sul grembo, desiderosa di essere considerata, le dicevo: "Mamma, mi fa male la testa, mi faccia l'acqua bella." Ed ella, senza accarezzarmi, mi rispondeva: "Lascia, figlia mia, domani viene zia Grazia e te la fa lei l'acqua bella e tu guarirai." E io sollevavo la testa ed ero già guarita. Ma non lo dicevo. E il giorno dopo, quando veniva zia Grazia mi lamentavo subito, prima che mia madre se ne dimenticasse.
"Quasi un quarto d'ora durava la preparazione de s'aqua patena, dell'acqua medaglia. Dopo, lei stessa me la metteva sulla fronte, immergendo nel bicchiere l'indice e il pollice, segnandomi con esse delle piccole croci, e poi sul mento, sulle orecchie, sul collo, sulle mani… e mai nessuna carezza mi era parsa più dolce.
"Anche mia madre sapeva fare s'aqua patena, ma non aveva una patena, medaglia, così bella e grande come quella di zia Grazia, e poi le sue dita erano ruvide e mi davano fastidio… ma quella vecchia! oh, come la ricordo…"

Nota. La testimonianza di E. M. è illuminante nella funzione che alcuni riti terapeutici popolari hanno nella risoluzione di traumi e frustrazioni psichici infantili. E' abbastanza chiaro che nella piccola E. M. si è prodotta una depressione psichica dovuta a carenza affettiva da parte della madre e che la stessa piccola ritrova un equilibrio operando il transfert nella vecchia guaritrice.
Che non vi fosse un rapporto affettivo soddisfacente con la madre si rileva chiaramente. Quando la piccola cerca un contatto appoggiando la testa sul grembo della madre, attirando la sua attenzione col pretesto del mal di testa, si sente rifiutata perché non le viene fatta l'acqua bella, né riceve una carezza.
Viene a mente lo psicologo Spitz, il quale, nei suoi studi sull'età evolutiva, sostiene che spesso, quando vi è un rapporto affettivo carente, il bambino attira le attenzioni della madre, provocando certi fenomeni che intuisce o sa che muovono immediatamente la sua preoccupazione - nel nostro caso il mal di testa.
La presenza della guaritrice zia Grazia è risolutrice di depressioni anaclitiche, che a lungo potrebbero sfociare in nevrosi gravi, che vengono evitate col transfert - le dita della madre erano "ruvide e mi davano fastidio" mentre quelle della zia Grazia erano "una carezza come mai nessuna mi era parsa più dolce".


TESTIMONIANZA II

P. D'A., laureato, di Oristano.
"Io ci rido su. Ma ci sono dei fatti che fanno dubitare. A mio suocero, un po' agricoltore e un po' pastore, è accaduto di recente un fatto singolare. Possiede un bel montone, di quelli selezionati. Un giorno, il servo pastore viene ad avvertirlo che il montone si è ammalato. Non si regge in piedi, sembra stia per tirare le cuoia. Non è roba da chiamare dottori - dice il servo - deve essere malocchio, così bello com'è; e bisogna fargli subito s'aqua licornia. A mio suocero piangeva il cuore, per il suo montone. Lui, come me, non ci crede; però ha voluto tentare, dando retta al servo pastore. Bene: ha fatto fare s'aqua licornia, l'hanno spruzzata addosso al montone, che lì per lì si è alzato, guarito, sano più di prima… Come si fa, davanti a fatti come questi, a non dubitare?"


TESTIMONIANZA III

R. S., studentessa, di Santa Giusta.
"Ero stata a trovare una puerpera che si era alzata da poco dal letto. Nell'entrare vidi che le porte e le finestre erano spalancate, e mi affrettai a chiuderle perché la madre e il piccino non prendessero un malanno. Ma una vecchia autoritaria, che trafficava nella stanza, me ne distolse, imponendomi di sedere e di tacere. Ero arrivata mentre si celebrava un rito solenne: su affumentu po sa partoxa, il suffumigio per la puerpera.
La madre, con la piccola creatura in braccio, era in mezzo alla stanza. Per terra vi era una tegola con delle braci vive, su cui bruciavano erbe aromatiche, timo, rosmarino, menta e palma consacrata, miste a sale che scoppiettava e a zucchero. Dal tutto si sprigionava un fumo denso e aromatico, e su questo, per tre volte, la madre fece passare tenendolo fra le braccia il bambino, descrivendo una croce. Poi, per altrettante volte, ella stessa passò scavalcando la tegola fumigante, descrivendo ancora delle croci. Infine, sedette in un angolo, mentre le braci, vivificate dalla corrente d'aria che passava attraverso la porta e le finestre aperte, finivano di consumare le erbe. Non è l'unica volta che ho assistito a questo rito."

Nota. Il rito di s'affumentu, come si è visto, non ha mai valore diagnostico come l'aqua licornia, o abrebada, o patena, ma soltanto terapeutico, risolutore di disturbi non gravi della sfera emotiva (spaventi) o provocati da malocchio o fatture semplici. In questa testimonianza lo ritroviamo in una variante riservata alle puerpere. La tradizione popolare vuole che anche Maria Vergine si sia fatta affumentai, suffumigare, prima di riapparire in pubblico dopo la nascita di Gesù.


TESTIMONIANZA IV

Per fattucchiere si dovrebbe intendere, a rigore di termine, colui che fa le fatture; e per guaritore, colui che disfa le fatture, che ne guarisce gli effetti. La gente usa il termine fattucchiere (cogu, brusciu e anche fattucchieri) tanto per chi fa, quanto per chi disfa le fatture.
In altre parole, nella credenza popolare, colui che possiede il potere di guarire possiede anche quello di ammalare. E' il concetto elementare e profondo del perenne dualismo che è nell'uomo, mai totalmente buono o totalmente cattivo.
La fattura provoca danni più gravi e complessi del malocchio. Il malocchio viene dato da alcuni individui, quasi sempre maschi di una certa età, detti oghiadoris, iettatori. Costoro possiederebbero umbra de coloru, fascino di serpente. La loro azione malefica può esplicarsi anche involontariamente, e di norma, toccando l'oggetto o la persona caduti involontariamente sotto il loro influsso, evitano i possibili danni di s'ogu liau, della iettatura.
La fattura invece è sempre volontaria, e presuppone conoscenza delle arti magiche - oltre, logicamente, il possesso della cosiddetta forza o fluido, come spiegano alcuni.
La fattura può colpire chiunque o qualunque cosa. Si ritiene che i rimedi siano rari; la disgrazia è data quasi come irreparabile. C'è una sola e unica via di salvezza: trovare la fattura e farla sciogliere dalla forza o fluido di un fattucchiere, che nelle arti magiche abbia più conoscenza di chi l'ha fatta.
La fattura si fa con un pupazzetto che rappresenta il soggetto da ammaliare, da colpire per ferire o per uccidere. Con il progresso, il pupazzo viene anche sostituito con una fotografia. Per tale ragione - credo - si è molto gelosi della propria immagine stampata.
Nel maggior numero dei casi sono le donne a essere oggetto di fattura. In primo piano le giovani da marito; vengono poi le vedove e le donne in menopausa. Infine i bambini, anch'essi in larga misura.
Come materia per costruire il pupazzo, si usa su carrucciu de figu morisca, la pala del ficodindia, ritagliata configurando una sagoma umana stilizzata. Oppure, lana o cotone o lino non filati. Il pupazzo che se ne ottiene si trafigge con spini, spilli o chiodi. Nel cuore per ammalare d'amore, nel capo per produrre nevralgie o far uscire di senno, nelle articolazioni per provocare artriti o paralisi, e così via.
Non è facile penetrare nel mondo della fattura. Se i fattucchieri-guaritori sono noti e facilmente avvicinabili, i fattucchieri-ammalatori è assai arduo conoscerli - pur non essendo di numero inferiore ai primi, anzi potrebbero logicamente individuarsi gli uni negli altri. Ciò è ovvio: colui che fa o fa fare la fattura per danneggiare un nemico o per sedurre una fanciulla riottosa o accalappiare una vedova danarosa e sospettosa, non ha nessun interesse a raccontarlo in pubblico. Chi subisce la fattura può avere dei dubbi, ma non saprà mai con certezza per mano di chi è rimasto affatturato.
Oristano, 1962


TESTIMONIANZA V

La signora T., quarantenne, di Riòla, sposata a un agiato commerciante, costretto dal suo lavoro ad assentarsi di frequente, è spesso malata. Ella è convinta che il suo male - che i medici non riescono né a diagnosticare né ad alleviare - sia dovuto a una fattura.
Di recente si è recata nel Nuorese, dove esercitano alcune famose spiridadas, invasate da spiriti, capaci di sciogliere i malefici, oltre che divinare il passato e il futuro. L'esito è stato negativo. Ultimamente ha conosciuto un fattucchiere di Oristano, sul quale la donna ha riposto le sue ultime speranze.
Qualche tempo dopo, la donna, non si sa fino a che punto casualmente, ha trovato nel proprio cortile, malamente ricoperta di terriccio, una fattura: una rozza bambola, con spilli e chiodi conficcati nel capo. Immediatamente, senza toccare la fattura, viene chiamato il fattucchiere oristanese. Costui raccoglie la fattura, la esamina attentamente e a lungo, e dichiara infine che è stata fatta da una forza molto grande, e che per scioglierla sono necessari molto tempo e molti soldi. Egli promette che tenterà con tutta la sua arte. Così, in breve tempo, egli ha ricevuto per prestazioni professionali, oltre trecentomila lire.
Riòla, 1963


S'AFFUMENTAU
IL SUFFUMICATO

In fondo alla cucina, nel tratto tra l'angolo e il focolare, deposto sulla stuoia di falasco, ricoperto di orbace bianconero, Roberto, dodici anni, rabbrividisce di febbre.
Tre giorni fa è venuto il medico. Otto chilometri con il calesse. Piccoletto rubizzo, barbetta, occhiali, borsa e odore di tintura di iodio. Un batter di nocche sulle costole scarne, un pigia pigia nelle viscere, una guardata in fondo alla bocca spalancata. Borbottii e scuoter di capo: probabile tifo. Succo d'arancia e di limone con zucchero e una pastiglia gialla ogni quattro ore.
Zia Elvira, quando le faccende di casa glielo consentono, siede sul pavimento, a lato della stuoia. "Figlio mio, tu stai bruciando!" dice accorata, e allunga una mano al panchetto, prende la tazza dell'acqua zuccherata, solleva il capo del fanciullo. "Bevi, figlio mio. Bevi che ti passa la febbre."
Maria, quindici anni, la più grande della nidiata, seduta vicino alla porta che dà nel cortile, rattoppa calzoni gonne maglie. Ha una pertica accanto, che impugna e agita ogni tanto verso l'uscio per tenere lontano galline e conigli. E ai bambini dice: "Andate via, andate fuori a giocare voi. Andate via, che Roberto ha la bua grande e si attacca anche a voi."
E i fratellini ignari a correre rumorosi in frotta nel cortile assolato, a punzecchiare con una canna il tacchino che gurguglia dispettoso gonfiando la pappagorgia, riaffacciandosi ogni minuto sull'uscio della cucina: "Mamma, ho fame, dammi pane."
"Credete che si trovi a ogni angolo di strada, il pane; benedetti ragazzi! stomaco senza fondo avete. Tieni una fetta, tieni anche tu… Meglio spendere in pane che in medicina… Bevi, Roberto. Come ti senti? Neanche la forza di parlare hai. Bevi, Roberto. Come sei caldo, figlio mio bello!"
All'imbrunire, ziu Efisi rientra dalla campagna con il giogo dei buoi. Depone in silenzio la bisaccia sopra il tavolo. "Ave Maria", saluta, e siede ai piedi di Roberto - senza neppure un sculacciata affettuosa alla turba dei bambini che frugano la bisaccia, per i cardi e le lumache.
"Ci mancava anche questa, Sant' Iddio, ci mancava! con il cielo senza una nuvola e il grano giallo, fiorito prima del tempo."
"Come Dio comanda", dice comare Assunta in visita di dovere, seduta di fronte a zia Elvira, con le mani sul grembo. "E sa mexina 'e s'ogu, fatta fare gliel'avete?"
Ci aveva pensato ieri, zia Elvira. "Malocchio gli hanno fatto, al fiore della mia casa! Gente invidiosa del mio bene, dev'essere stata." E aveva mandato Maria di corsa da zia Cabriolu, la vecchia che possiede medaglie miracolose e conosce is brebus.
Tre chicchi di grano e tre chicchi di sale si immergono nell'acqua limpida del bicchiere. Novantanove segni veloci di croce tracciati con la medaglia di ottone lucente. Infine, is brebus misteriosi compiono il prodigio. Miracolosa è l'acqua conservata nella fiaschetta che Maria stringe al petto sotto lo scialle. "Che il bambino ne beva tre sorsi oggi e tre domani e tre posdomani. Con la restante che gli si segnino la fronte, le labbra, il cuore, e poi la palma delle mani e la pianta dei piedi. Ciò che dovesse avanzare di quest'acqua abrebada la si versi sul fuoco."
Ogni notte, zia Elvira stende un'altra stuoia accanto alla stuoia di Roberto. "No, non ti lascio solo, cuore mio, a bruciare di febbre. Ti tengo la fronte con le mie mani, per farti passare il male. Che passi a te che sei piccolino e venga a me, che ho l'ossa dure io…"
"Nelle mani di Dio siamo. Lui ci ha fatto e noi dobbiamo abbassare la testa sotto il Piede suo," dice comare Giuseppina, anche lei in visita di cortesia, accoccolata curva sotto lo scialle nero. "E sa mexina 'e s'azzicchidu, fatto fare gliel'avete?"
"Eh, sì, qualche foruncolo in testa già ce l'ha. E anche nel collo ne ha. L'ho guardato bene in tutto il corpo. Sì, durante la notte lo vedo scuotersi d'improvviso, spalancare gli occhi e le braccia e anche gridare, lo sento… Qualche spavento grande deve aver preso, il garofano bianco del mio giardino. Dimmi, chi è stato a darti spavento, usignolo della mia primavera? Dimmi, che cosa è stato a darti spavento, vigna della mia tanca?"
Gliel'hanno fatto fare di pomeriggio, s'affumentu contra s'azzichidu.
Le donne hanno avvolto il fanciullo in una coperta e l'hanno seduto su uno scanno a lato del camino acceso, di faccia a zia Cabriolu accoccolata per terra. Ciondola prostrato, il capo di Roberto, e Maria amorevolmente lo sostiene.
"Non timas, fillu miu, / aundi ses ti biu / ca t'happu affumentau; / non timas, fillu miu, / a timongia e a lau, / a timongia e a cera. / Sa Santa Gruxi 'era, / sa vera Santa Gruxi: / Deus ti 'ongat luxi, / luxi ti 'ongat Deus, / santu Giuanni, Luca e Matteu".
Stanno in disparte i bambini, in silenzio, attenti al compiersi del rito, con la fetta del pane sbocconcellata dimenticata nella mano pendula.
Le erbe aromatiche bruciano fumigando sulle braci vive raccolte nella tegola: cera dell'altare maggiore, fiori della santa Patrona, incenso della sacra Arca e palma benedetta della Settimana Santa. Il fumo denso aromatico avvolge il viso lacrimoso di Roberto, si diffonde per tutta la cucina.
"Piangi, figlio mio, piangi. Piangi e tossisci. Che lo spavento grande ti esca dal cervello e dal cuore e se ne ritorni ai diavoli che lo hanno partorito! Piangi e tossisci forte, spiga dorata del mio campo! che lo spavento brutto ti esca dalle viscere e possa tu dormire senza incubi, germoglio della mia terra! Sputa lo spavento nero, che devi crescere e lavorare, figlio mio. Oh, che tu possa vedere mucchi di grano alti come montagne nelle aie d'agosto e greggi tante, spinte dai cani e dai bacoli, da meravigliare Orune!"
Ziu Efisi, ogni notte, cena accanto alla stuoia di Roberto, con la scodella delle fave lesse sulle ginocchia.
Non piove da mesi. Il cielo è sempre terso, di un azzurro sfocato all'orizzonte; le zolle si sono fatte grigie, dure come cenere impietrita.
"Lacrime non ce ne sono più, figlio mio: non ce ne sono per la tua febbre, non ce ne sono per l'arsura del tuo grano. La volontà di Dio sia fatta!"
Mogoro 1945


CAPITOLO TERZO
ALL'INTERNO DEL BENE E DEL MALE


SU BENTU DE SOLI
IL LEVANTE

Io del veterinario sono nemico, perché bestiame nel mio poco ne ho sempre allevato, qualche bestia ce l'ho ancora e ne allevo. Quando vedo una bestia malata, guardo un pochino di che si tratta. Il maiale, per esempio, è soggetto soprattutto alla polmonite, lo conosco da lontano se soffre la polmonite… Ci sono veterinari che non lo riconoscono. Io ho un nipote veterinario, laureato cinque o sei anni fa, che viene spesso a trovarmi. Tempo fa avevo una scrofa prossima al parto e non so come si è buscata la polmonite. Viene questo mio nipote mentre ero intento a riscaldare dei sacchi di sabbia e di crusca per metterli sui fianchi della scrofa, sdraiata per terra. Mi ha visto e dice: "E che cosa sta facendo, zio?" "Cosa sto facendo?! sto curando questa scrofa perché si è presa la polmonite." "Ma chi te lo ha detto?" Lui risponde. "Chi me lo ha detto? Io l'ho detto. La conosco abbastanza bene, la polmonite è una cosa lampante, si vede a occhio nudo senza usare strumenti, dal respiro, si vede…" "Ma che cosa ne vuoi sapere tu che non hai studiato?… " "No? Aspetta un pochino. Tu hai ragione che io non ho studiato, però sono stato allevato in mezzo a questo bestiame e ne ho avuto tante di quelle esperienze e io uso questo sistema: quando la bestia è colpita da polmonite bisogna riservarle un posto caldo al massimo e non farle prendere colpi d'aria, perché un colpo d'aria la fulmina. Io qui chiudo per bene, aria non ne deve entrare per niente e sono convinto di rianimarla così." E lui dice: "Ma no, zio, aspetta che vado a prendere un paio di punture…" "No, no, lascia stare le punture, sono cose tue, alle cose mie ci penso io, non inserirti…" E difatti ce l'avevo fatta.


SA CRASTADURA
LA CASTRAZIONE

Una volta, tempo fa, dietro sua insistenza, l'anno che si è laureato, ho voluto usare il sistema dei veterinari quando si deve fare la castrazione del maiale maschio, perché da adulto, se non è castrato, la carne non è buona, ha un odore… e un saporaccio insipido, non si può mangiare, quindi per il maiale da macellazione si deve fare la castrazione. In altri tempi si castrava e basta, invece adesso si usa la puntura antitetanica, prima della castrazione, per evitare infezioni. Io questo lavoro lo sto facendo da quando avevo tredici quattordici anni, me lo aveva insegnato un uomo di Sinnai, ziu Pascali Cuccu, e questo qui però mi disse: "Guarda, devi fare così e così". Me lo ha fatto vedere e dopo me lo ha fatto fare. Però ricordati di questo: se soffia il levante guai a fare questo lavoro perché è pericoloso, ti muore la bestia." Io ho sempre avuto queste preoccupazioni prima di fare il lavoro, mi guardo bene che non stia soffiando il levante… Dunque, proprio l'anno che si è laureato mio nipote, ne avevo tre da castrare, in casa. Uno era grande, dell'età di quattro anni, gli altri due erano piccoli, di un annetto circa. Vado da mio fratello e gli dico: "O Giovanni!" "Aou!" "Lo sai se Pinuccio deve venire questi giorni che ho tre maiali da castrare e vorrei che mi procurasse le punture antitetaniche? Le ho cercate in farmacia qui e non le ho trovate." "Gli telefono e ti do una risposta." Il padre gli ha telefonato e mio nipote Pinuccio gli ha detto: "Vengo domenica, dì a zio che mi aspetti che io arrivo con le punture, perché qui le abbiamo". Allora mio fratello mi ha detto: "Ascolta, fai una cosa, faglielo vedere tu a Pinuccio come si castra un maiale, perché lui è prossimo a laurearsi ma non ne ha ancora fatto di questi lavori. Faglielo vedere e fagliene fare uno anche a lui." "Va bene, va bene", ho detto. Infatti, la domenica è arrivato presto, è venuto a casa, ha salutato, e io gli ho detto: "La sai una cosa? Il lavoro non lo facciamo più". "Perché?" "Sta soffiando il levante". "Ma zio, anche tu sei come mio padre, credi ancora a queste cose… Ma che c'entra il levante col ponente e col maestrale? non c'entra niente. Ci sono le punture qui, no?" "No, non lo faccio il lavoro, perché questo vento di levante è nocivo per tutto." "Ma non farci caso, che non è niente". "E io invece ti dico che è così". "Ma non è vero affatto". "Beh", gli ho detto io, "allora facciamo una cosa, li facciamo, anche se muoiono tutti e tre, per insegnarti a castrare, perché sei venuto apposta per questo, no?" E così abbiamo fatto. Bene, abbiamo fatto la puntura, due li ho castrati io, uno lo ha fatto lui, gliel'ho fatto fare io, gli ho fatto vedere prima come si fa… fai così e così… lui era un po' affifato…" "Non affifarti, fai così e così, anche se muore non fa niente, non succede nulla, ce lo mangiamo…" gli dicevo. Comunque, non sono morti, però hanno preso il tetano tutti e tre, nonostante la puntura. Una cosa che a me non è successa mai, senza fare la puntura. Allora, per salvarli ci ha dovuto pensare lui, a forza di penicillina e altri diavoli. Però il tetano lo hanno preso, quindi vuol dire che il levante per queste questioni è molto pericoloso…


SU TRIGU
IL GRANO

Quando sta maturando il grano, se soffia il levante lo fallisce, lo distrugge. Da tempi antichi, molti esperti coltivatori sanno che nel momento della maturazione del seme il levante ddu fait ottizzu, ddu avvallit - naraus nosus in sardu, lo vuota, lo rinsecchisce - diciamo noi in sardo… Luna crescente gobba a ponente, luna calante gobba a levante…così si dice? I lavori della terra sono legati, eccome! alla luna. Tutti i contadini esperti di un tempo osservavano queste cose, il vento… Anche nella semina, per esempio, se stava soffiando il levante e se ne poteva fare a meno, non si seminava. Ecco qui. Questo è uno. Poi, possibilmente, seminavano sempre a luna piena. Quando la luna ha fatto il suo ciclo, ha girato, dopo quattordici giorni, allora fa la luna piena: al quattordicesimo giorno usano fare la semina. Però attenzione che non soffiasse il levante. Se oggi soffiava il levante e dovevano seminare la terra smettevano e aspettavano che smettesse. Dopo un paio di giorni seminavano. Però sempre a luna piena.


SU PRESUTTU
IL PROSCIUTTO

Guai, guai al levante. Io per fare il prosciutto ci sto attento. Nella nostra zona specialmente è sommamente pericoloso, ci vuole moltissima attenzione, perché si guasta. Io ho imparato a fare il prosciutto da quando ero giovanotto; lo faccio, lo faccio tutti gli anni a casa e ci sto molto attento. Il giorno che devo macellare il maiale, se non soffia il maestrale io non lo macello. Aspetto che soffi il maestrale. Mi preparo tutto prima e il giorno che soffia il maestrale macello, perché la carne si asciuga subito. Invece se c'è il levante e si macella il maiale e lo si appende, all'indomani quando si taglia la carne la si vede sgocciolare acqua… Se invece si macella quando sta soffiando il maestrale questo non succede, si asciuga direttamente. Anche le salsicce non vengono bene… Il prosciutto è sicuro che nelle nostre zone specialmente con il levante va male, perché noi qui in Campidano siamo poco più del livello del mare e quindi abbiamo un'aria più pesante che nel Capo di Sopra. Perciò non sempre il prosciutto riesce, bisogna stare attenti. Io che queste precauzioni me le prendo sempre, il prosciutto lo faccio da moltissimo tempo e a me non si è guastato mai… Qualche prosciutto è vero ha tentato di guastarsi, io lo conosco, lo controllo tutti i giorni oppure un giorno sì e uno no: a me non mi frega, no, balla! Lo busso, come si bussa la pezza di formaggio. Si bussa. Se tende a guastarsi, allora fa il suono vuoto. Allora cosa si fa? Si prende il coltello e si apre. Si vede il pezzo che sta tentando di andare in malora, si taglia e si butta via. Si condisce di nuovo nella parte tagliata, e così si salva. Anche nel Capo di Sopra, anche lassù se ne guastano. A Orgosolo che è Orgosolo. A Villagrande, ad Arzana che sono paesi famosi per i prosciutti, anche lì se ne guastano. Si vede che quelli che li fanno qualche volta si fidano perché hanno aria buona. Ripeto che la macellazione del maiale per provvista di famiglia o che si deve conservare per vendere o per fare prosciutto: mai quando soffia levante.


SU MESTRUU
IL CICLO MESTRUALE

Un'altra cosa: se c'é una donna di mezzo che deve mettere le mani nella lavorazione della carne del maiale, se deve aiutare l'uomo a fare determinati lavori, si deve essere sicuri che non abbia il ciclo, perché altrimenti è una cosa pericolosissima che a quanto pare fa l'effetto del levante. Lo stesso per il pane e per il formaggio e per i dolci… per tutte le cose che vengono conservate. Molti a queste cose non ci credono, non ci prestano fede, dicono che è impossibile. Invece è vero.


PANI E DURCIS
PANE E DOLCI

Qualche anno fa si è sposata un'amica di famiglia nostra. Siccome noi abbiamo in casa il forno sardo, che mi sono fatto io, ci hanno chiesto il favore di lasciarli fare il pane e i dolci delle nozze, dato che gli invitati erano molti. C'erano cinque o sei giorni facendo questo lavoro, dolci e pane di moltissime qualità, e sono venuti meravigliosi. Un giorno che non ero di lavoro, rientro a casa e trovo tutte queste donne allarmate, imbestialite e inquiete. "Che cosa ci avete?" dico. "Oggi abbiamo fatto due infornate di dolci e non sono venuti, sono rimasti schiacciati", dicono. "E allora che cosa gli è successo?" dico io. "E che cosa gli è successo? Il perché noi non lo sappiamo". "Ma non lo avete visto il vento?" "E che cosa vuol dire?" "Vuol dire che è levante, e per questo non ci siete riuscite." Ed era così: un levantaccio caldo stava soffiando e i dolci non erano riusciti. Quindi vuol dire che il levante è nocivo per tutto.


SU CASU
IL FORMAGGIO

Questa è una cosa ormai stabilita. Io ho lavorato diciassette campagne in caseificio, e quando soffiava il levante il formaggio gonfiava sempre. Invece, quando o era calmo il vento o era maestrale, il formaggio veniva bene.

(Testimonianze di pastori e contadini del Sarrabus - 1982)


S'OGHIADURA
IL MALOCCHIO

S'oghiadori è chi anche senza volere liat ogu, dà il malocchio alle persone, agli animali e anche alle piante, tanto più se sono belli o pregiati o rari.
Contro s'ogu liau si fa sa mexina de s'ogu, la medicina contro il malocchio. Si usa anche il fiocco verde.
Sulla questione del malocchio in casa mia è successo questo. Cinque o sei anni fa, non ricordo bene, avevo in casa quattro scrofe figliate e dovevo macellare i maialetti per Pasqua. Siccome per dormire al maialetto piccolo non si mette mai paglia, perché assorbe la polvere e lo intossica, per tenerli puliti e in salute ci vogliono frasche di quercia o altrimenti carcuri, saracchio, quell'erba che cresce nelle paludi. Quindi ho detto a mio figlio, domenica mattina andiamo in campagna con il carretto e prendiamo un po' di frasche di quercia e le mettiamo ai maialetti, perché li voglio puliti per Pasqua ché li devo macellare.
Prima di partire ho dato da mangiare alle scrofe. Hanno mangiato bene e siamo partiti la mattina presto. Siamo andati vicino, tre chilometri dal paese, abbiamo tagliato un po' di frasche, le abbiamo messe nel carretto e siamo tornati in paese. Siamo arrivati verso le dieci, dieci e mezzo, abbiamo staccato la cavalla e subito abbiamo messo le frasche dentro le loggette delle scrofe. Come mi sono affacciato dentro, ho visto la prima scrofa con i peli della schiena dritti così… i maialetti tutti che si attaccavano alle mammelle, ma lei non allattava. Dava sintomi di malessere, e c'era un maialetto morto. Accidenti! che cosa ci avrà questa qui? ho preso il maialetto morto, era sui cinque sei chili di carne… Guardo l'altra scrofa: la stessa cosa. Come la prima, così la seconda. Era nervosa e non allattava i figli, che grugnivano tutti quanti. E uno anche lì era morto. Le altre due scrofe ugualmente, tutte e quattro così. Però maialetti morti ce n'erano soltanto due. Ho chiamato mia moglie: "Vieni qui, che cosa hai dato ai maiali?" "Io niente, non gli hai dato da mangiare tu prima di uscire?" "Sì, ma guarda come sono…"
Beh, per farla breve, sono andati male tutti quanti, questi maialetti. Erano trentadue, quattro scrofe avevano trentadue maialetti, me lo ricordo sempre. Non ho aspettato che morissero tutti, molti sono morti da soli, gli altri li ho macellati io. Come li ho aperti avevano la membrana che copre il cuore piena di sangue. Tutti quanti così. Più avanti, mia moglie, pensandoci, dice: "Ma, ci è venuto Eugenio... si è affacciato, li ha guardati… Ogu ddi s'hat pigau! e io non ho pensato di cercare subito qualcuno e di fargli fare la medicina contro il malocchio." Neppure io ci avevo pensato. Ho pensato solo a darmi da fare e a macellarli. Comunque sia era malocchio, e questo Eugenio il malocchio lo dà, lo dicevano sempre da molti anni… Non si era avvicinato nessun altro ai maiali.
Quando una sa che dà il malocchio deve toccare ciò che pensa di poter colpire. C'era un uomo che io ho conosciuto vecchio, Cicciu Podda, che dava il malocchio e aveva sempre un bastone, non ce l'aveva né per appoggio né per altro, perché camminava bene. Incontrava uno camminando, per esempio a cavallo: "Ah, bel cavallo ci hai!" e glielo toccava con il bastone. Vedeva un giogo di buoi: "Ah, belli! Dove li ha comprati?" e li toccava. Chi ha questo potere non ne ha né merito né colpa: è la natura che glielo ha dato. E' nato così e nessuno può disfarlo.

(Testimonianza di un pastore. Dolianova 1982)


PUNTAS E AZZICCHIDUS
COLICHE E SPAVENTI

S'affumentu, il suffumigio terapeutico, lo faccio anche io per il cavallo quando gli vengono is puntas, diciamo noi in sardo, cioè il mal di pancia. Allora, questi disturbi possono venirgli sia al pascolo sia in stalla, secondo che cosa mangia, oppure per un colpo d'aria che gli provoca una cattiva digestione. E allora, che cosa succede? I sintomi si conoscono perché il cavallo si butta a terra e comincia a sbattersi da una parte all'altra. Allora si fa così: si fa entrare il cavallo in una stanza della casa, si accende un piccolo fuoco mettendo piantine secche di aglio, che contengono una sostanza fortissima che fa calmare i dolori, e così passano le coliche.
Sa mexina de s'azzicchidu, la medicina contro lo spavento, assomiglia alla medicina contro il malocchio. Un bambino, un ragazzo, un giovane si sentono male, questo capita in gioventù e basta, quando uno diventa grande non si verifica più. I sintomi sono chiari, ma se si chiama il dottore non ci capisce niente. La gente dice: "Allà ca dd'hant liau ogu, a su pippiu!" (Guarda che gli hanno dato il malocchio, al bambino!) Oppure, "Dd'hant stumbada, sa picciocchedda e 'n d'hat pigau azzicchidu!" (L'hanno investita, la fanciulla, e si è presa spavento!) Si chiama la persona che fa la medicina, sa bruxa, e il malocchio o lo spavento guariscono.
Anche mia mamma sapeva fare sa mexina de s'ogu. Prendeva il bambino in mezzo alle ginocchia, gli sputava in testa, gli faceva il segno della croce e gli diceva is brebus. Cosa gli dicesse non lo so.

(Testimonianza di un contadino. Marmilla 1980)


SA MEXINA DE IS PILLONIS
LA MEDICINA CONTRO GLI UCCELLI

Ci sono dei ragazzi che vengono pagati per fare gli "spaventapasseri". Usano un barattolo con un bastone, battono sul barattolo e gli uccelli scappano via, nel periodo in cui sta maturando il grano.
Altri proprietari invece fanno sa mexina de is pillonis. Non so come sia questa medicina, però so che ci sono uomini e donne che la sanno fare. Vicino a casa mia ci sono due campi divisi solamente da un solco, non c'é né siepe né altro, e saranno quattro o cinque anni fa che erano seminati a grano: uno lo hanno sterminato completamente i passeri, l'altro invece è rimasto sano, gli uccelli non ne hanno toccato neppure una spiga, perché il proprietario di quest'ultimo gli ha fatto fare la medicina. E questa è una cosa vera ed è da prestarci fede.
Si fa anche per altre colture. Quando io abitavo ancora in casa di babbo, avevamo filari di uva da tavola, nella vigna, e tutti gli anni ci andavano gli storni e se la mangiavano tutta. Un anno io non c'ero e mia moglie ha parlato a Luisu Pani, un uomo che c'era in paese, e gli ha raccontato cosa succedeva all'uva. Lui le ha detto: "Ascolta, domani mattina non venire presto, vieni un pochino sul tardi, perché presto alla vigna ci vado io e devo essere solo". Mia moglie è andata sul tardi e a ziu Luisu Pani non lo ha neppure visto, però ha trovato tutti quegli storni sopra le siepi del ficodindia che circondavano la vigna, ma sui ceppi d'uva non ce n'era neppure uno. Questi storni erano come bloccati e gridavano…


CONTRA S'AQUILA E SU MARGIANI
CONTRO L'AQUILA E LA VOLPE

Un uomo, ziu Franziscu Antoni Agus, siccome era allevato in montagna, aveva sempre bestiame. Nelle nostre montagne, e ovunque in Sardegna, a quei tempi c'era l'aquila rapace che si avventava sui capretti, sui maialetti, sugli agnellini, ne prendeva uno, se lo portava via e se lo mangiava. Maggiormente in periodo di covata, quando aveva gli aquilotti piccoli, aveva bisogno di cibarsi lei e contemporaneamente i figli. Questo uomo, quando vedeva l'aquila (adesso dicono che sono estinte, che non ce ne sono più, però io ne conosco ancora molte): lui faceva una medicina con is brebus e l'aquila non toccava il bestiame. Lui garantiva, quando faceva la medicina a qualcuno: "Non te ne tocca, sta tranquillo che l'aquila non si avventa al tuo branco. Gli ho fatto la medicina io e non ne toccano!"
La stessa cosa per la volpe. Quando la volpe si imbizzava (letteralmente si viziava, cioè prendeva la cattiva abitudine) a un branco, andava di notte e sterminava tutto quanto. Ziu Franciscu Antoni le faceva la medicina con is brebus e la volpe non si avvicinava più.


SA MEXINA DE SU FUSTIGU O DE IS BREMIS
LA MEDICINA DEL FUSCELLO O CONTRO I VERMI
 
Esiste una mosca grigia e piccoletta con le ali un po' aperte, che si chiama musca de ghettai (mosca inseminatrice). Vola intorno al bestiame nei mesi caldi, da giugno a settembre, ogni tanto si avvicina agli animali, o anche agli uomini, e schizza dei vermi che si annidano nelle parti umide del corpo, bocca, occhi, naso soprattutto. Qui stanno a dimora e crescono per nove giorni; poi decrescono per altri nove giorni fino a scomparire. Provocano formicolio, come se si fossero infilati in tutta la testa. Danno anche febbre.
Questa mosca cresce nei cespugli di murdegu, cisto. Nei germogli nuovi si forma della schiuma ed è lì che si forma. Quando si ha una primavera piovosa, la pioggia lava via questa schiuma e mosche non ce ne sono. Quando non piove, invece ce ne sono molte.
Le capre sono molto attente e sensibili, e quando sentono sa musca de ghettai oppure la vedono incominciano a starnutire e l'allontanano. Se capita che la mosca riesce a schizzare loro addosso i vermi, le capre cominciano a sfregare il muso dappertutto, finché non se ne liberano.
Le pecore, che sono meno intelligenti, si fanno fregare di più. L'uomo può difendersi per esempio con il fumo della sigaretta oppure tenendo in bocca un ramoscello di moddizzi, lentischio, perché il suo continuo movimento le allontana.
Questi vermi si eliminano con sa mexina de su fustigu. Mio padre quando una bestia si feriva in una gamba o in qualunque altra parte, durante l'estate, e nei tagli le mosche deponevano i vermi, mio padre prendeva una bacchetta e diceva: "Guarda quella pecora che ha i vermi". La riconosceva perché la vedeva irrequieta. Io l'acchiappavo, la guardavo e infatti aveva i vermi nella ferita. "Non toccarla, però, guarda solo se ha i vermi". "Sì, ci sono". "Lasciala andare." E mio padre allora prendeva l'asticciola di legno, la infilava in un formicaio e diceva is brebus, intanto che le formiche salivano e scendevano lungo il legnetto. Nello stesso momento i vermi che erano nella ferita della pecora cadevano. Appena finiva di dire is brebus mi diceva: "Prendi di nuovo la pecora e guarda per vedere se ha ancora i vermi". Andavo, la prendevo e i vermi non ce li aveva più.
Questa medicina glielo ho vista fare tante volte, però lui è morto e non ha lasciato is brebus a nessuno, perché diceva che ai figli non si possono lasciare. Si possono tramandare queste medicine dall'uno all'altro, soltanto ai giovani che dimostrano di avere attitudine o fede in queste cose, ma ai figli no. Si fa di solito in punto di morte.
La medicina contro i vermi non si può fare al cane. Facendola al cane si perdono i poteri. Il perché nessuno lo ha mai saputo spiegare.

(Testimonianze di contadini e pastori di Domusnovas, 1982)


CAPITOLO QUARTO
S'ARGIA, il mitico ragno socializzatore


S'ARGIA
LA TARANTOLA

Argia in campidanese o arza in logudorese indicano nella cultura popolare la tarantola, un ragno dicesi comune nelle campagne, oggi estinto, non più grande di qualche centimetro, con macchie gialle, rosse o brune sul dorso, secondo la specie.
S'argia - animale mitico dell'area del Mediterraneo - provocava con la sua velenosa puntura il tarantolismo, un fenomeno dalla patologia assai varia e complessa, così come varia e complessa era la rituale terapia di gruppo che ne seguiva, ma con il ballo comune in tutte le forme. Si hanno sostanziali differenze, sia nella definizione dei caratteri del mitico aracnide, sia nella organizzazione ed esecuzione della terapia rituale di gruppo, tra una comunità e l'altra e in particolare tra il mondo barbaricino-pastorale e il mondo campidanese-contadino.
Nel Nuorese, secondo alcuni, si individuava una sola specie di arza, tarantola.
Invece lo Spanu ne distingueva due: masciu e vidua, maschio e vedova. "Arza masciu, falangio maschio, la di cui puntura è più atroce dell'arza viuda o battia (che) dicesi così per essere a vari colori pintata, o screziata". Sempre secondo lo Spanu, il termine arza deriverebbe da barzu, vario, di colori diversi, dal latino varius.
I tarantolati dell'arza nuorese - secondo le descrizioni che ne sono state fatte, per altro molto approssimative quando non fantasiose - trovavano rimedio in una sorta di ballo di cui erano conduttrici sette vedove, sette spose, sette zitelle.
Al contrario, in altre descrizioni più attendibili, i tre stati civili erano gli attribuiti di tre differenti specie di arza, vedova, sposa, zitella, che davano con il loro veleno tre diversi quadri patologici riferibili appunto allo stato di vedova, di sposa, di zitella. Il ballo terapeutico di gruppo si modificava in rapporto alla sintomatologia.
Nel Nuorese s'arza colpiva prevalentemente soggetti maschi, dai 20 ai 40 anni, che mostravano una possessione di entità femminile, perdendo la propria identità virile; e diventavano nel corso della cerimonia rituale, un po' lo zimbello della comunità - sia del settore femminile che dirigeva il rito, sia del settore maschile che ai margini fungeva da coro, da spettatore attivo. Nella complessità di significati, ne emerge uno: la figura del tarantolato, che assume sentimenti e comportamenti propri della donna, adombra l'omosessualità - che nella morale del mondo barbaricino è valutata molto spregevole ed è ferocemente repressa. Come si vedrà nella testimonianza che segue, sotterrando il tarantolato nel letamaio e/o infilandolo nel forno, durante la rituale danza, tra risa e scherni e rumore di barattoli e coperchi di pentole, lo si restituisce al grembo materno; e solo quand'egli sia riuscito a ridere - evidentemente di se stesso insieme agli altri - lo si fa rinascere estraendolo guarito.
Sostanzialmente differente nella sostanza e nella forma è su ballu de s'argia nel mondo contadino. Nei Campidani, in particolare in quello di Oristano, dove ha una più larga diffusione, s'argia colpisce indistintamente maschi e femmine in giovane età, con evidenti turbe psicosessuali che vengono risolte con una terapia di gruppo sessuo-libertaria, come si può desumere dalla seconda testimonianza che segue.


a) SU BALLU 'E S'ARZA DEL NUORESE

"L'anno in cui fu morso dalla tarantola mio nipote Bore era stato molto siccitoso. I pastori erano disperati perché anche nelle vallate più basse era impossibile trovare pascolo.
A quel tempo Bore faceva il servo pastore ed era nell'ovile di *** già da quindici giorni, quando in un pomeriggio di levante lo avevano portato in paese avvolto in un sacco nero. Subito erano andati a cercare le donne per fare il ballo, mentre gli uomini avevano portato Bore nel campo vicino dove c'era il letamaio. Lì avevano scavato una fossa e dopo avergli tolto i vestiti, lasciandolo in mutande e camicia, lo avevano sotterrato fino alle spalle.
Allora erano arrivate le donne e ce n'erano zitelle e sposate e vedove e altra gente del nostro vicinato che avevano cominciato il ballo al rumore di pentole, coperchi e barattoli.
Le donne si prendevano per mano facendo cerchio attorno al tarantolato, ballando una specie di ballo tondo un po' sconclusionato, mentre gli uomini da una parte aizzavano le donne e facevano tutto quel rumore con grida…cercavano di distrarre il paziente dal dolore e di farlo ridere. Ne dicevano di tutti i colori, allusioni, metafore, e anche frasi oscene, e lui niente, con una faccia che era una maschera di dolore e di sudore.
Sudando sudando il suo viso si andava distendendo e cominciava a guardarsi attorno. Allora la danza e il rumore diventavano frenetici. Le donne ballavano come matte e gli uomini saltavano e ridevano e lanciavano frizzi e battute sempre più pesanti, senza un attimo di pausa, fino a quando il giovane non cominciò a ridere.
Quando cominciava a ridere e rideva era guarito. Allora lo si toglieva dal letame e le donne tenevano pronte un lenzuolo per avvolgerlo e un sacco nero per coprirlo perché era tutto sudato e non prendesse freddo durante il tragitto fino a casa."

