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7. In primo luogo “l'ordine pubblico”

Per giustificare le violenze e gli arbitri della macchina repressiva, le consorterie al potere adducono pretesti magniloquenti. In primo luogo “l'ordine pubblico”. In Sardegna esisterebbe una situazione “eccezionale” (il banditismo) che necessiterebbe di “eccezionali” misure e mezzi repressivi. Un assunto sostanzialmente colonialistico e razzistico; Infatti, tutti i sardi dell'interno, in particolare i pastori (cioè le popolazioni non integrate nei poli di sviluppo industriale), vengono definiti “criminali potenziali” e come tali sono trattati.
Uno dei più autorevoli portavoce di quella “sana borghesia” al potere, che chiede la “soluzione finale” del bandito (e del pastore sardo) è Ricciardetto, alias Augusto Guerriero, che su Epoca scrive:

“…Bisognerebbe mobilitare un paio di divisioni, circondare la zona infetta, e poi stringere a poco a poco il cerchio, ispezionando casolare per casolare, e il terreno a palmo a palmo. Le zone impervie devono essere vietate ai civili… Si deve sparare a vista contro chiunque vi sia sorpreso (nei boschi, nei luoghi impervi…). Vi deve essere immesso un certo numero di pattuglie mobili, dotate di radio e di armi da combattimento… Nel caso di scontro a fuoco si lancino paracadutisti alle spalle dei malfattori… E aggiungo qualcosa di molto grave. Dico: una volta che la zona sia stata evacuata dai civili, si possono usare anche le armi che in guerra sono vietate dal diritto internazionale. Tra Stato e assassini non c'è diritto internazionale. Non si riesce a scovare i banditi? Ebbene, si scovino con i gas… Una buona ventata di gas e i banditi verranno fuori!”

Che Ricciardetto fosse uno sporco razzista è noto da tempo. Meno noto, forse, è che questo vecchio sadico conosce così poco della Sardegna da mettersi a blaterare di “casolari” di “boschi” e di “zone impervie” quando l'ambiente del latitante è la stessa comunità, dove egli trova rifugio e conforto e sostegno.
Purtroppo, zucche come quella di Ricciardetto ce ne sono altre. Un tale colonnello Todde, dalle colonne de La Nuova Sardegna, suggerisce anch'egli idee geniali per debellare il banditismo:

“Occorre ritornare all'impiego dell'esercito… l'addestramento tattico anziché svolgersi in Alto Adige si svolgerebbe nelle Barbagie. Unità da impiegare: quattro brigate di fanteria da dislocare una a Macomer, una a Nuoro, una tra Bitti e Buddusò. (Il colonnello, distratto, si è dimenticato la bazzecola di una brigata non “dislocata”. [N. d. A.].). Ogni brigata dovrebbe disporre di autoblide, otto-dieci. Bastano complessivamente da 15 a 20 mila soldati… Quando le azioni offensive non dessero i risultati sperati, si potrebbe ricorrere ad una specie di assedio per snidare con la fame i briganti dai loro covi inaccessibili… La Grecia ha sistemate le sue faccende senza lo spargimento di una goccia di sangue… Noi vediamo nel colpo di Stato nient'altro che un colpo di scopa contro il marciume politico che in nome della democrazia appesta i popoli.” (Estratto da Rinascita Sarda del 25 luglio 1967).

Il colonnello Todde - in fin dei conti - ha la virtù di giocare a carte scoperte: la caccia al bandito sardo è soltanto una sortita d'allenamento per una caccia più grossa: quella contro tutti i cittadini che vogliono la democrazia.
In quel caldo anno 1967 si scatena l'inventiva repressiva. I liberali, per bocca di Cocco Ortu chiedono maggiori libertà alla polizia nell'uso delle armi. Sassari Sera del 15 agosto commenta:

“I soliti che sognano parate militari… chiedono per la Sardegna l'escalation, chiedono che la polizia abbia le mani “più libere” e l'immunità dopo averle usate. Non basta l'ordine del ministro dell'Interno di “sparare a vista” quando si tratti di contrastare “fuorilegge pericolosi”: essi vogliono che il cittadino viva nel riverenziale timore del poliziotto, perché ogni cittadino che non appartiene alla eletta schiera dei “colletti bianchi” è un criminale potenziale da sorvegliare col mitra…
Il quotidiano di Cagliari non poteva non farsene portavoce. Lo ha fatto scrivere ad un lettore: «…la possibilità di combatterlo (il banditismo) efficacemente c'è ed è uno dei meno dispendiosi. Il sistema è questo: usare i cani poliziotto addestrati al compito. Solo questo nobile animale può competere con i delinquenti e con proficui risultati… Probabilmente il numero di questi (cani) non è sufficiente per attuare un simile piano, ma basterà soltanto aumentarne il numero…».
Insomma - conclude l'articolista di Sassari Sera - si vorrebbe una società sorvegliata da cani “bene addestrati al compito”. Ma c'è da dubitare che i criminali in guanti gialli, che infestano la nazione e depredano impuniti il bene pubblico, sorvegliati da feroci mastini, diventino integerrimi custodi del patrimonio comune… Ci si domanda come mai la polizia si dimostra incapace di portare a termine i suoi compiti istituzionali, cioè prevenire e reprimere il crimine - nonostante costi al contribuente la bellezza di quasi 400 miliardi annui (il costo di tutta la programmazione della rinascita dell'isola [N. d. A.]). Non certo per carenza di organici - come asseriscono i liberal-fascisti - dato il numero di 160 mila tra agenti di PS e carabinieri, senza contare i “corpi speciali” che vengono usati quando, come in Sardegna, il banditismo assume aspetti di rivolta popolare. Quando imperversano il crimine e il delitto le cause non sono mai da ricercarsi in un carenza della polizia - lo sanno anche i bambini - ma in un vuoto di valori culturali, in una mancanza di giustizia economica e sociale, in una corruzione delle pubbliche istituzioni, principalmente in una politica slegata dagli interessi concreti del popolo…”

L'idea dei “cani poliziotto” (che è vecchia di duemila anni da che i romani di Tito Manlio li avevano “inventati” contro i ribelli barbaricini) diventa addirittura spassosa accanto alla testimonianza di un certo Efisias, venditore ambulante barbaricino, rilasciata all'inviato de La Tribuna Illustrata:

“Hai mai sentito parlare di cani poliziotto? Ebbene, i fuorilegge, qui, hanno i cani-bandito che sentono l'avvicinarsi della pattuglia dei carabinieri da oltre un chilometro. E sai perché? Te lo dico io, ma non dirlo a Taviani. I carabinieri usano per le loro perlustrazioni dei sacchi a pelo nei quali dormono la notte. I cani-bandito sono stati addestrati a sentire questo odore di pelle conciata e sono diventati bravissimi a dare l'allarme. Giuseppe Campana, che ha sulla testa una taglia di 5 milioni, cammina sempre con tre cani appresso…”

Dai banditi, dai pastori, dai contadini il pregiudizio colonialistico si estende a tutti i sardi. E' un fenomeno talmente diffuso e noto che a ricordarlo sembra perfino banale - tanto più che lo ha ripreso Paolo VI nella sua recentissima visita nel capoluogo dell'isola. («Il Papa vuole incoraggiare con la sua visita il movimento di rivalsa» dei sardi - scrivono i giornali intervistando il cardinale Baggio, che aggiunge: «L'isola e la sua popolazione è stata nel passato merce di scambio») E' stupefacente come i papi, espressione del più sfacciato privilegio economico e dell'autoritarismo più becero, siano capaci di predicare la giustizia sociale e “incoraggiare i movimenti di rivalsa” popolari. In verità, questi sono i discorsi che la Chiesa di Roma riversa ai popoli coloniali, ed è sintomatico che Paolo VI li faccia in Sardegna e non in Lombardia.
Questori, provveditori, prefetti, amministratori e funzionari di varie risme non si sognerebbero mai di usare certi metodi repressivi e ricattatori in province diverse da quelle sarde. E questi arbìtri - un atteggiamento mutuato dai viceré spagnoli e sabaudi - sono normali anche nei “prìncipi” di santa madre chiesa.
Il borgo di Sant'Elia è una delle “coree” di Cagliari, un ghetto di casupole popolari dove anni fa vennero alloggiati i senza-tetto. Attualmente la zona rientra nel comprensorio turistico della costa sud-orientale. Pertanto la povera gente di Sant'Elia verrà sfrattata per far posto alle ville residenziali della ricca borghesia cittadina. Nel “ghetto”, interprete dello stato d'animo di quelle misere popolazioni, si è andato costituendo un gruppo di cattolici del dissenso. Durante la messa di mezzanotte nel Natale 1968, nella chiesa di Sant'Elia, è accaduto il “fattaccio”. Alla cerimonia presenziava l'arcivescovo di Cagliari. I fedeli, a un certo punto, hanno iniziato la lettura di una loro preghiera, come contemplato dalla nuova liturgia. Vi si parlava di Cristo che nasce nei ricchi palazzi borghesi e di Cristo che muore assassinato nelle risaie del Vietnam. Una preghiera che non è piaciuta all'arcivescovo, il quale avrebbe chiesto l'intervento della “forza pubblica”. Sta di fatto che la “forza pubblica” è arrivata in un lampo, e al grido di “salvate il vescovo!” hanno invaso la chiesa, rastrellato i fedeli, li hanno portati in questura, dove sono stati debitamente schedati e minacciati di denuncia.
Un episodio come tanti che avvengono quando la gente sarda leva la voce per contestare. Il che, in Sardegna, costa maggior coraggio e comporta maggiori rischi che altrove - data, appunto, la sua qualifica di colonia.
A questo comportamento razzista del potere pubblico reagisce in un corsivo del dicembre 1968 Sassari Sera:

