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UGO DESSY

SU TEMPUS CHI PASSAT
IL TEMPO CHE PASSA

Volume III

ARTIS E FAINAS
MESTIERI E ATTIVITA'

ALFA EDITRICE - QUARTU SANT’ELENA 1999

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Dedico questa opera
a Luisa Mancosu
che con il suo amore
mi aiuta a vivere

Un affettuoso ringraziamento a quanti hanno contribuito alla realizzazione di questa antologia con il loro lavoro di ricerca, con la loro collaborazione e a quanti mi hanno sostenuto con la loro amicizia in particolare desidero ricordare Valeria Campurra Paoletta Mudu, Betty Pisano, Maria Laura Maggio, Michela Casti, Tonia Vedele, Luisella Massidda, Antonella Mereu, Irene Piras, Manuela Serra, Paola Pias, Daniela Pisano, Betty Pusceddu, Laura Floris Merita Agus, Jovina Pilleri, Gloria Mascia, Barbara Sainas, Manuela Anedda, Simona Lecca, Jen Vacca e Alessandra Dessi.

Seconda pagina di copertina:

La nostalgia del passato appare il motivo dominante che accompagna i brani, momenti e luoghi, di questa raccolta. Ogni testimonianza, anche quella che ricorda o descrive qualcuno dei mestieri più umili e ingrati, è pur sempre intrisa di nostalgia e di rimpianto.
La nostalgia e il rimpianto del passato (…), il desiderio se non anche il bisogno di un futuro diverso (…) sono sintomi diffusi di un profondo malessere che testimoniano il fallimento del sistema di vita attuale, e sono la più dura e pesante condanna di una presunta civiltà - che di civile, nel senso di umano, ha davvero ben poco.
Uno degli aspetti più negativi di questo sistema è che il suo cosiddetto processo di sviluppo avanza come un rullo compressore, appiattendo, schiacciando, massificando, isterilendo tutto ciò che si lascia dietro. Un processo di sviluppo che distrugge il passato utilizzando senza senno il presente, esclusivamente in una prospettiva futura di ulteriore e più scientifico sfruttamento, per foia di potere e di denaro.


Terza pagina di copertina:

Biografia
Le attività di insegnante e di pubblicista, vissute con coerenza e impegno ideologico, vedono Ugo Dessy presente con la gente sarda nella continua lotta per il riscatto civile: nell'Iglesiente, con i minatori, per il Fronte Popolare; in Marmilla, con i contadini, per l'occupazione delle terre incolte; nell'Oristanese, con i pescatori, per la liberalizzazione degli stagni; in Barbagia, con i pastori, contro l'occupazione militare; con i giovani, per la loro crescita sociale e politica, nei Centri di Cultura AILC e MCC e con i gruppi extraparlamentari e libertari del '68; con i radicali per i diritti civili; con gli oppressi di tutto il mondo per la liberazione dell'uomo.

Bibliografia
Ugo Dessy è stato collaboratore e redattore di numerosi giornali e riviste. Tra questi Tempo presente, Sardegna oggi, Il Giornale, Il Punto della settimana, Nord e Sud, L'Astrolabio, Sassari sera, ABC, Mondo giovane, La Nuova Sardegna, A-Rivista Anarchica, Aut, Herodot, Umanità nova, L'Internazionale, Sa Republica sarda, e altri.
Narratore e saggista Ugo Dessy ha pubblicato tra l'altro Il Testimone - Fossataro - Cagliari, 1966; L'Invasione della Sardegna - Feltrinelli - Milano, 1969; Stato di Polizia, Giustizia e Repressione - Feltrinelli - Milano, 1970; Un'Isola per militari - Marsilio - Padova, 1972; Il Diario dello Stregone - Marsilio - Padova, 1973; La Rivolta dei pescatori di Cabras - Marsilio - Padova, 1973; Quali Banditi? - Bertani - Verona, 1977; La Maddalena, morte atomica nel Mediterraneo - Bertani - Verona, 1978; I galli non cantano più - Bertani - Verona, 1978; Segni della cultura popolare - Alfa Editrice - Cagliari, 1984; Informazione antimilitarista (antologia) - Livorno 1984; Un grande amore (antologia) - La Spiga - Milano, 1984. SU TEMPUS CHI PASSAT - Vol.I “S’annu de su messaju”- Vol.II “Sa mexina”. Alfa Ed. 1989. Educazione popolare - Alfa Ed. 1993. In fase di pubblicazione, dell’Antologia di tradizioni popolari SU TEMPUS CHI PASSAT, i volumi “Is ligendas”, “Is contus”, “Usanzias antigas”, “Is festas”, “Sa poesia”, “Piccioccus de crobi”, “Dicius e frastimus”.

AVVERTENZA

Le attività e i mestieri presi in esame in questa raccolta sono stati, per quanto possibile, divisi in gruppi omogenei:

- REGOLLIDORIS - RACCOGLITORI;
- BENDIDORIS - VENDITORI;
- MAISTUS - MAESTRI D’OPERA;
- ARTIS DE SA TERRA - ATTIVITÀ AGRICOLE;
- ARTIS DE S’ALLEVAMENTU - ATTIVITÀ DELL’ALLEVAMENTO;
- ARTIS DE SA PISCA - ATTIVITÀ DELLA PESCA;
- ARTIS DE SA MENA - ATTIVITÀ DELLA MINIERA;
- ARTIS E FAINAS DIVERSAS - MESTIERI E ATTIVITÀ DIVERSE;
- HOMINIS DE MEXINA - GUARITORI;
- FAINAS DE SA MERI DE DOMU - ATTIVITÀ DELLA MASSAIA;
- FAINAS DE IS FEMINAS - ATTIVITÀ DELLE DONNE;
- TRABALLU DE IS PICCIOCHEDDUS - LAVORO MINORILE.

E’ da tenere presente che persone e cose, fatti e avvenimenti che appaiono in questo lavoro sono riferibili alla realtà di alcune aree geografiche e culturali delle province di Cagliari e di Oristano cosi come è stata vissuta e osservata grosso modo fino agli Anni Sessanta.


INTRODUZIONE

In questo libro vengono descritti o più semplicemente presentati mestieri e attività e, in alcuni casi, tecniche e modi di lavorazione, che ormai vanno scomparendo, quando già non siano scomparsi.
La maggior parte di questo lavoro è costituito da testimonianze "dirette", fornite dalle stesse persone che svolgevano o che ancora svolgono il mestiere o l’attività descritti o presentati. Un’altra cospicua parte è frutto di testimonianze "indirette", che io chiamo “memorie”, alcune dell'autore, altre di varie persone, amici, conoscenti o collaboratori, preziosi e indispensabili informatori, che hanno in comune la nostalgia di un passato in cui sono nati e hanno vissuto.
La "nostalgia del passato" appare il motivo dominante che accompagna i brani, momenti e luoghi, di questa raccolta. Ogni testimonianza, anche quella che ricorda o descrive qualcuno dei mestieri più umili e ingrati, è pur sempre intrisa di nostalgia e di rimpianto.
La nostalgia e il rimpianto del passato (per coloro che l’hanno vissuto), il desiderio se non anche il bisogno di un futuro diverso (per coloro che conoscono il passato attraverso le testimonianze) sono sintomi diffusi di un profondo malessere che testimoniano il fallimento del sistema di vita attuale, e sono la più dura e pesante condanna di una presunta civiltà - che di civile, nel senso di umano, ha davvero ben poco.
Uno degli aspetti più negativi di questo sistema è che il suo cosiddetto "processo di sviluppo" avanza come un rullo compressore, appiattendo, schiacciando, massificando, in definitiva isterilendo tutto ciò che si lascia dietro. Un processo di sviluppo che distrugge il passato utilizzando senza senno il presente, esclusivamente in una prospettiva futura di ulteriore e più scientifico sfruttamento, per foia di potere e di denaro.
Ne deriva così una umanità senza radici nel passato: alle nostre spalle non c'è più traccia della storia di chi ci ha preceduto. Mancanza di radici e mancanza di valori. Il vuoto viene sostituito da falsi valori. In questa civiltà, in questo "illuminato inferno", le umane contraddizioni si moltiplicano all'infinito. La miseria è più miserabile e più sofferta che mai. Il raggiungimento di valori quali la libertà, la giustizia, l'uguaglianza appare sempre più lontano, sempre più un miraggio. E sempre più, questi valori, ormai privi di realtà, appaiono come una beffa alle nuove generazioni, spinte così a prendere le scorciatoie del comodo opportunismo, del facile qualunquismo, della redditizia delinquenza.
Argutamente e non senza amarezza, una vecchia pastora, raccontando la propria vita, sostiene che “oggi nessuno vuole più lavorare” «Oggigiorno il mondo è cambiato. Ci sono troppi vizi, con i soldi che corrono. E per che cosa, poi? Fosse almeno più sana e più contenta, la gente. Quando io andavo a lavorare, mi alzavo all’alba e ci andavo a piedi, e non ci arrivavo gialla come cera e slombata - come sono adesso le donne. Perfino le zappatrici, quelle poche che ci sono rimaste, vanno al campo in bicicletta, e arrivano con gli occhi gonfi di sonno, perché si sono alzate dieci minuti prima, quando il sole era già alto. I soldi che sprecano per comprarsi le biciclette dovrebbero conservarli, se no quando si sposano non hanno lenzuola, svergognate, e se le fanno comprare dal fidanzato. Quelle lo scuoiano un uomo. Si fanno belle di fuori e si vestono di lusso anche per andare a lavorare. E quando non basta il marito, fanno le bagasce.
Con tutte le macchine che ci sono, adesso nessuno vuole lavorare a mano. Il pane non ha più lo stesso sapore. La terra è sforzata e riscaldata da quei concimi, da appena ci buttano il seme. Le spighe le gettano dentro le trebbiatrici, invece di lasciarle al sole che fa bene a ogni cosa. E il grano, di nuovo dentro quelle macchine calde e puzzolenti. Per forza, la farina non viene buona! Ne esce calda e puzzolente. E il pane? Invece di lavorarlo a mano, ributtano la farina in un’altra macchina, e ne viene fuori una pasta frolla che non resiste al lievito. Fatto in casa, il pane, ci vogliono almeno tre ore per lievitare, e che sia ben coperto. Adesso, in mezz’ora, non fanno in tempo neppure ad accendere il forno che già la pasta si sta liquefacendo, e nel forno non si gonfia e non ha il suo buon profumo.
La gente è tutta malaticcia. Quando ero piccola, anche se andavo scalza e poco vestita, medicine non ne avevo mai preso. Oggi le ragazze sono tutte a dolori, sempre prendendo medicine. Per ogni fesseria corrono dal dottore. Sarà che hanno soldi da buttare o che hanno voglia di farsi guardare e toccare. Per parte mia non ci sono mai andata e mai ci andrò - va’ che non mi spoglierei davanti a loro, uomini sono, anche se dicono che non guardano: neanche se avessero gli occhi cuciti col giunco!
Quando devono fare un figlio, si cacano addosso per lo sforzo. Già mi aspettavo la levatrice, io! Il secondo l’ho fatto in campagna. Quando mi sono sentita nel momento, ho lasciato la zappa, l’ho fatto, l’ho avvolto nello scialle e me ne sono tornata a piedi in paese. E gli davo da succhiare fino ai due anni, ché latte ne avevo - adesso tirano un giorno o due e latte non ce n’è più, e a quelle povere creature danno di quella roba in polvere: chissà che porcheria è.
Gli animali lo stesso. Su trenta uova gallate, si e no ne escono cinque col pulcino. Sarà quel mangime nuovo che gli danno o sarà l’aria brutta, non lo so... I galli non cantano più. A malapena si alzano di mattina e fanno un pigolio da pulcino, e le galline, neanche le guardano...
Io dico che se lavorassero in casa non se ne andrebbero al cinema. Io già non lo so che gusto ci provano a chiudersi in uno stanzone buio, a respirare quel tanfo. Neanche in chiesa vado, quando è tardi e l’aria è viziata. Tutt’uno è andarci di mattina presto, quando si sente solo profumo di cera! Adesso, poche ne sono rimaste di candele; è tutto a lampadine. E Dio non deve essere molto contento, perché era povero e non aveva bisogno di lampadari di cristallo.
Per cucinare hanno messo il gas. Tanto hanno lo stesso sapore, il brodo fatto a fuoco di legna nel camino e quello fatto su quella fiamma puzzolente! Tutto per non lavorare. E meno lavora e più la gente muore. Chi non muore di malattia muore di disgrazia, con quelle macchine. Perché non se ne staranno in casa, dico io, invece di andarsene in giro a sbagasciare. Belli sono, uomini e donne, gettati insieme dentro le macchine! A me fa schifo solo a vederli. Figuriamoci a entrarci dentro. Appena me ne passa una vicina, il fumo che ne esce mi fa venire la voglia di vomitare. Adesso li portano in macchina perfino in camposanto. Io una cosa vorrei: che non mi ci mettessero dentro neppure da morta. Lo dico sempre a tutti: che facciano un sacrificio e che mi portino a spalla, in camposanto. Se mi ci vogliono portare. Se no, vaffanculo!, che mi lascino lì.…».1
Il mito di un progresso tecnologicamente avanzato, che affida ogni lavoro alle macchine, è stato, purtroppo, preso troppo sul serio. Il sogno dell’uomo, in questa “parodia di civiltà”, è diventato lo starsene tutto il santo giorno in panciolle o andarsene a spasso in auto o a far acquisti nelle varie città-mercato.
Oggi lavorare è da molti ritenuto qualcosa di superato e perfino di degradante o, “tout court”, una stupidaggine riservata ai fessi o agli immigrati di colore; una sorta di riedizione dell’antica “condanna biblica” comminata al progenitore Adamo, perché rifiutò - stupido! - di sottomettersi al volere di Jahvé, colui che comandava allora. Infatti, c’è chi rispolvera il beato stato di ozio in cui stavano i nostri mitici progenitori nel loro improbabile “Paradiso perduto”. Nel loro Eden - si favoleggia - essi avevano tutto ciò che volevano, senza neppure dover muovere un dito per schiacciare un bottone.
Ci pensava Jahvé. Che cosa chiedesse Jahvé in cambio di tanta grazia non viene detto - come minimo, penso, gli davano l’anima gratis. Rotto con Jahvé, gli uomini hanno imparato a venderla al diavolo, l’anima, massimamente per denaro, cioè a dire per vivere senza far nulla - magari sfruttando il prossimo.
La civiltà d’oggi, che soppianta quella in cui è vissuta la nostra testimone, appare oscenamente imbellettata e ammiccante, lasciando credere che con il suo avvento siano finiti i tempi duri del lavoro (quello che iniziava all’alba e finiva al tramonto) e che ora, finalmente, sia giunta l’era dei soldi facili, del facile piacere e del facile vivere. Ma la vecchia pastora non crede negli allettamenti e nei miraggi, non crede nei “paradisi in terra”, da chicchessia promessi. Sa che la vita vale la pena di essere vissuta se ha un proprio ciclo naturale, nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore, nella fatica del lavoro e nel riposo pieno e soddisfacente che si ha soltanto dopo aver lavorato; perché lavorare è creare; creare è esistere e realizzarsi.
Sembrerebbe un discorso moralistico, ma non lo è. Perché mai in nessuna civiltà, come in questa che dà la parvenza della libertà più sfrenata e dell’edonismo più totale, l’uomo si è sentito tanto frustrato e impotente, oppresso e represso, schiavizzato e “scientificamente” sfruttato.
Sembrerebbe che l’unico lavoro che vada fatto, nell’attuale sistema, sia quello di consumare. E neppure consumare per il piacere che può venirne, ma consumare per consumare, un bisogno indotto dai “modernissimi” strumenti di condizionamento di massa. Usa e getta, in un ciclo consumistico senza fine. Come ironicamente riprende il Poeta: queste «son dell'umana gente le magnifiche sorti e progressive».2


CAPITOLO PRIMO

IS REGOLLIDORIS
I RACCOGLITORI


Presentazione

L’attività del “raccoglitore” è vecchia quanto l’uomo. I nostri progenitori hanno vissuto cercando e raccogliendo nel loro ambiente tutto ciò che di commestibile o di utile offriva la natura.
Ancora oggi, ma sempre meno, nelle nostre campagne e lungo le coste è possibile “raccogliere” frutti selvatici o animali commestibili, “secondo natura”. Per esempio asparagi, cardi e carciofini, bietole e cicorie, lumache e chiocciole di terra e di mare, e ancora, lungo le coste, ricci, patelle e arselle. Per non parlare delle bacche del mirto, che si mangiano o si usano per ricavarne un aromatico liquore, o delle bacche del corbezzolo, dolci e pastose, di un bel rosso brillante, o anche le deliziose bacche del rovo, sa mura de orru’, la mora del rovo, da non confondersi con sa mura de gessa o mura de matta, la mora del gelso, dolcissima, succosa, delizia dei fanciulli “predatori” delle campagne.
«Col benessere dei nostri tempi - è il commento di un anziano ma attento testimone della zona del Monte Arci - non solo si trascurano o si dimenticano del tutto i vari frutti selvatici, ma a volte si tiene poco conto anche di quelli delle piante coltivate. Questo perché oggi la gente ha la possibilità finanziaria di comprare a scelta al mercato e persino di essere servita a domicilio. Cinquant’anni fa invece i frutti spontanei delle piante selvatiche, ghiande, bacche di lentischio, mirto, corbezzolo e fichi d’India venivano considerati, come gli altri delle piante coltivate, un vero ben di Dio».
Darò più avanti uno spazio, sia pure breve, per ciascuna delle attività che rientrano nel capitolo dei raccoglitori.


SU SINZIGORRAIU
IL RACCOGLITORE DI LUMACHE

Per quel che ne so, il mestiere (se così si può definire) di regollidori de sinzigorrus, è tra quelli rimasti ancora di uso comune. Almeno sinché ci saranno ancora lumache nelle nostre campagne, dopo il loro sterminio con pesticidi e diserbanti.
In autunno è frequente vedere lungo le strade di grande traffico, dopo un abbondante acquazzone, numerose persone, di età diversa, parcheggiata l’auto in una piazzola, percorrere le cunette laterali con buste di plastica, alla ricerca delle chiocciole che numerose escono a pascolare dalle vicine siepi.
Per inciso, va detto che si stanno organizzando “allevamenti razionali” di chiocciole, che vendono nei supermercati il loro prodotto in contenitori di plastica. Il sapore delle chiocciole d’allevamento, rispetto a quelle “ruspanti” o selvatiche, che dir si vogliano, è certamente diverso, assai più scadente comunque le si cucini.
Tra le tante specie di lumache o chiocciole, quasi tutte commestibili, ne citerò soltanto alcune.
Sinzigorru, o gioga, è la chiocciola dal guscio striato bianco o bruno Is sinzigorrus sono le chiocciole più comuni e anche le più usate nella cucina del contadino.
Sinzigorreddu, o giogaminuda, sono dette le lumachine, di cui è ricca la campagna incolta, dove crescono la ferula e il finocchio selvatico, piante basse cespugliose erbacee, alle quali is sinzigorreddus si attaccano a grappoli. Nell’Oristanese, i raccoglitori di mestiere di giogaminudas usano stendere sotto la piantina un fazzolettone su cui fanno cadere le lumachine che poi vengono versate nel sacco. Se ne raccolgono in un sol giorno grandi quantità. Si vendono ai grossisti che le distribuiscono nei mercati. Is sinzigorreddus, le lumachine, si consumano tradizionalmente in occasione di feste e sagre popolari, dove vengono venduti a misurini, già bolliti in acqua aromatizzata con sale e aglio, per stimolare sete di vino.
Mungetta, detta anche tappada quando è in letargo. E’ la lumaca pomatica, di colore marrone uniforme, con il guscio sottile ed elastico. E’ certamente la lumaca più apprezzata, gustosissima e la più costosa nei mercati.
Sinzigorru de coloru, letteralmente chiocciola serpentina: è una varietà comune di chiocciola dal guscio striato somigliante alla pelle della serpe, ritenuta dalla gente non commestibile.
Pertiazzu o boveri o boboitana è detto il lumacone. Si tratta delle grosse chiocciole carnose dal guscio robusto giallastro-marrone, assai apprezzate anche nella cucina internazionale. Fanno il paio con “les escargots”, i lumaconi francesi.
Gingella, in alcuni paesi detta singella, indica la chiocciola in generale e talvolta anche le pomatiche quando sono sigillate.
In margine, si accenna brevemente a su sinzigorru de mari, di cui l’esemplare più comune è su bucconi, il murice. Nei nostri mari, lungo le coste scogliose, esistono centinaia di specie di sinzigorrus, chiocciole, che vanno dalle dimensioni minuscole alle enormi, pesanti oltre il mezzo chilo, come appunto certi murici.
Le chiocciole in generale (escluse is mungettas tappadas, che si trovano sotto terra), si raccolgono dall’autunno fino alla primavera, ogni volta che cade una pioggia abbondante. Si trovano specialmente lungo i muretti di pietra e a lato delle siepi del ficodindia, dove si sono rintanate durante l’estate.
Buca-moddi, sono dette le chiocciole giovani che hanno il guscio ancora tenero, molle all’apertura.
Sazzauga, sinzigorru sene croxu, la lumaca vera e propria, senza il guscio, non è commestibile e viene combattuta come assai nociva per le colture orticole.
Dopo raccolte, le lumache devono essere conservate po mattiri, per purgare, dentro un corbello a intreccio largo, affinché passi l’aria e gli animali respirino. A inantis de ddas coi, deppint essiri mattias; prima di cuocerle devono essere purgate, in modo che abbiano gli intestini puliti, perché non di rado le chiocciole mangiano erbe amarissime. Nel periodo del “purgatorio” non si lasciano completamente digiune, ma sul fondo de su scarteddu, del corbello, come detto, si mette un po’ di poddini, crusca.
In alcuni paesi esistono appositi recipienti per conservare le lumache, per lo più un corbello a intreccio lasco, con coperchio rigido incernierato con una funicella di cuoio o di giunco. Si usa anche il semplice scarteddu che viene chiuso con un pezzo di sacco legato tutto intorno al bordo con uno spago.
Dopo che le lumache sunt mattìas, sono purgate, prima di essere cucinate, vanno trattate con sale e aglio, per togliere loro la bava, e quindi lavate con acqua corrente. Per questa operazione occorre sa saliocca, o biocca, sale grosso, che va sparsa sopra le chiocciole che reagiscono sbavando. Lavate per bene, vanno immerse nell’acqua bollente e lasciate cuocere per circa mezz’ora. Dopo scolate, prima di essere versate nel sugo, le chiocciole vanno “sculacciate”, cioè si taglia la parte terminale del guscio, per favorire la penetrazione della salsa o di altri condimenti all’interno del guscio, e quindi consentire l’aspirazione del mollusco per bocca o l’estrazione mediante stuzzicadenti o forchetta a un solo dente.
Sono tanti i modi di cucinare is sinzigorrus, le chiocciole, sia quelle comuni che le pomatiche e i lumaconi. Ottime arrostite in su farifari, nella cenere calda, o in griglia, o sulla piastra, o sulle braci, o al forno (gratinate), farcite di una pastella ottenuta con pane grattugiato, olio, sale, aglio, prezzemolo e, a chi piace, con una aggiunta di peperoncino. Ottime anche al naturale, arrostite con un pizzico di sale e un goccio di olio d’oliva.
Nell’Oristanese, is pertiazzus, i lumaconi, una volta bolliti vengono soffritti nell’olio d’oliva con aglio e prezzemolo ben tritati e una spolveratina di pane grattugiato. Questo piatto si accompagna sempre al vino nero, denso e gagliardo. In questo stesso modo, oppure in salsa piccante di pomodoro, vengono cucinate is mungettas, le pomatiche, ovviamente dopo la bollitura.
E’ interessante vedere in quanti diversi modi viene indicata in Sardegna la chiocciola. Si può dire che ogni paese usi un proprio termine: sitzigorru, sinzigorru, sinsigorru, zizzigorru, tivigorru, zinzorra, gingella, sunzorra, zonzorra, pivigorru, tabagorra, barbagorra, coccorra, portamincorrus, barragorru, gioga e giogaminuda.
Normalmente, ciascun componente della famiglia o della comunità, secondo la passione e i gusti, si improvvisa “raccoglitore di lumache”, dall’autunno alla primavera, ogni qualvolta cade una pioggia abbondante e le lumache escono a pascolare. Ma vi era, e vi è ancora, chi va a raccogliere lumache per mestiere, per rivenderle al grossista o direttamente nei mercati. E poiché non si può vivere soltanto raccogliendo chiocciole (seppure si vendano a buon prezzo: fino a 30 mila lire al chilo per is mungettas), si raccolgono altri frutti spontanei che la natura offre, come su sparau, gli asparagi, sa tàparra, i capperi, sa murta, il mirto, s’olioni, i corbezzoli, e cosi via.


