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Indice articoli


2. I “fatti di Cabras”

Anno Domini 1660. Filippo IV, re cattolico di Spagna, è impelagato nella guerra di Catalogna. A corto di quattrini, chiede un mutuo al banchiere genovese Gerolamo Vivaldi. A garanzia del mutuo, il re cede a costui i diritti esclusivi di pesca negli stagni di Cabras che appartengono alla Corona.
Anno Sabaudo 1853. Gli eredi del Vivaldi cedono il “pegno” a don Salvatore Carta, notabile oristanese.
Anno 1956. La Regione Autonoma Sarda promulga la legge n° 39 dove si dichiarano “decaduti i diritti feudali di pesca nelle acque interne e lagunari, a qualunque titolo posseduti”.
1959. La Corte costituzionali conferma la legittimità della legge regionale n° 39. La CGIL promuove a Cabras un'assemblea di pescatori per illustrare la legge. Dopo secoli di servitù feudale i pescatori stentano a credere ciò che sentono. E' un'idea ancora “sacrilega” levare gli occhi in faccia al padrone. I parlamentari della sinistra chiedono al governo regionale l'applicazione della legge 39 e la socializzazione degli stagni di Cabras - i più estesi e i più ricchi della Sardegna, con un reddito approssimativo di un miliardo di lire annuo -.
1960. Oltre 200 pescatori - i paria, gli esclusi dal feudo lagunare - occupano simbolicamente lo stagno di “Sa mardini”, il più piccolo dei tre bacini, che forma una baia del golfo di Oristano. Il governo regionale d.c. promette la sollecita applicazione della legge. Appena un mese più tardi, il 7 settembre, i pescatori del golfo trasportano i loro barchini fino allo stagno con l'aiuto dei contadini che forniscono i mezzi agricoli. Sono circa quaranta barche, oltre 100 pescatori. Gli “scioperanti” si dispongono al centro della laguna, decisi a non uscirne fino a quando non abbiano ottenuto giustizia, l'applicazione della legge 39, l'abolizione dei diritti feudali. La popolazione si riversa sulle rive e acclama i “sovversivi”. Affluiscono intanto centinaia di carabinieri in assetto di guerra; circondano lo stagno, assediano i pescatori. Il locare circolo AILC lancia una campagna di stampa e organizza un comitato di sostegno: nottetempo, nuotatori subacquei eludono la barriera d'assedio dei carabinieri e dei servi del padrone e riforniscono di viveri gli “scioperanti”. Tre giorni e tre notti. Il quarto giorno, il presidente della regione interviene con un telegramma: per tutto il mese, fino a quando non sarà applicata la legge, pescheranno a turno tanto i feudatari quanto gli “scioperanti”. Questi ultimi accettano l'arbitrato del presidente della regione e desistono dall'occupazione. La popolazione li porta in trionfo per le vie del paese.
1961. Le promesse governative non sono state mantenute. Nelle file dei pescatori serpeggia la sfiducia. I 60 rimasti a lottare decidono una nuova occupazione. La mattina del 15 maggio, una ventina di barche entrano nello stagno di “Sa mardini”. Stavolta sono decisi ad andare fino in fondo: non si lasceranno incantare dalle promesse. I loro familiari, donne e bambini, si accampano sulle rive. Duecento carabinieri e un numero imprecisato di questurini occupano il paese. Per far posto alle “forze dell'ordine” occupano il refettorio scolastico e alcune aule. Oltre trecento bambini vengono affamati per la mancata refezione. Sono in gran parte figli di pescatori. Il circolo AILC tempesta di telegrammi le autorità. Per paura dello scandalo, prefetto e questore ordinano al sindaco d.c. di ripristinare “immediatamente” la refezione scolastica. Dopo una settimana, i pescatori resistono ancora. L'eroismo di quel pugno di “miserabili” che si batte, in nome della legge, contro un anacronistico residuo feudale, commuove l'opinione pubblica dell'isola, dell'Italia, dell'Europa. Piovono a Cabras “inviati speciali”: i pescatori di Cabras sono diventati un “ottimo prodotto” per la civiltà consumistica. L'ottavo giorno arriva il solito telegramma del presidente della regione, entro breve termine il governo si impegna a trovare una soluzione di compromesso tra feudatari e pescatori, in attesa dell'applicazione della legge 39. Gli “scioperanti” sono all'estremo della resistenza e ancora una volta si rimettono nelle mani della “giustizia”.
1962. I pescatori “liberi” si sono organizzati in cooperative. Con un colpo di mano si sono aggiudicati all'asta le paludi comunali: una fascia di acquitrini ai margini degli stagni che i feudatari si erano sempre aggiudicati per poche lire non avendo nessuno osato mai contrastarli. Per avere queste paludi i pescatori si sono ipotecati tutti i loro stracci e il loro lavoro di anni. Nel mese di giugno i feudatari denunciano i pescatori delle paludi di aver sconfinato e pescato negli stagni. Nello stesso mese, i servi dei feudatari bloccano i pescatori che rientrano dal lavoro, li malmenano e sequestrano quanto hanno pescato. Le “forze dell'ordine”, avvertite, non intervengono. Nel mese di luglio, su mandato di cattura firmato dal procuratore della Repubblica di Oristano, cinque pescatori vengono arrestati sotto l'imputazione di “furto aggravato e continuato di pesce”. Per tutto luglio si succedono gli arresti. Ad uno ad uno, alla chetichella, per evitare tumulti popolari, gli uomini di punta della lotta antifeudale vengono eliminati. Alcuni si danno alla latitanza.
Dall'inverno del 1962 alla primavera del 1963 si scatena la “guerra della carta bollata”. I feudatari sostengono che la legge 39 non si possa applicare agli stagni di Cabras, in quanto vi si trovano non in virtù di “diritti feudali” ma per un “diritto di proprietà”. Gli oppositori negano questo diritto di proprietà, anche per la natura demaniale delle acque in questione. Il ministro della Marina mercantile dà incarico ad una commissione di accertare la natura degli stagni.
1963. Estate. In un clima sonnolento riprendono gli arresti dei pescatori ancora liberi. L'imputazione è sempre la stessa: furto aggravato e continuato. I pescatori da arrestare stavolta sono CENTOSEDICI e la “giustizia” mette in campo uno schieramento di forze mai visto prima, neppure per la repressione del banditismo. Un rione intero (Veneziedda) insorge contro l'esercito che circonda il paese, che invade le campagne, che batte strade e perquisisce case dando la caccia ai pescatori. Alla fine dell'anno, l'opinione pubblica viene a conoscenza di una sensazionale sentenza della Corte di cassazione: facendo riferimento a Cabras, vi si afferma che i pesci dello stagno sono da considerarsi res nullius in quanto non allevati dai feudatari ma circolanti liberamente, pertanto ai pescatori può imputarsi il reato di pesca di frodo e non quello di furto. Subito dopo - in clima elettorale - un'altra “buona” notizia: la commissione incaricata dal ministro della Marina mercantile ha accertato la natura demaniale degli stagni di Cabras. I feudatari, che dispongono di una coorte di avvocati, ricorrono al Consiglio di Stato, che - in tutta fretta - dà loro ragione.
1964. Estate. I pescatori organizzano a Cabras il 3° convegno regionale della pesca. Mancano undici pescatori ancora in galera (gli altri sono in libertà provvisoria, per decisione del tribunale d'appello di Cagliari). Nel mese di luglio il tribunale di Oristano giudica gli undici pescatori. Questo il commento apparso sulla rivista Sardegna Oggi, n° 33:

… Accusati inizialmente di “furto aggravato e continuato” per aver essi pescato in “acque di proprietà privata” e arrestati sotto questa imputazione; crollata la base giuridica di tale accusa, perché facile non è neppure ai baroni mascherare la vera natura delle acque, accertate demaniali; crollata la speciosa accusa di furto di pesci di “proprietà comune”, come afferma una interessante sentenza della Corte suprema, restava quella ben più modesta di “pesca di frodo” e, infine, una “resistenza aggravata e continuata” alle forze dell'ordine, resistenza che fu opposta, secondo la stessa accusa, per evitare l'arresto relativo all'infondato reato di furto…
Per questa “resistenza” (modificata nella sentenza in “oltraggio pluriaggravato e continuato”) gli undici pescatori sono stati condannati alla galera: chi per un anno e quattro mesi, chi fino a due anni e sette mesi.
L'oltraggio è tutto in tre frasi che alcuni pescatori (malamente riconosciuti tra 120 tumultuanti in un'ora di scarsa visibilità) avrebbero rivolto alle “forze dell'ordine” (“farabutti, disgraziati!”, “con quale faccia vieni qui!”, “togliti quella sporca divisa che ti faccio vedere!”) e in un lancio di qualche manata di fango estratto dal fondo della palude dove gli imputati esercitavano il loro lavoro, dove l'apparato di polizia, un centinaio tra carabinieri e poliziotti, in assetto di guerra, si era recato per marciare contro gli affamati ribelli che osavano turbare il “legittimo” secolare sfruttamento dei feudatari di un monarca spagnolo…
Ben duro e ben crudele è stato lo scotto che i paria del feudo maledetto dei Carta hanno pagato per affermare il loro diritto al lavoro. Uomini poveri e sprovveduti che hanno usato gli unici mezzi di offesa, il fango, l'unico linguaggio che essi potessero conoscere in un mondo ingiusto e miserabile… La giustizia ne fa una questione di principio… Questa giustizia li pizzica astutamente nel dettaglio, li agguanta, li stritola “legalmente” approfittando dell'angolino buio… Un oltraggio alla forza pubblica, contestato dalla parte oltraggiata, è costato fino a due anni e sette mesi di galera, è costato nuova fame e nuova miseria a decine di bambini, è costato una nuova sconfitta al povero incappato nelle maglie della legge mossa dal ricco.
Ma l'oltraggio barbaro e incivile perpetrato ai danni di centinaia di onesti lavoratori privati dei loro più elementari diritti, l'oltraggio inumano patito dalle famiglie, dalle donne e dai bimbi di questi lavoratori, l'oltraggio fatto alla stessa Costituzione, questi oltraggi, CHI E QUANDO E COME li pagherà?
Oggi, il solco profondo di diffidenza, di odio, di rancore vieppiù scavato fra il cittadino e l'autorità dello Stato è giunto… alla fase in cui anche il pubblicista non può predicare una adesione ad un legalitarismo che appare sempre più farisaico, e non se la sente di declamare il rispetto per una legge che lascia impuniti ladri di miliardi e distribuisce a cuor leggero anni ed anni di galera alla povera gente per “furto di pesce” sudato un'intera notte con le reni nell'acqua, o per frasi poco “signorili” pronunciate in un momento di legittima ira.

A tutt'oggi, la questione degli stagni di Cabras resta aperta. Anno dopo anno, di norma durante i sonnolenti mesi estivi, i pescatori vengono arrestati per “furto continuato e aggravato di pesce” e la legge regionale 39 attende ancora d'essere applicata.

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