Testimonianza di P. Z., pastora di 64 anni di Orune.


b) SU BALLU DE S'ARGIA IN S'ORISTANESU

"Ci fiant tanti tipus de argia, ci fiad sa bagadia e sa viuda. Fiad manna aicci, cumenti 'e una punta de didu, niedda niedda candu fiad viuda e pintiniada candu fiad bagadia.
Cand'unu fiad spizzulau de una viuda ddi circanta una picciocca bistia de nieddu po ddi donai recreu; candu fia spizzulau de una bagadia ddi circanta una picciocca bistia allirga o chi fiad giovanedda meda dda bistiant de biancu.
Cand'unu beniad spizzulau de s'argia ddi beniad una spezia de crisi, si 'n ci ghettada a terra… mala viad sa viuda: sa viuda fiad sa prus mala… appena spizzulada, mischinus, ddus cancarada e 'n di ddus bettiant a bidda cumenti 'e marturus.
Sa spizzulada de s'argia si connosciad subitu a is movimentus chi faiad; e de cussus movimentus si cumprendiad cali argia dd'haiad spizzulada, si bagadia o viuda. E insaras, ita fadiant? Zerriant su sonadori de launeddas e issu sonada e faiant su ballu a giru a giru… po sa badadia si sonada musica alligra e sa genti scraccaliad puru, a prexu; mentris po sa viuda si sonada unu ballu nau sa viudedda, unu pagheddu seriu ma sempiri movimentau.
Nosus heus tentu su fillu de connau, Franziscu Melis. Teniad unus trint'annus e fiad bagadiu. Ci andiaus meda a domu de zia Filomena, sa mamma 'e Franziscu… a nosus s'haiant zerriau in domu. Fiad benia sa mamma prangendi: "Benei, benei ca fillu miu est ammacchiendisì, deu non sciu ita ddi fai a custu fillu!" Gei ddu scidiant sì ca fiad s'argia. Ddi narant: "Bisongiad a ddi fai calincuna cosa!" Si bidiad ca su piccioccu fiad arrendiu… e tott'a una borta dd'heus biu baddendi baddendi, tottu baddendi…
Dd'hant deppiu donai una picciocca po dd'accansai. Mi regordu ca boliad sa filla de nonnu Casula, su chi had battiau a mei; boliad cussa a picciocca e dd'hant bistia e dd'hant fatta andai, mischina, e fiad deppia atturai in domu de issu. Ddi narant… non mi recordu… Est issu, chi dd'hat pretendia; e cussa picciocca est depida andai po dd'accuntentai, po dd'assisti, poita chi no si marturizzada, mischinu… tottu si trottosciada e tott'a un d'unu dd'afferrada e dda pigada a baddai a baddai, tottu a baddai…
Deu mi regordu ca mi 'n ci fia fuida… fia picciocchedda, depia teniri un doxi annus. Hemu tentu timoria… non mi prasciant cussas cosas, non si scid mai, non fiant giustus in cussus momentus.
Eh, gentixedda ddu andada! Sa mamma prangiad… su ballu dd'haiant fattu in d'unu stanzoni mannu e sa genti andada a biri e puru po baddai, cumenti a una festa.
Durada tres diis, non si faiad atra cosa, scetti sonai e baddai. Accadeiad sempiri in s'istadi, in tempu de messa. Custas argias andant meda a is manigas de trigu. Candu fia picciocchedda, in tempu de messa, in bidda nosta 'n di ddui fiant quattru o cincu dogni annu, mascus e femminas; dogni annu… No, beccius no e nemancu pippius, scetti de is dexiott'annus is susu. Chi fiad mascu boliad una picciocca, bagadia o viuda chi fessit, dda bistiant de alligru o de nieddu, e abarrada cun issu po ddi fai cumpangia e abarrad puru a dormiri in domu sua… Chi sa spizzulada fiad una femina, certu boliad un omini, cussas puru… ma non ddu regordu beni cummenti si faiad… non mi regordu de 'n d'hai biu.
Mi regordu beni sa borta de Franziscu. Haiant baddau in sa sala e in cotilla po tres diis tottu su merì finzas a mesunotti a pustis, finia sa festa, su babbu e sa mamma dd'haiant croccau e sa picciocca puru dda croccant innia… Po fai luxi in cotilla usanta is acetilenas, a carburu, e po aintru usanta sa lantia a quattru corrus… si fadiad su losingiu aicci, cun d'unu arrogu de zappulu. Nosus teniaus meda olia e usiaus sa murghidda, pagu s'ollu de seu… ollestincu no, a is partis nostas, in aterus logus sì, dd'usanta…"

Testimonianza di Anna C. contadina di 86 anni, di Santa Giusta - 1980


b) IL BALLO DELLA TARANTOLA NELL'ORISTANESE

"C'erano tante specie di tarantola, c'era la nubile e la vedova. Era grande così, come la punta di un dito, nera nera quando era vedova e variegata quando era nubile.
Quando uno veniva pizzicato da una vedova, gli cercavano una giovane vestita di nero per dargli sollievo; quando era pizzicato da una nubile gli cercavano una giovane vivacemente vestita o se era molto giovane la vestivano di bianco.
Quando uno veniva pizzicato dalla tarantola, gli veniva una specie di crisi, si lasciava cadere per terra…cattiva era la vedova: la vedova era la più cattiva… appena pizzicava, poverini li paralizzava e li portavano in paese come fossero paralitici.
Il pizzico della tarantola si riconosceva facilmente dalle reazioni che provocava; e da quelle reazioni si comprendeva quale tarantola lo avesse pizzicato, se nubile o vedova. E allora, che facevano? Chiamavano il suonatore di launeddas; egli suonava e faceva il ballo tondo… per la nubile si suonava musica allegra e la gente dava in esclamazioni di giubilo; mentre per la vedova si suonava una danza detta la "vedovella", un po' più seria ma sempre movimentata.
Noi abbiamo avuto il figlio di mio cognato, Francesco Melis. Aveva una trentina d'anni ed era celibe. Frequentavamo molto la casa di zia Filomena, la madre di Francesco… a noi, ci avevano chiamato a casa. Era venuta la madre, piangendo: "Venite, venite perché mio figlio si sta ammattendo, io non so che cosa fargli, a questo figlio!" Lo sapevano sì, che era la tarantola. Dicevano: "Bisogna fargli qualche cosa!" Si vedeva che il giovane era snervato… e tutto ad un tratto l'abbiamo visto ballare, ballare, muovendosi tutto…
Gli hanno dovuto dare una giovane per calmarlo. Ricordo che voleva la figlia di padrino Casula, colui che mi ha battezzato; voleva lei, come ragazza, e l'avevano vestita e l'avevano fatta andare, poverina, ed era dovuta restare in casa di lui. Si chiamava… non mi ricordo… è lui, che l'aveva pretesa; e questa ragazza è dovuta andare per accontentarlo, per assisterlo, ché altrimenti si paralizzava, poverino… si contorceva tutto e d'un tratto l'afferrava e la prendeva per ballare, ballare, ballare…
Io ricordo di essere scappata… ero ragazzina, avevo si e no dodici anni. Avevo avuto paura… non mi piacevano quelle cose, non si sa mai, non erano del tutto coscienti in quei momenti.
Ci andava tanta gente! La mamma piangeva… il ballo l'avevano fatto in uno stanzone e la gente andava a vedere o anche per ballare, come a una festa.
Durava tre giorni, non si faceva altro, soltanto suonare e ballare. Accadeva sempre in estate nel tempo della mietitura. Queste tarantole si trovavano specialmente nei mannelli di grano. Quando ero bambina, durante la mietitura, nel nostro paese, ce ne erano quattro o cinque ogni anno, maschi e femmine, ogni anno… no, vecchi no e nemmeno bambini, soltanto dai diciotto anni in su. Chi era maschio voleva una ragazza, nubile o vedova che fosse, la vestivano a festa o di nero, e restava con lui per fargli compagnia… e restava anche a dormire in casa sua… se la tarantolata era una femmina, certo voleva un uomo, pure loro… ma non lo ricordo bene come si faceva… non ricordo di averne visto.
Ricordo bene quella volta di Francesco. Avevano ballato nella sala e nel cortile per tre giorni tutta la sera fino a mezzanotte; e dopo, finita la festa, il padre e la madre l'avevano messo a letto e anche la ragazza la mettevano a letto lì… per far luce nel cortile usavano la lampada a quattro lumignoli… il lumignolo si faceva così, con un pezzo di straccio. Noi avevamo molto olio e usavamo la sansa, poco l'olio di sego… olio di lentischio no, dalle nostre parti, in altri luoghi sì, si usava…"


S'ARGIA CABRARISSA
LA TARANTOLA CABRARESE

A Cabras distinguono quattro specie di argias, di tarantole: sa viuda, sa bagadia, sa partoxa, sa martura - rispettivamente, la vedova, la nubile, la puerpera, la paralitica. Qui, non si capisce bene se il ragno sia sempre lo stesso, dato che tale distinzione viene fatta esclusivamente dai sintomi del male che ne deriva dal morso.
Nei casi di tarantolismo rilevati nella comunità di Cabras, e che hanno come luogo di insorgenza la penisola del Sinis, si evidenzia la scomparsa quasi totale del ballo rituale terapeutico, anche quando il malefico ragno continua a mietere le sue vittime. Scomparendo il rituale magico del ballo si farà scomparire anche il mitico aracnide. La gente del luogo attribuisce la scomparsa del fenomeno al dissodamento delle terre cespugliate che avrebbe distrutto l'habitat di s'argia, e quindi l'estinzione della stessa.
C'è della verità in questa affermazione, ma nel senso che le trasformazioni agrarie dell' ultimo dopoguerra, e i profondi stravolgimenti nelle strutture produttive hanno modificato il mondo contadino, segnando il declino di usi e costumi di comunità vecchi di secoli.
Ora, infatti, il tarantolato è semplicemente un malato che cerca di risolvere le sue crisi nevrotiche con lo psichiatra. Il moderno guaritore che ricopre di cenere le braci con le sue analisi e le sue pillole (quando non con il letto di contenzione e l'elettroshock), sostituisce con la scienza della medicina civile la scienza della medicina popolare, che risolveva empiricamente le nevrosi con la terapia di gruppo. Una terapia, questa, giova rimarcarlo, che la psichiatria più avanzata va riproponendo in forme che non possono che essere inautentiche, artificiose e palliative - dato che la comunità de su ballu de s'argia non esiste più.


S'ARGIA VIUDA
LA TARANTOLA VEDOVA

"Stavo tirando fave nel Sinis, tra maggio e giugno, diversi anni fa. Sono stato punto al dito indice. E' passato neanche un minuto che subito il male mi ha colpito alle braccia e alle gambe. Non potevo più reggermi in piedi. Mi venivano contrazioni dei muscoli e mi agitavo non potendo star fermo né coi piedi né con le mani. Mi hanno caricato sulla carretta e portato a casa. Durante la notte, a letto, avevo strappato le lenzuola e le coperte a causa degli attacchi nervosi che mi erano venuti. Io non lo ricordo molto bene; me l'hanno raccontato quelli che mi hanno assistito."
Era rimasto vittima di una argia viuda, tarantola vedova. Le sofferenze di colui che è stato morso da tale specie di aracnide vengono alleviate e risolte, sempre positivamente, con uno specifico rituale terapeutico di gruppo: tre giorni e tre notti di danze capeggiate da vedove autentiche o simulanti, nell'abbigliamento del lutto, che inseriscono nella danza lamentazioni funebri. Una scena di massa approntata dagli esperti con la partecipazione del vicinato. Il rito si svolge normalmente all'aperto - s'argia, la tarantola, colpisce esclusivamente nel periodo caldo, prevalentemente durante i lavori del raccolto - in un cortile ampio, con maggiore presenza e partecipazione la sera e nelle prime ore della notte. Mentre ci si dà il cambio attorno al tarantolato sofferente, nella rappresentazione di un dolore vedovile, cui lo stesso tarantolato è sollecitato a partecipare.

Testimonianza di Salvatore C. contadino sessantenne, sposato due volte, senza figli.


S'ARGIA PARTOXA
LA TARANTOLA PUERPERA

"Mi ha morsicato nel Sinis. C'ero andato ad aiutare mio fratello contadino a mietere, a tirare fave nella zona di Su archeddu 'e sa canna. Subito mi sono accorto, quando mi ha punto nella mano e mi ha fatto l'effetto. Mi veniva da piangere e gridavo che volevo un bambino, se no mi gettavo nel forno acceso… Mi hanno fatto subito un bambolotto con stracci, mio fratello e altri che c'erano. Io l'ho preso in braccio, e mi sono calmato un po'…"

Testimonianza di Francesco D., pastore trentaquattrenne, scapolo.

Qui abbiamo un caso - abbastanza raro e poco noto o addirittura ignorato nelle altre regioni dell'Isola - di tarantolato da argia partoxa, tarantolato puerpera. Tale specie di ragno si vuole che provochi in individui di sesso maschile comportamento propri della femmina appena sgravata. La terapia popolare risolve il caso mettendo un bambolotto tra le braccia del paziente, il quale è portato a riversare affetto e cure materne su quel simulacro di neonato.
Nel più ampio e generalizzato contesto rituale de su ballu de s'argia, del ballo della tarantola, si inserisce lo specifico relativo alla specie del ragno, in questo caso partoxa. Per i rituali tre giorni e tre notti, il tarantolato è assistito dai vicini, mentre culla, vezzeggia, cura il neonato - senza cui le sofferenze potrebbero portarlo fino al suicidio. Si specifica che tenderebbe a uccidersi gettandosi dentro un forno acceso. Da qui una motivazione conscia per spiegare il momento del complesso rituale in cui il tarantolato viene avvicinato alla bocca del forno e, secondo altre testimonianze, anche infilato in un forno tiepido.


S'ARGIA BAGADIA
LA TARANTOLA NUBILE

M. R. è rimasta vittima della specie argia bagadia, tarantola nubile, mentre lavorava in campagna. Vive nella casa di sua proprietà facendo la perpetua a un vecchio prete suo inquilino. E' molto sospettosa con chi non appartiene alla ristretta cerchia dei suoi conoscenti. E' un poco sorda e si rivolge alla persona che mi accompagna, a lei nota, che funge da tramite durante il breve colloquio. L'inquilino prete per fortuna è assente, e la persona che mi accompagna riesce a convincere la vecchia che "non c'è niente di male" a raccontare come fu che s'argia l'avesse morsa e quel che accadde poi.

"Stavo in campagna, da ragazza. Allora c'erano molti pastori nel Sinis, ed ero ospite con la mia famiglia in una masoni, in un ovile di amici. Stavamo seduti per terra a far merenda, quando mi ha punto. Ho gettato un grido e mi ha preso subito a tremare a tremare alle gambe, alle braccia e in tutto il corpo. Mi faceva saltare e ballare come una matta, perché fiad un'argia bagadia, perché era una tarantola nubile, e pigad aicci, e dà questi sintomi. Ita si faiad appustis? che cosa si faceva dopo? Po fai passai cussu mali si ballad, cantendu e sonendu tottus paris po tre diis e tres nottis, per alleviare il male si ballava, suonando e cantando tutti insieme per tre giorni e tre notti. Soltanto in quel modo la tarantolata può trovare sollievo…"

Testimonianza di M. R., contadina di circa ottanta anni, nubile.

Viene riferito da altri testimoni che nel caso di tarantolata da argia bagadia, tarantola nubile, la gioventù ne approfittava per raccogliersi in cortili spaziosi, illuminati la notte da lamparas a carburu, lampade ad acetilene: circondavano la paziente distesa sopra una stuoia e danzavano a festa al suono di launeddas per i rituali tre giorni e tre notti.


S'ARGIA MARTURA
Testimonianza di C. P., contadina, nubile di trentotto anni.

E' sola in casa con l'anziana madre. Come di consueto sono accompagnato da persona intima nella famiglia da visitare, ed è stato scelto il momento del giorno più favorevole: quando la persona da intervistare è sola o quasi.
Le due donne ci fanno passare nella cucina, un locale angusto, con una parete occupata interamente dal camino. Sul pavimento davanti al fuoco sono stese alcune stuoie di falasco. Sulle braci, a un lato del camino, un tegame con olio che frigge pesci. La vecchia accudisce la frittura, accoccolata alla turca: infarina i pesci e li immerge nell'olio bollente, e man mano che si indorano li estrae abilmente dalla padella con una forchetta e li ammucchia in una conchetta. La giovane siede accanto a noi sull'altra stuoia. E' lei la tarantolata. Ha un faccione florido beato e il sorriso facile. Chiacchiera volentieri.

"E' stato poco tempo fa nel Sinis, dove ero andata a spigolare. Era il tempo della mietitura e stavamo in gruppo, a fare merenda, prima di riprendere il lavoro. Mentre ero seduta sentivo una cosa che mi camminava sul piede e dopo sulla gamba. Siccome c'era gente, avevo vergogna a sollevarmi la gonna per vedere cos'era. Quando mi è arrivata al ginocchio ho dato un colpo con la mano per schiacciarla. Credevo che fosse qualche babboi (nome generico che qui si dà a insetti che fanno paura - n.d.A.) e appena l'ho toccato mi ha pizzicato. Ho gettato un grido e sono balzata in piedi… Se ho visto com'era? Era una specie di babboi con la pancia grossa, grande come un'unghia, pieno pieno di piedi lunghi lunghi… Si sono spaventati tutti quanti. L'hanno capito subito: "Ti ha morsicato s'argia " hanno detto. Non abbiamo fatto in tempo a spostarci nel campo vicino per riprendere il lavoro, quando mi sono venuti i dolori. Io non ricordo bene come mi ha preso, lo so dalla gente che c'era. Gridavo, gridavo ed ero tutta rannicchiata così, come uno che gli è venuta una paralisi. Mi scappava il pianto. Mi hanno caricata sul carro ed era quasi sera quando mi hanno riportata in paese. Me l'hanno detto gli altri che nel carro gridavo: "Portatemi via da questo camposanto! portatemi via da queste croci! portatemi via!" Ci sono voluti quattro uomini per accompagnarmi dentro casa…"
Interviene la vecchia: "Era rannicchiata così, con le braccia strette intorno alle ginocchia, e gridava e piangeva dai dolori che ci aveva. Dd'haiad spizzuada s'argia martura, era stata pizzicata dalla tarantola paralitica… Che cura ha fatto? Siamo andate dal dottore. Ha detto che bisognava fare l'iniezione adatta. Ma qui non ci sono. Bisognava andare a Sassari. Io ho una figlia suora, proprio a Sassari. Lei è andata a dirlo al vescovo che subito ci ha fatto avere le iniezioni, anche senza pagare. Alla prima che il dottore le ha fatto le è passato tutto. Se ne abbiamo ancora di queste iniezioni? Certo. Vai a prenderle ca sunt allogadas in su parastaggiu, che sono conservate nel guardaroba…"

(Testimonianza di C. P., contadina, nubile di trentotto anni)

La figlia si alza, sale per le scale che danno nel solaio e poco dopo ritorna con una scatola. Una confezione da sei fiale che reca la scritta Soluzione sterile per iniezioni.


CAPITOLO QUINTO
S'IMBRUSCIADURA, un singolare rito terapeutico


S'imbrusciadura (letteralmente: l'atto dell'avvoltolarsi per terra), fra i riti terapeutici praticati in Sardegna contro s'azzicchidu, lo spavento, riveste un particolare interesse per la dinamica rituale, perché è ignorato dalla etnologia ufficiale (se ne parla soltanto in una comunicazione accademica che è un plagio di questo mio studio), e infine perché è rilevabile nel solo centro di Cabras, dove è diffusissimo, e in alcuni paesi limitrofi, dove se ne osservano pochi casi.
Il termine azzicchidu, che si traduce con spavento, è generico e serve per indicare un qualunque trauma psichico. E' chiaro che la minore o maggiore gravità del trauma-azzicchidu non varia tanto in rapporto alla causa che lo ha provocato, quanto a seconda del soggetto e della condizione psichica in cui egli si trova in quel dato momento.
Dagli abitanti di questi paesi vengono fatte delle distinzioni sulla natura del trauma-azzicchidu in rapporto alle cause che lo hanno provocato. Si hanno così: azzicchidu de anima bia, spavento da anima viva, e azzicchidu de anima morta o de umbra, spavento da anima morta o da fantasma.
Alcuni fanno anche distinzione di luogo: logu opertu, luogo aperto, e logu serradu, luogo chiuso.
Tali distinzioni determinano le varianti nel rituale di s'imbrusciadura, in particolare nel numero di volte che va compiuta: da una a tre, a nove.

Un ragazzo, Peppino C., figlio di contadini, racconta:
Una volta, mio fratello, mentre riposavo a letto, aveva preso una boccata d'acqua e, per farmi uno scherzo, me l'aveva spruzzata in faccia. Mi ero svegliato e mi sembrava di affogare e avevo preso un azzicchidu forte, un brutto spavento. Ricordo che era il giorno di san Giuseppe, e mio padre mi aveva portato al fiume per fare s'imbrusciadura sulla riva…"
Racconta un altro ragazzo, Pinuccio M., pastore: "Era una notte disastrada, spaventosa. Tuoni e lampi uno dietro l'altro. Le pecore lo sentono da lontano il tempo brutto e sentono anche le anime dei morti, e allora si stringono tutte a un mucchio voltando le terga. Io cercavo di coprirmi, come meglio potevo per ripararmi dall'acqua e dal vento, quand'ecco proprio davanti a me, alla luce di un lampo, vedo una figura d'uomo tutto vestito di bianco. Più lo guardavo e più diventava grande. Non potevo neanche muovermi dalla paura. Poi, di colpo, è sparito… Sono rimasto molti giorni a letto con la febbre e con la testa tutta piena di foruncoli, dall'azzicchidu, dallo spavento che avevo preso. Mio padre, quando ha saputo cosa mi era successo, mi ha detto che era umbra, fantasma, e che bisognava fare s'imbrusciadura vicino al cancello del camposanto."


UN RITO DI FACILE USO

A differenza di altri riti terapeutici, s'imbrusciadura può essere facilmente praticata da chiunque, per la semplicità della formula, per l'assenza di brebus, parole magiche segrete, per la materia occorrente (per lo più un po' d'acqua comune), e infine perché occorre un officiante, che possiede conoscenze rituali e virtù taumaturgiche.
Chiunque compia s'imbrusciadura è nello stesso tempo medico e paziente. Ho notato però che i bambini sono di solito guidati nello svolgimento della terapia da un adulto, e che soltanto più tardi, quando ne hanno appreso la tecnica e ne hanno riconosciuto l'efficacia, fanno s'imbrusciadura da soli, subito dopo aver preso unu azzicchidu, uno spavento.
Non di rado, mi è accaduto di vedere per strada bambini buttarsi e rotolarsi per terra, quindi rialzarsi e rimettersi a giocare - lasciando per terra s'azzicchidu. Alla mia curiosità, rispondevano: "Mi 'ndi si seu azziccau!" - Mi sono spaventato!
S'imbrusciadura si fa con naturalezza, anche pubblicamente, specialmente i bambini. Se lo spavento è di rilievo, vengono accompagnati sul luogo del trauma dalla loro madre (più raramente dal padre) oppure da una vicina di casa, una delle tante esperte nella materia. Zia Cabriou è una di queste. E' appena rientrata dall'aver imbrusciau un marmocchio del vicinato. Mi spiega:

"Con gli azzicchidus, con gli spaventi, non bisogna scherzare. Un azzicchidu tenuto dentro può anche far venire la paralisi o portare a Villa Clara (Manicomio di Cagliari - n.d.A.). Zia R. - può anche chiedere in paese - è rimasta dieci anni a letto martura, paralitica, per uno spavento. Uno può anche morire… Io appena vedo un bambino che ha preso azzicchidu lo porto subito a farsi s'imbrusciadura."


I SINTOMI DI S'AZZICCHIDU

Alcuni sintomi del male provocato da un azzicchidu - così come mi sono stati descritti o come io stesso li ho osservati - sono: insonnia e vaneggiamenti; inappetenza e vomiti; volto pallido emaciato; sguardo fisso assente (spriau, scioccato); foruncolosi, specialmente in testa; sonno agitato; febbre anche alta, con delirio.
L'ammalato, e con lui i familiari e i vicini di casa più intimi si preoccupano di frugare nel passato, una sorta di anamnesi, fino a puntualizzare momento, luogo e causa del trauma-azzicchiddu. Talvolta, questa ricerca impegna il gruppo in un lavoro di ricostruzione mnemonica che può durare giorni. Il più delle volte, se non ricorda il malato, è facile trovare un testimone - va tenuto presente che nelle nostre comunità i rapporti interpersonali sono vivi e reali, ognuno sa ciò che fanno gli altri, e la ricostruzione di un trauma occorso a un membro del gruppo non è una inchiesta della polizia, che è sovrastrutturale, esterna ed estranea. Ne consegue che non è difficile situare il luogo e definire il tempo de s'azzicchidu. Per quanto concerne la causa si fanno congetture, se l'ammalato è incerto; e spetta agli esperti, ai guaritori, individuarle con più precisione.

Ho documentato diversi casi di azzicchidus di particolare gravità, in cui i sintomi si manifestavano violenti, con febbre alta e delirio, esattamente alla distanza di un anno.

Racconta M. S., insegnante elementare, celibe:
"Diversi anni fa, mi ero recato alla spiaggia di San Giovanni del Sinis. Mentre facevo il bagno vicino a una barca, i soliti spiritosi fecero lo scherzo di mandarmi sott'acqua all'improvviso. Ricordo di aver cominciato a bere, annaspando nell'acqua, senza riuscire a tenermi a galla. Ormai ero andato… non speravo più di salvarmi, anche perché pensavo di essere rimasto solo e non riuscivo a gridare. Per mia fortuna qualcuno aveva visto e capito che mi trovavo in seria difficoltà. Mi salvarono in extremis…
"Trascorsero dal fatto giorni e mesi. Io non ci pensavo più ormai. Ma ecco, trascorso un anno esatto, nello stesso giorno, alla stessa ora, mi assalì un febbrone. Ricordo di essermi affacciato sull'uscio di casa: mi pareva che sulla strada corresse un lungo fiume verde in piena. Cominciai a vaneggiare… I familiari e gli amici che mi hanno assistito ricordano tutte le mie frasi sconclusionate di quel pomeriggio. Mi misero a letto. Mio padre e i miei familiari ricollegarono subito il mio male con il fatto accaduto un anno prima. E così fu deciso di portarmi il giorno dopo sulla spiaggia di San Giovanni per farmi s'imbrusciadura.
"Misero un materasso sulla carretta, mi avvolsero in una coperta e partimmo. Quando giungemmo ad alcune centinaia di metri dal punto in cui avevo avuto l'incidente, sentii dei lunghi e violenti brividi di freddo. Ricordo che mi misero addosso altre coperte. Poi, man mano che ci avvicinavamo al luogo, cessavano i brividi, la febbre e il delirio. Mi fecero fare s'imbrusciadura sulla sabbia. Quando rientrai in paese, ero completamente guarito."

Quando finisce di parlare, M. S., insegnante, figlio di umile contadino, mi scruta con un sorriso incerto. Forse pensa che si possa giudicarlo superstizioso: ancora parte nobile di una realtà ritenuta a torto miserabile, da cui egli, come altri, ha creduto di riscattarsi studiando. Dice:

"Alcuni ridono delle nostre cose, chiamandole fattucchierie, ignoranze. Anche io, solo per il fatto che ho studiato, non davo molta importanza ai vari riti che si compiono nel mio paese come rimedio contro gli spaventi e le loro conseguenze. Le psicoterapie alla Freud qui da noi sono arrivate in ritardo… A Cabras, per quel che ne so, sono centinaia di anni che si curano alcuni traumi psichici con il metodo della analisi e della presa di coscienza delle cause… oltre, naturalmente, ad una buona dose di autosuggestione."

Appunto per non dover ricorrere in extremis ai rimedi, quando il male troppo a lungo covato ha provocato gravi danni, con il pericolo, inoltre, di non ritrovare il luogo e la causa dello spavento, le mamme si preoccupano di fare subito s'imbrusciadura, non appena rilevano in essi i primi sintomi.
Confida una mamma:

"Anche se non ci fosse veramente un azzicchidu, male non gliene fa a ddus umbruscinai. Mellus a timì chi a provai! - Meglio temere che subire!… Io, tanto per non sbagliare, se mi accorgo che la bambina o il bambino tornano a casa un po' strani, e a me sembra spavento, chiedo subito che cosa abbiano fatto o visto e dove siano stati. Li riporto subito nel posto; quasi sempre stanno giocando nella strada dove passano macchine, carrette, biciclette, e li faccio imbrusciai. Così mi sento tranquilla e tornano tranquilli anche loro."


I BAMBINI E IL RITO

Interrogando i bambini, si ottiene un quadro molto vivace del fenomeno.

Giancarlo C., nove anni: "Un giorno, mentre accendevo una lampada, la corrente mi aveva tirato via e io ero spaventato e mi avevano fatto fare s'imbrusciadura e mi era passato lo spavento…"

Rita C., undici anni: "Un giorno avevo visto un carro. Arrivato a un fosso si era rovesciato dall'altra parte. Tutti si erano spaventati e si erano fatti male. Il giorno dopo erano ritornati dove si era rovesciato il carro e s'imbrusciarono…"

Luigi F., otto anni: "Una bambina stava andando per la strada e c'era un uomo nascosto in un fosso. Quell'uomo ci aveva un coltello in mano, è uscito fuori dalla strada e quella bambina si era spaventata ed era scappata a casa. La mamma le ha fatto s'imbrusciadura. Prima ha fatto una fontana piccolina e ci ha messo acqua dentro, e quella bambina si è coricata sopra, si è rotolata e ha bevuto l'acqua…"

Angelo P., dieci anni: "Un giorno un manovale ritornava a casa e aveva incontrato una vecchia. E a quel ragazzo gli sembrava un demonio in persona ed era scappato a casa gridando forte. La gente vide quel ragazzo gridando forte e una donna aveva un bicchiere di acqua in mano e gliela spruzzò in faccia e gliene fece anche bere. Un giorno dopo, quel ragazzo ripassò con la sorella grande e gli fece s'imbrusciadura. Lo rotolarono nel tappeto e lo fecero rotolare a destra e a sinistra, e da quel giorno non ebbe più paura della gente vecchia."

Maria Bonaria E., dodici anni: "Un giorno un camion stava vicino a investire una bambina. L'hanno vista due donne e le hanno detto: Spaventata ti sei? E quella bambina ha risposto di sì, e l'hanno imbrusciata. Dove l'hanno imbrusciata hanno fatto una chea (fossetta) piena d'acqua e l'hanno fregata lì, e aveva tutto il vestito sporco di fango…"

Giorgio C., nove anni: "Una volta ero andato a una casa vicina e stavo giocando e mi è entrata una lucertola nelle spalle. Mi ero levata la camicia e la lucertola era caduta per terra e il cane l'aveva mangiata. Il giorno mi ero imbrusciato e dopo mi avevano fatto fare la croce."

Gianni P., dieci anni: "…Un uomo della nostra via era caduto da un albero e gli avevano fatto s'imbrusciadura. L'avevano portato al posto dov'era caduto. Avevano portato un lenzuolo, l'avevano messo per terra e l'avevano fatto rotolare nel lenzuolo."


VARIANTI DEL RITO

Andando con ordine, dal più semplice al più complesso, si possono distinguere cinque varianti dello stesso rito.

A) Imbrusciadura semplice.
Su azziccau, chi ha preso lo spavento, si avvoltola per terra tre volte. Alcuni usano spruzzare sul volto del paziente dell'acqua comune, prima o durante o dopo s'imbrusciadura.

B) S'imbrusciadura con aqua abrebada, con acqua taumaturgica.
Si scava nel luogo del rito una fossetta e la si colma di aqua abrebada. S'azziccau si avvoltola sul terreno in cui è compresa la fossetta, tracciando una croce col proprio corpo disteso. A conclusione beve un sorso dell'acqua contenuta nella fossetta, dopo di che questa viene ricoperta di terra.

C) S'imbrusciadura fatta in casa.
Quando s'azzicau per ragioni speciali non vuole e non può recarsi nel luogo dove ha ricevuto il trauma, si va lì e si raccoglie un pugno di terra del luogo. Questa terra si sparge sopra una coperta preventivamente stesa in casa. Sulla coperta cosparsa di terriccio si fa s'imbrusciadura.
Questa variante - usata di solito da giovinette e da vecchie, alle quali non è decoroso esibirsi in tal modo in pubblico - è molto complessa, sia che venga eseguita dalla sola paziente, sia che venga assistita da una esperta. Si dà molta importanza, per l'efficacia del rito, l'avvoltolarsi nude coperte da un lenzuolo. Si devono di regola effettuare tre imbrusciaduras, secondo i tre bracci di una croce immaginaria, per poi sollevarsi e uscire dalla coperta sulla linea del quarto braccio. E' altresì necessario scuotere - facendo molta attenzione a non voltarsi indietro - le falde del lenzuolo con cui si è ricoperte: affinché s'azzicchidu resti nel terriccio.
Zia Pisabella, ritenuta in paese un'esperta della materia, mi ha spiegato che a conclusione de s'imbrusciadura è sempre opportuno gettare, nella camera dove si è svolto il rito, un gatto o un cane o un qualunque altro animale. Questo assorbirebbe, senza alcun danno, s'azzicchidu lasciato dalla paziente nel terriccio e nessuna creatura umana, che ne venisse a contatto, correrebbe alcun pericolo. Comunque, il terriccio contenente s'azzicchidu viene sempre gettato nel fuoco del camino o in luogo dove nessuno possa venire a contatto. Zia Pisabella puntualizza: "Per maggior sicurezza, qualora lei ne avesse bisogno, si ricordi sempre di raccogliere dopo, o di far raccogliere la terra che ha sparso sulla coperta. La raccolga senza toccarla, sollevando i quattro capi, e la butti in un fossa sotto terra, perché nessuno ci metta i piedi sopra, oppure la getti in un pozzo dove nessuno ci beva."

D) S'imbrusciadura in camposanto
Viene praticata di solito nelle prime ore del mattino, anche fuori, davanti al cancello, quando non è possibile accedere all'interno del camposanto.
E' ritenuto risolutivo nei casi di spavento causato da umbra, fantasma, spirito dannato.

La signora M., moglie di un agiato commerciante, me ne descrive il rituale:
"…Si traccia una croce per terra e alle quattro estremità si scavano quattro buchi che si riempiono d'acqua. S'azziccau s'imbrusciad rotolandosi prima verso destra, fino ad arrivare alla fossetta d'acqua dove ne beve un sorso; si avvoltola poi verso sinistra, fino all'opposta fossetta dove beve ancora un secondo sorso d'acqua. Si sposta quindi col proprio corpo sul secondo asse della croce, ripetendo quanto ha fatto precedentemente: rotola verso destra e verso sinistra, bevendo dalle altre due rispettive fossette. Quando ha finito, si alza facendosi il segno della croce."
S'imbrusciadura in camposanto, oggi, è molto meno frequente che in passato, e viene sempre fatta in ore in cui è possibile evitare gli sguardi curiosi di eventuali estranei.

E) S'imbrusciadura collettiva
Quest'ultima variante è innestata alla tradizionale festività del Corpus Domini. Per tale ricorrenza è costume erigere e addobbare una cappella presso ciascuna delle monumentali croci che si trovano nelle varie piazze del paese. La processione, partendo dalla chiesa, si snoda secondo un percorso che tocca le varie croci-cappelle infiorate e abbellite di tappeti e arazzi.
La cappella dove s'imbrusciadura collettiva assume ancora un aspetto di rilievo, per il gran numero di azziccaus di tutte le età che vi affluiscono, è quella detta S'Arruga de su Pilloni (testualmente: La Via dell'Uccello), denominazione derivata - pare - da un uccello che sormonta la singolare croce monumentale, dalle cui braccia pendono i simboli della Passione.
Nei loro temi scolastici, così descrivono s'imbrusciadura collettiva due scolari di dieci anni:

Efisio M.: "Il giorno di Corpus Domini avevano messo i tappeti per fare s'imbrusciadura vicino alla cappella e poi avevano messo i vasi sopra i tappeti e in mezzo avevano messo la croce e poi avevano messo rami di alloro e avevano preparato tutto. E poi i ragazzi, i bambini, bambine, donne, giovani, tutti quelli che si erano spaventati facevano s'imbrusciadura..."

Angelo P.: "Ogni anno per Corpus Domini in S'Arruga de su Pilloni fanno una cappella e ci mettono dei lumicini e tanti fiori. Per terra ci mettono tappeti e quando passa la processione tutte le persone che si sono spaventate fanno s'imbrusciadura. S'imbrusciadura, per esempio, si fa a un bambino che si spaventa: lo portano nella cappella e gli fanno s'imbrusciadura, gli mettono un lenzuolo e poi lo rotolano in mezzo e lo fanno rotolare a destra e a sinistra. Ecco perché si fa s'imbrusciadura, e prima di rotolare, le persone si bagnano la faccia."


DIFFUSIONE DEL RITO

Da un'indagine fatta su campionatura (1960), rappresentati tutti i ceti sociali, risulta che nella comunità di Cabras s'imbrusciadura è diffusa nell' 85% della popolazione - nel senso di praticata, con maggiore o minore frequenza.
In relazione ai ceti, la massima diffusione si ha tra i contadini e i pastori; la minima tra gli intellettuali e i pescatori del golfo.
In rapporto all'età, vengono per primi i bambini, seguiti dagli adulti dai 45 anni in su. Gli ultimi, i meno imbrusciaus risultano i giovani dai 16 ai 22 anni. In tutti i casi: i maschi meno delle femmine - esclusi i bambini.
Considerando il sesso - come ho accennato - il rito è più diffuso tra le femmine, a partire dai 14 anni in su.
Le femmine hanno il ruolo di depositarie della tradizione rituale. D'altro canto, essendo affidata esclusivamente ad esse la tutela e l'educazione dei piccoli (i quali, per altro, scorrazzano in libertà per le strade e per la campagna), sono le diffonditrici del rito nelle nuove generazioni. E queste, oggi, superata l'età scolare (10-12 anni) acquistano una mentalità in conflitto con la vecchia cultura della loro comunità, rifiutandola. La rivoluzione provocata dall'arrivo dei nuovi strumenti di diffusione delle idee e dai prodotti della civiltà industriale provocheranno nel breve volger di anni la quasi totale estinzione di questo singolare rito - o lo ridurranno - come sta già accadendo - in termini sempre più privati e simbolici, togliendogli gran parte del suo potere terapeutico, che gli veniva dall'essere esercitato in pubblico, e che dava una sicurezza ai rapporti interpersonali.
Nella città di Oristano, distante sette chilometri da Cabras, s'imbrusciadura è rara. Così nel centro di Santa Giusta, dove è più usato, come terapia contro s'azzicchidu, s'affumentu, il suffumigio - ma anche is vangeus, lettura del vangelo fatta da un prete.
Nei paesi che costeggiano gli stagni e il Sinis di Cabras, Riòla, Nurachi, e Donigala, s'imbrusciadura è ancora diffusa per il 30-40 per cento della popolazione, prevalentemente tra i contadini e i pastori.
Uscendo da questi paesi verso l'interno dell'Isola si nota la completa assenza di questo singolare rito terapeutico.


CAPITOLO SESTO
CHIESA E STREGONERIA - Cronache del 1968
Guaritori ed esorcisti con l'imprimatur


1 - Vendesi posto in Paradiso

A Terralba, questi giorni scorsi, i carabinieri hanno denunciato due donne e un prete che hanno raggirato una vecchia benestante sottraendole la casa d'abitazione del valore di dieci milioni. Uno dei tanti fatti di cronaca… Quante truffe, quanti raggiri, quante circonvenzioni a opera di religiosi passano sotto silenzio? Fino a che punto, ancora oggi, si fa confusione tra religione e stregoneria?
Ci sono società, come la nostra, basate sul privilegio medievale di caste sacerdotali, militari e politiche… L'arte dello sfruttamento della miseria, insieme all'arte della circonvenzione della sprovvedutezza si diffondono corruttori. Anche la religiosità - esigenza radicata in ogni umana creatura - viene strumentalizzata per fini lucrosi e turpi. La paura umana della morte, la speranza di una nuova vita immortale, il bisogno di trascendere da una realtà di brutture e di inganni, le sofferenze di malati, di affamati, di nevrotici - che dovrebbero spingere l'uomo all'amore del Vangelo di Cristo, alla giustizia della dottrina socialista - spingono canaglie senza scrupoli ad acuire la furbizia del profitto.
A Terralba, un prete cattolico ha speculato su due aspetti sacri nella vita umana: la vecchiaia e la fede nella giustizia. La vecchia derubata ha 85 anni. E' religiosa. Attende il meritato riposo, il giusto premio degli onesti, dei poveri di spirito. Il prete si recava spesso, con le due sue complici, in casa della vecchia. Si riunivano a pregare. E il prete, durante le preghiere, compiva riti religiosi, benedicendo la vecchia, per garantirle, con il suo mandato divino di legare e di sciogliere, un posticino in Paradiso. Un posticino salato, per una vecchia di un paese povero come Terralba: dieci milioni, la casa e il cortile…
C'é un aspetto della vita della nostra gente che è considerato ancora un tabù: la religiosità. Della religiosità si conoscono soltanto aspetti stereotipi, quali ci vengono illustrati dai catechismi con l'imprimatur delle curie, e aspetti folcloristici descritti dalla etnologia colonialista. Oggi, affrontare il tema della religiosità fuori dagli schemi tradizionali è ancora non facile: i tartufi parrocchiali - gli stessi che raggirano vecchi e irretiscono donne isteriche - dichiarano scandalizzati il vilipendio alla religione di stato. Né c'è da fare affidamento sul laicismo ufficiale - per intenderci quello rappresentato dal marxismo dialogante e dal liberalismo massone e baciapile - che gioca sull'equivoco della religione fatto personale epperciò materia privata, confondendo la religiosità fatto sociale epperciò materia pubblica.
E' soprattutto dagli aspetti della religiosità di un popolo che si possono trarre valutazioni sul suo livello culturale e civile. E non è la mancanza di religiosità che fa civile un popolo.


2 - Quando c'è la vocazione

Gode fama di grande guaritore un sacerdote di fede ortodossa. Al quale il braccio secolare della chiesa cattolica non può vietare l'esercizio delle sue funzioni perché egli ha legale licenza. Il Nostro ha chiarissime virtù sacerdotali. Basta scorrere il suo curriculum vitae.
Fin dalla tenera età fu attratto dal fascino degli arredi sacri, dal mistero delle funzioni religiose. Seguì la carriera di sacrista in una basilica romanica di questa zona. Veniva da lontano, e per il suo fare umile e dimesso la gente lo aveva soprannominato su ghioghittu de sant'Antoni, il giullare di sant'Antonio. Alcune guarigioni cominciò ad operarle proprio in quel periodo: spaventi e malocchi infantili: un guaritore pediatra.
Un'attività che gli valse - si dice - un'accusa di corruzione di minorenni. Da qui una più profonda crisi mistica sfociata in una clamorosa conversione alla chiesa ortodossa.
Forse il suo sogno recondito era di poter tornare da messia in quel paese da cui era stato cacciato come sacrista. Se non che i sogni hanno da fare i conti con la realtà: in questo caso con il vicino vescovado che non lascia spazi vuoti a un concorrente di santa romana chiesa - indipendentemente dalle virtù terapeutiche che un sacerdote può possedere.
Comunque, un vuoto fu rilevato e subito occupato in una comunità periferica - instabile e insofferente sotto molti aspetti, dove dalle barricate popolari per ottenere l'autonomia amministrativa sono sorti umori eretici. Fermatosi in casa delle sorelle Z. R. - due vecchie ben presto convertite alla nuova religione - il missionario fondò la sua chiesa. Morta una delle sorelle, la seconda lasciò tutti i suoi beni alla nuova chiesa. Oltre trenta famiglie, chi per far dispetto al parroco e chi attratto dalle virtù sacerdotali del missionario, abbracciarono l'eresia, che in questo caso si chiama ortodossia. I n quello storico periodo di zelo neofita era in voga lo slogan "O Roma o Costantinopoli!"
Oggi, gli eretici ortodossi hanno il loro posticino riservato in cimitero; possiedono una vasta area su cui intendono edificare una basilica; vantano inoltre molte più grazie ricevute di quanto non possano i cattolici. Il martedì, in particolare, è il giorno in cui si ricevono le grazie. In treno e in pullman o con mezzi propri, si snoda un corteo eterogeneo di fedeli piovuti da ogni dove, per ottenere grazie e guarigioni. Non pochi sono fanciulle affatturate, zitelle in cerca di marito, sposi o amanti dalle ridotte capacità amatorie.


3 - Impotenza e bicarbonato

Un male assai diffuso - e per il quale la gente si rivolge ai sacerdoti, anziché al medico - è l'impotenza. Segue la verginità forzata, ovvero il mal della zitella. A *** paese del Nuorese, un sacerdote giurisdavidico si è specializzato nella cura, appunto, dell'impotenza e del mal della zitella. Si tratta del sacerdote Giovanni Casula, il quale per una delle sue prestazioni è finito in tribunale sotto l'accusa di truffa. Ha chiesto una somma eccessiva: pare oltre trecentomila lire, per officiare il rito.
Una sera si presentò a lui una zitella trentacinquenne, pregandolo di fornirle un elisir in grado di accalappiare un marito. Possibilmente giovane e belloccio. Il buon prete le consegnò una porzione di volgare bicarbonato di sodio, previo sciorinamento di rituali magici brebus.
La zitella, in virtù del magico bicarbonato, trovò marito - un sessantacinquenne, un po' malandato, ma pur sempre un marito. Al quale propinò diverse dosi della miracolosa polverina, con l'intento di virilizzarlo (evidentemente una medicina tuttofare, per la credulità). Ma stavolta la polverina non funzionò. Il vecchio non fu in grado di consumare il matrimonio, quantunque la volontà non gli mancasse.
La ex zitella, delusa, cominciò a pensare che, forse, la polverina utile per acchiappare mariti agisse al contrario dopo le nozze, che cioè debilitasse la virilità. Tornò quindi dal prete giurisdavidico Casula, il quale ascoltò pazientemente il nuovo caso. Niente paura - disse. E fornì la donna di uno speciale terriccio da spargere sulle lenzuola del talamo nuziale. Il vecchio sposo avrebbe ballato come un satiro.
A una settimana di distanza, la donna tornò ancora. Il terriccio aveva fallito. Lo sposo non ce la faceva proprio. Certamente abbisognava di un trattamento più forte. Il prete prese gli attrezzi del mestiere e si recò di persona sul luogo. Fece disporre gli sposi ancora novelli sul talamo, e osservandoli ristette in profonda meditazione. "Forze occulte stanno preparando a vostro danno terribili mali!" - borbottò ieratico. E tratti dalla borsa tre candelabri li depose sopra il letto e li accese; indi prese tre grossi libri sacri e li situò nei punti chiave tra i candelabri. Infine posò la sacra stola sul capo dello sposo, esorcizzando i demoni dell'impotenza. Demoni terribili davvero se, nonostante tutto, rimasero abbarbicati ai lombi dell'infelice vecchio. Il quale ha finito per denunciare il prete d'essere lui la causa del male.