SU RIZZONERI
IL RACCOGLITORE DI RICCI
E ALTRI FRUTTI DI MARE

Siamo ai primi giorni dell’anno, alle cosiddette “secche di gennaio”. Is rizzoneris indicano questo periodo come il pieno della stagione della pesca dei ricci di mare. La stagione dura fino alla primavera inoltrata. Ogni giorno di bonaccia, specialmente quando spira la brezzolina della tramontana, è una buona occasione di lavoro.
Con s’ancuredda e su saccu, una sorta di ronciglio e un sacco di juta, su rizzoneri parte a s’orbescida, all’alba, se non prima, per essere nella costa scogliosa alle prime luci.
Alcuni tratti di mare, tra banchi rocciosi, pullulano di ricci (echinus esculentus) dagli aculei mobili, iridescenti, dal nero al marrone, dal blu al viola. Sono più saporiti i ricci pescati su fondali ricchi di alghe.
Su rizzoneri raccoglie la preda con s’ancuredda, il ronciglio, o con una conocchia di canna, cannuga, riempiendone il capiente sacco che egli porta con sé, trascinandolo alleggerito dall’acqua.
Più tardi, a mezza mattina, carica il sacco sul portapacchi di una bicicletta, che egli spinge, camminando a piedi di lato, fino al paese più vicino, dove, andando di casa in casa, vende i suoi frutti di mare a un tanto la dozzina.
Più spesso is rizzoneris vendono i loro ricci lungo le strade trafficate, oppure nella piazza del paese, sopra un tavolo che si fanno prestare da un conoscente del luogo. Talvolta, con i ricci, essi vendono anche altri frutti di mare, che vengono pescati nelle stesse coste e insenature: is orziadas, le attinie, is pagellidas, le patelle, talune specie de cocciulas, di arselle, nonché is bucconis, i murici, is resoieddas de mari o gutillonis, i cannolicchi, is sinzigorrus de mari, le chiocciole marine, is cozzas, i mitili o cozze, e su cavuru, i granchi - specialmente le femmine con le uova che bollite e condite con olio, pepe e sale vengono vendute nelle bettole in autunno, nel tempo delle castagne.


SU COCCIULAIU
IL RACCOGLITORE DI ARSELLE

Su cocciulaiu indica sia il raccoglitore che il venditore ambulante di arselle. Come su pizzigaiolu, o pisciaiu, il pescivendolo, era un mestiere assai diffuso non soltanto a Cagliari e nel suo hinterland ma anche nei Campidani d’Arborea, nel basso Oristanese, in tutto l’arco del Golfo di Oristano, il cui entroterra è disseminato di stagni e di lagune un tempo pescosissimi.
Appunto nelle acque basse e calde degli stagni e nello stesso Golfo di Oristano si pescano le arselle, sa cocciula. Oggi è rimasto ben poco da pescare; e quel poco che è rimasto è inquinato. Si è rimediato in parte con gli allevamenti e l’impianto di stabulari per la depurazione.
Non considerando le numerose specie di importazione che vengono allevate e immesse attualmente sui mercati, abbiamo diverse varietà de cocciulas, di arselle.
Sa cocciula bianca, una specie di arsella chiara, con le valve ondulate a ventaglio, talvolta con macchie giallastre, marron e nero, più o meno scure, non molto polposa ma assai saporita, che potrebbe paragonarsi alla vongola.
Sa cocciula cau, una specie di arsella schiacciata, abbastanza grande, non molto carnosa e insipida, poiché vive in acque paludose, poco salate.
Un’altra specie che merita di essere menzionata è sa cocciula pintada, un’arsella di media grandezza, molto carnosa e saporita, certamente la più pregiata.
Vi è anche, simile a sa cocciula pintada, una specie minuta, detta cocciuledda, che un tempo si trovava in grande quantità nel bagnasciuga sabbioso di tutto il golfo oristanese, specialmente a Torre Grande e a Foxi, nel Cirras. I villeggianti dei paesi dell’entroterra, che dopo il raccolto trascorrevano qualche settimana sulle rive di quei mari, portavano con loro dei setacci che lasciavano passare la sabbia e trattenevano sa cocciuledda, le arselline, raccogliendone ingenti quantità che distribuivano, rientrati in paese, a parenti e amici. Scherzosamente, questa cocciuledda, minuta ma saporita, veniva chiamata spisa-spisa, termine che indica l’atto compiuto con gli incisivi per sgusciare i semi di melone e di anguria.


SU LINNAIU
IL LEGNAIOLO

Quella de su linnaiu, del raccoglitore, portatore e venditore di legna, indicava una attività assai diffusa in tutti i paesi dell’Isola. Dove, per altro, chiunque ne avesse la capacità e il mezzo (cioè essere robusto e possedere un carro), provvedeva da sé al fabbisogno della propria famiglia, senza dover ricorrere alle prestazioni di su linnaiu, del legnaiolo, di colui che faceva quel mestiere.
Tra is linnaius, più in basso stavano is fascineris, i venditori di fascine (detti anche, scherzosamente, fascistas, durante il ventennio), per lo più anziani o ragazzini molto poveri, che andavano al monte per provvedersi di legna. I loro attrezzi erano unu marroni, una zappa stretta e robusta, e una funi, una corda. Le ramaglie dei cespugli, tagliate alla base con su marroni, venivano raccolte in fascine dalla circonferenza di 30/40 centimetri, tenute da sa mussorgia, un doppio legaccio consistente in ramoscelli flessibili, per lo più di lentischio. Raccolte tante fascine quante ciascun linnaiu poteva portarne a spalle, tutte insieme venivano legate in un sol fascio dalla fune, lasciando che i due capi della stessa fungessero da bretelle.
Le fascine venivano vendute in paese, normalmente alle famiglie povere che avevano figli ancora piccoli, o solo figlie femmine, o alle vedove; persone cioè che non erano in grado di provvedere in proprio alla raccolta della legna.
Chi possedeva il carro (a buoi, a cavallo o ad asino), sul finire dell’estate dedicava alcuni giorni alla raccolta e al trasporto della legna, sia in fascine (insostituibili per riscaldare il forno e per gli arrosti), sia in cozzina, radici e ceppi per il focolare (principalmente per il riscaldamento e per cucinare).
Numerose le essenze da ardere, diversificate secondo l’uso specifico e la consistenza, po allumingiai, per accendere, po arrostiri, per arrostire i pesci o le carni del capretto, dell’agnello, del porchetto. Ciò - è il caso di dire naturalmente - in rapporto alla qualità e quantità del patrimonio vegetale a disposizione di ciascuna comunità.
Specialmente negli anni di mezzo del secolo scorso, la Sardegna assiste alla coloniale distruzione dei suoi boschi, prevalentemente a opera dei carbonai toscani e piemontesi, preceduti dai fornitori di legname per navigli della marina militare e civile. Tale dissennato disboscamento venne spesso giustificato con il pretesto socio-politico di far piazza pulita dell’“habitat” di pericolosi banditi. Numerose comunità rimasero cosi prive di quella fonte energetica, da millenni usata comunisticamente, anche dopo l’abolizione degli Ademprivi (1859), ossia del “diritto d’uso” del patrimonio naturale. Alcune comunità della Marmilla, come Pauli Arbarei, ancora alla fine degli anni ‘40, erano così povere di legna da dover usare in sua vece gli escrementi di bue essiccati e la paglia delle fave.
Le essenze da ardere più comunemente usate consistevano negli arbusti del sottobosco, che in mancanza di alberi raggiungevano un notevole sviluppo. In prevalenza, moddizzi, murdegu, arrideli, olidoni, murta (lentischio, cisto, fillirea, corbezzolo, mirto), e, inoltre, zinnibiri e ollastu (ginepro e olivastro).
Gli arbusti, recisi alla base, venivano raccolti, conservati o venduti in fascine; da lì a qualche anno, dalle ceppaie ripollonavano nuove ramaglie. In talune zone, sia per diradare, sia per aprire nuove terre ai seminativi, di queste essenze si estraevano anche le ceppaie. Sa cozzina o cozzighina, la ceppaia, forniva un materiale da ardere più ricco di calorie e più costoso delle fascine.
Sempre come combustibile erano molto diffusi, nei Campidani e nelle aree collinose, il mandorlo, e nelle aree montuose, l’olivastro; e, ovunque, la quercia, l’elce e il rovere.
L’uso che ne faceva il popolo non degradava il patrimonio naturale: rispettava i soggetti produttivi o costituenti il bosco e utilizzava le ramaglie secche o da potatura (come i sarmenti della vite) e gli alberi ormai improduttivi o mal ridotti per la vecchiaia.


SU REGOLLIDORI DE SPARAU
IL RACCOGLITORE DI ASPARAGI

I raccoglitori di asparagi sono per la maggior parte ragazzi dagli otto ai quattordici anni, appartenenti ai ceti più poveri della comunità, che evadono dall’obbligo della scuola per guadagnare qualcosa, per sé o per la famiglia.
Vanno alla ricerca degli asparagi preferibilmente in coppia, per essere in compagnia, e raramente in gruppo. Frequentano, ovviamente, le zone di campagna incolta, dove crescono spontanei gli asparagi, che formano dei cespugli più o meno spinosi, alcuni assai robusti e intricati che, in alcune varietà, possono raggiungere anche l’altezza di due metri. Talvolta, i cespugli dell’asparago crescono e si intrecciano con il rovo, nelle siepi del ficodindia, formando un tutto unico spinoso che costituisce una barriera difficilmente valicabile.
In lingua sarda il vocabolo sparau al singolare, (logudorese isparagu), indica non soltanto le piante ma anche i germogli - i turioni o polloni - ancora teneri dell’“asparagus officinalis” e dell’“asparagus acutifolius”, che si raccolgono per essere consumati, crudi e ancor più cotti. Com’è noto sono dotati di proprietà diuretiche e sono medicamentosi nei disturbi della circolazione. Comunicano all’urina un odore particolare, assai acuto.
Nelle comunità campidanesi, genericamente, si identificano principalmente due tra le tante varietà di asparagina: su sparau mascu e su sparau femina. Il primo è una pianta assai robusta che forma cespugli intricati, forniti di acuminati aculei, e dà polloni commestibili più grossi e di sapore amarognolo; il secondo costituisce una piantina più delicata, poco spinosa, che se associata ad altri arbusti diventa rampicante, sviluppandosi lungo tutta l’altezza della pianta cui si consocia, e dà asparagi più piccoli, dolciastri, assai saporiti, che possono essere consumati in insalata anche crudi. Le due varietà di asparago, mascu e femina, unendo i loro due sapori, danno un risultato di grande squisitezza, comunque li si voglia cucinare e consumare.
Qualche semplice ricetta sarda nella cucina degli asparagi:
- bolliti in acqua giustamente salata, quindi scolati e conditi con olio d’oliva e appena appena di aceto o limone;
- soffritti in padella con un po’ di olio e sale;
- soffritti in padella con del burro (io preferisco l’olio d’oliva che ne esalta maggiormente il naturale sapore) e, a fine cottura (non cuocere troppo!), versare l’uovo precedentemente sbattuto con un pizzico di sale;
- si scelgono alcuni polloni tra i più grossi, ma teneri, e si arrostiscono sulla brace spruzzandoli di sale. Il sale che finisce sulle braci scoppietta rallegrando l’operazione culinaria. Mentre si depone con l’indice e il pollice il terzo asparago il primo è già arrostito, si prende, sempre con le stesse dita, e lo si porta alla bocca. Metodo primitivo che, tuttavia, rende gustosissimo l’asparago, seppure si finisca col mangiarlo insieme ad un po’ di cenere. D'altro canto, è provato che il potassio è fondamentale nell’equilibrio delle cellule, ed è utile in molti disturbi, comprese le aritmie cardiache; infatti, si può empiricamente sostenere che è anch’esso (il potassio contenuto nella cenere) un diuretico ed esalta la stessa proprietà dell’asparago.
Una delle zone più ricche di asparago selvatico, della varietà dolce, è quella che lungo l’autostrada Cagliari-Sassari va da Uras fino a Marrubiu, esattamente nella piana e nelle pendici a Occidente del Monte Arci. Così come nelle campagne che, grosso modo, vanno da Assemini-Decimo verso l’Iglesiente è assai diffuso l’asparago che dà luogo a cespugli robusti e intricati, con polloni più grossi ma di gusto amarognolo. In quelle zone, è facile trovare, ai margini delle strade, numerosi fanciulli che vendono agli automobilisti gli asparagi raccolti e ridotti in mazzetti (che con il passare degli anni da grossi che erano si vanno facendo sempre più striminziti e man mano che rimpiccioliscono come quantità aumentano di prezzo).
Alcuni ragazzi sono organizzati con barattoli d’acqua, dove tengono immersi i polloni per evitarne il deterioramento nelle calde giornate primaverili.
Come si è accennato si tratta di ragazzi di età compresa tra gli otto e i quattordici anni, che spinti dal bisogno familiare o comunque, per rendersi almeno in parte economicamente indipendenti, evadono dall'obbligo della frequenza scolastica per dedicarsi a questa attività di “raccoglitori”. In autunno, sono gli stessi ragazzi che ritroviamo, nei medesimi luoghi, stavolta a vendere funghi, per lo più prataioli, o lumache.


SU REGOLLIDORI DE GIUNCU E CARCURI
IL RACCOGLITORE DI GIUNCO E FALASCO

In alcuni periodi dell’anno, nelle zone paludose del Golfo di Oristano, in particolare da Santa Giusta a Riola, gli abitanti delle comunità rivierasche si dedicano alla raccolta delle erbe palustri, che verranno utilizzate nei lavori di intreccio e nella fabbricazione di numerosi utensili. Tra le erbe palustri di più largo uso abbiamo: su giuncu, sa zinniga e su sessini, il giunco, il giunco spinoso, e il cipero, che ritorti o ridotti in listarelle servono per fabbricare su cannabittu, funi e cordicelle di vario spessore, e per l’intreccio di cestini, corbe, canestri e setacci.
Altre erbe palustri raccolte ai margini degli stagni nell’Oristanese sono sa spadua e su carcuri, i falaschi dalle foglie lunghe, larghe, spesse e spugnose, con cui si ottengono ottime stuoie (rinomate quelle di Santa Giusta, Nurachi, Riola), e i famosi fassonis, imbarcazioni lacustri, la cui tecnica di fabbricazione millenaria si è conservata intatta sino a oggi, e che possiamo ancora vedere negli stagni di Cabras.
Is stojas, le stuoie, costituivano un tempo il principale arredamento dell’abitazione del contadino e del pastore, fungendo da sedile, da giaciglio e da letto: ci si sedeva per mangiare o per conversare, ci si sdraiava per riposare o per dormire la notte.


SA REGOLLIDORA DE MENDULA
LA RACCOGLITRICE DI MANDORLE

Il lavoro di raccolta delle mandorle è detto andai a scudiri e arregolliri mendula, andare a bacchiare e raccogliere mandorle.
Il procedimento attraverso il quale si raccolgono le mandorle, così come per le noci nelle Barbagie montuose, e così pure per le ulive, è detto scudiri mendula, bacchiare mandorle.
Il lavoro di raccolta delle mandorle dal terreno, preventivamente ma non sempre rastrellato, è quello più faticoso e viene fatto dalle donne e dai fanciulli, che stanno tutto il giorno carponi, con la schiena piegata.
Per spiccare le drupe dall'albero occorre sa canna po scudiri, una grossa e lunga canna oppure una robusta pertica di olivastro. Bisogna mettere una buona dose di attenzione nel lavoro di bacchiatura, onde evitare che i colpi troppo vigorosi e male assestati recidano i rametti fruttiferi e di conseguenza si contragga la produzione dell’anno che verrà.
Le mandorle si raccolgono solitamente a fine luglio, o ad agosto, a seconda delle zone e del clima. Il tempo ideale per la bacchiatura e la raccolta delle mandorle è quello in cui la drupa ha il mallo, cioè il primo guscio, non del tutto secco, che sta aprendosi, permettendo così alla mandorla vera e propria, l’endocarpo legnoso dentro cui sta il seme, la parte commestibile, di essere sgusciato più facilmente.
Dopo insaccate e portate a casa, le mandorle vanno ripulite dal mallo e poi lasciate in luogo aerato. I malli secchi vengono usati per alimentare il fuoco del caminetto e così pure l’endocarpo, che dà luogo a una brace consistente, ottima per gli arrosti come la carbonella.
Con il seme della mandorla, macinato o a pezzetti o anche intero, si preparano numerose specialità di dolci. Tra gli altri gli amaretti, il torrone, il “gâteau”, i confetti, e i classici dolci sardi, quali is candelaus e is gueffus, a base di pasta di mandorla. Dal seme della mandorla si estraggono essenze e oli per liquori e bibite. Nella preparazione dei dolci di mandorle, è d’uso utilizzare una certa quantità di mandorle amare - che vanno dosate in modo da evitare pericoli per i consumatori.
Infatti, non bisogna dimenticare che le mandarle amare contengono l’“amigdalina”, «sostanza glucoside che si trova nelle foglie di mandorle amare, di pesco, di lauro ceraso e nel seme di mandorla amara, di pesca, di ciliegia, di amarena, ecc.. Sotto l’azione degli acidi diluiti, o di un fermento detto emulsina l’amigdalina si scinde in acido cianidrico, aldeide benzoica e glucosio. E’ l’acido cianidrico che rende velenosi i semi e le foglie sopra accennati. Da una mandorla amara si svolge circa 1 mgr. di acido cianidrico; circa 50 mandorle amare o semi di pesca danno la morte. Attenti all’uso di tali sostanze per fare dolci».3
Ho sentito dire che in alcuni paesi della Marmilla produttori di mandorle, al posto delle tradizionali canne, si userebbero degli speciali correggiati per abbacchiare le drupe. Tali ainas, attrezzi, per spiccare le mandorle sarebbero costituite da una lunga e robusta pertica alla cui estremità sarebbe legato, con una correggia, un bastoncino di circa trenta centimetri.


SA REGOLLIDORA DE OLIA
LA RACCOGLITRICE DI OLIVE

Il lavoro di raccolta delle olive è detto andai a scudiri e regolliri olia, andare a bacchiare e raccogliere olive.
Nei paesi agricoli dei Campidani, anche le donne con i fanciulli partecipano ai lavori delle campagne. Alle donne e ai fanciulli sono riservate normalmente le attività secondarie, di bracciantato alle dipendenze di un maschio: il padrone o un caporale.
Nelle campagne dell’Oristanese è facile vedere gruppi di donne, fornite di una sacca appesa alla cintola (qualcuna utilizza il grembiule), tra le zolle di un campo dissodato, che raccolgono ad una ad una le olive che l’uomo abbacchia con una pertica. Alle donne, e così pure ai piccoli, vengono di norma riservati i lavori di raccolta della frutta, in particolare delle mandorle e delle olive.
Nel mondo barbaricino, invece, le donne con i piccoli, che tengono loro compagnia, curano l’orto, zappano pomodori, piselli e fagioli.
Nel mondo dei Campidani, donne e bambini raccolgono pomodori per le industrie, diradano e raccolgono le barbabietole e partecipano insieme ai maschi alla vendemmia. Inoltre, le donne, le giovani sotto la direzione delle anziane, adempiono ai compiti di conservazione e di trasformazione di alcuni ortaggi, come i funghi e le melanzane, i cetrioli e i peperoni, i pomodori da salare e far seccare o da fare in conserva, e di certa frutta, come l’uva da far passire o da far la sapa, i fichidindia da consumare freschi, da dare agli animali da cortile o da far la marmellata, e, inoltre, i fichi da far seccare.


SU REGOLLIDORI DE LANDIRI
IL RACCOGLITORE DI GHIANDE

«Per i nostri nonni, uno dei lavori più faticosi e non senza qualche rischio era quello di andare a “boddì làndiri” (raccogliere ghiande).
A parte il fatto che dovevano percorrere strade e luoghi accidentati portando a spalla il sacco pieno, correvano pure il rischio di essere sorpresi e rimproverati dai porcari e caprari che tenevano in affitto il ghiandifero ceduto dall’Amministrazione comunale.
Tuttavia stante la vastità della montagna, riuscivano ugualmente in un posto o nell’altro soprattutto dalle piante isolate esistenti fuori dai lotti affittati, a raccogliere un po’ di frutto che, oltre a servire per alimentare “su proceddu” (maialetto d’ingrasso), veniva venduti per procurare “càncu soddixèddu” (qualche soldo).
Nella maggior parte delle famiglie povere, le ghiande tostate con “s’atturradòri” (l’utensile di latta usato per tostare ghiande, ceci e orzo) sostituivano il caffè, per cui nell’ambiente contadino venivano pure denominate “su caffèi de is pòburus” (il caffè dei poveri)».4


SU REGOLLIDORI DE LOSTINCU
IL RACCOGLITORE DI BACCHE DI LENTISCHIO

«I frutti del lentischio, in altri tempi, avevano un’importanza tale che la raccolta di essi veniva disciplinata da ordinanze prefettizie. Infatti solo quando il Sindaco del paese avvertiva “sa cumoidàdi” (la comunità), a mezzo pubblico bando, che la raccolta di tali frutti era resa libera, le donne potevano andare a “frigài” (fregare le fronde delle piante); ciò avveniva generalmente nell’ultima settimana di ottobre.
Il paziente lavoro di raccolta del lentischio si faceva in questo modo: le donne usavano portare “su xibìru” (crivello) legato con un pezzo di spago a tracolla e, avvicinandosi alla pianta, sfregavano le fronde per staccare i frutti. Mentre per i lavori di raccolta erano addette le donne, agli uomini, marito, figlio o fratello che fosse, spettava quello di “cazzigài” (pigiare)
Prima di procedere alla pigiatura, il prodotto veniva “lutzriàu” ossia lavorato in modo da separare i semi maturi da quelli verdi o acerbi; ciò avveniva in questo modo: il prodotto si versava nell’acqua contenuta in un caldaro da cui si toglievano i semi non maturi che rimanevano a galla, mentre quelli che restavano in fondo all’acqua, cioè i maturi, venivano cotti nello stesso recipiente. I semi verdi venivano somministrati alle galline. Dopo una giusta cottura “su lostìncu” andava versato, un po’ alla volta, in un apposito sacchetto e quindi pressato a “prant’ ‘e pei” (a piedi nudi) in una vasca di pietra oppure in un tronco cavo spaccato detto “lacch’ ‘e cazzigài”. Il liquido ottenuto veniva subito “abribìu” ossia lavorato per separare l’olio dalla parte acquosa detta, appunto, “acquàxriu”, ciò veniva fatto mediante l’uso di un sottile mestolo di legno detto “turra de ispillài”.
Dall’olio ricavato, mentre quello destinato ad uso illuminazione si lasciava grezzo, l’altro per uso alimentare veniva accuratamente cotto. Durante la bollitura, al fine di renderlo più amabile e più commestibile, ci mettevano un pugno di fichi secchi e pezzetti di mela cotogna. Bollito in tal modo l’olio diventava così buono da essere adoperato per tutti gli usi di cucina».5


SA REGOLLIDORA DE FIGU MORISCA
LA RACCOGLITRICE DI FICHIDINDIA

«Bella figu morisca / Bel ficodindia
a is spinas de oru / con le spine d’oro
totu sa ruga est trista / tutta la strada è triste
candu no passas, coru / quando non passi, amore».

