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Capitolo IX - Gli sciacalli di Tharros

1 - Non si possono ignorare le vicende di Tharros, in una rassegna dei fenomeni di criminalità in Sardegna - comprendendo nella classificazione anche e soprattutto quei fenomeni di rapina e di sfruttamento colonialisti, non contemplati nei codici repressivi o mascherati come atti di civilizzazione o, al più, genericamente riprovati sotto il profilo morale.
Le moderne vicende dell'antica Tharros sono costituite da una fitta rete di ladronerie, sopraffazioni e falsi: sono la esemplare testimonianza di un animus banditesco di marca colonialista, retaggio inestirpato di governatori spagnoleschi. Un animus ancora oggi vivo e diffuso a livelli diversi nei rappresentanti del potere statale nell'amministrare l'Isola, i suoi abitanti, il suo patrimonio naturale e storico.
Tharros - o più precisamente i ruderi che ne restano - è situata a Sud della penisola del Sinis che costituisce l'arco superiore del golfo di Oristano. (L'arco inferiore, Capo Frasca, recintato da cavalli di Frisia e vigilato da sentinelle armate, è occupato dai banditi della guerra che lo utilizzano come poligono di tiro per aerei supersonici). Fondata dai Fenici, rientra come anello della catena strategica nel disegno di dominio e di sfruttamento dei popoli mediterranei che i Cartaginesi portarono avanti dal VII al II secolo, fino allo scontro con il concorrente imperialista romano, che ne uscirà vincitore e occuperà la Sardegna nel 141 a. C.
Importante base strategica, nodo di traffici marittimi, con un fertile entroterra, la città di Tharros è nell'antichità uno dei più floridi centri del Mediterraneo. Arriveranno poi i missionari del cristianesimo al seguito di Vandali convertiti e di ortodossi Bizantini. Più avanti entrerà in scena l'islamismo. Ai pirati genovesi, pisani e spagnoli si alternano i pirati saraceni e turcheschi. I pochi abitanti sopravvissuti emigrano cercando scampo nell'interno.
Al periodo di poco precedente al totale esodo e decadimento di Tharros (intorno all'anno 1000), risale probabilmente la leggenda della fondazione della città di Oristano, la cui toponomastica «Stagno d'oro» proverebbe che è stata costruita su uno stagno prosciugato.
La leggenda sulle origini di Oristano è per molti versi edificante e vale la pena raccontarla breve breve.
Dunque, molti e molti anni or sono era re di Tharros un certo Joneto, grande nemico dei Saraceni pirati e predatori di beni e di fanciulle cristiane dal roseo incarnato.
Ai Saraceni, Joneto rapì la principessa Zulemma, nel corso di una memorabile battaglia nel golfo vicino tra barchini di falasco cristiani e feluche islamiche. Zulemma - come tutte le principesse di allora - era bellissima: aveva poppe sode e fianchi rotondi, gambe lunghe agili e ben tornite, carnagione lattemiele e occhi verde smeraldo.
Joneto se ne invaghì, smanioso di far suo quel bocconcino d'infedele. Zulemma - femmina perspicace - pur essendo maomettana fece proprie le usanze cristiane: disse al re che se le sue intenzioni erano serie le dimostrasse sposandola in chiesa - altrimenti, niente bocconcino. Si sa come sono le belle donne: se il povero maschio s'innamora, ne approfittano. La bella Zulemma chiese, per soprammercato, una congrua dote: una città da edificarsi precisamente al posto dello «Stagno d'oro» che luccicava a un tiro di schioppo da Tharros, ormai in decadenza.
La richiesta di Zulemma mise in crisi Joneto e tutto quanto il suo governo. Si riunirono ministri e sacerdoti per esaminare a fondo la questione. Costruire una città non era difficile: la manovalanza generica anche allora non mancava, e si sarebbe potuto ripiegare su costruzioni in mattoni di fango senza servizi, tipo le attuali case popolari. Ma prosciugare uno stagno, coi mezzi di allora, era una faccenda maledettamente complessa - e inoltre c'era da tenere conto dei diritti esclusivi di pesca in tali acque ricche di muggini, cefali e anguille che fruttavano fior di marenghi alla Corona e ai nobili.
Così come sono soliti fare tutti i governanti in situazioni difficili, Joneto - dice la leggenda - chiese aiuto al Diavolo. Il quale, di buon grado acconsentì ad accollarsi l'onere del prosciugamento dello «Stagno d'oro», in cambio di due anime. Due anime solvibili - naturalmente. Per la precisione, l'anima di Joneto e della bella Zulemma.
Il contratto venne stilato come d'uso su carta pergamena legale, con timbri, sigilli e firme tutto in regola. Nacque così l'attuale Oristano, da un concordato tra Stato e Inferno.