4 - L'esorcista

Un altro sacerdote, di Iglesias, si sposta periodicamente nei paesi della zona per operare guarigioni. Si è specializzato in vergini isteriche - quei soggetti cui allo sfogo dei tradizionali brufoletti si aggiunge irrequietezza psichica sfociante in crisi mistiche. Ma dato che il nostro prete predilige compagnie particolari, egli cura soltanto le fanciulle che hanno fratelli piacenti.
Nell'agiografia del sant'uomo, si narra che egli sia stato chiamato in un certo paese per un caso urgente. Una diciassettenne veniva perseguitata da un demonio concupiscente che non le dava requie. Durante la notte, il demone aveva la sfacciataggine di trasformarsi in un marcantonio e di infilarsi sotto le sue lenzuola. La poveretta doveva soggiacere contro voglia alle turpitudini del demone, e questo la prostrava tanto da toglierle ogni forza per accudire durante il giorno alle faccende domestiche. Un fenomeno che, oltre ad essere immorale, era negativo per l'economia familiare.
Il sacerdote - si narra - giunse nel tardo pomeriggio, accolto con tutti gli onori dalla famiglia. Egli si accinse subito all'opera visitando uno per uno i componenti. A esame effettuato, disse: "Qui, miei cari, il demonio non ha invasato il corpo della ragazza, ma del suo fratello. E' lui che bisogna esorcizzare. Sarà una faccenda difficile e lunga. Ma con l'aiuto del signore e dei santi apostoli Pietro e Paolo ce la faremo. Intanto lasciatemi solo con il ragazzo, in camera sua, non prima di averla fornita delle cibarie occorrenti per almeno una settimana, dato che il mio compito potrebbe prolungarsi per tanti giorni."
Così fu fatto. Per cinque lunghi giorni il guaritore lottò contro il demone lascivo che si era impadronito del contadinotto, e alla fine riuscì a sfiancarlo. Di quanto dura dovette essere la tenzone ne faceva testimonianza il volto sofferto del sacerdote, dagli occhi fondi cerchiati. Il ragazzo appariva completamente vuotato e ripulito da ogni demoniaca possessione. E per un mese buono la fanciulla dormì sonni tranquilli.
Il demone concupiscente - si narra in fine - riprese a molestare la fanciulla allo scadere del mese. Nuova chiamata al celebre guaritore. Nuovo esorcismo e nuova severa punizione al demone del ragazzo.


5 - Le nuove chiese

La caduta del fascismo, l'avvento della democrazia, la presenza del dollaro e altri fattori che in questo scritto non è il caso di esporre, hanno visto un fiorire di nuove confessioni - purtroppo soffocate dalla radicatissima vegetazione cattolica.
Un fenomeno positivo se fosse valso a rompere un monopolio, che invece si è articolato e sviluppato seguendo le orme della tradizione cattolica: si è fatta leva sulla miseria, sull'ignoranza e sulla superstizione per fondare nuove chiese. Tanto che in quei nostri paesi dove sono presenti diverse confessioni, si dice che un prete vale l'altro.
Un sacerdote che vorrebbe essere al di sopra delle parti sostiene: "La gente crede nelle virtù terapeutiche della preghiera, che nella religiosità dello sprovveduto assume i caratteri della formula magica. E crede pure che santi e arredi sacri abbiano di per se stessi il potere di operare guarigioni. Non si tratta precisamente di superstizione, ma di religiosità allo stato infantile."
Una tesi poco convincente. E non perché la Chiesa accetta, a livello di comunità, tali credenze popolari, ma perché ci specula, per scopi spesso turpi, e perché su tale presunto potere di sciogliere e di legare fonda in realtà il suo dominio temporale.
Laddove esistono confessioni religiose in concorrenza tra loro, la lotta per l'egemonia non si svolge sul confronto e sul dibattito delle "verità" teologiche, sulla "bontà" della dottrina. Come già ai tempi della Patristica, nei meandri della politica, è sulla base di presunte capacità miracolistiche che si cerca il consenso e si ottiene la supremazia. Resta attuale il celebre epigramma di Luciano, poeta satirico del II secolo: "Quando una prestigiatore pagano si fa cristiano è sicuro di far carriera."
(In "Sassari Sera" 1-5 Settembre 1968)


IL FENOMENO AUTORIZZATO

Un volantino - che circola insieme ad altri illustranti l'attuale difficile congiuntura economica, le benemerenze della Dante Alighieri, l'efficacia del vaccino Sabin - avverte che "Dopo un lungo giro in Italia si è stabilito con successo a Marrubiu il fenomeno, il più grande sapiente Cavaliere dell'Accademia di San Giorgio di Antiochia, Direttore Regionale dell'Accademia dell'Alta Cultura… studioso di Scienze Occulte e Psicologia Applicata; Apostolo dello Spirito, Premiato con Medaglia d'Oro per Alti Meriti Scientifici."
Il fenomeno si è stabilito a Marrubiu per mettere a disposizione di tutti la sua "Scienza Occulta" e la sua "Psicologia Applicata", in cambio di sole cinquecento lire a seduta.
Quali problemi e quali drammi sia in grado di risolvere e di appianare, si apprende leggendo il manifesto: "Spiega scientificamente qualsiasi notizia di parenti vicini e lontani, matrimoni, affari di commercio. Dà tutte le spiegazioni del vostro passato, presente e futuro, malattie, prigionieri, ecc. V i spiegherà quale dovrà essere il compagno della vostra vita per evitare vedovanze o separazioni, vi dirà quali sono i mesi propizi per non sbagliare i vostri affari; quale sia il vostro destino nella vita terrena, l'anno propizio per i vostri studi, se sarete promossi. Anche senza essere presente la persona, spiega il suo destino e i mali che lo affliggono."
Non c'è poi troppo da meravigliarsi di tanta capacità divinatoria in un "Direttore" sia pure solo "Regionale" dell'Accademia dell'Alta Cultura, eccetera eccetera. La meraviglia è che costui, il fenomeno, sia regolarmente autorizzato dalla Questura. Questa regolare autorizzazione può significare soltanto due cose: o che alla Questura si autorizzano le truffe autorizzate ai danni della gente sprovveduta; oppure che nello stesso luogo si crede, come può credere l'ultima delle pinzochere, alle fenomenali capacità del "Direttore Regionale dell'Accademia dell'Alta Cultura".
(Costume di Amsicora in "Sardegna Oggi" n. 49 -1964)


CAPITOLO SETTIMO
SA TUVA - LA QUERCIA CAVA


LA QUERCIA SACRA

"La sacra scrittura e la storia antica profana ci dicono che i patriarchi israeliti, cananei, e della maggior parte dei popoli orientali dell'antichità, professavano una grande venerazione per le querce. Rachele fu sotterrata ai piedi d'una quercia chiamata dalla sua nutrice la quercia dei pianti… L'angelo che apparve a Gedeone si sedette su d'una quercia… Del pari su una quercia Giosuè piantò la testimonianza, cioè il suo altare…
Nel citare questi passi di differenti epoche, rilevo che la quercia era venerata fin dall'epoca più remota, come lo fu tra i Druidi e presso le antiche popolazioni scandinave e celtiche della Germania, della Bretagna, dei Galli e degli Erinni. Il rispetto superstizioso dato a quest'albero, considerato giustamente, come il più venerando e il più bello del regno vegetale si è perpetuato in Sardegna fino ai giorni nostri. La quercia non è venerata dai Sardi come una specie di divinità occulta, ma è istintivamente considerata come un essere benefico, un testimone augusto delle più importanti azioni della loro vita, che esercita una influenza misteriosa su tutto ciò che avviene alla sua ombra. Sarei anzi maggiormente nel vero, dicendo che i Sardi si rendono conto del sentimento che provano per la quercia, e in questo, come in tutte le loro usanze nazionali, subiscono unicamente l'influenza delle tradizioni."
(Tratto da Emanuele Domenech - Pastori e Banditi - 1867)


LA GIUSTIZIA ALL'OMBRA DELLA QUERCIA

"Sotto la quercia piantata di faccia alla chiesa o in una piazza del villaggio, i Sardi stipulano i loro contratti, progettano i loro matrimoni, stabiliscono i prezzi della loro mercanzia, discutono i loro interessi e rendono la giustizia alla quale la magistratura non assiste. Una quercia, l'aria aperta, la vista dei campi, delle montagne, e il cielo turchino, valgono pur la sala lugubre d'un tribunale, ornata di figure ridicole o malvagie, degli abiti neri dei giudici, degli stivaloni dei gendarmi, dei banchi sudici, e piena d'una atmosfera nauseante.
Quando si tratta di un delitto capitale, la procedura diventa palpitante d'interesse, per il carattere patriarcale che prende. Nella Gallura, quando un uomo muore di morte improvvisa o violenta, i suoi parenti si riuniscono dopo i funerali per cercare il presunto autore dell'assassinio. Una volta accordatisi per designare il colpevole, scelgono due anziani per giudicarlo. I parenti dell'accusato scelgono anch'essi due anziani, i quali si riuniscono agli altri due per istruire il processo.
Dopo essersi accordati, i quattro giudici eletti stabiliscono un giorno per discutere il processo; intimano quindi alle parti interessate di comparire davanti al tribunale, che si tiene sotto una quercia, al levar del sole. I giudici sono digiuni, e non bevono né mangiano finché la sentenza non sia stata pronunciata.
Aperta l'udienza, i due giudici scelti dal parente del defunto dichiarano all'accusato che egli è sospettato d'essere l'autore dell'assassinio. Il più prossimo parente del morto, si leva quindi e formula la sua dichiarazione con queste parole rivolte all'incolpato:
"Sei tu che l'hai ucciso"
"No" risponde il preteso colpevole.
Dopo questa risposta, le due parti sono allontanate dal tribunale e le sole famiglie discutono davanti ai giudici. Ciascuno parla a sua volta e dà, pro o contro la colpabilità, tutte le ragioni, siano pure le più lontane dall'argomento, che possono favorire il successo della causa. Qualunque sia il sesso o l'età dell'avvocato improvvisato, egli non viene mai interrotto dalla parte avversaria.
Questo patrocinio primitivo e naturale ci mostra che tali liti formerebbero in Francia pessimi deputati; giacché da noi, allorché un oratore dice qualche cosa che non piace ai suoi avversari, tutti l'interrompono e parlano contemporaneamente, da gente che conosce poco i modi civili e onesti. Ma i modi patriarcali non sono ancora penetrati nel Corpo legislativo; non c'è dunque da meravigliarsi se i dibattiti della Camera sono più tumultuosi, e se hanno minor dignità di quelli di cui sono testimoni le querce.
Finita l'istruzione e la discussione del processo, i quattro anziani si consultano, richiamano con un fischio l'accusatore e l'accusato, e pronunziano la sentenza pro o contro la colpabilità.
Nel primo caso, la sentenza dichiara che l'accusato è sospettato di aver commesso l'assassinio o per i suoi malefici causato la morte del defunto, e ch'egli ha venti giorni di libertà durante i quali gli si deve l'acqua e il fuoco.
Durante questi venti giorni, nessuno può fargli male. Egli ha diritto al nutrimento e all'ospitalità anche da parte dei nemici, che non gliela rifiutano mai. Finito questo periodo di tempo, se non ha lasciato il villaggio, può essere sicuro di venir ucciso dal primo parente del morto che lo troverà; perciò approfitta di quello spazio di tempo concessogli per salvarsi nelle montagne e mettersi al riparo dai colpi di quelli che su di lui hanno diritto di vita e di morte per la sentenza del tribunale popolare.
Se la sentenza è favorevole all'accusato, l'accusatore gli stringe subito la mano, e le due parti avverse bevono alla salute dell'uno e dell'altro, e si separano più amiche di prima.
La decisione dei quattro anziani è senza appello; essa è accettata da tutti gli aventi causa con un rispetto religioso, e nessuno cerca di sottrarvisi portando il processo dinanzi ai tribunali regolari."
(Tratto da Emanuele Domenech - Pastori e Banditi - 1867)


IL CULTO DEL FUOCO

Sant'Antoni s'eremitanu, l'eremita, viene più comunemente detto Sant'Antoni de su fogu, del fuoco. Nelle descrizioni e raffigurazioni agiografiche e del culto appare come un vegliardo situato sullo sfondo di un deserto, con accanto un porcellino (per alcuni simboleggiante il diavolo). In altre raffigurazioni vi si aggiungono altri animali indigeni, quali il bue, il cavallo, l'asino, la capra e la pecora. Ai suoi piedi vi è un focherello ardente. Tiene in una mano un bastone di ferula.
Nella credenza religiosa, Antonio l'eremita è insieme il protettore degli animali domestici e il mitico personaggio, che come il Prometeo, carpì il fuoco agli dei per farne dono agli uomini.
Nella mitologia cristiana si racconta di un Antonio abate, detto il Grande, nato in Egitto intorno al 250, il quale all'età di vent'anni se ne andò a vivere nel deserto della Tebàide, dove più tardi lo seguirono diversi altri giovani, desiderosi di far vita romita e ascetica. Per ciò gli si attribuisce il merito di essere il padre fondatore del monachesimo, che contribuì non poco a dar prestigio alla Chiesa usandolo come contraltare alla corruzione dell'alto clero.
Si dice che il santo eremita pagasse a caro prezzo la scelta di un'esistenza solitaria e contemplativa: il Demonio lo perseguitò senza soste, ossessionandolo con terribili tentazioni, per lo più di carattere erotico, con apparizioni di fanciulle tentatrici che mettevano - è il caso di dire - a dura prova la sua virilità repressa.
Nelle leggende cristiane relative a questo santo, non c'è uno specifico legame tra lui e il fuoco, se non nella denominazione di "fuoco di Sant'Antonio" o "fuoco sacro", data all'ergotismo cancrenoso, assai diffuso in Europa tra i contadini. La denominazione "fuoco di sant'Antonio" viene anche usata per indicare diverse malattie infettive della pelle.
In Sardegna, singolarmente, il santo è legato al culto del fuoco, a riti e credenze che si perdono nella notte dei tempi. E' evidente che Antonio l'eremita si sovrappone ad altra ben radicata figura mitica, un Prometeo autoctono: colui che rubò il fuoco agli dei avari e malevoli nei confronti dell'uomo.
Una leggenda di cui si conoscono diverse varianti, tutte assai simili nel contenuto, narra che Sant'Antonio venne in Sardegna in tempi remoti e vide la triste condizione in cui versavano i suoi abitanti: intristiti e decimati dal gelo; costretti a cibarsi di cibi crudi per la mancanza di fuoco. Mosso a compassione, il Santo scese nell'inferno, dove c'era abbondanza di fiamme. Con il pretesto di essere intirizzito dal freddo, riuscì a commuovere i diavoli di guardia che lo lasciarono entrare con il porcellino, affinché si sedesse e si scaldasse accanto al fuoco.
A questo punto, con abile sotterfugio, Antonio riuscì a impossessarsi del fuoco: facendo finta di attizzarlo con la punta del suo bastone di ferula, che, come è noto, contiene un midollo infiammabilissimo.
Ritornato sulla terra il Santo agitò il bastone da cui si levò la fiamma, e con esso accese il focolare dell'uomo. La stessa leggenda afferma che egli, nell'agitare la ferula esclamasse: "Fogu fogu po dogna logu! Linna linna po sa Sardinna!" (Fuoco fuoco in ogni luogo! Legna legna per la Sardegna!) Quindi, chiamati a raccolta contadini e pastori, insegnò loro l'uso del midollo della ferula (sa feurra) come esca per accendere il fuoco in campagna. Il che ancora oggi essi fanno: battendo tra loro due pietre focaie (perda sitzia) mandano le scintille sul midollo di ferula che si incendia.
Nella leggenda originaria, il Prometeo autoctono, sostituito dal cristianesimo con il sant'Antonio, dovette rubare il fuoco agli dei, che nella versione cristiana diventano diavoli. Ciò perché Dio, definito padre buono e misericordioso, non avrebbe negato ai suoi figli un così importante elemento di benessere.
Assai diffuso nell'Isola il culto popolare del Santo donatore del fuoco. Il 17 gennaio si registrano quasi dappertutto cerimonie legate all'antico culto del fuoco. Nel mondo pastorale della montagna ha luogo sa tuva, un rito pagano propiziatorio in cui si brucia una quercia cava, detta appunto sa tuva. Nel mondo contadino della pianura, si accende su fogadoni, il falò, in cui si brucia una ingente quantità di legna.


SA TUVA
LA QUERCIA CAVA

Tuvu è ciò che è cavo. Tuvudu si dice di albero o di radice o di frutto che all'interno siano cavi o spugnosi. Sa tuva sta a indicare la quercia cava, che è tale perché è secolare: sacra regina del bosco sardo, protagonista della cerimonia propiziatrice in uso il 17 gennaio, festa di Sant'Antoni de su fogu. Is tuvas indicano anche le cataste di legna che si ammucchia intorno alla quercia cava, a cui verrà dato fuoco.
Il 16 gennaio, giorno della vigilia, il comitato della festa e quanti altri della comunità vogliono concorrere, si recano con i carri in zona boscosa e tagliano a colpi di scure una quercia secolare, che abbia la particolarità di essere cava ma viva, e viene caricata sul primo carro. Sa tuva non può essere abbattuta con altro strumento che la scure. Dietro il primo carro seguono tutti gli altri carichi di legna: ceppi, frascame, cespugli.
Giunti in paese, sa tuva viene scaricata e posta in piedi al centro del piazzale di chiesa, ornata di fiori ed erbe aromatiche, quali rosmarino, lavanda e timo, e frutti di stagione, specialmente arance. Nella sua cavità è stata sistemata l'esca, cui il prete, dopo averla benedetta darà fuoco. Altrove, ad appiccare il fuoco è il presidente del comitato.
In alcuni paesi, dove evidentemente c'è più abbondanza di bosco, is tuvas, le querce cave, possono essere anche più di una, o tre o cinque. In tali casi, si collocano con la più grande al centro, e tutt'intorno a sa tuva o a is tuvas si raccoglie la legna del falò.
Le fiamme di sa tuva ardono per tutta la notte, e durante tutto questo tempo si svolgono alcune cerimonie rituali collettive: la cena, la sfilata del bestiame, i balli e l'accensione dei focolari domestici.
In casa o nel cortile del priore della festa (o presidente del comitato), tradizionalmente un capo-pastore, viene imbandita già dal tramonto una tavolata stracarica di cibarie, carni arrostiste, verdure crude e frutta, salsicce e prosciutto, con abbondanza di vino. E' un continuo via vai dal luogo della festa a questa imponente tavolata, dove ci si ferma giusto il tempo per rifocillarsi e riprendere posto intorno al falò.
Altro momento di rilievo è la sfilata degli animali da lavoro e da cortile, rappresentati da esemplari di pregio, perché il Santo (o sa tuva?) li preservi dal freddo e dalle pestilenze.
I balli, che si aprono appena dopo il tramonto, durano finché arde il falò: in pratica tutta la notte. In alcuni paesi si fa un ballo particolare, detto su bicchiri, simile alla danza che i sacerdoti fenici facevano davanti al dio Baal.
La mattina del giorno dopo si usa accendere il fuoco di casa utilizzando le braci del falò di Sant'Antonio. Alcuni studiosi di folclore hanno voluto trovare in questo gesto non pochi fantasiosi significati. In verità è verosimile che le donne di casa, almeno per quel giorno, trovino comodo utilizzare per il proprio focolare un fuoco già acceso e di cui c'è abbondanza. Tanto è vero che non poca gente della comunità, come io stesso ho potuto constatare, per maggiore comodità si portava in piazza la carne o il pesce e se li arrostivano alle braci residue dell'imponente falò.
Vorrei aggiungere che è proprio degli intellettuali alienati, avulsi dal concreto, trovare significati reconditi, profondi e ancestrali, nelle consuetudini del popolo, che sono invece semplicemente espressioni di una logica pratica, di esigenze materiali.
La cerimonia di sa tuva, nelle prime sue fasi, del taglio della legna e di preparazione del falò e della accensione, è strettamente riservata ai maschi; mentre successivamente vede la partecipazione anche delle femmine e dei piccoli e diventa sempre più chiaramente una manifestazione orgiastica, una occasione di festa in una giornata del mese più rigido dell'inverno: stare attorno al fuoco per scaldarsi, mangiare, danzare e divertirsi insieme.


SU FOGADONI
IL FALÒ

Riprendendosi l'un l'altro, gli studiosi di folclore sardo associano l'accensione di falò ai
festeggiamenti per Sant'Antonio l'eremita. In verità, il fuoco è strettamente legato a ogni manifestazione di festa collettiva che si tenga all'aperto, specialmente, ma non soltanto, d'inverno. Nelle feste il fuoco è sempre presente nelle sue molteplici utilizzazioni, pratiche e simboliche: sia come residuo di antichi riti del culto del fuoco, simbolo di vita e di metamorfosi; sia pure per scaldare, rallegrare e stimolare gli animi all'intimità, ai balli; sia infine più prosaicamente per cuocere i cibi tradizionali, immancabili in tali occasioni: il porchetto, il capretto o l'agnello, i muggini e le anguille.
Praticamente in tutti i paesi a economica agricola - esclusi alcuni tanto poveri di legna da ardere da non potersi permettere il "lusso" di accendere un falò - il Sant'Antonio e altri santi con il San Sebastiano di Tuìli vengono commemorati con su fogadoni - dove è assente sa tuva, la quercia cava.
Imponente il falò che veniva allestito a Santa Giusta di Oristano, che ci viene descritto da una vecchia testimone.

"In paese su fogadoni si accendeva la sera della vigilia nella piazza della chiesa. Dalla mattina presto partivano tutti quanti a fare legna, chi con un carro, chi con molti carri e chi a piedi, secondo i mezzi che ciascuno possedeva. Era già una grande festa vedere rientrare tutti gli uomini carichi di legna di ogni specie. Maggiormente si usava l'alloro, che serviva anche per abbellire le vie del paese, con i rami a festoni. Ma c'era anche grande quantità di lentischio, leccio, corbezzolo, fronde di ginepro, ceppi di vecchi alberi che venivano lasciati in campagna per l'occasione.
All'imbrunire si dava fuoco alla catasta in un coro di grida di augurio, con la folla messa in cerchio. Quasi subito i giovani formavano dei gruppi che aprivano i balli al suono de is launeddas e de is pipaious. La gente portava carradeddas de binu, carni macellate e pesci e anguille dello stagno, specialmente bidimbua e fillatrota e si mettevano lì ai margini di su fogadoni ad arrostire sulle braci, e tutti mangiavano, cantavano, bevevano e ballavano per tutta la notte…
Il falò era così grande che il suo fuoco durava anche sette otto giorni, e tutto il paese in quei giorni lo usava, sia portandone a casa a bracieri e sia usandolo direttamente sul posto, fin quando ce n'era."

(Testimonianza di Anna C. D. di 85 anni. Santa Giusta 1983)

"Il giorno di Sant'Antonio de su fogu tutto il vicinato era in subbuglio. Si cominciava dalla mattina presto, i ragazzi più grandi andavano al monte a portare fascine di legna e noi più piccoli passavamo di casa in casa a raccogliere legna, noci castagne, fave e ceci da arrostire sulle braci. Tutti contribuivano generosamente.
La legna raccolta veniva ammucchiata al centro dell'incrocio tra due strade: prima la legna grossa, i ceppi e le radici; poi tutto attorno le fascine di lentischio, di corbezzolo e per ultime quelle di cisto. A un lato della strada, sopra un tavolo venivano disposte le corbule di giunco con le noci, le castagne e i legumi da arrostire.
Subito dopo pranzo ci si riuniva tutti in cerchio intorno al mucchio di legna; i grandi venivano e si complimentavano con noi per la quantità di legna raccolta, pronosticando il tempo della sua durata.
Devo dire che nel mio paese, che è grande, si faceva un falò per ogni rione. L'usanza era stata però abbandonata dai grandi e la mantenevamo viva noi giovani e ragazzi. Questo fino agli anni Cinquanta.
Nel pomeriggio davamo fuoco alla legna, appiccando le fiamme in vari punti in modo da avere di colpo una grande vampata. Il cerchio dei presenti si allargava contemporaneamente al diffondersi del calore del rogo, tra le grida festose dei piccoli e l'approvazione dei grandi.
Finita la fiammata delle fascine, lentamente bruciavano i ceppi, e noi iniziavamo a raccogliere le braci ai margini per arrostire le castagne, le fave, i ceci. La gente, portati gli scanni e gli sgabelli da casa, si sedevano al caldo tutto attorno. Alcuni gruppi di giovani attaccavano a cantare; altri restavano a chiacchierare fino a notte tarda. Vi erano anche donne che, sul tardi, venivano con i bracieri e se li riportavano a casa pieni di fuoco.
Ricordo che era considerato sacrilegio spegnere quel fuoco: doveva essere lasciato a consumarsi da solo. A pensarci bene, non solo questo fuoco era considerato sacro, ma ogni fuoco in genere, che non veniva mai spento nelle nostre case. Mia nonna prima ancora di insegnarci ad accendere il fuoco, ci insegnò a ricoprire con cura i resti del fuoco della sera, affinché li ritrovassimo vivi l'indomani mattina, e rinnovare la fiamma aggiungendo nuova legna."
(Testimonianza di L. M. di 35 anni - Guspini 1980)


CAPITOLO OTTAVO
TIALUS E DIMONIUS - DIAVOLI E DEMONI


Il mondo del sardo, apparentemente spoglio e deserto, si popola di magiche creature, le quali appaiono e si manifestano di volta in volta, alla luce del sole o nel buio della notte, in sembianze umane o animalesche o più spesso ambigue e mostruose. Tali magiche creature svelano nell'uomo il bene e il male, convivono e partecipano, dall'inizio alla fine, in ogni momento, dell'umana esistenza - o come malefiche portatrici di traumi, di malattie e di morte o come nunzie di pericoli e di sciagure incombenti o come benefiche soccorritrici, nel porgere rimedi e cure, nel favorire il buon andamento del lavoro, nel ritrovare oggetti perduti, nello svelare tesori nascosti.
Le fantastiche creature della mitologia dei Sardi si possono distinguere in diurne e notturne, secondo che vivano e si mostrino all'uomo durante le ore del giorno o della notte. Sono di tipo diurno gli spiriti simboleggianti la vita, espressione di forze creative della natura, misteriosi abitatori delle acque, dei boschi e dei monti, che hanno la loro apparente dimora in crepacci, in anfratti, in grotte, nei pozzi e nei garroppus (gorghi d'acqua) e nelle querce. Al tipo notturno appartengono gli spiriti demoniaci in qualche modo legati all'idea del sonno e della morte, esseri tenebrosi scaturiti nella metamorfosi dell'umano nel bestiale, e in specie is tiaulus, i diavoli, o più propriamente is dimonius, i demoni, emanazione di Luzziferru, Lucìfero, il Diavolo per antonomasia, il Principe delle tenebre.

Su tiaulu, il diavolo. E' il signore del male. Vive nell'inferno, dal quale non può uscire se non mediante sue emanazioni che prendono forme mostruose, per lo più di animali compositi, cornuti e caudati (caprone, bue, cervo, gallo, gatto, scarabeo, serpente, pipistrello, eccetera). Dal canto suo, neppure Dio, il signore del bene, può lasciare il proprio regno se non con emanazioni di sé, assai riduttive per altro, mostrandosi all'uomo nelle sembianze di angelo o di vecchio o di fanciullo, o di colomba, e nelle specie di "fiamma che brucia senza fuoco".
Su tiaulu, il diavolo, vive dunque in s'inferru, l'inferno, il luogo di punizione riservato alle animas malas, anime cattive. Is animas cundennadas, le anime condannate, sono dette le anime che espiano i loro peccati nel purgatorio - delle quali si dirà più avanti. Per i Sardi, s'inferru, l'inferno, più che un grande braciere, più che la classica bolgia, è una grande fossa arida e senza vita piena di pibaras e colorus, vipere e bisce, dove i dannati vengono tormentati da is tiaulus, i diavoli, con fiocine e forconi, dentro cardaxus de pixi buddendi, caldaie di pece bollente.
Nella credenza popolare, le anime dei dannati raggiungono s'inferru passando per l'imboccatura di misteriose grotte. Ve ne sono alcune, naturalmente inesplorate, che sono dette appunto bucca de s'inferru, bocca dell'inferno, e non è prudente avventurarvisi.

Is tiaulus, i diavoli, sono le creature infernali che specialmente durante la notte emergono sulla terra, confondendosi con uomini, animali e piante. Talvolta sono presenti anche come umbras (ombre, fantasmi), forme senza corpo. Prendono nomi diversi secondo il compito che svolgono, e possono assumere forme e sembianze diverse. Abbiamo così numerosi dimonius e dimonieddus, demoni e demonietti, su nemigu, il nemico, coa longa, coda lunga e coitedda, codina, s'ammuntadori, l'incubo, e così via.
Su dimoniu o su nemigu, il demonio o il nemico, prende per lo più forme animalesche composite e strane: corna di caprone, piedi d'asino, occhi di gatto, bargigli di gallo. Quasi sempre gli spuntano da dietro le spalle due piccole ciminiere fumanti. Oltre che nelle forme proprie di bue, di cane, di gatto, di gallo su dimoniu si mostra agli uomini, specie di notte, sotto le ingannevoli sembianze di frati e suore, di bambini smarriti e piangenti o di fanciulle bisognose di conforto dall'apparenza verginale. Talvolta lo si vede correre come un cavallo nero o infilarsi nella macchia come cinghiale dalle zanne mostruose. Non di rado, il demonio detto coitedda (codina), si diverte a fare dispetti, nascondendo gli aghi o le forbici o le chiavi alla massaia, la quale fa gli scongiuri esclamando: "Toh, maladittu Coitedda!" (Che tu sia maledetto Codina!). Lo stesso coitedda, durante la notte, diventa il lussurioso tentatore: assunte ingannevoli sembianze di giovane aitante, appare nel sogno alle fanciulle e alle vedovelle, tentando innominabili approcci.
L'esorcismo più potente, e più diffuso, per difendersi dalle apparizioni diaboliche è il segno della croce. Le fanciulle dormono sogni più casti e più tranquilli se portano appesa al collo una piccola croce d'oro o d'argento. Se l'apparizione (in forma umana o animale) esorcizzata con il segno della croce scompare trasformandosi in un cuaddu de fogu (in una vampata), si è certi che si trattava di un demonio. Nello stesso modo scompaiono is umbras o pubas, le ombre o fantasmi, esorcizzati con il segno della croce o con altri potenti scongiuri, quali l'acqua santa o appositi amuleti costituiti da scritti o reliquie di santi o sostanze benedette. Giovano anche alcune erbe, come la ruta, e certe pietre, come l'ossidiana. Così pure is brebus, le parole magiche, o versetti recitati come scongiuro.
Assai diffusa la credenza che is dimonius si nascondono dietro gli specchi (si dice che essi amino specchiarsi); da qui l'avvertimento delle madri alle fanciulle, di evitare di starsene a rimirarsi davanti allo specchio. Altro luogo, affine al precedente, dove is dimonius sono soliti apparire, è sa funtana, la fonte, e in generale gli specchi d'acqua. Chi si avvicina a una fonte per bere, deve prima recitare gli scongiuri per esorcizzare il maligno in agguato.

Sa jana è termine non traducibile se non come una specie di fata tipica della Sardegna, da non confondersi con sa fada, la fata propriamente detta. Secondo alcuni il termine jana deriverebbe dal nome della divinità greco-romana Diana; secondo altri da nana. Is gianas (o janas) rappresentano fantastiche creature femminili, di grandezza e aspetto diversi, abitanti di quelle grotte che prendono il nome di domus de janas, case delle Jane. Tuttavia, esse abitano anche pozzi e gallerie abbandonate, nuraghi e antichi ruderi.
Is gianas vengono variamente descritte: ve ne sono di piccolissime, vere e proprie donnine miniaturizzate, e di gigantesche, di grazioso o di orribile aspetto, di carattere cattivo, irascibili, e di buone, dolci e affettuose. Se ne raffigurano simili a streghe e a fate, simili a maghe e sirene. Le gianas buone danno buoni consigli alle donne e talvolta si prestano a anche ad aiutare nei lavori domestici, specie nella lavorazione del pane. Le cattive arrivano anche a succhiare il sangue dei bimbi che dormono incustoditi o non protetti da sacri amuleti. Il bimbo è il patrimonio più prezioso della famiglia, ed è anche l'oggetto più vulnerabile agli attacchi demoniaci: si spiega così il dispiegamento attorno alla sua culla di amuleti e talismani e di sacre reliquie o di oggetti benedetti - ramoscelli d'olivo e di palma, pietre dure e coralli e cornetti e manufiche pendenti al polso o al collo da nastrini verdi, e centomila altri oggetti che hanno il potere di preservare il piccolo dal male.
L'immagine più diffusa che si ha delle gianas è quella di fanciulle bellissime vestite nel tradizionale costume sardo delle feste; ma il loro fascino, la loro grazia non sono mai usati in senso erotico. Al contrario si citano casi di gianas-streghe che usano adescare il maschio: lo sottopongono a incantesimo, si ddu cuaddigant, se lo cavalcano, e gli succhiano il sangue.
Is gianas vengono variamente descritte anche dagli studiosi. Secondo i quali ve ne sarebbe una specie più simile a strega che a fata, dotata di enormi mammelle, che esse si getterebbero dietro le spalle per allattare da tergo i loro piccoli o per non inciampare mentre lavorano. Un'altra specie, assai simile ai vampiri nelle abitudini, si nutrirebbe di sangue umano, alimento a loro necessario per potersi riprodurre.

Sa fada, la fata. Così definisce is fadas, le fate, G. Calvia: "Erano…donne bellissime e ingenue che abitavano le piccole caverne montane. Cambiavan spesso il loro umano aspetto in quello di graziosi animali, ed avean potere e virtù di fatare le persone. Vivean esse negli antichi tempi e sparirono quando la malizia penetrò nel mondo".
Le nostre fadas somigliano dunque alle fate di tutto il mondo, creature fantastiche legate alla realtà di un mondo ideale in cui non esiste cattiveria. Ma la nostra gente è tendenzialmente ottimista, se è vero che crede che is fadas esistono ancora - relegate chissà in quale sotterranea profondità, pronte a riemergere, a ripopolare la terra al primo cenno di amore tra gli uomini.
Is fadas, come tutte le fate, compaiono in numerose leggende - che sembrano più adatte agli adulti che ai fanciulli.
Abitano prevalentemente nelle grotte, di varie dimensioni - dato che, secondo la tradizione, le misure delle fadas sono rapportate all'ampiezza del luogo in cui vivono. Esse amano anche frequentare i boschi, specie a primavera.
Si attribuisce alle fate la diffusione della conoscenza delle tecniche dei lavori donneschi, in particolare il cucito e il ricamo (vedi il detto "avere mani di fata"), la confezione del pane coccoi (di semola) e perfino l'uso del lievito. Esse, dunque, furono le mitiche progenitrici - in senso culturale - della donna-casalinga. Alle fadas, in pratica, vengono attribuite al massimo grado le virtù che dovrebbero essere proprie della fanciulla timorata e della sposa "angelo del focolare". E a questo punto - da parte femminista - si potrebbe sostenere, non senza buone ragioni, che le fate siano state inventate dal maschio nell'intento di definire e istituzionalizzare il ruolo subalterno della donna. Ma c'è una obiezione a questa tesi: per alcuni, is fadas costituiscono una razza di donne sole, capaci di riprodursi per partenogenesi, oppure, sulla linea delle mitiche Amazzoni, nemiche del maschio, costrette all'accoppiamento per riprodursi, eliminando alla nascita l'altro sesso - e ciò costituirebbe memoria di antiche organizzazioni matriarcali. C'è anche da aggiungere che le fadas sono ritenute per tradizione assai suscettibili ai comportamenti "maschilisti": sono numerose le testimonianze della "malasorte" subita da giovani che osarono offendere con parole o con gesti o con tentativi di approccio le verginali creature.
Is fadas, infine, presiedono al destino delle creature nate in terra, e hanno anche poteri divinatori (in questo somiglianti alle mitiche veggenti della mitologia classica, come la Pitzia e la Sibilla).

Mamas e Marias, Mamme e Marie. Le forze arcane della natura, il sole e la luna, le rocce della terra e le fonti d'acqua che da queste scaturiscono, il tuono e i fulmini, il vento e la pioggia, nel loro essere e manifestarsi all'uomo costituiscono la presenza di potenze magiche, sante o demoniache, nel bene e nel male. Potenze magiche che prendono in molti casi l'appellativo di mamas, mamme, e con l'innesto del culto cristiano di Marias, Marie. A me pare che in questi casi il termine mama indichi l'origine profonda del fenomeno che si constata: abbiamo così nei modi di dire popolari sa mama de su sonnu, la madre del sonno, o Colei che concilia il sonno ai mortali; sa mama de su bentu, la madre del vento, o Colei che muove il vento. Abbiamo ancora Maria alluta, Maria accesa, che indica sia la fiamma viva di un fuoco che la vampa del sole di mezzodì; Maria pampori (da pampa = vampa), Maria avvampante, indicante un calore forte afoso, del suolo, del fuoco o del levante estivo; Maria abbranca, Maria ammaliatrice, che attira a sé e ghermisce, indicante baratri o pozzi profondi o gorghi d'acqua.
Si noti anche che nella lingua del popolo si dice mama de caffei, madre del caffè, il fondo della stessa sostanza macinata che resta nella caffettiera. E che in riferimento a qualità del carattere, negative o positive, si dice ses sa mama de sa mandronia, sei la madre della poltronite, per indicare un poltrone; ses sa mama de s'allegria, per indicare persona allegra; o mama susunca, madre dell'avarizia, per indicare l'avaro.
L'appellativo mama, madre o mamma, lo ritroviamo usato anche come suffisso nei nomi di diverse essenze arboree ed erbe che hanno proprietà medicamentose. Per citare due casi assai diffusi, in logudorese mama de chercu, madre della quercia, è detta la sua corteccia, mentre in campidanese mama de axedu (e anche mama agheda nell'Oristanese), cioè "mamma dell'aceto" è detta l'acetosella.
Il mondo della mia infanzia è popolato di Marias. Ogni momento del giorno, dal risveglio alla colazione, dal lavarsi al vestirsi, dal giocare all'eseguire i doveri propri di quell'età, fino a prendere sonno dopo cena e al dormire sereni evitando incubi notturni, era presieduto e regolato da vigili Marias, figure di donne: talvolta giovane e bella, dalle carezze materne eppur conturbanti, tal'altra matura e severa, con i suoi richiami alle regole del buon comportamento. Ricordo Maria lenzoru, Maria lenzuolo, che veniva a rimboccarmi le coperte durante la notte, per tenere caldo il mio sonno invernale e veniva poi di mattina a togliermele di dosso per farmi alzare senza cincischiamenti; Maria pettini, Maria pettine, che interveniva con le sue mani delicate sul pettine per evitare dolorosi strappi ai miei riccioli annodati, rendendo piacevole tale igienica incombenza; e Maria puntaoru, Maria punteruolo (?) (ma forse punta de coloru, punta di biscia), che interveniva davanti ai pasti di cui ero ghiotto per avvertirmi di essere parco, perché se mi fossi riempito troppo sarebbe poi venuta durante la notte a bucarmi la pancia per prendersi lei il di più…

Su carru de nannai, letteralmente il carro del nonno, indica il tuono, quel suo rotolio rimbombante simile al rumore delle ruote ferrate di un carro lanciato a gran carriera su strada selciata. Intendi, su carru de nannai (senti, il carro del nonno), dicono le mamme ai fanciulli quando rimbombano i tuoni, nunzi del prossimo temporale; e allora i piccoli si fanno il segno della croce, spaventati eppur curiosi, attratti da quel misterioso rimbombare tra i lampi, affacciandosi nei loggiati.

Zius, gopais e gomais, zii, compari e comari. Is animas, gli spiriti, sono onnipresenti e sovrintendono a ogni aspetto della vita umana. Essi albergano nelle piante e negli animali, e da essi non di rado l'uomo deve dipendere, e per ingraziarseli li chiama usando l'appellattivo di rispetto, ziu, zio, o gopai, compare (al femminile, zia e gomai).
Singolare è il rapporto che l'uomo di campagna instaura con la volpe, alla quale vengono attribuiti caratteri antropomorfi maschili. E' chiamata con nomi diversi: margiani, mazzone, gradessiu e altri, preceduti dall'appellativo di rispetto ziu o gopai . Con questo animale, il contadino o il pastore effettua un comparatico (detto su santuanni de margiani), onde propiziarselo ed evitare i danni che potrebbe produrre alla vigna o al gregge.
Tale singolare comparatico viene così descritto in alcuni paesi del Campidano: il contadino (o il pastore) prepara un piatto contenente del cibo gradito a ziu margiani, a zio volpe, mangiandone la metà e lasciando l'altra metà nel piatto che porrà in campagna, ai margini della vigna (o dell'ovile). Se il cibo verrà mangiato, e quindi gradito come dono dall'animale, tra questo e l'uomo si sarà instaurato il comparatico - con tutti i doveri reciproci inerenti a tale istituto: gopai margiani non danneggerà gopai messaiu e viceversa. Il contadino lascerà alla volpe scricchillonis, racimoli quando vendemmierà, o se è pastore lascerà qualche residuo di macellazione; la volpe rispetterà la vigna e l'ovile del proprio compare.
Ziu margiani, zio volpe, è animale mitico cui si attribuiscono in massimo grado qualità umane, in particolare l'astuzia. Tante sono le novelle in cui egli, protagonista, riesce sempre a superare ogni difficoltà.
Altro animale cui molto frequentemente vengono attribuiti caratteri antropomorfi è ziu molenti, zio asino: i suoi attributi tipici sono quelli della virilità e dell'intrigo al fine di soddisfare la sua inesauribile libidine. Nel poemetto in lingua campidanese Sa giorronada de Conchiattu, sotto il titolo "Incontro con il centauro sardo" viene burlescamente introdotto l'incontro campestre tra il contadino detto Conchiattu e ziu molenti.
Un'anima che incute un profondo timore è su baboi, detto anche baballotti, marrangoni, maimoni e mammoti. Tali voci indicano un animale mitico, evocato talvolta per spaventare i bambini cattivi: chi non fais a bonu benit mammoti! (Se non fai da bravo viene mammoti!). Con i termini di baboi e baballotti si indicano anche genericamente insetti repellenti: scarafaggi, ragni, tarantole e parassiti ematofagi quali i pidocchi.
Gli appellativi di ziu e gopai sono frequentemente usati non solo per gli animali, ma anche per le piante con le quali l'uomo entra in contatto e crea un rapporto. Se passando vicino a una macchia di rovo qualcuno viene punto dalle sue spine, c'è chi gli dice "Là chi ziu orrù (oppure gopai orrù) pungit! (Guarda che zio rovo (oppure compare rovo) punge!).
Frequente è anche l'attribuzione all'uomo di caratteri ritenuti propri di un animale, come si rileva dai seguenti modi di dire: paris unu pruppu= sembri un polpo (cioè senza carattere): ses che unu cani = sei come un cane (cioè incapace di controllarti); ses siddiu che sirboni = sei chiuso come un cinghiale (cioè immusonito); parrit una egua = sembri una cavalla (cioè si comporta da puttana).

Survile, in logudorese indica una sorta di strega. Secondo alcuni demonologi sa survile (che essi chiamano surbile) sarebbe una donna vampiro, ovvero Dràcula al femminile. Il suo nome deriverebbe dal verbo surbiri = sorbire (sangue, naturalmente), ma anche da surbiai = fischiare, un atto che ha in comune con il succhiare l'atteggiamento delle labbra allungate in avanti "a culo di gallina".
Per fortuna degli abitanti dei Campidani nella loro lingua non esiste il termine survile (né surbile) - il che può far supporre che tale mostruosa creatura ematofaga non funesti con la sua presenza l'area contadina (per altro funestata da una miriade di altre demoniache creature ematofaghe, quali zanzare con o senza plasmodium, comprese le specie dell'habitat governativo).
Secondo G. Calvia (in Esseri meravigliosi e fantastici - 1903) le surviles appartengono ai due sessi e si dovrebbero perciò distinguere in streghe e vampiri. Egli scrive:

"Le surviles sono uomini o donne che nascono con un pezzo di coda d'acciaio, e succhiano il sangue ai lattanti e soffocano i bambini nella culla. Si ungono con un certo olio fatato e pronuncian questa formula: A pili esse e pili in fache, in domo de comare mi che agatte. Fatto e detto ciò cambiano di forma e penetrano nelle case, non rispettando neppure il sangue proprio. Sono molto temute dalle donne che allattano bambini, le quali per scacciarle tengono sotto il guanciale sa pastagna de sas surviles. Io vidi uno di questi amuleti autenticato dal papa e colla scritta Ex praecordiis S. Philippi Neri. Altro rimedio è quello di porre sulla cenere del focolare (foghilaja) un tripode rovesciato, o collocare una falce coi denti rivolti in alto. Se la strega penetra allora nella casa, non potrà più partirsene, senza che la falce o il tripode sian rimessi a posto. (Secondo altri bisogna approntare un recipiente contenente latte vicino alla soglia della porta, così che la survile entrando si accontenti di bere il latte risparmiando di svenare i piccoli - nota del redattore). Alle volte questi vampiri si tramutano in uccelli e si appollaiano sugli alberi. Chi è nato di febbraio ed è il primogenito ha il potere di farli comparire, infilandosi le brache (sas ragas, veste sarda) alla rovescia, e gridando in tono di venditore ambulante: lea ragas, le'. A Monteleone Rocca Doria tramutasi in gatto nero; a Sassari sono chiamati pizoni di la strea."

