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Capitolo IV - An Ki Ti Kurrat Sa Justizia

1 - Negli anni dal 1967 al 1969 si sviluppa e minaccia di esplodere la rivolta contro il privilegio, gli abusi, lo strapotere della classe dominante. Il sistema corre ai ripari inventando la «contestazione guidata»: il suo scopo è di canalizzare i fermenti popolari per farli sfociare nel gran pantano del suo ventre che tutto fagocita. Nel contempo appronta e dispiega un formidabile apparato repressivo per arginare gli eventuali straripamenti, per eliminare le forze della contestazione autentica. Nel suo calcolo rientra quindi anche il collaudo delle forze repressive e la possibilità che si produca una situazione favorevole per una svolta reazionaria, se non anche per un colpo di stato militare.
I fatti che si verificano in quel periodo, e negli anni successivi, trovano così una spiegazione: l'ondata di inchieste sui rotocalchi, alla televisione e in parlamento sulle «disfunzioni» delle varie istituzioni e sul «malessere» della società che «giustamente contesta», il sorgere di una fungaia di gruppuscoli dediti alla contestazione, attentati dinamitardi legati a catena con scioperi programmati, le forze di polizia permanentemente sul piede di guerra e l'eliminazione anche fisica dei veri contestatori: alcune categorie di lavoratori, i pescatori di Cabras, i pastori barbaricini, alcune componenti politiche irriducibili, come gli anarchici, eccetera.
In questo contesto rientra l'invenzione di un boom del banditismo in Sardegna, cui segue una spietata repressione non tanto contro i «banditi» (che non ci sono o sono tre o quattro latitanti) ma contro quelle componenti popolari che manifestano la volontà di liberarsi dalla oppressione e dallo sfruttamento.
E' di quel periodo la contestazione alla giustizia - contestazione presente perfino all'interno della istituzione contestata.
La giunta esecutiva della Associazione magistrati delibera di non partecipare alla inaugurazione dell'anno giudiziario 1969 «perché l'Associazione si sente estranea a manifestazioni ufficiali che non esprimono quelle effettive istanze di fondo dei giudici di fronte al Paese, delle quali essa , da decenni, si è resa interprete senza trovare alcuna rispondenza presso il potere politico».

I magistrati, «dopo decenni», aspettano proprio il '69 per tirare fuori il rospo della contestazione. Era necessario che si creasse una moda perché finalmente uomini di alto livello culturale e civile trovassero il coraggio di dire che la giustizia, la loro «è tutta uno schifo».
Nello stesso '69, alla inaugurazione dell'anno giudiziario, in Sardegna, anche gli avvocati deliberano di non partecipare.
Il partito radicale si fa animatore di questa contestazione con una serie di iniziative che mettono a fuoco il problema della giustizia nei suoi aspetti più fascisti. Un gruppo di avvocati stende un manifesto diffuso a Roma alla fine del '68.

«La giustizia italiana è malata di paralisi progressiva. Se vi rivolgete ai tribunali dovete pagare, pagare, pagare. Se avete ragione ve la daranno quando non serve più. Se avete torto, forse vi andrà un po' meglio, ma ci rimetterete lo stesso. Chi va in carcere ci resterà, anche se è innocente, in attesa di giudizio, e nessuno lo risarcirà perché è stato ingiustamente detenuto. I lavoratori attendono anni per vedere riconosciuti dai tribunali i loro diritti. Si inventano nuovi reati, si sequestrano a tamburo battente i giornali cosiddetti pornografici che poi vengono assolti. Ma i processi contro i pezzi grossi o non si fanno o non finiscono mai…».

Le stesse critiche vengono ribadite in un manifesto indirizzato agli avvocati italiani.

«Siete testimoni e vittime voi stessi della disfunzione della giustizia. I diritti dei cittadini sono ormai privi di ogni garanzia. I processi civili sono per lo stato solo un'occasione per riscuotere tasse e balzelli sulle ingiustizie subite. I codici sono vecchi, i giudici pochi e mal distribuiti, i servizi arcaici, i processi non finiscono mai. La giustizia penale dà l'impressione di colpire a casaccio. La funzione punitiva è di fatto affidata alla discrezione dell'istruttore con la carcerazione preventiva, mentre ci si balocca a riesumare il plagio e a sequestrare per oscenità i giornali che parlano male di qualche pezzo grosso. Se non volete essere complici, protestate…».

Con uguale chiarezza ma uguali intenti riformistici parla Mario Barone, presidente dell'Associazione nazionale magistrati, in una assemblea tenutasi a Roma nei primi giorni dello stesso '69.

«E' scandaloso che la vetustà della nostra codificazione venga in luce solo attraverso le sentenze della Corte costituzionale, ma è ancora più sconfortante il fatto che, mentre la Corte si adopera ad una graduale epurazione dal nostro ordinamento delle norme in contrasto con la Carta costituzionale, parlamentari e governo non sembrano preoccuparsi granché, salvo sporadici casi, di colmare i vuoti che le sentenze abrogative della Corte vanno creando…».

Infine, nel concerto contestativo di quei giorni figura una lettera aperta al presidente della repubblica redatta da un gruppo di avvocati democratici, di ispirazione radicale.

«Tutto è stato studiato, tutto è stato detto, da tutte le sedi sono stati indicati rimedi alla crisi della giustizia, ma nulla è stato fatto: Leggi farraginose e complicate, codici contrari alla costituzione e di pretta marca fascista, ordinamento vetusto, sedi e mezzi inadeguati. A queste cose corrispondono: magistrati sopraffatti dal lavoro, cancellieri travolti dai processi, avvocati che si arrabattano intorno a cause che non giungono a termine e alla fine gli sventurati cittadini che non ottengono giustizia, la quale, quando arriva, è sempre troppo tardi. Ha mai visto e le hanno mai riferito come si svolgono le udienze civili? Aule stracolme dove tutto deve funzionare in aperta e costante violazione della legge, ché se fosse applicata i tribunali si paralizzerebbero; avvocati che devono sostituirsi agli uscieri, ai cancellieri e ai magistrati, chiamando le cause, redigendo i verbali e sentendo i testimoni per i corridoi, scrivendo sulla borsa o sulle spalle di un volenteroso collega. Ha mai saputo o le hanno mai riferito di processi penali che durano anni e anni mentre il cittadino viene trattenuto in carcere preventivo per poi magari essere assolto? Le hanno mai detto come realmente si vive ancora oggi nelle carceri? Bene, questo e niente altro è l'amministrazioni della giustizia in Italia».

2 - La parte più avanzata della borghesia compradora e i partiti revisionisti lamentavano già da qualche anno prima, in Sardegna, le stesse «disfunzioni» della giustizia.

«Vengono celebrati processi vecchi di dieci anni. I detenuti debbono attendere in carcere prima d'essere giudicati. In questi giorni, nella corte di cassazione e nelle corti d'appello si rinnova la tradizionale cerimonia inaugurale dell'anno giudiziario. Ovunque il procuratore generale, nel rituale discorso denso di cifre e di dati, rende il bilancio tecnico e morale dell'attività svolta durante l'anno precedente… La giustizia è in crisi. Essa è divenuta inceppata negli ingranaggi logori e anacronistici e per ciò procede con la lentezza di un carro a buoi nell'era dell'atomo. Quali le cause di questa crisi? Inadeguatezza delle istituzioni o insufficienza dei mezzi di conduzione? L'una cosa e l'altra…» (In «Sardegna Oggi» del gennaio 1963).

Così la rivista socialista nel 1963, che due anni dopo, tornando in argomento, denuncia «il gravissimo disservizio giudiziario nel circondario di Nuoro, dove 3.711 processi penali attendono la definizione».
C'è da riflettere sul fatto che la «crisi» sia più «critica» in Barbagia. Rileva il fenomeno anche il Vergani, che ne dà una propria spiegazione:

«Spesso l'accusa parte da solidi indizi, ma è raro che il giudice, proprio perché di solito non c'è un testimone disposto a buttarsi al di là dei non ricordo, non ho visto bene, il sole mi accecava, possa condannare. Scaricare in galera imputati non garantiti che il magistrato poi rispedisce a casa, è in Sardegna un fatto assai più grave che in Continente, perché qui il carcere preventivo può durare anche quattro cinque anni. Nell'isola la giustizia è lenta. Ha infinite disfunzioni molto simili a quelle che l'affliggono nelle altre regioni italiane. Ma qui i mali sono all'ultimo stadio. Nel 1966, a Nuoro, gli avvocati hanno scioperato per sette mesi in segno di protesta contro il passo tartarughesco della giustizia…» (G. Vergani - Mesina - Longanesi 1968).
Col risultato di avere prolungato di altri sette mesi i quattro o cinque anni di carcerazione preventiva ai disgraziati in attesa di giudizio, colpevoli o innocenti che fossero.

«La situazione è comatosa - risponde il Vergani - Nelle strutture della magistratura sarda sono scoperti cinquanta posti: pretori, giudici, cancellieri. Ma lo Stato non sembra accorgersene, tant'è vero che l'anno passato (1967) nel bel mezzo delle più inferocite polemiche, ha deciso di ridurre il numero di magistrati di Nuoro, Cagliari e Oristano (e aumentare i baschi blu - n.d.r.). In quanto all'insufficienza di prove, la polizia, mentre insinua il sospetto di benevolenze determinate da un troppo profondo ambientamento di certi giudici, si richiama allo stato di emergenza. Sostiene che in pratica, nel clima di omertà e di protezione che attornia i banditi, alcuni indizi hanno il peso doppio, sono quasi prove…» (G. Vergani - Mesina - Longanesi 1968).

Mese dopo mese, in crescendo, si parla di crisi della giustizia. In termini diversi e per scopi diversi, se ne parla all'interno dell'apparato giudiziario e fuori, ai vertici e alla base. Tutto ciò dà l'idea di una rappresentazione scenica dove ciascuno recita una parte, ben sapendo che si tratta di una finzione e che la sostanza delle cose non verrà modificata.
Fra questi, forse, c'è qualcuno in buona fede, il quale crede che i vertici del potere abbiano la volontà di riformare «in meglio» l'istituto giudiziario, e pensa che se le riforme non si fanno dipende non da cattiva volontà del potere legislativo ma da «obiettive difficoltà» che vengono frapposte. E qui basterebbe che questi galantuomini si chiedessero semplicemente «da chi», (una entità noumenica?), per ritrovarsi col culo per terra. Bisogna riconoscere che non è mai esistita una volontà riformatrice (in senso democratico) da parte della consorteria al potere (e il contrario farebbe strabiliare!). Le strutture portanti del sistema sono clerico-fasciste; e resteranno tali fintanto che il capitalismo resterà al potere (e se il popolo non vigilerà, anche dopo). Se fosse esistita una pur minima volontà riformatrice (in senso democratico): quali difficoltà obiettive ci sono state in trent'anni da non consentire l'abolizione delle vecchie leggi fasciste? Ma se il governo Andreotti ha avuto la spudoratezza di proporre una legge sul fermo di polizia più fascista di quella fascista del '31! La giustizia del sistema - va detto senza mezzi termini - non è giustizia, e va rigettata in blocco: è giustizia di classe, creata ed esercitata per reprimere il popolo, per mantenerlo sotto lo sfruttamento. Riformare questa giustizia non può significare altro che potenziarla.
I riformisti della sinistra, a sostegno della necessità di rendere più funzionale l'apparato giudiziario, citano una sequela di assurdi casi di illegali detenzioni in attesa di giudizio. Credono, evidentemente, che tali casi siano dovuti a carenza di organici, perché chiedono più magistrati, più cancellieri, più pretori, più palazzi di giustizia (e per essere coerenti finiranno per invocare anche più poliziotti). Precisamente le stesse cose chiedono i procuratori generali, i quali, soltanto a sentir parlare di sinistra entrano in crisi isterica. Anche i procuratori generali, tutti gli anni, e senza aspettare la moda della contestazione, elencano le migliaia e migliaia di processi penali e civili che attendono d'essere definiti; lamentano che i processi istruttori si trascinano per anni, finendo spesso col proscioglimento degli imputati - dei quali se ne infischiano, ridotti a puro dato statistico.
La giustizia funziona benissimo nella misura in cui riesce a conservare i privilegi della classe di cui è a servizio, nella misura in cui riesce a tenere assoggettate le masse popolari. La crisi di cui si parla è il leit motiv della contestazione guidata entro cui si tenta di scaricare la tensione popolare rivoluzionaria; e le riforme che possono derivarne si traducono sempre in una maggiore forza e funzionalità repressive. Si è visto infatti che, anche in termini statistici, l'apparato giudiziario risulta essere «più in crisi» dove più forte sa fare sentire la sua violenza repressiva.
La macchina del capitalismo, che sfrutta per produrre e vende per sfruttare, funziona benissimo. Gli strumenti di disinformazione sono tutti ben saldi nelle mani della classe al potere, e funzionano benissimo insieme alle scuole di ogni ordine e grado nella misura in cui appiattiscono i cervelli. E anche la giustizia, funziona. non è mai accaduto che non si sia trovato in una procura un magistrato - nonostante la deficienza degli organici - pronto a firmare mandati di cattura contro il pastore barbaricino, contro il pescatore di Cabras in lotta coi feudatari, contro un compagno libertario; o che non si siano trovati i giudici per processare e condannare gli stessi pastori, pescatori e studenti - prassi direttissima - per vilipendio alle istituzioni, oltraggio a pubblico ufficiale, detenzione di temperino. La polizia è in perfetta efficienza, forte di oltre duecentomila specialisti ha risolto il problema dell'ordine pubblico col sistema delle schedature: ci siamo tutti, compresi i nascituri. Così l'istituzione delle patrie galere: c'è sempre posto per farci stare tutti - che manchino ambulatori, ospedali e case per chi lavora, poco importa. Non si è mai sentito dire di un cittadino condannato alla reclusione (fosse pure per furto di un formaggino) che sia rimasto «fuori» per mancanza di posto in galera. Nei casi di emergenza si usano gli stadi, come si è fatto in Cile, o le isole, per le deportazioni in massa, come si è fatto in Sardegna.