La raccolta dei fichidindia impegna le donne nel periodo che, approssimativamente, va da Santa Maria l’Assunta (Ferragosto), fino alla metà di ottobre. E’ il periodo che coincide con la maturazione dell’uva, che culmina con la vendemmia, la pigiatura e la vinificazione.
In quei giorni d’autunno è facile vedere quotidianamente donne e bambini uscire dall’abitato, per dirigersi verso le località della campagna dove ci sono vigne o appezzamenti recintati a cresura de figu morisca, con la siepe del ficodindia. Le donne sono fornite di corbule, ceste, tenute in bilico sul capo con su tidili, il cercine, e de cannugas, di robuste canne la cui estremità culmina in una conocchia, atta ad agganciare e a spiccare a distanza gli spinosi frutti del cactus.
Giunte in un punto poco battuto, dove le siepi siano ricche di frutto, le donne depongono i loro recipienti e, dato di piglio alla canna, iniziano a spiccare i fichi che depongono per terra fino a formarne un mucchio, badando sempre di stare a distanza e di non mettersi controvento, per evitare le microscopiche spine.
Raccolta la quantità sufficiente a riempire corbe e ceste (nonché a satollarsi loro e sa piccioccalla, la ragazzaglia, facendo uno spuntino in loco), i frutti vengono accuratamente scovitaus, strofinati con uno scopetto di erbe, per togliere loro le spine.
A casa, scelti i frutti più belli, da consumarsi in famiglia, gli altri vengono dati in pasto al maiale da ingrasso.
Tale faticosa operazione si ripete quotidianamente po totu su tempus de sa figu morisca, per tutto il periodo di maturazione del ficodindia.
Nei paesi agricoli dei Campidani, i terreni coltivati a orto, a frutteto e a vigna, che formavano la prima fascia territoriale intorno all’abitato, erano recintati da siepi di ficodindia, rinforzate e infittite dai cespugli de s’arrù, del rovo.
Il ficodindia, “Opuntia ficus-indica”, della famiglia delle “Cactaceae”, è una pianta grassa originaria dell’America centrale. Ben presto importata in Europa si è diffusa rapidamente in tutta l’area del Mediterraneo, dove cresce spontanea. Nella nostra Isola, così come nell’Italia meridionale, era assai diffusa. Oggi, in seguito a dissennate trasformazioni fondiarie con mezzi pesanti come le ruspe e le scavatrici meccaniche, le “Opuntiae ficus-indica” vanno scomparendo.
Il frutto della nostra Opuntia viene chiamato diversamente da paese a paese: figu morisca, figuzindia, figu India, figucrabia, figu carbina.
A seconda della varietà o del grado di maturazione sa figu morisca (o figu India), può essere birdi, verde, quando è appena matura ma già dolce; birdi-groga, giallo-verde, quando è nella giusta maturazione; groga, gialla, se è troppo matura; e ancora a naseddu in foras o a naseddu a intru, cioè con il nasello in fuori o in dentro, quest’ultima detta anche a naseddu frungiu, nasello rugoso; può essere a mazza perdosa, quando la polpa ha molti semi; cotta a umbra, se il frutto è maturato all’ombra; figu-folla, se il frutto è inglobato nella pala, che si conserva per mesi ed è ottimo di sapore.
Le pale del ficodindia sono dette in sardo folla o anche carri.
Fino a tempi recenti le siepi di ficodindia erano molto diffuse e sostituivano del tutto i muretti e ogni altro genere di recinzione per delimitare un terreno dall’altro. Talvolta, nei Campidani agricoli, anche le canne e l’alloro coltivato a cespuglio venivano usati come siepi di confine, con funzione di frangivento.
Il ficodindia nostrano si riproduce facilmente per talea. Per dar vita a una siepe di questa essenza, si traccia un solco profondo non più di cinquanta centimetri e si appoggiano da ciascun lato le pale spinose che mettono radici, naturalmente, nella parte a contatto col suolo, senza che, per il momento, vengano ricoperte di terra. Negli spazi tra una pala e l’altra si appoggiano le pertiche del rovo che - queste si - vanno ricoperte di terriccio sciolto, affinché mettano radici e germoglino. Soltanto successivamente, quando è possibile vedere che le pale non sono marcite, il solco viene ricolmato, anche per assestare le piante. In pochi anni ne deriva una recinzione fitta, assai spinosa e praticamente invalicabile.
Per poter accedere alla proprietà, chiusa in tutto il suo perimetro da una siepe di ficodindia, di rovo e di pruno selvatico, è necessario tenere aperto un varco, che si chiama giassu, fatto a misura d’uomo, talché in alcuni casi bisogna avanzare carponi per introdursi nel fondo. Su giassu, il varco nella siepe, normalmente viene chiuso con sa tuppa, un groviglio grossolanamente sferico costituito da ramaglie spinose, per lo più pruno e rovo. Per aprire e chiudere su giassu, il contadino reca sempre immancabilmente con sé un arnese bivalente che viene chiamato indifferentemente sa frochitta o su cavunazzu, la forchetta o il roncolaccio. Tale attrezzo è costituito da un bastone di olivastro alle cui estremità sono inseriti unu cavunazzu, una roncola, da una parte, e una frochitta, una forchetta, dall’altra. Oltre che per spostare o rimettere il groviglio spinoso a chiusura del varco della siepe, questo attrezzo serviva per potare la stessa, riconducendola a dimensioni non eccessivamente ingombranti, dato che ficodindia e rovo sono due essenze che crescono assai rigogliose e in modo scomposto.
Il ficodindia è assai prodigo di frutti che costituiscono un elemento importante nell’alimentazione della famiglia contadina e nella dieta del maiale da ingrasso che, tradizionalmente, viene macellato in novembre.
A tarda primavera le pale si riempiono di fiori giallo e arancione e durante tutta l’estate si forma e cresce il frutto, che giunge a piena maturazione a fine agosto, in coincidenza con alcune varietà di uva. Tuttavia la tradizione popolare vuole che il frutto del ficodindia sia commestibile e salutifero soltanto se consumato dopo le prime piogge, che ridanno linfa alle piante dopo la calura estiva. Fanno eccezione naturalmente i frutti delle siepi che recingono gli orti irrigui, i quali non soffrono la siccità e producono esemplari più sviluppati, più succosi, anche se c’è chi sostiene che il frutto delle piante irrigue riempia si l’occhio, sia cioè bello da vedere, ma non soddisfi il palato, in quanto il selvatico è sempre il più saporito.
Il frutto del ficodindia è assai spinoso e spesso è situato in alto o in posizione da non poter essere raggiunto facilmente. Pertanto, è necessario fornirsi di uno specifico, seppure rudimentale, attrezzo: sa cannuga, costituita da una lunga e robusta canna che termina, nella parte più grossa, con una forcella a tre punte, somigliante a una conocchia. Il frutto globuloso viene incastrato con sa cannuga, la canna a conocchia, e facilmente spiccato dalla pala cui è attaccato. Nel compiere tale operazione bisogna stare molto attenti a non mettersi controvento perché, muovendo le pale del fico, si smuovono nugoli di spine quasi invisibili che si infiggono nelle parti più delicate del corpo. La loro puntura è fastidiosissima e assai arduo è l’estrarle, operazione che si fa con le unghie e nella quale, normalmente, tutte le donne che vanno a raccogliere i fichidindia diventano esperte. Quando la spina non è estraibile, perché si è spezzata, alcuni usano passare sulla pelle la lama del coltello, in modo da tagliare la spina più profondamente possibile: il procedimento della lametta quando ci si fa la barba.
Come si è già accennato, i fichidindia raccolti con sa cannuga si ammucchiano sul terreno e si procede all’operazione di “spinatura”, detta in sardo scovittai, scopettare. Si fabbrica con dell’erba, per lo più con i tralci della vite, uno scopetto che, ripetutamente, si passa sui frutti liberandoli dalle spine. Ma, prima di poterli gustare, sorge il problema di come vanno sbucciati, e non è facile farlo se non seguendo una ben precisa tecnica, onde liberare il ficodindia dallo spesso fibroso involucro e, soprattutto, per non ficcarsi in bocca le diaboliche finissime spine, che sempre residuano anche dopo la più attenta scovittadura. Si prende il frutto, meglio se appoggiandolo sopra un piano, e con un coltello ben affilato se ne tagliano le due estremità. Sulla parte centrale restante, con la punta del coltello, si pratica un taglio longitudinale; quindi la buccia può essere facilmente rimossa. L’operazione di sbucciare il fico con tale tecnica è detta crastai figu morisca, letteralmente: castrare fichidindia.
Nei tempi andati, specialmente al tramonto, non era difficile vedere, nei cortili di casa, donne sedute su scanni, davanti a un cesto di fichidindia, intente al lavoro de sa crastadura, della sbucciatura, per dare i succulenti frutti al maiale da ingrasso, il quale, poco distante, nel suo pertugio, grugniva seguendo impaziente l’operazione. Va detto che sa crastadura, l’estrazione totale della buccia, era riservata ai maiali schizzinosi, perché la maggior parte di questi animali domestici mandavano giù tranquillamente il frutto con la buccia, a cui però andava sempre tolto su naseddu, la parte superiore, dura e fibrosa.


SU REGOLLIDORI DE TOMATIGA
IL RACCOGLITORE DI POMODORI

«Il ragazzo ha dentro di sé una voglia immensa di imparare. Sta all’adulto fare in modo che venga coltivata e soddisfatta in lui questa voglia di imparare. Ciò non è da confondersi minimamente con lo sfruttamento del lavoro minorile, che è una cosa abietta
Nella mia famiglia il diritto allo studio era una cosa sacrosanta per tutti noi figli, anzi oserei dire che era considerato più che un diritto un dovere.
I miei genitori si prodigavano per metterci nelle migliori condizioni per fare il nostro dovere di studenti: i compiti prima di tutto, prima del divertimento, senz’altro, ma anche prima di qualsiasi altro lavoro. Voglio dire meglio che se per caso avevo da studiare così tanto da trascorrere tutta la sera sui libri, venivo esonerata persino dall’aiutare la mamma ad apparecchiare.
Nonostante questo, però, ognuno di noi figli doveva imparare a fare di tutto: sia i mestieri di casa, sia il cucito e la maglia, sia i piccoli lavori domestici di manutenzione e anche, man mano che si cresceva, i lavori di campagna, dato che la mia famiglia è di estrazione contadina.
Alla luce di queste cose uno dei regali che mi veniva promesso per la promozione era di poter andare a lavorare (per la durata dell’estate) presso qualche conoscente della mia famiglia che potesse darmi l’opportunità di imparare i primi rudimenti di una qualche attività; a me la scelta dell’attività.
Fu così che all’età di quattordici anni, dopo esser stata due estati da una sarta da donna e una da una sarta da uomo, ottenni finalmente il permesso di andare in campagna a raccogliere pomodori.
I miei genitori presero contatti con il proprietario, il quale, considerando che tutti gli altri lavoratori erano adulti, consigliò i miei di far andare anche mio fratellino: mi sarebbe stato d’aiuto per non restare troppo indietro rispetto agli altri.
La sera prima, venne preparato il pranzo da consumare in campagna. L’indomani all’alba eravamo tutti presenti all’appuntamento, pronti per salire sul rimorchio trainato dal trattore, che ci dava un passaggio fino al terreno dove erano coltivati i pomodori.
Durante il viaggio i grandi fecero subito la nostra conoscenza e si informarono anche su tutta la parentela, per meglio identificare i nuovi arrivati. Trovammo però anche grande disponibilità nel comunicarci i primi teorici rudimenti del nuovo lavoro.
Appena arrivati alla proprietà del sig. Giovanni, il primo compito fu quello di murzai, cioè di fare una piccola colazione a base di pane e formaggio o pane e salsiccia, roba portata da casa, si capisce. Questo perché se uno non mangia non ha forze e non può lavorare.
Poi ci vestimmo in modo adeguato per affrontare la giornata da trascorrere sotto il sole e in mezzo ai pomodori: per difendersi dal sole bisogna avere un cappello, un fazzoletto abbastanza grande da mettere sulla testa e una borraccia di acqua; per difendersi dai pomodori bisogna avere tutte le parti del corpo coperte, perché questi vegetali contengono lungo tutta la pianta una sostanza che al contatto fuoriesce e macchia la pelle prima di un colore giallo poi crea una patina sempre più consistente e di colore scuro - prima regola da imparare: questa patina viene via sfregando le mani con la polpa degli stessi pomodori, che al contatto con questa crea una schiuma giallo verde.
Dalla tettoia degli attrezzi, ognuno prende i paiuoli che serviranno per metter i pomodori raccolti lungo i filari. E ci si avvia a piedi fino al terreno dove sono i pomodori. Ci si dispone uno per ogni filare, tranne io che sto con mio fratello. Lungo la strada, si tratta di una striscia di terra battuta soprattutto per il passaggio di trattori più o meno carichi, sono messe le cassette di legno, che andranno riempite con i paiuoli carichi di pomodori. Ognuno sigla le sue cassette con un simbolo o con le iniziali del proprio nome. Questa operazione era cosa assai importante perché la retribuzione era calcolata un tanto a cassetta, esattamente 150 lire. Per riempire una cassetta a un adulto occorreva circa mezz’ora o anche meno, pertanto in una giornata di otto ore riusciva a riempirne dalle venti alle venticinque.
Io, data l’età e la mancanza totale di esperienza, per riempire una cassetta impiegavo circa un’ora.
Il lavoro era abbastanza faticoso, si trattava di stare chini tutto il giorno a frugare in mezzo alle piantine per togliere i pomodori belli maturi, stando attenti a non spezzare i rami, ormai tutti adagiati sul terreno, perché sulla pianta c’erano ancora tanti pomodori che dovevano finire di crescere e di maturare; trasportare i paiuoli pieni fino alle cassette e lì vuotarli; e, all’arrivo del trattore, aiutare l’autista a caricare le cassette sul rimorchio, anche se quest’ultima parte del lavoro veniva svolta soprattutto dagli uomini.
Nelle prime ore del mattino il tempo volò via molto in fretta: c’era novità in ogni cosa dal lavoro in sé ai rapporti con gli altri, tutto mi incuriosiva e mi affascinava. I grandi erano diversi lì in campagna: ridevano e scherzavano facendosi battute tra loro senza curarsi del fatto che gli altri potessero sentire, anzi sembrava persino che il pubblico fosse uno stimolo al divertimento. Ogni tanto qualcuno si ricordava che c’eravamo anche noi e ci invitava a lavorare con lena e a non prestare ascolto a tutte quelle stupidaggini che venivano dette.
Intorno a mezzogiorno, anche senza guardare l’orologio, qualcuno poi dava a voce alta il seguente avvertimento “Piccioccus... est ora de scappai a prandi” e di colpo tutte quelle schiene ricurve si raddrizzavano. Era arrivato il momento della pausa per il pranzo.
Nell’andar via dal campo si raccolgono dei pomodori che serviranno per il pranzo e altri per la pulizia delle mani.
Poco lontano era stata costruita una tettoia di frasche e di canne per ripararci dal sole e i proprietari avevano messo a disposizione un tavolo bello grande e delle panche per poterci sedere a mangiare. Erano contenti i miei compagni di lavoro per questa comodità e apprezzavano il padrone che era stato sensibile alle loro richieste.
I commensali mettevano sul tavolo tutto ciò che avevano portato da mangiare e tutti erano invitati a servirsi a loro piacimento.
Dopo il pranzo un piccolo riposino, a raccontare altre storie - per inciso in una settimana di lavoro non credo di aver sentito la stessa storia due volte, il loro numero sembrava infinito - e poi di nuovo a lavoro.
Intorno alle 16,00 veniva fatto l’ultimo carico di cassette sul rimorchio, in modo che il trattore potesse fare il trasporto e rientrare in tempo per accompagnarci in paese. Si lavorava ancora per circa un’ora e mezza - il tempo necessario per preparare il primo carico dell’indomani. Dopo di che la solita frase: “Piccioccus est ora de scappai” e tutti, raccolti le proprie cose e i pomodori per la pulizia, ci avviavamo verso la casa e al pozzo, per prepararci e tornare in paese. Al rientro del trattore eravamo tutti pronti.
Il viaggio fino a casa era tutto un canto.
Quella prima volta trovai mia mamma ad aspettarmi alla “fermata del trattore” - voleva assicurarsi che ci fossimo comportati bene. Tutti a una voce le dissero di si, e aggiunsero: “No s’hant mossiau” - non ci hanno morsicato. La prova, appunto, che io e mio fratellino avevamo fatto da bravi.
La mattina dopo tutti puntuali all’appuntamento».6


SU REGOLLIDORI DE CARRAMAZZINAS
IL ROTTAMAIO

Su regollidori de carramazzinas era un mestiere che aveva una sua rilevanza economica, ma si poteva svolgere quasi esclusivamente nelle città e nei grossi paesi. Per certi versi, può considerarsi, ancora oggi, un servizio per i ceti borghesi e benestanti, che periodicamente rinnovano arredi e utensili d’uso o li gettano via quando siano deteriorati perché ingombrano e vanno sostituiti.
Nei nostri villaggi agricoli e pastorali, dove vigeva l’autarchia più ferrea, su regollidori de carramazzinas avrebbe avuto ben poca possibilità di sopravvivenza. Nulla vi era nella casa del nostro contadino, nessun oggetto o attrezzo, che, per deteriorato che fosse, venisse gettato via. Qualunque cosa avesse cessato di adempiere alla sua originaria funzione veniva riutilizzata con una nuova diversa funzione. Tutto continuava a essere conservato e utilizzato per “quel che sarebbe potuto servire in futuro, a chiunque fosse andato in possesso”. Nel frattempo, gli utensili, gli oggetti d’uso, gli arredi, venivano stugiaus in su stauli, in mesu de totu is ateras carramazzinas, conservati sotto la tettoia, fra tutte le varie carabattole.
Una vecchia pentola di ferro smaltato, che avesse perso lo smalto o si fosse bucata sul fondo, serviva egregiamente come fioriera, come vaso di geranio o di basilico, da sistemare in bellavista sul muretto del loggiato di casa. Ricordo, nei paesi della Marmilla e della Trexenta, pentole e tegami di ferro smaltato dai colori vivaci, rosso e bianco, o verde e marrone, o blu e bianco, fare la loro bella figura sui muretti di pietra a secco che segnavano il confine tra i cortili delle case di abitazione.
Tutto poteva essere riciclato: il manico di una zappa che si fosse rotto in due diventava due manichi da martello, o da massetta, o piantatoi per l’orticello dietro casa. E che dire de is odriangus e is lorus, le briglie e le strisce di cuoio per legare i buoi al giogo, che, quando si spezzavano e non si potevano ricucire ancora perché troppo logori in quel punto, venivano utilizzati nelle parti ancora buone per fabbricare zoccoli alle bambine, o singeddus, cinture, per tenere su i calzoni dei ragazzi - i quali, detto per inciso, portavano i calzoni smessi del padre, fino al loro totale disfacimento.
Secondo una sorta di legge naturale applicata all’economia del contadino, “nulla si distruggeva e tutto si riutilizzava”. Anche quando le cose fossero putrefatte o diventate cenere, servivano come concime per dare sostanza alla terra; e da lei, dalla Grande Madre, da dove tutto veniva e dove tutto finiva, cogliere ulteriore sostentamento.
Chi proprio avesse avuto la vocazione del “raccoglitore” - lo spirito vagabondo dell’ambulante - si forniva di un carretto, per lo più tirato a mano o da un asino, e andava in giro per i grossi paesi, o per la città, a cercare reti metalliche e spalliere di letti ormai sgangherati, lavamani in ferro battuto rugginosi e malandati e quant’altro residuato potesse trovare specialmente in ferro - dato che questo metallo, in previsione di una guerra, viene accatastato e conservato nei depositi in cui i rottamai lo vendono per poche lire, per essere rivenduto a caro prezzo, a tempo debito, per “difendere e salvare la patria”.
Una figura di regollidori de carramazzinas assai nota nell’Oristanese era quella di Ziu Celestinu, diventato famoso da vecchio, mi pare nel 1966, per via di Piricu, l’asino che lo aiutava nel lavoro tirando la carretta, che gli venne sequestrato dalle competenti autorità per morosità nel pagamento della imposta sulla casa di abitazione.7


SU TUVARAIU
IL CERCATORE DI TARTUFI

Veniva a casa di frequente un uomo di mezza età con un cestino e un cagnolino che gli stava sempre alle calcagna: era unu tuvaraiu, che cercava i tartufi che poi rivendeva in paese. Mia madre, che era un’acquirente fissa, era la prima a essere visitata e a ricevere l’offerta dei prelibati funghi.
L’uomo entrava e sostava nell’ingresso; e il cagnetto ben educato si accucciava sulla soglia della porta, dal lato esterno. Mia madre arrivava e salutava l’uomo informandosi con parole di cortesia se la giornata fosse stata buona e se avesse fatto una buona raccolta, interessata alla qualità del suo prodotto che cominciava a controllare nel cestino che le veniva offerto.
Mia madre sceglieva uno a uno i tartufi, che deponeva nel piatto grande di porcellana. Prendeva soltanto quelli di media grandezza, il più possibile tondi e lisci, scartando quelli piccoli, i frammenti e quelli grandi, deformi e bitorzoluti, perché avevano fagocitato terra sabbiosa.
Tra le mie zie si faceva un gran parlare di me, allora, quando ero bambino, per una mia frase di insofferenza verso i tartufi; una frase che, raccontava mia madre, avrei pronunciato a tavola schifato di vedermi servire troppo frequentemente una certa pietanza: «Sempiri minestra de tuvara, sempiri minestra de tuvara!...» (Sempre minestra di tartufi, sempre minestra di tartufi!…)
Ne parlavano, le mie zie, come di un benedetto caso di ingenuità, non sapendo e neppure immaginando io di quale rara squisitezza avessi la fortuna di godere, fortuna di cui mi lamentavo.
Può darsi che quel mio non apprezzare una tale prelibatezza derivasse dal fatto che mia madre non fosse riuscita a farmi capire quanto raro e squisito fosse un simile piatto, servendomelo cosi spesso. Ma, forse, ero soltanto un ragazzino viziato e i tartufi non li gradivo cucinati in quel modo, per insaporire la minestra. Mi piacevano, e mi piacciono tutt’ora, nelle più gustose e sapide salsette verdi o in quelle al pomodoro, con cui condire is macarronis, i maccheroni, o is malloreddus, la tradizionale pastasciutta isolana, oppure, ancora meglio, i tartufi cucinati e consumati a sé, al posto di un volgare spezzatino di agnello o di un altrettanto volgare spezzatino di patate.
A quei tempi, negli Anni ‘40, i tartufi erano un prodotto facilmente reperibile e li si vedeva di frequente nelle cucine, e non solo in quelle della gente benestante. Con il passare del tempo, negli Anni ‘50 e ‘60, è stato sempre più difficile trovarli nel mercato, e non so spiegarmene la ragione.
Su tuvaraiu, l’uomo della mia fanciullezza, che passava periodicamente in paese con il suo cestino di tartufi, non era il solo che girasse per le campagne dell’Oristanese, dalla fine dell’autunno all’inverno, alla ricerca del prezioso fungo che nasce e vive sottoterra, specialmente nei terreni sciolti, morbidi e sabbiosi.
Come ogni mestiere, forse anche in misura maggiore, quello di su tuvaraiu necessita di una approfondita conoscenza del terreno, della vegetazione, delle tecniche di ritrovamento e di estrazione.
Per alcune varietà di tartufo, su tuvaraiu ha bisogno di un cane, non importa di quale razza, purché addestrato a riconoscere con l’olfatto il prelibato fungo che, per altro, emana un intenso, caratteristico aroma. Localizzato il fungo, su tuvaraiu usa una bacchetta rigida con una punta simile ad uno spillone, con cui tasta il terreno infilzandolo dolcemente fino a percepire il corpo duro del tartufo. Egli allora scava e raccoglie i frutti che riesce a trovare.


SU CIRCADORI DE ANTIGHIDADIS
IL TOMBAROLO

Alcune zone della Sardegna sono, o forse è meglio dire erano, ricche di reperti archeologici, specie del periodo Neolitico e di quello storico del periodo Punico-romano. Un’area di rilevante interesse che conosco è quella Punico-romana di Tharros, nella Penisola del Sinis, territorio appartenente ai Comuni di Cabras e di Riola, vicini alla città di Oristano. A Oristano e nei paesi della zona - come si apprende anche da illustri studiosi del passato, tra gli altri il Della Marmora - esiste da tempo un’attività, abbastanza redditizia: quella de is circadoris de antichidadis, dei tombaroli, che profanano le tombe della Necropoli punico-romana, per sottrarre monili d’oro e d’argento e pietre preziose, quali scarabei di squisita fattura egiziana, che ornavano le salme che venivano deposte nei sepolcri.


SU REGOLLIDORI DE COSAS ALLENAS: SU FURONI
IL RACCOGLITORE DI COSE D’ALTRI: IL LADRO

Un’arti, un’attività, custa de su furoni, questa del ladro, chi cunsistit, che consiste, in su regolliri e poniri in bucciacca is cosas allenas, nel raccogliere e mettere in tasca (propria) le cose altrui. Un’attività che può diventare pericolosa se non si possiede acuto il senso dell’opportunità, se non si ha la mente sveglia e non si hanno le mani abbastanza veloci. Essendo un’attività vietata, repressa dalla legge e poco tollerata dai benestanti, bisogna stare attenti a eventuali gendarmi e ancor più a certi individui suscettibili, molto attaccati alle loro cose, che reagiscono male se vengono alleggeriti, anche se di poco, della loro proprietà.
Come insegna la scuola napoletana - ma anche nella nostra Isola ci sono veri e propri maestri in s’arti de su regolliri e poniri in bucciacca cosas allenas - tutto ciò che è incustodito o custodito male, cioè tutto, eccettuati i soldi in banca, appartiene al primo che lo vede. Giusto anche l’antico proverbio de sa balentia, del codice d'onore: «Furat chini furt in domu», ruba chi ruba in casa propria, «e furai in domu allena no est furai», e rubare in casa d’altri non è rubare.