Su boe muliache o bue mugghiante (muliare = mugghiare) è altra fantastica, e orrorosa, creatura demoniaca che vive quasi esclusivamente nel Nuorese, nel mondo barbaricino. Se ne hanno tracce anche nel Campidano di Oristano, dove la stessa orrenda creatura viene chiamata boi mulliaccas,che si potrebbe tradurre con bue che munge vacche.
Nella credenza popolare su boe muliache, il bue mugghiante, sarebbe il prodotto demoniaco di una misteriosa e penosa metamorfosi dell'umano. Vi sarebbero certi uomini che nelle notti di plenilunio si trasformerebbero in un mostruoso bue mugghiante - dando così vita a un nuovo essere infernale che si aggiungerebbe ai mille altri che dopo il tramonto emergono dagli Inferi popolando le notti. Una presenza che è monito alla gente timorata, affinché al primo calar delle tenebre si rintani entro le mura domestiche, evitando incontri e coinvolgimenti con gli spiriti del male - c'è chi dice che le ronde armate dei carabinieri abbiano il compito di vegliare il sonno dei mortali, proteggendoli dai demoni del crimine e dalla sovversione; ma è, questa, credenza poco diffusa tra la gente sarda.
L'orrendo essere metamorfico detto su boe muliache rappresenta un penoso dramma esistenziale per colui che ne è il soggetto (il termine usato è destinau, destinato) e costituisce un pericolo mortale per la comunità. Colui che sente il suo terrificante mugghio può prendersi spreu, spavento, tanto forte da trascinarlo nella tomba. Pochi sono per fortuna coloro che possono vederlo: anime di innocenti, per lo più, e dotati di particolari protezioni celesti, per cui non ne subiscono danni. A loro si devono le descrizioni, anche particolareggiate, che si hanno di tale "bue mannaro".
Dai racconti che ne fa la gente sembrerebbe che questo "bue mannaro" (a differenza del continentale licantropo) non sia aggressivo, non se ne vada per le notti di plenilunio alla ricerca di vittime da sbranare, ma simile ad anima dannata cerchi la solitudine mugghiando il proprio strazio. Su boe muliache è principalmente nunzio di morte. Le sue fugaci apparizioni e il suo doloroso mugghio sono tristi presagi per tutta la comunità - e non ci sono scongiuri che valgano perché egli non fa che anticipare ciò che è già scritto nel gran libro del destino.

Is panas. Pana (e Partera) indica la partoriente. La credenza popolare vuole che le donne morte di parto possono diventare creature demoniache notturne, dette is panas (le puerpere). Sembrerebbe che queste infelici donne, morte dando alla luce un figlio vivente, vengano condannate da un singolare destino a far le lavandaie, a restare attaccate alle cure di un bimbo dal quale sono state così violentemente e disumanamente staccate. Esse si ritrovano lungo i corsi d'acqua a lavare pannolini da neonato, battendoli con uno stinco di morto.

"Affinché una donna morta durante il parto non diventi lavandaia notturna - scrive G. Calvia - si usa metterle nella bara un ago col filo senza nodo, un pezzo di tela, un par di forbici, un pettine e un ciuffo di capelli del marito. E ciò perché essa abbia una scusa legittima da rispondere alle altre panas, che la inviteranno a recarsi alla vasca per lavar le fasce del lattante. Le panas le diranno: "Comà, a benides?" (Comare, venite?). Ed essa risponderà: "Nono, chi so cosende, nono chi so ispizzende a maridu meu" (No no, che sto cucendo, no no che sto spuntando i capelli a mio marito.)"

Giorgia, cui segue spesso l'attributo di rajosa, radiosa, è il nome di una specifica fata. Da come viene chiamata, Giorgia rajosa fa pensare a una fatina sorridente dagli occhi cerulei e dalla carnagione lattemiele, nonché fornita delle classiche "operose manine di fata". Niente di tutto questo. Giorgia abita in profonde e orride spelonche e nell'aspetto è lercia e simile a una orchessa. Inoltre è malvagia ed è famosa per la sua avarizia.
Secondo alcuni demonologi dell'Ateneo di Cagliari Giorgia sarebbe una fata da classificare nella specie delle gigantesse che costruirono e popolarono i nuraghi. Ad esse in particolare si attribuiscono quelle enormi lunghe mammelle che caratterizzano le fadas zigantes, fate giganti. La nomea di avara, Giorgia se la sarebbe fatta in quanto custode di tesori, nascosti nel profondo delle spelonche o giù nei cunicoli dei nuraghi dove ella è solita abitare, tesori di cui sarebbe gelosissima, privandone i molti poveracci che se li sognano e li cercano nella speranza di migliorare il loro stato.

Sa Giobiana, da Giobia, giovedì, quindi letteralmente "la Giovediana", nel pantheon delle demonesse sarde ha un posto a sé. Come fa intuire il suo nome, ella sovrintende alla giornata di riposo settimanale della massaia, giornata che cade di giovedì. Per sua grazia, in quel giorno, le donne dovrebbero smettere di cucire, filare, rammendare. E se talvolta una povera donna con numerosa prole non potesse astenersi, neppure il giovedì, dal metter mano al cucito o al rammendo, potrebbe accadere che le appaia Sa Giobiana, per aiutarla cortesemente a compiere tali lavori.

S'ammuntadori, letteralmente "il Copritore". E' uno degli incubi che maggiormente ricorre nel sonno degli umani. Prende anche i nomi di carrigadori e carrogonzu. La descrizione che viene fatta di questo demone notturno varia tra le persone che hanno subìto il suo abbraccio soffocante; tutte sono però d'accordo nel dargli sembianze umane di maschio, assai peloso e nerboruto. In quanto maschio, s'ammuntadori appare e insidia prevalentemente le donne (ma, si dice, anche i fanciulli e anche adulti dal sesso incerto): mentre dormono, si avvicina quatto quatto al letto, e posandosi sopra di loro le stringe in un abbraccio che toglie il respiro. Colei che viene visitata da s'Ammuntadori si sveglia di soprassalto con un senso di soffocamento, ansimando, urlando. I familiari, in simili circostanze, pensano subito a s'ammuntadori e ricorrono ai riti terapeutici d'uso. Aspergono il volto della fanciulla (tra le donne sono quelle maggiormente prese di mira) con acqua, meglio se "santa" oppure prendono con il polpastrello dell'indice un po' di saliva dalla propria bocca e le umettano la gola; ancora, la proteggono con amuleti, e se già ne avesse aggiungendone altri di rincalzo; infine recitano appropriati scongiuri. Per maggior precauzione, il giorno dopo, la fanciulla verrà sottoposta a s'affumentu contra s'azzicchidu, il suffumigio magico contro lo spavento.

Su ercu, il cervo mannaro, e sa prummunida, l'asino mannaro, sono come su boe muliache, il bue mannaro, creature demoniache originate da metamorfosi dell'umano, ma di questo meno frequenti. l male oscuro che tramuta l'umano in bestiale colpisce esclusivamente uomini, in età giovanile o media - mai bambini o vecchi.
Tanto su ercu che sa prummunida appaiono prevalentemente di notte, e la loro è sempre una apparizione fugace e strana, come si conviene a essere demoniaco che poco spazio lascia ad esami particolareggiati e approfonditi. Ambedue gli esseri metamorfici sono premonitori di sciagure o di morte per la comunità. C'è chi sostiene che se si riesce ad acchiapparli e a gettarli nell'acqua, riprenderanno la loro originaria forma umana. Nelle favole che i vecchi raccontano solitamente ai piccoli nelle notti d'inverno, ricorrono spesso storie che hanno per protagonisti tali fantastici esseri e uomini coraggiosi che incontratone qualcuno riuscirono a impastoiarlo e legarlo strettamente a un tronco d'albero; e che ritornati nello stesso luogo dopo l'alba, al posto dell'animale-demone ritrovarono un giovane tremante spaurito, ignaro della drammatica metamorfosi subìta.

Is nanus, i nani, sono misteriosi folletti, abitatori di piccole grotte e anfratti. Somigliano agli gnomi delle leggende del Continente, ma a differenza di questi non amano abitare in casette edificate nei boschi e non usano insidiare le fanciulle - neppure in stato di necessità, come nella fiaba di Biancaneve. Is nanus de Sardigna hanno il gravoso compito di custodire scussorgius, tesori di marenghi d'oro, accumulati e nascosti dalle anime nere dei potenti, evitando che finiscano nelle mani bucate dei contadini e dei pastori.

S'orcu, l'orco, nella leggenda popolare ha l'aspetto di un omaccione ispido e peloso, incolto e selvatico, crapulone. Vive dentro caverne in luoghi impervi, accumulando ingenti tesori frutto di rapine. Non è battezzato e si ciba prevalentemente di carne arrosto, privilegiando quella di teneri fanciulli. Suole rapire fanciulle trovate sole nelle campagne, le ammalia e le rende succubi utilizzandole come serve e in amorosi sollazzi. Molte le favole che hanno per protagonisti s'orcu e fanciulli o fanciulle da lui rapiti, che talvolta riescono con l'astuzia a sfuggirgli e a beffarlo. Di uso comune il proverbio "Essiri riccu che s'orcu", Essere ricco come l'orco.

Is gigantis, i giganti, sono una mitica specie di demoni antropomorfici di taglia gigantesca e di forza eccezionale. Laboriosi e pacifici, si attribuisce loro la costruzione dei nuraghi e la messa in opera de is perdas longas, pietre sacre megalitiche indicanti un'area sepolcrale, dette appunto "tombe di giganti". Demoni buoni, vengono descritti nelle leggende come infaticabili trasportatori di enormi macigni e travi in pietra dalla montagna alla pianura, dove edificavano le loro eccezionali abitazioni e le loro misteriose tombe. Usavano come cavalcatura is cuaddus birdis, i cavalli verdi, giganteschi - conformi alla taglia dei loro cavalieri.

Su scutoni e sa cananea sono demoni dalle mostruose sembianze, abitatori di antri e spelonche, che divorano i malcapitati che vanno a finire nei pressi delle loro tane. Su scutoni viene descritto simile a un drago con sette teste: di giorno dorme nella sua tana e di notte esce in cerca di cibo. Sa cananea è simile a un enorme e orribile serpente dai movimenti lenti e goffi. Andai che sa cananea, andare (strascinando) come la cananea, è una invettiva popolare diffusa, un malaugurio a chi ci vuol male.

Animas e spiritus, anime e spiriti. Il mondo specie quello notturno, è invaso da anime e spiriti, che coinvolgono gli umani nel bene e nel male, talvolta fino a modificarne la vita, determinando quindi il destino. Tra le animas si annoverano le seguenti:
Is animas de is pippius no battiaus, le anime dei bambini morti senza ricevere il battesimo, che vagano come folletti nell'aria come in una sorta di limbo: la sorte di "color che son sospesi", non dannati e non eletti, ma restituiti alla natura da cui ebbero origine.
Is animas de su purgadoriu, le anime del purgatorio, che scontano i peccati commessi da vivi recando sopra il capo o sulle spalle pesanti fardelli e cun is pabas tuvas, con le spalle cave, entro cui brucia un fuoco; si mostrano talvolta ai viventi nelle loro mortali sembianze, tristi e doloranti, questuando preghiere che possono abbreviare il periodo della loro penitenza.
Is animas malas o cundennadas, le anime cattive o dannate, di solito appartenenti a ricchi sfruttatori e avari, condannati per legge di contrappasso a custodire tesori che accumularono da vivi e che nascosero per avarizia, tesori di cui non potranno più godere. Li si può talvolta incontrare durante la notte mentre vagano tormentati dal loro destino, con un sigaro acceso in bocca o con una piccola ciminiera fumante, piantata tra le scapole.
Is sizzimurreddus, i pipistrelli, prendono diversi altri nomi: abadepeddi (aladipelle), tiriolupedde, rattapignata, zurrundeddu. Sono incarnazioni proprie di su tialu, del diavolo. Vanno uccisi e bruciati in un rogo acceso all'aperto, in piazza o per strada - dopo recitati i debiti scongiuri.
Animas sono anche i fuochi fatui, le luminescenze mobili che appaiono specie nei cimiteri (prodotte da emanazioni di idrogeno e fosforo). Sono le animas dei defunti, che emergono da sotto la terra e vagano nel mondo dei vivi.
Nulla si ha da temere da is animas bonas, le anime buone, che vigilano e proteggono i viventi che amarono e continuano ad amare, come padri e madri la loro progenie; ma non è facile distinguerle da is animas malas, le anime cattive - perciò sempre, quando si incontra un'anima, è bene farsi il segno della croce e recitare debiti scongiuri: se l'anima così trattata scomparirà in d'unu cuaddu de fogu, in una fiammata, vorrà dire che si trattava di anima mala o intranniada a su mali, anima selvaggia o venduta al demonio.


INDIMONIAUS E SPIRIDAUS
INDEMONIATI E SPIRITATI

In lingua italiana, indemoniato e spiritato sono sinonimi: indicano persona posseduta dal demonio, e per iperbole persona furente e molto agitata. In lingua sarda vi è una sostanziale differenza tra i due termini, indimoniau e spiridau - una differenza che va ricercata nei relativi termini da cui questi aggettivi derivano: dimoniu e spiritu.
Su dimoniu, in qualunque forma o modo si manifesti, è sempre emanazione di su tialu, del diavolo, Signore del male. Indimoniau è dunque colui che è posseduto dal demonio, dal male, e pertanto è "nemico", è pericoloso, perché agisce per volontà del maligno che lo ha invasato e lo domina. Davanti a su indimoniau, anche quando tenti di farsi passare per creatura buona, non resta altro che ricorrere all'esorcista, il quale, con il favore delle opposte f orze del bene, scaccia e allontana il demonio dal corpo in cui si è insidiato. Talvolta l'esorcista ricorre a una sorta di avatar, di passaggio di anima da un corpo a un altro, costringendo il demonio esorcizzato a impiantarsi nel corpo di unu arresi, un animale repellente, scarafaggio o rettile.
Su spiritu, lo spirito, per antonomasia è santu, santo, emanazione di Dio, il supremo bene. Non esistono pertanto spiritus malus. Su spiridau o sa spiridada, l'uomo o la donna che in sé albergano spiriti, hanno poteri positivi con particolari capacità taumaturgiche e divinatorie. Essi ricoprono un ruolo importante e benefico tra gli uomini, e costituiscono una sorta di istituzione, simile a quella degli oracoli nell'antica Grecia. In Sardegna si avevano - e ne sopravvive ancora qualcuna - famose spiridadas, che venivano consultate sia come veggenti che come guaritrici. Assai celebrata nei Campidani sa spiridada de Masullas. Masullas, la località che aveva dato i natali alla spiritata-veggente, era meta di numerosi pellegrini provenienti da ogni parte dell'Isola.


IL DIAVOLO IERI E OGGI

E' opinione diffusa che il diavolo - con tutte le sue fantastiche diavolerie - sia un prodotto dell'oscurantismo e della ignoranza, e che sia destinato a scomparire come nebbia al sole della scienza e della ragione. Di questa opinione è Massimo Gorkij, il quale sosteneva che il "diavolo non esiste" e che "è una invenzione della nostra mente" creata "per giustificare la turpitudine umana". Egli, il diavolo, sarebbe una sorta di capro espiatorio su cui l'umanità scaricherebbe le proprie tensioni, i propri sensi di colpa. Siamo alle soglie del fideismo marxistico nella scienza: con la conoscenza si risolvono le contraddizioni - ovvero il partito esorcizza con il potere della dottrina del materialismo dialettico il demonio-capitalista, che una volta spodestato determina l'avvento del paradiso proletario. A guardar bene le malizie del Signore delle tenebre, non c'è corpo o sostanza in cui il diavolo ami incarnarsi, migliore della scienza - legata come è alla politica, al denaro e al potere; a una scienza che è in definitiva strumento primario di un sistema di oppressione e di sfruttamento, di tale brutalità e ferocia da far dubitare che l'inferno di Lucìfero sia fatto a misura di questo.
Al di là delle estensioni iperboliche del satanico nel campo della politica, è facile constatare che non c'è creatura mitica come il diavolo così intimamente presente nella vita dell'uomo. Neppure Dio, l'eterno antagonista del male, gode di altrettanta presenza, direi di altrettanta popolarità. Mentre Dio - questo vecchio saggio dalla barba bianca che somiglia molto al monarca di un impero a regime assolutistico - appare staccato dalle umane umili vicende quotidiane e tuttavia incombente con la sua spada di giustiziere creando mille paure e mille sensi di colpa; il diavolo, al contrario, che pure incarna il male in assoluto, e nonostante le orribili sembianze cui gli si attribuiscono, riesce più simpatico, è più alla mano, sa farsi umano intrufolandosi nell'umano, stipula contratti e fa baratti, e non di rado - povero diavolo anch'egli - si fa buggerare dai furbi e dai potenti, che lo utilizzano per farsi togliere le castagne dal fuoco. Talvolta il diavolo si fa perfino coinvolgere nelle vicende umane, assumendo il ruolo progressista, del rivoluzionario, del sobillatore di plebi - ingenuo populista sacrificato dallo stesso popolo, quando la repressione si fa insostenibile, e per evitare il peggio davanti alle angeliche armate coorti del Padre Eterno si aprono le cacce alle streghe, ai banditi, ai terroristi.
Il diavolo - in ruoli diversi - è però presente in ogni ceto e livello culturale, in ogni tempo e in ogni luogo. Nell'arte figurativa, nella narrativa e nella poetica compare nelle forme più inusitate, più strane, più fantastiche. Può essere chiunque e ogni cosa. Non soltanto in ciò che è di per sé reputato malvagio e perverso o brutto, ma anche in ciò che è inesplicabile, misterioso - e addirittura in ciò che è povero e meschino. Egli, nell'assumere la natura e l'aspetto del "povero diavolo", del derelitto, dell'oppresso, diviene il sale della terra, il simbolo della redenzione; e non teme la concorrenza del Cristo, di un Dio che si fa uomo e immortale, che si fa rivoluzionario, che si fa crocifiggere, nel tentativo di accattivarsi la fiducia degli uomini, e così salvarli dal peccato e assumerli in paradiso. Un "povero diavolo" è e resta sempre più umano, più miserabile di un "povero Cristo" - che stringi stringi è della razza dei padroni. L'uomo "povero" tende meglio e più facilmente a identificarsi con l'eresia, con la rivolta, che con l'ortodossia, con l'ordine costituito. Ma non dimentichiamo che il diavolo sa assumere egregiamente anche le sembianze del bene e del bello. Per raggiungere i suoi scopi (che in definitiva è di far proseliti) diventa frate o bigotta, recita le preghiere, fa le sue elemosine e dà suggerimenti morali. Egli infine predilige assumere le forme di bellissime conturbanti fanciulle le quali mostrandosi in trasparenti veli a santi vegliardi, riescono a mettere in crisi saggezza e castità faticosamente guadagnate in lustri di ascetismo e penitenza.
Dicevo del diavolo nell'arte. Tutta la letteratura ne è piena. Il diavolo è lo starring più quotato, sia nel dramma che nella commedia. Sono da considerarsi inimitabili le sue interpretazioni nel Faust e nel dottor Jekyll. Per non dire del Satana progressista del Carducci, nella veste di una locomotiva, simbolo della moderna tecnologia. Per il grande Lawrence, Satana si è incarnato in tutto ciò che è l'attuale civiltà: egli ha allargato il suo impero tenebroso e folle abbracciando tutta la terra civilizzata, divenuta "illuminato inferno" (Definizione in cui "illuminato" è riferibile tanto ai "lumi" della ragione - che sarebbe pertanto un attributo diabolico - quanto ai "fuochi" infernali in cui bruciano i dannati.)
Tutta la politica è condotta da personificazioni del diavolo. Sataniche sono le menti degli statisti più famosi, dei condottieri più audaci (talvolta raffiguranti Arcangeli Gabrielli dalla vindice spada di fuoco stretta nel pugno, quando prima o poi perdono la guerra diventano demoni, cavalieri dell'apocalisse). Napoleone viene definito "demone della guerra". Il Bogino, ministro di giustizia piemontese in Sardegna, diventa sinonimo di demonio - oltre che di boia. Hitler era posseduto da Satana in persona - non si spiegherebbe diversamente ciò che ha fatto; così pure Mussolini, seppure considerato diavolo di livello inferiore, diciamo provinciale. Demoni sono detti tutti gli oppositori politici e demoniache le ideologie praticate dalle opposizioni. Tanto più demoniache quanto più danno fastidio al potere. Insomma, sembrerebbe che il diavolo ispiri le menti degli statisti nel governare e nel legiferare; e che insieme ispiri le menti del popolo a infrangere quelle leggi e a ribellarsi a quel governo.
Per questo, non è corretto attribuire al diavolo esclusivamente ruoli negativi e malvagi, appiccicargli l'etichetta di rivoluzionario, cospiratore, assetato di sangue padronale. Dobbiamo riconoscergli la virtù dell'ambivalenza (che manca a Dio, il quale non sa commettere il male neppure a fin di bene), riconoscendogli cioè che egli è l'ispiratore delle leggi che governano il mondo e dell'ordine che lo governa.
Io credo - e mi pare una opinione fondata - che Gorkij avesse torto sostenendo che il diavolo non esiste ma che "esistono soltanto Dio e gli uomini". In verità, per quel che possiamo constatare, Dio si mostra agli uomini tanto poco da far davvero dubitare della sua esistenza; mentre esiste certamente, per quel tanto di pandemonio che fa, il diavolo; ed esistono anche gli uomini, certamente. Anzi, esistono precisamente soltanto gli uomini con tutti i diavoli che hanno in corpo.
A proposito di "avere il diavolo in corpo" - prerogativa che non è soltanto della Brigitte Bardot, dato che di irrefrenabili pruriti è afflitto l'intimo umano - vi sono psicologi (e per quel che li riguarda anche sociologi) i quali sostengono che è dannoso all'equilibrio della personalità attribuire al diavolo tutto ciò che in noi vi è di proibito, di sovversivo, osceno o comunque ritenuto "male", scaricando così sul diavolo responsabilità che invece dovremmo assumerci in proprio. Tirare continuamente in ballo il diavolo, per giustificare i nostri errori (classico l'esempio di Adamo ed Eva, del serpente, con tutto il putiferio connesso), significa non soltanto porci in una situazione di irresponsabilità e di richiesta di tutela (di cui finisce per godere la consorteria al potere assumendosi il ruolo di paladino anti-diavolo), ma alla fin fine condiziona la nostra psiche al fatalismo e all'impotenza.
Per gli psicoanalisti (e per la moderna psichiatria in genere) il diavolo si è ridotto a diventare modello di padre che ciascun uomo si porterebbe dentro di sé. Più precisamente - se non ho capito male - al tipo di padre che ci viene imposto con l'educazione (quale "padre nostro che sei nei cieli", che tutto vede e tutto giudica reprimendo e premiando, identificabile simbolicamente con il "superego") si aggiunge un archetipo di padre, un satanasso scaltro e, come si dice in sardo, intranniau a su mali, connaturato al male, che si può identificare con l'inconscio. Essi spiegano così le presenze demoniache nelle schizofrenie, nelle isterie e nelle nevrosi in generale, promuovendo i loro processi terapeutici con l'analisi, mediante i quali libererebbero il paziente dal diavolo "rivoltando" l'inconscio come una tasca - cioè chiarendo, mettendo in luce i casini profondi della psiche. Processi liberatori dove per gli stregoni moderni "conoscere" è uguale a "esorcizzare".
L'immanenza del diabolico nell'umano è dunque così in un modo o nell'altro suffragata anche dalla scienza attuale. Da quella stessa scienza che ha promosso e promuove la caccia alle streghe, quella che dopo i lumi dei roghi esaltava i lumi della ragione, che a suon di razionali fanfare ha cacciato il diavolo dalla porta per farlo rientrare dalla finestra. E lui, il diavolo, certamente ci si diverte. Come sostiene Baudelaire - cui non mancavano affinità elettive con Satana - quando scrive che "lo scherzo più bello del diavolo è quello di convincerci che non esiste".
Sul Signore delle tenebre sono stati consumati fiumi d'inchiostro, e non presumo di aver nulla di nuovo da aggiungere se non di fornire al lettore qualche spunto per piacevoli riflessioni. Ricorderò così la massiccia presenza del diavolo nel linguaggio corrente, elencando alcune delle più diffuse espressioni in cui ricorre.
"Il povero diavolo", come si è accennato, è il simbolo dell'oppresso, della vittima dell'autoritarismo di ogni genere. E' un "povero diavolo" il suddito tartassato dalle tasse; il soldato angariato dal caporale; il marito angustiato dalla moglie o suocera "megere". "Diavolo tentatore", si riferisce al Gastone-Uomo-di-mondo, raffinato e peccaminoso, che induce in tentazione fanciulle timorate e spesso anche zitelle stagionate. "Diavolo scatenato" è riferibile, pronunciando con differenti tonalità, sia a bambino pestifero che a poliziotto ligio al proprio dovere, e genericamente a persona dal carattere violento. "Fare il diavolo a quattro" è sinonimo di far casino o bordello che dir si voglia. "L'aver un diavolo per capello" è proprio di chi è incazzato nero (dove il "nero", come attributo, ripropone il diavolo). Quando non riusciamo a comprendere lo stato d'animo, gli umori di qualcuno, gli chiediamo poco garbatamente "Che diavolo hai", o "Che diavolo ti è accaduto", o "Che diavolo vuoi", o "se il diavolo ci prende" gli chiediamo "Che diavolo ha fatto", concludendo con un "Ma vai al diavolo" o "Che il diavolo ti porti". Può anche accadere che il nostro prossimo si aspetti da noi qualcosa che non gli arriva, e se ne stia lì, speranzoso, sentendosi invece apostrofare "Ma che diavolo aspetti". Spesso cerchiamo qualcosa senza riuscire a trovarla - magari si tratta degli occhiali che abbiamo spostato sulla fronte o della pipa che abbiamo in bocca. Ci chiediamo allora seccati "Ma dove diavolo si sarà cacciata".
Una situazione di confusione e di chiasso si definisce "pandemonio", radunata di demoni, e anche "confusione del diavolo". Qualunque birbonata o tiro mancino, specie se abilmente congegnata e inaspettata è una "diavoleria". Questo termine indica però qualunque marchingegno di cui ci sfugge il funzionamento, qualunque frase o parola di cui ci sfugge il significato. Per i selvaggi erano "diavolerie" gli archibugi e gli specchietti dei conquistatori; per questi lo erano i totem e i riti religiosi dei selvaggi.
Frequente è la contrapposizione del "diavolo" e "l'acqua santa"; che nei Vangeli si esprime nell'affermazione che non si possono servire insieme "Dio" e "Mammona", ossia il diavolo.
Si può essere diavoli anche in senso atletico, come si stente dire nei commenti alle partite di calcio, in cui i "diavoli della Juve" o i "diavoli rossoblù" hanno segnato un mucchio di reti.
"Casa del diavolo" è un luogo impervio, lontano e difficile da raggiungere. Nonostante i moralisti avvertano che non c'è niente di più facile, specie per le belle donne, arrivare all'inferno.
"Avere il diavolo in corpo" non ha niente a che vedere con le angosciose possessioni e gli esorcisti ieratici di certa letteratura; significa semplicemente avere una voglia matta di fare l'amore.
Altre volte, nonostante ci facciamo il segno della croce al solo nominarlo, dimostriamo di tenere il diavolo in grande considerazione, come quando esclamiamo con ammirazione: "Accidenti, che diavolo d'uomo" - complimento che perfino Andreotti, un timorato di Dio, gradirebbe certamente.
Chi, stando in compagnia, è solito fare il rompiballe, viene normalmente apostrofato perché fa "la parte del diavolo"; anche se siamo sicuri che con tutto il suo diabolismo, non riuscirà mai "ad afferrare il diavolo per le corna" e tanto meno "ad afferrarlo per la coda" - impresa, dicono, impossibile, mentre facile il baciargli il culo.
Per quel che riguarda l'uso che del termine tiaulu o dimoniu viene fatto nella lingua sarda, mi pare di poter affermare che la mia gente lo scomoda principalmente nelle invettive, e tende sempre più a confonderlo, a torto o a ragione, con quelli che stanno al potere.


CAPITOLO NONO
RITI MAGICO-RELIGIOSI


SU ACCAPPIAI E SU SCIOLLIRI
IL LEGARE E LO SCIOGLIERE

Impossibile una elencazione esaustiva de is fatturas, delle fatture, degli atti di magia, bianca o nera, dei gesti di scaramanzia, degli esorcismi, delle tecniche, modi e tempi delle terapie (scioglimento) o degli ammaliamenti (legamento) che possono essere compiuti da coloro che possiedono o hanno acquistato il potere di sottomettere spiriti demoniaci o spiriti buoni alla loro volontà, o comunque di essere con tali spiriti in rapporto tale da potersi valere del loro aiuto sovrumano.
L'aiuto degli spiriti (che si invoca o si pretende) non è quasi mai sufficiente a portare a compimento un atto di magia (a fin di bene o di male), sia di "legamento" che di "scioglimento": ciascuno di tali atti deve seguire un determinato rituale, più o meno complesso secondo l'importanza dello scopo che si vuole ottenere, e raggiunge una più completa efficacia con gli specifici brebus o verbus, parole o versetti magici, invocativi o esorcizzanti, per lo più segreti.
Alla conoscenza di tali fenomeni (e quindi alla loro diffusione) ha dato contributo la Chiesa cattolica - che aveva e ha tutto l'interesse al controllo e al monopolio della materia. Quando il Cristianesimo (ideologia) si fa Chiesa (organizzazione politica-economica), in particolare con Costanzo II, mette fuori legge il culto pagano e nel contempo si impadronisce non soltanto del patrimonio economico della vecchia religione ma anche del suo patrimonio culturale, modificandolo quel tanto che basta per adeguarlo alla propria dottrina (o anche adeguando questa alle credenze, ai rituali di quella, ancora radicata nel popolo).
D'altro canto, nel tentativo di demonizzare e criminalizzare il culto pagano, i teologi di santa madre Chiesa hanno fornito alla propria milizia sacerdotale lunghi e particolareggiati elenchi di "superstizioni" da condannare e eliminare, con il risultato di dare comunque credibilità e legittimazione all'esistenza di una miriade di esseri demoniaci - contro i quali imponeva in contrapposizione e in sostituzione coorti di propri santi: dava così una patente di scientificità, e validità, a quanti, streghe o stregoni, officiavano riti di magia, bianca o nera.
Tra i documenti ufficiali della Chiesa sulla materia, di rilevante interesse è quello che porta il titolo di Decisio de superstizione, del 1702, compilato tra il 1696 e il 1700 da un certo Padre Prospero Domenico Maroni da Cagli sulla base di decisioni prese dalla Congregazione dei Casi, presieduta da un Vescovo. Nella Decisio vi sono elencate oltre centocinquanta forme di "superstizione", relative alle Marche, ma diffuse - come vedremo - con qualche variante di forma, in aree contadine europee e in particolare in Sardegna. Si tratta di "superstizioni" che la Chiesa afferma di "riprovare" e di "condannare", ma che la stessa Chiesa, accettandone l'esistenza e l'efficacia, contribuisce ad accreditare e diffondere - sostenendo, in ultima istanza, il suo diritto al controllo e all'uso della materia, affermando una presunta propria autorità sul sovrannaturale e ordinandola con proprie leggi.
Nella lunga elencazione figurano gesti e parole di valore invocativo e scaramantico, atti e cerimonie e riti comunemente definiti di magia bianca o nera, secondo gli spiriti buoni o malvagi chiamati a presiederli e secondo gli scopi che si vogliono raggiungere. Si va dal semplice gesto scaramantico del toccarsi i genitali o del far le fiche, dal toccar amuleti ricavati da corna o dal far corna con le dita, dallo sputare e dal recitare brebus, speciali parole, anche in esclamazioni semplici quali "Crepa!" o in versetti o filastrocche, fino a cerimonie assai complesse, che necessitano di esperti con funzioni sacerdotali o di medium, dotati di particolari poteri e conoscenze nella magia - come per esempio, nel rito detto de is treixi lantias, delle tredici lampade, che descriverò più avanti, in questo stesso capitolo, o alcune varianti di s'affumentu, il suffumigio magico-terapeutico, o s'imbrusciadura, altro rito terapeutico, o nelle fatturas, fatture, di particolare rilevanza nella materia da "legare" o da "sciogliere".
Gli scopi che tali atti "superstiziosi" si propongono di raggiungere sono molteplici, e investono in pratica ogni settore e ogni momento della vita umana, individuale e sociale: hanno il potere di influenzare, se non di determinare i fenomeni della sfera affettiva, sessuale, economica, psichica, fisiologica; possono finanche agire, direttamente o indirettamente, sulla proprietà, sulla produttività, sui fenomeni meteorologici, in definitiva su ogni aspetto dell'ambiente dove si vive.
E' evidente che alla base di tale complessa e diffusa dinamica sociale del magico sta - nonostante i duemila anni di decantato monoteismo cattolico - una credenza animistica, di tipo naturalistico; sta una concezione del mondo dominato dalla presenza di spiriti del bene e del male in perenne conflitto tra loro - dove l'uomo si sforza di trovare un proprio equilibrio esistenziale in una sorta di pacifica convivenza con tale pandemonio. E se è vero che - in virtù della morale che il potere dominante impone all'uomo - siamo sollecitati ad allearci con gli spiriti del Bene e ad opporci agli spiriti del Male; è anche vero che coinvolti spesso nostro malgrado in un conflitto tra forze trascendenti l'umano, superiori a noi, conserviamo ugualmente un sacro timore per i demoni del male. Per evitare le ire di questi, spesso l'uomo è costretto ad alienarseli dimostrando loro rispetto; talvolta giunge anche ad allearsi con essi, per ottenere vantaggi maggiori di quelli che possono venirgli dall'alleanza con gli spiriti del Bene. D'altro canto, questi "santi spiriti" che fanno capo a Dio e alla Chiesa, spesso si dimostrano sordi alle invocazioni umane, sono bigotti e moralisti, attaccati al lavoro e al sacrificio, predicano la castità e l'astinenza, privilegiano le virtù spirituali e disprezzano i piaceri della carne, e pertanto risultano assai noiosi.
Illustriamo, qui di seguito, qualcuna della "superstizioni" definite "riprovevoli" dalla Chiesa, ancora abbastanza diffuse specialmente nel mondo contadino.

1 - Su bendi s'anima a su tiaulu, il vendere l'anima al diavolo. Comprende gli atti di coloro che, in anima o in corpo, si danno in potere al Signore delle Tenebre, in cambio dei suoi favori: ricchezza, amore, potenza, longevità, o anche qualcosa di più futile come onori e fama. Tra i favori che il diavolo concede in cambio dell'anima è compreso quello della sapienza - statisticamente poco richiesta.
Comprende il tenere sotto il proprio dominio - con strumenti, scritti o parole magici - demoni o spiriti infernali, evocandoli per utilizzarli per scopi di magia nera.
L'esercitare attività di mago, stregone o guaritore; presiedere cerimonie o compiere riti religiosi riservati ai sacerdoti di santa Madre Chiesa.
Professare il culto del Diavolo, contraffacendo il culto dovuto a Dio, secondo la dottrina cattolica apostolica romana. Questo punto comprende non solo la condanna delle cosiddette messe nere, parodia delle messe eucaristiche, ma tutti i diversi riti o gesti rituali (come il segno della croce, l'atto del benedire o l'imposizione della mano), le preghiere e i versetti sacri, che se eseguiti o pronunciati "a rovescio" assumono carattere "negativo" (diabolico), ottenendo effetti opposti (malefici). Per esempio, farsi il segno della croce o benedire con la mano sinistra significano rispettivamente esorcizzare o maledire. La parola amore, pronunciata a rovescio, eroma, modifica la propria sostanza positiva per diventare odio satanico.
Infine il fare scongiuri o compiere atti di magia invocando il Diavolo o altre forze infernali.

2 - Usai aqua santa o cosas de cresia, santas o benedittas po fai bruxerias, usare acqua santa, oggetti o arredi di chiesa, cose sacre o benedette, come reliquie, per far magie.
L'elenco dei materiali sacri o benedetti di cui la Chiesa fa divieto d'uso profano è lunghissimo, e ovviamente equivale a una statistica delle materie d'uso nei riti terapeutici o magici della medicina popolare. Citiamo alcuni tra i più diffusi, escludendo da questo elenco, la miriade di "oggetti sacri" il cui uso, a fin di bene, è consentito dalla stessa Chiesa, che anzi ne cura la produzione e il commercio (crocefissi, medaglie, immagini e immaginette, statue e statuine, riproduzioni di luoghi sacri, santuari e basiliche, e così via); acqua santa; parti di arredi sacri, breviari e messali, cera delle candele benedette degli altari; incenso benedetto estratto dal turibolo; palme benedette; ostie consacrate; paramenti sacri d'uso del sacerdote; ornamenti degli altari, come tovaglie e centrini.
E' condannato anche come superstizione usare la Chiesa o altri luoghi consacrati al culto ufficiale, compresi le Cappelle del Corpus Domini e i Camposanti, per compiere magie o riti terapeutici. Non pochi incantesimo, filtri d'amore, fatture, riti terapeutici, scongiuri e giuramenti vengono fatti nascostamente in chiesa, perché ritenuti più efficaci. Le cronache dicono di "promesse di matrimonio" fatte sotto giuramento davanti all'altare, che avrebbero un particolare valore, quasi quanto quello di un matrimonio celebrato davanti al prete; talché è stato usato non poche volte da amanti diabolici per convincere una fanciulla riottosa a concedere le sue grazie. Si dice anche che una fattura fatta in chiesa sia assai "potente" e assai difficile da "sciogliere". Su Santu Juanni de floris, il comparatico dei fiori, che si contrae tra giovani di uguale o diverso sesso, che lega i due con un rapporto di amicizia a vita, viene assai spesso stipulato in chiesa. S'imbrusciadura, lo strofinarsi per terra, un rito terapeutico contro i traumi psichici (azzicchidus, o spaventi), in alcune varianti si compie nella Cappella benedetta durante la processione del Corpus Domini, o davanti al Camposanto, se non è possibile dentro, in ore notturne.

3 - Mexinas e fatturas, brebus e scrittus po accappiai mascu e femina, po sanai s'impotenzia e po impringiai sa femina, medicine e fatture, parole e scritti sacri per legare uomo e donna, per guarire l'impotenza (del maschio) e la sterilità (della femmina).
Preparare e dare filtri e beveraggi; spargere il letto matrimoniale di sostanze magico-afrodisiache; far fatture con pupazzi e con scritti e con altri mezzi e arti, al fine di dare potenza o produrre impotenza sessuale al maschio, di favorire o impedire il regolare svolgersi del coito matrimoniale, di rendere fertili o di rendere sterili o di far abortire la femmina.
Influenzare negli stessi modi o con altri una gravidanza determinandone il sesso. Esistono, su questo punto, numerose credenze. Si ritiene di poter determinare il sesso di un nascituro, assumendo certe posizioni nel coito, con l'imposizione della mano della fattucchiera, o di una donna che ha partorito gemelli, sul ventre della partoriente.
Aumentare o ridurre, fino a "seccare" il flusso del latte di una puerpera, con suffumigi magici o con altre fatture.
Rendere impotente uno sposo girando a rovescio un suo indumento intimo, calza, mutanda o maglia.
Annodare una cordicella o una stringa, meglio se fatta di capelli sottratti alla persona che si vuole colpire, per impedire un matrimonio o la consumazione dello stesso.
Mettere campanacci o altri aggeggi rumorosi, con l'intento di esorcizzare gli spiriti del male e favorire il buon andamento del coito. (Mi pare che l'attuale costume di legare barattoli all'auto degli sposi si possa far derivare da tale cerimonia scaramantica e propiziatoria.)
Ingerire o portare indosso come talismani certe sostanze ritenute idonee a favorire l'ingravidamento o affinché il frutto dell'ingravidamento acquisti certi caratteri. (E' leggenda che le donne sarde gravide ingeriscano una scheggia di granito per rendere duro il cuore, il carattere del nascituro.)
Fare attenzione a non aggrovigliare il filo del cucito, o la lana della tessitura, per non "legare" (impastoiare, rendere impotente) il proprio uomo, o altro maschio di famiglia.
Far bisticciare o riappacificare una coppia mettendo a rovescio arredi sacri in chiesa.
Influenzare la volontà di un uomo (o di una donna) che si desidera conquistare, recitando versetti magici o pensandovi intensamente all'Elevazione del Santissimo durante la messa. (Altrettanto diffuso ma più noto far la stessa cosa per lo stesso scopo nel momento in cui la notte "cade una stella".)
Correlato a fini di armonia matrimoniale, il ritenere che vi siano giorni fausti e giorni nefasti per compiere certe attività domestiche - come il cucire, il rammendare, il tessere, il fare il pane, preparare gli insaccati, macellare un animale da cortile, lucidare utensili di metallo, e in particolare l'atto sessuale. Anticamente era il giovedì, il giorno considerato più infausto (praticamente il giorno di riposo per la massaia); attualmente, il venerdì.

4 - Mexinas contra dogna mali e ennemigu (pinnadeddus, brebus, iscrittus, resus, ingestus e frastimus), medicine contro ogni male e nemico (amuleti, parole magiche, talismani, preghiere, gesti e invettive scaramantici).
Abbiamo tutta una serie di mexinas, di terapie, di vario genere, per la risoluzione dei numerosi malanni che affliggono l'uomo, e per difendersi da ogni genere di nemici, anche questi assai numerosi. Queste mexinas, secondo lo scopo per cui vengono usate, possono così sommariamente elencarsi:
Contra sa callentura, contro le febbri (i febbrifughi, gli attuali antipiretici); contra sa debilesa, contro la debolezza; per rinvigorire il corpo esaurito (gli attuali ricostituenti); contra is unfroris, contro i gonfiori; contra is guronis, contro le pustole e le suppurazioni; contra su dolori de conca, contro il mal di testa; contra su ramadinu, contro l'influenza; contra su dolori de ossus, contro i reumatismi; e tante altre specifiche mexinas fino a quella contra is azzicchidus, contro gli spaventi, con varie e complesse terapie, quanto diverse e molteplici possono essere le cause di un trauma psichico (qui si fa una distinzione fondamentale: azzicchidus de anima bia e de anima morta, spavento da anima viva o anima morta; alle anime vive appartengono tutte le creature viventi del mondo umano e animale; alle anime morte appartengono gli spiriti di ogni genere, i fantasmi, i demoni, i dannati all'inferno, le anime del purgatorio e le anime pie.
Seguono is mexinas contra is ennemigus, le medicine contro i nemici, di ogni genere, cominciando da quelli che minacciano il patrimonio del contadino o del pastore: contra is pillonis, contro gli uccelli (in special modo i passeracei che minacciano il grano, il riso, la frutta); contra su margiani, contro la volpe, e contra s'aquila, entrambi predatori di agnelli; contra is bremis, contro i vermi, che si annidano nelle ferite infette degli animali, in particolare delle pecore; contra su velenu (contravelenu), contro il pizzico o il morso di animali velenosi (un controveleno a largo spettro di azione, come certi antibiotici della medicina chemioterapica attuale).
In che cosa consistono is mexinas elencate, in uso contro disturbi fisici e psichici e contro nemici (in particolare del patrimonio)?
La sostanza terapeutica più largamente usata è l'acqua. Acqua potabile, di fonte, pura il più possibile. Con l'aggiunta di semplici brebus, parole o versetti magici, un bicchiere d'acqua acquista poteri medicamentosi, diventa medicina (usata per abluzione, per aspersione o per ingestione).
Con l'aggiunta di sostanze sacre o benedette (acqua del fonte battesimale, chicchi di grano o di sale, cera, incenso, palma, reliquie sacre, in particolare is patenas, le medaglie miracolose recanti l'effigie dei venerabili santi) la stessa acqua diventa medicamentosa e viene usata per aspersione nelle parti colpite dal male o sul viso o sul capo, valevoli per ogni parte del corpo; più raramente viene usata per abluzioni, data la limitata quantità d'acqua che viene abrebada, cioè resa terapeutica. Ma a questo proposito va rilevato che la diluizione di un'acqua magica (o abrebada ) non ne diminuisce il potere terapeutico. Purché non diluita in un fiume, in un lago o in un mare o dovunque l'acqua sia in movimento; se versata invece in una vasca da bagno conserva tutto il suo potere e se ne può beneficare in questo caso mediante abluzione. Comunque, l'uso che di una aqua abrebada ne deve fare il paziente (persona, animale o pianta che sia) viene deciso dal guaritore, che consegnandola al richiedente (come ogni medico che si rispetti) indicherà modalità d'uso e posologia: ingestione, aspersione, massaggio o abluzione, di solito tre volte al dì o per nove dì - giusto il valore cabalistico del numero tre. L'uso più frequente che si fa di quest'acqua è comunque l'aspersione: sia che si tratti di bambino o di fanciulla o di capo di bestiame o di pianta di particolare valore, colpiti da malocchio o da peste o da qualunque misterioso morbo. In tali casi, per un intervento immediato, in mancanza dell'acqua medicamentosa (che solo il fattucchiere può fornire) viene usato lo sputo.
Diffusissimo è anche s'affumentu, il suffumigio magico (descritto in altra parte di questo libro), una medicina riservata soltanto alle persone. E' sempre eseguito da una fattucchiera: secondo un specifico rituale e con specifici brebus diventa la terapia d'elezione contro il malocchio. Variando rituale e brebus diventa terapia specifica contro gli spaventi o contro altri numerosi disturbi sia della sfera emotiva che fisici (dalla svogliatezza al mal di pancia).
Altro elemento magico che insieme ai brebus e ai segni di croce (o altri gesti propiziatori) entra nella preparazione di mexinas a base di acqua è sa patena, la medaglia miracolosa - cui si è già accennato - e che la guaritrice porta sempre appesa al collo, come il medico lo stetoscopio. Una particolare acqua terapeutica è detta aqua patena, appunto perché viene resa curativa mediante l'immersione di questa, della medaglia, nell'acqua, e di segni di croce tracciati con la stessa medaglia sull'acqua contenuta nel bicchiere. Tale acqua viene bevuta o aspersa, e guarisce il malocchio, le emicranie, i mal di pancia, la foruncolosi, l'inappetenza e mille altri disturbi propri dell'infanzia.