“Precise accuse di arbìtri e di illegalità vengono mosse in Sardegna contro l'autorità “mal costituita”. Si tratta di civili accuse che si oppongono ad un costume autoritario di tipo fascista, un costume colonialista, burbanzoso e insieme becero, che profondo solco ha già scavato tra la gente sarda e lo Stato. Un solco amaro di diffidenza e di rancori…
E' diventata “letteraria” la figura del funzionario di Stato mandato in Sardegna per punizione, o per incapacità professionale o per capacità repressive. Dai proconsoli romani, esperti nella caccia la barbaro, ai vice governatori spagnoli, fiscali e forcaioli, dai regi funzionari sabaudi, ingordi miopi e puttanieri, ai gerarchi fascisti, prepotenti e vessatori. Un atteggiamento coloniale del potere centrale che nei confronti dei sardi non accenna a mutare; nonostante siano anch'essi tutelati dai diritti sanciti dalla Costituzione repubblicana…
Così stando le cose è necessario che si sappia che i sardi sono sufficientemente adulti da non tollerare oltre angherie e prepotenze di tirannelli da quattro soldi. La Sardegna non è più terra da conquista, non è più feudo di notabili investiti di diritti medievali. I sardi non sono più popolo di peones da imbrancare con la sferza. I sardi non tollerano più che il primo funzionario becero, sbarcato con foglio di via ministeriale, faccia della sua volontà legge. Le regole del vivere civile sono regolate dalle leggi dello Stato, cui tutti apparteniamo, e dalla stessa dignità del popolo sardo.

Ciò premesso, a “chiarimento storico”, la rivista Sassari Sera prosegue entrando nel merito di alcuni fatti:

Il provveditore agli studi di Cagliari si è creduto in diritto di proibire ai presidi suoi dipendenti di rispondere ai rappresentanti della stampa - alla pubblica opinione - su questioni riguardanti i problemi della scuola - una pubblica istituzione…
Su quale appiglio di norme o codicilli del Regolamento generale può aver basato il provveditore l'ordine dato ai presidi e ai professori di chiudere la bocca?… E' vero che tra norme concordatarie e residui decreti legge regi e fascisti la legislazione scolastica è un minestrone pullulante di scarafaggi e vermi: dove i poteri cosiddetti “discrezionali” di un provveditore giungono fino al punto di sospendere dall'insegnamento, privandolo di tutto lo stipendio, un docente (perché) separato dalla moglie, e di conservare al suo posto, con tutto lo stipendio, altro docente perseguito dalla magistratura per appropriazione di denaro pubblico…
Anche Sassari ha il suo provveditore agli studi. Il quale, come ultimo atto di potere male inteso, ha esautorato i presidi nell'attribuzione, di loro competenza, di nominare i docenti non compresi nelle graduatorie provinciali. Ne è seguita una interrogazione del senatore Deriu… (il quale) chiede che l'on. ministro della P.I. intervenga con la sollecitudine ed il rigore necessari nei confronti del proprio funzionario periferico al fine di porre termine a tutte le arbitrarie procedure e di riportare negli uomini della scuola quella sicurezza del diritto e quella serenità di cui hanno urgente bisogno…”

