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banditi1

Quali banditi?


Controinchiesta sulla società sarda

vol. I


Bertani editore - Verona 1977 / Collana : manifesti della lotta di classe - 21

alla memoria di Wilson Spiga, 17 anni e di Giuliano Marras, 16 anni; assassinati dalla polizia a Cagliari, il 9 dicembre 1976 e l’11 gennaio 1977

In Sardegna, i fenomeni di criminalità vengono ancora oggi affrontati dal potere centrale in termini di repressione coloniale, con una violenza repressiva che travalica le stesse leggi. Evidentemente, oggi come ieri, i Sardi – e non solo i loro “banditi” – sono considerati una minoranza etnica pregiudicata, in quanto resistente alla penetrazione e all’integrazione. Il sistema attuale, come quelli del passato, è colonizzare… La risposta rabbiosa delle popolazioni è prevista, anzi entro certi limiti provocata dal colonizzatore, che se ne serve come alibi per nuovi interventi repressivi, con i quali attuare e stabilizzare il suo programma di rapina e di sfruttamento.
Ma il mondo barbaricino non accetta più la provocazione. Nei Sardi è maturata l’esigenza e la volontà di uscire dal ruolo di resistente vecchio tipo, dal ribellismo individualistico, per assumerne uno più moderno, soprattutto più efficace politicamente: ritrovando una dignità di popolo nella unità, collegandosi e inserendosi, con la propria cultura e le proprie esperienze, nel più vasto movimento popolare che si batte in tutto il mondo contro il capitalismo.


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Prefazione

Ma quali banditi?!
Se facciamo scorrere contemporaneamente - come su un doppio binario - i crimini addebitati ai Sardi e i crimini addebitati agli invasori, vediamo che ci corre un abisso tra l'esiguità e la levità dei primi e la vastità e la gravità dei secondi. In fatto di sequestri, rapine e assassini, i Sardi appaiono ben lontani dall'eguagliare i loro civilizzatori. Forse per questo, ancora oggi, gli isolani vengono chiamati Barbaricini.
In tutte le regioni d'Italia c'è chi viola la legge. Nel consuntivo fatto in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 1973, il procuratore generale Guarnera denunciava 1.108.177 reati equamente distribuiti fra tutte le provincie e, non a caso, tutti a carico dei ceti sociali più sprovveduti. Aggiornando le tesi del Lombroso e del Niceforo, i criminologi più che di «zone delinquenti» dovrebbero parlare di «ceti sociali delinquenti». Infatti, i 626.435 furti registrati nel '72 sono stati addebitati tutti a proletari e sottoproletari. E non è neppure il caso di far rilevare che alla voce «furti» nelle statistiche dei procuratori generali non figurano le quotidiane ladronerie commesse dai membri della consorteria al potere.
Fra i reati che più preoccupano il sistema figurano le rapine alle banche e i sequestri di possidenti a scopo estorsivo, in quanto reati concorrenti nell'accumulazione di capitale. Tali reati non si verificano soltanto in Sardegna, ma dappertutto in un Paese dove la ricchezza dei pochi è una sfacciata provocazione alla miseria dei molti. In Sardegna, «in relazione alle possibilità offerte dalla natura dei luoghi e alla garanzia pressoché assoluta di impunità, il numero dei delitti, specie dei sequestri, dei ricatti, delle estorsioni… è minimo, anzi irrilevante» (Dal discorso del psiuppino A. Zucca al Consiglio reg. settembre '67).
I dati del Guarnera dicono che nel 1972 in Italia si sono avuti 4.068 reati di rapina, estorsione e sequestro di persona. Nello stesso periodo si registrano nell'Isola 2 sequestri di possidenti.
Negli anni tra il 1960 e il 1963, in Italia sono state rapite e sequestrate a scopo estorsivo 320 persone, di cui 312 sono state liberate in seguito al pagamento di un monte-riscatti di oltre 15 miliardi («Panorama» dicembre 1973.). Nello stesso periodo, i sequestri di persona in Sardegna sono stati 46 e hanno fruttato un monte-riscatti di appena 1 miliardo («L'Unione Sarda» aprile 1973.)
Da questi dati mi piace rilevare che in Sardegna si è costretti a sequestrare di più perché si guadagna di meno. Evidentemente in colonia anche l'industria del crimine segue le leggi del sottosviluppo.
Perché i Sardi, e più particolarmente i Barbaricini, quando delinquono non sono comuni delinquenti ma banditi? Perché questa speciale classificazione sociologica? A chi torna utile?
Se per bandito si vuole intendere «colui che è messo al bando», chiunque commetta un reato per cui sia prevista una limitazione della libertà personale è messo al bando, cioè è bandito. C'è però chi sostiene - non senza finezza giuridica - che debba considerarsi bandito in particolare il latitante, colui che si dà alla macchia o che comunque si sottrae al giudizio e ai suoi effetti. Anche in questo caso si ritrovano cittadini latitanti in tutte le regioni. Se invece per bandito si vuole indicare «il componente di una banda», tutti i membri di una associazione a delinquere, comprese quelle legalizzate, sono banditi.
Sta di fatto - rileva giustamente il D'Orsi - che privilegiando col termine di bandito il pastore sardo che commetta un qualunque reato, egli diventa l'oggetto «della repressione di polizia più spietata e accanita che, tanto storicamente che attualmente, sia dato di verificare in Italia» (A. D'Orsi - Il potere repressivo - La polizia - Feltrinelli 1972.)
Nell'Isola, i comuni fenomeni di criminalità vengono affrontati ancora oggi dal potere centrale in termini di repressione coloniale, con l'uso di una violenza repressiva che travalica le stesse leggi che sanciscono i diritti di tutti i cittadini. Evidentemente, oggi come ieri, i Sardi sono considerati una minoranza etnica pregiudicata, in quanto resistente alla penetrazione e alla integrazione. Infatti, l'attuale sistema, come quelli del passato, assume il ruolo di colonizzatore e impone ai Sardi quello di coloni, perpetuando il funesto rapporto tra il Continente e l'Isola.
La risposta rabbiosa delle popolazioni barbaricine è prevista ed entro certi limiti provocata dal colonizzatore, che se ne serve come alibi per nuovi interventi repressivi, mediante i quali attua e stabilizza il suo programma di rapina e di sfruttamento.
Non mi pare, dalle sue attuali risposte, che il mondo barbaricino accetti la provocazione. Nei Sardi delle zone interne è maturata l'esigenza e la volontà di uscire dal ruolo di resistente vecchio tipo, dal ribellismo individualistico, per assumere un ruolo più moderno, e quel che più conta politicamente più efficace, per liberarsi dalla oppressione: ritrovare una dignità di popolo nella unità; collegarsi e inserirsi con la propria cultura e le proprie esperienze di lotta nel più vasto movimento popolare che si batte in tutto il mondo contro il capitalismo.
Oggi come oggi non giova al Barbaricino il ruolo di guerrigliero impegnato a contrastare sui monti l'invasore. Un invasore diventato diabolico trasformista, che penetra e corrompe e assoggetta assumendo le forme più impensate, anche quelle apparentemente innocue del carosello pubblicitario. Un ruolo, quello del guerrigliero, che in questa situazione torna utile al sistema che vi trova un ottimo alibi per dispiegare i suoi strumenti di repressione armata, utilizzarli e sperimentarli e perfezionarli sulla pelle dei Sardi e a tempo debito sulla pelle dei lavorati del Continente. I banditi sardi fanno tanto comodo al sistema che quando non ci sono se li crea.
C'è quindi una risposta logica ed esauriente al perché della speciale classificazione sociologica riservata ai Barbaricini. Il sistema necessita di aree depresse e resistenti; perciò coltiva la depressione e il banditismo.
Depressione e banditismo trovano una loro utilizzazione nel piano del capitalismo in cui la Sardegna «appare destinata a diventare un'area di servizi militari e petrolchimici… Non c'è spazio per i settori della economia tradizionale indigena, e lo stesso patrimonio naturale è destinato a estinguersi, soffocato da una sempre più intensa militarizzazione, da un sempre più diffuso insediarsi di impianti petrolchimici. Lo stesso fenomeno di emigrazione di coatto spopolamento delle campagne, lo smantellamento delle tradizionali industrie estrattive, l'abbandono e il decadimento dell'agricoltura, della pastorizia, della pesca, e il ridimensionamento dei pur modesti iniziali programmi di sviluppo del settore del turismo, sono dati chiari e sufficienti per comprendere quale sia il cinico disegno del capitalismo riservato alla Sardegna» (U. Dessy - La rivolta dei pescatori di Cabras - Marsilio 1973).
Il sistema ha sempre trovato, anche tra i Sardi, utili idioti per alimentare la favola dei banditi barbaricini. Le dissertazioni storicistiche, sociologiche e criminologiche di intellettuali alla moda e le mitizzazioni pseudo-letterarie di certi pennaioli (tutta gente perfettamente integrata e foraggiata che non ha nulla a che vedere con la cultura barbaricina) hanno contribuito non poco a dare corpo a un fantasma creato per giustificare le rapine, le stragi, l'oppressione dei banditi della colonizzazione. «Chi è costretto o comunque abituato a tenere la bocca chiusa sugli scandali e sulle ruberie che avvengono in alto loco, deve pur supplire con gli alti stridi sul banditismo isolano» (Pino Careddu in «Sassari Sera»).
Gli anni dal 1967 al 1970 sono stati fatti passare alla storia come gli anni ruggenti» del banditismo isolano. Il sistema possiede evidentemente sensibilissimi impianti di amplificazione e selezione auditivi: i «ruggiti banditeschi» che si levano in quel periodo dal piccolo mondo barbaricino sono pochi e flebili, paragonati all'assordante frastuono che sale dal «civile» mondo borghese, dove i morti-ammazzati non si contano più se non attraverso i bollettini degli appositi uffici di statistica.
Prendo a caso due quotidiani nel mucchio. Primo: in una sola notte (tra l'8 e il 9 ottobre 1972) nella Germania di Bonn sono morte in incidenti stradali 131 persone. Si presume che i feriti non siano meno di 400 facendo una media di 3 viaggiatori per ogni vettura coinvolta in quegli incidenti. Secondo: il 26 settembre 1973, un bisticcio a Grosseto: «Quasi una battaglia in Toscana tra famiglie rivali. Per una faida abbattono 6 parenti a fucilate».
Altro che disamistade barbaricina!
«Quattordici omicidi, diciotto fra tentati omicidi e aggressioni a mitra spianato, cinque sequestri, undici rapine: questo il bilancio dal gennaio ai primi giorni del maggio 1967, proprio il periodo in cui lo Stato passa alla controffensiva, decuplica i contingenti di carabinieri e polizia nel Nuorese, invade l'Isola con i baschi blu, trasferisce in Barbagia questori e commissari scaltriti da molti anni di lotta alla mafia siciliana. L'entità dei crimini non spaventa perché si ridimensiona nel paragone con le statistiche del delitto in altre regioni italiane. Spaventa, invece, tutto ciò che sta dietro alle cifre…» (G. Vergani - Mesina - Longanesi 1968).
Il brano che riporto, apparentemente spregiudicato, tradisce un animus antibarbaricino. Vi si parla di 14 omicidi. D'accordo, i dati sono dati. Ma avvenuti dove? Commessi da chi? Con quali moventi? Perché non specificare che si tratta di omicidi commessi in tutta l'Isola e non soltanto nel Nuorese? Chiunque fosse mosso da pregiudizi opposti, potrebbe pensare che i 14 omicidi siano stati commessi tutti a Cagliati o a Porto Cervo nel regno dell'Aga Khan. Per lo stato italiano tutti e quattordici gli omicidi sono stati commessi in Barbagia. Infatti, che cosa fa lo stato italiano? «Decuplica i contingenti di carabinieri e di polizia nel Nuorese» e «trasferisce in Barbagia questori e commissari scaltriti…».
I dati statistici sugli omicidi, a un certo punto non interessano più lo stato, che dispiega il suo apparato repressivo in Barbagia non perché «lo spaventi l'entità numerica» dei crimini, ma per «tutto ciò che sta dietro alle cifre».
Dietro le cifre, da qualunque parte le si rigiri, c'è miseria, sfruttamento e repressione. Sono le reazioni violente di un popolo oppresso e sfruttato a «spaventare» il sistema? Non credo. Ciò che spaventa il sistema è ben altro che la violenza di due o tre Mesina. Ciò che spaventa il sistema è la insicurezza del profitto, figlio unico e prediletto del capitale. Per portare a termine il disegno di totale integrazione il capitalismo deve eliminare una volta per tutte il pastore barbaricino, l'economia e la cultura del mondo barbaricino. Il vecchio apparato capitalistico di sfruttamento del pastore - la rendita fondiaria e l'industria casearia con i relativi apparati parassitari - hanno fatto il loro tempo. Adesso bisogna far posto ai più redditizi impianti militari e petrolchimici.
Nell'Olimpo della ufficialità, gli esperti di banditismo vengono valutati in rapporto alla quantità di dati statistici che riescono ad affastellare. Non di rado, nella fretta di copiare i bollettini, sbagliano. Uno di questi scrive che nel 1969 si sono avuti in Sardegna ben due sequestri di persona (M. Brigaglia - Sardegna, perché banditi - Carte Segrete 1971); mentre un suo collega, in un servizio sotto il titolo «L'allucinante sequenza di sequestri», riporta per lo stesso anno un solo sequestro, quello dell'ing. Boschetti (in «L'Informatore del Lunedì» del 16.4.1973).
Nel 1969 si ha in effetti un solo sequestro di persona a scopo estorsivo,e gli omicidi e i tentati omicidi sono in netta diminuzione in tutta l'Isola: i primi scendono dai 60 del 1960 a 23 e i secondi si riducono dagli 89 del 1960 a 23. In quello stesso anno 1969 i quotidiani dimenticano le stragi in Indocina per riempire le loro prime pagine di titoli raccapriccianti sul dilagare del banditismo nuorese; gli editori sfornano decine di saggi dove, con le solite dotte citazioni dell'avvocato criminalista, si sostengono le tesi ormai stantie della «speciale criminalità barbaricina»; il parlamento nazionale, che non ha mai trovato il tempo per abrogare il codice fascista e il trattato-capestro del Laterano, delibera unanimemente di costituire una ennesima commissione di inchiesta per studiare l'eziologia dell'allarmante fenomeno criminologico; mentre la polizia, chiamata a difendere il conto in banca degli agrari e degli industriali - minacciato non da pastori-banditi ma da agrari e industriali concorrenti - rafforza i suoi effettivi e i suoi armamenti, chiede più ampi poteri, scatena tutta la sua violenza sulle inermi popolazioni delle Barbagie.
Nel 1969 il prinzipale sequestrato è l'ing. Enzo Boschetti, consulente della Società mineraria Silius. Toccare il Boschetti significa toccare la Società mineraria. I soldi del riscatto non li paga il Boschetti ma la Società mineraria.
Il Boschetti è stato liberato; i trenta milioni versati per il riscatto sono stati recuperati; i rapitori sono stati arrestati; i mandanti, che certamente non sono poveri pastori, non si sono trovati né si troveranno mai: potrebbe essere un concorrente nel settore, un generale in pensione, un consigliere regionale, un vescovo o chi sa chi - perché proprio un pastore?
L'ing. Boschetti non è un minatore, è un consulente minerario. Ovviamente non è sardo. La sua vita è preziosa: è un pioniere del capitalismo venuto in colonia a portare la civiltà. Un cronachista ne traccia il profilo: «…Sessant'anni. Un fisico robusto ma pesante. Centodieci chili. Un omone dall'aria felice e gioviale. Due occhi azzurri in mezzo ad un faccione rubicondo. Un buon uomo. E' veneto. Lavora da oltre vent'anni in Sardegna. I cinque figli stanno a Padova. Due sono sposati. Gli altri studiano. La moglie è belga. Mariette Goessens, cinquantasette anni, un fiore di donna. Conobbe il marito quando egli andò in Belgio per un corso di specializzazione in ingegneria mineraria. Enzo Boschetti, nel 1965, era andato in pensione. Ma era abituato a sgobbare, lui. Così, quando nel 1966 gli offrirono la consulenza della miniera di Silius, è tornato in Sardegna a cuor contento. E' affezionato a questa terra… In questi tre anni ha sempre vissuto in una modesta cameretta della miniera di Silius. Un uomo di miniera, in miniera ci voleva stare notte e giorno. Vicino ai suoi operai…» (M. Guerrini - L'anonima sequestri - Leader 1969).
Lascia assolutamente indifferenti il fatto che il Boschetti sia un galantuomo tutto dedito al lavoro e alla famiglia. Ciò che fa schifo sono i lacchè del capitalismo e la loro prosa oleografica con cui sacralizzano il padrone - il quale, in quanto ricco è anche buono, possiede ogni virtù; e la sua signora, anche a cinquantasette anni suonati, non può che essere bella, anzi «un fiore di donna».
Come mai non è stato messo sullo stesso piano del Boschetti anche Matteo Fois di Illorai? Anche Matteo Fois, nello stesso anno, è stato vittima di un grave episodio di violenza.
Nella campagna tra Bolotana e Illorai, all'imbrunire del 9 gennaio, una pattuglia di carabinieri intravvede «un tipo sospetto». Diranno che era armato. Alla vista degli uomini in divisa, lo sconosciuto fugge. I carabinieri lo stendono con una raffica di mitra. La stessa sera, le forze dell'ordine fanno sapere che durante una azione di perlustrazione sono entrati in conflitto a fuoco con un malvivente armato di moschetto Mod. 91 e che nello scontro il bandito ha avuto la peggio. E' stato ferito e, in stato di arresto, si trova in fin di vita in ospedale.
Il fatto risulterà una allucinante montatura. Il «pericoloso malvivente» è un ragazzo di 17 anni di Illorai, Matteo Fois, un minorato, sordomuto. L'arma del conflitto esibita dalla polizia è un ferrovecchio che difficilmente potrebbe sparare un colpo senza saltare in pezzi tra le mani di chi tenti di usarlo. Matteo Fois dunque non può avere sparato. Un lettore della «Nuova Sardegna», quotidiano di Sassari, in una lettera al direttore si chiede allibito «chi abbia gettato il moschetto fra le mani del povero ragazzo morente». La domanda è rettorica.
«Sparare a un pastore - in un clima terroristico artificioso - passa per un atto legittimo mediante gli alibi dell'atteggiamento sospetto, dell'oggetto che luccica e che può essere un'arma, della fuga all'intimazione dell'alt, della paura di un agguato», scrive Luisa Mancosu. «Ma stavolta il caso ha giocato uno spiacevole tiro alle forze dell'ordine, che si ritrovano fra le mani un povero diavolo di ragazzino innocuo, minorato, senza neppure l'uso della parola, il quale - dicono le testimonianze - è un selvatico che fugge terrorizzato davanti a persone che non conosce. Il tribunale dei minorenni lo proscioglie dagli addebiti che i carabinieri mantengono per salvare la faccia: tentato omicidio, detenzione di arma da guerra, resistenza…» (L. Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in Sardegna- Feltrinelli 1970).
Che cosa ha dunque di diverso Matteo Fois da Enzo Boschetti? Il titolo di studio? Il conto in banca? Non è forse un galantuomo Matteo Fois, un incapace di intendere e di volere, un povero di spirito, un candidato - lo dico senza ironia - al Regno dei Cieli?
Parliamoci chiaramente. Non mi piacciono le statistiche, perché si possono manovrare come si vogliono, perché riducono l'uomo a un dato numerico, perché sostanzialmente sono false. Senza consultare statistiche, do per scontato che nel 1969 - anno che vede in Sardegna un sequestro di persona - più di un operaio è morto in «incidente» di lavoro, più di una donna è morta per aborto, più di un bambino è morto per denutrizione.
Si è trepidato per la sorte dei possidenti rapiti dai banditi del Supramonte. Si è trepidato e si è pianto sulle prime pagine dei giornali, sui bollettini radio e tivù, nelle cattedrali e nelle scuole. E' giusto. Sacra è la vita dell'uomo. E' la regola del gioco. Sacra è la vita del possidente. Ma la regola del gioco va rispettata fino in fondo. E' sacra anche la vita dell'operaio, del pastore, della donna analfabeta, del bambino orfano - che non vengono taglieggiati dei milioni che non possiedono, ma che pure muoiono in percentuale ben più alta dei possidenti sequestrati dai banditi sardi.
Il sistema mette le vite umane su piani di valore diversi. Ci sono vite da prima pagina e ci sono vite che non valgono neppure una menzione. Non si può dare una giustificazione morale di un simile trattamento differenziato. Nulla può giustificare ciò che è immorale e turpe. E non c'è azione più immorale e turpe del porre le vite umane su piani di valore diversi.
La vita di un vietcong vale la vita di un marine. La vita di un cittadino che manifesta quel che gli pare vale la vita di un poliziotto. La vita di un anarchico vale la vita di un commissario. La vita di un bambino di un brefotrofio vale la vita di Enzo Boschetti, ingegnere, benestante, consulente minerario. E' la regola del gioco. O vale per tutti o ci pisciamo sopra e torniamo alla legge della foresta.
Ma quali banditi?!
E' tempo di uscire dalle paure e dagli equivoci. Siamo, forse, tanto abituati ad accettare i falsi del sistema, da provare un senso di insicurezza, di sbigottimento davanti alla verità. Ed è estremamente confortante, per me, rilevare che ci sono uomini, anche qui in Sardegna, che si battono sul mio stesso fronte.
Scrive Jacopo Onnis: «Si deve… sottolineare con forza che un formidabile incentivo all'aumento della criminalità è stato, in tutti questi anni, lo spettacolo di corruzione impunita, di scandali insabbiati, di prevaricazioni continue, offerto dalla classe politica dirigente: colui che delinque può ben sperare di farla franca, quando vede costantemente sfuggire ai rigori della legge chi sta molto più in alto di lui. Né bisogna dimenticare che, per il potere, l'area della criminalità comprende solo reati quali i sequestri di persona, le rapine, le estorsioni, ecc. e attorno a questi scatena il fuoco incrociato dei grandi mezzi di comunicazione di massa, ma lascia al di fuori e tace, e per ben comprensibili motivi, su tutto quel vasto fenomeno di delinquenza legato alle istituzioni, al potere economico, all'esercizio dell'impresa, all'accumulazione del profitto (…) Questi reati, per le classi dominanti, non suscitano notizia; eppure, anche in molti di questi casi è in gioco la vita umana. Su questi delitti non bisogna pensare. E ben si comprende perché sia così…» (Jacopo Onnis in «L'Unione Sarda» del 14.10.1975).
Scrive Roberto Guiducci: «Gli assassini hanno copiato gli industriali. Incassare i soldi del riscatto e uccidere la vittima corrisponde esattamente alla legge del massimo profitto con le minime perdite. Da Al Capone in poi l'industria del crimine ha copiato esattamente l'organizzazione e i metodi dell'industria capitalistica… Il suo sistema e la sua ideologia non sono originali. E' un'ideologia totalmente imitativa di una società predatoria, concorrenziale, violenta… Se la rapina è il modello economico delle classi dominanti, la rapina e il rapimento diventano il modello per tutti (Citato da Jacopo Onnis in «L'Unione Sarda» del 14.10.75).
E diciamolo dunque chiaramente. La nostra società pullula di banditi. Anzi, è una società di banditi. Di tacca diversa e con diverso armamentario. Banditi del capitale e banditi del mitra. Banditi della politica e banditi della burocrazia. Banditi in divisa e banditi in borghese. Banditi in tocco e banditi in porpora. Banditi corrotti fin nel midollo, senza salvezza - quando si arriva al limite di lasciare impunito il ministro che ha rubato miliardi e si getta a marcire in galera il poveraccio che ha rubato una mela. Una razza marcia di banditi moralisti e filistei.
C'è ancora gente pulita, che mal si adatta a vivere in una società di banditi. Sono gli sfruttati, i senza-denaro, che non hanno imparato a usare le armi, proprie o improprie, o che rifuggono dall'usarle. Tutta gente che non farà mai carriera, che tirerà sempre il carro, che vomita a vuoto. La maggior parte si è rassegnata a ogni genere di sopraffazione, di rapina, di sfruttamento, di estorsione. E a questa gente si viene a dire di avere fiducia nella giustizia del sistema!
Ci sono i banditi della ingiustizia e della miseria, che vengono perseguitati, uccisi. E ci sono i banditi della ricchezza e del privilegio, tutelati dalla legge, che sono persecutori perché non tollerano la concorrenza dal basso. I primi sono una conseguenza dei secondi. Facendo scomparire questi, scompaiono automaticamente quelli.
In teoria - sostengono i riformisti più illuminati - i banditi del Supramonte scomparirebbero se si eliminassero la ingiustizia e la povertà. In pratica - io credo - non si instaura giustizia e non si elimina la povertà fintanto che esistono i banditi del potere.



Capitolo I - Dai Cartaginesi ai Baschi Blu

1 - Nel VI secolo a.C. Cartagine occupa le coste e le pianure dell'Isola utilizzandole come basi per il traffico commerciale, edificando porti e fortificazioni militari.
I Sardi che resistono all'invasore vengono ricacciati nell'interno montuoso. In quelle zone aspre e impervie, gli indigeni con le loro ispide greggi - l'unica possibile fonte di vita - sopravvivono richiudendosi sempre più in strutture socio-economiche rigidamente autarchiche, alla cui base sta l'uso comunitario della terra. Il resto degli isolani, invece, è costretto ad accettare le leggi e le usanze dell'invasore, occupando un ruolo subalterno nelle colonie che fioriscono lungo le coste.
Risale a quel periodo l'attuale frattura culturale dell'Isola. Da una parte i pastori delle montagne, i Barbaricini resistenti, dall'altra parte i colonizzati, i ras dei Campidani con le masse contadine.
Il conflitto di natura economica tra il contadino e il pastore si confonde spesso con il conflitto tra l'invasore e i Barbaricini resistenti. Il contadino e più in generale gli abitanti delle coste sostengono gli interessi del colonizzatore in cambio della sua benevolenza: un compromesso portato avanti dai ceti indigeni dominanti che barattano la conservazione dei loro privilegi garantendo la sottomissione del popolo al potere dello straniero.
Nel 217, durante lo scontro tra Cartagine e Roma per il dominio del Mediterraneo, Ansicora, ras del Campidano arborense, organizza un esercito impegnando le truppe romane in difesa di Annibale. In questa circostanza; per la prima volta, i Sardi vengono utilizzati in qualità di ascari.
Amsicora viene battuto dalle legioni romane in una sanguinosa battaglia a nord dell'attuale Oristano e muore in un modo che agli storici piace tanto: saputo l'esito della battaglia e avuta notizia della morte del figlio Josto - caduto pugnando valorosamente sopra un mucchio di cadaveri nemici - Amsicora non regge all'onta della disfatta e si trafigge con la propria spada.

«Non però la morte gloriosa di Amsicora assicurò ai Romani il possesso pacifico dell'Isola; perché il desiderio di libertà fu compresso, non spento: germogliando continue guerre e ribellioni, contro cui combatterono pertinacemente Metello e Tiberio Gracco, il quale tra le feste trionfali poté fare incidere nel tempio dell'Aurora la scritta 80.000 Sardi uccisi o presi» (F. Pais Serra - Relazione d'inchiesta sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna - 1896 - pag. 19).

Della dominazione romana si hanno maggiori notizie. I Romani avevano la mania di voler tramandare ai posteri, anche nei minimi particolari, le loro gesta di ladroni, affidando il compito ad appositi scribae.
Apprendiamo così dallo scriba Tito Livio che dal primo sbarco delle legioni nell'Isola, nel 238 a.C., cominciano le spedizioni militari contro le popolazioni dell'interno, con le stragi, gli incendi, le cacce all'uomo, la cattura e la riduzione in schiavitù di migliaia di Barbaricini.
Durante tutto il periodo della dominazione romana, la resistenza popolare è ininterrotta nell'interno montuoso e frequenti sono le rivolte anche nelle pianure e lungo le coste colonizzate. Se gli indigeni delle coste avevano trovato, comunque, un modus vivendi con i Cartaginesi, che lasciavano una certa autonomia, l'integrazione coi Romani si presenta molto difficile. Colonizzatori integrali, eletti dagli dei a dominare il mondo, questi non lasciano alcun margine di autonomia ai popoli barbari: integrarsi significa semplicemente lasciarsi ridurre in schiavitù.

Il popolo sardo, «alle calamità della guerra, al saccheggio dovette aggiungere il disprezzo dei vincitori, che per ischerno appellarono i vinti: sardi venali e pessimi schiavi perché al servire spesso preferivano la morte. Dovette aggiungere anche la crudeltà e l'avarizia dei pretori, questori, consoli, proconsoli che lo governavano… E ai Sardi possono ben applicarsi le parole che un imperatore riferiva a tutti i barbari soggetti a Roma: - I barbari tutti arano e seminano per noi soli; le genti varie del mondo pascolano armenti per noi; per noi le razze dei cavalli si moltiplicano, e i nostri granai sono ripieni del frumento dei barbari. Possiedono bensì essi la terra, ma ogni bene che da essa frutta, noi possediamo -» (F. Pais Serra - Relazione d'inchiesta sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in S. - 1896 - pagg. 19-21).

Ancora una volta, l'impervia catena di monti dell'interno offre scampo ai Sardi resistenti. Da lì muovono le rapide azioni di guerriglia, le bardane, scorrerie contro i presidi militari e i depositi di armi, viveri e vestiario, contro i centri agricoli e commerciali nelle pianure e nelle coste. Le bardane dirette contro uffici postali, case di possidenti o anche contro stazioni di carabinieri sono rimaste in uso fino ai primi anni di questo secolo. Nella borghesia compradora e in quella del Continente, le bardane suscitavano una grande impressione e violente reazioni, in quanto azioni di rapina concorrenti dal basso a quelle della accumulazione del capitale.

«Concepite e condotte come un'impresa guerresca, ricordante quelle che gli antichi Barbaricini avevano condotto contro i conquistatori e contro le popolazioni sottomesse, erano spedizioni di bande armate, composte talvolta di 50 o 100 uomini, provenienti da paesi anche molto distanti tra loro, i quali, dopo essersi nascostamente concentrati sul far della notte nelle vicinanze del villaggio, muovevano poi apertamente all'assalto dell'abitato, gridando e sparando per intimorire la popolazione, assediando perfino la caserma dei carabinieri, mentre il gruppo scelto attaccava la casa della vittima designata ad essere derubata del suo denaro. Raggiunto lo scopo (e chi si opponeva veniva ucciso senza pietà) la banda si scioglieva immediatamente ed ognuno tornava alla propria casa» (Aa. Vv. La società in Sardegna nei secoli - 1967 - pag. 245.).

Una delle più recenti e sensazionali bardane è quella di Tortolì, avvenuta nella notte tra il 13 e il 14 novembre del 1894, di cui parlerò più avanti. Una bardana folkloristica ha luogo ancora oggi a Sedilo, in occasione della festa campestre di Santu Antine: un nutrito drappello di spericolati cavalieri esegue una veloce sfrenata cavalcata giù per un costone impervio e scosceso, facendo largo uso di polvere da sparo.
Intorno al 180 a.C. la resistenza all'invasore esplode in una serie di sollevazioni popolari che vengono sanguinosamente represse. A Tito Manlio, nel comando delle legioni inviate per domare le rivolte, succede Tiberio Sempronio Gracco, al quale si attribuisce il vanto di avere ammazzato oltre 27.000 Sardi e di averne catturato e ridotto in schiavitù «tante migliaia da non potersi vendere tutti» sul mercato di Roma.
I metodi di dominio e di repressione dei Romani sono noti e fanno ancora testo. Ce li illustra lo scriba Strabone: incendiare i boschi; passare a fil di spada indiscriminatamente gli abitanti dei villaggi «pregiudicati»; razziare le greggi; istituire taglie; incentivare la delazione col denaro o con l'impunità per crimini commessi; diritto di saccheggio e di stupro alle truppe; uso di armi speciali, tra cui mastini addestrati nella caccia all'uomo. Per inciso: i discendenti di quei cani, integrati nella economia del pastore barbaricino, costituiscono una difesa contro i cani-lupo largamente usati dai «baschi blu» e dalla polizia nel Nuorese, configurano così una singolare nemesi storica.
Ogni arma, ogni mezzo vengono usati per assoggettare o per sterminare le comunità barbaricine che non si piegano, che continuano a resistere anche soltanto sopravvivendo, radicate alle pietre dei loro monti, isolate, chiuse da una cinta di fortificazioni in un assedio che dura secoli. Si tenta anche la immissione nell'Isola di gruppi etnici diversi, deportati da altre colonie, che dovranno fare i «pionieri» in terra straniera sterminando gli indigeni per strappare loro terra e averi e conquistarsi il diritto di vivere.
Numerose deportazioni di cristiani avvengono intorno al 174. «Il suo aspetto negativo di provincia penale le diede il privilegio di conoscere molto presto il cristianesimo», è stato scritto (Aa.Vv. - Breve storia della Sardegna - 1965 - pag. 10.). Un privilegio, come altri venuti dal mare, che i Sardi non hanno saputo apprezzare, preferendo mantenersi fedeli al culto proprio dei loro padri.
L'impero romano - l'immenso tempio del privilegio edificato e ornato col sacrificio e col sangue di milioni di schiavi - crolla sotto la spinta di giovani popoli che muovono alla ricerca di spazi vitali nelle fertili e temperate terre che si affacciano nel Mediterraneo.
Nel 455 la Sardegna viene occupata dai Vandali, e mai più l'Isola conobbe tempi migliori. I Vandali aboliscono i privilegi del clero, confiscano i beni delle chiese, tolgono le terre ai latifondisti e le distribuiscono alle popolazioni.

Circa ottanta anni dopo, nel 533, «una fortunata e rapida campagna militare, voluta dall'imperatore d'Oriente Giustiniano e condotta dal generale Belisario, riportò l'Africa e la Sardegna in seno alla romanità e liberò la Chiesa Cattolica dall'incubo dell'eresia. Ma, mentre da un lato il governo bizantino si diede di buon grado a ristabilire la legalità e l'ordine restituendo le terre ai legittimi proprietari e rimettendo le chiese e i monasteri in possesso dei loro beni, dall'altro impose ai sudditi un grave sistema fiscale, che l'avidità e la corruzione dei funzionari imperiali resero ancora più insopportabili» (Aa.Vv. - Breve storia della Ssrdegna - 1965 - pag. 10.).

Dopo i Bizantini, gli Ostrogoti e gli Arabi si arriva a un periodo di relativa e breve autonomia coi Giudicati. Quindi, dai Genovesi, dai Pisani e dagli Aragonesi la Sardegna passa sotto la dominazione spagnola, nel 1479.

«La Sardegna divenne non solo una provincia spagnuola, ma un possedimento di signori spagnuoli. Di 376 feudi in cui… era ripartita l'Isola, 188 appartenevano a nobili di Spagna; 32 erano diretto dominio del re, e i rimanenti 156 erano bensì intestati a famiglie residenti nell'Isola, ma per la maggior parte spagnuole di origine… Due secoli di questo feudalesimo spagnuolo distrussero ogni rigoglio di vita economica e civile… Spento il commercio… cacciati i Corsi ed espulsi gli Israeliti che coi loro capitali fecondavano l'agricoltura, ridotta a trovar benefica perfino l'usura, l'Isola, che già nutriva il popolo di Roma, si trovò in breve ridotta a difettare della semente per coltivare le terre! Col decadere del commercio e dell'agricoltura divennero deserte le città, abbandonati i castelli… Rimasta segregata dal consorzio nel mondo civile, non aveva nemmeno rapporti con l'Italia, quando questa, pur di mezzo al servaggio, rifioriva nel campo del pensiero e dell'intelligenza… nell'Isola spegnevasi con la civiltà anche l'uso della propria lingua… Così il popolo sardo dovette per due secoli soggiacere al dominio di un governo prodigo, fiscale e venale; senza credito, senza amministrazione, senza finanze, tanto che dovea ricevere dai Municipi fideiussione ai propri prestiti, finendo di ruinarli; un governo che neppure sapeva assicurare la pubblica sicurtà, e costringeva i cittadini stessi a provvedervi da sé creando quelle primitive associazioni di assicurazione che sono le compagnie barraccellari…» (F. Pais Serra - Relazione d'inchiesta sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna – 1896 - pagg. 24-25.).

2 - Col trattato di Utrecht del 1713 che conclude la guerra di secessione spagnola, la Sardegna, nel complesso gioco di spartizioni territoriali per un equilibrio di potere tra famiglie reali, passa nelle mani di Carlo d'Austria. A conclusione di una nuova guerra tra Spagna e Austria, il trattato di Londra del 1718 aggiudica l'Isola a Vittorio Amedeo II, principe sabaudo, che perde la Sicilia. Ma soltanto nel 1720 ha inizio l'effettiva dominazione sabauda della Sardegna, e con la clausola, imposta dalla Spagna, che non vi sarebbero stati modificati gli ordinamenti e i privilegi feudali.
L'opposizione popolare al feudalesimo e al riformismo della borghesia piemontese si articola in forme diverse su due ben precisi fronti.
Nelle città di Cagliari e Sassari, nelle aree costiere e agricole, dove la borghesia compradora ha assunto il suo ruolo di lacchè, le masse popolari subiscono il dominio, chiudendosi nel fatalismo tipico dei peones. L'alcool, i rituali misteriosi e la scenografia pomposa di un cattolicesimo paganeggiante, i costumi variopinti e le sagre religiose sono droghe che danno alle masse una illusoria dignità di popolo. I lunghi periodi di letargo civile, che nascondono forme di resistenza passiva, sono rotti da improvvisi violenti e spesso sanguinosi tumulti, che esplodono senza una causa apparente o per cause che possono apparire futili ma che sempre finiscono per colpire i detentori del potere e del privilegio: amministratori, preti, gabellieri, possidenti, militari. Le masse contadine maturano lentamente la coscienza della propria forza, e modificandosi almeno in parte le vecchie strutture economiche si diffondono le idee socialiste. La punta avanzata che sostiene e trasmette le nuove idee è costituita dai minatori dell'Iglesiente e del Guspinese, i quali provengono dalla economia agricola e mantengono rapporti con il loro mondo, a cui vogliono tornare dopo l'esperienza operaia con una nuova dignità. Essi, i contadini-minatori, vivono in modo disumano lo sfruttamento e la violenza del primo capitalismo colonialista.
Su un altro fronte si battono gli abitanti delle zone interne, i Barbaricini allevatori di pecore. Essi conservano originali strutture economiche e sociali basate sull'uso comunitario dei pascoli. Hanno una propria cultura e propri ordinamenti giuridici e non vogliono sostituire la loro civiltà con quella imposta dai conquistatori. Le nuove idee socialiste trovano scarsissima eco nel loro mondo, che pure ha in sé le fondamenta per l'edificazione di una società comunista. In rapporto ai tempi, i Barbaricini costituiscono una funzionale e florida comunità pastorale, forte e fiera di una lunga storia e di una grande esperienza di lotta contro gli invasori. Da duemila anni cinti d'assedio, isolati, in perenne conflitto con i nemici ambientali e con i nemici venuti dal mare, non avrebbero potuto sopravvivere se non con una economia autarchica, con tutte le preclusioni, gli irrigidimenti e la staticità che ne derivava alla loro cultura. E' certo che i Barbaricini hanno sempre mantenuto il conquistatore in uno stato di tensione, di insicurezza, di paura. Nelle Barbagie, tutti i colonizzatori hanno trovato il maggiore ostacolo al loro disegno di assoggettamento dell'Isola, e ancora oggi costituiscono il focolaio di ogni possibile rivolta. Per questo, contro i pastori si è sempre applicata la repressione più accanita e feroce, la stessa in uso contro un popolo nemico in tempo di guerra.

3 - In lingua sarda Boginu ha il significato di boia. Quando si è mossi da un forte risentimento verso qualcuno, gli si lancia l'invettiva: «An ki ti currat su Boginu!» (Che ti possa perseguitare il Bogino!).
Bogino Gian Battista Lorenzo è ministro sabaudo per la Sardegna dal 1750 al 1773. Uomo di punta della nascente borghesia piemontese, statista liberale a casa sua, in colonia diventa un arrogante boia. In un testo universitario di storia sarda si sostiene che «le benemerenze» del Bogino «verso l'Isola sono innegabili», fra queste «basterà ricordare la migliore regolamentazione dell'amministrazione della giustizia» (Aa.Vv. - Breve storia della Sardegna - pag. 134.). E l'Enciclopedia Nuovissima comunista, attingendo a fonti borghesi, scrive: «Giureconsulto ed uomo politico del Regno di Sardegna; coprì alte cariche e compì opere benemerite».

«Su tutta la Sardegna e particolarmente in Barbagia si abbatté una furiosa ondata di violenza a danno dei contadini e dei pastori. Atroci campagne contro il brigantaggio vennero condotte nel 1735-37 dal viceré marchese di Rivarolo, nel 1747-51 dal viceré marchese di Guarnera, nel 1770 dal viceré marchese di Hayes, queste ultime e maggiori concertate tutte e guidate dal ministro Bogino.
In tutti i paesi le truppe regolari con le armi e con la violenza contennero i pastori, tennero a bada i briganti. Su tutti i paesi si eressero in permanenza le forche, i cadaveri dei giustiziati vennero strappati a pezzi, bruciati e le ceneri disperse al vento…
Sulla stessa linea della lotta contro il brigantaggio (briganti e oppositori politici del resto, per la Corte di Torino, erano sullo stesso piano) fu anche perseguita la repressione dei moti Logudoresi e Galluresi. Per tutto l'ultimo decennio e oltre, i seguaci di Gio Maria Angioy - costretto all'esilio - furono perseguitati: tutti i giacobini sardi, ammiratori della rivoluzione francese o semplicemente nemici del feudalesimo, popolani, contadini, pastori, preti riformatori furono braccati, arrestati, orrendamente torturati, trucidati nelle strade o nelle prigioni per opera di Carlo Felice e di Placido Benedetto suo fratello. I villaggi del Logudoro vennero assaliti dalle truppe regie, cannoneggiati, incendiati, e molti dei loro abitanti uccisi o arrestati in massa» (G. Gabitza - Sardegna: rivolta contro la colonizzazione - 1968 - pagg. 14-15).

In quell'oscuro periodo di dominazione sabauda, l'Isola si accende di speranze illuministiche, e si verifica un fatto nuovo e di rilievo nella sua storia: negli strati più avanzati della borghesia indigena, in particolare a Sassari e nella Gallura, si forma una attiva corrente giacobina che riconosce le aspirazioni e gli interessi delle masse contadine e insieme a queste conduce una intransigente politica antifeudale e anticlericale che sfocia nei moti Logudoresi.
Lo scontro delle masse popolari contro il privilegio e il parassitismo feudali avrebbe potuto - come avvenne altrove - favorire la borghesia piemontese, indebolendo il suo antagonista storico; ma avrebbe anche irrobustito e scaltrito nella lotta le masse popolari: un antagonista, queste, se scatenato, ben più temibile e irriducibile dell'altro ormai decrepito. Un conto sono le «guerre di successione», quei movimenti di assestamento tra ceti dominanti per la gestione del potere, che, pur cruente nello scontro tra i popoli armati e mandati al macello per sostenere gli interessi dei relativi monarchi, a livello di vertice mantengono un tono cortese e cavalleresco, e ovviamente lasciano le cose come prima. Un altro conto sono le «guerre servili», le rivolte degli schiavi contro i padroni, che vanno condotte senza esclusione di colpi, fino allo sterminio totale dei rivoltosi perché minacciano nelle fondamenta gli ordinamenti del sistema.
Il passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento viene attuato con una serie di dosate riforme, realizzando un compromesso tra gli interessi della borghesia e i privilegi della nobiltà e del clero, gravando le masse popolari di nuovi e più insostenibili oneri.
La borghesia francese aveva fatto una esperienza pericolosa, utilizzando le masse popolari nella «sua» lotta per il potere; e il fatto che le forze popolari avrebbero potuto sfuggirle di mano e costituire una società di uomini liberi e uguali le dava brividi di terrore.
La borghesia piemontese perciò va cautamente. Finché può si annida nell'assolutismo monarchico, tramando in attesa di tempi propizi. Utilizza sì demagogicamente le masse popolari soffiando sul fuoco del malcontento e promettendo il benessere generale, ma si guarda bene dall'inserirle direttamente nello scontro. Anzi, nella misura in cui ha il potere per farlo, reprime ogni tentativo di rivolta contro il feudatario, perché il popolo sappia che deve rispettare il padrone in quanto tale, vecchio o nuovo che sia. Il padrone può essere dichiarato decaduto soltanto da un altro padrone.
I moti antifeudali, così come qualche decennio dopo i moti contro le riforme borghesi, vengono infatti repressi con uguale ferocia tanto dall'assolutismo quanto dal liberalismo dei Sabaudi.
A Sassari, tra il 1796 e il 1797, i capi del movimento antifeudale che non riescono a espatriare vengono massacrati dalla sbirraglia piemontese capitanata dal commissario Valentino. Ancora a Sassari, nel 1802, vengono arrestati, pubblicamente torturati e giustiziati tre patrioti: il Martinetti, il Bettino e il Frau. Questi ultimi due, pastori, dopo il trattamento riservato loro a Sassari, verranno condotti con le ossa fracassate ad Aggius, paese della Gallura dove più viva si era accesa la rivolta, e impiccati nella piazza.

Sebastiano Pola ha così descritto il supplizio dei due pastori galluresi: «Si procedette dal Battino: spogliatolo dalle vesti ad eccezione della camicia, strettegli le mani e le braccia nude dietro la schiena ebbe la prima ammonizione: denunciasse i complici, eviterebbe la tortura se non la morte. Rispose fermo: "Non so niente". Il delegato Cicu ordinò agli alquazil (dall'arabo al vazir, ministro di giustizia; in spagnolo alguacil; in lingua nostra aguzzino - n.d.r.) di stringergli con violenza le corde attorno ai polsi e di far girare la carrucola del soffitto. Il giovane gallurese (aveva 23 anni) fu così sollevato in alto fino a che gli si slogarono le braccia, ma ciononostante continuava a protestare di non conoscere altri che il Sanna, il Corda e il Cilloco. Il Cicu ordinò uno strappo violento, ma dal petto dell'infelice non poté uscire che un urlo straziante di dolore: "Non so niente, misericordia, ho da ricevere la comunione, quel che sapevo l'ho detto!" Ed altrettanto avvenne del Frau. Pochi giorni dopo i due infelici furono ricondotti nella loro terra selvaggia, ad Aggius, per ornarne la forca» (S. Pola - I moti delle campagne sarde dal 1793 al 1802 - 1923 - pagg. 174-175).

L'ultimo bagno di sangue giacobino è del 1812, a seguito dei moti capeggiati da professori, avvocati e magistrati. La paura di un contagio della rivoluzione francese terrorizza Vittorio Emanuele I. La «rivoluzione» borghese si farà, ma a tempo debito, dall'alto e senza sanculotti.
Il monarca sabaudo ha dovuto abbandonare, insieme alla sua Corte il Piemonte invaso dalle truppe napoleoniche, ancora contagiate dal morbo giacobino. Vittorio Emanuele deve ora adattarsi a vivere nel suo feudo sardo. A Cagliari, viceré, clero e nobili si prodigano per rendergli l'esilio il più confortevole possibile. Il re - si disse al popolo - era arrivato «con la sola camicia» nella fretta di fuggire per evitare l'onta di cadere nelle grinfie demoniache dei napoleonici. Pertanto, contadini e pastori sardi devono provvedere con il loro lavoro anche a mantenere «dignitosamente» il «loro» re in esilio. Vengono decretati oneri fiscali supplementari a una popolazione già ridotta in estrema miseria. Gli obblighi fiscali ordinari si aggiravano intorno alle 218.000 lire sarde; a queste se ne aggiunsero come straordinarie 109.360 per il mantenimento della famiglia reale e della Corte di Cagliari. Poco tempo dopo, gli straordinari vengono elevati a 240.000. Intanto, la regina consorte Maria Teresa si fa cesellare dagli orafi un orinale d'argento massiccio, sul cui fondo a sbalzo sta effigiato il Bonaparte: su questo prezioso cacatoio, il real culo irride al grande nemico e alla fame dei Sardi.

4 - Eliminata la concorrenza napoleonica a Sant'Elena e spenti i fermenti giacobini, la consorteria al potere in Europa è esonerata dalla fatica di «restaurazioni» in Sardegna. D'altro canto, durante il loro forzato soggiorno nell'Isola, i Sabaudi si sono resi conto che la Sardegna non frutta loro abbastanza, e che potrebbe rendere molto di più se venissero razionalizzati e intensificati i moduli di sfruttamento. Saranno quindi varate riforme che comprendono, fra l'altro, l'introduzione della proprietà privata delle terre usate comunitariamente, il riassetto fondiario, la burocratizzazione degli apparati amministrativi e fiscali, la costruzione di fortificazioni militari.
    Nel 1821, Carlo Felice apre il suo regno sconfessando i velleitarismi costituzionali di Carlo Alberto e condannando a morte 97 oppositori sardi. Segue una feroce capillare epurazione nei quadri dell'esercito, della burocrazia, delle università. Il monarca non nasconde il suo odio per la cultura; egli afferma che «soltanto chi non sa leggere né scrivere può essere un suddito fedele». Dal che si può dedurre che a epurazione conclusa, militari, burocrati e insegnanti fossero tutti analfabeti.
E' dell'anno precedente - 6 ottobre 1820- il primo di una serie di editti delle Chiudende (i successivi verranno emanati nel 1824 - 1830 - 1831) che aboliscono l'uso comunitario della terra e saranno causa, per molti anni, di rivolte popolari. La borghesia piemontese imporrà ai Sardi la «civiltà» della proprietà privata con la violenza delle armi.
Banditi e oppositori politici vengono confusi ad arte e accomunati nello stesso giudizio infamante e nelle stesse forme repressive. La confusione si ottiene mettendo in moto il meccanismo del pregiudizio sociale. Nel secolo scorso, era diffuso nella borghesia il pregiudizio che il comunismo fosse una setta criminale, e si attribuivano ai suoi membri le peggiori nefandezze. In tempi più recenti, trovato da parte della borghesia un rapporto di pacifica convivenza col comunismo, lo stesso pregiudizio (con sempre minore credibilità) viene usato contro gli anarchici.
I pastori e i contadini che si oppongono nella prima metà del secolo scorso alla privatizzazione della terra vengono accusati di comunismo. Il gesuita Antonio Bresciani, riferendosi ai Barbaricini e in particolare ai pastori di Orgosolo, inveisce: «Costoro potrebbero tener cattedra di comunismo in certe università d'Europa!» Anni dopo, il Lei Spano - magistrato, agrario, politico, saggista e sostenitore della colonizzazione capitalistica - a un pastore che davanti al tribunale rivendica il diritto a permanere col suo gregge in un pascolo comunale, rinfaccia aspramente di volere in tal modo negare «il diritto della proprietà, di essere comunista e di voler importare il regime della Russia Sovietica». Ancora più avanti, i marxisti accusano i Barbaricini di anarchismo. E' un socialista che scrive: «Alla radice del banditismo non è difficile riconoscere una condizione di vero e proprio anarchismo sociale, determinato e favorito dalla carenza dello Stato, in quanto organo di giustizia» (G. Pinna - La criminalità in Sardegna - 1970.).

Giorgio Asproni sintetizza così la storia della dominazione sabauda dal 1720 alla «Fusione» col Piemonte: «Per 120 anni fu la Sardegna governata come una colonia; l'elemento indigeno vi fu inesorabilmente cancellato; alla metropoli appartenevano gli utili, a noi toccavano il lavoro, l'obbedienza e i sospiri: sulla fronte di ogni sardo era impresso il marchio della più ributtante schiavitù» (G. Asproni - Da un suo discorso del 1853.).

L'anno 1847 segna la fine del Regno di Sardegna. E' l'anno della fusione dell'Isola con le altre provincie di terraferma. Carlo Alberto annuncia il «lieto evento» nell'annuale discorso della Corona: «La Sardegna, gettato funesto retaggio di antichi privilegi, volle essere unita con più stretti vincoli alla terraferma, e fu accolta dalle altre Provincie come diletta sorella».
La fusione non getterà «il funesto retaggio di antichi privilegi» ma li perpetuerà e ne aggiungerà di nuovi.

«In realtà è avvertibile che le misure di ammodernamento hanno soltanto un duplice scopo: di creare in Sardegna una condizione che rende impossibile lo sviluppo di una vita economica, sociale e politica che consenta una originale evoluzione delle tradizionali forme di autonomia, per giungere ad una progressiva assimilazione delle istituzioni sarde con quelle degli altri stati di terraferma; e di rafforzare l'Isola nelle sue strutture difensive in rispondenza delle caratteristiche dello stato piemontese e della sua politica» (G. Sotgiu - Alle origini della questione sarda - 1967).

5 - Dopo la realizzazione dell'unità territoriale nazionale, il brigantaggio viene alimentato e strumentalizzato nel Meridione dal vecchio padronato borbonico soppiantato dalla borghesia piemontese. E' un esempio di incentivazione del banditismo da parte di una élite in conflitto con un'altra élite per il potere. E mentre scorre il sangue della povera gente - affamata, frastornata e truffata - la decaduta nobiltà borbonica finirà per trovare soluzioni di compromesso con la vittoriosa borghesia piemontese: ereditiere e baroni cementeranno la fusione con vincoli di sangue e la classe spodestata conserverà in parte intatti e in parte rammodernati gli antichi privilegi. Non parlo dell'apparato burocratico e sbirresco e del costume borbonici che restano ancora tali e quali nell'attuale repubblica «democratica».
Negli anni post-unità, la repressione del bandito sardo si inquadra nella campagna organizzata su vasta scala, con truppe regolari, per soffocare nel sangue i moti contadini per la terra. Incendi, spoliazioni, rastrellamenti, fucilazioni sommarie sono all'ordine del giorno nel Meridione e in Sardegna. Con una differenza. Qui la campagna prosegue sempre più aspra e vasta fino ad assumere il carattere di vera e propria guerra coloniale.
Con rinnovata fame di rapina, dopo il 1860, calano come avvoltoi gli imprenditori del capitale del Nord-Italia, aggiungendosi ai Francesi e ai Belgi che già sfruttano le risorse minerarie. Il patrimonio naturale e storico-cultirale viene saccheggiato fino a creare il deserto. Le popolazioni vengono assoggettate a uno sfruttamento bestiale e costrette a sfamarsi con pane di farina di ghiande e argilla. Il banditismo è più che mai una copertura alla presenza massiccia di un apparato repressivo coloniale, senza il quale il popolo si sarebbe certamente sollevato per scrollarsi di dosso gli sciacalli che lo dilaniavano e lo spolpavano.
Le sollevazioni popolari negli anni di fine secolo sono un disperato sacrificio che non ha alcuna possibilità di vittoria. Le leggi del dominatore che legalizzano la rapina e lo sfruttamento sono imposte con la forza delle armi. Una forza organizzata, efficiente, lucida portata avanti da quei professionisti del crimine che sono gli stati maggiori militari.
Le masse popolari insorgono con la rabbia cieca della disperazione. A Macomer e in altri numerosi paesi di allevatori, i tumulti esplodono contro le centrali lattierocasearie dei capitalisti. Molti caseifici vengono incendiati. Gli scampati alla morte e agli arresti si danno alla latitanza. Il sistema li chiama «banditi».
Intorno all'anno 1900 si contano almeno duecento bande armate di pastori che si battono in vere e proprie battaglie campali contro le truppe di occupazione piemontesi. Di queste battaglie, una delle più cruente si è svolta sui monti del Morgogliai, nei pressi di Orgosolo. In quegli anni caddero oltre cento militari. Non si sa quante centinaia di pastori perché nessuno si prese la briga di contarli.
Giulio Bechi - un ufficiale della spedizione - riporta numerose testimonianze sulle operazioni militari e di polizia contro le popolazioni del Nuorese. Nel suo libro «Caccia grossa», sotto il capitolo intitolato «La notte di San Bartolomeo», racconta nei particolari il massiccio rastrellamento effettuato a Nuoro nella primavera del 1899, preludio a una ondata di repressione in tutta l'Isola, che culminerà nel famigerato processone.

«Quel diavolo di capitano, zitto zitto, aveva già ideato un vero piano di assedio. La città spartita in sette rioni, il personale, carabinieri e questurini, in sette gruppi: pronti i depositi dei prigionieri: mucchi di manette, di catene, di corde: tutto calcolato e preparato da mesi, senza che ne trapelasse nulla ad anima viva, tutto previsto con cura meticolosa fino ai moccoli per le scale, fino ai lapis ed ai foglietti per le ricevute di scarico. Torno torno al paese, agli sbocchi sulla campagna, vigilano appostate pattuglie di fanteria. La consegna è semplicemente formale: - Arrestare chiunque passi. Scocca la mezzanotte: è uno sguinzagliare in tutti i sensi di carabinieri, guardie, soldati… Il giovine prefetto si gioca in questa notte la sua brillante carriera…»

Il Bechi ha la «fortuna» di partecipare all'arresto dei familiari dei latitanti Serra-Sanna: il padre di 75 anni e la figlia Maria Antonia, giovinetta.

«…Nell'uscir di caserma m'intoppo nel delegato, il quale mi agguanta per un braccio. Gli occhi gli sfavillavano come quelli d'un gatto: pareva andasse a riscuotere un terno. Dietro a lui una pattuglia di carabinieri e di guardie, e una guida mascherata con una gran barba posticcia. -Venga, venga - mi dice - si va dai Serra-Sanna… - L'uomo barbuto si ferma davanti ad una porta e senza dir parola alza il bastone con un cenno misterioso. Par la notte di San Bartolomeo… Il delegato spazientito sferra nell'uscio due pedate da svegliar tutti i morti del paese; i calci dei moschetti rincalzano in una tempesta minacciosa: finalmente si sente latrare di dentro una voce furiosa: - Chi è?… - Passa qualche istante di profondo silenzio… I calci, le spalle, i fucili ricominciano a tempestare… La porta comincia a tentennare sui cardini… Allora si sente un bestemmiar nella solita lingua infernale, un cigolar di catenacci, e, illuminato in pieno da una candela… compare un piccolo scimmiotto barbuto e bianco che schizzava fiamme dagli occhi. - Ite cheres? - ringhiò - Si vuol vedere un po' qua dentro. Dove sono i tuoi figlioli? - Lo sapete che non son qua i miei figlioli! - E la figliola?… Il delegato fa un cenno: due carabinieri tengono a bada il vecchio, altri due si danno a frugare: lui con una candela in mano infila la scaletta di legno e imbrocca di primo acchito nella camera della ragazza. Io resto fuor dell'uscio. Maria Antonia si sveglia tutta stralunata, balbetta, vuol sapere, si sdegna… E l'altro, con la sua placida faccia cerea, seduto accanto al letto, badava a ripetere: - Vestiti, Maria Antonia!… Cercava di tirarla con le buone… ma con una mano si tastava nella tasca della giacchetta il bavaglio e le corde e con l'altra accarezzava un nodoso randello… In due minuti ebbe infilato le gonnelle e il giubetto scarlatto, mentre il delegato, adocchiato un cassone in un angolo, vi faceva una perquisizione sommaria. E lì sequestra subito una collezione di gioielli sardi, pendenti, fermagli, collane in filigrana d'oro… Si scende. Un carabiniere si accingeva a legare il vecchio. ma quando costui si è visto presentar le manette… si è fatto indietro con due occhi spiritati, drizzandosi tutto nella persona con uno scatto di nume irato. - Geo appo settanta chimbe annos, nemos l'at posto sos ferros!… Che respiro, quando li vediamo giù in strada, padre e figlia, ben legati e bene scortati, fra le cabine della benemerita! Lui che aveva le sole calzette ai piedi, così com'era venuto ad aprire, guaiva e strillava saltellando sui sassi. Una serva ci rincorreva con le scarpe. - Niente! Cammina!… Da una casa vicina scaturiscono col lanternino in mano due vecchie in berretta gesticolanti e fanno per abbracciar Maria Antonia. Ma una guardia fa un salto, taglia la strada e… con una botta sola le manda a ruzzolare dentro la porta di faccia, si sbacchia dietro l'uscio… non c'è tempo di veder quel che è stato».

Sono gli stessi metodi che hanno reso tristemente famose le truppe di occupazione nazista nei territori invasi. Gli arresti proseguono indiscriminati per tutta la notte.

«Per le strette vie silenziose - riprende il racconto del Bechi - ogni tanto era la cadenza affrettata di una pattuglia, il picchiar sulle porte, un balenar di lumi alle finestre e nel quadretto chiaro una faccia spaurita, un cipiglio rabbioso… Eppure, guardate la forza di carattere! Non si scompongono per nulla alla vista dei carabinieri e delle manette: le donne senza pianto, senza strilli, impietrite, gli uomini accigliati, senza resistenza, senza domande; capivano a volo! Solo in casa d'uno… la moglie, una fragile creatura dal viso bruno di madonnina, si era avviticchiata al braccio del marito e guardava i carabinieri con gli scuri occhioni smarriti. Fanno per dividerli, ma lei si rivolge risoluta al delegato: - Se portate via lui, dovete portar via anche me. - Brava, venga anche lei! - Anche me! - salta su la suocera, una specie di parca tutta grinze… - Anche lei!… portate anche lei!… Si esce fuori con quel mazzetto: ma non è finito. Quando siamo in piazza del mercato, un ragazzo, uno studentello, che doveva essere parente dell'arrestato, ci corre avanti schiamazzando… Dopo pochi passi eccone un altro, al quale hanno arrestato il padre, che si mette a sbraitare contro il gruppo. - Dov'è mio padre? Voglio veder mio padre! Sono prepotenze queste! Sono vigliaccherie! - Ah, sì? - fa il maresciallo che comanda la pattuglia - Metti le manette anche a lui. Non ha ancor finito che lo studente dà un balzo di lepre e via come una freccia. Una guardia si precipita dietro, lo raggiunge, gli dà lo sgambetto; lo studente va giù ruzzoloni, la guardia sopra: pugni, calci, legnate… Accorrono altre guardie, altre dieci mani che lo afferrano, lo rialzano tutto pesto e sanguinolento. - Lasciatemi, perdio! sono italiano! - strillava il giovinetto inviperito - Non si tratta così un cittadino italiano! Guardate, guardate, questo è sangue! - Allora rieccoti il compagno di prima: - Ha ragione, io sono solidale con lui! - E allora, - ribatte il maresciallo – mettete i ferri anche a lui! - E con quel mazzetto che va crescendo via via come la spazzatura, si arriva al deposito del rione. Da tutti i rioni poi gli arrestati affluiscono al deposito centrale, dove si trova il comando. Là, il capitano… aspettava… i dispacci dalle stazioni… Dal deposito centrale, ogni poco, una lunga sfilata di gente ammanettata, fiancheggiata dal luccichio delle baionette e seguita da un codazzo di donne in pianto, si avvia alla ferrovia, dove un treno è pronto a riceverla. Il mio plotone è di scorta… Il risveglio, la mattina dopo, è stato uno spettacolo impagabile. Sul far del giorno, stanco morto, ero riuscito finalmente a buttarmi sul letto e a pigliar sonno, quando mi scuote un busso nell'uscio, e la padrona irrompe dentro esterefatta, con le lacrime agli occhi… - Ma guardi, guardi, sono scappati tutti sui poggi… Ah, Sant'Antoni, è la fine del mondo! Difatti nel lago di cielo chiuso dal quadro della finestra i pianori rocciosi, rosati dal sole, formicolavano di minuscole macchiette rosse e nere, mentre giù per la strada, sulle porte, era un brusio concitato, sommesso di terrore… uno spavento pazzo, un correr via all'aperto, trascinandosi dietro i fagotti e i figlioli, come se in paese battesse il terremoto. Il bello è che molti, ai quali non si pensava neppure, sentendo dei crampi alla coscienza, si sono dati alla latitanza e così si sono scoperti da sé».

Un ragionamento tipicamente poliziesco, che accomuna la deficienza alla malafede: fuggire terrorizzati davanti alla brutalità e alla violenza della repressione è segno di cattiva coscienza, è prova di colpevolezza. Di quale colpa, non si dice.
Arrivano i primi dispacci dell'operazione militare dalle stazioni di tutta l'Isola: gli arrestati sono migliaia: in maggior parte vecchi, donne, ragazzi che verranno utilizzati come ostaggi per costringere alla resa i latitanti.

«L'audacia del colpo è stata tale - prosegue il Bechi - che dopo tre giorni ne sono ancora sbalorditi… Il terrore dell'ieri tien sospesi gli animi nell'apprensione del domani. E' un fermarsi per via con aria di appestati, un trottar su e giù di pattuglie di carabinieri e soldati: alle otto di sera non si incontra più un cristiano per le strade. Solo le tre ombre nere del sottoprefetto, del procuratore del re e del capitano dei carabinieri rompono la striscia di luna del corso; solo la cadenza delle ronde getta un'eco cupa nel profondo silenzio. Nuoro è nostra».

Dopo gli arresti: i sequestri e i ricatti.

«A chiunque è in odore di amicizia con qualche bandito, si sequestra il bestiame che si manda a pascolare altrove sotto al paterna vigilanza della benemerita. - Volete le vostre bestie? Sta bene: fateci avere il vostro amico… Chi è ormai famoso per queste razzie è il brigadiere di Oliena. Si è rifatto dalla madre del latitante Pau. Va là col suo bravo bollo (con stampigliato SG, sequestro giudiziario - N.D.R.) e tac, tac si mette a bollare tutto ciò che gli capita sotto. Va all'ovile, fa una razzia di tutti i porci e li manda al camposanto nuovo, dove carabinieri e soldati non riparano a timbrare a fuoco le natiche delle bestie, tra una sinfonia di grugniti, di muggiti, di belati. Poi sgranando due occhiacci spiritati e levando il terribile timbro sul muso sbigottito della vecchia: - E se in settimana non mi fai costituire il tuo figliolo, quant'è vero Dio ti bollo anche te! - Indi a suon di tamburo fa un bando in piazza. - Pochi discorsi e buoni… Se fra otto giorni l'amico non si costituisce piglio tutte le vostre vacche, tutte le vostre bestie e faccio viaggiare anche quelle» (G. Bechi - Caccia Grossa - 1900 - Pag. 45 e Segg).

Sono scene allucinanti. Sono atti di ribalderia colonialista che svelano più di qualunque analisi la vera natura banditesca della classe al potere. Agli arresti, ai sequestri, alle razzie, ai ricatti seguono i provvedimenti speciali di polizia: navi cariche di coatti lasciano l'Isola verso il Continente. E' di quel periodo la lamentazione popolare: «Sos bentos de levante / in sa marina frisca / sunt carrigande s'oro / … / Sas carreras sun tristas / como non est prus Nuoro / ca mancant sos zigantes…» (I venti di levante / nella fresca marina/ si portan via l'oro / Le contrade son tristi / Nuoro non è più lei / ora che mancano i suoi giganti…).
Si arriva alla montatura del processone. Degli arrestati, circa 600 vengono trattenuti sotto l'imputazione di «associazione a delinquere e favoreggiamento». Di questi, circa la metà vengono prosciolti in fase istruttoria, dopo una lunga detenzione, e 320 rimandati a giudizio. Durante il processo, il procuratore generale chiede il proscioglimento per insufficienza di prova di 239 imputati.

«La Nuova Sardegna», quotidiano di Sassari, scrive in quei giorni: «Bisognerà persuadere anche i più increduli che quei risultati non si sarebbero potuti ottenere se non a costo di quegli eccessi e di quegli arbitri, di quelle offese alla libertà, alla pace e all'onore del paese».

E su «Sardegna Cattolica» dello stesso periodo (dicembre 1899), Francesco Dore, avvocato della borghesia indigena legalitaria, aggiunge criticando l'operazione del prefetto sportman Giovanni Nepomucemo Cassis: «…fu operato su semplici ordini d'un prefetto che abbandonava tutto al capriccio di locali infimi agenti di polizia, creando di fatto l'esistenza e le vessazioni d'un vero stato d'assedio…».
Si tenta il vecchio gioco di far ricadere sui gregari la responsabilità storica di una azione infamante, che è stata invece concertata e voluta ai vertici del potere. La presenza di un corpo di spedizione dell'esercito italiano nelle Barbagie non era dovuta al «capriccio di infimi agenti» ma a un ben preciso piano del governo, del ministro della guerra e degli stati maggiori.
Furono poche e isolate le voci di sdegno e di dissenso che si levarono nel mondo cosiddetto civile su quanto accadeva in questa lontana e dimenticata isola del Mediterraneo, dove al pari delle terre sorelle d'Africa il potere dei civilizzatori bianchi stroncava con le stragi ogni resistenza popolare. Così come in Sardegna, più tardi in Libia e in Etiopia gli abitanti che prenderanno le armi per opporsi all'assoggettamento verranno classificati banditi e trattati come criminali insieme alle comunità che li hanno generati e li sostengono. Non molti decenni dopo, saranno gli stessi popoli bianchi dell'Europa invasa dal nazismo a provare sulla loro pelle gli effetti dei rastrellamenti, delle deportazioni, della caccia al «bandito». Da allora a oggi sono cresciute nel mondo le voci di sdegno, di dissenso. Eppure in Sardegna simili operazioni si ripetono ancora.
Angelo Sanna, giovanissimo pastore, testimonia su un rastrellamento effettuato a Orgosolo pochi anni fa, nel 1954.

«La mattina del 1° genaio, c'è stato lo stato d'assedio per tutto il paese. Dicevano che era per arrestare gli assassini dell'ingegnere».

Si tratta dell'ing. Davide Capra, di Cagliari, impresario edile, sequestrato a Dorgali nell'inverno del '53 e ucciso dalla stessa polizia nel Supramonte insieme a uno dei rapitori durante un conflitto a fuoco: fra i rapitori figurava Emiliano Succu, non un povero pastore ma un balente di facoltosa famiglia, nipote del senatore democristiano Monni.

