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MILITARISMO E MILITARIZZAZIONE DELLA SARDEGNA

è il titolo dell'intervento di Ugo Dessy al Convegno su "Industria bellica e militarizzazione" organizzato dalla Commissione antimilitarista della F.A.I. (Federazione Anarchica Italiana) svoltosi a Livorno, nei locali del "Centro di documentazione e iniziativa per la pace" l'11 e il 12 febbraio 1984.
Gli atti del Convegno sono stati pubblicati a cura della F.A.I. nel volume dal titolo:

Inform/azione antimilitarista
Industria bellica e militarizzazione. materiali e proposte di lotta A cura della Commissione Antimilitarista della F.A.I.

Editori: la F.A.I. e Umanità Nova - Livorno 1984

(Per il download del libro, cliccare sui pulsanti sottostanti)

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PRESENTAZIONE

Quando proponemmo al XVI Congresso della Federazione Anarchica Italiana (Reggio Emilia, aprile 1983) di organizzare un Convegno su "Industria bellica e militarizzazione", avevamo chiara l'importanza di fondo di questo tema. La costruzione di una forte industria militare in Italia, così ben pubblicizzata di fronte all'opinione pubblica dal boom delle sue esportazioni, non è un fenomeno isolato, né solamente il frutto di scelte volte a superare quella crisi che nella seconda metà degli anni 70 sembra aver attanagliato l'economia nazionale. Al contrario il notevole sviluppo del settore industriale interessato al bellico si inserisce a pieno titolo nell'evoluzione militarista che da almeno 15 anni caratterizza la politica dello stato italiano.
L'avere un’efficiente industria militare nazionale ha favorito il processo di ristrutturazione delle Forze Armate che, a sua volta, ha permesso la politica interventista nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Da parte sua lo spostamento dell’interesse politico-militare verso sud ha allargato il godimento delle “delizie” della militarizzazione anche alle regioni meridionali, finora relativamente risparmiate dall’invadenza militare. La fattiva presenza italiana nel Mediterraneo e in Medio Oriente necessita, poi, di un “fronte interno” sicuro; allontanata la minaccia costituita dal PCI, ormai saldamente legato al carro delle istituzioni, rimangono da controllare i settori più decisi del cosiddetto movimento per la pace, quelli che non accetterebbero passivamente coinvolgimenti dell’Italia in conflitti armati oltre mare. Occorre quindi mantenere, anzi rafforzare, un apparato poliziesco capace di neutralizzare questi settori, per questo la cosiddetta emergenza deve continuare, come ci ha detto in pratica Craxi nella sua relazione sui “servizi segreti” diffusa all’inizio del settembre 1984.
Il discorso ci ha portato lontano, ma era inevitabile data la complessità dell’argomento. Una complessità che appare chiaramente dai contributi pubblicati in questo volume che raccoglie le relazioni presentate al Convegno di cui accennavamo all’inizio, svoltosi a Livorno, nei locali del “Centro di documentazione e iniziativa per la pace”, l’11 – 12 febbraio 1984.
Molto schematicamente possiamo suddividere le relazioni in tre gruppi: il primo riguarda specificatamente l’industria bellica;  il secondo analizza i rapporti fra industria bellica, ristrutturazione delle Forze Armate e politica estera italiana;  il terzo e ultimo gruppo affronta il problema della militarizzazione del territorio, attraverso quattro casi significativi: Sicilia, Sardegna, Friuli e Lazio.
Ma, al di là dell’indubbio interesse delle singole analisi, ci pare che la particolarità, il “qualcosa in più”, di questo libro consista nel fatto che gli autori delle relazioni, non a caso tutti impegnati da anni nel movimento antimilitarista, non si sono limitati a sviscerare l’argomento trattato: tutti hanno voluto portare un contributo di proposte concrete perché il movimento antimilitarista cresca, radicandosi nel reale, con chiarezza di idee e di prospettive.
La F.A.I. organizzando il Convegno non aveva l’ambizione di dare soluzioni preconfezionate, né di portare all’esterno la “linea del partito”. Nostra intenzione era quella di fornire ai militanti antimilitaristi uno spazio per discutere e riflettere su argomenti oggi centrali per la loro attività. Il Convegno, insomma, non doveva essere un punto di arrivo; non a caso presentando la scadenza di Livorno su “Umanità Nova” parlammo di “Convegno che deve aiutarci a crescere”.
La pubblicazione di questo libro vuol proseguire il discorso di maturazione collettiva iniziata a Livorno. Con “Inform/azione antimilitarista” la F.A.I. vuol dare il proprio contributo al dibattito, sempre disponibile a confrontarsi con chiunque, individuo o organizzazione, si batta nei fatti contro il militarismo:

Commissione Antimilitarista
Della Federazione Anarchica Italiana

Livorno, settembre 1984



MILITARISMO E MILITARIZZAZIONE DELLA SARDEGNA

Ugo Dessy

Un'analisi corretta sulla natura e sui fini del militarismo non si può fare senza una tensione ideale che muove dall'amore e dal rispetto per la vita umana, non si può fare senza l'angosciosa preoccupazione che la sopravvivenza dell'Umanità è legata a un filo che può essere spezzato da una incognita.
Molte e qualificate sono le voci di monito e di allarme che si sono levate per dire ai potenti della terra di porre fine alla guerra una volta per tutte mettendo al bando gli armamenti. Come quella di Albert Einstein: «O l'umanità distruggerà gli armamenti o gli armamenti distruggeranno l'umanità» o di Bertrand Russell: «Nessuno dei mali che si vogliono evitare con la guerra è un male così grande come la guerra stessa». Voci certamente importanti, ma insufficienti senza la voce dei popoli che abbiano preso coscienza, che sappiano imporre la loro volontà di pace e di fratellanza.
 Mi sono reso conto che i valori più eccelsi dell'uomo - perfino la libertà e l'amore - non hanno alcun significato se allo stesso uomo è negato il diritto di esistere. Se non si allontana prima lo spettro dello sterminio nucleare dall'umanità, non si può fondare alcuna certezza, nulla è credibile. Per questa ragione, da molti anni dedico la maggior parte del mio lavoro alla questione della militarizzazione della mia terra e alla diffusione di tutti quegli elementi conoscitivi, utili - a mio avviso - alla acquisizione di una coscienza civile che si traduca in una ferma opposizione alla guerra, alle armi, alla violenza.
 La Sardegna si colloca insieme agli altri paesi o regioni del mondo afflitti da un sottosviluppo che è propriamente sfruttamento coloniale. Si colloca cioè sul piano e nella dimensione (culturale, sociale e politica) dei paesi del Terzo Mondo, e pertanto nella logica storica rivoluzionaria di un movimento dei popoli oppressi da poteri egemonici, esterni o interni.
 Nella attuale fase di colonizzazione della Sardegna - che ha visto entrare nell'area del Mediterraneo una nuova potenza, gli USA- sono tre le principali linee perseguite dal capitalismo:
1) l'utilizzazione dell'isola come area di basi e servizi militari;
2) come area di servizi petrolchimici, nucleari e di impianti consimili, finanziati dallo stato, di alto costo e bassa occupazione, ecologicamente inquinanti e culturalmente disgreganti;
3) come area di servizi di bassa forza e di sperimentazione sul vivo di tecniche e strumenti oppressivi e repressivi, per la conservazione del potere e il controllo totale dell'uomo. In questa terza linea rientrano numerose utilizzazioni tipiche del vecchio colonialismo: la sperimentazione di sostanze tossiche; lo sfruttamento della forza-lavoro come manovalanza a basso costo nelle industrie estere e del Nord, e come bracciantato ascaro da intruppare nei corpi militari e di polizia; I'utilizzazione di comunità storicamente resistenti alla penetrazione coloniale, come le Barbagie, per sperimentarvi nuove tecniche antiguerriglia con speciali corpi militari.
Affinché queste principali linee del disegno di potere dell'imperialismo potessero perseguirsi senza intralci, era necessario smantellare e liquidare, in tempi brevi, le strutture autonome del popolo sardo: le sue istituzioni, la sua cultura, le sue tradizioni, la sua economia, la sua lingua - in una parola la sua identità.
Per comprendere fino a che punto sia arrivato tale disegno di dominio, è sufficiente vedere ciò che resta della economia tradizionale dell'isola: la crisi, lo sfacelo della agricoltura, dell'allevamento, della pesca; lo spopolamento, l'abbandono delle campagne; lo smantellamento delle industrie estrattive; l'emigrazione di circa un terzo della popolazione che configura un vero e proprio esodo coatto; la sistematica repressione poliziesca contro i pastori - fulcro della resistenza agli invasori di sempre; ed è sufficiente vedere ciò che resta della cultura e delle tradizioni del popolo sardo: una cultura dapprima razzisticamente «inferiorizzata», quindi «mummificata» e infine «mercificata» ad uso del turista straniero. Va sottolineato che il determinarsi e il perpetuarsi di una situazione coloniale, passa anche, evidentemente, attraverso l'oppressione culturale, con la eliminazione o la riduzione delle capacità espressive di un popolo.
Nell'attuazione di questo piano di colonizzazione, gioca un ruolo importante l'ormai consolidata dipendenza storica, economica, politica e culturale della classe dirigente sarda, quella che definiamo borghesia compradora o dipendente. Che ha mostrato e mostra i suoi interessi e le sue vocazioni con pesanti connivenze con il potere dei colonizzatori. Grossolani sono stati inoltre gli errori dei partiti della sinistra parlamentare, in particolare del PCI, che sosteneva un processo di sviluppo nell'isola mediante le industrie petrolchimiche - convinto che avrebbe così creato nell'isola una classe operaia aumentando il proprio peso politico nella regione.
Nel secondo dopoguerra, come in altri paesi coloniali o semicoloniali, anche in Sardegna si sono sviluppati movimenti di liberazione e di riscatto popolari. La nascita di un forte movimento cooperativistico nell'area contadina, e più particolarmente il movimento per la occupazione delle terre incolte, sono fenomeni rivoluzionari di rilievo in quel periodo. Ed è in risposta a questi movimenti popolari di riscatto civile che viene programmato e imposto dai vertici del potere capitalista un certo modello di sviluppo industriale per la Sardegna. E' infatti da molti studiosi condivisa oggi la tesi che la scelta delle imprese impiantate nelle diverse aree dell'isola, delle loro caratteristiche e delle relative forme di insediamento, è stata fortemente se non del tutto condizionata al conseguimento di obiettivi di ordine sociale, definiti preminenti sul piano politico. Ne consegue allora che la storia dei programmi di impianto delle industrie petrolchimiche coincide in gran parte se non in tutto con le vicende storiche, con le idee e con le lotte, che hanno caratterizzato e caratterizzano la Sardegna, come popolo e come territorio, soggetta alla aggressione coloniale.
Gli economisti programmatori, fiancheggiatori del capitalismo colonialista, per giustificare l'attuale situazione di crisi economica che travaglia l'Isola, sostengono la tesi che la scelta delle industrie petrolchimiche è stata «dolorosa ma necessaria per creare le condizioni indispensabili e preliminari alla nascita di una industria di trasformazione».
E' una teoria che può essere confutata in via teorica e pratica, e altri lo hanno già fatto. Qui basterà dire che questa teoria ignora del tutto, nel momento che viene sostenuta ancora oggi, che la creazione dell'industria di base come passo «doloroso ma necessario» per la verticalizzazione dei processi produttivi, è una esperienza fatta in Sardegna da oltre quindici anni, senza che di fatto sia seguita la nascita di industrie di trasformazione.
Le petrolchimiche sono state da qualcuno definite «cattedrali nel deserto». Io aggiungo che sono «cattedrali che hanno prodotto il deserto».

L'utilizzazione militare della Sardegna da parte di potenze egemoniche è vecchia di secoli; ma soltanto in tempi recenti, con I'evoluzione tecnologica degli armamenti diventa un fatto storico di grande rilievo. Con I'avvento del nucleare, la potenza distruttiva delle armi è tale da costituire di per sé il problema più drammatico  tra quanti I'umanità ne abbia mai affrontato, perché è messa in gioco, concretamente, la sua sopravvivenza. Inoltre, ancor prima del loro impiego nella guerra, gli armamenti nucleari costituiscono già una aggressione contro l'intera umanità, a causa delle contaminazioni radioattive che le sperimentazioni comportano. Infine, viene fatta una considerazione di ordine politico-sociale: l'utilizzazione  dell'energia nucleare comporta la nascita di una tecnocrazia con un potere praticamente incontrollabile dal basso; dà luogo a un sistema con particolari misure di sicurezza, quindi la militarizzazione del territorio e in definitiva il controllo totale da parte del militarismo sulla società civile.
La Sardegna, comunità storicamente non aggressiva, tecnologicamente a livello elementare e autarchico, con strutture socio economiche autoctone di tipo arcaico, è stata suo malgrado coinvolta in una dinamica di confronto e di scontro tra due imperi di altissima tecnologia di tipo aggressivo, con immense risorse e capacità produttive. Il popolo sardo è totalmente estraneo, per cultura e vocazione, a un siffatto scontro, ma non sa estraniarsene come vorrebbe a causa della sua immaturità e debolezza politica. Tuttavia, allo stato attuale della situazione internazionale, delle norme che ancora  regolano i rapporti tra le nazioni, esistono concrete ipotesi per il riconoscimento di una nazionalità sarda, raggiungibile per vie pacifiche, con la volontà unitaria del popolo, quando ciò significherebbe contemporaneamente la nascita di un nuovo Paese mediterraneo decisamente neutrale, unilateralmente disarmato, idealmente vicino ai popoli che si battono per l'indipendenza, per la libertà, per la pace.
Anche I'attuale dibattito e le iniziative per il riconoscimento, la conservazione e lo sviluppo dell'identità culturale e linguistica dei sardi, hanno un senso storico e politico, se si pongono come fine ultimo la creazione non di un altro stato satellite, ma di un paese nuovo e più avanzato sul piano dei valori civili, con strutture smilitarizzate e disarmate, pacifico e difensore della pace.
Con l'avvento dell'era tecnologica, la filosofia della violenza, del militarismo, della corsa agli armamenti, porta ineluttabilmente alla guerra, allo sterminio dell'umanità, alla fine della vita sulla terra.
L'unica filosofia politica oggi vincente è quella della non-violenza, del disarmo totale, della pace; è l'unica che possa garantire la sopravvivenza dell'umanità, del progresso e della civiltà.
Tutto ciò significa anche dover prendere atto, preliminarmente, della complessa realtà militare in cui la Sardegna è comunque immersa, conoscere la struttura della moderna macchina bellica e le nuove strategie che la muovono, conoscere i disegni del militarismo nazionale e internazionale, e i rapporti di interdipendenza tra potere militare e potere economico e politico, e gli stretti legami che uniscono la scienza e la tecnologia con I'arte della guerra, conoscere infine le capacità distruttive delle nuove armi e i loro costi e i pericoli mortali che costituiscono per I'uomo e per il suo ambiente - sia come presenza «passiva», sia come presenza «attiva» quando fossero usate.
Se é vero che queste armi costituiscono un pericolo mortale già in atto per via della contaminazione da esperimenti, e che in vista del loro uso costituiscono un pericolo per la sopravvivenza dell'umanità, è anche vero che per alcuni paesi, come la Sardegna, più direttamente e pesantemente coinvolti, si aggiungono i danni derivanti dalla presenza di basi nucleari: non soltanto per eventuali incidenti o per la certezza d'essere i primi a subire un attacco atomico, offensivo o di ritorsione, ma per le pesanti limitazioni che comportano allo sviluppo economico e sociale della comunità.

