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ORUNE: Sa festa de sos mortos


Orune è un paese dell'interno che conta circa 5.000 abitanti che vivono a economia pastorale, organizzata secondo forme arcaiche, ma che tuttavia mantiene una sua funzionalità in rapporto all'ambiente geografico, alle risorse naturali.
É situato a 27 chilometri da Nuoro, appena più a Nord del capoluogo barbaricino, in una delle zone più aspre e impervie della Sardegna, tra i monti Lollove e Saraloi. Al visitatore appare simile a un nido d'aquile, edificato in cima a un picco, tagliato fuori dalla statale n.389 che porta ad Olbia.
Di Orune si è parlato, e si parla - spesso a sproposito - nelle cronache del banditismo. É tempo di rompere con i pregiudizi e le mistificazioni: il sistema colonialista, vecchio e nuovo, ha "privilegiato" e contribuito a "mitizzare" il banditismo sardo, per utilizzarlo emotivamente come copertura alle sue nefande azioni di penetrazione armata, di assoggettamento e di sfruttamento di quelle popolazioni, che da secoli dimostrano di resistere.
C'è un dato anagrafico sintomatico. Al censimento del 1960, a Orune si contavano 1.959 maschi contro 2.476 femmine - rispetto al 1951 in cui si avevano 2.539 maschi e 2.476 femmine. Una spiegazione del grave fenomeno potrebbe darla lo Stato italiano: con l'emigrazione, il confino, le taglie, la galera e i mitra ha falcidiato la popolazione maschile di questo paese, in esecuzione di un cinico disegno di sterminio del popolo barbaricino.
Sono stato ospite a Orune per la prima volta nel novembre del 1962, per assistere alla tradizionale festa de sos mortos. Che qui viene celebrata, seguendo il calendario cattolico, il due di novembre, ma che certamente, in passato, cadeva alla fine dell'anno solare. Sui riti pagani del capodanno sardo, ha scritto Sebastiano Dessanay ("Sardegna Oggi" n. 39 - 1964):
«Il ciclo festivo dell'anno nuovo o del rinnovamento, conteneva anche il rito del ritorno dei morti nel villaggio e quello della loro espulsione. Le nostre popolazioni rurali credono ancora che nel Vespro di Natale i morti lascino temporaneamente le loro dimore sotterranee e si rechino a visitare i vivi. E i vivi preparano per essi la cena. Il significato rituale di questo ritorno e della offerta dei cibi è stato messo in luce dai recenti studi etnologici. Secondo l'ideologia dei popoli a civiltà agro-pastorale i morti continuavano ad avere rapporti con i vivi e potevano tra i vivi provocare benefici o malefici. Da ciò la necessità di cattivarsi la loro benevolenza. L'offerta rituale assume il significato di "autodistruzione del prodotto o carestia culturale organizzata" e rappresenta perciò una "garanzia contro ogni rischio di carestia".»
Il racconto che segue è la descrizione di sa festa de sos mortos a Orune, così come cronologicamente si è svolta, e come fedelmente l'ho annotata.

1 - Qualche giorno fa, nell'ovile, il pastore ha scelto i suoi tre agnelli più grassi, e le donne, in casa, hanno impastato la semola per fare su pane durche.
Negli strapiombi granitici, lungo i pendii ripidi, tra il verde scuro dei cisti e di rade querce, brucano le ispide greggi. Accanto vegliano agili cani senza ringhio e fucili, al riparo di un anfratto.
L'ovile è una breve radura, scura di letame: un cerchio di sassi e di rovi, davanti a uno spuntone roccioso a visiera o a un blocco di granito cariato, al cui riparo fiammeggiano sterpi, o intorno a un cono di pietra e di frasche per le notti senza stelle e senza nemici.
I sanguinanti agnelli dall'occhio opaco pendono dai pali; i cani leccano le pozze di sangue, prima che la terra ingorda le asciughi.

