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Capitolo XI - L'invasione petrolchimica

1 - La storia della colonizzazione dell'Isola presenta due momenti particolarmente intensi: l'operazione di invasione e di rapina effettuata dal capitale piemontese nella seconda metà del secolo scorso, che si ripete negli anni sessanta di questo secolo con la invasione petrolchimica.
La stessa attuale situazione socio-economica e politica, nei suoi aspetti di corruzione e marasma, presenta notevoli affinità con quella del periodo post-unitario compreso tra il 1860 e il 1890. L'analisi e i giudizi che di quel periodo dà F.S. Merlino si attagliano benissimo al presente.

«Se i ministri son diventati maestà, i segretari generali si sono trasformati in eccellenze e gli uni e gli altri si sono esonerati dalla formalità umiliante d'essere rieletti. Molti nostri deputati son stati promossi diplomatici, quantunque siano bestie, o più tosto quantunque fossero (perché il potere è una fonte di luce, e che luce!), senza parlare di quelli promossi banchieri, grandi possidenti, presidenti di amministrazioni, ecc. ecc… Il governo è una commedia rappresentata in Italia da 508 deputati, i quali divertono il pubblico a duecento lire all'ora (tanto vengono a costare i discorsi parlamentari…) intanto che fuori i banditi svaligiano le case per sé e per i commedianti loro complici… La grande camorra regna nelle amministrazioni, circonda i tribunali, domina nelle elezioni e si propaga attraverso una catena ininterrotta di intermediarii, dall'insignificante portiere al re della Borsa e dal più oscuro deputato al più potente ministro. La grande camorra, la quale ora si serve della piccola per compiere le sue infamie, ora, fingendo di volerla schiacciare, si mantiene sulla via della legalità, è una coalizione di potenti, che calpesta ogni resistenza e sa disfarsi di un avversario ostinato, o di un rivale molesto senza necessariamente ricorrere al pugnale o alla rivoltella; ma servendosi di armi non meno insidiose: l'ammonizione e la calunnia» (F. S. Merlino – Questa è l’Italia – Milano 1953).

Oggi i ministri sono diventati satrapi, e forti del potere assicurato loro dal padrone capitalista non si curano neppure più di salvare le apparenze costituzionali: intascano spudoratamente miliardi dai petrolieri vendendo loro il sangue dei lavoratori. I quotidiani «indipendenti» giocano alla «critica democratica», quando scrivono che «l'oligarchia dei partiti sta sopravanzando perfino gli istituti costituzionali della Repubblica» e che il «parlamento, ormai, non conta più nulla» (In «La nuova Sardegna» del 3.3.1974 - Editoriale). In verità, il parlamento continua a recitare la commedia, anzi la farsa con un più nutrito e scaltrito cast di attori e con costi ben più alti delle 200 lire all'ora del 1890.
In questo clima di marasma e di ladrocinio la consorteria al potere ha progettato e varato l'invasione petrolchimica della Sardegna. Sta per concludersi così la lunga storia di un popolo che ha saputo resistere comunque, e fino a oggi, a tutti i tentativi messi in atto dagli invasori per il suo totale assoggettamento, per la liquidazione della sua millenaria cultura.
Questa ultima operazione colonialista, estremamente complessa negli interessi economici e politici, va considerata, schematicamente, nei seguenti aspetti:
1) La Sardegna, come la Sicilia, si trova sulla «via del petrolio», ma più di questa regione è isolata dal Continente e si presta quindi a essere ridotta a una piattaforma di raffinerie; c'è ance la disponibilità della classe politica indigena - l'utile dei petrolieri e dei loro accoliti contro il progresso civile dell'Isola e contro la stessa sopravvivenza storica del suo popolo.
2) Una serie nutritissima di leggi, di cui importante quella del '53, che costituisce il Credito Industriale Sardo (CIS), che il parlamento ha varato per volontà dei gruppi monopolistici del capitalismo straniero e nazionale per incentivare e favorire in ogni modo l'insediamento nell'isola di impianti petrolchimici.
3) Mistificazione della operazione, fatta passare come linea di sviluppo industriale nella «rinascita» del Mezzogiorno e più in particolare del «Piano di Rinascita» della Sardegna - una cortina fumogena approntata e diffusa come copertura alla invasione del capitale petrolchimico. Si dava in tal modo un alibi ideologico anche alla sinistra per giustificare il mercimonio agli occhi dei lavoratori: lo si è gabellato come il toccasana di tutti i problemi del sottosviluppo (cioè degli effetti dello sfruttamento colonialista), come un intervento progressista imposto ai padroni dai rappresentanti della classe operaia, che avrebbe incrementato l'occupazione, frenato l'emigrazione, debellato il «banditismo» in Barbagia, creato il benessere generale. Oltre ciò - e qui non so bene se si debba parlare di demagogia o di imbecillità paleo-marxista - si sosteneva che la creazione delle industrie petrolchimiche nell'Isola avrebbero prodotto proletari (senza i quali pare che non si possa fare alcuna rivoluzione).
4) Come sono state create le società petrolchimiche e con quali disinvolte operazioni il capitale si è insediato nell'Isola.
5) Come il capitale petrolchimico si è impadronito delle leve del potere politico e amministrativo, dei canali di informazione, e fino a che punto il petrolio ha corrotto i sindacati e gli stessi partiti operai.
6) La guerra senza esclusione di colpi tra società petrolifere e tra i loro accoliti per la spartizione della torta, e i riflessi negli atti e nei rapporti all'interno delle strutture politiche e amministrative.
7) I costi degli impianti in rapporto alle unità lavorative effettivamente occupate.
8) Rapporto tra petrolchimiche e smantellamento delle tradizionali industrie estrattive e delle industrie di trasformazione e conservazione dei prodotti agricoli.
9) Rapporto tra petrolchimiche e crisi dell'agricoltura e dell'allevamento: una crisi mai raggiunta prima, con una emigrazione di vastissima portata.
10) La creazione del «terzo polo di sviluppo» a Ottana nel Nuorese, e la sua funzione antibarbaricina, in correlazione al disegno di creare in Barbagia «Parchi nazionali».
11) Gli effetti inquinanti delle petrolchimiche nell'ambiente: quali sono gli attuali livelli di degradazione; l'estinzione del patrimonio naturale; la diffusione di tumori; la proliferazione di gruppi ecologici finanziati dal sistema per criticare il sistema.
12) La polemica in famiglia del «Corriere della Sera»: area di servizi petrolchimici o area di servizi turistici per «il riposo del guerriero»?
13) Rapporti tra industrie petrolchimiche e basi militari nel disegno di utilizzazione coloniale dell'Isola.
Sempre più chiaramente il popolo sardo si rende conto che il processo di industrializzazione (fondato sul petrolio) è una tragica truffa. Le istituzioni dello stato, gli stessi partiti democratici e le organizzazioni di rappresentanza delle istanze popolari sono sempre meno credibili agli occhi del popolo. Il sistema corre ai ripari mobilitando governo e opposizioni su una nuova operazione demagogica di rilancio del «Piano di Rinascita» (legge 509 o dei mille miliardi), dove tra ipocrite autocritiche e cortine fumogene si parla di rivalutazione dell'agricoltura e dell'allevamento. Si tratta di una operazione tendente a castrare le masse lavoratrici in fermento e a consentire al capitale petrolchimico di concludere fino in fondo il totale assoggettamento dell'Isola.

2 - Lo sviluppo industriale moderno, in funzione del profitto capitalistico, ha dato luogo a una abnorme civiltà che tende sempre più a snaturare e a degradare l'uomo e il suo habitat. Tra gli altri fenomeni, il più appariscente è l'esasperato incremento della motorizzazione, che necessita di un colossale sfruttamento delle risorse petrolifere, della loro trasformazione e della immissione di un ininterrotto immenso fiume di carburante. Il mostruoso apparato, che prima o poi dovrà incepparsi, minaccia di far crollare, insieme all'economia e agli equilibri che bene o male l'uomo è riuscito a stabilirsi, questo tipo di civiltà.
Tale dissennata espansione ha costretto il capitalismo a reperire e a utilizzare sempre nuove aree di servizio per la trasformazione del greggio: aree possibilmente di scarso interesse economico, dato l'alto indice di inquinamento che questi impianti determinano; aree dove fosse possibile attingere manodopera a basso costo per la messa in opera degli stessi impianti e per la loro manutenzione: aree ubicate nei punti utili alla distribuzione dei prodotti.
La Sardegna risponde a questi requisiti: la presenza di un popolo di antica civiltà con sue autonome prospettive di sviluppo economico e di progresso civile e la stessa sopravvivenza di un milione e mezzo di abitanti sono dati insignificanti davanti all'interesse del capitalismo.
I vari governi che si sono succeduti dal dopoguerra a oggi hanno dimostrato che fascismo e democrazia, in uno stato borghese, sono niente altro che due modi solo apparentemente diversi di gestire il potere capitalistico. Per fare salvo il principio democratico del «ricambio» con le elezioni degli «addetti al potere», si è ricorso alla «intercambiabilità» degli stessi uomini. Ciò dava al capitalismo la sicurezza sulla fedeltà dei suoi lacché, una garanzia di continuità e quindi di «capacità di servire» da parte degli stessi lacché. Di fatto, alla dittatura fascista si è sostituita in Italia la dittatura di una oligarchia. Una volta ricevuto il potere e impadronitasi di tutte le postazioni del sottobosco amministrativo, con la corruzione, con i brogli, con i ricatti, l'attuale consorteria ha tutti gli strumenti per conservare il potere, e le elezioni, così come ogni altro «istituto democratico», diventano e sono una farsa, in cui ci si deve preoccupare soltanto di fare salve certe formule.
Il governo (dire i governi non ha senso, quando al potere si avvicendano sempre gli stessi uomini) ha varato una miriade di leggi per favorire il capitale. Alcuni tentativi di sganciamento dalla tutela del capitalismo yankee, di cui si sono avute sporadiche convulsioni a livello governativo e parlamentare con qualche impennata autonomista, trovano la loro unica motivazione nella concorrenza tra gruppi monopolistici.
Il CIS (Credito Industriale Sardo), in un lussuoso opuscolo intitolato «Invito agli investimenti in Sardegna», ha raccolto ben 45 leggi utili al capitale. Si tratta di un vade-mecum del colonialista in Sardegna. Ne riporto alcuni passi.

«Una serie di provvidenze predisposte dallo Stato e dalla Regione Sarda sono a disposizione degli operatori che si propongono la realizzazione di iniziative industriali nell'Isola. Si tratta principalmente di incentivi finanziari (quelli morali non sono contemplati qui, si ritrovano nei vade mecum appositamente redatti per il popolo - nda), quali i finanziamenti a tasso agevolato e i contributi in conto capitale (leggi: a fondo perduto - nda), e di incentivi a misura fissa, quali le agevolazioni fiscali, le riduzioni tariffarie sui trasporti ferroviari e marittimi, le esenzioni doganali, ecc. diretti ad assicurare all'imprenditore adeguati capitali ed a sollevarlo, soprattutto per il periodo dell'avviamento, di costi altrimenti gravosi» (CIS - Invito agli investimenti in Sardegna - SEI Cagliari, senza data).