«Dalla notte, di sorpresa, all'improvviso arrivano da Nuoroe Cagliari e Sassari due o trecento carabinieri (in verità erano oltre 500 - N.D.R.), vengono in automobili, camion, motociclette, a piedi e, tutti, circondano il paese con rivoltelle, fucili, mitra e bombe a mano… Subito si è saputo che fuori stavano prendendo tutti. Io ero curioso: ho sentito che c'era guerra. In casa mia non mi volevano far uscire. Mi metto appena fuori dalla porta e subito è scesa una pattuglia di carabinieri che si avvicinano con la rivoltella e l'altro col mitra. «Scendi giù, avanti, scendi giù!» Per un pezzo sono sceso col mitra alla schiena. E ci avevano il dito sul grilletto. «Documenti». «Io ho sedici anni: non ce li ho. E mi conoscono tutti in paese». E mi portano di corsa, allora, con il mitra in schiena, al caseggiato scolastico. (Ecco scoperta una delle funzioni dei caseggiati scolastici in Sardegna! - n.d.r.).
Quanti ce n'erano già! Chi si ricorda? Quasi tutto il paese. Mi mettono in una stanza piccola di scuola: c'erano almeno quaranta uomini. L'aria era cattiva. In quella stanza stava la finestra chiusa e non lasciavano avvicinarsi alla finestra, se no, dicevano, sparavano. Stavamo in piedi e passa un'ora. C'erano tanti carabinieri e brigadieri. Intanto continuavano a venire uomini di ogni peso e di ogni età, bambini e vecchi. Viene un capitano e ad uno ad uno ci fanno spogliare, facendo perquisizione e chiedendo documenti. Qualcuno lo interrogavano. Io aspettavo di vedere. Chi ci aveva gli orologi, glielo levavano. I carabinieri li aprivano con un coltello per studiare i macchinari. E non erano specializzati. Sempre guardavo e arriva il mio turno. C'era un carabiniere che mi conosceva. Non ci avevo penna, che non l'ho mai avuta in vita mia e non avevo orologio, perché il mio è troppo grande per portarlo: è il sole. Poi mi pigliano e mi mandano nell'altra stanza dove stavano almeno in cento o duecento. «Aprite, aprite per carità. Qui si soffoca!» Anche qui la finestra era chiusa e ci dicevano di non avvicinarci neppure: sparavano subito. C'era il brigadiere Paganello che ha ucciso a Emilio Succu. Dopo che ci hanno trattenuto ancora un'ora, fermano il fratello di Emiliano, Natale, due altri ancora e Giuseppe Sorigu, il semideficiente. A me mi hanno mandato a casa. Tutto il paese era pieno di carabinieri. E ho saputo che erano pure entrati a casa nostra a buttare tutto in aria per la perquisizione. Insomma, mi hanno detto che così facevano i tedeschi» (F. Cagnetta - Inchiesta su Orgosolo - In «Nuovi Argomenti» n. 10 del 1954).

    «Gli accerchiamenti e i rastrellamenti nei villaggi, con tutto ciò che comportano di violenza nei confronti di popolazioni inermi, non sono che gli episodi più clamorosi e appariscenti di uno stato di assedio continuo e diffuso. Gli abusi, le intimidazioni e le minacce a mano armata da parte della truppa, gli insulti, le percosse, le illegalità più varie sono fatti quotidiani e quasi di ordinaria amministrazione. Pastori aggrediti per strada, spinti a terra, malmenati coi fucili; perquisizioni notturne, improvvise e ingiustificate che portano il terrore nelle famiglie; case accerchiate e bersagliate per ore con armi da fuoco solo perché c'è il sospetto che offrano ospitalità a qualche latitante; fermi arbitrari e arbitrariamente prolungati» (G. Gabitza - Sardegna: rivolta contro la colonizzazione - 1968 - pagg. 14-15).

 



Capitolo II - Stato di polizia

1 - Sulle orme del passato, gli attuali governi proseguono il rapporto di forza con la società barbaricina.
In questi ultimi decenni, alla presenza dei tradizionali corpi di polizia - carabinieri, questurini, finanzieri e barracelli ( Il barraccellato è una istituzione di polizia rurale di origine spagnola, ripresa dai Sabaudi e tuttora esistente in numerosi comuni agricoli dell'Isola. Assoldate dal padronato, le compagnie barraccellari hanno il compito di vigilare le campagne e le colture nell'interesse di chi le paga.) - si è aggiunta quella di diversi corpi speciali, baschi blu, baschi neri, bersaglieri lagunari, paracadutisti. Si è venuto così stabilizzando un vero e proprio stato di occupazione militare e di polizia, che crea un clima di continua tensione nelle popolazioni, che istituisce un costume autoritario e vessatorio, che legalizza sempre nuovi poteri discrezionali nei funzionari, in dispregio dei più elementari diritti civili e umani sanciti dalla carta costituzionale.

E' stato rilevato come ciò rientri in un ben preciso piano del capitalismo, così articolato: «Sviluppo delle coste, creazione di una riserva all'interno dell'Isola in cui rinchiudere i cattivi pastori che avrebbero dovuto essere eliminati con tre mezzi: l'uso indiscriminato del confino di polizia (…), l'invasione dell'Isola da parte di reparti delle forze armate, la repressione operata da speciali forze di polizia. Si trattava, da parte di queste ultime, usando della scusante del banditismo (che compiacimenti servitori del sistema andavano agitando come lo spauracchio di turno) di operare in tre direzioni: 1) proteggere le basi e gli stabilimenti militari NATO che come funghi spuntavano nell'Isola; 2) funzionare come strumento diretto di difesa delle classi parassitarie e dominanti dell'Isola; 3) esercitarsi a spese della Barbagia, in operazioni antiguerriglia (che sarebbero potute tornare buone anche in continente). Gli strumenti adoperati furono essenzialmente due: la Criminalpol e i baschi blu, toccando alla prima il compito di direzione suprema dell'opera e ai secondi le mansioni meramente esecutive di forza d'assalto permanentemente schierata sulle montagne della Barbagia. A questi due organismi della PS (i baschi blu non sono altro che truppe specializzate addestrate presso il secondo reparto Celere di Padova), si aggiungevano notevoli contingenti di carabinieri organizzati sulla base di corpo di invasione, con armamento da guerra. Un vero stato di guerra è difatti esistito per diverse fasi del dopoguerra tra forze di invasione e Barbaricini, e i morti sono stati numerosi su entrambi i fronti. Ma i banditi nove volte su dieci sparano per difendersi (la loro posizione è sempre del resto quella della resistenza all'invasione per non essere fagocitati, distrutti, annientati), mentre le forze dell'ordine, benché molte volte siano cadute in agguati, si sono regolarmente comportate come possono comportarsi le truppe di un paese imperialista in una colonia» ( Angelo D'Orsi - Il potere repressivo: la polizia - Feltrinelli 1972 pagg. 215-216. Tesi ripresa da L. Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in S. - Feltrinelli 1970).

Va sottolineato che un così vasto apparato repressivo è sproporzionato allo scopo di dare la caccia a qualche latitante, né esaurisce il suo compito nella lotta contro fantomatici banditi. E' un vero e proprio esercito anti-guerriglia, che il sistema dispiega ed esperimenta in colonia contro l'intero popolo barbaricino (cavia ideale, in quanto storicamente pregiudicato e tradizionalmente resistente), e ha la funzione di cane da guardia dei privilegi padronali. Infatti, lo vediamo usato di volta in volta contro lavoratori in scioperi non canalizzati dal sistema o contro cittadini in genere che manifestano la loro opposizione al potere padronale.
Il 4 settembre 1904, a Buggerru, i minatori sono in agitazione. Mentre i delegati degli operai trattano pacificamente i termini della vertenza coi dirigenti della miniera, questi chiamano l'esercito per intimidire gli scioperanti, ai quali si sono uniti donne e bambini. L'eccidio si compie brutalmente, gratuitamente. La truppa spara sulla folla senza ragione. Tre sono i morti e numerosi e feriti. Si appurerà più tardi che sono stati colpiti alle spalle mentre fuggivano davanti a un assalto alla baionetta. Un certo Pilloni, colpito alla regione occipitale da una fucilata, presenta una ferita da baionetta alla coscia.
Il 19 maggio 1919, a Cabras, la popolazione è in fermento. I reduci scampati al macello della guerra tra capitalismi antagonisti, al loro rientro in paese trovano fame e umiliazioni. Vogliono farsi giustizia con le loro mani. Scoppia un tumulto. I negozi, i magazzini di viveri, le case dei notabili, l'ufficio postale e il municipio vengono saccheggiati e incendiati.

Testimonia un protagonista: «…Un po' dopo mezzanotte, sono arrivati i carabinieri e i soldati armati sui camion. Parte avevano circondato il paese e parte erano entrati dentro. La notte stessa avevano cominciato ad arrestare. Chi era scappato a casa e chi in campagna. Arrestavano, legavano e portavano via sui camion. Più di venti giorni arrestando e legando. I camion andavano e venivano a ogni ora. Trecento ne avevano preso!… Certo che di ragione ne avevano da buttare via. Nel comune di allora c'era lo zio del signor Attilio, il signor Spano, su secretariu e altri, e quando qualche padre o madre di famiglia andavano in ufficio per un bisogno, se era donna le chiedevano di andare a letto, se era uomo gli dicevano di portare la moglie o la figlia…» (U. Dessy - La rivolta dei pescatori di Cabras - Marsilio 1973).

L'11 maggio 1920, l'eccidio di Iglesias, in seguito allo sciopero dei minatori della società Monteponi. I carabinieri sparano.

«I morti sono sette. Il corteo funebre si snoda lento. Gremite sono le strade e nel silenzio attonito avanzano i morti. Madeddu, poi Cocco, poi Serrau, poi un ragazzo, Castangia, poi Orrù e Collu, e Cocco, poco distante dal fratello che l'accompagna. La bufera è finita. Ora ognuno riposa dentro una cassa e ogni cassa è ricoperta di garofani accesi. Il corteo passa lento. Gente ancora sopraggiunge dalla costa. Agli uomini si accompagnano le donne, i ragazzi, i bambini. Gremite sono le strade, oppresse da un silenzio che avanza con i morti… I morti avanzano protetti e seguiti dalla fumana. Ora riposano dopo la lunga marcia che si è conclusa così, con una scarica di fucileria, alle porte della città. Agli straccioni, questo sia il benvenuto.
Era l'11 maggio. Nelle prime ore della mattina, centinaia di operai della miniera di Monteponi decidevano di lasciare il lavoro e di recarsi alla sottoprefettura di Iglesias per chiedere la revoca del tesseramento dei generi alimentari, o che almeno fosse concesso l'aumento della razione di pane, ristretta in duecento grammi… Carabinieri e dimostranti si fermarono a pochi metri di distanza. Quattromila persone, comprese molte donne, chiedono di entrare in città, anche se liberamente accompagnati per recarsi in sottoprefettura… Dalla folla si levano urla e imprecazioni; chi si trova a distanza dal primo fronte ne è trascinato: al disorientamento subentra il panico. C'è chi fugge, chi torna indietro, chi vuole avanzare. Poi una scarica. Il sangue scorre. Hanno mirato bene… La folla lentamente si disperde… Finestre e porte sono sbarrate. Chiusi i negozi. Sulle strade deserte battono il passo i pattuglioni giunti da Cagliari.
Il 12 maggio i funerali. Cinquemila persone accompagnano i morti… I morti riposano, dopo la lunga marcia. Una marcia che è appena incominciata» (G. Cherenti - in «Sardegna Oggi», n. 77 del 1965).

Il 24 aprile 1970, nel borgo Sant'Elia di Cagliari, la violenza poliziesca si abbatte su quattro giovani anarchici e sugli abitanti del rione-ghetto. Paolo VI è in visita nell'Isola. E' la prima volta, nei duemila anni di vita della Chiesa romana che un papa mette piede nella colonia Sardegna. C'è stato sì un altro papa nell'antichità; ma come deportato. Paolo VI - dice uno slogan coniato dalla diplomazia vaticana - «viene in Sardegna Pastore tra i pastori». Il movimento anarchico contesta e demistifica tale ruolo: «Il papa - hanno scritto in un cartello - vive tra i tesori in Vaticano, mentre il popolo di Sant'Elia vive nella miseria in un ghetto».
Anche una sola voce discorde nell'orchestrato «plauso generale» è un sacrilegio. A lato del vasto piazzale confinante col mare, ci sono quattro anarchici con un megafono: vogliono far sentire in modo civile il loro dissenso. Le forze della repressione mordono il freno, in attesa dell'occasione propizia per colpire spietatamente chi osa pronunciare parole diverse. Mentre il corteo papale si allontana dal borgo, centinaia e centinaia di carabinieri e poliziotti si scatenano. Imbestialiti, colpiscono i giovani libertari e la folla che è con essi, usando manganelli, cinturoni, catene e i calci dei moschetti. Gli abitanti del borgo, coinvolti, insorgono rispondendo alla violenza poliziesca con i sassi raccolti nel piazzale.
Centinaia di cittadini vengono fermati e portati in questura. Oltre trenta esponenti del movimento anarchico e di gruppi politici extra parlamentari (alcuni dei quali assenti dai luogo degli «incidenti») vengono arrestati e processati dopo molti mesi di galera.

«E' gravissimo, degno di essere additato alla disapprovazione di tutti coloro che ancora credono ai principi di libertà… che il questore di Cagliari abbia sequestrato non un mitra, una bottiglia Molotov, una bomba, ma solo ed esclusivamente un microfono, questo moderno simbolo della libertà di parola e di espressione che per i contestatori rappresenta in quel momento tutto l'armamentario della loro azione… Che mai avrebbero potuto dire al papa attraverso quell'ordigno? Avrebbero potuto gridare: Abbasso il papa; avrebbero potuto dire: Papa capitalista, papa azionista della Montedison e della SIR; e con ciò? Quando ormai tutti i capi di governo e di Stato… vengono regolarmente presi a colpi di pomodoro… quando episodi di questo tipo avvengono continuamente in quasi tutte le capitali di tutti gli Stati nei confronti dei capi di governo nostrano o meno, non si capisce per quale ragione proprio a Cagliari si dà il via ad una operazione di alta repressione… Del resto, in tutti i tempi, pernacchie e grida ostili hanno sempre costituito una azione tonica verso gli uomini responsabili richiamandoli ai loro doveri ed esprimendo in solido l'apprezzamento popolare più genuino; non si riesce a comprendere perché non dovrebbe essere possibile esprimere determinati sentimenti verso il papa, che oltre tutto ricorda in ogni momento la necessità di un maggiore colloquio, di una maggiore intesa con le masse…» («Dissenso anarchico e diritto alla pernacchia» - in «Sassari Sera» del 30 maggio 1970. Sui «fatti di Sant'Elia» si vede anche «Umanità Nova», numero speciale del 10 ottobre 1970).

2 - La violenza della repressione si scatena con particolare ferocia nei momenti di tensione sociale, di crescita civile delle masse popolari: l'organizzazione sindacale e politica nelle miniere; le rivolte contadine durante la crisi economica provocata dalla prima carneficina mondiale; l'esplosione del movimento studentesco e dei gruppi extraparlamentari nel 68/69. Appare così evidente che l'apparato repressivo del sistema, dispiegato e mantenuto in efficienza col pretesto del banditismo barbaricino ha la fondamentale funzione di tenere inchiodate le masse popolari alla oppressione e allo sfruttamento del capitalismo.
L'impegno con cui le forze della repressione si esercitano nell'Isola è tale da travalicare anche quella esile linea di legalitarismo che occorre ai governanti per salvare la faccia. E' del giugno 1967 questa interrogazione parlamentare:

«Vengono attuati, senza alcun risultato ai fini della lotta contro il banditismo, stati di assedio, rastrellamenti di interi paesi e rioni, gli ultimi a Nuoro, Orune, perquisizioni personali e domiciliari senza alcuna autorizzazione della magistratura e contro le norme della Costituzione e della legge. I sottoscritti riferiscono a titolo di esempio uno dei tanti gravissimi episodi che avvengono quotidianamente. Alle ore 0,30 del 31 maggio u.s. (1967) la vettura con la quale rientravano a Nuoro il dott. Mario Pani e l'ins. Antonio Caboi, dirigenti della federazione comunista di Nuoro, è stata fermata a un posto di blocco a dieci chilometri da Nuoro. I due cittadini sono stati costretti a scendere dalla macchina da quattro poliziotti che puntavano il mitra contro i loro visi e iniziavano a perquisirli; alle rimostranze dei due cittadini, che ricordavano essere la perquisizione personale una violazione della Costituzione e della legge, il brigadiere rispondeva testualmente: "Non ce ne importa niente della Costituzione e della legge; la legge qui la facciamo noi; abbiamo disposizioni del ministero e noi perquisiamo e facciamo quel che ci pare". Poiché i due fermati continuavano a protestare, uno dei poliziotti puntava il mitra contro la testa del sig. Caboi urlando: "O stai zitto o ti scarico il mitra in testa!" I due cittadini hanno quindi subìto con la violenza la perquisizione personale, come sarebbero stati costretti a subirla se fermati da una banda di criminali armati».

 E' una protesta fatta all'interno del sistema che si richiama alla legalità borghese, nel cui ambito ogni genere di crimine e ogni sopraffazione sono possibili. La protesta dei parlamentari comunisti appare così un farisaico stracciarsi le vesti scandalizzati perché in Sardegna la polizia, il cane da guardia del sistema, si comporta come «una banda di criminali armati». E quale altro comportamento ci si può aspettare, tanto più in una colonia? E' del tutto inverosimile che il brigadiere e i tre poliziotti protagonisti del fattaccio siano stati censurati dal ministro per «avere calpestato la costituzione e le leggi democratiche», quando quel comportamento era precisamente «fare il loro dovere».
I comunisti interroganti dimostrano una buona dose di ingenuità, quando in altra parte della loro interrogazione informano il ministro della «inettitudine e vigliaccheria dimostrata dalla polizia contro i banditi», che trova invece «facile sfogo contro pacifici inermi cittadini, trattati come i nazisti trattavano le popolazioni dei paesi occupati nella lotta partigiana».
Ecco: non riesco a immaginarla se non ingenua la popolazione «non collaborazionista» di un paese occupato dai nazisti che manda al ministro del terzo Reich una raccomandata di protesta per il comportamento delle truppe di invasione: queste, se vogliono dimostrare il loro valore, che vadano a prendersela con i Partisanen-Banditen arroccati sui monti, e lascino in pace noi inerme popolazione civile.
La verità è che l'infortunio occorso ai due funzionari della federazione nuorese del PCI è «grave» perché tocca un «dott» e un «ins», due rispettabili cittadini borghesi verso i quali la polizia ha il dovere istituzionale di assumere un comportamento «costituzionale e legale». Lo stesso fatto, nel quotidiano contesto di illegalità, arbitri e violenze riservate ai pastori-banditi, è meno che nulla.
Il periodo definito caldo del banditismo isolano (1966/69) coincide non a caso con un periodo di tensioni economiche, politiche e sociali che il sistema utilizza per portare avanti un vasto disegno di restaurazione autoritaria e che culminerà nella strage di stato, con le bombe di Milano del 12 dicembre '69. Le rinnovate operazioni contro il banditismo creano il clima e affinano le tecniche per altre operazioni repressive: ridurre al silenzio le opposizioni politiche extraparlamentari, opposizioni non previste e non ancora controllabili e fagocitabili, che minacciano di scuotere le masse dall'assopimento telepartitico.
In quegli anni la polizia usa sistematicamente la tortura sui pastori sardi, prima di usarla sugli anarchici e sui libertari.
L'uso della tortura è un metodo antico, comune a tutte le polizie, per estorcere una confessione di colpevolezza o per ridurre alla ragione del più forte gli spiriti ribelli o eretici. Che la tortura sia ancora oggi praticata su vasta scala all'interno di molte istituzioni del sistema (dalle caserme agli istituti psichiatrici) lo dimostra una petizione internazionale presentata all'ONU nel dicembre del 1973. La petizione per l'abolizione della tortura nel mondo reca le firme do oltre un milione di persone e si richiama all'art. 5 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo: «Nessuno sarà sottoposto a tortura o a un trattamento inumano o degradante», facendo appello alla assemblea generale degli stati per «porre immediatamente fuori legge la tortura dei prigionieri nel mondo intero».
Bisogna anche dire che le consorterie al potere se ne infischiano delle dichiarazioni umanitarie, anche di quelle «ufficiali» timbrate, firmate e protocollate. Tanto è vero che in forme più o meno mascherate, più o meno crudeli, la polizia italiana continua a usare la tortura con la paterna tolleranza del governo.

«E' raro che un individuo arrestato non sia picchiato in modo orribile. La parte del corpo cui gli agenti mirano di preferenza sono i fianchi. Lì danno calci e pugni formidabili senza timore di lasciare segni. Una guardia prende il prigioniero e gli tappa la bocca, un altro lo tiene fermo per i piedi e due o tre pestano eroicamente sul ventre e nei fianchi del disgraziato… Molti di questi infelici più tardi muoiono…» (Giorio - Ricordi di questura - Milano 1882 - pag. 93).

Chi scrive con tanta cognizione di causa è un ex commissario di polizia, un addetto ai lavori, e pertanto non ci sono motivi per non credergli.
Con un pestaggio del genere è stato assassinato Giuseppe Mureddu, un giovane pastore di Fonni, nel 1964. La polizia tenterà di farlo passare - come più tardi nel caso Pinelli - per un suicidio.
La mattina del 10 marzo, Giuseppe Mureddu viene fermato in campagna dalla polizia, mentre attende al suo lavoro. Il fermo è posto in relazione alle indagini su una rapina compiuta tempo prima nei pressi di Cuglieri, distante almeno 150 chilometri da Fonni. Il Mureddu è incensurato. A suo carico sta soltanto il fatto d'essere un pastore barbaricino - individuo di natura delinquente, secondo le classificazioni del Lombroso.
Un testimone dice che il giovane non ha opposto resistenza al fermo. Non ha aperto bocca. Non si è neppure appellato alla costituzione, che in Barbagia non si sa cosa sia. Viene condotto, a bordo di una Fiat 600, al commissariato di PS di Orgosolo. Giunto a Orgosolo, il Mureddu appare - secondo ciò che dice un altro testimone - «non più in grado di reggersi in piedi».
Dopo circa 24 ore di permanenza nelle segrete del commissariato, viene trasportato nelle carceri di Nuoro. Trapelano voci secondo le quali il giovane sarebbe stato lasciato senza soccorso a lamentarsi tutta la notte, dopo il «trattamento» dei suoi carnefici.
Nel carcere di Nuoro, appena un'ora dopo l'arrivo, al Mureddu viene somministrata della Coramina perché in preda a un collasso. Il medico ne ordina l'immediato ricovero in ospedale.
Caricato su una autoambulanza, il giovane giunge cadavere all'ospedale. Dalla testimonianza del medico di guardia si apprende che i poliziotti che consegnano il cadavere tentano di farlo iscrivere nel registro di ingresso come «vivo».
Nella versione della polizia, la morte di Mureddu sarebbe stata provocata da soffocamento: egli, sentendosi ormai in trappola, per sfuggire alla giustizia, si sarebbe suicidato ficcandosi un fazzoletto in bocca.
La tesi del suicidio mediante fazzoletto appare subito una ignobile montatura. La stampa borghese accredita la versione poliziesca - in fondo si tratta soltanto di un pastore.
La verità comincia già a trapelare dal registro dell'ospedale, dove si può leggere che il Mureddu «è giunto cadavere per ragioni imprecisate» e che «presenta escoriazioni all'emitorace destro».
La verità si fa ancora più evidente dopo il referto necroscopico (e ce ne vuole, per arrivarci!) dei periti incaricati dalla famiglia dell'ucciso, i professori Businco e Montaldo, i quali giungono alla conclusione che «la morte del pastore Giuseppe Mureddu fu dovuta a uno choc traumatico provocato da gravi lesioni».
La polizia tenta di fare marcia indietro. Senza rimangiarsi la tesi del suicidio mediante fazzoletto, per giustificare la presenza delle «gravi lesioni», fa memoria e aggiunge che il Mureddu, durante il primo tragitto in «600», ha aperto d'improvviso lo sportello tentando di scaraventarsi fuori dall'auto in corsa. Nel trambusto deve essersi fatto male al fianco.
In realtà, il fegato del Mureddu era letteralmente spappolato dalle bestiali percosse dei suoi aguzzini, il commissario di PS Greco e quattro suoi agenti.
La sporca faccenda è ormai di pubblico dominio. Nell'Isola gli animi sono tesi. Ho visto in quei giorni, a Fonni e nei paesi delle Barbagie, folle mute di uomini sostare nelle piazze come in attesa di straordinari eventi. La magistratura è costretta a intervenire. I cinque poliziotti vengono incriminati. L'imputazione è di «omicidio preterintenzionale aggravato», una singolare imputazione riservata ai poliziotti e ai padroni quando ammazzano un lavoratore per eccesso di zelo, «nell'esercizio delle loro funzioni» di repressione o di sfruttamento.
Calmatesi le acque, il magistrato incaricato di condurre l'istruttoria, «in nome del popolo italiano», proscioglie il Greco e i suoi complici. Verranno trasferiti in altra sede, e c'è da credere che abbiano fatto carriera (Sul «caso Mureddu» si veda L. Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in S. - Feltrinelli 1970 - p. 36 e s).
Il caso Mureddu non è certamente l'unico «infortunio» accaduto in Sardegna alla polizia. Se di pastori fermati non ne muoiono molti, probabilmente ciò si deve alla loro forte tempra. Il fatto è estremamente grave per il ripugnante cinismo con cui un giovane incensurato, assolutamente innocente, è stato massacrato e per come sono stati protetti gli assassini. Eppure, «il nome di Giuseppe Mureddu non è noto come quello di Giuseppe Pinelli, forse perché morire in colonia non ha lo stesso peso per la pubblica opinione (sinistre comprese) di una morte nella metropoli» (A. D'Orsi - Opera citata - pag. 222).

Sulla tortura adoperata dalla polizia italiana come strumento di giustizia «abbiamo la testimonianza di prefetti, di procuratori, di magistrati e di ministri. A Baronissi, presso Salerno, un carabiniere per estorcere una confessione a un detenuto gli legò strettamente i piedi con una catena di ferro fino a far sprizzare il sangue, poi fece passare nel nodo così formato una catena penzolante ad una sbarra fissata nel soffitto della stanza di sicurezza, lo sollevò a testa in giù scuotendolo fino a che il poveretto perdette conoscenza. L'on. Farina affermò, nel corso di una discussione provocata da questo episodio alla Camera dei deputati, che alle sue rimostranze il comandante dei carabinieri rispose: "Non è nulla, e dopo tutto non si è fatto che il proprio dovere". L'autore di quell'infamia non fu neppure allontanato dal paese durante l'istruzione del processo» (F.S. Merlino - Questa è l'Italia - Coop.L.P.1953).

Tecniche e strumenti di tortura che si ritiene siano scomparsi con le segrete e gli incappucciati della santa inquisizione, che ci vengono ripresentati in certa letteratura alla De Sade e in certi films dell'orrore, nella colonia Sardegna sono invece ancora usati, e certamente molto più di quanto non trapeli.

«Mi spogliano completamente - testimonia il pastore orgolese Luigi Succu al quotidiano la «Nuova Sardegna» - e mi distesero con la pancia in su e con le braccia aperte, strappandomi i peli dalle parti molli della pancia. Questo supplizio è durato a lungo e facevo degli sforzi sovrumani per resistere. Visti inutili i loro sforzi mi misero quindi il corpo penzoloni tenendomi le gambe inchiodate sul tavolo, mentre altri due mi tenevano i polsi torcendomeli. Infine, mentre uno mi reggeva il capo, un altro mi apriva a forza la bocca pompandoci dentro un liquido tremendamente amaro…».

Il pastore Succu viene fermato dai carabinieri di Bonorva in relazione al sequestro di Peppino Pinna. Egli si dichiara innocente. Passato poi nelle mani dei poliziotti di Sassari, «i giovani leoni» della Criminalpol, ripete a questi le sue proteste di innocenza. Non c'è il minimo indizio contro di lui, però è un pastore: un pregiudicato per estrazione sociale. In più, è orgolese, di una «zona delinquente». I poliziotti che spadroneggiavano a Sassari in quel periodo sono specialisti nell'arte di far cantare anche i muti. Con la tortura, infatti, il Succu finisce per dichiararsi colpevole. Sottoscrive tutto ciò che vogliono pur di uscire da quell'inferno e farsi chiudere in una prigione. Più tardi, disperato, tenterà il suicidio: la polizia lo ha torturato, lo ha costretto a confessarsi colpevole di un gravissimo reato, lo ha fatto processare dopo una lunga detenzione preventiva, lo ha rovinato economicamente e moralmente. Prosciolto infine con formula piena dal magistrato, il pastore Succu denuncia i suoi aguzzini: il vice questore Grappone, il commissario di PS Juliano e altri scherani. Gli stessi che troveremo implicati nei fatti di Sassari, che sveleranno alla pubblica opinione l'esistenza all'interno della polizia di una banda criminale che organizza e fomenta con provocatori di mestiere il banditismo in Sardegna.
Molti fermati che hanno subito torture dalla polizia preferiscono tacere per evitare ulteriori e peggiori guai. Come fra i membri di cosche mafiose, così fra i funzionari delle varie istituzioni del sistema vige l'omertà. Non è mai accaduto che un magistrato tra la versione di un cittadino e quella di un poliziotto scelga per buona la prima - a meno che l'evidenza dei fatti a favore dei cittadini non sia tale da cavare gli occhi.

E' il caso di Franco Fadda, «un giovane di 24 anni, fermato dagli agenti della squadra mobile agli ordini del dirigente commissario Gianfranco Corrias, nel corso delle indagini per la serie di furti ad alcune gioiellerie di Cagliari e dei centri della provincia; che accusa gli uomini della questura di averlo picchiato e maltrattato durante gli interrogatori nei locali di via Tuveri. A sua volta il dott. Corrias, nel rapporto conclusivo sull'azione di polizia giudiziaria trasmesso alla magistratura, avrebbe denunciato Franco Fadda anche per calunnia, resistenza ed oltraggio» (In «Sardegna Oggi» n. 62 del 1965). Torturato e poi incriminato per resistenza alla tortura!

3 - Quando si dice che gli anni dal 1966 al 1969 sono gli «anni caldi» del banditismo isolano, si dice il falso.
Le tecniche - modi e tempi - con cui l'attuale sistema crea e commercia i suoi falsi sono opere d'arte. Si comincia col raccogliere un qualunque fatto di cronaca nera verificatosi in Sardegna - tanto meglio se ha per protagonista un pastore - e lo si presenta con grande rilievo sulle prime pagine dei quotidiani. Quindi, il fatto viene cucito a tutta una serie di precedenti falsi sulla criminalità in Barbagia, falsi già istituzionalizzati e quindi «bevibili» a occhi chiusi.
Se a irrobustire la trama della montatura non accade nel frattempo qualche altro fatto criminoso, suscettibile di essere presentato al pubblico in termini emotivi, allora se ne inventa qualcuno - e la polizia ha non poca fantasia ed esperienza in questo gioco.
Il coro che è partito in sordina diventa frastuono - un crescendo che ricorda l'aria «la calunnia è un venticello» del Rossini - che si espande, avvolge, penetra, assorda, intontisce tutto il Paese, compresi i partiti di sinistra.
Negli spazi di pausa del coro si inseriscono allora voci miste indignate, allarmate, addolorate manifestando sgomento «davanti a tanta barbarie», piangendo sulla «triste condizione dei poveri indigeni», facendo voti affinché «venga ristabilita la legalità».
E' arrivato il momento di fare ipotesi terapeutiche. Tutte le medicine sono buone - si premette - quando c'è di mezzo un cancro: dalle taglie al confino, dai cani lupo ai baschi blu, dai lanciafiamme ai gas. A questo punto entrano in scena le «teste d'uovo» - criminologi, sociologi, giuristi e altri emeriti venditori di fumo - che dispiegano i dati statistici, manipolati in funzione della tesi prefabbricata.
Anche molta gente in buona fede finisce per credere che se tutto va a catafascio la colpa è dei banditi barbaricini. E la montatura comincia a dare i suoi frutti: si è reinventato e rimpolpato un pericolo pubblico su cui le masse sfruttate potranno scaricare le loro tensioni, su cui l'apparato repressivo troverà una giustificazione storica per esistere, crescere e funzionare, su cui infine il capitale speculerà traducendo il tutto in denaro sonante.
In quegli anni, e ancora nei successivi, i banditi sardi sono diventati un prodotto che andava a ruba in tutti i mercati. Chi aveva la possibilità ne faceva incetta, giocando al rialzo dei prezzi.
Gli editori si contendono gli scritti che parlano della Sardegna, purché ci sia almeno un riferimento ai banditi. Un nugolo di intellettuali, giornalisti, scrittori riempie di idiozie tonnellate di carta in saggi, racconti, romanzi. I produttori cinematografici insediano le loro troupes nelle varie località balneari dell'Isola e tirano fuori decine di polpettoni sulla società barbaricina, conditi con le cosce della diva del momento. La tivù, la radio e i grandi quotidiani padronali, spesso senza neppure scomodarsi di venire in Sardegna a vedere, fabbricano centinaia di inchieste coi ritagli di archivio cuciti con discorsi differenziati per vivacizzare una tesi che non dice nulla.
Il parlamento non vuole restare al di fuori di una questione che «avvince e preoccupa tutto il Paese». Decide di istituire una commissione con l'incarico di fare una propria inchiesta sui banditi sardi, e ne affida la presidenza a un suo membro che non sa più come impiegare: il vecchio senatore Medici, tappabuchi rinverdito e proletarizzato dalla presenza di Pirastu, deputato comunista di mestiere, che assume la funzione di vice presidente. Il mondo della cultura ufficiale, a questo punto,ne fa un caso personale: si getta a capofitto sui pastori e sulle pecore delle Barbagie, rifacendone la storia dai protonuragici, e organizza seminari, tavole rotonde, convegni, conferenze, dibattiti, simposi e congressi, con la presenza dei soliti tromboni, in amene località turistiche marine e montane.
In occasione del convegno tenutosi a Cagliari nell'ottobre 1967, organizzato dalla UIL e dalla Società Umanitaria, e foraggiato dalla Regione, Riccardo Bauer approfitta della occasione per fare un discorso sulla educazione degli adulti in funzione di un rilancio in Sardegna della Società Umanitaria, di cui è presidente. Ma quando parla del problema del banditismo sardo, Bauer, da galantuomo qual è, deve riconoscere che «non bisogna drammatizzare».

Dice Bauer: «Se guardiamo a ciò che avviene nelle grandi zone industriali, nei grandi porti e non solo in Italia, ma anche fuori d'Italia; se pensiamo alla delinquenza organizzata che caratterizza larghi settori della vita nord-americana, che pure si presenta come doviziosa oltre ogni dire, dobbiamo ammettere che gli episodi attuali del banditismo sardo acquistano risonanza particolare soltanto perché avvengono in un territorio ristretto, in un ambiente geografico estremamente circoscritto, per cui hanno un peso che invece non si ha quando grossi colpi della criminalità organizzata avvengono là dove la popolazione di una sola città si misura a milioni, dove frenetica si svolge un'attività tecnico-economica e sociale che con la propria intensità, con la propria virulenza soverchia ogni manifestazione patologica e la riduce a fenomeno marginale…» (R. Bauer in «Il Giornale», n. 13 del 1967.)

Sta di fatto che, dopo Bauer, qualcun altro ha dovuto ammettere che in Sardegna l'indice di criminalità è aumentato con la presenza dei Baschi blu, della Criminalpol e degli insediamenti petrolchimici.
Il vezzo di ingigantire ogni più lieve reato che si verifichi in Barbagia non è nuovo. Nei primi mesi del 1963, in una intervista, un pastore di Orgosolo dice: «Appena qui si commette un reato, i giornali si riempiono di fotografie e il paese di poliziotti. In tutto il mondo ci sono criminali, ma nessuno ci scrive sopra romanzi. Spesso, appena due ragazzi si prendono a pugni si tira fuori la vecchia storia della disamistade. E tutto il paese diventa un covo di banditi…» (U. Dessy, «Un mitra puntato male» in «Sardegna Oggi», n. 19 del 1963).
).
Sono gli stessi dati statistici ufficiali che smantellano la messinscena del «banditismo ruggente» degli anni 66-69.
Nel 1932, si registrano 134 omicidi; nel 1933 sono 106; 94 nel 1938 (siamo in pieno fascismo e Mussolini ha già annunciato alla nazione di «aver spezzato le reni»al banditismo barbaricino); nel dopoguerra gli omicidi salgono, evidentemente per «imitazione»: 216 nel 1947; 217 nel 1948; 157 nel 1949; altrettanti nel 1950. Nel 1952 gli omicidi continuano a calare: se ne registrano 135; nel 1953 sono 129; nel 1966 si ha un ulteriore calo: 54; soltanto 42 nel 1967; 23 nel 1968 e 23 nel 1969. Se sono ruggenti di criminalità questi ultimi tre anni, i precedenti cos'erano?
E' da chiarire, poi, che i dati riportati si riferiscono a tutta l'Isola e non soltanto alle Barbagie; e che, in percentuale, risultano fra i più bassi in rapporto alle altre regioni italiane - per esempio la Lombardia. E cito la Lombardia non per un pregiudizio alla rovescia, ma perché è agli antipodi della Sardegna sotto il profilo socio-economico e nel giudizio del sistema. I banditologi, citando quei dati, li riferiscono tout cour alla «zona delinquente», mentre sono il più delle volte da addebitare a mariti borghesi e a padri di estrazione militaresca che hanno ucciso moglie e figlia o amante per «motivi d'onore», a sottoproletari urbani che rubando le mille lire perdono la testa e uccidono per paura, a poveri contadini che inveleniti dalla fame si accoppano l'un l'altro per un miserabile palmo di terra.
In quei dati, per ovvi motivi, non sono mai compresi i cittadini ammazzati «per sbaglio» o per «eccesso di zelo» dalla polizia e i lavoratori assassinati «preterintenzionalmente» dal padronato, e tutti gli altri che quotidianamente il sistema massacra nelle strade, nelle galere, negli ospedali, nei brefotrofi.
Non sono i morti-ammazzati a preoccupare il sistema, ma i profitti. Che non sono sufficientemente al sicuro, nel momento in cui una nuova ondata di capitale invade l'Isola e gli imprenditori che devono farlo fruttare vengono sequestrati e salassati. Non ha importanza che gli omicidi siano calati nel giro di due decenni da oltre duecento ad appena ventitre. Non ha importanza che siano in netta diminuzione anche i tentati omicidi, le lesioni, le rapine, le estorsioni e perfino le liti. Ciò che importa è che sono aumentati i sequestri: reati contro il patrimonio dei possidenti, che sono cosa ben più grave del rubare galline o dell'uccidersi tra poveri. Da una media di 4 all'anno, i sequestri di possidenti sono saliti a una media di 7 negli anni «ruggenti»: 6 nel 1966; 13 nel 1967; 7 nel 1968; 2 nel 1969 (secondo altre fonti, 1).
Il liberale Francesco Cocco Ortu a toccargli i possidenti vede rosso, e preso di petto il ministro Taviani gli urla per lettera: «Agisca con la decisione che la drammaticità della situazione richiede, perché tutto quanto sta succedendo non può continuare!».
Augusto Guerriero - noto come Ricciardetto il “gasatore” - si infiamma tutto di ardori guerreschi e su un rotocalco italo-americano propugna lo sterminio dei pastori barbaricini con i gas e altre consimili armi, non essendo i banditi firmatari della convenzione di Ginevra.
Intanto, nessuno ha pensato seriamente di vedere se i sequestri di possidenti, spaventosamente saliti da 4 a 7 all'anno, non siano organizzati da altri possidenti antagonisti, e se i pastori non vengano se mai utilizzati come manovalanza o per dirla meglio con Mesina «come coperchio buono per coprire tutte le pentole». In fondo in fondo, questa idea deve essere balenata anche a Cocco Ortu, quando, nella stessa lettera al ministro Taviani, scrive che «non sono poveri e disperati pastori quelli che vanno scarrozzando per mezza Sardegna su veloci automobili, bene informati dei conti in banca delle vittime da essi prescelte».
Infatti, non poteva trattarsi che di concorrenza tra banditi del sistema. Perché dunque prendersela coi pastori?

4 - L'accento a «quelli che vanno scorrazzando su veloci automobili», sfuggito al Cocco Ortu in un momento d'ira, consente di introdurre la tesi, sufficientemente fondata, secondo cui se esiste un banditismo nel popolo, questo è sempre un prodotto del banditismo della classe al potere. Lo stesso Cocco Ortu annovera antenati d'alto bordo, deputati, ministri e finanzieri, pubblicamente definiti «capi di cosche mafiose». Nel giugno del 1914 il giornale socialista «Riscossa», in relazione al convegno degli esponenti liberali tenutosi a Isili nel 1895, scrive: «…vi fu organizzata l'alta camorra sarda, di cui piangiamo ancora la funesta conseguenza; dove la provincia di Cagliari fu ceduta alle voglie brigantesche di quella cricca onnipotente che l'ha immiserita, corrotta e che fa capo all'onorevole Cocco Ortu». E Paolo Orano, in un articolo sull'«Avanti!» del 26 maggio 1906, nella ipotesi che il Cocco Ortu venisse chiamato a fare parte del governo (ciò che poi avvenne, con l'incarico a ministro di grazia e giustizia) scrive senza peli sulla lingua: «Sarebbe enorme che questo figuro, eletto dalle sacrestie e protetto dai milionari genovesi fosse nominato ministro… A costui fanno capo tutti gli elementi loschi che succhiano il sangue della Sardegna. Cocco Ortu vuol dire ignoranza, pretume favorito, canaglia elettorale favorita nelle sue losche mene. La sua nomina a ministro sarebbe l'apoteosi della vergogna sarda al governo».

Sulle collusioni tra classe dirigente e criminali, il Bechi scrive: «…Se si dovessero metter dentro tutti i favoreggiatori… bisognerebbe rifarsi dall'alto, ma da molto in alto… dal prete al sindaco, dal sindaco al deputato, dal deputato al prefetto… i giornali sbraitano perché i carabinieri sono pochi, perché il governo non manda forze bastanti… ma se il brigantaggio è qui negli uffici, è in quella bottega, è per tutto: per tutto si infiltra sotto ogni forma di prepotenza e di ricatto. E' di qui che bisognerebbe rifarsi, anziché dal bosco…» (G. Bechi (Miles) - Caccia grossa - La poligrafica 1900 - p. 30).

Sulle collusioni tra giustizia e criminali, il Pais scrive: «In prova che, nella opinione generale in Sardegna, l'autorità è ritenuta servire, non alla giustizia ma ai partiti, citerò un fatto: Dopo la grassazione di Tortolì in un comune furono arrestate 14 persone sospette di avervi preso parte. Dei 14 uno solo era partigiano del sindaco, che si trova in dissidio col segretario comunale; fra gli altri, 4 erano consiglieri comunali e tutti e quattro avevano votato in consiglio contro il segretario. Io voglio ammettere che negli arresti nessuna ragione di partito abbia prevalso; ma constatai che non vi era alcuno che dubitasse che se i sospetti fossero caduti sui partigiani del segretario non sarebbero stati arrestati» (F. Pais - Relazione di inchiesta sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in S. - Tip. Camera dei deputati 1896 p. 61).

Sulle collusioni tra politici e banditi, il «corriere della Sera» del 28 agosto 1899 scrive: «… Torracorte (famoso bandito del Campidano - n.d.r.) non era alieno dal partecipare alle lotte politiche: della sua propaganda elettorale deve anzi esser fatta menzione in un ricorso alla Camera, per ottenere l'annullamento delle elezioni. Di tanto in tanto faceva lunghe escursioni: s'aggirava nelle regioni del Gennargentu, facendo volentieri da guida a cacciatori, ingegneri e geologi che vi si recavano per ricerche scientifiche. Torracorte fece quattrini dai primi anni della sua latitanza, sicché era diventato proprietario di bestiame e lo allevava tranquillamente. Si fa ascendere a oltre 40.000 lire il valore delle sue mandrie: i soli cavalli, sequestrati con tutto il resto, sono in numero di 80! Dava anche denaro a mutuo e i suoi crediti, rappresentati da numerose cambiali, superano le 50.000 lire. La fortuna gli arrideva sempre, sicché egli poté costantemente sottrarsi alle ricerche degli ufficiali e agenti della forza pubblica, i cui fiduciari erano spesse volte gli amici più cari di Torracorte. Quasi sempre i carabinieri giungevano sul luogo dove avevano la certezza di trovarlo e si imbattevano in qualcuno che li informava che Torracorte era partito un'ora prima. I poveri benemeriti erano diventati lo zimbello di Torracorte e protettori, fra cui doveva contare qualche santo miracoloso. Due anni fa si doveva procedere per ordine dell'Ispettorato forestale, al taglio di parecchi vecchi alberi della foresta di Corongiu. Torracorte( era preoccupatissimo e la sua preoccupazione cresceva dì per dì: egli non si riteneva più al sicuro, temendo che, profittando dell'occasione, i carabinieri potessero snidarlo. Gli alberi erano stati perfino martellati; un solo miracolo poteva impedire il taglio e quindi un agglomeramento di persone nella foresta. Ed il miracolo, per opera e virtù del Santo, si operò: il taglio fu sospeso per ordine telegrafico partito dal ministero di agricoltura e commercio!».

Il servizio del Corriere - scritto dopo la costituzione di Torracorte - si contraddice quando dà per scontato che il taglio della foresta di Corongiu avrebbe messo in pericolo l'agiata latitanza del bandito. In pratica, quel taglio era una ennesima spoliazione del patrimonio isolano, perpetrata col pretesto di snidare i latitanti. Torracorte (è lo stesso Corriere ad ammetterlo) non viveva nella macchia ma conduceva vita pubblica con il sostegno dell'agricoltura, e poteva tranquillamente e proficuamente accudire alla sua attività di allevatore e banchiere.
Di più recente data (1963) le collusioni tra società capitalistiche e società mafiose denunciate in una rivista socialista:

«Tra Gavoi e Mamoiada, sul fiume Taloro, è sorta una modernissima diga, costruita dalla omonima Società Taloro (società di comodo della Società Elettrica Sarda). Come era naturale, i paesi vicini, da Orgosolo in giù, hanno fornito alle varie imprese la manovalanza, quel genere di merce umana che è sempre abbondante in Sardegna, costa poco e frutta molto. Prima preoccupazione della Società fu quella di stipulare un accordo di buon vicinato con la mafia locale - una consorteria di possidenti. La garanzia di ordine e di sicurezza in cambio di speciali favori: la scelta degli operai da assumere e una somma segnata nelle uscite del bilancio nella voce imprevisti. Ciò ha permesso, è vero, a tecnici e maestranze di costruire la diga e di circolare indisturbati tra le montagne circostanti (se si esclude un funzionario della Società fermato per sbaglio da alcuni uomini mascherati e rilasciato con tante scuse), ma ha dimostrato anche che i miti possono tornare utili rendendo più cospicuo un conto in banca…» (In «Sardegna Oggi», n. 19 del 1963).

Sullo stesso argomento, la rivista citata rincalza: «I fatti verificatisi nella terza diga del Taloro riportano a un aspetto poco noto del banditismo isolano, e cioè la collusione e la corresponsabilità di alcuni settori del padronato locale e la soggezione - ai fini della sicurezza del lavoro e dei profitti - della società imprenditrice e (già) proprietaria degli impianti idroelettrici. I fatti: un sorvegliante delle opere in uno dei tre sbarramenti è stato assalito e malmenato da ignoti. Gli stessi hanno strappato e gettato nel lago il motore che azionava le paratie di sicurezza. Lo scopo: intimidire i prestatori d'opera che non sono del luogo, avvertire l'ente elettrico che danni ben più gravi potrebbero verificarsi se non si terrà in debita considerazione la volontà della malavita… Apparentemente si potrebbe chiudere la faccenda con le solite vecchie questioni sulla delinquenza nel Nuorese… Ma sulle vicende del banditismo nella valle del Taloro si sa di più dei soliti concetti generali per fare il discorso di prammatica… Si sa che esiste un potente gruppo di notabili che tiene in mano il potere mafioso. Si sa che la Società Taloro è scesa a patti con tale cosca e si sa anche che le stesse forze dell'ordine non agiscono contro persone rispettabili. E' scappato detto anche a «L'Unione Sarda» che ha sempre ignorato prima della nazionalizzazione i taglieggi, i sistemi della assunzione consigliata della manodopera. Nell'editoriale del 26 ottobre scorso (1963)… si dice: "Molto si è saputo, ma moltissimo non è trapelato". E' vero: moltissimo non è trapelato. Perché? L'ex Società Elettrica Sarda ha evidentemente accettato - pro bono pacis dei suoi profitti - la legge della mafia, quando non soltanto subiva l'imposizione nella formazione dei quadri di lavoro, ma mancava di denunciare per esempio la sparizione di interi camions di cemento. Lupo non mangia lupo. E chi ci va di mezzo, al solito, sono i lavoratori. Che poveri erano e poveri sono rimasti anche dopo le dighe: sfruttati da una parte e bastonati dall'altra. Come è accaduto al sorvegliante Giovanni Maria Monti» (Sardegna Oggi - n. 36 del 1963).

Chi tiene i fili delle operazioni banditesche e in particolare chi organizza i sequestri in Sardegna? E' un interrogativo che nessuno si è mai posto seriamente, per paura delle spiacevoli verità che ne verrebbero fuori. Il caso Pirari è illuminante e vale la pena rispolverarlo.

I compagni di scuola di Giovanni Pirari dicono che era un «bombolone, sensibile, capace di piangere per la morte di un cavallo». La notte del 4 maggio del 1967, il «bombolone» viaggia in auto sulla strada che da Bitti porta a Nuoro. «Ha un faro spento. In località Sa Ferula una pattuglia della stradale lo ferma. Lo riconoscono subito. Figurarsi: è il figlio di Pietro Pirari, un notabile fra i possidenti di Nuoro. Ne farebbero anche a meno, ma il regolamento lo esige: patente e libretto di circolazione. "Lei si dovrebbe ricordare di me", dice l'agente Sili. "Le ho elevato contravvenzione per eccessiva velocità. Lei corre troppo. Poi, se non sbaglio, ci siamo visti alla palestra Gennargentu". Giovanni esibisce anche il porto d'armi per una carabina che tiene infilata nella spaccatura tra i due sedili anteriori. Quelli della stradale non si stupiscono che giri armato… (Fosse stato un pastore e non un possidente si sarebbero stupiti e anche arrabbiati - n.d.r.). C'è un'altra formalità. "Può aprire il cofano?" Parlano di cofano, ma intendono il portabagagli. Il bagagliaio è vuoto. Sotto il cofano, invece, c'è, legato ad arte tra il motore e il parafango sinistro, un mitra. Il ragazzo non capisce che vogliono controllare il portabagagli. Pensa che lo abbiano aspettato al varco proprio per quel mitra. E' un'arma proibita. Ma lui rischierebbe al massimo due, tre mesi con la condizionale. Il bambino scende di scatto dalla macchina, il calcio della carabina stretto sotto l'ascella. E' ancora piegato nel movimento per uscire dalla vettura, quando comincia a sparare. Nove colpi a raffica dal basso in alto. Il brigadiere Mannu e l'agente Bianchi stramazzano a terra, feriti a morte. Una pallottola frantuma la mascella dell'agente Sili. Adesso fanno fuoco anche gli uomini che erano rimasti a dormicchiare sulla campagnola della polizia. Ma è troppo tardi. Pirari ha già preso la via dei campi… Il movente della strage sta in quel mitra. Di certo avrebbe dovuto servire a qualcosa di assai più ambiguo dell'innocente collezione d'armi (era l'hobby del bravo figliolo) sbandierata dal padre come appiglio difensivo» (G. Vergani- Mesina - Longanesi 1968 - pagg. 108-109).

Il «qualcosa di assai più ambiguo» a cui sarebbe dovuto servire il mitra non poteva che essere il sequestro di possidenti concorrenti. Circa un anno dopo il giovane possidente cade in conflitto con la polizia - o almeno così si è detto: una sostituzione di persona avrebbe garantito per sempre l'impunità al Pirari, se si fosse rifatta una faccia e una vita all'estero.
Sotto il titolo «Pirari bandito protetto», una rivista apre uno spiraglio sulla questione del banditismo:

«…Pirari non è morto mentre tentava si scappare da uno dei nascondigli in cui la polizia, male indirizzata, dubitava si nascondesse per evitare la cattura: no, egli è morto in combattimento, in aperta campagna e in servizio, attrezzato di tutto punto, in compagnia di altri fuorilegge. E' certo, come è già stato rilevato, che egli facesse parte attiva, con tutti i diritti e i doveri connessi, di una delle bande che operano sequestri di persona a scopo di estorsione.
Tutto ciò appare un capitolo nuovo nelle vicende del banditismo (io direi «nuovo» soltanto nel senso che oggi si comincia a ribaltare la tesi ufficiale - n.d.r.): ora non dovrebbe essere difficile risalire ai mandanti, dopo che per anni si sono perseguitati solo gli esecutori o i presunti tali, e con metodi che ancora oggi appaiono errati e controproducenti… Giovanni Pirari era diventato esecutore per necessità, dopo la sparatoria del 4 maggio 1967: diversamente avrebbe potuto continuare la sua attività di studente incensurato, di portaordini e di rifornitore di armi per i fuorilegge, perché egli apparteneva all'alta categoria, a quella dei ricchi latifondisti, cioè dei mandanti. CONTINUAVA LA TRADIZIONE, AGGIORNANDOLA AI TEMPI: DALL'ABIGEATO E DALLA USURPAZIONE DI TANCHE AL SEQUESTRO DI PERSONA. Egli apparteneva a una famiglia di potenti, imparentata ed amica di grossi personaggi della politica e dell'arte forense, che durante quest'anno lo hanno protetto accreditando la tesi dello studente diventato bandito per spirito di avventura, per cui la sparatoria in cui perirono due agenti era solo una tragica ragazzata e la sua mancata costituzione un estremo tentativo di sparir, anzi ogni tanto appariva la notizia che egli era già all'estero, con i connotati resi irriconoscibili da una o più operazioni di plastica facciale…
La spiata, se è avvenuta come tutto lascia supporre, è stata in alto, molto in alto. Qualcuno di coloro che per un anno lo hanno protetto, forse ora lo hanno condannato a morte: perché non parlasse: perché Pirari, ben più dei Mesina e dei Campana, conosceva chi da anni tira i fili dei sequestri di persona, chi sono gli intoccabili, i rispettati, i mammassantissima, chi, ad esempio, può consegnare lettere estorsive senza trovarsi con le manette ai polsi. Ci siamo opposti, sempre, al confino come misura di repressione anticostituzionale, arbitraria e inutile, anche perché con essa è stata colpita tanta povera gente, molto spesso estranea alle vicende della malavita. Ma ora, perché, in attesa di avere prove per sbatterli in galera, alcuni potenti che risiedono in città non vengono invitati, per esempio, a trasferirsi diciamo, in Valtellina? Forse qualche candidato alle elezioni del 19 maggio dovrebbe sospendere la sua campagna elettorale? E non sarebbe peggio procedere domani contro chi già siede in uno dei rami del Parlamento? Forse si priverebbe il Foro di qualche grosso protagonista? Non sarà davvero una grande perdita. Ma la malapianta va estirpata alla radice e subito; ed essa più che sulle impervie montagne alligna in comode abitazioni borghesi» (In «Sassari Sera» del 1 maggio 1968).

Melas, il vescovo di Nuoro, negherà a Giovanni Pirari sepoltura cristiana. Sul gravissimo provvedimento che rigetta dal seno della Chiesa un figlio che fu «prediletto», scaraventandolo nell'inferno riservato ai «reprobo-pastori», è stato scritto:

«Non osiamo neppure pensare che nel gesto disumano di un alto rappresentante della Chiesa si celi un calcolo politico. Che cioè la Chiesa, anche essa come tutte le altre istituzioni responsabile del dramma che corrode la società, voglia ammantarsi di inflessibile severità morale nel tentativo di eludere il giudizio della Storia. Spesso, gesti di solenne condanna e duri anatemi nascondono… colpe, complicità» (In «Sassari Sera» del 1 maggio 1968).

Nello stesso mese di maggio scoppia una seconda bomba nelle mani della classe dirigente. Viene alla luce, fortunosamente, un clamoroso retroscena nell'industria dei sequestri e dei ricatti nell'Isola: un notissimo avvocato sardo, un principe del Foro, appartenente alla ricca borghesia compradora, viene pescato mentre consegna lettere estorsive.

«Polizia e magistratura sono al corrente del caso. Il penalista afferma di essere stato costretto a fare il mediatore. Da chi? Perché? Egli si è dichiarato disposto a trattare nel suo studio con una Società automobilistica indicando la cifra e le modalità del versamento… Sappiamo con certezza che alcune settimane fa, uno dei massimi avvocati della Sardegna, fra i più rispettati e stimati, che nel passato ha avuto anche importanti incarichi politici, ha consegnato ad un impiegato della Società Automobilistica SATAS una lettera estorsiva, con la quale minacciava la stessa Società di gravi rappresaglie qualora non avesse versato una certa somma entro una certa data. Ci eravamo formati la convinzione che commette un grave reato chi, per un motivo o per l'altro, aiuti chiunque nell'esecuzione di un delitto gravissimo quale l'estorsione, divenuto ormai in Sardegna il reato più frequente e pericoloso: ora dovremmo ricrederci, perché il suddetto avvocato, forse per l'aureola di rispettabilità, forse per i legami che ha potuto contrarre in alto loco, forse per misteriose, ma non troppo, protezioni, è stato sì interrogato da altissimi funzionari delle forze dell'ordine ma è tuttora a piede libero e non ci risulta neppure che sia stato incriminato, per cui il novantanove per cento dei sardi ignora l'episodio gravissimo che getta nuova luce sull'intera vicenda del banditismo sardo. Siamo in grado di affermare, cioè, che polizia e magistratura sono a conoscenza dei fatti, sono in possesso della lettera estorsiva, sanno chi è lo strano portalettere, hanno potuto ricostruire le circostanze e i particolari dello sconcertante episodio: il suddetto avvocato è stato… perfino interrogato e abbiamo motivo per credere che non abbia potuto negare le sue responsabilità…» (In Sassari Sera – 1 giugno 1969).

Il notissimo avvocato è il senatore Mastino, che querela il direttore di «Sassari Sera» essendosi riconosciuto nell'articolo riportato. Il processo Mastino-Sassari Sera vede coinvolto anche il prefetto di Sassari, Zanda, il quale avrebbe «consigliato l'inoltro delle lettere estorsive». Il prefetto, dal canto suo, in una lettera al presidente del tribunale, smentisce di avere dato suggerimenti del genere. Il direttore di Sassari Sera verrà assolto con formula piena: i fatti denunciati sono veri.
Un anno prima, subito dopo le elezioni politiche del '68, c'era stato il clamoroso arresto dell'avv. Bruno Bagedda, accusato di essere il capo della «Anonima sequestri», una banda di rispettabili borghesi che avrebbe messo in piedi una industria del ricatto.

«Il 19 e il 20 maggio del 1968 gli italiani vanno alle urne. Ci vanno, naturalmente, anche i sardi. Devono eleggere i loro rappresentanti al Parlamento. Mai come in questi giorni (il questore) Salvatore Guarino si occupa di politica. Segue con trepidazione, con inquietudine, con ansia i risultati del collegio di Nuoro per la Camera dei deputati. C'è un amico in lizza per un posto a Montecitorio? No. C'è l'avv. Bruno Bagedda. Quarantasette anni, statura leggermente al di sotto della media, aria distinta, occhiali austeri, stile intellettuale. Penalista tra i più noti della Sardegna. Uomo politico. Coordinatore regionale e membro della direzione nazionale del MSI, consigliere comunale di Nuoro. Combattente fascista. Decorato con tre croci e con una medaglia concessagli dai tedeschi. Legale per anni di Graziano Mesina. La Criminalpol identifica in lui il misterioso capo della Anonima sequestri, una potente organizzazione criminale…» (M. Guerrini - L'anonima sequestri - Leader 1969).
«Per poche centinaia di voti l'avvocato Bagedda… non è diventato deputato. Se il responso dell'urna fosse stato positivo, a partire dal 22 maggio egli avrebbe goduto dell'immunità parlamentare. La Criminalpol ha pertanto corso il rischio di lasciare a piede libero, per almeno cinque anni, il presunto capo dell'Anonima sequestri. Cosa ha indotto il questore Guarino a chiedere il mandato di cattura contro il penalista nuorese dopo e non prima del 19 maggio? Le voci sul conto dell'avvocato Bagedda, messe in giro non sappiamo da chi - circolavano sin da novembre scorso. La sua cattura era ritenuta imminente già a una settimana di distanza da quella del dott. Baingio Piras e del suo amico Ballore…» (In Sassari Sera – 30 giugno 1969).

Baingio Piras, facoltoso possidente e procuratore legale, verrà processato e condannato. L'avvocato Bruno Bagedda, dopo qualche mese, verrà prosciolto per insufficienza di prove.

5 - A provocare e a coinvolgere i pastori, per dimostrare che i criminali organizzatori di sequestri sono loro, ci pensano gli appositi cervelloni della Criminalpol, sbarcati in Sardegna appunto per risolvere lo «spinoso problema» del banditismo. Fra questi Sherlock Holmes rifulgono per spirito di iniziativa il vice questore di Sassari Grappone e il commissario di PS Juliano, coadiuvati dal vice commissario Balsamo, dal brigadiere Gigliotti, dalla guardia Cinellu e dagli agenti provocatori Marullo e Rovani ingaggiati nella malavita napoletana.
Nell'agosto del '67 viene fatta circolare la voce di una fantomatica banda di criminali che ha come zona operativa Sassari e dintorni. I suoi «pericolosi» componenti sarebbero specialisti in rapine, estorsioni, sequestri di persona: lo proverebbe il fatto che numerosi notabili (industriali, commercianti, avvocati e parlamentari) hanno ricevuto una o più lettere estorsive: qualche decina di milioni in cambio della pelle, evitando inoltre i disagi di un sequestro con permanenza in umide grotte. Che si tratti di una banda di criminali «temerari» non vi è dubbio: hanno avuto il coraggio di ricattare addirittura Segni, un ex presidente della repubblica.
Ma la polizia sta all'erta. Alla sua testa ci sono i «giovani leoni» della Criminalpol, usi alle macchine elettroniche, alle soluzioni scientifiche, membri onorari dell'FBI. Il dott. Grappone - confidenzialmente Gianni - un bel fusto che fa girare la testa alle signore «bene» - viene da Milano, dove ha sgominato bande di tenutarie di casini non autorizzati: terrore di ragazze squillo e di libidinosi commendatori. Il commissario Juliano viene da Napoli, dove si è distinto per avere messo a punto un nuovo metodo di schedature che gli consentiva di acchiappare il criminale prima ancora che questi mandasse a effetto il disegno criminoso; e una volta acchiappato, non c'era scampo: il «pizzicato» cantava. Juliano aveva scoperto uno speciale «siero della verità»: costringeva il malandrino nudo sopra un tavolaccio corto, di modo che penzolasse nel vuoto dalla cintola in su, col capo amorevolmente sostenuto da fidati subalterni, e gli pompava in corpo qualche decina di litri di acqua amara e salata. Usava anche, nei casi più lievi, la depilazione a strappo, senza ceretta, delle ascelle e delle parti dette in termini sbirreschi «turpi». Già in passato qualcuno aveva avuto da lamentarsi dei «trattamenti» del dott. Elio Juliano, tra gli altri un certo Sciarretta, detenuto a Regina Coeli, e più avanti il pastore Luigi Succu. Ma i magistrati avevano alzato le spalle: Quando mai!? Un funzionario modello come l'Elio? occhioni verdi, distinto, elegante, raffinatissimo nel baciamano alle signore.
Con la fama che si portavano dietro i «Giovani leoni» della Criminalpol, i buoni borghesi di Sassari si sentivano protetti e tranquilli. Potevano dormire sognando nuovi profitti, con le guardie di ronda sotto casa fornite gentilmente dalla questura insieme ai depliants azzurro-mare con su scritto «Non siete mai soli - la polizia è con voi».
Infatti, all'alba del 14 agosto la grande notizia. La pericolosa banda (che verrà denominata «di ferragosto») è stata sgominata e i suoi membri assicurati alla giustizia. Lo stesso giorno, il vice questore Grappone convoca la stampa nel suo ufficio per diffondere la lieta novella con tutti i particolari. Sono caduti nella rete Mario Pisano, un autista disoccupato; Archelao Demartis, anche egli autista senza auto; Sisinnio e Graziano Bitti, padre e figlio, rispettivamente pastore e infermiere; infine uno studente, Antonio Setzi. I componenti più pericolosi della banda, due pastori, Umberto Cossa e Pasquale Coccone, malauguratamente, sono sgusciati dalla rete e si sono dati alla latitanza. Ma ormai sono individuati e braccati: la loro cattura è soltanto questione di tempo; basterà mettere una vistosa taglia sulle loro teste.
Con accenti drammatici, il vice questore Grappone racconta ai giornalisti la mancata cattura del pericoloso bandito Umberto Cossa, il conflitto a fuoco, la spericolata fuga. Lo stesso Grappone, alla testa dei suoi uomini, ha diretto le operazioni, circondando all'alba l'ovile del fuorilegge. Alla intimazione dell'alt, il bandito, vistosi accerchiato, non esita a estrarre una pistola e ad aprire il fuoco contro gli uomini della legge. Per fortuna di questi, l'arma si inceppa al primo colpo, e il bandito si dà a precipitosa fuga. Le forze dell'ordine decidono che è più conveniente lasciarlo scappare che fermarlo con una raffica di mitra. «A noi quel Cossa serve vivo», spiega il dott. Grappone con un sorriso enigmatico.
Il Cossa viene descritto e appare sempre più un «big» del banditismo isolano degli «anni ruggenti». Nella sua vita c'è un precedente che non lascia ombra di dubbio sulla sua pericolosità: all'età di 16 anni è stato acchiappato dai carabinieri nelle campagne di Urì con 9 pecore rubate da una delle tante greggi di proprietà di Antonio Segni, allora ministro dell'agricoltura (e allevamento). Il Cossa si ebbe per questo «sacrilego» furto 7 anni e otto mesi di galera interamente scontati.
Il dott. Grappone, assistito dai suoi collaboratori, sciorina l'impressionante armamentario sequestrato alla banda: la pistola inceppata del Cossa, mazze di ferro, martelli di gomma, piedi di porco e grimaldelli vari. Quindi passa a elencare le azioni criminali della banda (azioni, per la verità, ancora tutte in fase di programmazione, e che aumenteranno sempre più di numero con gli interrogatori abilmente condotti dal dott. Juliano). Nel mese di luglio, la banda tenta una rapina in una gioielleria. Il proprietario oppone resistenza e viene accidentalmente colpito col calcio di una pistola da cui parte un colpo che non ferisce nessuno. Spaventati dalla esplosione i «pericolosi» malviventi si danno alla fuga, senza avere preso una lira. Alcuni giorni più tardi, nuovo tentativo di rapina in un motel. Stanno per infilarsi le maschere ed entrare, quando li vede il portiere che li avverte che dentro c'è gente. I rapinatori ci ripensano e si danno alla fuga. Dalle rapine, la banda passa ad azioni più pericolose: comprano carta e penna e cominciano a spedire a destra e a manca lettere estorsive regolarmente affrancate. Cominciano con un industriale, e in attesa dei soldi - che non arriveranno mai, perché non vengono presi sul serio - se ne stanno a gironzolare nei pressi dell'abitazione dell'industriale ricattato. La polizia ne deduce che avessero in mente il progetto di sequestrargli il figlio quindicenne. Il programma delittuoso che la banda avrebbe dovuto portare a compimento appare davvero imponente: due o tre sequestri di persona; numerosi assalti alle banche. La mente direttiva sarebbe Umberto Cossa.
La brillante operazione portata a termine dai «giovani leoni» della Criminalpol strappa gli applausi: congratulazioni, ricevimenti, promozioni, telegrammi di auguri e, sulla stampa, titoli trionfali. Poi la doccia fredda.
L'8 settembre è una data infausta per il militarismo italiano, che oltre a subire una dura sconfitta si mostrò quel che era, codardo. Una data infausta anche per Grappone, Juliano e camerati, che vedono crollare ignominiosamente la montatura della «banda di ferragosto» messa su con astuzia, pazienza e molte menzogne.
L'8 settembre del '67 il pastore Umberto Cossa, «il terribile latitante», si presenta alla redazione della «Nuova Sardegna», quotidiano di Sassari, e lì vuota il sacco prima di andare a costituirsi (dai carabinieri - precisa - non alla polizia, per non fare la fine di Mureddu). Ecco il racconto che egli fa del «famoso» conflitto a fuoco nel suo ovile:

«Quella mattina stavo radunando le pecore per la mungitura, quando in lontananza notai delle persone. Le additai al fratello del mio principale, il signor Solinas, che però mi disse di stare tranquillo: non c'è da preoccuparsi. E allora proseguo verso una casa campestre diroccata. Giunto a una quarantina di metri dalla casupola vedo che all'interno ci sono delle persone, altre due sono all'esterno. Da un buco del muro vedo spuntare la canna di un mitra. Sento un ordine secco: "Fuoco!" e cominciano a spararmi addosso. "Ma siete pazzi?!" grido io, agitando la mano e avanzando un passo o due verso di loro. Quelli continuano a sparare. Di fronte alla morte, che si fa? Si fugge. E sono fuggito. Mentre le pallottole si conficcavano nel terreno attorno a me, sollevando un polverone che mi accecava! Ho corso una sessantina di metri. Poi mi sono gettato a terra, dietro un muretto a secco. Quelli smettono di sparare. Allora, visto che non mi inseguivano, mi sono allontanato dalla zona».

Alla redazione del quotidiano gli chiedono della pistola da lui usata nel conflitto, che si è inceppata e che è stata raccolta e mostrata come prova dalla polizia. «Ma che pistola! - dice il Cossa - Non avevo addosso neppure uno spillo. Sfido la polizia a dimostrare che su quella pistola ci sono le mie impronte digitali!».

Gli si chiede dei delitti di cui la polizia lo accusa. «Per fortuna - risponde - a quell'epoca ero in prigione! Per fortuna, perché se no adesso come farei a discolparmi? Il pastore porta sempre i suoi testimoni; ma sono sempre i testimoni del pastore. Sono innocente ecco perché mi sono presentato… Non ho commesso né furti, né estorsioni, né rapine! Dovevo sposarmi, mettevo in disparte i miei risparmi: che devo fare il delinquente? Ditemelo un po' voi».