2 - All'imbrunire, rientrando in paese, i pastori portano a spalla sas pettas, le carni macellate. Le donne apprezzeranno il biancore adiposo dei visceri e il rosato tenero dei lombi, e prepareranno sos presentes, le parti da mandare in dono a parenti e vicini.
Le donne hanno spostato sa mesa manna al centro dell'ampia cucina riscaldata dal fuoco del camino. Le fanciulle parlano fitto tra loro - chi seduta con la scodella dell'uva passita in grembo, intenta a estrarne il seme; chi in piedi a pigiare col pugno chiuso la semola impastata col miele. A un lato del camino, assisa sulla scranna grande nera di fumo e di anni, sta la Madre, che dirige e segue l'attività della famiglia. Stimola e rimbrotta di continuo: "Cosa andate combinando, scriteriate!? Benedette ragazze, cervello di gallina avete!" E la sua voce dura tradisce un'interna indulgenza.
Sopra sa mesichedda, in un largo canestro ricoperto di lino, fermentano sos papassinos, i rituali dolci dei Morti, di farina impastata con uva passita e sapa, in attesa del forno. Nelle corbule di afodelo e di giunco si asciugano le fettucce di semola per sos macarrones.
Sono arrivati gli uomini con sas pettas, le carni macellate, e con le erbe aromatiche colte lungo il sentiero.
"Salude", dicono entrando. E se ne stanno a capo chino davanti alla Madre, dopo aver deposto ai suoi piedi gli agnelli scuoiati. Le ragazze hanno interrotto il loro lavoro per farsi attorno, per vedere, per dire come sono belli e grassi e quanti chili peseranno. E la Madre, aperto lo scialle nero che dalla testa lascia cadere sulle spalle, divide con lo sguardo e con decisi gesti della mano i quarti e le interiora: "Questo a Mariedda e quest'altro a comare Grascia; questo a cugina Caderina e questo a sos Mortos...", ai Morti, quella coscia, la più grassa, da arrostire sulle braci vive, col rosmarino, col sale e col sego fiammeggiante.

3 - I ragazzi, questa sera di Vigilia, sono usciti a frotte per il paese, recando sas cuneddas, le sacche di lino e di orbace per la questua. "Pro sas animas" chiedono bussando agli usci socchiusi.
Le strade quasi buie si riempiono di ombre e di voci; gli acciottolati risuonano di scalpicii.
"Qui siamo già stati..."
"Non dimentichiamo zia Pietrina, che ha cuore grande."
Noci, noccioline, castagne e papassinos riempiono le sacche "Pro sas animas.'", dicono. E si infilano in un altro vicolo mostrandosi l'un l'altro a gara il gonfiore della propria cunedda, facendosi furbi, sopravanzando sugli altri per ottenere la prima manciata, la più cospicua, tendendo la sacca aperta.
"Ma tu sei Antoni, figlio di compare Pedru! Tieni, tenete, pro sas animas... "
La notte si approssima. Le campane cominciano il loro lento suonare a morto. "É tardi, ora. Bisogna rientrare", dicono i ragazzi.
Sul tavolo grande, in cucina, davanti alla Madre e alle sorelle curiose, rovesciano il frutto della questua.
"Il mio mucchio è più grande del tuo!"
Il ragazzo del mucchio più piccolo arrossisce davanti allo sguardo della Madre. "É tutto pro sas animas, il  molto e il poco. Mangiate e andate a letto, adesso, ché la Messa domani è di buon'ora. E voi, scriteriate, preparate sas mesicheddas e sas cheras, ché le campane hanno già cominciato a suonare".

4 - Le greggi dormono protette dalla legge dei Morti, questa notte. I fucili sono appesi alle pareti di roccia, negli anfratti nascosti. I cani dormono sulla cenere tiepida  dei fuochi spenti.
In paese non c'è nessuno che non abbia il focolare illuminato, perché la legna sui monti ha solo bisogno di braccia per essere sradicata. Non c'é nessuna bocca che non abbia di che sfamarsi, perché il cibo, stanotte, ha solo bisogno di una voce e di una mano che lo chiedano pro sas animas. E non offende nessuno, stanotte, il chiedere, perché non ci sono più né ricchi né poveri, stanotte, e ognuno dà e ognuno riceve, per quanto sono grandi la sua casa e il suo cuore.
Gli uomini, chiusi al caldo fumoso delle bettole, parlano del tempo e dei pascoli, delle pecore gravide e di quante hanno già partorito - che la brina non bruci l'erba; che le greggi diano latte e grassi agnelli; che il fulmine incenerisca la mala gente.
Si scaldano col vino nero e con s'abbardente che ha il profumo dell'anice. Dalle tasche levano noci e castagne lesse, se le offrono l'un l'altro sul palmo della mano, con le parole rituali pro sas animas. Di quando in quando, scrutano attraverso i vetri appannati la strada deserta: a mezzanotte arriveranno le anime dei Morti, giunte dal loro Mistero. Si spargeranno per il paese, torneranno per una notte a risiedere nelle case che hanno edificato, dove hanno gioito e sofferto, amato e odiato, attratti dai ricordi e dalle luci lasciate accese, il cui chiarore filtra dalle imposte socchiuse.