«Una crisi di funzionalità che interessa soltanto la povera gente - scrive L. Mancosu -, quella che incappa nelle maglie della giustizia, che può aspettare. Nessun danno ne viene al sistema da questo tipo di crisi… Gli incriminati, innocenti o colpevoli che siano, sono al sicuro e possono attendere. Anzi, è salutare per il comune cittadino conoscere la giustizia in tutto il suo rigore e imparare a temerla» (L. Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in Sardegna - Libreria Feltrinelli 1970).

Mauro Mellini demistifica il gioco della disfunzione della giustizia:
«…Non basta classificare classista il nostro meccanismo giudiziario per spiegarne l'aberrante funzionamento e neppure per esaurire gli aspetti propriamente politici e culturali di tale spiegazione.
Una giustizia classista non è necessariamente una giustizia che non attua le leggi stabilite dalla classe che la organizza e la esercita né è necessariamente una giustizia in cui l'inefficienza è istituzionalizzata. Perché nel nostro paese l'inefficienza del meccanismo giudiziario non è affatto un dato meramente tecnico e contingente e neppure la conseguenza della incapacità di una classe dirigente. E' invece una precisa scelta politica che caratterizza la giustizia di questo regime clericale. Certo si tratta di una scelta maturata e realizzata con gli anni in mezzo alle tortuosità e ai compromessi che hanno consentito l'affermarsi del regime clericale, nel nome della continuità dello Stato, della democrazia frenata, della costituzione inattuata, dei diritti civili elusi e frodati…».

La disfunzione cronica della giustizia penale, la disapplicazione di una quantità di norme incriminatrici e la loro approssimativa ed aleatoria applicazione, non indeboliscono affatto, ma aumentano enormemente il potenziale repressivo del regime, che solo a tale condizione e per tale mezzo può mantenere in vita un armamentario legislativo buono per qualsiasi evenienza, e buono ogni giorno per riaffermare, con un sapiente dosaggio di tale disapplicazione e quindi della saltuaria applicazione, il potere di colpire, spesso anche in direzione e con finalità diverse da quelle per le quali le norme sono state concepite…

«L'inefficienza della giustizia risponde quindi ad una precisa scelta politica e non è quindi un problema soltanto tecnico e nemmeno è soltanto il frutto dell'incapacità di questa classe dirigente di affrontare organicamente il problema…
In pratica questo regime non potrebbe sopravvivere molti mesi alla instaurazione di una giustizia che non sia questa sua giustizia, provvidenzialmente inefficiente o efficientissima sola a senso unico. Perché questo regime non può darsi le leggi di cui avrebbe bisogno, né, di contro, può permettersi di abrogare quelle che il paese, in sostanza, non è disposto a tollerare. Il regime fascista era riuscito a codificare la violenza che gli aveva consentito, con la complicità degli organismi dello Stato, polizia, carabinieri, esercito, magistratura, di conquistare il potere. Sembra che sia molto più difficile al regime clericale codificare e legalizzare la corruzione, il peculato, lo sfruttamento dell'assistenza, eccetera, con cui riesce ad imporsi ed a vanificare ogni opposizione. Di qui la sua aberrante e paradossale caratteristica di regime permanentemente fuori legge, che proprio in quanto tale ha bisogno di una giustizia dalle maglie assai larghe, caratterizzata da una inefficienza, nelle cui pieghe possano concretarsi obiettive complicità o almeno facili scappatoie» (M. Mellini in «La Prova radicale» agosto 1973).

L'immagine di una «funzionale giustizia dalle maglie larghe» da cui possono agevolmente sgusciare i banditi del sistema, fa pensare che queste scappatoie siano perennemente occupate, di modo che i poveracci che incappano nella rete vanno a finire tutti sul filo della maglia, restandoci.

3 - In Sardegna, la contestazione alla giustizia assume un particolare aspetto: si contesta quell'apparato amministrativo che oggi è entrato nella fase contestativa, si contesta cioè «la giustizia» tutta in blocco: giudici, avvocati, cancellieri, uscieri e poliziotti. Si può essere o meno d'accordo con questa forma di contestazione globale - ci sono comunque non poche giustificazioni storiche obiettive a fondamento del rifiuto totale delle istituzioni di uno Stato che ha sempre manifestato una forte vocazione colonialista nei confronti dei Sardi.
La gente sarda contesta da sempre questa giustizia. Apertasi la nuova era della democrazia fondata sulla resistenza al fascismo e guidata dalla costituzione repubblicana, i Sardi - per quel che li riguarda - non ne hanno tratto alcun beneficio. L'antica situazione di rottura tra cittadino e giustizia è rimasta. Anzi, si è aggravata.
Fino a che punto sia potuta giungere l'insofferenza degli isolani nei confronti del sistema oppressore è arcinoto. I fenomeni di rivolta popolare, che alla consorteria torna utile definire banditismo, sono l'espressione più antica e più evidente di questa insofferenza. Ma il sintomo più diffuso è la sfiducia profonda, totale che la gente sarda, senza distinzioni, ha nella giustizia, nei suoi codici, nella sua inumana e cinica lentezza, nella mentalità fascista di chi la dirige, nella sua connaturata ingiustizia, nell'essere sempre a favore del ricco e del potente e sempre contro il povero e lo sprovveduto.
C'è un luogo comune da spazzare via. Quello che ha fatto scrivere in centinaia di giornali e rotocalchi che «il banditismo di un pugno di criminali disonora i Sardi onesti e pacifici lavoratori». E cioè che il banditismo sia tout court un fenomeno criminale (e non invece espressione di lotta popolare) e che si tratti di un fenomeno che tocca soltanto certi strati sociali (i pastori) di certe comunità (Barbagie), assolutamente estraneo al resto dell'Isola. Estraneo «fisicamente», certo - per quel che ne dicono i dati statistici: ma non anche «ideologicamente». Perché il banditismo come rifiuto del sistema e in particolare come rifiuto della sua giustizia è estrazione consustanziale del connettivo economico sociale culturale del popolo sardo.

E' noto quale sia l'animus del Sardo nei confronti della amministrazione della giustizia. «AN KI TI KURRAT SA JUSTIZIA!» (Che ti possa perseguire la giustizia!) è una diffusissima invettiva popolare.

Per i Sardi e in particolare «per i Barbaricini il problema di ottenere una soddisfacente giustizia forse non si è mai posto. In primo luogo sono ben consapevoli che la Corte, i magistrati, gli avvocati e tutto il resto rappresentano non un ente superiore alle vicende umane, equanime e disinteressato, ma il Re, lo Stato, cioè l'altra parte in causa. Per ciò, la giustizia viene considerata cattiva, ingiusta nel suo complesso e in linea di principio, comunque estranea, inadeguata alla loro condizione umana e, per ciò, da ostacolare, da sfuggire, a costo di farsi latitanti e banditi» (G. Cabitza - Sardegna: rivolta contro la colonizzazione - Libreria Feltrinelli 1968).
Per comprendere l'atteggiamento negativo del Sardo in generale e del Barbaricino in particolare verso la giustizia è necessario tenere presente che nella società barbaricina esiste un ordinamento giuridico che si è perpetuato nei secoli, secondo tradizione, e conserva ancora oggi una propria validità. L'ordinamento giudiziario dello Stato italiano è spesso una sovrapposizione all'ordinamento giuridico barbaricino, e nella misura in cui i due ordinamenti non collimano entrano ovviamente in conflitto.
Si è verificato in Sardegna (e continua a verificarsi nella misura in cui permangono strutture socio-economiche autoctone), un fenomeno di rigetto, comune a molti popoli colonizzati ai quali si è tentato di imporre ordinamenti e leggi propri del colonizzatore, senza che prima o nel contempo si fossero sostituite le strutture economiche e si fossero modificate le condizioni di vita portandole allo stesso livello di quelle dei colonizzatori (ciò che in effetti la colonizzazione non poteva fare, per sua stessa natura).
Quanto abbia fatto l'amministrazione della giustizia dei vari colonizzatori che si sono succeduti nell'Isola per guadagnarsi una cattiva fama, si è visto e si vedrà. Non sono lontani i tempi in cui i viceré se ne andavano in giro insieme al boia, con la carrozza stipata di corda e trovavano in ogni paese un carpentiere pronto a rizzare la forca.

La giustizia di oggi non è meno forcaiola. «La magistratura raramente si interessa delle notizie inqualificate di reato, cioè delle denunce della stampa e, troppo spesso, si ha l'impressione, incrimina per calunnia chi si lamenta di aver subito angherie da parte dei pubblici poteri. Appare strano che ogni radunata sia sediziosa, che i cortei, le proteste in massa finiscano regolarmente sul banco degli imputati… Resistenza a che cosa? Alle manganellate? Oltraggio a un poliziotto che allenta calci? Istigazione a delinquere perché si invitano i cittadini a non farsi sopraffare dalle bastonate di pubblici ufficiali? Blocco stradale perché una massa di studenti o di operai si siede per terra contro qualcosa?» (A. Porcella in «Il Ponte» nn. 6/7 luglio 1968).

C'è un orientamento politico autoritario che è dettato dal potere centrale che assume maggiore o minore intensità a seconda delle manifestazioni di protesta popolare e in rapporto ai periodici assestamenti del sistema. E c'è un orientamento politico generale e immanente che deriva dalla formazione mentale degli amministratori della giustizia e dalle strutture volutamente arcaiche.

«Vi sono dei magistrati mentalmente inadatti a giudicare, protetti da un malinteso solidarismo di casta che i cittadini scontano. Ma ancora peggio, quando le procure sono rette da magistrati angusti, pieni di tetraggine misoneista, pronti a ficcar dentro ogni disgraziato e ossequiente nei confronti delle autorità pubbliche e private» (A. Porcella in «Il Ponte» nn. 6/7 luglio 1968).
«Di tipo fascista è, inoltre, la formazione di non pochi degli alti gradi della magistratura. Il che comporta, a proposito della lotta contro la criminalità in Sardegna, un continuo ritorno dei procuratori generali della repubblica sulla richiesta di ripristino del confino di polizia o almeno alla richiesta da parte dei magistrati competenti della rinuncia ad ogni eccessiva e pericolosa indulgenza nell'applicazione delle misure di prevenzione, quali la sorveglianza speciale e il domicilio coatto. Quando poi queste strutture organizzative e ideologiche dell'amministrazione giudiziaria non sono sufficienti a far adottare dai magistrati provvedimenti graditi ai ceti dominanti, si mette in moto il meccanismo delle repressioni politiche, anche di parte governativa, delle campagne di stampa, che invocano la caccia grossa contro i pastori-banditi, il capovolgimento della presunzione d'innocenza, la soppressione del diritto di difesa, l'abolizione dei diritti costituzionali… In altre parole è sempre in atto il tentativo di inserire l'amministrazione della giustizia in un piano di repressione dei pastori che è essenzialmente politico…» (G. Cabitza - Sardegna: rivolta contro la colonizzazione - Libreria Feltrinelli 1968).

E' diventata una consuetudine dei procuratori generali il fare politica (reazionaria) con energici richiami ai magistrati democratici perché si mantengano «al di sopra delle parti» evitando di assumere posizioni politiche (progressiste).
Nel suo sermone inaugurale 1973, il procuratore generale Guarnera ha escluso che un magistrato possa esercitare il suo ufficio con serenità, se partecipa alle lotte politiche. Ha detto di ritenere «doveroso» ribadire il concetto «per avvertire del pericolo che corre non solo la parte di una lite, non solo il sottoposto al processo, ma la società nel suo insieme, se ad esercitare un potere di così grande rilievo qual'è il giudiziario troviamo magistrati politicizzati nel senso partitico, che non possono non agire sotto l'imperio delle proprie ideologie».
Hanno fatto coro altri procuratori generali, e con più veementi toni il procuratore generale di Cagliari. A costui - in un convegno presieduto dall'ex presidente della corte costituzionale Branca - Antonio Porcella ha risposto che «i magistrati democratici fanno politica nella stessa misura in cui la fanno tutti i giudici ed anche i procuratori generali nei loro discorsi inaugurali che non ammettono repliche» (Dal Convegno di Cagliari del 3.2.1973 sul tema «Fermo di polizia, strumento di repressione»).

4 - In un corsivo apparso su «Il manifesto», sotto il titolo «I mostri», Luigi Pintor fa un'esemplare controcelebrazione dell'anno giudiziario nel gennaio del '72.

«Spesso ossuti e avvizziti, più spesso obesi e flaccidi, col viso marcato dalle nefandezze del loro mestiere, ogni anno ci appaiono vestiti da pagliacci, come non osano più neppure gli alti prelati. Chi sono? Sono gli alti magistrati che inaugurano l'anno giudiziario, per dirci che bisogna mettere più gente in galera e tenercela, e quale gente e perché?
Leggete altrove l'elenco minuto dei morti ammazzati in una industria di stato in una sola città meridionale. Questi sono omicidi di cui è intessuto il progresso nazionale. Sono delitti di classe, dietro cui c'è lo sfruttamento quotidiano di milioni di uomini ma c'è anche la violazione di innumerevoli leggi.
Eppure c'è un uomo che si permette, vestito di ermellino, con un grottesco cappuccio in testa, di infischiarsene totalmente. Può chiamarsi Guarnera, se parla a Roma con a fianco il presidente della repubblica; o in altro modo, se parla altrove col presidente del consiglio come sacrestano. Esistono i reati contro il patrimonio, per questi supercarabinieri pagati come quindici operai, ed anche quelli contro la persona, ma solo se un operaio schiaffeggia un padrone, non se un padrone lo deruba o lo ammazza.
Questi personaggi sono l'immagine stessa del privilegio e dell'arbitrio. Dispongono del più illecito dei poteri, quello sulla libertà altrui. Ma sono intoccabili, ancora in un tempo in cui non c'è gerarchia che in qualche modo non debba render conto di sé. Dispongono di armi micidiali, leggi inique e meccanismi incontrollabili. E le maneggiano come e contro chi vogliono. Sono l'incarnazione della ipocrisia dell'ordine borghese…
Nulla conferma, meglio della giustizia e delle sue oscenità, le invettive di Marx contro l'ordine capitalistico e l'analisi leninista dello stato. Ma non è bastato, in questi anni, un terzo del parlamento in mano ai partiti di tradizione operaia per applicare al sistema legislativo penale e all'ordine giudiziario neppure le conquiste più elementari della rivoluzione borghese di due secoli fa. Capitalismo e feudalesimo formano un solo impasto. E non basterebbe neppure la metà del parlamento: non ci vuol nulla a capire che senza una organizzazione intransigente della lotta operaia gli omicidi bianchi continueranno a essere la proiezione estrema dello sfruttamento, e che senza una contestazione permanente delle istituzioni non c'è riforma legislativa che passi.
Nell'attesa, l'anno giudiziario se lo inaugurino ai quarti piani con finestre aperte. Avrà un valore di simbolo, ed eviterà il tanfo».