La domanda che a questo punto ci si pone è «Perché la Sardegna?» A questa domanda si possono dare diverse risposte: alcune di carattere obiettivo, correlate alla geografia, e altre di carattere storico politico correlate alla cultura di un popolo di antichissima civiltà, perennemente invaso da potenze straniere, e tenacemente «resistente».
1) La natura geografica. La posizione al centro del Mediterraneo, l'insularità, la conformazione orografica, lo sviluppo delle coste, a tratti ricche di spiagge e insenature e a tratti inaccessibili, sono elementi che hanno contribuito a fare della Sardegna una munita roccaforte chiave di volta strategica per l'egemonia militare nel bacino del Mediterraneo. Queste stesse caratteristiche - pur con le nuove tecnologie e strategie di guerra e di dominio - non potevano non interessare l'imperialismo USA che - anche e in modo preminente in questa area - si confronta con I'imperialismo sovietico.
Già nei primi anni successivi alla seconda carneficina mondiale, all'atto della costituzione della NATO, nell'aprile 1949, il Comitato Militare, la massima autorità dell'alleanza con sede a Washington, decideva sulla carta le sorti della Sardegna. L'isola era da considerare il naturale fulcro dell'asse che avrebbe congiunto le basi della Spagna con quelle della Turchia (e/o Grecia): un anello fondamentale della catena - si disse - che avrebbe costituito il fronte strategico dell'Alleanza nel Mediterraneo.
Inizia così il processo di utilizzazione militare di questa regione. Vi sorgeranno in una escalation che non accenna ancora a concludersi numerosi insediamenti: la più importante base aerea dell'Europa per l'esercitazione al tiro di aerei supersonici; basi-rifugio e  basi di mantenimento per sommergibili a propulsione e armamento nucleare; poligoni di tiro per aerei supersonici; poligoni per la sperimentazione di nuovi missili; rampe missilistiche; depositi di carburante, arsenali; poligoni di esercitazione per unità corazzate e truppe da sbarco; vaste superfici terrestri, marittime e aeree riservate alle esercitazioni belliche.
2) Non vi sono in questa regione - si sostiene - interessi economici di grossa portata o di tale peso socio-politico da costituire una remora capitalistica al disegno di una sua utilizzazione militare intensiva e indiscriminata. Si aggiunge che vi sono nell'isola ampi spazi scarsamente popola, e pertanto idonei alle esercitazioni belliche. Ciò può anche essere vero. Ma bisogna precisare che le «situazioni socio-economiche favorevoli» sono state coltivate e prodotte con una serie di ben dosati interventi da parte del governo centrale, connivente il governo regionale, per spianare la strada all'occupazione militare. Infatti, proprio nel periodo in cui il Pentagono rivolge la sua attenzione alla Sardegna (fine anni Quaranta, inizio della «guerra fredda»), dapprima in forme larvate e poi sempre più scopertamente, ha inizio l'operazione di smantellamento delle strutture economiche produttive tradizionali e la degradazione di ogni forma di espressione culturale autoctona.
L'opera di depauperamento e di desertificazione è stata abilmente mascherata con una serie di false riforme e di falsi piani di sviluppo. In questa operazione rientrano: la bonifica antimalarica attuata dalla Fondazione Rokfeller, subito dopo la seconda carneficina mondiale, che per debellare l'Anopheles ha sommerso l'intera regione di DDT - sperimentando sulla pelle dei sardi un prodotto chimico altamente tossico, per rendere asettico l'ambiente in vista dello sbarco dei marines. Ancora, la creazione deII'ETFAS, l'ente di riforma agraria, allo scopo di disgregare l'ancora giovane movimento cooperativistico dei contadini, imponendo una «proprietà perfetta» su pietraie sterili.
Ancora il progetto Pilota dell'OCSE (OECE), un intervento culturale, che mascherava un capillare lavoro di condizionamento culturale, sociale e politico di un «fattore umano» storicamente resistente alla penetrazione coloniale. E così via fino all'impianto delle industrie petrolchimiche, consistenti in mastodontiche raffinerie.
In questa operazione non c'è spazio per i settori dell'economia tradizionale; lo stesso patrimonio naturale è in via di estinzione, sempre più soffocato e isterilito da una militarizzazione indiscriminata, da sempre più diffusi insediamenti petrolchimici e chimici altamente inquinanti, da criminali incendi che finiscono di ridurre in cenere quel poco di patrimonio boschivo risparmiato dalle rapine dei carbonai dei colonizzatori toscani e piemontesi. Il fenomeno di emigrazione, che è stata una vera e propria deportazione (circa  800mila unità lavorative su una popolazione di un milione e mezzo, in 30 anni), ha spopolato paesi e campagne. Si registra così il progressivo smantellamento delle miniere da parte degli imprenditori, che spostano i loro capitali in altri settori «incentivati»; l'abbandono e il decadimento dell'agricoltura, della pastorizia e della  pesca; l'assoluta assenza di un programma regionale di sviluppo nel settore del turismo che pure - in prospettiva - appariva già allora come il più redditizio.
3) La presenza nelle zone interne (Barbagie) di una cultura autoctona, resistente alla penetrazione coloniale (e quando si provochino e si verifichino risposte violente, il cosiddetto fenomeno del «banditismo») determina una condizione ideale per l'esplicazione del potere militare, in quanto consente con l'alibi della lotta al banditismo, sperimentazione di tecniche repressive legate al concetto di guerra totale. Rastrellamenti e battute in vaste zone comprendenti interi paesi, esercitazioni di truppe speciali paracadutate o eliotrasportate sono aspetti più propri della contro-guerriglia (forma della moderna guerra d'invasione), che di repressione interna delle opposizioni popolari.
4) Il massiccio insediamento di petrolchimiche, di industrie chimiche e di raffinerie (cui si aggiungono gli impianti termonucleari) ha favorito e favorisce la diffusione di basi militari.
Tali impianti, degradando l'ambiente, creano il deserto di cui necessitano i comandi militari. per le esercitazioni e le sperimentazioni di nuove armi. Le petrolchimiche, più di altre industrie, sono correlate e complementari alla moderna macchina bellica. Le industrie chimiche producono i propellenti per missili, da sperimentare negli stessi poligoni sardi, prima del loro impiego tattico e pratico. Producono inoltre le sostanze tossiche per le armi chimiche, di cui sono pieni gli arsenali, da impiegare nella guerra del futuro.
5) Un incentivo politico alla militarizzazione dell'Isola è stato dato dalla classe dirigente indigena, espressione della borghesia compradora, asservita agli interessi del padrone continentale e yankee. Da parte di questa mala genia, mai e poi mai è stato mosso un dito per alleviare la miserabile situazione del popolo, per difenderlo dalla oppressione e dallo sfruttamento coloniale.
E quando per eccezione, sull'onda di esplosioni di rabbia popolare, i compradores hanno levato parole di protesta contro gli abusi del colonizzatore, è stato per calcolo demagogico; blandire il popolo e scongiurare l'insurrezione; tentare di ridarsi un minimo di credibilità; ottenere dal padrone continentale maggiori privilegi agitando lo spauracchio di una rivolta di cui essi con il potere si ritenevano arbitri.
In verità, con tale classe politica, la Sardegna è aperta a tutti i pirati che approdano sulle sue spiagge.
6) La situazione di sottosviluppo economico - una condizione niente affatto «naturale» ma «storica», in quanto prodotta dall'oppressione e dallo sfruttamento - pur alimentando nel popolo la rivolta, lo prostra e lo castra nella assillante quotidiana ricerca di forme e di mezzi per la sopravvivenza materiale. Un popolo affamato e degradato è frenato nella ricerca di formule di risposta organizzata contro il potere «scientifico» del dominatore. E quando anche le componenti più avanzate del popolo mostrano di sapersi organizzare come opposizione politica, il sistema dispone dell'arma giuridica di «criminalizzare» ogni gruppo e ogni azione che minacciano l'ordine costituito. Da qui l'assenza di una risposta antimilitarista generalizzata, efficace. Tuttavia, ciò non deve significare che in una situazione di sottosviluppo economico e culturale un popolo non possa prendere coscienza, seppure faticosamente, della propria realtà di oppresso, rigettare le deleghe, gestire in proprio la lotta contro l'oppressore. La questione, a mio avviso, sta nel trovare nella propria cultura strumenti e mezzi di informazione e di educazione che coscientizzino sempre più numerose componenti sociali, fino alla creazione di un movimento di liberazione.



MA IN QUALE MISURA LA SARDEGNA  E' OCCUPATA DAI MILITARI?

