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Indice articoli


PARTE TERZA


BERANU / PRIMAVERA

Beranu, stagione del rifiorimento. La natura rivive e l'uomo con la natura ritrova la gioia di vivere e di amare. Amare talvolta reca affanno; ma dell'amore è dolce anche l'affanno. Come quando la tristezza dell'innamorato, che trepida in attesa della donna amata, diventa corale:
Bella figu morisca / a ispinas de oru / totu sa ruga est trista / candu non passas, coru. (Bel fico d'india / dalle spine d'oro / tutta la strada è triste / quando non passi, cuore.)
Beranu bestid de birdi sa campagna; e per non fare eccezioni, anche gli asini vanno in amore, in primavera.


Capitolo primo

MARZU / MARZO

Mesi machillotu, pazzerello . La gente di città lo definisce birichino, quasi vezzeggiandolo, per quel suo infantile imbronciarsi improvviso. Ma la gente di campagna lo conosce più a fondo, questo mese dall'indole cattiva, sia che mostri la faccia scura che quella serena.
Marzu marzosu; marzo marcio, debilita le creature e le conduce alla morte. Molti proverbi popolari confermano che tra uomo di campagna e marzo non corre buon sangue: Su mese de martu sos neciados si que leat, il mese di marzo si porta via i cagionevoli di salute; e a su bentu de martu sa bezza non mi que agatet, al vento di marzo muore la vecchia - dicono due proverbi del Logudoro.
Ribadiscono i contadini dei Campidani: Su soli de marzu lassat su marcu, il mese di marzo lascia il segno; e ancora, con una efficace satira alla funzione del medico, si dice: Marzu est dottori: o sanat o morit - marzo è medico: o guarisce o uccide.
Marzo è nemico anche del bestiame. Marzu scroxa bois, marzo scuoia buoi - viene definito per le sue frequenti gelate che inaridiscono i pascoli e fanno patire la fame agli animali.
Il contadino, infaticabile, segue le fasi del ciclo naturale: ora è tempo di zappare il grano e le fave, e di mettere a dimora nella vigna e negli orti le nuove pianticelle da frutto, fichi, albicocchi, susini.
Il 25, giorno dell'Annunciazione, ovvero del concepimento di Gesù, nel cortile di casa si preparano i semenzai, su pranteri, dei pomodori, melanzane, peperoni, lattughe, le cui piantine verranno più tardi trapiantate in campagna, nei terreni che tengono l'umido fino all'estate.
Le donne iniziano le grandi pulizie della casa, in vista della Pasqua, festa del Rinnovamento.

SU TEMPUS DE FRUCIRI
Il tempo della covatura

“Sa domu de su messaiu, la casa del contadino, per povera che sia, ha sempre un cortile sufficientemente vasto da poterci allevare diverse specie di animali da ingrasso, che costituiscono un capitolo importante nella economia familiare - sia come provvista di cibo vivente cui si attinge nei momenti di bisogno, sia come merce di scambio per avere prodotti esterni alla economia contadina. Il caso più frequente è quello dell'acquisto di sigarette o tabacco con le uova. Così pure per l'acquisto dello zucchero e del caffè buono per le feste e per gli ospiti di riguardo, giacché il caffè del contadino è normalmente ottenuto con cereali e leguminose tostati, specie orzo e ceci, mentre il miele e la sapa costituivano il dolcificante.
Nel cortile vivevano in singolare simbiosi il maiale e il tacchino, l'anatra e la gallina, il coniglio e l'oca, cui si aggiungevano gli animali da lavoro, il giogo dei buoi, il cavallo o l'asino, e infine il cane, il gatto e i bambini - questi ultimi signori e tiranni del cortile.
In su tempus de fruciri, nel tempo della covatura, le galline sono pronte per la riproduzione del pollaio. La massaia sa quale comare del vicinato possiede su mellus caboni de vedu, il miglior gallo da monta, detto s'intalladori, l'impregnatore, e si prenotava per avere una certa quantità di uova fresche gallate da quel maschio eccezionale, da mettere sotto la chioccia. Se questa era bella grande, poteva covare fino a 31 uova - sempre in numero dispari, per tradizione.
Ogni santo giorno bisognava preparare alla chioccia mangime sostanzioso, granaglia e meglio ancora crusca di grano impastata con il siero, e toglierla dalla cesta di covata con delicatezza, in modo da non rompere le uova ben disposte nel fondo su morbida paglia, e star lì a controllare che ritornasse presto a covare non appena avesse mangiato - che le chiocce sono come le mamme dei cristiani, non tutte hanno amore per i figli.
Al ventunesimo giorno si controllavano le uova, sorvegliando la chioccia che non facesse dei danni ai pulcini appena usciti dal guscio. Is pilloneddus, i pulcini, man mano che nascevano venivano messi dentro una corbula grande dalle sponde alte, affinché non saltassero fuori, e tenuti in luogo caldo. Ultimata la covata, schiuse tutte le uova, tutti i pulcini venivano messi in un angolo riparato del cortile, e provvedeva la chioccia ad insegnare loro il mestiere di vivere ruspanti.”
(Testimonianza - Samassi, 1969)