Il primo paragrafo fornisce l'elenco dei finanziamenti a tasso di favore per la costruzione di nuovi impianti industriali, il rinnovo, la conversione e l'ampliamento di impianti esistenti e cita una decina di leggi che regolano la materia. In base a queste leggi, sono ammissibili a finanziamento le spese:
a) per l'acquisto del terreno su cui dovrà sorgere lo stabilimento industriale;
b) per le opere murarie relative alla costruzione dello stabilimento e sue pertinenze, comprese quelle per l'installazione e il sostegno dei macchinari;
c) per le opere di allacciamento dello stabilimento alle strade ordinarie, nonché per i raccordi ferroviari;
d) per gli allacciamenti agli acquedotti e alle fognature, per lo scavo di pozzi ed il convogliamento delle acque così ricavate, per le opere ed impianti di illuminazione o bonifica dei residui dannosi alle lavorazioni (si badi bene: alle lavorazioni, non delle lavorazioni - nda);
e) per gli allacciamenti alle reti di distribuzione dell'energia, per l'impianto di cabine di trasformazione, nonché per gli allacciamenti a metanodotti o oleodotti, a centri di raccolta o deposito di metano o di olii minerali ed a fonti di energia geotermica (questo punto chiarisce che non si tratta di incentivare industrie per la lavorazione del sughero o del latte di pecora, ma quelle dei petrolieri Moratti, Rovelli and Company - nda);
f) per opere sociali… (figuriamoci quali! - nda);
g) per l'acquisto di macchinari, attrezzature ed automezzi;
h) per trasporti, ed IGE (CIS - Invito agli investimenti in Sardegna - SEI Cagliari, senza data).
Stato e regione finanziano praticamente tutto. E ancora, sul limite del 40% (che può diventare il 100% col vecchio trucco dei progetti pompati) vengono finanziate anche le spese per la formazione di scorte per garantire al capitalista il funzionamento della sua impresa.
I finanziamenti in elenco giungono fino al 70% del valore dell'investimento complessivo. Gli investimenti che superano i 12 miliardi ricevono finanziamenti per il 50% (per la parte eccedente). E' chiaro che si finge il volere favorire piccole e medie imprese; ma vedremo come il grosso capitale ha saputo scomporsi, dando vita a una miriade di imprese calibrate in modo da usufruire del massimo delle agevolazioni. E' comunque sempre da tenere presente il fatto truffaldino che il valore effettivo dell'investimento è di regola (capitalistica) più basso di quello dichiarato, per cui il finanziamento cumulativo del 70% può significare anche più del 100% - una eccedenza di capitale che l'imprenditore userà in altre redditizie speculazioni.
I capitali vengono dati dallo stato e dalla regione a tasso agevolato del 4% - riducibile al 3% «alle piccole e medie aziende», e sono definite tali quelle che hanno un capitale investito non superiore ai 6 miliardi.
Una parte interessante del vade mecum del colonialista petrolchimico è il paragrafo relativo alle «garanzie»: lo Stato e la Regione si sono preoccupati di consentire l'accesso al credito agli imprenditori che non dispongono di adeguate garanzie. Ma si avverte che tali garanzie copriranno soltanto il limite massimo del 70% delle perdite accertate. Tuttavia, un ulteriore intervento della Regione è disposto dal Piano di Rinascita che prevede (legge 588 del '62 art. 30) il beneficio della garanzia sussidiaria della Regione per il 30%.
Altri prestiti vengono concessi per la costituzione di scorte di materie prime e anche di prodotti finiti, necessari a far funzionare gli impianti.
Altre sovvenzioni a tasso agevolato del 3% vengono anche fornite dal CIS fino a 100 milioni.
Si arriva poi ai contributi in conto capitale, per i quali - avverte il vade mecum - va riservata «particolare attenzione». Si tratta infatti di contributi a fondo perduto che «consentono alle imprese di contenere, in zone non ancora del tutto autosufficienti, gli elevati costi d'impianto». Sono fior di miliardi regalati dalla Cassa per il Mezzogiorno e dalla Regione sarda ai capitalisti, che raggiungono fino al 330% dei costi complessivi dei macchinari, delle attrezzature, delle opere murarie. «L'intervento della Regione si rileva quanto mai efficace, perché i contributi da essa concessi possono essere accumulati fino alla concorrenza del 40% con i contributi della Cassa».
Ci sono, quindi, «le agevolazioni fiscali»; l'anonimato azionario; l'esenzione decennale dall'imposta di ricchezza mobile; l'esenzione decennale dall'imposta sulle società; l'esenzione doganale; tassa fissa di L. 2.000 per spese di registro, di trascrizione e ipotecarie per l'acquisto di terreni e di fabbricati; riduzione a metà dell'IGE; riduzione a metà dell'imposta erariale sul consumo dell'energia elettrica; imposta annua in abbonamento sostitutiva di tutte le tasse e imposta indirette sugli affari relativi ai finanziamenti. (CIS - Invito agli investimenti in Sardegna - SEI Cagliari, senza data).
Ma non basta. «Ulteriori facilitazioni - si legge nel manuale del buon imprenditore colonialista - particolarmente importanti per la Sardegna a motivo della sua posizione geografica, sono accordate nel campo dei trasporti». Le riduzioni tariffarie sui trasporti terra e mare (ferrovie e traghetti) riducono in pratica quei servizi dello stato a servizio semigratuito dei capitalisti. Quando non basta lo stato, c'è la Regione: «A termini dell'art. 1 della legge regionale n. 22 del 1953, facilitazioni per il trasporto di materie prime e dei prodotti finiti sono praticate dalla Regione Sarda sia mediante la concessione di tariffe di favore, convenzionate con le imprese trasportatrici, sia mediante la concessione di contributi a favore delle aziende interessate» (CIS - Invito agli investimenti in Sardegna - SEI Cagliari, senza data).
E per concludere c'è il capitolo delle provvidenze varie. Tra queste: la riserva delle forniture e lavorazioni delle amministrazioni pubbliche; contributi per l'esecuzione di opere necessarie per le sistemazioni portuali, ferroviarie, stradali e igieniche; contributi per gli allacciamenti elettrici, idrici, telefonici e simili; concorso nelle spese relative ai consumi di acqua, di energia elettrica e di altra energia motrice; contributi diretti ad alleviare gli oneri sociali; concorso nelle spese per la collocazione delle materie prime e dei prodotti sui mercati; assistenza tecnica, cioè fornitura di manodopera, addestrata e aggiornamento dei quadri direttivi.
Con tutta questa serie di agevolazioni, una volta che tali imprese («che possono avere la forma di società o ditte estere oppure società italiane») possono contrarre in Italia debiti a medio e lungo termine ed emettere obbligazioni; e dato che con una semplice richiesta al prefetto o al presidente della giunta regionale possono ricevere una «dichiarazione» di «pubblica utilità» non dovrebbe restare più alcun dubbio su chi abbia l'effettivo potere in Italia e su quale sia il ruolo della classe politica e amministrativa.

3 - L'invasione dell'Isola da parte dei petrolieri viene mistificata come «processo di sviluppo» della economia isolana: i 44 miliardi della legge 588, regalati dallo stato ai Sardi per farsi la «rinascita», andranno in gran parte a impinguare il capitale monopolistico e in parte verranno sperperati per alimentare il sottogoverno e il clientelismo.
I petrolieri «incentivati» non risparmiano a loro volta «incentivazioni» per mobilitare tutti i lacché nel programma che ha lo scopo di fare passare una operazione di rapina per una «meritoria colossale opera di rinnovamento delle arcaiche strutture economiche dell'Isola, per la crescita civile e per il benessere delle popolazioni». Il petrolio - coi quattrini che vi girano attorno - è un eccitante che non risparmia neppure i partiti della sinistra di classe. I comunisti, prima ancora che le fabbriche nascano, fanno i conti di quante cellule operaie, di quante commissioni interne, di quanti tesserati e di quanti voti potranno disporre in quella che sarà la nuova Sardegna proletaria.
Scrive la rivista socialista Sardegna Oggi del 13 febbraio 1965 nel tentativo di mistificare la verità sulla criminale degradazione che il complesso petrolchimico di Sarroch produrrà nella zona.

«Chi scopre per la prima volta le intricate strutture della raffineria di Sarroch nel Golfo degli Angeli non può non nascondersi una forte sensazione di disappunto per il tradimento compiuto ai danni del paesaggio da quei mostri metallici. Ma poi viene in mente il recente insegnamento di Antonioni del "deserto rosso" e ci si tranquillizza. Non abbiamo ancora l'abitudine al paesaggio industriale: quando ci avremo fatto l'occhio sapremo apprezzare anche queste nuove forme: allora anche le pitture di Sironi diverranno più popolari».

Soltanto sotto la droga del petrolio si possono sostenere simili allucinanti bestialità: altro che «paesaggio industriale» alla Antonioni! Su tutta la zona di Sarroch regnano desolazione e morte: stagni, mare, spiagge, campagne, monti sono totalmente inquinati. E i «compagni» giornalisti non apprezzano abbastanza Antonioni e Sironi se hanno costruito le loro ville in tutt'altra parte!
Le previsioni «incentivate» che si fanno sull'avvenire della Sardegna sono rosee ed esaltanti. Le masse lavoratrici, che intanto fanno la fame ed emigrano, sono pregate di avere pazienza: il miracolo si compirà, e con il petrolio in casa non ci sarà un solo sardo senza la quotidiana bistecca. E miracolo nel miracolo, la Sardegna diventerà importatrice di manodopera! Vedremo finalmente Americani, Inglesi, e Tedeschi venire non più come turisti ma come poveracci a piatire un posticcino di manovale nelle nostre petrolchimiche. E' ciò che fa balenare il dott. Alfonso Falsari, segretario generale della Camera di Commercio di Cagliari, già direttore dei servizi dell'assessorato regionale all'industria e commercio ed emerito venditore di fumo, il quale, nel 1955, scrive:

«…mentre in generale si prevede una migrazione di manodopera dal Mezzogiorno verso le regioni Centro-settentrionali d'Italia, la scarsa densità della popolazione isolana (appena 53 abitanti per kmq.) e la notevole dispersione dei centri abitati, per lo più modesti 334 comuni per 1.300.000 abitanti su oltre 24.000 kmq.) lasciano prevedere, nel corso della rinascita economica e sociale della Sardegna, una prevalente immigrazione di forze lavorative, controbilanciate tutt'al più, in piccola parte, da movimenti compensativi» («Sardegna Oggi» n. 33 del 1963).

4 - Fra gli scritti apologetici sulla nascita e sui magnifici destini del complesso petrolifero SARAS-ESSO, creatura del noto ras Gianmarco Moratti, questo pubblicato su una rivista socialista è fra i più dignitosi.