La Sardegna ha una superficie terrestre di 2.408.900 ettari. Di questi, ben 187.000 risultano essere in mano ai militari. Una superficie pari a circa il 7,8% dell'intero territorio. La Sardegna ha uno sviluppo costiero di 1.849 Km., di cui il 20% circa cioè 360 Km., sono spiagge. Qui non è possibile ricavare dati esatti, neppure facendo il conteggio delle aree interdette alla pesca e alla navigazione. Si può dire che, a parte1 360 Km. di spiaggia accessibili normalmente alla popolazione, dove si può svolgere attività turistica o di pesca, ci sono 1.490 Km. di coste che i militari usano a loro piacimento - e ciò anche quando non siano specificatamente interdette all'uso civile. Sulla occupazione e utilizzazione militare delle coste, vedremo più dettagliatamente nella mappa allegata.
Per quel che concerne lo spazio aereo, l'unico spazio consentito al traffico civile è quello quasi lineare descritto sulla carta geografica da una «y», con il piede a Cagliari Elmas e le estremità delle due  braccia, una ad Alghero e la altra a Olbia.
Si è accennato al fatto che le basi militari, comprese quelle di uso «temporaneo», comportano sempre numerose «servitù», ovvero limitazioni, anche pesanti, alla organizzazione delle comunità civili e al loro sviluppo; non soltanto all'interno, ma anche all'esterno del territorio «effettivamente» occupato.
Pertanto, quando si parla di basi militari, bisogna tenere presente nella valutazione delle superfici militarizzate e nei condizionamenti relativi, tre distinti livelli:
a) superfici occupate permanentemente ed esclusivamente dai militari per loro usi specifici;
b) superfici non permanentemente occupate dai militari ma permanentemente interdette ai civili. Sono queste di solito le superfici cosiddette di «sicurezza» intorno alle basi o ai poligoni o ai centri di addestramento o alle polveriere o a qualunque altro impianto, anche non pericoloso;
c) superfici non permanentemente occupate dai militari e temporaneamente interdette ai civili - si tratta di aree usate per esercitazioni «stagionali».



MAPPA DELLE PRINCIPALI BASI E SERVITU' MILITARI DELLA SARDEGNA

Preciso che la prima bozza di questa mappa è stata da me presentata al 1° Congresso antimilitarista di Milano il 4-11-'69, è stata poi pubblicata per gli editori Marsilio di Padova nel 1972 e ripresa dalla stampa italiana ed europea; è stata copiata nel 1976 dalla Regione Sarda che se la è attribuita dandole il crisma della ufficialità, fino al 1980, anno in cui il Comando Militare della Sardegna ha fornito i propri dati; è stata aggiornata e ripubblicata nel 1978 per l'Editore Bertani di Verona; infine, nel 1979 è apparsa come cartina allegata alla rivista «Sardegna Libertaria».
1) Cagliari e adiacenze. Dal Borgo Sant'Elia a Calamosca, alla Sella del Diavolo, fino alla Grotta dei Piccioni: impianti radio e radar; poligoni di tiro; depositi di carburante per mezzi aeronavali; base rifugio per sommergibili nucleari.
Nel porto: serbatoi di carburante; depositi di esplosivi; oleodotti della Marina e dell'Aviazione Militare.
A Nora: stazione ecogoniometrica a lungo raggio.
Alcuni depositi di carburante sono raccordati con la base aerea di Decimomannu; le tubature attraversano la periferia della città. Tali depositi e tali raccordi costituiscono un grave pericolo per la popolazione.
2) Capo Teulada. Vi è il CAUC, Centro di Addestramento per Unità Corazzate, dell'esercito italiano, dove si addestrano anche reparti NATO e della VI° Flotta USA, in manovre combinate terra-mare-aria.
La superficie occupata é di circa 10.000 ettari; la superficie interdetta durante le esercitazioni a fuoco per oltre 300 giorni all'anno è di circa 30.000 ettari.
3) Zona costiera Sulcis Iglesiente. Praticamente tutta la costa che da Capo Teulada va fino a Capo Frasca - oltre 100 Km. di spiagge - è interdetta a opere di valorizzazione civile e di sviluppo turistico perché «zona di esercitazioni aeree e aereonavali» della  NATO e della VI Flotta USA.
4) Decimomannu. Aeroporto della NATO. Superficie occupata, circa 1.500 ettari. Si tratta di terreni sottratti ai comuni di Decimomannu, Villasor e San Sperate. E' grande quanto tre aeroporti civili.
Fino al 1970 veniva usato dai canadesi, tedeschi e italiani, i quali ne possedevano rispettivamente la quota del 40, 40 e 20%. Dal 1970 i canadesi sono stati sostituiti dagli americani. Viene usato per l'addestramento dei piloti dei caccia-bombardieri supersonici, che si addestrano al tiro nel poligono di Capo Frasca. Ogni cinque settimane - secondo notizie riprese da «Der Spiegel» - l'aeroporto sforna 100 piloti addestrati all'uso di armi atomiche, combat ready, ovvero «pronti al combattimento».
5) Serrenti. Base e polveriera dell'Aviazione Militare. E' situata a pochi Km. da Decimomannu e a un Km. dall'abitato di Serrenti. Vi è dislocato un nutrito distaccamento militare.
6) Capo Frasca e dependences. Poligono di tiro per aerei supersonici NATO e USA di stanza a Decimomannu. Occupa un'area di circa 5.000 ettari. La superficie interessata durante le esercitazioni a fuoco quotidiane è di circa 30.000 ettari. Gravi limitazioni derivano alle attività lavorative dei contadini e dei pastori.
Le dependences si trovano a Torre Grande, la marina di Oristano, dove sono situati impianti radar, eliporti, basi di sussistenza. Nel Sinis di Cabras: ventilata base NATO di circa 200 ettari. La base è rientrata a furor di popolo nel 1976; ma la base si farà: in questi ultimi due anni sono ripresi gli espropri per uso militare.
7) Siamaggiore. Postazione militare con centro di intercettazione di radiocomunicazioni internazionali «di carattere riservato» - cioè a uso della CIA e di altre organizzazioni spionistiche.
8) Monte Arci.  Base che verrà utilizzata anche dalla NATO.
Ospita sofisticati impianti radar correlati alle esercitazioni aeree su Capo Frasca. Probabile utilizzazione per l'impianto di basi missilistiche. La base di Monte Arci prevede l'esproprio e la utilizzazione a nord di Monte Urtigu, nel Montiferru, e a sud di Monte Linas nel Guspinese, e a ovest della penisola del Sinis.
L'area espropriata, nel solo Monte Arci, è per il momento di 9.000 metri quadrati.
9) Salto di Quirra. Poligoni missilistici sperimentali e di addestramento interforze della NATO; i Tedeschi ne possiedono l'85%. I poligoni sono situati presso il paese Perdasdefogu e lungo la costa a Capo S. Lorenzo. Vi si eseguono prove sperimentali in volo di prototipi di missili, prima della loro produzione in serie. Vi si sperimentano anche nuovi propellenti. Vi si addestrano reparti speciali della NATO e della VI° Flotta USA.
La superficie occupata è di circa 45.000 ettari. La superficie interdetta durante i frequenti lanci missilistici e le esercitazioni è di circa 145.000 ettari - coinvolgendo due regioni, il Sarrabus e l'Ogliastra, con 14 comuni.
10) L'Isola di Tavolara. Base per sommergibili nucleari (gli  Hunter Killer) forniti di missili a lunga gittata, con testate multiple MIRV. E' anche base di addestramento al tiro e di manovre di sbarco per marines USA. E' dotata di impianti radio a lungo raggio. Superficie: oltre 600 ettari.
l1) Arcipelago di La Maddalena. La Maddalena e le isole minori sono per la maggior parte vincolate da servitù militari. La Maddalena è considerata roccaforte della Marina: depositi di carburante; arsenali; batterie; caserme e fortificazioni.
A Santo Stefano - tra La Maddalena e Palau - base nucleare USA, costituita da una nave-appoggio con attracco fisso (del tipo della mastodontica Gilmore), per la manutenzione, il mantenimento e la riparazione dei sommergibili a propulsione e armamento nucleare.
E' la base obiettivamente più pericolosa, per i pericoli di inquinamento radioattivo che comporta, cui sono attribuibili nelle popolazioni cancri, leucemie, nascite mostruose.
La sola Isola di La Maddalena - totalmente militarizzata - ha una superficie di 3.549 ettari.
l2) Barbagie / Pratosardo / Pratobello / Nuoro.
 Barbagie. In zone imprecisate: aree di esercitazioni al lancio di truppe speciali paracadutate. Area privilegiata per esercitazioni di polizia in manovre antiguerriglia.
 Pratosardo. Tra Nuoro e Orgosolo: polveriera dell'esercito e comando artiglieria, con sede di specialisti artificieri.
 Pratobello. Comune di Orgosolo. Poligono di tiro per unità di artiglieria dell'esercito. Installato nel 1969, nello stesso anno durante le esercitazioni, è stato smantellato a furor di popolo.
 Nuoro. Supercarcere di Bad'e Carros.
13) Monti del Limbara. In zone imprecisate: rampe missilistiche; impianti radio e radar. Il ministero della Difesa ha espropriato circa 5.000 ettari. Non è dato però sapere il dato della superficie demaniale militarizzata.
14) Tempio. Base della NATO per ricerche ed elaborazione dati; impianti radio e radar.
15) Capo Marargiu. Nel triangolo compreso tra Capo Marargiu, Monte Minerva e Scala Piccada (nella regione tra Bosa ed Alghero):aree utilizzate per usi militari e paramilitari; campi di addestramento per corpi speciali antiguerriglia, organizzati a suo tempo dal SID, CIA e fascismo internazionale. La zona a mare ha tratti di costa inaccessibili, ricche di grotte e insenature: si parla di una sua utilizzazione per esercitazioni per truppe da sbarco. Si ha anche notizia della ipotesi di utilizzazione di questa zona come base di rampe missilistiche; la notizia, pubblicata all'inizio del 1978, non è stata smentita.
16) Isola dell'Asinara. Carcere bunker per deportati politici e mafiosi.
17) Castiadas. Carcere speciale predisposto nel 1964 per contenere dai 3 ai 4 mila deportati politici, secondo i piani del ventilato colpo di stato fascista di quell'anno - rinviato a tempi più propizi.
18 ) Isola del Mar di Ventre. Al largo del golfo di Oristano: ventilata base per l'addestramento di truppe speciali.
NOTA. In questa mappa mancano diversi dati e mancano molte servitù militari minori, quali caserme, eliporti, acquartieramenti, magazzini di sussistenza, poligoni di tiro, carceri militari e civili, batterie e trinceramenti, fortilizi e fortini, depositi di munizioni e di carburante - che in parte tralascio per ragioni di spazio e in parte perché non ho potuto censirle nel mio studio.