SU TELARGIU
IL TELAIO

Nella economia autarchica del contadino, su telargiu, il telaio, è un utensile di prima necessità. Con il telaio, le donne, fin dalla prima fanciullezza, provvedevano alla tessitura delle tele necessarie al corredo familiare. La lana delle pecore forniva la materia prima per la tessitura dell'orbace, un panno robusto con cui si confezionavano capi di abbigliamento e inoltre coperte, tappeti, arazzi, copri-tavolo e sacchi per i cereali. La campagna dava il lino, con cui si confezionavano i capi di abbigliamento intimo, lenzuola, asciugamani, e tovagliati, e inoltre sacchi e bisacce. Con l'uso misto della lana e del lino si ottenevano prodotti più resistenti e pregiati.
Venivano importati soltanto i filati di cotone - materia prima mancante nella economia dell'Isola, talvolta usato come ordito nella tessitura sia della lana che del lino.
Tutte le fasi della lavorazione della lana e del lino avveniva a livello familiare, ed era un compito riservato esclusivamente alle donne. La fase più delicata e più lunga era quella della filatura. Nella tessitura, la fase più delicata era quella della preparazione dell'ordito - non di rado, per tale operazione, si ricorreva a una esperta del vicinato.
Il declino del telaio inizia con l'impianto delle filande nel Continente e la conseguente invasione dei prodotti tessili di tipo industriale che raggiunsero anche i mercati dell'Isola. Tuttavia, nel mondo contadino, il telaio ha resistito fino agli Anni Cinquanta, con un incremento del suo uso durante la prima e la seconda guerra mondiale, per sopperire alle carenze del mercato. E' rimasta, seppure su scala ridotta, la tessitura dei tappeti e degli arazzi.
Va detto che l'attuale revival del telaio - in particolare per la produzione di tappeti e arazzi sardi su scala industriale - è stato incentivato dal "Progetto Sardegna" dell'OECE/AEP e dall'I.S.O.L.A. (Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano), ente vigilato dalla Regione. Per diffondere tale prodotto nei mercati del Continente, purtroppo ne è stato falsificato l'originario valore culturale e artistico - a parte l'introduzione di nuovi telai di tipo meccanico che, pur aumentando i profitti, modificano degradandola l'autenticità, la bellezza di un classico prodotto dell'arte popolare.


Nomenclatura essenziale del telaio tradizionale

Su telargiu o trobaxu indica sia il telaio nel suo insieme, sia le due fiancate portanti verticali, fissate al pavimento o con obbilus, chiavarde, o con perdas, blocchi di pietra.

Is surbius, i subbi, sono i due bastoni cilindrici scanalati, incastrati in appositi fori nelle due fiancate: uno all'inizio per avvolgervi la tela già tessuta, l'altro alla fine per avvolgervi l'ordito da tessere.