IS CASSADORIS
I CACCIATORI

Ho creduto opportuno inserire is cassadoris, i cacciatori, come appendice nel capitolo dei regollidoris, raccoglitori, poiché di raccoglitori pur sempre si tratta, anche se armati e con l’obiettivo di colpire una preda animata, in movimento, che non si lascia prendere, come suol dirsi, con le mani.
Raccoglitori anche perché è arcinoto che quando i cacciatori non trovano selvaggina, o dopo che l’hanno trovata e non hanno più voglia di cercarne altra, rastrellano - spesso anche in terreni recintati e chiusi - tutto ciò che capita loro sotto tiro, stavolta non di doppietta ma di mano: lumache, asparagi, olive e frutta di ogni genere - e qualcuno opina anche qualche agnellino o maialetto che “si è smarrito”.
I cacciatori, di solito appartenenti ai ceti abbienti o a quelli senza un mestiere fisso, sono malvisti dal contadino, per quel loro modo di fare prepotente, per quel loro entrare da padroni nei terreni altrui, spesso danneggiando le colture che sono costate tanti sacrifici. Dure critiche vengono loro fatte anche dagli ambientalisti, per i danni che producono alle specie animali e al loro habitat.
Personalmente ritengo che ciò che va male non è tanto la caccia in sé, ma il modo in cui è organizzata e le speculazioni che ne vengono fatte dalla società dei consumi. Per non parlare dei ricatti da parte delle “competenti” autorità per la concessione del porto d’armi.
Ci sono, in linea di massima, tre tipi di cacciatore: quello solitario, quello che va in coppia e quello appartenente a un clan o congrega.
Il primo è il cacciatore classico, introverso e quasi bisognoso di stare a contatto della natura - sia pure in un rapporto che per certi versi è violento - che si vuole cimentare in primo luogo con se stesso, forse per dimostrarsi ciò che vale, nell’affrontare situazioni difficili se non anche pericolose.
Il secondo è lo sportivo che ama star in compagnia, che necessita di consenso e in particolare crede che in due (anche se due mediocri) si riesca a fare meglio che da soli. E’ di solito, insieme al pescatore per hobby, un classico ballista che ama raccontare le sue fenomenali prodezze di caccia e decanta le sue eccezionali prede.
Il terzo è il cacciatore organizzato, al quale piace sparare senza risparmio, possibilmente con fucili “mitragliatori” e, a parte i cani, con seguito di battitori e portatori di arsenali; che ama le mattanze, sia quelle di anatre e folaghe negli stagni, sia quelle di cinghiali nei boschi o di lepri e quaglie in campagna.
A quest’ultima categoria di cacciatori appartengono i ceti ricchi e benestanti che capeggiano le battute; ma vi si possono trovare pure cacciatori appartenenti alle categorie servili, che nei clan o congreghe hanno la funzione di facitori e portatori: tengono i cani, fanno da battitori e da riporto, trasportano le proviande e, all’occorrenza, accendono il fuoco e cucinano… per lo più la selvaggina portata da casa: anguille e muggini del Mare di Pontis.
La caccia, almeno da noi, è considerata uno sport virile, pertanto è appannaggio degli uomini che, bene o male, si ritengono virili. Soltanto in tempi assai recenti e raramente abbiamo il caso di donne cacciatrici - per lo più “forestiere” o appartenenti ai ceti benestanti - quando non si trattava di amanti di famosi latitanti, che apprendevano l’arte della caccia per uno stato di necessità.
Presso le nostre comunità dell’interno, tali donne, “eccezionali” sotto ogni punto di vista, sono mal giudicate. Per essere più chiari sono considerate “di facili costumi”. E, ironizzando, si dice di esse che “sunt feminas chi andat a cassa de pillonas”, sono femmine che vanno a caccia di uccelli - dove pillonis, al maschile, in lingua sarda, significa “uccelli piumati” e pillonas, al femminile, significa “uccelli d’altro genere”.


SA CASSA
LA CACCIA

«La caccia era un’attività comune nei nostri villaggi, cui i più dotati si dedicavano per vivere; una attività da non confondersi con quella fatta per passatempo, “per sport”, dai benestanti con la guida dei balentes della comunità, i quali, nei giorni estivi o in particolari periodi dell’anno, in comitiva, davano vita a memorabili battute di caccia che duravano anche più giorni. Chi in montagna, per cinghiali o cervi, lepri o pernici; chi in pianura, per conigli, quaglie o tordi; chi negli stagni, per anatre o folaghe.
Con quella del “raccoglitore”, la caccia è l’attività più antica del mondo. I Sardi hanno fama d’essere ottimi cacciatori, fucilieri dalla mira infallibile.
Io sono testimone del mio tempo, che è ormai passato; non dirò, pertanto, dei modernissimi e sofisticati fucili a ripetizione oggi di moda. Io ricordo i cacciatori che possedevano la “preziosissima” doppietta, su fusil’ ‘e cassa, che custodivano e curavano con mille attenzioni, da cui non si separavano mai.
Su cassadori era considerato un signore, in paese, perché nella sua attività non era dipendente da alcun padrone, la sua famiglia mangiava spesso carne e buoni erano i proventi della vendita della selvaggina, che finiva nelle case dei ricchi o nei mercati delle città.
Ogni cacciatore, naturalmente, era maggiormente esperto in un settore particolare, proprio dell’ambiente geografico della sua comunità. Se di montagna o di pianura o di zone paludose, la selvaggina cambiava e cambiavano insieme le tecniche e i modi della caccia».8


SU CASSADORI
IL CACCIATORE

Su cassadori de respectu, il cacciatore di rispetto, a qualunque ceto sociale appartenesse, esibiva sempre unu preziosu fusili, una preziosa doppietta, con una cartuccera ben fornita e una pariga de crapittas accioladas, un paio di scarponi da campagna con doppia fila di chiodi.
Nei tempi andati, la caccia era l’attività produttiva e insieme lo sport più diffuso, praticata esclusivamente dai maschi della comunità, una volta raggiunta la maggior età. Intanto, fin dall’infanzia, la ragazzaglia si addestrava alla caccia con armi rudimentali, quali su tirallasticu, la fionda, ricavata da un ramo biforcuto, due elastici e un pezzetto di pelle rettangolare.
I requisiti di legge richiesti per ottenere il porto d’armi, in special modo la fedina penale pulita, non sempre erano presenti; tuttavia, la cosa non limitava contadini e pastori nell’uso del fucile che, essenziale strumento di difesa e di caccia, era posseduto da tutte le famiglie, anche le più povere.
Per i ceti meno abbienti, il possesso del fucile e il suo uso per la caccia consentiva di rifornire la frugale mensa contadina con carne di selvaggina, per lo più lepri, tordi, quaglie, pernici, folaghe, anatre e cinghiali.
Per i ceti benestanti, la caccia era esclusivamente un hobby, uno sport proprio del loro status sociale e non di rado veniva esercitata nelle riserve padronali, sempre in gruppo, con seguito di fanciulli battitori e portatori e di cani addestrati a puntare, a scovare e a riportare la selvaggina.
Un buon cacciatore partecipava periodicamente a battute di caccia grossa, in particolare al cinghiale di cui si hanno testimonianze letterarie di rilevante interesse etnologico. Tra queste, la testimonianza di Tigellio Contu,9 dove racconta con dovizia di particolari lo svolgersi della caccia grossa.
L’apertura della caccia aveva inizio il 1° maggio, in piena primavera, in un periodo in cui gli abitanti erano liberi da importanti lavori agricoli, quali la semina, la zappatura e la mietitura.
Le battute di caccia fatte in comitiva duravano dall’alba al tramonto e a mezzodì si interrompevano per sa picchettada, il banchetto agreste: veniva acceso un gran fuoco per arrostire, con spiedi di legno, parte della selvaggina che costituiva un ulteriore arricchimento alle provviste portate da casa, in occasione del pranzo.


SA CASSA DE IS TRUDUS
LA CACCIA AI TORDI

«Taccula est unu mazzu de pillonis, chi deppint essiri turdus o meùrras, ni mancu de ottu in dogna mazzu», taccola è un mazzo di uccelli che devono essere tordi o merli, non meno di otto in ogni mazzo. Annota diligentemente Vissentu Porru, il celebre estensore de su "Dizionariu", del "Dizionario", e aggiunge che la “taccola” di Firenze ne contiene sei. Gli uccelli sono tordi o merli.

«Un mestiere, quello di andare a caccia di tordi, ormai quasi scomparso, perché quasi scomparse sono le persone che lo sanno fare o che sono in grado di farlo.
E’ un mestiere ricco di fascino e avvolto da un’atmosfera magica. La montagna era tutta segnata e divisa e ognuno aveva la sua zona. Qualche anno andava così così, ma qualche anno non si faceva quasi a tempo a lavarli, tanti ce n’erano. Dipendeva dal tempo: se l’autunno era caldo e piovoso quanto bastava, in particolare pioggia la notte e sole di giorno, le olive si sviluppavano bene e la loro maturazione cominciava presto. In questa situazione, i tordi, che vengono dalla Spagna, arrivano qui che sono già belli grassi, e saporita è la loro carne, perché in Spagna hanno fatto a tempo a cibarsi di olive e mirto, e arrivano qui pronti per finire in padella.
Il lavoro più importante è quello di preparare la montagna. A casa sono già stati preparati i “lacci” o “lazzus” detti “a campanella” per la forma che assume il legaccio, e, arrivati nel punto dove passano i tordi, i “lacci” vengono disposti tra i rami degli alberi e dietro ogni “laccio” un’esca alimentare che attiri un tordo, facendogli infilare “involontariamente” il collo nel cappio. Questo si chiude e per il tordo è finita.
La preparazione del terreno è importante perché l’uomo deve cancellare ogni traccia, ogni ombra del suo passaggio quando mette i “lacci”, altrimenti i tordi non si fermano. Sono astuti come l’uomo, ma più diffidenti. Questo lavoro si fa tutti i giorni, per i mesi di ottobre e novembre e un poco di dicembre.
I tordi presi vanno puliti, tolte le piume, lavati e messi a cuocere in acqua e sale. Poi, caldi caldi, si avvolgono nel mirto e si lasciano sfreddare. Dopo di che, si confezionano a mazzi di otto tordi, e così si fa sa taccula, infilando un giunco mùlliu, scotolato, nelle teste, trapassando gli occhi. Nel cuocere, quando sono belli grassi, lasciano andare una certa quantità di grasso. Le famiglie povere e numerose usavano questo grasso, lasciato rassodare, come il burro, per condire due spaghetti, ma soprattutto per fare il soffritto per il minestrone».10


S’ARREZZADORI
IL CACCIATORE CON LE RETI

S’arrezzadori, il cacciatore con le reti, o uccellatore, alterna o completa la caccia con i lacci, soprattutto per catturare uccelli, maggiormente trudus e meurras, tordi e merli, ma anche conigli e leprotti. E’ un sistema di caccia usato in montagna, in aree boschive. Le reti vengono sistemate naturalmente nei canaloni o punti di passaggio dei volatili e degli altri animali da catturare, che sbattendovi vi si impigliano, diventando così facile preda de s’arrezzadori.


SU CANARGIU O CANATTERI
IL CONDUTTORE DI CANI DA CACCIA O BATTITORE

Nel “Dizionario” del Porru si legge che canargiu è colui che ha il compito di tenere is canis de sa canatteria, i cani della muta, durante le battute di caccia, mentras su canatteri est su chi guvernat is canis, mentre il canettiere è colui che governa i cani.
Nella caccia al cinghiale, in particolare, su canargiu bada alla muta e, dopo aver stanato la preda, fa da battitore conducendo i cani.


SA CASSA A SU SIRBONI
LA CACCIA GROSSA

«La caccia grossa costituisce lo svago preferito dei bontemponi del paese e di quelli dei paesi vicini, ai quali la natura non ha elargito ricchezza di boschi.
L’apertura della caccia grossa avveniva nei tempi della mia giovinezza il 1° maggio, nella pienezza della primavera, in un periodo cioè in cui tutti erano scevri dalle preoccupazioni della mietitura e dei raccolti.
Allegre comitive di cacciatori si davano convegno in un dato punto di Monte Arci portandosi appresso ogni ben di Dio.
La quantità del bottino per molti non contava, ciò che contava era l’allegria e la spensieratezza.
Le partite di caccia grossa diventavano in quei tempi delle vere sagre campestri che duravano tre ed anche quattro giorni, nelle quali non mancava a rallegrarle il suono delle “launeddas” o della fisarmonica
Il luogo dei bivacchi è sempre scelto in un punto della montagna dove più folto è il bosco e più rigoglioso e fitto il sottobosco e dove non manchi una sorgente d’acqua freschissima, tanto necessaria per tutti i bisogni della comitiva.
Giunti nel punto prestabilito della riunione e sistemate le provviste, le coperte, le armi, i basti dei quadrupedi e i quadrupedi stessi usati per il trasporto delle vettovaglie, si danno da fare per raccogliere verdi frasche per i giacigli e sterpi e rami secchi per il fuoco che deve durare tutta la notte ed oltre.
Quando cala la notte s’intrattengono intorno ad esso per preparare e consumare la cena irrorata da buon vino e rallegrata da spiritose barzellette.
Poi ciascuno prende posto nel comune giaciglio per un sonno tranquillo e ristoratore, sognando forse fantastiche avventure di caccia.
Alle prime luci dell’alba la sveglia li trova temprati e distesi per la incombente gioiosa fatica delle battute.
Ciascuno dopo essersi rinfrescato il viso alla vicina sorgente e tracannato un sorso di caffè o d’acquavite, consuma una frugale colazione con pane, salsiccia e formaggio abbrustolito alle braci sempre vive.
I battitori hanno cura di legare i cani perché, sospinti dallo istinto, non anticipino le loro corse attraverso il bosco e il sottobosco circostanti per scovare la preda.
La brezza mattutina infatti annuncia al loro finissimo fiuto la presenza non troppo lontana della selvaggina.
Indi si avviano per raggiungere nella parte bassa della vallata un punto loro indicato dal capocaccia, dove sostano in silenzio, trattenendo ancora i cani legati, in attesa del segnale per dare inizio alla battuta.
Nello stesso tempo i cacciatori col fucile a tracolla e la cartucciera ben munita seguono in fila indiana il capocaccia verso la parte alta della vallata, in direzione opposta ai battitori, osservando anch’essi un rigoroso silenzio.
E’ buona norma per una felice riuscita della battuta che il capocaccia tenga conto della direzione del vento.
Perciò ha cura di sistemare le poste contro vento in modo che la preda scovata non fiuti la presenza dei cacciatori e possa tornare indietro o deviare dalle piste ad essa consuete.
Man mano che si procede verso la cima della valle il capocaccia distribuisce le poste avendo riguardo di assegnare le migliori ai tiratori più provetti e quelle di secondo e terz’ordine ai novellini.
Ad ognuno, ma specie a questi ultimi, non manca d’indicare le piste che può seguire la selvaggina scovata, avverte di non sparare al solo movimento delle frasche per evitare il pericolo di colpire qualche cane, di non muoversi dalla posta, di non sparare al di là di un tal settore, i cui limiti gli vengono indicati con dettagliata precisione, onde non invadere il campo di tiro riservato di regola ai compagni delle poste vicine; tutte queste ed altre raccomandazioni costituiscono una vera e propria consegna militare, severa e rigorosa, a cui ogni corretto cacciatore deve attenersi.
Finita l’assegnazione delle poste il capocaccia va a prendere posto nell’ultima posta a chiusura della rete delle doppiette.
A questo punto egli con un fischio dà il segnale convenuto per dar inizio alla battuta.
I cani vengono immediatamente liberati dai lacci e sguinzagliati nella foresta in direzione delle poste.
Grida frenetiche dei battitori, spari di mortaretti e di doppiette a salve echeggiano nella valle per intimorire e stanare la selvaggina.
Dall’alto della posta i cacciatori tendono l’orecchio spiando con l’occhio attento nella vallata sottostante il movimento dei cani.
Quando l’abbaiar di questi e le grida più intense e frenetiche dei battitori annunziano che la preda è stata scovata, l’occhio esperto degli anziani scopre e segue la direzione presa dalla selvaggina rilevandola dal movimento e dallo strepito delle frasche pestate e agitate dal passaggio di essa e con la calma consueta dei veterani l’attendono al varco; mentre qualche novellino agitato dal batticuore, presagendo la sicura “padella” della sua doppietta, pensa forse ai lazzi e ai sagaci commenti dei compagni alla fine della battuta.
Ricordo che quando un novellino fortunato aveva l’onore di abbattere un capo, la sua gioia era immensa.
Fatto ritorno al luogo del bivacco veniva applaudito e complimentato lungamente.
Ma poi, quando si accorgeva che qualcuno complottava contro di lui… cercava di mettersi in salvo fuggendo.
Ma veniva inseguito, raggiunto, circondato, sollevato di peso e riportato a spalle sul luogo del bivacco.
Colà veniva scaricato vicino alla sua preda e un gruppo di anziani, fattosi vicino, compiva il rito del “battesimo di sangue” in uso per i novizi che abbattevano il primo capo di selvaggina.
Il malcapitato veniva letteralmente “verniciato” col sangue della preda abbattuta e aveva l’obbligo di rimanere così conciato per tutta la giornata.
Ma il fortunato tiratore non se ne adontava, anzi mostrando il suo viso color mattone, ostentava una certa spavalderia.
Lazzi e risate chiudevano la scena.
A quel punto il festeggiato traeva dalla bisaccia qualche bottiglia affinché tutti brindassero alla sua inaspettata fortuna.
Ma la festa completa aveva luogo al ritorno in paese dopo la partita di caccia.
Intanto gli uomini addetti alla custodia de “su strexiu” (vettovaglie ed equipaggiamento dei cacciatori) ed alla cucina avevano provveduto a preparare il lieto desinare.
La caldaia della pasta bolliva gorgogliando, il maialetto allo spiedo aveva acquistato quel colore dorato girando lentamente al giusto calore del fuoco che la gente di montagna sa ben regolare e distribuire.
Dopo una mezza giornata di battute e di marce su sentieri scoscesi, l’appetito nei cacciatori e nei battitori in ispecie, non manca; perciò il pranzo, per quanto abbondante, non durava a lungo perché, oltre che dallo stimolo dell’appetito, la fretta era consigliata dal desiderio di riprendere quanto prima le nuove battute serotine che, se fortunate, dovrebbero allietare la cena con lo spezzatino delle interiora dei capi abbattuti.
Vige a Morgongiori la consuetudine che ai tiratori fortunati sia riservata come trofeo d’onore la testa dei cinghiali, e, una volta, anche la pelle dei daini e dei caprioli abbattuti.
La carne viene suddivisa in porzioni uguali tra i componenti della comitiva; ai cani è riservata mezza porzione.
D’ordinario è lo stesso capocaccia che adempie l’incarico di spezzettare la carne della selvaggina abbattuta per formarne tante porzioni quanti sono i componenti della comitiva, compresi i cani partecipanti alla battuta.
Preparato un vasto tappeto di frasche le porzioni vi vengono adagiate in modo da formare tante file ordinate.
Fatto ciò il capocaccia si rivolge agli astanti invitandoli a dare un’occhiata alle porzioni esposte per indicargli quelle che, secondo il loro giudizio, possano sembrare scarse rispetto alle altre più abbondanti.
Corrette le eventuali disparità si procede alla distribuzione, che non è fatta a caso.
Il capocaccia segna con una lunga pertica una porzione qualsiasi, quindi chiede a un cacciatore che ha in mano l’elenco di tutti i componenti la comitiva e che dà le spalle alle porzioni esposte, a chi si debba assegnare quella porzione.
L’uomo legge un nome; la persona nominata si appressa a ritirare la porzione indicata, e così via finché l’ultima è distribuita. La battuta ha così termine. Uomini e cani si apprestano a far ritorno in paese.
Una volta l’ingresso in paese, rallegrato dal suono della fisarmonica o delle “launeddas” e dagli spari a salve delle doppiette, sembrava un trionfo!»11


CAPITOLO SECONDO

IS BENDIDORIS
I VENDITORI


Presentazione

Al gruppo di attività raccolte in questo capitolo, is bendidoris, i venditori, appartengono ovviamente tutti is regollidoris, i raccoglitori, del capitolo precedente. In quanto, assai spesso, coloro che svolgono una attività di raccolta lo fanno come mestiere, per ricavarne il sostentamento per sé e per la loro famiglia, e, pertanto, diventano bendidoris - quasi sempre senza negozio fisso, per lo più con una bancarella che sistemano in una zona di traffico, lungo le strade importanti o in una piazza, se i vigili urbani di quel Comune non sono troppo fiscali. Ancora più frequentemente vendono come ambulanti quanto hanno raccolto, andandosene in giro per i paesi con la corbula sul capo o con la cesta a spalle.
A dirla franca, is bendidoris non sono molto ben visti dalla nostra gente. Specialmente is bendidoris strangius, i venditori di fuori, e peggio che mai quelli che sbarcano dal continente, detti dispregiativamente “bendidoris de stoffa a baratu”, venditori di stoffe da cascami, senza particolare riferimento ai magliari napoletani che nelle piazze dei nostri paesi facevano le loro buffonesche sceneggiate del «non ve lo dò per dieci e neppure per nove o per otto, mi voglio rovinare il primo che alza la mano è suo, glielo dò per sette, ma che dico, soltanto per sei, e neppure per cinque, oggi mi rovino, ve lo dò per quattro», e così via fino a darlo «soltanto per una miserabile lira». E la gente, se da un lato ci si divertiva, da un altro entrava nell’ordine di idee che quel bendidori era semplicemente un imbroglione, uno che cercava di far fesso il prossimo.
«Bastat a nai chi est unu buttegheri!», basta dire che è un bottegaio! E’ una frase che si dice dispregiativamente a chi è nel commercio e pertanto non è persona cui fare affidamento. Commercianti e venditori in genere hanno quindi una brutta nomea. Ne consegue che quando is regollidoris si improvvisano bendidoris cominciano a essere visti con una certa diffidenza - poita su bendi est sempiri una cosa mala, perché vendere è sempre un male, cosa ben diversa dal baratto che è scambio di prodotti diversi, dei quali uno ha abbondanza e l’altro penuria. Poi, vendere è male perché sa cosa tua, la cosa tua, devi conservarla; e, gira gira, soldi per comprare il contadino non ne ha, e non è giusto né bello offrirgli qualcosa che magari gli piace, che gli serve ma che non può acquistare.
In effetti, la gente preferisce raccogliere per sé e fare da sé. Infatti, ciò che viene confezionato per essere venduto non è apprezzato e di questo si dice: «Oh, no, custu est factu po bendi», oh, no, questo è fatto per essere venduto, cioè è fatto male, è poco buono - non è “ben fatto” come quello che si fa per sé o per regalarlo ad una persona cara.
Nell’economia delle nostre comunità, le attività commerciali erano spesso basate sul baratto, lo scambio dei prodotti di cui ciascun lavoratore poteva disporre. Fino a tempi recenti, con un revival durante il periodo della seconda guerra mondiale, per ovvi motivi economici, la massaia acquistava zucchero, caffè e tabacco pagandoli con le uova che ricavava dall’allevamento familiare di galline, anatre, oche e tacchini.
In quasi tutti i paesi, nella piazza di chiesa in particolare, vi erano is pangas, le loggette, cioè a dire banchi di vendita in muratura, sotto tettoie che riparavano dalla pioggia, dal sole e dal vento, riservate a is bendidoris. Così si consentiva loro di poter esporre la merce e di venderla in condizioni di maggiore comodità e igiene, pubblicamente, senza dover andare di casa in casa.