5 - La Madre ha preparato sas cheras, le candele infisse negli appositi fori sul piano di un tavolo basso, perché domani siano pronte ad ardere. Una per ogni morto, di recente o di antica data, padre o madre, sorella, zia, cugina o nipote. I ceri più grossi, da un chilo, sono per sos manneddos, i nonni; quelle che avanzano sono riservate pro sas animas no cricadas dae nemos,  le anime che non hanno lasciato eredità di affetti, che non hanno nessuno del loro sangue tra i vivi, ma devono  essere ricordate.
Le fanciulle si sono ricoperte il capo con lo scialle nero e infilano uno ad uno, nome per nome, come la Madre va elencando, i ceri - le anime dei Morti che tornano tutte, una volta ogni anno, tra i sassi dove arde un focolare.
Il tavolo apparecchiato per la cena dei Morti viene collocato in mezzo alla cucina, davanti al fuoco del camino, perché i Morti sono intirizziti.
"E non dimenticate la sapa per nonna Antioga, né il suo tabacco sassarese, né il vino passito di Oliena, che piaceva tanto a Franziscu..."
Sopra il tavolo, le donne hanno steso la tovaglia buona di lino e una corona di dolci cari ai Morti - molto zucchero e miele per lenire l'amaro acre della terra: sos papassinos e su pane durche. Quindi hanno messo mucchietti di noci e di castagne e di fichi secchi. In mezzo, il tagliere con l'arrosto ancora caldo e umido di gocciole di grasso, e sos macarrones gialli di zafferano e ricchi di pezzetti di carne insaporita.
"E un pezzetto di salsiccia, messa l'avete?"

6 - I morti tornano, stanotte. In silenzio, ritornano a rivedere il mondo dei vivi. Ritornano tutti, anche quelli che la memoria labile dei vivi non può ricordare.
I rintocchi lenti e cupi delle campane li hanno risvegliati dal loro lungo sonno. E ancora, dopo il risveglio, scuotono le membra intorpidite, vagando a schiere tra gli acciottolati bui fangosi, battendo i piedi che non fanno rumore, additandosi l'un l'altro, riconoscendosi e chiamandosi per nome con la loro voce senza suono - i parenti con i parenti, gli amici con gli amici, i bambini con i bambini, le donne con le donne, i vecchi con i vecchi e le fanciulle con le fanciulle, da un lato, ricoperte pudiche dall'ampio scialle di seta a frange, quello stesso che portarono in dote nella bara umida di pianto e di acqua santa.
Si ricompongono a ogni crocicchio, le schiere che nessun occhio umano può vedere - soltanto, per eccezione, una creatura santa o innocente. Si ricompongono per comunicarsi le impressioni di ciò che ritrovano: ogni anno, cose nuove e diverse. E parlano dei figli, dei nipoti che hanno fatto più grande la casa, più numerosi il gregge e la famiglia.
Si guardano attorno di tanto in tanto, in attesa che giunga qualche loro bimbo o vecchio, mossi da cimiteri lontani, dopo aver vagato sperduti tra sentieri montani, se un'altra anima non li ha guidati lungo il cammino.
Dentro le case, dormono i vivi, i ragazzi e le fanciulle, dopo aver recitato le preghiere. La Madre, sola nel grande letto, attende lo scalpiccio dei passi attraverso l'uscio socchiuso della cucina illuminata. E pensa a quanto è lunga e dura una vita; e come sia triste e lieto l'essere nati; e quanto sia dolce e amaro chiudere gli occhi.

