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Capitolo IX - Aggiornamenti a Quali Banditi?

13 agosto '83. Colpo di scena nell'inchiesta giudiziaria sul "presunto complotto separatista" (come ha battezzato la stampa quotidiana isolana il processo di criminalizzazione intentato dallo stato italiano contro il movimento per l'indipendenza della Sardegna). Dei dodici ancora arrestati (sui ventinove implicati), nove vengono "beneficiati" dal giudice istruttore Marchetti assegnando loro gli arresti domiciliari, uno ottiene la libertà provvisoria, soltanto due restano ancora in carcere. Tra gli altri indipendentisti (per lo più dirigenti del PSDAZ) agli arresti domiciliari sono il prof. Bainzu Piliu, presidente fondatore del FIS (Frunthene pro s'Indipendhentzia Sarda) e Oreste Pili, membro del comitato centrale del PSDAZ (Partito Sardo D'Azione). In libertà provvisoria, il sardista guspinese Enerio Dessì. Restano in carcere il terralbese Salvatore Meloni, membro del comitato centrale del PSDAZ, l'irriducibile digiunatore, e Felice Serpi, il militare di leva trovato con una busta di polvere da sparo mentre usciva dal comando militare in cui svolgeva servizio.
Il prof. Bainzu Piliu, rientrando a casa, ringrazia giudici e carcerieri per il buon trattamento ricevuto, afferma che in carcere si mangia meglio che in famiglia, che si lavora e si guadagna fino a 270 mila lire al mese, e che "la galera matura" (Intervista rilasciata a La nuova del 14.8.'83). Tali dichiarazioni hanno fatto piacere a tanti che si sono augurati che anche altri intellettuali abbiano l'opportunità di farsi un certo periodo in galera, dato che - su questo non ci sono dubbi- la nostra società ha bisogno di intellettuali "più maturi".

10 settembre ‘83. Nuovo colpo di scena. L'irriducibile indipendentista Salvatore Meloni decide, dopo quasi due anni di rifiuto, di rispondere in lingua italiana alle domande del giudice istruttore Marchetti. Il quale, per premiare la conversione linguistica di un imputato accusato di reati che (se provati) comportano l'ergastolo, lo rimanda a casa, agli arresti domiciliari. Riabbracciati i familiari, salutati parenti e amici, Salvatore Meloni rilascia una intervista a La nuova quotidiano di Sassari.
Egli dice: "Il provvedimento adottato dal giudice Mario Marchetti nei miei confronti, di Bainzu Piliu e degli altri indipendentisti, rappresenta una mossa intelligente di questo magistrato. Il giudice Marchetti, infatti con il suo provvedimento, instaura una norma d'avanguardia nei rapporti tra magistrato e imputato. Il giudice Marchetti precede infatti i tempi degli sviluppi sulla legge degli arresti domiciliari, sulle garanzie personali degli imputati, instaurando un rapporto di fiducia tra magistrati e accusati. Tutto ciò sotto il profilo giuridico è un'intelligente interpretazione della norma da parte di un magistrato. Sotto il profilo politico devo però dire che per noi indipendentisti la concessione degli arresti domiciliari rappresenta una grandissima sconfitta". Gli è stato chiesto: "Perché una sconfitta?". "Perché gli arresti domiciliari - spiega Meloni - non ci rendono né colpevoli né innocenti, perché siamo sempre in stato di detenzione, ma la sconfitta per noi è dovuta dal fatto che con questo provvedimento lo stato italiano vuole dimostrare la sua benevolenza, la sua magnanimità nei confronti di noi dissidenti. "Perché le accuse, gli arresti, il carcere?", gli viene domandato ancora. "Siamo imputati in relazione all'art. 241 del codice penale - risponde Meloni - che parla di attentato contro l'integrità, l'indipendenza dello stato, che però, al secondo comma, recita per quanto attiene alla pena prevista che è l'ergastolo che 'la stessa pena è prescritta per chiunque commetta un fatto diretto a distogliere l'unità dello stato o a distaccare dalla madre patria una colonia o un altro territorio soggetto anche temporaneamente alla sua sovranità'. Come si vede la Sardegna potrebbe essere una qualsiasi colonia, come per me lo è fino a oggi, e quindi come minoranza etnica dobbiamo essere garantiti. Per quanto attiene poi ai reati di sovversione, se realmente in questa vicenda esistono, è necessario che si faccia piena luce, che si cerchi la verità su questi reati di sovversione. Con grande serenità aspetto il rinvio a giudizio, le esatte accuse e finalmente il processo. Al giudice Marchetti ho assicurato che risponderò in lingua italiana alle sue domande e questo per il nuovo rapporto che si è instaurato tra il magistrato e gli imputati". (La Nuova del 10.9.'83).

