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Indice articoli


Prefazione

Ma quali banditi?!
Se facciamo scorrere contemporaneamente - come su un doppio binario - i crimini addebitati ai Sardi e i crimini addebitati agli invasori, vediamo che ci corre un abisso tra l'esiguità e la levità dei primi e la vastità e la gravità dei secondi. In fatto di sequestri, rapine e assassini, i Sardi appaiono ben lontani dall'eguagliare i loro civilizzatori. Forse per questo, ancora oggi, gli isolani vengono chiamati Barbaricini.
In tutte le regioni d'Italia c'è chi viola la legge. Nel consuntivo fatto in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 1973, il procuratore generale Guarnera denunciava 1.108.177 reati equamente distribuiti fra tutte le provincie e, non a caso, tutti a carico dei ceti sociali più sprovveduti. Aggiornando le tesi del Lombroso e del Niceforo, i criminologi più che di «zone delinquenti» dovrebbero parlare di «ceti sociali delinquenti». Infatti, i 626.435 furti registrati nel '72 sono stati addebitati tutti a proletari e sottoproletari. E non è neppure il caso di far rilevare che alla voce «furti» nelle statistiche dei procuratori generali non figurano le quotidiane ladronerie commesse dai membri della consorteria al potere.
Fra i reati che più preoccupano il sistema figurano le rapine alle banche e i sequestri di possidenti a scopo estorsivo, in quanto reati concorrenti nell'accumulazione di capitale. Tali reati non si verificano soltanto in Sardegna, ma dappertutto in un Paese dove la ricchezza dei pochi è una sfacciata provocazione alla miseria dei molti. In Sardegna, «in relazione alle possibilità offerte dalla natura dei luoghi e alla garanzia pressoché assoluta di impunità, il numero dei delitti, specie dei sequestri, dei ricatti, delle estorsioni… è minimo, anzi irrilevante» (Dal discorso del psiuppino A. Zucca al Consiglio reg. settembre '67).
I dati del Guarnera dicono che nel 1972 in Italia si sono avuti 4.068 reati di rapina, estorsione e sequestro di persona. Nello stesso periodo si registrano nell'Isola 2 sequestri di possidenti.
Negli anni tra il 1960 e il 1963, in Italia sono state rapite e sequestrate a scopo estorsivo 320 persone, di cui 312 sono state liberate in seguito al pagamento di un monte-riscatti di oltre 15 miliardi («Panorama» dicembre 1973.). Nello stesso periodo, i sequestri di persona in Sardegna sono stati 46 e hanno fruttato un monte-riscatti di appena 1 miliardo («L'Unione Sarda» aprile 1973.)
Da questi dati mi piace rilevare che in Sardegna si è costretti a sequestrare di più perché si guadagna di meno. Evidentemente in colonia anche l'industria del crimine segue le leggi del sottosviluppo.
Perché i Sardi, e più particolarmente i Barbaricini, quando delinquono non sono comuni delinquenti ma banditi? Perché questa speciale classificazione sociologica? A chi torna utile?
Se per bandito si vuole intendere «colui che è messo al bando», chiunque commetta un reato per cui sia prevista una limitazione della libertà personale è messo al bando, cioè è bandito. C'è però chi sostiene - non senza finezza giuridica - che debba considerarsi bandito in particolare il latitante, colui che si dà alla macchia o che comunque si sottrae al giudizio e ai suoi effetti. Anche in questo caso si ritrovano cittadini latitanti in tutte le regioni. Se invece per bandito si vuole indicare «il componente di una banda», tutti i membri di una associazione a delinquere, comprese quelle legalizzate, sono banditi.
Sta di fatto - rileva giustamente il D'Orsi - che privilegiando col termine di bandito il pastore sardo che commetta un qualunque reato, egli diventa l'oggetto «della repressione di polizia più spietata e accanita che, tanto storicamente che attualmente, sia dato di verificare in Italia» (A. D'Orsi - Il potere repressivo - La polizia - Feltrinelli 1972.)