«Il complesso di Sarroch è sorto con una naturale collocazione geografica, che soddisfacesse esigenze economiche e commerciali di trasporto e di costo minimo. In effetti la ESSO ha scoperto or non è più molto dei ricchi giacimenti di petrolio a Marsa Brega in Libia. La vicinanza della Sardegna al Nord-Africa e soprattutto ai pozzi petroliferi costruiti dalle società americane sul Golfo Sirtico permettono di far diminuire il gravoso prezzo del trasporto del greggio, raffinandolo prima in un porto non lontano dal luogo di estrazione…
…il grande complesso industriale sardo… ha richiesto (nei primi 18 mesi di gestazione - nda) un investimento di 25 miliardi, di cui 7 presi a mutuo dal CIS. Questo credito aveva invero suscitato a suo tempo polemiche della sinistra estrema in seno al Consiglio regionale.
Ai socialproletari e ai comunisti era stato comunque risposto che il mutuo era ben al di sotto del massimo di 17 miliardi che il piano quinquennale prevedeva potersi concedere ad una Società di tal fatta…
I primi accordi per la costituzione della Società furono stipulati nel maggio del 1962… Poco dopo nel dicembre dello stesso anno, le autorità regionali decretano a favore della SARAS l'autorizzazione ad emettere azioni al portatore di L. 10.000 fino al raggiungimento del capitale sociale di 500 milioni. L'operazione era in relazione alla costruzione e alla messa in esercizio entro il 1964 di una raffineria di petrolio a Sarroch. La SARAS fu quindi rilevata da un noto industriale di Milano, il dott. Gianmarco Moratti. Egli ne è oggi l'amministratore unico e, secondo le sue consuetudini, effettua una politica commerciale esclusivamente su «lavorazioni per conto» così da eliminare eventuali rischi…
…ad ultimazione degli impianti l'impiego complessivo di capitali si aggirerà intorno ai 28 miliardi di lire. La capacità produttiva annua sarà di 5.200.000 tonnellate. Un pontile lungo circa due km. collega l'impianto al mare, con un terminale per la manovra d'attracco di grandi petroliere. Tutto l'insieme si estende su un'area di circa 140 ettari e si calcola che saranno 5-600 navi l'anno ad attraccare al porticciolo, per cui giungeranno a Sarroch sulle 15-20 mila persone l'anno.
La Società di Moratti, avvalendosi della pluriennale esperienza della ESSO, ha adottato i più moderni procedimenti di distillazione. I prodotti del ciclo saranno costituiti da benzina premium normale, virgin nafta, petrolio turbojet, gasolio, marine diesel, oli combustibili fluidi e densi, gas liquefatto, e tutti i prodotti intermedi della distillazione. Questi prodotti soddisferanno innanzitutto le richieste locali, che si prevede debbano avere un forte incremento una volta dato reale impulso allo sviluppo previsto nel piano economico regionale.
Diverse polemiche sono nate per via del timore che l'erigendo complesso industriale potesse inquinare le acque del golfo o viziare l'aria di elementi nocivi. In effetti i pericoli d'inquinamento sono reali ed hanno proprio per questo costituito l'argomento di particolari studi della SARAS. La Società ha così adottato particolari sistemi tecnici per il recupero e per la rilavorazione degli oli eventualmente caduti in mare o in terra. L'inquinamento dell'aria dovrebbe essere evitato; infatti, anziché usare sistemi tipo cralking, saranno adottati procedimenti hidrofining che produrranno solo idrogeno solforato che la raffineria, anziché lasciar disperdere, riutilizzerà come combustibile…» («Sardegna Oggi» n. 62 del 1965).

Due anni prima, quando ancora la pioggia di petrolio non aveva imbrattato tutta la stampa, la stessa rivista aveva fatto una ben diversa storia della nascita della SARAS e dell'arrivo di papà Moratti.

«Un antico proverbio cinese sferza gli uomini politici che dicono di andare a Sud e spingono il carro a Nord. In Sardegna la vocazione meridionalistica della classe che manovra il potere somiglia molto a quella dei politici cinesi, ai quali il proverbio si riferisce. Prova ne è che i maggiori benefici delle leggi che dispongono numerose provvidenze per sollecitare le iniziative industriali nell'Isola sono goduti dai monopoli, vecchi e nuovi, del triangolo industriale o dei paesi stranieri.
Capitalisti di notissima fama giungono in Sardegna camuffati da imberbi studentelli come è il caso di Moratti, grandissimo ras del petrolio, che dopo aver rastrellato miliardi in Sicilia, ripercorrendo la via dei pirati fenici e saraceni, ha approdato sulle nostre sponde.
La Società SARAS è stata costituita il 24 maggio 1962 da due praticanti notarili, il venticinquenne Massimo Clarkson, figlio di un appaltatore di dazi di Tortolì, e la ventiseienne Caterina Melis, nativa di Santa Teresa di Gallura. I due hanno avuto la mirabile iniziativa e lo straordinario ardimento di creare, nella sede del notaio Locci, una società che ha per oggetto la costruzione e l'esercizio di impianti petrolchimici, con un capitale iniziale di 1 milione, elevato immediatamente dopo a 500 milioni attraverso la legge regionale sull'anonimato azionario cui i nostri avevano chiesto l'applicazione… Sei mesi dopo, esattamente il 3 novembre 1962, l'impresa nominava amministratore unico niente di meno che Gianmarco Moratti. Naturalmente la Società rinvigorita da tanto amministratore era ora in condizioni di versare alla Banca Nazionale del Lavoro 50 milioni di cauzione per l'aumento del capitale azionario fino a 500 milioni. E subito dopo la Società inoltrava pratica al Credito Industriale Sardo per un finanziamento di oltre 30 miliardi per la costruzione e l'esercizio di una grande raffineria a Sarroch, con capacità effettiva di 5.200.000 tonnellate annue» («Sardegna Oggi» n. 32 del 1963).

A parte le avventurose operazioni attraverso le quali viene costituita la SARAS, si fanno pesanti critiche sulla ubicazione della mastodontica raffineria nel golfo di Cagliari, a pochi chilometri dalla città capoluogo e sulle prospettive di sviluppo economico conseguente all'impianto petrolchimico.
La Sardegna diventa logisticamente importante nel momento stesso in cui la Libia - come altri paesi produttori - rifiutano nelle loro terre le basi di servizio dell'imperialismo yankee. Non è un caso che Decimomannu diventi la più grande base aerea USA nel Mediterraneo dopo la cacciata degli yankee dalla Libia e lo smantellamento della loro base di Weelus Field. Stessa politica antimperialista si sviluppa in altri paesi produttori di petrolio nel Medio-Oriente. Ne consegue che la Sardegna dovrà sopperire, almeno per la raffinatura e la distribuzione, alle aree di servizio diventate «indesiderate» e quindi insicure, altrove.
La quantità di greggio da lavorare nella sola SARAS è considerevole: quasi due petroliere al giorno arriveranno al «porticciolo» nel golfo di Cagliari, davanti agli stabilimenti che distilleranno 5.200.000 tonnellate di greggio all'anno. E' ridicolo sostenere che «questi prodotti soddisferanno innanzitutto le richieste locali» - neppure se tutti i pastori delle Barbagie fossero dotati di aereo personale potrebbero mai consumare la metà del carburante ottenuti dalla SARAS. In verità, la SARAS è sorta in funzione del fabbisogno energetico dell'Europa industriale: la Sardegna non sarà mai grande consumatrice perché il suo ruolo è quello di sostituirsi alla Libia e al Medio-Oriente nel ruolo di colonia, come area di servizio. Buona parte dei macchinari degli impianti della SARAS - probabilmente fatti passare come nuovi - sono, appunto, residuati del Medio-Oriente; in parte - pare - rimossi da Israele perché danneggiavano la sua agricoltura modello. Vedremo poi come, annidato nel legname d'imballaggio dei macchinari residuati, sia stato introdotto nell'Isola, con la peste petrolchimica, il Phoracantha semipunctata, il terribile parassita dell'eucalipto, che attualmente minaccia di distruggere l'intero patrimonio boschivo delle nostre pianure.
La Società SARAS - è stato scritto - conscia dei pericoli di inquinamento che la presenza di impianti del genere avrebbe certamente prodotto nell'ambiente, si è preventivamente data da fare per evitarlo. Come? Sostituendo al procedimento cralking quello hidrofining che produrrà inquinamento a base di idrogeno solforato che verrà riutilizzato come combustibile; e per quel che riguarda l'inquinamento del mare, se mai per disgrazia, come suole accadere spesso, qualche petroliera dovesse sfasciarsi o dovesse disperdere o gettare in mare qualche migliaio di tonnellate di petrolio, di olio e affini, Moratti assicura che neppure una goccia del prezioso elemento andrebbe perso, perché sono stati adottati «particolari sistemi tecnici per il recupero e per la lavorazione degli oli eventualmente caduti in mare o in terra».
A discorsi del genere non si può che rispondere chiaro e tondo che si tratta di una presa per i fondelli. Abbiamo avuto in tutti questi anni tragiche esperienze di petroliere che, sia per incidenti che per criminose irresponsabilità, hanno inquinato e degradato il nostro mare, riempito di catrame le nostre spiagge, distrutto il nostro patrimonio ittico - e nessun Moratti aveva il diritto di farlo. Il discorso da imbonitore che i petrolieri mettono in bocca ai loro servitorelli della stampa è questo: le sostanze inquinanti verranno riacchiappate dagli esperti della SARAS; riutilizzate nel ciclo di lavorazione e fatte «rifruttare» all'infinito. Ma allora, perché non creare industrie - le incentivazioni non mancano - per la utilizzazione delle sostanze inquinanti già in circolazione nel globo terracqueo? Avremmo risolto soddisfacentemente, e con l'incremento della occupazione della manodopera, il problema ecologico che tanto assilla i salotti del sistema!