Is pertias, le bacchette, grosse un dito, si inseriscono nella scanalatura dei surbius, subbi, e fermano, una il capo della tela già tessuta, l'altra il capo dell'ordito da tessere.

Is serradorius, i piuoli, sono i due fermi dei surbius, subbi. Quello anteriore comanda l'avvolgimento della tela; quello posteriore consente lo svolgimento dell'ordito pur tenendolo teso.

Is pertieddas, le pertiche, più sottili delle pertias, bacchette, sono quattro: una serve a dividere e tenere distanziata la tela già tessuta e arrotolata al suo subbio dall'ultima parte che si sta ancora tessendo; la seconda serve a separare l'ordito arrotolato al suo subbio da quello che avanza man mano che si procede nella tessitura. Le altre due, dette pertieddas a gruxi, pertiche a croce, servono per l'intreccio delle trame.

Is cascias, o cascia, la cassa, è formata da due listelli, uno superiore e l'altro inferiore, scanalati, dove trova posto su pettini, il pettine. La cassa è appesa alla fiancata del telaio, poggiando sulla parte superiore delle stesse, dentellata, mediante due stecche di legno, e avanza, dente dopo dente, man mano che si procede nel lavoro.

Is puncionis, i punzoni, sono le due stecche di legno che sostengono la cassa appesa alle fiancate, e hanno anche la funzione di fermo con la dentellatura.

Su pettini, il pettine, lungo quanto l'ordito, è fatto con due bacchette di legno tra le quali sono incastrati i denti, fatti di listelli di canna, legati insieme ben stretti con filo di cotone robusto. Tra un dente e l'altro del pettine passa un filo dell'ordito.

Su lizzu, il liccio, è costituito da due canne lunghe quanto l'ordito, legate tra loro con filo di cotone, sovrapposte e distanziate, che formano una sorta di pettine, i cui denti sono ottenuti con le cordicelle dello stesso cotone. Il numero dei denti de su lizzu devono corrispondere a quelli de su pettini. Il numero di is lizzus, licci, varia a seconda del disegno che si vuole realizzare. Il più semplice ne richiede quattro. Anche su lizzu , come su pettini, è appeso alle fiancate.

Is calculas o pibias, le calcole, consistono in funicelle di giunco, tante quanti sono is lizzus e vengono governate con i piedi. Servono ad abbassare o sollevare is lizzus ai quali sono legate, per la realizzazione del disegno.

Sa spola, la spola, a forma di canoa, lunga circa venti centimetri, munita nel suo interno di un perno longitudinale detto su fustigu o sticcu, lo spoletto, intorno al quale ruota su canneddu, il cannello del ripieno. Con la spola si passa la trama tra i fili dell'ordito.

Su canneddu, il cannello del ripieno, è la canna che contiene avvolta una certa quantità di stame. Come detto si inserisce in su fustigu, all'interno della spola.

Su umpidoriu o faicanneddus, fuso di ferro che serve per avvolgere lo stame intorno a su canneddu, il cannello.

Su pindu, la penerata, è l'ultima parte dell'ordito che non è possibile tessere, e resta come frangia.

Su stamini, lo stame, è il filato di lana, lino o cotone, necessario alla tessitura.

Su ordiu o orriu, l'ordito: il complesso dei fili distesi in senso longitudinale sul telaio.

Sa trama, la trama: è il complesso di fili che si intrecciano all'ordito, in senso opposto.
L'ORBACE
LE PECORE BALENTES DI MUSSOLINI

Orbace, dal sardo orbaci deriva dall'arabo albazz e indica il tessuto di lana di pecora, assai caldo e robusto, usato anche per confezionare indumenti.
La maggior parte della produzione della lana di pecora sarda, poco pregiata per l'abbigliamento, veniva utilizzata nell'industria dei materassi del Continente. Tuttavia, i materassi di lana erano rari in Sardegna, prerogativa dei ceti benestanti. I poveri, nel migliore dei casi, dormivano su materassi di crine, ottenuto dalla palma nana, essenza dell'area mediterranea di cui l'Isola era ricca, ora in via di estinzione.
Durante il ventennio fascista, la tessitura dell'orbace venne effettuata a livello industriale per confezionare la divisa del gerarca. Vestire l'orbace, nel linguaggio corrente, mantiene il significato di vestire la divisa.