Nell'Isola, i comuni fenomeni di criminalità vengono affrontati ancora oggi dal potere centrale in termini di repressione coloniale, con l'uso di una violenza repressiva che travalica le stesse leggi che sanciscono i diritti di tutti i cittadini. Evidentemente, oggi come ieri, i Sardi sono considerati una minoranza etnica pregiudicata, in quanto resistente alla penetrazione e alla integrazione. Infatti, l'attuale sistema, come quelli del passato, assume il ruolo di colonizzatore e impone ai Sardi quello di coloni, perpetuando il funesto rapporto tra il Continente e l'Isola.
La risposta rabbiosa delle popolazioni barbaricine è prevista ed entro certi limiti provocata dal colonizzatore, che se ne serve come alibi per nuovi interventi repressivi, mediante i quali attua e stabilizza il suo programma di rapina e di sfruttamento.
Non mi pare, dalle sue attuali risposte, che il mondo barbaricino accetti la provocazione. Nei Sardi delle zone interne è maturata l'esigenza e la volontà di uscire dal ruolo di resistente vecchio tipo, dal ribellismo individualistico, per assumere un ruolo più moderno, e quel che più conta politicamente più efficace, per liberarsi dalla oppressione: ritrovare una dignità di popolo nella unità; collegarsi e inserirsi con la propria cultura e le proprie esperienze di lotta nel più vasto movimento popolare che si batte in tutto il mondo contro il capitalismo.
Oggi come oggi non giova al Barbaricino il ruolo di guerrigliero impegnato a contrastare sui monti l'invasore. Un invasore diventato diabolico trasformista, che penetra e corrompe e assoggetta assumendo le forme più impensate, anche quelle apparentemente innocue del carosello pubblicitario. Un ruolo, quello del guerrigliero, che in questa situazione torna utile al sistema che vi trova un ottimo alibi per dispiegare i suoi strumenti di repressione armata, utilizzarli e sperimentarli e perfezionarli sulla pelle dei Sardi e a tempo debito sulla pelle dei lavorati del Continente. I banditi sardi fanno tanto comodo al sistema che quando non ci sono se li crea.
C'è quindi una risposta logica ed esauriente al perché della speciale classificazione sociologica riservata ai Barbaricini. Il sistema necessita di aree depresse e resistenti; perciò coltiva la depressione e il banditismo.
Depressione e banditismo trovano una loro utilizzazione nel piano del capitalismo in cui la Sardegna «appare destinata a diventare un'area di servizi militari e petrolchimici… Non c'è spazio per i settori della economia tradizionale indigena, e lo stesso patrimonio naturale è destinato a estinguersi, soffocato da una sempre più intensa militarizzazione, da un sempre più diffuso insediarsi di impianti petrolchimici. Lo stesso fenomeno di emigrazione di coatto spopolamento delle campagne, lo smantellamento delle tradizionali industrie estrattive, l'abbandono e il decadimento dell'agricoltura, della pastorizia, della pesca, e il ridimensionamento dei pur modesti iniziali programmi di sviluppo del settore del turismo, sono dati chiari e sufficienti per comprendere quale sia il cinico disegno del capitalismo riservato alla Sardegna» (U. Dessy - La rivolta dei pescatori di Cabras - Marsilio 1973).
Il sistema ha sempre trovato, anche tra i Sardi, utili idioti per alimentare la favola dei banditi barbaricini. Le dissertazioni storicistiche, sociologiche e criminologiche di intellettuali alla moda e le mitizzazioni pseudo-letterarie di certi pennaioli (tutta gente perfettamente integrata e foraggiata che non ha nulla a che vedere con la cultura barbaricina) hanno contribuito non poco a dare corpo a un fantasma creato per giustificare le rapine, le stragi, l'oppressione dei banditi della colonizzazione. «Chi è costretto o comunque abituato a tenere la bocca chiusa sugli scandali e sulle ruberie che avvengono in alto loco, deve pur supplire con gli alti stridi sul banditismo isolano» (Pino Careddu in «Sassari Sera»).