5 -Riprendiamo l'elencazione sommaria - che ci auguriamo non annoi il lettore - delle magie che la Chiesa definisce superstizioni e come tali condanna.
Curare con le erbe, unendovi preghiere o versetti sacri;
curare le coliche dei buoi o dei cavalli mediante imposizione del piede di due fratelli gemelli sulla pancia dell'animale malato;
piantare un bucranio in cima a un palo dove è alloggiato il bestiame per salvaguardarlo dal malocchio;
infilare una cipolla canina in cima a un palo per proteggere un campo seminato dal malocchio;
curare il mal di denti posando sulla parte dolente un dente di morto preso in cimitero, recitando debiti versetti sacri;
voltare pietre tombali o arredi sacri per seminare discordia o per riappacificare il prossimo (per seminare discordia nel prossimo è anche usata una apposita erba, genericamente detta "zizzania" che viene fatta ingerire a tale scopo);
usare l'imposizione di sacre reliquie su parti malate di una persona a scopo curativo (pochi sanno che tra queste reliquie è tenuta in alta considerazione per le sue virtù terapeutiche la pelle della chierica di preti defunti);
andare nudi sopra i tetti a voltar le tegole, per voltare in tal modo l'animo della gente;
mettere un cane morto in una pozza d'acqua per far piovere o anche sotterrarlo ai piedi di un albero per farlo fruttificare;
compiere riti magici o recitare specifici brebus per tenere lontani dal seminato passeri e altri animali nocivi;
usare l'uovo per compiere riti magici, a fini terapeutici o estetici (quale quello di fregare l'uovo di gallina appena fatto sulle tempie per l'emicrania o sulla guancia per rendere la pelle morbida e vellutata);
usare lo sterco di gallina o di altro volatile ancora caldo come unguento per guarire ferite;
facilitare in alcun modo il trapasso ai moribondi (sia ponendogli sotto la cervice un giogo da buoi che deponendolo sulla nuda terra o anche togliendo una tegola dal tetto, per consentire all'anima del moribondo di uscire, di staccarsi dall'ambiente terreno cui è "troppo" legato);
chiudere l'uscio di casa quando passa un corteo funebre, per evitare che la morte entri e vi si annidi;
inchiodare la strige o barbagianni alla porta di casa per preservarla dalla morte o da altri funesti eventi di cui il volatile è portatore;
attitare, ovvero piangere i morti con lamentazioni o danze o altri riti funebri, specie compiuti nei sagrati o nei camposanti.
Chiudiamo così l'elenco, certamente non esaustivo, che d'altro canto si compendia con quanto contenuto nel presente volume.

6 - Funtanas e putzus, fontane e pozzi, mitzas e fluminis, sorgenti e fiumi, hanno particolari virtù magiche, anche terapeutiche, e sono frequentemente luoghi dove si compiono numerosi riti propiziatori e mexinas.
Nonostante la credenza di matrice cattolica, secondo cui dietro gli specchi d'acqua, nelle fonti e nei pozzi, si nasconda il diavolo, per cui le fanciulle non vi si devono soffermare a specchiarsi, si vuole anche che quegli stessi luoghi siano abitati da spiriti buoni, amici dell'uomo.
Una diffusa terapia contro i porri è legata alla presenza di un pozzo: dove bisogna seppellire un pezzetto di carne recintando certi versetti - allo scadere del terzo giorno i porri spariscono.
Gettare un cane in un ruscello, fa venire la pioggia. I giuramenti di fedeltà tra innamorati, fatti con un ruscello che li separi l'un dall'altro, non si romperanno mai. La fattucchiera che voglia tramandare is brebus, le parole, di un rito magico ad altra persona, può farlo o in punto di morte, oppure attraverso un ruscello.
Alla fontana non si va soltanto per attingere acqua, ma per liberarsi di alcuni mali: sarà sufficiente seppellirvi del pane, e il male verrà da questo preso e assorbito liberando il malato.
La donna che di mattina arriva per prima alla fontana, può esprimere qualunque desiderio, certa che verrà esaudita. Purché non si chiedano ricchezze, ma salute e concordia.
Far sdraiare un malato sul tetto di una cisterna o sulla lastra di copertura di un pozzo ne favorisce la guarigione.
Altre mexinas vietate dalla Chiesa con esplicita menzione sono quelle usate po oberri portas tancadas sene crai, per aprire porte chiuse senza chiave; po fai proiri, per far piovere; po donai abbundanzia, per avere abbondanza (è ancora usato nella Sartiglia - composita cerimonia carnevalesca oristanese - invocare un buon raccolto benedicendo la folla con sa pippia de maju, la pupa di maggio, costituita da un mazzo di pervinca); po mandai s'anima a su celu, per mandare l'anima in Cielo, o po dda fai morri sen’ ‘e sufrimentu, o per farla morire senza sofferenza; abbiamo infine mexinas singolari, come quella contra sa giustizia, contro la giustizia, per difendersi da essa se non per distruggerla. Una di queste mexinas consiste nel lanciare una zappa o altro attrezzo da lavoro o in mancanza d'altro un grosso sasso sulla porta di chiesa, gridando scongiuri. (Nel trattato Decisio de superstizione si cita lo scongiuro: "Muoia il prete e viva il popolo!")

7 - Di particolare rilevanza sono is mexinas (ma anche le fatture, gli amuleti e i talismani - per non dire dei riti specifici cui è dedicato un capitolo) relative alla morte e agli spiriti dei morti.
Come ho già accennato, anima bia e anima morta sono in sardo i due termini che distinguono la creatura vivente dalla creatura morta: entrambe presenti, attive, immanenti nel mondo della natura (dove la morte è sempre soltanto apparente). La differenza tra anima bia e anima morta non è sostanziale ma formale: appaiono in modo diverso; coabitano e si influenzano reciprocamente. Is animas mortas (che secondo la dottrina cattolica si trovano chi all'inferno, chi in purgatorio e chi in paradiso) continuano a vivere con noi, ci influenzano nel bene e nel male, e possono comunicare con is animas bias, con i viventi, mediante i sogni o anche con apparizioni, riassumendo per breve tempo le loro sembianze materiali. Presso diverse comunità, in particolare a Orune, si crede che is animas mortas, i defunti, ritornino una volta all'anno, nel giorno loro dedicato: per essi si lascia la porta di casa aperta, la luce accesa nella cucina, dove si apparecchia la cena rituale ad essi riservata.
Una distinzione sostanziale tra is animas si fa invece sulla indole, buona o cattiva, benefica o malefica. Abbiamo così animas bonas e animas malas - appartengano esse a creature morte o vive.
Is animas mortas, le anime dei defunti, siano esse bonas o malas, buone o cattive, vengono evocate nel compimento di riti magici, sia ammalianti che terapeutici. Is animas malas si invocano ovviamente nelle pratiche di magia nera, volte a provocare nel nemico gravi malattie, paralisi e anche la morte (morti mala per incidente). Oltre al compito di sovrintendere tali pratiche, is animas malas (anime di dannati e spiriti diabolici) sono chiamate anche a presiedere riti o a dare efficacia a mexinas per la localizzazione di iscussorgius, tesori nascosti, per lo più pentole di marenghi d'oro e d'argento sepolti sotto terra o all'interno di vecchi muri. La collaborazione delle anime dei dannati e degli spiriti diabolici è necessaria per il ritrovamento degli iscussorgius, in quanto ad essi è demandato il compito di custodirli e difenderli dalle brame dei comuni mortali. S'iscussorgiu è attentamente vigilato anche dall'anima dannata del defunto padrone, finito all'inferno per la sua avarizia - a notte fonda lo si può vedere talvolta apparire nelle sue sembianze mortali nei pressi del nascondiglio. Il diavolo custode di iscussorgius assume invece di solito sembianze animalesche, per lo più quelle di un carrabusu, scarabeo. Si conoscono formule magiche da recitarsi quando si incontra qualcuno di questo scarabei, per costringere il diavolo che vi si nasconde a svelare il luogo dove è nascosto s'iscussorgiu. Quando ciò avviene, lo scarabeo, indicato il luogo al fortunato mortale, riprende le sue sembianze diaboliche e scompare in una fiammata. Per la verità, la ricchezza ottenuta in tal modo non porta mai bene e felicità: come si sa, la farina del diavolo va tutta in crusca. E' una consolazione per chi resta povero.
Is animas bonas, le anime buone dei defunti, vengono anch'esse invocate nel compimento di pratiche magiche, volte ovviamente al bene: riti terapeutici, mexinas per sciogliere le fatture, preparazione di amuleti, in difesa di influssi malefici, e di talismani, propiziatori di prosperità e benessere, resus, preghiere per il ritrovamento di oggetti perduti.
Il culto dei morti va visto anche in un contesto utilitaristico: la necessità dei viventi di accattivarsi is animas bonas per disporre dei loro poteri misteriosi contro quelli negativi degli spiriti del male. Particolarmente invocato l'aiuto delle anime dei propri congiunti, sulle quali è logico che si possa maggiormente contare, dati i legami di sangue esistenti. Nel culto dei morti praticato a Orune, vengono infilate numerose candele in una apposita tavola forata, e quindi accese: una per ogni familiare o parente defunto. Le dimensioni del cero variano secondo l'importanza del defunto che si vuole propiziare. Vi è però una candela (o anche più d'una) riservata a sos mortos non chircados dae nemos, ai morti ignoti, "non ricordati da alcuno".

8 - Dalle notizie riportate, si potrebbe ricavare una definizione della magia come l'arte di dominare le forze occulte della natura e della vita - contro la morte. Insomma, magia come difesa e conservazione della vita, come affermazione dei suoi valori.
Il Malinowski sostiene giustamente che le arti della magia sono un tentativo di dominare le forze della natura, e che pertanto l'atteggiamento magico si fonda sul convincimento dell'uomo di riuscire a dominare le stesse forze naturali, mediante un potere mistico a lui stesso affine.
Gli uomini, già in tempi remoti, scoprono una continua necessaria correlazione tra la terra, tra il mondo vegetale e animale, e il mondo umano. Il seme dei frutti, gettato nella terra, genera e riproduce la specie da cui viene; nello stesso modo in cui il seme del maschio, posto nel ventre della femmina, genera riproducendo la specie umana. Nell'un caso e nell'altro, il procedimento è ritenuto identico. Così pure il principio di eternità; dove la morte è sempre soltanto apparente, in quanto modificazione dell'essere in un processo evolutivo senza fine. Sotterrando i morti, si ha un processo di dissoluzione necessario alla rivitalizzazione della natura: i morti di ogni specie costituiscono concime naturale, a tutto vantaggio della fertilità e produttività della terra. E' facile vedere in tale fenomeno come dalla morte rinasca la vita: dalla dissoluzione invernale erompe la germinazione primaverile. Il concetto di un'altra vita dopo la morte, della immortalità, deriva da tali elementari osservazioni - in particolare i principi su cui si fondano le dottrine della metempsicosi e della reincarnazione dei morti. Da qui, anche, i concetti magici dei rapporti tra la terra e la donna, tra la fertilità e la riproduzione nella terra e nella donna.
Secondo Goodworft, "la magia consiste, per definizione, nella errata applicazione dei principi più semplici dell'associazione di idee. In effetti le associazioni tra vita del mondo vegetale e del mondo umano, e tra la morte, la sepoltura e il nuovo rigoglio primaverile avevano condotto a una interpretazione fantasiosa, che va appunto sotto il nome di magica. Anche se era errata, aveva però messo in moto la mente, fatto approfondire per la prima volta la conoscenza del mondo. E' per questo che la magia si mescola all'arcaica civiltà agricola. E' per questo che molti rituali per propiziare i nuovi cicli del mondo vegetale si fondano sull'accoppiamento sessuale dell'uomo e della donna".
E dunque è un fatto, possiamo dire naturale e logico, che la magia - in ogni suo aspetto, in primo luogo di tentativo di conoscenza e di dominio delle forze avverse, del male e quindi delle malattie - sin dalle sue origini, sia strettamente legata ai problemi della terra, alla vita delle piante e degli animali, ai cicli riproduttivi, ai fenomeni meteorologici e climatici, nel tentativo di dare significato alla realtà del mondo e ai rapporti tra l'uomo e questa realtà.


IS BREBUS PO COSA PERDIA
LA MAGIA PER OGGETTI SMARRITI

Is brebus po cosa perdia, le parole e i riti magici per (ritrovare) oggetti smarriti, costituiscono un capitolo importante in un campo che, con termine moderno, potremo chiamare di medicina sociale. Può accadere di smarrire un oggetto cui siamo legati da rapporto affettivo o per una sua necessità d'uso - un oggetto che continua a esistere fuori dalla nostra portata, ma che possiamo localizzare, per ricostruirne il rapporto, mediante particolari riti magici, officiati da persone di particolari capacità divinatorie e di poteri telepatici. Il più delle volte is brebus, le parole magiche presenti nel rito, consistono in un resu, o preghiera vocativa, rivolta a una divinità benigna (un santo) preposto dal Massimo Demiurgo al "ritrovamento degli oggetti smarriti".
Nella economia autarchica del contadino vige fondamentale e severo il principio della utilizzazione razionale degli oggetti d'uso, e - a differenza di quanto accade nella organizzazione consumistica attuale - non esiste, anzi non si concepisce spreco. Ogni oggetto si usa finché lo stesso può adempiere alla sua funzione; quando si è logorato nell'uso, fino al punto in cui diventa inservibile allo scopo per cui è stato fatto, non si butta via, ma diventa "altro". Una vecchia pentola di ferro smaltato, che abbia perso lo smalto o si sia forata nel fondo, un può essere più usata per la cucina; diventa allora un originale e funzionale vaso per fiori., per ornare il loggiato, o più spesso un semenzaio per basilico, prezzemolo o aglio, o anche contenitore per riporvi cianfrusaglie minute, chiodi, viti, bulloni, o anche infine un cucchiaione per travasare cereali - diventa insomma qualunque altro oggetto, idoneo a svolgere un certo compito. Nell'ultima ipotesi verrà interrato nel letamaio del cortile, finché corroso verrà usato insieme al concime nella autunnale distribuzione di sostanze fertilizzanti alla terra.
Il corredo che la sposa porta in dote alla casa maritale (dai mobili alle lenzuola, alle coperte, al tovagliato; dalle batterie da cucina, agli attrezzi per la confezione del pane) rappresenta il suo patrimonio - un insieme di oggetti essenziali nella economia familiare, e deve durare tutta la vita. (Anzi, alcuni pezzi del corredo, quelli che reggono maggiormente all'usura, durano diverse generazioni, e si tramandano di madre in figlia.)
La dote, il necessario per lo svolgimento e il mantenimento della vita domestica, nel mondo contadino si allarga anche agli animali da cortile: una chioccia con pulcini, una coppia di conigli, di anatre, di tacchini: is lobas de fedu, le coppie per la riproduzione. Is lobas de fedu, le coppie da riproduzione, degli animali da cortile costituiscono la base della sussistenza familiare, rivestono quindi particolare valore e importanza. Tanto che tali capi vengono scrupolosamente curati e protetti con amuleti dagli influssi malefici e sottoposti a mexinas, a terapie magiche, anche al solo sospetto che abbiano ricevuto malocchio.
Da qui, dalla importanza vitale che hanno per la donna contadina gli oggetti e gli animali che costituiscono il suo patrimonio nuziale, è facile comprendere il valore, materiale e affettivo che oggetti apparentemente di poco valore rivestano per lei, e come, lo smarrimento dello stesso, costituisca per lei un vero e proprio dramma.
L'etnologo - esaminando superficialmente i comportamenti di una massaia che ha perduto una gallina - parla di drammatizzazione di un fatto di poco conto. La sparizione dell'animale diventa il cruccio dominante della sua quotidiana esistenza; si dispera e non sa darsi pace per la perdita; esplora nel vicinato, affinché l'animale non si sia smarrito in altri cortili; si lamenta della disgrazia che l'ha colpita con le donne sue vicine e con chiunque altra l'avvicini o la incontri; sarà per lei, quel giorno, un giorno di lutto; il focolare resterà spento, e non cuocerà cibo per la famiglia; ogni sua attenzione, ogni suo sforzo saranno rivolti alla ricerca, al ritrovamento della gallina scomparsa. Il suo dramma "personale" finirà per diventare dramma "corale"; a lei si uniranno comprensive e solidali le donne del vicinato; si allargheranno le ricerche; si faranno riunioni e se ne parlerà facendo ogni possibile ipotesi, per poter giungere alla soluzione del caso.
Se l'oggetto o l'animale smarriti non verranno ritrovati in breve tempo, prevarrà l'ipotesi del furto. E ovviamente diversi saranno i sospetti su chi possa essere l'autrice del furto (trattandosi di beni propri della donna, si penserà logicamente a una ladra).
Si costituisce allora tra donne una sorta di comitato inquirente, nel tentativo di dare un volto all'esecutrice del misfatto. La quale può avere agito più che per bisogno, per "cattiva indole", o per "invidia", o per dispetto, per arrecare dolore. Ma se pure si acquisiscono prove o si abbiano dubbi molto fondati, la donna che ha subito su mancamentu, la sottrazione, non può accusare pubblicamente, né richiedere la restituzione o il risarcimento del danno. La restituzione dell'oggetto mancante, se ci sarà, dovrà farsi per volontà della stessa esecutrice del misfatto, pentitasi o costretta alla restituzione da influenze magiche.
Ed ecco la decisione di ricorrere alle arti di una donna che sia in grado di risolvere il caso. Una donna con accertate capacità divinatorie e con poteri telepatici, e che inoltre sia esperta nei resus, nelle strofette vocative specifiche in tali casi.
Is mexinas, le pratiche magiche, specifiche per il ritrovamento di oggetti o animali perduti, non sono sempre di facile conoscenza ed esecuzione. Ve ne sono di assai complesse.
Il santo maggiormente invocato in tali resus è Santu Antoni de su fogu (che alcuni studiosi del folclore sardo confondono con l'omonimo santo padovano). Ci sono fondati motivi per rivolgersi al Santo abate in tali circostanze. Come ho raccontato in altra parte di questo libro, Santu Antoni de su fogu è il Prometeo della mitologia sarda, il mitico Eroe che discende nell'inferno dei cristiani per rubare il fuoco e donarlo agli abitanti di questa terra. Un ladro a fin di bene, benefattore dell'umanità, che non tollera i furti commessi a danno della povera gente. Un "esperto" nel ramo, comunque, al quale ci si può rivolgere per aiuto, sia per rientrare in possesso di qualcosa finito in mano ad altri, sia per mandare a compimento una "espropriazione" (bestiame o altri beni) a un proprietario esoso o a comunità istrangia, straniera (giusto il principio morale del furat chi furat in domu, ruba chi ruba in casa).
Tra le pratiche magiche più semplici e più diffuse, per giungere al ritrovamento di oggetti smarriti, ci sono quelle dette de su sedazzu, del setaccio, de is ferrus, delle forbici, e de sa crai, della chiave (quest'ultima, talvolta, usata appesa ad uno spago come pendolo). In tutte queste pratiche sono presenti is brebus, parole o versetti rituali.
Il rito de su sedazzu consiste nel far ruotare un setaccio scuotendolo leggermente, dopo aver deposto sul fondo un pugno di cruscherello: si tratta di esaminare e interpretare le diverse posizioni in cui va a finire il cruscherello, se al centro o ai bordi, per individuare la direzione in cui trovasi l'oggetto smarrito, e lì far le debite ricerche.
Stessi risultati si ottengono con la chiave , la cui punta viene appoggiata dalla "veggente", sul piano del tavolo e dalla stessa tenuta perpendicolare con una lieve pressione del dito indice sull'anello della stessa chiave. Recitato su resu po su mancamentu, la preghiera per lo smarrimento, la chiave, spinta da una forza occulta, inizia un movimento rotatorio, indicando con la parte seghettata la direzione in cui trovasi l'oggetto smarrito. Quando a questa operazione presenziano le donne del vicinato, che si dispongono tutt'intorno al tavolo, sa crai abrebada, la chiave fatata dalla veggente può indicare direttamente la persona che detiene l'oggetto smarrito (ovviamente può detenerlo inconsapevolmente, perché può essere finito nel suo cortile o nella sua casa "per caso"). La persona indicata dalla chiave si farà scrupolo di cercare "meglio" nei luoghi di sua pertinenza, e il più delle volte una più accurata ricerca finirà per dare esito positivo. E' ovvio aggiungere che a questa sorta di ordalia, l'eventuale ladra si guarderà bene dal partecipare, pertanto la defezione non giustificata è ritenuta di per sé forte indizio di colpevolezza. Va anche detto che nella sostanza e nella prassi di tali riti corali rientrano i rapporti interpersonali tra donne del vicinato, buoni o cattivi.
Più complessa, e ricca di significati, è invece la pratica magica detta de is treixi lantias, delle tredici lampade, che contiene la recitazione vocativa de su resu a Sant'Antoni de su fogu, della preghiera rivolta a sant'Antonio del fuoco. Lo scopo di questo rito singolare non è quello (come negli altri) di ritrovare un oggetto o un animale smarrito o rubato, ma di costringere la persona che ingiustamente lo detiene a restituirlo alla legittima proprietaria.
Is treixi lantias si effettuano a mezzanotte, in un luogo chiuso, in penombra e nel più assoluto silenzio. Officia il rito una donna-medium, con poteri telepatici e ipnotici. Partecipano la donna che ha subìto su mancamentu, lo smarrimento, e altre donne del vicinato, le quali sostengono, in concentrazione, lo sforzo di volontà della "fattucchiera" per imporre alla ladra la restituzione del maltolto.
Nel chiuso di una camera, vengono poste sul pavimento o sopra un tavolo tredici mariposas o lantias, lumini a olio consistenti in uno stoppino infilato in un disco di sughero galleggiante in un bicchiere contenente olio, sistemate in modo da formare un cerchio. Più comunemente viene usato un piatto largo contenente olio, e sistemati ai bordi tredici stoppini formanti un cerchio. I lumini vengono quindi accesi uno dopo l'altro, previa recitazione di brebus, parole magiche, consistenti in invocazioni, talune tratte dalla liturgia cattolica, altre tenute segrete dalla officiante. Ultimata l'accensione delle tredici lantias, la "veggente", con l'intensa partecipazione delle altre donne presenti, inizia la recitazione di su resu po su mancamentu, l'invocazione specifica che giungerà fino alla ladra, penetrerà nel suo cuore lacerandolo di rimorso, fino a indurla alla restituzione.
Si conoscono diverse varianti di "preghiera-scongiuro" che, nel nome di Sant'Antoni de su fogu, vengono recitate per imporre la restituzione di un oggetto o un animale smarrito o rubato. In effetti, si esercita una pressione psichica mediante intensi messaggi telepatici, fino a provocare nell'ignota ladra uno stato di malessere e quindi una salutare crisi di coscienza che - stando alle testimonianze raccolte - si risolve quasi sempre con "il far ritrovare" (ovviamente in modo anonimo o indiretto) cioè che è stato smarrito o sottratto.
Questo che segue è un comune resu po mancamentu, preghiera per smarrimento, pronunciato durante il rito di is treixi lantias:
"Sant'Antoni de su fogu / candu festis eremitanu / eremitanu e dottori / est passau Nostu Sennori / e s'hat nau: Ite ses fendi? / E no ddu bit, Maistu, / ca seu fendi treixi fogus? / De custus treixi / ci 'n di siat unu prus fogosu / e prus e prus ardenti / po chi si dd'intendat / in su coru e in sa menti / chi no tengiat reposu / ni pappendi ni dormendi / po totu una genia / finzas chi custu mancamentu / no torrit a domu mia."
(Sant'Antonio del Fuoco / quando eravate eremita / eremita e taumaturgo / vi incontrò Nostro Signore / e vi chiese: Cosa fai? / E non lo vede, Maestro, / che faccio tredici fuochi? / Di questi tredici fuochi / uno ve ne sia più infuocato / e più ardente / affinché se lo senta / nel cuore e nella mente / e non abbia riposo / né mangiando né dormendo / per tutta una generazione / finché ciò che manca / non torni a casa mia.)


IS FATTURAS
LE FATTURE

Sa fattura, il maleficio o l'incantesimo, fatta per ottenere con arti magiche quanto non è possibile ottenere con mezzi normali, può essere tradotta con l'omonimo termine italiano fattura.
Due sono principalmente gli obiettivi che si vogliono raggiungere con tali atti di magia: l'ammalamento o l'ammaliamento; cioè l'indebolimento fisico o psichico del nemico, fino alla sua distruzione; oppure l'assoggettamento parziale o totale della volontà di chi si vuole possedere (per amore o per sfregio) o che si vuole raggirare (economicamente, ottenendo lasciti, ecc.). Secondo gli scopi, malvagi il più delle volte, ma anche mossi da bisogno, da passioni amorose, una fattura si qualifica come atto di magia nera o bianca, correlativamente presiedute da animas malas o da animas bonas, cui la fattucchiera di norma si rivolge per ottenerne i poteri. Va da sé che is animas malas, alle quali si aggiungono is dimonius e is tiaulus della mitologia cristiana, sovrintendono agli atti di magia nera, concorrendo al compimento delle fatture - escluse alcune, per altro rare, operate "a fin di bene", come può essere "l'ammaliamento" di una fanciulla non soltanto per possederla ma anche per sposarla. Al contrario, is animas bonas , cui si aggiungono tutti i santi del paradiso (che non sono pochi), sovrintendono agli atti di magia bianca, concorrendo principalmente a sconciai is fatturas, a sciogliere le fatture, ad annullare gli effetti "ammalanti" o "ammalianti" degli atti di magia nera.
Is fatturas rientrano nella scienza e nella pratica della medicina popolare, sia come elementi che concorrono (come i virus e i batteri per la medicina moderna) a provocare la malattia, sia come elementi terapeutici idonei (il più delle volte, ma non sempre, come nella farmacologia moderna) alla guarigione delle stesse o a calmare il dolore. Vedremo di seguito alcuni degli effetti "ammalanti" o "ammalianti" che si possono ottenere con is fatturas non soltanto sulla persona ma anche su animali, piante e beni materiali - quali abitazioni, coltivazioni, arredi, attrezzi da lavoro; e quali e quanti effetti opposti, di guarigione o di liberazione, si possono ottenere con is contrafatturas, le fatture di segno e di forza opposti, che annullano le fatture.
Chi compie fatturas, in italiano viene detto fattucchiere. In sardo non esiste una voce specifica per indicare su chi fait is fatturas, colui che fa le fatture. Esistono i termini di bruxu o cogu o oghiadori o omini santu che indicano rispettivamente stregone,indovino, iettatore, guaritore; con i relativi termini al femminile bruxa, coga, oghiadora, femina santa. Vi è poi un termine usato soltanto al femminile, mazzina, che indica una donna che fa magie, anche strega, o anche la magia stessa che viene effettuata. Per esempio: dd'hant fattu mazzina, gli hanno fatto magia, lo hanno affatturato.
Come è stato rilevato in altre parti di questo lavoro, la scienza e l'arte della medicina popolare sono quasi esclusivamente di competenza delle donne; e soltanto in tempi moderni, dopo la "grande purga" del potere maschile nota come caccia alle streghe-guaritrici sotto la speciosa accusa di diavoleria, un certo numero di maschi si è infiltrato in questo campo. (Non parliamo qui della invasione massiccia, e protetta dalle leggi civili, dei nuovi stregoni della medicina moderna, gestita ancora oggi in prevalenza dai maschi).
Attualmente, nei nostri paesi dell'interno, le donne che esercitano l'arte della medicina antica sono in maggioranza rispetto ai maschi. Inoltre, esse, rispetto ai maschi concorrenti, sono più quotate, hanno una clientela più numerosa, e aggiungerei "più scelta". A livelli diversi, o meglio dire all'interno di culture diverse, le guaritrici del popolo occupano posizioni di prestigio e godono di privilegi così come nella medicina moderna i primari ospedalieri o i cosiddetti "luminari", capaci di far "miracoli", cui la gente malata si affida come a santi taumaturghi. Vi sono ancora bruxas, mazzinas, cogas, spiridadas (guaritrici, fattucchiere, indovine, veggenti) la cui opera è assai ricercata, e bisogna far la fila o prenotarsi per tempo, prima di poter essere ammessi alla presenza di tali "luminari" - le quali, si dice, "fanno miracoli". Senza voler sostenere alcuna parte, sta di fatto che le numerose testimonianze raccolte attestano che molti casi di malattia, dove i "luminari" della scienza medica moderna non erano riusciti, sono stati poi risolti egregiamente da codeste "fattucchiere". Pur analfabete, esse hanno una conoscenza empirica ma profonda del corpo umano, e quel che più conta una conoscenza socio-psicologica della personalità della "loro" gente, che nessun altro "esterno", per colto che sia, può conoscere altrettanto bene.
Vi è un punto che gioca a favore della scienza medica popolare, rispetto a quella moderna: l'assoluto divieto dettato da una antichissima etica professionale di chiedere o di accettare alcun compenso per le prestazioni date. L'unico modo per sdebitarsi, consentito al paziente, è l'offerta di un dono in natura - in concreto, le guaritrici vengono mantenute dalla comunità che riconosce in loro un ruolo fondamentale. Quando, come accade attualmente, taluna guaritrice accetta l'onorario, non fa altro che imitare il medico civile: è un tentativo di entrare in un ruolo che è proprio della organizzazione sociale ed economica esterna e diversa, fondata in ogni suo aspetto sul lucro e sulla speculazione - un sistema dove si lucra e si specula anche sulla malattia, sul dolore, sulla paura della morte.
La materia più comunemente usata per fare is fatturas, qualunque ne sia lo scopo, è il simulacro della persona che si vuole affatturare. Con l'avvento della tecnologia, la fotografia è diventata l'immagine ideale per compiere malefici o incantesimi. Da qui la ritrosia, specie nelle fanciulle graziose, di farsi fotografare o dare la propria foto. In passato, e ancora oggi in assenza di foto, venivano e vengono usati rudimentali simulacri umani, pupazzi di una decina di centimetri, con i rudimenti dell'uno o dell'altro sesso, che contengano possibilmente "qualcosa" appartenente alla persona cui è diretta la fattura: brani di pelle, peli o capelli, unghie (ma non sterco o urina, che hanno particolari simbologie e diverso valore d'uso) o anche particelle di capi di abbigliamento, meglio se di biancheria intima, perché sta a contatto di pelle e quindi contiene umori.
Il pupazzo, simulacro della persona da affatturare, può essere fatto con diverso materiale. Molto comune la pala del ficodindia che, si dice, rende molto efficace l'incantesimo o il maleficio; assai usata anche la stoffa avvolta con filo di lana (simile alle bambole di pezza che si fanno da sé le bambine per gioco), oppure due bacchette legate in croce, rivestite di panno. Più rare, quelle modellate in cera, altrove assai diffuse.
Sul simulacro vengono compiuti quegli atti magici che poi si riprodurranno sul vivo, nella persona cui sono diretti. Si trafigge il pupazzo con spilli per provocare dolori artritici, coliche, nevralgie, o malattie negli organi situati nei punti colpiti. Sullo stesso simulacro, si possono recitare incantesimi, ottenendo l'assoggettamento della persona "ammaliata". Di regola, dopo fatta sa fattura, il pupazzo viene nascosto nel cortile o meglio ancora all'interno dell'abitazione della persona che si vuole affatturare. Per chi ha subito una fattura, scoprire il simulacro significa poter ricorrere ai ripari, portandolo da un "buon" fattucchiere, affinché egli abbia una base concreta per sciogliere la stessa fattura.
Is fatturas fatte mediante immagini o simulacro sono quelle più pericolose, perché hanno lo scopo di danneggiare fino a uccidere. Sono anche molto difficili da "sciogliere", tanto più se non si riesce ad individuare chi, a scoprire in che modo e perché l'ha fatta fare. Pertanto, come si diceva, è importante per la persona colpita dal maleficio, ritrovare sa fattura, il pupazzo. E' anche compito, però, di un "buon" fattucchiere indicare, con le proprie arti magiche, il punto dove sa fattura è stata nascosta e raccoglierla, per annullarla con sa contrafattura.
Is fatturas per "ammaliare", che interessano per lo più la sfera dei rapporti affettivi e sessuali vengono compiute molto spesso anche senza simulacro. Frequenti i filtri, che ugualmente prendono il nome di fatturas. Si preparano in ore canoniche, specie la mezzanotte, in armonia con le fasi lunari e con il tempo metereologico (pioggia e vento hanno la loro influenza), con i più disparati ingredienti. Se si vuole fare innamorare una fanciulla che si mostra indifferente, tre gocce del proprio sangue in un beveraggio che poi le si farà bere, sveglieranno il suo interesse sentimentale come se ferita dal mitico strale di Cupido. Viceversa, se è un ragazzo che si vuol fare innamorare, la fanciulla vogliosa renderà efficace il filtro diluendo nel beveraggio tre gocce del proprio sangue mestruale (che non deve essere secco ma immesso allo stato fluido) o usando particelle del proprio corpo, quali capelli, peli del pube e delle ascelle, finemente triturati, da somministrare al maschio concupito. Normalmente il filtro d'amore si versa nel caffè o nel rosolio o in vino - bevande tradizionalmente offerte all'ospite. I filtri vengono spesso "rafforzati" mediante brebus, parole magiche, specifiche per "incatenare".
Ugualmente numerose sono is fatturas che vengono fatte per erotizzare o per rendere impotenti, lui o lei. I casi di impotenza, secondo la scienza medica popolare, sono per lo più dovuti all'influsso di segno negativo (o maligno), non tanto di spiriti quanto di persone gelose o malvagie. Un innamorato respinto o una suocera gelosa della nuora sono i maggiori indiziati nel caso di una impotenza che colpisca uno sposo novello. Egli è vittima di fattura; e per ridiventare potente dovrà fare ricorso alle arti magiche di una "luminare" del settore. Ma non sarà mai lui, l'impotente, ad andare dalla "guaritrice" per esporre il proprio caso; sarà invece la moglie, o altra donna di famiglia (madre, zia materna o sorella maggiore), che si occuperà della faccenda, dando tutti gli elementi conoscitivi per il buon andamento della contrafattura.
Nel campo della sessualità si annoverano anche speciali mexinas, terapie più che fatturas, in qualche modo legate alla magia, seppure a base di erbe stimolanti. Lo scopo delle mexinas destinate al maschio è di erotizzare, in particolare di rendere più efficiente il membro. Un problema che non si pone per la femmina in quanto - si dice - lei non ha problemi di erezione e non ha un orgasmo da raggiungere. Le mexinas rivolte alla femmina hanno per scopo la fecondità. La sposa che dopo un anno di matrimonio non resta incinta se ne preoccupa. Per scrupolo di credente si rivolge con preghiere ed offerte a sante che furono prolifiche e che sovrintendono in qualche modo alla filiazione. Non ottenendo alcun esito positivo, si reca allora dalla fattucchiera-guaritrice che conosce le arti magiche per rendere fertili le donne maritate - così come conosce le arti per evitare alle nubili "che ci sono cascate" gravidanze indesiderate.
Per inciso: sono le donne ad avere il monopolio nel fare e nello sciogliere le fatture; ma - si dice - anche i preti ne hanno il potere. Sul tema di preti che fanno fatture, quasi sempre per difendere il loro patrimonio dai ladri o per punire atti sacrileghi, si raccontano numerosi casi nella novellistica popolare che si tramanda oralmente (un genere che è detto in sardo contus de forredda, favole da focolare).


SU SCRITTU
LO SCRITTO

Su scrittu, lo scritto, usato come strumento magico, ha diversi poteri, per lo più di tenere lontani i pericoli da chi lo indossa, ma anche di tenere "legata" la persona alla quale si dona (come amuleto, e per portare fortuna, con valore talismanico, se portato indosso) - ma può anche essere appeso alla porta di casa o a una parete nel suo interno. Abbiamo numerosi esempi di moderni scrittus di cui esiste un fiorente mercato, consistenti in quadretti o tovagliette o ceramiche o legni dove sono scritti versetti sacri o sagge massime, che riempiono le case contadine di paesi come l'Ungheria o la Baviera.
Su scrittu è anche usato nella magia nera, come fattura, per colpire e distruggere un nemico. In questo caso, su scrittu, consistente in terribili e misteriose invettive, avvolge una ciocca di capelli della persona da affatturare; e dopo essere stato abrebau, reso ancora più micidiale con ulteriori maledizioni verbali, viene gettato, talvolta in modo sfrontato, tal'altra nascostamente nel cortile della vittima designata.
Nel secolo scorso e ancora all'inizio del nostro secolo, is iscrittus magici erano assai comuni. I sacerdoti cattolici - a quanto si apprende di documenti del periodo - avevano dato vita a un fiorente commercio di scrittus, che la gente acquistava come amuleti e talismani, nel tentativo di proteggersi dalle mille difficoltà di carattere economico e richiamare un po' di fortuna. Vi erano sacerdoti e frati - scrive il Bechi citandone uno famoso - i cui scrittus erano ritenuti particolarmente efficaci; tanto che ad essi di rivolgevano latitanti e banditi per ottenere uno scrittu specifico capace di fermare le palle dei carabinieri.
Su scrittu scaramantico e nel contempo talismanico consiste normalmente in un pezzetto di carta in cui sono incisi segni cabalistici, parole in latino o versetti sacri, con aggiunta di reliquie di santi, di sostanze benedette, quali incenso, palma, olivo; il tutto racchiuso in un sacchettino di pelle o di stoffa, da appendersi al collo mediante correggia o nastro, a contatto di pelle. Assai usate come scrittu le immaginette benedette che frati e preti sogliono distribuire ai fedeli in cambio di offerte in denaro o in generi alimentari.


SU SPUDU
LO SPUTO

Su spudu, lo sputo, ha numerosi significati e poteri magici e terapeutici. Così come ogni parte che si stacca dal nostro corpo può essere usata da altri contro di noi, le stesse parti possono essere usate da noi per imporre ad altri "la nostra presenza", la nostra volontà, il nostro dominio. Ciò in base al principio magico (e se vogliamo scientifico) che la parte è consustanziale al tutto, e che influendo la parte si influenza l'insieme, oppure agendo con la parte si agisce con la forza dell'insieme. Mettere una goccia del nostro sangue in un infuso da far bere alla donna desiderata ha il valore di entrare in lei "sostanzialmente", di poterla dominare mediante quella parte "nobile" e "attiva" di noi.
Nella medicina popolare lo sputo entra in diversi riti terapeutici. Per esempio in s'affumentu, il suffumigio per guarire dagli spaventi, in cui la guaritrice, al termine del rito, sputa sulla testa del paziente per tre volte, accennando con il capo a tre segni di croce.
Comunissima l'usanza di mettere un po' di saliva (prendendola dalla lingua con la punta dell'indice) sotto il mento di chi ha preso uno spavento. Tale atto viene anche compiuto da sé, su sé stessi da adulti; ai piccoli viene fatto dai genitori o da adulti presenti al fatto traumatico.

Tra le superstizioni dei Sardi - scrive il Domenech - "ve ne sono anche assai buffe. Quello di sputare contro gli oggetti di cattivo augurio è d'una ingenuità sorprendente e vecchia quanto il mondo. Ecco su questa usanza alcuni particolari puerili ma curiosi.
Allorché un fanciullo stride coi denti, stravolge gli occhi, si rotola in terra, tormentato da convulsioni, la madre gli sputa subito sulla faccia, poi gli fa il segno della croce sulla persona. Se uno guarda un bambino con molta attenzione, con lo sguardo fisso, e nell'accarezzarlo fa i suoi elogi, non appena se ne va, la madre sputa dietro le spalle dell'imprudente adulatore e sulla faccia del figliolo.
Questa superstizione sembra che esista anche nella Spagna, se si deve credere al piacevole autore delle "Novelle Andaluse", giacché su Paz y Luz, Fernando Caballero fa dire a Juana: "Non si deve mai guardare un fanciullo senza benedirlo… Si dice che faccia male al fanciullo, il guardarlo a lungo mentre dorme."
Quando i Sardi vanno a visitare un malato, sputano in terra sul limitare della casa, e fanno altrettanto prima di apprestare i rimedi. I pastori sputano sulle pecore e sugli agnelli appena nati. Non pochi cavalieri sputano tre volte nella mangiatoia dei loro cavalli, allorché un passante si diverte a guardarli mangiar l'orzo o l'avena.
Sputare è per il popolo ciò che "le corna" sono per gli Italiani in generale, e pei Napoletani in particolare; un mezzo cioè di allontanare la cattiva sorte, di prevenire o distruggere le cattive influenze. Le superstizioni nascono e s'impongono ordinariamente senza alcun genere di logica; on occorre dunque ricercarne la causa e la ragione. Mi contenterò di citare qualche passo dei libri antichi che ne confermano l'antichità.
Nel libro di Giobbe, come in quello di Isaia, si vede che, allora come oggi, sputare su qualcuno era un segno di spregio; ma nel Libro dei Numeri, lo stesso Dio parla di questo atto come un segno di castigo e di maledizione. Era, poi, secondo il Deuteronòmio, un segno di esecrazione e d'imprecazione: poiché è detto che colui il quale avrebbe rifiutato di sposare la moglie del fratello, morto senza figli, sarebbe condotto da lei alla porta della città, dove, dinanzi agli anziani del popolo, gli toglierebbe i sandali e gli sputerebbe in viso, dicendo: "Così sia fatto all'uomo che non edifica la casa del fratello".
I Cananei, gli Egiziani, gli Etruschi e i Greci, come ancora altri popoli, avevano questo stesso simbolo di disprezzo e di esecrazione. Luciano, nel suo Dialogo dei Morti, nel parlare del mago babilonese Mitrobarzane, dice: "Dopo questo incanto, gli sputò tre volte sulla faccia, si voltò indietro, senza guardare alcuno, ecc.".
I Sardi non sono dunque ridicoli, se hanno ereditato queste curiose superstizioni di cui ignoriamo l'origine e il significato. Essi le subiscono come le hanno subite i loro padri, e sono talmente fermi nelle loro usanze che sarebbe troppo difficile sradicarle."
(Tratto da E. Domenech - Pastori e banditi - 1987)

Domenech è uno dei pochi studiosi che fornisce documentati elementi conoscitivi di comparazione, negli usi e nei costumi, tra il presente in Sardegna e il passato nelle culture pagane di popoli dell'area mediterranea; pertanto facilmente scusabili in lui alcuni luoghi comuni e pregiudizi su aspetti della medicina popolare definiti "superstizioni prive di causa e di ragione".
Molto ci sarebbe da aggiungere (se lo consentisse l'economia di questo lavoro) su "lo sputo" inteso come sostanza vitale e dotata di molteplici virtù terapeutiche, sia nella sfera del fisico che dello psichico, e su "l'atto dello sputare" che quasi sempre non ha, come comunemente si crede, significato di disprezzo, ma più precisamente significati propiziatori e scaramantici.
Lo sputo usato come terapia o propiziazione: sputare sul viso di chi ha preso spavento (spesso sostituito dalla imposizione del dito indice bagnato della propria saliva sulla fronte e più spesso sulla gola di chi ha preso spavento); sputare sul capo del paziente, quando sia affetto da azzichidu (spavento), a conclusione del rito terapeutico detto s'affumentu (suffumigio magico); sputare davanti ai piedi o anche sul viso della persona alla quale è stato liau ogu, che ha subito il malocchio; sputare o umettare con la lingua l'uovo, prima di metterlo a cuocere in su fari rari, nella cenere calda del camino, "perché così facendo non si romperà", sputare o umettare di saliva una ferita per fermare l'emorragia e per evitare l'infezione; umettare di saliva un pane pregiato tracciandovi un segno di croce con le labbra dopo averlo confezionato o prima di metterlo al forno; masticare e insalivare del cibo duro e coriaceo - un atto d'amore della madre al piccolo che ancora non ha i denti. Inumidire con la propria saliva il corpo di chi si ama è proprio dell'atto di baciare: non credo che il bacio tra innamorati, che usa la saliva come ingrediente erotico, sia da considerare una "superstizione" o che possa definirsi atto "privo di causa e di ragione".
Lo sputo usato come scaramanzia, come difesa: sputare dietro persona che si ritiene iettatrice o portatrice di malocchio; sputare su animale pianta oggetto ostili, che ci hanno ferito, per esorcizzarli; sputare per esorcizzare la morte o spiriti demoniaci; sputare allorché si nominano "sa giustizia", "sa forza" (la polizia e i carabinieri), e altre istituzione ritenute demoniache, per esorcizzarle; infine, usare la saliva nella composizione di filtri magici "ammalianti".
A un osservatore superficiale pare che l'atto dello sputare per terra, davanti a sé, sia un segno di disprezzo - come lo sputare in faccia a qualcuno viene ritenuto affronto grave. In effetti, tale atto è originariamente (e continua a conservare lo stesso segno nell'uso popolare) un rito scaramantico, esorcizzante. Cioè a dire, lo sputo è ritenuto un potente talismano che tiene lontane le forze del male. Si sputa "su" e "per" qualcosa che si teme, che è bene tenere lontano. Da qui, appunto, l'uso popolare di sputare per terra quando si nomina la "giustizia" o quando si vede passare qualcuno che la rappresenta. Ed se è vero che taluno è stato incriminato per "oltraggio a pubblico ufficiale", avendo sputato alla vista di un poliziotto, è anche vero che condannandolo si è dimostrata una buona dose di ignoranza nel costume (e quindi nei significati) della gente. Alla quale non può essere negato il diritto di difendersi con gesti scaramantici (e pertanto nonviolenti) da chi è provato che "porta male" - sia che si sputi, alla sarda, o che si tocchi ferro o parti intime, all'italiana, o si facciano le corna, alla napoletana, o che si facciano le fiche, secondo l'antico costume greco e romano, o che infine si reciti una Ave Maria o altro scongiuro di tipo "culto", diffuso dalla casta sacerdotale, quale il medioevale sator arepo tenet opera rotas, che come l'abacadabra si dice buono non solo per esorcizzare un nemico, ma anche come scrittu per ammaliare fanciulle.
Curiosa l'usanza - molto diffusa tra i fanciulli, che certamente l'hanno ripresa dagli adulti, presso i quali per altro è in disuso - di lanciare a un nemico la propria sfida tracciando una linea per terra, sputando ed esclamando: "Marrano, se salti questo segno!" Saltare "quella" linea significa invadere i confini di un territorio che appartiene ad altri, e comporta, come d'uso, la guerra. Remo è morto ucciso dal fratello Romolo per avere osato saltare un segno di confine, seguendo un rito bellicoso non dissimile da quello ancora diffuso tra i nostri ragazzini di scuola - con conseguenze per fortuna meno cruente: dato luogo alla singolare disfida, se le suonano di santa ragione.
Normalmente - ma direi meglio spontaneamente - la saliva viene usata per curare le ferite - come d'altronde fanno istintivamente anche gli animali. Una sbucciatura al ginocchio, in un ragazzo che cade, viene prontamente curata umettandola con saliva: applicata con le dita o con una leccata. E' l'unico modo possibile di proteggere una ferita, quando ci si trova in campagna, in assenza di acqua per detergere e di disinfettanti per evitare l'infezione.
Inutile dire che la scienza medica, seppure di malavoglia, ha finito per scoprire le proprietà coagulanti e antisettiche della saliva - quasi si sentisse il bisogno di dare una giustificazione razionale a un fatto naturale.
Anche l'urina - per la gente di campagna - è considerata un buon disinfettante. Pisciare su una ferita anche grave, in attesa di cure più idonee, per lo più a base di erbe, che verranno effettuate in paese dalla guaritrice, è uso comune per chi lavora in campagna, e non è abbastanza "evoluto" da potersi permettere la cassetta del pronto soccorso. Non è il caso di ricordare le usanze esquimesi, i quali, come si sa, usavano lavare il neonato con l'urina calda dei genitori, prima di spalmarlo di grasso.
Anche le feci appena emesse di alcuni uccelli sono considerati buoni medicamenti per lievi ferite o per curare l'acne giovanile. Mi è accaduto di frequente vedere una massaia correre ad attingere con un dito allo sterco di gallina ancora caldo, per ungerlo sopra una ferita o sul viso proprio o di una fanciulla - per fare la pelle morbida vellutata.
Dei ragni, invece, viene usata la tela - considerata un ottimo emostatico. Quando una ferita sanguina e non si riesce a fermarne l'emorragia, le donne che assistono l'infortunato prendono una tela di ragno, il più possibile fitta, e la applicano, ottenendo buoni risultati. Anche qui,la scienza interviene per dire che sì, la ragnatela ha proprietà emostatiche. E c'è perfino chi aggiunge che deve esistere una certa affinità tra la ragnatela e la tunica reticolare (l'omento) che avvolge gli intestini, appunto con la funzione di fermare eventuali emorragie interne. Sta di fatto che sa nappa de aragna, la tela di ragno, di cui vi è abbondanza nei buchi dei muri di mattoni di fango dei nostri cortili, risponde egregiamente al compito per cui viene usata. Ed è estraneo a questo scritto sia la presunzione di chi guarda con sufficienza alla medicina popolare (salvo poi a ricorrere, essi stessi, come tanti di mia conoscenza, alle cure delle "fattucchiere", quando la medicina ufficiale non è riuscita a cavare il classico ragno dal buco); sia il tentativo di trovare basi scientifiche e razionali alla materia e ai riti della stessa medicina popolare, nel tentativo di affibiarle una dimensione moderna e civile - della quale il popolo, in verità, non sa che farsene.