Sulla proliferazione delle «società fasulle», create coi miliardi della «rinascita» sottratte al popolo, abbiamo una allucinante elencazione.
«Ci sembra grave responsabilità politica quella dei dirigenti sardi che invece di applicare le leggi che negano al concessione di finanziamenti ai complessi monopolistici, fingono di non riconoscere chi si presenta sotto la maschera delle società fittizie e di comodo… Non solo l'onnipotente Moratti ha ricorso agli artifizi. La Società Italiana Resine (SIR), filiazione della GULF-OIL Corporation di Pittsburgh, ha creato in Sardegna ben 9 società (vedremo più avanti che sono molte di più - nda) che hanno per oggetto la messa in esercizio di impianti petrolchimici a Porto Torres. Le 9 società hanno tutte sede amministrativa in via Mannu 55 a Sassari e direzione amministrativa in via Graziani 35 a Milano.
In Sardegna sono state costituite tutte quante dall'ing. Nino Rovelli, nella sua duplice qualità di consigliere delegato della Società Italiana Resine e della SALCIM di Milano. Ognuna si è rivolta al Credito Industriale Sardo per avere finanziamenti che variano da 1 miliardo e mezzo a 4 miliardi e 900 milioni. Ecco dunque un altro esempio di monopolio che cerca di nutrire con il denaro dei sardi la sua figliolata…
Sempre a Cagliari, in via Tempio 24, hanno sede in un ufficio ben 4 società che hanno per oggetto la produzione tessile e che hanno chiesto ed ottenuto dall'assessorato all'industria l'autorizzazione ad emettere un milione e mezzo di azioni al portatore di £. 1.000. Le 4 società ubicate nello stesso ufficio sono la Marfili, la Phalora, la Ermion e la Ites; quest'ultima si è limitata a chiedere l'autorizzazione per 150 mila azioni da £. 1.000. Ma i finanziamenti regionali non bastano per le «quattro sorelle»: esse pare abbiano richiesto, seguendo l'esempio della Società COMIS che ha sede nello stesso ufficio di via Tempio 24, un finanziamento da parte della Comunità Economica Europea con l'appoggio di un'alta personalità isolana.
Altri casi di filiazione monopolistica sono la Società IMPA - Industrie Materie Plastiche - formata dalla IMEL Sarda, dalla Polisport e da altri operatori. L'amministratore delegato è il funzionario della Montecatini dott. Guido Annibeletti.
Ancora a Cagliari, in viale Regina Margherita 79, vi sono 6 società di navigazione, nella cui costituzione figurano a rotazione uno studente di Monserrato, un impiegato di Genova… e un commercialista pure genovese… Ma nel settore delle Società di navigazione il traffico con le società anonime è in genere di piccolo cabotaggio, non investe problemi politici come quelli inerenti la penetrazione della Montecatini, di Moratti e della GULF-OIL che rastrellano miliardi regionali a iosa, senza inserirsi nel processo di sviluppo dell'Isola…
A Cagliari si costituiscono una decina di società al giorno: questo ritmo va avanti da alcuni anni. A rigore di logica in Sardegna non dovrebbe esserci un operaio disoccupato, anzi, dovrebbero avverarsi le previsioni del dott. Falsari d'importazione di manodopera dall'estero. Ma la triste realtà è che a Cagliari non c'è un solo stabilimento che abbia più di un centinaio di operai in occupazione stabile; le aziende serie, consistenti dal punto di vista dell'assorbimento della manodopera, ancora sono da nascere e a quanto pare nasceranno il giorno di San Giammai. E' naturale, allora, chiedersi perché si costituiscono tante società con programmi megalomani che poi non vengono realizzati, perché è nata la professione di «costitutore di società», adatta ai giovani nullatenenti e a professionisti dritti…
La Marfili è stata fondata dai professionisti Aldo Artieri, calabrese, e Antonio Aresti, di San Gavino. Il primo figura nell'atto di costituzione detentore di 900 azioni da 100 lire e il secondo di 100 azioni dello stesso valore. L'atto costitutivo è avvenuto a Guspini davanti al notaio Falchi, il 27 marzo 1963. La Società ha nominato amministratore unico Emilio Giletti, di Trivero, residente a Torino, il quale figura come promotore e detentore delle quote di capitale nella richiesta di mutuo presentata al Credito Industriale Sardo per la somma di 2 miliardi e 800 milioni su un investimento di 4 miliardi e 300 milioni.
Gli stessi due fondatori della Marfili figurano come costitutori della Ermion, fondata sempre a Guspini davanti allo stesso notaio Falchi, due giorni prima dell'altra, e cioè il 25 marzo 1963. Cambia invece l'amministratore unico, che è Fausto Beretta, di Nova Milanese, il quale ha firmato la richiesta di mutuo al CIS per 4 miliardi e 200 milioni su un investimento di 6 miliardi.
Sempre Artieri e Aresti hanno costituito infine, davanti al notaio Saba di Cagliari, la Società Beretta di Nova Milanese…
Non si è ancora giunti al punto di leggere annunci economici con la richiesta: «Cercasi sardi per fondare società». Infatti per chi voglia avere finanziamenti dagli Enti regionali sardi oltre i limiti delle leggi vigenti, per chi voglia costituire società senza assumere manodopera, per chi voglia godere esenzioni fiscali, non vi è via migliore che trovarsi un sardo disposto a costituire una società che di sardo ha solo la persona che la costituisce e che subito dopo scompare.
Le leggi italiane prevedono numerose esenzioni fiscali per le imprese operanti nelle regioni sottosviluppate e grandi benefici sono previsti per quanto riguarda l'IGE sull'import-export e le tasse doganali. Per i macchinari che entrano in Sardegna vi è l'esenzione doganale completa. Il commercio di impianti, impianti che già hanno avuto il contributo e per sviluppare i quali il nuovo acquirente chiede nuovi contributi, per poi rivenderseli e così via all'infinito, senza l'assunzione stabile di un solo operaio, è lo scopo principale delle alchimie con le quali si costituiscono società che non fanno certo progredire la Sardegna…» («Sardegna Oggi» n. 32 e 33 del 1963)..

Il caso certamente più clamoroso resta quello della SIR (Società Italiana Resine), creatura di Rovelli, insediatasi nel Nord dell'Isola, a Porto Torres.

«Per beneficiare dei contributi che spettano alle piccole e medie industrie, Rovelli ha creato 55 (cinquantacinque) società ognuna delle quali ha investimenti non superiori ai 6 miliardi di lire (oltre questo limite si avrebbe la qualifica di «grande industria»). Ciò ha consentito di frantumare la somma complessiva degli investimenti che attualmente (al 1969) ammonta a 400 miliardi di lire. L'Ente Regionale concede poi alla SIR ulteriori contributi per 2 miliardi e mezzo e l'IMI (Istituto Mobiliare Italiano), grazie ad accordi bilanci e valutazioni tecniche lusinghiere, assicura mutui agevolati per circa 100 miliardi. Tutto questo è da aggiungere ai mutui privilegiati (4% di interesse) del CIS e delle Sezioni di Credito Industriale della Banca Nazionale del Lavoro, Banco di Napoli, Banco di Sardegna del pari autorizzate ai finanziamenti agevolati per il Mezzogiorno, che attribuiscono un credito di esercizio di varie decine di miliardi. Facendo l'ardua somma dei contributi a fondo perduto (circa il 30% del costo denunciato) e dei crediti agevolati si può calcolare che la SIR ottiene un ammontare complessivo pari al 120% delle spese di mantenimento previste: la costruzione degli impianti è significativa, procede alla vertiginosa velocità di 5 miliardi al mese con un investimento di 100 milioni per addetto. Questo significa che l'audace iniziativa imprenditoriale di Rovelli è esentata dal sopportare, in questa fase, i costi dei materiali (somme pagate ad altre imprese), i costi di fabbricazione, le spese ingenti delle quote di ammortamento per la manutenzione degli impianti…» («Quaderni Piacentini» n. 39 del novembre 1969).

6 - Il processo di industrializzazione della Sardegna si concreta coi «poli di sviluppo»: una trovata di quelle teste d'uovo computerizzate dal capitalismo per mettere a punto le varie programmazioni di sfruttamento intensivo delle masse lavoratrici. I poli di sviluppo, nei discorsi dei politici, in quanto aree di industrializzazione intensiva sarebbero elementi propulsori di successive crescite ed espansioni industriali; in pratica hanno determinato forti squilibri con l'abbandono e il totale depauperamento delle aree escluse, e costituiscono le classiche «cattedrali nel deserto». In Sardegna - il gioco è ormai scoperto - l'obiettivo principale della strategia dei poli di sviluppo si realizza esclusivamente nell'insediamento dei monopoli petrolchimici.

«Infatti, all'interno della programmazione economica nazionale si prevedevano specifici programmi di promozione pubblica per il settore chimico e l'internazionalizzazione del nostro sistema industriale. (Nel 1980, secondo generali previsioni, circa il 75% dei consumi interni sarà rappresentato dal petrolio). Vediamo così convergere in Sardegna, nello spazio di una decina d'anni, la volontà colonizzatrice di tre grossi settori: quello pubblico (ENI, per ora in sordina con la sua quota di capitali nella SARAS, ma pare con colossali progetti per il futuro programma… prevede per i prossimi 2 anni un aumento di 15 milioni di tonnellate); quello privato (Moratti, mecenate proprietario della SARAS e dell'Inter, futuro proprietario del quotidiano «l'Unione Sarda» e del Cagliari; Rovelli, proprietario della SIR e del giornale «La Nuova Sardegna» e vice presidente della Rumianca, democristiano di sinistra con simpatie nenniane, della corrente Pirelli nella Confindustria); il capitale straniero (per ora solo la ESSO-Standart, proprietaria del 50% della SARAS, presente in coerenza con un preciso progetto di divisione del lavoro a livello internazionale, di attribuzione concordata di mercati, di attuazione di un processo produttivo complessivo» («Quaderni Piacentini» n. 39 del novembre 1969).

Rappresentato dai due ras Moratti e Rovelli, il capitale petrolifero si insedia nell'Isola occupando i rispettivi poli di sviluppo di Cagliari (SARAS) e di Sassari-Porto Torres (SIR). Una densa e appiccicosa colata di catrame piove sulla Sardegna penetrando in ogni dove, contaminando perfino quelle istituzioni del sistema che passano per «i fortilizi della democrazia». I politici che si alternano nella gestione del potere regionale dimostrano di essere fra i più sensibili alla «droga» del petrolio. C'è già chi ha raccolto impressionanti documentazioni sulla follia del petrolio che ha colpito degenerandola, la classe dirigente isolana.
A Sassari, Rovelli acquista il quotidiano La Nuova Sardegna. A Cagliari, Moratti promuove l'acquisto del quotidiano L'Unione Sarda (che ben presto passerà in altre mani. Sono le due uniche fonti di informazione quotidiana, ambedue voci del padrone: la prima, della borghesia compradora, con sfumature laicistiche e che lasciava ai redattori un certo margine di dissenso; il secondo, della borghesia imprenditoriale continentale insediatasi nell'Isola ai tempi pionieristici della colonizzazione. Ora rappresentano ambedue la voce dei petrolieri.
Al di là dei «poli di sviluppo», delle due mastodontiche cattedrali, c'è la Sardegna che sta diventando sempre più un deserto, dopo lo spopolamento delle sue campagne e dei suoi paesi. Miseria, carestie, epidemie attanagliano e prostrano i rimasti, dopo l'esodo che ha visto partire mezzo milione di lavoratori.
E' una situazione esplosiva, ma la degradazione prodotta dal colonialismo non consente al popolo di esprimere la sua rabbia in forme di lotta organizzata.
I partiti operai, dal canto loro, impegnati nella funzione di organizzare nuovi quadri proletari nelle industrie e di mostrare il proprio peso al padrone petroliere (perché ne tenga conto nel bilancio della gestione del potere), non si curano o non sono capaci di fare propri i fermenti popolari e di portare avanti lotte vincenti.
Comincia così a delinearsi un movimento separatista, promosso da sardisti dissidenti, da ex comunisti e da socialisti. Nel '65, in primavera, Michele Columbu, sardista iscritto nelle liste elettorali del PCI, raccoglie i malumori dei pastori. Organizza una «marcia su Cagliari» per portare a conoscenza dell'opinione pubblica, e in particolare della classe dirigente regionale, la situazione insostenibile in cui versa il settore dell'allevamento. Forte dei 50 pastori che lo seguono nella marcia, il prof. Columbu dichiara alla stampa:

«…per ora mi limito a protestare contro la Sardegna autonoma, contro gli assessori, contro l'immenso monte di carta che si chiama piano di rinascita, contro il castello della Regione, presso la cementeria di Cagliari, contro il suo esercito di impiegati formica intensamente occupati per la firma la data il bollo a norma di centinaia di leggi e secondo l'articolo e il capoverso e la modifica successiva…» «Sardegna Oggi» n. 72 del 1965.

Finita la manifestazione di protesta, i pastori ritornano - a piedi, come sono venuti - ai loro paesi di provenienza. Il prof. Columbu invece resta a Cagliari. Entra alla Regione; si siede sull'«immenso monte di carta». Il posto è caldo soffice: vi resta come esperto di programmazione…
Moratti - come tutti i grandi colonizzatori - conosce l'arte di far felici i peones. Acquista il Cagliari e, Riva in testa, in quattro e quattr'otto mette su una squadra da scudetto. I giornali petroliferi scriveranno che «il popolo sardo assurge a nuova dignità» e che in virtù della sua grande squadra calcistica e di Gigi Riva, massimo cannoniere nazionale, la Sardegna è conosciuta e stimata in tutto il mondo. Un'ondata di entusiasmo tifoideo esplode in tutta l'Isola. I braccianti agricoli e i pastori zappano e seguono le pecore con la radiolina appesa al collo, in ansia per i risultati delle partite domenicali. Perfino i «banditi» del Supramonte, attenti alle vicende del pallone, rallentano le loro attività - e non mancano sociologi che hanno elaborato statistiche e tratto considerazioni «sul confortante fenomeno». Perfino i baschi blu e i poliziotti addetti alla repressione barbaricina, durante i loro diuturni pattugliamenti, dimenticano la caccia al latitante per seguire con più attenzione nel transistor le notizie sulle strepitose vittorie del Cagliari - e come è noto, uno di essi, nell'euforia per un ennesimo goal di Riva, ha fatto partire una salve di pistolettate e ha «malauguratamente» ammazzato una ragazza che stava nei pressi con il fidanzato.
Lo scudetto arriva nel 1970 - un anno che resta carico di tensioni, nonostante il massiccio impiego da parte del sistema di droghe a base tranquillante, cui, se non bastano, aggiunge le manganellate della polizia, gli arresti e le esecuzioni sommarie di pastori.
Allo scudetto si unisce, per dare più lustro all'Isola e per santificare l'invasione petrolifera, la visita di Paolo VI. La Sardegna, opportunamente confezionata con saporosi ingredienti, l'Aga Kan della Costa Smeralda, le raffinerie che forniscono all'Europa il 40 per cento dell'intera produzione nazionale, il prestigioso sinistro di Gigi, l'ex presidente Segni, Mesina con un pizzico di guerriglia separatista, è diventata sul mercato del sistema un prodotto già confezionato il tocco civettuolo del fiocchetto riccioluto.
Per sensazionalizzare l'avvenimento si farà rilevare che Paolo è il primo papa che mette piede nell'Isola - e invece bisognava dire come mai ci fossero voluti quasi duemila anni di «penitenza» da parte del popolo, la calata redentrice dei messia Moratti e Rovelli e l'assunzione sacralizzante di Riva per smuovere dal trono pontificio le decrepite membra.