Gli anni dal 1967 al 1970 sono stati fatti passare alla storia come gli anni ruggenti» del banditismo isolano. Il sistema possiede evidentemente sensibilissimi impianti di amplificazione e selezione auditivi: i «ruggiti banditeschi» che si levano in quel periodo dal piccolo mondo barbaricino sono pochi e flebili, paragonati all'assordante frastuono che sale dal «civile» mondo borghese, dove i morti-ammazzati non si contano più se non attraverso i bollettini degli appositi uffici di statistica.
Prendo a caso due quotidiani nel mucchio. Primo: in una sola notte (tra l'8 e il 9 ottobre 1972) nella Germania di Bonn sono morte in incidenti stradali 131 persone. Si presume che i feriti non siano meno di 400 facendo una media di 3 viaggiatori per ogni vettura coinvolta in quegli incidenti. Secondo: il 26 settembre 1973, un bisticcio a Grosseto: «Quasi una battaglia in Toscana tra famiglie rivali. Per una faida abbattono 6 parenti a fucilate».
Altro che disamistade barbaricina!
«Quattordici omicidi, diciotto fra tentati omicidi e aggressioni a mitra spianato, cinque sequestri, undici rapine: questo il bilancio dal gennaio ai primi giorni del maggio 1967, proprio il periodo in cui lo Stato passa alla controffensiva, decuplica i contingenti di carabinieri e polizia nel Nuorese, invade l'Isola con i baschi blu, trasferisce in Barbagia questori e commissari scaltriti da molti anni di lotta alla mafia siciliana. L'entità dei crimini non spaventa perché si ridimensiona nel paragone con le statistiche del delitto in altre regioni italiane. Spaventa, invece, tutto ciò che sta dietro alle cifre…» (G. Vergani - Mesina - Longanesi 1968).
Il brano che riporto, apparentemente spregiudicato, tradisce un animus antibarbaricino. Vi si parla di 14 omicidi. D'accordo, i dati sono dati. Ma avvenuti dove? Commessi da chi? Con quali moventi? Perché non specificare che si tratta di omicidi commessi in tutta l'Isola e non soltanto nel Nuorese? Chiunque fosse mosso da pregiudizi opposti, potrebbe pensare che i 14 omicidi siano stati commessi tutti a Cagliati o a Porto Cervo nel regno dell'Aga Khan. Per lo stato italiano tutti e quattordici gli omicidi sono stati commessi in Barbagia. Infatti, che cosa fa lo stato italiano? «Decuplica i contingenti di carabinieri e di polizia nel Nuorese» e «trasferisce in Barbagia questori e commissari scaltriti…».
I dati statistici sugli omicidi, a un certo punto non interessano più lo stato, che dispiega il suo apparato repressivo in Barbagia non perché «lo spaventi l'entità numerica» dei crimini, ma per «tutto ciò che sta dietro alle cifre».
Dietro le cifre, da qualunque parte le si rigiri, c'è miseria, sfruttamento e repressione. Sono le reazioni violente di un popolo oppresso e sfruttato a «spaventare» il sistema? Non credo. Ciò che spaventa il sistema è ben altro che la violenza di due o tre Mesina. Ciò che spaventa il sistema è la insicurezza del profitto, figlio unico e prediletto del capitale. Per portare a termine il disegno di totale integrazione il capitalismo deve eliminare una volta per tutte il pastore barbaricino, l'economia e la cultura del mondo barbaricino. Il vecchio apparato capitalistico di sfruttamento del pastore - la rendita fondiaria e l'industria casearia con i relativi apparati parassitari - hanno fatto il loro tempo. Adesso bisogna far posto ai più redditizi impianti militari e petrolchimici.
Nell'Olimpo della ufficialità, gli esperti di banditismo vengono valutati in rapporto alla quantità di dati statistici che riescono ad affastellare. Non di rado, nella fretta di copiare i bollettini, sbagliano. Uno di questi scrive che nel 1969 si sono avuti in Sardegna ben due sequestri di persona (M. Brigaglia - Sardegna, perché banditi - Carte Segrete 1971); mentre un suo collega, in un servizio sotto il titolo «L'allucinante sequenza di sequestri», riporta per lo stesso anno un solo sequestro, quello dell'ing. Boschetti (in «L'Informatore del Lunedì» del 16.4.1973).