IS OSSUS DE MORTU
LE OSSA DEI MORTI

Dai tempi preistorici, ossa di umani e ossi di animali hanno rivestito un ruolo importante nella preparazione di amuleti e talismani, nella terapia di molte malattie, nella esecuzione di riti magico-religiosi.
Nella economia dell'uomo primitivo, gli ossi di animali hanno fornito la materia prima per la fabbricazione di utensili e armi. Per la loro durezza, resistenza e duttilità potevano essere lavorati e trasformati in attrezzi acuminati o taglienti, e alcuni, sezionati, trasformati in rondelle decorative - per ottenere ciondoli o collane e bracciali, che, per gli attributi propri dell'animale cui l'osso apparteneva, diventavano talismani o amuleti specifici.
I sacri testi della mitologia greca ed ebraica dicono che le mascelle di leone e di asino, se impugnate da un eroe, costituiscono una formidabile arma da combattimento. Ercole figlio di Zèus e Sansone figlioccio di Jahvé, brandendo tali armi ossee, fanno strage di nemici.
Difficile che nei filtri e beveraggi magici terapeutici o ammalianti non entrino componenti ossee di un animale o di un altro, secondo l'uso che se ne vuol fare.
Per legge di "affinità" o di "simpatia" o anche per quella "dei simili che si elidono a vicenda", particelle ossee di animali forti "danno forza", se virili, "danno virilità", se astuti "danno astuzia", tanto se ingeriti che tenuti addosso. L'itterizia, che ingiallisce l'incarnato, si cura con infusi a base di erbe gialle; l'impotenza maschile si cura mangiando testicoli di maschi potenti, quali il toro e il gallo; la morte si esorcizza indossando scaramanticamente parti del corpo di un morto o di suoi indumenti o della sua bara; infine, particelle corporali di un malato hanno il potere di tenere lontana "quella" malattia.
Nella storia della magia, le ossa dei morti non sono meno usate degli ossi degli animali. Il culto dei Morti nei Cristiani si risolve per lo più in esposizione in appositi santuari di lugubri residui ossei, costituiti talvolta da corpi mummificati, mucchi di tibie, crani. Presso i Cristiani ha sempre avuto fortuna il commercio di sacre reliquie, costituite da particelle ossee o cenere, usate negli scapolari, come talismani e amuleti, o anche da ingerirsi, con o senza altri ingredienti, come farmaci contro le più diverse malattie.
La Sardegna non fa eccezione a una regola comune in tutto il mondo. Stupisce allora vedere studiosi di etnologia (a ragione definiti colonialisti) arrabattarsi per tentare di dimostrare (attraverso la documentazione dell'uso di teschi e ossa) che presso i Sardi (specie barbaricini) permangono culti barbarici e superstiziosi - da giustificare la presenza armata di civilizzatori.
Eppure a scuola abbiamo appreso di civilissimi monarchi, che andavano a braccetto con venerabili papi, che bevevano nei teschi impreziositi dagli orefici, ottenuti dalle teste di loro temibili nemici debitamente assassinati: un uso di chiaro significato magico-scaramantico. Meno blasfemo il "barbaro" guerriero boscimano, che appende il cranio del nemico, lealmente ucciso in combattimento, sulla parete della capanna - per conservarne le virtù e il valore. Naturalmente senza "malvagità sanguinaria", i civili colonizzatori sabaudi, ancora agli inizi del secolo scorso, usavano in Sardegna mozzare le teste ai popolani ribelli, e appenderle in cima a un palo, "per dare un esempio alle popolazioni" - un macabro rito scaramantico proprio del potere, che così facendo credeva di scongiurare il pericolo di nuove rivolte.
Si scopre dunque in Sardegna (e meno male, anche nell'area del Mezzogiorno) l'usanza popolare di attingere agli ossari, per ricavare dai crani dei morti rondelle da appendersi al collo, come protettivi contro il mal caduco o santo che dir si voglia. E' l'ennesima scoperta dell'ombrello. Non si è scoperto né insegnato nulla che già non si sapesse - in particolare a quanti nottetempo usano attingere ai depositi di ossa, riservati al culto cristiano, per trarne rotelle magiche con operazione di alta chirurgia.
Che dire allora dell'usanza nazista di ottenere rivestimenti per lampadari dalla pelle conciata dei cadaveri gasati? Perché l'etnologia ufficiale (se non vuole essere chiamata coloniale) non studia e classifica e interpreta i reperti attinenti a tali fatti - espressione del massimo grado di civiltà tecnologica, cui può giungere il capitalismo al potere, in uno dei paesi più evoluti del mondo?

Nota. Ossus de mortu, ossa di morto, vengono chiamati certi dolci tipici del 2 novembre, elaborati a forma di tibia o di pesce. Come tutti i tradizionali dolci dedicati ai Morti, si ottengono con farina impastata con sapa e insaporiti con la cannella. Fatti in casa, venivano anche venduti nelle pasticcerie dei rioni popolari, a Cagliari, per tutto il mese di novembre. Golosa magica memoria della mia fanciullezza cagliaritana, ho ritrovato alcuni anni fa a Pirri is ossus de mortu in alcune pasticcerie; ma anche qui, come a Cagliari, vanno scomparendo.


IS CONCAS A BAGNU / PO FAI PROIRI
LE TESTE A BAGNO / PER LA PIOGGIA

Tra le cerimonie magiche condannate dalla Chiesa come stregonerie, ve ne è una di origine remota: quella di immergere un animale nell'acqua per invocare la pioggia, nei periodi di lunga siccità.
La siccità è in questa Terra uno spietato nemico, che le forze dell'uomo - intente a realizzare opere di rapina - non hanno potuto debellare: neppure le forze tanto tecnologicamente sviluppate del colonizzatore attuale. E così, ciò che trascende l'uomo, che va oltre la sua capacità di comprendere e di dominare, continua a restare nella sfera del magico, del divino, dell'occulto. E trattandosi di un nemico tanto dannoso, non stupisce la quantità e la frequenza di riti per propiziare la pioggia nel mondo contadino e pastorale.
Tra i più singolari riti magici relativi alla siccità (a parte l'attuale riempimento di carte bollate stilati con specifici brebus d'invocazione al competente Assessore regionale per ottenere risarcimenti) si annoverano quelli della immersione nell'acqua di teschi umani e di animali (vivi o morti).
Dell'usanza popolare, diffusa anche fuori dell'Isola, di immergere in acqua un cane morto per propiziare gli dei della pioggia, si ha notizia nella Decisio de superstitione del 1702 - opera che consiste nella elencazione delle superstizioni allora in uso, condannate dalla Congregazione dei Casi; e specificatamente per la Sardegna esistono numerose testimonianze di storici, alcune raccolte dallo scrivente.
Il rito della immersione del cadavere di un cagnolino in una pozza o in un corso d'acqua, è quanto mai simile a quello dell'interramento (sempre di un cucciolo) ai piedi di un albero per renderlo fruttifero (che ho descritto in altra parte di questo lavoro). In ambedue i casi, trattasi certamente di una offerta sacrificale alle divinità ctoniche della fertilità, per propiziarsele.
L'usanza di immergere uno o più teschi umani in acqua (della quale non ho trovato testimonianze dirette) viene descritta da uno studente di Tertenìa (nell'alta Barbagia) al professore Alziator, resa nota nel 1962:

"L'operazione viene eseguita al novilunio da un gruppo di persone in numero dispari (minimo tre massimo sette); il più anziano scende nell'Ossario del cimitero e ne trae uno o più teschi (mai in numero pari), quindi la brigata si reca al più prossimo corso d'acqua per l'immersione…"

Non so fino a che punto la testimonianza di uno studioso accademico possa non essere influenzata dalla conoscenza di descrizioni dello stesso rito fatte da altri ricercatori, dato che è buona norma, nel lavoro di ricerca accademica, l'autenticazione della validità della propria tesi con quelle di precedenti ricercatori "accreditati" dal potere. A mio avviso, la poca credibilità della cerimonia citata, riferita al presente, si fonda anche sulle difficoltà attuali obiettive di accedere "in schiera" nei camposanti, di penetrare negli Ossari e di prelevare teschi.
Certamente, questo e altri consimili riti propiziatori della pioggia dovevano essere diffusi nei tempi andati, e non è difficile vedervi residui di antichi sacrifici, anche umani, offerti alle divinità della Terra provvedenti alla fertilità e all'abbondanza.
Una riprova della diffusione di tali riti magico-religiosi e della loro persistenza fino a tempi moderni, si ha nelle numerose attuali usanze cristiane, di cerimonie organizzate ed effettuate per lo stesso scopo: processioni per la pioggia, con particolari inni sacri, dove il crocefisso levato in alto sulla folla - Agnus Dei qui tollit peccata mundi - è la vittima sacrificale, l'offerta "privilegiata", umana, per placare l'ira della divinità e propiziarsene la benevolenza; così pure le rituali immersioni di crocefissi e immagini e reliquie di santi nell'acqua benedetta, sostituiscono simbolicamente, nel sacrificio, la originaria vittima umana, poi sostituita dal teschio e infine dal cachorro, dal cagnolino, nel culto popolare.
Mitigati gli antichi costumi cruenti e dato un nuovo valore alla vita umana e animale (parlo di costumi del popolo, non del potere che continua a sacrificare immenso numero di creature nei suoi riti bellici), la vittima umana, il fanciullo, viene sostituita da una vittima animale, il cagnolino; e in parallelo, la vittima vivente viene sostituita da un cadavere o parte di esso. Ma resta inalterata la sostanza magico-religiosa di un rito che risale alle origini della comunità umana.


IS PIPPIUS INTERRAUS BIUS
I BAMBINI SEPOLTI VIVI

"Nelle campagne del centro dell'Isola ho inteso ricordare l'antichissimo costume di nascondere i nemici, seppellendoli in una fossa scavata sotto i muriccioli fatti di sassi uniti senza cemento.
Nel centro della Sardegna ha pur inteso ricordare l'antichissima usanza di seppellire un bambino nell'entratura degli ovili. Si supponeva che in tal modo si riuscisse ad impedire il furto degli armenti. Il costume si è addolcito da secoli e secoli ed ora (così mi fu detto nel Nuorese) al seppellimento di un bambino vivo si sostituisce in qualche regione quello di un cagnolino. Di costumi analoghi si trova traccia del resto in altre parti del mondo."
(Dalla storia della Sardegna del Manno - Vol.II - Cap. XI - Sez. Culti e persistenze religiose)

La descrizione di questa usanza, inserita nel contesto di una valutazione morale e politica dei Barbaricini, discriminati dal resto dei Sardi, non mi sembra attendibile. Intanto, non poggia su alcun documento, e vago è il riferimento a testimoni del suo tempo (a metà del secolo scorso). Infine, questi testimoni sostengono una strana tesi, e cioè quella che l'usanza di seppellire il bimbo è stata da essi sostituita dal seppellimento di un cagnolino, sottintendendo così di aver conosciuto di persona o per sentito dire la prima usanza - che lo stesso Manno riporta a tempi "antichissimi", presumibilmente all'età della pietra (neolitico) o al nuragico (bronzo).
L'animus antibarbaricino del Manno si rileva dalle valutazioni che egli fa seguire alla notizia sopra riportata: "Il secolare isolamento nel quale hanno vissuto gli abitanti delle regioni montuose della Sardegna vi ha mantenuto pressoché inalterati riti e costumi che ricordano i primi stadi della civiltà umana." E' un modo elegante, scomodando l'isolamento, per dire che i Barbaricini sono rimasti "barbari". Ed è sottinteso che devono essere civilizzati. Come, ce lo dice la storia della colonizzazione. A mio avviso (sul tema di "Culti e persistenze religiose"), "l'isolamento" entra assai relativamente. Basta vedere quanto dei riti e dei costumi che risalgono alle origini della società umana permangono in ogni parte del mondo, e in particolare in quelle definite più progredite e più civili, di religione cattolica.
Partendo dall'usanza fenicia, diffusa anche in Sardegna, di offrire in olocausto al dio Moloch fanciulli in tenera età, il "raptus della scoperta" spinge gli studiosi a ricercare, e a trovare, altre forme di sacrifici umani nel pregiudicato mondo nuorese, finendo per trovarne addirittura nell'uscio di casa.
All'usanza di seppellire un cagnolino sull'uscio di casa - usanza riferibile non solo al Nuorese (come fa il Manno) ma a tutta l'Isola e più in particolare al Cagliaritano - fa riferimento un documento arcivescovile del 1715: "… Entierran un cachorro vivo en el lindar de la puerta, luego che nace el niño, para que en virtud de essas diligencias tengan muchos años de vida". Dove il seppellimento del cachorro ha luogo subito dopo la nascita del niño, come auspicio di lunga vita.
Siamo ben lontani dal poter dimostrare l'esistenza dell'uso di seppellire fanciulli vivi davanti all'ingresso di abitazioni o di ovili; né è da ritenersi prova il ritrovamento di resti umani, vicino alle fondazioni di case, poiché nelle tradizioni funerarie sarde i cadaveri venivano conservati (interrati) nei cortili o nei pressi della abitazione, per essere in un secondo tempo raccolti i resti nelle apposite tombe scavate nella pietra (domus de janas).
Abbiamo invece numerose testimonianze, recenti e anche attuali, sull'uso di seppellire animali, in particolare cani, sia davanti all'uscio di abitazioni e all'ingresso di ovili, sia specialmente ai piedi di alberi da frutto pregiati, coltivati nel cortile di casa, come il limone, per renderli più fruttiferi. In verità, le testimonianze raccolte da me nei Campidani, oristanese e cagliaritano, non fanno mai riferimento al seppellimento di un cucciolo vivo, e specificano sempre che tale costume si pratica soltanto per gli alberi, in particolare agrumi, quando non danno frutto per cause non spiegabili razionalmente e che quindi si suppongono dovute a magia (malocchio).


IS PIPPIUS ARRUSTU
I BAMBINI ARROSTO

Sacrificare bambini alla divinità, per propiziarsene i favori, si dice che fosse usanza religiosa diffusa nelle comunità antiche nell'area del Mediterraneo e nell'Asia Minore, e in special modo tra i Fenici e i Sardi. C'è chi, come fa il Domenech (studioso "non scientifico" del costume isolano), ha ironizzato sul costume di arrostire i piccoli in appositi forni sacrificali (i cosiddetti Tophet), preferendo l'altro costume degli indigeni, di arrostire tra i sassi di focolari campestri agnelli, capretti e porchetti. Costume, quest'ultimo, che ancora persiste - fintantoché il processo di degradazione dell'ambiente, innescato dalla civiltà del petrolio e del nucleare, ci consentirà di tenere in vita, con noi, tali saporite bestiole sacrificali.
Cedo sull'argomento la parola al Domenech, il quale scrive:

"Si sa che Moloch aveva un gusto particolare per le vergini e i fanciulli arrostiti. Questo dio, per quanto propriamente ammonita (Ammoniti, seguaci del dio Ammon, rivale del dio degli Ebrei - ndr) aveva dei sosia da Cartagine fino alla Persia. In fatto di religione, possiamo osservare che gli uomini si copiano molto e che inventano ben poco.
Gli Ammoniti avevano due modi d'onorare e di placare questa mostruosa divinità. Essi l'onoravano "iniziando" ai suoi misteri i loro figli e figlie, facendoli cioè passare attraverso le fiamme dei grandi fuochi accesi davanti al suo idolo; ciò che il profeta Geremia chiama "initiare filios et filias Moloch" (…). Si placava questo dio barbaro, sacrificandogli in olocausto i fanciulli, che facevano bruciar vivi. Geremia lo dice chiaramente: "Ed essi hanno costruito in alto luogo a Baal, per bruciare col fuoco i loro figli e le figlie e farne olocausto… (…). Questa barbarie è scomunicata da Dio in questo modo: - Tu dirai ai figli di Israele: Chiunque dei figli d'Israele, o degli stranieri che vivono in Israele, darà dei figli a Moloch, sarà punito di morte, il popolo del paese lo lapiderà". (…).
Io credo che questo culto avrebbe avuto minor successo e meno seguaci se si fossero obbligati i padri e le madri a bruciarsi al posto dei figli, quando volevano sacrificare a Moloch. Questa innovazione sarebbe stata senza dubbio male accolta, soprattutto in una regione dove i fanciulli pullulavano.
Il passaggio del fuoco si faceva, secondo certi dotti che sanno ogni cosa, col far passare il fanciullo nello spazio dei due fuochi posti uno accanto all'altro. Secondo altri, non meno sapienti dei primi, il fanciullo veniva posto a sedere su una grata, appesa con due catene alla volta del tempio, poi lanciato attraverso le fiamme. Sarà stata questa grata, per caso, a dar l'idea dell'altalena? Una terza categoria di sapienti, ancora più dotta delle precedenti, sostiene che i fanciulli saltavano dalle braccia di un sacerdote in quelle di un altro sacerdote, passando attraverso le fiamme d'un fuoco acceso tra i due ministri del dio Moloch. L'ultima categoria di dotti che si sono occupati di queste quisquilie storiche assicura che non si conosce affatto come avvenisse questo passaggio del fuoco. Ed è anche la mia opinione.
Il modo di arrostire queste disgraziate creaturine è del pari controverso; ma poiché in Sardegna non li arrostiscono più nemmeno nei luoghi dove esistono ancora i fuochi di San Giovanni, lascio d'accennare alla controversia.
Eusebio, che ci ha fatto una descrizione minuziosa di Moloch dei Fenici, ci assicura che il fanciulla veniva seduto o coricato nelle mani aperte dell'idolo di bronzo riscaldato ininterrottamente; allorché il calore del metallo cominciava a far soffrire il povero fanciullo egli gridava e s'agitava finché uno dei suoi movimenti lo faceva cadere in un braciere ardente situato ai piedi della statua, nel quale il corpo si consumava istantaneamente.
Diverse copie piccole di quest'idolo descritto da Eusebio sono state scoperte in Sardegna; ciò fa pensare che il culto del Moloch fenicio sia stato in vigore fra i Sardi. Di questo orribile culto essi hanno conservato le iniziazioni al fuoco, senza dubbio alcuno sulla loro origine.
Al giungere della primavere s'accendono grandi fuochi sulle piazze e nei crocevia dei villaggi, e allorché la fiamma è maggiormente ampia, i fanciulli la saltano a piedi nudi, come ho veduto fare per San Giovanni in Catalogna e nel Mezzogiorno della Francia".
(Tratto da Emanuel Domenech - Pastori e banditi - Cap. IX Il passaggio sul fuoco e il modo di arrostire i fanciulli - 1867)


CONTRAMAZZINAS, PUNGAS e ITIFALLUS
AMULETI E TALISMANI

Si fa confusione talvolta tra i termini di amuleto e talismano, per la non univoca funzione di certi simboli, e anche perché con il mutare della società nei tempi si sono modificati i valori originari dei simboli.
L'amuleto indica qualunque elemento che possiede il potere di tenere lontano il male. Il talismano invece indica qualunque elemento che ha il potere di attrarre il bene. In altre parole, l'amuleto è un preservativo; mentre il talismano è un portafortuna.
Ci sono elementi, come le reliquie dei santi o i cornetti, che hanno doppia funzione: preservano dal male e dal malocchio e allo stesso tempo portano bene e salute.

Is contramazzinas, letteralmente "contro-magie", indicano in genere gli amuleti. Sono numerose e hanno il potere di allontanare ogni genere di maleficio dalle persone che le indossano. Sa contramazzina, l'amuleto, deve essere indossata a contatto di pelle, perché sia efficace, e non di rado il suo potere magico aumenta se viene applicato sul corpo della persona da proteggere dal fattucchiere che lo ha preparato. Vi sono contramazzinas specifiche per preservare il malocchio, come il fiocco verde o un pezzo di corno di cervo; o come is iscrittus, gli scritti, per preservare dall'incorrere nella giustizia o da una morte violenta; o come denti o altre reliquie di morti (meglio se santi) per preservare da certe malattie.
Tra gli amuleti più popolari, su froccu birdi, il fiocco verde, di seta, cotone o lana, legato intorno al polso dei bambini e al collo delle fanciulle, alle zampe o al collo degli animali da cortile, e perfino applicato ai mobili della "camera bella", la stanza dove si ricevono gli ospiti; su pinnadeddu, un dischetto forato ottenuto sezionando un corno di cervo, debitamente fatato da un fattucchiere mediante brebus, parole rituali, recitati in una notte di plenilunio; diverse pietre dure e corallo, appesi al collo o al polso (talvolta veri e propri oggetti di gioielleria, elaborati in filigrana d'oro e d'argento); is buttonis, i bottoni, tipici dell'antico abbigliamento dei Sardi, in filigrana d'oro o d'argento, consistono in una sferetta che ha un gancetto per essere fermato con il filo alla stoffa, e dalla parte opposta una protuberanza (talvolta una granata o altra pietra dura), configurando chiaramente una mammella con capezzolo eretto.

Is buttonis del costume sardo si applicano di solito in coppia (simili ai gemelli) nel colletto e nei polsini della camicia. Simbolo della maternità, hanno valore talismanico, portatori di fertilità e benessere. Su buttoni, portato singolarmente come pendente, specie se appeso a nastro verde, è un amuleto particolarmente efficace contro il malocchio e alcune fatture.

Is pungas, i talismani, è vocabolo che i Campidanesi hanno ripreso dai Logudoresi. Indicano qualunque elemento che porta fortuna, salute, benessere.
Is pungas più diffuse sono is iscrittus, che consistono in un pezzo di pergamena o di carta o di stoffa su cui sono scritte parole magiche o immagini o simboli sacri, racchiuso in un sacchetto di pelle o di panno, da appendersi al collo e da tenere a contatto di pelle.
Questo talismano viene sempre più sostituito da quelli messi in commercio dalla Chiesa, detti volgarmente is iscapularius, gli scapolari (dall'uso di portarli doppi, a bisaccia, uno davanti sul petto e l'altro dietro, tra le scapole), che si dice contengono immagini di santi con preghierine scritte o reliquie di santi martirizzati dai pagani.
La funzione di is iscrittus, come quella degli scapolari cattolici, è principalmente quella talismanica "di portar bene", ma preservano anche dal maligno, dagli influssi negativi.
In passato - come in altri popoli del Mediterraneo - un talismano comune consisteva nella rappresentazione, in miniatura, del sesso, maschile o femminile, o ambedue uniti come nella manufica (di cui si parla in altra parte di questo capitolo). Il sesso, simbolo di fertilità e di benessere, nelle due diverse rappresentazioni, era considerato il talismano per antonomasia.

S'itifallu, termine comune all'italiano antico, deriva dal latino ithyphallus, a sua volta ripreso dal greco euthys, eretto, e phallos, pene, indica un talismano diffusissimo nell'antichità, raffigurante un fallo in erezione, in osso o corallo o pietra o anche in metallo prezioso, che veniva portato come ciondolo alla vita, al collo o al polso.
Scrive il Battaglia, nel suo dizionario:
 
"Itifallo, simulacro del fallo in erezione, simbolo della fecondità, che veniva portato in processione durante le feste in onore di Dionìsio, dette fallophorie. Anche le cerimonie, i canti e le danze che accompagnavano questa processione."

Itifalli erano pure detti gli uomini che nei baccanali si mascheravano da fauni e satiri, recando un fallo appeso alla cintola; così pure venivano chiamati i pani di forma cilindrica, preparati in occasione delle feste in onore di Dionìsio, il cui ricordo dura nelle forme che si danno ancora oggi a certi pani, detti "bastoni", e nelle "offelle", pasticcini usati dagli auguri nell'antica Roma - gli stessi che si gettavano in pasto a Cerbero per placarlo.
Infine, D'Alberti scrive:

"Itifallo, sorta di amuleto che gli antichi portavano appeso al collo come preservativo delle malattie e degli altrui cattivi disegni".

Per D'Alberti, amuleto e non talismano. E' probabile che usi il termine antichi riferendosi a gente vissuta qualche generazione prima della sua, e non invece ai popoli dell'antichità, di religione pagana - i quali, come si è visto, davano a questo simbolo esclusivamente valore talismanico.


IS INGESTUS
I GESTI

In una società come la nostra, che si definisce razionale e scientifica, si dovrebbe supporre che amuleti e talismani, scongiuri e gesti scaramantici siano ormai soltanto un ricordo di tempi lontani e bui - sono invece ancora diffusi, e attualmente in rialzo. E' la prova che "scientificità" e "razionalità" sono soltanto la facciata di un edificio, nel cui interno l'uomo vive il dramma dell'insicurezza e della paura.
Non interessa in questo lavoro il dato statistico. Ciascuno di noi può facilmente rendersi conto di quanto frequente sia nella gente il ricorso alla preghiera, allo scongiuro, al gesto scaramantico - compiuti spesso nascostamente o in modo apparentemente scherzoso.
Quando si vede qualcosa che "porta male", gatto nero o specchio rotto o carrozza mortuaria o sale versato; quando si pronuncia una parola che evoca pensieri di dolore e di angoscia, come morte o galera o fame; quando si crede che qualcuno parli male di noi o si sospetta che vi sia invidia da parte di qualcuno nei nostri confronti; quando si vuole scongiurare una iettatura, anche soltanto invocata, si ricorre allo scongiuro o al gesto scaramantico o a tutti e due insieme.
Agli scongiuri, ai gesti scaramantici, si aggiungono le preghiere, le invocazioni, i gesti propiziatori, che portano fortuna, che si fanno quando ci si accinge a compiere un'opera significativa, come fare il pane, seminare la terra, potare la vigna, o più modernamente quando ci si siede al tavolo da gioco, ci si cimenta in una gara sportiva o si affronta un esame.
In questa miriade di gesti, scaramantici o propiziatori, il più ricorrente sembra essere quello di farsi il segno della croce - buono per ogni uso. Fare il segno della croce è diventato gesto tanto comune e frequente che accade di vederlo compiere al vecchietto che attraversa la strada, al bambino che ruba la marmellata, alla donna che riceve una confidenza dalla comare, allo studente che viene chiamato all'interrogazione, al distratto che non trova le chiavi di casa, alla fanciulla che ha fatto un brutto sogno, al rapinatore che entra in banca, e nelle più svariate circostanze: quando su strada si supera un'altra auto, quando arriva la la bolletta della luce o della SIP, quando si riunisce il governo per provvedimenti economici, quando si vede un poliziotto… Diciamo la verità: quante volte facciamo la croce o le corna o le fiche, quante volte tocchiamo ferro o le palle, quando suona il campanello di casa perché può essere una comunicazione giudiziaria?

Nota. Il gesto tipico sacerdotale del levare sulla gente la mano (composta con il mignolo e l'anulare chiusi, e il medio, l'indice e il pollice aperti e divaricati), in segno di benedizione o propiziazione, è un gesto che può essere compiuto anche con opposta intenzione. Con lo stesso gesto si può benedire o maledire - in virtù del principio della ambivalenza delle forze della natura, per cui è difficile all'uomo stabilire i confini tra il bene e il male. La storica rivolta anticlericale di Cabras del 1945 mosse da un equivoco gesto della mano compiuto dal vescovo di Oristano sui fedeli: interpretato da questi come un tentativo di dare la maledizione, per attriti sorti tra il parroco e la comunità, si mossero in massa per fermarlo. Il vescovo rischiò il linciaggio.
(Vedasi dell'autore Tempo presente - Cronache di lotte popolari - N. 2 febbraio 1963; e"La rivolta dei pescatori di Cabras" - Marsilio Editori - 1973).


SU FAI IS FICAS
IL FAR LE FICHE

Tra i gesti scaramantici più comuni, specie tra le donne e i fanciulli, è quello detto di fai is ficas, fare le fiche. Consiste nell'allungare il pugno chiuso, mettendo il pollice tra l'indice e il medio.
Tale gesto esprime viva ripugnanza verso persona, animale o cosa, o anche verso parole o supposti pensieri, ha valore scaramantico o di scongiuro, nel senso di allontanare un pericolo o di esorcizzare il maligno evitando i suoi influssi; ha anche, ma più raramente, significato propiziatorio, di buon augurio (equivalente al gesto degli Yankees nel congiungere il pollice e l'indice descrivendo la O dell'okay).
Rispetto ai significati originari del "far le fiche", di carattere positivo, con il passare del tempo, per influssi cristiani, prevalgono i significati negativi. Il gesto, certamente antichissimo, e noto anche agli antichi Romani, è di origine orientale, da cui provenivano talismani di varia fattura, per lo più sotto forma di ciondolo, raffigurante la manufica (una manina di materia anche preziosa, nel gesto appunto di un pugno chiuso con il pollice sporgente tra l'indice e il medio). Dove non è difficile vedere nel pollice il simbolo del fallo, e nelle due dita che lo stringono il simbolo della fica.
Tale gesto, rappresentante l'organo sessuale maschile e femminile nell'atto di congiungersi, non aveva in periodo pre-cristiano alcunché di osceno, ma semplicemente valore talismanico, propiziatorio: costituiva un augurio di fecondità, abbondanza, benessere. Soltanto in tempi storici recenti, dal Medioevo in poi, la manufica o il gesto di fare le fiche diventano di valore scaramantico, dispregiativo: con la funzione di esorcizzare qualcuno o qualcosa di nemico, di disgustoso, di osceno. Con quest'ultimo significato il gesto di far le fiche si è conservato fino a oggi non solo in Sardegna ma anche in Toscana.


IS CORRUS DE BOI
LE CORNA DI BUE

Le corna in genere portano fortuna e insieme preservano dagli influssi maligni. Ricchi di particolari proprietà magiche protettive e beneauguranti sono le corna di bue e di cervo, utilizzate intere o tagliate a rondelle o in frammenti. Privilegiata è la parte finale, la punta che attira su di sé il malocchio evitandolo alla persona che lo indossa. I bucrani, crani di bue forniti da ampie corna, hanno la funzione di segnalare un tabù (una sorta di off-limits) proteggendo meglio del cavalli di frisia ovili, frutteti e seminati. Il bucranio fa sovente bella mostra di sé all'ingresso di chiusi, dove si tengono animali da allevamento, ai margini dei campi coltivati, situato in cima a un palo o tra i rami di un albero. Tengono lontani gli spiriti malvagi, che portano pesti e morie, ladri e danneggiatori del bestiame e delle colture, abigei, volpi, passeri e altre rogne. La difesa del gregge e delle colture, per altro, non è affidata soltanto alle corna e alle doppiette, ma a mexinas consistenti in cerimonie magiche.
La diffusione di corna e cornetti è aumentata in sostituzione degli itifalli, falli eretti, ritenuti osceni e vietati dalla Chiesa. Con l'avvento del Cristianesimo al potere, e particolare con Costanzo II che perseguitò ferocemente riti, usi e costumi del paganesimo, l'industria di fabbricazione di amuleti e talismani, e quindi la pratica di ornarsene, andò quasi scomparendo. Nel Concilio di Costantinopoli del 692 si comminava la scomunica per sei anni a chi fosse stato sorpreso a fabbricare, vendere o indossare amuleti. Una condanna assai più dura della reclusione, dato che allora la scomunica comportava la perdita di ogni diritto civile, compresa la patria potestà, talché lo scomunicato veniva isolato dalla comunità come un appestato e poteva essere per chiunque oggetto di ludibrio.
Le insormontabili difficoltà, per il Cristianesimo al potere, di sradicare nel popolo usi e costumi pagani (sbrigativamente definiti "superstizioni") finirono per convincere i padri della Chiesa a sostituire vecchi amuleti e talismani con altri nuovi o anche più semplicemente battezzando i vecchi, dando cioè loro significati diversi, creando una miriade di ibridi, sovrapponendo simboli cristiani ai simboli pagani.
Gli Illuministi e in particolare Voltaire, hanno criticato gli elementi superstiziosi di cui vive e prospera la chiesa cattolica. Certo è che per tutto il Medioevo fino ai nostri tempi prospera il commercio ed è diffusissimo l'uso di "cose sacre" come amuleti e talismani. Dai frammenti di legno della "vera croce", fino ai bruscoli di terra del "vero sepolcro", con i quali, messi insieme, si sarebbe potuto costruire un grattacielo con relativa mobilia, fino agli scapolari contenenti reliquie di santi cadaveri, con un discutibile gusto del macabro - per non parlare delle "immaginette" con relativi brebus da recitare per esorcizzare il maligno e ottenere indulgenze.
Usi e costumi pagani gettati via dalla finestra sono tranquillamente rientrati dalla porta. La pratica di usare amuleti e talismani per scongiurare i pericoli, per difendersi dagli influssi demoniaci del giudice, del poliziotto, dell'esattore delle tasse, e per propiziarsi pace e benessere, non è meno diffusa oggi che ai tempi della dominazione cartaginese o romana.


IS CUMBESSIAS E SU STERRIMENTU
I RICOVERI SACRI E LO STERNERE TERAPEUTICO

Cumbessia è vocabolo sardo-logudorese indicante un riparo rustico, di uso rurale, in aperta campagna. Così pure sono detti cumbessias i ricoveri sacri edificati all'interno del recinto di chiese campestri, dove si svolgono cerimonie civili e religiose. Is cumbessias (talvolta costruzioni in muratura, tal'altra rudimentali tettoie su pali - sempre sistemate a schiera) servono da riparo ai fedeli per tutto il periodo delle feste in cui si celebra il santo (dai tre, ai nove giorni). Tali feste, di frequenza annuale, danno luogo a raduni popolari, dove comunità diverse si incontrano, si confrontano e si arricchiscono con interscambi economici, tecnologici, culturali, e nel contempo partecipano alle manifestazioni religiose, in cui si innestano antichissimi riti magici, legati al culto della Terra.
In un successivo volume, descriverò alcune delle più celebrate feste campestri, che si tengono nell'isola: sagre che costituiscono vere e proprie assemblee nazionali, con forme di rappresentanza "non elettiva" e "non elitaria", ma volontaria e senza limiti di numero, da parte di tutte le comunità che vogliono parteciparvi. In questo paragrafo esaminerò, senza inutili approfondimenti specialistici, su sterrimentu, (dal latino sternere, adagiarsi sulla terra nuda), un rito terapeutico, individuale o collettivo, legato al culto di alcuni santi.
Is cumbessias, ossia i ripari annessi alle chiese di campagna, secondo alcuni studiosi sarebbero il luogo dove ancora oggi viene praticata l'incubatio (in sardo su sterrimentu), espressione di antichi culti della terra, per propiziarsi le sue misteriose e potenti forze.
L'incubatio ( su sterrimentu ), in italiano lo sternere, o più semplicemente lo sdraiarsi per terra) consiste in un rituale contatto con la Terra, per fini divinatori (mediante il sogno), propiziatori (mediante un rimettersi alla volontà delle forze della Natura), e terapeutici, (mediante il contatto di tutto il corpo con la Grande Madre Guaritrice).
Si ha l'impressione che, da parte degli studiosi di etnologia coloniale, ci sia una forzatura nel voler attribuire significati magico-religiosi e vedere tracce di arcaici riti ctonici in un atto come quello di sdraiarsi (per terra quando non c'è altro) per ritemprarsi dalla fatica o per dormire il sonno dei giusti.
Credo che si possa fare riferimento ad antichi riti di culti ctonici, limitando l'esame ad alcuni casi di incubatio o sterrimentu, eseguiti con intenti chiaramente propiziatori e terapeutici.
Appare anche forzata la definizione che certi studiosi danno delle cumbessias, come "luogo elettivo per la pratica della incubatio", per il semplice fatto che la gente vi si corica dentro in occasione delle feste. Is cumbessias sono principalmente ripari, tettoie, dove i fedeli possono soddisfare necessità fisiologiche, come quella di stendersi e dormire, o ripararsi dalle intemperie, indipendentemente dai significati che si vogliono loro appiccicare. Oppure dovremmo allargare l'attribuzione del rito della incubatio a tutti i popoli del mondo che ancora oggi, non possedendo un letto, dormono per terra.
Su sterrimentu, l'atto dello sternere, l'incubatio propiziatoria e terapeutica, è attualmente praticato nei culti cattolici. Ho un personale ricordo di incubatio, cui fui sottoposto da bambino, in una nicchia della cella del venerabile santo Fra' Ignazio da Làconi, nel santuario a lui dedicato, in Cagliari. I miei genitori mi ci portarono nella speranza di ottenere la guarigione di un male che, mi aveva colpito in tenera età. Mi distesero sul pavimento della nicchia, nella cella del Santo frate miracoloso, recitando non so quali preghiere e invocazioni. E non ero il solo, quel giorno. Vi si affollava, in attesa del proprio turno, gran numero di pellegrini di ogni età, giunti da ogni parte dell'isola, per fare su sterrimentu, sdraiandosi o facendosi sdraiare in quel sacro ruolo, al fine di ottenere chissà quale grazia.
Un altro singolare rito terapeutico, proprio dell'Oristanese ma in via di estinzione, che è correlato alla incubatio, al magico contatto corporeo con la terra, è quello detto s'imbrusciadura (che ho scoperto a Cabras nel 1960 e descritto più volte). S'imbrusciadura consiste nell'atto di adagiarsi per terra avvoltolandosi (come usano fare certi animali, cavalli e cani in specie, per cause a noi ignote). E' un atto rituale terapeutico che compie chi ha preso azzicchidu, spavento, esattamente nel luogo dove si è azziccau, spaventato. Il trauma di cui si è portatori si scarica così sulla terra. Sempre a Cabras, in occasione della processione e delle solenni cerimonie del Corpus Domini, ho avuto occasione di assistere al rito collettivo di s'imbrusciadura, che si compie sul pavimento di una delle cappelle dopo la benedizione con il Santissimo.
Di rilevante valore magico-propiziatorio sono infine alcune usanze relative alla nascita e alla morte, legate all'antico culto della Terra, simboleggiata dalla Dea Madre. Il nascere e il morire, i due momenti più significativi e più misteriosi della vita, "dovevano" essere compiuti per terra, affinché si svolgessero "bene". Fino a tempi recenti, nei nostri villaggi, la donna gravida, al momento di partorire, veniva adagiata sopra una stuoia per terra, davanti al camino, nel convincimento che ciò avrebbe facilitato la nascita. Così pure l'usanza di deporre il moribondo sul pavimento, al fine di facilitarne il trapasso, di favorirne il reintegramento nel magico grembo della Dea Madre, da cui tutto ha origine.
L'incubatio, su sterrimentu, ovvero il distendersi in luoghi sacri è, fra i riti ripresi dal paganesimo, l'atto che più frequentemente si compie nelle cerimonie religiose cattoliche. Vi rientrano il prosternarsi del sacerdote per baciare o toccare con le palme delle mani il pavimento degli altari e l'inginocchiarsi e talvolta il prostrarsi dei fedeli nel tempio in alcuni momenti cerimoniali di particolare significato.
Sta di fatto che all'interno di chiese o di sacri recinti vi sono appositi luoghi riservati all'incubatio. E non di rado, nel caso della Sardegna, tali chiese, tali recinti e tali luoghi (oggi dedicati a santi e madonne) erano anticamente dedicati al culto di divinità pagane. Si tratta di disinvolte operazioni di plagio: chiese riedificate su templi pagani; simulacri di divinità ctoniche ribattezzate con nomi cristiani; cripte e loculi o aree sacre in cui si svolgevano sterrimentus, invocando divinità pagane, vedono oggi uguali sterrimentus, individuali o collettivi, con invocazioni rivolte a divinità cattoliche.
Ho citato la cella del santo Fra' Ignazio da Làconi. Ancor più famosa in Sardegna, è la cripta di San Giorgio, in Suèlli, paese della Marmilla: un santo diventato famoso per le guarigioni che concede a chi pratica l'incubatio. Meno famosa comunque della cripta della Madonna di Lourdes - che ci fornisce un esempio di pratica della incubatio (nonché di altri riti magici terapeutici) su scala industriale e a livello mondiale.
Io credo che il permanere di questa usanza (al di là di ogni speculazione e mercificazione che può farne la Chiesa) dimostri il necessario legame tra l'uomo e la terra, l'insopprimibile esigenza di ogni creatura vivente al contatto fisico, a un rapporto di dipendenza, con la terra - con l'elemento di cui siamo parte ed espressione, da cui siamo nati e a cui torneremo. L'andare scalzi, lo sdraiarsi in un prato o su una spiaggia si dice che "scarica le tensioni". Il contatto corporeo con la terra rappresenta qualcosa di più del liberarsi dell'eccesso di carica bioelettrica. E' un bisogno fisiologico, cui non riesce a sottrarsi neppure l'uomo moderno - il presuntuoso creatore dei computers e della bomba H. Un elementare bisogno che rientra nella sua più vasta e più profonda esigenza di ritrovare un rapporto armonico e sano con la natura.