La leggenda continua e dice che Joneto, giunto alla vecchiaia, entrò in crisi di coscienza. Si pentì amaramente di avere venduto la propria anima - dell'anima di Zulemma non se ne preoccupava: le belle donne, si sa, vanno all'inferno comunque. Joneto fece penitenza, si dedicò a opere pie e infine, non sapendo più come uscirne, si rimise nelle mani di Santa Madre Chiesa.
Su intercessione del Vescovo, il caso fu affidato alla Madonna del Rimedio - tutt'ora allogata in una vicina basilica. Costei sottrasse al Diavolo il contratto in pergamena (la leggenda non dice come) liberando il re Joneto dalla dannazione eterna…
Fin qui la leggenda. Che non è poi tanto campata in aria, se ancora oggi nell'Oristanese si verificano vendite di anime notabili al Diavolo, per ottenere seggi parlamentari e altri privilegi, e se ancora oggi è frequente la sparizione di documenti compromettenti. (In “La Nuova Sardegna” quotidiano di Sassari – 22.8.1969)

2 - Tornando all'attuale Tharros, l'ex sovrintendente alle antichità Gennaro Pesce dice: «La pirateria mussulmana ha una storia che dura dal secolo VIII al primo quarto del XIX e che può distinguersi in due tempi: il saraceno e il turchesco». Egli dimentica la pirateria cristiana, spagnola, pisana, genovese, francese, inglese e in particolare quella sabauda, dato che, per quel che concerne Tharros, la rapina del patrimonio archeologico inizia dal secolo XIX e si conclude per esaurimento dello stesso patrimonio ai giorni nostri. I pirati saraceni e turcheschi hanno sì depredato villaggi e rapito fanciulle, ma delle immense ricchezze di Tharros non hanno toccato neppure uno spillo.
Abbandonata e dimenticata, sepolta e protetta dagli agenti atmosferici con una coltre di terra, la «città morta» ha infatti conservato intatto il suo patrimonio artistico e ingenti tesori fino ai primi anni del 1800. Fino a quando, alimentata dalle voci popolari diffuse da illustri visitatori in tutta l'Europa, nacque la fama di un «Eldorado» in Sardegna e cominciò la più folle corsa all'oro che la storia dell'Isola ricordi. Da qui il nome di «Piccola California» dato a Tharros da Heinrich Von Maltzan nella sua opera «Reise auf der Insel Sardinien».
Il fatto che tra gli abitanti dei paesi vicini circolassero amuleti, scarabei, monili e altri preziosi manufatti di origine punica, consente agli storiografi del sistema di gettare sui contadini e sui pastori della zona le colpe della gigantesca rapina. Contadini e pastori sarebbero stati i primi a operare scavi e manomissioni di tombe puniche e romane. Se pure fosse vero, si tratta di sottrazioni di piccola entità, ricerche a fior di terra, effettuate con mezzi rudimentali e con l'approssimazione dello sprovveduto.
Uno storiografo del periodo, che sostiene questa tesi, è Alberto W. Della Marmora, famigerato avventuriero, autore di un «Itineraire de l'Ile de Sardaigne». Costui, a sua volta, ma a fin di bene, spogliò gli sciacalli indigeni dei reperti archeologici in loro mano.
Nel 1838 danno il via alle depredazioni in grande stile il marchese Scotti, aiutante di campo del viceré sabaudo, e il gesuita Perotti, del seguito. Da costoro furono estratti tre carri colmi di manufatti antichi. (Documentato da G. Spano, storico del periodo, nel «Bollettino Archeologico Sardo»).
Tra i nobili sciacalli dell'onda calata su Tharros se ne annoverano di famosi: lo scrittore moralista Honoré de Balzac e il re liberale Carlo Alberto.
Filibustiere di squisiti modi, per ritemprarsi dei suoi ponderosi dubbi, il re tentenna era già sbarcato nel 1837 a Tavolara, armato di cesellato archibugio, per dare la caccia alle favolose capre dai denti d'oro e dalle corna enormi. Pare che Carlo Alberto fosse più interessato ai denti d'oro che alle grandi corna: già allora la Corte piemontese vantava magnifici esemplari di becchi, ma poco cospicuo aveva l'erario. Purtroppo i denti delle capre di Tavolara risultarono d'oro falso (si trattava di una patina gialla metallica prodotta dalle erbe di cui si cibavano quegli animali). E così, cinque anni dopo, nel 1842, Carlo Alberto torna in colonia. Stavolta a Tharros, dove organizza, presenziando, una serie di scavi che fruttarono manufatti romani (vasi di vetro, terracotte e monete) e punici (monili d'oro e scarabei). Questi tesori furono in parte immessi nella collezione privata dei Savoia e in parte finirono per ornare le puttane di Corte.