Questi «mostri» che possiedono un potere pari a quello degli dei, di giudicare l'uomo, di dare vita o morte, dietro l'impalcatura della loro «sacralità» nascondono umanissime debolezze. Il procuratore generale Stile - il classico magistrato tutto-d'un-pezzo - al momento di lasciare la Sardegna per altra importante destinazione si è concesso una vacanza da nababbo nella Costa Smeralda a spese dell'ESIT, l'ente regionale per il turismo. Il fatto è stato denunciato - non al procuratore ma all'opinione pubblica - dalla rivista «Sassari Sera» del 15 ottobre 1968, sotto il titolo: «UNA QUESTIONE DI STILE O UN PECULATO PER DISTRAZIONE?».

    «L'ex procuratore generale Stile ha trascorso le ultime ore del suo soggiorno in Sardegna in un albergo della Costa Smeralda, all'Hotel Cervo. La sua vacanza nel regno dell'Aga Khan è stata breve ma confortevole. A documentarlo non è stata una sua affettuosa dichiarazione finale, ma un conto di albergo saldato dall'ESIT. Probabilmente le ultime ore del dott. Stile in Sardegna non avrebbero costituito materia di cronaca se a saldare il conto della sua permanenza all'Hotel Cervo avesse provveduto personalmente. Ma, come dicevamo, ci ha pensato l'Ente Sardo Industrie Turistiche. Perché? Non ci risulta che l'ESIT abbia tra i suoi compiti istituzionali quello di svolgere un'attività che è propria delle agenzie di viaggio… Se il caso non avesse altri precedenti, la questione sarebbe grave ma non troppo. Più preoccupante invece, se oltre il dott. Stile, altri funzionari dello Stato… abbiano beneficiato di analoghe facilitazioni…
L'ESIT avvalendosi di una discutibile discrezionalità ha offerto all'alto magistrato un soggiorno gratuito per il ferragosto sulla Costa Smeralda. Siamo dell'avviso che una tale discrezionalità sia un arbitrio bello e buono. Il presidente dell'ESIT, saldando il conto del dott. Stile (avv. Sulis, poteva farlo di tasca propria!) sapeva benissimo di distrarre del denaro pubblico a favore di un privato. Sapeva cioè - e non poteva ignorarlo essendo il presidente Sulis un avvocato - che facendo ciò sconfinava nel reato di peculato per distrazione.
Ma mentre siamo propensi a perdonare la distrazione del presidente Sulis, ci chiediamo come un esperto magistrato quale il dott. Stile non abbia avvertito il disagio di un conto personale pagato col denaro pubblico. In Sardegna… si è richiamata spesso l'attenzione del procuratore generale sui criteri di larghezza con cui taluni uffici amministrano il denaro pubblico. Soprattutto lui, quindi, doveva diffidare di una ospitalità che non poteva in alcun modo essere giustificata dalle sue mansioni…».

Per la cronaca, il conto del dott. Stile, che l'Hotel Cervo ha addebitato all'ESIT, per gg. 6 - camera 204 - raggiunge la somma di L. 513.500 (dicesi cinquecentotredicimilacinquecento). «Mostri» di buon appetito!

5 - Dopo Stile viene Coco. I procuratori generali passano ma le inaugurazioni giudiziarie restano - e resta la fraudolenta macchina della giustizia di classe.
All'inizio del '73 tiene sermone il dott. Coco. A parte gli scontati gridolini di allarme «sui sempre più preoccupanti e gravi fenomeni di criminalità in Sardegna», egli tiene comizio con una tesi politica talmente reazionaria da ben figurare davanti alla Corte di un monarca assolutista di qualche secolo fa.
C'è stato chi - all'interno dello stesso sistema - ha detto che il procuratore generale ha esagerato. In un sistema come il nostro, che fa salvi i principi democratici almeno nei discorsi, i fedelissimi come il Coco sono pilastri di base, ma possono diventare incomodi per l'impopolarità che creano quando dicono apertamente ciò che pensano. E' accaduto, quindi, che sia stato disapprovato anche da chi è d'accordo con lui nella sostanza ma ci tiene a essere cauto e «democratico» nella forma. Il Consiglio regionale - con la sola eccezione dei fascisti - ha pubblicamente censurato il procuratore Coco. Si tratta di una presa di posizione di un organo legislativo che non ha precedenti nella storia parlamentare dell'Isola.

«A nome del popolo sardo - dice tra l'altro il documento - il Consiglio eleva protesta respingendo le motivazioni, contro l'ingerenza del Magistrato nella sfera politica degli organi legislativi».
Ciò che dà più fastidio è quel parlar sempre, da parte delle autorità, «in nome del popolo», sostenendo tesi e opinioni classiste e antipopolari. Anche il procuratore generale Coco, sistematizzando una più dura e spietata repressione popolare, ha chiuso il suo discorso (riassumibile nella tesi che le galere «sono l'ultimo baluardo della giustizia penale») con la pomposa formula «Con questi sentimenti, ecc.mo presidente, vi chiedo di dichiarare inaugurato, nel nome del popolo italiano, ecc.».

Tra i primi atti di giustizia che la procura mette in esecuzione per far fronte al «preoccupante fenomeno della criminalità in Sardegna» figura il sequestro del quindicinale «Sassari Sera». Nel primo numero del '73, in ottava pagina, vi era un nudo femminile e alcuni servizi che - per i gestori del potere - l'opinione pubblica doveva ignorare.

«Il sequestro di questo numero del giornale - scrive il direttore in una ristampa speciale senza donnina - Ha impedito che i nostri lettori sapessero la verità:
1) sui retroscena politici - e non - dell'ultima crisi regionale culminata nell'elezione di una giunta pittoresca;
2) sulla politica di rapina dei monopoli privati che vedono la Sardegna coinvolta nei loro spregiudicati giochi al potere;
3) sulla morte di un uomo ucciso dai contrasti tra due primari, nel quadro delle lotte intestine del sottogoverno che ha trovato degli ospedali il modo incivile di barattare la salute con i più cinici sistemi di promozione personale».

Il sequestro di «Sassari Sera» non ha nulla a che vedere col pudore sessuale (difficile da definire in termini obiettivi): è stato uno spudorato e osceno sequestro politico. E' l'unico giornale in Sardegna che affronta i problemi politici senza peli sulla lingua. Il documento che segue ne è una testimonianza.

«A leggere le relazioni di non pochi procuratori generali alla cosiddetta apertura o inaugurazione dell'anno giudiziario, si ricava netta l'impressione che il nuovo corso politico, sulla cui durata è difficile fare previsioni, introdotto dalla centralità di Forlanini e dal governo pseudo-efficientista di Giulio Andreotti, abbia spinto parecchi magistrati a dire, con maggiore chiarezza e audacia, il loro pensiero, a togliersi i veli e a mostrarsi nella loro reale veste di conservatori incalliti, a discettare di criminalità, di controversie e di sentenze solo al fine di contrapporsi alla dinamica di sviluppo della società e di ergersi a tutori, oltre il campo delle specifiche competenze, dell'ordine violato e della morale violentata.
Avremmo manifestato meraviglia, pensando al suo passato, recente e remoto, se al coro non avesse unito la sua voce anche il dott. Francesco Coco, procuratore generale della Sardegna, tornato fra noi dopo 14 anni di assenza e, diciamo pure, di dimenticanza, ché la sua partenza, allora, non suscitò particolari rimpianti e neppure, presumiamo, sospiri di sollievo da parte dei criminali.
Forse è nella consapevolezza di ciò che egli, iniziando la relazione, ha voluto citare, con minuzioso puntiglio, tutte le autorità presenti alla inaugurazione, quasi a voler sottolineare l'atto di omaggio reso al suo genio giuridico, nuovamente presente in un'Isola tanto bisognosa di essere illuminata, per vedere illuminati i dubbi, corretti gli errori, rinfacciate le colpe.
Ed egli ha parlato: ed ha fatto un discorso prevalentemente politico pur essendo, ovviamente, uno strenuo assertore della divisione dei poteri e della conseguente necessità che il magistrato non sia inquinato dalla politica…
Nella prima parte della sua relazione, il dott. Coco ha esposto lo stato delle vertenze e dei procedimenti civili. Soffermiamoci su due problemi piuttosto importanti e indicativi: divorzio e controversie di lavoro, previdenza e assistenza.
Veniamo a sapere che sono state presentate finora, in Sardegna, 690 istanze di divorzio e che sono stati definiti 340 procedimenti: meno della metà. Che cosa ne deduce il dott. Coco? Non già che il numero non eccessivamente alto delle domande di divorzio sia la smentita più clamorosa alla campagna sanfedista dei codini, di ogni ordine e grado, che hanno tanto gridato allo sfacelo della famiglia e della società a causa della introduzione del divorzio e che tuttora sbraitano per eliminare la legge attraverso il referendum; ma il contrario. ecco infatti ciò che egli afferma: «…il movimento delle cause…è nell'insieme ben modesto, e comunque ben lontano da quello assai atteso che veniva rappresentato a sostegno di una asserita esigenza pressante, largamente diffusa, dell'introduzione dell'istituto».
Il fatto che la facoltà di chiedere il divorzio sia stata finora utilizzata da una percentuale non molto alta di coniugi, il cui matrimonio è inesorabilmente fallito, porta il nostro procuratore a negare il civile riconoscimento di questa facoltà: egli è perfettamente allineato con la parte più clericale della nostra classe dirigente.
Nelle controversie di lavoro e previdenza, egli lamenta il continuo aumento di questo tipo di controversie e lo attribuisce non già alla persistente volontà degli istituti previdenziali, solo di recente attenuata dalla presenza di Consigli di amministrazione in cui sono in maggioranza i rappresentanti sindacali, di negare il riconoscimento di invalidità o altro a chi ne ha diritto; ma al contrario ne desume che queste controversie aumentano solo perché finora la gran parte delle istanze dei lavoratori viene accolta dalla magistratura…
Non condividiamo la tesi di quanti hanno creduto di vedere nel discorso del dott. Coco una forma antipatica e poco corretta di esibizionismo intellettuale. Può darsi che lo stile aulico e sociologicamente pretenzioso possa far sorgere questa impressione; ma per noi esso è frutto di meditate convinzioni e perciò ancor più pericoloso. La realtà è che su molte questioni, col dott. Coco, si torna indietro di decenni, se non di secoli. E non solo nel tempo, ma nella concezione del vivere e dell'umano agire, anche in quest'Isola derelitta, ove, se si dovesse dar credito alla prova radicalmente truculenta (alla Barres, per stare ai classici dell'oltranzismo francese) del nostro, non vi sarebbero cittadini che commettono reati, anche gravi, ma belve assetate di sangue e denaro…
Attualmente i dati statistici vengono citati nelle relazioni dei procuratori solo come base - o pretesto - per le loro considerazioni politiche, spesso neppure collimanti con il linguaggio delle cifre. Ad esempio, il tono della relazione del nostro sulla criminalità dell'Isola è, come vedremo, oltremodo allarmistico: ebbene, i dati da lui citati dimostrerebbero esattamente il contrario. Prendiamo i reati più gravi. Negli omicidi volontari si è passati dai 28 del 1969/70 e dai 34 del 1970/71 ai 22 del 1971/72 (meno della metà degli incidenti mortali sul lavoro). Nelle rapine, dalle 50 del 1970/71 alle 42 del 1971/72 (ma, avverte trionfante il nostro, per eliminare ogni impressione positiva, nel 1969/70 erano state 39). Per le estorsioni, esse sono tanto diminuite di numero, specie quelle accompagnate da sequestri di persona, che il nostro preferisce dire che «la diminuzione potrebbe anche attribuirsi alle omesse denunce», quasi che negli anni precedenti non esistesse lo stesso fenomeno.
Questi dati, cioè, avrebbero dovuto suggerire al dott. Coco non toni allarmistici, ma semmai il riconoscimento, se non altro, dell'opera intelligente della magistratura e perché no? della Criminalpol… Niente di tutto ciò. Egli ha una tesi da sostenere, non dati da commentare.
Perciò, non potendosi afferrare alle statistiche per giustificare le sue sparate sul banditismo e sulle belve umane… egli è costretto a invocare i sacri principi, cercandoli in qualche grande maestro del passato. E chi va a resuscitare? Sì (non è il caso di strabuzzare gli occhi!), egli va a cercare proprio Giuseppe De Maistre, vissuto tra il 1754 e il 1821 (non vi avevamo avvertiti che col dott. Coco si tornava indietro di decenni e di secoli?). Chi è il maestro tanto amato dal nostro procuratore generale? Esattamente uno scrittore, un filosofo, un magistrato, un politico che, vissuto all'epoca della rivoluzione francese, vi si oppose con tutte le sue forze e con l'ingegno di cui certamente era dotato.
In pieno secolo ventesimo, conquistata la luna, nell'anno di grazia 1973, dopo la Resistenza e la Costituzione repubblicana, il modello cui si ispira un magistrato italiano di non basso livello è un controrivoluzionario, non già dei tempi di Marx o Lenin o, dio ci guardi, di Mao, ma addirittura di Marat e Robespierre. Il nostro non si oppone alle rivoluzioni di oggi e di ieri, cosa abbastanza normale; no, egli è sì un controrivoluzionario, ma legato politicamente a Luigi XVI e sentimentalmente a Maria Antonietta: fedelissimo nei secoli. Commovente!
Si, a lui viene il dubbio che il maestro possa essere considerato, come dire, un po' arretrato («Lo dissero - sussurra con disgusto il nostro reazionario e controrivoluzionario - un amico e consigliere di molti regnanti e potenti del suo tempo…») Lo dissero? Prendiamo a caso una enciclopedia. Come vi è descritto Giuseppe De Maistre, maestro e ispiratore del dott. Coco Ecco: «Scrittore savoiardo in lingua francese; magistrato, poi ambasciatore di Vittorio Emanuele I di Sardegna a Pietroburgo (gli Zar erano notoriamente una monarchia democratica - n.d.r.); tradizionalista, avversario deciso del razionalismo rivoluzionario, vide nella storia (sentite questa! - n.d.r.) l'azione misteriosa, impenetrabile alla ragione umana, della Provvidenza»… La storia è opera misteriosa della Provvidenza: ogni commento guasterebbe!
E che cosa suggerisce l'ex consigliere dei regnanti al nostro procuratore? «Che vi è nell'ambito temporale una legge divina e visibile che punisce il crimine; e questa legge… è applicata invariabilmente da quando ebbero origine le cose; poiché il male esiste sulla terra, agisce costantemente e… deve essere represso per mezzo del castigo». E poi, solenne, quasi ieratico: «La spada della Giustizia non ha guaina; deve continuamente minacciare o colpire!» Dopo di che, è chiaro, i criminali pentiti o atterriti, si arrendono. Cala la tela!
Il dramma è ben recitato, ma un po' fuori tempo. Peccato! Ma non è solo la passione per la «spada della giustizia che non ha guaina» ad unire il maestro (De Maistre) e l'allievo (Francesco Coco). C'è anche un comune giudizio sui Sardi, specie su quelli che commettono reati: e qui, dalla teoria si passa alla pratica, dalla recita all'azione.
La mozione delle sinistre, discussa al Consiglio regionale il 27 febbraio 1973, ricorda che Giuseppe De Maistre, magistrato savoiardo in Sardegna, suo malgrado, ebbe dei Sardi così alto concetto da definirli «molentes, razza refrattaria più di qualunque altra a tutti i sentimenti, a tutti i gusti e a tutti i talenti che onorano l'umanità», e ancora: «vili senza obbedienza e ribelli senza coraggio», per cui proponeva di inviare in Sardegna «un pretore e due legioni… per impiantarvi molte forche… mai ascoltarli perché si è sicuri di non sentire altro che delle imbecillità, delle calunnie e delle menzogne».
Di questa prosa miserabile tutto potrà dirsi fuorché essa non sia di una chiarezza estrema. Ebbene, è a cotanto maestro che un procuratore generale della repubblica, nato e operante in Sardegna, si rifà per legittimare le sue tesi. Accompagnate da giudizi altrettanto pesanti, sia pure riferiti ai Sardi imputati di determinati reati, o ad alcuni centri del Nuorese definiti «Vivai di banditi e di ladroni». Se ne potrebbe fare, ancor prima che un problema politico di non lieve importanza, una questione di semplice buon gusto: ma in questa materia ognuno si regola secondo i propri sentimenti e la propria mentalità. Non si capisce, infatti, perché i Sardi che commettono gravi reati, come gli omicidi, le rapine o i sequestri di persona, debbano essere considerati più feroci, più vendicativi e falsi dei criminali di altre regioni italiane; come non si capirebbe ovviamente l'affermazione opposta…» (R. Manis in «Sassari Sera» del febbraio e marzo 1973).