Alle rivelazioni del Cossa - che intanto si è costituito - seguono le dichiarazioni fatte al magistrato dagli altri imputati, che si dichiarano innocenti di gran parte dei reati loro addebitati e denunciano le torture subite dalla polizia (qualcuno ne porta ancora i segni). Ammettono di avere rubacchiato da qualche auto in sosta, ma negano categoricamente di avere avuto l'intenzione di commettere rapine o sequestri di persona. Una parola dietro l'altra saltano fuori le figure di due «continentali che parlavano con accento napoletano». I loro nomi, Gianni e Franco. Avevano avvicinato la combriccola, vi si erano intrufolati e proponevano di mandare lettere estorsive e di compiere rapine alle gioiellerie, alle banche. Vantavano, davanti agli sprovveduti ladruncoli, un curriculum banditesco eccezionale.
I magistrati - davanti all'evidenza - devono prendere per buone le dichiarazioni degli imputati, dando incarico ai carabinieri di svolgere indagini sul caso, che presenta macroscopiche contraddizioni e che è diventato ormai di pubblico dominio. La verità finisce per venire a galla almeno nelle parti essenziali: i «giovani leoni» della Criminalpol per dimostrare l'efficienza della loro organizzazione, farsi belli e accelerare la loro carriera, hanno fatto passare quattro sprovveduti ladruncoli per una pericolosissima banda di criminali, addebitando loro gravissimi reati mai commessi. Per mettere in opera il macchinoso disegno, i funzionari della Criminalpol hanno fatto venire in Sardegna due loro confidenti, già collaudati in simili provocazioni, e li hanno inseriti nella combriccola per movimentare le acque della criminalità, che a Sassari si mostravano troppo tranquille. Si sa: se il crimine non divampa, che ci sta a fare un buon poliziotto? Intristisce. I due confidenti, individuati poi in Biagio Marullo e Vittorio Rovani, pregiudicati napoletani, hanno movimentato tanto le acque da mettersi a delinquere anche in proprio.

Il magistrato spicca i mandati di cattura. «L'incarico di eseguirli è affidato a un ufficiale dei carabinieri che però prende tempo, si consulta con i suoi superiori e infine decide di girare il mandato alla questura. E' probabilmente la prima volta che la tradizionale competitività tra polizia e carabinieri viene saggiata su un difficile caso di polizia giudiziaria: l'esperimento dà un risultato inatteso. La decisione del magistrato, cioè l'arresto di due commissari, Juliano e Balsamo e d'un sottufficiale , Gigliotti, è tenuta in sospeso dai patteggiamenti e dai convenevoli tra polizia e carabinieri intorno ai tempi e ai modi di procedere alla esecuzione d'un ordine perentorio e insindacabile» (G. Ghirotti - Mitra e Sardegna - Longanesi 1968 pagg. 188-189).

In pratica, la competitività tra i due apparati repressivi ha dato «ottimi» risultati. Non si trattava della puntigliosa competitività nel manganellare gli scioperanti o nel far fuori i pastori barbaricini. Diversi frutti ha invece dato «la tradizionale competitività» tra polizia e carabinieri, quella che si realizza nel classico borghese «far le scarpe» al collega troppo intraprendente, che ha dato modo all'opinione pubblica e al magistrato di smascherare le macchinose montature dei «giovani leoni». Infatti, costoro dovevano stare, come suol dirsi, sulle palle di certi loro colleghi, i quali presi carta e penna hanno diffuso un memoriale denso di pesanti accuse nei confronti di Mangano e camerati. Ne parlerò più avanti.
I magistrati sassaresi che si sono spinti al limite estremo di ordinare l'arresto (per altro mai eseguito) di alcuni intoccabili, hanno mostrato un coraggio che rasenta la temerarietà. Da tutte le parti si grida allo scandalo: «Come?! i banditi fuori e la polizia dentro?». L'avere pizzicato un poliziotto con le mani nel sacco e l'avere tentato di applicare anche su di lui la legge è un evento così straordinario, in Italia, e ancora di più in Sardegna, che minaccia di far crollare tutto quanto. La gazzarra che ne segue vuole ribadire due cose: l'intangibilità della polizia, qualunque crimine commetta, e la legittimità di mettere in galera, anche se innocenti, i pastori sardi, perché soltanto loro sono banditi.
Dopo lo scoppio dello scandalo, il sistema si affretta a stendere coltri di silenzio. Poi prende tempo. Il tempo, che è «galantuomo» per i poveri che in attesa di processo marciscono in galera, per i ricchi e per i potenti è «puttana». In seguito, calmatesi le acque, il processo verrà celebrato a Perugia «per legittima suspicione». Sono presenti gli imputati sardi, calunniati e torturati, e gli imputati della polizia, calunniatori e torturatori. I primi in stato di detenzione, con le manette ai polsi. I secondi a piede libero, in doppio-petto, ancora in servizio, stipendiati dallo stato e con una coorte di grossi avvocati anche essi pagati dallo stato.

«A Perugia si assiste allo spettacolo squallido di un ex vice capo della polizia che si insedia in permanenza tra Grosseto e l'Hotel Bruffani (dov'è stato Rovani la notte precedente il suo interrogatorio, quand'è arrivato in aula con un'ora di ritardo?), che sgambetta e si agita per organizzare la difesa di Juliano ma anche di pregiudicati come Marullo. Agisce per conto di Vicari? Chi lo ha autorizzato, al momento dell'arresto di Marullo, a chiedere spiegazioni ai carabinieri e a chiedere che la traduzione del confidente napoletano fosse differita? In nome e per conto di chi interviene? Chi sborsa gli oltre 80-100 milioni occorrenti per pagare l'agguerrito collegio che difende la banda Juliano? Che sia Di Stefano il tesoriere di Perugia? E a quale titolo? Se ha cessato il suo rapporto d'impegno con l'amministrazione della PS, chi lo ha riattivato? E' possibile che Vicari non si renda conto che questa presenza è discutibile? Di Stefano in Sardegna è stato indicato come l'uomo che ha patteggiato al prezzo di 120 milioni la costituzione di Graziano Mesina. E' l'uomo che ha guidato Mangano e Guarino, a loro volta indicati come gli instauratori del nuovo sistema secondo cui i latitanti dovessero essere catturati col denaro, mediante l'autocompenso diretto senza ricevuta. Non ci meraviglierebbe un'inchiesta amministrativa sulla Criminalpol. Non per mettere in dubbio l'onestà di chi ha amministrato tanto denaro senza rendiconto, quanto per vedere come è stato distribuito, a chi e in quali circostanze. Si tratta del denaro di pantalone e il ministro può farsi friggere con la storia dei fondi riservati. Perché Di Stefano invece di stare dietro le quinte non va a deporre sotto giuramento su tutto quello che sa sull'ultimo corso del banditismo in Sardegna? Quanti soldi sono stati bruciati e come? Forse più di Vicari e del ministro di polizia, è la persona più adatta a tranquillizzare le anime dubbiose…» (In «Sassari Sera» del 15 dicembre 1968).

6 - I «fatti di Sassari» hanno destato stupore perché alcuni magistrati hanno osato mettere sotto accusa alti funzionari di polizia, non perché tali fatti sono accaduti. In Sardegna, più che altrove, sono frequenti anche se non appaiono quasi mai alla luce del sole. E quando eccezionalmente esplodono, la causa non è da attribuirsi a una maturità civile, a una vigilanza delle masse popolari (che in quanto escluse dal potere non possono avere alcuna possibilità di controllo), ma il più delle volte a rivalità a livello di potere. Si può affermare, con sufficiente fondatezza, che le malefatte dei potenti di cui è intessuta la storia si sono potute conoscere essenzialmente per lo sputtanamento reciproco tra gli stessi potenti.
Nello stesso anno dei «fatti di Sassari», circola un «memoriale», uscito - si dice - dalla questura di Nuoro (ma forse più in alto) contro i metodi della Criminalpol e con pesanti circostanziate accuse nei confronti del questore Guarino e del suo vice Mangano (L. Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in S. - Feltrinelli 1970).

«…L'opera di questi esaltati doveva far subito scalpore per far valorizzare poi le loro operazioni e i loro mafiosi nomi che dovevano sistematicamente assurgere agli onori della stampa, nel modo più clamoroso possibile. Iniziarono così senza alcun criterio le numerose perquisizioni, spesso arbitrarie, che hanno portato al disappunto della magistratura, agli assedi dei centri abitati, alle rappresaglie e ai maltrattamenti contro i pastori e altri onesti cittadini, agli indiscriminati blocchi stradali, ai rastrellamenti e alle grandi operazioni di tipo militare e a tanti altri soprusi che hanno provocato le motivate lamentele da parte della popolazione ingiustamente oppressa dalla follia di questi megalomani… Per poter realizzare qualche operazione si ricorre disperatamente agli acquisti di latitanti a pagamento diretto. Il vice questore Mangano inizia personalmente la questua opprimendo gli avvocati e prescegliendo i latitanti gravati di taglia che hanno la quasi certezza di essere assolti dalle vacillanti imputazioni giudiziarie. Si mostra così l'impotenza assoluta delle ingenti forze di polizia presenti nel Nuorese. Alcuni latitanti, sentito il parere dei loro legali, trovano convenienza ad incassare la loro stessa taglia, si costituiscono con le dovute garanzie… e vengono allora catturati dal questore Guarino e dal suo luogotenente Mangano, o da altri prediletti della loro combriccola… Per valorizzare l'operazione si segnala la drammatica cattura. Vengono poi avanzate esagerate proposte e si ottengono altre somme a titolo di premio, e si usurpano immeritate promozioni da parte di funzionari e di altro privilegiato personale, con enormi vantaggi di carriera. Mediante soprusi si riesce per poco prezzo a far uccidere un latitante già classificato pericolosissimo (e portato agli onori della pericolosità), si spara sul suo cadavere per inscenare un conflitto, si compilano falsi verbali per la magistratura e si intascano milioni e si ottengono altri vantaggi per la carriera…».

La rivista che per prima ha pubblicato il memoriale sostiene che il questore Guarino e il suo vice Mangano avrebbero anche assoldato e assoggettato il comandante dei carabinieri, il quale, allettato dai grandi vantaggi dell'«operazione questua latitanti» si sarebbe associato ai due «mafiosi dittatori» (In «Sassari Sera» del 1 novembre1967).

«Anche i carabinieri - prosegue il memoriale - partecipano ora quotidianamente alle arbitrarie perquisizioni, agli assedi dei centri abitati, ai maltrattamenti contro onesti e indifesi cittadini, alle insensate ed estenuanti operazioni di tipo militare e nazista, e perdono così la stima che godevano fra la popolazione e vengono anch'essi in uno con la polizia, pubblicamente accusati dalla autorità e dalla stampa… Ma ai tre mafiosi (Guarino, Mangano e il comandante dei carabinieri? - n.d.a.) tutto questo importa poco. Per loro il bello viene dopo. Il ministro dell'interno riceverà la segnalazione della drammatica cattura e dovrà pagare diversi milioni a favore dell'inesistente ignoto confidente… Pagherà anche altre buone somme a titolo di premio per la riuscita dell'artificiosa operazione, e, sulla base di fraudolente proposte, elargirà, come è già accaduto, le usurpate promozioni al merito di servizio, che sono immediatamente fonte di duraturo benessere economico per taluni prediletti a danno degli onesti funzionari» (In «Sassari Sera» del 1 novembre1967.).

Gli «onesti funzionari» sarebbero quelli che hanno scritto il memoriale. Infatti, chi lo ha stilato e diffuso non può che essere un addetto ai lavori, visti la conoscenza della materia e il tono risentito - anche se ricorre continuo il richiamo ai diritti civili del cittadino.
La rivista «Sassari Sera» ritorna frequentemente in argomento per ribadire le accuse alla Criminalpol. Alla fine del '68 pubblica un servizio sotto il titolo: LA POLIZIA ORGANIZZA SEQUESTRI E ARMA I DELINQUENTI.

«Diciamolo francamente. Nessuno può stupirsi del fatto che i sardi non hanno fiducia della polizia. A Cagliari, durante il processo De Murtas il presidente del tribunale Pili deve ammonire l'ex questore Rosa dicendogli: "Lei ha fatto una brutta figura". Di fronte alla decisione del magistrato, l'alto funzionario di polizia ha ritrattato su una circostanza di capitale importanza. A Nuoro, il pubblico ministero che conduceva le indagini per il sequestro di Capelli ha chiesto l'assoluzione di ben quattro imputati perché gli elementi a loro carico erano fondati su accuse che l'ex capo della Criminalpol Guarino e il suo vice Mangano avevano fabbricato con la cosciente volontà di allestire una montatura. Il dott. Marcello ha avuto parole molto dure nei confronti dei due funzionari di polizia… Al tribunale di Nuoro, durante il processo contro Verachi e Tolu, accusati di aver tentato il sequestro dell'industriale Tondi, vengono clamorosamente confermate alcune rivelazioni al procuratore generale. (Nel successivo capitolo si vedrà quali fossero queste rivelazioni, trattando dell'uso di provocatori e confidenti fatto dalla polizia - n.d.a.). E' emerso chiaro che elementi della polizia, confidenti e malviventi in genere, avevano organizzato in combutta quel tentativo di sequestro finito col ferimento di un mentecatto inviato allo sbaraglio e a spese del quale la polizia ha rimediato una delle tante operazioni brillanti siglate dalla Criminalpol. Ma, sempre in quel processo, è emerso qualcosa di meno chiaro per non dire di più torbido. Il questore Anania in persona ha trattato con uno dei pregiudicati implicati, dandogli nel contesto delle trattative due milioni. Questa polizia che distribuisce milioni alla malavita, che arma i pregiudicati, che li costringe alla delazione con mille angherie (ritiro di licenze, di patenti, con diffide e misure restrittive varie), che importa agenti provocatori che poi si uniscono alle bande sarde organizzando e dirigendo azioni criminose, fa pena e desta allarme. Non importa che il questore Anania sostenga che i soldi dati al Veracchi organizzatore del sequestro a vuoto di Tondi avevano lo scopo di ottenere informazioni utili alla cattura di Mesina. L'ultimo re del Supramonte sta diventando un alibi comodo che viene utilizzato dai vice questori, dagli ispettori della polizia e addirittura dai confidenti importati da Juliano. Uno di essi, durante il processo di Perugia, avrà la spudoratezza di affermare che lui in Sardegna c'era venuto come cacciatore di taglie, un bounty killer: un ammazzasette senza scrupoli che il commissario Juliano ospita in casa propria e fa sedere a tavola con la moglie e i figli… Siamo arrivati al punto che la Criminalpol, che era venuta per stroncare un fenomeno ne ha alimentato altri in parallelo: organizzando, come dicevamo, sequestri, furti, e armando perfino i delinquenti. Attualmente abbiamo alla sbarra più commissari che delinquenti…» (In «Sassari Sera» del 15 dicembre1968.).

Ancora nel 1968, a maggio, in un esposto alla magistratura, un commissario di polizia di Cagliari viene accusato dell'omicidio del latitante Antonio Casula dalla madre dell'ucciso. «Il malvivente, confidente della Criminalpol, sarebbe stato attirato in un agguato dopo aver avuto una parte di rilievo nella morte di Salvatore Pintus e Gianni Dessolis. E' morto perché sapeva troppo» (In «Sassari Sera» del 15 maggio 1968).
Il commissario giustiziere del bandito Casula è il dott. Corrias. Questo il turpe retroscena:

«…in territorio della provincia di Cagliari fu ucciso in un conflitto inventato di sana pianta, un bandito fasullo, tale Casula Antonio, nato ad Ollolai (Nu) il 24 maggio 1944, ad opera dell'allora dirigente la squadra mobile di Cagliari dott. Corrias, il quale era riuscito ad agganciarlo tramite la guardia di PS Marchi che conosceva i familiari residenti in territorio di Gavoi. Qualche sommetta di denaro e, specie, le omesse denunce di malefatte, erano i compensi che il Casula otteneva per i tradimenti ai suoi compagni.
Un episodio gravissimo è quello verificatosi nel settembre 1966. Il giorno 19 agosto 1966 venne sequestrato il pastore possidente Pintus Salvatore di anni 52 e dopo qualche giorno, la sera del 22 successivo, fu trovato ucciso. Il dott. Corrias tramite la sua fedele guardia Marchi veniva a sapere dal Casula che i responsabili del crimine erano stati il Casula stesso e Giovanni Bussu, con altri delinquenti. Il Casula promise al dott. Corrias che avrebbe fatto catturare il Giovanni Bussu suo amico a patto che egli non sarebbe stato coinvolto nel delitto e con un compenso di denaro.
Il dott. Corrias riferì al dott. Guarino l'esito del colloquio avuto con il confidente e assieme concordarono le modalità per l'arresto del Bussu. A seguito di altro abboccamento notturno tra il dott. Corrias, guardia Marchi e il Casula, si stabilì che all'alba del giorno successivo, 2 settembre 1966, il Casula avrebbe (sic!) transitato con il suo amico Bussu in una determinata località alla periferia di Gavoi. Alcuni agenti appostati dovevano catturare il Bussu, mentre al Casula si sarebbe dato il tempo per fuggire. Da parte del dott. Corrias e guardia sarebbero stati sparati colpi di arma da fuoco per simulare un conflitto, mentre il Casula si sarebbe eclissato…
La verità venne a galla in sordina:… il pregiudicato Giovanni Bussu era stato venduto al dott. Corrias e costui aveva lasciato fuggire il Casula che era uno dei responsabili del sequestro e dell'omicidio del Pintus. Anche alla Giustizia trapelò qualcosa, ma nessuna inchiesta fu aperta e fu dato credito ai verbali che contenevano il mendacio… Prima di procedere alla vile esecuzione sommaria del Casula, poiché erano stati registrati nell'Isola altri grossi fatti criminosi, il dott. Guarino ordinò al dott. Corrias di prendere un ultimo abboccamento col Casula, per conoscere i nominativi di elementi che avevano sequestrato il possidente Dessolis Giovanni, in agro di Orani, il giorno 8 aprile 1967. Il dott. Corrias, a mezzo della guardia di PS Marchi, ebbe un altro abboccamento con il Casula Antonio e da costui apprese che il Dessolis era stato ucciso e abbandonato in una località che avrebbe indicato al Funzionario. Però prima di indicarlo aveva bisogno di qualche giorno perché doveva regolare dei vecchi conti con due familiari del povero Dessolis. E il Casula per agire impunemente chiese e ottenne dal dott. Corrias, autorizzato dal dott. Guarino, che le guardie ai loro ordini non effettuassero battute nelle zone indicate dal Casula stesso.
Il giorno successivo i due familiari del Dessolis, che erano alla ricerca dello scomparso, furono avvistati dal Casula e uccisi. Essi rispondevano ai nomi di Mereu Giovanni e Bussu Angelino entrambi di Orani… Dopo tale operazione fu dato dal Guarino il via alla esecuzione della condanna a morte del Casula, diventato troppo pericoloso, perché avrebbe potuto svelare quello che sapeva sull'attività criminosa del dott. Corrias e del dott. Guarino. Il dott. Corrias, a mezzo della sua guardia Marchi, fissò l'appuntamento mortale al Casula con il pretesto che doveva chiedergli altre notizie confidenziali. Il Casula, ignaro dell'agguato mortale che gli era stato teso, nella notte tra il 22 e il 23 aprile 1967, si recò all'appuntamento alla periferia di Paulilatino (Cagliari), nei pressi del piazzale della stazione di servizio dell'AGIP, ma fu accolto, a tradimento, a colpi di arma da fuoco e gli fu chiusa per sempre la bocca. Anche questa volta la giustizia fu gabbata,la stampa osannò i protagonisti, i superiori del Centro lodarono il dott. Guarino» (In «Sassari Sera» del 15 aprile 1970).

Sono fatti mostruosi, crimini raccapriccianti che disonorano il genere umano. Alla fine del 1969 il mito artificiosamente creato intorno ai «giovani leoni» della Criminalpol - il «gioiello» della repressione scientifica - finisce di crollare miseramente sotto l'incalzare delle accuse. La magistratura è costretta a intervenire per non farsi coinvolgere nello scandalo.

«La stagione della facile gloria è finita. Guarino e Mangano (questore e vice questore di Nuoro) dovranno comparire davanti ai giudici, ma questa volta come imputati… Qualcuno ha osservato che la Sardegna ha avuto tanti guai: le incursioni barbaresche, la malaria, le cavallette e infine la Criminalpol. Tra il 1966 e il 1967 la Criminalpol ha fatto in Sardegna più danno delle cavallette. Noi denunciammo subito gli abusi, le prepotenze, i falsi mentre la stampa governativa esaltava i successi dell'abilissimo questore Guarino e dei suoi collaboratori Mangano, Grappone, Juliano. Quelle prepotenze e quei falsi sono ora all'esame dei giudici. In base a due sentenze (sequestro Capelli e sequestro Catte) la magistratura ha già censurato il comportamento della polizia. Ora seguono le denunce. C'è da aggiungere che nel corso dei due processi sono emersi alcuni sintomi preoccupanti: oltre ai falsi commessi dal vice questore Mangano nel rapportare all'autorità giudiziaria, si è dovuta fare anche qualche operazione aritmetica in merito alla utilizzazione, alla cessione e alla gestione dei fondi segreti. Ebbene, i conti non sono tornati; e questo è veramente grave. Che un ufficiale di polizia giudiziaria, per eccesso di zelo, si abbandoni a violenze sugli arrestati, nella speranza di poter strappare quel brandello di confessione che aiuti a far luce su un grave delitto; che un commissario, un agente, un carabiniere, per quel tanto di vanità che è presente nelle azioni umane, rappresenti un'azione di servizio sotto una luce diversa da quella reale, nella speranza di riscuotere il compiacimento del superiore e della stampa, sono cose comprensibili. Ma se un ufficiale di polizia giudiziaria non sa giustificare il modo con cui ha amministrato il denaro (il pubblico denaro, il nostro denaro) allora si tratta di colpa infamante e imperdonabile. Per il vice questore Mangano si tratta appunto di questo: al processo di Oristano, per il conflitto alla stazione di Abbasanta, è risultato che i familiari dell'imputato Cristoforo Pira hanno ricevuto dal dott. Mangano solo un milione per la costituzione del loro congiunto. Nei conti invece del vice questore Mangano i milioni versati risultano due. E l'altro milione? Dottor Mangano, dov'è finito l'altro milione?» (In «Sassari Sera» del 1 dicembre1969).

7 - Da questi fatti si potrebbe ricavarne - come il D'Orsi (Angelo D'Orsi - Il potere repressivo: la polizia - Feltrinelli 1972 pagg. 224 - 225) - un dato consolante. E cioè che, in particolare nei «fatti di Sassari», ci si è trovati «dinanzi a più di un magistrato che non si presta al gioco della convivenza con la polizia».

Secondo il giudizio del D'Orsi, il comportamento legalitario di alcuni magistrati si spiegherebbe col fatto che «la magistratura, in Sardegna, svolge un ruolo tutto particolare, che potrebbe definirsi di forza anticolonialista, quasi espressione di una borghesia nazionale, che scopra, benché timidamente, la propria vocazione antimperialista. Ciò vale nella misura in cui la forza di polizia gioca il ruolo opposto, cioè a dire, di forza di occupazione straniera: non è casuale in ciò il fatto che l'elemento indigeno sia nettamente prevalente nel corpo della magistratura. Perciò in Sardegna, con assai maggiore facilità che altrove, si assiste a scarcerazioni di indiziati sbrigativamente messi dentro dalla polizia, ad assoluzioni di imputati sulla base di prove che alla polizia parevano inoppugnabili, a veri atti di censura mossi nei confronti dei metodi e degli atteggiamenti della polizia da parte dei giudici isolani».

La tesi del D'Orsi è invitante. Purtroppo sono tanto frequenti da potersi definire normali gli episodi di connivenza tra potere giudiziario e polizia, per poter sostenere che il «legalitarimo» dimostrato in quel periodo da alcuni magistrati isolani sia dovuto alla loro assunzione di un ruolo anticolonialista. Tale ruolo è in contraddizione con il ruolo ormai istituzionalizzato di lacchè dell'imperialismo che sempre la borghesia indigena (appunto definita compradora) ha assunto nell'isola. La percentuale maggiore di assoluzioni rilevata nei processi celebrati in Sardegna, in confronto alle altre regioni italiane, (rilevata anche dal Lombroso alla fine del secolo scorso), non dimostra che qui i giudici siano di manica larga o che si pongano in posizione critica di fronte ai verbali di accusa della polizia. Dimostra invece che in Sardegna, più che altrove, la polizia redige verbali falsi e accumula accuse fantasiose. In verità, lo scopo - che è quello di reprimere con la galera gli oppositori politici o comunque chiunque rifiuti l'integrazione e tra questi i pastori barbaricini - viene perfettamente raggiunto: trascorrono anche 4-5 anni, in Sardegna, prima che l'imputato arrivi al processo; e non ha importanza che venga assolto o no: la condanna l'ha già scontata.
Se la tesi del D'Orsi fosse fondata, i magistrati interverrebbero subito, nella fase istruttoria o anche prima, nel momento stesso della firma del mandato di cattura, quando dai verbali della polizia è possibile rilevare che si tratta di una montatura. E qui si fa il caso di numerosi compagni e pastori accusati e tenuti in galera per un reato di cui possono dimostrare l'innocenza con cento testimoni, per il semplice fatto che si trovano ben lontani dal luogo dove il reato sarebbe stato commesso. In questo caso - molto frequente - il procuratore della repubblica o il giudice istruttore, che sono magistrati, potrebbero controllare l'alibi al primo interrogatorio. Perché, quindi, si aspetta che a riconoscere l'innocenza di un imputato sia un tribunale di assise o di appello, dopo anni di carcere preventivo? E' evidente che il meccanismo della giustizia si muove secondo le regole di un criminoso disegno della classe al potere per tenere assoggettate le masse popolari.
Possono anche registrarsi eccezioni che non modificano, ma confermano la regola. Quando il dominatore ha teso troppo la corda, si è avuto il caso, in Sardegna, di borghesi che hanno assunto un ruolo di contestazione, strumentalizzando i malumori popolari e usando nei confronti del potere centrale il ricatto della rivolta popolare per ottenere maggiori o meno aleatori privilegi dal conquistatore. Non ritengo fondata, per la Sardegna, una presa di posizione nazionalista della borghesia compradora per liberarsi con una guerra di liberazione dal colonizzatore, per sfruttare poi in proprio il proprio popolo.
Nel periodo in esame, ritengo invece fondata l'opinione secondo la quale le malefatte della polizia sono potute emergere grazie alle rivalità che si sono andate accumulando nel suo interno, tra i vecchi quadri presenti nell'Isola e i nuovi consistenti nei «giovani leoni» della Criminalpol, venuti da fuori e protetti dai vertici. Delle rivalità esistenti tra i vari corpi addetti alla repressione esistono numerosi episodi. Dal canto suo, la magistratura - e non solo in Sardegna - davanti ad accuse precise, e di pubblico dominio, contro la polizia, deve applicare la legge, per conservare un minimo di credibilità. Come l'abbia poi applicata, la legge, nei confronti della polizia, l'abbiamo visto: i poliziotti imputati di crimini per i quali era d'obbligo il mandato di cattura non sono stati arrestati; sono usciti dal processo illesi e senza una pur minima sanzione disciplinare.

«L'intangibilità della polizia è diventata un canone del diritto costituzionale. Protetta nella persona dei suoi capi da un privilegio speciale da ogni azione giudiziaria, difesa costantemente alla Camera da ministri zelanti non della libertà e inviolabilità dell'individuo ma del prestigio dell'autorità, essa gode di assoluta impunità per tutti gli abusi e i delitti che commette col pretesto di salvaguardare la vita e la libertà dei cittadini» (F.S. Merlino - Questa è l'Italia - Coop.L.P.1953).

La foia di carriera, che scatena il cannibalismo tra i vari apparati repressivi e all'interno di ciascuno di essi, si traduce in una più pesante violenza nei confronti del cittadino.

«La burocrazia statale, ha un singolare culto per la duplicità - osserva L. Mancosu - . In Ogni settore della pubblica amministrazione ci sono almeno due uffici che con veste diversa fanno la stessa cosa». Una duplicità che è una «garanzia» di funzionalità - non nel senso di minore dispendio di energia e di risparmio per l'erario e quindi di maggiore utilità per il cittadino, ma di «stimolazione della competitività e di reciproco controllo». Si scatenano così feroci lotte per emergere, salire di grado e di stipendio. «Ciò è riscontrabile particolarmente tra polizia e carabinieri - tra i quali, evidentemente, manca il conclamato spirito del servir tacendo. In Sardegna, sulla pelle dei latitanti si sono calati come avvoltoi i funzionari più gretti, scoprendo le loro meschine ambizioni. Il primo alto funzionario che arriva sul luogo dove è stato steso il pastore-fuorilegge si fa fare la foto-ricordo accanto al cadavere martoriato, come i ricchi gentlement d'altri tempi, con il piede sulle costole sforacchiate del leone» (L. Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in S. - Feltrinelli 1970).

Il Pais, notabile rappresentante della borghesia compradora, nella relazione di una inchiesta parlamentare del 1896, scrive:

«…E' purtroppo noto che tra l'Arma dei carabinieri e gli agenti di pubblica sicurezza esiste, se non un aperto dissidio, un dualismo ed un antagonismo che non può che nuocere all'andamento del servizio… Ove il desiderio di sopravvanzarsi gli uni con gli altri per non lasciare partecipare al merito della scoperta e della cattura dei colpevoli, spinga gli agenti a tacersi l'un l'altro le informazioni e gli indizi, si giungerà inevitabilmente a ingenerare confusione… Carabinieri e funzionari di PS battono ciascuno la propria via senza curarsi di ciò che gli altri facciano o scoprano; il più delle volte questa disgregazione di forza e di azione produce l'effetto che si eludono a vicenda, cosicché il malandrinaggio è quasi più assicurato dal dualismo dei Corpi che ha lo scopo di combatterlo, che non se nessuno lo combattesse» (F. Pais - Relazione di inchiesta sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in S. - Tip. Camera dei deputati 1896 p. 61).

Qualche volta, lo spirito di emulazione dei Corpi dà luogo a episodi grotteschi.

«E' un normale posto di blocco. E' notte inoltrata. La Polstrada intima l'alt. Dalla macchina si affaccia un signore. "Sono un tenente dei carabinieri". "Bene, signore, ci favorisca i documenti". L'uomo al volante, in compagnia di altri due passeggeri, estrae qualcosa dalla tasca. "Questa è la custodia del documento: mi favorisca il documento. Se lei è un tenente dei carabinieri - prego, come si chiama? - non dovrebbe trovare difficoltà. Noi siamo qui per fare il nostro dovere".
Tra il tenente Cassano della tenenza di Dolianova e il capo pattuglia nasce una fitta discussione. Il signor tenente sostiene che quello è territorio di sua competenza, pertanto la polizia ha sbagliato giurisdizione. Il capo pattuglia non può fare altro. "Bene, se non mi favorisce i documenti non passa".
La macchina è in attesa. Il tenente scende, si allontana e cerca un telefono. Il capo pattuglia è nervoso e vorrebbe metterla sul piano della comprensione. Passa forse mezz'ora. Arriva una camionetta. Il tenente Cassano si fa avanti. Dalla camionetta escono i carabinieri armati che circondano la pattuglia della Polstrada. Un casus belli? Fortunatamente no. La questione, gravissima, viene rinviata a un colloquio tra il prefetto e il questore Li Donni. Forse il colloquio non è ancora avvenuto. Non sappiamo quali provvedimenti saranno adottati nei confronti di chi ha ecceduto. Noi rinunciamo al commento. I banditi alla macchia, i delinquenti abituali mandati al soggiorno obbligato, i denigratori delle polizie varie, almeno per questa volta, sono pregati di non sorridere» (L. Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in S. - Feltrinelli 1970).

Altro episodio edificante sulla competitività fra i Corpi. A Cagliari, il mercato dei latitanti è scarso di prodotto. Farsi un bandito è un evento straordinario, un merito che ogni emorroico alto ufficiale si sogna. Sul finire del 1969, durante le indagini per il sequestro dell'ing. Boschetti, trapela un fatto che nel suo brutale cinismo si colora di farsa. Questura e carabinieri riescono contemporaneamente, a opera di confidenti, a individuare due emissari dei rapitori e a conoscere il luogo dove verrà versato un acconto del riscatto.

«Il dott. Midiri (capo della Criminalpol) prepara il piano. Li Donni (il questore) è d'accordo. Bucci (comandante del gruppo dei carabinieri) pure. Dunque il dott. Pazzi, assieme ad un ingegnere amico del Boschetti… si incontra coi fuorilegge. Consegnano un acconto sul riscatto. Cinquecentomila lire. Concordano un secondo appuntamento. Altro versamento. Cinque milioni. Terzo abboccamento. Venti milioni. Ma la trappola è scattata… Ci sono due elicotteri carichi di carabinieri che attendono di levarsi in volo. Il dott. Pazzi consegna i venti milioni ai fuorilegge. Sono in due. Prendono il malloppo e s'allontanano… Partono gli elicotteri. Nella campagna sono già in agguato cinque agenti della Criminapol. La pattuglia avvista i due fuorilegge. Arriva contemporaneamente un elicottero con il colonnello Bucci. Ed anche, a terra, del tutto inattesa, una pattuglia della squadra antiabigeato della questura di Nuoro. I due fuorilegge, non ancora identificati, vengono fermati. - Come vi chiamate? - chiede il colonnello Bucci. - Antonio Doa. - Paolo Stocchino. - Sono loro - esclama il Bucci rivolto ai suoi uomini. Gli agenti della questura di Nuoro comprendono di avere tra le mani un grosso bottino. Agguantano i due. - Venite con noi a Nuoro - dicono. Bucci s'infuria. Caspita, ci mancherebbe altro che gli soffiassero proprio ora, sotto il naso, i due fuorilegge. - Loro vengono con me, non con voi! - Ma gli agenti non mollano la presa. Bucci è addirittura spintonato. Circolerà qualche ora più tardi, tra i giornalisti, la voce che abbia rimediato qualche calcio negli stinchi! Arriva intanto l'altro elicottero. Sbarca Li Donni (il questore). Assiste al match polizia-carabinieri. Interviene. Si fermano tutti. Abbraccia Bucci. - Colonnello, qua la mano! Le chiedo scusa. Mettiamoci una pietra sopra. - Sempre qualche ora più tardi ci sarà un'altra versione. A chiedere l'abbraccio e le scuse per la baruffa sarebbe stato Bucci. Questore e colonnello dei carabinieri, comunque, dimenticano. Pensano agli onori della brillante operazione. Gli onori saranno altissimi e anche meritati… Doa e Stocchino hanno nella bisaccia i venti milioni… Li portano… uno in questura, uno al comando dei carabinieri. Tanto per spartirsi il bottino!» (M. Guerrini - L'anonima sequestri - Leader 1969).

 



Capitolo III - Gli strumenti della repressione

1 - Le potenze che si sono succedute nel dominio dell'Isola hanno deliberatamente spacciato per criminali gli oppositori, e quando una vera e propria opposizione politica non si configurava hanno prodotto e alimentato fenomeni di banditismo. Se in Sardegna ci sono banditi, i Sardi sono banditi; quindi, sbarcarvi un esercito che vi debelli il banditismo e porti l'ordine diventa un fatto di civiltà, e non invece - come in effetti è - una aggressione. Il fascismo, invadendo l'Etiopia, proclamava di volervi abolire la schiavitù.
E' un pregiudizio storico - coniato da quei predoni che furono i Romani - definire «barbaro» qualunque popolo da assoggettare o assoggettato. I colonizzatori spagnoli, belgi, francesi, italiani e buoni ultimi gli yankee, mascherano i loro disegni di assoggettamento assumendo il ruolo di «portatori di civiltà». Il pregiudizio razziale,in pratica concorre a giustificare l’oppressione e ad aumentare i profitti del capitale.
E’ evidente che il pregiudizio razziale viene coniato come copertura di un piano di sfruttamento di un popolo pregiudicato inferiore; ma accade che, in conseguenza dello sfruttamento, il popolo pregiudicato finisce per acquistare realmente una inferiorità rispetto al suo dominatore.
Fra i pregiudizi di comodo, si è venuto consolidando fino a oggi lo stereotipo che rappresenta la Sardegna come «terra di banditi», per dirla parafrasando Goethe: «Die Land wo die Banditen bluehen».
Non è un caso che nelle cronache della stampa e della tivù, nei discorsi politici e giudiziari la Sardegna ricorra sempre e immancabilmente per le «sue gesta criminose», con un sottile continuo riferimento ai suoi «irriducibili banditi barbaricini», e che quando, per eccezione, si riportano fatti di crescita civile si metta in rilievo, paternalisticamente, «la volontà dei Sardi di crescere e di riscattarsi dalla vergogna millenaria del banditismo». Gli stessi latitanti sono rappresentati nella oleografia ufficiale in una realtà di maniera: sono «piccoli e irsuti» come le loro pecore; calzano «ruvidi gambales» (e qui dotte disquisizioni sulla somiglianza coi calzari dei pastori spagnoli); vestono «fustagno verde-oliva» oppure l'autarchico orbace; sono perennemente «arroccati sulle guglie granitiche del Supramonte», avvolti nel «sacco nero» (altro dotto riferimento al barracano dei beduini), col moschetto a spalla; e sono circondati da un «silenzio rotto solo dalle grida di morte e dalle nenie funebri delle prefiche».
Esopo, in una sua favola, spiega come il lupo capitalista senta il bisogno di trovare una giustificazione morale alla sua violenza. Il Baudi di Vesme scrive dei Sardi che amano «meglio un tozzo di pane senza far nulla, che vivere mediante il lavoro nell'agiatezza»; che il loro «maggiore e più essenziale difetto è una certa bassezza di carattere e mancanza di sentimenti generosi»; che «rara è la fedeltà nei servi di campagna» e che «anche nelle classi più colte ed educate vediamo frequenti esempi di malafede, né sono rare le malversazioni degli impiegati» (Carlo Baudi di Vesme - Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna - Torino 1848 - pagg. 154-155).
Il Baudi di Vesme, al quale di recente l'amministrazione del comune di Cagliari riconoscente ha intitolato una strada popolare, è il rampollo di una nobile schiatta di colonizzatori di Cuneo, cortigiani dei Savoia. Citatissimo dagli storiografi compradoris per la sua competenza in materia di organizzazione dello sfruttamento, ha arraffato in Sardegna vaste proprietà fondiarie, fu uno dei maggiori azionisti delle miniere della Monteponi, di cui figura anche direttore.
Un altro cortigiano dei Sabaudi è Giuseppe de Maistre, giureconsulto di fama borghese, che definisce i Sardi «molentes, razza refrattaria più di qualunque altra a tutti i sentimenti, a tutti i gusti e a tutti i talenti che onorano l'umanità… Vili senza obbedienza e ribelli senza coraggio…» Vedremo più avanti come il De Maistre sia stimato dai procuratori generali della repubblica in Sardegna per le sue doti di inquisitore.
In tempi ancora più recenti, all'inizio del 1900, una commissione di parlamentari si assume il compito di documentare le condizioni di vita e di lavoro dei minatori sardi e scrive che «l'operaio sardo non è neppure di molto rendimento in quanto riguarda la massa del lavoro prestato… su questo tutti gli osservatori (sic!) sono concordi : così l'ing. Ferraris, il quale ritiene che il rendimento del lavoro sardo sia di circa il 60% di quello continentale… ma meglio di queste testimonianze… vengono a provare lo scarso rendimento del lavoro sardo le differenze di salario riscontratesi nelle stesse miniere fra continentali e sardi»; e più avanti si dipinge il lavoratore sardo secondo la tipologia riservata dal colonialismo ai «selvaggi»: «il minatore sardo ha i difetti e le qualità del fanciullo», e nel loro insieme sono «una massa ancora relativamente primitiva con le ingenue qualità, le fiducie, gli entusiasmi che l'evoluzione sociale tende a distruggere, ma altresì senza il discernimento, la capacità di resistenza e di sforzo continuo e regolare che la civiltà crea e sviluppa» (Relazione della commissione parlamentare di inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna - 1911 - Vol. I. p. 17-19).
E' chiaro che in quest'ultimo caso i pregiudizi servono per giustificare i bassi salari dati agli operai sardi e le discriminazioni tra questi e gli operai del Continente.
Non vale la pena trascrivere altri esempi di pregiudizio sui Sardi. Asineria, assenteismo, inettitudine, vigliaccheria, ecc. sono attributi in uso nei confronti del nero, dell'arabo, del messicano, e così di ogni popolo, gruppo etnico, classe tenuti in soggezione.

2 - Il pregiudizio è una antica malattia sociale che concorre alla legalizzazione dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Anziché scomparire alla luce del progresso scientifico - come era stato annunciato dagli entusiasti vati dell'Illuminismo - si perpetua e si diffonde in forme più sottili nell'attuale società. La scienza a servizio del capitalismo anziché diradare le nebbie dell'oscurantismo le ha infittite, dando al pregiudizio un carattere di attendibilità scientifica, e quindi rafforzandolo. E' il sistema, sono le strutture oppressive e repressive di questo sistema che bisogna distruggere affinché l'uomo ridiventi uomo.
La nostra è una società fondata sul falso. I commenti politici distorcono l'immagine reale della parte avversa; vengono date attribuzioni dispregiative, in chiave manichea, a gruppi politici, a categorie sociali o a minoranze etniche, perpetuando la discriminazione in «buoni» e in «cattivi».
Un esempio ormai vecchio viene da certe campagne di stampa mosse da nazioni di lingua tedesca contro i nostri emigrati, definiti tout court «zingari, straccioni, accoltellatori» - e ciò è un aspetto di un più vasto fenomeno razzista, lo stesso che fa dire allo speaker del telegiornale «bandito» a chi delinque in Barbagia e «malvivente» a chi delinque a Milano.
Ugualmente attuale, e tragico, il pregiudizio nei confronti del libertario e dell'anarchico - un pregiudizio coltivato e diffuso dalla consorteria al potere per dare copertura e alibi alla eliminazione anche fisica degli oppositori politici non fagocitabili.

«Gli anarchici - scrisse Russell - come i socialisti, credono nella dottrina della guerra di classe, e se usano le bombe, le usano allo stesso modo come i governanti fanno uso delle bombe per i fini della guerra: senonchè, per ogni bomba che viene preparata da un anarchico ce ne sono molti milioni che sono fabbricate dai governanti, e per ogni uomo ucciso dalla violenza anarchica, ce ne sono molti milioni uccisi dalla violenza degli Stati. Possiamo dunque cancellare dalla nostra mente tutta questa questione della violenza che fa tanta impressione alla immaginazione popolare, non essendo essa essenziale, né peculiare di coloro che adottano l'atteggiamento anarchico» (Bertrand Russel - Socialismo Anarchismo Sindacalismo - Longanesi 1970).

Ho riportato questo giudizio di un grande filosofo borghese su una ideologia che egli non professa, perché è la sua testimonianza di come la vera conoscenza sia alla base per superare il pregiudizio e giungere al rispetto dell'uomo e delle idee.
Fra tutti i pregiudizi che avvelenano i rapporti umani, il razzismo è certamente il più grave per gli interessi turpi che lo generano e lo alimentano. Gli pseudo-concetti che sostengono il pregiudizio razziale sono: a) l'ipotesi scientifica che esistano razze diverse; b) una gerarchia di valori fra queste razze e quindi la superiorità di una razza rispetto a un'altra; c) il mito della esistenza di razze pure «elette» e il decadimento e la «inferiorità» degli ibridi rispetto alle razze d'origine.
Per giustificare il pregiudizio razziale, quando non si trovi appiglio in differenze somatiche evidenti tra il discriminatore e il discriminato, ci si arrampica sugli specchi con ipotetiche percentuali di sangue «inferiore». Mi riferisco alle varie leggi razziste negli Stati Uniti. Nel Missouri è legalmente nero chi abbia almeno un ottavo di sangue nero nelle vene. In Georgia lo è chiunque abbia una traccia accertabile di sangue nero. «Ne consegue che molti cosiddetti negri non si differenziano assolutamente dai bianchi né per il colore della pelle, né per i tratti del viso, né per il colore o la forma dei capelli» (Tullio Trentori - Il pregiudizio sociale - UN. Studium 1962 - p. 75).
Le scienze antropologica, biologica e psicologica dimostrano l'assoluta infondatezza dei pregiudizi di vario ordine con cui si è cercato e si cerca di dimostrare l'esistenza di una razza superiore e di razze inferiori. Si dice, da parte razzista, per esempio, che il nero è primitivo, che è inferiore perché fisicamente somiglia agli antropoidi: ha la pelle scura, il naso camuso, le estremità superiori lunghe e le estremità inferiori corte, i capelli lanosi e le labbra carnose. In verità, si obietta, gli antropoidi hanno sì in comune coi neri il colore della pelle e il naso camuso, ma riguardo alla bocca e ai capelli li hanno in comune coi bianchi: labbra sottili e peli lisci.
Per quel che mi riguarda, queste diatribe pseudo-scientifiche su chi assomiglia più alle scimmie mi fanno lo stesso effetto di quelle sul sesso degli angeli. Ma c'è chi le prende seriamente. Il Kroeber (A.L.Kroeber - Antropology Arcourt - N. Y. 1948), che è una autorità in materia, sostiene che all'esame dei dati somatici il nero non è più affine alle scimmie di quanto non lo sia il bianco.
Altro cavallo da battaglia razzista è la forma del cranio e la quantità della massa cerebrale (sono costretto a parlarne per introdurre i vaneggiamenti del Lombroso e in particolare del Niceforo che ha dedicato gran parte della sua vita ai «crani sardi» con un interesse paragonabile a quello del conte Ugolino). Non sarebbe serio se stessi a perdere tempo per dimostrare che forma del cranio e massa cerebrale non hanno nulla a che vedere con l'intelligenza individuale e sociale. Per dirla con lo Stuart Mill, l'elefante dovrebbe essere più intelligente dell'uomo. D'altro canto, ho sentito dire dalle mie parti che a «cranio piccolo» corrisponde «pene grande» - il che, messo sul piano della boutade, potrebbe alla fin fine pareggiare i conti.

Scrive il Myradal: «Nei primi tempi in cui il negro fu costretto a lavorare in America non fu considerato schiavo, ma fu considerato come i servi bianchi assunti a contratto e non fu mai giudicato un essere inferiore. Quando poi fu ridotto in schiavitù, si sentì il bisogno di una giustificazione che non fosse l'utile economico. E allora si cominciò a dire che il negro era un pagano, un reietto fra i popoli della terra, un discendente di Cam maledetto da Dio e condannato alla schiavitù, il costume dello sfruttamento del negro rimase: furono inventate allora altre giustificazioni. A sostegno della disparità salariale tra bianchi e negri si affermò che il lavoro di questi ultimi rendeva molto meno e che compensi più alti avrebbero spinto il negro all'ubriachezza. I negri non venivano accolti come operai nelle industrie, perché, si diceva, mancano di attitudini meccaniche, se lavorano presso una macchina si addormentano. Fu loro precluso l'accesso a ogni lavoro di carattere direttivo, adducendo che i negri non hanno attitudine ad una prolungata attività mentale» (Gunnar Myrdal - An American dilemma - N. Y. 1944).

Le stessissime idiozie - come si è visto - vengono dette dai colonizzatori italiani per giustificare lo sfruttamento cui sono sottoposti i Sardi.
Le conseguenze del pregiudizio razziale furono e sono la discriminazione e lo sfruttamento dei popoli mantenuti in una situazione di sprovvedutezza materiale e culturale. Tale situazione di coatta inferiorità rispetto al dominatore produce una effettiva inferiorità, che serve a sua volta ad alimentare e rafforzare il pregiudizio. Pregiudizio del dominatore e basso livello di vita del dominato finiscono per determinarsi l'un l'altro, creando un circolo vizioso che in altro modo non può rompersi se non con la rivolta dei popoli contro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

3 - La scalata al potere della borghesia piemontese, la realizzazione del suo disegno di egemonia nazionale e quindi il suo porsi in concorrenza con le altre potenze europee sono fatti che hanno prodotto alla fine del secolo scorso - e non soltanto in Sardegna - una spaventosa ondata di miseria nelle masse popolari. Una delle conseguenze è stata la diffusione della criminalità, come tentativo di sottrarsi alla fame e alla degradazione.
E' del 1897 il saggio del Lombroso «Sull'incremento del delitto in Italia e sui mezzi per arrestarlo», che si richiama ai valori del positivismo e ha goduto di una immeritata fama.
Quali sono le cause dell'incremento del crimine in questa terra martoriata dalla più spietata oppressione? Il Lombroso risponde mettendo queste cause in fila:
1) L’internazionalismo. Il socialismo è concepibile soltanto tra gli operai, ma è un fatto mostruoso se contamina i ceti contadini. Può anche andare bene in America o in Russia - egli dice - ma non in Italia. Il Lombroso che ama misurare il cranio al prossimo per valutarne il grado di follia, quando si tratta di internazionalisti non si scomoda neppure a tirare fuori il metro, e risponde al perché l'internazionalismo è causa del dilagare del crimine affermando semplicemente che i criminali lo usano come paravento nobile: «I delinquenti comuni prendono… a prestito la bandiera dell'internazionalista, poiché ben conoscendo il ribrezzo, ormai generale, per il delitto comune, essi così giungono a scusarlo dinanzi a loro stessi ed agli altri, appagando, ugualmente, le loro passioni.
2) La camorra. Non è un caso che l'autore parli di camorra e non di mafia. La mafia è una organizzazione a delinquere creata dalla consorteria al potere e a questa strettamente legata. Ci sono settori di attività disdicevoli (come quella della eliminazione fisica degli avversari) e allora si sopperisce con le «società di comodo». La mafia è, appunto, una «società di comodo» per quella società a delinquere che è la classe al potere. Il Lombroso parla di camorra perché questa è una società di disgraziati i quali per sopravvivere imitano la mafia di vertice. La camorra, tipica del Napoletano, è in pratica una società di mutuo soccorso fra poveracci in continuo conflitto con la legge.
3) Le associazioni. «Una triste prova ce l'offrono tutt'ora le Romagne. Lugo… è il Mandamento che gode il non invidiabile primato sopra tutti gli altri Mandamenti della provincia pel numero dei reati (816) e degli ammoniti (911). Gravi pensieri volge in mente chi non facendosi velo di alcuna passione dell'intelletto, tolga a considerare la pubblica sicurezza trovarsi in condizioni peggiori a Lugo dove più che altrove abbondano le associazioni legate fra loro in vincolo di federazione, e aventi lo scopo, come leggesi nel loro programma, di tutelare il progresso del benessere materiale e morale dei cittadini…». Ma c'è di più: «…A Ferrara, nel 1874-75 non poche associazioni operaie con apparenza di idee di mutuo soccorso, di coalizioni contro il consumatore (forse intendeva dire «a favore del» - n.d.r.), erano vere associazioni criminali…» Non basta ancora: le associazioni - tutte, escluse quelle per azioni dei capitalisti - sono fonte di criminalità: «Perfino le associazioni infantili delle grandi città furono trovate essere una delle cause precipue dei delitti così isolati che associati». E' quindi lo spirito associativo in sé che bisogna reprimere, perché «gli è che gli istinti primitivi del male, che esistono appena in embrione in ciascuno di noi quando siamo isolati, si ingigantiscono a contatto con gli altri».
4) Le armi. Un'altra circostanza influente sulle due specie di reati (associati e isolati) è la facilità di portare e maneggiare armi. Si potrebbe qui essere d'accordo con il Lombroso, se non si facessero distinzioni: il cittadino no, il poliziotto sì; il lavoratore no, il padrone sì; i popoli no, gli eserciti sì. D'altro canto, se si è davvero contro le armi, si potrebbe semplicemente eliminarne l'uso non fabbricandone più.
5) L'ozio. E' «una delle maggiori cause del brigantaggio e della camorra… era l'abitudine diffusa fra i popolani di Napoli di far crescere i loro figli fino dal terzo anno in mezzo alle vie, accattonando e giurando per tutti i santi di essere orfani e di morire di fame: il mendicante si trasformava presto in borsaiolo…» Quei bambini avrebbero dovuto frequentare i colleges come i figli della aristocrazia borghese laboriosa.
6) Gli ibridismi sociali. Non ho capito bene il perché, ma secondo il Nostro il miscuglio di gente diversa produce criminalità.
7) La miseria. Qui il Lombroso se la sbriga in due parole, anzi se la sbriga citando due parole di altri: «Stimolo, dettava Lavini, a molti reati contro la proprietà, chi lo nega? è la miseria; ma non esageriamo; e soprattutto guardiamoci dal fare di questa dolorosa verità un'arma per la difesa dei ladri…» Il «chi lo nega?» dubitativo infine un «lo nego» categorico: «Ed Havet parlando dei molti reati accresciuti nel 1867: Ciò che poi credo in diritto di sconfessare si è che dipenda dall'aumento della miseria. Pochi sono i casi di esseri indigenti. La vera miseria soffre tacendo».
8) L'alcool e, finalmente!, la mitezza delle pene. Le pene non sono mai abbastanza dure, sostiene il Lombroso suggerendo più pene di morte, meno assoluzioni e nessuna libertà provvisoria. E che dire delle carceri? «La galera è una causa diretta di delitti per se stessa, perché diventa un comodo albergo, stante all'esagerata mitezza riesce la mira di alcuni che delinquono per ottenerla». In altre parole, il cittadino si mette a delinquere per poter godere la vita della galera! Bisogna indurire le carceri, renderle effettivamente luoghi di pena, rispolverare l'uso della tortura in forme più efficaci. «Abbandonano le nostre carceri d'aria, di calore, di luce: vi regna una pulitezza quasi elegante: nessun risparmio nel vestito e nei giacigli: si pecca di superfluo nelle cibarie: si debilita, insomma, il controstimolo della pena riguardo a chi la soffre, e riguardo ai terzi, inclinati - per avventura - a seguire le orme colpevoli di lui».
Per inciso: i criminologi di mestiere mancano di fantasia. Il p.g. della cassazione, nel sermone 1977 in Campidoglio, ha sostenuto le stesse idiozie del Lombroso, che le carceri sono: «come alberghi dai quali si fugge quando si vuole», proponendo le solite soluzioni forcaiole.
9) Altra causa di delinquenza sono le giurie, per il fatto che ne esistono di due tipi: quelle del Sud e quelle del Nord. Le prime, composte da ignoranti, danno troppe assoluzioni e vanno male. Le seconde, composte da persone colte, danno più condanne e vanno bene. Il Lombroso ricorre al dato statistico: «Cagliari… dà le assoluzioni del 50 per cento… mentre l'Italia dà il 23 per cento».
10) Dopo avere avvertito che il coatto è un provvedimento con il difetto di essere «provvisorio» e «troppo limitato», il Lombroso passa a parlare dei giornali, anche questi fomite di delinquenza. «La pubblicità delle Assise accresciuta a mille doppi da quella della stampa, rende il delinquente spettacolo a se medesimo e agli altri poco dissimili da lui, e quel che è peggio, anche alle persone volgari, non ancora intinte del crimine, ma che non senza invidia vedono aperta un'altra via a quella meta cui ambiscono spesso tanto i piccoli che i grandi uomini, il far parlare di sé». Il concetto è chiaramente classista e razzista: il giornale, diffondendo la cronaca di un delitto stimola al delitto «le persone volgari» ma non quelle «civili». In ambedue le categorie umane, i crani delinquenti e i crani angelici, esiste la stessa ambizione a «far parlare di sé», ma i «cattivi» nel delitto e i «buoni» nelle opere pie (Tutti i brani tra virgolette del paragrafo sono tratti dal saggio «Sull'incremento del delitto in Italia e sui mezzi per arrestarlo», di Carlo Lombroso - Bocca 1879).

4 - «Attraversata la Sardegna con incarichi della Società Geografica Italiana e della Società Romana d'Antropologia, Alfredo Niceforo ha già pubblicato, sull'Isola, i suoi studi antropologici: Le varietà pigmee e microcefaliche della Sardegna - secondo il metodo tassonomico del Sergi - ed ora pubblica questi rilievi antropologici e sociologici sull'Isola troppo dimenticata, che - purtroppo - mostrano, quasi sotto l'evidenza di una lente d'ingrandimento, le sopravvivenze, i sintomi, i contraccolpi e i detriti di una patologia sociale passata allo stato cronico».

Così per ricordare ai governanti «l'Isola troppo dimenticata», Enrico Ferri presenta il saggio del Niceforo «La delinquenza in Sardegna», pubblicato a Palermo nel 1897. A sua volta, il giovane autore dedica la sua opera «al maestro affettuoso Enrico Ferri».
Il Niceforo è un seguace convinto delle teorie del Lombroso, crede nella eziologia genetica della criminalità (e della follia). Per dimostrare «scientificamente» l'assunto genetico bisogna scoprire nel delinquente, o presunto tale, particolari fisici «anomali», per esempio singolari forme craniche. E così, il giovane criminologo sbarca in Sardegna col compito di misurare e studiare la conformazione cranica degli abitanti. Con l'aiuto del dato statistico opportunamente manipolato, egli «scopre» che il Nuorese è la «zona delinquente» per antonomasia e che i suoi abitanti possiedono un cranio particolare, parallelepipedoides. Scopre anche, però, che le popolazioni dell'Isola vivono sotto lo sfruttamento in condizioni subumane, e questo aspetto «secondario» finisce per attirare la sua attenzione e commuoverlo fino al punto da minacciare di mettere in crisi la sua teoria della criminalità congenita.
Il Niceforo apre il suo saggio delineando la fisionomia criminale della Sardegna. Sempre sulla scorta dei dati che si è portato appresso, rileva che nell'Isola si commettono le peggiori nefandezze: usurpazioni, danneggiamenti, incendi, inondazioni (sic!), furti, aggravati e qualificati, rapine, estorsioni, ricatti, violenze, resistenze, oltraggi alle autorità, eccetera. Questi reati vedono la Sardegna sempre al primo posto nella graduatoria nazionale fra regioni.
Passando alla distribuzione dei reati nelle varie zone, egli rileva in ciascuna zona la «specializzazione» in uno o più crimini. La Gallura ha come forma tipica di delinquenza l'omicidio per vendetta. A prova della sua asserzione, l'Autore riporta una storiella che deve essergli stata propalata da qualche buontempone: «Ad Agius (Aggius - n.d.r.), paesello annidato sul monte, c'è ancora una povera vecchia, superstite di una guerra mortale che due famiglie s'erano dichiarata e che rimane - unica sopravvissuta - ad attestare il sanguinoso epilogo della strage reciproca delle due famiglie». Che fossero di origine gallurese i nobili Capuleti e i nobili Montecchi? Sta di fatto che in Gallura, come assicura il Niceforo, «quando si chiede una fanciulla in isposa, chi non mantiene la parola è condannato a morte».
Ad Alghero «la forma criminosa speciale è il furto». A un certo punto, il Nostro deve essersi ricordato che Alghero è una colonia di Catalani. Allora scrive che le bande armate che operano nella zona provengono da altre regioni dell'Isola, «quindi non si possono considerare come prodotti del paese stesso». Però, catalane o no, le donne dell'Algherese sono tutte puttane. «La corruzione femminile è grande e profonda, è piaga indimenticabile. Le donne del popolo sono di costumi facilissimi e si abbandonano con la massima facilità a questo o a quello, passando indifferentemente dalle braccia dell'uno alle braccia dell'altro». E questo è ancora nulla. Il peggio è che «si rifiutano di amoreggiare, anche platonicamente, con uomini di classe più alta; per l'uomo popolano, per il marinaio, per l'operaio fanno tutto ciò che è lecito e che non è lecito; per l'uomo della borghesia nulla». C'è da supporre che il Niceforo l'abbia chiesta alle algheresi e che non gliel'abbiano data.
A Bosa si diffama. La gente non fa altro. Pochissimi gli omicidi, rari i furti, «ma l'ingiuria e la diffamazione sono in quel territorio allo stato cronico».
Giunto in territorio di Nuoro, il giovane criminologo si ferma compiaciuto per l'abbondanza di materiale criminologico. I reati tipici del Nuorese sono la grassazione, il furto, il danneggiamento per vendetta, ma vi è anche dovizia di omicidi, rapine, estorsioni e ricatti. L'epicentro del Nuorese - che egli chiamerà «zona delinquente» - è, manco a dirlo, Orgosolo. «Nel delinquente nativo di Orgosolo… abbiamo trovato le stigmate ataviche impresse nell'organismo in modo sorprendente, e più che in ogni altro delinquente sardo: Orgosolo è il paese che dà vita alla fine fleure dei delinquenti nuoresi, è il punto criminale di una zona criminale».
Non potevano mancare tra questi paesi «tarati» anche quelli che producono pazzi. Per esempio Lodé, i cui abitanti avrebbero dichiarato guerra a un paese vicino (?) invadendolo in armi per rubargli il campanile e trasportarlo nel proprio paese. Documentando le sue tesi balzane con storielle del genere, l'Autore scrive che «anche la leggenda e la poesia popolare… ci presentano il Nuorese come terra di una più intensa attività criminosa».
«Gairo, Mandas, Lanusei, Arzana sono tutti paesi più o meno famosi per essere patria di ladri, di grassatori, di assassini». Nel territorio nuorese, ogni pietra, ogni zolla di terra, ogni cespuglio dei suoi monti testimoniano un delitto: qui fu ucciso un carabiniere, lì un esattore e appena più in là fu rapito un possidente. «Alla vetta del colle rimangono in piedi quattro mura screpolate, sorreggenti a malapena un tetto che si sfascia lentamente. E' una chiesa in rovina e tutt'intorno, tra i pioppi che biancheggiano pel declivio, una fila di rottami lascia indovinare che lì vi fu un paesello. E' il defunto paesello di Manorri, ove, nel secolo passato, per ira di parte, tutti gli abitanti, eccetto uno, si sgozzarono l'un l'altro in una notte».
A malincuore il Niceforo lascia il Nuorese (dimenticando di parlare delle altre zone dell'Isola e di descriverne i «reati tipici»), e con un salto di cento chilometri in linea d'aria passa a Villacidro, sorvolando la Marmilla, la Trexenta, i Campidani di Cagliari e di Oristano. Salta con piacere a Villacidro perché questo paese è «un frammento della zona delinquente». Effettuate le misurazioni craniche, il Niceforo conclude che «potremo paragonare la isolata criminalità di Villacidro ad una specie di fenomeno di migrazione… quella piccola zona… presenta tutti i caratteri della grande zona lontana, tanto da poterla paragonare a frammento che dopo essersi staccato dal territorio Nuorese, ne è gettato lontano».
A questo punto, il Niceforo comincia a tirare le somme parallele dei dati statistici e delle misurazioni craniche ed enuncia i principi razzisti:

«Questo predominio del delitto in alcuni paesi è certo dipendente, in gran parte, dalle razze, come anzi per alcuni paesi ci è rivelato dalla storia… Così la Sardegna… presenta una colorazione morale speciale in alcuni suoi territori; colorazione morale che si esplica nella forma criminosa della grassazione e del furto: questa zona è quella che chiamiamo Zona delinquente e che ci accingiamo a studiare».
«Questo rapido colpo d'occhio gettato di provincia in provincia sulla delinquenza specifica dei vari territori ci prova due fatti:
1) Ogni territorio della Sardegna ha una forma sua particolare di criminalità; forma che si differenzia dalle altre e che dà una speciale caratteristica al territorio in cui essa si manifesta.
2) Esiste in Sardegna una specie di plaga moralmente ammalata che ha per carattere suo speciale la rapina, il furto, il danneggiamento. Da questa zona, che chiameremo Zona delinquente e che comprende il territorio di Nuoro, quello dell'alta Ogliastra e quello di Villacidro, partono numerosi bacteri patogeni a portare nelle altre regioni sarde il sangue e la strage».

Dati per scontati i due fenomeni, il Niceforo si chiede «perché ogni territorio sardo ha una forma speciale di delinquenza» e, quesito che egli stesso ritiene ben più importante, «perché esiste nella Sardegna quella zona che abbiamo chiamato Zona delinquente».
Alla prima domanda, l'Autore per essere coerente con gli assunti genetico-razzisti risponde che «alla grande differenza antropologica» corrisponde «la grande differenziazione da paese a paese delle forme di criminalità». La Sardegna diventa così un mosaico di razze diverse: qui in Gallura, tipi perfettamente Celti; nel Logudoro, tipi latini, spagnoli e liguri; a Bosa, oltre i catalani, elementi greci e bizantini; a Terranova (oggi Olbia) i greci e i focesi; a Dorgali, i saraceni; a Cagliari, spagnoli e moreschi; nel Campidano, il tipo netto dello spagnolo; nell'Iglesiente, i mauritani; a Oristano, gli egizi; mentre, per finire, a Gonnesa e a Portoscuso si trovano tipi di una razza eletta che mandano in sollucchero il giovane criminologo, specialmente le femmine: «Hanno il cranio spiccatamente dolicocefalo» e sono una vera leccornia sessuale: «snelle, flessuose come giunchi, a cui il petto florido pulsa e cerca erompere fuor dalla camicia bianchissima; hanno un viso pallido e bello, occhi meravigliosi sotto meravigliose ciglia…».
L'esame generico dei caratteri fisici degli abitanti, per stabilirne le diverse origini razziali, non è conclusivo: la prova del nove è quella dei crani: «Dal momento che la razza… può perdere molti dei suoi caratteri ma giammai la forma del cranio e che essa… si trasmette da padre in figlio in inalterabile eredità, è appunto dallo studio dei crani sardi che può risultare ancora meglio la grande e continua sovrapposizione delle razze in Sardegna», e quindi la rilevazione dei tipi criminali.
Neanche a farlo apposta i crani dei Sardi - in particolare quelli dei Barbaricini - sono del tipo appartenente ai popoli più selvaggi e primitivi (cioè più criminali): il cuboides parvus, tipo comune nell'antico Egitto; l'ellissoides, l'ovoides e il pentagonoides, il trapeziodes, lo stecephalus e lo sphenoides comuni fra i Negriti e i Boscimani; e infine un cranio tipico «proprio e speciale» della Sardegna: il parallelepidoides variabilis sardiniensis (sic!) - probabilmente la causa del banditismo. Strano che la polizia non abbia pensato di schedare i cittadini sulla base della loro forma cranica!
Alla seconda domanda (perché «esiste la Zona delinquente») il Niceforo risponde diffusamente nel resto del suo libro, facendo un esame dei fattori individuali e dei fattori d'ambiente.
Ho riportato, sia pure sommariamente, le argomentazioni della tesi del Niceforo perché nonostante la loro infondatezza sono più diffuse di quanto non possa pensare il lettore fornito di spirito critico o di senso dell'umorismo. Buona parte dei moderni «banditologi», che si vergognerebbero a citare il Niceforo, non se ne allontanano di molto. Ignazio Pirastu, banditologo di sinistra, nel suo «Il banditismo in Sardegna», del 1973, a pag. 146 scrive: «Le caratteristiche dei reati più frequenti, dall'abigeato al sequestro di persona, il ruolo preminente dei latitanti e le forme in cui il banditismo si manifesta, non hanno consentito dubbi sulla necessità di orientare la ricerca delle cause, delle radici del banditismo sardo, nella struttura e nell'area geografica in cui è preminente la pastorizia. La criminalità caratteristica della Sardegna, propria del mondo pastorale, trova nelle Barbagie il suo epicentro». In effetti, il Pirastu accetta la tesi razzista del Niceforo, fa propria la definizione di «Zona delinquente» data alle Barbagie; e alla forma del cranio sostituisce la dimensione economica del pastore.
Io credo che la criminalità, come qualunque azione che l'uomo compie, si possa correlare a tutto: alla razza, all'ambiente geografico, all'attività economica, al livello socio-culturale, alla fede religiosa e perfino alle emorroidi che possiede. Ma se si parla di «cause» della criminalità, queste credo che siano da ricercare esclusivamente nel tipo di società in cui l'uomo è non liberamente inserito ma violentemente costretto: sia nel ruolo di sfruttatore che in quello di sfruttato, l'uomo vive, in termini diversi e opposti, la stessa violenza. La criminalità è il prodotto, l'unico possibile, di una società fondata sulla violenza, sulla sopraffazione, sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. La violenza e il crimine sono dappertutto e in tutti: ma chi sta al potere può decidere quali specie di violenza e di criminalità vanno represse alla base e quali legalizzate al vertice. Se per crimine intendiamo il rifiuto delle leggi che vengono imposte al popolo - e per crimine, in quanto definito nella sua sostanza da chi detiene il potere, non si può che intendere «atto di rivolta, rifiuto» - allora si può dire che tanti sono i crimini quanti sono gli uomini che reagiscono e non si sottomettono alla violenza e allo sfruttamento. Le forme di rifiuto dello sfruttamento, della ingiustizia, della oppressione, della repressione sono relative alla cultura propria di ciascun uomo. Le grassazioni agli uffici postali e alle case dei possidenti, definite «reati tipici del Barbaricino» non sono un reato sostanzialmente diverso dalla rapina a mano armata di banche e di gioiellerie nelle grandi città del Nord. Ci fossero state banche anziché uffici postali, in barbagia, indipendentemente dai crani e dipendentemente da un sistema ingiusto, si sarebbero rapinate le banche.
D'altro canto, le teorie genetiche sulla criminalità come spiegano il fatto che il milione e duecentomila furti commessi in Italia nel 1972 sono tutti addebitati ai ceti poveri? E' mai possibile che la casta al potere sia geneticamente «sana» e che la stragrande maggioranza delle masse popolari si geneticamente «tarata»?
Sostenere sulla scia del Niceforo che la Sardegna o qualunque altra regione economicamente «sottosviluppata» (cioè sfruttata) e culturalmente «sprovveduta» (cioè soffocata nella sua crescita) è «tarata»; dire che la Barbagia è una «Zona delinquente», privilegiarla di reati tipici (come si parlerebbe di «vini tipici»); fornire contemporaneamente al sistema, alla causa cioè di ogni crimine, la giustificazione di esistere e perpetuare la violenza; tutto questo non offende soltanto la dignità umana ma anche il più elementare buonsenso.
Infatti: che significato umano possono mai avere questi brani?

«La zona della Sardegna che abbiamo fissato di chiamare “Delinquente” … si è atrofizzata nel cammino della civiltà ed è rimasta con le idee morali delle primitive società… Vi sono nazioni che si arrestano e si atrofizzano ad un dato momento dell'evoluzione morale, e quando dieci secoli dopo, intorno a loro, le nazioni sorelle fremeranno di palpiti e di ideali nuovi, esse, povere moribonde, avranno ancora le idee e le aspirazioni del passato».