L'escalation continua
Da due anni a questa parte si hanno notizie ufficiali di nuovi espropri e occupazioni, di nuove presenze di armati e armamenti, di utilizzazione di nuovi tratti di mare e di costa per esercitazioni di sbarco - e si hanno anche notizie di altri sempre più preoccupanti incidenti, di gravissimi pericoli di contaminazione radioattiva.
La situazione, estremamente drammatica esige una precisa e decisa presa di posizione delle popolazioni sarde, per fermare il dissennato disegno che lentamente soffoca ogni possibilità di sviluppo della vita economica e civile in questa terra.
Attualmente, i fatti più preoccupanti che hanno segnato un nuovo giro di vite nella militarizzazione della Sardegna possono brevemente sintetizzarsi:
1) Utilizzazione della costa sud-orientale, grosso modo da Capo Ferrato a Capo Comino, oltre 130 Km. in linea d'aria, principalmente per esercitazioni aeree, navali e terrestri della NATO e della VI° Flotta USA.
Aumento del ritmo di sperimentazione missilistica nei Poligoni Interforze di Perdasdefogu e di Capo S. Lorenzo.
Stesso uso viene già fatto della costa sud-occidentale, grosso modo da Capo Teulada a Capo Frasca, per esercitazioni aeree NATO e USA, una zona costiera di oltre 100 Km., compresa tra il CAUC, Centro di Addestramento per Unità Corazzate, e il Poligono  di tiro per aerei supersonici.
Ciò significa, in tempi brevi, la fine di ogni possibilità di sviluppo del turismo e della pesca anche nelle coste Sud-orientali.
2) Ancora nella regione di Salto di Quirra, in relazione al potenziamento dei Poligoni missilistici Interforze (praticamente in mano ai tedeschi), sono in atto espropri di terreni nei comuni di Villaputzu a Sud e di Villagrande a Nord.
Per quel che riguarda Villaputzu, i nuovi espropri sono di tale gravità che non è esagerato definirli un attentato alla sopravvivenza della già povera e sacrificata comunità. Ecco in cifre la situazione di Villaputzu:
Sono già stati espropriati i 4/10 della superficie del comune, paria ha. 1.679.47.45 di cui ha. l 217.92.35 nella Piana del Cardiga e ha. 461. 55.10 nella Piana del Quirra.
A questi ettari vanno aggiunti quelli espropriati ai privati, 48 famiglie contadine, ai quali sono state sottratte dai militari parecchie centinaia di ettari senza che in diversi casi, dal 1959 a oggi, siano state pagate le indennità di esproprio.
Su circa 5.000 abitanti, con una forza lavorativa di circa 2.500 unità, a Villaputzu ben 1.500 sono gli emigrati e 500 sono i disoccupati.
Ugualmente tragica la situazione di Villagrande, dove i militari vogliono prendersi altri 200 ettari dopo essersi impadroniti di ben 4.500 ettari, cioè circa 1/4 dell'intero territorio - secondo dati forniti dal comune.
3) Ancora in quella stessa regione, nelle coste orientali, creato ormai il precedente, la Marina di Orosei verrà utilizzata sempre più spesso dai marines della VI Flotta in esercitazioni di sbarco, del tipo già in uso a Capo Teulada e altrove. E' infatti del 25 marzo 1980 la sconcertante notizia che, senza alcun preavviso alle popolazioni della zona, truppe speciali americane si sono esibite in uno spettacolare sbarco d'attacco nella Marina di Osalla, presso Orosei. E' stato un gesto provocatorio e strafottente, tipico del militarismo, che «ha la funzione di distruggere ciò che il lavoro umano crea».
4) E' previsto, ed è in parte già in atto l'allargamento e il potenziamento della base NATO, il Poligono di tiro per aerei supersonici di Capo Frasca e delle dependences.
Dopo l'occupazione militare dell'intera penisola di Capo Frasca (circa 5.000 ettari sottratti e oltre 30.000 interdetti), che già di per sé ha gravemente limitato e danneggiato lo sviluppo economico e civile dei comuni di Arbus, Terralba, Guspini, San Nicolò di Arcidano, e che ha cancellato il villaggio di S. Antonio di Santadi, situato ai margini del Poligono, era nella logica di quel complesso sistema bellico il suo ampliamento, la sottrazione di sempre nuovi spazi «strategici». Dopo l'utilizzazione logistica di Torre Grande, marina di Oristano, in crescendo, correlata allo sviluppo della moderna macchina bellica, é seguita l'occupazione di tutti i punti strategici, per il controllo e la guida da terra mediante sofisticate apparecchiature elettroniche del volo automatico e delle esercitazioni a fuoco su bersagli fissi e mobili. Da Capo Frasca quindi a Torre Grande; poi l'occupazione del Monte Arci a Oriente e quindi, a breve scadenza, di Monte Urtigu, nel Montiferru, a Nord, e di Monte Linas, nel Guspinese, a Sud. Infine, l'utilizzazione sempre più massiccia della penisola del Sinis - divenuta in pratica un corridoio di volo per gli aerei supersonici provenienti da Decimomannu e diretti al Poligono (oltre 100 al giorno esclusi quelli, di numero imprecisato, provenienti dalla VI° Flotta).
La prima notizia ufficiale della decisione dei militari di volersi insediare nel Sinis è del settembre 1976. Il primo lotto degli espropri era di circa 200 ettari. Tale decisione venne rinviata a causa della dura reazione delle popolazioni. Nel 1980 gli espropri vengono riconfermati.
5) Anche l'aeroporto militare di Decimomannu, il più importante del genere in Europa, si ammoderna e si allarga. Oltre il comune di Decimomannu, l'aeroporto occupa terreni di S. Sperate e di Villasor. I recenti espropri toccano il territorio di Villasor.
La situazione di Villasor, esposta in cifre, è la seguente: su 8.600 ettari, la superficie occupata dai militari è di 372 ettari; di cui 318 occupata dall'aeroporto e 54 dalla polveriera. Il tutto è pari al 4%. Ma la superficie «vincolata», in pratica interdetta alle attività civili, è di ben 1250 ettari, pari al 14% - la zona agricola migliore, dice la  comunità.
Va precisato che a queste superfici, relative al solo territorio di Villasor, vanno aggiunte quelle sottratte ai comuni di Decimomannu e di San Sperate, che ammontano a circa 1.500 ettari - più le superfici interdette di cui ora non ho i dati esatti.
Ora, in aggiunta ai precedenti, si sono espropriati a Villasor altri 160 ettari di buon terreno agricolo, per situarvi una nuova polveriera connessa all'aeroporto. Inoltre, tutto intorno, una fascia di 300 metri «desertificata», per evitare danni alla gente in caso di incidenti. C'è però chi sostiene che, in tale malaugurata ipotesi, data l'attuale potenza degli esplosivi, salterebbero per aria tutti e tre i paesi vicini.
6) Altra sgradevole novità nella militarizzazione della Sardegna è l'allargamento e I'ammodernamento dei vecchi poligoni di tiro in territorio di Macomer. Il nuovo poligono - già in funzione - occupa diverse decine di ettari.
Le novità sulla base nucleare USA di Santo Stefano a La Maddalena consistono nel fatto che a distanza di dieci anni dal suo insediamento non esiste ancora nessun serio controllo della radioattività, né esiste una sensibile rete di allarme e neppure un piano di emergenza in caso di incidente. Il controllo della radioattività era stato demandato alla Provincia dopo l'incidente del nucleare USS RAY del 20 settembre 1977. La Provincia avrebbe dovuto provvedere all'allestimento e alla gestione di un laboratorio di analisi, con il finanziamento del Ministero della Sanità. Il Ministero non finanzia, e così il laboratorio non funziona. Sulla rete di allarme c'è da dire che secondo alcuni «non esiste»; secondo altri esiste come progetto del CNEN (dal 13 agosto 1972, anno dell'impianto della base nucleare: troppo sollecito per essere vero). In ogni caso c'è anche chi specifica che la rete in progetto sarebbe «una rete anomala, perché non fornisce dati relativi specificatamente alla presenza sottomarina nelle acque dell'arcipelago, ma solo alle ricadute radioattive conseguenti ad esplosioni nucleari nell'atmosfera». Insomma andrebbe bene, se si fosse, in zona di esplosioni nucleari sperimentali, non lì dove ci sono sommergibili a propulsione nucleare. Sul piano di emergenza, che preordina lo sgombero delle popolazioni in caso di incidente, a cui non si può dare che valore esorcizzante, il prof. Giovanni Berlinguer ha detto lapalissianamente che «non elimina il pericolo atomico». Infatti, chiude - come si dice - la stalla dopo che i buoi sono scappati. Gli amministratori del comune di La Maddalena ammettono oggi, sia pure a denti stretti, di avere valutato male la questione, dando il loro benestare all'insediamento. A me pare che non si siano ancora resi conto dei reali pericoli che questa base comporta per la salute delle popolazioni. Nell'ordine del giorno da essi votato all'unanimità il 25 marzo 1981, si dice in sostanza: «se le autorità  competenti non assicureranno adeguate misure di sicurezza chiederemo l'immediato allontanamento della base nucleare».
Orbene, diciamolo chiaramente, basta sentire l'opinione di un qualunque fisico nucleare: non esistono misure di sicurezza tali da scongiurare i pericoli di inquinamento radioattivo; esistono soltanto apparecchiature per misurare i livelli di contaminazione - non sono protetti, ad esempio, certi molluschi dall'accumulo di Cobalto 60 nelle acque di La Maddalena, né la gente che si ciba di quei molluschi.
Non si tratta di creare allarmismi; qui si tratta di salvare la salute e la vita stessa dell'uomo. Intanto è di pubblico dominio che le indagini effettuate dal CNEN a poco più di un anno dall'insediamento della base hanno riscontrato la presenza di sostanze radioattive, in particolare accumulo di Cobalto 60 nelle pinne nobili, un mollusco comune in quelle acque. Ed è risaputo che il Cobalto è un terribile cancerogeno.
Come si può dimenticare la preoccupata interrogazione del consigliere provinciale Pasqualino Serra, il 27 marzo del 1974? Riascoltiamolo: «Dopo l'allarmante notizia che in Giappone si è verificato un pauroso aumento del livello di radioattività nelle zone frequentate dai sommergibili nucleari, si impone il preciso dovere morale di tutelare le nostre genti da spaventose sciagure, al di sopra di qualunque ideologia politica e di qualsivoglia tentativo di strumentalizzazione. In nome di Dio le chiedo se è vero che a La Maddalena sono state rilevate tracce di Cobalto, così come in Giappone; se è vero che una cortina di silenzio impedisce la conoscenza ufficiale della notizia; se è vero che il segreto militare impedirebbe di effettuare le uniche valide rilevazioni nella zona sottostante i sommergibili...»
I dubbi angosciosi del Serra venivano purtroppo confermati qualche tempo dopo (il 3 maggio dello stesso anno) da un documentato studio del pretore di Roma Gianfranco Amendola.
Sono trascorsi ormai oltre 8 anni da quella drammatica scoperta c'è ancora chi continua a fingere di credere nella innocuità della base, e c'è chi purtroppo continua a morire di cancro e leucemia.