6 - Si farebbe un torto alla teoria delle pulsioni sessuali che se represse esplodono in forme deviate e patologiche, se non si riconoscesse ai teorizzatori e ancor più agli esecutori della violenza (compresa quella «a fin di bene») l'attenuante di turbe mentali. Le armi - in particolare «le spade senza guaina sempre pronte a colpire» - altro non sono che il simbolo di un pene «sempre eretto» amato e odiato dagli impotenti De Maistre. Indipendentemente dalla funzione di cane da guardia dei privilegi della classe dominante, le istituzioni militari e repressive sono rifugio di non pochi psicopatici che vi trovano il soddisfacimento della loro libido deviata e il consolidamento della loro psicopatia. Sarebbe estremamente interessante uno studio della personalità dei governanti, in particolare generali, prefetti, questori e procuratori.
Il nuovo corso della giustizia (tra il '72 e il '73) ha già generato tre casi che non stanno né in cielo né in terra, di cui la gente «normale» parla con stupore o con ironia, e che mostrano sintomi allucinanti di schizofrenia repressiva: la guerra contro i clubs giovanili, che ha come motivazione ufficiale la salvaguardia della verginità delle fanciulle; il sequestro da parte dei carabinieri del materiale didattico di una inchiesta scolastica a Monastir e l'invasione dei carabinieri in una scuola elementare, ad Armungia; la campagna contro i «putipù».
La guerra contro i circoli giovanili si scatena ai primi di marzo del 1973, e continua alternata a quelle contro «bande armate rosse» e contro «la droga» secondo il fabbisogno del sistema. Su ordine della procura sono stati perquisiti e chiusi 30 clubs. Della «vasta operazione» parla un quotidiano di Cagliari.

«Per stroncare la dilagante corruzione che trova un ambiente assai favorevole nei circoli giovanili, il procuratore della Repubblica ha disposto una serie di controlli e perquisizioni che hanno portato alla chiusura di 30 clubs e alla identificazione (leggasi schedatura - n.d.r.) di oltre 1.200 giovani, 300 dei quali, per la maggior parte ragazze, minorenni. A conclusione delle indagini gli agenti della Mobile hanno trasmesso un dettagliato rapporto all'autorità giudiziaria denunciando 12 persone per avere aperto pubblici esercizi senza la prescritta autorizzazione e per avere organizzato trattenimenti danzanti pur non disponendo dell'indispensabile nulla-osta della Questura. Un altro giovane, invece, è stato deferito alla magistratura per aver riaperto il club senza l'autorizzazione del pretore. Ciò in quanto il circolo, lo «Studio 21» di via San Domenico era già stato precedentemente chiuso durante un altro controllo della polizia. Assieme al rapporto sono stati trasferiti al palazzo di giustizia tutti gli oggetti sequestrati durante le ispezioni : giradischi, registratori, impianti stereofonici, dischi, eccetera. La decisione di procedere ad una intensa lotta contro i clubs abusivi, è stata presa dal dott. Villasanta (il quale per altro, si occupava da tempo dello spinoso problema) a seguito dei numerosi esposti presentati in questura e alla stessa Procura da molti genitori che si lamentavano perché i figlioli frequentavano tali circoli e rientravano la sera tardi a casa. Ovviamente i ragazzi - come hanno potuto constatare i familiari - trascuravano gli studi, frequentando, contemporaneamente, ambienti non di rado equivoci e malsani. L'azione della polizia è stata, quindi, drastica e tempestiva. Ma, più che altro, è servita a rasserenare molti genitori preoccupati per il comportamento dei figli…» (Su «L'Unione Sarda» del 2.3.1973).

Pochi giorni dopo, la polizia effettua un secondo massiccio rastrellamento che si conclude con la chiusura di altri 27 circoli privati. La motivazione è sempre quella di «prevenire la delinquenza minorile». Stavolta si agita lo spauracchio della droga e della prostituzione, anche se in nessun club - tutti minuziosamente perquisiti - si è trovata traccia di droga o si sono trovate prostitute in fase di adescamento.
Ciò che è assurda, anzi malata è la teoria poliziesco-procuratoria secondo la quale i circoli giovanili sarebbero fomite di criminalità: anche il Lombroso sosteneva che le associazioni popolari sono sempre ricettacolo e stimolo di delinquenza. Bisognerebbe denunciare i Padri della costituzione repubblicana per «istigazione a delinquere», quando nell'art. 18 dichiarano che «i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale».
Non si è potuto sequestrare altro che giradischi, dischi e strumenti musicali. Sono armi da rapina? I ragazzi si incontrano nei loro circoli (messi su da loro, perché il sistema nega al cittadino anche questi elementari servizi civili) per stare insieme, sentire musica, ballare e discutere i propri problemi. Sono azioni vietate dalla legge penale? i circoli si chiudono col pretesto della «non autorizzazione» della questura. Ma la Costituzione non specifica «senza autorizzazione»?
La guerra contro i circoli diventa un fatto politico assolutamente «normale» in quanto coerente ai fini criminosi della restaurazione fascista in atto. Basta osservare come, in contrasto con lo stesso art. 18 della Costituzione («Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono anche indirettamente scopi politici mediante organizzazione di carattere militare»), proliferano indisturbate, se non covate dalla stessa polizia, associazioni fasciste e parafasciste armate fino ai denti.

7 - Dai circoli giovanili, dove si balla, alle scuole, dove si fa politica.
La mattina del 23 febbraio '73, a pochi giorni dalla cessazione del fuoco in Indocina, esplode una nuova «guerra del Vietnam» a Monastir, paese agricolo di poche migliaia di abitanti, distante 20 chilometri dal capoluogo dell'Isola.
Il Vietnam era stato ricostruito per immagini in un'aula della scuola media di Monastir. Gli scolari della seconda C in collaborazione con altre classi, dopo un non facile lavoro di ricerca e di studio, avevano incollato il materiale raccolto (fotografie e ritagli di stampa) in 5 cartelloni murali, rappresentando i momenti essenziali di una sporca guerra.
La mattina del 23 febbraio, durante l'assenza della titolare della classe, Maria Lucia Podda, i carabinieri, al comando di un ufficiale del nucleo investigativo di Cagliari, aprono le ostilità invadendo l'aula del Vietnam. Le forze dell'ordine hanno tentato in un primo tempo di fotografare tutto il materiale didattico esposto; poi ci hanno ripensato e hanno sequestrato tutto quanto - mentre l'ufficiale, esperto in reati politici, esaminava diario di classe ed elaborati di scolari.
Il materiale didattico, prima fotografato e poi sequestrato, contava di 5 cartelloni contenenti fotografie sulla guerra nel Vietnam che gli scolari avevano ritagliato da diversi quotidiani e settimanali (Il Corriere della Sera, L’Unità, Famiglia Cristiana, Il Tempo settimanale, ecc.) e alcuni disegni eseguiti spontaneamente dagli stessi scolari.
Due tabelloni riproducevano fotografie delle atrocità commesse dall'imperialismo USA con le seguenti didascalie: «Massacro americano in Vietnam» e «Americani torturatori come i nazisti». Un terzo riportava fotografie che mostravano le conseguenze della guerra, negative sia per gli americani che per i vietnamiti; un quarto, conteneva una cartina geografica del Vietnam, alcune fotografie di esponenti politici del Vietnam, alcune scene di vita del popolo vietnamita e poesie di Ho Chi Min e di Xuan Dieu. L'ultimo cartellone, non ancora ultimato, riportava disegni fatti dagli scolari e la poesia «Uomo del mio tempo» di Quasimodo.
Il casus belli che ha legittimato l'invasione poliziesca è stato provocato dal preside della scuola, che ha fatto alla stampa questa storica dichiarazione:

«Il mio intervento è rispondente alla legge che vieta di far politica a scuola… Ho segnalato ai carabinieri, a scanso della mia responsabilità di preside, le voci che circolavano. Non so cosa i carabinieri abbiano fatto e cosa intendano fare: sono cose loro, di loro esclusiva competenza… Ritengo di aver agito nel rispetto della legge: a dei ragazzi di 12 anni non si possono unilateralmente instillare nel cervello slogan e fatti che non sono in grado di capire con pienezza di valutazione» (Su «L'Unione Sarda» del 28.2.1973).