Ma chi le ha «atrofizzate»? Un virus cui quelle nazioni non erano immuni? O di quel virus erano portatrici «le nazioni sorelle palpitanti di ideali nuovi»? La civiltà - secondo un modello imposto violentemente dalle nazioni più forti - è giudicata a priori «buona» rispetto non dico ai modelli del passato ma anche a quelli ipotizzati dalle ideologie libertarie. Così, «primitivo» (come «libertario») diventa sinonimo di «criminale». All'opposto, «civilizzato», cioè integrato nella civiltà (di sfruttamento) del sistema, diventa sinonimo di «onesto». Per dimostrare che i Sardi sono criminali, il Niceforo fa dei salti mortali per trovare attributi di «primitività» e parallelismi negli usi e nei costumi coi popoli «primitivi» (primitivi fin che si vuole, ma difficilmente definibili criminali, a meno che non si ritenga che in virtù dello spirito santo quei popoli siano tenuti a conoscere e a rispettare i codici del diritto civile e penale della repubblica italiana o di quella spagnola).
I Sardi - dice il Niceforo - «si ungono i capelli (come troviamo nei popoli prischi)… sono uomini selvatici e crudi che vivono di rapina…» Anche il canto e il ballo sono «in essi forme del selvaggio e del primitivo… Le danze non sono che la riproduzione di quelle… di cui parla il Luebbok nei suoi studi sui popoli primitivi». Il pastore - prosegue citando il Mategazza - «abbronzato dal sole, indurito alla fame, alla sete, è un vero arabo che spesso fa da beduino, non ha della proprietà altrui idee molto precise…». A proposito di idee sulla proprietà, riferita all'uso comune della terra, si vedrà in altra parte di questo libro quale idea «molto precisa» ne avessero i colonizzatori piemontesi.

«La razza che popolò quei paesi (della Barbagia) - riprende il Niceforo - era una razza assolutamente priva di quella plasticità che fa mutare ed evolvere la coscienza sociale… In quella Zona così storicamente isolata, e che è appunto il centro dell'Isola, si radunò, fin dai primi tempi, una popolazione che aveva del selvaggio nelle vene, che non fu mai d'accordo né con i Cartaginesi, né coi Romani, né coi Bizantini, né cogli Spagnoli, né coi Piemontesi, né con gli Italiani di oggigiorno…».

Insomma, si fa addebito di primitività (e di criminalità) ai Sardi, ridotti in schiavitù nei tempi antichi, in servi della gleba nel medioevo, in affamato sottoproletariato nei tempi moderni, perché non si sono mai «trovati d'accordo» con chi li riduceva in quelle situazioni.

C'è un passo, nel Niceforo, che è veramente sintomatico di follia criminale: «Nella Zona delinquente le generazioni si sono succedute; al posto dei padri sorsero i figli, ma quei figli non furono migliori dei padri. Lo stesso arresto di sviluppo nel senso morale agghiaccia le anime dei novelli venuti, poiché i sentimenti dei padri - per legge psicologica - si trasmettono ai figli; esiste una eredità morale come esiste una eredità fisica… la psiche del pastore di cui ci occupiamo, è il prodotto delle psiche che l'hanno preceduto; le psiche dei figli che nasceranno saranno i prodotti delle psiche attuali. Tristi prodotti davvero!… Nelle loro cellule nervose c'è qualcosa di organizzato che li spinge fatalmente al sangue, e questo qualche cosa è l'eredità morale» (Tutti i brani riportati tra virgolette nel paragrafo sono tratti dal saggio di A. Niceforo «La criminalità in Sardegna» - Sandron 1897).

5 - In questi ultimi anni non c'è rimasto un cane di bandito sulle pietre della Barbagia - dove per altro vive gente sfruttata e taglieggiata dal sistema. Eppure, i procuratori generali, nelle loro annuali concioni, dedicano all'inesistente fenomeno uno spazio spropositato, che evidentemente è necessario per avviare il discorso sul potenziamento delle forze di polizia: quelle presenti non sono mai sufficienti. A sentire queste annuali apoteosi della repressione sistematica, si ha la prova che banditi e criminali occorrono al sistema, tanto che se non ci fossero crollerebbe tutto quanto, comprese le inaugurazioni dell'anno giudiziario.
A dare corpo al «fantasma» concorrono i lacché dei servizi di informazione. Fra i tanti titoli che appaiono quotidianamente sulla stampa padronale, ne ricordo uno su tre colonne, esemplare per comprendere la «strategia della tensione antibarbaricina»: «Brillante operazione di polizia - Pericoloso ricercato arrestato - Denunciato per porto d'armi abusivo». Leggendo il testo dell'articolo, si apprende che il «pericoloso ricercato» per una condanna per pascolo abusivo è stato arrestato, mentre saliva sulla nave di linea Olbia-Civitavecchia, perché trovato in possesso di una leppa, il coltello a serramanico strumento di lavoro di ogni pastore o contadino. Che non è certamente un'arma idonea a effettuare rapine e sequestri di persona.
Grazie al codice Rocco e alla complicità del parlamento, la polizia ha tanti pretesti per mandare in galera un cittadino da poter fare anche a meno di trovargli o di mettergli in tasca un coltello a serramanico. Ci sono, fra gli altri, gli articoli del codice penale che definiscono i delitti contro la pubblica amministrazione: «la violenza e minaccia a pubblico ufficiale», art. 366, che comporta la reclusione fino a 5 anni; «la resistenza a pubblico ufficiale», art. 337, reclusione fino a 5 anni «l'oltraggio a pubblico ufficiale», art. 341, reclusione fino a 2 anni; il tutto con l'aggiunta di «aggravanti» che consentono a qualunque poliziotto di eliminare, senza prove, un cittadino «sgradito».
E' accaduto di recente a un compagno fermato dai carabinieri per una dubbia infrazione al codice stradale, di essere stato minacciato di una aggiunta di oltraggio, se non avesse firmato il verbale di contravvenzione accettando come buona la versione dei fatti imposta dal più forte.
Sfuggire alle trappole disseminate nei codici e ai «poteri discrezionali» di cui sono investiti i funzionari di polizia non è facile neppure per i Barbaricini, che pure sono abbastanza scaltriti per avere sperimentato sulla pelle ogni genere di strapotere. Durante la rivolta antimilitarista di Orgosolo (giugno 1969) provocata dalla decisione del ministero della difesa di trasformare i pascoli di Pratobello in una base di esercitazioni belliche, su circa 4.000 manifestanti - praticamente tutta la popolazione - la polizia non riuscì a trovare una sola leppa, neppure un temperino, in tasca ad alcuno. Si fece allora scattare il meccanismo dell'art. 140, I e III comma, del codice penale militare in tempo di pace: «introduzione in zona militare» (ma gli Orgolesi avevano occupato i loro pascoli perché non diventasse «zona militare»!) e come di prammatica lo si condì con un pizzico di resistenza e di oltraggio.
E' già una grande prova di maturità civile, il fatto che il pastore spesso eviti la risposta violenta. Il latitante difende la propria libertà se attaccato, ma non attacca mai la polizia anche quando è in una posizione di forza. Egli dimostra di essere un uomo profondamente pacifico nelle sue risposte alla oppressione, allo sfruttamento e alle provocazioni: rapinato dal latifondista e dall'industriale caseario; fiscaleggiato e dissanguato da tasse e balzelli; violentato dalla polizia; mandato con razzistica disinvoltura al confino o in galera.
Il latitante Pasquale Tadeddu, in una testimonianza, sfoga la sua amarezza con un sarcastico gioco di parole: «La cosiddetta polizia non sta facendo altro che sporcizia». Dove con «polizia» indicava una parte per il tutto.
Una delle attuali definizioni che il sistema dà del banditismo isolano è quello di «grave e allarmante sintomo di una società ammalata di arretratezza». I giornalisti alla moda parlano di «società del malessere». Sono definizioni falsamente democratiche, per almeno due buone ragioni. La prima è che il banditismo - come è dimostrato dalle stesse cifre - non è né grave né allarmante, sia come quantità che come qualità. La seconda è che se la causa - accertata una volta per tutte - è l'arretratezza, dovrebbe essere sufficiente eliminare questa causa per far cessare l'effetto.
Prendendo per buona la tesi dell'arretratezza come causa di delinquenza, quali sono stati fino a oggi i rimedi con cui il sistema ha curato il «malessere»? Tutte le medicine finora usate avevano unicamente lo scopo di provocare, mantenere e aggravare la malattia. Nessun medico che voglia veramente il ristabilirsi dell'infermo si intestardisce a eliminare i sintomi senza invece darsi da fare per eliminare la causa.
Il popolo sardo - si dice - è malato cronico. E' malato di dominio coloniale; malato di carenza di libertà e di giustizia. E si pretende di sfamarlo con i refettori clericali, con le beneficienze «una tantum» delle prefetture e con i telegrammi di cordoglio dei presidenti. Si pretende di placare le sue ansie di progresso con i sonniferi delle promesse e degli appelli ai valori patri. Si risponde con i baschi blu, con i lanciafiamme, con le taglie, con il confino, con le stragi e con la galera al suo bisogno di libertà.

6 - L'uso delle taglie è ancora oggi uno dei mezzi correttivi privilegiati dal ministero dell'interno. Dal 1962 al 1965 (dati che ho sottomano) su 7 taglie pagate in Italia, 4 sono andate pagate in Sardegna: 3 milioni per Giuliano Pes (pagati il 21 aprile 1962); 2 milioni per Nicolò Porcu (20 maggio 1962); 1 milione per Battista Saba (13 novembre 1963); 1 milione per Vittorino Mulas (28 gennaio 1965). Dal 1965 a oggi (1974), la Sardegna è ancora al primo posto nella graduatoria delle taglie.
Non è dato sapere - ufficialmente - a chi vadano a finire queste vincite da terno al lotto. Per evitare rappresaglie, il nome del delatore viene mantenuto segreto - a meno che la polizia non abbia interesse a fomentare conflitti che metterebbero allo scoperto gli elementi turbolenti. Il mandato di pagamento della taglia viene intestato all'organo di polizia che ha portato a termine l'operazione. C'è chi sostiene che lo stesso organo si trattenga una percentuale.
La segretezza dovrebbe essere la condizione essenziale per ottenere dal cittadino la «collaborazione» con la giustizia, senza incorrere in rappresaglie. Resta il fatto che il sistema, quando è a corto di banditi da perseguire e da utilizzare, ha la possibilità di «soffiare» il nome di veri o presunti delatori, scatenando così quelle sanguinose catene di vendette note col nome di «disamistades».
In ogni caso la segretezza non è mai certa. Nelle nostre comunità, i movimenti di ognuno, perfino certi comportamenti intimi, sono costantemente osservati e commentati. Prima o poi il delatore - o chi poteva avere interesse alla delazione - viene scoperto e spesso per lui pagano anche familiari e parenti.
Alimentato dalla istituzione delle taglie, il mito del bandito-eroe si rafforza nel popolo, che si inventerebbe un delatore anche quando non ci fosse. «Anche il Cristo è stato tradito da un Giuda» - si dice. Nella fede popolare, un «eroe» non può soccombere senza un traditore. D'altro canto, questo mito è diffuso anche a livelli nazionali, e le varie storie patrie sono piene di tradimenti per giustificare guerre ignominiosamente perdute.
Abbastanza frequente è il caso di «taglie concordate» tra il fuorilegge e la polizia. In questo caso, l'entità della somma pagata è di gran lunga superiore a quella della taglia ufficiale che il ministero competente fa affiggere ai quattro cantoni, alla maniera del vecchio West. Il latitante con taglia è praticamente un condannato a morte: rischia di essere ucciso in un conflitto con la polizia o di finire in una imboscata di un cacciatore di taglie. Tanto vale che cerchi un accordo con la polizia e mercanteggi il proprio «arresto», ricavandone il più che può nell'interesse della sua famiglia e ancor più degli avvocati che dovranno difenderlo nei vari processi. Anche la polizia, dal canto suo, ha tutto l'interesse a condurre a buon fine l'accordo (di cui l'opinione pubblica non sa nulla), perché ogni cattura di «pericoloso» latitante è una operazione «brillante» che comporta promozioni, aumento di prestigio e di stipendio.
Fra i numerosi casi di «taglia concordata» è noto quello di Luigi Serra di Orune, accusato di sequestro di persona e di una clamorosa rapina nei tornanti di Cuglieri, dove vennero bloccate una quarantina di auto e ripuliti tutti i viaggiatori. Il Serra, latitante valutato «pezzo grosso» con taglia di 5 milioni, una sera di fine giugno del 1967 si fa acchiappare vestito con «l'abito buono» e con la valigia in mano. Lo prendono in consegna carabinieri e poliziotti, che hanno raggiunto un accordo per spartirsi equamente gli onori e i premi della «cattura».
Il 1967 è un anno nero per le forze della repressione, che devono subire la presenza di un certo numero di latitanti senza riuscire ad acchiapparne uno. L'operazione che porta alla falsa cattura del Serra, preventivamente definito «pericoloso», servirà a equilibrare la situazione, a ridare prestigio all'istituzione. Non è dato sapere quanti milioni, oltre i cinque della taglia, siano stati pagati dall'erario per ristabilire tale prestigio.
Non sempre l'operazione «taglia concordata» si conclude pacificamente. Se il latitante non prende le debite precauzioni (e qualcuna di riserva) può accadere che nel momento in cui arriva al luogo dell'appuntamento per costituirsi venga accolto da una raffica di mitra. Si inscenerà allora il solito conflitto a fuoco, dove - si dirà - il fuorilegge ha avuto la peggio.
E' assodato che anche Graziano Mesina ebbe da parte della polizia, tramite l'avvocato Bagedda, diverse e cospicue offerte di denaro per costituirsi. La stampa parla con dovizia di particolari di un primo tentativo del genere messo in opera nell'estate del '67 da alti funzionari di PS. La prima offerta al «divo» Mesina fu di 10 milioni. Mesina ne chiese 100. Si sa anche che a Roma si era disposti a pagare i 100 milioni. Alcuni commentatori dell'operazione hanno giustificato la disponibilità del potere repressivo all'accomodamento con il calcolo dei costi del latitante orgolese per l'erario. E' stato scritto che «dare la caccia a Graziano Mesina significava spendere 1 miliardo all'anno in battute, rastrellamenti, posti di blocco e varie altre operazioni di polizia». Di conseguenza, togliendosi dai piedi Mesina con 100 milioni, lo Stato ne avrebbe risparmiati 900 in un solo anno.
Non condivido questa opinione: quel miliardo in operazioni di polizia lo Stato lo avrebbe speso ugualmente anche senza la presenza di Mesina. Infatti, quello stesso spiegamento di forze è presente in Barbagia anche dopo la «cattura» del latitante orgolese. Va ribadito che la presenza di un forte e agguerrito apparato repressivo in Sardegna è indipendente dalla esistenza o meno di fenomeni di criminalità e ha invece la funzione di esercito di occupazione coloniale e di corpo speciale antiguerriglia.
Al sistema, l'operazione dei 100 milioni conveniva per il prestigio che ne avrebbe tratto catturando un latitante mitizzato, diventato popolare per la sua fama di imprendibile. Oltre i 100 milioni, per convincerlo a costituirsi, alti funzionari di polizia promisero a Mesina alcuni privilegi, tra cui la detenzione in una colonia agricola, dove avrebbe potuto vivere lavorando all'aperto. (E' nota la paura ossessiva della clausura, caratteriale nei nostri pastori usi a vivere fin da piccoli sotto il cielo aperto).
Dopo la criminale montatura del traliccio di Segrate è trapelato che nella operazione per la costituzione di Mesina si inserì un alto funzionario del SIFAR, al quale premeva far passare il latitante orgolese per un «guerrigliero» alla Che Guevara, legato a un fantomatico movimento separatista sardo finanziato dall'editore Gian Giacomo Feltrinelli. I giornali padronali - e non soltanto quelli apertamente fascisti - hanno montato spudoratamente l'intrigo. Ed è facile comprendere dove volessero arrivare, partendo dalla «strage di stato» del 12 dicembre. Mesina, in questa circostanza, ha dimostrato di essere un uomo mille volte più pulito dei suoi altolocati subornatori: egli ha ripetutamente smentito, anche davanti al magistrato di avere mai avuto rapporti col fantomatico movimento separatista, di avere mai ricevuto proposte di guidare una guerriglia politica, di avere mai avuto a che fare con l'editore Feltrinelli. Destinato a più ergastoli, non aveva nulla da perdere e tutto da guadagnare convalidando la montatura, dopo la sua costituzione - ma la dignità di un «bandito» del Supramonte è una cosa seria.
Ho detto costituzione e non cattura in contrasto con la versione ufficiale. E' del tutto inverosimile che Mesina (niente affatto «bruciato» nel suo ambiente, anzi sulla cresta dell'onda e pertanto immune da soffiate) se ne andasse a spasso in auto finendo dritto dritto davanti a un normale posto di blocco della polstrada (che qualunque automobilista senza patente può agevolmente evitare) e portasse in tasca oggetti appartenenti a un possidente sequestrato, per fornire alla polizia le prove della sua colpevolezza. Per non dire del suo abbigliamento: azzimato e rasato, pronto per i flashes della conferenza stampa e per gli operatori della tivù già radunati in questura.

«Il primo elogio va alle forze di polizia che lo hanno catturato, il secondo a Mesina che si è fatto catturare - ironizza una rivista - E perché no? Il bandito orgolese si è comportato da cittadino esemplare. Ha trovato un posto di blocco e si è fermato. Gli hanno chiesto i documenti e non li ha esibiti perché non li aveva. Ha tentato, è vero, di dare false generalità, ma appena riconosciuto si è arreso alla realtà: "Sì, sono Mesina". Che altro si può pretendere da un giovane che fino a ieri era considerato il più sanguinario dei banditi del Supramonte?
La macchina sulla quale viaggiava era munita come una piazzaforte. Due pistole con la pallottola in canna e tante bombe a mano quante ne bastano per uccidere un battaglione di vietcong. Evidentemente il bandito aveva scartato l'eventualità di potersene servire. Ebbene, non se ne è servito. Perché? Perché forse, in fondo, è un bravo ragazzo. Delinquente finché si vuole, ma bravo ragazzo. Viene il dubbio che non sia stato lui a impegnare per tanti mesi i baschi blu sulle impervie montagne del Supramonte. Sembra quasi impossibile che gli agenti morti sopra Orgosolo sia stato lui a farli cadere.
Aveva anche il coltello a serramanico e non se ne è servito. Né si dica che un coltello a serramanico non serve di fronte a sette mitra. Serve, eccome! L'assassino dell'agente Tamponi era armato di coltello: è bastato quello a mettere a tacere sei bocche di fuoco. Dunque, considerati i precedenti, Mesina si è comportato in maniera sbalorditiva. Legato mani e piedi, come un salame, ha finito col destare la pietà e il rispetto del questore in persona. "Caro giovane", gli ha detto il questore, "poteva accadere di peggio".
Ma c'è un'altra ragione per cui Mesina, dopo che gli agenti lo hanno catturato, merita un elogio. Ha aspettato l'arrivo in Sardegna del capo della polizia Vicari. Chissà quante volte deve aver percorso a piedi quel tratto di Funtana Bona, a due passi dal suo rifugio. Chissà quante decine di chilometri deve aver fatto di corsa per togliersi dal collo l'alito dei cani e dei baschi blu. Eppure, fatalità, è andato a cacciarsi in macchina quasi all'entrata di Orgosolo, a casa sua; dove si diceva andasse e venisse indisturbato, proprio nei giorni in cui qualcuno non escludeva che potesse essere il mandante se, non l'esecutore diretto dei quattro sequestri di persona operati nel mese di marzo. Un bravo ragazzo e per giunta disinteressato… poteva consegnarsi alla polizia quando voleva, intascandosi tranquillamente la taglia. Poteva perfino trattare la sua cattura…
Che sia intervenuta una conversione? Un fatto è certo: egli ha fatto tutto il possibile perché le casse dello Stato - abbastanza esauste per il costo di un esercito di baschi blu mobilitato in funzione della sua latitanza - non avesse a soffrire altre emorragie. Pare che il capo dell'anonima sequestri… abbia disposto per il futuro il controllo antidoping per gli affiliati. Prima di uscire dalla tana, i banditi devono dar prova di non aver preso tranquillanti…» (In «Sassari Sera» del 30 marzo 1968).

Sulla stessa rivista (aprile 1968) ho così commentato la cattura di Mesina:

«…Una folla immensa si è raccolta al passaggio del bandito-eroe: donne ululanti, giovani acclamanti, fanciulle in deliquio. Gli sclerotici della morale borghese - che a uscir di casa per entrare in contatto della folla maleodorante si prendono il cimurro - hanno attaccato la tiritera del divismo deteriore. Presi da divismo tutti, però. C'erano tutti i poliziotti della questura, anche gli uscieri coi reumi. Facevano a spinte per entrare nel quadro televisivo che aveva al centro il divo acchiappato. Un divo frastornato, un vero ecce homo.
Mai la Sardegna aveva avuto tanto tempo e tanto spazio nelle cronache televisive. Neppure durante le tragiche siccità che avevano falciato greggi e inaridito raccolti, affamando intere popolazioni. Neppure quando si scoprì che a Gonnoscodina la popolazione infantile era in alta percentuale affetta da tubercolosi per denutrizione e quando a Cabras era scoppiata una terribile epidemia di colera. Dalla faccia e dal tono dello speaker si poteva temere che fosse scoppiata la guerra atomica. O che il papa si fosse sentito male.
…Un fatto del tutto normale che si è voluto far passare per straordinario. Perché la mitizzazione di certi avvenimenti fa comodo al sistema. Ne è addirittura la sostanza vivificatrice. E non soltanto in periodo elettorale. Se la cattura di un qualunque fuorilegge apparisse normale routine di polizia, la «bontà» del sistema apparirebbe irrimediabilmente compromessa dagli scandali a catena del ladrocinio legalizzato. Una operazione compiuta da comuni mortali in divisa che atterrano, restando indenni, un eroe è una impresa mitica…
Graziano Mesina ha fatto così l'apoteosi del sistema: ribellandosi ne è stato bandito; attaccandolo lo ha rinforzato; assumendo il ruolo dell'eroe popolare ha contribuito a distorcere e a vanificare la rivolta, il riscatto della sua gente… facendosi catturare ne ha dimostrato l'efficienza.
E' stato scritto che Mesina si sarebbe riscattato assumendo il ruolo del Che-sardignolo. Non ci sono Che che tengano contro il moderno Leviathan. Il mitico mostro impallidisce davanti alle infernali arti della società dei consumi, che ha infiniti occhi televisivi puntati sulle umane coscienze. Neppure il sommo Jahvé possedeva tali poteri. I tempi moderni sono tempi duri per i Che. Non muove foglia che il sistema non voglia. Quando gli eretici escono dalle conversazioni da salotto e predicano in piazza finiscono con la testa in un piatto o in croce o al rogo. Graziano Mesina è finito in galera. La sua fine era decisa dal momento in cui superò i limiti del gioco.
Quando gli sceriffi tengono concilio coi padroni dei saloons e delle farms e appuntano stelle di vice e distribuiscono Winchester ai cow-boys volontari, allora le cose si mettono male per i desperados. Non c'è omertà, né tana, né velocità nell'estrarre la Colt che li salvi. Si fanno prendere come “pisci alluau”, come fessi.
Ci sono limiti che non devono essere superati. Il sistema prevede nel proprio interno qualunque eccezione: purché confermi la regola. Per esempio, in certe nostre comunità agricole è consentito il furto di determinati prodotti: favette, fichi e più in particolare frutta spontanea, erbe commestibili, legna da ardere e sassi da muretto. Invece, per il furto di un carciofo o di un pesce pescato in acque padronali si rischia una fucilata o qualche anno di galera. L'eccezione - cioè l'attività delinquenziale nel basso - è tollerata fintanto che non rompe l'armonia dell'ordine costituito - cioè la regola delinquente del sistema.
Se Grazianeddu si fosse limitato a recitare la parte del Che-sardignolo, a vendicare ingiustizie rubando pecore e a difendere la legge dell'onore barbaricino trucidando orgolesi, con tutta probabilità egli calcherebbe ancora le pietre del Supramonte coi suoi gambales di cuoio duro. Ha commesso un errore - oppure si è deciso di attribuirglielo: il che, nella morale del sistema, è la stessa cosa: sono stati sequestrati e rapinati padroni di saloons e di farms di antica tradizione. Gente che, con i Johnson, sono cardine del sistema. Un errore imperdonabile toccare i cardini del sistema. Ce lo insegna la storia.…
La fine di Mesina era scontata. Dal momento in cui il suo modo di essere eretico minacciava l'ortodossia. Ognuno di noi è ciò che è fintanto che il sistema glielo consente. Il sistema è la perfetta organizzazione della perfetta strumentalizzazione di ciascuno di noi. A tutti i livelli…
Mesina rientrava nel fenomeno ammaestrato che risolve nella dialettica della protesta borghese la rivolta delle coscienze proletarie, giovando all'incremento dei consumi di massa… Eroe-bandito, ammirato dai giovani e vagheggiato Che di rivoluzionari in pantofole, rappresenta l'ansia di libertà e la violenza della rivolta di cui le masse popolari sono concretamente incapaci - o meglio, ne diventano incapaci proiettandosi in un eroe. Il mito dell'eroe (che per altri aspetti ma con identico meccanismo è culto della personalità, è divismo) è perfettamente teorizzato e strumentalizzato ai fini del sistema. Il fenomeno Mesina va inquadrato in questo contesto. E così pure le voci che si sono levate scandalizzate a deplorare gli applausi isterici dei giovani e le lacrime passionali delle fanciulle per il Che barbaricino costretto in catene. Erano voci già incise da tempo nel nastro della storia guidata. La storia non la fa Mesina, né i magnifici sette che hanno avuto il compito fortuito di catturarlo. Non la fanno gli applausi dei ragazzi, né la passione delle fanciulle. E neppure gli intellettuali contestatori e quanti con loro eiaculavano la rivoluzione isolana fantasticando sulla eccitante immagine di Grazianeddu in gambales. La storia la fanno i padroni dei saloons e dei farms che hanno i dollari per tenere in piedi i pilastri del sistema. Anche il popolo, è vero, può fare la storia. Il popolo e non altri in suo nome. Potrà farla quando sarà padrone dei saloons e dei farms. Quando ogni uomo sarà egli stesso un eroe in proprio e non avrà bisogno di proiettarsi e identificarsi in un bandito per sgravarsi i testicoli».

Le rocambolesche avventure di Mesina non finiscono qui. Quotidiani e rotocalchi avranno ancora occasione di rispolverare e ripiazzare sul mercato il bandito più venduto d'Italia.
Il 20 agosto del '75 Grazianeddu scappa dal carcere di Lecce. Fuggono con lui alcuni politici. Tra questi, Martino Zichitella e Giuseppe Sofia, definiti dalla polizia leader dei nuclei armati proletari. Tra le altre consumistiche illazioni della stampa, se ne deduce che il bandito orgolese si è dato alla politica, che finalmente ha deciso di assumere il ruolo del guerrigliero schierandosi con i nap e con le br. Mesina non si degna di smentire - la cosa non gli fa né caldo né freddo, se ne sono dette tante di balle, sul suo conto. Ma quando Zichitella muore e muore un agente nel noto attentato, e comincia a venire fuori la voce che è stato proprio lui a far fuori Zichitella ferito durante l'operazione, affinché non parli, allora Mesina si risente e telefona ai giornali dicendo che gli dispiace ma che lui non c'entra un accidente e che non gli calza affatto il ruolo di rivoluzionario.
D'altro canto, nel febbraio del '75 Mesina tenta una evasione dal carcere di Volterra con altra ben diversa compagnia, i fascisti Mario Tuti e Roberto Masetti. Se ne può dedurre forse che Grazianeddu è diventato fascista?
Il 16 marzo del '77 nuova bomba. Mesina viene acchiappato a Caldonazzo, in provincia di Trento.
Sono state scritte un mucchio di sciocchezze sulla Primula Rossa del Supramonte, molte inventate di sana pianta per rendere più appetibile il personaggio. Mi sembra perciò doveroso riportare l'intervista di «Sassari Sera» all'avvocato Giannino Guiso, difensore di Mesina e di estrazione culturale barbaricina.
D. «…subito dopo l'evasione dell'ex re del Supramonte dal carcere di Lecce avevamo esaminato tutte le ipotesi di fantapolitica che erano state fatte sulla trasformazione ideologica-culturale i Grazianeddu. L'avvocato Guiso era stato molto preciso: Mesina è maturato notevolmente, è cresciuto culturalmente e politicamente, ma non si è trasformato, come molti lo indicavano, né in nappista, né in brigatista…»
Guiso: «Ho sempre parlato di Mesina come un detenuto che all'interno della istituzione carceraria aveva subito una profonda trasformazione politica che deve identificarsi in una presa di coscienza del suo stato di detenuto, della sua stessa condizione sociale, degli errori che Mesina aveva commesso nel passato più per colpa dell'ambiente in cui era vissuto che per sua volontà. Quindi, uscito fuori da quel condizionamento ambientale, si era completamente trasformato. L'istituzione carceraria poi, con tutta la sua violenza, aveva fatto capire a Mesina in che tipo di società viveva e l'aveva portato spesso a contestarla, tant'è che in numerose lettere che aveva indirizzato a me e ad altri parlava proprio di questa società che usava due pesi e due misure nei confronti dei cittadini, a seconda della loro condizione sociale. Ricordo in particolare che in una lettera, in cui mi parlava delle sue precarie condizioni di salute (allora era sofferente per un'ernia) si richiamava al caso del commissario Scirè che viveva tranquillamente nell'infermeria del carcere, mentre lui, sofferente, era costretto in una cella di isolamento… Per quanto riguarda poi la polemica sulla formazione politica devo precisare che io non ho mai detto che Mesina appartiene ad un gruppo o ad un movimento politico, ho parlato solamente di maturazione politica che confermo, perché ho potuto constatarla personalmente… Mi si potrà obiettare: …Mesina è implicato in altri fatti delittuosi: queste sono situazioni che qualsiasi latitante, che deve vivere alla macchia, deve affrontare perché soprattutto nella penisola stare alla macchia significa fare una vita pericolosa e dover pagare tangenti a tutte quelle persone che offrono la loro assistenza solo dietro larghi compensi. L'ambiente è completamente diverso da quello che Mesina ha conosciuto: non c'è come in Barbagia il pastore che uccide il maialetto e dà da mangiare al latitante, ma vi sono solo persone che l'ospitalità se la fanno pagare a caro prezzo…».
D. «Al momento della cattura, ad un giornalista che gli chiedeva perché non avesse studiato, Mesina ha risposto: - Me l'hanno impedito. In carcere mi hanno sempre detto che tutto quello che avrei imparato mi avrebbe fatto diventare più cattivo - Cosa pensa di questa frase?».
Guiso: «…Mesina in carcere aveva tentato di studiare: io stesso gli avevo fornito numerosi libri e insieme avevamo iniziato a fare un certo lavoro sistematico perché lui cominciasse ad entrare in un certo ordine di idee diverse e all'interno del carcere utilizzasse il tempo per farsi una cultura. Ricordo che nel periodo che è stato a Cagliari ha letto circa un'ottantina di libri che io gli portavo e sul contenuto dei quali si discuteva insieme. Ricordo che in quel periodo era molto in voga "Il signor Presidente" di Asturias, e Mesina aveva colto benissimo il senso di questo romanzo; la figura di questo presidente che mai compariva ma era sempre onnipresente, era l'emblema di un potere che opprimeva e sopprimeva tutto: e questo libro lo aveva interessato moltissimo.
Poi è iniziata la peregrinazione di Mesina: fu massacrato di botte nel carcere di Porto Azzurro (esiste a questo proposito una denuncia), rimase poi sofferente di un'ernia per la quale fu curato a distanza di anni dopo che io mi rivolsi al ministro di grazia e giustizia perché lo sottoponessero ad un intervento che a tutti i medici delle carceri appariva invece superfluo. Mesina invece stava male e all'istituzione carceraria, naturalmente, questo stava bene e necessitava quindi di un minor controllo. Mesina comunque ha sempre cercato di studiare, è stato l'ambiente che non glielo ha mai consentito, perché si riteneva, ingiustamente, che la cultura lo aiutasse a diventare più cattivo.
In effetti, se noi guardiamo a quella che è la società moderna, direi che forse quel giudizio dell'ambiente era esatto: infatti, sono proprio gli uomini colti i più cattivi, sono gli uomini del potere, quelli che hanno studiato, che posseggono quel tipo di cultura egemonica, sono proprio loro che hanno perfezionato la cattiveria per poter consentire a pochi di dominare sugli altri. Però Mesina ha pronunciato quella frase dandogli un significato diverso: io che lo conosco bene ritengo di aver colto il vero senso della frase. Mesina con rimpianto dice di non aver studiato e attribuisce agli altri le responsabilità perché lui probabilmente avrebbe fatto diversamente: il titolo di studio gli sarebbe servito soprattutto per crearsi un avvenire. Mesina non ha mai fatto volentieri il bandito: è un bandito forzato, provocato, esaltato, costretto dall'ambiente, non è un individuo che ha particolari tendenze delinquenziali…».
Un eminente psicologo - uno di quelli che crede nelle teorie dell'inconscio e ci vive sopra - sostiene che nulla avviene per caso e che ogni uomo, sotto sotto, tende a essere ciò che realmente è. A me sembra la scoperta dell'uovo di Colombo: tuttavia, il concetto illumina alcuni tratti dell'affare Mesina.
Nella dicotomia «guardie-ladri» - l'antichissimo gioco inventato dal sistema e sempre in voga - ciascuna delle parti deve assolvere al proprio ruolo secondo certe regole che armonizzano l'insieme. Per esempio: il ladro ruba e scappa; la guardia vigila e lo insegue; il ladro si fa acchiappare e si lascia ammanettare ammettendo di aver perso; la guardia lo acchiappa, lo ammanetta, ribadendo che la giustizia alla fine trionfa sempre. E ambedue sorridono compiacendosi a vicenda di avere recitato correttamente ciascuno il proprio ruolo.
Le vicende della vita di Mesina sembrano fatte apposta per confermare e dare lustro a questo gioco di società. Un gioco che non sempre si svolge correttamente da una parte e dall'altra - anche perché dalla parte dei ladri c'è in questi ultimi tempi un tentativo di rifiutare i regolamenti fissati dal sistema.
Mesina no, è una controparte seria su cui il sistema può contare. Della politica, in particolare di quella sovversiva, non gliene sbatte nulla. E' un ladro-gentiluomo. Ogni volta che scappa, il sistema fa la sua apoteosi di Primula Acolore del Supramonte, scatenando popolari passioni, quali neppure i massimi divi dello sport e del cinema sono riusciti a suscitare. Ogni volta che le guardie lo acchiappano, il sistema fa l'apoteosi delle forze dell'ordine, della giustizia di queste mirabili istituzioni addette alla caccia dei ladri che sempre trionfano.
Nell'un caso o nell'altro, evasione o riacchiappamento, radio tivù, quotidiani, rotocalchi, bollettini parrocchiali entrano in orgasmo, si riempiono di titoloni, immagini, ricostruzioni storiche, interviste - come il cielo dei nostri paesi di colorati scoppi di granate e petardi per la festa del patrono.
Ma torniamo all'eminente psicologo, il quale, al di là delle formule comportamentali determinate dal gioco «guardie-ladri», ritiene di poter scoprire l'essenziale dell'uomo attraverso i non casuali dettagli.
Mesina si è sistemato nel Trentino. Ci si trovava tanto bene che, lo ha ammesso, ha perfino dimenticato di essere ricercato. E non era lì con l'intenzione di combattere contro le bande separatiste altoatesine - cosa che a suo tempo aveva proposto al ministro degli interni per dare una mano alla patria minacciata nella sua integrità territoriale. Era lì, dicono gli esperti, per esercitare onestamente il suo mestiere di sequestratore di possidenti e rapinatore di capitali. Si era modificato nell'aspetto e nel portamento. Non un rozzo camuffamento per non dare nell'occhio vigile delle guardie, ma per bisogno profondo di adeguarsi alla nuova realtà socio-economica in cui era praticamente emigrato.
Ecco il punto. Lo psicologo direbbe che Mesina, come tutti i sottosviluppati isolani e meridionali, prende come modello il civilizzato uomo del nord sviluppato. Nel suo profondo io sociologico, egli tende a uscire dal ristretto guscio di una umanità repressa come quella sarda per diventare l'uomo magnifico della civiltà industriale e tecnologica. Infatti, dimessi i gambales e il fustagno ha indossato la tenuta civile del pellicciotto e dei jeans attillati, scarpe tacco alto e zazzera alla page - non avendone di propri da farsi crescere, i capelli se li è messi posticci. Mutato anche l'armamentario. Da quel che si è potuto vedere dalle nitide particolareggiate immagini diffuse via cavo e via satellite, le vecchie armi sardignole e i residuati bellici tipo la «murri pinti» (la mitraglia affettuosamente chiamata «muso dipinto») sono state sostituite da modernissime ben nichelate rivoltelle automatiche e «machine-pistole» all'ultimo grido - che perfino le guardie gli hanno invidiato, tanto erano belle lustre funzionali.
E le guardie? Erano come affascinate davanti al celebre divo della controparte. Lo avrebbero baciato in fronte, se avessero potuto farlo. Non sapendo come esprimergli il loro affetto e la loro riconoscenza per essersi fatto acchiappare, lo hanno calorosamente ringraziato per non aver sparato, per non avere turbato così un giorno di festa e di giubilo con spargimento di sangue.
E Mesina, affabile, risponde: Ci mancherebbe altro, sparare! Ma che scherziamo?! Mica sono un sanguinario. E per non essere meno cortese ha replicato: Sono io che devo ringraziare voi per non avere sparato.
Sono stati tutti bravi davvero. Lo ha riconosciuto anche la mamma di Grazianeddu, zia Caterina, che ha pure lei ringraziato le guardie di non avere sparato, di essersi comportate correttamente.
Morale della favola. Il gioco funziona e rende bene al sistema. Mesina scapperà di nuovo, perché questo è il suo ruolo, ed egli lo rispetta da galantuomo-ladro quale è. Le guardie lo riacchiapperanno, perché questo è il loro ruolo, e a rispettarlo ci guadagnano anche promozioni. Ambedue le controparti glorificano così il sistema. E c'è chi pensa che il gioco è tanto produttivo che se Mesina non ce la dovesse fare a scappare con le proprie forze, ci sarà chi gli presterà amorevolmente una mano.

7 - L'uso della taglia - sostengono alcuni giuristi - è una istituzione particolarmente utile in una società come la nostra, dove il cittadino ha poca o nessuna fiducia nello Stato. In questa società - definita culturalmente sottosviluppata - la taglia «intesa più come premio per una decisiva collaborazione con la legge che come prezzo di un tradimento, rappresenta un efficace correttivo alla scarsa disposizione dei cittadini a intervenire in questioni la cui competenza viene attribuita esclusivamente alla polizia» (In «Sardegna Oggi» del 15 luglio 1965).
Un metodo educativo alquanto discutibile, questo di formare la coscienza civile del cittadino con incentivi in denaro. Ed è ovvio che il cittadino da «educare» con lo stimolo dei biglietti di banca sia un povero diavolo, colui che ha fame.
Alquanto discutibile è anche la valutazione che viene fatta sulla efficacia della taglia. Se è vero che alcuni latitanti non sarebbero mai stati catturati senza la delazione, è anche vero che la delazione - nella morale popolare - non è una «collaborazione con la giustizia» ma una infamia, e ha sempre costruito, anello su anello, sanguinose catene di rappresaglie. In Sardegna - e credo dovunque - l'istituto delle taglie non ha affatto contribuito a diminuire i fenomeni di criminalità. Può avere determinato l'eliminazione di un fuorilegge, ma nel contempo ha contribuito a crearne di nuovi.
In pratica, la taglia è uno strumento cinico che rompe dall'esterno l'equilibrio di una comunità che ha proprie leggi, arcaiche ma sempre valide, leggi non scritte ma sentite e rispettate, che impongono di risolvere ogni controversia nell'ambito della stessa comunità. Collaborare con una legge esterna, sovrastrutturale, configura una minaccia per l'equilibrio comunitario: colui che collabora con una legge esterna è un traditore (per usare un termine caro al sistema, che lo tira fuori facendo storia patria, per indicare colui che passa al nemico). Il «traditore» è di necessità un elemento disgregante, da eliminare con infamia. Una eliminazione che riveste una particolare importanza morale e sociale. Si potrebbe ricavarne un libro dell'orrore, a mettere insieme gli episodi sanguinosi, efferati che hanno visto la «chiusura dei conti» con un delatore.
L'incitamento alla delazione con premi in denaro e con altri incentivi (per esempio, il perdono giudiziario) era già adottato dai Romani nel tentativo di eliminare i capi pastori che guidavano la guerriglia con le bardane contro i centri commerciali dei colonizzatori (Bardane: scorrerie: veloci puntate che bande armate barbaricine compivano in pianura, in particolare contro i centri commerciali dei colonizzatori). I Romani, per fiaccare la resistenza degli indigeni, integravano le taglie con gli incendi, e utilizzavano torme di cani addestrati nella caccia all'uomo.

Sostiene Nino Puleio che «nella luttuosa storia del banditismo, l'istituzione delle taglie ha quasi sempre coinciso con la cattura di qualche bandito… Ciò dimostra che una somma cospicua riesce qualche volta a smantellare il grande muro dell'omertà dietro il quale si riparano i più pericolosi latitanti…» (In «Sardegna Oggi» del 15 luglio 1965).
L'omertà - vista dal mondo massificato di Puleio - può anche essere una vigliaccheria: ammesso che nelle comunità del Nord-Italia le istituzioni giuridiche dello Stato siano sentite come valide e giuste. Ma è tutt'altra cosa nelle nostre comunità dove la legge è imposta dall'esterno ed è estranea agli interessi reali delle popolazioni. Una legge che oltre tutto non è in grado (non per difetto di numero o di armamenti, ma proprio perché «esterna») di proteggere coloro che per eccezione l'accettassero.
Il termine di omertà innanzi tutto è improprio, in riferimento alla Barbagia. E' un termine che si addice a cosche mafiose, a vertici corporativi, a consorterie politiche, a élites al potere. Non calza affatto a quel comportamento di solidarietà che le popolazioni dell'interno assumono nei confronti del pastore latitante. Una solidarietà che ha motivazioni profonde e radici storiche nella comune opposizione e resistenza alle dominazioni straniere e radici attuali nel giudizio negativo che il sardo ha del sistema, come giustizia, polizia, apparato fiscale, burocrazia. Il pastore latitante è una componente di rilievo nella storia di liberazione della comunità barbaricina, e vale più che mai l'assioma: il nemico del nostro nemico è un amico. Infine, non va sottovalutato il fatto che in certi casi il «farsi i fatti propri» coincide con il poterseli continuare a fare.
Per il pastore, per il contadino o per l'artigiano, in ogni aspetto e momento della vita comunitaria, più che la legge rappresentata dal carabiniere è presente e vincolante la legge della comunità, “su connottu”, le norme tramandate dai padri e riconosciute dai figli (Su connottu: l'insieme di antiche norme comunitarie abolite con le riforme sabaude. i moti di su connottu («del conosciuto», letteralmente) vengono chiamate le rivolte popolari per il ritorno agli antichi usi).
In un depliant in circolazione dal 1972 la polizia si reclamizza alla maniera dei dentifrici facendosi passare per un prodotto terapeutico delle nevrosi da insicurezza. Attorno a un telefono sovrimpresso dal 113 vi è la scritta disposta a coroncina: «Non siete mai soli - la polizia è con voi». Non so bene a quali categorie sociali sia rivolto questo depliant. Certamente non ai pastori sardi, perché è semplicemente ridicolo pensare di poter creare un rapporto qualunque su tali basi. Anche se il pastore sa leggere, dove diavolo lo trova sui monti un telefono per fare il 113 e «non sentirsi solo»? Il depliant fa leva sul bisogno umano di sicurezza: la polizia-mamma. Ma se la insicurezza è un sintomo della frattura tra l'individuo e la realtà che gli sta attorno, cioè tra l'individuo e i propri simili, non vedo proprio quale stimolo a creare rapporti interpersonali soddisfacenti, quale vuoto di solitudine possa colmare nel pastore barbaricino, isolato fra le sue pietre dal resto del mondo, la caserma dei carabinieri o il commissario di P.S. E' soltanto all'interno della propria realtà comunitaria, è nei rapporti con la sua gente che il pastore «non è mai solo» e trova sicurezza.
Le taglie possono aver rotto questa elementare legge che regola la dinamica dei rapporti comunitari. La venalità o uno stato di grave bisogno possono avere indotto qualcuno alla delazione - contro ogni morale e contro lo stesso istinto di sopravvivenza. Ma forse - come è stato notato - più spesso possono essere stati forti motivi di rancore verso quel latitante o lo stesso comportamento di quel latitante collocatosi al di fuori della legge comunitaria, ad avere spinto qualcuno o la stessa comunità alla delazione. In tali casi è strumentalizzata una istituzione esterna per compiere una vendetta personale o di clan o di comunità.
Non credo che l'omertà del cittadino - il quale dal canto suo ha tutto il diritto di tacere per conservare intatta la pelle - si rompa con l'istituto delle taglie più o meno cospicue. Se fosse vero basterebbe una fondazione tipo Rockfeller o Nobel per eliminare ogni genere di banditismo. E qui il discorso potrebbe continuare a tingersi di colori umoristici e grotteschi, se la taglia come istituzione che premia la delazione non muovesse dal cinismo di chi col pretesto di bruciare la gramigna dà fuoco al campo di grano.

8 - I corredi elettronici, l'abilità e la sagacia degli «007» che risolvono in un amen ogni più complesso rompicapo criminale, sono una panzana. Esistono soltanto in certi films e in certa letteratura, dove si fa l'apologia del poliziotto che non sbaglia mai e della giustizia che trionfa sempre.
In Italia, senza con questo commettere l'errore di sottovalutare la reale forza e capacità dell'apparato repressivo, gli strumenti di cui si avvalgono i «superman 007» sono tutt'altro che scientifici e nobili.
L'istituto delle taglie è marginale nel complesso sistema repressivo che organizza, incentiva e regola la delazione, che è in pratica la base su cui poggia ogni operazione per la cattura dei criminali.

«Dalle spese di bilancio del 1971 per l'arma dei carabinieri e la pubblica sicurezza, ministero della difesa, voce 4034: Spese riservate e confidenziali del Comando generale e degli Enti dell'Arma dei Carabinieri: 400 milioni; ministero dell'interno, voce 1311: Premi a funzionari e ad altro personale civile per segnalati servizi di polizia: 420 milioni; voce 1461: Spese per la lotta alla delinquenza organizzata ed altre inerenti a speciali servizi di sicurezza e spese confidenziali per la prevenzione e repressione dei reati: 660 milioni. Traduzione: oltre 1.400 milioni tra taglie (i premi al personale civile) e stipendi ai confidenti (spese confidenziali).
Ancora dagli stessi bilanci: ministero dell'interno, voce 1458: Spese per il funzionamento della scuola superiore di polizia; per i gabinetti e per il servizio delle ricerche - Acquisto di impianti scientifici e di oggetti di arredamento - ecc.: 580 milioni; ministero della difesa, voce 4069: Spese per le esigenze scientifiche della polizia giudiziaria: 200 milioni.
Come dire: meno di 800 milioni per tutte le necessità, dalla formazione del personale al suo impiego, la attività poliziesca scientificamente dedicata alla lotta alla criminalità, cioè la polizia scientifica e giudiziaria. In altre parole , le cifre ufficiali illustrano senza possibilità di fraintendimenti e di contestazioni che la lotta alla criminalità operata dalla polizia italiana si basa prima di tutto sulle soffiate dei confidenti e sulle spiate dei cacciatori di taglie, e a grande distanza (quasi la metà) arrivano gli strumenti seri (quelli che vengono poi utilizzati come arma di propaganda su colorate pagine pubblicitarie), quelli che permettono di impostare il lavoro di indagine vera e propria» (A. D'Orsi - Il potere repressivo: la polizia - Feltrinelli 1972 pagg. 188-189).

Sostiene giustamente il D'Orsi che «il terreno fertile che produce il confidente è il mondo degli ex detenuti, dei pregiudicati, dei sospetti» (A. D'Orsi - Il potere repressivo: la polizia - Feltrinelli 1972 pag.-189).

«I confidenti sono dei ruffiani e dei venduti - testimonia un detenuto - i quali cominciano a indagare per scoprire quale possa essere l'autore dei reati. In cambio ottengono del denaro oppure evitano di essere arrestati per un reato da loro commesso. Oppure ci sono costretti dal ricatto: O tu ci dai delle informazioni su quel tale oppure ti denunciamo per quel reato che hai già commesso. Se collabori con noi tutto va bene, altrimenti ti dichiariamo pericoloso e ti diamo la libertà vigilata e il domicilio coatto».

Un altro detenuto illustra la figura del provocatore: «Mi avevano dato la vigilanza e non avevano intenzione di togliermela, mi dissero: Ormai tu sei incastrato, noi chiudiamo un occhio, puoi fare tutto quello che vuoi, tu però organizza qualche bel colpetto… Mi prelevavano anche per strada dicendo che dovevano parlarmi, in questura mi ripetevano che dovevo fare come dicevano loro, altrimenti con una scusa qualsiasi mi avrebbero sbattuto in galera. A noi basta che ci organizzi qualche piccolo colpetto o qualche piccolo furto, tu conosci tutti, se non saranno gli altri a proportelo, proponilo tu e così ci dai la possibilità di fare una brillante operazione… Così guadagniamo qualche cosa anche noi… Qualche soldo te lo diamo e nello stesso tempo chiudiamo un occhio…» (Ricci e Salierno - Il carcere in Italia - Einaudi - pagg. 303-304).

«Questo tipo di lavoro assolutamente fondamentale per l'opera della polizia non viene svolto esclusivamente da spie e delatori reclutati nel mondo della mala; talora sono gli stessi poliziotti a svolgerlo (ciò avviene nei casi giudicati più grossi, dove occorre una persona davvero fidata, perché il confidente può sempre fare il doppio gioco); inoltre esiste, sulla base di una decreto legislativo del 1927 (D.L. 9 gennaio 1927 n. 33), una sorta di figura intermedia tra il confidente volgare reclutato tra i pregiudicati per dare una informazione e organizzare un colpetto e il poliziotto 007 che si infiltra nei luoghi e nei raggruppamenti (delinquenti comuni e soprattutto politici…): si tratta di agenti segreti che vengono assunti nel corpo della PS in deroga alle norme di reclutamento, e hanno diritto allo stesso trattamento economico delle normali guardie di PS, senza averne però i diritti (indennità, premi, pensione, assistenza), al punto che possono essere licenziati senza giustificazione in qualunque momento, cioè non appena risultino inutili e siano compromessi: e non deve trattarsi di una decina di individui, dal momento che il citato decreto stabilisce che tali informatori non possano superare come limite massimo il 6% degli organici della PS (su 80 mila il 6% corrisponde a 4.800 agenti informatori)» (A. D'Orsi - Il potere repressivo: la polizia - Feltrinelli 1972).

Alla voce «Delatori», l'Enciclopedia di Polizia scrive: «Fra gli agenti impiegati nel servizio occulto della polizia… vi hanno… di quelli che per scoprire il delitto usano di ricercarne il germe nel fondo del cuore umano, di coltivarlo essi stessi e di farlo sbocciare. Agenti provocatori questi si appalesano, i quali, avvicinandosi agli individui di cui vogliono scoprire gli interni pensamenti, si mostrano partigiani delle loro idee, e dopo averli impegnati ad esternarle con parole e fatti, li denunziano all'Autorità Giudiziaria, colpevoli di un delitto che senza di loro non sarebbe esistito…».

Un costume che fa dire chiaro e tondo a un questore - un addetto ai lavori - : «La massima fattrice della delinquenza è la stessa polizia» (Giorgio - Ricordi di questura - Milano 1882).

9 – Altro mezzo correttivo largamente usato in Sardegna è il confino. Secondo il giudizio degli esperti di banditismo, il confino servirebbe a bonificare un'area criminogena, mettendone in quarantena i sospetti, coloro che si ritiene siano contagiati dal virus delinquente.
E' abbastanza improbabile che un ottimo psicologo - figuriamoci un questurino - possa prevedere quali azioni potrà commettere un uomo, in qualunque ambiente si trovi e qualunque inclinazione gli si voglia attribuire. E' profondamente ingiusto e immorale condannare un uomo alla privazione dei diritti civili e della stessa libertà personale per un reato che non ha ancora commesso ma che si suppone potrà commettere.
Il confino rientra nelle misure di polizia previste dalla legge di PS del 1931 e insieme alla ammonizione (domicilio coatto e sorveglianza speciale) è chiaramente anticostituzionale, contraddicendo inequivocabilmente i diritti riconosciuti al cittadino nell'art. 13. Queste misure «speciali» di polizia vengono applicate «normalmente» e «ininterrottamente» in Sardegna contro le popolazioni barbaricine.
L'istituto che aziona il meccanismo del confino è tipico degli apparati amministrativi di punizione inventati durante il ventennio fascista. Chi promuove il procedimento della punizione è un funzionario di polizia, carabinieri o questura. Chi esamina la proposta è una speciale commissione provinciale. In virtù della famigerata legge di PS del '31 la commissione era composta dal prefetto, facente funzioni di presidente, dal procuratore del re, dal questore, dal comandante dell'arma dei carabinieri, da un ufficiale superiore della milizia fascista e dal segretario del fascio. Dopo la caduta del fascismo, le istituzioni fasciste sono rimaste tali e quali. Nella detta commissione, venuti a mancare gli ultimi due componenti, sono stati sostituiti da un magistrato e da un cittadino notabile (come dire: l'ex ufficiale superiore della milizia e l'ex segretario del fascio).
Altra modificazione «democratica» del vecchio tribunale speciale fascista è l'ammissione di un avvocato in difesa del cittadino proposto al confino. Una difesa puramente formale: il difensore non ha alcuna possibilità di effettuare il proprio mandato in quanto non può prendere visione degli atti compilati dall'autorità di polizia che ha proposto la grave sanzione e non può quindi confutare le tesi accusatorie, né può dimostrare l'eventuale inattendibilità delle fonti.
Un dato giuridicamente mostruoso è la presenza (oltre quella già poco democratica del prefetto) del questore e del comandante dei carabinieri all'interno della commissione giudicante: sono le stesse autorità che propongono l'applicazione del confino e risultano contemporaneamente accusatori e giudici.
Questa commissione fa il paio con quella istituita e operante (sempre in base a una legge fascista, la n. 1469 RD 13.9.1940 - XVIII E. F.) presso i provveditorati agli studi, per giudicare gli insegnanti colpevoli di «fatti che compromettano la loro reputazione e la loro moralità o di aver compiuto propaganda di principi contrari all'ordine morale (sic!) e alle istituzioni dello stato». Si tratta del famigerato consiglio di disciplina costituito dal provveditore, da un ispettore, da un direttore, da un insegnante e da un magistrato - tutti scelti e nominati dallo stesso provveditore. L'insegnante accusato non può essere difeso da un avvocato. Chi giudica è lo stesso accusatore. Il provveditore, nelle diverse fasi del procedimento, passa dal ruolo di ufficiale di polizia giudiziaria, conducendo le indagini e raccogliendo gli addebiti, a quello di giudice istruttore, e infine, in sede di consiglio di disciplina, assume paradossalmente due ruoli contemporanei: di pubblico ministero e di presidente della corte.
Su quali basi e con quali accuse la polizia propone al confino un qualunque cittadino delle Barbagie? La base giuridica è la seguente: se un cittadino costituisce un pericolo per l'ordine costituito, può essere, per motivi precauzionali, condannato al confino da due a cinque anni. Nel caso di un cittadino sardo - in quanto isolano e appartenente a un gruppo etnico e culturale autonomo - il confino è in effetti un esilio in terra straniera (come lo è per i presunti mafiosi siciliani «deportati» in Sardegna).
Abbiamo visto (con il Niceforo e con il Pirastu) che per il sistema, e quindi per la polizia, i pastori barbaricini sono potenziali banditi o potenziali favoreggiatori di banditi in quanto abitanti in una «zona delinquente»: pertanto costituiscono, singolarmente e in blocco, un «pericolo di sovversione dell'ordine costituito». E' evidente che non potendo mandare al confino tutta una popolazione - non soltanto per quel minimo di etica formale che il sistema deve rispettare ma per l'utilizzazione in termini di sfruttamento e di profitto capitalistico che di quelle masse si può fare - si scelgono i membri politicamente più attivi, più intelligenti, meno integrabili (attivismo, intelligenza e spirito critico sono considerati dal sistema qualità pericolose se posseduti dal popolo), e li si elimina dal loro mondo.
Fra le comunità maggiormente pregiudicate e che hanno maggiore numero di confinati figurano Orgosolo, Orune, Bitti, Mamoiada, Fonni, Gavoi, Sedilo.
Non è facile addurre prove di una «intenzione» a commettere crimini o di una «costituzione naturale» o «ambientale» a delinquere. A meno che non si prendano per buone - come fa appunto senza neppure conoscerle l'apparato repressivo, ministri compresi - le teorie razziste che pongono la genetica alla base della eziologia della criminalità. Il pastore che viene proposto al confino «non ha commesso alcun reato»: se lo avesse commesso verrebbe perseguito per via ordinaria. Bisogna allora dimostrare che egli «ha in mente» di compiere un reato e che si trova nella «situazione ideale» per compierlo. Se lasciato libero egli compirà «certamente» azioni criminose (vedi le «cellule nervose» del Niceforo che lo «spinge fatalmente al sangue»), è «necessario» metterlo in condizioni di non nuocere, privandolo della libertà.
Non ci vogliono molte argomentazioni per dimostrare che il confino come misura preventiva di polizia è una mostruosità giuridica, un assurdo in logica e una turpitudine in etica, che copre di infamia uno stato che lo istituisce e lo pratica.
Gli atti relativi alle migliaia di confini comminati dal 1931 a oggi sono top secret. E' possibile però conoscere qualcuna delle motivazioni addotte dalla polizia. Econe una che si trae dalla memoria scritta presentata dall'avv. L. Concas al tribunale di Cagliari, in difesa di Giovanni Maria Chessa, di Sedilo, proposto dal questore di Nuoro Salvatore Guarino per il soggiorno obbligato in Comune del Continente:

«Assai male informato risulta il questore sulle amicizie frequentate dal mio cliente. Si è detto che il Chessa spenderebbe ingenti somme nei locali pubblici di Sedilo. Con tutto il rispetto della Autorità inquirente il rilievo appare decisamente ridicolo. In quale paese sardo - dove ci pare non esistano case da gioco e night clubs - è possibile spendere ingenti somme di denaro?» (In Luisa Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in Sardegna - Libreria Feltrinelli 1970).

Con argomentazioni codine, l'organo di stampa della Curia di Cagliari entra nel merito:
«Il sistema del confino, com'è evidente, presenta il pericolo che qualche innocente ci venga mandato per errore, e in qualche raro caso, magari, per malanimo della forza pubblica. Ma questi casi sono rari e si può sempre rimediare in seguito… d'altronde, anche le sentenze di condanna e di assoluzione, con tanti testi falsi o impauriti, sono, forse, tutte esenti da errori?» (Su «Orientamenti» organo di stampa della Curia di Cagliari 1966).

I clericali ammettono che il confino può colpire anche gli innocenti; ammettono anche che qualche cittadino ci viene mandato per malanimo della polizia; sostengono, non si capisce in base a quali dati, che gli errori sono pochi; infine rovesciano l'elementare principio giuridico (sancito dalla stessa borghesia cui tengono il sacco) in dubbio pro reo, affermando che è preferibile condannare qualche innocente pur di non lasciare in libertà un solo colpevole. Ma in questo caso: colpevoli di che? Stiamo parlando di cittadini accusati di «essere in procinto di… commettere reati». Eppure i curiali di Cagliari sono soliti ripetere che le vie del Signore sono infinite e imperscrutabili. Quindi non dovrebbe essere dato a occhio umano, neppure sbirresco, prevedere il futuro.
Contro il confino di polizia si sono levate numerose voci di dissenso, anche da parte di chi accettando la favola del banditismo barbaricino chiede per combatterlo misure più democratiche.

n«Nel Nuorese e nell'alto Oristanese il confino sta falciando ogni giorno in modo indiscriminato le sue vittime fra colpevoli e innocenti. (Anche qui c'è da chiedere, e stavolta a dei comunisti, come si possa parlare di colpevoli se il confino, in quanto strumento preventivo, giudica unicamente sulle ipotesi e sulle intenzioni - n.d.r.). Fra colpevoli e innocenti, i latitanti si moltiplicano per non soggiacere alle gravi conseguenze del soggiorno forzato, lontano dal paese e dai pochi averi che certamente on ritroveranno al ritorno. I catturati partono. Fra i rimasti la tensione aumenta. Bisogna fermare la catena prima che sia troppo tardi…» (In «Rinascita Sarda» del 1 ottobre 1966).

Il calcolo cinico del sistema sembrerebbe quello di utilizzare strumenti repressivi che consentendogli di imbrigliare e stroncare qualunque opposizione producano nel contempo perturbazioni sociali (in questo caso, la moltiplicazione dei latitanti) da cui trarre ulteriori giustificazioni per nuovi giri di vite repressiva. E' una catena - come scrivono i comunisti - che bisogna fermare. D'accordo. Ma per fermarla non basta riformare il sistema, che è per sua natura violento, oppressivo e liberticida e tale resta dopo ogni riforma: bisogna distruggerlo.

«Il regime di stato d'assedio instaurato nelle zone interne dell'Isola viene vivamente contrastato dalle popolazioni. In decine di centri del Nuorese si sono svolte e si svolgono grandi assemblee popolari. Nel circolo di cultura Icnusa di Orune oltre duecento cittadini sono intervenuti ad un dibattito. Tutti indistintamente hanno condannato la repressione poliziesca e i provvedimenti di confino… In altri numerosi comuni della Barbagia, in risposta alle misure eccezionali della polizia, che opprimono in modo indiscriminato i cittadini, sono previste assemblee popolari e la convocazione in via straordinaria dei consigli comunali» (In Luisa Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in Sardegna - Libreria Feltrinelli 1970).

Il documento che segue dà un'idea della situazione in cui vive e patisce la gente sarda, con quale genia di amministratori-canaglie abbia quotidianamente a che fare, e attraverso quali vie giunga al confino - sempre che per legittima difesa non sia costretta a cercarsi un'arma e darsi alla latitanza.

«E' un processo penale cui ho assistito in una piccola pretura sarda. Gonario F. ha 36 anni, moglie e 5 figli; analfabeta, pensionato perché invalido (9.500 mensili, ne paga 6.000 di affitto casa). Le informazioni del comune, allegate al fascicolo, lo dicono povero: non ha altri mezzi di sussistenza. Riceve saltuariamente dall'Ente Comunale di Assistenza dalle 1.500 alle 3.000 lire. Il 30 aprile scorso viene a sapere che la prefettura ha trasmesso all'ECA del suo paese un assegno di L. 3.000; ne ha urgente bisogno; va in Comune, lo rimandano dicendogli che l'assegno è al Banco di Sardegna. Ma lì non lo può riscuotere perché il presidente dell'ECA lo deve firmare. Il presidente dell'ECA interpellato gli dice: "Non ti spetta niente". Gonario si reca in prefettura (spendendo nel viaggio); in prefettura gli rispondono: "Torna in paese, digli che sono matti, ti devono pagare subito". Rincuorato, gonfio del responso tutorio, ed ancora più dalla tutoria severità con cui è stato espresso un certo apprezzamento sugli organi locali, Gonario si ripresenta al segretario comunale (che è anche segretario dell'ECA) e "con fare arrogante a voce alta" (così dirà il rapporto dei carabinieri) pretende le 3.000 lire. Il segretario lo liquida come al solito, ma Gonario questa volta si sente forte, perché in prefettura gli hanno detto che "deve" avere quelle 3.000 lire, e allontanandosi minaccia: "Si non mi pagades subitu s'assegnu, pius a tardu enzo a inoghe e bos sego sa conca!" (Se non mi pagate l'assegno quando torno vi taglio la testa!) La testa di chi? L'opinione pubblica (il solito coro sempre presente in queste tragedie) non ha esitazione a interpretare: è la testa del segretario comunale. Telefonate ai carabinieri, art. 336 codice penale, attenuanti generiche, 22 giorni di reclusioni senza sospensioni condizionale (è recidivo), più le spese processuali. "Entro 3 giorni puoi appellare", gli dice il pretore che non poteva non condannarlo. "Ma che appellu, tantu è su matessu" (Macché appello, tanto è lo stesso), brontola Gonario F. allontanandosi dall'aula gremita. L'assegno, poi, gli era stato pagato (con due mesi di ritardo, due mesi perché il presidente dell'ECA facesse cento metri per recarsi alla banca) e Gonario F. non pensava più all'episodio. La condanna gli pesa, la dovrà scontare, la società è severa, un'altra volta prima di minacciare e di urlare, ci penserà bene… Ci penserà bene o romperà quella testa di segretario comunale senza neanche preavviso? Ecco il punto. Gonario F. - dicono i rituali allegati al fascicolo processuale - è povero ed è di condotta morale pessima (forse è vero, forse il segretario comunale che l'ha scritto per dispetto, i rituali li prepara lui…). Gonario F. secondo il vecchio sistema sarebbe un esemplare candidato al cosiddetto confino di polizia. E una volta ritornato dal confino, la voglia di rompere le teste si sarebbe talmente radicata in lui da diventare una vocazione missionaria» (G. M. Bassu in «Sardegna Oggi» del 15 novembre 1962).

10 - Il fermo di polizia - altro strumento repressivo di cui si è sempre abusato - viene rispolverato e riproposto in termini più reazionari col disegno di legge del gennaio 1973. Il governo definisce il «fermo» un «freno al dilagare della criminalità». E con un forbito linguaggio il relatore dice che «il fermo di polizia ha una funzione squisitamente preventiva tendente alla tutela della pubblica sicurezza».
Il governo bara come sempre, e nella relazione che presenta la legge tenta di nascondere la verità dietro cortine fumogene. Si afferma che «quello di polizia» non va confuso col «fermo di polizia giudiziaria», cioè quello più propriamente definibile come «fermo di polizia processuale», regolato dagli artt. 238 e 238 bis del codice di procedura penale, che parlano di «fermo di indiziati di reato»… E fin qui ci arriviamo tutti. più avanti la relazione ci spiega che, via!, il «fermo di polizia» non è poi una cosa nuova in Italia: sempre attuato «di fatto» nell'Italia pre-fascista (è vero: anche senza fondamento giuridico, come nell'Italia post-fascista, attuato di fatto sui Sardi), trovò la sua fonte legittimatrice (finalmente!) in precise disposizioni legislative emanate col R.D.L. 20 gennaio 1944 n. 45. Se non bastasse, i fautori del fermo trovano una legittimazione nell'art. 13 della Costituzione. Dal che si deduce che questa è ormai diventata un attrezzo buono per turare tutti i buchi.
In effetti c'era una legge fascista sul «fermo» (il governo si vergogna a citarla perché è più «democratica» di quella oggi proposta) che avvertiva: «Chi, fuori del proprio comune, desta sospetti con la sua condotta… è condotto dinanzi l'Autorità locale di Pubblica Sicurezza. Questa disposizione si applica anche alle persone pericolose per l'ordine e la sicurezza pubblica o per la pubblica moralità» (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza - R.D. 18.6.1931 n. 773 art. 157).
Andreotti dunque ripropone in termini più fascisti la stessa legge: «Gli ufficiali o gli agenti di pubblica sicurezza possono fermare, ove ricorrano eccezionali ragioni di necessità e urgenza: le persone la cui condotta, in relazione ad obiettive circostanze di luogo e di tempo, faccia fondatamente ritenere che stiano per commettere uno o più reati punibili con pena detentiva, ovvero costituisca grave e concreta minaccia alla sicurezza pubblica».
Il parto andreottiano è un mostruoso ibrido del connubio tra fascismo becero e clericalismo gesuita. Il richiamo del governo all'articolo 13 della Costituzione è quanto mai discutibile, se hanno un minimo di credito, per lo stesso governo, le sentenze della corte costituzionale: «Il sospetto, anche se fondato, non è sufficiente perché muove da elementi di giudizio incerti e perché potrebbe dar luogo ad arbitri. Il primo comma dell'art. 157 è incostituzionale» (Sentenza della C.c. n. 2 del 23.6.1956).
E' perfino troppo facile fare dell'ironia sui poliziotti che vedendo un gruppo di cittadini che manifestano «per quel che gli pare», intervengono preoccupati a fermarli, perché gli stessi cittadini sono «in procinto si commettere qualcosa». Qualunque cittadino che stia sulle palle al sistema potrebbe essere «fermato» sotto l'imputazione di «essere in procinto di…».
In un convegno sul tema, tenutosi a Cagliari nel febbraio del '73, l'ex presidente della corte costituzionale Branca ha definito il fermo di polizia «uno strumento repressivo che neppure il fascismo aveva osato introdurre». Allora, infatti, contro alcune categorie di persone era ammesso solo il foglio di via obbligatorio per il rimpatrio al paese di origine; ora invece si prevede che possano essere incarcerate per 48 ore e per 96 ore, a discrezione della polizia. Si tratta di una istituzione sconosciuta nei paesi europei. Perfino in Grecia, dove la costituzione è stata approvata nel 1969 con i colonnelli al potere, il fermo è escluso (almeno legalmente).