LA LAVORAZIONE DELL'ORBACE

“Uno dei lavori più impegnativi per la moglie del pastore era la preparazione dell'orbace. Iniziava già al momento de sa tundidura, della tosatura. Man mano che le pecore venivano tosate, la lana veniva separata in mucchi diversi: da una parte quella più nera e da un'altra parte quella più bianca. Veniva fatta una seconda scelta, secondo il colore, quindi la si lavava e la si metteva ad asciugare.
Sa carminadura, la cardatura, si effettuava in due fasi con due diversi pettini di legno dai denti di metallo lunghi 1O/15 centimetri, il primo rado, il secondo più fitto. Quindi divisa secondo la lunghezza, prima d'essere filata.
La lana più lunga veniva usata per fare il filato dell'ordito, che doveva essere fino ma robusto. La lana più corta si filava più grossa e veniva usata per la trama.
Grande attenzione era necessaria nel conservare la lana dentro i cesti e nel filarla: non si poteva lavorare la lana quando si cucinava e si mangiava, perché non venisse contaminata da briciole o altri residui di cibo che potevano poi far tarlare il tessuto. La filatrice doveva avere "la bocca sempre pulita", perché "la saliva fosse buona e pura" - dato che, filando, bagnava continuamente i polpastrelli delle dita con la saliva per torcere il filo del fuso.
Una volta filata in fino (ordito) e in grosso (trama), dai fusi veniva avvolta in gomitoli. Quando tutto era pronto, si passava alla tessitura.
Su telargiu o trobaxu, il telaio, era di legno massiccio ben robusto, solitamente quercia. Per tessere l'orbace erano necessari is tutturus, i cannelli del ripieno molto lisci in modo che la lana non s'impigliasse.
La varietà del tessuto d'orbace cambiava secondo l'uso cui era destinato. Si confezionavano cappotti, giacche, raramente anche calzoni, su saccu nieddu, mantello e coperta del pastore, i tappeti, su coberibangu, tovaglia ornamentale, su coberilettu, copriletto, e is bertulas, le bisacce.
Per confezionare il cappotto, l'orbace doveva essere il più fino, il tessuto era spigato liscio, diagonale; per la giacca il tessuto poteva essere anche spigato doppio, a spina di pesce. Su saccu nieddu, il mantello del pastore, era tessuto liscio.
Tutti i tessuti d'orbace venivano tinti. Oltre alla tintura che si acquistava nelle drogherie, si usava il succo della buccia delle melagrane e il succo delle bacche del mirto, che rendevano il colore più brillante.
In particolare l'orbace per indumenti veniva carcigau, pigiato coi piedi, prima d'essere tinto, affinché diventasse fitto e morbido.
Su caccigadori, colui che pigiava coi piedi l'orbace, lavorava su commissione, a casa propria o anche in casa del datore di lavoro. Su saccu nieddu veniva caccigau per due giorni; per il cappotto era sufficiente un giorno.
I tappeti venivano fabbricati con la lana meno buona; la più scadente si usava per su ciloni, celone, copriletto di più colori, a scacchi bianchi e neri, con l'ordito di cotone. Così pure is bertulas, le bisacce, abbellite con figure di animali e disegni geometrici vivacemente colorati.”
(Testimonianza. Gùspini, 1960)

