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3. Giustizia e aree coloniali

Nelle aree coloniali o di “servizio” del capitalismo l'apparato repressivo dello Stato assume aspetti particolari. Vi è un differente “animus” da parte della polizia, dei tribunali, delle prefetture, degli amministratori in generale, nei confronti del cittadino. I “fatti di Cabras”, per esempio, sono tipici di una regione dove permangono profondi residui feudali non soltanto nelle strutture economiche ma anche nel costume del potere: il cittadino è considerato un “suddito” con infiniti doveri e nessun diritto.
Vi sono reati propri delle aree progredite, come la strage del Vajont, gli illeciti profitti di industriali e il loro espatrio “legale” per evitare ogni pena, le clamorose evasioni fiscali dei nipoti di Papa Pacelli, le sofisticazioni tipo “il buon vino Ferrari”, ed altri, che, per i danni che provocano alla comunità, sono da considerarsi reati gravissimi: eppure vengono repressi in forma benevola (quando pure si arrivi ad una condanna!). E vi sono poi reati di per sé insignificanti, come la detenzione di un coltello a serramanico, il furto di una bisaccia di fave o di una pecora, il pascolo abusivo - propri di un'area economicamente arretrata -, che vengono giudicati e repressi con estrema severità. Anzi, per aggravarne la pena, vi si aggiunge di solito una “resistenza” o un “oltraggio” al pubblico ufficiale che si è occupato del caso.
Dunque, trattamento differenziato al cittadino a seconda della sua estrazione socio-economica e dell'area geografica in cui vive. Non è il caso di citare i dati statistici delle percentuali criminogene in base al ceto. Quando in fase istruttoria e dopo la sentenza sia nei poteri discrezionali del magistrato concedere al carcerato la libertà provvisoria, si “appurerà” che il provveduto borghese è sofferente di cuore, di fegato o d'altro ed ha estremo bisogno di libertà; mentre lo sprovveduto lavoratore, di sana e robusta costituzione, resterà in galera. Non è un caso che tra i fermati “suicidati” dalla polizia in questi ultimi anni non figuri neppure un industriale, ma figurino un pastore e un anarchico.
Anche per quel che riguarda le prove di colpevolezza, accade che non si stia a guardare tanto per il sottile quando si tratta di incriminare un contadino, un pastore, un pescatore. Spesso, come indizio, basta il solo aspetto fisico confortato da un “sano” pregiudizio. L'abbruttimento provocato dallo sfruttamento, la povertà, l'ignoranza diventano così elementi a carico di chi ha già subito l'ingiustizia d'essere un paria.
Si parla con sempre maggiore frequenza di “crisi della giustizia”. dipende dai punti di vista. C'è chi la rifiuta in blocco e auspica una “nuova giustizia” - per esempio i marxisti-leninisti -; c'è chi vorrebbe farla funzionare meglio e auspica riforme di struttura. In effetti funziona benissimo nella misura in cui si dimostra strumento valido nella difesa dei privilegi della classe al potere.
In Sardegna, i “riformisti” denunciano la “crisi” già da molti anni. L'avvocato Antonio Bellu scrive su Sardegna Oggi del gennaio 1963:

“Vengono celebrati processi vecchi di dieci anni. I detenuti a volte debbono attendere in carcere anni prima d'essere giudicati. In questi giorni, nella Corte di cassazione e nelle Corti d'appello si rinnova la tradizionale cerimonia inaugurale dell'anno giudiziario. Ovunque il Procuratore generale, nel rituale discorso denso di cifre e di dati, rende pubblico il bilancio tecnico e morale dell'attività svolta durante l'anno precedente… La giustizia è in crisi. Essa è divenuta inceppata negli ingranaggi logori ed anacronistici e perciò procede con la lentezza di un carro a buoi nell'era dell'atomo. Quali le cause di questa crisi? Inadeguatezza delle istituzioni o insufficienza dei mezzi di conduzione? L'una e l'altra cosa…”

Ancora Sardegna Oggi, nel giugno del 1965, denuncia il “gravissimo disservizio giudiziario nel circondario di Nuoro” dove “3.711 processi penali attendono la definizione”:

“Gli avvocati di Nuoro hanno recentemente deciso di continuare la loro agitazione di protesta contro il disservizio giudiziario. La situazione precaria in cui si svolge, nel circondario, l'amministrazione della giustizia può essere sintetizzata in dati di per sé fin troppo indicativi: su 10 giudici del tribunale, previsti nell'organico, sono in servizio soltanto 3. Soltanto 2 preture su 7 sono ricoperte da un titolare. Di contro la situazione degli affari penali pendenti al 31/12/1964 è la seguente: dinanzi al tribunale attendono di essere decisi ben 449 processi; dinanzi alle preture di Nuoro, Bitti, Bono, Dorgali, Gavoi, Orani, Siniscola, i processi penali che attendono una definizione sono ben 3.262. Né è molto migliore la situazione delle cause civili. Dinanzi al tribunale di Nuoro attendono una definizione 1.326 cause, mentre le cause ancora pendenti dinanzi alle preture del circondario sono 1.246.”