Nel 1969 si ha in effetti un solo sequestro di persona a scopo estorsivo,e gli omicidi e i tentati omicidi sono in netta diminuzione in tutta l'Isola: i primi scendono dai 60 del 1960 a 23 e i secondi si riducono dagli 89 del 1960 a 23. In quello stesso anno 1969 i quotidiani dimenticano le stragi in Indocina per riempire le loro prime pagine di titoli raccapriccianti sul dilagare del banditismo nuorese; gli editori sfornano decine di saggi dove, con le solite dotte citazioni dell'avvocato criminalista, si sostengono le tesi ormai stantie della «speciale criminalità barbaricina»; il parlamento nazionale, che non ha mai trovato il tempo per abrogare il codice fascista e il trattato-capestro del Laterano, delibera unanimemente di costituire una ennesima commissione di inchiesta per studiare l'eziologia dell'allarmante fenomeno criminologico; mentre la polizia, chiamata a difendere il conto in banca degli agrari e degli industriali - minacciato non da pastori-banditi ma da agrari e industriali concorrenti - rafforza i suoi effettivi e i suoi armamenti, chiede più ampi poteri, scatena tutta la sua violenza sulle inermi popolazioni delle Barbagie.
Nel 1969 il prinzipale sequestrato è l'ing. Enzo Boschetti, consulente della Società mineraria Silius. Toccare il Boschetti significa toccare la Società mineraria. I soldi del riscatto non li paga il Boschetti ma la Società mineraria.
Il Boschetti è stato liberato; i trenta milioni versati per il riscatto sono stati recuperati; i rapitori sono stati arrestati; i mandanti, che certamente non sono poveri pastori, non si sono trovati né si troveranno mai: potrebbe essere un concorrente nel settore, un generale in pensione, un consigliere regionale, un vescovo o chi sa chi - perché proprio un pastore?
L'ing. Boschetti non è un minatore, è un consulente minerario. Ovviamente non è sardo. La sua vita è preziosa: è un pioniere del capitalismo venuto in colonia a portare la civiltà. Un cronachista ne traccia il profilo: «…Sessant'anni. Un fisico robusto ma pesante. Centodieci chili. Un omone dall'aria felice e gioviale. Due occhi azzurri in mezzo ad un faccione rubicondo. Un buon uomo. E' veneto. Lavora da oltre vent'anni in Sardegna. I cinque figli stanno a Padova. Due sono sposati. Gli altri studiano. La moglie è belga. Mariette Goessens, cinquantasette anni, un fiore di donna. Conobbe il marito quando egli andò in Belgio per un corso di specializzazione in ingegneria mineraria. Enzo Boschetti, nel 1965, era andato in pensione. Ma era abituato a sgobbare, lui. Così, quando nel 1966 gli offrirono la consulenza della miniera di Silius, è tornato in Sardegna a cuor contento. E' affezionato a questa terra… In questi tre anni ha sempre vissuto in una modesta cameretta della miniera di Silius. Un uomo di miniera, in miniera ci voleva stare notte e giorno. Vicino ai suoi operai…» (M. Guerrini - L'anonima sequestri - Leader 1969).
Lascia assolutamente indifferenti il fatto che il Boschetti sia un galantuomo tutto dedito al lavoro e alla famiglia. Ciò che fa schifo sono i lacchè del capitalismo e la loro prosa oleografica con cui sacralizzano il padrone - il quale, in quanto ricco è anche buono, possiede ogni virtù; e la sua signora, anche a cinquantasette anni suonati, non può che essere bella, anzi «un fiore di donna».
Come mai non è stato messo sullo stesso piano del Boschetti anche Matteo Fois di Illorai? Anche Matteo Fois, nello stesso anno, è stato vittima di un grave episodio di violenza.