Un bisogno, quello della sicurezza del diritto, non dei soli docenti ma comune a tutto il popolo sardo. E in una situazione come quella che andiamo delineando appare oltremodo ingenuo il rammarico espresso da un alto magistrato sulla “non collaborazione” del sardo con la “giustizia”. E' il procuratore generale di Cagliari, dottor Stile, che, nella sua prolusione del 1968, mette l'accento sul clima: «Le forze dell'ordine operano purtroppo in un clima di diffidenza».
E che forse ci si può aspettare che il topo nutra simpatia e fiducia per il gatto?
Sulle cause di questa sfiducia lasciamo parlare alcuni famosi banditi:

“…Voglio partire dalle prime persecuzioni. La prima volta venni accusato di rissa, avevo sedici anni ed ero servo pastore… Venni arrestato ed assolto dopo sei mesi di carcere dal tribunale dei minorenni di Cagliari. Nel 1945 fui accusato di un furto di cavalli da un altro ragazzo che dopo le torture subite dai carabinieri fu costretto a fare il mio nome e di un altro compagno. Nel 1947, mentre nella corte di Nuoro assistevo a un processo, mi vidi preso all'improvviso a spintoni da un carabiniere col supposito che facevo bordello. Cercai di insistere, dicendo che ero abbastanza calmo; vistomi insistere, il carabiniere mi si avventò addosso. Fui acciuffato allora da un nugolo di poliziotti che mi tradussero alle carceri. Accusato di reato di oltraggio e violenza, dopo quattro mesi di carcere, fui condannato a 14 mesi di reclusione.
Espiata la pena, lavoravo in casa con un branco di pecore di nostra proprietà e curavo l'innaffiatura di qualche orto col mio fratello più grande, Pietro. Lui aveva fatto il partigiano, aveva capito la vera situazione dello sfruttamento e oppressione dei ricchi contro noi, poveri. Ed il fatto di essere tali fece andare in bestia i proprietari, come le spie, del paese. E nel 1949 siamo stati ricercati, solo per questo, io e mio fratello, al confino di polizia. Abbiamo cercato di sfuggire perché sapevamo di essere innocenti. Ma, vistici uccel di bosco, i marescialli, spalleggiati dai ricchi, cercarono di impuntarci ogni reato che allora succedeva. Il più fedele “beniamino” fu il maresciallo Loddo, che ad Orgosolo, per due o tre anni, ebbe pieni poteri di fare il santo inquisitore, confinando tutti quelli che manifestavano di sottrarsi al suo gioco e minacciando il confino ai pregiudicati senza carattere e pagandoli per collaborare con loro. Fecero tante montature criminali fino a giungere alla famosa strage di “Sa ferula” dove perdettero la vita tutti quei poveri carabinieri che forse ignoravano i folli piani del maresciallo Loddo, Ricciu e Serra, i capi inquisitori del Nuorese. Ed anche se tutti gli altri capi di accusa attribuitimi dal Loddo in numero di una decina mi furono liberati dai giudizi per quest'ultimo, in base ad un accusatore il più infame che la storia della Sardegna ricordi, il famigerato Mereu Sebastiano, degno servo dei marescialli assetati di ingiustizia e disordine, fui colpito all'ergastolo per ricevere il premio della “benemerita” dal sicario siciliano Mario Scelba (come lo ha dato a Luca dopo che hanno ucciso a tradimento il loro caro amico e massacratore di lavoratori Salvatore Giuliano). Questo infame confidente, che riuscì di incriminare tanti onesti cittadini, disse di avermi riconosciuto in una foto che avevo fatto in gruppo quando ero ragazzo e in una occasione che ero malato di febbre perniciosa, deperito al punto che nessun orgolese riusciva a conoscermi. Mi meraviglio come i giudici abbiano voluto dare credito a un elemento così sfondato, e spero che si possa fare giustizia nell'appello.
Sia per “Sa ferula” che per Villagrande perché sono innocente e non voglio scontare colpe infamemente attribuitemi. Ed è proprio dall'agire sporco, dal metodo vile e criminoso dei carabinieri che il paese vive in un conflitto muto e terroristico. E per ogni delitto cercano di fare il mio nome. Infatti la cosiddetta polizia, che non sta facendo altro che “sporchizia”, cerca di braccarmi con tutti i mezzi. E non potendo prendere me se la prende con i miei parenti. Forse credono che dopo avere arrestato mio fratello, un ragazzo incensurato dedito alla custodia del gregge, la mia sorella, che dopo la morte della mia povera Madre rimase sola in casa, e il mio povero babbo, un uomo vecchio e paralitico, che io possa essere indotto a presentarmi. O pure se fossi - e non lo sono - un criminale, vedendo tante ingiustizie, diventassi un agnello. La prova che non sono un assassino è data dal fatto che, se lo fossi, per ciò che mi viene fatto dovrei uccidere ogni giorno almeno dieci poliziotti, ossia di quella ridicola marmaglia che Scelba ha mandato nelle nostre campagne, che chiedono bonifica, tecnica, trattori e non poliziotti, “mitrie” e spie. Che se non sarò proprio destinato a morire, non mi prenderanno mai neanche se ne mettono diecimila. Abborrisco la vita del latitante, ma per la galera preferisco cento volte la morte. Soffro molto alla testa, se mi chiudono, e allora certo morirei. L'unico mio desiderio è di vedere abolito il confino, le taglie, la disoccupazione, lo sfruttamento dei lavoratori e vedere così il nostro martoriato paese in via di pace serena e di civile progresso. (Da una lettera di Pasquale Tandeddu indirizzata a F. Cagnetta e da questi pubblicata in Inchiesta su Orgosolo, 1954).