IS BERTULAS DE PILU DE CRABA
LE BISACCE DI LANA DI CAPRA

“C'è un paese, l'unico in Sardegna, dove si svolgeva una attività simile a quella della tessitura dell'orbace, questo paese era Talana, dove si facevano is bertulas de pilu de craba.
Si faceva la tosatura delle capre per la raccolta della sua lana che veniva filata e intessuta solamente per confezionare le bisacce, usate dai pastori a quei tempi...Adesso, quelle bertule sono scomparse, non ce n'è neppure una in circolazione, da nessuna parte, perché sembra che si sia estinta la generazione che svolgeva quel lavoro.
Talana era il paese che produceva questa varietà di tessuto de pilu de craba. Era un tessuto resistentissimo ma non si poteva usare per farne indumenti personali. In sostanza, la lana della capra è molto dura e ruvida. Andava bene soltanto per fare bisacce. Le bisacce enormi a doppia tasca che si mettevano sul dorso del cavallo per trasportare recipienti di latte, is bandonis, o le forme di formaggio, dall'ovile in paese.
Is bandonis, capienti venti, trenta litri, erano recipienti di latta, di lamiera zincata, che lo stagnino, su lattarraneri o liauneri, ritagliava e saldava, e si chiudevano con un grosso tappo di sughero.”
(Testimonianza. Morgongiori, 1981)

SA PARADURA
LA RICOSTRUZIONE COLLETTIVA
DEL PATRIMONIO INDIVIDUALE

Paradura. "In Logudoro propriamente è l'uso dei pastori allorché per disgrazia hanno perduto la greggia, di dimandare un capo dai compagni per formarla di nuovo." Così G. Spano, nel suo Vocabulariu Sardu-Italianu del 1851.
Di questo istituto mutualistico, diffuso in tutta l'Isola fino ai tempi recenti e tutt'ora conservato in alcune comunità di pastori, hanno parlato diffusamente molti studiosi, tra questi il La Màrmora.
Sa paradura, che si vuole specifica del mondo barbaricino per la ricostituzione, a pro di un proprio membro, del gregge perduto pro mala sorte (calamità naturale, moria, pignoramento, carcerazione, furto), era anche vigente nel mondo contadino dei Campidani, per la ricostituzione, a chi avesse perso, sempre pro mala sorte, il giogo dei buoi, o il cavallo, o l'asino da lavoro, compreso il relativo carro. In questo caso, la ricostituzione di tale essenziale strumento di sussistenza veniva effettuata con la somma raccolta mediante questua. Per quel che mi risulta personalmente, tra i contadini dell'Oristanese, erano soggette a ricostituzione anche la vigna e la casa di abitazione; mediante prestazione di manodopera collettiva.
I modi della ricostituzione e in particolare della consegna al danneggiato del patrimonio ricostituito erano occasione di feste collettive, dette sciallas.