Honoré de Balzac, pieno di debiti, sbarca in Sardegna con l'intento di rimettersi in polpe sfruttando una miniera d'argento. L'impresa mineraria non dà i frutti sperati; così, nel 1838, attratto dalla fama di Tharros, il de Balzac vi si reca, dedicandosi per diverso tempo alla rapina archeologica.
Arrivano poi inglesi e tedeschi. Tra questi c'è qualcuno - meno male - che alla cupidigia dell'oro unisce interessi scientifici.
Nel 1851, un gentleman inglese, Lord Vernon, sbarca a Capo San Marco, nella penisola del Sinis, con una imponente attrezzatura che gli consente di scoprire, mettere in luce e depredare numerose tombe romane con manufatti in vetro e in terracotta e infine una serie di tombe puniche ricche di manufatti preziosi in oro, argento e gemme lavorate. L'inestimabile bottino viene ceduto al Museo Britannico, dove in parte si trova tutt'ora.
A questo punto, e soltanto allora, le popolazioni della zona si rendono conto di essere sistematicamente e sfacciatamente derubate di un patrimonio che appartiene loro per diritto naturale e storico. Vedendosi soffiare da sotto il naso tutto quel ben di Dio, muovono alla riscossa. Lo storico Spano scrive che per tre settimane, oltre cinquecento cercatori d'oro, armati di picconi e badili, scavarono forsennatamente giorno e notte nella zona. I danni prodotti al patrimonio archeologico furono certamente ingenti, ma è improbabile che alcuno degli sprovveduti ricercatori abbia scoperto e trafugato sostanziosi tesori, scavando e devastando confusamente e con rabbia.
Ricerche e depredazioni fruttuose, specialmente nelle necropoli, venivano invece effettuate - e sono continuate fino a oggi - in tutta la penisola del Sinis a opera di sciacalli esperti, i quali agivano e agiscono su commissione di signorotti collezionisti e di commercianti che avviavano e avviano i reperti all'estero (Q. Sella – Relazione alla commissione d’inchiesta – Roma 1871).

L'ex sovrintendente Pesce, in un suo saggio su Tharros, centra male l'oggetto della sua indignazione di archeologo, prendendosela con gli abitanti del luogo, in riferimento al dissennato saccheggio dell'aprile 1852.
«Pastori e contadini e pescatori avidi e ignoranti, incapaci di intuire che i manufatti trovati erano cose d'interesse artistico e storico, non legate alla sostanza di cui erano fatte, quei miserabili non vedevano altri valori che l'oro come metallo e per ciò fondevano monete e oggetti d'oreficeria artisticamente cesellati, e spezzettavano in dozzine di pezzi, per distribuirli tra compagni di lavoro, lamine d'oro delicatamente lavorate a sbalzo o a bulino, senza rendersi conto che pregiudicavano anche i loro interessi, perché, annullando il valore artistico dei reperti, ne riducevano per conseguenza il prezzo, calcolato dai gioiellieri soltanto in relazione al peso del metallo. Se invece fossero stati lasciati integri, quegli oggetti sarebbero stati acquistati a prezzi ben più alti» (G. Pesce – Tharros – Cagliari 1966).

Al Pesce - che dimostra di conoscere a fondo l'arte di far fruttare in commercio le rapine archeologiche - vanno fatte alcune obiezioni. Con quali strumenti, gli «ignoranti» e «miserabili» contadini, pastori e pescatori avrebbero potuto fondere i manufatti d'oro? Si erano specializzati orefici fonditori? Oppure è più vero e più onesto dire che i reperti d'oro (quelli ai quali il sistema dà un valore commerciale) trovati da quella povera gente venivano arraffati per pochi spiccioli dai signorotti e dai gioiellieri, e che questi ultimi - se mai - hanno potuto compiere lo scempio della fusione? C'è comunque una bella differenza, in termini di responsabilità storica, in una simile rapina, tra il sottrarre un monile per fonderlo e ricavarne pane per sfamarsi e il sottrarre lo stesso monile per venderlo nei mercati esteri speculandoci sopra.

3 - Sulla fedeltà dei sovrintendenti e dei funzionari preposti alla tutela del patrimonio archeologico e artistico non c'è da fare molto affidamento. All'inizio di questo secolo, un signorotto oristanese, l'avvocato Efisio Pischedda, aveva raccolto una cospicua collezione rapinando le necropoli tharrensi, col beneplacito del sovrintendente alle opere di antichità della Sardegna. La maggior parte di questa collezione è stata venduta all'estero dagli eredi del Pischedda.