16 settembre ‘83. Giunge notizia della scarcerazione di Felice Serpi, al quale il giudice istruttore ha concesso la libertà provvisoria per aver dimostrato pentimento. Serpi è il giovane sardista, militare di leva a Cagliari, trovato con una busta di esplosivo mentre usciva dalla sede del comando militare dove prestava servizio. Arrestato in quella occasione (dicembre '81), con le sue confessioni ha inizio l'inchiesta sul "presunto complotto separatista" e i numerosi successivi arresti nelle file del PSDAZ.


Nota sugli sviluppi del caso Meloni

Il caso registrato dalle cronache giornalistiche come "il presunto complotto separatista" si delinea con maggior chiarezza se si muove dalla situazione di grave crisi economica che travaglia la Sardegna, il fallimento dell'autonomia e della rinascita, la rapina e il depauperamento del patrimonio naturale e produttivo, e da qui il malcontento e l'esasperazione, uno stato di disagio e di tensione in cui si sviluppa e si diffonde l'idea indipendentista. Credo infatti nella equazione: cattiva amministrazione italiana = estremizzazione dell'idea autonomistica in forme separatistiche. E dato per certo che l'amministrazione dello stato italiano è ladra in Italia, figuriamoci in Sardegna, in colonia.
Certamente c'è chi manovra - in un senso o in un altro - il malcontento popolare, le idee e le tensioni, di opposizione, di protesta, di rivolta. In primo luogo i politici di partito, per i quali ogni tensione popolare è traducibile in voti elettorali, in seggi parlamentari, in fette di potere. In secondo luogo gli organi addetti alla repressione popolare in difesa del potere costituito, per i quali è fondamentale il principio del "conoscere per dominare". Per far venire a galla i pesci sovversivi è d'uopo smuovere le acque: l'uso della provocazione, delle spie e dei "pentiti" è istituzionalizzato da millenni, nel potere. Altri che manovrano (o tentano di manovrare) le idee indipendentistiche come sintomo di malcontento, che propugnano il ritorno ai valori della cultura autoctona dei Sardi, sono certi intellettuali che fanno politica (demagogica) fingendo di far cultura. Per questi, la cultura è precisamente un pretesto per dare la scalata al potere per vie traverse e meno trafficate di quelle normalmente perseguite all'interno dei partiti politici e dei sindacati.
I successi, per altro effimeri, ottenuti in quest'ultimo periodo da certi intellettuali, e dal partito sardo d'azione, "cavalcando" l'idea indipendentista diffusa nella gente, dimostrano in modo lampante che nell'attuale sistema il cosiddetto "malessere" della società sarda, si traduce, per chi sa utilizzarlo, in "benessere" - nel senso di acquisto di potere e di privilegi.
Abbiamo visto che, per ragioni istituzionali, hanno un forte interesse all'idea indipendentistica i tutori dell'ordine. In questi ultimi dieci dodici anni, polizia e magistratura (cui si aggiungono i servizi segreti) hanno condotto tre grosse inchieste pubbliche sul "separatismo", sulla ipotesi cioè che tale idea potesse dar luogo a una organizzazione politica sovversiva, tendente a separare la Sardegna dall'Italia, magari alleandosi con il banditismo barbaricino, noto per il