SA BUTTEGHERA
LA BOTTEGAIA

Nelle attività mercantili, che non fossero quelle ambulanti, o altre che potevano porre in situazioni di pericolo, le donne erano numericamente prevalenti rispetto agli uomini. Non che nelle rivendite alimentari paesane mancassero is buttegheris, i bottegai, ma questi ultimi erano per lo più uomini giovani e meno giovani di malferma salute o con vocazione alla vita sedentaria o, per dirla con la gente di allora, teniant s’unfracù de predi Poddi, ossia erano degli sfaticati, per i quali la terra era troppo in basso.
Le botteghe di alimentari, come le ricordo nella mia fanciullezza, erano quanto di più francescano si possa immaginare. Vi si vendevano principalmente la pasta, lunga e corta, la farina e la semola, lo zucchero, il sale, l’estratto di pomodoro, il caffè e l’estratto di caffè, le aringhe e le salacche, salate o affumicate, arangara e arangaredda, piccole e grandi, e, infine, dolciumi. A una parti, scovas de arrosu e de prama, saboni, varechina, asulleta e soda caustica po fai su saboni in domu, da una parte, scope di saggina e di palma, sapone, varechina, azzurrite e soda caustica per fare il sapone in casa - e mi pare che basti. Tutti questi prodotti venivano venduti sfusi e si trovavano collocati in is cavannias, negli appositi scaffali o contenitori. La pasta, in quanto a tipo, consisteva in macarronis, maccheroni, natalis, rigatoni, babusnostus, ditaloni rigati, e avemarias, ditalini rigati. I primi, pasta lunga, gli altri, pasta corta, usata per i minestroni. Per le minestre si usava sa freguedda, la pastina. I dolciumi consistevano in una serie di barattoli di vetro, chiusi da un coperchio in latta per evitare che le mosche vi banchettassero, attraverso i quali si vedevano delle vecchie meringhe giallicce e due o tre tipi di caramelle incartate e no, come quelle dette caramellas de latti, caramelle al latte.
D’altro canto, per mettere su una botteguccia, per modesta ed elementare che fosse, ci volevano dei soldi, introvabili tra la gente dei nostri villaggi. Pertanto, molto spesso, la bottega era di proprietà di un benestante che ci metteva a vendere un proprio uomo di fiducia - il più delle volte il proprietario della bottega vi sistemava l’amante che da elemento passivo e parassitario diventava così economicamente attiva.
La bottega di alimentari era, il più delle volte, l’unica fonte di sostentamento per la famiglia che ne era titolare, e tale attività si tramandava di madre in figlia.


SA BIRDURAIA
LA VERDURAIA

Sa birduraia, la verduraia, discendeva necessariamente da s’ortulanu, l’ortolano, che era insieme verduraio e fruttivendolo, poiché con il suo lavoro produceva frutta e verdure, che spesso vendeva nello stesso orto, alla gente che vi si recava: dal produttore al consumatore. Ma, non di rado l’orto o gli orti erano situati fuori paese, talvolta anche distanti, e per dare un servizio più confortevole alla comunità i prodotti dell’orto venivano venduti in casa dello stesso ortolano, dalla moglie o da qualche figlia che diventavano così di fatto birduraias, verduraie.
Questo, al di là del fenomeno, assai generalizzato nei nostri paesi, di mettere in vendita in casa propria, affidando questo compito alle donne, il surplus della propria produzione di qualsivoglia varietà di frutta o di verdura o anche di carne macellata o dei prodotti del latte, specie ricotta.
Accadeva così di vedere lungo la strada, sulle soglie di certe case di abitazione, esposti alla vista dei passanti, i più disparati prodotti della terra: dai ravanelli alle lattughe, dalle bietole alle melanzane, dalle ciliegie ai fichi, dall’uva alle arance. Si trattava di frutti e verdure stagionali che la famiglia che li produceva non era in grado di consumare, e quando non era possibile barattarli con altri prodotti all’interno del parentado o della comunità, era d’uopo venderli, trasformandoli in moneta, utile per l’acquisto di altri generi non prodotti dalla stessa famiglia. Va da sé che, normalmente, gli acquirenti più probabili erano i cosiddetti “signori”, il medico, il farmacista, il daziere, i maestri di scuola e gi impiegati del Comune, i carabinieri e i salariati in genere - seppure spesso questa gente venuta da fuori sposava la figlia di un proprietario terriero diventando così egli stesso fruitore dei prodotti della terra del suocero, prima di diventare egli stesso proprietario di quelle terre.
Nel passato, i prodotti ortofrutticoli più comuni nel negozio delle nostre birduraias, verduraie, erano, per quel che riguarda is birduras, le verdure, cibudda, allu e perdusemini, cipolle, aglio e prezzemolo; lattia, cupetta, indivia, lattuga, romanella, indivia, cauli birdi, cauli de conca, cab’‘e frori e cauli accuppau, verza, rapa, cavolfiore e cavolo cappuccio; reiga e revunellu, ravanelli piccoli tondi e ravanelli lunghi; apiu e fenugu, sedano e finocchio; crocoriga e perdingianu, zucchine e melanzane; tamatiga e cugumini, pomodori e cetrioli; gureu e canciofa, cardi e carciofi; patata sarda e patata durci, patate nostrane e patate dolci - non considero le verdure che crescevano spontanee nelle campagne e che chiunque poteva raccogliere liberamente, come su lau, su martuzzu, s’ambuazza, sa cicoria, s’eda, su gureu de sartu e sa cuguzzula, tanto per citarne qualcuna. Per quanto riguarda la frutta, pira de dognia razza, finzas a su piringinu, meba ‘era, meba de Sant’uanni, meba de apiu, e meba tidongia, ceresia e nespula, maboni e maboni forastiu o srindia, pressuba e piricoccu, aniada o tanada de tanti calidadis, s’in prus durci, arba e arbaruci, figu e axina.. Per non dire anche qui della frutta spontanea di cui era abbondanza nelle nostre campagne prima dell’avvento della società dei consumi e delle disgrazie: de sa figu morisca a sa mura de orrù e sa mura gessa, de sa figu longa a sa figu mattiniedda a sa figu repellina a sa figu perdingiana, finzas a sa figu de monti e figu brascia, e podit abbastai, dai fichidindia alle more del rovo e alle more del gelso, dal fico nero lungo al fico nero rotondo al fico bianco, al fiorone, fino al fico di montagna al fico rossiccio, e può bastare.


SU BENDIDORI DE PILLONIS DE TACCULA
IL VENDITORE DI GRIVE

Is pillonis de taccula, le grive, sono i tordi cucinati in un certo modo che, uniti per la testa, vengono venduti in mazzi di otto. Taccula significa appunto “mazzo”. Per ottenere le grive si dovrebbero sempre usare is trudus, i tordi, ma is bendidoris poco seri utilizzano anche is meurras, i merli, prodotto scadente.
Is bendidoris de pillonis de taccula sono normalmente i familiari dello stesso cacciatore, che conoscono la ricetta e li sanno confezionare.
Il periodo della caccia ai tordi, per ricavarne le prelibatissime e costose grive, è l’autunno tardo, più precisamente il periodo della maturazione delle olive, di cui questi uccelli sono ghiotti. Anzi, in quel periodo, le olive costituiscono il loro unico alimento; ciò fa si che le loro interiora siano belle pronte farcite di saporita e fragrante oliva - da non dimenticare che is pillonis de taccula si mangiano interi, senza sputar via nulla, se non qualche fastidioso ossicino.
C’era anche chi acquistava i tordi freschi direttamente dal cacciatore, li spiumava, cucinava e confezionava da sé, in casa propria, spesso con risultati poco buoni, perché la preparazione delle grive è un’arte che non si può improvvisare.
La ricetta più comune e più semplice è la seguente: si prendono otto tordi che verranno spiumati attentamente, quindi bolliti in acqua sufficientemente salata per circa mezz’ora. Appena tolti dall’acqua, ancora caldi, vanno depositati in un’ampia terrina contenente foglie di mirto fresco, aromatico, appena colto, e ricoperti con altro abbondante mirto. Qualcuno, anziché la terrina, usa un corbello di giunco o di canne o di salcio, a maglie fitte. Si lasciano per un certo tempo in ambiente fresco e ventilato, avvolti nel mirto, affinché si impregnino del suo aroma.
Attualmente is pillonis de taccula si trovano in vendita in alcune vecchie trattorie del rione “La Marina” di Cagliari. Ma si trovano ancora, e sono i migliori, nei paesi dell’Interland cagliaritano, presso le famiglie degli stessi cacciatori che li vendono, su commissione, come un tempo.
Oggi, le grive, in quanto rare, sono considerate un piatto particolarmente prelibato. Hanno il pregio di conservarsi parecchi giorni senza deteriorarsi.


SU BENDIDORI DE CARAPIGNA
IL SORBETTIERE

«L’industria della neve fiorì ad Aritzo nel secolo scorso. La neve in Sardegna - come i sali e i tabacchi - in quel periodo era monopolio di Stato. Gli unici ad avere il privilegio di poter utilizzare la neve dei loro monti erano i cittadini di Aritzo, uno dei paesi più alti della Sardegna, posto a 821 metri sul livello del mare.
Forti di tale privilegio e già esperti nel commercio del castagno - legname grezzo, lavorato, e frutto - gli Aritzesi si organizzarono per la conservazione e il commercio della neve.
Nei mesi di marzo e aprile, estratta da Funtana Cungiada e da Monte Arguentu, la neve veniva conservata in speciali grotte frigorifere appositamente scavate e durante tutta l’estate, volta a volta, secondo le richieste, veniva trasportata nottetempo a dorso di cavallo nelle principali città dell’Isola. I blocchi di neve venivano utilizzati principalmente nei vari mercati per refrigerare le merci alimentari deteriorabili, quali i pesci e le carni.
Liberi da gravami monopolistici, gli Aritzesi sfruttarono questa loro naturale ricchezza anche nella fabbricazione di sos sorbettos, i rinomati sorbetti diffusissimi nei Campidani agricoli dove sono chiamati carapigna, immancabili nelle faste popolari.
Le fabbriche del ghiaccio hanno fatto sparire da tempo la singolare industria della neve ad Aritzo e fatto crollare insieme un assurdo monopolio di Stato. Restano ancora nei bar dei paesi di provincia i deliziosi sorbetti all’aritzese. E resta nel Sardo l’intelligenza e la volontà di fare - quando chi comanda ha la compiacenza di slegargli le mani».12


SA BENDIDORA DE CUGUZZULA
LA VENDITRICE DI CARCIOFINI SELVATICI

Nel mese di giugno, durante il periodo della villeggiatura, nel mio paese natale, di solito nel pomeriggio, bussava alla porta del cortile di casa nostra una donna che portava una corbula sulla testa: era sa bendidora de cuguzzula, la venditrice di carciofini selvatici.
La domestica apriva la porticina e faceva entrare la donna nel cortile. Sa bendidora, che aveva trascorso tutta la mattina nella campagna assolata cercando e raccogliendo gli spinosi frutti de su gureu de sartu, dei cardi selvatici, si metteva in un angolo fresco, mentre la domestica la aiutava a si stuai sa crobi, a togliersi la corbula dalla testa.
Sopraggiungeva mia madre che, salutata la donna, le chiedeva chi fosse, a quale famiglia appartenesse, rivolgendole quindi alcune frasi di circostanza - intanto guardava e valutava il contenuto della corbula posata per terra.
Io ero un bambino curioso; mi piaceva ascoltare i discorsi dei grandi, vedere ciò che facevano. Ero sempre accanto a mia madre quando faceva simili acquisti “a domicilio”. Stavo lì, tutto compreso, con gli occhi attenti a seguire ogni più piccolo movimento, pur senza interloquire. Osservavo is cuguzzulas, i carciofini selvatici, che erano spinosissime, con il gambo tagliato corto. In sa crobi, nella corbula, is cuguzzulas erano accoppiate, con la punta spinosa dell’una conficcata nella punta dell’altra. Diventava così più facile per la venditrice prenderle in coppia, cogliendole con due dita per il piccolo gambo. Si contavano e si vendevano a dozzine. Mia madre era una cliente assidua nell’acquisto di questi e di altri frutti selvatici di cui era golosa, forse perché le ricordavano la sua fanciullezza nel mondo contadino; ed io, che amavo mia madre, la imitavo anche in queste sue debolezze di gola, che mi sono rimaste e me la ricordano.
La venditrice contava veloce is cuguzzulas in coppia, deponendole nella corbuletta che la domestica le tendeva. Quindi, l’aiutava a s’attuai sa crobi in conca, a rimettersi la corbula in testa, mentre io mi premuravo di aprirle la porticina del cortile che dava sul viottolo. E lei, sa bendidora de cuguzzula, salutato e ringraziato, riprendeva il cammino nelle vie del paese, invitando la gente a comprare con il suo familiare grido: «Oh, sa cuguzzula bella! A chini bolit cuguzzula bella!?», «Oh carciofini belli! Chi vuole carciofini belli!?».
Sa cuguzzula è un cibo sano e squisito, si consuma sia crudo che bollito in acqua e sale, condito con olio d’oliva e pepe, o bagnato nel classico pinzimonio.


SA BENDIDORA DE MURTA DURCI
LA VENDITRICE DI MIRTO DOLCE

Passava a Cagliari, per le vie della città vecchia, Castello e Marina, la donna con la corbula sul capo che veniva dai paesi vicini e ripeteva il suo reiterato richiamo: «Oh, murta durci! A chini bolit murta durci! Oh, murta bella e durci!», «Oh, mirto dolce! Chi vuole mirto dolce! Oh, mirto bello e dolce!». Quand’era stanca del suo andare lungo strade e vicoli, la donna si fermava a un crocicchio, si alleggeriva del peso ponendo accanto al muro d’angolo la corbula inclinata per mostrare ai passanti il suo contenuto.
Tra le bacche di mirto vi erano, mezzo sepolti, due misurini, uno piccolo e uno più grande, da cinque a dieci centilitri, talvolta sostituiti da un comune bicchiere da vino, misure con cui si vendeva allora sa murta, il mirto.
La varietà più comune messa in vendita era quella nera-violacea, oblunga, polposa, con pochi semini, e un’altra varietà più rara, biancastra, con un aroma però meno intenso, meno asprigno, un poco più dolce.
Noi ragazzini eravamo golosi delle bacche del mirto e con cinque centesimi ce ne facevamo versare un misurino o due direttamente nella tasca dei pantaloni, anche per evitare alla venditrice la fatica di preparare un cartoccio a cono per contenerli.
Per tutta la tarda mattinata, la donna con la corbula in testa, sempre più leggera, riprendeva il suo cammino, cantilenando «Oh murta durci! A chini bolit murta bella e durci!».
Anche mia madre e le domestiche specialmente, nostalgiche del loro mondo contadino, si affacciavano al balcone e davano una voce di richiamo a sa bendidora. Una domestica scendeva per strada con una ciotola capiente e se ne faceva versare diversi misurini.
A questa ciotola posta sul tavolo di cucina attingevamo un po’ tutti, escluse mie sorelle, le quali, almeno a parole, reputavano di gusti volgari il mangiare “quella roba lì”. Il sapore e l’aroma del mirto ricordavano certamente a mia madre il verdeggiare delle macchie che correvano lungo l’arco nord del Golfo di Oristano e nel dorso della Penisola del Sinis. Mia madre diceva che il mirto fa bene per le malattie della gola, specialmente il decotto che se ne può ricavare, e che con il succo delle bacche si ottiene, con l’aggiunta di alcool e zucchero, un ottimo liquore; un liquore che oggi si produce su scala industriale. Io preferisco ancora bere quello che faccio da me in casa, cogliendo in montagna le aromatiche bacche del mirto.


SA BENDIDORA DE TAPPARA
LA VENDITRICE DI CAPPERI

La stessa venditrice di murta durci, a suo tempo, vendeva sa tappara, i capperi. Con la corba sul capo, girava per le vie della città, offrendo le prelibate bacche, che vendeva a misurini.
Sa tappara, “Capparis spinosa”, è una pianta perenne legnosa e spinosa alla base, cresce cespugliosa con tendenza a ricadere; ha foglie carnose coriacee che cadono in autunno, spesso anche precocemente. Dà fiori graziosi con quattro petali bianchissimi e al centro numerosi stami di un bel colore rosso-viola. Il suo frutto è una bacca ovale obblunga non carnosa. Si utilizzano i boccioli, che si colgono prima che si schiudano, da aprile a luglio.
Nelle campagne dell’hinterland cagliaritano, specie nelle zone collinose e montane, nei terreni pietrosi e argillosi, i capperi allignano e fruttificano spontanei. Talvolta, li si ritrova anche abbarbicati negli interstizi dei vecchi bastioni che un tempo facevano parte delle mura fortificate che difendevano la città capoluogo. Soltanto di recente, qui da noi, è stata introdotta la sua coltivazione, in terreni idonei di campagna o negli orti, per l’accresciuta richiesta sul mercato di questo prodotto.
I capperi vanno acquistati verdi e lasciati per un certo periodo sotto sale prima di essere scotti e conservati in aceto.


SA CARBONERA
LA CARBONAIA

Sa carbonera della mia infanzia aveva bottega in un seminterrato d’angolo, tra via Torino e piazza Martiri. Uno stanzone scuro che prendeva luce dalla porta che dava sulla strada, insufficiente a illuminare il fondo dello stanzone, dove stava un enorme cumulo di carbone di legna che occupava tutta la larghezza del muro di fronte e arrivava quasi al soffitto. Da una trave pendeva, sostenuta da una robusta catena, una bascula a cucchiaione che, ondeggiando, andava a finire sul mucchio di carbone, che, in quantità maggiore o minore, a seconda della spinta, entrava nel piatto.
Sa carbonera vendeva anche altri prodotti che venivano dalla campagna dei paesi vicini, come sa figumorisca, il frutto del ficodindia, sa carruba e sa murta, le carrube ed il mirto.
Nella bottega de sa carbonera c’era un discreto traffico di clienti, per lo più domestiche fornite di sacchetti o di ceste per il carbone, e ragazzini che, diventati fortunosamente padroni di cinque centesimi, se li sperperavano in mirto e carrube.
Nell’infanzia, trascorrevo le vacanze scolastiche in villeggiatura nel nostro paese d’origine e, il più delle volte, si anticipava la partenza in città perché qualcuno di noi figli era stato rimandato. Ci perdevamo così i frutti di fine estate che in paese si trovavano abbondanti, specialmente i fichidindia, che erano così tanti da consentire alla gente di nutrire anche i maiali da ingrasso per la famiglia.
Mia madre era golosa di fichidindia che usava mangiare, a digiuno, la mattina a colazione prima del caffellatte. Anch’io e i miei fratelli mangiavamo volentieri i fichidindia; pochi, però, perché se mangiati a digiuno e con moderazione hanno un effetto leggermente purgativo; mangiati oltre il limite possono dare stipsi o, come si dice in sardo, podint arresciri su carru, possono fermare il carro, un eufemismo per dire che si può produrre una ostruzione anale.
Nei lunghi pomeriggi autunnali, quando le faccende domestiche erano sbrigate, e così pure il nostro lavoro scolastico, mia madre mandava la domestica a comprare venticinque-trenta centesimi di figumorisca, fichidindia.
La domestica ritornava con la conchetta dei fichidindia ricoperti con un tovagliolo, la deponeva sopra il tavolo della cucina e mia madre li scopriva e li osservava con il viso schifato, borbottando: «Pribissius e frungius, grogus e cottus a ressoli e puru ortizzus sunt!», «Sono passiti e rugosi, gialli e maturati con troppo sole e pure inconsistenti!». In verità, erano giallicci e grinzosi, e non promettevano d’essere succosi e zuccherini come quelli che coglievamo nelle siepi della nostra vigna in paese. Bisognava accontentarsi. E mia madre trovava nuovo pretesto per maledire il mondo della città, dove la gente vive ingabbiata, senza grazia di Dio, e per esaltare il proprio mondo di contadina, i pesci dei suoi stagni e del suo golfo, l’uva delle sue vigne, il pane della sua casa... e i fichidindia... fichidindia come quelli di città non li mangiavano neppure i maiali, al suo paese!
Pur brontolando, mia madre finiva per assaggiarli, almeno per sentirne il gusto; poi ne sputava i semi.


SU PIZZIGAIOLU
IL PESCIVENDOLO

Su pizzigaiolu, il pescivendolo ambulante, era un personaggio tipico delle comunità che si affacciano sul Golfo di Oristano o che si trovano ai margini delle lagune di Terralba, Marceddì, Santa Giusta, Cabras e Riola.
Su pizzigaiolu andava in giro per le strade del proprio paese a vendere i pesci acquistati dal pescatore, pesci che teneva in una cesta legata a mo’ di zaino dietro le spalle, appesa alla testa mediante un cappuccio di sacco di juta. Se non riusciva a smerciare tutto il prodotto nella propria comunità, si recava a vendere nei paesi vicini - naturalmente aumentando un tantino il prezzo. Vi erano, però, pizzigaiolus, pescivendoli, che normalmente provvedevano a rifornire di pesce il mercato locale, mentre ve ne erano altri che rifornivano esclusivamente il mercato dei paesi vicini - spostandosi sia a piedi che con elementari mezzi di trasporto, quali la bicicletta, l’asino o il cavallo con o senza carretto.
Talvolta, su pizzigaiolu era lo stesso pescatore che, pescato il prodotto lo vendeva direttamente, senza passare attraverso un intermediario, realizzando così un più alto guadagno.
Quando non aveva con sé una bilancia, ed era il più delle volte, su pizzigaiolu vendeva i pesci “a taglia” o “a misura”. Se erano grossi, come i muggini, i cefali o le carpe, erano valutati uno ad uno; se erano piccoli come sa sparedda, su maccioneddu, s’axibedda, ne valutava la quantità riempiendo un piatto fondo da cucina.
Ancora negli Anni ‘50, specialmente nel paese di Cabras, vi erano pizzigaiolus particolarmente attrezzati. Ve ne erano, infatti, forniti di carriola, elementare ma funzionale mezzo di trasporto per la vendita del pesce di casa in casa, e di stadera, una bilancia che da noi viene comunemente detta sa romana. Si configurava così un singolare mestiere, quello di su pizzigaiolu a carrucciu, il venditore ambulante di pesci con la carriola.


SU PISCIAIU
IL PESCIVENDOLO

Su pisciaiu è il pescivendolo. Il termine pisciaiu viene usato nel Campidano meridionale di Cagliari, mentre nel Campidano settentrionale, di Oristano, è più usato il termine pizzigaiolu.13
Is pisciaius, o piscadoris, o bendidoris de piscau, i pescivendoli, giravano per la città, la mattina, con il cesto a spalla o il canestro in testa, forniti di bilancia, di solito sa romana, per vendere liberamente il prodotto del loro lavoro, facendo spesso prezzi più bassi di quelli di mercato.
Tra i pesci più venduti su giarretu, su maccioni, s’anguidda, su sperritu, sa cambaredda e su gattucciu marinu po fai sa burrida.
Modo dire cagliaritano, Toccai pisc’ ‘e cadinu, parlare di corda in casa dell’impiccato; detto anche a chi ficca il naso in fatti che non lo riguardano: «No tocchis pisci de cadinu!», «Fatti gli affari tuoi!»