La dichiarazione del preside - che vorrebbe essere un appello alla legalità e un richiamo pedagogico al rispetto della personalità del fanciullo - è in effetti un oltraggio alla legge che garantisce la libertà di insegnamento ed è una asineria didattica in quel presumere nel fanciullo l'incapacità di capire. E' falso che esista una legge che vieta di fare politica a scuola - se così fosse, tutti i libri di testo andrebbero sequestrati, perché fanno politica. Forse il preside intendeva «politica di sinistra». Ma neppure un sistema pretesco e liberticida come il nostro può obbligare i docenti a fare la politica dei padroni, senza sputtanare quel minimo di gioco democratico che bene o male viene ventilato in alcune istituzioni pubbliche. E' chiaro che a scuola non si fanno discorsi elettorali e tesseramenti di partito, seppure tutti gli anni, sotto pasqua, i preti invadano la scuola dell'obbligo, obbligando alla confessione i ragazzi.
Dato che insegnare la storia è fare politica, bisognerebbe sopprimere questa materia. C'è però che si può fare politica in tutte le materie di studio. Perfino con l'aritmetica, che insegnando al povero a farsi i conti in tasca gli permette di prendere coscienza della disuguaglianza e dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo. In verità, bisognerebbe abolire la scuola, per evitare che vi si faccia politica.
I ragazzi di Monastir hanno dimostrato con il prodotto del loro lavoro di ricerca di essere in grado di capire la storia del Vietnam certamente meglio pel loro preside. Il fatto è che «capire con pienezza di valutazione» è un male per i dirigenti della scuola italiana, già espressione del privilegio di classe e ora strumento di massificazione dei cervelli del popolo. Capire è un fenomeno rivoluzionario da stroncare, in un sistema che fonda il suo potere sull'ignoranza e sul qualunquismo.
Cosa vuol dire, poi, che i ragazzi «non sono in grado di capire con pienezza di valutazione?» E' il discorso razzista che l'adulto ignorante o fascista fa nei confronti del fanciullo (o della donna o del nero o del sardo). Pregiudicato come «incapace di intendere e di volere» il fanciullo dovrebbe ignorare i problemi della vita nei suoi aspetti crudeli, quando nel contempo quegli aspetti crudeli egli vive e soffre concretamente. La «gloriosa» carneficina della prima guerra mondiale, che è tradizionale materia di studio nella scuola d'obbligo, è meno «orrenda» della carneficina della guerra nel Vietnam? I ragazzi possono comprendere «con pienezza di valutazione» la prima e non la seconda?
C'è una sola proposizione giusta, ma decisamente ipocrita in bocca al preside fascista: quella dove è detto che «non si possono unilateralmente instillare slogans e fatti». Infatti. Alla campana «unilaterale» dei testi scolastici, dei telegiornali, dei preti catechisti, l'insegnante ha il dovere professionale, civile e morale di fare sentire almeno un'altra campana, la propria campana (quando per eccezione ne abbia una da far suonare). D'altro canto, l'insegnante, che si presume con un proprio cervello, le idee di chi dovrebbe esprimere, se non le proprie? Quelle di Andreotti o di Paolo VI?
La sera dello stesso giorno, le «forze armate» danno il via alle operazioni di «rastrellamento», dopo la «invasione». Alla presenza di un alto funzionario dell'ufficio politico della questura di Cagliari, i carabinieri interrogano gli scolari «catturati» nella seconda C e nella terza B (i primi responsabili diretti della ricerca sul Vietnam e i secondi complici per avere collaborato alla attuazione del «medesimo disegno criminoso»). Più tardi è il turno delle fanciulle - interrogate da parte per evitare «pericolose promiscuità». Sono le scolare della prima B (classe dove insegna la prof. Caterina Sanna, anch'essa incriminata per le sue idee di sinistra). Portate in caserma, dopo un ripensamento vengono rimandate a casa senza interrogatorio. Perché - si dirà - sono state ormai acquisite «prove sufficienti».
Visti, fotografati e sequestrati i tabelloni rappresentanti il Vietnam; rastrellati, radunati e interrogati gli scolari; letti e ponderati i registri di classe, i piani di lavoro didattico, gli elaborati scolastici e i residui delle merendine sotto i banchi; consultati approssimativamente i classici di pedagogia e di metodologia didattica e consultato meno approssimativamente il codice penale (fascista); considerate «raccapriccianti» le immagini delle stragi ordinate da Nixon ed eseguite dai marines nel Vietnam, specie quelle dove si vedono bambini massacrati (e perciò da non mostrare a bambini, neppure a quelli massacrati!); ritenuti denigratori e offensivi certi giudizi espressi sui tabelloni nei confronti di Nixon; i carabinieri «ravvisano gli estremi del reato di vilipendio a un capo di stato estero» e rimettono il tutto nelle mani del pretore di Serramanna, competente per territorio. Il tutto verrà poi trasmesso alla procura di Cagliari, per maggiore competenza.

8 - Non si è ancora spenta l'eco delle risate con cui l'opinione pubblica isolana ha reagito ai fatti di Monastir quando si verifica, nel mese di marzo, una seconda operazione poliziesca nella scuola elementare di Armugia - il villaggio che ha dato i natali a Emilio Lussu. i giornali ne riportano la notizia il 16.
«In nome della legge, fermi tutti!» tuona il brigadiere dei CC irrompendo nell'aula delle scuole popolari adibita a teatrino, dove maestro e scolari stanno recitando un dramma sulla emigrazione con la collaborazione dei «Compagni di Scena», un gruppo teatrale che promuove simili iniziative nelle comunità interne.
Gli improvvisati attori restano letteralmente a bocca spalancata, con la battuta a mezz'aria. Qualcuno del pubblico pensa a una malizia scenica: forse l'irruzione in sala dei carabinieri fa parte del copione; una trovata che avrebbe potuto significare una critica alla repressione poliziesca in atto contro la scuola e i giovani che vi fanno politica.
L'ipotesi di una trovata scenica cade subito. Non si tratta di finzione: a interrompere la rappresentazione è il brigadiere comandante la stazione in carne e ossa, ed è inverosimile che si sia prestato a recitare una parte così incomoda. «Siamo intervenuti per accertamenti d'ufficio» - dirà in seguito lo zelante tutore dell'ordine, minimizzando la farsesca operazione. Che oltre a essere illegittima, ha stonato maledettamente sotto il profilo artistico, dato che un dramma sulla emigrazione è una cosa seria.
L'intervento poliziesco - si è appurato più avanti - sarebbe stato provocato da un carabiniere-scolaro. Un fenomeno tipico degli anni 70 sono i poliziotti-umanisti, che si sono messi a frequentare diligentemente le scuole di ogni ordine e grado. In Sardegna, venuto a scemare il filone dei banditi barbaricini, che anche incentivato da questori e commissari non rendeva più all'industria della repressione, crollata nel ridicolo la montatura sifaresca dei guerriglieri feltrinelliani appostati tra i macchioni del Supramonte, le cosiddette forze dell'ordine hanno spostato il loro attivismo nelle scuole. Questurini e carabinieri, a Cagliari, dimessa la divisa e fattesi crescere le zazzere, frequentano l'università seguendo assiduamente le lezioni dei docenti di sinistra e partecipando attivamente ai dibattiti e alle manifestazioni dei «colleghi» di idee libertarie.
Ad Armungia non c'è università. A malapena c'è una scuola d'obbligo. E così, ai carabinieri del luogo non resta altro che iscriversi alla scuola popolare, sedere tra i bambini col fiocco rosa e gli adulti analfabeti, pastori e braccianti, con la lodevole intenzione di ottenere una licenza di scuola elementare per avanzare di grado e nel contempo star vicini al popolo «per meglio conoscerlo e servirlo».
«Per meglio fregarlo!» ha commentato un pastore che frequenta il corso popolare «quello andava a scuola per spiare, altro che per imparare!».
Infatti, il carabiniere-scolaro-spia aveva il compito di controllare le attività didattiche del centro di lettura nelle locali scuole elementari. Alla stazione dei CC erano giunte voci secondo le quali in quel centro non ci si limitava come d'uso a fornire «i rudimenti del leggere, scrivere e far di conto», ma vi si faceva politica - di sinistra per giunta. Più in particolare, l'attenzione dei tutori dell'ordine si era appuntata sul maestro, che, con «sospetta frequenza» discuteva di «emigrazione» con gli scolari. Il «sovversivo» anziché accontentarsi di dare in prestito i libri-polpettone del servizio centrale della PI, svolgeva inchieste e teneva dibattiti su problemi di comunità.
I problemi di una comunità come quella di Armungia sono comuni a tutti i centri agro-pastorali della Sardegna: nascono dalla arretratezza prodotta dallo sfruttamento, dall'insostenibile prezzo dei pascoli, dalla rapina delle industrie casearie, dall'assoluta mancanza di servizi civili; denunciano nel capitalismo un disegno di permanente invasione coloniale regionale. Sono tutti problemi reali, che la gente sarda patisce giorno per giorno. Ma per i tutori dell'ordine sono tabù: chi ne parla è un sovversivo, un istigatore all'odio di classe, uno che vilipende le istituzioni. Figuriamoci, parlare della emigrazione! Un argomento scabroso per gli annessi e connessi critici che ne derivano: un fenomeno che ha dissanguato e portato quasi alla estinzione numerose comunità.
Con il carabiniere-scolaro-spia il locale apparato repressivo aveva un quadro sempre aggiornato degli «sviluppi sovversivi» nella scuola dell'obbligo, e di conseguenza aveva, come suol dirsi, la situazione in pugno. Già durante le prove scolastiche del dramma, certe battute «irrispettose» che criticavano la politica governativa e regionale avevano fatto fremere di sdegno legalitario il carabiniere. Il quale aveva fatto rapporto al suo diretto superiore, ripetendo, non senza arrossire, le parolacce rivolte dagli scolari sovversivi contro i buoni governanti. Il brigadiere comandante - deve avergli suggerito di pazientare: Prima o poi, i sovversivi delle scuole elementari si sarebbero scoperti del tutto con qualche frase passibile di denuncia per «vilipendio» a qualche cosa. Ci avrebbe pensato lui, allora, a intervenire e a fare un bel repulisti. A conclusione della «brillante operazione» ci sarebbe scappato un encomio solenne e forse qualche scatto anticipato di stipendio.
L'ora X è scattata durante la rappresentazione - come si è detto all'inizio. Soltanto che lo zelo repressivo dei locali CC non è stato sufficientemente apprezzato. Da qualunque parte la si rigirasse, la faccenda restava rozza e ridicola. Oltre tutto, il maestro aveva l'autorizzazione del direttore didattico, e il provveditore agli studi, che ha aperto la solita inchiesta, ha anticipato un giudizio dichiarando alla stampa che «non si può muovere nessun appunto all'insegnante che coordina il lavoro del Centro di educazione popolare per avete organizzato la rappresentazione che si inquadra nelle normali attività didattiche».
E' strano, però, che una inchiesta sulla vicenda di Armungia venga aperta dal provveditore agli studi sull'operato dell'insegnante e non invece dal comandante dei carabinieri: se c'è chi ha menomato il prestigio delle istituzioni, questi sono i carabinieri di Armungia, prendendo lucciole didattiche per lanterne sovversive.

9 - Alla fine del 1972 scoppia la guerra dei putipù - come è stata argutamente battezzata dal popolo la campagna della polizia contro ogni genere di fuochi d'artificio, che vede impegnate ingenti forze militari e di polizia in vaste battute, in minuziosi rastrellamenti, in numerose denunce, schedature, condanne.
Il pretesto è dato dall'incidente del Prenestino, a Roma, verificatosi all'alba del 30 novembre. (Un incidente che ha fatto pensare a quello dell'incendio del Reichtag nel 1933). Così la notizia nel titolo di un quotidiano:

«Spaventosa esplosione in un palazzo popolare - E' saltato come una polveriera travolgendo gli inquilini nel sonno - Quindici i morti, sessanta i feriti, trecento le persone rimaste senza tetto - Scene sconvolgenti tra i superstiti - Alcuni di essi si sono lanciati dalle finestre per sottrarsi alle fiamme che invadevano le macerie - Il dramma è stato provocato dallo scoppio di un deposito di fuochi artificiali ricavato negli scantinati dell'edificio di un armiere - Il presunto responsabile dell'accaduto è stato arrestato» (Su «L'Unione Sarda» dell'1.12.1972).

Le autorità competenti aprono immediatamente un'inchiesta. Si appura che l'armeria nel Prenestino conteneva oltre una tonnellata di esplosivi. Il giorno dopo la tragedia, la polizia trova, sempre a Roma, un altro arsenale: «Cento chili di botti e diecimila razzi». Tutta Roma è in pericolo. La stessa penisola può esplodere da un momento all'altro.

«La città (Roma)… è minata. Una vera e propria Santa Barbara che potrebbe saltare da un momento all'altro. La psicosi dei fuochi d'artificio dilaga. Forse si esagera (meno male! - n.d.r.), ma il fatto che ogni anno nel fatidico San Silvestro la città sembra tornare improvvisamente ai tempi di Nerone (anche lui un patito dei botti? - n.d.a.) pone a tutti un interrogativo. Da dove provengono tutti quei botti?…» (Su «L'Unione Sarda» del 2.12.1972).

L'interrogativo è davvero pertinente. Ma una risposta, il pennaiolo imbeccato dalla questura non può darla. Bisognerebbe passare la domanda ai padroni delle industrie: gli esplosivi, che io sappia, non si fanno in casa, come le marmellate di fichi e di prugne. A me sembra ancora più pertinente un altro interrogativo: Perché non smantellate tutte le industrie che producono armi esplosive? Il problema dei botti e dei putipù sarebbe risolto alla radice, e sarebbe anche risolto quell'altro problema che è la guerra.
Lo stato maggiore della repressione si riunisce d'urgenza per esaminare la «gravità del fenomeno» e per prendere «drastici provvedimenti». Tutto l'apparato viene mobilitato in una campagna che ha lo scopo di stroncare il commercio, la diffusione e l'uso dei putipù. Per dare più grinta ai «cacciatori», i botti vengono descritti come animali turpi e sovversivi, oggetto di illeciti traffici. Un giro da non dirsi. «L'armeria del Prenestino - scrive il solito quotidiano bene informato - conteneva oltre una tonnellata di esplosivi. in prevalenza i razzi erano di fabbricazione tedesca e giapponese». Si lascia intendere che ci sia lo zampino di potenze straniere che, immettendo nel nostro mercato i diabolici putipù, minano la sanità fisica e morale della razza italica.
A questo punto, qualcuno che attribuisce al sistema ogni genere di malizia - e io sono fra quelli - ha cominciato a congetturare sull'uso antipoliziesco che il popolo avrebbe potuto fare dei botti. Per esempio, studenti e lavoratori, che quando manifestano nelle strade e nelle piazze (e dove, se no?) provocano le ire dei poliziotti, avrebbero potuto utilizzare i botti, i putipù e i trictrac per equilibrare la situazione. Gli esperti sostengono che sono ottimi per fabbricare bottiglie Molotov e che debitamente manipolati possono costituire discreti ordigni esplosivi. Che lo stato maggiore della repressione abbia così congetturato e intenda disarmare quelle teste calde degli studenti e dei lavoratori? A lasciare libero il commercio dei putipù, coi tempi che corrono, la gente può farne incetta col pretesto del San Silvestro e tirarli poi fuori per ostacolare le legittime bastonate dei tutori dell'ordine. «Intanto cominciamo a sinistra - devono essersi detti i testoni dello stato maggiore - poi staremo a vedere cosa faranno quelli di destra». Che cosa abbiano fatto «quelli di destra» coi «botti» si sa.
Le notizie sulla stampa, relative alla campagna dei putipù, si susseguono quotidianamente con stile marziale, simili a bollettini di guerra.