“…Qualcuno mi domanda a volte perché faccio il latitante. Ma ditemi voi, ci andreste voi in prigione a seppellirvi vivi, sapendo di essere innocente? Quando uno è in galera è morto, non conta più niente, è finito per tutti e per sempre, la giustizia se ne dimentica… Io i miei figli quasi non li conosco. Li ho visti in tutto due o tre volte. Loro non sanno chi sono, credono che sia a Roma per lavorare. Diego il più piccolo sono anni che non lo vedo. A stare così sui monti per tanto tempo io ho pagato una pena più grande della morte…
…Anche in queste condizioni, quassù isolato dal mondo, ho subito altri torti. Sebbene la maggior parte della gente mi voglia bene, c'è stato anche qui chi mi ha provocato, ma io ho sempre pazientato perché devo essere forte per loro, per i miei figli e per mia moglie. Non devo lasciarmi prendere dalla rabbia contro il mondo, anche se con questa vita che faccio ce n'è abbastanza per diventare una belva e diventare bandito sanguinario che semina il terrore…
Sui giornali si fanno tanti discorsi sul banditismo in Sardegna: voi dovete dire una sola cosa, che l'origine di tutti i mali è negli errori che la giustizia commette condannando gli innocenti. Io non dico che la giustizia non deve condannare, ma credo che non sia da cristiani condannare sempre, anche quando non ci sono prove, anche quando si hanno davanti degli innocenti. Quando la giustizia è così, perché devo pagare le colpe che non ho commesso? Perché devo andare a seppellirmi vivo? Perché andare dove tutti si dimenticano di me? No, io sto qui, dove faccio una vita miserabile, ma dove sono ancora un uomo. Mi capite? Non dico che i banditi debbono essere assolti, che i criminali debbono essere lasciati liberi. Dico che la giustizia sbaglia a fare di un innocente un bandito. Perché io non sono un bandito, anche se mi chiamano così. Perché io, anche se hanno messo i manifesti sui muri con la taglia da cinque milioni, resto “Circheddu”, un uomo che non ha mai fatto male a nessuno e tutti lo sanno e tutti mi aiutano.
Che cosa mi impedisce di diventare una belva come tanti altri? Potrei dirvi che sono i pensieri dei miei figli, di mia moglie, i consigli della gente onesta che conosco. Ma forse sono anche altre cose. Voi che avete studiato forse lo sapete. Anch'io leggo molto, ma non lo so. Domandatelo ai signori della giustizia, se sanno rispondere.” (Dichiarazione del latitante Ciriaco Calvisi a L'Europeo del 25 aprile 1968).

La “eccezionalità” della situazione criminogena in Sardegna, che giustificherebbe agli occhi del potere misure di polizia “eccezionali”, è soltanto nelle forme in cui si manifesta. Con la sua vena ironica, l'avv. Gonario Pinna, in un convegno sul tema “banditismo”, esclama: «In Sardegna si pratica l'abigeato, si rubano ovini e bovini, perché non c'è altro, perché non abbiamo altro…»
A Milano si rapinano le gioiellerie. A Como si contrabbandano le sigarette. Nella Chiesa si sfrutta la credulità. Nell'amministrazione pubblica si deruba l'erario. In Barbagia si rubano le pecore, e quando ci sono si taglieggiano i capitalisti. Evidentemente, quest'ultimo tipo di criminalità riveste per il sistema una particolare “pericolosità”. In termini di dato statistico, l'indice di criminalità che si rileva in Sardegna non è affatto superiore a quello di altre regioni italiane, per esempio la Lombardia.

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