SU BENDIDORI DE PISCI ARRUSTU
IL VENDITORE DI PESCI ARROSTO

I più famosi arrustidoris e bendidoris de pisci arrustu provengono dall’Oristanese, e più precisamente da Terralba, Cabras, Riola, Nurachi e Santa Giusta. Sono, questi, paesi vicini al Golfo di Oristano o situati ai margini di stagni e lagune, acque un tempo pescosissime, ricche soprattutto di grossi e saporiti cefali, di muggini e di anguille di ogni specie. Una specie di anguilla assai apprezzata dai buongustai è quella da noi detta filatrota o anguidda allonada, il capitone, una sorta di anguilla assai grossa e grassa - non sono certo che la definizione di “anguilla femmina” che le viene data sia giusta anche per quel che riguarda la nostra filatrota.
Chi volesse vedere all’opera (ancora oggi) questi famosi arrustidoris e bendidoris de pisci (per lo più muggini e anguille) dovrebbe recarsi in pellegrinaggio, a settembre, senza problemi di dieta, alla sagra della Madonna del Rimedio, che si svolge nell’ampio piazzale adiacente la Basilica, ai margini di Donigala Fenugheddu, all’uscita di Oristano, subito dopo il ponte che attraversa il Tirso.
Alla festa del Rimedio, che inizia il 6 e termina l’8 di settembre, è riservato un vasto piazzale che, qualche giorno prima, viene opportunamente ripulito dalle erbacce cresciute durante l’anno, fornito della illuminazione elettrica, e predisposto per l’insediamento delle bancarelle.
La sagra richiama numerosi venditori ambulanti da tutta la Sardegna, ognuno dei quali ha un proprio posto attribuitogli dagli organizzatori della festa. Disposti in tante righe parallele, come vuole la tradizione centenaria, uno a fianco all’altro, is bendidoris espongono la loro merce. Spesso si tratta di artigiani che offrono il prodotto del loro lavoro. Ci sono is bendidoris de strexus de fenu, i venditori di utensili di intreccio di salcio, di giunco, di asfodelo, di canne, fieno e quant’altro; is bendidoris de strexus de terra, i venditori di utensili di terracotta, pingiadas, tianus, sciveddas, marigas e broquitus; is bendidoris de strexus de ferru mattau, i venditori de utensili di ferro smaltato; e ancora is bendidoris de ramini, i venditori di utensili in rame, craddaxus e pajolus, calderoni e paiuoli; e altri.
Tra is bendidoris, particolare attenzione si riserva a is bendidoris de pisci arrustu, che occupano tutta una fila, la prima, quella che dà sullo “stradone” che va a Torre Grande, a Solanas e a Cabras. Con il carretto si piazzano nel posto loro riservato. Sistemato un tavolo a fianco e preparato il fuoco con carbone vegetale, si preparano ad arrostire i loro pesci, muggini e anguille.
In sa cardiga, nella graticola, sulle braci vive, vengono posti i muggini, scelti a mazzapulia, con le interiora pulite, perché allevati in colture apposite e comunque provenienti da acque sane. Di questo pesce, fra i più rinomati è su pisci de Pontis, che viene dalle peschiere del Mare di Pontis, negli stagni di Cabras. Si può scegliere tra sa birimbua, muggini di piccola taglia, e su pisci de scatta, muggini grandi.
In su schidoni, nello spiedo, vengono infilzate a “S” le anguille, messe anch’esse ad arrostire sulle braci, ravvivate continuamente con puntuti morigadoris de ferru, attizzatoi in ferro.
Detto per inciso, tali pesci non vanno ne lavati né sventrati e tantomeno (per i muggini) scattaus, squamati.
Muggini e anguille, già gustosi di per sé, quando sono arrostiti, diventano una vera leccornia, grazie alla salatura operata durante la cottura e, dopo la cottura, al bagno nella salamoia, un recipiente d’acqua preparata con sale, aglio e altre erbe aromatiche.
A fine cottura i pesci fanno bella mostra sopra i tavoli. Hanno un aspetto ed un profumo appetitosi e chiunque vi passi vicino non può resistere alla tentazione di assaggiarne.
Nella sagra della Madonna del Rimedio (ed in ogni altra sagra paesana che si rispetti, specie se campagnola), oltre a is arrustidoris e bendidoris de pixi sono sempre presenti anche coloro che arrostiscono e vendono il classico porchetto. Su proceddu viene arrostito intero o a metà. Il tempo di cottura del porchetto è assai più lungo di quello del pesce o delle anguille: fuoco lento per circa tre ore. Su proceddu, il porchetto, una volta cotto può essere avvolto e conservato con le foglie del mirto fresco, per essere insaporito; in questo caso è ottimo anche se mangiato freddo.
Il profumo intenso de su pisci e de su proceddu arrustius si spande per tutto il piazzale e lungo la strada che da Oristano porta al mare. Se si passa da lì non si può restare indifferenti. La sosta è d’obbligo. Così pure l’assaggio di un muggine caldo caldo.


SU BENDIDORI DE ARANGIU DE MILIS
IL VENDITORE DI ARANCE DI MILIS

Un vecchio detto diffuso nei paesi dell’Oristanese suona: «Po arangiu a Cabras e po pisci a Milis», «Se vuoi trovare le arance vai a Cabras e se vuoi trovare pesce vai a Milis», rovesciando paradossalmente le peculiari economie produttive che caratterizzano le due comunità: Milis, colto e pingue paese dell’Oristanese, dalle fertili solatie piane, è grande produttore di agrumi; Cabras, nel cui territorio si estende uno degli stagni più vasti del Mediterraneo, con un patrimonio ittico un tempo inestimabile, è rinomato per le sue anguille ed i suoi muggini venduti arrosto in tutte le sagre paesane dell’Isola, e per la sua buttariga, bottarga, uova di cefalo salate, il caviale nostrano.
Negli Anni ‘50, nella piazza principale di Cabras, i venditori di arance di Milis facevano bella mostra della propria merce sotto la tettoia del mercato.
Ancora in tempi recenti, Milis, era il più grande produttore di agrumi della Sardegna. Nella valle fertilissima, denominata La Vega, che si estende ai suoi piedi, ci sono numerosi giardini di agrumi, aranci, limoni, mandarini, cedri e bergamotti, un patrimonio di oltre trecento mila piante fruttifere.
Ogni orto è recintato e protetto dai venti di maestrale da fitte siepi di lauro, nella vasta pianura che può denominarsi la “Conca d’Oro” della Sardegna e che il Valery, un illustre visitatore francese, decantò come il giardino degli Esperidi. Nella stagione della fioritura, per chilometri si diffonde inebriante il profumo delle zagare.


SU BENDIDORI DE SALI
IL VENDITORE DI SALE

Is bendidoris de sali, i venditori di sale, si occupavano esclusivamente di saliocca o saocca, sale grosso, che in casa veniva messo al forno e poi ulteriormente frantumato schiacciandolo con un pesante rullo - per piccole quantità andava bene anche una robusta bottiglia di vetro. Essi attingevano alle saline naturali che in Sardegna abbondavano - numerose di trovavano nel tratto che va da Oristano a San Vero Milis, dagli stagni di Cabras a Putzu Idu. Trasportavano il prodotto con carri e carretti, e più avanti con mezzi meccanici, come motocarri e perfino grossi camion, per venderlo specialmente nei paesi dell’interno. Ho documentato fotograficamente, in un servizio giornalistico per la rivista “Sardegna Oggi” n.19 del 1° febbraio1963, l’arrivo del camion del sale in una piazza di Orgosolo, e l’affaccendarsi delle donne del paese, con corbe e ceste, che venivano riempite con pale dai bendidoris de saocca, di sale grosso, e pesate poi dalle stesse acquirenti con le loro stadere, prima di pagare. Il sale grosso veniva utilizzato dal contadino e dal pastore per la conservazione di alcuni alimenti, quali le olive, le carni insaccate, il formaggio. Per gli usi domestici quotidiani, nella cucina, si trovava nelle botteghe su sali fini, il sale fino, e su sali grussu, il sale grosso, raffinati e chiusi in boettas, in buste di carta, più avanti sostituita dalla platica che li protegge meglio dalla umidità.


SA BENDIDORA DE FASCINAS
LA VENDITRICE DI FASCINE

Sino alla fine degli Anni ‘40 era assai facile incontrare una bendidora de fascinas, venditrice di fascine, prima che la legna venisse soppiantata dal gas in bombole, dapprima nella cucina, per la cottura dei cibi, e quindi, almeno in parte, nel riscaldamento della casa. Solitamente si poteva intravedere sa bendidora de fascinas in cima al carico posto sopra un carretto trainato da un asinello, la maggior parte delle volte con un cagnolino che seguiva all’ombra del carretto.


SU FASCITTAIU
CHI PREPARA E VENDE FASCINE

«I’ fascittaius, i’ fruconaius, is carrolantis - i braccianti agricoli - detti is marronàius, durante l’inverno, in tempo piovoso, detto in gergo locale temporàda, ossia quando non si poteva lavorare nei seminati, salivano in montagna per tagliare legna d’ardere da vendere. La legna destinata alla vendita veniva preparata a fascine, per cui gli operai che facevano tale lavoro si chiamavano fascittàius.
Le fascine, che venivano trasportate con carri a buoi, si vendevano ad Oristano ed in altri paesi del Campidano. I conducenti dei carri addetti a tale trasporto erano chiamati carrolàntis. Il viaggio lento e faticoso che si effettuava in Campidano una volta alla settimana era detto biàxi, viaggio.
Nel mondo agricolo, un contadino che possedeva un solo carro e una sola giunta di buoi e che coltivava un po’ di grano in terre d’affitto veniva chiamato giuàxriu.
Altri braccianti che frequentavano la montagna in modo continuativo si chiamavano montàius. Questi si occupavano del taglio e della lavorazione di pezzi di legname richiesti per la confezione di aratri e per la riparazione di carri; preparavano, inoltre, manici di ogni tipo e grandezza per zappa e per pala, pertiche e frucònis, fruciandoli.
Pure questo materiale, per la maggior parte, veniva venduto nel Campidano. Le grosse partite si trasportavano, come le fascine, con i carri a buoi. Quando si trattava di pochi pezzi, si servivano delle carrette che viaggiavano giornalmente ad Oristano. E così, arrivati sul posto, si portavano in giro per le strade vociando: “E… chi’‘ollidi comporài manigas e frucònis!”, “E… chi vuole comprare manici di zappa e fruciandoli!”».14


SU CASTANGIAIU
IL CASTAGNARO

Su cabesusesu, colui che abita nel Capo di Sopra, cioè nelle Barbagie, indicava nel nostro mondo contadino, specialmente nell’Oristanese, l’uomo pastore vestito di fustagno marron o verde che veniva a cavallo nei villaggi del Campidano per vendere i prodotti della sua terra.
Est su mesi de ladamini, è ottobre, il mese del letame e delle concimazioni. Cominciano le prime arature che precedono la semina del grano o delle leguminose, che nello stesso terreno si alternano annualmente.
Et arribat su cabesusesu a cuaddu, e arriva il barbaricino a cavallo, con le bisacce colme dei frutti della sua montagna, castagne, noci e nocciole; carico de is ainas de nuxi e de castangia, degli utensili di legno, di noce e di castagno, pajas, furconis de forru, turras e talleris, pale, forconi da forno, mestoli e taglieri.
Corrono i fanciulli al richiamo dell’uomo della montagna e si affacciano sulla via spalancando il portale per farlo entrare con il suo cavallo.
Siamo alla fine di ottobre; i prodotti della montagna vengono barattati con quelli della pianura; è l’incontro commerciale del pastore con il contadino, l’incontro di due mondi, di due culture diverse che in Sardegna convivono da sempre.


IS CASTANGIAIUS
I VENDITORI DI CASTAGNE

«Venivano da su Cab’ ‘e Susu, dal Capo di Sopra, la zona interna e montuosa della Sardegna un tempo ricca di boschi, a gruppi di cinque o sei con i cavalli carichi di bisacce piene.
Qui da noi, nella Marmilla, li ospitava un ricco proprietario terriero che dava stalle e nutrimento per i cavalli e stuoie in abbondanza per il riposo degli uomini. Durante il giorno andavano nei paesi vicini, ognuno per conto proprio, e si ritrovavano la sera in paese.
Girando col cavallo carico, su castangiaiu, il venditore di castagne, attirava l’attenzione delle donne col suo richiamo: “Castanza, nughe e nughedda!”, “Castagne, noci e nocciole!”. Le massaie preparavano il grano o i legumi nel loggiato che dava sul cortile e invitavano il venditore a fermarsi. Questi entrava, si avvicinava, tirava giù dal cavallo le bisacce e s’imbudu de suergiu, l’imbuto di sughero, della capacità di tre litri, e si faceva lo scambio: le castagne a cuccuru, a misura colma, e il grano a rasu, rasente l’orlo. I legumi si misuravano come le castagne, a cuccuru. Se in casa c’era anche su meri, il padrone, gli si offriva da bere un bicchiere di vino, una volta concluso il baratto.
Is castangiaius, i venditori di castagne, che non avevano venduto tutto il loro prodotto, si fermavano nel piazzale della chiesa, la domenica mattina; e così qualche donna, stavolta pagando in moneta, comprava una misura di castagne o di noci, facendole versare in su deventaliu, nel grembiule. Se era rimasto qualcosa nelle bisacce, sulla via del ritorno, si fermavano in qualche ovile, lasciando la rimanenza ai pastori delle pianure, prendendo in cambio qualche forma di formaggio».15


SU CABESUSESU, BENDIDORI DE TURRAS E TALLERIS
IL BARBARICINO VENDITORE DI MESTOLI E TAGLIERI

Su cabesusesu è colui che viene dal Capo di Sopra, cioè dalle montagne del Nuorese. Comunemente, noi campidanesi, per Capo di Sopra intendiamo la regione da Paulilatino verso il nord della Sardegna. Però, spesso si identifica su cabesusesu come l’abitante della provincia di Nuoro e, più in particolare, delle Barbagie. Infatti, cabesusesu, del Capo di Sopra, e brabariscinu, barbaricino, sono sinonimi.
Is cabesusesus venivano giù nei Campidani per scambiare i prodotti della montagna a economia pastorale con i nostri prodotti delle pianure a economia contadina. Loro ci portavano nuxi, nuxedda e castangia, noci, nocciole e castagne, insieme ai manufatti di legno: pabias de forru e de argiolas, furconis de forru e de argiolas, turras e talleris, cragallus e discus de pesai casu; cioè attrezzi, stoviglie e recipienti intagliati nel legno di pero, di castagno e di noce.


SA BENDIDORA DE CASTANGIA ARRUSTU
LA VENDITRICE DI CALDARROSTE

Girando per l’Europa mi è accaduto di vederne tanti, venditori e venditrici di caldarroste - cui si aggiungevano, talvolta, come in Ungheria, le venditrici di kukorica, di mais abbrustolito “fiorito”, il “popcorn made in USA”, di rosas, come lo chiamiamo noi Sardi. Li ho ritrovati in metropoli industriali come Milano o Essen, nel cuore della Ruhr, o in città cosmopolite come Parigi, dove le caldarroste e altre piccole leccornie di casa mia hanno reso meno tristi le mie degenze all’ “Hôpital Lariboisiere”.
Si potrebbe parafrasare il detto sulle usanze con “paese che vai, venditrici di caldarroste che trovi”, e perfino ricavarne qualche piccola nota di costume. Per esempio, a Parigi, a differenza che a Napoli e a Milano, non ti rifilano sulla dozzina di castagne che stanno nel cartoccio le due o tre guaste - che, oltretutto, se te le ritrovi in bocca alla fine, te l’amareggiano senza scampo. Ma, si sa, in fatto di disonestà non tutto il mondo è paese: c’è chi truffa di più e chi di meno. Basti pensare alla filosofia dei padri della patria nostrana, per esempio al napoletano Leone, ex presidente della Repubblica, che enunciava il nobilissimo ma suo “proprio” principio morale, per il quale “il governare dà più gusto del fottere” - espresso, ovviamente, in dialetto partenopeo, che rende meglio il concetto… dicono.
Ma, l’immagine più antica e più cara di bendidora de castangia arrustu, venditrice di castagne arrosto, che conservo nei miei ricordi è quella della donnetta seduta davanti al fornello che, con un sommesso quasi affettuoso richiamo, offriva ai passanti le caldarroste nei coni di cartastraccia. Erano gli ultimi Anni ‘3O e dopo la guerra di Spagna e d’Africa si protendeva cupa all’orizzonte la seconda carneficina mondiale. E lei, la vecchia bendidora de castangia arrustu, che d’altro non sapeva e che, con quel lavoro, sa vida sua derremàt, la sua vita spendeva, ogni sera, prendeva posto, con il suo fornello e il suo sacco di castagne, nell’angolo di piazza Martiri, quasi sotto il Bastione San Remy, esattamente dove oggi si trova l’edicola. Nella tenue luce che le mandava un lampione, si dava da fare per mestolare le castagne in cottura, controllare il calore delle braci, incidere con la punta del suo coltellino quelle da cuocere, togliere le caldarroste e riporle nella cesta, dove restavano calde sotto un’apposita copertina. E naturalmente doveva badare ai clienti. Tanti si fermavano, non soltanto ragazzi, per lo più studenti, ma anche adulti, artigiani e professionisti, che nelle sere precocemente buie del brumoso autunno passavano da lì, rientrando a casa. Si fermavano a comprare, per qualche centesimo, un cartoccio con una dozzina di caldarroste - che scaldavano le mani prima ancora della bocca, deliziando il palato.
Assai difficile trovare bendidoras o bendidoris de castangia arrustu, venditrici o venditori di castagne arrosto, presso le nostre comunità più piccole, dove ognuno le caldarroste se le preparava da sé, nel suo luogo d’elezione, nel caminetto, abbrustolite in su fari-fari, nella cenere calda, o nell’apposita sartaina, e oggi, sempre in padella, sulla fiamma del gas o sulla piastra elettrica.16


SA BENDIDORA DE OLIA
LA VENDITRICE DI OLIVE

Già di buon mattino, s’udivano frequenti per le vie della città i richiami della venditrice di olive. Erano donne contadine che facevano is bendidoras, le venditrici, cun sa crobi attuada in conca, con la corbula posta sul capo, tenuta cun su tedili, con il cercine, quel cerchio di stoffa che si ottiene piegando intorno alla mano un fazzoletto.
«Olia bella durci de cunfettai! A chini ‘ndi bolit!?», «Olive belle dolci da conservare! Chi vuole comprarne?!», era il loro comune richiamo, e dalle finestre padrone di casa e domestiche rispondevano, chiedendo di poter vedere le olive e informandosi sul prezzo.
E sa bendidora, la venditrice, si fermava davanti alla porta e si faceva aiutare a si stuai, a togliersi la corbula dalla testa. E se il prodotto ed il prezzo erano buoni, l’affare era fatto. Le olive, come altri simili prodotti della campagna, quali il mirto, i corbezzoli, i capperi e perfino la frutta minuta, ad esempio sa pruna de Sant’ Juanni, le susine di San Giovanni, venivano vendute misurandole con recipienti di lamierino della capacità di un litro, di mezzo litro, o anche di un solo decilitro, che era il misurino usato per i ceci abbrustoliti e le noccioline.
Is bendidoras de olia, le venditrici di olive, erano le stesse donne che, in diverse stagioni, giravano per le vie della città, con la corbula sul capo, per vendere sa murta durci, il mirto dolce, o s’olioni, il corbezzolo, o is taparras, i capperi. Questi ultimi, talvolta, venivano venduti già mischiati al sale, per togliere loro l’amaro ed essere poi conservati sottaceto.
Ho un indelebile ricordo di guerra, legato alla corbula di una di queste venditrici di olive.
Era la mattina del 28 febbraio 1943 a Cagliari, quando, ragazzo, rientravo di corsa a casa durante la sanguinosa incursione aerea americana che fece numerose vittime tra i civili. La prima ondata di bombe mi colse al Mercato, allora tra il Largo Carlo Felice e via Baylle. Una vista terribile, quel bombardamento: crollo di palazzi, creature lacerate, dilaniate dalle schegge, esplosioni terrificanti, vampate di insostenibile calore, boati, urla atroci. Ed io correvo verso casa, sperando di trovarla intatta. Nella mia corsa lungo la via Sicilia, che va verso la Basilica di Santa Eulalia, la patrona del Rione Marina, ecco, in mezzo alla strada, una corbula con una parte delle olive che conteneva rovesciata sull’acciottolato. Sa bendidora, terrorizzata, doveva essersi data alla fuga abbandonando corbula, olive e misura. Per un attimo mi fermai, ragazzo perennemente affamato in quegli anni di guerra, tentato di raccogliere un pugno di olive. Non lo feci. Non so perché. E quel gesto non compiuto forse mi salvò la vita, perché la seconda ondata dell’incursione aerea giunse qualche minuto dopo: avevo appena superato la basilica di Santa Eulalia, quando una bomba la colpì in pieno.


SU BENDIDORI DE OLLU DE OLIA
IL VENDITORE DI OLIO DI OLIVA

Un tempo vi erano numerosi paesi i cui abitanti si distinguevano per la coltivazione dell’ulivo. L’olio diventava così un prodotto tipico ed esuberante di quelle comunità, e non pochi abitanti, con un po’ di intraprendenza, si dedicavano al commercio ambulante, per vendere l’eccedenza nei paesi dove l’olio d’oliva scarseggiava o mancava del tutto.
Vi erano paesi rinomati per la qualità del prodotto e va da sé che is bendidoris di quei paesi erano accolti con maggior favore. Cosicché, quando a casa mia bussava alla porta qualcuno di questi venditori ambulanti, le prime domande erano: «Iscusimi, ita bendit fosteti?», «Mi scusi, cosa vende lei?», e, saputo che vendeva olio (ma la domanda era retorica perché lo si capiva benissimo dal suo armamentario), faceva seguito l’altra domanda di prammatica: «E de innui est fosteti?», «E di dove è lei?», e la risposta era ovviamente il nome di un paese famoso per is olivarius, gli uliveti, e per la bontà del loro prodotto. Ma c’è da scommettere che su bendidori de ollu de olia, da qualunque parte venisse, fosse abbastanza smaliziato da attribuirsi la cittadinanza di “quel” rinomato paese; tanto è vero che i clienti furbi che conoscevano qualcuno di quel paese, per averne prova, facevano domande specifiche del tipo: «E su tali ddu conoscit?», «E il tale lo conosci?».
Is bendidoris de ollu de olia, per quel che mi ricordo, vestivano calzoni e giacca di fustagno verde, forse per essere attonati con il prodotto che commerciavano. Ve ne erano più o meno attrezzati, a piedi o a cavallo, ma la maggior parte con l’asino. L’olio era contenuto in is lattas o bandonis, bidoni manicati di lamiera zincata, simili a decalitri, da un lato concavi e dall’altro convessi per adattarsi ai fianchi del cavallo o dell’asino che li trasportava. Questi recipienti erano nelle tasche di capienti bisacce di orbace sistemate sul basto, in groppa all’animale da soma. Inoltre su bendidori era fornito di diverse misure di capacità, di solito da un litro e da un mezzo e, ovviamente, di un imbuto, anche se questo utensile, normalmente, era reperibile in ogni famiglia.
La padrona di casa, stando nel cortile, portava i bottiglioni da riempire e faceva la provvista dell’olio per un mese, giusto il tempo approssimativo di una nuova visita del venditore.
Ricordo una singolare figura di bendidori de ollu de olia, noto con il soprannome di Su Trenu, il treno, che viveva e lavorava, negli Anni ‘50, in un paese dell’Oristanese. Forse veniva così chiamato dalla gente perché usava come mezzo di trasporto una vecchia bicicletta fornita di portabagagli anteriore e posteriore ed altri accessori per caricare il massimo di bidoni, bidoncini, misure e imbuti, di modo che il singolare mezzo poteva essere paragonato, con molta fantasia, ad un treno merci.
Su Trenu - il suo nome di battesimo era Giovanni - si fermava spesso a chiacchierare a casa e finì così per raccontarmi le sue avventure di partigiano in Grecia, durante la seconda Guerra Mondiale. Fu lì, in Grecia, nella cittadina di Volos, che egli iniziò a fare il lavoro di venditore ambulante di olio di oliva e, una volta rientrato in patria, ormai innamorato di quel lavoro, continuò a farlo.