7 - Alle prime luci dell'alba rientrano gli uomini, insonnoliti per la lunga veglia e per il lungo bere.
I Morti sono tornati nel loro lontano Mistero - i loro occhi non sopportano la luce del sole, dopo tanto buio; le loro orecchie temono il brusio delle parole, il frastuono dei vivi, dopo tanto silenzio.
Hanno rivisto ciò che essi hanno creato - sudato e pianto - e lasciato: greggi ruminanti nel sonno sui monti, e cani appisolati sulle ceneri tiepide, e muri di pietra riverberanti la luce e il calore dei sacri fuochi, e uomini vigili in perenne veglia, pronti a difendere il patrimonio, e i ragazzi e le fanciulle addormentati del sonno greve dell'innocenza, e il grave pensare della Madre.
Essi hanno visto. Si sono seduti alla mensa imbandita, ritrovando il gusto dei cibi dopo l'insipido della terra; hanno riassaporato l'asprigno dei vini, e il dolce dei fichi e della sapa, e il croccante degli arrosti, e l'aroma dello zafferano nei macarrones, e il calore dell'abbardente all'anice.
Con gli ultimi rintocchi sono riapparse le guglie granitiche dei monti e il verde delle rade querce. I cani hanno latrato al nuovo giorno e al gregge distratto che la fame spinge attorno ai cespugli di mirto sull'orlo di strapiombi. Un vento leggero dirada il fumo pesante dei comignoli, scoprendo tetti rossi muschiosi, con le tegole trattenute dal peso dei sassi, e viottoli ripidi, il cui fango nelle pozzanghere s'è fatto di vetro.
I Morti sono ormai ritornati nel loro Mistero. Dove non ci sono greggi, né pascoli, né sole, né pioggia, né odio, né amore - soltanto buio silenzio ricordi.

8 - A mezza mattina, le campane suonano a festa, annunciando la Messa solenne.
I ragazzi sono usciti presto, con l'abito nuovo e con molte raccomandazioni perché non lo sciupino.
Gli uomini, dopo una breve dormita, sono tornati alle bettole per ritrovarsi e riparlare del tempo, dei pascoli, delle greggi.
Le fanciulle si aggiustano le pieghe della gonna e il fazzoletto ricamato sul capo e la blusa ben stretta in vita.
"Fate presto, scriteriate, buone a nulla!", le richiama la Madre, "Fate presto, che arriverete tardi alla Messa!"
"Pronte, pronte", rispondono uscendo, dandosi gli ultimi tocchi, pizzicandosi a vicenda le guance per farle più rosse, che spicchino nel biancore del viso, e mandando intanto una voce alle compagne del vicinato.
I giovani faranno ala al loro passaggio nel piazzale di chiesa e offriranno loro frutta secca, dolci e sguardi amorosi.

9 - La Madre è rimasta in casa con le vecchie. Ha disposto davanti a sé gli sgabelli di legno e di sughero che contengono infissi i ceri accesi. Seduta sullo scanno, ricoperta dallo scialle nero, fa scorrere tra le dita i grani di madreperla del rosario - una preghiera per ogni cero, per ogni anima, per ogni fiammella che arde, per sos manneddos, per zia Assunta, e per zia Pietrina, per Pedru e per Luisu, e per tutte le anime non criccadas dae nemos, le anime ignote.
I ceri ardono tremolanti nella cucina dalle imposte serrate, proiettano ombre e richiamano memorie, simili a lingue che muovono parole senza suono...
"Bello eri, Luisu mio! venuto dai monti lontani di Fonni, tutto vestito di velluto nero sul cavallo bianco! Le tue pecore erano tante da popolare la spalla di un monte, e i tuoi cani erano agili e svelti, e senza ringhio sapevano azzannare a morte il cinghiale..."
"Bello e forte eri, come il granito di cui tua madre inghiottì una scheggia, quando eri nelle viscere sue! E i ladri orgolesi ti salutavano e ti temevano, quando apparivi dall'alto di una balza, col moschetto imbracciato. E i tuoi nemici erano tanti, come tante sono le stelle del cielo..."
"Riposa in pace, requiem aeternam dona eis, Domine..."
"E tu, Antoni, ragazzo mio! come ti sono stati duri i tuoi vent'anni, fuggendo sempre tra dirupi e boschi! Ieri mi sembra il giorno che le donne del vicinato mi gridarono la tua morte, quando gli uomini ti riportarono a spalla fino ai miei piedi, perché io ti chiudessi gli occhi..."
"Riposa in pace, requiem aetemam dona eis, Domine..."
"E tu, nuora mia, Angela di nome e di opera, fiore della mia casa! ubbidiente e schiva e timorata, eri. Mai ferme stavano le tue mani di rose e di gigli, che facevano la casa lucida come uno specchio. Mai un lamento uscì dalla tua bocca, seppure col tuo male dentro, e non lo dicevi per non dispiacere alcuno. Dolce come il miele, eri; pura come una colomba, eri. Nessun maschio che non fosse tuo marito avevi mai osato guardare in viso..."
"Riposa in pace, requiem aetemam dona eis, Domine..."
I grani lucenti di madreperla scorrono tra le dita della Madre, immobile davanti alle anime che rivivono per comunicare con lei - scaturite dalla fiammella fumosa dei ceri, per proiettarsi ombre sui muri, alla luce del camino.

Orune 2 novembre 1962

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