11 - In ogni società, il grado di libertà di cui gode il cittadino è inversamente proporzionale al grado di potere posseduto dal poliziotto. Uno dei privilegi sui quali si regge il potere della polizia è l'intangibilità. La persona del poliziotto, come quella del sacerdote nelle teocrazie, è sacra in quanto custode di «sacre istituzioni».
In colonia, nelle aree di servizio del capitalismo, dove, con mano più pesante, e senza l'impaccio di formali rispetti per i cosiddetti diritti civili, il sistema dispiega apertamente la violenza dello sfruttamento e della repressione, non soltanto la polizia ma tutti i «sacerdoti» delle varie istituzioni dello stato assurgono a «entità sacre». E qualunque atto irriverente, non dico ostile, da parte del popolo nei confronti degli «intangibili» è un sacrilegio che viene spietatamente represso.
Non passa giorno in cui non appaiano sulla stampa isolana (che non può registrare tutto) almeno due o tre casi di poliziotti oltraggiati da cittadini irriverenti, arrestati seduta stante. Si tratta sempre di pastori, contadini, lavoratori in genere, studenti di sinistra, tutta gente pregiudicata, da tenere sotto controllo. E - guarda caso! - quando viene fermata per essere «paternamente redarguita» o per «controllarne le generalità», tutta questa gente risponde sempre in modo oltraggioso - tanto più se risulta schedata.
L'art. 341 (oltraggio a p.u., reclusione fino a due anni) è fra i poteri discrezionali della polizia quello più abusato per colpire e intimidire il cittadino. Non è un caso che un poveraccio fermato per accertamenti, uno studente di sinistra che distribuisca ciclostilati, un lavoratore che partecipi a una manifestazione di protesta vengano normalmente denunciati per oltraggio.
L'oltraggio viene anche usato di solito come rincalzo ad altre accuse di reato manifestamente infondate. Si possono citare numerosi fatti che provano come spesso, dietro l'accusa di un reato non commesso - che poi cadrà in istruttoria o in dibattimento - venga aggiunta un'accusa di oltraggio - che non cadrà né in istruttoria né in dibattimento. Grazie a questa malizia poliziesca, di cui si fa complice il magistrato, la vittima designata verrà condannata in un modo o nell'altro.
Esempi gravissimi e clamorosi di questo sporco gioco si hanno nelle lotte antifeudali dei pescatori di Cabras, accusati centinaia di volte di oltraggio, quando non si trovavano altri cavilli per incriminarli e fiaccarne la resistenza.

«La repressione ha ricorso a rivoltanti trucchi per colpire quegli uomini che hanno osato sfidare i potenti padroni del feudo lagunare. Alla base del loro arresto c'è un'accusa di furto aggravato e continuato per aver pescato in acque di proprietà privata. Caduta la base giuridica di tale accusa (perché facile non è neppure a baroni con l'investitura dei Carta mascherare la vera natura demaniale delle loro acque), caduta la speciosa accusa di furto di pesce, definito dalla sentenza della Corte suprema res nullius, restava l'accusa ben più modesta di pesca di frodo e, appiccicata sopra, un'accusa di resistenza aggravata e continuata alle forze dell'ordine. Resistenza che fu opposta, secondo la stessa accusa, nel momento dell'ingiusto sequestro della pesca e dell'ingiusto arresto relativo all'infondato reato di furto. Nella sentenza emessa dal tribunale di Oristano, la resistenza si è modificata in oltraggio pluriaggravato e continuato, e per tale risibile accusa gli undici pescatori sono stati condannati da un anno e quattro mesi a due anni e sette mesi di galera» (U. Dessy - La rivolta dei pescatori di Cabras - Marsilio 1973).

A rigore «pubblico ufficiale» dovrebbe essere qualunque funzionario statale «nell'esercizio delle sue funzioni». ma nessun povero travet si sognerebbe di denunciare «un oltraggio a p.u.», quando, nell'esercizio delle sue funzioni di sfruttato, viene svillaneggiato dal capufficio. All'interno della gerarchia, il meccanismo dell'oltraggio scatta soltanto a favore di chi sta più in alto. Nella gerarchia del sistema, il cittadino viene dopo l'ultimo dei poliziotti. Comunque, il poliziotto è sempre nell'esercizio delle sue funzioni: di giorno e di notte, in piedi e a letto, in divisa o nudo: è sacro e inoltraggiabile.
«L'Unione Sarda» del 14.2.'73 registra un oltraggio eccezionale. Si tratta di una donna processata per un oltraggio a p.u. nella persona di una maestra di scuola. Il fatto è accaduto a Oschiri.
Così il cronista: «Non tutti sanno che il maestro elementare, nelle sue funzioni di insegnante, è un pubblico ufficiale. Non lo sapeva neanche la casalinga oschirese di 37 anni, Anna Spanu Perinu, che, irritata per la sospensione del figlio da scuola, schiaffeggiò all'interno del caseggiato scolastico di Oschiri la maestra del figlio…»..

Appare evidente da questo fatterello che esiste una gerarchia anche tra i vari pubblici ufficiali. Un maestro, per considerarsi oltraggiato, deve come minimo buscarsi gli schiaffoni, e che siano presi «dentro» il caseggiato scolastico e «davanti» alla scolaresca. Se prende gli schiaffi «fuori» del caseggiato e non «davanti» ai suoi scolari, sono fattacci suoi. Un poliziotto, per considerarsi oltraggiato ha bisogno di molto meno: in un recente processo a carico di compagni, taluno perfino ha tirato fuori il sorriso inequivocabilmente oltraggioso.

12 - Pastori e oppositori politici, nelle periodiche svolte a destra con relativi inasprimenti repressivi, vengono opportunamente accomunati nel giudizio che li definisce banditi e nemici dell'ordine.
Abbiamo visto, dopo la strage di stato, il tentativo della polizia, in concerto con la stampa padronale, di inventare un legame tra Graziano Mesina e un fantomatico movimento separatista: in concreto, un gruppo di intellettuali sardisti.
Un fatto è certo. Le campagne contro il banditismo preludono sempre alle campagne contro gli oppositori politici in tutta l'Isola. Alla montatura del «banditismo ruggente» degli anni 1967-69 segue la repressione dei moti studenteschi e dei gruppi extraparlamentari nel 1969-70, che in Italia, parallelamente, esplode con la strage di stato e culmina con l'assassinio di Feltrinelli a Segrate.
A metà giugno del '69 una smaccata provocazione del ministero della difesa muove nei «banditi» di Orgosolo la prima risposta popolare antimilitarista che mai la Sardegna sia stata capace di dare da quando è stata invasa dalla NATO.
Dopo Orgosolo si apre la caccia alle streghe. Viene sequestrato il libretto di Cabitza «Sardegna, rivolta contro la colonizzazione», edito da Feltrinelli, che non contiene una sola riga incriminabile, neppure una parola oscena, escluso il titolo dove figura «rivolta». Più tardi, con una campagna diffamatoria montata dal settimanale fascista «Lo specchio», verrà messo sotto accusa anche un altro opuscolo edito da Feltrinelli, «Stato di polizia, giustizia e repressione in Sardegna», di Mancosu. Il tentativo è quello di dimostrare l'esistenza di un piano feltrinelliano per fomentare la guerriglia nell'Isola. In questo contesto va inquadrata anche la recente montatura Pilia e delle bande armate individuate dal procuratore Villasanta.
I fatti risalgono al luglio del '74. Dopo il processo di prima istanza - naufragato nel giugno del '75 con l'assoluzione degli imputati che hanno ingiustamente patito un anno di galera - per interposto appello del p.m. il 12 aprile '77 ritorna alla ribalta il granguignolesco polpettone Pilia - ovvero la montatura delle bande armate anarco-separatiste-barbaricine finanziate dal KGB. Non è difficile da prevedere che, dati il cast di pessimi attori, la regia squalificata, la grossolanità scenica e la mancanza di senso delle proporzioni, in questa edizione lo «spettacolo» si concluderà miseramente, sprofondando in un mare di ridicolo.
E' un gioco vecchio, che si ripete da sempre nella storia della nostra terra oppressa e sfruttata, quello di inventare e agitare banditi per poterli associare agli oppositori politici e prendere come si suole dire due piccioni con una fava: ridurre al silenzio l'opposizione e sviare l'attenzione popolare dalle ribalderie della classe al potere. Un gioco, però, che mostra il logoro della corda, che non attacca più - ammesso che abbia mai attaccato - e ciò che stupisce è che i concertatori manchino di quel filo di intelligenza sufficiente a capirlo.
Già, fatti personaggi rapporti intenti non stanno né in cielo né in terra. Pier Luigi Pilia, scialba figura di un impiegato studente borghese, costituzionalmente fascista con atteggiamenti progressisti per essere alla page, appartenente al Manifesto e tendente al PCI, gira per Cagliari in Mini-Morris con una pistola malandata, due candelotti di dinamite deteriorata e un piano eversivo particolareggiato pieno zeppo di nomi e di numeri telefonici.
Non si capisce bene se Pilia giri con quella roba per farsela trovare dalla polizia o che la stessa polizia o altri interessati a creare la montatura ce l'abbiano messa (pare che le portiere dell'auto risultino forzate). Il fatto è che la polizia riceve una telefonata (ovviamente anonima), si muove sul sicuro, ferma l'auto del Pilia e saltano fuori da sotto i sedili pistola dinamite piano eversivo.
Il piano eversivo è un capolavoro di imbecillità. La «banda» o meglio «l'armata» - poiché in elenco figurano ben 35 nomi di guerrilleros - vuole fare piombare Cagliari e la Sardegna nel terrore e nel caos (naturalmente anarchico), non senza avere prima sequestrato segretari di partito, capitani di industria, vescovi, e avere fatto saltare per aria basi NATO, centrali elettriche, petrolchimiche, palazzi regionali, prefetture.
Nonostante la personale stima nella potenzialità rivoluzionaria del popolo e la ugualmente personale speranza che prima o poi il sistema venga smantellato a furor di popolo per lasciar sorgere una società nuova libertaria a misura umana, a conoscere e valutare quelli che la polizia e la magistratura indicavano come i protagonisti (in intenzione) di tanto sconquasso c'era da scompisciarsi dalle risate. Figuriamoci: una armata Brancaleone con Pilia in testa, quattro studentelli e due operai!
Ma andiamo con ordine nella ricostruzione della montatura. Il primo guerrillero, che raggiunge in carcere il Pilia è certo Paolo Pili, studente della buona borghesia cittadina, gran bevitore di whisky.
Intanto il Pilia, debitamente gargarizzato dagli uffici politici, attacca a cantare l'aria del «Feltrinelli Trovatore (di latitanti)», ovvero l'ormai famosa operetta in do di peto «la guerra de guerrilleros de la sierra orgolesa». L'ouverture a scena aperta presenta un fantomatico «movimento separatista» con coro di latitanti barbaricini in gambales tra macchioni di corbezzolo cisto lentisco. Il finale duplice, secondo i gusti: o sventolio di bandiere «quattro mori» sul Gennargentu liberato dalla tirannide yankee-piemontese-andreottiana; oppure sventolio di bande chiodate degli eroici baschi blu che hanno domato l'insurrezione del Pilia, salvando l'integrità territoriale della nazione.
Sembra incredibile, eppure Giuseppe Villasanta, il procuratore della repubblica di Cagliari, ci ha creduto. Lo ha scritto «L'Espresso»:… «E' dal 1972 che sta indagando sui gruppi definiti separatisti, sui collegamenti che questi avrebbero avuto con Feltrinelli e suoi contatti tra l'editore ucciso a Segrate e i banditi sardi, Mesina in particolare. Per Villasanta, tutto ciò che Pilia continua a dire costituisce una conferma dei suoi sospetti…».
I dubbi che assillavano polizia e magistratura venivano rafforzati da una serie - certamente non casuale - di fatti che coinvolgevano nel disegno di «sovversione totale» dell'ordine costituito in Sardegna alcuni epigoni della classe operaia - Golosio, Todde, Saba e Asuni - pescati tutti e quattro intorno a una pistola di sospetta provenienza. Vivono fuori della città: ergo, trovati i collegamenti tra guerrilleros urbani e guerrilleros di campagna - giusta la denominazione di «Città-Campagna», famigerato centro di raccordo gestito dalla intellighentia teorica, tra cui figurano le animacce di Salvemini e Bakunin.
Si è mai sentito dire di bande armate dedite alla inseminazione del terrore e del caos, dove non ci fossero gli anarchici? In verità, mai. L'unico rompiballe, anarchico a portata di manette è il solito Pier Leone Porcu - troppo giovane, per essere accusato: ai tempi di Feltrinelli frequentava la scuola dell'obbligo. Peccato: ci sarebbe stato bene un bakuniniano. Comunque, visto che ci sta bene, lo si tiene a tutt'oggi in galera con altri cavilli - e di questo c'è da vergognarsi veramente molto, tutti quanti, magistrati politici poliziotti sindacalisti cittadini, che un ragazzo venga privato della libertà per punirlo del suo amore per una umanità libera.
Si trovano, invece, anarchici di più vecchia data: Ettore Martinez e Chicco Careddu, due giovani di «proletari autonomi», un gruppo politico nato e vissuto sempre alla luce del sole.
Tutt'intorno alla delirante immagine di una banda armata costituita da ragazzi che non hanno mai visto un Tompson e che si prendono le sberle della mamma se non mangiano la minestra, ruotano non pochi personaggi equivoci, che giocano a fare gli agenti segreti. Le vittime sono sempre gli stessi giovani, che sono stati tanto ingenui da credere di vivere in un paese libero e democratico, da credere in una costituzione repubblicana che chiede al cittadino una presenza attiva nella vita politica, una scelta ideologica nel dibattito culturale.

«Dove diavolo sono - oltre che nella mente farneticante o plagiata di un disgraziato - le «bande armate» rosse, anarchiche o separatiste in Sardegna? Dove mai sono esplose, le bombe rosse, in Sardegna? Chi diavolo può essere tanto imbecille, a sinistra, da cospirare per sovvertire le istituzioni di uno stato che bene o male sono democratiche? Non c'è già - a parte i fascisti - chi pensa a sputtanarla, la nostra democrazia? E non v'ha dubbio che nessuno lo sa fare meglio della classe al potere…
Ciò che nella squallida montatura va sottolineato e denunciato con estrema fermezza e chiarezza è il fatto che mentre nella penisola la teoria degli «oppositori estremismi» viene ufficialmente liquidata a livello dei vertici di potere, riconoscendo la matrice fascista nella costituzione delle bande criminali che hanno commesso le bestiali stragi che hanno insanguinato l'Italia, in Sardegna si continua imperterriti sulla linea della caccia alle streghe del '69, che ha dato alla storia il martirio di Pinelli e ha squalificato con le istituzioni dello stato una intera classe dirigente… Non è ancora bastata alla classe dirigente isolana e nazionale la dura lezione che il popolo sardo le ha dato col Referendum del 12 maggio e le elezioni regionali del 16 giugno?
Il sistema, ancora una volta, alle esigenze di rinascita popolare risponde in Sardegna intensificando le tecniche e l'uso degli strumenti repressivi, mostrando una chiara volontà colonialistica di perpetuare una condizione di subordinazione economica, culturale e politica» (In «Aut» n. 28 del 29 settembre 1974).

Nella fase più forsennata della caccia alle streghe rosse, nel '69, un commissario di polizia di Cagliari denuncia per «vilipendio alla religione di stato» uno scrittore morto e sepolto da quasi un secolo. Neppure un mare di ridicolo può fermare un funzionario di polizia nell'esercizio delle sue funzioni repressive! Lo scrittore incriminato postumo è Georg Büchner per la sua opera «Woyzeck», un noto dramma più volte rappresentato anche in Italia, ma che in Sardegna doveva essere denunciato alla procura della repubblica, perché - spiega il commissario - «ivi si è inteso criticare l'attuale società (sic!) la quale sarebbe stata creata dai nobili e dai potenti per sfruttare il proletariato», perciò poteva anche scapparci una denuncia per vilipendio delle istituzioni (a delinquere) del sistema di classe. E ancora - dice il commissario - «il significato polemico e contestatario» e il fatto che «in una scena ricorre una frase in cui potrebbe essere ravvisato il reato di vilipendio alla religione di stato».

13 - E un dato di fatto che il sistema dispiega e usa in Sardegna, su ogni fronte di opposizione popolare, un apparato repressivo eccezionale. Che è esagerato anche a voler prendere per buona la montatura di un grosso fenomeno di banditismo.
Le eccezionali forze di polizia riservate alla Sardegna evidentemente nascondono il disegno del capitalismo di portare a compimento il totale asservimento dell'Isola, destinata ad area di servizi, petrolchimici e militari oggi e di chissà quali altri interessi domani. Questo disegno non può realizzarsi se non con lo smantellamento delle strutture economiche indigene, l'emigrazione in massa delle popolazioni dell'interno, la sistemazione dei residui abitanti in parchi-riserva.
I fili di questo disegno razzista, ormai chiari, si muovono partendo da una sistematica applicazione delle misure speciali di polizia e dalla caccia indiscriminata al pastore barbaricino, eliminando gli elementi di punta della rivolta popolare, accelerando i tempi della soluzione finale del popolo sardo.

C'è qualcuno che ha fretta e scrive: «…Bisognerebbe mobilitare un paio di divisioni, circondare la zona infetta, e poi stringere a poco a poco il cerchio, ispezionando casolare per casolare, e il terreno a palmo a palmo. Le zone impervie devono essere vietate ai civili… Si deve sparare a vista contro chiunque vi sia sorpreso (nei boschi, nei luoghi impervi…). Vi deve essere immesso un certo numero di pattuglie mobili, dotate di radio e di armi da combattimento… Nel caso di scontro a fuoco si lancino paracadutisti alle spalle dei malfattori… E aggiungo qualcosa di molto grave. Dico: una volta che la zona sia evacuata dai civili, si possono usare anche le armi che in guerra sono vietate dal diritto internazionale. tra Stato e assassini non c'è diritto internazionale. Non si riesce a scovare i banditi? Ebbene, si scovino con i gas… Una buona ventata di gas e i banditi verranno fuori!».

Chi scrive è un notabile corifeo della borghesia, Augusto Guerriero noto Ricciardetto, mantenuto di un lussuoso rotocalco. Ha detto esattamente quel che pensava - che e comunque non ha suggerito nulla di nuovo. Simili metodi di sterminio sono stati usati in Africa, nel Vietnam e dovunque lo esigessero i profitti del capitalismo.

«Bisogna ritornare all'impiego dell'esercito - suggerisce un certo Todde, colonnello in SPE, nel quotidiano «La Nuova Sardegna» - L'addestramento tattico anziché svolgersi in Alto Adige si svolgerebbe nelle Barbagie. Unità da impiegare: quattro brigate di fanteria da dislocare una a Macomer, una a Nuoro e una tra Bitti e Buddusò… (Nella foga strategica, il colonnello ha dimentica la bazzecola di una brigata - n.d.r.). Ogni brigata dovrebbe disporre di autoblinde, otto-dieci. Bastano complessivamente da quindici a ventimila soldati… Quando le azioni offensive non dessero i risultati sperati, si potrebbe ricorrere a una specie di assedio per snidare con la fame i briganti dai loro covi inaccessibili…».

I piani militari del colonnello Todde, in fondo sono modesti, in confronto a quelli già messi in atto. La polizia, forte in Italia di 227.184 scherani effettivi (A. D'Orsi - Il potere repressivo: la polizia - Feltrinelli 1972 – pag. 115), ha dispiegato nell'Isola, in certi periodi, molto più dei quindici-ventimila soldati e ben più specializzati nell'arte della repressione popolare. Dove voglia arrivare il colonnello Todde si comprende meglio nella chiusura del suo discorso:
«…La Grecia ha sistemato le sue faccende senza lo spargimento di una goccia di sangue (dice lui! - n.d.r.). Noi vediamo nel colpo di Stato niente altro che un colpo di scopa contro il marciume politico che in nome della democrazia appesta i popoli».

Ecco, questo è parlare chiaro. Così si capisce come due o tre rapine e qualche sequestro di persona giustifichino l'intervento di quattro brigate in assetto di guerra. In Sardegna si tengono dunque, in continuo allenamento e in perfetta efficienza, le milizie per l'abbordaggio alle già gracili istituzioni democratiche, che cadranno del tutto quando la consorteria al potere avrà deciso di dare «il colpo di scopa» fascista.
Il disegno reazionario è vecchio, sempre attuale, talvolta esplicito. Ma perché muovere dalla Sardegna e non, per esempio, dalla Lombardia o dal Lazio (dove due o tre rapine e qualche sequestro di persona avvengono ugualmente)? La risposta storica e logica è che in colonia le sperimentazioni repressive di ogni genere sono più facili, ormai tradizionali: gli abitanti di una colonia sono «pregiudicati» ed è un fatto storicamente «normale» sterminare i «resistenti» per poter civilizzare i sopravvissuti. In altre parole, la colonia è l'habitat ideale per la manutenzione e la sperimentazione delle strutture (tecniche e strumenti) atte alla oppressione, allo sfruttamento e alla repressione.
Le vicende della Spagna nel '35 sono illuminanti a questo proposito. Franco parte dal Marocco, con la soldataglia che lì in colonia manteneva in esercizio, per abbattere il governo popolare e instaurare il fascismo.

Che la Sardegna sia una colonia lo si sostiene da più parti: «Dai banditi, dai pastori, dai contadini il pregiudizio colonialistico si estende a tutti i sardi. E' un fenomeno talmente diffuso e noto che a ricordarlo sembra perfino banale - tanto più che lo ha ripreso Paolo VI nella sua recente visita nel capoluogo dell'Isola. Il papa vuole incoraggiare con la sua visita il movimento di rivalsa dei sardi - scrivono i giornali intervistando il cardinale Baggio, che aggiunge: - L'Isola e la sua popolazione è stata nel passato merce di scambio. E' stupefacente come i papi, espressione del più sfacciato privilegio economico e dell'autoritarismo più becero, siano capaci di predicare la giustizia sociale e di incoraggiare i movimenti di rivalsa popolari. In verità, questi sono i discorsi che la Chiesa di Roma riserva ai popoli coloniali, ed è sintomatico che Paolo VI li faccia in Sardegna e non in Lombardia» (In Luisa Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in Sardegna - Libreria Feltrinelli 1970).

La visita di Paolo VI nella colonia Sardegna avviene nello stesso anno che vede la squadra di calcio del Cagliari conquistare lo scudetto di serie A. E' un anno preoccupante per il sistema. Spira un'arietta libertaria che ricorda certi sommovimenti comunardi dei tempi andati. In Sardegna il sistema ha tirato troppo la corda: la pazienza delle popolazioni sembra essere giunta a limiti di rottura, e la stessa classe dirigente regionale (i compradoris) scossa dal vento che comincia a soffiare è costretta ad assumere atteggiamenti contestatari nei confronti del governo centrale che «da sempre disattende le giuste aspirazioni di progresso dell'Isola».

14 - Il '68 e il '69 sono anni di tensione popolari, di fermenti rinnovatori che vengono fatti passare per «gli anni ruggenti» del banditismo isolano. Ci sono nell'Isola forze di polizia in numero tale da costituire un vero e proprio esercito di occupazione, sufficiente a stroncare qualunque rivolta popolare. Il sistema non vuole arrivare agli eccessi del passato, alle battaglie campali di fine '800. Almeno fin dove è possibile vuole salvare la faccia, eliminando «civilmente» gli oppositori con le leggi fasciste, le provocazioni, le false accuse, le taglie, il confino, gli arresti arbitrari. Dove non bastano i metodi di sterminio «civile» si usano quelli barbari dell'assassinio. Si uccide con metodo, a stillicidio, uno o due per volta, simulando la legittima difesa, prefabbricando l'incidente, inventando il conflitto a fuoco.
La Sardegna non dimentica i suoi morti. Alcuni deputati, nel tentativo di richiamare il governo al rispetto delle regole del gioco democratico, si levano in parlamento e gettano questi morti in faccia al ministro degli interni.
«Un così tragico bilancio di omicidi compiuti dalle forze dell'ordine in breve tempo non può spiegarsi se non con direttive precise che orientano le forze di polizia a comportarsi come truppe di occupazione coloniale e a ritenersi autorizzate, se non incoraggiate, a dar luogo impunemente a esecuzioni sommarie e a sparare contro i cittadini» (Interrogazione comunista alla Camera dei deputati dell'autunno '68).

La rivista «Sassari Sera» porta avanti una coraggiosa campagna di stampa denunciando i crimini della polizia. «I pastori fanno da tirassegno ai nervosi baschi blu» - si intitola un servizio in cui vengono mosse precise accuse, in particolare agli ambiziosi «giovani leoni» della Criminalpol (In «Sassari Sera»: vedi le annate del 1968 e 1969).
Tra i «giustiziati» del 1968 sono:
- Giovanni Maria Corona, di 22 anni, pastore, ucciso mentre camminava sul ciglio della strada. La polizia farà poi trovare sul luogo dell'incidente una pistola.
- Antonio Casula, pastore, latitante, fulminato alla periferia di Paulilatino. Della sua eliminazione vengono accusati il dott. Guarino e Corrias, alti funzionari di polizia.
- Antonio Cocilio e Giovanni Atzei, minorenni, incensurati, caduti sotto il piombo poliziesco mentre - secondo la versione ufficiale - tentavano una estorsione per conto di terzi mai identificati.
- Vittorio Giua, pastore, 23 anni, assassinato mentre partecipava alla manifestazione di protesta per i pascoli di Lodé.
- Pasquale Pau, il «latitante buono», pastore in attesa di giudizio, crivellato a colpi di mitra mentre accudiva le bestie nell'ovile insieme al fratello.

«Requiem per un bandito» - si intitola un volantino che circola in quell'anno - : «Pasquale Pau è morto. Ora custodisce pingue greggi nei verdi pascoli della prateria celeste che il dio dei pastori riserva ai buoni… - Così canta la nenia delle prefiche attorno al suo letto funebre.
Pasquale Pau, il latitante, è morto. Accudiva al pasto dei maiali, nel campicello preso in affitto di recente. Una morte straordinaria, per un bandito. Non la morte violenta dell'assassino che sfida la legge dell'umana fratellanza, ma la morte assurda, senza un perché.
E' vero: molti sono i banditi in questa terra senza pace e senza giustizia. Anche Pasquale Pau era un bandito. Un bandito-uomo-pastore. E non è morto da bandito. E' morto da uomo. Accudiva al suo gregge, si abbeverava all'unica fonte di vita che esile sgorga da questa terra avara.
Pasquale Pau è morto. A quarantasette anni sognava ancora il sogno dei giovani. Un sogno assurdo, sulle pietre di questa Isola: avere una donna e figli, gregge e pascolo, un tetto e un giaciglio. E' caduto con il suo sogno assurdo - né, forse, sulla terra che avida ha bevuto il suo sangue altro potrà germogliare che spini velenosi.
«Mio figlio dovrà sapere il nome di chi ha ucciso il padre!» - ha gridato l'ira della sua donna. Le donne gravide, in questa terra, ingoiano una scheggia di granito, per dare al nascituro un cuore che regga il dramma della vita. Angela Marras, la compagna di Pasquale Pau ha ingoiato tutto il piombo della sua morte per dare un cuore all'orfano che dovrà nascere…
E' vero: ci sono molti banditi, in Sardegna. La nostra è una società piena di banditi. Anzi, è una società di banditi. Banditi malvagi e sanguinari, banditi onesti e pacifici. Banditi che derubano miliardari e banditi che hanno in tasca duemila lire. Pasquale Pau era un bandito con duemila lire in tasca.
Chi lo ha ucciso non potrà che avere l'esile conforto di avere ubbidito. Il dovere disumano di chi esegue la sentenza di condanna a morte di un innocente - il cui sangue ricade su tutti i grandi della terra.
Pasquale Pau è morto. Di lui nessuno, a voce alta, potrà mai dire altro che parole buone. Sentiva i piccoli grandi problemi della sua gente, la disperazione del povero che ha smarrito un agnello. Conosceva dentro di sé la sua gente, i drammi antichi della sua gente, si era fatto generoso dispensatore di minuta giustizia: rendeva il maltolto, riparava il torto, pacificava gli animi - che il dramma delle pietre sterili e deserte e della solitudine rende aspri e taglienti come schegge di selce. Meritava il canto di un poeta, Pasquale Pau, il bandito d'onore. Non può averlo, un poeta che canti la sua vita e pianga la sua morte, in una società che altro non sa esprimere se non l'offerta dell'imbonitore nel mercato.
Pasquale Pau è morto. Lavorando, amando, sperando. L'uomo che è nato sulle pietre, nudo e solo, non può credere nella giustizia venuta da un mondo verde di pascoli. Eppure, egli ha voluto credere in quella giustizia: credeva che un giorno lo avrebbero dichiarato uomo senza colpa. Pensava al suo vicino processo d'appello, quando è caduto - intanto espiava la colpa d'essere nato pastore…
La nenia delle prefiche canta attorno al suo letto funebre: - Ora custodisce pingue greggi nei verdi pascoli della prateria celeste, che il dio dei pastori riserva ai buoni» (Il testo del volantino è di Ugo Dessy - ripreso da L. Mancosu e da D'Orsi nelle loro opere citate).

Fu vittima di una gratuita sanguinaria violenza o venne assassinato dalla polizia per nascondere ignobili retroscena?
«Il latitante di Siniscola è stato colpito a morte dietro la soffiata di qualcuno al quale bruciava la sua presenza. E questo qualcuno potrebbe essere legato al sequestro dell'industriale emiliano Ferdinando Tondi. Pasquale Pau si era dato ormai alla pastorizia, girava sui monti di Lula e Torpé con la sua mandria di maiali e gregge di capre. Che cosa aveva scoperto sul fantomatico sequestro di Tondi?… Perché i carabinieri hanno ucciso senza pensarci due volte, perché non si sono accontentati di catturare il latitante senza infierire a colpi di mitra? E qui potrebbe nascondersi la seconda verità: forse inquirenti e rapitori avevano lo stesso motivo in comune per togliere dalla circolazione il Pau… La gente dice che forse si vogliono proteggere i rapitori. Intanto qualcuno dei parenti del sequestrato si rivolge a Pasquale Pau. Pau è un latitante sui generis, alla macchia per un omicidio d'onore legato alla ormai tradizionale vendetta barbaricina… in attesa di processo. Cosa ha scoperto Pasquale Pau nelle sue ricerche private? A che cosa è arrivato? Nessuno lo saprà mai, o meglio qualcuno lo ha saputo e ha provocato la morte del latitante. Qualcuno che la polizia tiene a proteggere. La dimostrazione? Arriva da sola e logica. Che Pasquale Pau vivesse da tempo sulle montagne di Torpé era ormai un luogo comune. Chi lo ha fatto uccidere non lo ha fatto per soldi: Pasquale Pau era l'unico latitante alla macchia sul quale non pendeva una taglia… La sua morte non è quindi il frutto di appostamenti o di brillanti azioni di pattuglie, ma di una tresca segreta e difficile da spiegarsi. I rapitori di Tondi erano forse stati avvisati e riconosciuti dal Pau. Per questo hanno deciso di chiudere, e per Pau è stata la fine, la fronte bucata all'ombra di un cespuglio di lentisco» (In «Sassari Sera» del 15 ottobre 1968).

Dal 1965 al '70 i «baschi blu» non hanno risparmiato proiettili. I latitanti - molti dei quali alla macchia per evitare una lunga detenzione preventiva anche se incolpati di reati futili - vengono descritti dalla polizia come pericolosi sanguinari criminali e massacrati come bestie. Sono state pubblicate fotografie che disonorano l'umanità: alti funzionari accorsi sul luogo dell'esecuzione sommaria, fotografati in pose trionfalistiche accanto al cadavere orrendamente martoriato.
Le brillanti operazioni sono montature per dare lustro alle forze della repressione. Antonio Michele Floris, latitante con cinque milioni di taglia (al 1965) viene ucciso con un proiettile che entratogli in un occhio gli ha perforato il cervello. I carabinieri comunicano con strepito di tamburi l'operazione che ha portato al conflitto e alla fine del latitante. Il settimanale «Sardegna Oggi» raccoglie e pubblica notizie che smentiscono la versione ufficiale e chiede chi realmente abbia ucciso il Floris.
Nello stesso settimanale (19 aprile 1965) risponde il colonnello dei carabinieri Ragni Andrea, il protagonista:
«…è stato pubblicato con grande rilievo tipografico un servizio sul conflitto tra Carabinieri e fuorilegge, ponendo in dubbio che il latitante Floris Antonio Michele sia stato ucciso dall'appuntato Cossa e dando per certo che i Carabinieri erano preparati allo scontro da due giorni in seguito a soffiata di ignoto delatore che, subito dopo il fatto, ha riscosso la taglia di cinque milioni e - fatti in tutta fretta i bagagli - è ripartito in continente. Tale versione dei fatti è completamente destituita di fondamento. Le cose sono andate esattamente come riferito dall'Arma, e cioè il Floris Antonio Michele è stato ucciso in conflitto scaturito da normale servizio… Nessuna delazione ha avuto luogo, nessuna taglia o premio è stato pagato. La invito pertanto, quale rappresentante dell'arma in Sardegna di voler provvedere a far pubblicare sul suo giornale la presente smentita nei limiti della Legge e nella forma stabilita dall'art. 8 della Legge sulla stampa n. 47 dell'8 febbraio 1948».

Al colonnello Ragni Andrea - il quale citando i cittadini antepone dispregiativamente il cognome al nome e scrivendo dimostra una puntigliosa conoscenza degli articoli delle leggi e una grossolana ignoranza della lingua italiana - replica il giornalista:
«Tengo a precisare… che le informazioni di cui mi sono servito sono state da me raccolte in parte a Santulussurgiu e in parte negli stessi ambienti delle forze dell'ordine. Per quanto riguarda la taglia sono in grado di confermare che un agricoltore di un paese del Montiferru, di cui per ovvie ragioni devo tacere il nome, ritiene di averne diritto, mentre i carabinieri si dicono di avviso contrario».
Una conferma della verità delle denunce fatte da alcuni coraggiosi pubblicisti si ha nel fatto che non sono stati mai querelati dai funzionari sbugiardati.

Il Bechi - ufficiale del corpo di spedizione inviato in Sardegna nel 1899 - non a caso intitola «CACCIA GROSSA» il suo libro sulla campagna antibarbaricina. La caccia è ancora aperta dopo settant'anni.
Nelle forsennate battute, i cacciatori - come suole accadere - finiscono per spararsi tra loro. Quando accadono tali «infortuni» - indecorosi per una istituzione che «non sbaglia mai» i fatti vengono camuffati e le vittime addossate al «nemico».

La sera del 2 novembre 1967, «un malvivente armato è costretto a fermarsi a un posto di blocco. Ha di fronte sei agenti. Deve decidere, in un baleno, se arrendersi o scappare. Decide di scappare. Può farlo senza l'uso delle armi? La risposta ce la fornisce il cadavere dell'agente: Giovanni Maria Tamponi giace con la gola squarciata. L'assassino ha usato il coltello. Era anche armato di mitra? (Sul corpo dell'agente ucciso è stata sparata anche una raffica di mitra - n.d.a.). E' logico pensare che un malvivente avvezzo alle armi da fuoco trovi più naturale aprirsi la strada con una raffica micidiale di mitra. Non ha di fronte a sé soltanto un uomo che può sopraffare con l'abilità del coltello, ma un gruppo di agenti armati e pronti a far fuoco. Tuttavia - secondo la versione ufficiale - egli usa il coltello al posto del mitra. E' verosimile? Si potrebbe rispondere affermativamente a queste condizioni. Che sulla strafa ci sia solo il Tamponi con il mitra non imbracciato; che la pattuglia in quel momento non possa rendersi conto (forse assente) di quanto sta accadendo; che il fuorilegge sia armato soltanto di coltello. Ma sul cadavere di Tamponi si rilevano le ferite prodotte da una scarica di mitra. Chi ha sparato? Ecco la risposta secondo la versione ufficiale: il malvivente, dopo averlo sgozzato!…» (In «Sassari Sera» 15 novembre 1967).
La versione più attendibile è che gli agenti, nella confusione, abbiano colpito il loro compagno. La coltellata resterà un mistero.
Il 17 giugno dello stesso anno, nel conflitto a fuoco tra baschi blu e Mesina con Atienza muoiono due tutori dell'ordine. Ghirotti ha ricostruito l'episodio:

«Nel primo pomeriggio, quel giorno, cinque carabinieri della casermetta di Giannas partono in perlustrazione sui monti di Orgosolo. Vedono avanzare tre o quattro armati. Si buttano a pancia all'ingiù: è la tecnica dell'appiattimento. Fra tante che se ne sono studiate è ancora questa la migliore: si tratta di star lì, immobili, a fiato sospeso, il dito sul grilletto, vicino alla sorgente, all'abbeveratoio, al guado. E aspettare che il bandito arrivi al varco assetato.
Ma stavolta il bandito ha fiutato odore di uomini affaticati. Il vento è amico del brigante, gli porta nelle nari quest'ansito, questi odori di cuoio sudato e di brillantina che sono messaggi dell'arma o della polizia in arrivo.
La sorpresa è fallita. I carabinieri sparano, i fuorilegge rispondono al fuoco e incomincia l'azione di sganciamento… I carabinieri corrono in auto a Orgosolo e di qui telefonano. Scatta il dispositivo del grande allarme. Da Nuoro e dalle caserme dei baschi neri e blu partono le pattuglie della lotta al brigante, polizia e carabinieri. I banditi sono scomparsi. Sul terreno è rimasta qualche gocciolina di sangue. Il primo colpo a Miguel Atienza l'hanno inferto i cinque carabinieri della casermetta di Giannas. Ora bisogna ristabilire il contatto con i banditi inafferrabili del Supramonte. Cade la sera. Graziano Mesina e il suo compagno, ferito, si sono ritirati nei boschi; sperano che la folla dei rastrellatori si scioglierà al calar della notte. Una pattuglia, comandata dal brigadiere Martinelli, si è attardata nella foresta. Dentro il folto d'un macchione le è parso di ascoltare voci umane. Il brigadiere intima la resa. «Chi si muove lì dentro? Arrendetevi, siamo della polizia!» Dall'alto, in mezzo ai cespugli, si sente una voce beffarda: «Anche noi siamo della polizia!» «Fatevi riconoscere!» Si sente uno strepito di frasche. «A voi!» grida la voce, e dall'alto cadono ai piedi del brigadiere due pistole calibro 9, un'arma in dotazione della polizia. «Gettate anche le altre armi!» ordina il brigadiere. Dall'alto si risponde lanciando due baschi blu. Si accende il combattimento: sparano gli agenti, sparano i briganti. E' una notte di tragedia. Gli agenti non sanno se sono accerchianti o accerchiati. Nella furia del combattimento tre uomini sono scomparsi…» (G. Ghirotti - Mitra e Sardegna - Longanesi 1968 pagg. 145-148).
Soltanto la mattina del giorno dopo, fatto l'appello, si scopriranno i mancanti: Pietro Ciavola e Antonio Grassia, morti, e Giuseppe Virgona, che vaga nella zona in preda a choc.

«Ad Orgosolo si dice che i due agenti del conflitto a fuoco di Tumba-tumba, dov'è rimasto ferito a morte anche Miguel, sono morti perché nella confusione si sono sparati tra di loro» (G. Ghirotti - Mitra e Sardegna - Longanesi 1968 pagg. 148-149).

E' una voce che circola non solo a Orgosolo, che si fa sempre più insistente. In una lettera a firma A.M. pubblicata in una rivista si legge:
«Chi ha raccolto i due baschi blu? Le voci che circolano insistenti e che richiedono una verifica dicono che siano stati vittime di un tragico errore e cioè che siano caduti sotto il fuoco dei loro stessi compagni. I sospetti… sono gravissimi… e suffragati da queste obiezioni:
1) Perché i cadaveri dei due poveretti non sono stati ritrovati subito? Perché si è aspettato a dar notizia della loro morte al giorno dopo il conflitto? La ricerca degli assenti non poteva essere fatta subito, considerato che la polizia dispone di mezzi necessari per illuminare la notte a giorno?
2) Ammesso che veramente uno dei due banditi è stato colpito in modo tanto grave da pensare, due giorni dopo, che egli sia diventato cadavere, alla ricerca del quale si inviano centinaia di militi; perché non sono riusciti a catturarlo vivo? E poi, chi avrebbe detto che uno dei banditi è stato colpito in modo così grave? Lo avrebbero detto i due baschi blu uccisi? Perché non si fa parlare il carabiniere sardo che avrebbe trascorso la notte insieme ai due cadaveri dei compagni?
3) Perché (e ciò è molto importante ai fini della scoperta della verità!) non si è fatta l'autopsia ai due morti? Da quali armi sono partite le pallottole che hanno freddato i due poveretti?…» (In «Sassari Sera» del 15 luglio 1967).

Sarà infine lo stesso Mesina, in sede di dibattimento, a illustrare ai magistrati, non senza ironia, lo svolgimento dei fatti, confermando le voci: i baschi blu si erano lasciati prendere dal panico ed erano rimasti a spararsi l'un l'altro per ore, mentre lui, portandosi dietro Atienza ferito, era già lontano. E sarà lo stesso Mesina a far sapere alla polizia il luogo dove ha deposto il cadavere di Atienza, affinché riceva umana sepoltura.

15 - A questo punto, da parte padronale si incomincia a chiedere che il mitra - insufficiente e male usato dalla polizia - venga concesso magari in via eccezionale, ai cittadini perbene, che non ne possono più di essere taglieggiati dei loro sudati milioni.
«Il 18 marzo del 1968, in seguito al sequestro di Nino Petretto e Giovanni Campus, si verifica un fatto nuovo nella storia della repressione in Sardegna. A Ozieri, feudo di pingui allevatori e possidenti detti prinzipales, si organizzano alcune centinaia di volontari per dare la caccia ai banditi - visto che i baschi blu non riescono a cavare un ragno dal buco.
Poco prima della decisione, Vicari, il capo della polizia, accorso nell'Isola per seguire la vicenda, ha presieduto nella sala del Municipio ozierese una riunione di prinzipales che chiedevano a gran voce l’istituzione di una Milizia di Volontari per la sicurezza della Campagna.
Che i prinzipales abbiano le loro guardie del corpo per evitare di essere rapiti e taglieggiati è cosa nota. Karim Aga Khan (il prinzipale della Costa Smeralda), ai 40 uomini e alle decine di camionette della polizia che vigilano intorno a Capo Cervo, aggiunge un suo esercito personale forte di circa 200 guardie giurate. Sui giornali sardi cominciano a leggersi inserzioni pubblicitarie come questa, apparsa nel settembre del '67: "Per paese interno Sardegna assumerei ex sottufficiale dei carabinieri per compiti guardia privata. Dettagliare referenze e specificare pretese indirizzando Casella postale 79…".
Il caso Ozieri, ovvero la guerriglia per incarico dei prinzipales, ha messo in luce alcuni aspetti della natura e della vocazione della classe al potere:
- i prinzipales, quando vedono i loro privilegi economici non abbastanza difesi dalle istituzioni dello stato, organizzano in proprio e al di fuori della legge gli strumenti repressivi;
- i ben pensanti di tutta Italia plaudono alla creazione di una milizia di volontari per la sicurezza delle campagne, di bande armate per lo sterminio del bandito, lodando la ritrovata fiducia del sardo nella giustizia.
Per i pastori e per i contadini che si sono arruolati nelle bande antibande è una occasione per guadagnarsi un salario, avere un'arma e procurarsi una patente di combattente della giustizia» (In Luisa Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in Sardegna - Libreria Feltrinelli 1970).

Fra i prinzipales che muovono le acque c'è Nino Terrosu, ricco possidente ozierese, che all'alba del 7 marzo dello stesso anno è sfuggito fortunosamente al sequestro, mentre si recava alla propria fattoria in auto.

«Un'ora più tardi - nell'ovile dove sta mungendo accanto al fratello e a un servo pastore - viene rapito dagli stessi banditi Giovanni Campus, ricco possidente dell'Ozierese. Il Terrosu, rientrato in paese, fa appello alla popolazione perché collabori con la polizia nella scoperta dei malfattori. In consiglio comunale (Terrosu è capo gruppo della DC) pronuncia una dura requisitoria contro i pastori nuoresi, e quelli orgolesi in specie, che da tempo conducono le loro greggi alle opime pasture dell'Ozierese. In quell'assemblea si attacca duramente anche la magistratura, accusata di troppa indulgenza verso i pastori malnati…» (G. Ghirotti - Mitra e Sardegna - Longanesi 1968 pag. 291).

Nino Terrosu è anche il compare del famoso latitante di Bitti, Ciriaco Calvasi, e a questi si rivolge come mediatore tra i familiari del possidente sequestrato Campus e i rapitori.

«La gestione diretta della democrazia è un conto, ma la concessione al cittadino della patente di uccidere è altro diversissimo conto. Anche se si tratta di uccidere banditi, rapitori di galantuomini e taglieggiatori dei medesimi. La regola del gioco va rispettata fino in fondo: per dare la caccia ai fuorilegge esiste una apposita istituzione, la polizia. Che ha legale licenza, e ce n'è abbastanza. Cinquemila specialisti, detti baschi blu, oltre quelli in pianta stabile, contro qualche decina di latitanti.
Si è scoperto che l'apparato legale è insufficiente ad arginare l'ondata di criminalità. Se è così bisogna allora trovare soluzioni diverse da quelle finora adottate… Già noi auspichiamo un mondo senza poliziotti - per non essere fraintesi: con uomini onesti, tanto da rendere inutile il mestiere del poliziotto, del giudice, del carceriere. Figuriamoci, se ogni cittadino potesse, di punto in bianco, vestirsi da poliziotto. Il minimo che possa accadere è che tutti gli uomini, appena in grado di sparare, si dividano in banditi e in poliziotti…
Si è mascherata la criminosa trovata dietro il pretesto della collaborazione del cittadino alla giustizia. Una collaborazione evidentemente male intesa, poiché in uno stato democratico e civile la collaborazione tra il cittadino e le istituzioni nasce da un profondo rispetto di queste da parte di quello, e si attua al di fuori di ogni violenza…» (In «Sassari Sera» del 15 aprile 1968).



Capitolo IV - An Ki Ti Kurrat Sa Justizia

1 - Negli anni dal 1967 al 1969 si sviluppa e minaccia di esplodere la rivolta contro il privilegio, gli abusi, lo strapotere della classe dominante. Il sistema corre ai ripari inventando la «contestazione guidata»: il suo scopo è di canalizzare i fermenti popolari per farli sfociare nel gran pantano del suo ventre che tutto fagocita. Nel contempo appronta e dispiega un formidabile apparato repressivo per arginare gli eventuali straripamenti, per eliminare le forze della contestazione autentica. Nel suo calcolo rientra quindi anche il collaudo delle forze repressive e la possibilità che si produca una situazione favorevole per una svolta reazionaria, se non anche per un colpo di stato militare.
I fatti che si verificano in quel periodo, e negli anni successivi, trovano così una spiegazione: l'ondata di inchieste sui rotocalchi, alla televisione e in parlamento sulle «disfunzioni» delle varie istituzioni e sul «malessere» della società che «giustamente contesta», il sorgere di una fungaia di gruppuscoli dediti alla contestazione, attentati dinamitardi legati a catena con scioperi programmati, le forze di polizia permanentemente sul piede di guerra e l'eliminazione anche fisica dei veri contestatori: alcune categorie di lavoratori, i pescatori di Cabras, i pastori barbaricini, alcune componenti politiche irriducibili, come gli anarchici, eccetera.
In questo contesto rientra l'invenzione di un boom del banditismo in Sardegna, cui segue una spietata repressione non tanto contro i «banditi» (che non ci sono o sono tre o quattro latitanti) ma contro quelle componenti popolari che manifestano la volontà di liberarsi dalla oppressione e dallo sfruttamento.
E' di quel periodo la contestazione alla giustizia - contestazione presente perfino all'interno della istituzione contestata.
La giunta esecutiva della Associazione magistrati delibera di non partecipare alla inaugurazione dell'anno giudiziario 1969 «perché l'Associazione si sente estranea a manifestazioni ufficiali che non esprimono quelle effettive istanze di fondo dei giudici di fronte al Paese, delle quali essa , da decenni, si è resa interprete senza trovare alcuna rispondenza presso il potere politico».

I magistrati, «dopo decenni», aspettano proprio il '69 per tirare fuori il rospo della contestazione. Era necessario che si creasse una moda perché finalmente uomini di alto livello culturale e civile trovassero il coraggio di dire che la giustizia, la loro «è tutta uno schifo».
Nello stesso '69, alla inaugurazione dell'anno giudiziario, in Sardegna, anche gli avvocati deliberano di non partecipare.
Il partito radicale si fa animatore di questa contestazione con una serie di iniziative che mettono a fuoco il problema della giustizia nei suoi aspetti più fascisti. Un gruppo di avvocati stende un manifesto diffuso a Roma alla fine del '68.

«La giustizia italiana è malata di paralisi progressiva. Se vi rivolgete ai tribunali dovete pagare, pagare, pagare. Se avete ragione ve la daranno quando non serve più. Se avete torto, forse vi andrà un po' meglio, ma ci rimetterete lo stesso. Chi va in carcere ci resterà, anche se è innocente, in attesa di giudizio, e nessuno lo risarcirà perché è stato ingiustamente detenuto. I lavoratori attendono anni per vedere riconosciuti dai tribunali i loro diritti. Si inventano nuovi reati, si sequestrano a tamburo battente i giornali cosiddetti pornografici che poi vengono assolti. Ma i processi contro i pezzi grossi o non si fanno o non finiscono mai…».

Le stesse critiche vengono ribadite in un manifesto indirizzato agli avvocati italiani.

«Siete testimoni e vittime voi stessi della disfunzione della giustizia. I diritti dei cittadini sono ormai privi di ogni garanzia. I processi civili sono per lo stato solo un'occasione per riscuotere tasse e balzelli sulle ingiustizie subite. I codici sono vecchi, i giudici pochi e mal distribuiti, i servizi arcaici, i processi non finiscono mai. La giustizia penale dà l'impressione di colpire a casaccio. La funzione punitiva è di fatto affidata alla discrezione dell'istruttore con la carcerazione preventiva, mentre ci si balocca a riesumare il plagio e a sequestrare per oscenità i giornali che parlano male di qualche pezzo grosso. Se non volete essere complici, protestate…».

Con uguale chiarezza ma uguali intenti riformistici parla Mario Barone, presidente dell'Associazione nazionale magistrati, in una assemblea tenutasi a Roma nei primi giorni dello stesso '69.

«E' scandaloso che la vetustà della nostra codificazione venga in luce solo attraverso le sentenze della Corte costituzionale, ma è ancora più sconfortante il fatto che, mentre la Corte si adopera ad una graduale epurazione dal nostro ordinamento delle norme in contrasto con la Carta costituzionale, parlamentari e governo non sembrano preoccuparsi granché, salvo sporadici casi, di colmare i vuoti che le sentenze abrogative della Corte vanno creando…».

Infine, nel concerto contestativo di quei giorni figura una lettera aperta al presidente della repubblica redatta da un gruppo di avvocati democratici, di ispirazione radicale.

«Tutto è stato studiato, tutto è stato detto, da tutte le sedi sono stati indicati rimedi alla crisi della giustizia, ma nulla è stato fatto: Leggi farraginose e complicate, codici contrari alla costituzione e di pretta marca fascista, ordinamento vetusto, sedi e mezzi inadeguati. A queste cose corrispondono: magistrati sopraffatti dal lavoro, cancellieri travolti dai processi, avvocati che si arrabattano intorno a cause che non giungono a termine e alla fine gli sventurati cittadini che non ottengono giustizia, la quale, quando arriva, è sempre troppo tardi. Ha mai visto e le hanno mai riferito come si svolgono le udienze civili? Aule stracolme dove tutto deve funzionare in aperta e costante violazione della legge, ché se fosse applicata i tribunali si paralizzerebbero; avvocati che devono sostituirsi agli uscieri, ai cancellieri e ai magistrati, chiamando le cause, redigendo i verbali e sentendo i testimoni per i corridoi, scrivendo sulla borsa o sulle spalle di un volenteroso collega. Ha mai saputo o le hanno mai riferito di processi penali che durano anni e anni mentre il cittadino viene trattenuto in carcere preventivo per poi magari essere assolto? Le hanno mai detto come realmente si vive ancora oggi nelle carceri? Bene, questo e niente altro è l'amministrazioni della giustizia in Italia».

2 - La parte più avanzata della borghesia compradora e i partiti revisionisti lamentavano già da qualche anno prima, in Sardegna, le stesse «disfunzioni» della giustizia.

«Vengono celebrati processi vecchi di dieci anni. I detenuti debbono attendere in carcere prima d'essere giudicati. In questi giorni, nella corte di cassazione e nelle corti d'appello si rinnova la tradizionale cerimonia inaugurale dell'anno giudiziario. Ovunque il procuratore generale, nel rituale discorso denso di cifre e di dati, rende il bilancio tecnico e morale dell'attività svolta durante l'anno precedente… La giustizia è in crisi. Essa è divenuta inceppata negli ingranaggi logori e anacronistici e per ciò procede con la lentezza di un carro a buoi nell'era dell'atomo. Quali le cause di questa crisi? Inadeguatezza delle istituzioni o insufficienza dei mezzi di conduzione? L'una cosa e l'altra…» (In «Sardegna Oggi» del gennaio 1963).

Così la rivista socialista nel 1963, che due anni dopo, tornando in argomento, denuncia «il gravissimo disservizio giudiziario nel circondario di Nuoro, dove 3.711 processi penali attendono la definizione».
C'è da riflettere sul fatto che la «crisi» sia più «critica» in Barbagia. Rileva il fenomeno anche il Vergani, che ne dà una propria spiegazione:

«Spesso l'accusa parte da solidi indizi, ma è raro che il giudice, proprio perché di solito non c'è un testimone disposto a buttarsi al di là dei non ricordo, non ho visto bene, il sole mi accecava, possa condannare. Scaricare in galera imputati non garantiti che il magistrato poi rispedisce a casa, è in Sardegna un fatto assai più grave che in Continente, perché qui il carcere preventivo può durare anche quattro cinque anni. Nell'isola la giustizia è lenta. Ha infinite disfunzioni molto simili a quelle che l'affliggono nelle altre regioni italiane. Ma qui i mali sono all'ultimo stadio. Nel 1966, a Nuoro, gli avvocati hanno scioperato per sette mesi in segno di protesta contro il passo tartarughesco della giustizia…» (G. Vergani - Mesina - Longanesi 1968).
Col risultato di avere prolungato di altri sette mesi i quattro o cinque anni di carcerazione preventiva ai disgraziati in attesa di giudizio, colpevoli o innocenti che fossero.

«La situazione è comatosa - risponde il Vergani - Nelle strutture della magistratura sarda sono scoperti cinquanta posti: pretori, giudici, cancellieri. Ma lo Stato non sembra accorgersene, tant'è vero che l'anno passato (1967) nel bel mezzo delle più inferocite polemiche, ha deciso di ridurre il numero di magistrati di Nuoro, Cagliari e Oristano (e aumentare i baschi blu - n.d.r.). In quanto all'insufficienza di prove, la polizia, mentre insinua il sospetto di benevolenze determinate da un troppo profondo ambientamento di certi giudici, si richiama allo stato di emergenza. Sostiene che in pratica, nel clima di omertà e di protezione che attornia i banditi, alcuni indizi hanno il peso doppio, sono quasi prove…» (G. Vergani - Mesina - Longanesi 1968).

Mese dopo mese, in crescendo, si parla di crisi della giustizia. In termini diversi e per scopi diversi, se ne parla all'interno dell'apparato giudiziario e fuori, ai vertici e alla base. Tutto ciò dà l'idea di una rappresentazione scenica dove ciascuno recita una parte, ben sapendo che si tratta di una finzione e che la sostanza delle cose non verrà modificata.
Fra questi, forse, c'è qualcuno in buona fede, il quale crede che i vertici del potere abbiano la volontà di riformare «in meglio» l'istituto giudiziario, e pensa che se le riforme non si fanno dipende non da cattiva volontà del potere legislativo ma da «obiettive difficoltà» che vengono frapposte. E qui basterebbe che questi galantuomini si chiedessero semplicemente «da chi», (una entità noumenica?), per ritrovarsi col culo per terra. Bisogna riconoscere che non è mai esistita una volontà riformatrice (in senso democratico) da parte della consorteria al potere (e il contrario farebbe strabiliare!). Le strutture portanti del sistema sono clerico-fasciste; e resteranno tali fintanto che il capitalismo resterà al potere (e se il popolo non vigilerà, anche dopo). Se fosse esistita una pur minima volontà riformatrice (in senso democratico): quali difficoltà obiettive ci sono state in trent'anni da non consentire l'abolizione delle vecchie leggi fasciste? Ma se il governo Andreotti ha avuto la spudoratezza di proporre una legge sul fermo di polizia più fascista di quella fascista del '31! La giustizia del sistema - va detto senza mezzi termini - non è giustizia, e va rigettata in blocco: è giustizia di classe, creata ed esercitata per reprimere il popolo, per mantenerlo sotto lo sfruttamento. Riformare questa giustizia non può significare altro che potenziarla.
I riformisti della sinistra, a sostegno della necessità di rendere più funzionale l'apparato giudiziario, citano una sequela di assurdi casi di illegali detenzioni in attesa di giudizio. Credono, evidentemente, che tali casi siano dovuti a carenza di organici, perché chiedono più magistrati, più cancellieri, più pretori, più palazzi di giustizia (e per essere coerenti finiranno per invocare anche più poliziotti). Precisamente le stesse cose chiedono i procuratori generali, i quali, soltanto a sentir parlare di sinistra entrano in crisi isterica. Anche i procuratori generali, tutti gli anni, e senza aspettare la moda della contestazione, elencano le migliaia e migliaia di processi penali e civili che attendono d'essere definiti; lamentano che i processi istruttori si trascinano per anni, finendo spesso col proscioglimento degli imputati - dei quali se ne infischiano, ridotti a puro dato statistico.
La giustizia funziona benissimo nella misura in cui riesce a conservare i privilegi della classe di cui è a servizio, nella misura in cui riesce a tenere assoggettate le masse popolari. La crisi di cui si parla è il leit motiv della contestazione guidata entro cui si tenta di scaricare la tensione popolare rivoluzionaria; e le riforme che possono derivarne si traducono sempre in una maggiore forza e funzionalità repressive. Si è visto infatti che, anche in termini statistici, l'apparato giudiziario risulta essere «più in crisi» dove più forte sa fare sentire la sua violenza repressiva.
La macchina del capitalismo, che sfrutta per produrre e vende per sfruttare, funziona benissimo. Gli strumenti di disinformazione sono tutti ben saldi nelle mani della classe al potere, e funzionano benissimo insieme alle scuole di ogni ordine e grado nella misura in cui appiattiscono i cervelli. E anche la giustizia, funziona. non è mai accaduto che non si sia trovato in una procura un magistrato - nonostante la deficienza degli organici - pronto a firmare mandati di cattura contro il pastore barbaricino, contro il pescatore di Cabras in lotta coi feudatari, contro un compagno libertario; o che non si siano trovati i giudici per processare e condannare gli stessi pastori, pescatori e studenti - prassi direttissima - per vilipendio alle istituzioni, oltraggio a pubblico ufficiale, detenzione di temperino. La polizia è in perfetta efficienza, forte di oltre duecentomila specialisti ha risolto il problema dell'ordine pubblico col sistema delle schedature: ci siamo tutti, compresi i nascituri. Così l'istituzione delle patrie galere: c'è sempre posto per farci stare tutti - che manchino ambulatori, ospedali e case per chi lavora, poco importa. Non si è mai sentito dire di un cittadino condannato alla reclusione (fosse pure per furto di un formaggino) che sia rimasto «fuori» per mancanza di posto in galera. Nei casi di emergenza si usano gli stadi, come si è fatto in Cile, o le isole, per le deportazioni in massa, come si è fatto in Sardegna.

«Una crisi di funzionalità che interessa soltanto la povera gente - scrive L. Mancosu -, quella che incappa nelle maglie della giustizia, che può aspettare. Nessun danno ne viene al sistema da questo tipo di crisi… Gli incriminati, innocenti o colpevoli che siano, sono al sicuro e possono attendere. Anzi, è salutare per il comune cittadino conoscere la giustizia in tutto il suo rigore e imparare a temerla» (L. Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in Sardegna - Libreria Feltrinelli 1970).

Mauro Mellini demistifica il gioco della disfunzione della giustizia:
«…Non basta classificare classista il nostro meccanismo giudiziario per spiegarne l'aberrante funzionamento e neppure per esaurire gli aspetti propriamente politici e culturali di tale spiegazione.
Una giustizia classista non è necessariamente una giustizia che non attua le leggi stabilite dalla classe che la organizza e la esercita né è necessariamente una giustizia in cui l'inefficienza è istituzionalizzata. Perché nel nostro paese l'inefficienza del meccanismo giudiziario non è affatto un dato meramente tecnico e contingente e neppure la conseguenza della incapacità di una classe dirigente. E' invece una precisa scelta politica che caratterizza la giustizia di questo regime clericale. Certo si tratta di una scelta maturata e realizzata con gli anni in mezzo alle tortuosità e ai compromessi che hanno consentito l'affermarsi del regime clericale, nel nome della continuità dello Stato, della democrazia frenata, della costituzione inattuata, dei diritti civili elusi e frodati…».

La disfunzione cronica della giustizia penale, la disapplicazione di una quantità di norme incriminatrici e la loro approssimativa ed aleatoria applicazione, non indeboliscono affatto, ma aumentano enormemente il potenziale repressivo del regime, che solo a tale condizione e per tale mezzo può mantenere in vita un armamentario legislativo buono per qualsiasi evenienza, e buono ogni giorno per riaffermare, con un sapiente dosaggio di tale disapplicazione e quindi della saltuaria applicazione, il potere di colpire, spesso anche in direzione e con finalità diverse da quelle per le quali le norme sono state concepite…

«L'inefficienza della giustizia risponde quindi ad una precisa scelta politica e non è quindi un problema soltanto tecnico e nemmeno è soltanto il frutto dell'incapacità di questa classe dirigente di affrontare organicamente il problema…
In pratica questo regime non potrebbe sopravvivere molti mesi alla instaurazione di una giustizia che non sia questa sua giustizia, provvidenzialmente inefficiente o efficientissima sola a senso unico. Perché questo regime non può darsi le leggi di cui avrebbe bisogno, né, di contro, può permettersi di abrogare quelle che il paese, in sostanza, non è disposto a tollerare. Il regime fascista era riuscito a codificare la violenza che gli aveva consentito, con la complicità degli organismi dello Stato, polizia, carabinieri, esercito, magistratura, di conquistare il potere. Sembra che sia molto più difficile al regime clericale codificare e legalizzare la corruzione, il peculato, lo sfruttamento dell'assistenza, eccetera, con cui riesce ad imporsi ed a vanificare ogni opposizione. Di qui la sua aberrante e paradossale caratteristica di regime permanentemente fuori legge, che proprio in quanto tale ha bisogno di una giustizia dalle maglie assai larghe, caratterizzata da una inefficienza, nelle cui pieghe possano concretarsi obiettive complicità o almeno facili scappatoie» (M. Mellini in «La Prova radicale» agosto 1973).

L'immagine di una «funzionale giustizia dalle maglie larghe» da cui possono agevolmente sgusciare i banditi del sistema, fa pensare che queste scappatoie siano perennemente occupate, di modo che i poveracci che incappano nella rete vanno a finire tutti sul filo della maglia, restandoci.

3 - In Sardegna, la contestazione alla giustizia assume un particolare aspetto: si contesta quell'apparato amministrativo che oggi è entrato nella fase contestativa, si contesta cioè «la giustizia» tutta in blocco: giudici, avvocati, cancellieri, uscieri e poliziotti. Si può essere o meno d'accordo con questa forma di contestazione globale - ci sono comunque non poche giustificazioni storiche obiettive a fondamento del rifiuto totale delle istituzioni di uno Stato che ha sempre manifestato una forte vocazione colonialista nei confronti dei Sardi.
La gente sarda contesta da sempre questa giustizia. Apertasi la nuova era della democrazia fondata sulla resistenza al fascismo e guidata dalla costituzione repubblicana, i Sardi - per quel che li riguarda - non ne hanno tratto alcun beneficio. L'antica situazione di rottura tra cittadino e giustizia è rimasta. Anzi, si è aggravata.
Fino a che punto sia potuta giungere l'insofferenza degli isolani nei confronti del sistema oppressore è arcinoto. I fenomeni di rivolta popolare, che alla consorteria torna utile definire banditismo, sono l'espressione più antica e più evidente di questa insofferenza. Ma il sintomo più diffuso è la sfiducia profonda, totale che la gente sarda, senza distinzioni, ha nella giustizia, nei suoi codici, nella sua inumana e cinica lentezza, nella mentalità fascista di chi la dirige, nella sua connaturata ingiustizia, nell'essere sempre a favore del ricco e del potente e sempre contro il povero e lo sprovveduto.
C'è un luogo comune da spazzare via. Quello che ha fatto scrivere in centinaia di giornali e rotocalchi che «il banditismo di un pugno di criminali disonora i Sardi onesti e pacifici lavoratori». E cioè che il banditismo sia tout court un fenomeno criminale (e non invece espressione di lotta popolare) e che si tratti di un fenomeno che tocca soltanto certi strati sociali (i pastori) di certe comunità (Barbagie), assolutamente estraneo al resto dell'Isola. Estraneo «fisicamente», certo - per quel che ne dicono i dati statistici: ma non anche «ideologicamente». Perché il banditismo come rifiuto del sistema e in particolare come rifiuto della sua giustizia è estrazione consustanziale del connettivo economico sociale culturale del popolo sardo.

E' noto quale sia l'animus del Sardo nei confronti della amministrazione della giustizia. «AN KI TI KURRAT SA JUSTIZIA!» (Che ti possa perseguire la giustizia!) è una diffusissima invettiva popolare.

Per i Sardi e in particolare «per i Barbaricini il problema di ottenere una soddisfacente giustizia forse non si è mai posto. In primo luogo sono ben consapevoli che la Corte, i magistrati, gli avvocati e tutto il resto rappresentano non un ente superiore alle vicende umane, equanime e disinteressato, ma il Re, lo Stato, cioè l'altra parte in causa. Per ciò, la giustizia viene considerata cattiva, ingiusta nel suo complesso e in linea di principio, comunque estranea, inadeguata alla loro condizione umana e, per ciò, da ostacolare, da sfuggire, a costo di farsi latitanti e banditi» (G. Cabitza - Sardegna: rivolta contro la colonizzazione - Libreria Feltrinelli 1968).
Per comprendere l'atteggiamento negativo del Sardo in generale e del Barbaricino in particolare verso la giustizia è necessario tenere presente che nella società barbaricina esiste un ordinamento giuridico che si è perpetuato nei secoli, secondo tradizione, e conserva ancora oggi una propria validità. L'ordinamento giudiziario dello Stato italiano è spesso una sovrapposizione all'ordinamento giuridico barbaricino, e nella misura in cui i due ordinamenti non collimano entrano ovviamente in conflitto.
Si è verificato in Sardegna (e continua a verificarsi nella misura in cui permangono strutture socio-economiche autoctone), un fenomeno di rigetto, comune a molti popoli colonizzati ai quali si è tentato di imporre ordinamenti e leggi propri del colonizzatore, senza che prima o nel contempo si fossero sostituite le strutture economiche e si fossero modificate le condizioni di vita portandole allo stesso livello di quelle dei colonizzatori (ciò che in effetti la colonizzazione non poteva fare, per sua stessa natura).
Quanto abbia fatto l'amministrazione della giustizia dei vari colonizzatori che si sono succeduti nell'Isola per guadagnarsi una cattiva fama, si è visto e si vedrà. Non sono lontani i tempi in cui i viceré se ne andavano in giro insieme al boia, con la carrozza stipata di corda e trovavano in ogni paese un carpentiere pronto a rizzare la forca.

La giustizia di oggi non è meno forcaiola. «La magistratura raramente si interessa delle notizie inqualificate di reato, cioè delle denunce della stampa e, troppo spesso, si ha l'impressione, incrimina per calunnia chi si lamenta di aver subito angherie da parte dei pubblici poteri. Appare strano che ogni radunata sia sediziosa, che i cortei, le proteste in massa finiscano regolarmente sul banco degli imputati… Resistenza a che cosa? Alle manganellate? Oltraggio a un poliziotto che allenta calci? Istigazione a delinquere perché si invitano i cittadini a non farsi sopraffare dalle bastonate di pubblici ufficiali? Blocco stradale perché una massa di studenti o di operai si siede per terra contro qualcosa?» (A. Porcella in «Il Ponte» nn. 6/7 luglio 1968).

C'è un orientamento politico autoritario che è dettato dal potere centrale che assume maggiore o minore intensità a seconda delle manifestazioni di protesta popolare e in rapporto ai periodici assestamenti del sistema. E c'è un orientamento politico generale e immanente che deriva dalla formazione mentale degli amministratori della giustizia e dalle strutture volutamente arcaiche.

«Vi sono dei magistrati mentalmente inadatti a giudicare, protetti da un malinteso solidarismo di casta che i cittadini scontano. Ma ancora peggio, quando le procure sono rette da magistrati angusti, pieni di tetraggine misoneista, pronti a ficcar dentro ogni disgraziato e ossequiente nei confronti delle autorità pubbliche e private» (A. Porcella in «Il Ponte» nn. 6/7 luglio 1968).
«Di tipo fascista è, inoltre, la formazione di non pochi degli alti gradi della magistratura. Il che comporta, a proposito della lotta contro la criminalità in Sardegna, un continuo ritorno dei procuratori generali della repubblica sulla richiesta di ripristino del confino di polizia o almeno alla richiesta da parte dei magistrati competenti della rinuncia ad ogni eccessiva e pericolosa indulgenza nell'applicazione delle misure di prevenzione, quali la sorveglianza speciale e il domicilio coatto. Quando poi queste strutture organizzative e ideologiche dell'amministrazione giudiziaria non sono sufficienti a far adottare dai magistrati provvedimenti graditi ai ceti dominanti, si mette in moto il meccanismo delle repressioni politiche, anche di parte governativa, delle campagne di stampa, che invocano la caccia grossa contro i pastori-banditi, il capovolgimento della presunzione d'innocenza, la soppressione del diritto di difesa, l'abolizione dei diritti costituzionali… In altre parole è sempre in atto il tentativo di inserire l'amministrazione della giustizia in un piano di repressione dei pastori che è essenzialmente politico…» (G. Cabitza - Sardegna: rivolta contro la colonizzazione - Libreria Feltrinelli 1968).

E' diventata una consuetudine dei procuratori generali il fare politica (reazionaria) con energici richiami ai magistrati democratici perché si mantengano «al di sopra delle parti» evitando di assumere posizioni politiche (progressiste).
Nel suo sermone inaugurale 1973, il procuratore generale Guarnera ha escluso che un magistrato possa esercitare il suo ufficio con serenità, se partecipa alle lotte politiche. Ha detto di ritenere «doveroso» ribadire il concetto «per avvertire del pericolo che corre non solo la parte di una lite, non solo il sottoposto al processo, ma la società nel suo insieme, se ad esercitare un potere di così grande rilievo qual'è il giudiziario troviamo magistrati politicizzati nel senso partitico, che non possono non agire sotto l'imperio delle proprie ideologie».
Hanno fatto coro altri procuratori generali, e con più veementi toni il procuratore generale di Cagliari. A costui - in un convegno presieduto dall'ex presidente della corte costituzionale Branca - Antonio Porcella ha risposto che «i magistrati democratici fanno politica nella stessa misura in cui la fanno tutti i giudici ed anche i procuratori generali nei loro discorsi inaugurali che non ammettono repliche» (Dal Convegno di Cagliari del 3.2.1973 sul tema «Fermo di polizia, strumento di repressione»).