Sull'onda emotiva suscitata col montaggio di una accusa di oltraggio e violenza al buon papa, la polizia non si lascia sfuggire l'occasione per mettersi in mostra.
«Ci sono tutti gli ingredienti per organizzare una gigantesca repressione (peccato che a Cagliari non ci siano pastori ma soltanto qualche decina di giovani contestatori!): c'è il papa e la straordinarietà della sua visita in quella colonia che si chiama Sardegna; c'è la mobilitazione politico-religiosa della povera gente che sublima la sua millenaria ansia di riscatto civile nel sogno di una giustizia ultraterrena; c'è la convulsa corsa dei partiti per occupare il posto in prima fila sul palco delle autorità, plaudenti tutti alla "sensibilità pontificia per le plebi diseredate"; c'è il Vaticano impegnato a mistificare la sua natura capitalista facendosi passare per istituzione umanitaria, mandando il "Pastore tra i pastori" a riportare, dopo duemila anni di sfruttamento, di forche e di galere, "la lieta novella della redenzione umana"; ci sono gli operatori economici della civiltà dei consumi, specialisti nel trasformare "fatti emozionali" in moneta corrente; e ci sono infine tre anarchici con le loro idee, una tenda e un cartello chiaro, pulito, pacifico: "Il papa vive tra i tesori del Vaticano - Il popolo in case cadenti a Sant'Elia"; e mille e più "tutori dell'ordine" ci sono, mobilitati per garantire il "consenso plebiscitario" delle masse allo spettacolo minuziosamente preparato. Nel contesto dello spettacolo, i tre giovani "protestanti" sono una nota stonata. Bisogna sopprimerla. Ma il sistema si è dato una faccia democratica - prevede il diritto alla pernacchia, ha scritto una rivista sarda - e questa faccia deve salvarla. Sarà sufficiente provocare i "protestanti" con qualche colpetto di catena in faccia; se i colpetti non se li lasciano dare, il gioco è fatto: "violenza, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale"…» «L'Astrolabio» settimanale - n. 40 del 1970.

7 - Parlando di consorterie di ladroni, i Sardi citano quelli di Pisa, famosi per il loro «bisticciare di giorno e rubare insieme di notte». La stessa cosa continuano a fare i moderni capitalisti.
Nel febbraio 1969, la stampa annuncia l'apertura delle ostilità tra i massimi del petrolio con questo titolone: «Scoppia tra Rovelli e Moratti la guerra dei poli industriali - la SIR appoggiata dai turchi (corrente DC sassarese) si installa a Cagliari di fronte alla SARAS mentre salta un faticoso accordo tra i due boss milanesi per la produzione degli aromatici» «Sassari Sera» del 15.2.1969.
A lato di ciascuno dei due petrolieri, scendono in campo, l'un contro l'altro armati, politici, finanzieri, programmatori e mestatori vari.
«Per comprendere i contrasti e i diversi indirizzi di politica industriale perseguiti negli ultimi mesi dal gruppo Moratti (SARAS) e dal gruppo Rovelli (SIR) occorre tener presente la lotta di potere esistente in seno agli amministratori regionali e precisamente fra uomini politici di Sassari e di Cagliari e, in posizione separata, di Nuoro» - apre così l'editoriale «Sassari Sera» del 15.2.1969.
Fra i tre gruppi di potere politico DC di Sassari, Cagliari e Nuoro - rappresentati nell'ordine dall'on. Paolo Dettori, dei giovani turchi, dall'on. Efisio Corrias, della nuova sinistra e dall'on. Giovanni del Rio, presidente della giunta regionale - si inseriscono i due principali centri di potere decisionale in materia di finanziamenti: il CIS, presieduto da Raffaele Garzia, che sostiene il gruppo politico di Cagliari; il Centro Regionale di programmazione, diretto da Gerolamo Colavitti, che sostiene il gruppo politico Sassari.
A questo duplice schieramento si aggiungono gli «abissini», i dc oristanesi dell'on. Lucio Abis, assessore alla rinascita, e i «nuoresi» su posizioni sfumate e diversificate «di sinistra», culminanti in Roich, promotore della «repubblica conciliare sarda». I primi, gli «abissini» oristanesi, giocano al rialzo tra Cagliari e Sassari agitando il ricatto della quarta provincia oristanese, che Cagliari non vuole perché perderebbe un serbatoio di voti che Sassari vuole perché indebolirebbe la città antagonista e la fazione rivale.

Alle spalle delle diverse posizioni politiche,
«vi sono i due gruppi economici più potenti dell'Isola: la SARAS e la SIR. La raffineria della SARAS venne costruita da Moratti su invito e sollecitazione del gruppo di Cagliari tramite il presidente del Credito Industriale Sardo Garzia. La raffineria, una delle più moderne ed importanti d'Europa, aveva fatto fare un balzo in avanti ai politici di Cagliari. Cosa questa che non era stata vista favorevolmente dal gruppo di Sassari, da quello di Nuoro e da quello di Oristano, che, per il suo silenzio, aveva voluto l'inizio della battaglia politica, a livello regionale e nazionale, per la costituzione della quarta provincia. In risposta alla SARAS, i sassaresi (Centro di programmazione) sostennero l'insediamento a Porto Torres degli stabilimenti petrolchimici della SIR di Rovelli. Mentre la SARAS procedeva all'ampliamento e al raddoppio della raffineria, aiutato e sostenuto dal CIS e dal gruppo politico di Cagliari, Rovelli - dopo l'insediamento dell'on. Pietro Soddu (sassarese e legato ai giovani turchi) all'assessorato all'industria - iniziava la sua scalata acquistando il quotidiano di Sassari «La Nuova Sardegna» - uno dei due giornali di informazione della Sardegna - Moratti iniziò le trattative con la famiglia Sorcinelli proprietaria dell'Unione Sarda, il quotidiano di Cagliari - trattative ancora non concluse per l'alto prezzo richiesto dai Sorcinelli - Rovelli raddoppiò gli impianti della SIR con la costituzione di un congruo numero di società subalterne per la lavorazione dei sottoprodotti del petrolio. A sua volta Moratti iniziava la distribuzione con punti di vendita nel Cagliaritano e nell'Oristanese della benzina SARAS.
L'on. Soddu (sassarese) all'assessorato all'industria e la sostituzione dell'on. Corrias (cagliaritano) con l'on. Del Rio (nuorese) alla presidenza della giunta regionale, ha portato alla concessione a Rovelli di permessi di ricerche petrolifere nelle acque di Sarroch, proprio di fronte alla raffineria di Moratti, mentre dal canto suo Rovelli iniziava l'azione che doveva portarlo a controllare, con il 51% delle azioni e la nomina a vice presidente, la Rumianca, il cui stabilimento sorge a pochi chilometri da Cagliari per la produzione di sottoprodotti del petrolio.
La scalata di Rovelli doveva proseguire con la costruzione di uno stabilimento a valle della raffineria della SARAS per la lavorazione dei sottoprodotti del petrolio dello stabilimento di Moratti e per la fabbrica di prodotti aromatici. Nell'accordo che doveva concludersi tra Moratti e Rovelli si è però inserita l'ENI che, segretamente, ha raggiunto un accordo con Moratti per la costruzione dello stabilimento per gli aromatici, che sarà costruito dall'ANIC.
Rovelli, dal canto suo, ha in fase di avanzata progettazione la costruzione di uno stabilimento per la lavorazione di filati in territorio di Ottana, che prevede una spesa di 50 miliardi e lavoro per 500 unità lavorative. Inoltre ha in progetto la costruzione di un metanodotto che, attraversando la Sardegna, passando per Oristano e Macomer, fornirebbe alle popolazioni il metano prodotto dai suoi stabilimenti di Porto Torres.
Contro questo progetto, appoggiato dai politici di Sassari e dal Centro di programmazione, vi è stata la risposta del gruppo dirigente regionale (Del Rio e Abis) che vorrebbero che a costruire il metanodotto fosse Moratti con la Finsider». In «Sassari Sera» del 15.2.1969.