COSTUMANZE VARIE NELL' ANGIUS

Padre Vittorio Angius (Cagliari 1797 - Torino 1862), autore di numerosi scritti storici, archeologici, geografici e folcloristici, è noto specialmente per aver curato la parte relativa alla Sardegna nel Dizionario geografico storico statistico commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna, pubblicato nel 1853 a Torino, a cura del Casalis.
L'Angius, studioso e conoscitore di cose sarde, dotato di capacità enciclopediche, ha lasciato nel campo del costume religioso interessanti notizie, che qui, a chiusura di capitolo, vengono riportate in parte - precisamente quelle notizie che hanno un riscontro con la realtà attuale, cui se ne possono collegare altre, ignorate o non descritte dallo stesso Angius.
Culto del fuoco. Usanza di accendere falò per la festa di Sant'Antonio del Fuoco e di San Giovanni l'Apostolo. In alcuni paesi il falò consiste nel dar fuoco a un mucchio di erbe aromatiche, in particolare rosmarino, lavanda e timo selvatici. In altri si brucia un gran mucchio di legna di monte che può impiegare più giorni a consumarsi. In altri ancora, il centro del falò è costituito da una quercia secolare cava, detta tuva.
Culto del bosco. Si ha notizia di boschi considerati sacri dalle comunità di quei luoghi - boschi dove il taglio della legna è tabù: "Un'orrenda vendetta (la divinità) si sarebbe presa da chi li avesse violati". Nel caso del bosco sacro di Villanovaforru (oggi Collinas), la divinità propiziatrice che vi dimorava era Nostra Signora, la Tanit della mitologia cristiana.
Veglia sacra. In alcuni paesi dell'Oristanese è fatto obbligo ai maschi della comunità di vegliare nella chiesa durante tutta la notte dei giovedì santo in un singolare ruolo di vestali, per tenere acceso il fuoco sacro costituito dalle candele che ardono attorno al sepolcro di Cristo. I resti non combusti dei lumi (cera e olio), in quanto sacri, si ritiene che abbiano poteri magici, e vengono conservati e usati da fattucchieri e guaritori. Altra veglia rituale è quella che separatamente uomini e donne fanno a Orune e in altri paesi del Nuorese in occasione della Festa dei Morti: i primi si riuniscono nella bettola, dalla mezzanotte all'alba, quando i morti ritornano, quasi a lasciare il paese per una notte in affidamento alle Anime; le donne invece fanno la veglia in casa, intorno a sas mesiccheddas, ai bassi tavoli forati, che contengono sas cheras, i ceri, di misura diversa, ciascuna simboleggiante l'anima di un defunto.
Grotte sacre. Ritenute abitate da divinità o animas o oracoli capaci di divinare passato e futuro; usate specialmente per avere responsi in relazione a furti di bestiame, a smarrimento di oggetti preziosi, a fatti di sangue e vendette, a questioni amorose.
Corpus Domini. Si enumerano diversi riti magici legati alla cerimonia della processione del Corpus Domini. Nella casa dove vi sia stato di recente un morto, poco prima del passaggio della processione, la famiglia appronta un rudimento di catafalco con un tavolo su cui bruciano lumi mortuari, piangendo e attitendi, lamentando, il morto, mentre dalla porta aperta sulla strada si vede passare il sacerdote con il Santissimo. Si ritiene che tale cerimonia faciliti all'anima del defunto l'ingresso in Paradiso, e se si tratta di un ucciso favorisce ai parenti la doverosa vendetta contro l'uccisore. Altrove, come nell'Oristanese, nella stessa occasione, si compie il rito collettivo di s'imbrusciadura, un terapeutico avvoltolarsi per terra per liberarsi dagli spaventi, compiuto sul pavimento di una cappella, appena dopo il passaggio del Santissimo. Presso altre comunità si crede che colui il quale voglia aver notizie sulla morte propria o di altri, deve lasciare per diverse volte la processione, precedendola per vie traverse, e alla nona volta, all'apparire del Santissimo dovrebbe insieme apparirgli l'anima o le anime (compresa la propria) di coloro che moriranno entro l'anno. Altrove, invece, adempiuto tale faticoso compito, ha la possibilità di vedere le anime dei morti, le quali - si dice - seguono a schiera insieme ai vivi il Santissimo nel Corpus Domini. A me viene riferito, in paesi dell'Oristanese, che soltanto un'anima pura, per lo più di fanciullo, può acquistare la virtù magica di vedere i morti, in occasione di questa cerimonia.
Culto di San Giovanni. Nonostante tutto il tempo che hanno a disposizione per evitare gli strafalcioni, non pochi studiosi del folclore religioso fanno confusione tra Giovanni l'Apostolo (l'Adone della mitologia cristiana) e Giovanni Battista, l'eremita fatto decollare da Erode Antipa per compiacere la perfida Erodìade madre della concupita Salomè. Al primo Giovanni si riferiscono numerosi riti ripresi dal culto di Adone nel paganesimo, come su Sant' ''Uanni de Floris, il comparatico dei fiori, talvolta correlato a su nenniri, l'erma (con o senza pupattola), consistente in germogli di grano in una ciotola germinato all'oscuro (e che, in alcuni paesi, viene benedetto in chiesa e quindi sparso in campagna per propiziarsi un buon raccolto). Al secondo Giovanni, il battezzatore decollato, sono legati i riti e le cerimonie magici, specialmente a scopo terapeutico, propri nel paganesimo del culto riservato alle divinità delle acque. L'usanza (che riporto altrove) di immergere nell'acqua un cranio umano per propiziare la pioggia, presenta affinità con l'uso magico dei decollati (teste di santi "martirizzati" o di criminali "giustiziati": il popolo non fa distinzioni morali nel taglio delle teste). Allo stesso santo "battezzatore" sono legate diverse pratiche magiche, di tipo terapeutico o liberatorio, quale quello della immersione collettiva in un corso d'acqua, che si effettuava presso alcune comunità alla mezzanotte della vigilia della festa del santo. Mi viene confidato, da alcune guaritrici, che nei riti terapeutici dove s'aqua abrebada, l'acqua miracolosa, costituisce la sostanza medicamentosa di base, è d'uso invocare Giovanni il santo battezzatore. Tornando all'altro Giovanni, all'apostolo ed evangelista, durante la notte della vigilia del giorno a lui dedicato, in diverse comunità dei Campidani è usanza lasciare all'aperto, nel cortile di casa, una bacinella d'acqua su cui si spargono petali di fiori e foglie di erbe aromatiche, per usare la mattina dopo quest'acqua magica per lavarsi il viso. Usanza propria delle fanciulle che ritengono così di ottenere un viso dalla pelle morbida vellutata - insomma, senza quei brufoletti dai quali la stregoneria moderna, con i suoi unguenti, ricava miliardi.
Culto delle anime decollate. Le reliquie dei corpi dei giustiziati, così come le particelle di strumenti usati per il supplizio (quand'era in uso giustiziare pubblicamente), erano considerate potenti amuleti contro numerosi malanni e formidabili talismani capaci di rendere la vita meno difficile. Ciondoli raffiguranti forche e impiccati sono ancora oggi comunemente usati come portafortuna. E' noto che presso tutti i popoli di cultura occidentale, la corda usata per le impiccagioni costituisce un ambito talismano. Più singolare è il culto, diffuso in alcune regioni dell'Isola, prevalentemente nell'Oristanese, delle anime decollate, con l'aiuto delle quali venivano eseguite pratiche magiche. Tali pratiche, da taluno definite "nefande", di magia nera, avevano particolare efficacia se eseguite nello stesso luogo in cui si era svolta l'esecuzione - sotto la forca, o ai piedi dei pali su cui venivano appese le teste recise dei suppliziati. Trattandosi di anime "criminali" non è difficile intuire quali scopi si prefiggessero gli officianti tali riti: il buon andamento di una rapina, di un furto di bestiame, di una vendetta.
Usanza dell'eutanasia. Abbiamo visto, in altra parte di questo lavoro, come nell'Isola fosse praticata sia l'eutanasia eugenica (l'eliminazione del neonato che presentasse vistose e gravi malformazioni fisiche) che l'eutanasia agonica (la facilitazione del trapasso ai moribondi per evitare una lunga e dolorosa agonia). La testimonianza di padre Angius arricchisce la conoscenza di quest'ultima pratica con la descrizione che segue. "In qualche luogo della Diocesi cagliaritana non sono totalmente perdute certe superstizioni - che una inumana pietà non sa stimare empie - volte ad abbreviare le agonie di un infelice. Levansi via via dalla stanza croci e simulacri e immagini e viene egli spogliato, quando abbiane, degli scapolari sacri di qualche ordine religioso e delle scatolette che abbiano qualche reliquia. Tanto perché? Perché si crede che esse valgano ad impedir l'anima nella partenza e prolungare le sue sofferenze. Ove poi in breve non estinguasi il loro carissimo, si giunge al rimedio che stimano, per efficacia, supremo: sottopongono e adattano alla di lui cervice il giogo di un aratro o di un carro". In altre parole, esauriti i tentativi di ordine magico-religioso (privando il moribondo di ogni sostegno vitale di natura trascendentale), per facilitarne il trapasso, entra in scena s'acabadori o s'acabadora, colui o colei che nella comunità aveva il compito istituzionale di praticare l'eutanasia agonica.


CAPITOLO DECIMO
DALLA STRIGE ALLA STREGA


SA STRIA
LA STREGA

Il termine sardo stria deriva dal latino strix-strigis (greco: strix-strigos) e indica il barbagianni, uccello rapace notturno, cui si dà l'appellativo di allocco. Appartiene alla famiglia dei gufi - divoratori di dannosi roditori ma anche di utili uccelletti, per cui a conti fatti (fatti dall'uomo, si intende), costituiscono più un danno che un beneficio per l'agricoltura e, in senso più ampio, per l'ecologia.
L'antipatia popolare per sa stria o barbagianni non ha però motivazioni utilitaristiche bensì magiche, attribuendo a quel volatile terribili poteri ammalianti, influssi demoniaci e, inoltre, di essere sinistra annunciatrice di morte.
Per la verità, gli attributi demoniaci dati alla strige, nella religione e nella medicina popolare in Sardegna, hanno radici straniere antichissime. I maghi persiani asserivano che succhiasse il sangue ai bambini dormienti, e che il suo cuore posto sul seno di una vergine portasse questa a svelare i propri più intimi pensieri (una sorta di magico siero della verità, specifico per conoscere le voglie libidinose prematrimoniali). Ma furono i Romani principalmente che nell'antichità contribuirono a creare intorno alla strige la fama di uccello funesto, con una sequela di leggende - per altro propalate dal meglio della cultura ufficiale di allora, da Plìnio a Ovidio, da Virgilio a Cicerone a Plàuto.
Per i Romani, la strige è l'incarnazione di tutti i demoni. Queste, alcune delle definizioni che le danno i classici: "E' un mostro notturno che non canta ma piange"; "vista passare sia di giorno che di notte, porta il malaugurio"; "vista di notte in campagna, massime in un bosco, atterrisce anche l'uomo più coraggioso"; "si posa nottetempo sulle culle dei bimbi, per suggere il loro sangue"; "usa avvelenare gli stessi bimbi dando loro da succhiare le sue venefiche poppe"; "ha il potere magico di trasformarsi in una femmina schifosa" (e siamo alla metamorfosi demoniaca che consentirà di criminalizzare la donna "diversa" come "strega"); "ha una origine umana oscura, probabilmente nata da un connubio bestiale"; "può trasformarsi in qualunque animale immondo"; "si ciba di cadaveri che spolpa con il suo acuminato becco"; "la sua apparizione è funesta non soltanto per chi la vede ma per l'intera comunità".
Fin qui i civilissimi Romani, i quali hanno espresso sulla strige molti più concetti di quanto io non ne abbia qui riportati. Va aggiunto che su cucumeu, la civetta, (che per i Sardi, come sa zonca, il gufo, e tutti gli uccelli strigiformi, è considerato di malaugurio) per i Romani era sacro alla dea Minerva, ed effigiato con la dea costituiva l'emblema della città di Atene.
Nella cultura dei Sardi, sa stria, il barbagianni, non ha tutti gli attributi malefici che come abbiamo visto i Romani le affibbiavano. Le restano principalmente gli attributi di essere di malaugurio e di provocare gravi malanni, definibili nel termine striadura, che indica appunto gli effetti sul corpo umano degli influssi malefici della stria o strige. Non mi risulta invece che allo stesso volatile si attribuisca ematofagia, di succhiare cioè sangue umano o di trasformarsi in megera - anche se risulta che alcuni studiosi riferiscono credenze di quel genere, manipolando testimonianze per amore di classicità coloniale, ovvero di voler vedere a tutti i costi reminiscenze greco-romane in tutto ciò che è sardo. Essi, mi pare, fanno confusione tra sa stria, il barbagianni, (che non ha in sardo il significato di strega) con altre figure demoniache mitiche, promiscue come le surbiles, sorta di vampiresse, o decisamente femminili come certe fadas e marias malefiche, che incombono sulle creature innocenti durante il loro sonno notturno.


SA STRIADURA
IL MORBO DELLA STRIGE

Sa stria, la strige sarda, è nota nella medicina popolare principalmente come la causa di quel complesso e misterioso male (più o meno grave e con differenti sintomi) che prende il nome di striadura (che letteralmente si traduce con strigiatura). Striau (che non è traducibile con "stregato", perché in sardo diremmo affatturau o fadau) è colui che ha subito gli effetti malefici della stria, che si è preso una striadura, il morbo della strige. Che - come si diceva - è una vera e propria malattia, con sintomi diversi, così che si può dire che dà luogo a disturbi diversi.
Nella striadura, nel male della strige, vengono compresi i seguenti stati patologici, elencati dal più lieve al più grave: 1) azzicchidu o spavento lieve; 2) spreu o assustru, spavento grave; 3) anemia, caratterizzata da pallore; 4) esaurimento, caratterizzato da mancanza di tono muscolare, svogliatezza, depressione (sintomi tipici anche dal malocchio o di certe fatture); 5) rattrappimento degli arti; 6) l'itterizia; 7) il favismo.
Contro possibili striaduras vi sono mexinas, medicine, di carattere preventivo, giusto il detto mellus a timi' che a provai, meglio temere che provare. Ben più numerose sono invece is mexinas di carattere curativo - specie contro l'ittero, che sembra essere il male più comune della striadura.


MEXINAS DE SA STRIA
TERAPIE DELLA STRIGE

Le terapie preventive variano da paese a paese. Ne cito alcune tra le più note.
Farsi il segno della croce, vedendola o sentendo il suo canto; dormire su un fianco; tenere incrociate nel sonno le gambe o le braccia; dormire in senso trasversale rispetto alla travatura del letto; tenere rovesciato, coi piedi in su, su trebini, il trespolo, del camino; portare apposito scapolare contenente reliquie o immagine di Santa Anastasia; tenere accanto alla porta di casa una falce con la punta rivolta verso l'alto; indossare amuleti con scrittus specifici; recitare al tramonto speciali brebus, scongiuri.
Uno scongiuro in voga nel Campidano di Oristano, a Marrubiu, che va pronunciato quando si vede passare l'infausto uccello, è il seguente:
"Istria istria / chi passas sa bia / chi passas su mari / aundi est binu / aundi est cabi / e ddus ous tundus / chi hant fattu is puddus…" (Strige strige / che passi per la via / che passi per il mare / dove c'è vino / dove c'è cavoli / e due uova rotonde / che han fatto i pulcini…)
Altro scongiuro registrato nel Campidano:
"Istria istria / malaitta sias / malaitta de Deus / no tocchis sanguni allenu / finzas a contai / arena de tres maris / e perdas de tres montis…" (Strige strige / che tu sia maledetta / maledetta da Dio / non toccare sangue altrui / prima di aver contato / sabbia di tre mari / e sassi di tre monti…)
Is mexinas de sa stria, le medicine contro i mali causati dalla strige sono numerose, ma quasi tutte rivolte a combattere il pallore e la spossatezza - ritenuti gravi, in quanto "tipici" della morte. Tali mexinas vanno preparate e assunte con estrema cautela e attenzione, e come per certi prodotti chemioterapici moderni "sotto il diretto controllo della guaritrice". Vediamone qualcuna.
Fai sa cruxi de sa stria, far la croce della strige, con una piuma dello stesso uccello, sul capo del paziente istriau; bere in acqua o nel caffè particelle di piuma di strige e di filo di lino, ambedue bianchi, bruciati; bere uno specifico decotto contenente particelle di cera benedetta in chiesa e di unghie e capelli dello stesso malato; s'affumentu de sa stria, il suffumigio della strige, che si fa mettendo delle braci nel concavo di una tegola e bruciandovi sostanze benedette (cera, incenso, palma, rosmarino) e piuma di strige, facendone aspirare il fumo al malato, mentre si recitano appositi brebus, versetti magici - da qualche parte è d'obbligo l'uso di una tegola presa dal tetto su cui volò o si posò la strige; stessa terapia della precedente, dove alla fine del rito il paziente salta per tre volte la tegola fumigante; fare indossare al paziente una camicia fatta bollire nella liscivia, metterlo a letto, coprirlo abbondantemente affinché sudi, fino a inzuppare la camicia di umore giallo (la sostanza della striadura), far la sauna, con i vapori di una bacinella d'acqua bollente, in cui sono state immerse erbe medicamentose; la radice del lampazzu (romice), assunta sia in decotto, sia tagliata a dischetti e applicati sulla pelle.
In relazione a quest'ultima mexina, è da notare che l'uso di su lampazzu, il romice, per guarire s'istriadura (l'ittero) segue il principio dei simili, "similia similibus curantur", ovvero il principio applicato della antica medicina per cui i simili si respingono e si elidono a vicenda. Infatti, la radice del lampazzu (Lapathum o Rumex patientia, volgarmente detto erba pazienza) è di un giallo intenso, assai simile al giallo dell'itterico. Per altro estratti di romice sono usati nella farmacologia come depurativi, diaforetici e astringenti.
E' anche interessante notare che nella medicina popolare è assai diffusa la cura omeopatica, secondo cui al paziente vanno somministrati, in dosi minime, medicamenti che produrrebbero in un corpo sano sintomi simili a quelli a quelli della malattia che si vuol curare. Nei casi di ittero da favismo (che nella credenza popolare viene attribuito al demoniaco influsso della strige, ma si lega al periodo della fioritura delle fave), vengono usate come terapia, inalazioni di infiorescenze di fave o anche applicazioni di fave sulla pelle.


LA STRIGE DEL PREMIO NOBEL

Grazia Deledda, la narratrice che ebbe il premio Nobel per la letteratura nel 1926, raccolse notizie di tradizione popolare e descrisse minuziosamente una mexina de sa stria, che riporto integralmente.
"Più complicato è il medicamento per l'itterizia. La persona colta da questa semplicissima malattia si crede stregata (istriada). La strige è passata sul suo capo, e a causa del suo influsso malefico - che dà origine alla popolarissima imprecazione "Ti jumpet s'istria!" (Ti attraversi la strige!) - la persona deperisce, si consuma, si restringe e, non curata a tempo, muore.
Una medichessa del popolo la "misura" per accertarsi della malattia. Con un filo di lana (filu 'e litu = filo di liccio - ndr) filato a Nuoro, la misura (sottinteso la malata - ndr) prima dalla sommità del capo alla punta dei piedi, poi dall'estremità del dito medio della mano sinistra fino a quello della mano destra, aperte le braccia il più possibile. Se le due distanze sono uguali non è la malattia della strige ("sa maladia 'e s'istria") che affligge l'inferma; se la malattia, o meglio diremmo il malefizio, c'è, l'altezza della persona malata è inferiore alla sua larghezza. Il filo arriva a metà del dito, o più giù o più su, e quanto più corto è, più avanzata è la malattia.
Il medicamento è questo: la medichessa prende la metà del filo con cui ha misurato la malata, e lo taglia a pezzettini minuti. Indi aggiunge del rosmarino, un pezzetto di cera benedetta, due o tre frantumi di palma pure benedetta e qualche granello di "timanza" (incenso) e un pizzico di piuma di strige bianca, che per solito tiene a provvista. Mancando le piume di strige si adoperano piume bianche e morbide di gallina - ma solo in caso estremo. Si dà fuoco a tutto questo, in una tegola (potendo, in una tegola tenuta appositamente per quest'uso solo), e mentre gli strani specifici fumano, bruciando, la medichessa, piena di fede e concentrata nell'opera sua, prende in mano la tegola e fa con essa un segno di croce sopra il capo del paziente. Poi gliela passa tre volte intorno al collo - indi eseguisce altri otto segni di croce: sull'omero, sul gomito, sul polso e sulla mano; sul fianco, sul ginocchio, sul collo del piede e sul piede. Ciò fatto depone la tegola in terra e recita tre avemaria a Nostra Signora del Rimedio perché il medicamento sia valido. Mentre essa prega, la malata salta tre volte scalza o in calze, traverso la tegola fumante, e in ultimo si scalda i piedi al sacro fuoco e si stropiccia le mani al fumo che se ne esala"
(G. Deledda - Tradizioni popolari di Nuoro - 1893-95)


IS SINNUS DE SA MORTI
I SEGNI DELLA MORTE

Alcuni animali - si dice - hanno il dono di poter vedere la morte, e della sua presenza avvertono l'uomo con particolari segnali. La morte - nella credenza popolare - appare per lo più durante la notte, ma talvolta può anche manifestare la propria presenza durante il giorno. Quando un cane si avvoltola per terra con le zampe per aria, vuol dire che ha visto la morte e ne segnala la vicina presenza.
Durante la notte, sono annunci di morte certi "strani" ululati di cane, o "strani" starnazzare di gallina, o "strani" muggiti di bue. L'animale foriero di morte per antonomasia è sa stria, la strige - che spesso ridotta in macabro amuleto, inchiodata con le ali aperte alla porta di casa, diventa lei stessa efficace difesa contro l'eterna dea dalla larga falce. In una lirica di stupenda fattura e di grande intensità, il poeta Peppino Mereu canta così il presagio della propria morte:

"Titia, ite frittu, ite notte infernale!
Su 'entu est in terribiles muidos,
astragadu est su mei capidale.
S'astragu mi lu intendo fin'a pilos.
Como no happo isperanzia chi sane;
E in s'adde bianca addane addane,
annunziu de sa triste fine mia,
ululare s'intendede unu cane,
titia ite frittu, titia, titia!"

(Titia, che freddo, che notte infernale! / Il vento ha terribili muggiti. / Stregato è il mio capezzale. / Me la sento la malia fin nei capelli. / Ora non ho speranza di guarire. / e nella valle chiara in lontananza, / messaggero della mia triste fine, / giunge l'ululato d'un cane. / Titia che freddo, Titia, Titia!)

Nota. Non ho tradotto il vocabolo, titia, usato qui onomatopeicamente, con il significato dell'italiano "brr". Titia o attitia, è un sostantivo maschile che significa gelo, freddo intenso. Esempio: Oi non fait a poderai su titia chi est fendi = Oggi fa un freddo da non potersi resistere. Ma titia è anche e soprattutto usato (come nella lirica di Mereu) come esclamativo onomatopeico, equivalente a "brr". Esempio: Titia, ita frius chi fait! = Brr, che freddo fa! Diversi vocaboli sono composti con titia o attitia, come titifrius = brivido di freddo; attitirigai e attitirigau, rispettivamente abbrividire e intirizzito.


IS BRUXAS
LE STREGHE

Nella storia della Sardegna manca quella pagina sanguinosa, di intolleranza e di spietata repressione di massa che prende il nome di "caccia alle streghe". In questa terra pur funestata di morbi e carestie, nella generale degradazione degli umani costumi, non si accesero i roghi e non si levarono le urla delle infelici donne, accusate di possessioni, di connubi e di arti demoniaci. E non perché, al seguito del potere armato dell'invasore cattolico non fossero sbarcati gli incappucciati del Santo Ufficio; e non perché nelle comunità sarde non vi fossero maghe o guaritrici che con la loro opera non potessero essere accusate di stregoneria, e pertanto processate e condannate. Nella organizzazione socio-economica delle comunità sarde, in un mondo ancora permeato di paganesimo, dove tradizioni e culti conservano gli antichi valori e significati nonostante la massiccia penetrazione del Cristianesimo, il ruolo e le funzioni delle donne guaritrici erano un pilastro portante in quella organizzazione, erano un punto costante di riferimento nella vita della comunità. Così che il potere non poté "demonizzare e "criminalizzare", come altrove, le operatrici della medicina magica e i loro riti terapeutici e liberatori. Non riuscì, il potere, a ottenere dal popolo alcun consenso, necessario per indurre quel fenomeno di colpevolizzazione collettiva e di isteria di massa, che aveva come sbocco risolutore l'individuazione di "capri espiatori", la caccia alle streghe. Non vi furono, né potevano esserci, fenomeni di delazione, né (per usare un termine attuale) di pentitismo: le comunità opposero un blocco unitario e totale al tentativo di costituire tribunali del Santo Ufficio e di istituire processi per stregoneria contro le loro guaritrici, che la fede popolare chiamava e chiama ancora "feminas santas". Il Santo Ufficio dovette accontentarsi di apparire a Cagliari e in qualche altra città, limitandosi a qualche processo politico contro nobili scomodi, accusati di eresia.
Il termine italiano strega deriva dal latino strix-strigis, che indicava semplicemente il barbagianni, un uccello ritenuto di malaugurio, al quale si attribuivano - come si è visto - metamorfosi demoniache. Nella cultura italiana, la strige, uccello demoniaco, diventa strega, femmina umana demoniaca. Nella cultura sarda, la strige è detta stria e resta con il significato della mitologia romana, non diventa mai strega, donna posseduta dal demonio e dedita a riti malefici e osceni. Anzi, va notato come, ancora oggi, sono le donne guaritrici, che con le loro conoscenze mediche e le loro virtù magiche, si oppongono agli influssi malefici della stria (strige) e ne curano le malattie che lo stesso infausto uccello provoca nella gente. Strega o stria può dunque dirsi il barbagianni; ma non la donna guaritrice, la maga, che assume un ruolo contrapposto, positivo.
Ciò premesso, ritengo ugualmente importante, nella economia di questo lavoro riservato agli usi e costumi della Sardegna, riportare qualche notizia sulla storia delle streghe con qualche testimonianza sulla sanguinosa repressione delle donne guaritrici, per i pericoli che comportavano al potere le ideologie (oggi definibili libertarie) di cui erano portatrici secolari nelle loro comunità. E' importante parlarne, perché non soltanto per i crimini del nazismo e neppure per i crimini del sionismo è onesto sostenere che "non dobbiamo dimenticare", se poi dimentichiamo i non meno brutali crimini del cattolicesimo contro l'umanità. Intanto, la caccia alle streghe non si è ancora chiusa. Per il sistema di potere, le streghe sono di volta in volta ogni componente popolare che si oppone e che sfugge al controllo e non può essere fagocitata. Il potere ha sempre usato il trucco di demonizzare (criminalizzare) le opposizioni popolari, attribuendosi il ruolo angelico dell'esorcista, del "castigadiavoli" - anche utilizzando demagogicamente la fede religiosa del popolo, per ottenerne consensi. In verità, non c'è potere che con tutti i suoi più sofisticati e violenti strumenti di controllo e di condizionamento possa estirpare mai le naturali tendenze dell'uomo alla libertà.

Le notizie, le descrizioni dei crimini che durante la sua sanguinosa storia il potere ha commesso contro l'umanità, ci vengono dagli stessi esecutori. Quasi per un irrefrenabile bisogno di esibizione, emerso dai meandri tenebrosi di una coscienza criminale, i potenti tramandano ai posteri le proprie nefandezze. Non dissimilmente agli aguzzini nazisti che fotografavano i loro misfatti, conservando nel tempo immagini di terrore e di angoscia, gli inquisitori del Santo Ufficio verbalizzavano minuziosamente le atrocità delle torture cui sottoponevano i loro inquisiti.
Il documento certamente più famoso nella materia, è il Malleus maleficarum, ovvero "Il martello delle streghe", al quale si potrebbe aggiungere il sottotitolo: "Come riconoscere e reprimere la strega nella donna". Il Maellus risale al 1484, è stato pubblicato nel 1487, ed è opera di due domenicani, Henricus Institoris e Jacob Sprenger. Partendo dalla dottrina cattolica, vi è elaborata una complessa metodologia diagnostica per individuare la strega, per costringerla a confessare e per punirla. Il Maellus, che ebbe diverse ristampe, ha costituito per gli inquisitori dei tribunali di Santa Madre Chiesa una sorta di codice di procedura penale, un vademecum per condurre le loro inchieste, i loro processi, le loro tecniche di tortura e di morte. Leggendo questo trattato non si può che qualificarlo osceno - nel senso più pieno del termine: vi sono minuziose e morbose descrizioni dalle parti intime, alla ricerca di quei segni diabolici che dimostrino il reato di stregoneria. Ed è su quelle parti, sugli attributi sessuali della femmina, che maggiormente si accaniva la ferocia dei sadici torturatori. Mai nella storia della umanità, neppure in epoche barbariche, la donna dovette subire prove più umilianti e dolorose.
Se il Malleus maleficarum è il più famoso dei trattati della Chiesa sulle streghe, non è però il più antico. Già Sant'Agostino è fra i padri della Chiesa un elaboratore della dottrina che, muovendo dalla certezza che la stregoneria esiste, sostiene che le magie sono opera del demonio - superando la precedente dottrina che sosteneva una sostanziale distinzione tra le donne "malefiche" o "maliarde", che compiono sortilegi e riti magici, e le donne "streghe", possedute dal demonio, in virtù del quale possono volare e trasformarsi in repellenti animali, quali appunto la "strige", il barbagianni.
Rileviamo, per inciso, a questo proposito, la concezione diametralmente opposta nella dottrina attuale, cui si rifanno le credenze popolari in Sardegna sulla stria (strige), che - come si è visto - non è una donna strega che assume le sembianze del volatile, ma al contrario è un demone che assume tale aspetto, e può anche modificarlo in quello di una specie di vampiro per suggere il sangue dei bimbi.
Precedente al Malleus (reso pubblico nel 1487) è la bolla di papa Innocenzo VIII del 1484, pubblicata sotto il titolo di Summis desiderantis, mossa - come è detto nell'introduzione - "dal pio desiderio di porre un freno al dilagare della eresia nel mondo cattolico". Le bolle papali sulla materia si susseguono, dilatando la dottrina antidemoniaca in cui troverà sostegno e legalizzazione la caccia al massacro delle streghe. Si citano qui alcuni "trattati" per chi volesse approfondire la questione, specificatamente ai rapporti ufficiali tra la sontuosa Chiesa dei Papi e le popolane "feminas de mexina", tra l'espressione teocratica del potere e del privilegio, cui superata la prima impennata laicistica si sarebbe asservita la scienza della tecnica, e l'espressione della conoscenza antica e dell'antica fede naturalistica rappresentata da donnicciole analfabete, le quali, consapevoli del loro storico ruolo di eretiche (eresia come affermazione della libertà), seppero affrontare eroicamente il martirio. Tre opere, dunque, si citano come fondamentali, prodotte dalla Chiesa nel periodo che va dalla seconda metà del Cinquecento ai primi anni del Seicento: il Disquisitionum magicarum del 1599, compilato da Martin Delrio, il Compendium maleficarum del 16O8, di Francesco Maria Guaccio; cui si aggiunge il De Praestigiis daemonum del 1563, di Johann Weyer - dove, per altro, si criticano alcuni metodi persecutori nei confronti delle streghe.
La storiografia ufficiale (asservita al potere), volendo apparire "obiettiva", giustifica in qualche modo la caccia alle streghe, attribuendola principalmente all'ignoranza popolare e a fatti di isteria mistica individuale e collettiva. E aggiunge che le "piene confessioni" rese dalle streghe inquisite, ammettendo di aver commesso gli allucinanti reati di stregoneria di cui erano incolpate, e aggiungendo anzi particolari i più fantasiosi, contribuivano a rafforzare nei giudici il convincimento della reale presenza di forze infernali nel mondo umano. Non convince l'attribuzione di isterie e di ignoranza, neppure in rapporto a quei tempi, per spiegare un sanguinoso periodo di repressione ideologica e politica, messa in atto da scaltri uomini di cultura e di potere - quali erano gli inquisitori del Santo Ufficio. Parrebbe così che essi, inquisitori e giudici credenti nel Cristo, non si rendessero conto che una creatura umana, anche la più eroica, sottoposta ad atroci tormenti, pur di uscire di pena è disposta a confessare qualunque infamia suggeritagli dal torturatore, e che anzi, per compiacerlo, è disposto a sottomettersi fino a inventarsi tutto ciò che presume possa volersi sentir dire lo stesso torturatore. La cosiddetta "isteria collettiva", la cui rilevanza è sottolineata sul piano accusatorio probativo nei processi alle streghe, non è tanto da vedersi come "coinvolgimento emotivo" e quindi consenso di massa alle sanguinose "purghe", quanto come una "necessaria" strategia di difesa della comunità, per evitare danni peggiori: cercare nel gruppo uno o più capri espiatori, accumulando su questo o su questi la somma delle accuse rituali di stregoneria e demonismo, significava "concentrare" su una parte limitata (e perché no? la più estranea ai fatti "criminosi") della comunità i colpi e i danni dell'attacco, portato avanti da un nemico "esterno", troppo potente da poter essere affrontato in altro modo. Ciò, mi pare, consentiva alla comunità di mimetizzare, salvare e perpetuare propri fondamentali valori e ordinamenti sociali.
Da quel buio e non lontano passato, sono giunti fino a noi documenti allucinanti di interrogatori sotto tortura di donne e fanciulle. Vi si ritrovano mentalità e metodi di accusa che in forme e tecniche aggiornate ritroviamo ancora oggi nei processi alle "streghe politiche". Ed è per questo (perché chi legge veda quanto poco è mutato all'interno del potere - al di là delle liberali affermazioni di principio) che si riportano qui di seguito alcuni stralci di quegli interrogatori.

Francesca Borelli, le cui fattezze non coincidevano con lo stereotipo della strega ("donna vecchia, laida") in quanto giovane, bella e attraente, era accusata di essere posseduta dal demonio, il quale si serviva di lei per compiere le sue nefandezze. Tra queste, l'aver provocato la morte di alcuni bimbi. La prova che i bimbi morissero era data purtroppo dalla elevata mortalità in quei tempi. Le cause venivano ricercate - giuste le antiche malizie del potere - nel diavolo, nel signore del male, il cui dominio si allargava in virtù degli umani peccati, e non nelle responsabilità della consorteria al potere che manteneva il popolo in uno stato di miseria e di abbandono. La prova che Francesca Borelli fosse posseduta da Satana si ricavava dal fatto che non si fosse riusciti a strapparle la confessione delle colpe di cui la si accusava. "Senza l'appoggio del diavolo che era dentro di lei, avrebbe ammesso la propria colpevolezza" - questa la tortuosa logica degli inquisitori di sempre. Per la cronaca, conduceva l'interrogatorio il giudice Pietro Alario Caraccio, genovese, che aveva sostituito il collega Serafino Patrozzo, ritenuto "debole di polso". La trascrizione dell'interrogatorio è opera del cancelliere Giovanni Antonio Valdeleccia.

Fu interrogata per sapere se ha deciso di dire la verità.
Rispose: "Signor, la verità l'ho detta tutta".
Interrogata se altre volte aveva detto la verità, rispose: "Signor, io allora avevo la febbre, non sapevo quel che facevo".
Vista l'ostinazione di detta accusata, fu allora comandato che fosse spogliata e posta sul cavalletto, dopo che le fossero rasi tutti i capelli e i peli delle parti pudende; posta in tortura, disse: "Giudicami, Signor, aiutami, Signor Dio grande, mandami aiuto e conforto, Signor, calatemi ché la verità l'ho detta... Io stringo i denti e poi diranno che rido. Ahi, le mie braccia. Signor, non mi abbandonar, non ho altro conforto che Dio... Signor, calatemi, che se io non ho detto la verità, Dio non mi accetti mai nel Paradiso. Il cuor mi manca. Calatemi, ché la verità l'ho detta... Se non mi calerete adesso, mi calerete morta.. Mi manca il fiato... Signor, mandami l'angelo del cielo... Cristo, che potete più delle false testimonianze, traetemi l'anima dentro il corpo e mandatela dove deve andare..."
E tacque. Quindi disse: "Il cuor mi schiatta… Signor, fatemi dar un poco di aceto o di vino."
E bevve così un bicchierino di vino. E disse: "Misericordia, vi domando misericordia. Abbassatemi e datemi un poco da bere."
Le fu dato di nuovo un bicchierino di vino.
"Signore, vorrei prendere un ovo".
E così le fu dato un uovo. Ed era stata in tortura per lo spazio di cinque ore e non disse nulla, né si lamentò, se non dopo l'undicesima ora, quando disse: "Aiutami chi può".
E poi disse: "Ahi, lo mio cuore, ahi la mia testa. Mi fate un po' calare?"
E dopo dodici ore disse: "Sono scorticata."
E dopo tredici ore disse: "Datemi un poco d'acqua che muoio di sete".
E interrogata se vuole vino, risponde: "Signor no".
E così le fu data dell'acqua da bere, e tacque.
E dopo: "Non ci vedo più, sono tutta storpiata negli occhi e nelle mani, tutta la mia roba se n'è andata. Fatemi un poco slegare".
Le fu detto che se diceva la verità, sarebbe stata slegata e deposta.
Disse: "Io l'ho detta. Non posso più ritenere l'orina. La verità, la verità l'ho detta".
E così essendo stata nella tortura per quattordici ore, le furono portate da Quintillo Borelli suo fratello delle uova fresche, che succhiò e dopo disse: "Delle mie braccia non potrò più fare nulla. Guardate come ho la lingua. Non ne posso più, fatemi calare, in modo che respiri un poco."
Le fu detto che se non diceva la verità in quella tortura sarebbe stata deposta sul fuoco.
Disse: "Fatemi bruciare, che in quanto a me la verità l'ho detta. Fatemi levare di qui. Prendete una mazza e datemela in testa. La verità l'ho detta. Vergine Maria, fatemi slegare e deporre. A Roma il cavalletto non dura che otto ore. Me l'ha detto uno di Triòra che è stato a Roma". E tacque.
Poi disse: "Ho freddo ai piedi".
E disse anche: "Ecco qui un topo".
Ma il topo non c'era. Quindi cominciò a parlare familiarmente, come se stesse seduta comodamente su una cattedra e disse: "A Triòra nascono castagne marrone così belle."
E vedendo uno degli assistenti con le calze rattoppate, disse: "Per i servigi che mi fate, conviene che se uscirò di qui, vi cuci le calze".
E così parlò per quasi un ora; e dopo diciannove ore e mezzo di tortura disse: "Questo vento non è molto buono per le castagne. Quante belle castagne ci saranno quest'anno a Triòra e che io ne possa raccogliere tante. So farne una buona minestra. Fatemi calare e ve la preparerò. E ne mangerò tanta."
E alla ventitreesima ora, comprendendo che questo genere di tortura non era servito a nulla, si comandò di scioglierla e di ricondurla nella sua cella fino a nuovo ordine…
Commenta Roger Vignon: "Le tremende sofferenze con un procedimento psichico non inconsueto seppure non frequente, si erano commutate in una sorta di masochistico piacere, in cui si convogliava, per quanto possibile, il dolore. Non è escluso che qualcuno dei presenti provasse un sadico piacere segreto a vedere Francesca Borelli soffrire. Era però imprevisto quell'improvviso squarcio di vita contadina, pacifica e millenaria, apparso in forma estatica mentre la donna era già in coma."
(R. Vignon - Le streghe - 1971)

Il documento che segue, relativo al processo alla "strega" Matteuccia, è della prima metà del XV secolo.

"Un tale di Cortona, disse che Matteuccia, certamente istigata da spirito diabolico, gli consigliò, per guarire le ferite, di recuperare il corpo di un annegato nel Tevere e di fare un liquore da brani di carni cotte. Una donna di Orvieto riferì che, poiché il suo uomo la trascurava, anzi la picchiava, si era rivolta a Matteuccia. E Matteuccia le aveva consigliato di portare una statuina di cera sopra un mattone infuocato e mentre si scioglieva di pronunciare una formula. La donna di Orvieto assicurava che il risultato era stato efficaccissimo ed immediato: quella stessa sera il suo uomo, dopo tanta astinenza, beh, aveva avuto rapporti carnali con lei. Dunque Matteuccia era una strega."
"Forse nel caso di due coniugi di Colemezzo andò oltre le intenzioni della moglie che si era rivolta a lei, lamentandosi di essere trascurata sessualmente. Consigliò un intruglio costituito principalmente di erba cavallina. Ebbene, il marito si infatuò e rimase furioso per ben tre giorni, tanto che la donna, ormai sfinita di tanti amplessi imprevisti era fuggita di casa. Dunque, Matteuccia era una vera strega.
"Fece molte fatture d'amore a fidanzati infelici e coppie disgraziate, con alterna fortuna. Molte mogli trascurate si rivolgevano a lei. A volte azzeccava, a volte no. Se le andava bene era una strega, se falliva era una truffatrice: in tutti i casi era colpevole. Aveva liberato una ragazza dalla fattura di un'altra donna, e quel che era grave aveva provocato l'odio di un marito verso una moglie a istanza di una donna che aspirava a quell'uomo. Fu provato che nel mese di maggio del 1427 si era recata da una certa donna di nome Caterina del Castello della Pieve che le aveva chiesto un rimedio per non rimanere incinta, non essendo ancora sposata e avendo coabitato varie volte con un guardiano di detto castello e desiderava avvicinarsi ogni giorno a lui e temeva che potesse verificarsi il caso di rimanere incinta. Matteuccia le consigliò di pestare un'unghia di mula e mescolarne la polvere al vino e di berne dicendo "Ti piglio nel nome del peccato / e del demonio maggiore / che non possa appicciare più".
"Naturalmente Matteuccia, che mai si era mossa da Todi, aveva succhiato il sangue dei lattanti in molti e diversi luoghi; si era recata, insieme con altre streghe, all'albero di noce di Benevento ungendosi con un unguento fatto dal grasso dell'avvoltoio e aveva gridato "Unguento unguento / mandami al noce di Benevento / sopra l'acqua e sopra il vento / sopra ogni malo tempo".
"La sentenza indugia con molti particolari sulle apparizioni a Matteuccia del diavolo sottoforma di caprone; sulle trasformazioni della donna in mosca; sul fatto che cavalcava nell'aria sibilando sopra i fossati. Sottoforma di mosca entrò nel castello di Canale, si posò su un bambino di appena sei mesi, che poi morì. La sentenza riferisce che, secondo i testimoni, Matteuccia si recava in volo al noce di Benevento tre giorni la settimana.
"Quali?" - chiesero i giudici.
"Lunedì, sabato e domenica" - fu la pronta risposta.
La sentenza afferma: "A noi e alla nostra Curia risulta che le suddette cose insieme e singolarmente contenute nella requisitoria, sono state e sono vere nei luoghi e nei tempi citati, per vera e legittima confessione fatta dalla detta Matteuccia; alla quale fu assegnato un certo termine per presentare qualunque difesa per le accuse: e il termine è scaduto; e per questo, affinché la predetta Matteuccia non possa gloriarsi della sua iniquità e sia di esempio a chiunque desiderasse simile attività… sia bruciata con il fuoco in modo tale che la colpevole muoia e la sua anima si separi dal corpo".
(R.Vignon - Le streghe - 1971)

Per inciso, la Chiesa usava giustiziare i condannati mediante il fuoco, dato che - per principio - aborriva "lo spargimento del sangue". Per la cronaca, il frate Antoni da Casale, che era stato inquisitore a Como, aveva condannato al rogo ben trecento streghe nel solo anno 1416. Una al giorno, escluse le domeniche - dedicate al Signore.