4 - In un corsivo apparso su «Il manifesto», sotto il titolo «I mostri», Luigi Pintor fa un'esemplare controcelebrazione dell'anno giudiziario nel gennaio del '72.

«Spesso ossuti e avvizziti, più spesso obesi e flaccidi, col viso marcato dalle nefandezze del loro mestiere, ogni anno ci appaiono vestiti da pagliacci, come non osano più neppure gli alti prelati. Chi sono? Sono gli alti magistrati che inaugurano l'anno giudiziario, per dirci che bisogna mettere più gente in galera e tenercela, e quale gente e perché?
Leggete altrove l'elenco minuto dei morti ammazzati in una industria di stato in una sola città meridionale. Questi sono omicidi di cui è intessuto il progresso nazionale. Sono delitti di classe, dietro cui c'è lo sfruttamento quotidiano di milioni di uomini ma c'è anche la violazione di innumerevoli leggi.
Eppure c'è un uomo che si permette, vestito di ermellino, con un grottesco cappuccio in testa, di infischiarsene totalmente. Può chiamarsi Guarnera, se parla a Roma con a fianco il presidente della repubblica; o in altro modo, se parla altrove col presidente del consiglio come sacrestano. Esistono i reati contro il patrimonio, per questi supercarabinieri pagati come quindici operai, ed anche quelli contro la persona, ma solo se un operaio schiaffeggia un padrone, non se un padrone lo deruba o lo ammazza.
Questi personaggi sono l'immagine stessa del privilegio e dell'arbitrio. Dispongono del più illecito dei poteri, quello sulla libertà altrui. Ma sono intoccabili, ancora in un tempo in cui non c'è gerarchia che in qualche modo non debba render conto di sé. Dispongono di armi micidiali, leggi inique e meccanismi incontrollabili. E le maneggiano come e contro chi vogliono. Sono l'incarnazione della ipocrisia dell'ordine borghese…
Nulla conferma, meglio della giustizia e delle sue oscenità, le invettive di Marx contro l'ordine capitalistico e l'analisi leninista dello stato. Ma non è bastato, in questi anni, un terzo del parlamento in mano ai partiti di tradizione operaia per applicare al sistema legislativo penale e all'ordine giudiziario neppure le conquiste più elementari della rivoluzione borghese di due secoli fa. Capitalismo e feudalesimo formano un solo impasto. E non basterebbe neppure la metà del parlamento: non ci vuol nulla a capire che senza una organizzazione intransigente della lotta operaia gli omicidi bianchi continueranno a essere la proiezione estrema dello sfruttamento, e che senza una contestazione permanente delle istituzioni non c'è riforma legislativa che passi.
Nell'attesa, l'anno giudiziario se lo inaugurino ai quarti piani con finestre aperte. Avrà un valore di simbolo, ed eviterà il tanfo».

Questi «mostri» che possiedono un potere pari a quello degli dei, di giudicare l'uomo, di dare vita o morte, dietro l'impalcatura della loro «sacralità» nascondono umanissime debolezze. Il procuratore generale Stile - il classico magistrato tutto-d'un-pezzo - al momento di lasciare la Sardegna per altra importante destinazione si è concesso una vacanza da nababbo nella Costa Smeralda a spese dell'ESIT, l'ente regionale per il turismo. Il fatto è stato denunciato - non al procuratore ma all'opinione pubblica - dalla rivista «Sassari Sera» del 15 ottobre 1968, sotto il titolo: «UNA QUESTIONE DI STILE O UN PECULATO PER DISTRAZIONE?».

    «L'ex procuratore generale Stile ha trascorso le ultime ore del suo soggiorno in Sardegna in un albergo della Costa Smeralda, all'Hotel Cervo. La sua vacanza nel regno dell'Aga Khan è stata breve ma confortevole. A documentarlo non è stata una sua affettuosa dichiarazione finale, ma un conto di albergo saldato dall'ESIT. Probabilmente le ultime ore del dott. Stile in Sardegna non avrebbero costituito materia di cronaca se a saldare il conto della sua permanenza all'Hotel Cervo avesse provveduto personalmente. Ma, come dicevamo, ci ha pensato l'Ente Sardo Industrie Turistiche. Perché? Non ci risulta che l'ESIT abbia tra i suoi compiti istituzionali quello di svolgere un'attività che è propria delle agenzie di viaggio… Se il caso non avesse altri precedenti, la questione sarebbe grave ma non troppo. Più preoccupante invece, se oltre il dott. Stile, altri funzionari dello Stato… abbiano beneficiato di analoghe facilitazioni…
L'ESIT avvalendosi di una discutibile discrezionalità ha offerto all'alto magistrato un soggiorno gratuito per il ferragosto sulla Costa Smeralda. Siamo dell'avviso che una tale discrezionalità sia un arbitrio bello e buono. Il presidente dell'ESIT, saldando il conto del dott. Stile (avv. Sulis, poteva farlo di tasca propria!) sapeva benissimo di distrarre del denaro pubblico a favore di un privato. Sapeva cioè - e non poteva ignorarlo essendo il presidente Sulis un avvocato - che facendo ciò sconfinava nel reato di peculato per distrazione.
Ma mentre siamo propensi a perdonare la distrazione del presidente Sulis, ci chiediamo come un esperto magistrato quale il dott. Stile non abbia avvertito il disagio di un conto personale pagato col denaro pubblico. In Sardegna… si è richiamata spesso l'attenzione del procuratore generale sui criteri di larghezza con cui taluni uffici amministrano il denaro pubblico. Soprattutto lui, quindi, doveva diffidare di una ospitalità che non poteva in alcun modo essere giustificata dalle sue mansioni…».

Per la cronaca, il conto del dott. Stile, che l'Hotel Cervo ha addebitato all'ESIT, per gg. 6 - camera 204 - raggiunge la somma di L. 513.500 (dicesi cinquecentotredicimilacinquecento). «Mostri» di buon appetito!

5 - Dopo Stile viene Coco. I procuratori generali passano ma le inaugurazioni giudiziarie restano - e resta la fraudolenta macchina della giustizia di classe.
All'inizio del '73 tiene sermone il dott. Coco. A parte gli scontati gridolini di allarme «sui sempre più preoccupanti e gravi fenomeni di criminalità in Sardegna», egli tiene comizio con una tesi politica talmente reazionaria da ben figurare davanti alla Corte di un monarca assolutista di qualche secolo fa.
C'è stato chi - all'interno dello stesso sistema - ha detto che il procuratore generale ha esagerato. In un sistema come il nostro, che fa salvi i principi democratici almeno nei discorsi, i fedelissimi come il Coco sono pilastri di base, ma possono diventare incomodi per l'impopolarità che creano quando dicono apertamente ciò che pensano. E' accaduto, quindi, che sia stato disapprovato anche da chi è d'accordo con lui nella sostanza ma ci tiene a essere cauto e «democratico» nella forma. Il Consiglio regionale - con la sola eccezione dei fascisti - ha pubblicamente censurato il procuratore Coco. Si tratta di una presa di posizione di un organo legislativo che non ha precedenti nella storia parlamentare dell'Isola.

«A nome del popolo sardo - dice tra l'altro il documento - il Consiglio eleva protesta respingendo le motivazioni, contro l'ingerenza del Magistrato nella sfera politica degli organi legislativi».
Ciò che dà più fastidio è quel parlar sempre, da parte delle autorità, «in nome del popolo», sostenendo tesi e opinioni classiste e antipopolari. Anche il procuratore generale Coco, sistematizzando una più dura e spietata repressione popolare, ha chiuso il suo discorso (riassumibile nella tesi che le galere «sono l'ultimo baluardo della giustizia penale») con la pomposa formula «Con questi sentimenti, ecc.mo presidente, vi chiedo di dichiarare inaugurato, nel nome del popolo italiano, ecc.».

Tra i primi atti di giustizia che la procura mette in esecuzione per far fronte al «preoccupante fenomeno della criminalità in Sardegna» figura il sequestro del quindicinale «Sassari Sera». Nel primo numero del '73, in ottava pagina, vi era un nudo femminile e alcuni servizi che - per i gestori del potere - l'opinione pubblica doveva ignorare.

«Il sequestro di questo numero del giornale - scrive il direttore in una ristampa speciale senza donnina - Ha impedito che i nostri lettori sapessero la verità:
1) sui retroscena politici - e non - dell'ultima crisi regionale culminata nell'elezione di una giunta pittoresca;
2) sulla politica di rapina dei monopoli privati che vedono la Sardegna coinvolta nei loro spregiudicati giochi al potere;
3) sulla morte di un uomo ucciso dai contrasti tra due primari, nel quadro delle lotte intestine del sottogoverno che ha trovato degli ospedali il modo incivile di barattare la salute con i più cinici sistemi di promozione personale».

Il sequestro di «Sassari Sera» non ha nulla a che vedere col pudore sessuale (difficile da definire in termini obiettivi): è stato uno spudorato e osceno sequestro politico. E' l'unico giornale in Sardegna che affronta i problemi politici senza peli sulla lingua. Il documento che segue ne è una testimonianza.

«A leggere le relazioni di non pochi procuratori generali alla cosiddetta apertura o inaugurazione dell'anno giudiziario, si ricava netta l'impressione che il nuovo corso politico, sulla cui durata è difficile fare previsioni, introdotto dalla centralità di Forlanini e dal governo pseudo-efficientista di Giulio Andreotti, abbia spinto parecchi magistrati a dire, con maggiore chiarezza e audacia, il loro pensiero, a togliersi i veli e a mostrarsi nella loro reale veste di conservatori incalliti, a discettare di criminalità, di controversie e di sentenze solo al fine di contrapporsi alla dinamica di sviluppo della società e di ergersi a tutori, oltre il campo delle specifiche competenze, dell'ordine violato e della morale violentata.
Avremmo manifestato meraviglia, pensando al suo passato, recente e remoto, se al coro non avesse unito la sua voce anche il dott. Francesco Coco, procuratore generale della Sardegna, tornato fra noi dopo 14 anni di assenza e, diciamo pure, di dimenticanza, ché la sua partenza, allora, non suscitò particolari rimpianti e neppure, presumiamo, sospiri di sollievo da parte dei criminali.
Forse è nella consapevolezza di ciò che egli, iniziando la relazione, ha voluto citare, con minuzioso puntiglio, tutte le autorità presenti alla inaugurazione, quasi a voler sottolineare l'atto di omaggio reso al suo genio giuridico, nuovamente presente in un'Isola tanto bisognosa di essere illuminata, per vedere illuminati i dubbi, corretti gli errori, rinfacciate le colpe.
Ed egli ha parlato: ed ha fatto un discorso prevalentemente politico pur essendo, ovviamente, uno strenuo assertore della divisione dei poteri e della conseguente necessità che il magistrato non sia inquinato dalla politica…
Nella prima parte della sua relazione, il dott. Coco ha esposto lo stato delle vertenze e dei procedimenti civili. Soffermiamoci su due problemi piuttosto importanti e indicativi: divorzio e controversie di lavoro, previdenza e assistenza.
Veniamo a sapere che sono state presentate finora, in Sardegna, 690 istanze di divorzio e che sono stati definiti 340 procedimenti: meno della metà. Che cosa ne deduce il dott. Coco? Non già che il numero non eccessivamente alto delle domande di divorzio sia la smentita più clamorosa alla campagna sanfedista dei codini, di ogni ordine e grado, che hanno tanto gridato allo sfacelo della famiglia e della società a causa della introduzione del divorzio e che tuttora sbraitano per eliminare la legge attraverso il referendum; ma il contrario. ecco infatti ciò che egli afferma: «…il movimento delle cause…è nell'insieme ben modesto, e comunque ben lontano da quello assai atteso che veniva rappresentato a sostegno di una asserita esigenza pressante, largamente diffusa, dell'introduzione dell'istituto».
Il fatto che la facoltà di chiedere il divorzio sia stata finora utilizzata da una percentuale non molto alta di coniugi, il cui matrimonio è inesorabilmente fallito, porta il nostro procuratore a negare il civile riconoscimento di questa facoltà: egli è perfettamente allineato con la parte più clericale della nostra classe dirigente.
Nelle controversie di lavoro e previdenza, egli lamenta il continuo aumento di questo tipo di controversie e lo attribuisce non già alla persistente volontà degli istituti previdenziali, solo di recente attenuata dalla presenza di Consigli di amministrazione in cui sono in maggioranza i rappresentanti sindacali, di negare il riconoscimento di invalidità o altro a chi ne ha diritto; ma al contrario ne desume che queste controversie aumentano solo perché finora la gran parte delle istanze dei lavoratori viene accolta dalla magistratura…
Non condividiamo la tesi di quanti hanno creduto di vedere nel discorso del dott. Coco una forma antipatica e poco corretta di esibizionismo intellettuale. Può darsi che lo stile aulico e sociologicamente pretenzioso possa far sorgere questa impressione; ma per noi esso è frutto di meditate convinzioni e perciò ancor più pericoloso. La realtà è che su molte questioni, col dott. Coco, si torna indietro di decenni, se non di secoli. E non solo nel tempo, ma nella concezione del vivere e dell'umano agire, anche in quest'Isola derelitta, ove, se si dovesse dar credito alla prova radicalmente truculenta (alla Barres, per stare ai classici dell'oltranzismo francese) del nostro, non vi sarebbero cittadini che commettono reati, anche gravi, ma belve assetate di sangue e denaro…
Attualmente i dati statistici vengono citati nelle relazioni dei procuratori solo come base - o pretesto - per le loro considerazioni politiche, spesso neppure collimanti con il linguaggio delle cifre. Ad esempio, il tono della relazione del nostro sulla criminalità dell'Isola è, come vedremo, oltremodo allarmistico: ebbene, i dati da lui citati dimostrerebbero esattamente il contrario. Prendiamo i reati più gravi. Negli omicidi volontari si è passati dai 28 del 1969/70 e dai 34 del 1970/71 ai 22 del 1971/72 (meno della metà degli incidenti mortali sul lavoro). Nelle rapine, dalle 50 del 1970/71 alle 42 del 1971/72 (ma, avverte trionfante il nostro, per eliminare ogni impressione positiva, nel 1969/70 erano state 39). Per le estorsioni, esse sono tanto diminuite di numero, specie quelle accompagnate da sequestri di persona, che il nostro preferisce dire che «la diminuzione potrebbe anche attribuirsi alle omesse denunce», quasi che negli anni precedenti non esistesse lo stesso fenomeno.
Questi dati, cioè, avrebbero dovuto suggerire al dott. Coco non toni allarmistici, ma semmai il riconoscimento, se non altro, dell'opera intelligente della magistratura e perché no? della Criminalpol… Niente di tutto ciò. Egli ha una tesi da sostenere, non dati da commentare.
Perciò, non potendosi afferrare alle statistiche per giustificare le sue sparate sul banditismo e sulle belve umane… egli è costretto a invocare i sacri principi, cercandoli in qualche grande maestro del passato. E chi va a resuscitare? Sì (non è il caso di strabuzzare gli occhi!), egli va a cercare proprio Giuseppe De Maistre, vissuto tra il 1754 e il 1821 (non vi avevamo avvertiti che col dott. Coco si tornava indietro di decenni e di secoli?). Chi è il maestro tanto amato dal nostro procuratore generale? Esattamente uno scrittore, un filosofo, un magistrato, un politico che, vissuto all'epoca della rivoluzione francese, vi si oppose con tutte le sue forze e con l'ingegno di cui certamente era dotato.
In pieno secolo ventesimo, conquistata la luna, nell'anno di grazia 1973, dopo la Resistenza e la Costituzione repubblicana, il modello cui si ispira un magistrato italiano di non basso livello è un controrivoluzionario, non già dei tempi di Marx o Lenin o, dio ci guardi, di Mao, ma addirittura di Marat e Robespierre. Il nostro non si oppone alle rivoluzioni di oggi e di ieri, cosa abbastanza normale; no, egli è sì un controrivoluzionario, ma legato politicamente a Luigi XVI e sentimentalmente a Maria Antonietta: fedelissimo nei secoli. Commovente!
Si, a lui viene il dubbio che il maestro possa essere considerato, come dire, un po' arretrato («Lo dissero - sussurra con disgusto il nostro reazionario e controrivoluzionario - un amico e consigliere di molti regnanti e potenti del suo tempo…») Lo dissero? Prendiamo a caso una enciclopedia. Come vi è descritto Giuseppe De Maistre, maestro e ispiratore del dott. Coco Ecco: «Scrittore savoiardo in lingua francese; magistrato, poi ambasciatore di Vittorio Emanuele I di Sardegna a Pietroburgo (gli Zar erano notoriamente una monarchia democratica - n.d.r.); tradizionalista, avversario deciso del razionalismo rivoluzionario, vide nella storia (sentite questa! - n.d.r.) l'azione misteriosa, impenetrabile alla ragione umana, della Provvidenza»… La storia è opera misteriosa della Provvidenza: ogni commento guasterebbe!
E che cosa suggerisce l'ex consigliere dei regnanti al nostro procuratore? «Che vi è nell'ambito temporale una legge divina e visibile che punisce il crimine; e questa legge… è applicata invariabilmente da quando ebbero origine le cose; poiché il male esiste sulla terra, agisce costantemente e… deve essere represso per mezzo del castigo». E poi, solenne, quasi ieratico: «La spada della Giustizia non ha guaina; deve continuamente minacciare o colpire!» Dopo di che, è chiaro, i criminali pentiti o atterriti, si arrendono. Cala la tela!
Il dramma è ben recitato, ma un po' fuori tempo. Peccato! Ma non è solo la passione per la «spada della giustizia che non ha guaina» ad unire il maestro (De Maistre) e l'allievo (Francesco Coco). C'è anche un comune giudizio sui Sardi, specie su quelli che commettono reati: e qui, dalla teoria si passa alla pratica, dalla recita all'azione.
La mozione delle sinistre, discussa al Consiglio regionale il 27 febbraio 1973, ricorda che Giuseppe De Maistre, magistrato savoiardo in Sardegna, suo malgrado, ebbe dei Sardi così alto concetto da definirli «molentes, razza refrattaria più di qualunque altra a tutti i sentimenti, a tutti i gusti e a tutti i talenti che onorano l'umanità», e ancora: «vili senza obbedienza e ribelli senza coraggio», per cui proponeva di inviare in Sardegna «un pretore e due legioni… per impiantarvi molte forche… mai ascoltarli perché si è sicuri di non sentire altro che delle imbecillità, delle calunnie e delle menzogne».
Di questa prosa miserabile tutto potrà dirsi fuorché essa non sia di una chiarezza estrema. Ebbene, è a cotanto maestro che un procuratore generale della repubblica, nato e operante in Sardegna, si rifà per legittimare le sue tesi. Accompagnate da giudizi altrettanto pesanti, sia pure riferiti ai Sardi imputati di determinati reati, o ad alcuni centri del Nuorese definiti «Vivai di banditi e di ladroni». Se ne potrebbe fare, ancor prima che un problema politico di non lieve importanza, una questione di semplice buon gusto: ma in questa materia ognuno si regola secondo i propri sentimenti e la propria mentalità. Non si capisce, infatti, perché i Sardi che commettono gravi reati, come gli omicidi, le rapine o i sequestri di persona, debbano essere considerati più feroci, più vendicativi e falsi dei criminali di altre regioni italiane; come non si capirebbe ovviamente l'affermazione opposta…» (R. Manis in «Sassari Sera» del febbraio e marzo 1973).

6 - Si farebbe un torto alla teoria delle pulsioni sessuali che se represse esplodono in forme deviate e patologiche, se non si riconoscesse ai teorizzatori e ancor più agli esecutori della violenza (compresa quella «a fin di bene») l'attenuante di turbe mentali. Le armi - in particolare «le spade senza guaina sempre pronte a colpire» - altro non sono che il simbolo di un pene «sempre eretto» amato e odiato dagli impotenti De Maistre. Indipendentemente dalla funzione di cane da guardia dei privilegi della classe dominante, le istituzioni militari e repressive sono rifugio di non pochi psicopatici che vi trovano il soddisfacimento della loro libido deviata e il consolidamento della loro psicopatia. Sarebbe estremamente interessante uno studio della personalità dei governanti, in particolare generali, prefetti, questori e procuratori.
Il nuovo corso della giustizia (tra il '72 e il '73) ha già generato tre casi che non stanno né in cielo né in terra, di cui la gente «normale» parla con stupore o con ironia, e che mostrano sintomi allucinanti di schizofrenia repressiva: la guerra contro i clubs giovanili, che ha come motivazione ufficiale la salvaguardia della verginità delle fanciulle; il sequestro da parte dei carabinieri del materiale didattico di una inchiesta scolastica a Monastir e l'invasione dei carabinieri in una scuola elementare, ad Armungia; la campagna contro i «putipù».
La guerra contro i circoli giovanili si scatena ai primi di marzo del 1973, e continua alternata a quelle contro «bande armate rosse» e contro «la droga» secondo il fabbisogno del sistema. Su ordine della procura sono stati perquisiti e chiusi 30 clubs. Della «vasta operazione» parla un quotidiano di Cagliari.

«Per stroncare la dilagante corruzione che trova un ambiente assai favorevole nei circoli giovanili, il procuratore della Repubblica ha disposto una serie di controlli e perquisizioni che hanno portato alla chiusura di 30 clubs e alla identificazione (leggasi schedatura - n.d.r.) di oltre 1.200 giovani, 300 dei quali, per la maggior parte ragazze, minorenni. A conclusione delle indagini gli agenti della Mobile hanno trasmesso un dettagliato rapporto all'autorità giudiziaria denunciando 12 persone per avere aperto pubblici esercizi senza la prescritta autorizzazione e per avere organizzato trattenimenti danzanti pur non disponendo dell'indispensabile nulla-osta della Questura. Un altro giovane, invece, è stato deferito alla magistratura per aver riaperto il club senza l'autorizzazione del pretore. Ciò in quanto il circolo, lo «Studio 21» di via San Domenico era già stato precedentemente chiuso durante un altro controllo della polizia. Assieme al rapporto sono stati trasferiti al palazzo di giustizia tutti gli oggetti sequestrati durante le ispezioni : giradischi, registratori, impianti stereofonici, dischi, eccetera. La decisione di procedere ad una intensa lotta contro i clubs abusivi, è stata presa dal dott. Villasanta (il quale per altro, si occupava da tempo dello spinoso problema) a seguito dei numerosi esposti presentati in questura e alla stessa Procura da molti genitori che si lamentavano perché i figlioli frequentavano tali circoli e rientravano la sera tardi a casa. Ovviamente i ragazzi - come hanno potuto constatare i familiari - trascuravano gli studi, frequentando, contemporaneamente, ambienti non di rado equivoci e malsani. L'azione della polizia è stata, quindi, drastica e tempestiva. Ma, più che altro, è servita a rasserenare molti genitori preoccupati per il comportamento dei figli…» (Su «L'Unione Sarda» del 2.3.1973).

Pochi giorni dopo, la polizia effettua un secondo massiccio rastrellamento che si conclude con la chiusura di altri 27 circoli privati. La motivazione è sempre quella di «prevenire la delinquenza minorile». Stavolta si agita lo spauracchio della droga e della prostituzione, anche se in nessun club - tutti minuziosamente perquisiti - si è trovata traccia di droga o si sono trovate prostitute in fase di adescamento.
Ciò che è assurda, anzi malata è la teoria poliziesco-procuratoria secondo la quale i circoli giovanili sarebbero fomite di criminalità: anche il Lombroso sosteneva che le associazioni popolari sono sempre ricettacolo e stimolo di delinquenza. Bisognerebbe denunciare i Padri della costituzione repubblicana per «istigazione a delinquere», quando nell'art. 18 dichiarano che «i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale».
Non si è potuto sequestrare altro che giradischi, dischi e strumenti musicali. Sono armi da rapina? I ragazzi si incontrano nei loro circoli (messi su da loro, perché il sistema nega al cittadino anche questi elementari servizi civili) per stare insieme, sentire musica, ballare e discutere i propri problemi. Sono azioni vietate dalla legge penale? i circoli si chiudono col pretesto della «non autorizzazione» della questura. Ma la Costituzione non specifica «senza autorizzazione»?
La guerra contro i circoli diventa un fatto politico assolutamente «normale» in quanto coerente ai fini criminosi della restaurazione fascista in atto. Basta osservare come, in contrasto con lo stesso art. 18 della Costituzione («Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono anche indirettamente scopi politici mediante organizzazione di carattere militare»), proliferano indisturbate, se non covate dalla stessa polizia, associazioni fasciste e parafasciste armate fino ai denti.

7 - Dai circoli giovanili, dove si balla, alle scuole, dove si fa politica.
La mattina del 23 febbraio '73, a pochi giorni dalla cessazione del fuoco in Indocina, esplode una nuova «guerra del Vietnam» a Monastir, paese agricolo di poche migliaia di abitanti, distante 20 chilometri dal capoluogo dell'Isola.
Il Vietnam era stato ricostruito per immagini in un'aula della scuola media di Monastir. Gli scolari della seconda C in collaborazione con altre classi, dopo un non facile lavoro di ricerca e di studio, avevano incollato il materiale raccolto (fotografie e ritagli di stampa) in 5 cartelloni murali, rappresentando i momenti essenziali di una sporca guerra.
La mattina del 23 febbraio, durante l'assenza della titolare della classe, Maria Lucia Podda, i carabinieri, al comando di un ufficiale del nucleo investigativo di Cagliari, aprono le ostilità invadendo l'aula del Vietnam. Le forze dell'ordine hanno tentato in un primo tempo di fotografare tutto il materiale didattico esposto; poi ci hanno ripensato e hanno sequestrato tutto quanto - mentre l'ufficiale, esperto in reati politici, esaminava diario di classe ed elaborati di scolari.
Il materiale didattico, prima fotografato e poi sequestrato, contava di 5 cartelloni contenenti fotografie sulla guerra nel Vietnam che gli scolari avevano ritagliato da diversi quotidiani e settimanali (Il Corriere della Sera, L’Unità, Famiglia Cristiana, Il Tempo settimanale, ecc.) e alcuni disegni eseguiti spontaneamente dagli stessi scolari.
Due tabelloni riproducevano fotografie delle atrocità commesse dall'imperialismo USA con le seguenti didascalie: «Massacro americano in Vietnam» e «Americani torturatori come i nazisti». Un terzo riportava fotografie che mostravano le conseguenze della guerra, negative sia per gli americani che per i vietnamiti; un quarto, conteneva una cartina geografica del Vietnam, alcune fotografie di esponenti politici del Vietnam, alcune scene di vita del popolo vietnamita e poesie di Ho Chi Min e di Xuan Dieu. L'ultimo cartellone, non ancora ultimato, riportava disegni fatti dagli scolari e la poesia «Uomo del mio tempo» di Quasimodo.
Il casus belli che ha legittimato l'invasione poliziesca è stato provocato dal preside della scuola, che ha fatto alla stampa questa storica dichiarazione:

«Il mio intervento è rispondente alla legge che vieta di far politica a scuola… Ho segnalato ai carabinieri, a scanso della mia responsabilità di preside, le voci che circolavano. Non so cosa i carabinieri abbiano fatto e cosa intendano fare: sono cose loro, di loro esclusiva competenza… Ritengo di aver agito nel rispetto della legge: a dei ragazzi di 12 anni non si possono unilateralmente instillare nel cervello slogan e fatti che non sono in grado di capire con pienezza di valutazione» (Su «L'Unione Sarda» del 28.2.1973).

La dichiarazione del preside - che vorrebbe essere un appello alla legalità e un richiamo pedagogico al rispetto della personalità del fanciullo - è in effetti un oltraggio alla legge che garantisce la libertà di insegnamento ed è una asineria didattica in quel presumere nel fanciullo l'incapacità di capire. E' falso che esista una legge che vieta di fare politica a scuola - se così fosse, tutti i libri di testo andrebbero sequestrati, perché fanno politica. Forse il preside intendeva «politica di sinistra». Ma neppure un sistema pretesco e liberticida come il nostro può obbligare i docenti a fare la politica dei padroni, senza sputtanare quel minimo di gioco democratico che bene o male viene ventilato in alcune istituzioni pubbliche. E' chiaro che a scuola non si fanno discorsi elettorali e tesseramenti di partito, seppure tutti gli anni, sotto pasqua, i preti invadano la scuola dell'obbligo, obbligando alla confessione i ragazzi.
Dato che insegnare la storia è fare politica, bisognerebbe sopprimere questa materia. C'è però che si può fare politica in tutte le materie di studio. Perfino con l'aritmetica, che insegnando al povero a farsi i conti in tasca gli permette di prendere coscienza della disuguaglianza e dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo. In verità, bisognerebbe abolire la scuola, per evitare che vi si faccia politica.
I ragazzi di Monastir hanno dimostrato con il prodotto del loro lavoro di ricerca di essere in grado di capire la storia del Vietnam certamente meglio pel loro preside. Il fatto è che «capire con pienezza di valutazione» è un male per i dirigenti della scuola italiana, già espressione del privilegio di classe e ora strumento di massificazione dei cervelli del popolo. Capire è un fenomeno rivoluzionario da stroncare, in un sistema che fonda il suo potere sull'ignoranza e sul qualunquismo.
Cosa vuol dire, poi, che i ragazzi «non sono in grado di capire con pienezza di valutazione?» E' il discorso razzista che l'adulto ignorante o fascista fa nei confronti del fanciullo (o della donna o del nero o del sardo). Pregiudicato come «incapace di intendere e di volere» il fanciullo dovrebbe ignorare i problemi della vita nei suoi aspetti crudeli, quando nel contempo quegli aspetti crudeli egli vive e soffre concretamente. La «gloriosa» carneficina della prima guerra mondiale, che è tradizionale materia di studio nella scuola d'obbligo, è meno «orrenda» della carneficina della guerra nel Vietnam? I ragazzi possono comprendere «con pienezza di valutazione» la prima e non la seconda?
C'è una sola proposizione giusta, ma decisamente ipocrita in bocca al preside fascista: quella dove è detto che «non si possono unilateralmente instillare slogans e fatti». Infatti. Alla campana «unilaterale» dei testi scolastici, dei telegiornali, dei preti catechisti, l'insegnante ha il dovere professionale, civile e morale di fare sentire almeno un'altra campana, la propria campana (quando per eccezione ne abbia una da far suonare). D'altro canto, l'insegnante, che si presume con un proprio cervello, le idee di chi dovrebbe esprimere, se non le proprie? Quelle di Andreotti o di Paolo VI?
La sera dello stesso giorno, le «forze armate» danno il via alle operazioni di «rastrellamento», dopo la «invasione». Alla presenza di un alto funzionario dell'ufficio politico della questura di Cagliari, i carabinieri interrogano gli scolari «catturati» nella seconda C e nella terza B (i primi responsabili diretti della ricerca sul Vietnam e i secondi complici per avere collaborato alla attuazione del «medesimo disegno criminoso»). Più tardi è il turno delle fanciulle - interrogate da parte per evitare «pericolose promiscuità». Sono le scolare della prima B (classe dove insegna la prof. Caterina Sanna, anch'essa incriminata per le sue idee di sinistra). Portate in caserma, dopo un ripensamento vengono rimandate a casa senza interrogatorio. Perché - si dirà - sono state ormai acquisite «prove sufficienti».
Visti, fotografati e sequestrati i tabelloni rappresentanti il Vietnam; rastrellati, radunati e interrogati gli scolari; letti e ponderati i registri di classe, i piani di lavoro didattico, gli elaborati scolastici e i residui delle merendine sotto i banchi; consultati approssimativamente i classici di pedagogia e di metodologia didattica e consultato meno approssimativamente il codice penale (fascista); considerate «raccapriccianti» le immagini delle stragi ordinate da Nixon ed eseguite dai marines nel Vietnam, specie quelle dove si vedono bambini massacrati (e perciò da non mostrare a bambini, neppure a quelli massacrati!); ritenuti denigratori e offensivi certi giudizi espressi sui tabelloni nei confronti di Nixon; i carabinieri «ravvisano gli estremi del reato di vilipendio a un capo di stato estero» e rimettono il tutto nelle mani del pretore di Serramanna, competente per territorio. Il tutto verrà poi trasmesso alla procura di Cagliari, per maggiore competenza.

8 - Non si è ancora spenta l'eco delle risate con cui l'opinione pubblica isolana ha reagito ai fatti di Monastir quando si verifica, nel mese di marzo, una seconda operazione poliziesca nella scuola elementare di Armugia - il villaggio che ha dato i natali a Emilio Lussu. i giornali ne riportano la notizia il 16.
«In nome della legge, fermi tutti!» tuona il brigadiere dei CC irrompendo nell'aula delle scuole popolari adibita a teatrino, dove maestro e scolari stanno recitando un dramma sulla emigrazione con la collaborazione dei «Compagni di Scena», un gruppo teatrale che promuove simili iniziative nelle comunità interne.
Gli improvvisati attori restano letteralmente a bocca spalancata, con la battuta a mezz'aria. Qualcuno del pubblico pensa a una malizia scenica: forse l'irruzione in sala dei carabinieri fa parte del copione; una trovata che avrebbe potuto significare una critica alla repressione poliziesca in atto contro la scuola e i giovani che vi fanno politica.
L'ipotesi di una trovata scenica cade subito. Non si tratta di finzione: a interrompere la rappresentazione è il brigadiere comandante la stazione in carne e ossa, ed è inverosimile che si sia prestato a recitare una parte così incomoda. «Siamo intervenuti per accertamenti d'ufficio» - dirà in seguito lo zelante tutore dell'ordine, minimizzando la farsesca operazione. Che oltre a essere illegittima, ha stonato maledettamente sotto il profilo artistico, dato che un dramma sulla emigrazione è una cosa seria.
L'intervento poliziesco - si è appurato più avanti - sarebbe stato provocato da un carabiniere-scolaro. Un fenomeno tipico degli anni 70 sono i poliziotti-umanisti, che si sono messi a frequentare diligentemente le scuole di ogni ordine e grado. In Sardegna, venuto a scemare il filone dei banditi barbaricini, che anche incentivato da questori e commissari non rendeva più all'industria della repressione, crollata nel ridicolo la montatura sifaresca dei guerriglieri feltrinelliani appostati tra i macchioni del Supramonte, le cosiddette forze dell'ordine hanno spostato il loro attivismo nelle scuole. Questurini e carabinieri, a Cagliari, dimessa la divisa e fattesi crescere le zazzere, frequentano l'università seguendo assiduamente le lezioni dei docenti di sinistra e partecipando attivamente ai dibattiti e alle manifestazioni dei «colleghi» di idee libertarie.
Ad Armungia non c'è università. A malapena c'è una scuola d'obbligo. E così, ai carabinieri del luogo non resta altro che iscriversi alla scuola popolare, sedere tra i bambini col fiocco rosa e gli adulti analfabeti, pastori e braccianti, con la lodevole intenzione di ottenere una licenza di scuola elementare per avanzare di grado e nel contempo star vicini al popolo «per meglio conoscerlo e servirlo».
«Per meglio fregarlo!» ha commentato un pastore che frequenta il corso popolare «quello andava a scuola per spiare, altro che per imparare!».
Infatti, il carabiniere-scolaro-spia aveva il compito di controllare le attività didattiche del centro di lettura nelle locali scuole elementari. Alla stazione dei CC erano giunte voci secondo le quali in quel centro non ci si limitava come d'uso a fornire «i rudimenti del leggere, scrivere e far di conto», ma vi si faceva politica - di sinistra per giunta. Più in particolare, l'attenzione dei tutori dell'ordine si era appuntata sul maestro, che, con «sospetta frequenza» discuteva di «emigrazione» con gli scolari. Il «sovversivo» anziché accontentarsi di dare in prestito i libri-polpettone del servizio centrale della PI, svolgeva inchieste e teneva dibattiti su problemi di comunità.
I problemi di una comunità come quella di Armungia sono comuni a tutti i centri agro-pastorali della Sardegna: nascono dalla arretratezza prodotta dallo sfruttamento, dall'insostenibile prezzo dei pascoli, dalla rapina delle industrie casearie, dall'assoluta mancanza di servizi civili; denunciano nel capitalismo un disegno di permanente invasione coloniale regionale. Sono tutti problemi reali, che la gente sarda patisce giorno per giorno. Ma per i tutori dell'ordine sono tabù: chi ne parla è un sovversivo, un istigatore all'odio di classe, uno che vilipende le istituzioni. Figuriamoci, parlare della emigrazione! Un argomento scabroso per gli annessi e connessi critici che ne derivano: un fenomeno che ha dissanguato e portato quasi alla estinzione numerose comunità.
Con il carabiniere-scolaro-spia il locale apparato repressivo aveva un quadro sempre aggiornato degli «sviluppi sovversivi» nella scuola dell'obbligo, e di conseguenza aveva, come suol dirsi, la situazione in pugno. Già durante le prove scolastiche del dramma, certe battute «irrispettose» che criticavano la politica governativa e regionale avevano fatto fremere di sdegno legalitario il carabiniere. Il quale aveva fatto rapporto al suo diretto superiore, ripetendo, non senza arrossire, le parolacce rivolte dagli scolari sovversivi contro i buoni governanti. Il brigadiere comandante - deve avergli suggerito di pazientare: Prima o poi, i sovversivi delle scuole elementari si sarebbero scoperti del tutto con qualche frase passibile di denuncia per «vilipendio» a qualche cosa. Ci avrebbe pensato lui, allora, a intervenire e a fare un bel repulisti. A conclusione della «brillante operazione» ci sarebbe scappato un encomio solenne e forse qualche scatto anticipato di stipendio.
L'ora X è scattata durante la rappresentazione - come si è detto all'inizio. Soltanto che lo zelo repressivo dei locali CC non è stato sufficientemente apprezzato. Da qualunque parte la si rigirasse, la faccenda restava rozza e ridicola. Oltre tutto, il maestro aveva l'autorizzazione del direttore didattico, e il provveditore agli studi, che ha aperto la solita inchiesta, ha anticipato un giudizio dichiarando alla stampa che «non si può muovere nessun appunto all'insegnante che coordina il lavoro del Centro di educazione popolare per avete organizzato la rappresentazione che si inquadra nelle normali attività didattiche».
E' strano, però, che una inchiesta sulla vicenda di Armungia venga aperta dal provveditore agli studi sull'operato dell'insegnante e non invece dal comandante dei carabinieri: se c'è chi ha menomato il prestigio delle istituzioni, questi sono i carabinieri di Armungia, prendendo lucciole didattiche per lanterne sovversive.

9 - Alla fine del 1972 scoppia la guerra dei putipù - come è stata argutamente battezzata dal popolo la campagna della polizia contro ogni genere di fuochi d'artificio, che vede impegnate ingenti forze militari e di polizia in vaste battute, in minuziosi rastrellamenti, in numerose denunce, schedature, condanne.
Il pretesto è dato dall'incidente del Prenestino, a Roma, verificatosi all'alba del 30 novembre. (Un incidente che ha fatto pensare a quello dell'incendio del Reichtag nel 1933). Così la notizia nel titolo di un quotidiano:

«Spaventosa esplosione in un palazzo popolare - E' saltato come una polveriera travolgendo gli inquilini nel sonno - Quindici i morti, sessanta i feriti, trecento le persone rimaste senza tetto - Scene sconvolgenti tra i superstiti - Alcuni di essi si sono lanciati dalle finestre per sottrarsi alle fiamme che invadevano le macerie - Il dramma è stato provocato dallo scoppio di un deposito di fuochi artificiali ricavato negli scantinati dell'edificio di un armiere - Il presunto responsabile dell'accaduto è stato arrestato» (Su «L'Unione Sarda» dell'1.12.1972).

Le autorità competenti aprono immediatamente un'inchiesta. Si appura che l'armeria nel Prenestino conteneva oltre una tonnellata di esplosivi. Il giorno dopo la tragedia, la polizia trova, sempre a Roma, un altro arsenale: «Cento chili di botti e diecimila razzi». Tutta Roma è in pericolo. La stessa penisola può esplodere da un momento all'altro.

«La città (Roma)… è minata. Una vera e propria Santa Barbara che potrebbe saltare da un momento all'altro. La psicosi dei fuochi d'artificio dilaga. Forse si esagera (meno male! - n.d.r.), ma il fatto che ogni anno nel fatidico San Silvestro la città sembra tornare improvvisamente ai tempi di Nerone (anche lui un patito dei botti? - n.d.a.) pone a tutti un interrogativo. Da dove provengono tutti quei botti?…» (Su «L'Unione Sarda» del 2.12.1972).

L'interrogativo è davvero pertinente. Ma una risposta, il pennaiolo imbeccato dalla questura non può darla. Bisognerebbe passare la domanda ai padroni delle industrie: gli esplosivi, che io sappia, non si fanno in casa, come le marmellate di fichi e di prugne. A me sembra ancora più pertinente un altro interrogativo: Perché non smantellate tutte le industrie che producono armi esplosive? Il problema dei botti e dei putipù sarebbe risolto alla radice, e sarebbe anche risolto quell'altro problema che è la guerra.
Lo stato maggiore della repressione si riunisce d'urgenza per esaminare la «gravità del fenomeno» e per prendere «drastici provvedimenti». Tutto l'apparato viene mobilitato in una campagna che ha lo scopo di stroncare il commercio, la diffusione e l'uso dei putipù. Per dare più grinta ai «cacciatori», i botti vengono descritti come animali turpi e sovversivi, oggetto di illeciti traffici. Un giro da non dirsi. «L'armeria del Prenestino - scrive il solito quotidiano bene informato - conteneva oltre una tonnellata di esplosivi. in prevalenza i razzi erano di fabbricazione tedesca e giapponese». Si lascia intendere che ci sia lo zampino di potenze straniere che, immettendo nel nostro mercato i diabolici putipù, minano la sanità fisica e morale della razza italica.
A questo punto, qualcuno che attribuisce al sistema ogni genere di malizia - e io sono fra quelli - ha cominciato a congetturare sull'uso antipoliziesco che il popolo avrebbe potuto fare dei botti. Per esempio, studenti e lavoratori, che quando manifestano nelle strade e nelle piazze (e dove, se no?) provocano le ire dei poliziotti, avrebbero potuto utilizzare i botti, i putipù e i trictrac per equilibrare la situazione. Gli esperti sostengono che sono ottimi per fabbricare bottiglie Molotov e che debitamente manipolati possono costituire discreti ordigni esplosivi. Che lo stato maggiore della repressione abbia così congetturato e intenda disarmare quelle teste calde degli studenti e dei lavoratori? A lasciare libero il commercio dei putipù, coi tempi che corrono, la gente può farne incetta col pretesto del San Silvestro e tirarli poi fuori per ostacolare le legittime bastonate dei tutori dell'ordine. «Intanto cominciamo a sinistra - devono essersi detti i testoni dello stato maggiore - poi staremo a vedere cosa faranno quelli di destra». Che cosa abbiano fatto «quelli di destra» coi «botti» si sa.
Le notizie sulla stampa, relative alla campagna dei putipù, si susseguono quotidianamente con stile marziale, simili a bollettini di guerra.

6.12.72 «Nuovi sequestri di materiale esplosivo. Molti altri arsenali scoperti dagli agenti. A Roma sono stati trovati oltre 12 quintali di botti e 3.00 razzi. 100 chili di polvere da sparo ed alcune migliaia di petardi in una abitazione e in un'armeria di Taranto».
8.12.72 «Continua in tutta Italia la guerra ai tragici fuochi d'artificio. A Sestri Ponente, due quintali di esplosivo… Il proprietario, Francesco Misto… è stato bloccato e arrestato. A Firenze… è stata arrestata la moglie di un armaiolo trovata in possesso di polvere da sparo. A San Benedetto del Tronto, inoltre, 150 chilogrammi di razzi, bengala, petardi ed altri ordigni a base di polvere pirica, sono stati sequestrati dagli agenti… Il materiale, dopo il sequestro, è stato distrutto…»
15.12.72 La guerra investe anche la Sardegna, in modo particolare per l’animus criminoso che vi alligna. Si comincia dall'Iglesiente, dove non i botti ma la dinamite è di casa, per via delle miniere.
«Una massiccia operazione dei carabinieri. Sequestrati in quindici comuni 2.000 esplosivi natalizi. I militari hanno setacciato le armerie e altri negozi del Sulcis e del Cagliaritano. Denunciate due persone. Aperta un'inchiesta per identificare i fabbricanti abusivi di botti». «Per tutta la serata - scrive il cronachista - il carabinieri hanno setacciato i comuni citati (Iglesias, Portoscuso, Gonnesa, Fluminimaggiore, Siliqua, San Sperate, Decimomannu, Uta, Villaspeciosa, Villamassargia, Decimoputzu, Buggerru, Domusnovas, Musei e Vallermosa) ottenendo notevoli risultati».

I «notevoli» risultati dell'operazione consistono nel sequestro di 4.000 castagnole (i trictrac), alcune centinaia di racchette illuminanti e di petardi. «I risultati conseguiti - avverte il bene informato cronachista - non sono che il primo passo verso ulteriori sviluppi».
Nello stesso giorno, lo stesso quotidiano dà notizia di una vasta operazione di rastrellamento nella città di Cagliari. L'operazione è coordinata e diretta dallo stesso questore.
    «L'operazione ha dato già risultati soddisfacenti; dopo il sequestro effettuato nei giorni scorsi nella casa di un venditore ambulante, il sessantaduenne Mario Corrias al quale furono sequestrati petardi, castagnole, bombe carta ed esplosivi per oltre un quintale e mezzo, gli agenti hanno continuato il rastrellamento. Altri due quintali di esplosivo sono stati recuperati (alcuni petardi e bombe carta sono stati addirittura trovati abbandonati in strada) e distrutti».

Si apprende intanto che tutti questi «esplosivi» vengono accatastati nella marina del Poetto e fatti esplodere da specialisti artificieri della stessa polizia. Si paventano luttuosi incidenti ai funzionari sul fronte del putipù.
Ancora il 15.12.72 viene setacciata la cittadina di Macomer, una porta aperta verso le Barbagie.

«Nel quadro delle perquisizioni ordinate su scala nazionale per la lotta contro il materiale pirotecnico ed esplosivo, il commissario di polizia di Macomer ha effettuato stamane con tre squadriglie di agenti accurati controlli nei negozi e nei cantieri edili del capoluogo del Marghine e nella Zona. Mentre nei cantieri la ricerca è stata negativa, gli agenti hanno invece sequestrato cinque chili di giocattoli pirici in una cartolibreria di via Lazio, gestita dalla ventottenne Natalina Pinna, che è stata denunciata a piede libero (bontà loro! - n.d.a.) per detenzione e vendita abusiva di giocattoli pericolosi».

Cercando i putipù la polizia finisce - com'era da prevedere - per imbattersi in arsenali di armi da guerra. Sempre nella stessa fatidica giornata, a Borgosesia di Vercelli:

«Tre mitragliatrici leggere, quattro fucili mitragliatori, alcuni moschetti e pistole, oltre 2.000 proiettili, una cinquantina di candelotti di dinamite e circa 500 metri di miccia sono stati trovati dai carabinieri».

Per inciso: se si fossero varcati i cancelli off-limits delle basi NATO in Sardegna si sarebbe ottenuto un più sostanzioso bottino.

16.12.72 In Sardegna «sequestrati migliaia di giocattoli pirici». Nel corso dell'operazione «gli agenti hanno anche rinvenuto tonnellate (sic!) di dinamite, detonatori, oltre a fucili e 11 bombe a mano». «Un abusivo - si legge nello stesso bollettino di guerra - trovato in possesso di 72 oggetti esplosivi (?) e 14.980 giocattoli pirici è stato deferito alla magistratura. Inoltre, ben 2.300 artifici esplodenti (?) sono stati rinvenuti abbandonati in un campo alla periferia della città (di Cagliari). Tutto il materiale sequestrato è stato fatto saltare sulla spiaggia di Giorgino da un artificiere della polizia che continua i controlli e le perquisizioni per recuperare altro materiale esplodente».
Stessa data, sempre a Cagliari. «Irruzione della polizia in via Oristano… in casa di un venditore ambulante. Sequestrati un quintale e mezzo di esplosivi. Denunciato a piede libero il detentore dei putipù».

A Nuoro, invece, i detentori si arrestano. Ancora il 16.12 un bollettino di guerra annuncia:

«Massiccia operazione di polizia. Arrestate due persone per i botti natalizi». Insieme ai trictrac vengono «sequestrate sei armi (sic!), 1.900 detonatori, 2.500 metri di miccia a lenta combustione e 15.800 cartucce per fucili da caccia».

Intanto a Belluno si svolge il processo contro l'olimpionico sorpreso mentre trasportava 15 quintali di dinamite. I giudici gli affliggono 4 mesi col beneficio della condizionale, considerato che si tratta dell'ex campione del mondo di bob, Eugenio Monti, che non è barbaricino e non ha legami di parentela col Nuorese. Pare che i 15 quintali di dinamite servissero all'ex campione per ravvivare con qualche botto il capodanno imminente.
I menagramo avevano ragione. Nello stesso giorno, la campagna dei putipù è funestata da un mortale incidente.

«Tragico bilancio al poligono militare di Taranto. Un poliziotto dilaniato dai petardi sequestrati. Insieme ad altri agenti stava scaricando da un furgone un quantitativo di fuochi d'artificio che doveva essere distrutto. Il materiale è esploso travolgendo il gruppo. Anche un maresciallo e due appuntati sono rimasti feriti».

Il sacrificio non sarà vano. La guerra ai putipù viene intensificata. Ormai Natale è vicino. Lo stato maggiore ha promesso al popolo una festa tranquilla, silenziosa, «civile» - niente botti natalizi e di fine d'ano, non siamo più beduini, né tedeschi che in quei giorni non sanno divertirsi se non a colpi di Feurwerk, Leuchtkugel e Raketten. A proposito del tradizionale, abbondante uso che i tedeschi fanno di fuochi di artificio per Silvester, gli esperti di psicologia sociale fanno rilevare che «il popolo tedesco non combina guai coi putipù, perché è attento e misurato anche nei momenti di giubilo collettivo e non li userebbe mai per scopi eversivi».
I bollettini si susseguono a ritmo serrato.

21.12.72. «Alcuni quintali di ordigni esplosivi sono stati sequestrati ieri dagli agenti della Mobile a due venditori ambulanti. Si tratta di petardi, castagnole, trictrac, giocattoli pirici, spaventapasseri (un piccolo ordigno di fabbricazione tedesca ritenuto particolarmente pericoloso) che gli stessi ambulanti vendevano nelle bancarelle allestite nelle vie del centro. Il piccolo arsenale… è stato distrutto al Poetto da un artificiere della polizia».

L'artificiere era veramente esperto. Non si sono verificati incidenti. Nonostante fra i trictrac vi fossero gli «spaventapasseri», particolarmente pericolosi nelle mani degli sprovveduti cittadini. C'è chi opina che ogni confezione di «spaventapassero» contenesse un libretto di Mao e un manuale di guerriglia urbana.
Il 23 dicembre «si intensifica l'operazione per un Capodanno tranquillo». Il quartier generale dirama dalla capitale il seguente bollettino: «Con l'approssimarsi delle festività di fine d'anno la polizia ha intensificato su tutto il territorio nazionale la vigilanza e il controllo sulla fabbricazione e la vendita di oggetti contenenti sostanze esplodenti, al fine di garantire alle popolazioni un Capodanno tranquillo».
Il nemico in fuga lascia sul terreno un ingente bottino. «Sequestrati a Napoli sette quintali di materiale pirotecnico. Nel negozio di un fruttivendolo (il nemico si annida dappertutto! - n.d.a.) oltre 4.000 razzi».

Due piccioni con una fava. Visto che la polizia è sul piede di guerra contro i putipù, per fare risparmiare denaro al contribuente, se ne approfitta per perquisire le armerie alla ricerca di fionde, biglie di acciaio e mazze ferrate, di cui pare si muniscano certi scioperanti per opporsi alle pacifiche cariche dei tutori dell'ordine.
Il giorno dopo, il 24, Nixon fa sapere che non è d'accordo sull'operazione «Capodanno tranquillo». i bombardieri strategici B-52 sganciano senza sosta tonnellate e tonnellate di ordigni esplosivi su Hanoi, massacrando la popolazione.
I putipù repressi stano diventando un simbolo di giustizia libertaria. Messi insieme in modo adeguato vengono usati dalla povera gente per sfogare antichi rancori contro le prepotenze padronali. In Sardegna è tradizionale il «salutare» candelotto di dinamite sul davanzale della finestra in casa del possidente o del funzionario statale. Un modo come un altro per scaricare con un bel botto la tensione e il veleno accumulati. Il 27, due giorni dopo Natale, a Torino, un operaio sardo, dopo avere disperatamente cercato un chiletto di putipù per scaricarsi i nervi, ha dovuto ripiegare su un proiettile da mortaio. Era stato bidonato da un galantuomo protetto dalla legge nell'acquisto di un appartamento: l'aveva pagato, cavandosi il pane di bocca e ipotecando tutta la vita, il doppio del suo valore reale. La giustizia se ne frega dei cittadini truffati legalmente - non può andare contro se stessa. L'operaio di Torino, Salvatore Fae, voleva vendicarsi col botto, ed è stato arrestato - anche se non si capisce bene perché: come diavolo avrebbe potuto fare esplodere quel rugginoso residuato bellico, un proiettile da mortaio della prima guerra mondiale, è un mistero. E', comunque interessante la sdegnosa dichiarazione del povero operaio: «Sono affari miei e li regolerò quando tornerò libero!» Ciò che dimostra, fra le altre cose, quanta fiducia abbia il cittadino nella giustizia.
Alla fine dell'anno i putipù resistono ancora. Il 30 viene sferrato l'attacco decisivo su tutti i fronti. Il nostro quotidiano annuncia trionfalisticamente:

«Un'imponente operazione… La polizia sequestra in Italia cataste di fuochi artificiali. Agenti di pubblica sicurezza, carabinieri e guardie di finanza hanno setacciato i negozi di giocattoli, le fabbriche e numerose abitazioni. Decine di persone denunciate all'autorità giudiziaria per detenzione di esplosivi».

Ci si aspettava anche l'intervento delle truppe corazzate per dare il colpo di grazia.
Tra un botto e l'altro vengono sorpresi ed eliminati veri e propri arsenali bellici.

«A Milano, due moschetti, 25 fucili, 8 carabine, 4 pistole, 1 bomba a mano, 3.250 cartucce… A Napoli, 12 fucili, 5 pistole… A Catanzaro, 21 fucili, moschetti, mitra e carabine (numero imprecisato), 8 pistole e 565 cartucce… Numerose bombe a mano e 168 proiettili…»
Per unire l'utile al dilettevole, nella sola Firenze, la polizia «ha identificato 4.466 autovetture e fatte 512 contravvenzioni».

In Sardegna, l'operazione putipù finisce per diventare - come scrive il quotidiano citato - «Prevenzione della criminalità». A Cagliari, nella operazione notturna lampo vengono utilizzate 667 unità di polizia nell'ultimo decisivo attacco di fine anno. Nel bollettino pubblicato il 30 si legge:

«La vasta operazione notturna ha naturalmente portato ad esiti favorevoli anche in diversi altri settori della delinquenza e della violazione alle leggi in genere. Sei pregiudicati sono caduti nelle maglie della forza pubblica… Al rastrellamento hanno partecipato 8 funzionari, 3 ufficiali, 140 tra sottufficiali e agenti di PS con 30 automezzi; 2 ufficiali e 38 fra sottufficiali e guardie di finanza, con 3 automezzi».

Davanti a tanto spiegamento di forze i putipù si arrendono. A cataste vengono passati per le armi, nelle spiagge deserte. I pericolosi ordigni, botti, trictrac e putipù non esistono più. Ora - finalmente - i magistrati di Catanzaro possono concedere a Valpreda la libertà provvisoria. E' la vigilia di san Silvestro.
A feste finite, (2.1.73)… «solo 10 feriti a Roma per i botti di Capodanno… Lo scorso anno più di 700 persone dovettero ricorrere alle cure dei sanitari».
Si passa quindi alla Sardegna. A Cagliari non ci sono stati botti. Non è rimasto in circolazione neppure un grammo di sostanze esplodenti - nelle farmacie pare sia sparito anche il clorato di potassa, che i nostri nonni usavano per schiarirsi la voce: come è noto, con quelle pastiglie e un po' di zolfo i bambini delle elementari ricavavano dei pericolosi esplosivi. Ma le brutte abitudini sono brutte da sradicarsi. «Festeggiato pericolosamente l'avvento del nuovo anno» - scrive con rammarico il nostro quotidiano, perché il ventunenne Giancarlo Muscas, sparando in aria con un Flobert per festeggiare il nuovo anno «ha rischiato di ferire un metronotte». Il proiettile gli è ricaduto a pochi passi. L'arma è stata sequestrata e il Muscas denunciato.
A Sassari, «notte tranquilla per San Silvestro. Un Capodanno senza chiasso. La gente ha preferito divertirsi senza frastuono».
Così nell'iglesiente: «Nel rispetto delle tradizioni (sic!) - festosa fine d'anno in città e nella zona. La cronaca non ha registrato che allegria e spensieratezza. Danze e canti: nessun incidente e neppure un furto».
Pare di vederla, questa nuova umanità senza putipù, allegra e spensierata; tutta questa gente che dalla gran gioia si incula reciprocamente, con silenziosi tappi di spumante (La cronaca relativa alla «campagna dei putipù» è tratta dal quotidiano L'Unione Sarda; le date sono citate nel testo. Le sottolineature sono dell'autore).

10 - IL tratto caratteriale e strutturale più appariscente e più irritante della giustizia sta nella differenza di trattamento che riserva al cittadino, secondo la sua estrazione sociale.
E' già un fatto eccezionale - sconcertante, precisano i cronisti - che un cittadino di serie A, un privilegiato, venga colto con le mani nel sacco.
Dopo qualunque fatto criminoso, la polizia fruga e rovista sempre e soltanto nei bassifondi, nei ghetti, nei rioni pregiudicati. Cerca sempre i colpevoli nel basso, perché il pregiudizio (e la sostanza stessa della giustizia di classe) vuole che a delinquere sia soltanto la povera gente. E non è difficile, tra precedenti, alibi non documentabili e false accuse di delatori, costruire intorno a qualunque poveraccio una fitta ragnatela accusatoria che lo porterà dritto (si fa per dire: c'è l'attesa del carcere preventivo) davanti a un tribunale che ha nei suoi confronti gli stessi pregiudizi della polizia.
Tutto il sistema traballa, quando un «pesce grosso» resta impigliato nella rete. Un fatto di cronaca recente chiarisce bene il concetto.

«Scoperto un traffico di reperti archeologici. Un Generale a Sassari fermato dalla polizia» - dice il titolo di un quotidiano. E nel testo si legge: «Un Generale dell'esercito in pensione è stato fermato a Sassari mentre tentava di vendere un reperto archeologico di grande valore ad un funzionario di polizia che egli riteneva un possibile acquirente. Si chiama Giovanni Urru, è nato 81 anni fa a Samugheo ed abita a Sassari al numero 36 di via Savoia. L'accusa che gli è stata contestata è quella di "detenzione arbitraria di reperti archeologici preziosi", lo stesso reato di cui dovrà rispondere il presunto complice e intermediario Pietro Mocci, un commerciante trentacinquenne di Oristano, fermato nella stessa circostanza dagli agenti. Il reperto, una navicella di bronzo e argento (l'albero maestro istoriato con figure di animali e lo scafo traforato), è stato sequestrato: il suo valore oscilla fra i 60 e i 70 milioni di lire, ma il Generale intendeva cederlo per 20 milioni, due dei quali sarebbero finiti in tasca al Mocci» (In «L'Unione Sarda» del 24.2.1973).

Arrestato il 24 febbraio, il generale viene rilasciato con «procedimento direttissimo» e con «tante scuse» il giorno dopo, il 25. Il cronista del quotidiano, che incautamente ha scritto il pezzo riportato viene estromesso dal caso: un generale non è mai un lestofante, a toccarlo ne va di mezzo il prestigio della patria, dell'esercito, della bandiera e di tutto il resto. La penna viene passata, il giorno dopo, ad un altro cronista più adatto alla bisogna. Costui, sotto il titolo «Dopo il clamoroso fermo di polizia rimesso in libertà il Generale sassarese» fa l'apologia del lestofante.

«Per Giovanni Urru, 82 anni, Generale della riserva in pensione, deve essere stato un brutto colpo. Essere trascinato come un malfattore qualsiasi non deve essere stato il miglior tonico per un uomo della sua età. Chi lo ha visto uscire stamane dagli uffici della squadra mobile lo ha descritto come un uomo distrutto, pallido, incerto nel camminare».

E' una prosa da manutengolo, che vuole indurre gli animi a pietà. Si fa leva sull'età, sui capelli bianchi, sul dramma del cittadino «integerrimo» che si vede «trascinato come un malfattore qualsiasi» - lui che «trascinava» i suoi soldati a fare stragi di nemici, ai bei tempi della '15-'18.

«Giovanni Urru - continua il cronista apologeta - in effetti non è un personaggio che si presti alla cronaca nera. E' un uomo dal passato dignitoso, con una brillante carriera militare alle spalle, venuto su praticamente dal nulla ed affermatosi rapidamente per le sue doti naturali all'interno delle gerarchie dell'esercito, il solo, nell'arco di una certa storia italiana (?) che consentisse una affermazione rapida ed un prestigio sicuro».

Un generale «non si presta» alla cronaca nera e alla galera. Vi si prestano invece benissimo i sottoproletari; anzi, la galera è una istituzione fatta su misura dei ceti subalterni - giusti i valori della società militare e fascista riportati nella società civile. Si è mai sentito, infatti, di un generale consegnato o punito con 10 giorni di rigore, per avere pulito male le latrine o per essersi lamentato dei vermi nel rancio?
Il cronista, che avrebbe dovuto informarci sui fatti obiettivi, per esempio in base a quali articoli del codice è stato rimesso in libertà il generale colto con le mani nel sacco, continua imperterrito a tesserne gli elogi:

«Popolarissimo, disponibile per ogni iniziativa di interesse generale, pronto a prestare disinteressatamente la sua opera (previo esborso di 20 milioni! - n.d.a.) , amico di tutti, perfino servizievole, il Generale Urru raccolse il frutto di questa sua popolarità alle elezioni politiche del '53 mancando per una manciata di voti un'elezione clamorosa (sic!) nelle file monarchiche, soffiatagli proprio sul filo di lana dall'on. gallurese Giorgio Bardanzellu».

Arrivati a questo punto della lettura, la commozione comincia a prorompere in torrenti di lacrime. Ma in che mondo viviamo? - ci si chiede fra i singhiozzi - un così nobile e disinteressato vegliardo arrestato come malfattore! un padre onorevole, un generale che ha mancato di sedere fra i «padri della patria» per «una manciata di voti»… Via! non è un pastore del Supramonte, che nasce criminale.

    «Come tutti i graduati che si rispettino, formatisi in un clima politico militare ben preciso, Giovanni Urru non poteva abdicare facilmente alla fede monarchica, ribadita successivamente in altre iniziative e proseguita, infine, dal figlio. Chi non ricorda (io non ricordo, sinceramente! - n.d.a.) in quei giorni ruggenti di polemiche laurine, di graffianti comizi tra destra e sinistra, fra democristiani e comunisti, fra laici e clericali, l'austera figura del generale, allora colonnello, a cavallo di un bel sauro, e vestito alla sarda, nella cornice di una fiabesca cavalcata?
All'Ente del Turismo sassarese si conservano ancora certe istantanee che ritraggono il Generale in testa a un pittoresco gruppo folcloristico, non tanto per un omaggio alla sua partecipazione, quanto come riconoscimento dei suoi meriti organizzativi all'insegna della rassegna folcloristica isolana di cui era stato un entusiasta promotore e protagonista».

Infatti, se in Sardegna l'industria turistica è quella che è lo si deve al generale Urru. Ciò che stupisce è che non sia stato ancora chiamato a dirigere la «rosa degli esperti» negli uffici di programmazione.

    «La sua casa di via Savoia è stata sempre aperta a tutti. Pronto ad aiutare, disposto a sollecitare amici e conoscenti per sbrigare una pratica, per accorciare i tempi di una pensione. Giovanni Urru appare come la figura più indicata dell'onorevole attuale (sic!), più preso dai contatti con suoi elettori che dagli impegni parlamentari. In effetti, il Generale Urru amava prestare la sua opera senza secondi fini, senza troppe pressioni: è fatto così! Per la sua personalità estremamente socievole. Neppure il clamore suscitato dalle elezioni a Miss Sardegna della bellissima figliola Pupa riuscì a turbarlo».

Incorniciato il generale in siffatta crosta oleografica, il nostro cronista, candidato all'Oscar dei lacché, entra con la furbizia del manutengolo nel merito del fatto criminoso:

«Tutti sapevano (sic!) della sua grande passione per gli oggetti antichi, per le armi, i bronzetti nuragici, i vasi romanici (sic!) e le anfore d'epoca. Era una vera passione la sua, che risale agli anni trenta quando ancora il commercio dei reperti archeologici non aveva assunto i toni smaliziati e affaristici d'oggi. Insomma Giovanni Urru è uno che amava riempirsi la casa di roba antica che gli facesse ricordare la sua terra per la quale si era battuto in tante occasioni e in tante circostanze, come quando percorse chilometri e chilometri alla ricerca di adesioni per innalzare al centro della Sardegna un monumento al fante sardo caduto in trincea. (Come dire: delinqueva per amor patrio - n.d.a.). Probabilmente era lontana da lui l'idea di raccogliere qualche reperto e custodirlo come chi sa di commettere un reato. In fondo molti di quei pezzi sequestrati dalla polizia gli erano stati donati tanti anni fa quando neppure si aveva l'idea del loro valore. Sono migliaia le persone che a Sassari hanno visitato la sua inestimabile collezione e tutti sapevano dei grandi tesori antichi esposti nelle sale del suo appartamento. Si dice addirittura che il Generale Urru avesse già deciso, con tanto di scritto autografo, che, alla sua scomparsa, tutto dovesse passare nelle mani del sovrintendente per arricchire il patrimonio artistico del museo nazionale. Come poi si sia lasciato coinvolgere in questo giro di affari per ora non è dato di sapere. Le indagini dovranno dare una risposta anche a questo sconcertante interrogativo…» (Su «L'Unione Sarda» del 25.2.1973).

11 - Il caso del generale Urru scopre un aspetto «sovrastrutturale» ma insieme fondamentale della giustizia di classe. L'ho scelto fra tanti perché le tecniche usate per coprire un «impunito» sono maldestre, mostrano il logoro della corda e in definitiva producono l'effetto opposto a quello che si voleva ottenere.
C'è un punto, nella grottesca difesa d'ufficio, dove il generale viene definito «la figura modello del moderno onorevole», che teorizza il privilegio della impunibilità ai parlamentari (e in questo caso anche ai «quasi parlamentari») sulla base di presunte moralità e nobiltà (derivanti dalla vocazione di voler rappresentare il popolo).
Una teorizzazione del privilegio che è aberrante, che tuttavia si concreta negli atti ufficiali dello stesso parlamento - al quale, a differenza di un cronista di provincia, si chiede la finezza di salvare almeno le forme della «democrazia» su cui prospera.
E' del 13 maggio '73 un corsivo del «Manifesto» che si intitola «Istituzioni a delinquere».

    «Da ieri - scrive il foglio comunista - il peculato, l'estorsione e il furto SONO LEGALIZZATI E NON PUNIBILI, purché siano rivolti a fini politici, con particolare riferimento ai partiti istituzionali e al loro finanziamento. Lo ha deciso il senato della repubblica col voto di tutti i partiti interessati. Non è una cattiva decisione. Per analogia bisogna ritenere che anche l'assalto a mano armata, il sequestro di persona ed altre pratiche oggi universalmente diffuse per fini politici, per non dire di altre attività commerciali come le aste truccate, il commercio di droga o il millantato credito, o di bazzecole correnti come il falso in atto pubblico, l'abuso di poteri d'ufficio, ecc., cesseranno presto di far parte dei reati previsti dal codice penale, quando a praticarli siano delle associazioni interparlamentari.
Bisogna leggere e rileggere, per persuadersene, la motivazione con cui il senato ha negato l'autorizzazione a procedere contro tre senatori democristiani e tre senatori della sinistra invischiati, con altre 671 persona, nel vetusto scandalo INGIC (imposte di consumo) che vent'anni fa vide la distrazione di svariati miliardi di denaro pubblico a beneficio dei vari partiti e dei loro esponenti. C'è scritto - nella motivazione dell'anch'egli vetusto democristiano Bettiol, esperto penalista - che «gli avvenimenti connessi ai cosiddetti (?) fatti dell'INGIC si ricollegano alla mancata soluzione dello scottante e sempre attuale problema del finanziamento dei partiti: problema che ha sovente messo i rappresentanti di questi ultimi nella pressante condizione di reperire i mezzi necessari per il funzionamento di quelli che sono poi i supporti su cui si regge tutto il sistema costituzionale». Bisogna ben capire che «tutti i partiti hanno bisogno di finanziamenti che evidentemente vanno cercati anche al di fuori della cerchia dei loro iscritti». E' un problema che «trascende le persone degli imputati», un «fenomeno politico» che non può essere penalmente perseguito.
E' una delle cose più belle, più candide, più affascinanti che abbiamo letto negli ultimi dieci anni. E incoraggiante per tutti. Basterà che vi troviate in una «pressante condizione» perché nessuno vi neghi il diritto di assaltare la prima diligenza: finalmente una concezione egualitaria e libertaria della vita. D'altronde non è pur sempre nella propria cerchia che ci si può arrangiare: qualunque banca poco custodita allora andrà bene. Purché vi costituiate un pilastro dell'ordine costituzionale, come privato, o meglio come partito e soprattutto come parlamentare…» (L. Pintor in «Il Manifesto» del 13.5.1973).

