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L'abigeo / Su balenti

L'abigeo est chi furad meda bestiamini, non esiste uguale voce in lingua sarda. L'ho tra dotto con balente, uno che vale, che tenid biscottu in bertula, secondo la morale del codice barbaricino.
In tempi passati, floridi allevamenti di bestiame popolavano la Sardegna, dai Campidani di Cagliari agli altipiani di Sassari, per non dire dei monti del Nuorese che erano ricoperti più che di boschi di pecore e capre. A ricordo di quei tempi, di ingiuste distribuzioni del patrimonio e del diritto dell'escluso alla rivalsa, nella tradizione popolare é rimasta la leggendaria figura di balentes-abigei. Uno di questi, ziu Cappeddu, morto in vecchiaia una trentina di anni fa - precisamente l'anno che arrivò la luce elettrica in paese - é ricordato nei contus de forreda e immancabilmente in occasione di sa festa 'e sa procu, che nei Campidani si tiene nel mese di Dognasantu cioè a novembre.
Si narra della sua diabolica abilità notturna nel fare sparire qualunque grassa giovenca si fosse trovata nel raggio di molti chilometri, senza lasciarne traccia alcuna - ed é che una giovenca non é facile da caricarsi sulle spalle.
Assogadori infallibile al buio, alla luce del sole non gli riusciva con il laccio di assogare un manzo alla di stanza di tre metri. Usava un metodo ingegnosissimo, non brevettato, per catturare una pecora stando in sella  al cavallo: munito di una robusta e flessibile pertica di spinoso rovo, tenendolo bene impugnato, lo attorcigliava nel vello, tirandosi la preda fin sopra la sella.
Conosceva l'arte di catturare un vitello, senza che un solo muggito si levasse per la campagna - con semplice pezzo di spago legato alla lingua forata dell'animale, egli ne diveniva sicuro padrone, portandoselo appresso, docile come un cagnolino. Pavido e schivo durante le ore diurne, si racconta che egli rifiutasse di avvicinarsi, sia pure protetto dal guardiano, a una qualunque scrofa di recente sgravata. "Sa giustizia dda currad!... La giustizia la rincorra!... Non morderà me, no..." Ma calate le tenebre, si animava trasformandosi in astutissimo predatore di maialetti, che egli sapeva rapire e insaccare alla presenza della più selvaggia e zannuta mardini o troia, come si dice in lingua civile.
Divenuto con gli anni tardo e stanco, seppe adattare la difficile arte dell'abigeo alla sua età, senza demordere. Adottò il sistema di far morire di puntori (un male che rende non commestibile e quindi non commerciabile l'animale) una prospera giovenca, con il semplice ausilio di un berretto. Gli bastava applicarglielo per un certo tempo sul muso, non prima di avere avuto l'accortezza di ficcarle le corna rovesciate per terra. Più tardi, indisturbato, si impadroniva della vittima, che l'allevatore, tratto in inganno dall'apparente morti mala, antrace, lasciava abbandonata in campagna alla mercé dei cani e dei corvi.
Il suo declino giunse rapido e inesorabile quando in paese arrivò la luce elettrica. Destino volle che proprio davanti alla porta d'ingresso di casa sua gli piantassero il palo con la lampadina in cima.
"A che punto siamo arrivati, oggi, se un pover'uomo deve far vedere agli altri quel che entra in casa propria!" si dice che egli esclamasse, addolorato e offeso. Ziu Cappeddu era ormai vecchio e il suo cuore non seppe resistere a una civiltà che faceva luce anche di notte.
Guspini, gennaio 1964

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