suo storico animus anti-italiano. Una prima inchiesta risale al periodo in cui si era costituito, tra intellettuali e politici sardisti, un fantomatico "movimento separatista", alla fine degli Anni Sessanta, che si diceva finanziato e manovrato dall'editore Feltrinelli (da qualcuno additato come "il gran vecchio" ante-litteram del terrorismo in Italia). Per quel che è dato sapere, questa prima inchiesta si chiuse con un nulla di fatto - pare per la presenza in tale movimento di "cittadini al di sopra di ogni sospetto", più che per l'onesta testimonianza del bandito Mesina che smentì di avere avuto contatti con l'editore milanese o con suoi emissari, circa una sua assunzione al ruolo di "guerrigliero".
La seconda inchiesta si ebbe con il "caso Pilia", in cui si configurava una "armata separatista", che nelle affermazioni della polizia aveva pronto un piano per mettere a ferro e a fuoco l'Isola con una nutrita serie di attentati, sequestri e assalti alle basi NATO. I risultati dell'inchiesta poliziesca, sostenuta da certi settori della procura, furono deludenti. Si volle calcare troppo la mano. Venivano attribuiti a quattro o cinque studentelli intenzioni sovversive di tale gravità da apparire subito incredibili. I quattro o cinque ragazzi "politicamente incazzati" (ma soltanto a parole) vennero ironicamente battezzati "l'armata Brancaleone"; e il "caso Pilia" (che qualcuno irriverentemente chiamò "provocazione" poliziesca) divenne il "polpettone Pilia".
La terza inchiesta, quella attuale, che in gergo cronachistico-questurino viene chiamata "il complotto separatista", sembra che stia per premiare l'assiduità e la tenacia di polizia e magistratura, nella ormai lunga ricerca di fenomeni criminali legati all'idea e alla organizzazione dell'indipendentismo sardo. Stavolta la banda separatista sembrerebbe esistere, sembrerebbe che fosse armata o che avesse intenzione di armarsi. Dalle cronache giudiziarie si desume facilmente che inserendo in questa inchiesta lo strumento del pentitismo (qualcosa di più raffinato della delazione) si sono ottenuti finalmente risultati ottimi (per gli inquisitori - si capisce).
Ciò che ha lasciato sconcertata l'opinione pubblica è il fatto che nessuno degli accusati del "complotto separatista" è rimasto in galera. Si fanno un mucchio di ipotesi, e chissà qual è la giusta. Comunque, nessuno egli indipendentisti ha resistito nel ruolo di "irriducibile": chi si è pentito e chi ha confessato, chi ha ammesso le proprie responsabilità e chi ha accettato di collaborare, e tutti, appena fuori, a tessere gli elogi del giudice istruttore, "uomo di larghe vedute democratiche".
Altra ipotesi è che potremmo trovarci davanti a un singolare caso di "pentimento generale", con "ramanzina generale" da parte dell'inquirente, e un "perdono generale" in sede di giudizio. se il fenomeno dovesse prender piede, si potrebbe prefigurare un rapporto nuovo tra il cittadino incriminato (supposto criminale o reo confesso) e la giustizia: un rapporto diciamo "alla buona", di tipo paternalistico, dove un salutare pentimento con la rituale promessa di "non farlo più" cancella e rafforza il potere della autorità del padre - stato - padrone.