Il sistema è marcio fin nelle radici. La sua etica si fonda su falsi. «La giustizia è uguale per tutti» è uno di questi falsi. Nella vita di ogni giorno è rilevabile il diverso trattamento riservato al cittadino in relazione alla sua estrazione economica e sociale.
I reati di «distrazione» (una formula signorile per definire il furto commesso da parlamentari, procuratori generali et similia), l'impiego di pubblico denaro per «fini nobili», anche quando si tratti di un giro di miliardi, non sono perseguibili.
Si è mai visto un tribunale borghese condannare i crimini del capitalista, della polizia, della classe politica al potere? E' logico che sia così - mentre logico non è il contrabbandare l'idea di una giustizia uguale per tutti e pretendere dal cittadino fiducia in questa giustizia, credibilità in un gioco fatto da bari con carte truccate.

Nella sola Sardegna, in un anno (1972) la cronaca registra 24 lavoratori assassinati dal profitto capitalistico. Sono più degli omicidi denunciati nello stesso anni dalle statistiche del procuratore generale. Ma gli omicidi bianchi - per i quali si apre una ipocrita inchiesta che finisce sempre nel nulla - non vengono perseguiti, sono sempre attribuiti a «fatalità».
Che fine fanno quei giudici-mosche bianche che osano mettere sotto inchiesta funzionari di polizia delinquenti o che si permettono di criticare l'operato di giudici smaccatamente fascisti?
Il procuratore generale della cassazione si è affrettato, nel febbraio '73, a promuovere una azione disciplinare contro cinque magistrati perché in una assemblea avevano osato esprimersi negativamente sul trasferimento del processo Valpreda a Catanzaro.
Si ricorderà il linciaggio dei giudici sassaresi che osarono emettere i mandati di cattura (mai eseguiti, alla faccia della perentorietà di tale atto!) nei confronti di alcuni funzionari di polizia, fomentatori di criminalità, torturatori e calunniatori. Sulla questione Ghirotti scrive:

    «Il senatore Pafundi, già procuratore generale presso la suprema corte di cassazione» (e già presidente della commissione antimafia) «vecchia toga rotta a tutte le battaglie, non manca di far intendere ai magistrati delle nuove leve qual sia il porro unum necessarium del giudice. Anche lui rivolge la sua brava interrogazione per sapere se i magistrati sassaresi «ebbero a considerare il pregiudizio che la eccezionale determinazione portava al prestito e alla efficienza della pubblica sicurezza e quale spinta criminogena con tale provvedimento, non obbligatorio, essi davano al banditismo in Sardegna» (G. Ghirotti - Mitra e Sardegna - Longanesi 1968).

I furtarelli dei morti di fame, le manifestazioni popolari, gli atteggiamenti «irriverenti» dei giovani: ecco quali sono i crimini che mettono in pericolo la «pubblica sicurezza».

«Arrestato un giovane che grida bravo! a un avvocato», durante un processo. Ha turbato «il sereno corso della giustizia».
«A Cagliari, la sessantenne Elvira Arba è stata arrestata mentre rubava le strenne ai grandi magazzini, sotto le feste di Natale. Voleva fare dei regalucci ai nipotini». Le strenne erano un paio di palline colorate da appendere all'albero di Natale.
«A Sant'Antioco, paesino in provincia di Cagliari, tre ragazzini di 14 anni sono stati denunciati dai carabinieri per un furto di scarpe». Si trattava di tre giovanissimi lavoratori, qualificati manovali. Non è detto quanto venissero pagati i quattordicenni «fuorilegge del lavoro» perché ancora in età d'obbligo scolastico.
«A Valledoria, frazione di Sassari, sei lavoratori vengono condannati a cinque mesi e dieci giorni (i giorni spiccioli sono tutto un poema giuridico!) per un blocco stradale. La gente della frazione, esasperata per la mancanza di acqua potabile aveva inscenato una manifestazione di protesta. L'acqua non c'è ancora, anzi la situazione idrica si è fatta tragica in tutta la città di Sassari» (Gli episodi riportati sono estratti dalla cronaca del quotidiano «L'Unione Sarda» del periodo compreso dal dicembre 1972 all'aprile 1973).

12 - L'incidente di cui sono rimasti vittime due sardi, Giuseppe Angioni e Franceschino Mulas, dimenticati in attesa di giudizio per circa cinquanta anni in manicomio giudiziario, non sarebbe mai potuto accadere a un generale o a un capitalista. Sono fatti che danno la misura della mostruosità dell'apparato giudiziario, fatti che condannano senza appello la classe al potere. Sono fatti che devono essere testimoniati e incisi nella storia dei crimini perpetrati dal sistema nei confronti del popolo sardo.

«6 febbraio 1973. Giuseppe Angioni, il fante della classe 1890 che dieci anni dopo aver lasciato la trincea dell'Isonzo uccise il vicino di casa da lui creduto un cecchino austriaco, ha ottenuto ieri la libertà provvisoria. DA QUARANTACINQUE ANNI ERA UN DETENUTO IN ATTESA DI GIUDIZIO. Il caso Angioni è rimbalzato recentemente dalle colonne dei rotocalchi italiani a quelle dei quotidiani e dei periodici stranieri. All'estero più che in Italia è sembrato impossibile che si potesse tenere un uomo rinchiuso tutta la vita in un manicomio giudiziario senza che la sua colpevolezza fosse stata mai provata con un regolare processo. Tuttavia nessuna campagna di stampa avrebbe potuto far liberare l'ottantreenne detenuto se nel dicembre scorso non fosse stata varata la legge che consente al magistrato di concedere la libertà provvisoria in particolari casi anche a detenuti di reati per i quali è previsto il mandato di cattura obbligatorio. Si tratta della cosiddetta legge Valpreda.
L'ordinanza della Corte di assise di Cagliari è stata trasmessa con telegramma dal procuratore della repubblica del capoluogo della Sardegna ieri alle 16 al professor Giacomo Rosa Pepe, direttore del manicomio giudiziario di Napoli. Giuseppe Angioni non ha parenti. Penultimo figlio di un bottaio di Quartu Sant'Elena, è rimasto solo al mondo nel 1962, quando è morto il secondogenito superstite della famiglia oltre a lui. In guerra era andato tardi, a 26 anni, essendo stato riformato al servizio di leva. Assegnato al 45° reggimento fanteria aveva fatto dieci mesi di trincea sul fronte Giulio, nel punto in cui tra Blezzo e Tomino l'Isonzo corre in curva; trecento giorni sotto il tremendo fuoco di artiglieria tedesca e austriaca che preparavano (sic!) la grande operazione di sfondamento verso Caporetto. Nei brevi momenti in cui andava rallentando l'incessante martellamento, mettere il naso fuori della trincea significava farsi beccare da un cecchino. Fu allora che Giuseppe Angioni dovette subire un trauma psichico dal quale non si sarebbe mai ripreso.
Quando gli austriaci lo fecero prigioniero il 26 ottobre 1917 aveva guadagnato la promozione di caporal maggiore ma aveva perso la ragione. Alla fine della guerra, tornato a casa, volle confidare ai familiari un suo segreto. Qualcuno che non riusciva mai a vedere gli gridava alle spalle una frase ingiuriosa: «Vigliacco, esci dalla trincea». Il bottaio lo condusse all'ospedale psichiatrico ed ottenne che lo ricoverassero; ma presto i sanitari lo misero fuori dicendo che era guarito. Invece lui le voci continuava a sentirle. Finì per convincersi che qualche cecchino austriaco (in prigionia ne aveva conosciuto parecchi che parlavano l'italiano) doveva averlo seguito a Quartu Sant'Elena per deriderlo di nascosto. Dopo circa dieci anni di tormento il povero folle identificò il 21 giugno 1928 il cecchino austriaco nel suo vicino di casa. Con un colpo di pistola credette di porre fine alla persecuzione. Il giudice istruttore del tribunale di Cagliari (chi?) non credette di dover far sottoporre l'imputato ad una perizia psichiatrica che accertasse quali erano le condizioni mentali dell'Angioni al momento in cui commetteva il reato. Se il quesito fosse stato posto al perito, l'ex fante dell'Isonzo sarebbe stato prosciolto per vizio totale di mente ed affidato ad un ospedale psichiatrico per le tempestive cure. Invece dovette attendere altri tre anni in carcere prima che la Corte d'assise di Caglia lo affidasse ad un manicomio giudiziario in base all'art. 88 del codice di procedura penale. L'ordinanza della sospensione del processo è così motivata: «trovasi in stato di conclamata infermità di mente».
«Quando lo vidi per la prima volta - racconta il direttore del manicomio - ero giovane assistente ma avevo già sufficiente esperienza per rendermi conto che Giuseppe Angioni era ormai uno schizofrenico irrecuperabile. Alla schizofrenia si aggiunse col tempo una forma acuta di demenza senile. Oggi è completamente dissociato e incapace a formulare frasi correnti; è convinto di avere 27 anni (l'età che aveva quando era rannicchiato in trincea)».
Una segnalazione del prof. Rosa Pepe al giudice di sorveglianza ha messo in movimento il meccanismo della giustizia LA QUALE SI ERA DIMENTICATA DI ANGIONI. Ma se non fosse arrivata la nuova legge, il vecchietto sarebbe ancora in attesa di giudizio. Giuseppe Angioni è stato affidato alla polizia per l'accompagnamento a Cagliari dove non avendo parenti che lo prendano in consegna finirà all'ospedale psichiatrico (in un cronicario potrebbe farsi del male: ha bisogno di assistenza adeguata)» (Gli episodi riportati sono estratti dalla cronaca del quotidiano «L'Unione Sarda» del periodo compreso dal dicembre 1972 all'aprile 1973).

«…Un altro detenuto DIMENTICATO in un manicomio giudiziario ha ottenuto - sempre in forza della legge Valpreda - la libertà provvisoria. E' un contadino di Villaputzu (accusato) di aver ucciso cinquant'anni fa un compaesano per rapinarlo. Si chiama Franceschino Mulas ed ha 72 anni. Ne aveva poco più di 20 quando fu ucciso a Villaputzu Pietro Frongia e le indagini portano alla sua incriminazione e a quella di altri poi regolarmente processati e condannati. Durante il processo alle assise di Cagliari apparve chiaro che Mulas era impazzito. La sua posizione fu pertanto stralciata e dall'aula delle assise egli passò alla corsia dell'ospedale psichiatrico. Da allora non si è più parlato di processo: FORMALMENTE FRANCESCHINO MULAS ERA UN IMPUTATO IN ATTESA DI GIUDIZIO CHE MAI AVREBBE POTUTO OTTENERE LA LIBERAZIONE SE NON DOPO UNA SENTENZA DALLA QUALE RISULTASSE, IN CASO DI CONDANNA, CHE LA PENA ERA ORMAI SCONTATA. La legge Valpreda ha mutato la cosa e il giudice può ora concedere quella libertà provvisoria che prima non era in suo potere concedere per chi fosse colpito da mandato di cattura obbligatoria.
La lunga esperienza del contadino di Villaputzu nei manicomi italiani lo ha portato - ultima meta - a Montelupo Fiorentino. In questo ospedale psichiatrico gli è giunta nei giorni scorsi la notizia che potrà tornare in Sardegna, proprio come Giuseppe Angioni. Arriverà dunque anche lui tra qualche giorno e verrà internato nell'ospedale psichiatrico di Villaclara dove cominciò tanti anni fa la sua odissea di malato di mente. La differenza tra la condizione di detenuto dimenticato e quella di cittadino formalmente libero consisterà nel fatto che Mulas, come Angioni, uscirà da un manicomio giudiziario per essere assistito, come si legge nell'ordinanza stessa nei giorni scorsi dalla Corte d'assise di Cagliari, in un ambiente psichiatrico civile». Evidentemente, gli ospedali psichiatrici giudiziari sono «incivili» (Gli episodi riportati sono estratti dalla cronaca del quotidiano «L'Unione Sarda» del periodo compreso dal dicembre 1972 all'aprile 1973).

Un ultimo fatto di cronaca, di qualche anno fa. «La tragica fine di Giuseppe Catalano, misero onesto pescatore di Cabras affogato nelle acque del Tirso per sfuggire ai rigori che la legge prevede per gli abusivi, non può rientrare nel comune schema dell'infortunio. Il Catalano, grande invalido di guerra, ricompensato dalla patria con qualche biglietto da mille al mese, a malapena tenuto diritto da un artigianale busto ortopedico, era costretto dal bisogno a trascinare il corpo spezzato nella ricerca di cibo. Per chi non ha capitali, per chi è respinto ai margini della società, quando si vuole restare onesti, non rimane altra via che quella di strappare alla natura con primordiali sistemi qualche briciola di quella ricchezza che pochi privilegiati protetti dalla legge sfruttano per loro tornaconto.
Egli, il 4 novembre, mentre in piazza si inneggiava ai valori della nazione, era uscito col fratello per farsi la cena, pescando nel fiume. Non barca, non reti, non fiocina, non ami: soltanto le mani e il bisogno egli portava con sé, quel giorno. Il succo dell'euforbia macerata, raccolta sulle rive, avrebbe intontito i pesci e li avrebbe resi facile preda anche per un invalido. La legge vieta la pesca a chi non ha la licenza e punisce chi pesca col succo dell'euforbia. La legge non fa differenza: non può sapere, la legge, che cosa siano la fame, non può capire che cosa sia l'infelicità di un corpo malato. Braccato dagli agenti, per sfuggire alle conseguenze del suo atto illegale, l'invalido si è gettato in acqua sperando nella buona sorte. Le acque in piena del Tirso lo hanno ghermito e travolto. A nulla è servito il disperato intervento del fratello che ha rischiato egli stesso di morire nel tentativo di trarlo in salvo.
Ora, per recuperare il suo cadavere, carabinieri, pompieri, sommozzatori, finanzieri frugano ogni palmo di riva, di canneto, di fondale. Tali ricerche costano all'erario una grossa somma. Una somma che avrebbe potuto assicurare all'infelice la vita di cui aveva diritto. Un'amara morale si trae da questa putrida società: una società di disuguali, di ricchi nababbi ai quali tutto è dato, tutto è lecito, e di derelitti, di onesti costretti a scavare con le unghie la terra per riempirsi la bocca» (Amsicora «La giustizia» - in «Sardegna Oggi» n. 36 del novembre 1963).

 



Capitolo V - I primati della colonizzazione

1 - Il capitalismo - secondo una discriminante mai disusata - divideva ieri il mondo in paesi «civili» e «barbari». In virtù del possesso di moderni strumenti di guerra e di sterminio (definiti «alto livello di civiltà») si arrogava il diritto di invadere e sfruttare gli altri popoli, i quali, essendo privi di quegli strumenti, venivano definiti «incivili».
La Sardegna è un paese di antichissima civiltà. Tuttavia, per giustificarne la colonizzazione veniva descritta come «barbarica». A fornire la «documentazione» di tale «barbarie» provvedevano missionari, etnologi, craniologi, antropologi e sociologi - dei quali si ebbe una vasta fioritura nel secolo scorso in coincidenza con la grande avventura coloniale del capitalismo.
Il neo capitalismo preferisce la divisione del mondo in paesi «sviluppati» e «sottosviluppati». E non è un caso che i primi siano a economia industriale e i secondi agricola e che questi vengano utilizzati come «aree di servizio» del capitalismo. E' chiaro che le differenze di sviluppo tra i diversi paesi dipendono fondamentalmente dalla oppressione e dallo sfruttamento cui sono sottoposti. Mai come sotto il giogo del capitalismo, nelle aree oppresse l'umanità ha toccato il fondo della degradazione.
Rifiuto come mistificatorio il termine di «paese sottosviluppato»: è esatto chiamarlo «paese sfruttato». Senza sfruttamento non esiste sottosviluppo. E' una mistificazione usata e abusata per giustificare i mali della oppressione che immiseriscono e tormentano la Sardegna. Quando si parla dell'Isola sotto il dominio della borghesia sabauda e del capitalismo italiano e straniero e si ricercano le cause della miseria e della degradazione del popolo, si va a cercarle esattamente dove non ci sono, e cioè in un ipotetico «cattivo funzionamento» del sistema e non nella natura e sostanza del sistema stesso. Un sistema fondato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo in effetti funziona benissimo nel momento in cui produce da un lato profitti e dall'altro miseria. Pertanto, dire che il sistema non funziona bene e che bisogna farlo funzionare meglio significa in via logica voler aumentare la sua capacità di produrre profitti e miseria.
Il Pais - parlamentare riformista del secolo scorso - scrive nella sua inchiesta:
«…la spiegazione dei mali presenti deve ricercarsi, per molta parte, nel triste passato, in cui ripetono l'origine, in cui trovano il loro germe. E non inutile parrà, anche per giustificare l'asserzione che non v'ha periodo in questa dolorosa storia che non sia segnato dalla delusione dei popoli sardi, qualunque sia stato il governo al quale erano soggetti…».

Il Pais mette l'accento non sullo sfruttamento ma sulla delusione per spiegare i mali che affliggono l'Isola. Da tutti i dominatori ci si aspettava un benessere che non è venuto: i Sardi non hanno tutti i torti a essere diffidenti. L'ultimo dominatore della serie, il governo italiano, cui il Pais è legato, dovrebbe - egli dice - finalmente comportarsi meglio e non «deludere» ancora una volta le aspettative isolane. Eppure, il quadro che l'illustre saggista traccia dei duemila anni di colonizzazione è tale da non lasciare speranza alcuna di un progresso portato da fuori, che non germogli dalla lotta del popolo stesso.

«I Cartaginesi, dopo averla devastata la espongono alla cupidigia di Roma. Il dominio romano, prima, e poi la conquista delle repubbliche di Genova e Pisa, come dovunque, anche in Sardegna lasciano aperto uno spiraglio di luce al progresso sociale; ma economicamente l'Isola è sfruttata dai dominatori; e della fertilità del suo suolo, e della prosperità della progrediente agricoltura, altro vantaggio non ha che di nutrire il popolo di Roma, e arricchire le prebende delle Chiese di Genova e di Pisa. Il breve e non ben conosciuto governo dei Giudici non poté, per le discordie civili, attingere al suo scopo, né opporre una compagine resistente alle mercantili repubbliche da cui furono sopraffatti. Aragonesi e Tedeschi la dilaniarono e la dissanguarono; il governo savoiardo… l'assopì fra piccole contese burocratiche… cosicché i Sardi, schiavi sotto Cartagine e Roma, servi di Bisanzio, dilaniati dai Vandali, schiacciati dai Saraceni, spogliati dai Comuni italiani, intristiti dal feudo straniero, sudditi poi di un reame povero, delusi nel passato dai momentanei e infruttuosi sussulti della ribellione e poscia delusi dalle reiterate lusinghe di miglioramento, di riparazione ai mali di cui la nuova Italia fu larga e munificente, bene a ragione possono dubitare che dopo tanta ala di tempo, sia per sorgere anche per la Sardegna il giorno sospirato…» (F. Pais - Relazione dell'inchiesta sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna -Roma 1896).

Dopo oltre cento anni di sospiri il giorno dell'annunciato riscatto è ancora di là da venire.
Alla fine del secolo scorso l'Isola attraversa uno dei periodi più tristi della sua storia. Le condizioni di vita delle popolazioni sono paragonabili soltanto a quelle delle bestie selvatiche - senza godere della libertà di queste. I criminologi tirano le somme dei dati statistici e si allarmano perché la Sardegna ha il primato negli omicidi e nei furti; scoprono le «zone delinquenti» e teorizzano la repressione scientifica, l'estensione della pena di morte ai reati minori e galere più dure. nel contempo, dalla stessa borghesia salgono voci commosse per implorare dal potere interventi umanitari che allevino le sofferenze delle popolazioni.
Il governo risponde costituendo una commissione d'inchiesta per appurare le cause. Nascondere la verità, distorcere i fatti sono una necessità per il potere, che rappresenta la difesa e la conservazione dei privilegi. Le cause sono lì, chiare, evidenti, in quello stesso parlamento, come tutte le istituzioni del sistema edificato per produrre privilegi e ricchezza sulla miseria e sulla fame del popolo. Si finge di volere risanare e risollevare ciò che si è volutamente ammalato e incancrenito; si arriva alla farsa di chiedere fiducia e riconoscenza ai popoli sfruttati, quando un parlamento si degna di costituire una commissione di inchiesta che si sa già non potrà modificare la sostanza di un sistema di cui è espressione. Se poi questi popoli non mostreranno di avere fiducia nell'oppressore, si dirà che proprio in questo loro «sentimento negativo» sta la causa della loro arretratezza.
Nel giornale radicale «Il secolo», nel 1906 Locatelli riconosce che non è facile per i Sardi avere fiducia nel governo, dopo essere stati assoggettati a certi trattamenti:

«Quanto a leggi, per quel che riguarda il lato odioso di esse, il lato fiscale, non v'è dubbio, ci sono tutte. I carabinieri ci sono anche qui, quando sono pochi se ne mandano subito molti altri, tanto che se lo Stato provvedesse con la stessa larga abbondanza a tutte le altre necessità della Sardegna, in breve essa diverrebbe un paradiso terrestre. Ma i diritti no! in Sardegna le tariffe ferroviarie sono magari più elevate che in Italia, eppure qui si viaggia con una lentezza ed una incomodità intollerabili; i cittadini pagano le stesse imposte che a Roma, Milano o Torino, eppure quando un funzionario ha dimostrato di essere bestia o disonesto lo regalano ai Sardi, affinché porti nell'esercizio delle sue funzioni, oltre la constatata deficienza o colpevolezza, anche il rancore della punizione. E con ciò tutta una somma di errori e di colpe che danno alla legge una fisionomia odiosa e triste e alimentano nelle moltitudini un odio profondo, per quanto vago e indeterminato, contro questo invisibile ente del governo, malefico, sordo e ladro, pronto a prendere sempre, tenace nel rifiutare sempre. Che meraviglia, dunque, che queste popolazioni quando trovano una formula per significare il loro malcontento, la investano e l'accendano di tutto il dolore intollerabile accumulato per secoli?».

Nella miserevole situazione in cui si trova dopo millenni di colonizzazione, il Sardo deve anche subire le frustate perché non sa fare la rivoluzione proletaria. E' Gramsci che scrive:

«Si rivolta violentemente contro i Signori in determinate occasioni… La lotta di classe si confonde col brigantaggio, col ricatto, con l'incendio dei boschi, con lo sgarrettamento del bestiame, col ratto dei bambini e delle donne (sic), con l'assalto al municipio… La preoccupazione maggiore della sua vita era quella di difendersi corporalmente dalle insidie della natura elementare, dai soprusi e dalla barbarie crudele dei proprietari e dei funzionari pubblici… Elemento anarchico… infrenato solo dalla paura del carabiniere e del diavolo. Non comprendeva l'organizzazione, non comprendeva lo Stato, non comprendeva la disciplina,… era impaziente e violento, selvaggiamente, nella lotta di classe incapace di porsi un fine generale d'azione e di perseguirlo con la perseveranza e la lotta sistematica» (A. Gramsci - L'ordine nuovo - Operai e contadini - 1919).

Gramsci, invischiato nella ideologia marxista e nel mito del proletariato, disprezza nei Sardi l'anarchismo, l'uso comunitario che fanno dei beni naturali, il loro odio per il municipio, per i funzionari, per i gabellieri che dello Stato sono una concreta rappresentazione. Da intellettuale, Gramsci parla dei Sardi in termini astratti: come rimproverare ai Sardi di quel periodo di essere incapaci di teorizzare la lotta di classe e di organizzare la rivoluzione proletaria? In quale altro modo - in quella dimensione storica - avrebbe potuto il Sardo togliersi o tentare di togliersi dal collo il piede dell'oppressore, se non con la «rivolta violenta»? E poi, chi ha mai detto se non gli stessi colonizzatori che il Sardo abbia rapito bambini e donne e incendiato boschi? Ciò è falso. Colui che appartiene alla borghesia può permettersi, fatta una scelta ideologica rivoluzionaria, risposte non selvagge. E' facile, per chi ha studiato nelle scuole riservate alla classe dominante porsi «un fine generale» d'azione e seguire con perseveranza «una lotta sistematica» contro il nemico ideologico.
Ecco quali erano le condizioni di vita nell'Isola nel periodo che va dagli ultimi decenni dell'800 ai primi del '900.

Il Pais: «La miseria è dunque generale; il proletario vende lo scarso prodotto del breve terreno (mal lavorato, non concimato, per mancanza di capitale) a prezzo vile; impotente a pagare le imposte, e gli interessi dei mutui ipotecari, si volge, disperato di credito onesto per difetto di istituti, all'usura che gli infligge l'ultimo strazio con uno sconto che arriva fino al 20%; all'usura pure si rivolge il povero contadino per sfamarsi e per pagare le imposte nel crudo inverno, con le prestanze in natura in cui l'usura è anche più crudele e sorpassa il 50% (vedremo, più avanti, che queste percentuali sono molto più alte - n.d.a.)… Non può recar sorpresa che, se in tali condizioni versi la classe media dei contadini, l'operaio (se pur trovi da occuparsi…) a stento possa sperare un salario di 75 centesimi al giorno, e se molti e troppi non trovino affatto lavoro; cosicché in alcuni luoghi e a certe epoche vi è chi vive di fichi d'India e di erbe selvatiche, cui dà apparenza, non sostanza di nutrimento umano il sale, che provvidamente il fisco, unico cespite lascia ancora franco d'imposta! E non può recar sorpresa che l'emigrazione, già sconosciuta in Sardegna, ora prenda sviluppo che è allarmante… Il contingente maggiore è di braccianti che partono alla ventura, senza affidamento alcuno di occupazione nei paesi in cui vanno, ove solo la disperazione li spinge! Questa è forse la più terribile prova della miseria in Sardegna; perché è indizio che comincia a mancare in modo assoluto il mezzo di vivere comunque, anche con istento! Perché il Sardo, e specialmente il contadino non abbandonerebbe l'Isola sol se potesse con un cibo qualsiasi e con il più faticoso lavoro, sfamarsi! Se quasi dappertutto l'emigrazione è sintomo allarmante… in Sardegna manifesta uno stato di anemia che confina con la morte» (F. Pais - Relazione dell'inchiesta sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna -Roma 1896).
Il Niceforo: «Le condizioni economiche della Sardegna sono adunque in miserissimo stato. In molti luoghi delle pianure campidanesi il contadino non mangia che pane, non beve che acqua; quando la fame lo stimola, è un vecchio ed ammuffito pezzo di pagnotta che lo satolla e l'acqua - terribile veicolo d'infezione malarica - accompagna il pasto. Un direttore di bagno penitenziario ci diceva che il pane ammuffito - avanzo dei carcerati - era divorato voracemente dai bambini che venivano a trovarlo per chiederglielo in carità: noi abbiamo visto quel pane: orribile, verdastro, incrostato da una patina molle di muffa, duro come macigno» (A. Niceforo - La delinquenza in Sardegna - Palermo 1897).
Il Colajanni: «Quando mi si mandò il campione del pane di Campo Felice che tanta impressione destò in Italia, avvertii che in non tutti i comuni della Sicilia si mangiava tale pane; ora ho visto un altro campione di pane che si mangia a Baunei (circondario di Lanusei) che è veramente orribile e fa conoscere quanto maggiore sia la miseria della Sardegna. E' fatto di farina di ghiande ed il mio amico on. prof. Celli vi ha trovato il 65 per cento di sostanze inorganiche (N. Colajanni - In Sicilia - Roma 1894).

In questa desolazione calano come avvoltoi gli usurai, che prosperano accumulando ricchezze sulla fame del popolo.
«L'Usura, in Sardegna più che altrove, arriva a limiti inverosimili. L'interesse più mite è del 25% per soli tre o quattro mesi. Nel contado, ove i mutui si fanno in derrate e specialmente in grano, si fanno in gennaio o in febbraio con l'obbligo di restituire il grano mutuato in agosto, tempo del raccolto, con l'interesse di 21 litri per ettolitro. Ma questi sono gli onesti. I più capitalizzano gli interessi del 25% dall'atto stesso del mutuo, ne calcolano l'importo in denaro al prezzo che potrà avere il grano all'epoca della restituzione, con l'obbligo di restituire la somma, in grano, al raccolto, una lira meno all'ettolitro del prezzo corrente. Ciò viene a dare un interesse dell'80% per pochi mesi… Abbiamo conosciuto, in un paese del Campidano, un prete che imprestava grano agli affamati, costringendoli a pagare, in seguito, somme tali ch'egli ci guadagnava il 200 per cento» (A. Niceforo - La delinquenza in Sardegna - Palermo 1897).

Un popolo che ancora in periodo preistorico, tra il neolitico e l'età del bronzo sa esprimere quella meraviglia architettonica che sono i nuraghi, in era industriale, sotto il dominio capitalista, è ridotto a scavarsi tane per ripararsi dalle intemperie, a edificarsi baracche di fango e di frasche. Quando nel 1906 la commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di vita dei minatori sente le lamentele dei lavoratori costretti a vivere ammassati come bestie sulla terra battuta dei cameroni, gli onorevoli se ne scandalizzano: Come? - dicono - vi lamentate dei cameroni, quando nei vostri paesi si vive in luride tane.
Gli «stazzi» in Gallura, i «cuili» in Nurra, i «bacili» nel Serrabus, i «medaus» nel Sulcis, i «furriadroxius» nell'Iglesiente, i «pinnacus» e le «barraccas» nei Campidani sono primordiali abitazioni in uso fino a tempi recentissimi, di cui si hanno ancora numerose tracce. Non sono - come gli etnologi della colonizzazione asseriscono - espressione di una civiltà arretrata e autarchica: sono più esattamente espressione della degradazione prodotta dalla rapina e dallo sfruttamento.
In questa situazione non hanno alcun senso le statistiche relative ai servizi igienici sanitari. Ne cito alcune, recenti, nel tentativo di tradurre in termini aritmetici una realtà tanto miserevole da sembrare incredibile. Nella Sardegna del 1925 - mentre il capitalismo uscito dalla prima carneficina mondiale riassesta il suo impero imponendo il fascismo totalitario in Italia, in Germania e più avanti in Spagna; mentre la tecnologia industriale si getta a capofitto nella ricerca «scientifica» per approntare nuove e più efficienti macchine di distruzione e di morte: mentre Mussolini prepara l'epopea imperialista realizzando inutili faraonici colossi di travertino e di granito - nella colonia Sardegna, su 364 comuni, 260 sono sprovvisti di acquedotto e gli abitanti si abbeverano come bestie nei pozzi e nei fiumi; 357 (cioè tutti i comuni escluse le città) non hanno fognature e 199 non hanno neppure un cimitero. «Fino agli inizi di questo secolo, in quasi tutti i comuni i morti si seppellivano senza cassa, in fosse comuni» (Aa. Vv. - La società in Sardegna nei secoli - Torino 1967).
In questo stato di miseria e di abbandono nascono i velenosi primati che hanno reso tristemente famosa l'Isola: la malaria, la tbc, la silicosi, il rachitismo, il tracoma, il colera, la lebbra, l'echinococcosi. Alcuni di questi primati resistono. Si registrano ancora casi di lebbra in diversi paesi dell'Oristanese: non è dato sapere quanti siano i ricoverati nel lebbrosario presso l'ospedale di «Is Mirrionis» a Cagliari e quanti siano gli infetti nascosti nelle case.
Diffusa è ancora la tbc (certi criminologi hanno tentato di legarla alla criminalità e alla follia come fattore genetico ed eludere così le cause vere del male, dovuto alle condizioni di vita sub-umane, alla denutrizione). La silicosi vede gravemente menomati oltre 40 mila lavoratori delle industrie estrattive. L'echinococcosi è attualmente tanto diffusa da costituire un primato mondiale dell'Isola.
Sono cronache dei nostri giorni/

«Cagliari, 1.5.1973 (Agenzia Italia) - Una delegazione di lavoratori colpiti dalla silicosi… è stata ricevuta il 13 aprile dall'assessore regionale al lavoro… al quale ha illustrato i temi in discussione nel corso del congresso regionale dei lavoratori silicotici… Si tratta di circa 40 mila lavoratori menomati nel fisico dalle condizioni di lavoro, che non possono lasciare insensibile chi è preposto al governo della cosa pubblica».
«Cagliari, 1.5.1973 (Agenzia Italia) - La Sardegna detiene un primato mondiale che nessuno le invidia: l'echinococcosi (o idatidosi), una malattia che colpisce uomini e animali…».
Per debellare quest'ultimo terribile flagello che funesta l'Isola, la Regione - continua la nota dell'AGI - ha deciso di «sensibilizzare i bambini e i ragazzi, che specie nelle campagne sono a contatto con i cani più degli adulti: essi riceveranno a scuola un libretto a fumetti essenziale e divertente, e se lo porteranno a casa, riceveranno un giochino tipo gioco dell'oca con le varie tappe rappresentate dai vari incentivi al morbo; con lo stesso giochino giocheranno, a scuola, assieme all'insegnante, che ne approfitterà per chiarire e sottolineare i punti essenziali che si riferiscono alla echinococcosi (o idatidosi) ed ai suoi pericoli».
E' presumibile che libretto e giochino costituiranno un grosso affare speculativo. «Per la grafica - conclude l'AGI - particolarmente interessanti sono apparse le bozze presentate da Jacovitti, un nome ben conosciuto da grandi e piccini per le sue battute spiritose e per le sue figure piene di significato. Jacovitti dimostra coi suoi schizzi di essere entrato nel vivo dell'argomento e di averlo fatto suo, nel complesso e nei particolari, quasi ne volesse fare una propria campagna personale».
Se Jacovitti si è impegnato a farne una personale campagna profilattica, i Sardi possono stare tranquilli.

2 - «Tre gravi malattie minavano in modo particolare la salute della popolazione. In primo luogo la malaria, di cui in molte zone era affetto il 100% della popolazione infantile». Si curava con palliativi: infusi di erbe e di radici, molto usata la genziana. Una regressione del morbo si ebbe dopo la legge del 23.12.1900 che diffondeva l'uso obbligatorio del chinino (monopolizzato, questo farmaco diventa una nuova fonte di lucro sulla pelle dei Sardi n.d.r.). «Venivano in secondo luogo il tracoma, causa spesso di cecità, per il quale (anche) la Sardegna ebbe il triste primato in Italia, e, infine, la tubercolosi, scarsamente diffusa nel secolo XIX ma in rapido e forte aumento all'inizio del XX secolo» (Aa. Vv. - La società in Sardegna nei secoli - Torino 1967). Nel quadriennio 1927-30 (cito sempre dalla stessa fonte) la tbc mieteva annualmente ancora 18 vittime ogni 1000 abitanti; e la malaria, già in declino, mieteva ancora 15 vittime ogni 100 abitanti. Nello stesso periodo un'indagine approssimativa calcolava in 90.000 i tracomatosi: circa 1 ogni 10 abitanti (considerato il censimento del 1931 che dava una popolazione complessiva di 973.125).
Altro flagello, tutt'ora diffuso e di cui l'Isola detiene l'indiscusso primato, è la silicosi, cui si è accennato, che fino a qualche anno fa non veniva riconosciuta come malattia professionale - ancora oggi, i lavoratori che ne sono colpiti vengono liquidati con qualche migliaio di lire, quando pure il diritto viene riconosciuto.

Scrive sulla questione «Sardegna Oggi» nel 1963: «…La silicosi, è risaputo, è una malattia professionale che, per lo più, colpisce i minatori. La Sardegna è la regione d'Italia più colpita da questa terribile malattia. Infatti le più alte cifre di mortalità per silicosi si registrano nell'Isola, che dispone del più imponente complesso minerario del Paese. Ma nelle miniere della Carbonsarda non esiste silicosi: così ha deciso la sua Direzione generale. Chiunque denunci questa malattia è o visionario o pazzo o mistificatore. Se poi ad asserirlo sono dei medici, costoro sono degli incompetenti… Alla Carbonsarda non c'è silicosi: questo è tutto ed è quanto basta perché la Società non paghi i premi all'Istituto Nazionale d'Infortuni e non accetti i controlli sanitari dell'ENPI, forse perché quei pochi o molti milioni che servono a garantire i minatori con l'azione anti-infortunistica han ben preso altre vie» (In «Sardegna Oggi» n. 36 del novembre 1963).

Contro il parere della Società, il prof. Floris, dell'Università di Cagliari, accertava ben 126 minatori colpiti da Silicosi nella sola miniera della Carbonsarda.

Nel 1965, «Rinascita Sarda» torna sull'argomento: «Nel quinquennio 1959-63 ben 8.953 lavoratori sardi hanno denunciato d'essere stati colpiti dalla silicosi, ma soltanto 1845 sono stati indennizzati per questo motivo… 10.00 denunce di silicosi su 60.000 provengono dalla Sardegna. Mentre in Italia l'incidenza della silicosi sul complesso delle malattie professionali è del 45%, in Sardegna è invece del 96,3%. In Sardegna, solo il 20% dei silicotici viene indennizzato. L'età media di vita dei silicotici è di 53 anni e bastano quindici anni per condurre alla morte il lavoratore. Fino ad oggi, la legislazione vigente consente di indennizzare il lavoratore che è affetto da silicosi solo nel caso che questa malattia sia associata alla tubercolosi polmonare. In tutti gli altri casi non c'è indennizzo. Si arriva all'assurdo che molti lavoratori si augurano la complicazione polmonare pur di poter usufruire dell'indennizzo…» (In «Rinascita Sarda» del 28 febbraio 1965).

Non occorre risalire al medioevo per ritrovare epidemie di colera: la miseria, l'abbandono, la mancanza di ogni più elementare servizio igienico e sanitario alimentano nelle nostre comunità focolai di terribili morbi. Negli anni sessanta, nell'Oristanese vengono segnalati numerosi casi di lebbra. Nel 1962 un consigliere socialista rivolge una interrogazione urgente all'assessore all'igiene e sanità della Regione:

«per sapere se risulta o meno che nei centri di Santa Giusta, Terralba, San Nicolò d'Arcidano, Cabras, Oristano, Borore vi siano delle persone colpite dalla lebbra… Si chiede che un dermatologo effettui visite domiciliari periodiche onde prevenire il contagio del male… Si reclama la esecuzione delle reti fognarie per i suindicati comuni che ne sono privi, misure ispettive per la scuola, i pubblici locali, la costante ripulitura delle gore morte, delle fosse settiche, per eliminare i germi di putrefazione…» (In «Rinascita Sarda» del marzo 1966).

Qualche anno dopo esplode lo «scandalo di Gonnoscodina»: un'intera classe della scuola elementare risulta affetta da tubercolosi. Gonnoscodina è un paese di circa 1000 abitanti in provincia di Cagliari.
«C'erano 20 bambini tbc in quella classe - scrive una rivista comunista - perché mangiavano solo cardi e frequentavano una scuola che era molto simile a una stalla. Una scuola indegna di un paese civile… Ne risultò uno scandalo nazionale: i giornali mandarono i loro inviati in quel paesino dell'Oristanese situato a 60 chilometri dal capoluogo della Regione. Scrissero gli inviati: Forse i bambini sono stati contagiati dalla insegnante. Durante la refezione, maestri e allievi bevono tutti da una stessa brocca, non essendovi bicchieri. E non solo bicchieri mancano a Gonnoscodina, ma anche le sedie, i banchi, i gabinetti. Per sedersi i bambini usano blocchetti di cemento; i muri sono tanto pregni d'umido che gocciolano d'acqua. La refezione scolastica è lesinata con penosa discriminazione, escludendo come privilegiati i ragazzi che un tozzo di pane con qualche cardo lo trovano a casa…».

Cronache della Sardegna d'Oggi, la Sardegna del boom turistico della Costa Smeralda, dei modernissimi insediamenti militari per la guerra nucleare, delle industrie petrolchimiche che forniscono energia a mezza Europa.
Ancora nell'Oristanese, stavolta a Cabras, nel 1967, scoppia una epidemia di colera infantile. Nel giro di pochi giorni, circa 100 vittime con 10 morti. Ho seguito ora per ora a Cabras il susseguirsi di quei drammatici eventi, il lugubre via vai delle ambulanze a sirene spiegate, la disperazione delle madri, la rivolta della povera gente lasciata a marcire in veri e propri ghetti da una classe dirigente e da un padronato indegni di far parte del genere umano.

«5 maggio 1967 - Una situazione allarmante. Cabras è circondata da una cintura di mondezzai. I pericoli all'igiene aumentano per l'uso di ospitare le greggi in paese, per la mancanza di fognature».
«23 giugno - Mentre le autorità sanitarie sdrammatizzano la situazione a Cabras si vive nel terrore di una epidemia… Immensi depositi di rifiuti circondano l'abitato, mentre all'interno le fogne scorrono in superficie…».
«24 giugno - Si allunga l'elenco delle vittime. Un altro bambino è deceduto. E' il figlio di un giovane pescatore. Il prefetto ha visitato il paese. Numerose famiglie vogliono lasciare l'abitato. Le cineprese della tivù fotografano gli immondezzai».
«25 giugno - La popolazione è in preda al terrore. Sono 9 i bambini uccisi dal misterioso morbo. Altri 2 lattanti, uno di 5 mesi e l'altro di 6 ricoverati a Cagliari in preda all'avvelenamento. Numerose famiglie cercano scampo in altri paesi. La tragica situazione igienico-sanitaria e le gravi responsabilità degli amministratori locali e regionali».

Alla visita del prefetto segue quella del presidente della Regione che promette sussidi alle famiglie colpite dal colera e promette opere di risanamento. E' severamente proibito parlare di «colera» o al massimo di gastroenterite acuta - un termine medico che significa appunto «colera».

In un comunicato del 25 giugno del Ministero della Sanità si apprende che «in relazione al misterioso morbo che colpisce i bambini di Cabras… La malattia si manifesta con sintomatologia che interessa prevalentemente l'apparato gastroenterico… si sono verificati in totale 28 casi con 25 ricoverati in ospedale… si sono lamentati 9 decessi…».
«27 giugno. La popolazione vive ormai nella disperazione più nera. Altri 4 bambini colpiti dal misterioso morbo. Tra essi anche un 12enne… Il rione Brigata è come un ghetto. Ancora sospetti sull'acqua? Cosa succede nel cimitero?».
Nel testo del servizio si legge: «L'attuale stato d'animo della popolazione è caratterizzato più che dalla paura dal risentimento nei confronti della classe dirigente. Mentre nelle famiglie colpite dal terribile morbo, si piangono i morti e si trepida per la sorte dei piccoli che ancora lottano per sopravvivere, i maggiorenti si accingono ad evitare la peste trasferendo i loro familiari ad altro paese… La tragedia che ha scosso questa comunità ha assunto il suo giusto rilievo attraverso la documentata e prudente denuncia che i servizi di informazione hanno fatto alla pubblica opinione sulla incredibile situazione di arretratezza in cui versa questa cittadina di 8.000 abitanti per la criminosa incuria degli amministratori… Nessuno più vi è ormai che neghi che la causa dell'epidemia in atto e di ogni altra possibile pestilenza sia da attribuirsi alla assoluta mancanza di servizi igienici ed al primitivo livello di vita in cui è costretta buona parte della popolazione. Abbiamo visitato ancora una volta il rione della Brigata, la parte più colpita dal flagello… La Brigata significa case malsane, miseria e analfabetismo, promiscuità innominabili, situazione igienica spaventosa: a ridosso stanno i letamai più vasti, dove finiscono anche ventrami e residui di macellazione. Il fermento della popolazione della Brigata rasenta il parossismo…».
«28 giugno - Si accentua il terrore nella popolazione. Altri due bambini ricoverati nella clinica pediatrica…».
«29 giugno - Mentre continuano i ricoveri dei bambini, situazione estremamente tesa a Cabras: anche un adulto colpito dal morbo misterioso… Si bruciano gli immondezzai alla periferia del paese, ma milioni di topi, snidati dai loro rifugi, hanno invaso le vie, destando profonda apprensione…».
Nel testo, si legge: «…Si vive il clima angoscioso di una pestilenza medievale: cominciano i roghi in cui si inceneriscono i rifiuti… legioni di topi stanati si sono riversati nel paese e nelle case. L'allarme è generale, il pericolo è gravissimo: la popolazione è impotente a combattere con i propri mezzi contro milioni di topi di ogni specie provenienti dai depositi di rifiuto, dalle chiaviche, dai canali, dagli stagni dove per anni hanno prosperato pascendosi degli immondi avanzi delle macellazioni e delle carogne innumerevoli di pesci che i magazzini della cooperativa Pontis gettano nei canali… Esplodono ora, dopo anni di paziente sopportazione, i malumori popolari. La terrificante situazione di arretratezza viene ora minutamente denunciata da tutti, e le accuse agli amministratori che hanno governato il paese si fanno sempre più precise e circostanziate…».
«30 giugno - Il morbo continua a mietere vittime: un bimbo di 2 anni ricoverato all'ospedale in gravi condizioni. Chi può fugge dal paese, i poveri rimangono tutti» (La cronaca della epidemia di Cabras del 1967 è tratta dal quotidiano «La Nuova Sardegna» del maggio-giugno 1967).

In luglio il colera regredisce. La situazione si «rinormalizza», cioè le cose tornano come prima.
Ho già accennato all'attuale primato mondiale che l'Isola detiene con l'echinococcosi. La stampa, in questi giorni, sta presentando la malattia a tinte fosche, come un «flagello paragonabile solo alla malaria». La campagna di stampa di denuncia della diffusione della malattia (mentre non si fa nulla per circoscriverla e combatterla) appare alquanto sospetta, se si tiene presente la natura canagliesca della consorteria al potere e l'uso che della Sardegna vuol fare il capitalismo.
Sulla stampa è apparso lo studio di un certo prof. G. Dedola con alcune sue dichiarazioni, che, interpretate con doverosa diffidenza, potrebbero significare che il sistema sta accelerando i tempi della soluzione finale del pastore sardo.
Come è noto, i portatori dell'echinococcosi sono i cani, i suini, i bovini e gli ovini che trasmettono all'uomo i parassiti. Il prof. Dedola dice: «La ragione dell'enorme sviluppo che la malattia presenta nell'Isola è data sostanzialmente dal cospicuo patrimonio bovino, suino ed ovino».
Ciò è vero soltanto in parte, perché se è cospicuo il patrimonio ovino (2.580.000 capi su 7.948.000 capi in tutta Italia), al contrario è di scarsa rilevanza rispetto ad altre regioni il patrimonio suino e bovino. Restano quindi sotto accusa soltanto le «pregiudicate» pecore che alimentano col pastore la «criminalità» barbaricina. (Ma va rilevato che l'Isola ha sfiorato i 5 milioni di pecore senza che l'echinococcosi fosse come oggi un flagello sociale).
E' vero che il prof. Dedola ammette che è tutta una questione di profilassi e che se la Regione, anziché sollazzarsi coi fumetti di Jacovitti, si preoccupasse di «prendere in esame seriamente il problema» e di «valutarlo in tutta la sua dimensione e importanza», si potrebbe debellare la malattia.
Pensare che la Regione faccia questo è come chiamare i paralitici a partecipare a una maratona olimpica e pretendere che arrivino primi. Assume quindi un sinistro significato (se non è soltanto una dotta citazione) l'accenno finale del prof. Dedola all'Islanda, dove «alla fine del secolo scorso un cittadino su quattro era affetto da echinococcosi. Il governo decise allora di abbattere tutti i cani: la malattia scomparve» (Su «La Nuova Sardegna» del 3 febbraio 1974).
Ne consegue che in Sardegna bisognerebbe abbattere tutti gli ovini. Il compito è facilitato; tra basi militari e poligoni di tiro, insediamenti petrolchimici e porcopoli, le pecore scompariranno (coi pastori).

3 - Elencare e descrivere tutti i primati che sono venuti alla Sardegna dalla colonizzazione è un lavoro improbo. Mi occuperò soltanto di alcuni aspetti, specifici alla condizione di colonia dell'Isola che, in quanto colonia all'interno di una nazione di cui fa parte integrante sotto l'aspetto geografico e politico, costituisce già di per sé un originale primato. A questo proposito, il sistema rifiuta i termini di «colonia» e di «colonizzazione» in riferimento alla Sardegna, «regione italiana». Preferisce parlarne in termini meridionalistici, in termini cioè di «sorella povera», di area «sottosviluppata» per cause storiche nebulose, comunque indipendenti dalla «buona volontà» egalitaria e unitaria dei governi che si sono succeduti, prodigandosi invano, dal1860 a oggi.
Come dire che la condizione di miseria e di arretratezza della Sardegna sarebbe dovuta a mali naturali, a dati negativi dell'ambiente e del fattore umano, per cui, al momento dell'unità nazionale, l'Isola - a differenza di altre regioni «più sviluppate» - partiva da quota zero.
D'altro canto, nonostante il pudore che sconsiglia l'uso del termine crudo di «colonia», negli stessi discorsi ufficiali e in numerosi atti del potere politico la Sardegna è qualificata come tale.
Tipicamente colonialisti sono gli studi di criminologia sull'Isola, dei quali esiste una vasta fioritura. Fra i cespi di recente pollonatura (1967) ce n'è uno che si intitola «Otto studi sulla criminalità in Sardegna», edito a cura del «Centro di profilassi della criminalità», con sede a Cagliari.
Gli studi consistono nella indagine sulla criminalità e nella elaborazione dei dati relativi al quinquennio 1960-64 e sono classificati e studiati sotto i seguenti titoli: «Isolamento e criminalità»; «Isolamento e istruzione»; «Abigeato e criminalità»; «Criminalità e pastorizia»; «Isolamento e malattie mentali»; «Criminalità e malattie mentali».
Come studioso anticonformista di fenomeni di criminalità, ho rilevato in questi studi la mancanza di alcuni titoli che, a parer mio, sarebbero stati molto più interessanti di quelli proposti e sviluppati dagli studiosi del «Centro di profilassi». Per esempio: - «Politica e criminalità»; «Centri regionali di sottogoverno e criminalità»; «Cattedre universitarie e malattie mentali» (con particolare riguardo ai fenomeni autistici nella schizofrenia cattedratica); «Schizofrenia e militarismo»; «Polizia, analfabetismo e regressione mentale»; «Amministrazione pubblica e peculato»; «Clero e reati sessuali»; e così via. Sono studi, questi, che non verranno mai fatti da un «Centro» finanziato dallo stato, dalla regione e da chi sa chi altri, “per mettere in evidenza la criminalità della povera gente e mantenere nascosta e protetta la criminalità della gente privilegiata e al potere”.

Gli studi di cui parlo sono un capolavoro di idiozia, almeno sotto la specie della profilassi. Vi si legge:

«La distribuzione dell'abigeato (altro primato dell'Isola! - n.d.a.) per regioni agrarie dava al 31 dicembre 1965 la più alta percentuale di capi rubati in provincia di Sassari e sulle colline litoranee dell'Alto Temo con una media annuale di 415,31 capi rubati (si noti la finezza dello 0,31 pari a circa un terzo di pecora sottratto, che fa sorgere il grave problema della sopravvivenza dei rimanenti due terzi di pecora rimasti al padrone - n.d.a.). In provincia di Nuoro la più alta percentuale di furti è stata registrata sulle colline di Nuoro, con 168,56 capi rubati; in provincia di Cagliari sulle colline di Fordongianus, con 205,51 capi rubati…».

Con tutto il rispetto dovuto agli esperti di «profilassi della criminalità» - i quali, a giudicare dai risultati possono qualificarsi fra le categorie di venditori di fumo incentivati - mi chiedo dove mai pensavano di trovare «le punte massime» del furto di pecore se non dove ci sono più pecore?! Non certo nelle pianure milanesi, fra le industrie.

«Il più alto indice di gravità dei reati - continuano gli studiosi profilattici - è stato riscontrato, in provincia di Sassari, sulle colline litoranee della Gallura occidentale con 20,03; in provincia di Nuoro, sul Gennargentu orientale con 39,87 seguito dalla montagna della barbagia di Seulo con 39,73; in provincia di Cagliari, infine, sulle colline del lago Omodeo e del Monteferru, con 24,38».

C' è un ritorno puntuale della collina come «area criminogena»; tanto da giustificare il dubbio che si tratti di colline tarate geneticamente.
La scoperta più entusiasmante è quella che segue:

«Per quanto riguarda il rapporto pastoralità-criminalità, il più alto quoziente di criminalità è stato riscontrato sulle colline dell'Alto Tirso, prevalentemente pastorale, con 51,2, mentre il più basso, 6,5, nell'arcipelago della Maddalena, a carattere semipastorale…».

Gli autori dello studio pastoralità-criminalità concludono dicendo che l'area pastorale, in fondo in fondo, esprime una criminalità che non è in grado più elevato rispetto alle aree non pastorali dell'Isola, ma è piuttosto orientata verso i reati gravi. La criminalità grave - essi dicono - si distribuisce preferenzialmente entro l'area pastorale, nelle regioni più isolate; e tra i reati gravi, l'omicidio delimita i caratteri di particolare evidenza d'una geografia della pastoralità isolata mentre l'abigeato si configura come un reato patognomonico delle zone pastorali…
Come la criminalità, anche le malattie mentali sono triste retaggio del mondo pastorale, in particolare quello «d'alta montagna»:

«…l'area delle malattie mentali istituzionalizzate negli ospedali psichiatrici di Cagliari e Sassari dal 1901 al 1964 delimita con sufficiente chiarezza una zona di forte concentrazione morbosa nel massiccio montuoso centro-meridionale. Tale area corrisponde in massima parte a regioni isolate, pur non coincidendo perfettamente con l'area di isolamento…».
In breve, nelle indagini sulle malattie mentali e il loro rapporto con la criminalità, gli autori avrebbero accettato che la geografia della criminalità tende a corrispondere, in Sardegna, con la geografia della patologia mentale; essi affermano che criminalità globale, malattie mentali e isolamento (leggi pastoralità) convergono in un'area comune; che la criminalità globale decresce con il decrescere dell'incidenza delle malattie mentali e che la criminalità globale si correla principalmente con le sindromi distimiche e le sue sindromi schizofreniche (Per un esame degli studi di cui si è parlato, vedi «Sassari Sera» del 1° novembre 1967).
Negli studi più recenti sulle malattie (o disturbi) mentali si sostiene, senza eccezioni, che i ceti maggiormente colpiti sono quelli benestanti, più in particolare gli abitanti delle grandi città industriali. In Sardegna le cose andrebbero diversamente: i pastori, in quanto criminali, sono anche pazzi.
Se andiamo avanti con gli attributi riservati ai «cattivi pastori» viene fuori che essi sono anche «sfacciatamente emigranti».
L'emigrazione come fenomeno patologico è una scoperta di data recente, in Sardegna. Come è noto, l'emigrazione di massa nell'Isola ha inizio con il dominio della borghesia piemontese. Gli studiosi del fenomeno ricercano le cause nella nebbia degli «inconsci» da cui fanno capolino teorie dello «spirito d'avventura», della ricerca di «spazi vitali» e altre amenità del genere. Comunque - secondo questi studiosi - l'emigrazione non è una «malattia pericolosa», anzi può avere risvolti benefici - come la scarlattina o il morbillo.

«I sardi maschi cominciano solo ora ad emigrare nella penisola e all'estero… essendo stati sempre assai attaccati alla loro terra ed influendo su questa loro atavica tendenza forse anche la malaria distruggitrice di globuli rossi, ma anche di energie necessarie per la ricerca dello spazio vitale… Le femmine sarde, invece, fino a poco tempo fa evadevano dal piccolo orizzonte del loro paese, impiegandosi però non come operaie, ma come domestiche, cosicché prevalevano i maschi nella popolazione…» (Aa. Vv. – La società in Sardegna nei secoli – Torino 1967).

La tesi dello «spazio vitale» è infondata e provocatoria, parlando di una regione scarsamente popolata, con una densità di un quinto rispetto alla Sicilia, regione a sua volta non densamente popolata. Al contrario, proprio per la scarsità della popolazione, il fascismo effettuò il trapianto nell'Isola di diverse colonie continentali. Tutte le invasioni che si sono succedute per secoli muovevano dalla ricerca di «uno spazio vitale» non occupato dai Sardi o costringendo gli stessi a contrarsi, per fare posto ai militari, preti, finanzieri e gentaglia di ogni risma che possedeva sovrabbondanza di globuli rossi e molto spirito d'avventura.
Le donne sarde, al contrario dei loro uomini, nonostante la malaria, - sostiene questa tesi crepuscolare - sono ricche di globuli rossi ed evadono - moderne madames bovary - dalla noia della monotonia del provincialismo andandosene in Continente, «non a fare le operaie», ma le «serve» presso famiglie borghesi.
Le conclusioni del citato studioso di emigrazione sono che «il fenomeno attuale dell'emigrazione dei Sardi, se continuasse la richiesta di lavoratori ben retribuiti, se da un lato può preoccupare gli organismi politici per i loro particolari intendimenti (sic!), deve essere in realtà potenziato e favorito, rappresentando un'esplosione di nuove energie che tendono a sottrarre l'individuo uscito dall'analfabetismo all'ambiente familiare inerte, ancora patriarcale e ad una società con una economia agricola povera e pastorale arcaica, sotto la sferza di annate siccitose…» (Aa. Vv. – La società in Sardegna nei secoli – Torino 1967).

Non si tratta, come parrebbe, dei vaneggiamenti di un mentecatto, ma di opinioni diffuse in un testo che raccoglie «il meglio» della storiografia ufficiale, usato in vari corsi universitari, che dà un quadro chiarissimo del qualunquismo e del conformismo in cui si trova infognata la cultura ufficiale. Risalendo col giochetto delle cause ed effetti, si arriva alle «annate siccitose», causa prima della emigrazione. Che però sono un fenomeno atmosferico positivo perché consentono l'esplosione di energie nuove, ricche di avventurosi globuli rossi, che finalmente trovano il numero e la forza per sottrarsi a un «ambiente familiare inerte», di tipo «patriarcale » (e quindi sessuofobico e repressivo), a economia agricola e pastorale - figuriamoci, che fame! - per assurgere ad alti livelli culturali, economici e civili, andando nelle società industriali (che per il nostro, in contrapposizione, devono essere, matriarcali e sessuolibertarie) a occupare «posti ben retribuiti».
Che cosa aspetta, questo signore, ad emigrare per farsi crescere il quoziente intellettuale?
Il fatto è che in poco più di 20 anni la Sardegna ha visto emigrare oltre 500.000 figli. E le cause di questo esodo coatto vanno ricercate nella natura e nella dinamica di sviluppo del capitalismo. Dopo la seconda carneficina mondiale e i relativi sconvolgimenti che vedono ancor più immiserite le masse lavoratrici, il sistema capitalista si ristruttura in termini tecnologicamente più avanzati. Si riproduce quindi in forme più acute lo squilibrio tra aree industriali e aree agricole. Il capitalismo ha bisogno cioè per il suo sviluppo di paesi sottosviluppati, di aree depresse. La Sardegna è una di queste aree. Il capitalismo ne mette in crisi l'economia tradizionale agro-pastorale, vi alimenta la disoccupazione e vi incrementa le nascite, quindi vi attinge a basso costo la manodopera di cui ha bisogno per lo sviluppo delle industrie. I milioni di schiavi deportati e immessi nella produzione industriale europea (Germania, Svizzera, Francia, Belgio, Olanda e Nord-Italia) provengono tutti da paesi «sottosviluppati» come la Sardegna: sono Spagnoli, Turchi, Greci, Africani, Arabi, Italiani del Meridione. Tutta gente che di punto in bianco - secondo la storiografia ufficiale - si è ritrovata in corpo una grande quantità di globuli rossi insieme all'irrefrenabile prurito di cercarsi uno spazio vitale.

4 - Fra i primati della colonizzazione che caratterizzano e pregiudicano l'Isola è da registrare quella delle inchieste sulla situazione economico-sociale (sottintesa «arretrata e precaria») e sulla criminalità (sottintesa «grave diffusa»).
Alle numerose inchieste parlamentari, presentate come panacee, istituzionalizzate con apposite leggi, si aggiungono e si intrecciano in un unico disegno mistificatorio una miriade di altre inchieste, indagini e studi, più o meno ufficiali, finanziati però tutti e strumentalizzati ai fini del potere economico, politico e repressivo.
Dietro la maschera del «conoscere per provvedere» o dell'interesse scientifico o sociale o semplicemente umanitario, parlamentari, e antropologi, sociologi ed esploratori, missionari e letterati che vengono a visitare e a sottoporre a inchiesta i popoli «arretrati», in effetti non fanno che adempiere alle funzioni di «battistrada» del colonialismo.
Il fatto che nell'ultima commissione di inchiesta parlamentare della serie sulla criminalità in Sardegna (1969-72) un comunista occupasse il posto di vice presidente, non modifica nella sostanza il tipo di utilizzazione che la classe al potere fa dei risultati di queste indagini. Il comunista vice presidente, per tanto, potrà anche utilizzare i risultati della inchiesta (oltre che in speculazioni editoriali, finché i «banditi sardi» saranno un prodotto consumistico) per chiedere al governo le cosiddette «riforme democratiche»; in concreto egli si è prestato, in buona o in malafede, al gioco del sistema, che è quello di acquisire dati sulla realtà, non per liberare il popolo dallo sfruttamento, ma per sfruttarlo meglio.
Un antesignano illustre di questi studiosi prezzolati, venuti di moda nel secolo scorso insieme alla passione per la misurazione dei crani sottosviluppati, è il gesuita Francesco Gemelli, il quale nel 1776 partorisce una ponderosa inchiesta sulla situazione dell'agricoltura nell'Isola, tracciandone le linee di sviluppo. L'opera, che è un polpettone di nessuna attualità e per ciò lussuosamente ristampato a spese della Regione, si intitola pretenziosamente «Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura».
L'interesse che muove il gesuita Gemelli, cortigiano dei Sabaudi, non è il benessere dei Sardi ma il profitto del Monarca, il quale, utilizzando in modo più razionale le risorse del feudo isolano guadagnerà di più e pagherà meglio i servizi dei lacché.
Il gesuita Gemelli, rivolgendosi al «leggitor cortese» si premura di avvertirlo che non sta ciurlando per il manico: «Quest'opera è stata scritta interamente in Sardegna, e a pro della Sardegna primariamente indirizzata». Poi, nella stessa introduzione, parlando dei difetti e delle loro cause è velocissimo nel ritrovarle: tutta colpa dell'uso comune che i Sardi fanno della loro terra. «Combattuta la comunanza della terra - egli sostiene - rea sorgente di infiniti disordini», l'agricoltura rifiorirà. Vedremo come rifiorirà, con quali violenze e con quanto sangue, quando con gli editti delle Chiudende verrà creata la proprietà «perfetta» borghese, rapinando la terra ai contadini e ai pastori.
Una riprova della natura coloniale di queste inchieste sulla miseria, si ha nel fatto che dopo secoli e dopo tante inchieste le vecchie piaghe sono ancora aperte. Tanto che si ritiene necessaria sempre una ulteriore commissione che riesamini le piaghe con maggiore attenzione. E' evidente che le «piaghe aperte» sono indispensabili a quel mostruoso parassita ematofago che è il capitalismo.
La prima proposta di una inchiesta parlamentare sulla Sardegna è del 1852 e viene fatta da Lorenzo Valerio. La seconda, del 1862, è fatta da Aurelio Saffi. La terza, del 1867, da Giorgio Asproni. Le proposte vengono respinte dal governo perché formulate con intendimenti denigratori nei confronti del potere centrale, accusato di amministrare male la regione «sorella d'oltremare».
Nel 1868 viene finalmente accolta la proposta del deputato Luigi Serra e viene varata la commissione d'inchiesta sulla situazione dell'Isola, di cui fanno parte alcuni «ras» della borghesia parlamentare e finanziaria: Depretis, Ferracciù, Mategazza, Sella. La commissione non combinò nulla e non presentò mai una relazione: in compenso è rimasta famosa per la strage di porcetti e agnelli fatta durante la sua permanenza nell'Isola.
Dal canto suo, Quintino Sella, che aveva interessi minerari, redasse un documento sulle industrie estrattive, fornendo alle Società sfruttatrici italiane e straniere quei suggerimenti utili per ridurre i lavoratori delle miniere a quei livelli bestiali riscontrabili alla fine del 1800, e che esploderanno in rivolte e scioperi nei primi anni del 1900 (e saranno oggetto di nuove inchieste).
All'inchiesta Sella segue nel 1877 l'inchiesta Salaris sulle condizioni dell'agricoltura. Il Salaris, avvocato che appartiene alla borghesia compradora, scopre finalmente con l'inchiesta il quadro di miseria che ha sempre avuto davanti agli occhi. I braccianti agricoli - scriverà - «per la maggior parte dell'anno (ricevono) un salario di 75 centesimi o di una lira al giorno». E riconosce che «con una famiglia da vestire, una famiglia da nutrire, è poca cosa davvero!»; quindi si commuove: «Ed è orribile il pensiero, che neppure questo poco è certo, e che vi sono dei giorni nei quali anche questo poco manca affatto… ed è costretto a vagare di campo in campo in traccia di cardi selvatici o di altre erbe per sfamare la sua famiglia». Una situazione che è rimasta tale e quale fino a oggi in molti paesi dell'interno, come a Gonnoscodina dove - come si è visto - una intera classe di bambini era affetta da tubercolosi per denutrizione.
Contemporaneamente al Salaris faceva un'inchiesta sulle condizioni dell'Isola il francese Gaston Vuillier. Nella sua opera «Le isole dimenticate» (parzialmente pubblicata a Cagliari nel 1930) si legge:
«…i contadini si nutrono, Dio sa come, d'un pane di ghiande, d'orzo e d'argilla, d'un po' di formaggio… e qualche volta di fave bollite. Non ci si stupisca dunque più delle grassazioni nei mesi di miseria, nei giorni duri dell'inverno, allorché l'uomo della Barbagia e del Nuorese muore di fame e di freddo nel suo tugurio».
Con decreto ministeriale del 12.12.1894 il Crispi, allora presidente del consiglio e ministro dell'interno, affida all'on. Pais una inchiesta «sulle condizioni economiche e della pubblica sicurezza» nell'Isola. E' in pratica una inchiesta sul banditismo, che preluderà alla spedizione militare di fine secolo e alla campagna antibarbaricina che uno dei protagonisti, l'ufficiale Bechi, definirà «caccia grossa».
Si cominciano a sistematizzare i primati delinquenziali, dopo quelli della miseria. F.S. Nitti - indipendentemente dalla inchiesta parlamentare affidata al Pais - ha già tracciato un quadro della delinquenza negli «Scritti» (più tardi raccolti e pubblicati da Laterza).
«Dai dati fornitici da F.S. Nitti sappiamo che nel biennio 1897-98 la Sardegna, oltre ad avere il primato dei furti, era al secondo posto per gli omicidi (26,22 ogni centomila abitanti), venendo subito dopo la Sicilia (27,60) ed a grandissima distanza dall'ultima… la Limbardia (2,92)» (Aa. Vv. – La società in Sardegna nei secoli – Torino 1967).

L'inchiesta Pais metteva «in evidenza l'impressionante ripresa degli omicidi, dopo un periodo di relativa attenuazione 225 nel 1880 - 148 nel 1887 - 211 nel 1894), ne individuava le cause nello spopolamento (sic!), nella sfiducia nella giustizia (come dire: il nemico me lo uccido io perché non me lo uccide la giustizia! - n.d.a.), nell'incuria delle autorità, nella incapacità dei funzionari mandati spesso nell'Isola per punizione o quando erano ancora privi di esperienza, nei soprusi esercitati dalle consorterie… nella simpatia popolare verso i banditi e, soprattutto, nella profonda depressione economica…» (Aa. Vv. – La società in Sardegna nei secoli – Torino 1967).

Si può riconoscere all'Autore almeno le attenuanti per avere scritto che i Sardi diventano assassini per protestare contro le malefatte dei colonizzatori!
I primi anni del nostro secolo si aprono con l'inchiesta Parpaglia, varata dal parlamento con legge n. 393 del 19.7.1906 e conclusa nel 1911. La commissione era composta oltre che dal senatore liberale Parpaglia, dal Conte Biscaretti di Ruffia, dal dott. Crespi, dal duca Caraffa d'Andria e altri che non vale la pena nominare. Stavolta l'oggetto della inquisizione sono le miniere (parlerò diffusamente di questa inchiesta e della situazione dei lavoratori delle industrie estrattive in un altro capitolo).
Altra commissione parlamentare d'inchiesta viene varata nello stesso anno per «far luce» sui tumulti popolari scoppiati a Cagliari nel maggio.
Il «Paese», giornale radicale, nel numero del 7 luglio 1906 rivolge pesanti accuse al governo:

«Di fronte ai fatti svoltisi a Cagliari e in altre parti dell'Isola, le classi dirigenti avrebbero dovuto imporsi l'esame sereno delle condizioni economiche e psicologiche del nostro popolo, e, accertata la profonda miseria fisica e morale di esso, esperire i provvedimenti atti a diminuirla prima e cancellarla poi. Invece l'ignoranza e la poltroneria della nostra borghesia, più che il malanno, non hanno voluto né saputo vedere più in là dei soliti mezzi di repressione poliziesca».

Anziché rispondere ai tumulti popolari con «i provvedimenti» richiesti dai riformisti radicali, il governo risponde con l'inchiesta parlamentare. Il «Paese» reagisce ancora:

«E' con dolore e non senza stupore, che abbiamo letto le dichiarazioni del governo. Ancora delle inchieste, ancora una commissione, ancora una relazione! Viaggi e accoglienza a personaggi molto in vista; discorsi, brindisi, banchetti e… indennità di viaggi. Non ce n'è abbastanza delle inchieste sulla Sardegna? Ce ne è stata una che abbia portato un effetto utile? Il ministero Giolitti potrà diventare il matusalemme dei gabinetti, l'inchiesta non sarà ancora finita. Non temete: vi saranno coloro che ambiranno a farla: l'inchiesta si farà: un tipografo farà un buon affare quando ne stamperà la relazione. Potevamo aspettarci di meglio dalla presenza di un sardo al governo. (Il sardo al governo cui accenna il giornale radicale è Cocco Ortu, ministro di grazia e giustizia).

Per altro verso, le inchieste hanno alimentato le scienze statistiche, e queste a loro volta hanno incrementato la «congressualità» Una storia della «congressualità» è ancora tutta da scrivere, e al contrario di ciò che potrebbero fare supporre i temi che vi vengono trattati (per lo più tragici e funesti: analfabetismo, inquinamento, criminalità, emigrazione, conflitto fra generazioni e alienazioni di ogni genere) ne verrebbe fuori una storia tutta da ridere. Basti leggere gli «Atti del Congresso Internazionale di Studi sul problema delle aree arretrate», tenutosi a Milano nel 1954, in particolare la relazione sulla Sardegna di G. Brotzu. Da questo congresso con la C. maiuscola, partiranno le decine di migliaia di convegni, seminari, tavole rotonde, stages, dibattiti, eccetera sulla situazione e sui problemi dell'Isola, di cui un cospicuo numero va attribuito all'OCSE (OECE). L'équipe di operatori dell'OCSE (OECE) portava avanti, come battistrada del colonialismo, vere e proprie inchieste di mercato finanziate coi soldi dello stato, della regione e dei padroni yankee, dietro la maschera culturale e umanitaria.