Nella campagna tra Bolotana e Illorai, all'imbrunire del 9 gennaio, una pattuglia di carabinieri intravvede «un tipo sospetto». Diranno che era armato. Alla vista degli uomini in divisa, lo sconosciuto fugge. I carabinieri lo stendono con una raffica di mitra. La stessa sera, le forze dell'ordine fanno sapere che durante una azione di perlustrazione sono entrati in conflitto a fuoco con un malvivente armato di moschetto Mod. 91 e che nello scontro il bandito ha avuto la peggio. E' stato ferito e, in stato di arresto, si trova in fin di vita in ospedale.
Il fatto risulterà una allucinante montatura. Il «pericoloso malvivente» è un ragazzo di 17 anni di Illorai, Matteo Fois, un minorato, sordomuto. L'arma del conflitto esibita dalla polizia è un ferrovecchio che difficilmente potrebbe sparare un colpo senza saltare in pezzi tra le mani di chi tenti di usarlo. Matteo Fois dunque non può avere sparato. Un lettore della «Nuova Sardegna», quotidiano di Sassari, in una lettera al direttore si chiede allibito «chi abbia gettato il moschetto fra le mani del povero ragazzo morente». La domanda è rettorica.
«Sparare a un pastore - in un clima terroristico artificioso - passa per un atto legittimo mediante gli alibi dell'atteggiamento sospetto, dell'oggetto che luccica e che può essere un'arma, della fuga all'intimazione dell'alt, della paura di un agguato», scrive Luisa Mancosu. «Ma stavolta il caso ha giocato uno spiacevole tiro alle forze dell'ordine, che si ritrovano fra le mani un povero diavolo di ragazzino innocuo, minorato, senza neppure l'uso della parola, il quale - dicono le testimonianze - è un selvatico che fugge terrorizzato davanti a persone che non conosce. Il tribunale dei minorenni lo proscioglie dagli addebiti che i carabinieri mantengono per salvare la faccia: tentato omicidio, detenzione di arma da guerra, resistenza…» (L. Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in Sardegna- Feltrinelli 1970).
Che cosa ha dunque di diverso Matteo Fois da Enzo Boschetti? Il titolo di studio? Il conto in banca? Non è forse un galantuomo Matteo Fois, un incapace di intendere e di volere, un povero di spirito, un candidato - lo dico senza ironia - al Regno dei Cieli?
Parliamoci chiaramente. Non mi piacciono le statistiche, perché si possono manovrare come si vogliono, perché riducono l'uomo a un dato numerico, perché sostanzialmente sono false. Senza consultare statistiche, do per scontato che nel 1969 - anno che vede in Sardegna un sequestro di persona - più di un operaio è morto in «incidente» di lavoro, più di una donna è morta per aborto, più di un bambino è morto per denutrizione.
Si è trepidato per la sorte dei possidenti rapiti dai banditi del Supramonte. Si è trepidato e si è pianto sulle prime pagine dei giornali, sui bollettini radio e tivù, nelle cattedrali e nelle scuole. E' giusto. Sacra è la vita dell'uomo. E' la regola del gioco. Sacra è la vita del possidente. Ma la regola del gioco va rispettata fino in fondo. E' sacra anche la vita dell'operaio, del pastore, della donna analfabeta, del bambino orfano - che non vengono taglieggiati dei milioni che non possiedono, ma che pure muoiono in percentuale ben più alta dei possidenti sequestrati dai banditi sardi.
Il sistema mette le vite umane su piani di valore diversi. Ci sono vite da prima pagina e ci sono vite che non valgono neppure una menzione. Non si può dare una giustificazione morale di un simile trattamento differenziato. Nulla può giustificare ciò che è immorale e turpe. E non c'è azione più immorale e turpe del porre le vite umane su piani di valore diversi.
La vita di un vietcong vale la vita di un marine. La vita di un cittadino che manifesta quel che gli pare vale la vita di un poliziotto. La vita di un anarchico vale la vita di un commissario. La vita di un bambino di un brefotrofio vale la vita di Enzo Boschetti, ingegnere, benestante, consulente minerario. E' la regola del gioco. O vale per tutti o ci pisciamo sopra e torniamo alla legge della foresta.