S' AGGIUDU TORRAU
L'AIUTO RESTITUITO

S'aggiudu torrau, in campidanese letteralmente "l'aiuto restituito" consisteva nella prestazione d'opera che ciascun membro della comunità svolgeva volontariamente e gratuitamente in favore di un altro membro; e che, in circostanza simile o diversa, gli veniva restituita. Tale uso era applicato in tutti quei momenti produttivi in cui era necessario un apporto di numerosa manodopera per sbrigare un lavoro nel più breve tempo possibile.
Aiutare ciascun membro della comunità a risolvere i suoi problemi, anche quelli non strettamente economici, e aiutarlo a campare nel migliore dei modi, significava mantenere in equilibrio, in pace e in amore, l'intera comunità. Al contrario, la presenza di falliti, di disperati avrebbe significato disordine e violenza, la disgregazione della comunità: esattamente quel che avviene oggi, sotto il sistema capitalistico.
S'aggiudu torrau, come ogni altra attività collettiva, si chiudeva con una festa, detta nell'Oristanese scialla, animata da una tavolata di macarronis, maccheroni.
Rientrava in questo diffusissimo istituto sociale mutualistico anche il prestito gratuito di attrezzi da lavoro, non specialistici e non personali, e del pane per la famiglia. Resiste ancora oggi nel costume, in quasi tutte le comunità dell'interno, agricole e pastorali, ma per lo più all'interno di un clan o parentado.
Si applicava specialmente nelle seguenti attività:
- Raccolto. Nella fase de sa triuladura, della trebbiatura, e de s'incungia, dell'immagazzinaggio del grano e dei legumi. Le aie erano situate ai margini del paese in luogo alto e ventilato, e per lo più erano collettive, ospitando il grano dei piccoli proprietari riuniti.
- Vendemmia. Taglio e trasporto dell'uva dalla campagna al paese; pigiatura e sistemazione in cantina; preparazione della sapa e dell'uva passa.
- Sa festa de su procu, la festa del maiale. Macellazione, lavorazione e conservazione delle carni per l'inverno.
- Sponsali. Preparazione della casa e del corredo; preparazione dei dolci d'uso; trasporto e sistemazione dei mobili, della biancheria e dei doni di nozze dalla casa della sposa alla casa dello sposo.
- Nascita e morte. I riti relativi erano officiati esclusivamente e collettivamente dalle donne. L'assistenza al parto, a sa pantroxa, alla partoriente; la vestizione del morto e la sua composizione nel letto funebre; is attitus, le lamentazioni funebri corali, dirette da una attitadora, prefica.
- Preparazione del pane familiare per la settimana. Lavorazione della farina, preparazione del forno, cottura del pane; eventualmente cottura di fave e ceci opportunamente ammorbiditi, e di dolci confezionati prevalentemente con uova, al miele, alla sapa, alle mandorle.
- Costruzione del solaio o del tetto della casa.
- Addobbamento del paese o più spesso di una parte di questo, rione, piazza o spiazzo periferico, in occasione di feste. Costituzione di comitati, gremi o associazioni per la raccolta dei fondi necessari alla festa, alla programmazione e direzione della stessa.
- La tosatura delle pecore. Non si effettuava la marchiatura: la pecora appartiene a chi la possiede - secondo l'antico codice barbaricino; e non è degno di possederla chi non sa difenderla. Rubare una pecora è un atto da balente, che vale, che ha coraggio; e non è indegno. Il furto, per un popolo economicamente organizzato su basi comunistiche, sull'uso comune del patrimonio naturale e degli stessi strumenti produttivi, e sull'equa ripartizione dei prodotti del lavoro, il furto, dicevo, è un fenomeno pressoché inesistente a livello di comunità. Furat chi furat in domu. Ruba chi ruba in casa, nella propria comunità. Ha quindi un suo preciso senso il fatto che i membri delle altre comunità, vicine o lontane, sono detti "istranzos" o "strangius", cioè stranieri. Ed è lecito, seppure non doveroso, rubare a is istranzos, agli stranieri, tanto più se rivali. Naturalmente a pro della propria comunità.

A IS TEMPUS MIUS
AI MIEI TEMPI

"Tutti i cereali si raccoglievano nelle aie che stavano intorno al paese. Tutti i contadini si univano e si davano una mano vicendevolmente, senza spendere un soldo in lire. Tutto il paese lavorava, anche le donne e i bambini. In paese restavano solo quelle donne che avevano bambini molto piccoli da accudire, ma quando c'era necessità venivano anche loro e i piccolini in fasce li lasciavano avvolti in una coperta, al riparo di un muro di pietra o di qualche cespuglio di lentischio.
Tutta la gente si dedicava all'aia per fare il raccolto, sia per la triuladura che per l'incungia (la trebbiatura e la conservazione), e si faceva a aggiudu torrau...Lì, sì, c'era l'amore, la gente si aiutavano a vicenda...
Era successo una volta che durante l'estate, in mesi de argiolas, in luglio, aveva fatto una pioggia del diavolo. Uno che si chiamava ziu Peppi non aveva ancora finito il lavoro dell'aia, aveva ancora tutto il grano, già trebbiato, ammucchiato per ddu bentuai, ventolarlo, e non aveva fatto in tempo a pulirlo. Ebbene, nella sua aia c'è arrivato un torrente d'acqua - era vicino a dove abito io adesso - e gli ha portato via un bel pezzo del mucchio. Tutti quanti si sono uniti e glielo hanno restituito, chi uno starello, chi due e chi dieci, secondo la possibilità, ognuno ha contribuito a rimpiazzargli tutto il grano che aveva perso. Questo era il sistema di s'aggiudu torrau e de sa ponidura, cioè di dare una mano d'aiuto a chi ne aveva bisogno.
Ma oggi avviene questo? Si dirà: adesso ci sono le calamità, quest'anno per esempio la siccità, e ci pensa la Regione a ripagare quelli che hanno avuto molti danni, per esempio i viticoltori che hanno reclamato...Ci pensa la Regione, dicono. Sarà! Darà qualche contributo, è vero, ma con gli interessi. Il capitale della banca non va mai perso, deve rientrare comunque sia, e con gli interessi...Ecco qui: glielo dà con una mano e glielo porta via con l'altra. Oggi il contadino lo trova con una gamba fratturata, gliela ingessa e lo fa camminare di nuovo, ma il giorno dopo gli cava un occhio. Ecco, questo è l'aiuto che gli dà. Non siamo più all'amore di un tempo.”
(Testimonianza. Dolianova, 1982)