A distanza di un mese, la stessa Rivista riporta nuove notizie sulla guerra tra i boss del petrolio per la utilizzazione e lo sfruttamento in esclusiva dell'Isola. Moratti, con la protezione dell'ENI (dopo che i rapporti tra lui e la ESSO si sono logorati) sbarca di nuovo in Sardegna con un accordo tra SARAS e ANIC (società del gruppo ENI) per la realizzazione nell'Isola di un importante complesso industriale per la produzione di aromatici.
«Sassari Sera», nel dare notizia della operazione, traccia una biografia del big Moratti.
«Chi è Moratti, anzi il cavaliere del lavoro Angelo Moratti, (noto Giammarco)? Il nostro giornale si è dovuto spesso occupare di lui, sia quando ha ottenuto finanziamenti di favore e contributi a fondo perduto dalla Cassa per il Mezzogiorno, dal CIS, dalla Regione per costruire a Sarroch la nota raffineria (SARAS), sia due anni fa quando fece il «colpo» di acquistare 150 milioni di azioni della Spa Cagliari, attraverso il direttore amministrativo della SARAS, diventando così, di fatto e contemporaneamente, padrone di due Società di calcio, l'Inter e il Cagliari, in completo dispregio delle leggi sportive e degli Statuti delle Spa calcistiche.
Siamo in grado di dare qualche altra notizia sui precedenti del nostro, prima cioè che sbarcasse in Sardegna. La fortuna di Moratti pare sia iniziata nel dopoguerra, quando egli commerciava in grande stile in olii minerali. Un giorno, stando ai si dice, egli acquista una vecchia raffineria nel Texas, la fa smontare, la porta in Sicilia ad Augusta, dove avrebbe come soci il Falck delle acciaierie e un personaggio misterioso, pezzo grosso di una delle maggiori Società petrolifere, note per l'appunto come le sette sorelle.
Nasce, con i relativi incentivi, ottenuti grazie all'aiuto non disinteressato di un personaggio politico siciliano, ovviamente democristiano, la raffineria della RASIOM. Viene presto raddoppiata, sempre con macchinari superati, riverniciati a Trieste. Piovono naturalmente altri finanziamenti. Poi rivende tutto alla ESSO, una delle sette sorelle: l'operazione non è in perdita; ci scappano, anzi, parecchi miliardi di utili. Naturalmente, dopo poco tempo, la ESSO deve rinnovare tutti gli impianti, stavolta con criteri più consoni alla tecnologia più avanzata. Ma Moratti il suo affare l'ha condotto in porto ed è pronto ad altre imprese. Attraversa lo stretto di Messina, è in Calabria; ma non vi trova né spazio, né finanziamenti: tra l'altro non vi esiste la Regione.
Poi, un certo giorno, guarda la carta geografica, scopre al centro del Mediterraneo un'altra grossa Isola chiamata Sardegna; per di più viene informato che anche lì c'è la Regione autonoma, che dispensa contributi e mutui di favore. Sbarca, si informa, conosce i bigs della politica regionale, si presenta con l'aureola non solo di grande uomo d'affari ma di abile presidente della più famosa Società di calcio del momento, l'Internazionale di Milano. Di lui si sa che dove mette le mani, trasforma in oro lucente anche i più vecchi bidoni. Viene prescelta una ridente zona panoramica e turistica vicino a Cagliari, per far sorgere la SARAS, raffineria di Sarroch.
Si fanno studi ad hoc per debellare le resistenze dei più, che non vogliono rovinare con il petrolio una zona destinata a grande sviluppo turistico, per di più distante pochi km. dalla città: gli studi, naturalmente, confermano che le correnti porteranno al largo i residui del petrolio. Poi in realtà, molto spesso, le ridenti spiagge di Santa Margherita e di Nora sono insozzate dalle macchie di petrolio e dagli scarichi delle petroliere al servizio di Moratti.
Sorge dunque la raffineria, con decine di miliardi di finanziamenti a basso tasso d'interesse e miliardi di contributi a fondo perduto; oltre l'80 per cento degli investimenti dichiarati è costituito da pubblico denaro, tanto più che egli avrebbe ottenuto la fideiussione, sia pure sulla parola, dello stesso personaggio che gli era stato vicino in Sicilia. Buona parte dei liquidi del CIS servirà pertanto ad acquistare petrolio.
L'occupazione della raffineria è scarsa: meno di 400 unità; oltre 100 milioni (altri calcoli giungono 150 milioni - nda) di denaro pubblico per 1 solo posto di lavoro. Il «regime» sindacale della SARAS è subito nello stile del ventennio: la CGIL per anni ne è tenuta lontana, con intimidazioni e pressioni sui lavoratori, ma all'improvviso scoppia la guerra di Suez; si chiude il canale, la raffineria è in crisi; Moratti tenta l'operazione vendita alla ESSO, come in Sicilia: ma la ESSO fa cadere l'opzione sulla SARAS, benché nei suoi uffici romani, in un grande quadro, la SARAS figurasse già tra i suoi impianti. Il cav. Moratti è in gravi difficoltà; ma non si perde d'animo: egli è un vecchio navigatore, almeno tra gli affari; pensa di agire su due fronti.
E' necessario apparire ai Sardi come «salvatore della patria», anche per far dimenticare che i miliardi che ha preso dalla Rinascita sono serviti a creare pochi posti di lavoro mal retribuiti; siamo nell'estate del 1967: c'è la Società del Cagliari che rischia di dover vendere alla Juventus il suo miglior pezzo, l'ala sinistra Riva, orgoglio dei tifosi; prende due piccioni con una fava: come presidente dell'Inter deve impedire il rafforzamento della grande rivale; come petroliere deve aumentare il suo peso in Sardegna. Operazione fatta: con 140 milioni sborsati in un unico assegno il direttore amministrativo della SARAS diventa padrone della Società del Cagliari.
Poi scoppia lo scandalo; l'operazione diventa un boomerang, ma nel frattempo Regione e CIS devono tenere conto che egli è il padrone del vapore. I finanziamenti per il raddoppio della SARAS vengono assicurati dal CIS; la Regione si mostra più prudente, perché lo scandalo del Cagliari è sulla bocca di tutti. Ma anche a Roma occorre trovare un sostituto alla ESSO che pare voglia mollarlo. Ecco: c'è la SNAM, una Società affiliata all'ENI che gli consiglia non il raddoppio puro e semplice, ma la creazione di impianti necessari al miglioramento del raffinato. Ma di raddoppio in verità si tratta. Quanti sono i miliardi ottenuti? Trenta? Quaranta? Quel che è certo è che ne occorrono molto meno.
Ma c'è da chiedersi: come mai Moratti, noto amico dei neofascisti (l'on. Servello dell'MSI è vice presidente dell'Inter con Moratti presidente) può entrare in contatto con l'ENI, già diretto da un famoso capo partigiano democristiano, l'on. Enrico Mattei? Intanto Mattei è morto, e poi al ministero dell'industria c'è un certo Andreotti, eterno ministro e non proprio di sinistra; e non basta: dentro la SNAM vi sono parecchi rampolli del vecchio regime, che sono in buona dimestichezza con l'on. Servello.
Ma quando sembra procedere per il meglio ecco altre grane per il nostro Cavaliere (del lavoro). L'operazione calcistica (acquisto delle azioni del Cagliari) gli ricade addosso… l'Inter, la Società che ha reso famoso Moratti in tutta l'Italia, è in crisi… La ESSO, come abbiamo visto ha mollato l'opzione sulla SARAS; nascono come estremo rimedio i rifornitori SARAS un po' dappertutto in Sardegna, per cercare di smerciare la massima quantità di prodotto raffinato. Dal ministero competente non viene consentito il raddoppio degli impianti, almeno a questo titolo; la stessa Regione (l'assessore Tocco del PSI non c'è più) tergiversa nella concessione dei contributi a fondo perduto; ma nel frattempo è stato stipulato l'accordo tra Moratti e la SNAM (leggi ENI). Che fare? Occorre trovare altre vie di uscita.
La prima è questa: la ESSO ha migliorato i suoi rapporti con l'ENI, dopo la morte di Mattei; perciò può accaparrarsi i petroli della Libia e costruire a La Spezia la sua raffineria. E chi si occuperà dei trasporti? Diavolo! il vecchio amico cavaliere del lavoro Angelo Moratti, che acquista le petroliere e ottiene l'esclusiva sui trasporti: e non in perdita, naturalmente!
Che la raffineria della ESSO entri in concorrenza con il metano prodotto dall'ENI, poco male; l'importante è consolidare i nuovi rapporti amichevoli tra l'Ente di Stato, nato per combattere contro il monopolio del petrolio, e una delle «sette sorelle» che il monopolio detengono. La salma di Matteri è sotto terra e non dà più fastidio, al massimo gli si dedica qualche discorso nell'anniversario della morte. E ancora: non si autorizza il raddoppio della SARAS? si lesinano i finanziamento? si negano i contributi? Ecco l'ENI correre in aiuto di Moratti: non solo di raffinerie si tratta, ma di programmi più ambiziosi e completi. L'ANIC (leggi ENI) e la SARAS costituiscono una Società per costruire impianti anche per la produzione di aromatici, sottoprodotti del petrolio. Chi può più opporsi mentre alto si leva il canto di vittoria dell'Unione Sarda?» In «Sassari Sera» del 15.3.1969.

Alla fine del '69, mentre la DC indigena è in bagarre piena, cala in Sardegna la Montedison. Prima operazione: l'acquisto del quotidiano di Cagliari «L'Unione Sarda».
«L'industriale Monti (zucchero e petrolio) ha agito per conto della Montedison, che ha in corso in Sardegna due grosse operazioni: liberarsi delle miniere che gestisce sotto l'etichetta Monteponi - Montevecchio, addossandone gran parte della passività alla Regione attraverso l'Ente minerario; ottenere finanziamenti di favore e contributi a fondo perduto per investimenti di oltre 600 miliardi per impianti di base nel settore petrolchimico. Al petroliere del Nord proprietario de «La Nuova Sardegna», si aggiunge il nuovo trust al Sud (dove già è presente la SARAS di Moratti - nda) che diventa proprietario dell'Unione Sarda. Il gioco è fatto; il cerchio si chiude. Affoghiamo nel petrolio e con noi la libertà di stampa dell'intera regione… La giunta dimissionaria Del Rio, con tutti gli assessori in fila e con la schiena ben curva, rende omaggio e plaude ai nuovi padroni della Regione e della stampa isolana» In «Sassari Sera» del 15.12.1969.

Alla nuova ondata petrolifera fanno eco «confortanti» notizie: le banche finanziano i partiti in Sardegna con i fondi destinati al Piano di Rinascita; il bilancio per il 1970 della Regione autonoma (?) indica una forte diminuzione dei posti di lavoro e un forte aumento della emigrazione; la SFIRS (Società Finanziaria Industriale per la Rinascita della Sardegna), violando i compiti istituzionali, spendendo decine di miliardi per salvare dal fallimento imprese industriali truffaldine, nate soltanto per arraffare i contributi, si ritrova con 10 miliardi di deficit e chiede un «fondo regionale» di 15-20 miliardi da continuare a regalare al capitale privato; le miniere rilevate coi soldi dello stato ai vecchi padroni, che le hanno spremute come limoni e che ora le abbandonano per dedicarsi a speculazioni più redditizie in altri settori, costituiscono una ennesima colossale truffa del capitalismo sulla pelle dei minatori e del popolo sardo.

8 - Dai documenti ufficiali, bilanci di previsione e consuntivi della Regione e dei vari Enti e Società di credito, non è facile cavare fuori il totale dei miliardi prestati a tasso privilegiato o regalati ai petrolieri e ai sottopetrolieri come contributi a fondo perduto. La SFIRS - per ammissione del suo stesso presidente Filigheddu - fra le altre operazioni di «ossigenazione» alle industrie nate asfittiche ma voracissime di contributi, registra quella di 10 miliardi concessi per «salvare» un industriale fallito In «Sassari Sera» del 15.9.1972.
Nel rapporto sulla industrializzazione presentato dall'assessore alla rinascita, Masia, (Bozza provvisoria - 3 giugno 1971) si legge che «il piano quinquennale ipotizzava un flusso di investimenti dell'ordine di 500 miliardi ed il raggiungimento, al 1969, di un livello di 177.000 unità occupate di 297 miliardi di reddito. In effetti si registrano un flusso di investimenti dell'ordine di 565 miliardi ed è stato raggiunto (al 1969) un livello di 129.300 unità occupate e di 235 miliardi di reddito».
Ciò significa che gli investimenti - cioè i quattrini dati agli industriali e da questi usati in speculazioni - hanno superato di 65 miliardi la somma prevista e che non ha corrisposto per la occupazione e per il reddito un uguale incremento. Ma c'è di peggio: il livello di occupazione (129.000 unità) è inferiore a quello precedente al Piano quinquennale. Ultima considerazione: la maggior parte degli investimenti è andata a finire nelle petrolchimiche.