Ma quali banditi?!
E' tempo di uscire dalle paure e dagli equivoci. Siamo, forse, tanto abituati ad accettare i falsi del sistema, da provare un senso di insicurezza, di sbigottimento davanti alla verità. Ed è estremamente confortante, per me, rilevare che ci sono uomini, anche qui in Sardegna, che si battono sul mio stesso fronte.
Scrive Jacopo Onnis: «Si deve… sottolineare con forza che un formidabile incentivo all'aumento della criminalità è stato, in tutti questi anni, lo spettacolo di corruzione impunita, di scandali insabbiati, di prevaricazioni continue, offerto dalla classe politica dirigente: colui che delinque può ben sperare di farla franca, quando vede costantemente sfuggire ai rigori della legge chi sta molto più in alto di lui. Né bisogna dimenticare che, per il potere, l'area della criminalità comprende solo reati quali i sequestri di persona, le rapine, le estorsioni, ecc. e attorno a questi scatena il fuoco incrociato dei grandi mezzi di comunicazione di massa, ma lascia al di fuori e tace, e per ben comprensibili motivi, su tutto quel vasto fenomeno di delinquenza legato alle istituzioni, al potere economico, all'esercizio dell'impresa, all'accumulazione del profitto (…) Questi reati, per le classi dominanti, non suscitano notizia; eppure, anche in molti di questi casi è in gioco la vita umana. Su questi delitti non bisogna pensare. E ben si comprende perché sia così…» (Jacopo Onnis in «L'Unione Sarda» del 14.10.1975).
Scrive Roberto Guiducci: «Gli assassini hanno copiato gli industriali. Incassare i soldi del riscatto e uccidere la vittima corrisponde esattamente alla legge del massimo profitto con le minime perdite. Da Al Capone in poi l'industria del crimine ha copiato esattamente l'organizzazione e i metodi dell'industria capitalistica… Il suo sistema e la sua ideologia non sono originali. E' un'ideologia totalmente imitativa di una società predatoria, concorrenziale, violenta… Se la rapina è il modello economico delle classi dominanti, la rapina e il rapimento diventano il modello per tutti (Citato da Jacopo Onnis in «L'Unione Sarda» del 14.10.75).
E diciamolo dunque chiaramente. La nostra società pullula di banditi. Anzi, è una società di banditi. Di tacca diversa e con diverso armamentario. Banditi del capitale e banditi del mitra. Banditi della politica e banditi della burocrazia. Banditi in divisa e banditi in borghese. Banditi in tocco e banditi in porpora. Banditi corrotti fin nel midollo, senza salvezza - quando si arriva al limite di lasciare impunito il ministro che ha rubato miliardi e si getta a marcire in galera il poveraccio che ha rubato una mela. Una razza marcia di banditi moralisti e filistei.
C'è ancora gente pulita, che mal si adatta a vivere in una società di banditi. Sono gli sfruttati, i senza-denaro, che non hanno imparato a usare le armi, proprie o improprie, o che rifuggono dall'usarle. Tutta gente che non farà mai carriera, che tirerà sempre il carro, che vomita a vuoto. La maggior parte si è rassegnata a ogni genere di sopraffazione, di rapina, di sfruttamento, di estorsione. E a questa gente si viene a dire di avere fiducia nella giustizia del sistema!
Ci sono i banditi della ingiustizia e della miseria, che vengono perseguitati, uccisi. E ci sono i banditi della ricchezza e del privilegio, tutelati dalla legge, che sono persecutori perché non tollerano la concorrenza dal basso. I primi sono una conseguenza dei secondi. Facendo scomparire questi, scompaiono automaticamente quelli.
In teoria - sostengono i riformisti più illuminati - i banditi del Supramonte scomparirebbero se si eliminassero la ingiustizia e la povertà. In pratica - io credo - non si instaura giustizia e non si elimina la povertà fintanto che esistono i banditi del potere.

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