SU SORDAU E SU FARAONI
Contu

In s'antighidadi ci fiat - e peccau chi non ci siat prus - unu sordau accodrau in Servizio Permanente Effettivo, chi fiat fendi gherra dì e notti de prus de bint' annus, senz''e biri mai unu soddu, sceti Patenas a sa Balentia. Arrabiau e fattu fiat andau de su Faraoni a si 'n di chesciai.
"Deu gei ti cumprendu, Fillu miu - a ddu bis, ti nau Fillu miu - sa Patria tenit bisongiu de tui po sa Difensa de is Treminis suus; sa Groria, non ti narat nudda sa Groria?, cun ateras duas o tres Patenas, is contus ddus hat fai giustus a tempus su Ministru de is Patenas, tui has a essiri unu Balenti, cumprendis, unu Balenti? Biadas is Mamas chi hant ingenerau Balentis! Sa Mannaria de una Nazioni si misurat a Balentis. Ita bolis de prus? Chi morrit po sa Patria hat biviu giai troppu puru."
Respundit su sordau: "Deu bollu a mi serrai is contus de sa paga, sa penzioni, una femina, una domu e unu lettu."
Su Faraoni dd'hiat fattu giuramentu arziendi su Santu Pilloni acujau in punta a s'Iscettru de Oru. "Ti siat cunzediu!", sclamat, "ma sceti de pustis chi sa Vittoria s'hat hai basau in sa fronti, candu is nemigus de sa Patria hant essiri totus e po sempiri scrosciaus e crastaus."
"Bonanotti!" respundit su sordau, "ti saludu, e is nemigus ti ddus iscroscias tui!"
Su Faraoni ca no si dd'aspettat, 'n ci fiat abarrau aici mali chi non hiat fattu mancu a tempus a zerriai is Guardias Zivilis po fusilai luegu su fraizzu. No dd'hiat fattu puru po rexoni de politiga: su sordau non fiat solu, hiat cumbinciu a is ideas suas totus is sordaus, si fiant postus de accordiu de si 'n di pigai is peis e si 'n d'andai a fai is Eremitanus in su desertu, cassendi e pappendi lionis. Su momentu fiat meda dilicau. Su Faraoni reunit sa Corti, s'Istadu Majori, Monsignoris e Sabius de sa Costumanza. No podiant usai sa manera forti e hiant pensau de usai sa de s'improsadura.
Totus a cambarada, postus in Pompa Magna, cun su Carrozzinu Riali a innantis, s'incarrelant de pressi po firmai su sordau, prima chi essit sartau is Lacanas cun su desertu. Dd'hiant sodigau in su Tremini Grogu Continuu - mancu mali, giustu in tempus!
"Firma!" Zerriant totus a una bosci, "Firma!"
E su sordau si fiat firmau.
Su Faraoni, strantasciu appizzus de su Carrozzinu hiat obertu cun is brazzus is alas de sa Besti Arrubia, e hiat fueddau po un'ora. Prima de sa Familia e de is Santas Affetzionis; sa Sposa e is Fillus; poi de sa Comunanzia; s'Amicizia, sa Limba Floria, is Cantadoris, is Circadoris e is Balentis; a urtimu de sa Patria; su Logu de is Babbus Mannus, basau de su soli, de su Mari e de is Deus; su Doveri, sa Bellesa de fai su zeraccu mudu.
Su sordau hiat scurtau cun attenzioni e respettu - ca portat ancora unu pei a intru de su Tremini Territoriali; ma candu su Faraoni hiat finiu de fueddai, ci fiat accabau de passai, hiat obertu pagu pagu is coscias, 'n d'hiat bogau a foras una bella pillona, dd'hiat sprappeddada in su pramu de sa manu e hiat nau: "Aundi c'est custa, c'est Deus, Patria, Traballu, Sposa e Fillus!"
(Liberamente tratto da le "Historiae" di Erodoto)