«Una pioggia di miliardi che non tocca i Sardi. Per il quinquennio 1966-70 era previsto un incremento delle occupazioni di 57.000 unità (apporto dei nuovi insediamenti). I nuovi insediamenti industriali hanno assorbito soltanto 7-8.000 unità. Il livello della occupazione nel settore industriale nel '70 è sceso al di sotto del livello del '64 con una diminuzione di circa 120.000 unità. Il famoso «Polo di Ottana» che si pone l'obiettivo di occupare 12.000 dipendenti, dovrebbe avere attualmente (al 1970) 1.200 operai per la sistemazione degli impianti: ce ne sono soltanto 250. I costi per ogni posto-lavoro nelle nuove industrie si aggirano sui 100-120 milioni. Poco arrosto e molto fumo - un fumo non bio-degradabile, maledettamente inquinante, che finirà per mandarci in malora anche quell'unico capitale che avevamo: la natura» «Mondo Giovane» nn. 9/10 del 1971.
«…Ci sono una infinità di piccole industrie fallimentari, sorte senza una reale esigenza economica, che hanno succhiato e continuano a succhiare milioni solo per tenere l'insegna accesa e i battenti aperti. Non parliamo poi dei petrolieri che ci hanno portato via i miliardi della Rinascita, non ci hanno dato se non pochissimi posti di lavoro e per giunta ci stanno rovinando i mari e adesso anche il Tirso e tutta l'agricoltura della sua pianura. Questo non è regionalismo, né tanto meno è sentimentalismo bucolico: noi non preferiamo in assoluto la zappa alla ciminiera, però se la ciminiera ci costa tanto e produce solo fumo, allora rispondiamo con un pugno in testa a chi ci dice che in Russia, che in Cina la rivoluzione è costata tante vite umane. Noi siamo d'accordo che certe cose bisogna acquistarle da chi ce le offre a un prezzo inferiore a quello nostro però pare che questo ragionamento la classe politica di centro-sinistra, e per lei i grossi capitalisti del Nord, lo facciano solo quando gli conviene. I nostri carciofi, i nostri pomodori e le nostre miniere non ci permettono che ce li sfruttiamo noi e paternalisticamente il loro meglio, le loro scelte ci vogliono imporre» «Sassari Sera» del 15.1.1971.
E' questo, in parole chiare, il discorso economico-politico che riflette la posizione dei lavoratori sardi e che contro ogni logica, contro ogni più elementare buon-senso, sommersi dall'inebriante ondata di petrolio, né i partiti, né i sindacati, né le organizzazioni culturali della sinistra di classe riescono a fare. Esclusi due o tre pubblicisti «eretici», come quello appena citato. Il quale - non so se per la fretta o per un suo peculiare animus contadino - ha dimenticato, citando pomodori e carciofi, un patrimonio di circa 2.500.000 pecore, quel che resta di un florido passato, che a mio parere è l'unica base in Sardegna su cui fondare un autentico, reale e duraturo progresso.

9 - Fra la creazione delle industrie petrolchimiche e lo smantellamento delle industrie estrattive (e l'accantonamento delle industrie per la trasformazione dei prodotti della terra e dell'allevamento, ventilate dal Piano di Rinascita) esiste un rapporto già a livello di ideologia, nel senso che nella utilizzazione della Sardegna prevalgono, fra le varie ipotesi, quelle che danno maggior profitto al capitale, le industrie petrolchimiche, e quelle necessarie alla conservazione del capitale, le basi militari - considerate le favorevoli caratteristiche dell'Isola, fra cui la posizione geografica strategica, sulla via del petrolio e sull'asse militare Spagna-Grecia, e la fedeltà del regime.
Le Società che per decenni hanno sfruttato le miniere si rendono conto che è arrivato il momento di rivolgere la loro attenzione a investimenti di maggior profitto. Inizia così l'operazione sganciamento delle industrie estrattive, passandole, come una patata che scotta, nelle mani della regione e dello stato. Per favorire l'operazione (in combutta coi sindacati, che la camuffano come «intervento pubblico per salvare l'occupazione») nasce l'EMS (Ente Minerario Sardo). Poi c'è l'AMMI (già Spa e poi azienda di stato) e c'è l'ENEL, che si occuperanno di liquidare le industrie estrattive in una girandola di miliardi che non si sa bene dove e a chi vadano a finire: per certo non ai lavoratori.
Nel 1970 si conclude l'operazione Pertusola, che smantella tutte le sue miniere in Sardegna (settore piobo-zinco), vendendo impianti e diritti di sfruttamento all'EMSA. La Pertusola investirà i ricavati in Puglia, nel settore del metano.
Nel 1971 si ha notizia di un accordo tra l'EMSA, l'ANMI e la Montecatini-Edison per la cessione a metà, alle prime due, delle azioni della Montedison, padrona delle Società minerarie Monteponi e Montevecchio. Queste due società (cioè la Montedison) avrebbero accumulato debiti ammontanti a 60-80 miliardi nella gestione delle loro miniere. Di conseguenza, l'accordo accollerebbe all'Ente Minerario Sardo e all'Azienda di stato AMMI un deficit variabile dai 30 ai 40 miliardi. Come si dovrebbe coprire il pauroso deficit? «E' detto chiaramente nel protocollo all'art. 6 secondo e terzo comma: attraverso prestiti agevolati e a lunga scadenza del Credito Industriale Sardo e contributi in conto capitale (a fondo perduto) da parte della regione e della Cassa per il Mezzogiorno per programmi già realizzati, cioè fatti senza preventiva autorizzazione né del CIS nè della Regione e quindi senza alcun controllo» «Sassari Sera» del 15.2.1971. Il riferimento è a programmi di ammodernamento dell'azienda che, per lo stesso fatto di non avere apportato alcun beneficio ma di avere prodotto un tale deficit, in virtù delle più elementari leggi economiche dello stesso capitalismo, non possono che essere programmi o squinternati o truffaldini.
L'ENEL, che si è accollato l'onere delle miniere di Carbonia sgravandone la Carbonsarda, dimostra un odio quasi viscerale per le industrie estrattive, e non trovandosi attorno mani aperte getta via la patata bollente, calando definitivamente il sipario sulla tragica farsa che cancella con le miniere di carbone del Sulcis le ultime duemila famiglie di minatori sopravvissute a Carbonia.
C'è chi sostiene - seguendo una logica che trova la sua validità soltanto in una situazione di marasma - che l'ENEL non poteva fare altro che chiudere, sulla base di un'etica utilitaristica. Si obietta però che l'ENEL, ben sapendo che prima o poi avrebbe sicuramente chiuso i pozzi, ha continuato a spendere ingenti somme per il loro ammodernamento.
«Pare che per Nuraxi Figus e Seruci siano stati spesi più di 100 miliardi solo per il rinnovo delle attrezzature e per la meccanizzazione della fase estrattiva. Il primo pozzo non è mai entrato in produzione, il secondo non ha prodotto nemmeno la quantità di carbone necessaria ad alimentare la supercentrale di Porto Vesme. Eppure la supercentrale, che è costata intorno ai 50 miliardi, era stata costruita appunto per sfruttare il carbone del Sulcis. Ha sempre funzionato a nafta… Ultimamente l'attività in galleria veniva condotta in modo tale da far salire alle stelle il prezzo per tonnellate del carbone estratto: una nuova galleria veniva attaccata per qualche metro e poi chiusa, si passava ad aprirne un'altra e, dopo qualche metro, altro sbarramento; e così via. Il costo di ciascun tappo si aggira intorno ai 16 milioni. Ecco perché il carbone del Sulcis, restando ferma la sua scadente qualità calorifica, costa alla bocca del pozzo più di quanto non costi il carbone polacco depositato alla banchina di Porto Vesme. Si intravvede chiaramente un piano quasi diabolico studiato dall'ENEL per dimostrare con dati incontrovertibili che lo sfruttamento dei pozzi di Carbonia è assolutamente antieconomico e per giustificare quindi davanti a tutti la loro chiusura. Sembra quasi di sentir dire: Non mi avete creduto prima, ora vi dimostro con i fatti. Poco importa che la dimostrazione sia costata centinaia di milirdi!» «Sassari Sera» del 15.12.1971.

In termini statistici, la liquidazione delle miniere sarde si può così sintetizzare. 1951, si contano 24.500 addetti; 1961, si scende a 13.270 addetti; 1971, restano 7.731 addetti; attualmente qualche migliaio Dati ISTAT in «La programmazione in Sardegna» nn. 43/44 del 1973.

10 - Ottana è un villaggio di pastori con meno di 2.000 abitanti, situato al centro dell'Isola, nel cuore delle Barbagie, tra Nuoro, i monti del Gennargentu e il Lago Omodeo sul Tirso. La decisione di realizzare a Ottana il terzo «polo di sviluppo» (a base di industrie petrolchimiche) al di là della idoneità della zona (la presenza del fiume Tirso e del solito serbatoio di manodopera a basso costo - per le attività di manovalanza) e al di là della grossa speculazione che frutterà ai petrolieri non meno di 200 miliardi in soli incentivi (nella fase «promozionale»), per occupare si e no 3.000 operai, ha un significato ancor più marcatamente colonialista per la sotterranea funzione di disgregare e distruggere l'economia pastorale e la cultura barbaricina e, con l'inquinamento delle acque del Tirso, la distruzione della economia agricola del fertile Campidano oristanese.

La politica dei partiti di sinistra per lo sviluppo dell'Isola si è espressa costantemente in direzione di un processo di industrializzazione a tutti i costi e nella richiesta di un intervento della industria di stato per equilibrare almeno in parte la massiccia presenza dell'industria privata - in pratica per sanare i bilanci regolarmente deficitari dopo la fase manducatoria del capitale privato. A Ottana si realizza così un accordo tra PCI e DC nel momento in cui al progetto iniziale della SIR si aggiunge l'intervento dell'ENI con la Montedison, nel momento in cui le tre grandi petrolifere si accordano per la spartizione del bottino nel «terzo polo».
La spartizione non sembrerebbe filare del tutto liscia - almeno da ciò che si deduce da una serie di interpellanze parlamentari della stessa DC e delle Sinistre, schierate la prima con la SIR e le seconde con l'ENI-Montedison.
Commentando l'ultima interpellanza democristiana (Isgrò) dopo quella socialista (Tocco), «Sassari Sera» scrive:
«Quello che stupisce, anche nella interpellanza Isgrò e più, è che venga solo sfiorato il problema principale (cioè il costo della operazione di Ottana, circa 200 miliardi a carico dello Stato, della Cassa per il Mezzogiorno e della Regione, il danno che ne deriva all'agricoltura con il sequestro delle acque del Taloro e l'inquinamento di quelle del Tirso), e si insista invece su quell'autentica buffonata che è il presunto contrasto, la guerra dei bulldozer tra la SIR di Rovelli e l'ENI-Montedison. Forse anche questo è un sistema utile, sia per il PSI che per la DC, al fine di mascherare la truffa e di far schierare i Sardi, non contro l'imbroglio che si vuole attuare a danno dell'Isola, ma o per la SIR o per l'ENI-Montedison.
Nessuno nega che ci possa essere contrasto tra SIR ed ENI-Montedison circa la fetta dei miliardi da rapinare (ricordiamo che i progetti della SIR erano di 50 miliardi per industrie che dovrebbero trasformare alcuni prodotti degli impianti di Porto Torres, e che l'ENI, per conto della Montedison, ha presentato progetti per impianti di base - 200 miliardi - e per industria di trasformazione e manifatturiere - 40 miliardi). E' quindi probabile che SIR e ENI-Montedison bisticcino, si fa per dire, circa la percentuale di investimenti che dovrebbe spettare a ciascuna delle due Società per la realizzazione degli impianti, ma, da che mondo è mondo, solo gli imbecilli possono essere messi a scegliere tra uno che vuol fregare i quattrini dalla tasca destra e uno che vuole svuotare la tasca sinistra; normalmente la scelta è per non farsi fregare: ma questo è per i parlamentari del PSI e della DC un aspetto assolutamente marginale; e altrettanto irrisorio appare per essi lo sconvolgimento assolutamente negativo che ne deriva per tutta l'economia della Media Valle del Tirso e del Campidano di Oristano con la questione delle acque…
Qual'è il costo di questi impianti, non per l'ENI o per Rovelli che non ci investono se non somme irrisorie, ma per lo Stato, per la Regione, per la Cassa per il Mezzogiorno?… 75-80 per cento di mutui agevolati… pari ad un regalo del 50 per cento del mutuo, cioè di 90 miliardi solo per i progetti ENI-Montedison, contributi a fondo perduto del 36-40 per cento degli investimenti dichiarati, a carico della Cassa per il Mezzogiorno e della Regione, pari ad un altro regalo di 90 miliardi per i soli progetti ENI-Montedison; inoltre 15-20 miliardi di infrastrutture varie, a totale carico della Cassa per il Mezzogiorno e della Regione. Le stesse percentuali, naturalmente andrebbero applicate agli impianti di Rovelli per i 50 miliardi di investimenti a suo tempo annunciati, che può darsi nel frattempo siano diventati 80 o 100: come noto, l'appetito vien mangiando.
Tutto ciò per dare occupazione mal retribuita ad un numero presunto o dichiarato certamente in eccesso sulla realtà, di 7.000 unità negli impianti ENI-Montedison e di 2.000 unità in quelli della SIR… Inoltre… se si realizzassero questi impianti nella piana di Ottana, tutta l'acqua della diga del Taloro (40 milioni di metri cubi) sarebbe sottratta agli scopi per cui era stata immagazzinata - irrigare 8.000 ettari di terra fertilissima - e per di più 25-30 milioni di metri cubi d'acqua inquinata verrebbero scaricati annualmente nel Tirso…» «Sassari Sera» dell'1.7.1970.