SU BENDIDORI DE TRIMULIGIONI
IL VENDITORE DI ESCHE VIVE

«Faccio questo mestiere da più di dieci anni. Prima facevo su cocciulaiu, il raccoglitore di arselle. Ce n’erano in abbondanza nello stagno di Santa Gilla: cocciula bianca e cocciula niedda, arselle bianche e arselle nere. Adesso non ce n’è quasi più nulla. Su tre, quattro ore di lavoro se ne possono pescare un chiletto, giusto per mangiare in famiglia.
Che cos’è su trimuliggioni?, E' un’esca per pesci molto ricercata qui da noi. Guardi, è un verme dentro il suo guscio, è un po’ più grosso di una matita ed è lungo sette-otto centimetri. Sa trimuliggia è un verme rossiccio, come questo, ma senza guscio. Come esche si usano anche is resoieddas de mari o guttillonis, i cannolicchi, e qualcuno usa anche i bocconi, i mùrici, ma sa trimuliggia e su trimuliggioni sono il meglio e i pescatori vogliono quelli.
C’è chi li cerca e li raccoglie e c’è chi, come me, li vende. Si trovano nelle acque basse o nel bagnasciuga dello stagno, e ci vuole tempo e fatica per prenderli. Se ne possono trovare anche mille in un giorno.
A venderli costano trecento lire l’uno e, di queste, cento vanno a chi le vende e sono il suo guadagno.
Fai su bendidori de trimuliggioni e de trimuliggia, fare il venditore di esche vive, è un mestiere tipico di Cagliari, Assemini ed Elmas. Ce ne sono ancora molti; la maggior parte di essi ha la bancarella nella zona che va dalla Marina, dalla stazione delle Ferrovie dello Stato, verso La Plaia, fino al ponte della Scafa e a Giorgino, dove prima c’era un villaggio di pescatori.
Noi venditori siamo in numero chiuso: più di tanti non ce ne stanno. Ci sono i “padroncini” che controllano. Io lavoro per uno di loro; cento lire a me e duecento a lui. Lui, naturalmente, deve pagare il pescatore.
Il mio lavoro non è male: arrivo a incassare anche trecento mila, un terzo è mio, ma bisogna stare quasi tutto il giorno qui, sotto questo riparo, anche buona parte della notte, perché i pescatori è di notte che gettano le lenze dai ponti sopra i canali.
In questo periodo, da queste parti, un po’ più avanti, stanno arrivando quelle lì... proprio di fronte a me ce ne sta una ed io senza volere la vedo, messo qui. La prima sera che è arrivata si è fermata un’auto e si sono appartati in quella stradetta lì a destra. Non per farmi gli affari degli altri... ci sono rimasti mezz’ora giusta. Chissà lei quanto ha preso?! Certo guadagna di più che a vendere trimuliggioni... Ogni sera, si apparta anche sette-otto volte.
Veramente io questo lavoro non potrei farlo, perché ho 47 anni e sono invalido, sono epilettico, in attesa di passare la visita medica per il riconoscimento dell’invalidità. Non potrei fare questo lavoro, perché non dovrei stare mai solo: può venirmi una crisi mentre sono qui.
Io a rubare non sono capace, Dio non mi ha dato la capacità di farlo, perciò faccio questo lavoro, che è meglio di niente...
Con su trimuliggioni si può pescare di tutto: anguille, orate e, in questo periodo, specialmente mormore.
Uno dei più famosi bendidoris de trimuliggioni, che ora è morto, si chiamava Arrulareddu, aveva il tavolo in via Baylle, dove ora c’è il fratello, vecchio anche lui, sempre lì, in quel punto.
Lo stagno è tutto rovinato, hanno dragato tutto, non c’è più nulla da pescare. Di arselle ce n’erano tante e si pescavano tutto l’anno; perfino a gennaio si riusciva a pescarne anche dieci chili in un giorno, anche con le mani gelate... Lei lo sa cosa si deve fare quando si hanno le mani gelate? sempre immerse nell’acqua?… Quando pungono come se fossero trafitte da mille aghi?... Lo sa lei che cosa bisogna fare?… No, non bisogna metterle davanti al fuoco, fa peggio... Bisogna pisciarci sopra, bisogna. Proprio così... è l’unico modo...».17

SA BENDIDORA DE ZAFFANAU
LA VENDITRICE DI ZAFFERANO

«Is Santuingesas, le donne di San Gavino, arrivavano nelle tiepide giornate autunnali con le bustine dei filini di zafferano già dosate: da un grammo o da due, al massimo da cinque; le tenevano in su deventaliu, nel grembiule, con gli angoli rimboccati tenuti con una mano; in una tasca interna della larga e lunga gonna avevano un sacchetto legato da un laccio, dove mettevano i soldi. Andavano prima a casa delle ricche proprietarie, vecchie clienti, che le facevano sedere nel loggiato; una volta sedute potevano liberare i lembi del grembiule e far scegliere le bustine. Se non riuscivano a vendere loro tutto lo zafferano bussavano ad altri portoni offrendo la loro pregiata merce. Le contadine modeste ne compravano una di un grammo, che avrebbero fatto durare per un bel po’. A qualche sposa novella, che non se ne intendeva, spiegavano come dovesse usarlo: perché durasse più a lungo doveva conservare i filini in luogo asciutto e all’occorrenza lo doveva tiriai, sbriciolare; bastava far scaldare la paletta del camino, appoggiarvi sopra i filini dentro un foglio di carta oleata e passarci sopra un ferro liscio, andava bene anche il manico della chiave del portone, e così i filini si sbriciolavano ed erano pronti per l’uso. Qualche volta, quando non avevano fretta, facevano loro stesse la preparazione e di solito erano in due».18


SU CILONAIU
IL VENDITORE DI TESSUTI DI ORBACE

Cilonaiu (da ciloni, italiano antico celone, particolare stoffa a righe) indica genericamente il venditore di stoffe e andrebbe unito o aggiunto a su bendidori de stoffa a baratu, il classico e da noi famigerato venditore napoletano di stoffe. Alcuni di questi bendidoris, sbarcati in Sardegna “con le pezze sul sedere”, da ambulanti sono diventati “stanziali”, hanno, come suol dirsi, messo su bottega, finendo per aprire sontuosi negozi nelle zone centrali delle nostre città, facendo un mucchio di soldi.
Su cilonaiu, più propriamente, vendeva tessuti di orbace. Teli per confezionare saccus nieddus, coberibangus, bertulas, cossus e carzonis de arroda, mantelli del pastore, copri-tavoli, bisacce, corpetti e calzoni corti a gonnellina. Più richiesto era l’orbace nero. Ovviamente non c’era un gran mercato del tessuto dell’orbace, perché quasi tutte le case possedevano un telaio, per la tessitura della lana e del lino, e la produzione era sufficiente a soddisfare le esigenze della famiglia.
A Mogoro e altrove, su ciloni indica la coperta pesante di orbace pertiazzu, bianco e nero, finemente lavorato.


SU BENDIDORI DE SCANNUS
IL VENDITORE DI SEGGIOLE

Benìat cun sa carret’‘e mobenti, de Riora a Orestainu, e giràt tottus is biddas de su logu, de Santajusta finzas a Mibis.
Veniva con un carretto d’asino, da Riola a Oristano, e visitava tutti i paesi della zona, da Santa Giusta fino a Milis.
Portàt sa carretta prena prena de scannus e scannixeddus, calincuna appiccada a sis lingius a sa parti de foras.
Aveva la carretta piena ben stivata di seggiole e seggioline, alcune appese all’esterno, infilate con la spalliera alle sponde.
Portàt scannus e scannixeddus de ‘ognia mesura, po pippius, po piccioccheddus e po genti manna, e puru de cussus prus comudus po is beccius chi bolint accozzai beni sa schina.
Aveva seggiole e seggioline di ogni misura, per bimbi, per ragazzi e per adulti, e anche più comode per anziani che devono tenere la schiena ben appoggiata.
‘Ndi teniat comunus de linna bianca, appena sgrussada, sene tentura o giustu una manu de ollu de linu, cun su fundu de palla comuna grogancia; e ‘ndi teniat aterus de linna bona de castangia tottu traballadas a ferru abrigau, beni rifinius e cun su fundu de palla colorada.
Ne aveva di semplici in legno bianco, appena sgrossato, al naturale o con appena una mano di olio di lino, con impagliatura comune gialliccia; e ne aveva altre di legno di castagno lavorate con incisioni fatte a ferro caldo, ben rifinite e con il fondo di paglia colorata.
Ddus bendiat a pagu pretziu is iscannus e, a bortas, po chini no teniat dinai, faiant a iscambiu cun trigu, fa’, cixiri, gentilla e aterus lorixeddus.
Li vendeva per poco prezzo gli scanni e, a volte, per chi non aveva denari, li cedeva in cambio di grano, fave, ceci, lenticchie e altri legumi.
A mericeddu, a iscurigadroxu, candu fiat ora de torrai a bidda sua, a domu sua, in pratza chi fessit o in sa ruga, bendendi, bendiat ancora prus a baratu po si ‘ndi scarrigai.
Di sera, all’imbrunire, quand’era giunta l’ora di rientrare nel suo paese, nella sua casa, vendeva a prezzi ancora più bassi, pur di scaricarsi.
A urtimu, su bendidori de iscannus torràt a pinnigai tottu sa roba chi fiat atturada sene bendi, s’attuàt su strexu suu - comenti si usat a nai - e si ‘n d’andàt.
Alla fine, il venditore di scanni rimetteva a posto nel carretto tutta la merce rimasta invenduta, si caricava a spalla le sue cose - come si suole dire - e se ne andava.


SU BENDIDORI DE TURRONIS O TURRONAIU
IL VENDITORE DI TORRONE

Su turroni, il torrone, è da noi un dolce tipico di Tonara (e di altri paesi della Barbagia di Belvì, come Desulo e altri) ma è noto e diffuso in tutta la Sardegna. Tuttavia, anche nei Campidani, per esempio a Guspini, appresa l’arte, vi sono famiglie che preparano squisiti torroni, che poco o nulla hanno da invidiare a quelli tradizionali che vengono dalla montagna.
Gli ingredienti principali sono il miele, il bianco d’uovo e le mandorle. Vi sono però torronai che utilizzano le noci o le nocciole al posto delle mandorle.
Su turroni è parente stretto de su gattò, il mandorlato fatto con lo zucchero caramellato.
Assai spesso, ma non necessariamente, is bendidoris de turronis, i venditori di torrone, sono anche turronaius, facitori di torroni. E’ immancabile la loro presenza in occasione di feste o sagre paesane, anche le più modeste. Essi presentano e vendono il loro prodotto sopra uno o più tavoli che, ai lati della strada, dove si svolge la festa, si affiancano uno all’altro, costituendo le tradizionali paradas, una sorta di popolare esposizione delle offerte del mercato isolano di ogni genere di prodotto, dagli utensili da lavoro per il contadino o per il pastore, a quelli della cucina per la massaia, ai giocattoli per i fanciulli, fino alle cibarie e ai dolciumi.
Anticamente, su turroni consisteva in un blocco di qualche chilo e si vendeva a pezzi da uno a più etti, che su turronaiu tagliava magistralmente con un coltellaccio pesante come un “machete” detto gorteddu de mesa, coltello da tavola.
Una volta pesato, veniva avvolto in carta spessa, oleosa, su cui il dolce non si attacca - o si attacca di meno, a mia infantile esperienza.
Su turronaiu, come dovrebbero essere tutti is bendidoris che vogliono vendere, era di modi assai gentili e, a richiesta dell’acquirente, se il pezzo di torrone andava mangiato lì per lì, a passeggio lungo is paradas de sa festa, con rapidità e maestria, dando dei piccoli colpetti con la punta della sua pesante e affilatissima lama, lo sminuzzava, riducendolo in tanti pezzetti, bocconcini dolci e croccanti, da mettere in bocca uno dopo l’altro.


SU BENDIDORI DE CIXIRI E FA' ARRUSTU
IL VENDITORE DI CECI E FAVE ARROSTO

Non soltanto in occasione di feste, ma ogni domenica, su bendidori de cixiri e de fa’ arrustu, il venditore di ceci e di fave abbrustoliti, arrivava nella piazza del paese con il suo tavolo a spalla e lo sistemava in un angolo discreto, ma ben visibile e accessibile ai suoi affezionati clienti - non proprio a fianco del portale della chiesa, ché il parroco non amava confondere il sacro con il profano, e lì, per fede e per tradizione, dovevano stare i mendicanti, specie quelli handicappati, che generano nella gente sentimenti buoni, quali la pietà e la generosità.
Su bendidori recava con sé su scannu po si pausai factu factu e is sacchittus cun su cixiri e sa fa’ arruistius, la seggiolina per riposare ogni tanto e i sacchetti contenenti i ceci e le fave abbrustoliti. E se era bendidori ben fornito, allargava la vendita dei suoi “passatempi” a su pisu de crocoriga, sa nuxedda e a su cacau, ai semi di zucca, alle nocciole e agli arachidi - tutti debitamente abbrustoliti, per la gioia dei paesani di ogni età, “aficionados” di tali “passatempi”.
Sistemata sopra il tavolo la sua mercanzia, su bendidori de sa dominiga, il venditore della domenica, iniziava la sua giornata lavorativa.
Cixiri, nuxedda, fa’ e pis’‘e crocoriga, ceci, nocciole, fave e semi di zucca, si vendevano a misurini, che su bendidori versava direttamente nella tasca del compratore - per risparmiare tempo e denaro non faceva quasi mai il cartoccio: alle ragazze, quei “passatempi” venivano versati con il misurino in un fazzoletto da naso - pulito, si capisce - di cui le fanciulle erano sempre fornite e che tenevano, civettuole, infilato nella manica del corpetto o della camicia, lasciando un lembo fuori per poterlo estrarre con grazia ed eleganza.
Su bendidori de cixiri no est gasi mai strangiu, il venditore di ceci non è straniero, non viene da fuori, come altri venditori, ma è una figura tipica della comunità, che la domenica, o in occasione di festività, fa quel mestiere; mentre negli altri giorni ne fa un altro - ma sempre legato al commercio. Intanto, deve dedicare almeno un giorno della settimana alla torrefazione dei ceci, delle fave e, se la sua attività si allarga, delle nocciole, degli arachidi e di altri simili prodotti, che ha comprato all’ingrosso nei paesi produttori. Di solito, alla torrefazione sovrintendono la moglie, le figlie o le zie; insomma, le donne della sua famiglia o del suo “clan”, in quanto più esperte degli uomini nelle faccende relative al forno.


SA BENDIDORA DE PIRICHITTUS
LA VENDITRICE DI PIRICHITTUS

Se richiamo alla mia memoria una bendidora de pirichittus, fra le tante che ho visto e osservato con la mia infantile curiosità di sempre, appare ai miei occhi zia Luigina, una donnetta anziana, minuta, della quale si vedevano appena le mani e una fetta di viso con naso bocca mento, tanto era chiusa, infagottata nei suoi pesanti abiti alla sarda e ricoperta nell’ampio scialle nero.
Era solita sedersi in piazza della Torre, a Oristano, an de su bar de Ibba, davanti al bar di Ibba, punto centrale e assai affollato della cittadina, frequentato da vitelloni e sfaticati e, naturalmente, dai soliti intellettuali che andavano a discutere di politica. Se era una bella giornata, sedeva sull’orlo del marciapiede, tutta raccolta sotto la gonna e lo scialle, con la sua vetrinetta davanti, dove facevano mostra i suoi pirichittus, mustazzolus, pistoccus moddis, dolci tradizionali della nostra terra, comuni in tutta l’Isola, i cui nomi non sono, per quanto ne so, traducibili. Oltre a questi dolci, talvolta, vendeva anche quelli fatti con le mandorle e ancora, a novembre, durante la Festa dei Morti, i dolci fatti con uva passa e sapa.
Non usava richiamare in alcun modo la gente che passava numerosa davanti a lei. Attendeva muta, immobile che qualcuno si fermasse, e, senza neppure chiedere, le facesse un cenno con il dito per indicarle, dentro la vetrinetta, il dolce desiderato. Allora, zia Luigina, apriva il lato incernierato, quello dalla sua parte, socchiudeva la vetrinetta e, avvolgendolo alla buona, con un foglietto di carta velina, porgeva all’acquirente il dolce richiesto.
Quando il tempo si raffreddava, si spostava e sedeva raccolta sulla soglia di una casa, sempre lì vicino, e attendeva così, immobile, in silenzio, i compratori.


IS BENDIDORAS DE DURCIS
LE VENDITRICI DI DOLCI

A Oristano erano assai note e celebrate le sorelle Cruccas, specialiste nell’arte della pasticceria, che avevano una offelleria familiare in piazza Manno, quella dove stavano, uno davanti all’altro, il carcere ed il ginnasio.
Mia madre, di origine dorgalese ma nata a Santa Giusta, delle sorelle Cruccas era amica, nonché affezionata cliente, e già da ragazzo mi recavo nella loro bottega in sua compagnia per fare compere.
Facevano, queste sorelle pasticcere, squisitissimi dolci sardi, che esponevano nelle loro scaffalature a vetrine. Tanti erano i dolci di loro produzione che è difficile per me ricordarli tutti con il solo ausilio della memoria.
La maggior parte erano fatti di mandorle, intere, tritate o in pasta, come is guefus e is amarettus; poi, c’erano quelli fatti con l’uva passita e/o con la sapa, come is pabassinus, su pani de saba; e, infine, i dolci fatti con la pasta di farina lavorata in modo speciale, con o senza uova, lasciata fermentare più o meno a lungo, come is pirichittus, is mustazzolus e is pistocus moddis. In particolare, ricordo le mandorle zuccherate, che compravo per la ragazza di cui mi ero innamorato, per offrirgliele durante i nostri incontri segreti nella marina dell’Oristanese. Quelle mandorle - si diceva - erano afrodisiache e, solo per questo, erano complici attive di ogni incontro galante.


SU PANETTERI
IL PANETTIERE

E’ un mestiere antichissimo. La figura de su panetteri - si dice - è sempre esistita. Dovremmo dire, de sa panettera, della panettiera, perché fare il pane è un’arte propria delle donne, un’arte in cui esse sono specialiste, come nel settore dolciario che è affine, seppure la produzione del pane, a livelli industriali, è quasi del tutto in mano agli uomini.
Fino a tempi recenti, is panetteris, i panettieri, e is panetterias, le panetterie, si trovavano esclusivamente nelle città, dove la maggior parte dei residenti era impiegata nell’industria, negli uffici e nella burocrazia; in genere, tutta gente che, non avendo la possibilità di farselo in casa propria, doveva necessariamente acquistare il pane già confezionato. Al contrario, nei paesi e nei villaggi, non esistevano panetteris e panetterias, poiché ogni famiglia, anche la più povera, possedeva un forno a legna ed era attrezzata per fare il pane. Non vi era famiglia che non rimediasse, in un modo o nell’altro, qualche pugno di grano per farsi un po’ di pane, con qualche prestazione d’opera, o, anche, ricorrendo a prestiti o ad anticipi sul lavoro in via di svolgimento presso il padrone.
Va ricordato che il grano era la moneta corrente e, allo stesso tempo, l’alimento quotidiano. Il bracciante, per il suo lavoro in campagna, veniva pagato dal proprietario terriero con starelli di grano. Così pure i servi e le domestiche. Il grano veniva usato come moneta di scambio nell’acquisto del bestiame, come moneta corrente per pagare gli affitti dei terreni, il sarto, il barbiere e altri artigiani e perfino per acquistare, nei negozi e nelle botteghe, stoffe o commestibili, come il caffè e lo zucchero, che il contadino non poteva produrre - seppure spesso usava i surrogati, per esempio i ceci e l’orzo per il caffè, o il miele e, più comunemente, la sapa per lo zucchero.
Residuano nella memoria di molti nostri paesi diversi modi di fare il pane per conto terzi, dietro compenso:
- fare il pane per i soldi, vendendolo a peso, dopo sfornato, con un prezzo, di solito in grano, che variava secondo la pezzatura e secondo il tipo di ingrediente adoperato per farlo: di semola, di farina, integrale, condito, e così via;
- fare il pane in cambio del grano: un chilo di pane per un chilo di grano. Il guadagno per la famiglia che faceva il pane consisteva nel 20% circa di aumento del peso del pane, rispetto al peso del grano. Inoltre, alla famiglia restava la crusca, assai utile per alimentare gli animali da cortile, specie is puddas, is anadis, is coccas e is pioncus, le galline, le anatre, le oche e i tacchini.
- Fare il pane in cambio della farina: un chilo di pane per un chilo di farina. Anche qui, il guadagno consisteva nella crescita data dall’aumento di peso del pane, rispetto alla farina, aumento del 20% circa.


SU PRANGAXU O CRANNAZZERI
IL MACELLAIO

I termini prangaxu e crannazzeri indicano colui che vende al dettaglio le carni macellate. Pezza de sa panga, carne di macelleria, è la carne venduta da su prangaxu, dal macellaio. Sa panga era solitamente la loggetta, in un lato della piazza, riservata alla vendita delle carni macellate. Anticamente, non esistendo i macelli comunali, gli animali venivano uccisi, scuoiati e squartati nei cortili di casa o nei bugigattoli dietro sa panga, nel retrobottega della macelleria.
Ancora negli Anni Sessanta, nei nostri paesi, la macellazione degli animali, buoi compresi, avveniva pubblicamente, con metodi e tecniche assai primitive e, talvolta, anche avventurose.
In un grosso centro della provincia di Oristano, il venerdì mattina di ogni settimana, i tifosi di tauromachia si ritrovavano in una piazzetta del centro.
Dalle otto alle nove, cominciava l’arrivo dei camion con le bestie: cinque o sei bovini, secondo il periodo. Gli intenditori, già da un esame sommario, tiravano i pronostici sull’andamento della “corrida”. La competizione aveva inizio nel costringere i buoi a scendere dal mezzo; questi, fiutato il pericolo, puntavano gli zoccoli e volgevano minacciosi le corna. Frastornati dal viaggio, con funi e con pungoli venivano, infine, scaraventati sull’asfalto.
A quei tempi, il signor P.C., spettatore abituale, rilasciò questa testimonianza.
«La macellazione avviene nello stanzino attiguo al banco di vendita. Spesso, i buoi vengono ammazzati per strada o sull’uscio, perché la bestia sente l’odore del sangue e non vuole entrare. Lo ammazzano lì e lo trascinano dentro, poi».
Uccidere un bue in tale precaria situazione non era compito facile. Sovente, si improvvisavano vere e proprie “corride”, cui assisteva numerosa folla, che aveva per teatro le strade del centro. Talvolta, prima di soccombere, la bestia si difendeva egregiamente, mandando qualcuno a medicarsi ed a ricucirsi.
Tra gli spettatori più assidui, i ragazzini. Ecco quel che scrisse nel suo compito in classe una bambina.
«A me non impressiona quando uccidono i buoi, temo soltanto che qualcuno possa scappare e poi prendere a cornate i macellai… Li uccidono con una pistola muta sparando al cervello… il bue cade a terra e poi esce il sangue… il padrone prende il coltello affilato e gli taglia il collo per fargli uscire il sangue e poi con il piede lo pompa…».
La piccola testimone descrisse molto bene l’avvenimento, con una variante: il macellaio - “toreador” che “mata” il toro non usa la pistola, per altro già diffusa altrove, a quei tempi, ma lo stiletto, proprio alla maniera del “matador”.
Il metodo di dissanguare l’animale “pompandolo”, cioè premendo con i piedi sul suo corpo, era quanto mai semplice ed efficace. D’altro canto, era assai arduo tenere il bue sgozzato appeso al soffitto.
L’ultima fase, quella dello scuoiamento, veniva riservata agli aiutanti de su crannazzeri, del macellaio, che sapevano staccare con maestria la pelliccia dalla carne.
Nulla veniva perso dell’animale macellato: la carne, con o senza ossi, veniva tagliata e selezionata da su segadori, l’addetto al taglio ed alla selezione, per essere poi venduta in sa panga, nella loggia. Così pure la corata, mentre le budella, non facilmente utilizzabili quelle dei bovini, venivano gettate nei letamai, dove sfamavano animali randagi quali cani, gatti e topi. Le corna potevano essere utilizzate in diversi modi: lasciate nel cranio, una volta essiccato, diventavano il bucranio, un potentissimo amuleto che infitto in un palo proteggeva orti ovili e cortili di abitazione dai demoni del male.
Dalle corna di bue tagliate, lavorate con apposite sgubbie o incise con il pirografo (anticamente si usava una punta di ferro incandescente) si ottenevano recipienti di uso comune. In particolare, il classico corno per la polvere da sparo, quando ancora si usavano i fucili a bacchetta, e le ugualmente famose tabacchiere, di ogni foggia e stile, talvolta istoriate con preziose incisioni.

Una utilizzazione assai singolare delle corna del bue appena macellato era quella che ne facevano i fanciulli dei paesi dell’Oristanese, prospicenti stagni e paludi: tagliati e gettati sul fondo delle acque basse, melmose, diventavano rifugio di grasse anguille, che, dopo aver piluccato i grumi di sangue e di midollo, vi si rifugiavano appisolandosi. A quel punto, i ragazzi, che tenevano il corno legato ad una funicella, lo estraevano accortamente dall’acqua, guadagnandosi un lauto pranzetto.


SU SEGADORI
L’ADDETTO AL TAGLIO DELLE CARNI IN MACELLERIA

Era detto su segadori l’addetto al taglio ed alla selezione delle carni macellate. Un compito che attualmente è tornato in auge, specie nei supermercati, dove le carni vengono suddivise in molteplici parti, e poi confezionate in quantità standard, ciascuna con un proprio prezzo.