CONSIDERAZIONI SUL MILITARISMO

Per finire, vorrei fare alcuni considerazioni sul militarismo.
Si sta diffondendo il principio secondo cui un conflitto tra due o più stati, con armi convenzionali e geograficamente limitato, non è la guerra: riservando I'uso di questo termine a conflitti generalizzati, come quelli del '14 -'18 e del '39-'45. Da qui l'idea, che contagia un po' tutti - forse anche sostenuta da inconscio desiderio - che dal 1945 il mondo sta vivendo un lungo periodo di pace. E questa pace - sottolineano i governanti - la stiamo godendo grazie agli eserciti e alle armi, che bisogna potenziare sempre più, giusto il principio di quei ladroni che furono gli antichi romani: «Si vis pacem para bellum».
In verità, mai pace fu più armata e giù guerreggiata di questa che stiamo vivendo. In 36 anni, dal 1945 al 1981 - secondo le statistiche - si sono avuti nel mondo oltre duecento conflitti e centocinquanta sanguinosi colpi di stato, per un totale di 25 milioni di morti e oltre 100 milioni di feriti. E in questi ultimi due anni assistiamo a un rialzo delle attività belliche - dal conflitto anglo-argentino per le Falkland a quello tra iraniani e iracheni; dal Ciad al Libano, a El Salvador, al Nicaragua, all'Afghanistan, fino allo sbarco dei marines USA a Grenada. Per non parlare di quel sempre più diffuso fenomeno di criminalità politica, detto terrorismo, organizzato su schemi militari, che svolge vere e proprie azioni di guerra. E qui, per inciso, va detto che a mio avviso la diffusione del terrorismo non è da considerarsi semplicisticamente «rivolta delle classi oppresse», ma più precisamente atti di guerra non dichiarata tra potenze rivali, per destabilizzarsi l'un I'altra. Insomma, un modo neppure tanto nuovo, di portare lo scompiglio in casa d'altri, quando non anche in «casa propria», con il terrore delle stragi.
Un così gran numero di conflitti, sia pure geograficamente limitati, ha comportato danni immensi alla economia dei paesi belligeranti; e nel contempo ha portato ingenti profitti ai paesi produttori e trafficanti di armi. Il commercio delle armi nel mondo è stato valutato nel 1980 intorno ai centomila milioni di dollari all'anno. Stati Uniti e Unione Sovietica sono i maggiori produttori di armi; essi hanno quindi tratto i maggiori profitti da queste guerre e da queste stragi - oltre ad avere avuto I'opportunità di sperimentare «sul vivo» nuovi sistemi di armi e nuove strategie belliche. Dal canto suo, l'Italia dell'inflazione e della disoccupazione risulta essere una delle nazioni maggiormente impegnate nel traffico di armi: è al quinto posto nella graduatoria dei paesi cosiddetti «civili».
Quale pace, dunque, stiamo vivendo, sta vivendo il mondo, se ogni anno si producono e si vendono e si usano ben 100 mila milioni di dollari di armi? Produrre armi significa fare guerre, assassinare. E' ovvio che una guerra non può farsi senza armi. E dunque, per raggiungere la pace è necessario smantellare le industrie belliche, é necessario il disarmo. Questa è la prima considerazione che emerge dal semplice buonsenso.
L'esistenza di eserciti, di forze armate, di armamenti, di strategie belliche vengono giustificati dal potere degli stati come necessari alla difesa territoriale delle nazioni, al mantenimento dell'ordine interno, in definitiva per conservare la pace. Una pace armata e guerreggiata come quella attuale è una falsa pace. Io credo in una pace senza armi, in una pace pacifica. Se vogliamo la pace dobbiamo preparare la pace.