5 - Alla fine del 1968 la stampa dà notizia di una proposta di legge presentata alla Camera da un gruppo di deputati democristiani, per la istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta «sulla situazione economica e sociale della Sardegna e soprattutto delle zone a prevalente economia agro-pastorale e sui fenomeni di criminalità ad essa in qualche modo connessi».
Circa un anno dopo, il 27 ottobre 1969, viene istituita la «commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni di criminalità in Sardegna», articolata in quattro gruppi di lavoro o sottocommissioni.
Il primo gruppo - che si occupa di «prevenzione e repressione» - sbarca ufficialmente in Sardegna il 20 marzo 1970, dopo la lunga fase degli «esami preliminari» - probabilmente l'esame dei dati ISTAT e OCSE (già OECE) e la lettura di una antologia di saggi sociocriminologi dal Niceforo al Carta Raspi.
L'inchiesta sugli apparati «preventivi» dev'essere stata velocissima: soltanto il tempo sufficiente a prendere atto che non esiste nulla neppure a livello dopolavoristico, che abbia funzione di prevenire la criminalità - perché tutto, dalle istituzioni politiche a quelle amministrative, dalle scolastiche alle ricreative, dalle economiche alle assistenziali, tutto è uno stimolo e un incentivo alla criminalità, quando alla base di tutto c'è la sopraffazione e lo sfruttamento.
Sugli apparati «repressivi» la sottocommissione specifica avrebbe avuto di che sciacquarsi la bocca se il suo compito fosse stato quello di rilevare «i fenomeni di criminalità connessi alla colonizzazione» e non di batter la solita solfa del pastore barbaricino.

Sull'avvenimento è stato scritto: «…si colgono nell'opinione pubblica almeno tre diversi atteggiamenti: il primo, caratteristico della stampa cosiddetta indipendente, che plaude sempre alle iniziative governative, dandone per scontato il successo; il secondo, proprio di chi apprezzando le buone intenzioni non ignora i limiti del sistema, si preoccupa di indirizzare gli inquirenti mettendo il dito sulle piaghe più purulente e per questo nascoste; il terzo atteggiamento è quello della gente sarda, la quale o non sa neppure chi siano e che cosa vogliano i signori della Commissione parlamentare o, se lo sa, non gliene importa nulla, perché ha perso da tempo ogni fiducia negli organi che amministrano lo Stato, compresi i partiti politici» (L. Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in Sardegna - Libreria Feltrinelli Milano 1970).
«Le commissioni d'inchiesta sulla criminalità - scrive Mancosu - se si crede che possano contribuire ad estirparla non possono fermarsi a esaminare il banditismo barbaricino (che obiettivamente è un fenomeno di scarsa rilevanza in rapporto ai danni sociali che può produrre, ed è sufficientemente noto in ogni suo aspetto), ma dovrebbero esaminare gli altri ambienti, altre forme criminogene, meno note e certamente più pericolose per lo sviluppo democratico e civile della nazione. In parole povere: il parlamento avrebbe fatto meglio a nominare una commissione per appurare fino a che punto siano legittimi, non diciamo democratici, i metodi che il potere usa in Sardegna» (L. Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in Sardegna - Libreria Feltrinelli Milano 1970).

Un saluto particolare agli onorevoli commissari appena sbarcati rivolge la rivista Sassari Sera il 15 aprile, premurandosi di indicare quella che ritiene sia la piaga più infetta da curare e, abbastanza scettica sulle capacità chirurgiche dell'on. Medici e colleghi, fa qualcosa di più: prende loro la mano e infila tutte e cinque le dita nella piaga: è la stessa polizia la principale causa dei fenomeni di criminalità registrati negli anni caldi 1967-69. La rivista citata apre con un «Vade-mecum per l'inchiesta sul banditismo in Sardegna»che intitola senza mezzi termini «La polizia è stata la maggiore responsabile dei crimini commessi dal nuovo corso del banditismo». L'accusa, gravissima, viene ripetuta ed espressa in termini chiari e con fatti circostanziati in un altro servizio sotto il titolo «La polizia organizza sequestri e arma i delinquenti» (In «Sassari Sera» del 15 dicembre 1968).
Nello stesso numero la rivista sassarese pubblica una «Lettera aperta al senatore Medici» fornendogli una trama di episodi e personaggi spesso inediti del triennio caldo della delinquenza in Sardegna. I personaggi sono i «giovani leoni» della Criminalpol e gli episodi sono le loro incredibili furfanterie.
Pare che il senatore Medici non abbia letto la «Lettera aperta», perché la rivista «Sassari Sera» viene tout court messa fuori gioco dal sistema con il marchio di «scandalistica»: il vecchio trucco del padronato paesano di chiamare pazzi quei pochi che hanno il coraggio di gridare «al ladro». Se il senatore l'avesse letta, se ne troverebbe traccia nella relazione conclusiva redatta alla fine dei ponderosi studi. Non se ne scorge traccia neppure nella relazione Pirastu, del primo gruppo, contenente l'esame della genesi e delle caratteristiche della criminalità in Sardegna, che è - come scrive lo stesso Pirastu - «il risultato delle indagini, interrogatori e udienze conoscitive promosse dal primo gruppo e dalla commissione nel suo complesso nel corso di due anni, delle ricerche dirette, di quelle compiute dai collaboratori e dall'organo tecnico investigativo (chi è? la polizia? - n.d.a.) e dei saggi degli studiosi che si sono occupati dei temi specifici…».
Che l'inchiesta fosse ammaestrata, che non avrebbe potuto contenere opinioni in contrasto con quelle ufficiali (di maggioranza e di minoranza: quelle di maggioranza, governative e proprie della DC avallate da quelle del PCI in un'unica relazione; e quelle di minoranza, espresse dai fascisti e dai liberali, nella relazione Pazzaglia) era cosa ovvia e scontata: le voci non canalizzate e non canalizzabili, le voci della opposizione popolare, le voci dei pastori e dei contadini sardi non sono state neppure sentite.
Se la commissione presiedute dal senatore Medici, coi suoi quattro gruppi di trenta o quaranta onorevoli, si fosse dedicata, come le precedenti commissioni, alla ricerca di cibi genuini, è probabile che nonostante gli inquinamenti delle petrolchimiche sarebbe pervenuta a qualche risultato concreto: in particolare il ristabilimento psico-fisico degli onorevoli commissari esauriti dal surmenage. Avrebbe (ma c'è chi non usa il condizionale) rimediato del buon pecorino, dell'ottimo prosciutto di cinghiale, salsicce caserecce, deliziose bottarghe di muggine e qualcuno di quegli ormai rari autentici papassinos confezionati a Orune secondo la tradizionale ricetta de sos mortos, il tutto innaffiato di generosa vernaccia, garantito toccasana per impotenze di ogni genere.
Si potrebbe concludere che è nella logica del sistema che la commissione non avrebbe puntato il bisturi (molto improbabile anche l'esistenza di un bisturi, in quelle mani!) per incidere e asportare il bubbone della ingiustizia, per il semplice fatto che l'ingiustizia è «il sacro male» su cui campa e prospera la consorteria al potere, di cui fa parte, ed è compartecipe negli utili, la stessa commissione.
Sarebbe però una conclusione incompleta. per quel che riguarda gli scopi che si prefiggeva la classe al potere, la commissione ha adempiuto ai suoi doveri: infatti, oltre gli stipendi e le indennità, ha avuto il riconoscimento di benemerenza del governo centrale, di quello regionale, della chiesa e dei petrolchimici attraverso i loro quotidiani. E quel che più conta, ha gettato le basi socio-economiche «scientifiche» per varare la legge dei mille miliardi: una nuova grossa speculazione sopra un'altra «rinascita» della Sardegna, che vedrà una nuova pioggia di miliardi (estorti al contribuente) cadere sugli imprenditori che saranno chiamati a creare le industrie di base: quelle che dovrebbero salvare agricoltura e pastorizia, dopo la pioggia caduta sui petrolchimici, anche essi chiamati a salvare l'economia dell'Isola. E tutti i lacché, borghesia compradora e classe politica di ogni collocazione, come è sempre accaduto, riceveranno la loro personale «pioggerella».
Il gioco è abile, ma come tutte le prestidigitazioni del sistema nasconde il trucco. La relazione della commissione parlamentare Medici-Pirastu muove da un mucchio di assunti che sembrerebbero addirittura rivoluzionari (per dare un tono di verità c'è un comunista che dice «è vero!» ed un fascista che obietta «è falso»); come quando si ammette che il rapporto tra i Sardi e il governo italiano è sostanzialmente coloniale. Testualmente:

«Storicamente (il banditismo) nasce dal conflitto tra una società pastorale, che vive secondo le regole tradizionali, ed uno stato di conquistatori che vuole imporre le sue leggi. L'ostilità del mondo contadino ed in particolare quello della società pastorale alle leggi dello Stato unitario sono facilmente comprensibili. Queste leggi, orientate a favorire lo sviluppo della borghesia imprenditoriale artefice del processo di unificazione nazionale, affermavano la proprietà privata della terra e per ciò entravano in conflitto con una società che per la sua arretratezza non avvertiva ancora l'esigenza di superare le forme tradizionali di godimento e di coltura dei terreni. Così la società pastorale doveva subire comandi, ordinanze, disposizioni che non comprendeva, perché nate fuori del suo mondo» (Relazione della commissione d'inchiesta Medici in «La Nuova Sardegna» del 31 ottobre 1972).

Si incomincia con l'affermare che «il banditismo» è un fenomeno che esprime lo scontro tra un popolo invaso e i suoi invasori (e allora, perché chiamarlo «banditismo» e non «lotta popolare di liberazione»?); quindi si passa al confronto tra le due civiltà: quella della borghesia (fautrice dell'unità nazionale, che è «progredita» perché vuole la proprietà delle terre e perché tale proprietà sia «perfetta» le rapina al popolo che le usa «comunitariamente») e quella pastorale che non capiva - gli onorevoli dicono «non avvertiva ancora» - l'esigenza di superare «le forme tradizionali di godimento e di coltura dei terreni», perché arretrati come erano «soffrivano» l'uso comunitario del patrimonio naturale. Da qui, il banditismo: tutta colpa della incomprensione dei Sardi che non ammettevano di essere arretrati cultori di una organizzazione economica e sociale comunistica pre-marxista e non si lasciavano convincere alle tesi borghesi-marxiste (culminate nella fusione concordataria Medici-Pirastu) della necessità di creare la «proprietà perfetta» della terra che avrebbe fatto rifiorire l'agricoltura.
Il salto a piè pari dalla analisi marxista sui rapporti coloniali tra la borghesia italiana e la comunità pastorale, alle conclusioni clerico-fasciste sul dovere per i Sardi di riconoscere la propria arretratezza e di accettare come buona la politica di rapina del colonizzatore, è un salto funambolesco sotto il profilo della logica. Sotto il profilo dell'etica è osceno.
Non si è nemmeno cercato di dire che lo Stato italiano attuale non è più quello del passato che il potere non è più nelle mani della classe sfruttatrice che lo aveva in passato. Non lo dice perché sarebbe stata una menzogna troppo palese: un lupo che cresce non può diventare niente altro che un grosso lupo.
E' certo che la commissione, nello studio dei rapporti tra cultura e criminalità, ha consultato il marxista G. Pinna, il quale, giusto in tempo, aveva preparato un saggio di 500 pagine.

«Questo libro - scrive l'autore puerpero - esce quando inizia la sua attività la Commissione parlamentare d'inchiesta sul banditismo in Sardegna, e vuole essere un modesto contributo allo studio delle cause e delle concause (sic!) del fenomeno e alla proposizione (sic!) dei rimedi di fondo e contingenti (sic!) per la soluzione del complesso e angoscioso problema (l'insonnia di chi ha conti in banca - n.d.a.), e intanto, per la progressiva riduzione della sua portata e gravità».

Una «modesta» ambizione, quella del Pinna, che si propone di dare «un contributo» alla soluzione dell'angoscioso problema del banditismo. Tra i suggerimenti, il risolutore lo si trova a pag. 94 e seguenti.

    «Poiché non si può pretendere che i problemi della prevenzione generale siano risolti in un anno o in un lustro, è necessario intanto - e specialmente per rendere più agevole e intensa l'attività delle squadriglie - moltiplicare le stazioni di campagna e i posti fissi; Anche oggi vengono utilizzati i cascinali, le cantoniere, i locali già adibiti a caseifici; ma sono ben poco nelle solitudini desertiche che separano paese da paese, e rispondono scarsamente alla funzione cui sono per necessità destinati. Bisogna costruire parecchie di codeste stazioni, scegliendo le località più adatte e opportune in rapporto ai punti di passaggio obbligato da una zona all'altra (ben più numerosi di quelli indicati dal Lei Spano nel suo ottimo libro La questione sarda), ai punti nevralgici per la vigilanza, e in rapporto altresì alle possibilità di collegamento reciproco; ma bisogna costruirle in modo che offrano un minimo di comodità ai carabinieri che dovranno farvi un soggiorno più o meno lungo e comunque non lieto, e siano fornite - come dovrebbero esserlo tutte le caserme e tutti i posti fissi - di apparecchi radio riceventi e trasmittenti» (G. Pinna - La criminalità in Sardegna - Cagliari 1970).

L'immagine delle campagne fiorite di confortevoli caserme piene di variopinti gendarmi - se non «lieti» almeno «comodi» - è per il Pinna qualcosa di più di una romantica efficienza repressiva: ogni caserma diventerebbe un «centro di promozione sociale», si «sviluppo edilizio» e di «incremento demografico». Si desume dal brano che segue.

«Chissà che domani attorno alla stazione dei carabinieri non sorga il nucleo di un abitato, il villaggio che rompa la solitudine e la tristezza della landa, il villaggio con la strada che lo unisce al vasto mondo, con la scuola che insegna l'alfabeto e la gioia di una nuova vita!» (G. Pinna - La criminalità in Sardegna - Cagliari 1970).

Sulla base di simili analisi e suggerimenti, gli onorevoli commissari del parlamento hanno affrontato la questione sarda. Lo dicono essi stessi, senza che nessuno abbia chiesto loro «pezze giustificative» (su quelle relative alle indennità percepite, silenzio!): «Pare necessario infine, segnalare a coloro che intendano approfondire i problemi affrontati nella relazione i saggi e le ricerche storiche risultate (sic!) particolarmente utili all'indagine», mettendo tra gli autori privilegiati il nostro teorizzatore della semina intensiva delle nostre campagne a stazioni di carabinieri (I. Pirastu - Il banditismo in sardegna - E. Riuniti Roma 1973).
Fra tanti primati tristi, finalmente uno giulivo: meriterebbe un Oscar, consegnato di persona dal senatore Medici.

6 - Piccioccheddu de crobi (testualmente «ragazzo da corbula», facchino) nella parlata del Campidano indica un ragazzo poco di buono, un teppista, mentre in origine indicava i fanciulli che sbrigavano il lavoro di facchinaggio nel porto, nella stazione e nei mercati di città, con la corbula (crobi) sulla testa, ed erano tenuti in dispregio dai ceti borghesi.
Picciocca de mena (tesualmente «ragazza di miniera») nella parlata delle zone agricole adiacenti a quelle minerarie indicava e indica una ragazza di facili costumi. Le ragazzine che ancora nei primi decenni di questo secolo lavoravano come schiave nelle industrie estrattive erano guardate come pecore nere nello stesso mondo contadino da cui provenivano.
In questo stesso mondo, però, non era e non è giustificato immorale il lavoro minorile, se determinato da necessità economica: «Non descit a su poburu andai a iscola, ddi descit a traballai» (non si addice al povero andare a scuola, gli si addice il lavoro). Mandare a servire bambine di 8-10 anni, mandarle a spigolare grano, a diradare bietole, a pascolare pecore e maiali, caricarle di gravosi fardelli erano e sono considerate attività normali.
Il lavoro minorile è una vecchia piaga sociale, diffusa in Sardegna più che nelle altre regioni data la sua situazione di colonia. Sulle dimensioni del fenomeno e sulla sua incidenza nella frequenza e nel profitto scolastici introdurrò più avanti i dati statistici.
Il lavoro minorile - tipico della miseria - cerca giustificazioni pseudo-morali e pseudo-pedagogiche in una mitica «santità» del lavoro propalata nei secoli dai padroni a esclusivo uso e consumo del popolo. E così la povera gente è portata a idealizzare il proprio miserevole stato di bestia da soma. Si dice che il lavoro «fa bene allo sviluppo del fanciullo e ne tempra il carattere», che «nobilita»; e se non basta si tira fuori la maledizione biblica «La terra sarà maledetta per cagion tua; tu mangerai del frutto di essa con affanno, tutti i giorni della tua vita. Ed ella ti produrrà spine e triboli… Tu mangerai il pane col sudore del tuo volto, finché tu ritorni in terra» (Genesi - cap. III - 17.18.19.). Si ammonisce infine che «l'ozio è il padre di ogni vizio»; ma non si specifica che c'è lavoro e lavoro: quello cui viene assoggettato l'uomo, e il fanciullo in particolare, è sfruttamento, non libera estrinsecazione di sé.
I venditori di fumo del sistema, per dimostrare una volontà democratica del potere politico, cianciano di progresso raggiunto anche nelle più arretrate comunità sarde: la motorizzazione, le trasformazioni fondiarie, l'impianto di colture nuove, gli insediamenti petrolchimici, la diffusione di beni di consumi, quali motorette, radioline e stoviglie di plastica. Tutto questo «progresso» non ha eliminato la piaga del lavoro minorile. Al contrario, a causa dell'ondata di forzata emigrazione che ha spopolato i paesi a economia agro-pastorale e a causa dell'aumentato squilibrio tra i bassi redditi del lavoro e le alte puttanesche offerte del mercato dei consumi, la presenza del bracciantato minorile è aumentata.

«Egregio signor maestro, riguardo allo scolaro Francesco per le assenze che ha attribuito è stato il padre che lo ha mandato a zappare bietole. Non fa sempre, ma qualche volta, perché non possiamo tirare avanti la vita con questo tempo, siamo 11 bocche da mangiare, il mio lavoro non è sufficiente, così qualche volta lo mando a fare qualche giornata facendo tempo buono. Mi scusi tanto, lo saluto distintamente…».
«…mio marito per la presente non lavora con nessuno, che soffre il reumatismo e quando lavora, lavora con i proprietari dell'agricoltura, oggi con l'uno e domani con l'altro, e io sono una famiglia povera con 5 figli e due noi che fanno 7 di famiglia…».

Lettere di giustificazione come queste, compilate faticosamente su un ritaglio di carta, compaiono di frequente sopra il tavolo del maestro nei nostri paesi. Rappresentano l'aspetto più autentico del ventilato «rapporto scuola-famiglia», e rivelano ogni giorno il dramma sofferto da migliaia e migliaia di bambini assoggettati prematuramente al lavoro. In queste lettere, in parole semplici ed esaurienti, è documentato lo stato di bisogno che è alle radici del lavoro minorile e delle assenze frequenti di numerosi fanciulli dalla «scuola di tutti».
Ho un incancellabile ricordo del mio primo anno di insegnamento a Siris, un villaggio di contadini e di pastori alle falde del monte Arci. A sette, otto anni quei miei scolari si arrampicavano sui monti per fare legna, ogni mattina, prima di venire a scuola. Ridiscendevano d'inverno con fasci più grandi di loro, coi piedi scalzi arrossati dalla brina, lacerati dai rovi e dai sassi. Gettavano il pesante fardello nel cortile, correvano a prendere la fetta di pane e la borsa pronti sul tavolo di cucina, correvano per non fare tardi a scuola. L'avevo sgridato uno di loro, una volta, perché aveva fatto tardi. Se ne stava muto davanti a me, a testa china, con gli occhi pieni di lacrime, senza sapersi difendere, prendendosi quei rimproveri. Fino a che un compagno non si era levato in piedi a difenderlo, indignato, perché non era colpa sua se aveva fatto tardi, se era dovuto andare a far legna al monte… Ho capito da allora che bisogna chiedergli scusa, a questi bambini, quando arrivano in ritardo, quando non vengono a scuola (U. Dessy - Il testimone - Fossataro Cagliari 1966).
In quale misura e in quali modi il minore in età scolare è soggetto ad attività lavorative? Rimando il lettore alle testimonianze scritte raccolte da scolari di diversi centri dell'Isola e pubblicate in diverse inchieste (Inchieste dell'autore sul lavoro minorile in «Sardegna Oggi» nn. 67-68-69 del 1965; «La Nuova Sardegna» del 5-6-7 dicembre 1969; «Umanità Nuova» nn. 43 - 44 del 1969 e nn. 1-2-3 dem 1970; «Mondo Giovane» nn. 11-12 del 1970).
In quale misura il lavoro minorile incide sulla frequenza e sul profitto scolastici?
Premetto che il «menefreghismo» e la «irresponsabilità» attribuiti ai genitori da certe autorità scolastiche e poliziesche non hanno alcun fondamento, se non quello di eludere la sostanza del problema nascondendo le criminose responsabilità che gravano sulla classe dirigente. Sono sempre e soltanto i poveri che «evadono» dall'obbligo della frequenza scolastica.
Questi i dati sulla evasione dall'obbligo in Sardegna: Anno scolastico 1956-57, 1° e 2° ciclo, dai 6 agli 11 anni: in provincia di Nuoro, obbligati 35.478, frequentanti 31.627, inadempienti 3.851; in provincia di Sassari, obbligati 38.752, frequentanti 34.652, inadempienti 4.100; in provincia di Cagliari, obbligati 96.401, frequentanti 89.519, inadempienti 6.522.
E' da notare che in quel periodo sono da considerarsi inadempienti (per la mancanza del 3° ciclo della scuola dell'obbligo) quasi tutti i fanciulli dagli 11 ai 14 anni che avevano superato il secondo ciclo, cioè la quinta elementare: circa 50.00 da aggiungere ai 14.473 inadempienti dai 6 agli 11 anni.
I dati più recenti, relativi all'anno scolastico 1968-69, interessano tutti i bambini in età scolare dai 6 ai 14 anni, elementari più medie, e danno un quadro più chiaro della situazione.
In provincia di Cagliari, obbligati 92.495 - soltanto 39.511 frequentano regolarmente e concludono il corso di studi. In provincia di Sassari, obbligati 42.276 - soltanto 17.00 frequentano e concludono gli studi. In provincia di Nuoro, obbligati 31.856 - soltanto 13.815 frequentano e concludono gli studi.
Se ne ricava che su un totale di 166.627 bambini obbligati, soltanto 70.386 utilizzano la scuola di stato e ne traggono profitto (Dati pubblicati in «La Nuova Sardegna» e in «Mondo Giovane» già citati nella nota precedente).

Nei paesi agricoli, in particolare nel Campidano di Oristano, fra i lavori riservati al fanciullo è singolare quello detto «andai a isciuiai», cioè andare a fare lo spaventapasseri.
I bambini-spaventapasseri sono una triste realtà dei paesi sardi, sono un residuo barbarico che soltanto in una terra sfruttata e umiliata come la nostra poteva conservarsi. Eppure, tra tutti i loro «mestieri» , lo «spaventapasseri» è quello che i bambini preferiscono, perché vi si sentono più liberi, più responsabili (Inchiesta dell'autore in «Sardegna Oggi» dell'11.3.1965 riportata in «L'Unità» del 6 novembre 1966).
Quando il grano o il riso sono giunti a maturazione vengono assaliti dai passeri e da altri volatili. Il padronato, allora recluta bambini per difendere il raccolto. Le tecniche usate, assai rudimentali, variano da paese a paese. Gli attrezzi consistono normalmente in un grosso barattolo vuoto che il piccolo tiene appeso al collo con uno spago e che percuote incessantemente con un bastone o un sasso, spostandosi contemporaneamente intorno al campo. Altri più evoluti, usano bombole di gas vuote sistemate ai quattro angoli del campo, che percuotono in rapida successione con un sasso o con una verga di ferro.
Altri ancora usano un rudimentale fucile così fatto; un tubo di ferro del diametro di circa un pollice con una culatta non molto ampia alla base, bucherellata, dove si pone un pizzico di miscela esplosiva - zolfo e clorato di potassa - e una robusta bacchetta di ferro che si infila nella canna tenuta verticale e che si fa cadere sulla miscela per provocarne l'esplosione. Questo attrezzo, rumoroso e caro ai fanciulli, è causa di non pochi infortuni. I bambini descrivono vivacemente questa attività.

«Io vado a isciuiai il grano di ziu Antoni Peppi e prendo 500 lire. Vado di mattina presto perché gli uccelli sono pronti e si alzano presto. Bisogna battere nel botto (barattolo) e gridare forte, così scappano. Quando toccano le campane di mezzogiorno è ora di scappare dal lavoro perché gli uccelli sono saziati e a quell'ora si riposano dal caldo e io vado a casa. Io ritorno quando ritornano gli uccelli che hanno sciamigato (digerito). Quando comincia a fare buio gli uccelli si fanno stanchi e se ne vanno a dormire e allora torno anche io a casa, ceno e me ne vado a letto. Una volta mi sono bruciato la mano perché mi è preso fuoco al clorato, allora il fucile non lo uso più per isciuiai perché mio padre ha detto al padrone che non vuole».

Questa testimonianza è di R.Z. un bambino di 11 anni. Frequenta la scuola molto saltuariamente e si esprime correttamente soltanto in sardo. La testimonianza riportata è costata una mattina di duro lavoro scolastico per tradurre in italiano. E' da rilevare il rapporto affettivo che si viene a creare - pur nella differenza dei ruoli - tra il bambino e i passero che egli «deve» isciuiai: c'è come un rispetto, nel bambino, delle necessità e delle funzioni fisiologiche dell'antagonista, che si identificano con le proprie.
Il bambino sardo «spaventapasseri» ha commosso Gianni Rodari che gli ha dedicato una amara favola (G. Rodari - Favole al telefono - Einaudi 1962).

7 - In quanto isola, situata in mezzo al Mediterraneo e quindi lontana dal Continente,; in quanto regione scarsamente popolata e priva di rilevanti insediamenti produttivi; in quanto gruppo etnico culturalmente autonomo e quindi «resistente» alla colonizzazione e alla integrazione; la Sardegna si presta - oggi come ieri - a essere utilizzata dalla classe al potere come area di servizi di bassa forza. In tale utilizzazione, la Sardegna, nei confronti delle altre regioni, detiene certamente un non invidiabile primato.
La nostra Isola è stata ed è in pratica un serbatoio da cui i dominatori attingono manodopera a basso costo, ascari per le guerre, ascari per la polizia, serve per le famiglie borghesi; da cui si rapina tutto ciò che può essere rapinato del patrimonio naturale. Un serbatoio in cui vengono «versati» funzionari corrotti e beceri, oppositori politici e delinquenti comuni, comunità di colonizzatori, truppe speciali per la sperimentazione sul vivo dell'antiguerriglia, basi militari con armi nucleari, industrie sporche, porcopoli.

La storia della Chiesa di Roma in Sardegna si intreccia e si confonde con la storia stessa della colonizzazione. In particolare nella rapina della terra, il clero, organizzato in numerosi ordini e pie istituzioni (vere e proprie società per azioni) si è distinto per la sua voracità; e così nell'usura, la piaga che per secoli ha dissanguato contadini e pastori.
Fino ai primi di questo secolo, il credito o non esisteva o era riservato a una categoria privilegiata di speculatori. I contadini erano fra tutti i lavoratori quelli che soffrivano di più della situazione. Essi ricorrevano ai ricchi del paese, in particolare al clero, che dava prestiti con lo scopo dichiarato di «favorire l'aumento delle colture e quindi delle decime». Dal canto loro, le «opere pie» e gli «ordini» che praticavano l'usura preferivano i contratti con ipoteca. In questo modo, sfruttando il bisogno della povera gente, vescovi e parroci, gesuiti, domenicani, cappuccini, scolopi e salesiani si sono impadroniti della terra; e trafficando e commerciando hanno allargato a dismisura il loro dominio temporale (Per notizie sull'usura pratica dal clero in Sardegna si vedano: A. Niceforo - Opera citata; F. Pais - Opera citata; Aa. Vv. Profilo storico economico della Sardegna - Torino 1967; «Sardegna Oggi» n. 39 del 1964).
Ben poco invece la Chiesa ha potuto rapinare nell'Isola con i Tribunali dell'Inquisizione, importata dalla Spagna nel XVI secolo. Il Santo Tribunale venne presto spostato da Cagliari a Sassari e sistemato in un apposito castello di cui oggi non rimane traccia.

«Gli inquisitori inviati direttamente dal Supremo Consiglio dell'inquisizione di Spagna provvidero a nominare numerosi collaboratori (manutengoli, spie, ruffiani, sbirri e sicari - n.d.a.) detti familiari, estendendo ad essi i privilegi e i diritti previsti per i funzionari maggiori» (Aa. Vv. - La societa nei secoli - Torino 1965).

Tra questi privilegi, il più importante fu quello del «privilegio del foro», in pratica l'immunità penale per qualunque ribalderia commessa.
La gramigna inquisitoriale non si è potuta diffondere nelle Barbagie per la cultura comunista e per la tradizionale insofferenza di quelle popolazioni verso gli invasori. E' probabile invece che in una certa misura abbia attecchito nel Sassarese e nei Campidani, dove infatti esiste ancora vivo nella poetica popolare il ricordo di quell'oscuro esecrando periodo.
Allargherei di molto questo lavoro se anche per sommi capi dovessi fare una rassegna delle rapine del clero e dei rapporti criminosi intercorrenti tra clero, potere politico e amministrativo e associazioni a delinquere. Non è un caso che dopo ogni sequestro di persona, ritroviamo sempre qualche prete come emissario nei contatti tra banditi e familiari del sequestrato. I preti d'altro canto, si ritrovano ovunque ci sia da mungere: hanno sfruttato e sfruttano perfino la superstizione del latitante, che spera di salvarsi, con amuleti e benedizioni, dalle palle (non metaforiche) del carabiniere.

E' stato scritto in riferimento al famoso latitante Giovanni Lutzu: «Preti… lo benedicono e gli foderano le vesti e il petto di scongiuri, di amuleti e di reliquie, che valgono ad allontanare le palle dei carabinieri. E' celebre il parroco di Lodine… Da questo prete giovanissimo accorrevano i più terribili latitanti, sia per consulti e per esorcismi, sia per essere forniti di amuleti pagati a caro prezzo… con le decime del bottino» (G. Bechi - Caccia grossa – 1900).

8 - «Non è ignoto ad alcuno che la Sardegna è considerata come luogo di punizione per gli impiegati che altrove mostraronsi o meno diligenti o meno atti al disimpegno delle loro funzioni; o almeno è considerata come tappa sia per gli impiegati di prima nomina, sia per quelli che da un breve soggiorno nell'Isola diffamata traggono titolo di merito per accelerare la carriera» (F. Pais – Relazione dell’inchiesta sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna – Roma 1896).

L'autore citato si riferisce al periodo della dominazione italiana, ma già dai tempi remoti la Sardegna è sede di punizione per funzionari incapaci o di prima nomina ed è terra di esilio e di pena per i sovversivi e gli indesiderati. Dopo papa Ponziano e Ippolito antipapa (anno 235) numerosi altri preti indesiderati vengono deportati tra il 455 e il 533 durante la dominazione dei Vandali.
Il periodo della dominazione aragonese inaugura l'utilizzazione dell'Isola come sede punitiva per militari e funzionari statali. I feudatari aragonesi - come si rileva dalle cronache - costretti ad abbandonare gli agi di Corte per ridursi in colonia ad amministrare poveracci e a sedare rivolte di straccioni, sfogavano il loro malumore opprimendo e fiscaleggiando oltre ogni limite.
Fino a tempi recenti, molte attività di tipo agricolo o artigianale venivano svolte da galeotti e da prigionieri di guerra e politici. Nell'archivio di Stato di Cagliari si conservano documenti relativi a due progetti di deportazione di militari ai margini della prima guerra di indipendenza: uno di un gruppo di 158 giovani Lombardi, supposti disertori dell'esercito austriaco; l'altro di ben 5.000 prigionieri austriaci, catturati durante la prima e la seconda fase della guerra (Aa. Vv. - La Sardegna nel risorgimento - Sassari 1960).
Un deportato d'eccezione è Giuseppe Garibaldi, relegato nell'isola di Caprera diuturnamente sorvegliata da mezzi della marina militare. Egli è uno dei pochi, tra i molti esiliati, che ha amato profondamente questa terra. Meno lieto l'esilio-prigione nella vicina isola di La Maddalena per il cav. Benito Mussolini caduto in disgrazia presso i generali.
Poco noto è che in seguito alla esecuzione del re Umberto alla fine del 1900 il tenente dei carabinieri che aveva «l'obbligo speciale» di vigilanza sulla persona del sovrano, venne punito col trasferimento a Oristano. E ancora meno nota è la vicenda del provveditore agli studi Bellini, un funzionario spedito in colonia per i motivi d'uso. Sulle mene di questo individuo - una via di mezzo tra il sansepolcrista truculento e il prete untuoso - è stato scritto.

«E' diventata letteraria la figura del funzionario di Stato mandato in Sardegna per punizione, per incapacità professionale o per capacità repressive. Dai proconsoli romani esperti nella caccia al barbaro, ai vice governatori spagnoli fiscali e forcaioli, dai funzionari regi sabaudi ingordi, miopi e puttanieri, ai gerarchi fascisti prepotenti e vessatori. Un atteggiamento colonialista del potere centrale che nei confronti dei Sardi non accenna a mutare» (In «Sassari Sera» del 15 novembre 1968).

L'ultima massiccia deportazione - che mi è possibile citare perché fortunatamente rimasta allo stato di progetto - si sarebbe dovuta effettuare subito dopo il colpo di stato del luglio 1964. Parlano diffusamente del progetto «L'Astrolabio», «L'Unità» e «ABC» del periodo. «ABC» è riuscita anche a fotografare i lager allestiti per i deportandi a Castiadas, che avrebbe ospitato dai 3 ai 4 mila uomini, e a L'Asinara, che ne avrebbe dovuto ricevere altrettanti.
Una nota giuliva fra tante deportazioni. Nel luglio del 1965, in piena stagione balneare, alcuni turisti del bel mondo che soggiornano nella Costa Smeralda avrebbero visto tra la spiaggia di Lixia di Vacca e Capriccioli, in un punto isolato e attorniato di fedelissimi, Umberto di Savoia, ex re d'Italia e ancora principe di Sarre. Moltissimi curiosi, soprattutto stranieri sono accorsi nel punto in cui era stata segnalata la regale presenza. Ma Umberto, tempestivamente avvertito dai fedelissimi, si è precipitosamente imbarcato sul suo yacht battente bandiera inglese, prendendo il largo. Qualcuno si è chiesto come mai Umberto non sia stato esiliato in Sardegna, visto che ha un debole per la Costa Smeralda. «Rinascita Sarda», invece, in fatto di monarchi ha il dente avvelenato.

«L'ex re di maggio, nonostante la Costituzione glielo vieti, è stato in Sardegna… Non si comprende per quali ragioni le autorità militari e di polizia, così attente quando si tratti di intervenire per stroncare scioperi e manifestazioni popolari per il lavoro e la pace siano rimaste totalmente passive, non degnandosi neppure di segnalare l'avvenimento».

Anche la ricostituzione del partito fascista è vietata dalla costituzione: «Rinascita Sarda» farebbe meglio a mordere da quella parte, lasciando in pace i vecchi rincoglioniti monarchi.

9 - Febbraio 1918. Siamo in piena carneficina mondiale. Pressati dagli Alleati, gli Imperi Centrali non demordono. I popoli di ogni dove, plagiati dallo sfruttamento capitalista, abbruttiti dalla fame, drogati dalle promesse, dalle fanfare, dagli allucinogeni e dal «cognac che dà la carica» si stanno doverosamente massacrando. Intanto, la consorteria al potere comincia a tirare le somme e a fare progetti, prima ancora di avere fatto seppellire i cadaveri smembrati sparsi per centinaia di chilometri, di avere fatto erigere i monumenti agli eroi e di avere fatto ripulire il terreno dai micidiali residui degli armamenti gettati a profusione sul teatro dello scontro. (Su questi residuati si calerà la fame delle popolazioni e migliaia di creature vi lasceranno la vita).
«Il Secolo Illustrato» - che si qualifica in testata «Rivista quindicinale della forza, dell'audacia e dell'energia umana» - si compiace della prova fornita dai sardi nel ruolo di «intrepidi ascari», e scrive:
«Moltiplichiamo i sardi: primo materiale di guerra. La Sardegna ha messo in prima fila, tra i più forti per nervi, per muscoli e per volontà i suoi Sardi stupefacenti. Questa è l'ora propizia per ricordare agli italiani che non deve più il Tirreno essere un deserto per la Sardegna» (In «Il secolo illustrato» anno VI° - n. 3 del 1° febbraio 1919).
Ma quando si tratterà di dare ai Sardi lo stesso salario dei Continentali, si dirà che gli Isolani sono deboli, abulici, ignoranti e incapaci di fornire la prestazione d'opera di un Continentale.
E' una regola di tutti i dominatori, anche in epoche antiche, reclutare e addestrare alla guerra i giovani appartenenti ai paesi sottomessi per costituire «milizie ascare», da utilizzare in tempo di pace come addetti a servizi di bassa forza e per mantenere l'ordine nel territorio metropolitano, e da utilizzare in tempo di guerra come carne da macello.
Roma fu maestra anche in questo, ma per quel che riguarda i Sardi non volle o non riuscì a farne degli ascari. Credo che le cause siano da ricercarsi nella struttura caratteriale propria dell'isolano, completamente staccato dal resto del mondo, per il quale il trapianto è un trauma insostenibile; inoltre nell'odio insanabile accumulato in secoli di assedio e di solitudine.
Non fu facile neppure ai Sabaudi reclutare milizie in Sardegna per le loro guerre di espansione. La storiografia ufficiale falsa i fatti, quando parla di «entusiastica partecipazione» dei Sardi alle guerre di indipendenza.
Come è noto, l'anno 1847 segna la fine del regno di Sardegna. Il 29 novembre una rappresentanza dei tre bracci del parlamento sardo si reca a Torino da Carlo Alberto per chiedergli umilmente la formale fusione dell'Isola alle altre Provincie sabaude di terraferma. Nell'annuale discorso della Corona, il re dirà che «la Sardegna, gettato il funesto retaggio di antichi privilegi, volle essere unita con più stretti vincoli alla terraferma, e fu accolta dalle altre provincie come diletta sorella».
La storiografia sostiene che la fusione fu un «moto plebiscitario», e che dopo questo avvenimento «si notò nell'Isola un nuovo impegno politico da parte dei governanti».
Si tratta di grossolani falsi. Il re del Piemonte era anche re di Sardegna, quindi la fusione che «gettava il funesto retaggio di antichi privilegi» assume di per sé un significato equivoco.
La delegazione che si reca dal re piemontese a perorare la fusione e l'estensione delle riforme già previste per le provincie di terraferma, non rappresenta la volontà popolare e non rappresenta neppure i tre bracci di quel rudere di parlamento istituito dagli aragonesi: viene tout court designata dal consiglio municipale di Cagliari in combutta col viceré sabaudo. La delegazione «rappresentativa della volontà popolare fusionista» è composta: per il braccio ecclesiastico, l'arcivescovo di Cagliari e altri due prelati; per il braccio militare, il marchese di Laconi, il marchese Arcais e il barone di Teulada; per il braccio reale, un nobile, il conte Ciarella, e alcuni borghesi compradoris, gli avvocati Cossu Baylle, Mameli, Roberti e Marini. I componenti di altre delegazioni di rincalzo, raffazzonate in altre città non sapevano neppure per che cosa erano stati convogliati a Torino. I delegati di Oristano, infatti, si erano portati dietro, con un dovizioso presente di vernaccia e di muggini, una «supplica» per ottenere dal sovrano la bonifica della valle del Tirso funestata dalla malaria (Aa. Vv. - La Sardegna nel risorgimento - Sassari 1960).
La fusione è tanto plebiscitaria che scoppiano tumulti. A Cagliari, sede dell'operazione, il popolo, fiutato il mercimonio, scriverà sui muri «Morte ai gesuiti e ai piemontesi». La fusione non getterà «il funesto retaggio di antichi privilegi» ma li perpetuerà e ne aggiungerà di nuovi.
D'altro canto, la fusione non porta ai Sardi neppure il beneficio della estensione al loro territorio di quelle riforme liberali concesse alla borghesia piemontese. La «negligenza» di Carlo Alberto si ritorse a suo danno, nel momento in cui si ingolfava nella avventurosa guerra del 1848 contro l'Austria. I Sardi venivano a trovarsi in una situazione privilegiata rispetto ai sudditi degli stati di terraferma, poiché non erano ancora soggetti all'obbligo del servizio militare. Il regio editto del 16 dicembre 1837 che istituiva il servizio di leva per il Piemonte non fu esteso, dopo la fusione, alla Sardegna - come avvenne per altre leggi ritenute privilegio dei Continentali.
Con un decreto di emergenza, il 7 maggio 1848, Carlo Alberto tenta di imporre la coscrizione obbligatoria per il reclutamento di effettivi in Sardegna, pari alla metà di quelli forniti dagli altri stati di terraferma. Il provvedimento non può essere applicato - pare - per la situazione di grave tensione esistente nell'Isola. Dunque, ai Sardi pesava soltanto un ipotetico onore morale-patriottico di contribuire alla «santa causa» con la partecipazione di volontari.
La notizia dell'imminente conflitto giunge a Cagliari il 23 marzo, con due giorni di anticipo sulla data di inizio delle ostilità. Gli studenti inscenano una manifestazione patriottica, tirandosi dietro la solita coda di sfaccendati sempre disposti a manifestare, ma che quando si tratta di partire a fare la guerra, rinsavisce e scompare dalla circolazione. Qualche adesione si ha nella classe militare e negli studenti universitari. I primi pensano alla possibilità di accelerare la carriera e magari di stabilirsi in Continente; i secondi, rampolli della borghesia compradora, per essere alla page danno alla crosta spagnolesca una verniciata di piemontesismo.
Il colonnello comandante il reggimento cacciatori brigata guardie è tra i primi a chiedere di partire. Così gli ufficiali dei cacciatori franchi. E, «per dovere d'ufficio», anche il viceré dell'Isola, De Lunay, offre il petto al re. Al ministro della guerra Franzini, l'emorroico cortigiano scrive in un impeto eroico: «…l'E.V. abbia la bontà di essere l'interprete presso l'adorato nostro Sovrano dei miei sentimenti, e d'interporsi perché voglia permettermi di raggiungerlo sul Campo dell'Onore… Dopo tanti anni di servizio io sarei oltre-modo felice di chiudere la mia carriera sul campo di battaglia».
Il De Lunay ovviamente non partì. Visse e prosperò a lungo: la sua «generosa offerta» era puramente formale, a uso edificante dei «buoni villici».
La campagna per il reclutamento dei volontari assume aspetti tragicomici. Il viceré, che è rimasto, manda a Torino accorati dispacci: «…in questa Capitale almeno, il numero dei volontari che si presentarono per l'arruolamento è molto ristretto…» (24 aprile); «…nulla lasciavasi per me d'intentato per destare nei giovani, in Sardegna, il desiderio di accorrere in Lombardia presso l'Armata di S.M. che combatte per la Santa Causa, ma il numero dei volontari fu scarso» (30 aprile).
In quel mese di aprile, nei giorni 19 e 24, partono rispettivamente 5 e 14 volontari da Cagliari. Il 20, da Oristano, ne partono 3. Totale 22.
Vista l'indifferenza dei Sardi verso la guerra, l'intendente generale di Santa Rosa prepara un progetto per «L'arruolamento dei banditi reclusi e contumaci, di cui l'Isola ha sovrabbondanza». Il progetto viene accolto dalla Grande Cancelleria di S.M. che nomina una commissione composta da intendenti provinciali con l'incarico di formulare un progetto di legge sulla questione. Il progetto di legge fu partorito con gestazione accelerata e constava di sette articoli. Dopo vari rifacimenti, mentre sembrava che sarebbe passato in parlamento, venne lentamente insabbiato. Alla Grande Cancelleria, qualcuno si era reso conto che «far militare sotto la stessa onorata bandiera onesti cittadini e galeotti, poteva riuscirne scapito al lustro e al decoro della milizia». Emerse anche un'altra preoccupazione che la Grande Cancelleria prospettò al sovrano, e cioè che l'operazione «arruolamento banditi sardi» sarebbe stata «anche all'estero pretesto di censura».
Accantonato il progetto di trasformare i banditi in «salvatori della patria» e venuta a cadere l'idea di adescare la gioventù sarda sventolando la bandiera dell'unità, dopo avere steso e affisso inutilmente un proclama esaltante «la gloria di chi verserà il proprio sangue», l'infaticabile viceré De Lunay, incalzato dal ministro della guerra, invia circolari urgenti e riservate ai governatori, agli intendenti provinciali, ai vescovi, ai sindaci. Coi funzionari statali usa il ricatto: «…si terrà conto nella carriera di ciascuno dell'attività positiva e negativa svolta in quest'opera». I vescovi vengono toccati nel tasto dei privilegi feudali, decime comprese, che essi continuano a godere nell'Isola anche dopo le riforme liberali.
Per setacciare ogni possibile volontario, viene creata una capillare organizzazione che, se tutta quanta si fosse riversata «sul campo dell'onore», avrebbe potuto capovolgere l'esito del conflitto. In ogni più sperduto villaggio si insedia un comitato di reclutamento, costituito da possidenti e preti. I sindaci affiggono manifesti che nessuno sa leggere. le paghe militari d'uso vengono raddoppiate, e, in più, si offrono cospicui premi di ingaggio. Si abbassa l'età minima prevista dalla legge fino ai 17 anni, chiudendo gli occhi sui certificati anagrafici. I Sardi risultano di «piccola taglia», e allora si abbassa la statura di ordinanza fino a m 1,57 arrotondabili. «Purtroppo - scrivono amareggiati gli storiografi del sistema - i risultati deludono le aspettative» (Aa. Vv. - La Sardegna nel risorgimento - Sassari 1960).
Le risposte degli addetti al reclutamento alle pressanti richieste del viceré sono di rammarico: nessuno vuole arruolarsi, né per amor patrio, né per denaro. L'intendente di Gallura dice in parole povere che la gente si squaglia al solo sentir parlare di guerra. Il comandante di piazza di Iglesias fa rilevare che neppure uno dei numerosi vagabondi che circolano in città si è presentato, e suggerisce di vuotare le galere per rimpolpare le file dei combattenti. Il governatore Cugia Manca di Alghero propone il reclutamento forzato di tutti i disoccupati e i turbolenti che infestano la comunità. L’intendente di Isili, avv. Gessa, ripete la proposta di vuotare le carceri che rigurgitano e di spedire i detenuti «a riscattarsi sul Campo dell'Onore». Il comandante della piazza di Nuoro, l'intendente di Iglesias, il comandante di Sant'Antioco e il governatore di Sassari lamentano lo stesso assenteismo.
A tutto il mese di settembre si presentano: 1 ad Alghero, 1 a Mandas, 1 a Iglesias e 1 a Sant'Antioco. fa eccezione Bosa, dove si riesce a rastrellarne ben 20. In questa cittadina dimostra uno zelo eccezionale un certo G.L. Chelo, il quale anticipa paghe e spese di viaggio. A questo proposito, l'infaticabile viceré suggerisce di andarci cauti nel concedere acconti: alcuni, dopo averli intascati, si sono resi irreperibili. Le cronache registrano diversi casi di volontari che miravano a raggiungere gratuitamente il Continente per sbrigarvi affari loro: tra questi suscitò scalpore il caso di Pietro Colla di Sinnai.
I buoni risultati di Bosa, più che al dinamismo del Chelo vanno attribuiti ai frati cappuccini che in quella cittadina avevano la sede centrale. I cappuccini - allora la più ricca e potente organizzazione clericale dell'Isola - furono i più accesi interventisti.
Nei documenti conservati nell'Archivio di Stato di Cagliari si trovano notizie illuminanti sui modi e sulle tecniche della classe al potere per mobilitare le masse popolari e portarle al macello. In questa operazione il clero ha una funzione primaria.
Nel periodo storico in esame, le autorità civili, politiche e militari sollecitano i vescovi, i padri guardiani dei vari ordini, i direttori degli istituti, i parroci (sono assenti i gesuiti, cacciati nello stesso anno dalla loro roccaforte di Sassari a causa dei loro intrighi).
I vescovi rispondono acconsentendo diplomaticamente. La situazione politica e bellica è fluida, essi mostrano un prudente entusiasmo, fiutano gli umori di Pio IX e si mantengono pretescamente sul vago.
Ecco la risposta del vescovo di Ozieri alla circolare 16 agosto 1848 – II.a divisione - del viceré di Cagliari:

Ozieri, 19 agosto 1848
Eccellenza, contemporaneamente alla Circolare di V.E. ne riceva altra della Grande Cancelleria diretta all'oggetto d'insinuare ai popoli i presenti bisogni dello Stato, e manifestandomi di più la convenienza di fare solenne triduo di preghiere in tutte le Chiese di questa Diocesi: immediatamente perciò ne ho comunicato i commendevoli sentimenti, e le savie insinuazioni contenute in ambe veneratissime Circolari, e spedendo ad ogni Parroco un esemplare di quella di V.E. a tutta questa Diocesi Bisarchese con apposita mia lettera circolare, esprimendovi tutte quelle migliori massime, ed opportune dottrine, che alla mia pochezza lo è stato il più possibile, onde persuadere e Clero e Popolo dei gravissimi presenti bisogni dello Stato, e del più preciso dovere che in ogni senso e per ogni principio abbiamo per sollevarlo e difenderlo; insinuando particolarmente la più cordiale stima e sincera gratitudine verso il più savio, il più adorabile dei Monarchi l'Eroe nostro Carlo Alberto, ed i prodi di lui Principi. Ordinavo indi in tutte le Parrocchie di questa Diocesi il triduo delle pubbliche preghiere con la maggiore possibile solennità, con processioni generali e con sermoni adatti alla circostanza, al quale si è data principio in questa sede nel 27 agosto.
Nell'adempiere il dovere di ragguagliare l'E.V. le riferite cose godo poterLe rinnovare il tributo del mio profondo ossequio, mentre ho l'onore di costituirmi di V.E.
Ubbidientissimo, Divotissimo, Obbligatissimo Servitore
Gavino Pischedda

Più «sentita» la reazione del padre guardiano dei cappuccini:

Bosa, 26 agosto 1848
Illustrissimo Signor Intendente Padrone Colendissimo, i miei correligiosi si offersero, ed ottennero dal Ministero di recarsi nelle province dello Stato per risvegliare l'entusiasmo dei popoli, ed eccitarli a prestare il loro soccorso per la guerra della nostra indipendenza per cui furono spedite lettere e circolari agli Intendenti dal Ministero dell'Interno onde agevolarne l'esecuzione. Siccome però mi è ignoto se anche la nostra Sardegna sia contemplata nelle dette disposizioni, perciò mi rivolgo a V.S. Illustrissima pregandoLa, volersi degnare, darmi quelli schiarimenti che crederà sul proposito, intendendo fin da questo momento di consacrarmi a un'opera tanto santa.
In attenzione dei Suoi veneratissimi comandi, ho l'onore di rassegnarmi di V.S. Illustrissima
Divotissimo ed Obbligatissimo Servitore
Fra Francesco Maria da Bosca

Il viceré in persona si affretta a rispondere:

Al P. Guardiano de' Cappuccini di Bosa
Cagliari, 5 settembre 1848
Dall'Intendente della Provincia mi si dà comunicazione della lettera che V.S. nel 26 percorso agosto gli indirizzava. Faccio plauso ai religiosi e patriottici suoi sentimenti: Ella non solo può liberamente, pregare venia dall'ordinario, imitare i suoi correligiosi del Continente nell'incitare i popoli colla potenza della religione a correre in soccorso della Patria pericolante: ma deve ancor rimaner persuasa del gradimento del Governo, il quale se avrà in tutto il Clero cooperatori che Le somigliano, può confidarsi di veder sostenuta la causa italiana con quel coraggio che l'onore della monarchia sa richiedere, e la religione sa infondere. Ella provveda non solo per la Provincia, ma scriva, inviti i suoi correligiosi ad imitarne l'esempio, sicura d'aver bene meritato dell'ottimo nostro Sovrano e della Patria…

Nello stesso plico, che passa per via gerarchica attraverso l'intendente provinciale di Cuglieri, il viceré scrive a quest'ultimo:

Le invio una lettera di ringraziamento e di conforto a codesto Padre Guardiano dei Cappuccini che si dispone ad invitare con la predicazione i popoli alla guerra. Unisca V.S. Illustrissima alle mie le Sue parole, ed inviti pure gli altri Ordini, specialmente mendicanti che riescono nel popolo più accetti, ad imitarne l'esempio.

10 - Sarà l'estrema e totale degradazione prodotta dal capitalismo industriale nelle aree agricole e coloniali che convincerà le masse affamate a scendere a qualunque compromesso. Si è già accennato alle miserevoli condizioni di vita nell'Isola alla fine del secolo scorso e nei primi decenni del 1900: per la prima volta nella loro storia, i Sardi conoscono il fenomeno della emigrazione di massa.
Col ritorno di Giolitti al potere, la borghesia italiana si avventura nella guerra coloniale in Libia. L'espansione è bene vista ed è sostenuta dalla stessa borghesia compradora isolana, perché spera di togliersi dai piedi i più turbolenti della massa di affamati (industria e commercio abbisognano di poca e specializzata manodopera e l'agricoltura è in stato di coma), creando nuovi canali di emigrazione controllabili e sfruttabili in proprio ed evitando insieme il ritorno dei numerosi emigrati nelle vicine coste africane. Per tutta la durata della guerra libica - cui partecipano numerosi Sardi e Meridionali per sfuggire alla fame delle campagne - le prime pagine dei giornali sono dedicate interamente a esaltare episodi bellici, il valore e l'eroismo dei soldati sardi. Le medaglie al valore che di quando in quando giungono alle famiglie, e spesso «alla memoria», costituiscono l'unica immediata ricompensa del sacrificio.
Nel 1915 i Sardi vengono ancora chiamati a raccolta per la prima carneficina mondiale. Oltre che sul bisogno materiale, si fa leva sulla carica aggressiva degli sfruttati. Si promettono paghe alte, sussidi e buoni alimentari per i familiari. Si promette, a guerra finita, lavoro stabile agli operai, le terre ai contadini e i pascoli ai pastori. Promettere non costa nulla. Nella povera gente nasce così l'illusione che questa guerra sia un male necessario da patire, in cambio di un domani migliore.
Dopo la disfatta di Caporetto e la resistenza sul Piave, le sorti della guerra pendono ormai nettamente a favore degli Alleati. E' imminente l'ultimo decisivo atto della spaventosa carneficina, la battaglia di Vittorio Veneto, che non ha una importanza strategica ma serve semplicemente a dare «prestigio» alla nazione dopo Caporetto. Gli esperti dell'ufficio propaganda del ministero della guerra compilano e diffondono alle truppe questo volantino:

«Fante, soldato mirabile che riassumi tutte le virtù, la resistenza e la fede della nostra gente portandola alla più sublime espressione dell'eroismo e del sacrificio, tu hai salvato ancora una volta l'Italia dalla invasione del Barbaro. Non il fiume, né il monte, non la trincea, né il reticolato: fu il tuo petto il più forte baluardo sul quale si infransero l'impeto e la rabbia nemica. Tre anni di rinunzie, di paziente attesa, di abnegazione, tre anni di gloria per te bravo fante! Tu hai saputo premere nel tuo cuore gli affetti e uno solo vinse gli altri; quello della Patria! Il tuo sacrificio culmina ora nella riconoscenza dell'Italia che non dimentica la tua opera ma la benedice e si prepara a premiarla. Forza per i nuovi cimenti! I tuoi fratelli vincono sui campi di Francia l'impeto tedesco come tu hai vinto mirabilmente quello austriaco. Il fante italiano non conosce che la paura degli altri! E' ora di vittoria, questa, e tu ne avrai premio, provvidenza e aiuto quando tornerai alla famiglia e alla feconda vita delle industrie e dei campi, con la coscienza che l'Italia fatta dai tuoi padri, sei stato tu a salvarla e a portarla a nuova forza e dignità nel mondo!».

Ho trovato questo volantino, con le sottolineature che ho riportato, nella bottega di un artigiano di Oristano, Francesco Curreli, reduce della prima carneficina mondiale. Egli se l'è legata al dito: ha incorniciato queste belle promesse e le ha appese al muro, sicché in ogni momento della sua giornata di lavoro abbia davanti agli occhi la prova tangibile della truffa.

«Durante la guerra di Spagna, il governo fascista per portare qualche centinaia di Sardi a combattere contro i «rossi» dovette ricorrere a un sotterfugio, poiché col sistema del reclutamento dei volontari ben pochi - nonostante le allettanti offerte - si erano presentati. Si diedero bandi, offrendo lavoro ben retribuito in Africa. Durante il viaggio, dirottata la nave, gli «emigranti» si trovarono con un fucile in mano da usare contro «ignoti». La volontà di combattere non fu certo eroica, stando alle stesse testimonianze dei truffati. E non lo fu neppure più avanti, checché ne dicano gli storici patriottardi, nel secondo conflitto mondiale. L'amara esperienza del '19 determinò la rottura di ogni possibilità di rapporti onesti e leali tra la Sardegna e il Governo Centrale» (In «Sardegna Oggi» n. 35 del novembre 1963).

L'avvento dell'era tecnologica ha profondamente modificato le strutture del capitalismo, i processi di sviluppo e i rapporti, mantenendo ferma, anzi rafforzando la sua natura oppressiva e sfruttatrice. Dei complessi aspetti di questa modificazione, al mio discorso interessa esaminarne sommariamente due: la produzione di armamenti nucleari e il superamento e aggiornamento dei vecchi schemi di colonizzazione.
Le armi nucleari, in mano alle principali potenze, superando le tradizionali forme di conflitto, rendono inutili anche gli eserciti intesi come grandi masse da gettare sui campi di battaglia. Gli eserciti nazionali hanno acquistato sempre più la funzione di «polizia interna» (e d'altro canto, le classi al potere hanno sempre usato gli eserciti, in tempo di pace, per schiacciare rivolte popolari, scioperi e manifestazioni di un certo rilievo). Non è un caso che i vertici del militarismo si orientino sempre più verso la creazione e il potenziamento di un esercito di mestiere che, a differenza di un esercito di coscritti, ogni giorno più inquinato politicamente, è uno strumento «di cui non ci si può fidare», nel momento in cui dovesse occorrere «il pugno di ferro» per salvare la patria capitalista dal pericolo sovversivo. Una analisi del genere veniva fatta dal partito radicale e da gruppi antimilitaristi.
Un altro aspetto della modificazione delle strutture del capitalismo, correlato anche questo aspetto alle innovazioni tecnologiche, è la liquidazione e l'aggiornamento delle vecchie forme di sfruttamento coloniale. I Sardi, oggi, non vengono più utilizzati come ascari da guerra, ma prevalentemente come massa di lavoro bracciantile da vendere sul mercato industriale dei Paesi europei del Nord Italia. Su una popolazione di circa 1.500.000 unità (dato stazionario in questi ultimi venti anni, nonostante l'incremento demografico) sono emigrati dall'ultimo dopo-guerra non meno di 500.000 lavoratori.
Per la loro stessa storia di colonizzati, i Sardi, e in particolare i Barbaricini, sono «pregiudicati» dal sistema, e in quanto tali si salvano da un più numeroso reclutamento in quella «industria del Meridione» che è la polizia. La Sardegna è al 5° posto nella graduatoria delle regioni «sottosviluppate» che forniscono ascari alla polizia, con 1.048 reclutati (pari al 5,21% degli effettivi) in un anno; contro i 4.996 reclutati dalla Campania (24,80%) che occupa il primo posto in graduatoria (i dati sono del 1972).

«Disoccupazione e miseria… le molle che spingono i giovani a entrare nella polizia: fino a quando e l'una e l'altra non mancheranno, i corpi armati dello stato non avranno problemi di sopravvivenza» (A. D'Orsi - La polizia - Feltrinelli 1972).

Considerato il poco conto in cui la polizia è tenuta dagli stessi poliziotti - uno dei quali ha scritto a un giornale che lui e i suoi commilitoni non sono altro che «degli schiavi, dei mercenari, dei venduti e degli affamati» (A. D'Orsi - La polizia - Feltrinelli 1972) - è un segno di dignità civile che la stragrande maggioranza dei giovani isolani, sotto la sferza della disoccupazione e della miseria, tra le due forche caudine del sistema - l'assunzione nel ruolo di ascaro della repressione e il drammatico trapianto in terra straniera - scelgano la seconda.

11 - Togliersi dai piedi le proprie turbe affamate mandandole in colonia a lavorare nelle imprese di sfruttamento e dare a queste turbe un ruolo caporalesco, privilegiato rispetto alle masse indigene assoggettate e impiegate nelle stesse opere di sfruttamento: questo lo scopo ben preciso di tutti i colonialismi. Il bracciantato metropolitano contrapposto al bracciantato indigeno ha la funzione di elemento disgregatore della cultura indigena, pur essendo quello come questo aggiogato allo stesso carro capitalista.
La Sardegna - escluse le Barbagie - ha conosciuto fin dall'antichità numerosi trapianti di coloni provenienti da ogni dove. Notissime le colonie fenice, cartaginesi e romane che sorsero e prosperarono in particolare lungo le coste. Durante la dominazione dei Vandali, il re Genserico, nell'anno 455, invia nella regione del Sulcis, l'attuale bacino carbonifero, numerosi Mauritani che si opponevano al suo dominio nell'Africa Minore. I discendenti dei coloni Mauritani, che i Sardi chiamano Maurreddinos, a causa dell'isolamento e di una rigida endogamia si differenziano ancora oggi dalle altre popolazioni per gli usi e i costumi.
Durante i quattrocento anni, circa, di dominazione aragonese e spagnola ci fu un grande traffico di Iberici. Molte colonie servirono a ripopolare vaste zone dell'Isola funestate da carestie, pestilenze e guerre. In particolare furono genti aragonesi a sostituire quelle sarde, lungo le coste. Il più delle volte si trattava di trapianti coatti di oppositori politici esiliati in massa. «E' questo il caso della popolazione di Alghero, che parteggiando con i Genovesi contro il re di Aragona Pietro il Cerimonioso, venne deportata in massa e sostituita con popolazione proveniente dalle Baleari, dall'Aragona e dalla Catalonia» (Aa. Vv. - La società in Sardegna nei secoli - Torino 1965). Bosa trae origine da una colonia di profughi ebrei.
Nel XVIII secolo, i Liguri provenienti da Tabarca si insediano nell'isola di San Pietro e fondano Carloforte; Piemontesi si insediano a Sant'Antioco, a Calasetta e a La Maddalena. Ancora a La Maddalena trovano scampo numerosi profughi corsi, che rifiutano la coscrizione obbligatoria e fondano nell'isola una colonia di pescatori (U. Dessy - Un'isola per i militari - Marsilio 1972).
Nel Campidano di Cagliari si ha un tentativo fallito di insediare colonie di emigrati greci. Nel XIX secolo, pescatori campani provenienti da Torre del Greco e da Ponza si insediano lungo le coste occidentali e orientali dell'Isola fondendosi con le comunità indigene rivierasche. Alcune migliaia di braccianti veneti verranno trapiantati durante il fascismo dal Polesine al Campidano di Arborea. A Carbonia sorgerà dal nulla una città di circa 50.000 abitanti nel bacino carbonifero, con sottoproletari rastrellati in ogni parte del Continente, in prevalenza della Sicilia. A Fertilia, altra bonifica mussoliniana presso Alghero, troveranno posto profughi giuliani. E ultimo della serie, i pieds noires cacciati dall'Africa (ex colonie) verranno accolti nelle bonifiche dell'ETFAS abbandonate dai Sardi.

12 - La graduale liberazione dei popoli nord-africani dal colonialismo ha coinciso con l'insediamento e l'allargamento delle basi e delle servitù militari della NATO in Sardegna, in un crescendo che non accenna a diminuire. Una fase di rilievo nella escalation della militarizzazione è Decimomannu, divenuta la più importante base aerea americana nel Mediterraneo, dopo lo smantellamento della base di Wheelus Field in Libia, da cui gli yankee furono cacciati nel 1970. Ultima fase è la recente installazione (1972) di una base nucleare a La Maddalena, di mantenimento e manutenzione per sommergibili a propulsione e ad armamento nucleari.
Una delle caratteristiche delle potenze imperialiste è la promozione di «stati satelliti», la ricerca o la creazione di regimi politici «sicuri», che garantiscano basi militari «sicure». I regimi che danno agli yankee maggiore sicurezza sono quelli fascisti e quelli clericali. Tutti gli stati del Sud- Europa sono di fatto asserviti alla potenza USA (Spagna, Portogallo, Grecia, Turchia), secondo un asse che passa per la Sardegna, considerata una appendice semidesertica dell'Italia, paese satellite con regime «sicuro».
La Sardegna, superato l'ostacolo della malaria con la nota operazione Rockfeller, è diventata così preminentemente «un'area di servizi militari». Se è vero che gran parte delle forze armate di terra italiane sono dislocate nel Friuli, è anche vero che nessuna regione come la nostra ha visto interdire praticamente a ogni attività civile zone tanto vaste e ha visto sorgere tanti impianti per armamenti non convenzionali. Contro i 50.000 ettari sottratti al Friuli dai militari, stanno i 145.000 ettari nella sola zona del Salto di Quirra, interdetti a ogni attività civile durante le lunghe esercitazioni missilistiche dei poligoni di Capo San Lorenzo e di Perdasdefogu. Tale situazione pesa ovviamente sulla già precaria economia dell'Isola e sullo sviluppo civile delle popolazioni.
Per una maggiore conoscenza delle servitù militari presenti nell'Isola e dei condizionamenti socio-economici e politici relativi alla militarizzazione, rimando il lettore a un mio saggio del 1972 (U. Dessy - Un'isola per i militari - Marsilio 1972). Mi soffermerò brevemente sull'ultimo insediamento militare yankee (successivo e quindi non documentato nel saggio citato) a La Maddalena, quello che ha destato maggiore scalpore e risonanza per gli immediati e terrificanti pericoli di inquinamento radioattivo che comporta.
L'operazione, decisa nell'estate del '72 direttamente dal Pentagono all'insaputa del parlamento nazionale e regionale, è iniziata con il trasferimento della Howard W. Gilmore dalla base di Key West, in Florida, alla base di La Maddalena, in Sardegna.
La Howard W. Gilmore, che disloca 9.734 tonnellate e 18.000 a pieno carico, ha un equipaggio di 882 marinai e tecnici di cui 35 ufficiali. Non si tratta di una nave qualunque: è una officina galleggiante con attracco fisso, studiata come appoggio per sommergibili di attacco. Da alcuni anni è stata adattata per assolvere i servizi logistici, di manutenzione e di riparazione di sommergibili a propulsione e ad armamento nucleari. E' dotata di una complessa attrezzatura per riparazioni ed è equipaggiata con parti di ricambio elettroniche e nucleari. Possiede, infine, un non meno complesso sistema di comunicazioni radio via satellite.
Non esistono in tutto il bacino del Mediterraneo altre basi del genere. Nessuno dei paesi satelliti degli USA - neppure la Spagna di Franco e la Grecia dei colonnelli - ha voluto una nave terrificante come la Gilmore. Soltanto il governo italiano, presieduto dal clericale Andreotti, il fedelissimo fra i lacché dell'imperialismo, che ritroviamo protagonista di anno in anno nella vendita della Sardegna e dei Sardi al militarismo yankee.
La decisione dei generali del dipartimento americano della difesa di spostare la base nucleare della Florida in Sardegna viene motivata dalla necessità di fare fronte al rafforzamento della flotta sovietica nel Mediterraneo: «I sommergibili americani d'attacco a propulsione e ad armamento nucleari dislocati nel Mediterraneo dovevano fino a ieri affrontare lunghi viaggi fino alla base scozzese di Holy Loch o fino alle basi statunitensi nell'Atlantico ogni volta che necessitavano riparazioni o rifornimenti» (Dal comunicato del dipartimento USA della difesa, sulla stampa).
Queste sono le motivazioni di comodo dei «signori della guerra». La motivazione vera - che è tragica - bisogna ricercarla nelle norme di sicurezza stabilite a suo tempo dalla stessa commissione per l'energia atomica, norme tendenti a evitare il pericolo di contaminazioni radioattive nei pressi di regioni densamente popolate.
Con il progressivo aumento delle basi con apparecchiature e con armamenti nucleari, risulta sempre più difficile trovare «zone desertiche» o «scarsamente popolate», dove installare basi sporche, che producono inquinamenti di carattere radioattivo. Si è quindi pensato alla Sardegna, che, nella testa dei generali del Pentagono, è evidentemente «zona desertica», e si è colto - o si è prodotto - il momento politico favorevole con la presenza di Andreotti a capo del governo.
E' una decisione colonialista che non esito a definire criminale. E' un atto di banditismo davanti al quale impallidisce qualunque fatto criminoso che si voglia addebitare ai banditi barbaricini. Oltre le prepotenze e le rapine, il popolo sardo deve subire la beffa, quando i militari dichiarano che l'isola La Maddalena per il suo relativo isolamento e la sua distanza da grossi centri abitati sembrerebbe che soddisfi le norme di sicurezza stabilite dalla commissione per l'energia atomica.
L'isola di La Maddalena è densamente popolata, come tutta la costa nord-orientale, dove tra gli altri importanti concentramenti turistici c'è la Costa Smeralda. E le assicurazioni di fonte militare sulla «sicurezza» della base, mal si conciliano col fatto che l'altra consimile base europea, dislocata nell'Atlantico, in Scozia, in una zona più scarsamente popolata della Sardegna nord-orientale, è oggetto di annose controversie e polemiche su accertati inquinamenti radioattivi.

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