8 ottobre ‘83. La stampa pubblica con grande rilievo che l'indipendentista Salvatore Meloni avrebbe tentato con alcune sue lettere di coinvolgere nel "complotto separatista" i massimi dirigenti del PSDAZ. Un quotidiano informa con un titolone in prima pagina (neanche se fosse morto il Papa) che "Salvatore Meloni ricatta il PSDAZ", minacciando i suoi esponenti: "Vi mando tutti in galera". Dato che il PSDAZ afferma nel proprio statuto di perseguire l'obiettivo dell'indipendentismo e che gli arrestati sono per la maggior parte sardisti dirigenti del partito, logica vuole che l'accusa di reati per fini separatisti potesse raggiungere tutto il partito. Niente dunque che già non si sapesse o che almeno non fosse logico supporre, dal momento in cui gli imputati del "presunto complotto separatista" ottengono il beneficio degli arresti domiciliari, in cambio della loro collaborazione con la giustizia. In altre parole, la decisione del "già irriducibile" Salvatore Meloni di assumere una posizione più duttile, parlando italiano e rispondendo soddisfacentemente alle domande del giudice, significa che lo stesso Meloni si è stancato di ricoprire il ruolo del martire irredentista, rischiando la propria pelle e il dissesto familiare, per dare lustro e voti ai dirigenti del suo partito - i quali prima hanno preso le distanze, poi lo hanno rinnegato e infine diffamato. La tesi del Meloni, che bene o male è membro della direzione del partito sardista, è quasi ovvia: "Tutto ciò che ho fatto l'ho fatto per la liberazione del popolo sardo dal colonialismo, sapevano del mio lavoro politico, erano e sono a conoscenza di ciò che facevo: se sono colpevole io, più colpevoli di me sono loro che stanno più in alto di me".
I vertici del PSDAZ replicano preoccupati che quella di Meloni è "un'oscura manovra per liquidare il partito sardo", che dietro Meloni devono esserci "altre oscure forze", probabilmente anche i servizi segreti.
Il giudice istruttore dal canto suo, interviene nella disputa affermando diplomaticamente che "il quadro accusatorio non cambia". Non cambia, ma nessuno sa esattamente quale sia il quadro. Se ci sono i soliti stracci che volano o anche colletti bianchi. In verità si tratta di lotta senza esclusione di colpi per il potere che se ne può ricavare cavalcando l'idea indipendentista, e ci sono dentro, per un verso o per l'altro, tutti i partiti, già sul piede di guerra per le elezioni regionali che si terranno tra sei mesi.

14 novembre ‘83. Gonario Malune, segretario della sezione del PSDAZ di Capoterra, viene arrestato su mandato di cattura del tribunale della libertà, con l'accusa di concorso in associazione sovversiva, in relazione al "presunto complotto separatista". Arrestato precedentemente, nel dicembre 1982, su mandato di cattura del giudice istruttore Marchetti, che conduce l'inchiesta, era stato prosciolto nel marzo dell'83 per mancanza di indizi. Al proscioglimento si era opposto il pubblico ministero Basilone, e il tribunale della libertà prima e la corte di cassazione dopo hanno dato ragione a quest'ultimo.

16 novembre ‘83. Gonario Malune lascia il carcere avendo ottenuto dal giudice istruttore Marchetti gli arresti domiciliari. O proscioglimento, o libertà provvisoria, o arresti domiciliari - lo slogan di Marchetti parrebbe quello di "nessun indipendentista in carcere". Dal canto suo, il pubblico ministero, rispettando il gioco delle parti, presenta nuovo ricorso - come ha fatto per tutte le altre concessioni di arresti domiciliari. L'ultima parola, spetta alla corte di cassazione.

17 novembre ‘83. Muore in ospedale, a Cagliari, l'indipendentista Adriano Putzolu, anch'egli implicato nel "presunto complotto separatista". Pentitosi e dissociatosi, era stato rimesso in libertà. Il Putzolu, acceso militante sardista, era noto come pittore muralista. La sua morte pare sia dovuta a emorragia cerebrale. I familiari hanno deciso, nel rispetto della volontà del defunto, di donare i suoi occhi a un cieco.