6.12.72 «Nuovi sequestri di materiale esplosivo. Molti altri arsenali scoperti dagli agenti. A Roma sono stati trovati oltre 12 quintali di botti e 3.00 razzi. 100 chili di polvere da sparo ed alcune migliaia di petardi in una abitazione e in un'armeria di Taranto».
8.12.72 «Continua in tutta Italia la guerra ai tragici fuochi d'artificio. A Sestri Ponente, due quintali di esplosivo… Il proprietario, Francesco Misto… è stato bloccato e arrestato. A Firenze… è stata arrestata la moglie di un armaiolo trovata in possesso di polvere da sparo. A San Benedetto del Tronto, inoltre, 150 chilogrammi di razzi, bengala, petardi ed altri ordigni a base di polvere pirica, sono stati sequestrati dagli agenti… Il materiale, dopo il sequestro, è stato distrutto…»
15.12.72 La guerra investe anche la Sardegna, in modo particolare per l’animus criminoso che vi alligna. Si comincia dall'Iglesiente, dove non i botti ma la dinamite è di casa, per via delle miniere.
«Una massiccia operazione dei carabinieri. Sequestrati in quindici comuni 2.000 esplosivi natalizi. I militari hanno setacciato le armerie e altri negozi del Sulcis e del Cagliaritano. Denunciate due persone. Aperta un'inchiesta per identificare i fabbricanti abusivi di botti». «Per tutta la serata - scrive il cronachista - il carabinieri hanno setacciato i comuni citati (Iglesias, Portoscuso, Gonnesa, Fluminimaggiore, Siliqua, San Sperate, Decimomannu, Uta, Villaspeciosa, Villamassargia, Decimoputzu, Buggerru, Domusnovas, Musei e Vallermosa) ottenendo notevoli risultati».

I «notevoli» risultati dell'operazione consistono nel sequestro di 4.000 castagnole (i trictrac), alcune centinaia di racchette illuminanti e di petardi. «I risultati conseguiti - avverte il bene informato cronachista - non sono che il primo passo verso ulteriori sviluppi».
Nello stesso giorno, lo stesso quotidiano dà notizia di una vasta operazione di rastrellamento nella città di Cagliari. L'operazione è coordinata e diretta dallo stesso questore.
    «L'operazione ha dato già risultati soddisfacenti; dopo il sequestro effettuato nei giorni scorsi nella casa di un venditore ambulante, il sessantaduenne Mario Corrias al quale furono sequestrati petardi, castagnole, bombe carta ed esplosivi per oltre un quintale e mezzo, gli agenti hanno continuato il rastrellamento. Altri due quintali di esplosivo sono stati recuperati (alcuni petardi e bombe carta sono stati addirittura trovati abbandonati in strada) e distrutti».

Si apprende intanto che tutti questi «esplosivi» vengono accatastati nella marina del Poetto e fatti esplodere da specialisti artificieri della stessa polizia. Si paventano luttuosi incidenti ai funzionari sul fronte del putipù.
Ancora il 15.12.72 viene setacciata la cittadina di Macomer, una porta aperta verso le Barbagie.

«Nel quadro delle perquisizioni ordinate su scala nazionale per la lotta contro il materiale pirotecnico ed esplosivo, il commissario di polizia di Macomer ha effettuato stamane con tre squadriglie di agenti accurati controlli nei negozi e nei cantieri edili del capoluogo del Marghine e nella Zona. Mentre nei cantieri la ricerca è stata negativa, gli agenti hanno invece sequestrato cinque chili di giocattoli pirici in una cartolibreria di via Lazio, gestita dalla ventottenne Natalina Pinna, che è stata denunciata a piede libero (bontà loro! - n.d.a.) per detenzione e vendita abusiva di giocattoli pericolosi».

Cercando i putipù la polizia finisce - com'era da prevedere - per imbattersi in arsenali di armi da guerra. Sempre nella stessa fatidica giornata, a Borgosesia di Vercelli:

«Tre mitragliatrici leggere, quattro fucili mitragliatori, alcuni moschetti e pistole, oltre 2.000 proiettili, una cinquantina di candelotti di dinamite e circa 500 metri di miccia sono stati trovati dai carabinieri».

Per inciso: se si fossero varcati i cancelli off-limits delle basi NATO in Sardegna si sarebbe ottenuto un più sostanzioso bottino.

16.12.72 In Sardegna «sequestrati migliaia di giocattoli pirici». Nel corso dell'operazione «gli agenti hanno anche rinvenuto tonnellate (sic!) di dinamite, detonatori, oltre a fucili e 11 bombe a mano». «Un abusivo - si legge nello stesso bollettino di guerra - trovato in possesso di 72 oggetti esplosivi (?) e 14.980 giocattoli pirici è stato deferito alla magistratura. Inoltre, ben 2.300 artifici esplodenti (?) sono stati rinvenuti abbandonati in un campo alla periferia della città (di Cagliari). Tutto il materiale sequestrato è stato fatto saltare sulla spiaggia di Giorgino da un artificiere della polizia che continua i controlli e le perquisizioni per recuperare altro materiale esplodente».
Stessa data, sempre a Cagliari. «Irruzione della polizia in via Oristano… in casa di un venditore ambulante. Sequestrati un quintale e mezzo di esplosivi. Denunciato a piede libero il detentore dei putipù».

A Nuoro, invece, i detentori si arrestano. Ancora il 16.12 un bollettino di guerra annuncia:

«Massiccia operazione di polizia. Arrestate due persone per i botti natalizi». Insieme ai trictrac vengono «sequestrate sei armi (sic!), 1.900 detonatori, 2.500 metri di miccia a lenta combustione e 15.800 cartucce per fucili da caccia».

Intanto a Belluno si svolge il processo contro l'olimpionico sorpreso mentre trasportava 15 quintali di dinamite. I giudici gli affliggono 4 mesi col beneficio della condizionale, considerato che si tratta dell'ex campione del mondo di bob, Eugenio Monti, che non è barbaricino e non ha legami di parentela col Nuorese. Pare che i 15 quintali di dinamite servissero all'ex campione per ravvivare con qualche botto il capodanno imminente.
I menagramo avevano ragione. Nello stesso giorno, la campagna dei putipù è funestata da un mortale incidente.

«Tragico bilancio al poligono militare di Taranto. Un poliziotto dilaniato dai petardi sequestrati. Insieme ad altri agenti stava scaricando da un furgone un quantitativo di fuochi d'artificio che doveva essere distrutto. Il materiale è esploso travolgendo il gruppo. Anche un maresciallo e due appuntati sono rimasti feriti».

Il sacrificio non sarà vano. La guerra ai putipù viene intensificata. Ormai Natale è vicino. Lo stato maggiore ha promesso al popolo una festa tranquilla, silenziosa, «civile» - niente botti natalizi e di fine d'ano, non siamo più beduini, né tedeschi che in quei giorni non sanno divertirsi se non a colpi di Feurwerk, Leuchtkugel e Raketten. A proposito del tradizionale, abbondante uso che i tedeschi fanno di fuochi di artificio per Silvester, gli esperti di psicologia sociale fanno rilevare che «il popolo tedesco non combina guai coi putipù, perché è attento e misurato anche nei momenti di giubilo collettivo e non li userebbe mai per scopi eversivi».
I bollettini si susseguono a ritmo serrato.

21.12.72. «Alcuni quintali di ordigni esplosivi sono stati sequestrati ieri dagli agenti della Mobile a due venditori ambulanti. Si tratta di petardi, castagnole, trictrac, giocattoli pirici, spaventapasseri (un piccolo ordigno di fabbricazione tedesca ritenuto particolarmente pericoloso) che gli stessi ambulanti vendevano nelle bancarelle allestite nelle vie del centro. Il piccolo arsenale… è stato distrutto al Poetto da un artificiere della polizia».

L'artificiere era veramente esperto. Non si sono verificati incidenti. Nonostante fra i trictrac vi fossero gli «spaventapasseri», particolarmente pericolosi nelle mani degli sprovveduti cittadini. C'è chi opina che ogni confezione di «spaventapassero» contenesse un libretto di Mao e un manuale di guerriglia urbana.
Il 23 dicembre «si intensifica l'operazione per un Capodanno tranquillo». Il quartier generale dirama dalla capitale il seguente bollettino: «Con l'approssimarsi delle festività di fine d'anno la polizia ha intensificato su tutto il territorio nazionale la vigilanza e il controllo sulla fabbricazione e la vendita di oggetti contenenti sostanze esplodenti, al fine di garantire alle popolazioni un Capodanno tranquillo».
Il nemico in fuga lascia sul terreno un ingente bottino. «Sequestrati a Napoli sette quintali di materiale pirotecnico. Nel negozio di un fruttivendolo (il nemico si annida dappertutto! - n.d.a.) oltre 4.000 razzi».

Due piccioni con una fava. Visto che la polizia è sul piede di guerra contro i putipù, per fare risparmiare denaro al contribuente, se ne approfitta per perquisire le armerie alla ricerca di fionde, biglie di acciaio e mazze ferrate, di cui pare si muniscano certi scioperanti per opporsi alle pacifiche cariche dei tutori dell'ordine.
Il giorno dopo, il 24, Nixon fa sapere che non è d'accordo sull'operazione «Capodanno tranquillo». i bombardieri strategici B-52 sganciano senza sosta tonnellate e tonnellate di ordigni esplosivi su Hanoi, massacrando la popolazione.
I putipù repressi stano diventando un simbolo di giustizia libertaria. Messi insieme in modo adeguato vengono usati dalla povera gente per sfogare antichi rancori contro le prepotenze padronali. In Sardegna è tradizionale il «salutare» candelotto di dinamite sul davanzale della finestra in casa del possidente o del funzionario statale. Un modo come un altro per scaricare con un bel botto la tensione e il veleno accumulati. Il 27, due giorni dopo Natale, a Torino, un operaio sardo, dopo avere disperatamente cercato un chiletto di putipù per scaricarsi i nervi, ha dovuto ripiegare su un proiettile da mortaio. Era stato bidonato da un galantuomo protetto dalla legge nell'acquisto di un appartamento: l'aveva pagato, cavandosi il pane di bocca e ipotecando tutta la vita, il doppio del suo valore reale. La giustizia se ne frega dei cittadini truffati legalmente - non può andare contro se stessa. L'operaio di Torino, Salvatore Fae, voleva vendicarsi col botto, ed è stato arrestato - anche se non si capisce bene perché: come diavolo avrebbe potuto fare esplodere quel rugginoso residuato bellico, un proiettile da mortaio della prima guerra mondiale, è un mistero. E', comunque interessante la sdegnosa dichiarazione del povero operaio: «Sono affari miei e li regolerò quando tornerò libero!» Ciò che dimostra, fra le altre cose, quanta fiducia abbia il cittadino nella giustizia.
Alla fine dell'anno i putipù resistono ancora. Il 30 viene sferrato l'attacco decisivo su tutti i fronti. Il nostro quotidiano annuncia trionfalisticamente:

«Un'imponente operazione… La polizia sequestra in Italia cataste di fuochi artificiali. Agenti di pubblica sicurezza, carabinieri e guardie di finanza hanno setacciato i negozi di giocattoli, le fabbriche e numerose abitazioni. Decine di persone denunciate all'autorità giudiziaria per detenzione di esplosivi».

Ci si aspettava anche l'intervento delle truppe corazzate per dare il colpo di grazia.
Tra un botto e l'altro vengono sorpresi ed eliminati veri e propri arsenali bellici.

«A Milano, due moschetti, 25 fucili, 8 carabine, 4 pistole, 1 bomba a mano, 3.250 cartucce… A Napoli, 12 fucili, 5 pistole… A Catanzaro, 21 fucili, moschetti, mitra e carabine (numero imprecisato), 8 pistole e 565 cartucce… Numerose bombe a mano e 168 proiettili…»
Per unire l'utile al dilettevole, nella sola Firenze, la polizia «ha identificato 4.466 autovetture e fatte 512 contravvenzioni».

In Sardegna, l'operazione putipù finisce per diventare - come scrive il quotidiano citato - «Prevenzione della criminalità». A Cagliari, nella operazione notturna lampo vengono utilizzate 667 unità di polizia nell'ultimo decisivo attacco di fine anno. Nel bollettino pubblicato il 30 si legge:

«La vasta operazione notturna ha naturalmente portato ad esiti favorevoli anche in diversi altri settori della delinquenza e della violazione alle leggi in genere. Sei pregiudicati sono caduti nelle maglie della forza pubblica… Al rastrellamento hanno partecipato 8 funzionari, 3 ufficiali, 140 tra sottufficiali e agenti di PS con 30 automezzi; 2 ufficiali e 38 fra sottufficiali e guardie di finanza, con 3 automezzi».

Davanti a tanto spiegamento di forze i putipù si arrendono. A cataste vengono passati per le armi, nelle spiagge deserte. I pericolosi ordigni, botti, trictrac e putipù non esistono più. Ora - finalmente - i magistrati di Catanzaro possono concedere a Valpreda la libertà provvisoria. E' la vigilia di san Silvestro.
A feste finite, (2.1.73)… «solo 10 feriti a Roma per i botti di Capodanno… Lo scorso anno più di 700 persone dovettero ricorrere alle cure dei sanitari».
Si passa quindi alla Sardegna. A Cagliari non ci sono stati botti. Non è rimasto in circolazione neppure un grammo di sostanze esplodenti - nelle farmacie pare sia sparito anche il clorato di potassa, che i nostri nonni usavano per schiarirsi la voce: come è noto, con quelle pastiglie e un po' di zolfo i bambini delle elementari ricavavano dei pericolosi esplosivi. Ma le brutte abitudini sono brutte da sradicarsi. «Festeggiato pericolosamente l'avvento del nuovo anno» - scrive con rammarico il nostro quotidiano, perché il ventunenne Giancarlo Muscas, sparando in aria con un Flobert per festeggiare il nuovo anno «ha rischiato di ferire un metronotte». Il proiettile gli è ricaduto a pochi passi. L'arma è stata sequestrata e il Muscas denunciato.
A Sassari, «notte tranquilla per San Silvestro. Un Capodanno senza chiasso. La gente ha preferito divertirsi senza frastuono».
Così nell'iglesiente: «Nel rispetto delle tradizioni (sic!) - festosa fine d'anno in città e nella zona. La cronaca non ha registrato che allegria e spensieratezza. Danze e canti: nessun incidente e neppure un furto».
Pare di vederla, questa nuova umanità senza putipù, allegra e spensierata; tutta questa gente che dalla gran gioia si incula reciprocamente, con silenziosi tappi di spumante (La cronaca relativa alla «campagna dei putipù» è tratta dal quotidiano L'Unione Sarda; le date sono citate nel testo. Le sottolineature sono dell'autore).