"Il processo a Maddalena Làzzari fu istituito nel 1673. Era il 30 ottobre del 1672, una domenica. Una certa Giovanna Zenni di Premadio era malata. Non si capiva di che cosa. Pensò che fosse ammaliata, chiamò il prete, glielo disse e si fece benedire. Essere ammaliati allora e in quei posti non era cosa da poco: peggio che avere la lebbra.
Interrogata ufficialmente, Giovanna Zenni disse, come risulta dall'antico manoscritto in cui si fondono la lingua italiana e il dialetto locale, che aveva una roba che le saliva per il corpo e poi raggiungeva la gola fin quasi a soffocarla. Raccontò che si era rivolta all'arciprete. Costui le aveva fatto disfare i cuscini. E aveva fatto bene: dentro erano apparse delle bucce cruscose. Allora era andata a Tirano, dal reverendo. Proprio davanti a lui le venne la gola grossa, tanto da non poter più parlare. Il reverendo la benedisse tre volte, le pose nella mano un'ampollina d'olio santo e le disse:
"Se dentro di te c'è uno spirito si farà vivo".
E difatti l'ampollina si mise a tremare e con essa Giovanna Zenni tutta intera.
Le fu chiesto:
"Avete qualche sospetto?"
"Nessuno".
I giudici le ricordarono che parlava sotto giuramento. La spaventarono e Giovanna Zenni disse:
"Ho avuto un sospetto contro una persona".
"Chi?"
"La serva del curato".
Spesso costei era andata a trovare la Zenni quando questa era malata. Si accostava subito al letto e vi restava per qualche tempo. Una volta, avendole venduto una capra, la Zenni le chiese se si lamentava del prezzo. "No", aveva risposto la donna, "ho ricevuto il fatto mio". La Zenni le aveva detto: "Mi pare che abbiate una brutta cera. Non mi avete neppure augurato buon dì". E la donna le aveva risposto: "Non ho tempo di stare qui a fare tante storie".
I giudici, perplessi, le chiesero:
"Ma la gente ha sospetto di lei?"
"Io non so nulla. Ma si dice che appartiene al ceppo delle streghe. Difatti è soprannominata la Petrigna".
In quei giorni era rinchiusa in prigione una mezza deficiente di nome Giacomina, accusata anche essa di essere una strega. Interrogata, fece la sua deposizione:
"La serva del curato è una vera strega. Mi portò al ballo delle streghe in Pianselvino. Fece venire un temporale. Uccise con l'alito una vacca di Pedenosso. Lanciò i suoi malefici su molti capi di bestiame che si ammalarono. Si spargeva il corpo di unguento e se ne andava per l'aria a cavalcioni di un bastone o di una frasca".
I giudici decisero di fare una chiacchierata con questa serva. Allora le case dei curati godevano dell'immunità. Si agì rapidamente e di sorpresa per impedire che la donna, in qualche modo, non uscisse più di casa. Due sgherri nascosti, la catturarono sulla soglia.
Il 7 novembre 1672 la serva, con gli occhi bendati e le mani legate dietro la schiena, comparve davanti agli inquisitori.
"Foste mai affrontata come strega?" Le fu chiesto.
"Sì, rispose ingenuamente, "mi è stato detto - Razza di strega Petrigna che tu sei!"
"Chi lo disse a voi?"
"Giovanna Zenni e Anna di Donato Sacchetti detta Zanolo. L'Anna Sacchetti mi perseguita per via di una eredità contrastata tra noi due. Dice che con il soffiarvi sopra le ho ammazzato la vacca".
"Avete avuto a che fare con Giacomina?"
"In tenera età stetti due o tre anni con Giacomina che mi maltrattava".
"Con chi dormivate?"
"Sola".
"Frequentavate i balli?"
"Quelli di carnevale, sì. Non quelli di Pianselvino".
"Come avete imparato il mestiere di strega?"
"Non l'ho mai imparato, non ho mai avuto occasione di impararlo, non sono una strega".
"Lo vedremo".
Lo si vide, infatti, nella sala delle torture. La serva del curato, che si chiamava Maddalena Làzzari, negò con tutte le sue forze di essere una strega. Venne sospesa alla carrucola per un'ora. Piangeva e implorava misericordia. Visto che dopo un'ora non aveva confessato, le vennero attaccati ai piedi dei contrappesi sempre più grandi. Fu fatta radere.
"Ho trovato", gridò il barbiere "ho trovato due segni del diavolo: uno in testa, sotto la treccia a destra, l'altro in basso, nel postione (cioè nel pube).
"Sia punta".
Le furono inferte due punture accanto ai segni del diavolo. Non ebbe alcuna reazione.
"Dunque è una strega".
Fu spogliata del tutto e legata nuda alla scala. Venne l'arciprete di Bormio che la benedisse. Fu di nuovo rasa accuratamente in tutte le parti del corpo e in tutti i recessi, affinché "non potesse nascondere cifra, amuleto o altri oggetti fatati".
"Dicci la verità", le intimavano gli inquisitori.
"Maledetta quella verità e chi la cerca", gridò Maddalena Làzzari.
Fu torturata in tutti i modi, con accanimento: tirata per i polsi e per le caviglie fino a disarticolarla; bruciacchiata; riempita a forza la bocca di orina; frustata a sangue; strappate le unghie. E infine gridò: "Si!"
"Da quanto tempo fate la strega?", le fu subito chiesto.
"Otto anni".
"Chi vi ha insegnato?"
"Giacomina".
"In che modo?".
"Fece una ruota a terra e dentro vi segnò la croce. Ci passai sopra e ripetei certe parole che ora non ricordo".
"Che cosa accadde?".
"Apparve un omaccione grande e grosso, che mi pose la mano sulla spalla e mi invitò a ballare. Mi voltai verso Giacomina per capire se dovevo accettare e Giacomina mi disse di sì, perché quello è il signore. Anzi mi disse di riconoscerlo e di rinnegare Dio. E così feci".
"Giacomina vi ha condotta al ballo?"
"Si".
"In che modo?"
"Quando ero piccola mi portava in spalle. Poi insieme ci andammo cavalcando una scopa per l'aria".
"A quali balli siete state?"
"Ai balli di Pianselvino, Pozzino, Prada... E anche in Plator, Quarinello e Foscagno."
"Che cosa ci avete visto?"
"Belle sale, di lusso. E uomini gentili che mi carezzavano. Con loro si ballava. E tanti signori e signore, tutti in maschera".
"E il demonio c'era?"
"Eccome: era magro e vestito di nero".
"Ha abusato di te?"
"Tre o quattro volte".
"Descriveteci tali amplessi".
A questo punto il manoscritto ha uno spazio bianco. La descrizione è stata espurgata per quanto fosse un atto di processo.
Maddalena Làzzari ammise anche che aveva insegnato ad altre.
"A chi?", le fu chiesto.
Si chiuse in un silenzio ostinato. Capì che stava per rovinare delle innocenti. Con il corpo piagato dalle ferite fu di nuovo sottoposta alla tortura. Per ben quindici ore fu piazzata sul cavalletto che la lacerava lentamente. E così cominciò a tirare fuori i nomi delle persone incontrate ai balli del diavolo. Venne slegata e le furono lette tutte le confessioni che aveva fatto. Sembrava completamente stupita da ciò che udiva e di ciò che stava accadendo. Quando fu di nuovo posta sul cavalletto per la ratifica finale si confuse, non ricordava più le confessioni rese.
"Questa è davvero opera del diavolo per confonderci", si disse.
"Se dico la verità non mi credono", disse Maddalena Làzzari.
Per questa frase fu inchiodata di nuovo per cinque ore alla tortura. Aveva inventato tutto: disse che aveva confessato a causa delle torture e trovò la forza di chiedere che voleva essere esaminata dagli inquisitori nella Sala del Consiglio, ma senza torture.
A questo punto fu slegata e le fu chiesto:
"Avete altro da aggiungere?"
"No".
"Non avete paura delle torture?"
"Potete martirizzarmi, non ho altro da aggiungere".
"Ratificate tutto e per tutto quanto avete detto e fuori da ogni paura di tortura?"
"Sì, signori, in tutto e per tutto è vero".
Era ormai ridotta in uno stato preagonico. La sua sentenza di morte fu letta nelle piazze. I suoi beni le furono confiscati. Il curato, presso cui era stata serva, non fu neppure interpellato o udito. A Maddalena Làzzari fu mozzato il capo nei campi dove si eseguivano le sentenze. Il suo corpo fu bruciato, le sue ceneri disperse nell'Adda. Ancora oggi, qualche vecchio contadino, passando per i sentieri che costeggiano quei campi, si fa il segno della croce e affretta il passo."
(R. Vignon - Le streghe - 1971)

Concludendo con il Vignon, "era proprio l'antichissima fede agreste insita nel mondo pagano che la Chiesa, più o meno inconsciamente, combatteva. In un procedimento durato parecchi secoli, il mondo pagano fu fatto diventare sinonimo di diabolico: gli antichi riti erotici che festeggiavano e celebravano il trionfo della natura furono trasformati in episodi di perversa lussuria, i fauni e i satiri che popolavano gioiosamente i boschi diventarono i diavoli, pieni di reminiscenza caprine delle antiche deità, ma deformati in esseri ributtanti e puzzolenti. Ed erano diventate streghe, cioè esseri da disprezzare, le ninfe e le maghe dei tempi antichi. Su tutti gli elementi del mondo pagano la teologia ecclesiastica distese il velo del peccato, cioè di una cosa proibita. Confuse volutamente il peccato con il reato, condannando perciò non soltanto alle pene eterne nell'oltretomba, ma anche alle pene terrene. Fin quando, durante il Medioevo, l'autorità politica religiosa fu autoritariamente concentrata e unitaria, nell'oppressione generale le deviazioni furono poco rilevanti. Ma quando cominciarono i fermenti dei tempi nuovi si produsse una spinta se non proprio chiaramente verso il mondo pagano, verso la natura; spinta alleata con i primi barlumi della diffusione della cultura.
Per quanto malconci, i miti riemersero accanto alle prime ricerche, sia pure empiriche, nel mondo che circonda l'uomo; e mentre in certi livelli sociali si diffondeva l'alchimia, cioè il primo tentativo di dominare la natura a mezzo del laboratorio, a livello contadino molte persone, in genere analfabete e in genere donne, rivolgevano la loro attenzione alle possibilità terapeutiche e anche di alterazione del comportamento dovute alle erbe.
La Chiesa avvertì in pieno il pericolo contenuto in tale spinta verso il progresso e una migliore condizione umana. Si arroccò in posizioni ancora più assolutiste. Perseguitò implacabilmente tutti e tutte, da Galilèi alla più umile donnetta; nelle persecuzioni dimenticò non soltanto il messaggio di fraternità cristiana, da cui era tuttavia partita poco più di un millennio prima, ma anche la pietà, che sbandierava come suo principio.
E come le povere raccoglitrici di erbe o quelle che preparavano innocui e ridicoli filtri per aiutare a campare o le donne che non fossero rigidamente conformiste, così perseguitò retroattivamente le maghe del mondo antico, che anch'esse diventarono streghe, almeno nel senso che la loro sensualità era sfrenata e micidiale…
Tutta l'antichità pullula di maghe e indovini, tenuti spesso in altissima considerazione da monarchi e condottieri che non intraprendevano alcuna azione di rilievo senza averli prima consultati. Molti re avevano le ninfe ispiratrici come oggi si ha lo psicanalista; e molti condottieri consultavano gli indovini alla vigilia delle battaglie come oggi si fa con gli stati maggiori o al minimo coi meteorologi.
Ma la cultura, nei tempi bui, è stata depositata in grandissima parte nei conventi e quindi filtrata e materialmente trascritta dagli amanuensi di controllo ecclesiastico. Maghi e indovini sono diventati tutti, indistintamente, ciarlatani; e si è distrutto un fenomeno di acume psichico che pure ha accompagnato la storia umana".


APPENDICE

GLOSSARIO

Abeli = Abele. Personaggio simbolico della mitologia ebraica. Tra contadino e pastore vi è un ovvio conflitto di interesse nell’uso diverso che ciascuno dei due fa della terra. Tale conflitto viene superato in Sardegna con l’uso comunitario della terra, e la suddivisione di essa in paberile (pascolativo) e vidazzone (seminativo). Nella Bibbia - espressa da una società pastorale rozza e intollerante nei confronti della civiltà contadina - Abele, in quanto pastore, rappresenta il Buono, colui che è amato da Javhè, contrapposto a Caino, il quale, in quanto contadino, è il Cattivo, il rinnegato. Se per ipotesi la Bibbia fosse stata espressa da una cultura contadina, la precedente valutazione sarebbe stata ribaltata, e Abele avrebbe ucciso Caino.

Abracadabra. Parola magica. Scritta su tre lati di un triangolo equilatero diventa un potente amuleto, in grado di preservare chi lo porta dalle malattie. Etimo di origine incerta. Secondo alcuni si fa risalire a abracadra, antico termine ebraico, cui si dava il significato di “Pronunciare la benedizione”.

Abracax. Nome di una divinità indiana, da cui secondo alcuni deriverebbe la parola magica abracadabra. Nella mitologia cristiana abracax diventa un demone per metà umana (dalla cintola in su) e per metà serpente (dalla cintola in giù). Tale demone possederebbe 365 poteri magici e ne potrebbe usare uno diverso per ogni giorno dell’anno. La credenza deriva dalla equivalenza in greco delle sette lettere che compongono abracax (meglio abraxas) con il numero 365, quanti, appunto, sono i giorni dell’anno. (Alfa = 1; beta = 2; ro = 100; ics = 60; sigma = 200). Abracax è in particolare il demone che presiede alle cerimonie in cui si preparano amuleti e talismani.

Abrebada (Aqua) = Terapeutica (Acqua). Acqua resa terapeutica mediante la sua consacrazione con is brebus (o verbus), parole magiche rituali.

Acabadora = Ucciditrice. Acabadori = Uccisore. Il termine al femminile, nella variante logudorese, si scrive con le prime due consonanti doppie (accabbadora) secondo la grafia dello Spano, e akkab(b)adora secondo il Wagner. Indicano le persone addette a facilitare il trapasso ai moribondi. Acabadori nella cultura contadina dei Campidani e accabbadora nella cultura pastorale delle Barbagie (con il solo femminile, essendo qui, evidentemente, tale compito riservato esclusivamente alle donne).

Acabai = Finire, morire, uccidere, conseguire. Deriva secondo alcuni dallo spagnolo acabar, finire; secondo altri dal fenicio (e arabo) hakàb, porre fine. Più probabile la derivazione dal fenicio; infatti, il sardo acabu ha lo stesso significato di hakàb, porre fine.

Affatturadori = Fattucchiere. Colui che fa le fatture, i sortilegi. E’ detto anche di persona che possiede umbra de coloru, fascino di serpente, o anche, semplicemente, simpatia. Fascinoso, affascinante, ammaliatore.

Affatturau = Affatturato. Colui che ha subìto fattura o sortilegio, mediante pratiche di magia nera. S’affatturau, con il sortilegio, può essere “ammalato” o “ammaliato”. Nel primo caso soffre di misteriosi mali che possono portare fino alla tomba se non si interverrà con una contramazzina (controfattura); nel secondo caso la vittima perde la volontà e la capacità di giudizio diventando succube di altri.

Affumentadora = Suffumigatrice. Colei che conosce l’arte magica dell’affumentu (suffumigio), che guarisce prevalentemente malocchi e spaventi. Vedi affumentai e affumentu.

Affumentai = Suffumigare. L’atto rituale magico in cui il paziente (per lo più bambini e fanciulle, ma anche animali pregiati da cortile e da lavoro) viene per così dire “affumicato” da una miscela di sostanze aromatiche messe a bruciare sulle braci, senza vampa. Vedi affumentu.

Affumentau = Suffumigato. Colui che riceve s'affumentu, il suffumigio magico terapeutico. S’affumentau ricava un reale beneficio dalla pratica cui è sottoposto, quando si tratti di disturbi che rientrano nello spettro d’azione della terapia in questione.

Affumentu = Suffumigio magico praticato a scopo terapeutico. E’ eseguito prevalentemente da donne guaritrici come terapia contro il malocchio, gli spaventi, contro fatture o sortilegi non gravi, quali ammaliamenti, che provocano tra l’altro languore, debolezza, mal di capo e inappetenza.
Il termine affumentu, come i suoi derivati relativi a questo rito, non è usato per indicare l’affumicamento cui vengono sottoposti certi cibi che si vogliono stagionare, quali prosciutti, salsicce, pancette e vari formaggi: in questo caso usiamo il termine affumai, affumicare, e i derivati di fumu, fumo. Vedi Partoxa (Affumentu de sa).

Allacanau e Allazzanau = Appassito, infiacchito (secondo che l’aggettivo sia riferito a pianta o a animale e persona). Dal verbo allacanai e allazzanai, derivati dal greco lachanisso o lachanizzo, essere languente. Sinonimi di allacanai sono accalamai e accomonai (quest’ultimo termine usato prevalentemente per germogli di piante e verdure quando per il troppo caldo o dopo un certo tempo dal taglio avvizziscono). Si dice anche per i baccelli o teghe delle fave, dei piselli o dei fagioli colti da un certo tempo, non più freschi. Sa fà allacanada non est prus durci comenti candu est frisca = La fava appassita non è dolce come quando è fresca (appena colta).
Il termine allacanau, e simili, viene usato per persona moscia, snervata, e in particolare per un membro virile insufficientemente eretto.
Si possono allacanai (appassire) piante o allacanai (infiacchire) animali e persone) con l’arte magica. Vedi Avvalliri e Ortizzu.

Ammaladiai = Ammalare. Ammaladiaisì = Ammalarsi. Vedi Maladia = Malattia; e Donai maladia = Ammalare con arti magiche.

Ammaliai = Ammaliare, affascinare. Vedi Malia.

Ammantadori e Ammuntadori = letteralmente: copritore. Da mantu, manto, e ammantai, coprire con manto. S’ammantadori è una creatura mitica antropomorfa che di notte visita le fanciulle dormenti, si stende su di esse tentando di possederle in un abbraccio soffocante. Priva di respiro, la vittima si leva di scatto a sedere sul letto, e ha così termine l’incubo. S’ammantadori viene descritto come un uomo di mezza età; grande e grosso, nudo dalla cintola in su e con il petto villoso. In logudorese, tale incubo è detto ammuntadore.

Aneddu = Anello. Simbolo magico del serpente e della donna. Si vuole che anticamente esistessero anelli con poteri magici - a parte gli anelli con il sigillo usati dai potenti per rendere esecutivi i loro atti. Ancora oggi, talvolta l’anello viene portato come pendaglio con funzione di amuleto, avendo le stesse virtù protettive del cerchio (vedi circu). L’usanza di mettere l’anello nuziale nel quarto dito (anulare) è ricavata dalla credenza che in questo dito passi la linea del cuore. Altra credenza diffusa è quella secondo la quale è possibile trarre auspici sull’andamento matrimoniale di una coppia dal modo in cui lo sposo infila l’anello nel dito della sposa. Se entra liscio, d’un colpo, sarà lui a comandare; se si ferma nella giuntura, sarà lei a prevalere. Muovere il dito durante l’operazione per evitare una introduzione continua è un accorgimento usato dalla sposa per propiziarsi un ruolo attivo. E’ evidente, nella cerimonia dell’anello, la simbologia dell’atto sessuale.

Angiulu = Angelo. Spirito del bene. Is angiulus, gli angeli, presiedono alla vita onesta, serena, laboriosa. Si contrappongono a is tiaulus, i diavoli, spiriti del male. L’equilibrio esistenziale umano è dunque instabile e precario, influenzato, se non determinato, dalla immanenza delle opposte forze del bene e del male, in perenne conflitto tra loro.
Ogni azione umana valutata buona ha il crisma dell’angelo, come sostiene l’antico proverbio S'unconi pretziu s'angiulu si ddui setzit = Al boccone (al poco cibo) diviso l’angelo gioisce.

Anima = Anima. Il mondo - specie nelle ore notturne che ne favoriscono la materializzazione e l’apparizione, - è popolato di animas, creature, che si confondono con dimonius e tiaulus, demoni e diavoli. In primo luogo is animas si distinguono in anima bia, creatura vivente, e anima motta, creatura morta (che però continua a esistere e a manifestarsi come spiritu o pantasima, spirito o fantasma, conservando l’originaria sembianza. Quando di notte appare una puba, una figura di natura incerta, le si chiede: "Ses anima bia o anima motta?” (Sei anima viva o anima morta?); e se è “anima viva” risponde e si qualifica: “Ca seu su tali”, Guarda che sono il tale.
Is animas, le anime, si distinguono ancora in animas bonas e animas malas, anime buone e anime cattive. Is animas bonas sono le anime dei defunti che si trovano nel Purgatorio e molto più raramente nel Paradiso, e possono di tanto in tanto comunicare con i viventi, gente della loro comunità o del parentado. Queste animas non sono da temere, portando buona sorte, svelando enigmi, predicendo il futuro, e spesso dando anche i numeri del lotto. Is animas malas, le anime cattive, sono is animas cundennadas, le anime dannate, alle pene eterne dell’Inferno; e da queste bisogna guardarsi come da is tiaulus, i diavoli, dei quali ormai hanno preso la natura malvagia.
Vi sono anche categorie particolari di animas: is animas de is pippius mottus sene battiai, le anime dei bambini morti senza Battesimo; is animas de is cundennaus a motti, le anime dei giustiziati, alle quali si lega il culto delle anime decollate; is panas o animas de is mottas de partu, le anime delle morte di parto.

Anima = Anima. Nel significato di essenza vitale. Anima vegetativa si narat sa de is plantas, sensitiva sa de is animalis, razionali sa de s'omini = Anima vegetativa dicesi quella delle piante, sensitiva quella degli animali, ragionevole dell’uomo (Porru). Anima anche nel senso di parte interna di cose diverse, ed è anche sinonimo di mueddu, midollo. E’ detto ou cun s'anima, uovo con l’anima, uovo gallato, e ou sene anima, uovo senz’anima, l’uovo infecondo, che dai latini era detto urinus.

Animalis = Animali. Si vuole che in ogni animale alberghi un demone tipico, caratterizzato da certe qualità morali, ed è in conseguenza valutato virtuoso o vizioso, utile o dannoso. In pratica, dalla osservazione dei comportamenti degli animali, l’uomo è portato ad attribuir loro propri vizi e proprie virtù valutandoli con il proprio metro psicologico e morale. La novellistica popolare ha spesso animali come protagonisti, ciascuno di essi simboleggiante un carattere umano. Margiani, la volpe, è un astuto predatore, con il quale il pastore stipula accordi di buon vicinato con antichissimi rituali magici. Su cani, il cane, è fedele, ma servizievole fino alla vigliaccheria. Su stori, il falco, è superbo e altero. Sa carroga, la cornacchia, è una vecchia saggia. Su molenti, l’asino, è esageratamente virile ma reso stolto dalla sua foia. Su 'attu o pisittu, il gatto, ha l’anima del libertario, non ha padroni né leggi. Sa mardi, la scrofa, si sa, è una gran troia. S’egua, la cavalla, è una femmina di smodata lussuria. Su carrabusu, lo scarabeo stercorario, è l’anima nera di un avaro che vive abbrancato al suo tesoro. Vi sono animali che portano fortuna, come sa mamajola, la coccinella, e altri che portano jella, come s'attu nieddu, il gatto nero, e sa stria, la strige. Osservando il comportamento degli animali possono trarsi auspici. Alcuni animali come il cane e il maiale, considerati immondi, vengono usati per scaricare su di essi malocchi, malefici, spaventi o per farvi trasmigrare i demoni scacciati dal corpo degli ossessi.

Antoni (Sant') = Antonio (Sant’). E’ detto s'Eremitanu, l’Eremita, o anche de su fogu, del fuoco. Per antichissima tradizione, cui ricorrono numerose leggende, Sant'Antoni de su fogu è venerato dai Sardi come il loro Prometeo: a lui si attribuisce il merito di essere disceso nell’Inferno, di avere con un sotterfugio attizzato il fuoco alla punta del suo bastone di ferula e di averlo poi donato ai Sardi affinché uscissero dalla barbarie. Per celebrare il Santo eremita, nel mese di gennaio, in molte comunità dell’Isola, si preparano nelle piazze grandi falò.
Vedi Fogadoni o Tuva.

Aqua = Acqua. Fonte e sostanza di ogni forma di vita sulla terra, l’acqua è considerata una divinità presso tutti i popoli. E’ l’elemento che ha le magiche proprietà di purificare, fecondare, divinare e guarire.

Aquas de mexina = Acque medicamentose. Se ne hanno diverse: Santa (Acqua) = Santa (Acqua). Vedi.
Abrebada (Aqua) = Acqua resa taumaturgica mediante brebus. Vedi.
Patena o Medalla (Aqua) = Acqua resa taumaturgica mediante patena o medalla, medaglia miracolosa. Vedi.
Licornia (Aqua) = Acqua rituale usata nella diagnosi e terapia di alcuni disturbi della sfera emotiva. Vedi.
S’aqua, l’acqua, è la materia più diffusa nei riti terapeutici popolari.

Aragna (catalano Aranya; spagnolo Araña) = Ragno, insetto dell’ordine degli aracnidi. Sul piano magico, is aragnas, i ragni, assumono segno e valore positivi o negativi secondo la specie. Ve ne sono di domestici i quali, si crede, portano fortuna, e se ne hanno anche, di questi, raffigurazioni in filigrana usati come pendagli con funzione talismanica. Tra i domestici occupano un ruolo importante quelli che vivono negli interstizi dei muri non intonacati, protetti da una fitta tela: la loro nappa o tirinnia, la loro tela, è usata come emostatico. (Vedi). Ve ne sono anche di demoniaci, quelli volgarmente detti aragnas piludas, ragni pelosi. A questo gruppo di aragnas demoniache appartengono is argias o arzas (Vedi), le tarantole, della famiglia dei falangidi, che provocano singolari forme di avvelenamento.

Argia = Tarantola. Argia viene chiamato nel mondo contadino dei Campidani un singolare ragno che un tempo era comune nelle campagne nel periodo della mietitura del grano e che oggi è quasi estinto. Si distinguevano argias, tarantole, con macchie gialle o rosse o brune, secondo la specie. Provocava con la sua puntura su mali de s'argia (tarantolismo), un fenomeno patologico caratterizzato da disturbi della sfera psichica, che si risolveva mediante una singolare terapia di gruppo, a base di musica e ballo. Nei Campidani, s'argia, la tarantola, può essere di quattro specie: sa viuda, la vedova; sa bagadia, la nubile; sa partoxa, la puerpera; sa martura, la paralitica.

Argia (Su ballu de s') = Tarantola (Il ballo della). E nel Nuorese ballu de s'arza. Terapia diffusa in tutta l’Isola, con differenti rituali, contro il morso della tarantola.

Arza = Tarantola in logudorese.

Arza masciu e Arza battia = Tarantola maschio e tarantola vedova. Secondo lo Spano, sono le due specie note nel Nuorese, specificando che la puntura dell’arza masciu è assai più dolorosa di quella dell’arza battia.

Attitai = Lamentazione funebre. E’ la funzione propria delle attitadoras, prefiche, cioè quella di piangere e lamentare il morto, tessendone gli elogi e incitando gli animi dei presenti alla commozione o alla vendetta quando si tratti di morte violenta. Danno luogo a s'attitai, alla lamentazione funebre, le parenti del defunto e le donne del vicinato, più anticamente le prefiche, is attitadoras, donne esperte in tale arte, che svolgevano un ruolo di rilevanza comunitaria, mai prezzolato.
Il vocabolo attitai deriva dal sardo-logudorese adtitiare (secondo la grafia del Wagner) ma anche dallo stesso termine sardo-campidanese attizzai o atzizzai che hanno il significato di attizzare - sottintendendo non soltanto e semplicemente "attizzare alla vendetta”, ma anche, se mai ce ne fosse bisogno, alla commozione, a un coinvolgimento emotivo di massa: per ogni morte, sì, ma in particolare per le morti “ingiuste”, come le morti violente, le morti di bimbi e fanciulle, stroncati all’alba della vita o nel fiore degli anni.
Is attitidus, le lamentazioni funebri, normalmente sono improvvisati, ma ne esistono di scritti, di valore letterario e carichi di tensione emotiva, quali in morte di fanciulli o di latitanti assassinati da spie e carabinieri. D’altro canto, composizioni poetiche della letteratura italiana, come “Pianto antico” del Carducci o “In morte del fratello Giovanni” di Foscolo, possono definirsi attitidus. Un attitidu di notevole pregio è la composizione di Sebastiano Satta che si intitola “In morte della selvaggia”, una lamentazione funebre per una Sardegna che scompare.
Di attitidus e di altri usi funebri si parlerà diffusamente nel volume III° di questa opera.

Attitadora (e Attittadora) = Prefica. Esiste anche il maschile, attitadori, ma con altro significato, riferito a uomo piagnone. E’ chiaro che il ruolo di attitai, di lamentare i morti è proprio della donna. Ed è la donna che “attizza” negli animi virili la commozione, l’ira, la vendetta.

Attitidu (e Attittidu); al plurale, Attitidus = Lamentazione funebre. Is attitidus vengono improvvisati e declamati dalle parenti del defunto; ma sono le attitadoras, vere e proprie esperte, simili alle antiche prefiche, che danno la stura ai pianti e alle lamentazioni collettive.

Avvalliri = Intristire, vuotarsi, rinsecchire. E’ detto specialmente per le piante e più in particolare per il grano. Cust'annu su trigu s'est avvalliu = Quest’anno il grano si è rinsecchito (ossia non è giunto a completa maturazione, indurendosi prima).
Vi è chi mediante lo sguardo (oghiadoris, iettatori) o mediante mazzinas (fatture) hanno il potere di avvalliri, rinsecchire, un campo di grano - come pure di provocare morbi e morie ad animali domestici e di ammalare creature umane. Vedi Ortizzu e Allacanau.

Azziccau = Spaventato. Colui che ha subito un trauma psichico. S’azziccau, quando presenta i sintomi propri di s'azzicchidu, dello spavento, viene sottoposto alla terapia del caso.

Azzicchidu = Spavento, e più precisamente, nella materia in esame, shock, trauma psichico. Sinonimi di azzicchidu, spavento sono sprama, spreu, sustru e assustru, e inoltre di maggiore intensità i vocaboli spentumu e sprerrumu che indicano il precipizio, l’abisso, che danno luogo agli aggettivi spentumau e sperrumau, che si potrebbero tradurre con “annichilito dallo spavento”. In medicina popolare, s'azzicchidu, lo spavento, può essere lieve o grave, provocato da creature viventi (Animas bias = Anime vive) o da creature morte, spiritus e umbras, spiriti e fantasmi, (Animas mottas = Anime morte) e viene curato con terapie diverse, che vanno dalla semplice aspersione del viso o del collo con saliva o acqua, fino ai suffumigi magici e a s'imbrusciadura, un singolare rito che guarisce i traumi psichici. Vedi il capitolo S'imbrusciadura. Vedi anche Sperrumu e Sperrumau.

Azzichidu (Sinnus) = Spavento (Sintomi). S’azzicchidu, lo spavento, è considerato una malattia vera e propria, ed è assai diffusa, nei piccoli più che negli adulti, nelle femmine più che nei maschi. I sinnus o sintomi che lo caratterizzano sono: insonnia, vaneggiamenti, incubi; inappetenza, svogliatezza, vomiti; pallore del viso e sguardo assente; foruncolosi, specie nella testa; può sopravvenire nei casi più gravi febbre alta con delirio. Modo di dire comune: “D’hat pigau spreu mannu!” = Ha preso uno spavento grande! Vedi Imbrusciadura.

Babballoti = Insetto, in senso generico, specie quelli che vivono nel terreno sotto lo strato di foglie secche e sotto i sassi. Alcuni babballotis, insetti, sono ritenuti spiriti metamorfici, certi cattivi e altri buoni. Su babballoti arrumbulazzu, il porcellino terrestre, detto anche Proceddeddu de sant'Antoni (Porcellino di sant’Antonio), l’insetto che vive sotto i sassi e tra sostanze vegetali in decomposizione, si dice che porti fortuna, quando lo si tocca e si appallottola. Così pure un altro babballoti, detto babbajola o mammajola (coccinella), che è considerato guardiano di tesori nascosti e dal cui volo si traggono auspici. Teniri bonas babbajolas significa tenere molti soldi, essere ricco. Le bambine catturano is babbajolas, le coccinelle, e per propiziarsi fortuna le mettono sopra il palmo della mano aperta, recitando versetti propiziatori e augurali finché l’insetto non vola via.

Babboi = Insetto repellente, babau, spauracchio. Viene detto ai bimbi disubbidienti: “Mi' (Mira) a babboi, chi non fais a bonu! = Guarda (che viene) babboi, se non fai da bravo! Tuttavia, è approssimativo tradurre babboi con l’italiano babau. Babboi è voce di origine fenicia, da bou, tenebre, e babbou, orrore. Ho notato che il termine babboi è usato nel Campidano di Oristano per indicare un insetto repellente, che fa paura o schifo, talvolta per indicare s'argia, la tarantola. Alcune tarantolate, infatti, descrivono l’insetto che le ha pizzicate come unu babboi nieddu pixidu piludu piludu = un insetto nero come la pece molto peloso.

Battesimu = Battesimo. Rito magico - religioso di purificazione e iniziatico, cui si dà la virtù di cancellare con il “peccato originale” (il peccato di Adamo ed Eva) ogni altro peccato, e che ha il potere di esorcizzare i demoni e dare fede e sapienza all’iniziato. La materia del Battesimo consiste nelle stesse sostanze che più frequentemente ritroviamo in ogni rito magico - terapeutico: l’acqua, simbolo di purificazione; l’olio, che ha valore di crisma; il sale, simbolo della sapienza; la saliva che in quanto a umore di organi vitali rappresenta l’essenza stessa della vita. Vi sono nel Battesimo diversi aspetti di un vero e proprio rito magico terapeutico, di iniziazione, di propiziazione, talismanico. La ripetuta imposizione delle dita della mano nelle parti del corpo del battezzando ritenute vitali (mente, cuore, organi dei sensi) e is brebus, le parole sacre, danno al rito funzioni terapeutiche, in quanto esorcizzanti il male, iniziatiche, in quanto danno il carisma della fede, propiziatorie e talismaniche, in quanto richiamano sull’iniziato la protezione delle forze del bene.

Battia (Arza) = Vedova (Tarantola). Dicesi arza battia o arza viuda in logudorese una specie di tarantola, il cui morso dà sintomi simili a quelli provocati da s'argia viuda del Campidano. La terapia per il morso dell’arza battia in alcune comunità è effettuata da sette vedove.

Bèvida = Bevanda, tisana. Alcuni, come lo Spano, traducono tisana con bivanda, italianizzando. Bevida indica anche sa mexina de buffai, la medicina da bere, pozione o tisana che dir si voglia, ottenuta mediante l’ebollizione di erbe, o sciogliendo sostanze medicamentose o consistenti in aqua abrebada, un acqua resa taumaturgica mediante magia eseguita da guaritori.

Billada in campidanese e Bizada in logudorese = Veglia rituale. Si ha notizia di veglie sacre, anche attuali, per lo più collettive. Ne parla l’Angius nel Dizionario enciclopedico del Casalis. Vedi anche in sa festa de sos mortos a Orune, nel volume III°.

Bisera e Maskara = Maschera. L’uso della maschera è comune in molte cerimonie magiche propiziatorie. La maschera di per sé opera una magia metamorfica: trasfigura il volto che da umano può diventare angelico o demoniaco, affascinante o terrificante; e si acquistano i caratteri e le capacità dell’angelo, del demone, dell’animale rappresentati. Le maschere carnevalesche di Ottana e di Mamoiada, nelle Barbagie, sono maschere linnee rappresentanti animali e demoni, di espressione fortemente drammatica. Con queste maschere, durante il carnevale, si svolgono cerimonie magiche propiziatorie le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Se ne parlerà diffusamente nel volume III°. Bisera, maschera, ha anche il significato di beffa. Fattu a bisera = Fatto per beffa.

Bisir e Visir = Visir, ministro di corte. Termine usato per indicare genericamente chi amministra la giustizia. Con lo stesso significato, ma più raramente, è usato anche kadì.

Bisu = (Dal latino visus). Sogno, sonno. Bisai e anche Bisionai = Sognare, fantasticare. Nottesta happu fattu unu bellu bisu = Stanotte ho fatto un bel sogno. Ita ses, bisendidì (o bisionendidì)? = Cosa ti stai sognando (o inventando)?
Is bisus, i sogni hanno particolare rilevanza nell’arte della divinazione. In generale sono considerati segni premonitori di fausti o infausti eventi, dati all’uomo da entità spirituali durante il sonno. L’analisi e la interpretazione dei sogni consentono non soltanto di divinare, ma, con buona pace di Freud, di penetrare nei più profondi recessi dell’animo umano cogliendo le cause di certe malattie di carattere psichico e di approntare le terapie più idonee. Vi sono bruxus e cogus, uomini di magia e di medicina, esperti nella interpretazione dei sogni, e a loro ci si rivolge per conoscerne il vero significato.

Bisura = (Da bisu, viso). Aspetto del viso. Sa bisura, l’aspetto del viso, denota i sintomi della malattia e consente al guaritore di fare la diagnosi e approntare il rimedio. La tipologia del viso, nonché l’aspetto relativo all’umore, è detto anche cara. Essiri de bella cara
 = avere un viso di bell’aspetto.

Boe muliache e in campidanese Boi mulliaccas = Bue mugghiante. E’ così detto una sorta di bue mannaro, fenomeno di demoniaca metamorfosi dell’umano. Meno frequenti su ercu e sa prummunida, il cervo e l’asino mannari. Vi sarebbero certi uomini che nelle notti di plenilunio si trasformerebbero in un mostruoso bue magghiante (boe muliache), dando vita a una nuova creatura infernale che si aggiungerebbe ai mille altri demoni che dopo il tramonto emergono dagli inferi popolando le tenebre. L’orrendo essere metamorfico detto boe muliache rappresenta un penoso dramma esistenziale per colui che ne è il soggetto, e costituisce un pericolo mortale per i membri della comunità: colui che sente il suo terrificante muggito può morire dallo spavento in breve tempo. Vedi Ercu, Premmunida, Licantropia.

Brebus = Parole sacre o di natura magica. Dal latino verbum, parola. Nei riti terapeutici popolari, is brebus, le parole magiche, scandite, bisbigliate o inespresse, costituiscono elemento essenziale, potendo anche sostituire la materia curativa. Anzi, va sottolineato, che sono is brebus , spesso, a sacralizzare, a rendere terapeutica la materia usata. Specificando: qualunque materia curativa diventa abrebada, cioè magica e sacra, mediante la pronuncia di appositi brebus da parte del guaritore. Come si è accennato, talvolta sono sufficienti is brebus , per risolvere un lieve disturbo. Si dice allora a si fai is brebus, farsi fare i brebus, o anche is Vangeus, i Vangeli. Tale terapia consiste nel recitare al malato versetti magici o passi tratti dal Vangelo, per esorcizzare il demone di “quella” malattia. L’operazione è normalmente condotta da un sacerdote o da un guaritore.

Brebus de s'affumentu contra s'azzicchidu = Parole magiche nel suffumigio per guarire gli spaventi. Nella terapia detta s'affumentu (il suffumigio magico-terapeutico), praticato prevalentemente per risolvere traumi psichici e per liberare dal malocchio, sono di particolare importanza is brebus che vengono recitati tre volte durante il rito. Vedi Affumentu.

Brullas o Ciascus de sposoriu = Burle o scherzi nello sposalizio. Era usanza diffusa appendere al letto degli sposi novelli sonajolus e pitiolus (Vedi), sonagli e campanelli, in modo che la coppia consumando il matrimonio, scuotendo i suonanti aggeggi, avrebbe allontanato dal talamo e quindi dalla casa gli spiriti del male. L’usanza aveva quindi funzione scaramantica: portava bene agli sposi “attivi” liberando la loro casa dalla presenza e dagli influssi dei tiaulus, diavoli. Attualmente è diventata una burla per il sollazzo degli ospiti, i quali, in alcune comunità contadine, si intrattengono a far festa per tre giorni e tre notti: dal tintinnare che giunge dalla camera nuziale si valuta la vigoria degli sposi e si ricamano facezie e storielle piccanti. L’uso “civile” di legare barattoli all’auto degli sposi che partono per il viaggio di nozze, diffuso un po’ dappertutto nel mondo occidentale, è una variante dell’antico rito di dar piglio a sonagli o a oggetti rumorosi per liberare dagli spiriti del male la casa che ospita un nuovo nucleo familiare.

Bruxa = Maga, e più specificatamente indovina. Secondo il Dizionario del Porru, questo termine oltre a indicare la maga indicherebbe anche su logu aundi si unint is bruscias, il luogo dove si riuniscono le streghe. Vedi Bruxu.

Bruxeria = Magia, incantesimo, fattura, malia, medicina. Bruxeria è l’atto compiuto dal bruxu (mago) o dalla bruxa (maga) sia per legare che per sciogliere. Dicesi bruxeria anche lo strumento o il rito usato per compiere la magia, di segno bianco o nero. Vedi Bruxu.

Bruxeria po divinai = Magie o stregonerie per divinare. Nelle mexinas in uso nel mondo contadino, un settore cospicuo nel campo della divinazione è riservato alla scoperta dei colpevoli di reati contro la persona o il patrimonio. Quando si dubita che il male che affligge qualcuno della famiglia (o qualche prezioso animale da cortile o da lavoro) sia opera di un fattucchiere (killer armato di malefici ingaggiato da un nemico); o quando siano spariti dal loggiato o dal cortile un paio di forbici o un lenzuolo lasciato steso o una gallinella ovaiola, allora la massaia si rivolge a su bruxu (o a sa bruxa), al mago (o alla maga), che abbiano nomea di essere veri cogus, indovini, affinché compia qualcuno di quei particolari riti magici che svelano l’ignoto, affinché colui (o colei) che ha commissionato il maleficio o che ha rubato assuma un volto, prenda un nome e venga ripagato come si merita.
Si può dire che questi metodi di ricerca della verità per amore della giustizia sono assai più civili, e più umani, di quelli in uso nelle polizie di tutti i tempi, intese come “braccio armato” del potere e della giustizia. Si sa che in tempi relativamente antichi, i “giudizi di Dio”, le ordalie, le prove del fuoco e le prove dell’acqua, e altri simili metodi “divinatori” erano in auge per dirimere controversie e principalmente per dimostrare la colpevolezza o l’innocenza di un cittadino sospetto di reato. Queste singolari prove, cui erano sottoposti i sospetti, consistevano nella costrizione a compiere atti che, senza l’intervento di un potere sovrannaturale, si risolvevano sempre a danno dell’imputato. E’ assurdo, essere immersi nell’acqua e non affogare, camminare sopra i carboni accesi e non bruciarsi, immergere la mano nell’acqua bollente e non scottarsi, bere pozioni avvelenate e sopravvivere, farsi mordere da un aspide e restare indenni - o ricevere sulla lingua una lama arroventata, con la presunzione che il colpevole avendo paura ha la lingua arida e pertanto si scotta, mentre l’innocente essendo tranquillo ha la lingua insalivata e quindi non si scotterebbe.
Nel sottoporre i sospetti di reato a tali torture, spesso mortali e comunque invalidanti, c’è la presunzione (difficile dire quanto in buonafede) che Dio o le Forze del Bene, essendo a favore dell’innocente, si sentirebbero in dovere di intervenire con un “miracolo” per salvare il disgraziato ingiustamente accusato. Il fatto è che tale intervento è sempre rimasto a livello di ipotesi, e dubito che sottoponendo gli stessi accusatori e amministratori di giustizia a tali prove il Padre Eterno si scomoderebbe a muovere un dito.
Quando Gesù di Nazareth viene inchiodato alla croce, i suoi carnefici ebrei lo deridono, sapendolo un “mago”, capace di cacciare i demoni dagli ossessi e di guarire i malati, dicendogli che se egli è veramente innocente le Forze del Bene verranno a salvarlo. Anche in questo caso si configura un richiamo, seppure in senso ironico, al “giudizio di Dio”.
Le torture diffuse ancora oggi presso tutte le polizie del mondo altro non sono che una eredità di quell’antichissimo e barbarico istituto (che ebbe i suoi fasti nel Medioevo) detto ordalia e basato essenzialmente sulla prova del fuoco e dell’acqua. La stessa presunzione che sotto la tortura il sospetto, se colpevole verrà abbandonato da Dio e finirà per confessare i propri misfatti. In verità, qualunque uomo, sottoposto a sevizie (attualmente una delle più atroci torture è l’isolamento) finirà per confessare colpe non commesse e qualunque altra cosa potrà compiacere i suoi aguzzini. Gli attuali “giudizi di Dio”, dove si usano metodi più sofisticati che nel passato, non sono altro che una continuazione di antichi riti barbarici che le legislazioni attuali dicono di aver soppresso. Il sistema di potere attuale condanna verbalmente simili metodi, ma li usa più o meno nascostamente nella misura in cui gli tornano utili per eliminare oppositori irriducibili e per dimostrare la propria efficienza punitiva.

Bruxu e Bruxa = Mago e maga, fattucchiere e fattucchiera, guaritore e guaritrice. Si dice anche di persona che sa divinare il futuro. O anche più comunemente a chi ha indovinato un pensiero nascosto o ha previsto ciò che poi è realmente accaduto. Ita ses, bruxu? = Che cosa sei, mago? Su tali indovinat is cosas: debit esseri bruxu = Il tale indovina ciò che accade: deve essere mago. Il termine bruxu (a meno che non sia usato scherzosamente, come nelle frasi precedenti) viene sempre usato indirettamente, riferito cioè sempre a persona non presente. Il guaritore o fattucchiere che si va a trovare per un consulto o per avere la mexina per una malattia, non si apostrofa mai con l’appellativo di bruxu, ma con il suo nome di battesimo o con il suo soprannome preceduti da ziu, o se è famoso per le sue doti di guaritore omini santu.
Bruxa può prendere anche il significato di strega, nel senso di donna bisbetica e acida, senza che il termine contenga attributi demoniaci e di malvagità. Più propriamente, il termine strega, rispettando la derivazione dal latino (strix-strigis) si traduce in sardo con stria, che indica il barbagianni, uccello notturno portatore di una particolare malattia (Striadura - vedi) e di gravi sciagure. Vedi Stria.

Buscu = Bosco. Lo Spano, nel suo D