Che cosa sono e a cosa servono gli eserciti? Quali sono i legami tra il militarismo e il potere?
Partiamo da un primo dato di fatto. In tutti gli stati - qualunque sia l'ideologia cui dicono di ispirarsi, fascista, democratica, marxista - lo sviluppo scientifico e tecnologico della società civile è sempre dipendente da quello della organizzazione militare. I ritrovati della ricerca scientifica trovano sempre un impiego privilegiato nell'arte della guerra. Per fare un esempio, lo sfruttamento dell'energia nucleare ha trovato impiego prima nelle bombe di Hiroshima e Nagasaki, poi nella propulsione di mezzi da guerra, e soltanto dopo come fonte energetica per uso civile. Voglio dire che, in effetti, l'attuale modello di civiltà (nel senso di progresso civile) appare ed è la risultante dello sviluppo della organizzazione, della scienza, della tecnologia e della filosofia del militarismo.
Sarebbe utile, a mio avviso, fermare la nostra attenzione su questa ultima affermazione, per renderci conto fino a che punto i principi e le norme che regolano la nostra vita sociale, perfino quella affettiva, siano principi e norme ripresi o imposti dalla ideologia del militarismo. L'assunzione dell'individuo in ruoli, la divisione di compiti in dirigenti ed esecutivi, la gerarchizzazione e l'autoritarismo, le sanzioni disciplinari e le «promozioni sul campo» sono aspetti di una sostanza militare presente in tutte le istituzioni pubbliche e private: partito, sindacato, scuola, famiglia, posto di lavoro di ricreazione. Ci ritroviamo così, in ogni momento della nostra vita, irreggimentati e intruppati, perennemente «sul piede di guerra», uomo contro uomo, sesso contro sesso, giovani contro adulti, ceto contro ceto, comunità contro comunità.
Questa è, comunque, una prima constatazione di fatto: che i principi e le norme della organizzazione militare tendono sempre a  imporsi su quelli della organizzazione civile. Ne consegue, e possiamo facilmente constatarlo, che la cosiddetta crescita civile dei popoli è una falsa crescita: una crescita basata sullo scontro, sulla violenza, sulla rapina: una crescita mostruosa che allontana sempre più l'umanità dalla naturale e libera realizzazione di sé.
Vediamo ora un secondo dato di fatto: in ogni stato, in ogni nazione, borghese, marxista o scopertamente fascista, la funzione delle forze armate è sempre la stessa: una funzione duplice ma unica nella sostanza. Primo: conservare e rafforzare il potere all'interno mediante istituzioni coercitive e violente, leggi tribunali galere, per la  repressione delle opposizioni popolari; secondo: estendere il potere all'esterno, mediante ricatti economici, guerriglie e terrorismo, fino alle guerre e alle occupazioni coloniali, per l'assoggettamento e lo sfruttamento di altri popoli.
Queste due funzioni del militarismo, all'interno e all'esterno del proprio paese, si esplicano con gli stessi mezzi e strumenti, diversamente dosati: la violenza delle armi e il ricatto economico; ma perseguono gli stessi scopi: l'assoggettamento e lo sfruttamento dell'uomo, la rapina e lo sfruttamento del patrimonio naturale, il monopolio della scienza e della tecnica e lo sfruttamento degli strumenti di produzione e dei mercati.
Oggi come ieri, come sempre, tutti gli eserciti non hanno il compito di difendere integrità territoriali, di difendere civiltà occidentali o orientali o di difendere valori democratici o socialisti: queste sono panzane per tentare di giustificare le stragi, le carneficine, per convincere i popoli a scannarsi tra loro. La verità è che tutti gli eserciti e tutte le istituzioni armate hanno lo scopo di conservare sistemi di potere basati sul privilegio di pochi e sullo sfruttamento di molti. Hanno lo scopo di reprimere le giuste lotte di liberazione degli oppressi; hanno lo scopo di assassinare i popoli che non si sottomettono, che resistono.
In qualunque latitudine si trovino, di qualunque colore politico si rivestano, i blocchi militari perpetuano la logica della violenza per conservare sistemi oppressivi; e sono sempre una minaccia per la pace, per la fratellanza, per la libertà, per il progresso dei popoli. Sempre e dovunque le forze armate, eserciti e polizie, tendono ad affermare l'uso delle armi come mezzo di confronto politico, economico, ideologico tra stato e stato, tra stato e cittadini. C'è ancora chi parla di eserciti «buoni», di eserciti «popolari», di eserciti «pacifici». La verità è che il concetto di guerra è e non può che essere consustanziale, strutturalmente connesso a ogni istituzione armata, a ogni istituzione creata e addestrata appunto per fare la guerra.
Io credo che dobbiamo rifiutare come falsa e mistificatrice la distinzione che si tende a fare tra eserciti «buoni» ed eserciti «cattivi», tra eserciti «democratici» ed eserciti «fascisti», tra eserciti «borghesi» ed eserciti «popolari». Questa distinzione serve in fin dei conti come copertura alla esistenza e alla legittimazione delle istituzioni armate - che in quanto tali sono sempre violente e fasciste, anche in quei paesi che si dichiarano «democratici» o «socialisti», perché sono sempre a guardia del privilegio dei padroni del potere, qualunque divisa indossino.
Questa distinzione è una manovra della consorteria al potere per far credere al popolo che gli eserciti si possono «democratizzare». Si vuol far credere che gli eserciti sono una «forza stabilizzante», di dissuasione, e perciò sono necessari per garantire la pace, e quindi «sono buoni». Si vuol far credere cioè che se le armi, le polizie, le galere, gli eserciti sono «democratici» (e magari «sindacalizzati») allora il popolo li sente amici, fraternizza, e magari è anche felice di farsi massacrare.
Personalmente non arrivo a capire che cosa può mai voler significare la «democratizzazione» di una istituzione di per sé violenta, una istituzione concepita, organizzata e addestrata per la distruzione, per l'assassinio di massa. Forse che un esercito democratico massacra democraticamente i popoli nemici, a differenza di un esercito fascista? Chi massacra più democraticamente il capitalismo USA o I'imperialismo sovietico? E che differenza può farci a noi, a noi popolo, l'essere massacrati, in caso di guerra, da una atomica proletaria anziché da una atomica borghese?
Se siamo veramente uomini di pace - veri cristiani o veri socialisti o veri libertari - dobbiamo dire no a tutti gli eserciti e a tutte le armi. Dobbiamo rifiutare ogni forma di violenza - e non tanto e non soltanto condannare la violenza che viene dal basso, l'unica che abbia una sua legittimità nel bisogno di liberazione, ma anche e soprattutto la violenza che viene dal potere, dagli eserciti, dalle polizie, dalle galere, dalle leggi, dallo sfruttamento dei padroni.