11 - Nel disegno colonialista per la soluzione finale del popolo barbaricino, insieme al «polo di Ottana» si tenta la creazione di «parchi nazionali» nel Nuorese. Il primo sarà «il parco del Gennargentu» che comprenderà con Orgosolo la cosiddetta «zona delinquente».
L'idea dei «parchi» appare già per grosse linee nel Progetto 80 (Rapporto preliminare al programma economico nazionale 1971-75) del ministero del bilancio e della programmazione economica, e nel famigerato Piano Mansholt che divide praticamente tutta l'Europa in aree con ruoli economici differenziati in rapporto agli interessi dell'imperialismo USA.
E' da aggiungere che nello stesso periodo (1969) al progetto parchi si affianca il tentativo del ministero della difesa (leggi Andreotti) di cacciare i pastori orgolesi dai pascoli di Pratobello per insediarvi una nuova base militare.
La risposta barbaricina a questi piani è immediata e decisa. Sono numerose le assemblee popolari sorte spontaneamente. A Orgosolo, l'agitazione popolare culmina con l'occupazione del comune che viene ribattezzato «casa del popolo». Il consiglio viene dichiarato decaduto. Si parla della costituzione di una «repubblica di Orgosolo».
Fra le decine di interventi registrati all'assemblea popolare di Baunei (altro importante paese barbaricino) sulla questione dei parchi trascrivo dalla bobina la voce di Orgosolo. Si tratta di un documento inedito, di rilevante interesse politico e storico, in quanto espressione di una comunità alla quale è stato negato perfino il diritto di esistere.

«…Noi non siamo i caporioni dei partiti, noi non siamo quelli che stanno nella sala dei bottoni, dove si comanda, noi siamo semplici lavoratori, siamo quelli che in gergo politico vengono chiamati base, e proprio per noi, noi base, noi lavoratori, oggi, abbiamo organizzato questo convegno e prenderemo le nostre decisioni e i nostri comportamenti senza ricevere comandi da questi o da altri… stiamo parlando ancora una volta del Parco Nazionale, una cosa che la Regione e i padroni continentali volevano tenere segreta, riservata alle discussioni degli esperti, al massimo a quelli della programmazione. Ma noi tutti, invece, ricollegandoci ai gruppi spontanei, a persone simili, e così via, abbiamo fatto un tale fracasso che ormai anche i nostri bambini sanno qualche cosa sul Parco Nazionale. Con ciò noi abbiamo mandato a gambe all'aria la pretesa dei padroni di fare questa cosa all'insaputa delle popolazioni interessate…
Varie volte è stato detto che il Parco non è un fatto isolato e non deve essere trattato isolatamente, in modo tecnico, ma si deve inquadrare in un disegno più ampio, in un disegno politico ed economico del capitalismo italiano. Infatti, mentre si propone un fine umanitario, cioè quello di salvare gli animali, ignora le gravi esigenze di sopravvivenza delle popolazioni sarde, esigenze che sono di primaria importanza.
Il Parco, è stato anche detto, è uno strumento del colonialismo italiano nei confronti delle popolazioni sarde. Guardiamo in concreto cos'è questo colonialismo. Nella provincia di Nuoro, per esempio, solo in affitto pascolo i pastori spendono 9 miliardi all'anno. Questi 9 miliardi vanno nelle tasche dei proprietari terrieri, i quali non li investono nelle terre, non li investono qui in Sardegna, non migliorano i pascoli, ma investono tutti questi miliardi a Milano o a Torino o ci fanno le ville. Non solo. Per esempio, il signor Rovelli, che è padrone della petrolchimica e di tante altre industrie qui in Sardegna, può mettere un'industria a Ottana… La regione sarda gli dà una infinità di miliardi e così lui può impiantare l'industria senza spendere il becco di un quattrino. I profitti di tali industrie, cioè il guadagno che lui fa, vanno tutti in continente e lì vengono reinvestiti. E a noi non resta niente, nemmeno un soldo, qui in Sardegna.
Questi sono due esempi di colonialismo molto chiari. Cioè si deruba di tutto ciò che produce l'operaio, il pastore sardo; e in Sardegna non si investe niente.
Per mantenere questo tipo di sfruttamento coloniale occorre che i capitalisti e i loro servi politici rendano inoffensivo l'uomo sfruttato: in questo caso il pastore, i contadino, l'operaio sardi. Per ciò occorre quindi imporre anche un dato tipo di cultura all'uomo colonizzato, cioè una storia, una cultura, una religione coloniali…
Il Parco significherà la distribuzione dell'unica attività produttiva locale esistente nella zona centrale della Sardegna, della pastorizia. Ciò segnerà anche la fine di quella poca indipendente cultura di queste popolazioni dell'interno. Per intenderci meglio: il pastore ha finora resistito alle pretese e alle varie oppressioni del capitalismo continentale, perché aveva dietro di sé una storia sua e autonoma, una lingua sua autonoma, delle leggi autonome: aveva una cultura autonoma che era frutto diretto di una data attività produttiva, cioè della pastorizia. Aveva qualcosa da difendere, la vita della sua comunità, la sua cultura e la sua storia. Distruggendo la pastorizia e tutte le attività collegate ad essa, in realtà il pastore, il lavoratore sardo sarà fregato ancora una volta, e forse definitivamente. Non avrà più una ragione per vivere in Sardegna, diventerà ancor più uno sradicato, uno che vive di espedienti e che ha come modello di comportamento il borghese continentale - il quale in futuro, come ora nella Costa Smeralda, verrà in Sardegna a vedere i gatti selvatici e i mufloni del Parco nazionale.
Con la costituzione del Parco si otterrà l'integrazione, sul piano produttivo come su quello culturale, di queste zone della Sardegna nel contesto capitalistico dello stato italiano. Il costo di tale integrazione sarà la scomparsa del popolo sardo.
Questo disegno, che tende ad ingoiare la Sardegna, distruggendo tutto ciò che di originale esiste sul piano storico e culturale, non è un fatto nuovo né recente. Da secoli i governi italiani, piemontesi e prima ancora spagnoli hanno tentato questa carta. Ora io credo che siamo alle battute finali: una gran parte della Sardegna è ormai integrata nel disegno capitalistico italiano. Ci sono ancora le zone interne. Con il Parco si tende a integrare anche queste zone…
Non è un fatto che riguarda solamente la Sardegna, ma tutte le zone sottosviluppate dell'Asia, dell'Africa e dell'America Latina. Ci troviamo sempre di fronte al tentativo da parte dello stato capitalista di distruggere, per poter sfruttare meglio, tutto ciò che può spingere le popolazioni colonizzate a ribellarsi e a lottare per la propria indipendenza…
Faccio alcune proposte, e chiudo.
Primo. Si dice che tutto ciò che fa o vuole il padrone noi dobbiamo combattere e noi dobbiamo volere tutto ciò che il padrone combatte. Ora il Parco - credo sia abbastanza evidente - è voluto dai padroni. Quindi noi dobbiamo combatterlo senza mezzi termini. Dobbiamo dire NO assolutamente, senza neppure discutere. Non ce ne importa niente se domani «La Nuova Sardegna» e «L'Unione Sarda» diranno che i soliti massimalisti di Orgosolo hanno detto NO al Parco del Gennargentu senza discutere. Con il Parco non si discute.
Secondo. Per combattere contro il Parco, e non solo contro il Parco, occorre organizzarsi. Non occorre solo una organizzazione di tipo elettoralistico, ma una organizzazione ancor più importante. Noi lavoratori di tutti i paesi dobbiamo collegarci, dobbiamo ritrovarci, dobbiamo prepararci a scioperi, a manifestazioni sempre più violente, sempre più difficili.
Terzo. Si tratta di generalizzare la lotta. La lotta che per il momento è scoppiata soltanto in alcuni paesi come qui a Baunei, a Orgosolo a Seui, deve essere generalizzata. Le esperienze del lavoro politico di Orgosolo, dei lavoratori delle organizzazioni autonome, che per il momento sono portate avanti soltanto da alcuni paesi, se sono giuste devono essere discusse e poi generalizzate. L'urgenza di intensificare l'azione politica è dovuta anche a un fatto al quale noi dobbiamo dare importanza: dobbiamo dare la speranza a migliaia e migliaia di giovani che sono disoccupati e sono tentati di andare in Germania, in Svizzera per trovare lavoro. Questi giovani non rimarranno qui, in Sardegna, se non troveranno uno spiraglio, un qualche cosa per cui lottare: se non vedranno la speranza di una via di uscita a questa situazione.
Quarto. I padroni colonialisti continentali e la classe dirigente locale comprata da loro e a loro servizio stanno facendo di tutto per distruggere la nostra cultura e la nostra storia. Noi dobbiamo ricercare, studiare e valutare la storia passata del popolo sardo, imporre nelle nostre scuole di insegnarla ai nostri ragazzi.
Quinto. Noi tutti che ci impegnamo nel lavoro politico, dobbiamo studiare bene in quale situazione economica e sociale si trova la Sardegna, perché solo conoscendo esattamente in quale situazione siamo, possiamo avere la possibilità di sfondare.
Compagni! Ci attende un duro lavoro. La prima cosa da fare è di smetterla di guardare al continente, alla Germania, alla Svizzera come a un paradiso terrestre. Da quelle nazioni non ci è mai venuto, almeno in passato, che schiavitù, sfruttamento, galera e confino.
Anche i nostri compagni dell'Italia del Nord hanno, per il momento, altri interessi, diversi dai nostri, in quanto i padroni sono stati così furbi da comprometterli, senza che neppure se ne accorgessero, nello sfruttamento coloniale dei popoli del Sud. In questo momento, non ci possiamo attendere nulla dagli operai del Nord per la nostra liberazione. Sta a noi prendere in mano la nostra storia e inventare strumenti di lotta nuovi, inventare strategie di lotta nuove. I mezzi sono logicamente molto pochi, sono molto poveri: praticamente ci rimangono i nostri cervelli e le nostre mani. Ricordiamoci però una cosa: questi strumenti, pur essendo molto umili, sono molto potenti. Perché in fondo sono queste mani e questi cervelli che hanno fatto la ricchezza dei padroni del continente e dei padroni sardi. A questo punto dobbiamo fare la nostra ricchezza, non dobbiamo lavorare più per i padroni».

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