IL SOLDATO E IL FARAONE
Racconto

C'era una volta - e peccato che non ci sia più - un soldato richiamato in Servizio Permanente Effettivo, che faceva la guerra notte e giorno da oltre vent'anni, senza mai vedere un soldo, soltanto medaglie al valore. Seccato della faccenda, andò dal Faraone a lamentarsene.
"Ti comprendo, Figliolo - vedi, ti chiamo Figliolo - la Patria ha bisogno di te per la Difesa dei suoi Sacri Confini; la Gloria, non ti dice niente, la Gloria?, con altre due o tre Medaglie al Valore, questi conteggi li farà a tempo debito il Competente Ministro, tu diventi un Eroe, capisci, un Eroe? Beate le Madri che hanno partorito Eroi! La Grandezza di una Nazione si misura a Eroi. Che vuoi di più? Chi per la Patria muor vissuto è assai".
Rispose il soldato: "Voglio la grana arretrata, la pensione, una donna, una casa e un letto".
Il Faraone levò in segno di Giuramento il Sacro Uccello che teneva appollaiato in cima allo scettro d'Oro: "L'avrai!" disse, "Ma soltanto quando la Vittoria ci avrà baciati sulla fronte, quando i nemici della Patria saranno tutti definitivamente debellati e assoggettati".
"Buonanotte!", disse il soldato, "ti saluto, e i nemici te li debelli tu!"
Il Faraone, che non se l'aspettava, ci rimase così tanto male che non fece neppure in tempo a chiamare le Guardie Zivil, per mettere al muro seduta stante il sacrilego. Non lo fece anche per ragioni politiche: il soldato non era solo, aveva convinto alle sue idee tutti i soldati, si erano messi d'accordo di prendere i piedi e di andarsene a fare gli Eremiti nel deserto, cacciando e mangiando leoni. La situazione era molto preoccupante. Il Faraone riunì la Corte, lo Stato Maggiore, lo Stregone e gli Esperti in Public Relation. Non potevano usare la maniera forte, decisero di usare quella psicologica.
Tutti insieme, vestiti in Pompa Magna, col Cocchio Reale in testa, si avviarono di fretta per fermare il soldato, prima che varcasse la Frontiera del deserto. Lo raggiunsero sulla Linea Gialla Continua - meno male, giusto in tempo!
"Ferma!", gridarono tutti a una voce, "Ferma!"
E il soldato si fermò.
Il Faraone dall'alto del Cocchio allargò le braccia aprendo le falde del Mantello di Porpora, e parlò per un'ora. Prima della Famiglia e dei Sacri Affetti; la Moglie e i Figli; poi della Società; l'Amicizia, la Dolce Lingua, i Poeti, i Navigatori e gli Eroi; infine della Patria; la Terra degli Avi, baciata dal Sole, dal Mare e dagli Dei; il Dovere, la Grandezza del Servir tacendo.
Il soldato ascoltò con grande attenzione e rispetto, perché stava ancora con un piede dentro la Linea di Confine; ma quando il Faraone ebbe finito di parlare finì di passare, aprì leggermente le cosce, tirò fuori un bel cazzo, lo molleggiò sul palmo della mano e disse: "Dove c'è questo, c'è Dio, Patria, Lavoro, Moglie e Figli!"

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