Una crisi di “funzionalità” che interessa soltanto la povera gente - quella che incappa nelle maglie della giustizia - che può aspettare. Nessun danno ne viene al sistema da questo tipo di “crisi”. La polizia è efficiente; le galere sono efficienti. Gli incriminati, innocenti o colpevoli che siano, sono al sicuro e possono attendere. Anzi, è salutare per il comune cittadino conoscere la giustizia in tutto il suo rigore e imparare a temerla.
Gli esempi che seguono sono fatti di cronaca che si registrano quasi quotidianamente.

“DOPO SEI MESI DI GALERA PROSCIOLTO IN ISTRUTTORIA UN GIOVANE PASTORE. Francesco Frau, il giovane pastore di Ollollai (Nuoro) può nonostante tutto ritenersi fortunato. Il 26 febbraio, il giudice istruttore del tribunale di Sassari ha deciso di proscioglierlo dall'accusa di aver preso parte alla clamorosa rapina avvenuta al night “La Siesta” di Alghero, e ne ha ordinato la scarcerazione. Venerdì mattina, il pastore ventenne ha lasciato le carceri di San Sebastiano dopo sei mesi di permanenza. All'uscita lo attendevano il padre e i fratelli. Ora il giovane riprenderà il suo lavoro, ma non vi è dubbio che la sua fiducia nella legge è stata scossa dall'episodio che lo ha visto protagonista e vittima innocente. Ogni qualvolta vedrà i “tutori dell'ordine” penserà ai sei mesi trascorsi nelle carceri sassaresi in attesa che il giudice istruttore facesse giustizia, e cambierà strada per non incontrarli…” (Sardegna Oggi del 4 marzo 1965).

“CONCLUSA L'ISTRUTTORIA PER LA RAPINA DI CUGLIERI. DUE GIOVANI PROSCIOLTI DOPO UN ANNO DI GALERA. Altri due giovani, innocenti, sono stati rimessi in libertà dopo un anno di galera. La cronaca giudiziaria sarda si arricchisce di un nuovo episodio che riguarda dei giovani fermati con eccessiva facilità e sicurezza dalle forze dell'ordine, e successivamente, dopo molto tempo, riconosciuti dal giudice istruttore completamente estranei ai fatti loro ascritti. Si tratta dell'autista Graziano Busia, 24 anni, e del pastore Salvatore Serusi, di 23 anni, che, dopo dodici mesi di permanenza nelle carceri giudiziarie di Oristano, sono stati scarcerati per ordine del giudice istruttore dott. Giulio Segneri. L'istruttoria sulla rapina di Cuglieri è stata conclusa dal giudice istruttore con la denuncia dei latitanti Antonio Michele Floris di Orgosolo e Nino Cherchi di Orune…” (Sardegna Oggi del 1° aprile 1965).

“ASSOLUZIONI NUORESI. Che cosa succede nel Nuorese? In questi ultimi mesi, in numerosi processi penali, gli imputati vengono mandati assolti con la formula più ampia, talvolta addirittura su richiesta del pubblico ministero, dopo aver scontato, nel migliore dei casi, molti mesi di galera.
L'ultimo caso è quello dei pastori ollolaesi Gino Peddone e Antonio Casula, che erano stati accusati della rapina di “Su Berrinau” commessa nel luglio del 1964. Dopo nove mesi di carcere, i due pastori sono stati prosciolti in istruttoria.
Di questi giorni è anche l'assoluzione con formula piena (Corte d'assise di Nuoro) del pastore Salvatore Cabitzolu, accusato dell'assassinio del banditore di Illorai…” (Sardegna Oggi del 20 aprile 1965).

Se la rivista socialista Sardegna Oggi avesse continuato le sue pubblicazioni dopo il 1965 avrebbe ben altre assoluzioni di cui riempirsi le pagine.

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