10 - IL tratto caratteriale e strutturale più appariscente e più irritante della giustizia sta nella differenza di trattamento che riserva al cittadino, secondo la sua estrazione sociale.
E' già un fatto eccezionale - sconcertante, precisano i cronisti - che un cittadino di serie A, un privilegiato, venga colto con le mani nel sacco.
Dopo qualunque fatto criminoso, la polizia fruga e rovista sempre e soltanto nei bassifondi, nei ghetti, nei rioni pregiudicati. Cerca sempre i colpevoli nel basso, perché il pregiudizio (e la sostanza stessa della giustizia di classe) vuole che a delinquere sia soltanto la povera gente. E non è difficile, tra precedenti, alibi non documentabili e false accuse di delatori, costruire intorno a qualunque poveraccio una fitta ragnatela accusatoria che lo porterà dritto (si fa per dire: c'è l'attesa del carcere preventivo) davanti a un tribunale che ha nei suoi confronti gli stessi pregiudizi della polizia.
Tutto il sistema traballa, quando un «pesce grosso» resta impigliato nella rete. Un fatto di cronaca recente chiarisce bene il concetto.

«Scoperto un traffico di reperti archeologici. Un Generale a Sassari fermato dalla polizia» - dice il titolo di un quotidiano. E nel testo si legge: «Un Generale dell'esercito in pensione è stato fermato a Sassari mentre tentava di vendere un reperto archeologico di grande valore ad un funzionario di polizia che egli riteneva un possibile acquirente. Si chiama Giovanni Urru, è nato 81 anni fa a Samugheo ed abita a Sassari al numero 36 di via Savoia. L'accusa che gli è stata contestata è quella di "detenzione arbitraria di reperti archeologici preziosi", lo stesso reato di cui dovrà rispondere il presunto complice e intermediario Pietro Mocci, un commerciante trentacinquenne di Oristano, fermato nella stessa circostanza dagli agenti. Il reperto, una navicella di bronzo e argento (l'albero maestro istoriato con figure di animali e lo scafo traforato), è stato sequestrato: il suo valore oscilla fra i 60 e i 70 milioni di lire, ma il Generale intendeva cederlo per 20 milioni, due dei quali sarebbero finiti in tasca al Mocci» (In «L'Unione Sarda» del 24.2.1973).

Arrestato il 24 febbraio, il generale viene rilasciato con «procedimento direttissimo» e con «tante scuse» il giorno dopo, il 25. Il cronista del quotidiano, che incautamente ha scritto il pezzo riportato viene estromesso dal caso: un generale non è mai un lestofante, a toccarlo ne va di mezzo il prestigio della patria, dell'esercito, della bandiera e di tutto il resto. La penna viene passata, il giorno dopo, ad un altro cronista più adatto alla bisogna. Costui, sotto il titolo «Dopo il clamoroso fermo di polizia rimesso in libertà il Generale sassarese» fa l'apologia del lestofante.

«Per Giovanni Urru, 82 anni, Generale della riserva in pensione, deve essere stato un brutto colpo. Essere trascinato come un malfattore qualsiasi non deve essere stato il miglior tonico per un uomo della sua età. Chi lo ha visto uscire stamane dagli uffici della squadra mobile lo ha descritto come un uomo distrutto, pallido, incerto nel camminare».

E' una prosa da manutengolo, che vuole indurre gli animi a pietà. Si fa leva sull'età, sui capelli bianchi, sul dramma del cittadino «integerrimo» che si vede «trascinato come un malfattore qualsiasi» - lui che «trascinava» i suoi soldati a fare stragi di nemici, ai bei tempi della '15-'18.

«Giovanni Urru - continua il cronista apologeta - in effetti non è un personaggio che si presti alla cronaca nera. E' un uomo dal passato dignitoso, con una brillante carriera militare alle spalle, venuto su praticamente dal nulla ed affermatosi rapidamente per le sue doti naturali all'interno delle gerarchie dell'esercito, il solo, nell'arco di una certa storia italiana (?) che consentisse una affermazione rapida ed un prestigio sicuro».

Un generale «non si presta» alla cronaca nera e alla galera. Vi si prestano invece benissimo i sottoproletari; anzi, la galera è una istituzione fatta su misura dei ceti subalterni - giusti i valori della società militare e fascista riportati nella società civile. Si è mai sentito, infatti, di un generale consegnato o punito con 10 giorni di rigore, per avere pulito male le latrine o per essersi lamentato dei vermi nel rancio?
Il cronista, che avrebbe dovuto informarci sui fatti obiettivi, per esempio in base a quali articoli del codice è stato rimesso in libertà il generale colto con le mani nel sacco, continua imperterrito a tesserne gli elogi:

«Popolarissimo, disponibile per ogni iniziativa di interesse generale, pronto a prestare disinteressatamente la sua opera (previo esborso di 20 milioni! - n.d.a.) , amico di tutti, perfino servizievole, il Generale Urru raccolse il frutto di questa sua popolarità alle elezioni politiche del '53 mancando per una manciata di voti un'elezione clamorosa (sic!) nelle file monarchiche, soffiatagli proprio sul filo di lana dall'on. gallurese Giorgio Bardanzellu».

Arrivati a questo punto della lettura, la commozione comincia a prorompere in torrenti di lacrime. Ma in che mondo viviamo? - ci si chiede fra i singhiozzi - un così nobile e disinteressato vegliardo arrestato come malfattore! un padre onorevole, un generale che ha mancato di sedere fra i «padri della patria» per «una manciata di voti»… Via! non è un pastore del Supramonte, che nasce criminale.

    «Come tutti i graduati che si rispettino, formatisi in un clima politico militare ben preciso, Giovanni Urru non poteva abdicare facilmente alla fede monarchica, ribadita successivamente in altre iniziative e proseguita, infine, dal figlio. Chi non ricorda (io non ricordo, sinceramente! - n.d.a.) in quei giorni ruggenti di polemiche laurine, di graffianti comizi tra destra e sinistra, fra democristiani e comunisti, fra laici e clericali, l'austera figura del generale, allora colonnello, a cavallo di un bel sauro, e vestito alla sarda, nella cornice di una fiabesca cavalcata?
All'Ente del Turismo sassarese si conservano ancora certe istantanee che ritraggono il Generale in testa a un pittoresco gruppo folcloristico, non tanto per un omaggio alla sua partecipazione, quanto come riconoscimento dei suoi meriti organizzativi all'insegna della rassegna folcloristica isolana di cui era stato un entusiasta promotore e protagonista».

Infatti, se in Sardegna l'industria turistica è quella che è lo si deve al generale Urru. Ciò che stupisce è che non sia stato ancora chiamato a dirigere la «rosa degli esperti» negli uffici di programmazione.

    «La sua casa di via Savoia è stata sempre aperta a tutti. Pronto ad aiutare, disposto a sollecitare amici e conoscenti per sbrigare una pratica, per accorciare i tempi di una pensione. Giovanni Urru appare come la figura più indicata dell'onorevole attuale (sic!), più preso dai contatti con suoi elettori che dagli impegni parlamentari. In effetti, il Generale Urru amava prestare la sua opera senza secondi fini, senza troppe pressioni: è fatto così! Per la sua personalità estremamente socievole. Neppure il clamore suscitato dalle elezioni a Miss Sardegna della bellissima figliola Pupa riuscì a turbarlo».

Incorniciato il generale in siffatta crosta oleografica, il nostro cronista, candidato all'Oscar dei lacché, entra con la furbizia del manutengolo nel merito del fatto criminoso:

«Tutti sapevano (sic!) della sua grande passione per gli oggetti antichi, per le armi, i bronzetti nuragici, i vasi romanici (sic!) e le anfore d'epoca. Era una vera passione la sua, che risale agli anni trenta quando ancora il commercio dei reperti archeologici non aveva assunto i toni smaliziati e affaristici d'oggi. Insomma Giovanni Urru è uno che amava riempirsi la casa di roba antica che gli facesse ricordare la sua terra per la quale si era battuto in tante occasioni e in tante circostanze, come quando percorse chilometri e chilometri alla ricerca di adesioni per innalzare al centro della Sardegna un monumento al fante sardo caduto in trincea. (Come dire: delinqueva per amor patrio - n.d.a.). Probabilmente era lontana da lui l'idea di raccogliere qualche reperto e custodirlo come chi sa di commettere un reato. In fondo molti di quei pezzi sequestrati dalla polizia gli erano stati donati tanti anni fa quando neppure si aveva l'idea del loro valore. Sono migliaia le persone che a Sassari hanno visitato la sua inestimabile collezione e tutti sapevano dei grandi tesori antichi esposti nelle sale del suo appartamento. Si dice addirittura che il Generale Urru avesse già deciso, con tanto di scritto autografo, che, alla sua scomparsa, tutto dovesse passare nelle mani del sovrintendente per arricchire il patrimonio artistico del museo nazionale. Come poi si sia lasciato coinvolgere in questo giro di affari per ora non è dato di sapere. Le indagini dovranno dare una risposta anche a questo sconcertante interrogativo…» (Su «L'Unione Sarda» del 25.2.1973).

11 - Il caso del generale Urru scopre un aspetto «sovrastrutturale» ma insieme fondamentale della giustizia di classe. L'ho scelto fra tanti perché le tecniche usate per coprire un «impunito» sono maldestre, mostrano il logoro della corda e in definitiva producono l'effetto opposto a quello che si voleva ottenere.
C'è un punto, nella grottesca difesa d'ufficio, dove il generale viene definito «la figura modello del moderno onorevole», che teorizza il privilegio della impunibilità ai parlamentari (e in questo caso anche ai «quasi parlamentari») sulla base di presunte moralità e nobiltà (derivanti dalla vocazione di voler rappresentare il popolo).
Una teorizzazione del privilegio che è aberrante, che tuttavia si concreta negli atti ufficiali dello stesso parlamento - al quale, a differenza di un cronista di provincia, si chiede la finezza di salvare almeno le forme della «democrazia» su cui prospera.
E' del 13 maggio '73 un corsivo del «Manifesto» che si intitola «Istituzioni a delinquere».

    «Da ieri - scrive il foglio comunista - il peculato, l'estorsione e il furto SONO LEGALIZZATI E NON PUNIBILI, purché siano rivolti a fini politici, con particolare riferimento ai partiti istituzionali e al loro finanziamento. Lo ha deciso il senato della repubblica col voto di tutti i partiti interessati. Non è una cattiva decisione. Per analogia bisogna ritenere che anche l'assalto a mano armata, il sequestro di persona ed altre pratiche oggi universalmente diffuse per fini politici, per non dire di altre attività commerciali come le aste truccate, il commercio di droga o il millantato credito, o di bazzecole correnti come il falso in atto pubblico, l'abuso di poteri d'ufficio, ecc., cesseranno presto di far parte dei reati previsti dal codice penale, quando a praticarli siano delle associazioni interparlamentari.
Bisogna leggere e rileggere, per persuadersene, la motivazione con cui il senato ha negato l'autorizzazione a procedere contro tre senatori democristiani e tre senatori della sinistra invischiati, con altre 671 persona, nel vetusto scandalo INGIC (imposte di consumo) che vent'anni fa vide la distrazione di svariati miliardi di denaro pubblico a beneficio dei vari partiti e dei loro esponenti. C'è scritto - nella motivazione dell'anch'egli vetusto democristiano Bettiol, esperto penalista - che «gli avvenimenti connessi ai cosiddetti (?) fatti dell'INGIC si ricollegano alla mancata soluzione dello scottante e sempre attuale problema del finanziamento dei partiti: problema che ha sovente messo i rappresentanti di questi ultimi nella pressante condizione di reperire i mezzi necessari per il funzionamento di quelli che sono poi i supporti su cui si regge tutto il sistema costituzionale». Bisogna ben capire che «tutti i partiti hanno bisogno di finanziamenti che evidentemente vanno cercati anche al di fuori della cerchia dei loro iscritti». E' un problema che «trascende le persone degli imputati», un «fenomeno politico» che non può essere penalmente perseguito.
E' una delle cose più belle, più candide, più affascinanti che abbiamo letto negli ultimi dieci anni. E incoraggiante per tutti. Basterà che vi troviate in una «pressante condizione» perché nessuno vi neghi il diritto di assaltare la prima diligenza: finalmente una concezione egualitaria e libertaria della vita. D'altronde non è pur sempre nella propria cerchia che ci si può arrangiare: qualunque banca poco custodita allora andrà bene. Purché vi costituiate un pilastro dell'ordine costituzionale, come privato, o meglio come partito e soprattutto come parlamentare…» (L. Pintor in «Il Manifesto» del 13.5.1973).

Il sistema è marcio fin nelle radici. La sua etica si fonda su falsi. «La giustizia è uguale per tutti» è uno di questi falsi. Nella vita di ogni giorno è rilevabile il diverso trattamento riservato al cittadino in relazione alla sua estrazione economica e sociale.
I reati di «distrazione» (una formula signorile per definire il furto commesso da parlamentari, procuratori generali et similia), l'impiego di pubblico denaro per «fini nobili», anche quando si tratti di un giro di miliardi, non sono perseguibili.
Si è mai visto un tribunale borghese condannare i crimini del capitalista, della polizia, della classe politica al potere? E' logico che sia così - mentre logico non è il contrabbandare l'idea di una giustizia uguale per tutti e pretendere dal cittadino fiducia in questa giustizia, credibilità in un gioco fatto da bari con carte truccate.