22 novembre ‘83. Nuoco exploit dell'indipendentista Salvatore Meloni, ribattezzato il Pannella sardignolo. Scrive il quotidiano di Sassari: "MELONI SUL TETTO DI CASA: fa lo sciopero della fame. Questa volta, è salito sul tetto della sua casa in via Kennedy a Terralba e ha promesso che non si muoverà più da lì. Nel frattempo, anzi, attuerà un nuovo sciopero, della fame e della sete. Poi, siccome pioveva, ha aperto un ombrello e ha trascorso sul tetto la sua prima notte. Meloni ha parlato ancora di persecuzione nei suoi confronti e della sua famiglia".
La nuova clamorosa protesta dell'indipendentista, iniziata alle dieci del mattino di lunedì 21 novembre, davanti agli inviati della stampa e delle tivù private appositamente convocati, viene attuata - come egli stesso dichiara - "perché in qualità di carcerato e di cittadino mi siano riconosciuti tutti i diritti e perché alle famiglie dei carcerati sia garantita l'assistenza sociale". Egli ha dichiarato inoltre che non scenderà del tutto e non cesserà il digiuno fintanto che non gli verranno riconosciuti i suoi diritti. Chiede di poter parlare con il procuratore generale della repubblica di Cagliari Villasanta, con il presidente del tribunale di Oristano Segneri e con la commissione regionale per i diritti civili dei carcerati.

26 novembre ‘83. In mattinata - scrive La Nuova - "in manette e accompagnato dai carabinieri", Salvatore Meloni "si è recato al palazzo di giustizia di Oristano per un colloquio concessogli dal dottor Segneri, presidente del tribunale, sul fallimento di una società da cui Meloni reclama la restituzione di alcuni beni di sua proprietà. Al terzo piano del palazzo di giustizia, il dottor Segneri ha consentito, durante due ore di colloquio, che a Meloni fossero tolte le manette… Le condizioni economiche di quest'ultimo sono considerate gravi. La famiglia, composta dai due coniugi più quattro figli, è sull'orlo di un collasso economico… Al rientro a Terralba, Meloni ha affermato di aver ricevuto assicurazioni sul caso. Io comunque - ha affermato - proseguo la protesta. Rientrato nella sua abitazione - l'indipendentista è agli arresti domiciliari - è ritornato sul tetto per continuare la sua protesta".

20 novembre ‘83. Nel pomeriggio, il movimento indipendentista Sardinna e Libertade tiene una conferenza stampa a Terralba in casa del Meloni. Il movimento esprime solidarietà al Meloni per la sua azione di protesta e fa propria la lotta per i diritti all'assistenza sociale alle famiglie dei detenuti. Sarebbero diverse centinaia di milioni che la Regione sarda terrebbe congelati, anziché distribuirli alle famiglie bisognose dei carcerati, cui spetterebbero di diritto. Sardinna e Libertade annuncia la decisione, che verrà ratificata dall'assemblea nazionale, di presentare proprie liste alle prossime elezioni regionali del giugno 1984, e insieme di dare il via a due petizioni popolari: la prima rivolta al presidente Pertini e alla commissione di giustizia della Camera per una nuova normativa sulla carcerazione preventiva e per la concessione dell'amnistia a tutti i detenuti politici; la seconda, rivolta al parlamento sardo, per il disarmo unilaterale della Sardegna e dei suoi mari.
Trapela notizia sulla intenzione di Salvatore Meloni e altri sardisti dissidenti di costituire un nuovo partito sardo indipendentista. Da indiscrezioni, pare che si chiamerà Par.I.S. (Partito Indipendentista Sardo), dove è evidente il richiamo al motto di battaglia del sardismo di Lussu "Forza Paris!" (Forza uniti!).
La questione dell'indipendentismo, nelle sue implicazioni politiche e culturali e per certi clamorosi aspetti repressivi con cui tenta di liquidarlo lo stato italiano, ha destato l'interesse della grande stampa a livello europeo. Un'ampia inchiesta che documenti i momenti più significativi dell'indipendentismo sardo è stata svolta dal giornalista catalano Rossend Domenech per il settimanale Interviu.

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