Esaminiamo brevemente un terzo dato di fatto: con lo sviluppo della scienza e della tecnica, e con la sempre maggiore coscienza assunta dagli oppressi, il potere ha creato, per conservarsi ed estendersi, eserciti sempre più efficienti e ha prodotto armamenti sempre più distruttivi. Questo processo di ammodernamento delle forze armate comporta immense somme di denaro, immense energie di lavoro umano sottratte ad usi di pace, di autentico progresso. Comporta per il popolo immensi sacrifici, più sfruttamento e più fame.
Certamente esiste un rapporto di causa ed effetto tra le ingenti spese militari e le crisi economiche che travagliano le nazioni. Esiste un rapporto tra lo sperpero in armi e il sottosviluppo, la fame diffusi in due terzi del mondo. Di questo gli economisti del potere non parlano. Ripetono la solfa del deficit nella bilancia dei pagamenti con l'estero; dicono che noi importiamo più di quanto non esportiamo; che consumiamo più di quanto produciamo; e concludono con i soliti ammonimenti al cittadino che lavora: fare più sacrifici.
Questi stessi economisti, facendo i conti in tasca al lavoratore, dimenticano del tutto di fare un qualsiasi riferimento alle somme favolose che lo stato italiano - che, essi stessi dicono, «non ha calzoni sotto il culo» - spende per le forze armate, spende per dotare l'esercito degli armamenti più moderni e micidiali. Eppure, si sa, anche in fatto di armi, non siamo certo autosufficienti. Dobbiamo continuamente «aggiornarci» importando armi dall'estero, dagli Stati Uniti perlopiù, che appunto hanno costituito l'Alleanza anche per assicurarsi un mercato redditizio. L'acquisto di armi per miliardi di dollari all'estero, non incide sulla bilancia dei pagamenti almeno quanto la bistecca?
A questo punto, la gente non può non chiedersi perché mai lo stato italiano, per ridurre il deficit della spesa pubblica, anziché aumentare le tasse e il costo della vita, anziché contrarre i salari e i consumi popolari, non diminuisca invece le spese militari, non riduca le voci in bilancio e fuori bilancio relative agli armamenti, che costano davvero un occhio della testa - e che diventano inutili dopo qualche anno, superati da nuovi e più distruttivi ritrovati.
Gli economisti del sistema fanno lo stesso discorso furbesco del «signori della guerra»: danno per scontato che le forze armate siano «un servizio pubblico» di prima necessità. Un servizio, cioè, di cui fruirebbe il popolo. E in base al mercantile principio del «servizio pubblico sempre efficiente», le spese per le forze armate sono in continuo aumento; e chi paga, ovviamente, è il popolo che ne fruisce. Tra parentesi. Definire le forze armate «servizio civile» sconfina nel grottesco. Considerato che gli eserciti servono per fare la guerra, cioè per massacrare i popoli, mi sembra quantomeno strano che siano gli stessi popoli a doversi pagare i boia e gli strumenti del proprio massacro - così come si paga per l'assistenza sanitaria o per la pensione. E' allucinante pensare che lo stato ci fa pagare il «diritto alla morte» molto più caro del «diritto alla vita»; se è vero, come è vero, che spende miliardi in armi da guerra e non spende una lira per salvare le vite umane dalla fame e dalle malattie.
Quanto spende il popolo italiano per mantenere in piedi sempre più efficiente la macchina bellica?
In Italia, dai 352 miliardi del 1950 si è passati ai 770 miliardi  nel 1960; si è arrivati a 1.510 miliardi nel 1970 e si sono toccati i  7.500 miliardi nel 1980. L'incidenza delle spese «ordinarie» per la cosiddetta difesa è mediamente del 15 per cento delle spese pubbliche dello stato. Ma non è dato sapere a quanto ammontano le spese «straordinarie» - bisogna sapere che il bilancio della difesa gode di un particolarissimo privilegio, tra tutti i bilanci dello stato: può essere soggetto a variazioni compensative anche dopo la sua approvazione, senza altri provvedimenti legislativi, semplicemente con un decreto del ministro del tesoro su proposta del ministro della guerra... pardon, della difesa.
Quando si dice che gli eserciti, la loro esistenza e il loro mantenimento, sono la causa principale del sottosviluppo e della fame nel mondo, si afferma una verità fondata su dati di fatto. Si prenda, ad  esempio, la spesa governativa degli Stati Uniti per la Ricerca e lo Sviluppo. In milioni di dollari, al Dipartimento della difesa vanno ben 8.184; alla NASA, l'Ente spaziale di carattere preminentemente bellico, vanno altri 4.495 milioni di dollari; mentre alla Salute,  Educazione e Benessere appena 1239 e infine allo Sviluppo urbano e abitazioni soltanto 20. Questi dati sulla spesa per la sola ricerca (che sono riferiti al 1970) seguono uguale indirizzo anno per anno, con le debite proporzioni in crescendo - negli USA e nei paesi membri dell'Alleanza. E per analogia, nei bilanci dell'Unione Sovietica e dei paesi del Patto di Varsavia. Questi dati dimostrano, più di ogni altra tesi, le immense energie e ricchezze sottratte all'umanità, per gettarle sull'altare della potenza militare.
Il problema della fame nel mondo è principalmente una questione di scelte politiche: la spesa globale per mantenere in piedi le forze armate nel mondo é sufficiente ad alimentare una popolazione terrestre tre volte superiore a quella attuale.
Il fatto che si mette in evidenza il dissennato sperpero di capitali e di energie, non vuole significare che eserciti e armamenti siano da abolire perché troppo costosi. Io non ne voglio fare una semplice questione di risparmio - come già fanno i politici fiancheggiatori del militarismo, quelli che gesuiticamente sostengono che gli eserciti (e quindi le guerre) sono un «male necessario».
C'è soltanto una cosa su cui il militarismo non si preoccupa di risparmiare: la vita umana. Noi crediamo al contrario che la vita è l'unico patrimonio che vale la pena conservare e difendere. Perciò, quando si parla del militarismo è necessario specificare che aldilà dei costi economici che pure comportano all'umanità immensi sacrifici, ci sono ben più alti costi in vite umane nei casi di conflitti armati. E bisogna essere dissennati per non capire che finché ci saranno armi nucleari sarà possibile una guerra nucleare.
Io credo che se questa civiltà, se questo progresso devono passare attraverso la degradazione dell'uomo e del suo ambiente naturale, allora noi dobbiamo dire che questa civiltà e questo progresso sono falsi e dannosi e dobbiamo rifiutarli e combatterli nella misura in cui ci danneggiano.
Più specificatamente, la fisica nucleare ci pone davanti al tragico dilemma da cui non si sfugge: o fidarci ciecamente fino a lasciarci uccidere da essa; oppure rinunciarvi nella misura in cui diventa mortale. Per questo io credo e dico che quando la scienza, come quella attuale, asservita al potere, perde la sua ragione di essere, che è quella di conservare e potenziare la vita, e diventa fonte di distruzione e di morte, allora è una scienza da rifiutare, è una scienza da combattere.

Concludendo, non posso non accennare, sia pure brevemente, a una domanda che sicuramente verrà posta in questo convegno: che cosa fare contro gli armamenti, contro la guerra, per la pace nel mondo, per un mondo migliore?
Io credo che in primo luogo la gente deve sapere. Conoscere per capire, prendere coscienza, mobilitarsi, lottare. Dobbiamo mobilitarci tutti, uomini e donne, vecchi e bambini, a tutti i livelli, in tutti i paesi del mondo, con tutti i mezzi. Il nostro diritto alla vita deve essere la ragione della nostra unità e della nostra lotta. Nessuna diversità ideologica deve dividerci all'interno di una unica ideologia: l'antimilitarismo. Noi popolo, noi umanità contro i signori della guerra e contro il potere che essi sostengono.
Il primo obiettivo di una lotta unitaria è il disarmo unilaterale; perché ciascun popolo deve iniziare da sé, a disarmare, nel proprio territorio, senza alcuna condizione. Soltanto così si può giungere al disarmo universale.
Io non ho formule di lotta da indicare come risolutive; credo che quando il popolo raggiunge coscienza e maturità sa egli trovare da sé la giusta forma di lotta per giungere alla propria liberazione. Credo comunque che nessuna forma di lotta si possa aprioristicamente escludere, quando il fine da raggiungere è quello di salvare I'umanità dalla distruzione.
Personalmente, oggi come oggi, privilegio l'azione culturale a quella strettamente politica. Voglio dire che ritengo che il metodo più efficace di lotta contro la violenza del potere, per la liberazione dell'uomo, sia «culturale»: favorire cioè nell'uomo oppresso e sfruttato il processo di conoscenza e di presa di coscienza della propria situazione, favorendo lo spirito associativo, il mutualismo, la fratellanza, lo spirito critico.
Se ci riconosciamo come oppressi, non siamo mai soli. Tanti sono gli uomini e le donne che credono nella pace e possono battersi con noi per un mondo nuovo. Tutti i popoli del mondo vogliono la pace e sia pure in forme confuse si battono per la pace. La verità é che questi popoli sono così oppressi, così affamati, così gravati dalle catene del bisogno da non riuscire a informarsi o a organizzarsi o a levarsi in piedi e muoversi tutti insieme. Ma chi sa e ha capito e ha forza di levarsi in piedi, si levi e si batta per l'unico scopo per cui vale la pena battersi: la sopravvivenza dell'umanità.

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