Nella sola Sardegna, in un anno (1972) la cronaca registra 24 lavoratori assassinati dal profitto capitalistico. Sono più degli omicidi denunciati nello stesso anni dalle statistiche del procuratore generale. Ma gli omicidi bianchi - per i quali si apre una ipocrita inchiesta che finisce sempre nel nulla - non vengono perseguiti, sono sempre attribuiti a «fatalità».
Che fine fanno quei giudici-mosche bianche che osano mettere sotto inchiesta funzionari di polizia delinquenti o che si permettono di criticare l'operato di giudici smaccatamente fascisti?
Il procuratore generale della cassazione si è affrettato, nel febbraio '73, a promuovere una azione disciplinare contro cinque magistrati perché in una assemblea avevano osato esprimersi negativamente sul trasferimento del processo Valpreda a Catanzaro.
Si ricorderà il linciaggio dei giudici sassaresi che osarono emettere i mandati di cattura (mai eseguiti, alla faccia della perentorietà di tale atto!) nei confronti di alcuni funzionari di polizia, fomentatori di criminalità, torturatori e calunniatori. Sulla questione Ghirotti scrive:

    «Il senatore Pafundi, già procuratore generale presso la suprema corte di cassazione» (e già presidente della commissione antimafia) «vecchia toga rotta a tutte le battaglie, non manca di far intendere ai magistrati delle nuove leve qual sia il porro unum necessarium del giudice. Anche lui rivolge la sua brava interrogazione per sapere se i magistrati sassaresi «ebbero a considerare il pregiudizio che la eccezionale determinazione portava al prestito e alla efficienza della pubblica sicurezza e quale spinta criminogena con tale provvedimento, non obbligatorio, essi davano al banditismo in Sardegna» (G. Ghirotti - Mitra e Sardegna - Longanesi 1968).

I furtarelli dei morti di fame, le manifestazioni popolari, gli atteggiamenti «irriverenti» dei giovani: ecco quali sono i crimini che mettono in pericolo la «pubblica sicurezza».

«Arrestato un giovane che grida bravo! a un avvocato», durante un processo. Ha turbato «il sereno corso della giustizia».
«A Cagliari, la sessantenne Elvira Arba è stata arrestata mentre rubava le strenne ai grandi magazzini, sotto le feste di Natale. Voleva fare dei regalucci ai nipotini». Le strenne erano un paio di palline colorate da appendere all'albero di Natale.
«A Sant'Antioco, paesino in provincia di Cagliari, tre ragazzini di 14 anni sono stati denunciati dai carabinieri per un furto di scarpe». Si trattava di tre giovanissimi lavoratori, qualificati manovali. Non è detto quanto venissero pagati i quattordicenni «fuorilegge del lavoro» perché ancora in età d'obbligo scolastico.
«A Valledoria, frazione di Sassari, sei lavoratori vengono condannati a cinque mesi e dieci giorni (i giorni spiccioli sono tutto un poema giuridico!) per un blocco stradale. La gente della frazione, esasperata per la mancanza di acqua potabile aveva inscenato una manifestazione di protesta. L'acqua non c'è ancora, anzi la situazione idrica si è fatta tragica in tutta la città di Sassari» (Gli episodi riportati sono estratti dalla cronaca del quotidiano «L'Unione Sarda» del periodo compreso dal dicembre 1972 all'aprile 1973).

12 - L'incidente di cui sono rimasti vittime due sardi, Giuseppe Angioni e Franceschino Mulas, dimenticati in attesa di giudizio per circa cinquanta anni in manicomio giudiziario, non sarebbe mai potuto accadere a un generale o a un capitalista. Sono fatti che danno la misura della mostruosità dell'apparato giudiziario, fatti che condannano senza appello la classe al potere. Sono fatti che devono essere testimoniati e incisi nella storia dei crimini perpetrati dal sistema nei confronti del popolo sardo.

«6 febbraio 1973. Giuseppe Angioni, il fante della classe 1890 che dieci anni dopo aver lasciato la trincea dell'Isonzo uccise il vicino di casa da lui creduto un cecchino austriaco, ha ottenuto ieri la libertà provvisoria. DA QUARANTACINQUE ANNI ERA UN DETENUTO IN ATTESA DI GIUDIZIO. Il caso Angioni è rimbalzato recentemente dalle colonne dei rotocalchi italiani a quelle dei quotidiani e dei periodici stranieri. All'estero più che in Italia è sembrato impossibile che si potesse tenere un uomo rinchiuso tutta la vita in un manicomio giudiziario senza che la sua colpevolezza fosse stata mai provata con un regolare processo. Tuttavia nessuna campagna di stampa avrebbe potuto far liberare l'ottantreenne detenuto se nel dicembre scorso non fosse stata varata la legge che consente al magistrato di concedere la libertà provvisoria in particolari casi anche a detenuti di reati per i quali è previsto il mandato di cattura obbligatorio. Si tratta della cosiddetta legge Valpreda.
L'ordinanza della Corte di assise di Cagliari è stata trasmessa con telegramma dal procuratore della repubblica del capoluogo della Sardegna ieri alle 16 al professor Giacomo Rosa Pepe, direttore del manicomio giudiziario di Napoli. Giuseppe Angioni non ha parenti. Penultimo figlio di un bottaio di Quartu Sant'Elena, è rimasto solo al mondo nel 1962, quando è morto il secondogenito superstite della famiglia oltre a lui. In guerra era andato tardi, a 26 anni, essendo stato riformato al servizio di leva. Assegnato al 45° reggimento fanteria aveva fatto dieci mesi di trincea sul fronte Giulio, nel punto in cui tra Blezzo e Tomino l'Isonzo corre in curva; trecento giorni sotto il tremendo fuoco di artiglieria tedesca e austriaca che preparavano (sic!) la grande operazione di sfondamento verso Caporetto. Nei brevi momenti in cui andava rallentando l'incessante martellamento, mettere il naso fuori della trincea significava farsi beccare da un cecchino. Fu allora che Giuseppe Angioni dovette subire un trauma psichico dal quale non si sarebbe mai ripreso.
Quando gli austriaci lo fecero prigioniero il 26 ottobre 1917 aveva guadagnato la promozione di caporal maggiore ma aveva perso la ragione. Alla fine della guerra, tornato a casa, volle confidare ai familiari un suo segreto. Qualcuno che non riusciva mai a vedere gli gridava alle spalle una frase ingiuriosa: «Vigliacco, esci dalla trincea». Il bottaio lo condusse all'ospedale psichiatrico ed ottenne che lo ricoverassero; ma presto i sanitari lo misero fuori dicendo che era guarito. Invece lui le voci continuava a sentirle. Finì per convincersi che qualche cecchino austriaco (in prigionia ne aveva conosciuto parecchi che parlavano l'italiano) doveva averlo seguito a Quartu Sant'Elena per deriderlo di nascosto. Dopo circa dieci anni di tormento il povero folle identificò il 21 giugno 1928 il cecchino austriaco nel suo vicino di casa. Con un colpo di pistola credette di porre fine alla persecuzione. Il giudice istruttore del tribunale di Cagliari (chi?) non credette di dover far sottoporre l'imputato ad una perizia psichiatrica che accertasse quali erano le condizioni mentali dell'Angioni al momento in cui commetteva il reato. Se il quesito fosse stato posto al perito, l'ex fante dell'Isonzo sarebbe stato prosciolto per vizio totale di mente ed affidato ad un ospedale psichiatrico per le tempestive cure. Invece dovette attendere altri tre anni in carcere prima che la Corte d'assise di Caglia lo affidasse ad un manicomio giudiziario in base all'art. 88 del codice di procedura penale. L'ordinanza della sospensione del processo è così motivata: «trovasi in stato di conclamata infermità di mente».
«Quando lo vidi per la prima volta - racconta il direttore del manicomio - ero giovane assistente ma avevo già sufficiente esperienza per rendermi conto che Giuseppe Angioni era ormai uno schizofrenico irrecuperabile. Alla schizofrenia si aggiunse col tempo una forma acuta di demenza senile. Oggi è completamente dissociato e incapace a formulare frasi correnti; è convinto di avere 27 anni (l'età che aveva quando era rannicchiato in trincea)».
Una segnalazione del prof. Rosa Pepe al giudice di sorveglianza ha messo in movimento il meccanismo della giustizia LA QUALE SI ERA DIMENTICATA DI ANGIONI. Ma se non fosse arrivata la nuova legge, il vecchietto sarebbe ancora in attesa di giudizio. Giuseppe Angioni è stato affidato alla polizia per l'accompagnamento a Cagliari dove non avendo parenti che lo prendano in consegna finirà all'ospedale psichiatrico (in un cronicario potrebbe farsi del male: ha bisogno di assistenza adeguata)» (Gli episodi riportati sono estratti dalla cronaca del quotidiano «L'Unione Sarda» del periodo compreso dal dicembre 1972 all'aprile 1973).

«…Un altro detenuto DIMENTICATO in un manicomio giudiziario ha ottenuto - sempre in forza della legge Valpreda - la libertà provvisoria. E' un contadino di Villaputzu (accusato) di aver ucciso cinquant'anni fa un compaesano per rapinarlo. Si chiama Franceschino Mulas ed ha 72 anni. Ne aveva poco più di 20 quando fu ucciso a Villaputzu Pietro Frongia e le indagini portano alla sua incriminazione e a quella di altri poi regolarmente processati e condannati. Durante il processo alle assise di Cagliari apparve chiaro che Mulas era impazzito. La sua posizione fu pertanto stralciata e dall'aula delle assise egli passò alla corsia dell'ospedale psichiatrico. Da allora non si è più parlato di processo: FORMALMENTE FRANCESCHINO MULAS ERA UN IMPUTATO IN ATTESA DI GIUDIZIO CHE MAI AVREBBE POTUTO OTTENERE LA LIBERAZIONE SE NON DOPO UNA SENTENZA DALLA QUALE RISULTASSE, IN CASO DI CONDANNA, CHE LA PENA ERA ORMAI SCONTATA. La legge Valpreda ha mutato la cosa e il giudice può ora concedere quella libertà provvisoria che prima non era in suo potere concedere per chi fosse colpito da mandato di cattura obbligatoria.
La lunga esperienza del contadino di Villaputzu nei manicomi italiani lo ha portato - ultima meta - a Montelupo Fiorentino. In questo ospedale psichiatrico gli è giunta nei giorni scorsi la notizia che potrà tornare in Sardegna, proprio come Giuseppe Angioni. Arriverà dunque anche lui tra qualche giorno e verrà internato nell'ospedale psichiatrico di Villaclara dove cominciò tanti anni fa la sua odissea di malato di mente. La differenza tra la condizione di detenuto dimenticato e quella di cittadino formalmente libero consisterà nel fatto che Mulas, come Angioni, uscirà da un manicomio giudiziario per essere assistito, come si legge nell'ordinanza stessa nei giorni scorsi dalla Corte d'assise di Cagliari, in un ambiente psichiatrico civile». Evidentemente, gli ospedali psichiatrici giudiziari sono «incivili» (Gli episodi riportati sono estratti dalla cronaca del quotidiano «L'Unione Sarda» del periodo compreso dal dicembre 1972 all'aprile 1973).

Un ultimo fatto di cronaca, di qualche anno fa. «La tragica fine di Giuseppe Catalano, misero onesto pescatore di Cabras affogato nelle acque del Tirso per sfuggire ai rigori che la legge prevede per gli abusivi, non può rientrare nel comune schema dell'infortunio. Il Catalano, grande invalido di guerra, ricompensato dalla patria con qualche biglietto da mille al mese, a malapena tenuto diritto da un artigianale busto ortopedico, era costretto dal bisogno a trascinare il corpo spezzato nella ricerca di cibo. Per chi non ha capitali, per chi è respinto ai margini della società, quando si vuole restare onesti, non rimane altra via che quella di strappare alla natura con primordiali sistemi qualche briciola di quella ricchezza che pochi privilegiati protetti dalla legge sfruttano per loro tornaconto.
Egli, il 4 novembre, mentre in piazza si inneggiava ai valori della nazione, era uscito col fratello per farsi la cena, pescando nel fiume. Non barca, non reti, non fiocina, non ami: soltanto le mani e il bisogno egli portava con sé, quel giorno. Il succo dell'euforbia macerata, raccolta sulle rive, avrebbe intontito i pesci e li avrebbe resi facile preda anche per un invalido. La legge vieta la pesca a chi non ha la licenza e punisce chi pesca col succo dell'euforbia. La legge non fa differenza: non può sapere, la legge, che cosa siano la fame, non può capire che cosa sia l'infelicità di un corpo malato. Braccato dagli agenti, per sfuggire alle conseguenze del suo atto illegale, l'invalido si è gettato in acqua sperando nella buona sorte. Le acque in piena del Tirso lo hanno ghermito e travolto. A nulla è servito il disperato intervento del fratello che ha rischiato egli stesso di morire nel tentativo di trarlo in salvo.
Ora, per recuperare il suo cadavere, carabinieri, pompieri, sommozzatori, finanzieri frugano ogni palmo di riva, di canneto, di fondale. Tali ricerche costano all'erario una grossa somma. Una somma che avrebbe potuto assicurare all'infelice la vita di cui aveva diritto. Un'amara morale si trae da questa putrida società: una società di disuguali, di ricchi nababbi ai quali tutto è dato, tutto è lecito, e di derelitti, di onesti costretti a scavare con le unghie la terra per riempirsi la bocca» (Amsicora «La giustizia» - in «Sardegna Oggi» n. 36 del novembre 1963).

 

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