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6. L'uso della tortura

I “fatti di Sassari” confermano anche l'uso sistematico della tortura per estorcere confessioni ai cittadini indiziati. Metodi niente affatto nuovi. Un certo Giorio, ex delegato di polizia, nel suo Ricordi di Questura edito a Milano alla fine del secolo scorso, testimonia con “cognizione di causa” sugli interrogatori (per le sue rivelazioni fu poi perseguitato tutta la vita). Il Giorio scrive:

“…E' raro che un individuo sia arrestato senza che sia picchiato in modo orribile. La parte del corpo cui gli agenti mirano di preferenza sono i fianchi. Là danno pugni e calci formidabili senza timore di lasciare segni. Una guardia prende il prigioniero e gli tappa la bocca, un altro lo tiene fermo per i piedi e due o tre pestano eroicamente sul ventre e nei fianchi del disgraziato… Molti di quegli infelici più tardi muoiono…”

Esattamente in questo modo è stato “suicidato” dalla polizia il giovane pastore di Fonni, Giuseppe Mureddu, incensurato, estraneo a qualunque fatto criminoso, nel marzo del 1964.

“24 ore per morire. Mercoledì, 11 marzo, l'abbiamo visto andare all'ovile. Lì, l'ha prelevato la polizia. L'indomani, a 24 ore di distanza, abbiamo saputo della sua morte…” (Rinascita Sarda).

“…La mattina del 10 marzo 1964 Mureddu viene fermato dalla polizia. Un testimone afferma che egli non ha opposto alcuna resistenza. Viene condotto a bordo di una “600” al commissariato di Orgosolo. Qui giunto, il Mureddu appare, ad un altro testimone, “non più in grado di reggersi in piedi”. Dopo circa 24 ore di permanenza (voci e indiscrezioni dicono che il giovane venne gettato e lasciato senza soccorso a lamentarsi su una brandina), viene associato alle carceri di Nuoro. Qui, appena un'ora dopo, al Mureddu viene somministrata della coramina perché in preda a collasso. Il medico ne ordina l'immediato ricovero in ospedale. Caricato su un'autoambulanza, vi giunge cadavere. La sua morte sarebbe stata provocata da un fazzoletto che egli si sarebbe ficcato in gola. Quando? In carcere? Oppure durante il tragitto dal carcere all'ospedale? O già prima, nel commissariato? Sul registro dell'ospedale si legge che il Mureddu “è giunto cadavere, per ragioni imprecisate” e che “presenta escoriazioni all'emitorace destro””. (Sardegna Oggi).

E' da notare che nel commissariato di Orgosolo non ci sono finestre ad un'altezza tale da cui un indiziato possa precipitarsi e “suicidarsi” per evitare “grane” con la giustizia.
Il referto del perito ufficiale, prof. Marras: «…Salvo ulteriori accertamenti, il giovane si sarebbe ucciso ficcandosi un fazzoletto in gola…»
Il referto dei professori Businco e Montaldo, incaricati di effettuare una controperizia dalla famiglia Mureddu: «La morte del pastore Giuseppe Mureddu fu dovuta ad uno choc traumatico provocato da gravi lesioni…»

Il caso Mureddu commuove e indigna l'intera Sardegna. La “giustizia” non può non occuparsene. La rivista Rinascita Sarda scrive:

“Giuseppe Mureddu ucciso! Il commissario di Orgosolo e quattro agenti accusati di omicidio. Dunque è vero. I nostri peggiori sospetti ricevono una tragica conferma dal provvedimento del giudice istruttore di Nuoro che ha incriminato il commissario di polizia di Orgosolo e quattro agenti di PS per omicidio preterintenzionale aggravato nella persona di Giuseppe Mureddu, pastore di Fonni. Prelevato dall'ovile quasi per caso, non già perché sospettato di qualche reato, ma soltanto per fornire informazioni intorno alle indagini per la rapina di Cuglieri, Giuseppe Mureddu non ha più fatto ritorno alla sua famiglia. E' stato interrogato dagli agenti di polizia del commissariato di Orgosolo, è stato probabilmente sottoposto alla razione di botte che è consueta in questi casi, forse gli agenti distratti hanno ecceduto, o forse il fisico del Mureddu non ha retto alla stessa prova cui invece hanno resistito e resistono tanti suoi compagni pastori del Nuorese… Tutta la vicenda adesso è nelle mani della Magistratura…”

Mentre la rivista comunista si rimette, come sempre, fiduciosa, all'operato della “giustizia”, Sardegna Oggi insiste:

“(A un anno di distanza dai fatti)… l'opinione pubblica si aspetta da un giorno all'altro i risultati del processo istruttorio… che vede indiziati il Greco, commissario di polizia, e una guardia… L'opinione pubblica, che già è rimasta sconcertata e delusa dal fatto che gli imputati di un tale crimine restino in libertà durante la fase del processo istruttorio, quando non si è soliti essere tanto rispettosi della possibile innocenza del comune cittadino indiziato, vuole che al più presto sia fatta luce sul tragico episodio… Giustizia deve essere fatta ed esemplarmente, perché gli ultimi residui del costume poliziesco borbonico-fascista siano per sempre cancellati dalla nostra isola, perché una giusta ed esemplare condanna sia di monito a coloro che sono chiamati a servire il popolo e le leggi del popolo, perché in uno Stato democratico e civile è fondamentale il rispetto per il cittadino, perché dal canto suo il cittadino acquisti fiducia nelle istituzioni dello Stato.”

QUESTA LA RISPOSTA DELLA GIUSTIZIA: in nome del popolo italiano, il commissario Greco e compagni prosciolti da ogni addebito.

“Sulla tortura adoperata come strumento di giustizia abbiamo le testimonianze di prefetti, di procuratori, di magistrati e di ministri. A Baronissi, presso Salerno, un carabiniere, per estorcere una confessione ad un detenuto, gli legò strettamente i piedi con una catena di ferro fino a far sprizzare il sangue, poi fece passare nel nodo così formato una catena penzolante ad una sbarra fissata nel soffitto della stanza di sicurezza, lo sollevò a testa in giù scuotendolo fino a che il poveretto perdette conoscenza. L'on. Farina affermò, nel corso della discussione provocata da questo episodio alla Camera dei deputati, che alle sue rimostranze il comandante dei carabinieri rispose: «Non è nulla, e dopo tutto non si è fatto che il proprio dovere». L'autore di quell'infamia non fu neppure allontanato dal paese durante l'istruzione del processo.” (Da F.S. Merlino in Questa è l'Italia, Cooperativa del libro popolare).

Non minore brutalità, a distanza di tempo dal fatto raccontato dal Merlino, denuncia il pastore di Orgosolo, Luigi Succu - che la polizia ha falsamente accusato, torturato, fatto processare e rovinato economicamente - per il sequestro di Peppino Pinna di Bonorva.
Il Succu protesta prima la sua innocenza ai carabinieri di Bonorva e poi ai questurini di Sassari. Non ci sono prove contro di lui e neppure indizi; C'è solo il sospetto che nasce dalla sua estrazione sociale: è un pastore orgolese. La polizia cerca di fargli dire ciò che ha interesse a sentire. Il Sucu che ha ormai capito in quale inferno sia sprofondato tenta il suicidio.
Più tardi, assolto dal magistrato, dopo aver perso ogni avere in seguito all'ingiusta carcerazione, Luigi Succu denuncia le torture cui è stato sottoposto e addita i suoi carnefici. Egli fa i nomi del vice questore Grappone e del commissario Juliano - gli stessi personaggi che abbiamo visto cavarsela così a buon mercato davanti ai giudici di Perugia.

“…Mi spogliarono completamente e mi distesero con la pancia in su e con le braccia aperte, strappandomi i peli delle parti molli e della pancia. Questo supplizio è durato a lungo e facevo degli sforzi sovrumani per resistere. Visti inutili i loro sforzi mi misero quindi il corpo penzoloni tenendomi le gambe inchiodate sul tavolo, mentre altri due mi tenevano il capo, un altro mi apriva a forza la bocca pompandoci dentro un liquido tremendamente amaro…” (Dalla testimonianza resa dal Succu al quotidiano La Nuova Sardegna).

La tecnica inquisitoriale della tortura “all'acqua salata” pare sia una specialità dell'inventiva dei commissari di P.S.. Infatti, oltre il Succu, ci sono il pastore Mario Pisano (uno degli incriminati-accusatori nei “fatti di Sassari”) e un certo Sciarretta che si ebbe dallo stesso commissario Juliano il “trattamento” nel carcere di Regina Coeli. Lo Sciarretta, a suo tempo, accusò Juliano di essere stato torturato con modalità analoghe a quelle descritte dal Succu e dal Pisano: fu denudato, bendato e legato ad un tavolo corto, tanto da restare con le gambe e con la testa penzoloni: con un tubo era costretto ad ingurgitare acqua salata. Unica variante: poiché lo Sciarretta urlava, gli venne ficcato in bocca uno stoppaccio… In tutti i casi c'era un grammofono che suonava. Naturalmente, marce militari.

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