Gli scavi «regolari» - quelli, per intenderci, iniziati ufficialmente dalla sovrintendenza alle antichità nel giugno 1956 e ancora in corso - hanno chiuso la stalla dopo che i buoi sono scappati. A Tharros città è rimasto ben poco da trafugare. Restano però, ancora, nelle zone adiacenti, tombe isolate che i predatori continuano a ricercare, a profanare, a rapinare. E continua ancora il traffico di manufatti antichi, che il più delle volte prendono il volo verso il Continente, dove impinguano collezioni di ricchi industriali, derubando i Sardi del loro patrimonio artistico e storico. Di questo traffico è a conoscenza la stessa sovrintendenza alle antichità di Cagliari, che si dichiara impotente a stroncarlo.
Lo scempio di Tharros non finisce qui. C'è in atto una azione banditesca che minaccia il poco che resta della «città morta». Una azione speculativa che ha scandalizzato l'opinione pubblica (che pure è abituata a vederne di tutti i colori) e che ha provocato la reazione di quei vecchi romantici di «Italia Nostra». A Sud degli scavi, precisamente nella necropoli meridionale, sono state costruite da alcuni notabili oristanesi otto ville residenziali, ed è stata recintata, e quindi preclusa al pubblico, una vasta area intorno alle costruzioni.
Le otto ville sono state costruite con «regolare» autorizzazione della sovrintendenza. Non conosco quali siano i «poteri discrezionali» di questa istituzione, e non mi importa conoscerli, per giudicare fino a che punto si tratti di un arbitro o di un fatto legale. Ciò che è certo è che ci troviamo davanti a un ennesimo atto di banditismo e di rapina, poiché da alcuni privati è stato sottratto un patrimonio che è e deve restare comune.
Si tratta di un patrimonio che ha ancora una notevole importanza turistica oltre che artistica. Bisogna dire che all'interno dell'area edificata e recintata dai notabili oristanesi vi si trovano - a detta di esperti - numerose tombe. E chi può dire che altre non se ne possano scoprire? Vi si trovano inoltre una strada romana e le banchine dell'antico porto. E a proposito dell'antico porto - in parte sommerso, le cui banchine sono visibilissime col mare calmo - c'è da chiedersi come mai un esperto come è l'ex sovrintendente Pesce lo abbia ubicato ai margini degli scavi e non invece dove si trova, cioè davanti alle ville, dove i notabili attaccano i loro motoscafi.
Qualche anno fa, su sollecitazione di «Italia Nostra», ho mosso le acque sporche di Tharros sulla stampa sarda e del Continente. Sono emerse pesanti responsabilità, e le ho denunciate. Tutto è finito lì. Il sistema, evidentemente, non ritiene consumistico incriminare i «banditi» perbene, preferisce prendersela con tutta la violenza di cui è capace, coi pastori del Supramonte.
Coi soldi dello Stato è stata aperta una strada che passa ai margini degli scavi che hanno messo in luce la necropoli punico-romana. Questa strada è diventata una vera e propria servitù a vantaggio esclusivo dei proprietari delle ville, gli unici cittadini autorizzati a percorrerla. Per disposizione della sovrintendenza, costoro possono passarci «soltanto con mezzi dotati di ruote gommate». E qui sta la beffa dopo lo scorno: da quando in qua i proprietari di ville e di yacht viaggiano con il carro a buoi? Mentre una ordinanza, di recente emanata dalla stessa sovrintendenza, vieta il transito con veicoli (anche forniti di ruote gommate) a tutti gli altri cittadini, i quali devono farsi chilometri di strada a piedi per arrivare al tempio della dea Tanit che si trova oltre la zona recintata.
La zona archeologica - necropoli e porto - racchiusa nella proprietà privata è perduta al turismo, è interdetta al visitatore, allo studioso. E molti dubbi sorgono sul fatto che le prescrizioni imposte dalla sovrintendenza ai proprietari delle ville vengano da questi rispettate all'interno della loro proprietà. C'è sempre una preconcetta sfiducia da parte delle autorità dello stato nei confronti della povera gente, che è vista e trattata sempre da potenziale criminale. Come mai tanta cieca fiducia sul senso civico e artistico della gente ricca? Sul senso civico, può anche essere: si sa che i ricchi sono forniti di «buone maniere». Ma sul senso artistico e archeologico, sulla competenza in materia (per non dire sulla onestà)? Danni al patrimonio archeologico possono provocarne anche i papi, che di norma sono persone colte. Il Gregorovius ha documentato l'intraprendenza degli operatori economici della Roma medievale, i quali, nello slancio operoso, rubavano dai templi pagani, distruggendoli, per edificare le basiliche ai nuovi santi. E c'è qualcuno che sostiene che qualcosa del genere sia accaduta nella edificazione delle otto ville a Tharros (In “La Nuova Sardegna” del 20 e 21 settembre 1969 e in “Mondo Giovane”, Milano 1971 – nn. 4/5 aprile maggio).

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