SU CAVALLANTI19
IL CAVALLANTE

«(Fino alla metà di questo secolo) le vie campestri, sorte per i bisogni dell’agricoltura erano tortuose e tanto malagevoli che a malapena consentivano il transito dei carri a buoi per il trasporto della legna da ardere per la provvista dell’inverno, dei covoni al tempo della mietitura e del letame in autunno per fertilizzare i campi. Ma non consentivano il passaggio del calesse e delle carrette, veicoli, d’altronde, allora ancora sconosciuti agli abitanti del paese.
Il carro a buoi poteva tutt’al più servire per il trasporto delle merci da un paese all’altro ma non quello delle persone sia per gli scossoni, sia per la lentezza.
In quelle condizioni ambientali il cavallo rimaneva l’unico mezzo di trasporto e di comunicazione comodo e celere con gli altri centri abitati.
Non c’era proprietario che non ne possedesse uno, non perché servisse per i lavori dei campi, perché per questo bastava l’opera dei buoi, ma per gli altri molteplici bisogni della famiglia e per i rapporti intercorrenti con gli abitanti degli altri paesi.
Il bisogno di possedere un cavallo era vivamente sentito anche dagli altri ceti meno abbienti della popolazione, dai mezzadri ai giornalieri, per i quali il possesso di un cavallo significava la liberazione dalla schiavitù della zappa e dei trasporti a prestito.
Quelli che possedevano qualche campicello avevano ora modo di coltivarlo più agevolmente con l’opera del cavallo e potevano provvedere con mezzi propri al trasporto dei raccolti.
Chi non aveva terreni da coltivare aveva modo di dedicarsi ai piccoli commerci.
Questi piccoli commercianti prendevano il nome di cavallantis.
Molti si dedicavano alla raccolta e al commercio delle ghiande, altri a quello del carbone di radica di scoparia per approvvigionare le fucine dei fabbri del paese e dei paesi vicini e lontani, perché quel carbone ricco di potere calorifero sostituiva in tutto e per tutto il carbon fossile d’altronde sconosciuto ai fabbri dei nostri villaggi; altri davano l’assalto ai tronchi di elci e di quercia caduti per vecchiaia, abbattuti dal fulmine o dalla furia del vento nei vicini boschi di Monte Arci, riducendoli, a colpi di scure e coi cunei in schegge e trasportando i carichi per venderli nei paesi vicini, nei quali difettava la legna per i bisogni dell’inverno; altri più scaltri impiegavano i loro sudati risparmi per l’acquisto del grano a basso prezzo nel periodo del raccolto, per trasportarlo e rivenderlo a caro prezzo nei paesi in cui il raccolto era stato scarso.
Ogni trasporto era di due starelli e mezzo.
Sul basto, un’apposita sella da trasporto rozza e senza staffe, veniva caricato un lungo sacco di grano piegato in due a guisa di bisaccia contenente uno starello e mezzo di grano, saccu de tres quarras, coi due capi pendenti dai lati opposti della sella; l’altro sacco contenente uno starello, saccu de moi, ben ricolmo e perciò rigido, veniva adagiato sul primo ed entrambi legati solidamente al basto con due robuste corregge di pelle di cui esso era fornito.
Sulla groppa del cavallo prendeva posto il cavallante con le gambe penzoloni e coi gomiti appoggiati sul carico mentre con le mani teneva le redini e la frusta.
Il viaggio, spesso lungo, non era molto comodo, ma il commercio era redditizio ed il pensiero di cospicui guadagni faceva dimenticare quasi per incanto il disagio patito durante il viaggio.
Quel commercio cominciava alla fine dell’autunno e si protraeva per tutto l’inverno fino a primavera inoltrata e chi vi si dedicava riusciva a racimolare gruzzoli non indifferenti da consentire l’acquisto di terreni sufficienti a formare piccole e grandi proprietà e a raggiungere posizioni doviziose.
Altri cavallanti si dedicavano al commercio dei pesci recandosi settimanalmente alle peschiere di Pontis, di Sassu e di Marceddì per acquistarvi i muggini a buon prezzo e rivenderli poi alla popolazione del paese e di quelli vicini.
Spesso essi ottenevano i muggini in cambio dei prodotti della terra, specialmente di legumi.
Anche i pescivendoli usavano bardare i cavalli con la speciale sella da carico dalla quale facevano pendere lateralmente (una per parte) cestelle di forma speciale, goffisceddas, intessute di verghe e di canne, dove venivano riposti i pesci, riservando quale posto di viaggio per loro le groppe del cavallo.
In quei tempi il ghiaccio era sconosciuto nei nostri paesi, perciò i pescivendoli compivano il viaggio di andata e ritorno durante le ore notturne.
Partivano al crepuscolo per arrivare nelle peschiere nelle prime ore della notte e fatto il carico, dopo un breve riposo, ripartivano nottetempo per raggiungere il paese alle prime luci dell’alba con i pesci ancora saltellanti.
Altri cavallanti traevano il tanto da vivere trasportando settimanalmente la biancheria da ricambio e qualche pane casereccio a quelli che lavoravano nella miniera di Monte Vecchio e di Ingurtosu e riportavano alle famiglie la biancheria sporca, qualche provvistina di coloniali e soprattutto le rimesse settimanali di denaro per i bisogni della famiglia.
Era questo un incarico di fiducia per questi umili lavoratori, di cui essi andavano giustamente orgogliosi, anche se la mercede ricevuta dalle famiglie per il loro duro e delicato lavoro, non era molto remunerativa.
Per tutto il loro lungo servizio non si sentì mai un lamento nei loro confronti. Fu questo un tacito riconoscimento della loro provata onestà.»20


SU STANGHERI
IL TABACCAIO

Stangheri è colui che gestisce su stangu, il tabacchino, dove un tempo, qui in Sardegna, si vendeva tabacco e chinino; a differenza del Continente dove con i tabacchi si vendeva il sale, anche questo monopolio di Stato.
La gestione de su stangu, del tabacchino, costituiva una sorta di sussidio che le autorità statali concedevano alle vedove di guerra, per lo più di sottufficiali dei carabinieri o della finanza, morti in quello che viene chiamato “l’adempimento del proprio dovere”. Da parte dello Stato, per altro scialacquatore, era un modo di risparmiare sulle pensioni dei suoi più umili servitori.


SU ZILLERI
L’OSTE

Zilleri indica, nella parlata settentrionale e logudorese, la bettola, la taverna; mentre l’oste, o il padrone della taverna, è detto zillerarzu o zilleraju.
Poco usato nella parlata campidanese (di comune uso magasineri) il termine zilleri, che indica sia la bettola che il bettolaio. In alcuni paesi, tra questi Guspini, indica soltanto il barista, colui che mesce e serve al banco o ai tavoli il vino o i liquori, sia che tale attività sia svolta in una buttega de binu o butteghinu, in una bettola, o in un bar, bar, o in unu magasinu, una cantina privata, aperto stagionalmente al pubblico.21


SA MAGASINERA
LA BETTOLAIA

Sa magasinera fiat sa chi bendiat binu in su magasinu, casi sempiri in domu propria. La bettolaia era colei che vendeva vino in uno stanzone, quasi sempre in casa propria. Il vino che si vendeva era in gran parte vino di produzione familiare. Un modo spiccio e diretto per vendere la quantità di vino eccedente il fabbisogno della famiglia.
Altre volte sa magasinera vendeva il vino nella bettola vera e propria, cioè la rivendita pubblica autorizzata, detta in sardo butteghinu (buttega de binu), o anche magasinu.
Is magasinus o butteghinus, le bettole o rivendite di vino, pubblici o privati che fossero, in molti nostri paesi erano segnalati con un ramo di palma o di olivo o anche, come nell’Oristanese, con su pinnoni, uno straccio (bianco o nero secondo il vino venduto), pinzato ad un pezzo di canna, infilato negli interstizi del muro in mattoni crudi. Tali segnali di richiamo per i bevitori del paese (o po is istrangius, o per i forestieri) venivano applicati a lato della porta d’ingresso.
All’interno de su magasinu, il più delle volte in sa cambara manna, nel salone d’ingresso, vi si trovavano gli arredi essenziali della bettola: a lato, d’angolo, vicino alla porta d’ingresso, onde avere il controllo di chi entrava e usciva (per la verità in paese tutti si conoscono e l’onestà è un fatto anche di pubblico controllo). Sopra il tavolo, i litri e i mezzi litri, i bicchieri, un secchio d’acqua per lavarli dopo l’uso, e la damigiana del vino corrente, quando si era in su magasinu privato, dove si vendeva di volta in volta soltanto una varietà di vino di cui il proprietario aveva abbondanza; mentre nel locale pubblico vi erano, di solito, diverse varietà di vino, come minimo il bianco e il nero. Dietro il tavolo sedeva sa magasinera, la bettolaia, che aveva a portata di mano gli strumenti del suo lavoro e un cassetto del tavolo dove riponeva i soldi degli avventori.
Nel locale non vi erano tavolini e i clienti sedevano sulle tradizionali panche di legno o su scanni bassi o, alla peggio, su tavoloni appoggiati sopra blocchetti di cemento e quando avevano finito di bere si alzavano, all’inizio saldi, poi sempre più traballanti, e andavano al tavolo della ostessa-dispensatrice di vino, per farsi riempire ancora una volta il bicchiere. Nel bel tempo, specie durante l’estate, l’osteria si spostava dal chiuso all’aperto, nel cortile acciottolato della stessa casa o in quella di una vicina.


SU MAGASINERI
IL BETTOLAIO

Su magasineri, il bettolaio, è colui che gestisce su magasinu, la bettola, o che vi lavora mescendo e servendo da bere agli avventori, sia al banco, sia ai tavoli situati all’interno o all’esterno del locale - nel cortile, nel marciapiede della strada o del piazzale prospicente.
Nell’accezione più larga e più attuale, su magasineri è il mescitore di vino e liquori, quello che oggi vien chiamato barista. Un mestiere un tempo assai ambito per chi era di salute malferma o che comunque voleva risparmiarsi il duro lavoro dei campi, in balia delle intemperie.


SU MAGASINERI
IL MAGAZZINIERE

Magasineri, magazziniere, è anche detto colui che controlla o gestisce unu magasinu, un magazzino - inteso nel senso di locale dove confluiscono granaglie, magasinu de trigu, o altro (pomodori, cocomeri, mangimi, ecc.) o dove vengono conservati all’ingrosso derrate alimentari o capi di vestiario.


SU CANTINERI
IL CANTINIERE

Non interessa qui su cantineri, custodiu de sa cantina (come lo definisce il Porru nel suo Dizionariu), dove cantina è intesa nell’uguale senso italiano di “luogo dove si conserva il vino”, o di dispensa. Cantineri era anche chiamato il gestore de sa cantina, lo spaccio che, nelle miniere, veniva affidato dalla direzione ai loro accoliti o lacchè, che più si erano distinti nello sfruttamento degli operai, in qualità di caporalis - com’erano detti gli odiatissimi sorveglianti - quasi tutti reclutati nel Continente.
“Con le cantine, le amministrazioni si riprendono interamente i salari di fame dati ai lavoratori, e inoltre li costringono a indebitarsi, legandoli mani e piedi allo sfruttamento. Le cantine sono gli unici negozi di alimentari e di merci varie esistenti nelle zone minerarie; e in queste soltanto i lavoratori possono acquistare ciò che occorre per vivere. Le amministrazioni delle miniere le organizzano e le fanno funzionare direttamente o attraverso loro fiduciari. «La cantina è il primo filone di guadagno dei padroni della miniera», dirà un operaio alla Commissione (d’inchiesta parlamentare sulla situazione dei minatori sardi). Non solo i generi alimentari e le merci delle cantine sono scadenti; non solo i prezzi sono maggiorati; ma vi si pratica il truk system (mi piace tradurlo “sistema a trucco”!), cioè il pagamento in natura del salario. I padroni consegnano, al posto del salario in moneta o come parte di esso, dei buoni utili per l’acquisto nelle loro cantine. Era considerata «mancanza gravissima» quella del minatore che non acquistasse nello spaccio padronale, e veniva di conseguenza licenziato. Le cantine davano anche a credito. La somma relativa alla merce acquistata a credito veniva registrata come debito e maggiorata con un forte interesse. Le cantine concedevano anche piccole somme di denaro in prestito, che venivano poi sottratte dalla paga quindicinale. La stessa Commissione rileva che il prestito a usura arrivava all’interesse del 700 per cento! Una volta afferrato nell’ingranaggio del truk system, l’operaio non ne usciva più: poteva salvarsi soltanto con la fuga, dandosi alla latitanza sui monti della Barbagia o emigrando in Africa”.22


SU FORTUNELLU
IL FORTUNELLO, CHI DA’ L’OROSCOPO

Quando io ero ragazzo, il termine fortunellu indicava il venditore e la venditrice dei biglietti della fortuna, una sorta di oroscopi stampati, dove ciascuno poteva leggere cosa gli serbava il futuro sul piano economico e sentimentale.
Su fortunellu era costituito per lo più da una coppia di girovaghi che venivano non si sapeva da dove; solitamente, lui era un cieco che portava sul petto, trattenuta da bretelle, una gabbia, con un pappagallino, ai cui lati vi erano dei cassetti con biglietti di diverso colore, e lei era una donna giovane che suonava la fisarmonica, cantava e attirava i passanti, invitandoli a farsi dare dal pappagallino il “fortunello”, il biglietto della fortuna. Tali biglietti stampati erano separati e di colore diverso a seconda del sesso e dell’età del richiedente.
La donna invitava il pappagallino a scegliere, per esempio, nella cassetta: femmina, giovane; e questo, acchiappando con il becco un foglietto, lo porgeva alla donna che, a sua volta, lo consegnava alla fanciulla richiedente.
Non ricordo quanti centesimi costasse un “fortunello”; certamente pochi: ricordo che i clienti più assidui erano fanciulle, le quali, ogni volta che i girovaghi entravano in paese, si precipitavano in strada desiderose di conoscere il loro futuro, specie quello sentimentale.


SU BENDIDORI DE CANZONIS E GERAVALLIUS
IL CANTASTORIE E VENDITORE DI ALMANACCHI

Is bendidoris de canzonis e de geravallius, i cantastorie e venditori di canzoni e di almanacchi, erano ambulantis, ossia girovaghi, che, sempre in coppia, andavano e venivano da un paese all’altro dell’Isola, trasportati da un carro trainato da un cavallo.
Quasi sempre si trattava di una coppia di coniugi o conviventi. Approdati nella prima piazza di paese, lui, cieco, seduto in una panchetta, suonava la fisarmonica e cantava o narrava i fatti descritti nelle canzoni; lei cantava con lui, o a lui si alternava nel canto o nella narrazione, e vendeva alla gente, che si raccoglieva intorno a loro, le canzoni scritte e illustrate e is geravallius, sorta di almanacchi o lunari, con notizie utili al contadino sulle lunazioni e i tempi per la semina, per la cura e per il raccolto e la buona conservazione di ogni vegetale. (Assai diffuso da noi l’Almanacco di Barbanera, detto semplicemente su geravalliu)
La coppia viveva praticamente nel carro da viaggio, chiuso all’esterno con un incannucciata di forma cilindrica, ricoperto di tela impermeabile, e arredato con stuoie e panchette nel suo interno. La gente non era malevola nei loro confronti, tuttavia, certamente influenzata dal moralismo cattolico, che vedeva in codesti girovaghi un pericoloso amore per la libertà, giudicava la donna girovaga come una poco di buono che, per arrotondare le misere entrate della vendita delle canzoni, si dava nottetempo ai maschi del paese - tanto “il marito, o amante che fosse, in quanto cieco, non ci vedeva e, per il resto, faceva finta di non sentire”.


S’AMBULANTI
L’AMBULANTE

Ziu Licu e zia Lica erano una coppia di girovaghi, la cui attività era quella di bendidoris de canzonis e de geravallius, di cantastorie e di venditori di almanacchi. Lui suonava l’armonica e cantava, lei vendeva le canzoni. Erano tutti e due anziani - almeno lo erano per me ragazzino. Lui era asciutto, dal portamento eretto, vestiva di fustagno marrone, con la camicia bianca senza colletto, come usavano i contadini dell’epoca, il “gilet”, la giacca e i calzoni un poco svasati alla caviglia, con gli spacchetti laterali. Lei era una donna bassa e robusta, agile e forte. Ziu Licu era cieco e zia Lica lo accudiva - per quel che non poteva fare, non vedendo.
Abitavano in una casetta vicino alla mia e in quei pochi giorni che vi si trattenevano, mi recavo da loro, curioso di conoscere le storie che ambedue sapevano raccontare. Ziu Licu narrava di fatti straordinari che accadevano nel nostro mondo - che era poi il mondo dei Sardi, contadini e pastori. Zia Lica raccontava più volentieri le loro avventure di viaggio. Le storie dell’uno e dell’altra si intrecciavano e si confondevano spesso, come quando descrivevano, durante uno dei loro misteriosi viaggi, lo scenario cupo e tragico di un temporale, con il cielo solcato da vividi lampi, con lo scrosciare della pioggia torrenziale, rotto a tratti dal fragoroso rimbombo dei tuoni, e, proprio in quel particolare momento, la coppia si imbatteva in un famoso latitante, che finiva per commuoversi lasciando loro una moneta d’argento, in cambio di un pane.
Nella memoria, ho immagini chiare di ziu Licu e zia Lica. Di lui, seduto nel cortiletto, all’ombra del muro di casa, su uno scanno basso, in maniche di camicia, mentre toglie dal taschino del corpetto un grosso orologio e, con lo sguardo fisso davanti a sé, con dita agili e sicure, lo apre, sfiora le lancette con il polpastrello di un dito e mi dice l’ora. Ovviamente, il suo orologio non aveva il vetro. Ogni volta che potevo, con una scusa o con l’altra, gli chiedevo l’ora. Se ero appena arrivato o se mi trattenevo a lungo: «Per favore, che ore sono?», e ziu Licu, paziente, infilava la mano nel taschino, ne estraeva il suo Rosckoff, lo apriva e lievemente con i polpastrelli individuava le lancette e mi dava l’ora. Ed io, che vedevo, mi stupivo che lui, non vedente, fosse così bravo da non sbagliare mai di un solo minuto.
Quando arrivavo, zia Lica portava da casa uno scanno, lo metteva in cortile, vicino a quello in cui stava seduto ziu Licu, e mi faceva accomodare. Quando non aveva faccende da sbrigare - sempre poche, per quel che ricordo - si sedeva anche lei con noi, tirandosi sotto la gonna ampia per ammorbidire i sassi ruvidi dell’acciottolato.
Qualche volta ziu Licu suonava la fisarmonica e cantava. Lo faceva per tenersi in esercizio e forse anche per concedermi qualche immagine del suo spettacolo. Per me era festa grande, allora. E zia Lica mi faceva vedere i fogli con le canzoni illustrate, che lei vendeva al pubblico che si raccoglieva intorno al loro carro nelle piazze. Talvolta mi chiedeva di leggere. Lei era analfabeta, ciononostante riconosceva una canzone dall’altra e le sapeva ripetere tutte per filo e per segno. Non ho mai capito come facesse. Ogni canzone era stampata a caratteri belli chiari su un foglio colorato grande come un quotidiano di allora. Nel margine superiore c’erano delle tavole disegnate - le immagini erano ricorrenti: la facciata di una chiesa con gli sposi novelli e, poi, una donna, vestita da popolana, con un bimbo in braccio e una pistola puntata sullo sposo. Sotto le tavole, su due o tre colonne, c’era la canzone in versi, che raccontava la storia di una fanciulla sedotta e abbandonata da un perfido amante, che da questa veniva ucciso mentre si sposava con un’altra.
Il cortile dei due cantastorie ambulanti era piccolo: ci stava a malapena un fico, che con i suoi rami copriva anche buona parte del tetto della casetta. Eppure loro due, con il suono dell’armonica e con il canto, riuscivano a farlo diventare, ai miei occhi, il teatro più grande del mondo, dove si rappresentava uno spettacolo tutto per me, uno spettacolo cui mai più ho potuto assistere.
Zia Lica e ziu Licu non si trattenevano mai più di una settimana nella loro dimora in paese. In breve facevano i preparativi e si rimettevano in viaggio. Stavano fuori anche per mesi.
Quand’era estate partivano al tramonto e d’inverno all’alba, con il loro carro chiuso a botte dal telone grigio, fermato su tre semicerchi di ferro, fissati alle sponde, uno al centro e gli altri due ai margini. Di dietro, il telone aveva la forma circolare ed era completamente chiuso, mentre sul davanti si apriva al centro come una tenda a due teli, e da lì si accedeva all’interno dell’abitazione che, a me ragazzo, appariva piena di fascino.
Il giorno prima della partenza, zia Lica riponeva ordinatamente nel fondo del carro la biancheria e il vestiario, la stuoia e le coperte che servivano da giaciglio e, infine, le cibarie, per lo più grandi pani, formaggio e carne affumicata. Il cavallo veniva accudito con maggiore premura, servito di buona biada e perfino di ceci. Il cagnolino, un volpino bianco a macchie nere, veniva fornito di un collarino con i sonagli: doveva sentire la partenza imminente ed era irrequieto, correva di tanto in tanto sotto il carro, dove per lungo tempo, legato con una funicella all’asse, avrebbe viaggiato, o riposato, al riparo dalla pioggia o dai dardi del sole.
Per quel loro partire all’alba o al tramonto, nessuno in paese si accorgeva della sparizione dei due ambulanti, se non passando davanti alla loro casa che mostrava le imposte serrate.
Appresi allora, da fanciullo, che tante sono le attività che può svolgere l’uomo e che questa di ziu Licu e zia Lica era una delle più antiche e delle più nobili: viaggiare, conoscere e comunicare, facendo coincidere il vivere con il lavorare.


SU BENDIDORI DE SABONI, VARECHINA E ASULLETA
IL VENDITORE DI SAPONE, VARECCHINA E AZZURRITE

«Periodicamente, diciamo ogni quindici giorni circa, passava in paese un carretto trainato da un cavallo, sostituito, più avanti nel tempo, da s’apixedda, il motofurgoncino APE, o da un camioncino. Si fermava in ogni rione per rifornire le massaie dei materiali detersivi necessari alla pulizia della casa, della roba e della persona: saboni, varechina e asulleta, sapone, varecchina e azzurrite.
Nel circondario di Cagliari, era rinomata la ditta Masnata che fabbricava detersivi, che distribuiva alle rivendite con enormi carri trainati da cavalli normanni, e riforniva, ovviamente, is bendidoris de varechina, saboni e asulleta, i venditori di detersivi in genere. Nei paesi dell’interno, erano solitamente questi bendidoris a rifornire le massaie, affrontando viaggi lunghi e faticosi per raggiungere le comunità delle zone più impervie.
Era un momento di festa per le strade, per i rioni, per tutto il villaggio, quando arrivava con il suo carretto su bendidori de varechina. Le donne uscivano dalle case e dai cortili e si avvicinavano al mezzo con i più disparati contenitori: vecchie damigiane, bottiglioni, fiaschi.
I prodotti detersivi e igienici che comunemente venivano offerti in quel mercatino ambulante erano il sapone di Marsiglia, a panetti quadrati di dieci centimetri, l’uno attaccato all’altro fino a formare una stecca della lunghezza di circa mezzo metro; varecchina sfusa, concentrata, venduta a litri; asulleta, azzurrite, una polvere azzurra che, sciolta nell’acqua, serviva, nell’ultimo risciacquo della biancheria, a dare un bianco più brillante e, soprattutto, eliminava il colore giallognolo lasciato dalla varecchina. Su bendidori offriva, inoltre, pinzette per i panni, saponette per l’igiene personale, soda caustica per la lisciva o per fare il sapone casereccio e, infine, recipienti vari, anticamente in ferro zincato e in ferro smaltato, successivamente in plastica, come bacinelle, secchi e lavamani. Is bendidoris più forniti vendevano anche strofinacci vari, da cucina e per lavare per terra.
Sul carretto o sul camioncino erano collocati dei grossi recipienti da cui uscivano dei tubi di gomma flessibili che terminavano con un rubinetto. Da lì usciva la varecchina che veniva versata nei recipienti.
Il sapone costava un tanto al pezzo e la polvere azzurra, s’asulleta, veniva venduta a etti.
Le donne di paese amavano molto acquistare dall’ambulante, in primo luogo perché i prezzi erano più bassi rispetto a quelli della bottega, e poi per il piacere della novità. L’ambulante era unu strangiu, uno che veniva da fuori, e quindi di poca confidenza, anche se, allo stesso tempo, era possibile creare con lui un rapporto confidenziale, parlare di tutto senza problemi, perché così com’era venuto se ne sarebbe andato. Infine, era una fonte di notizie che permetteva di conoscere ciò che accadeva al di fuori del proprio paese.
Per l’occasione non mancavano neppure le diatribe, perché le donne tendevano a lamentarsi continuamente sia del prezzo alto, che della qualità scadente della merce: la varecchina era meno di un litro o era troppo annacquata; s’asulleta era vecchia e quindi non si scioglieva bene; il sapone era sempre più scadente perché non faceva la schiuma di un tempo...»23


SU BENDIDORI DE STOFFA A BARATU
IL MAGLIARO NAPOLETANO

La gente dei nostri villaggi non ha molta stima del cosiddetto bendidori de stoffa a baratu, che letteralmente significa “venditore di stoffa a vil prezzo” e che si traduce meglio con magliaro napoletano; sinonimo di commerciante poco serio che vende prodotti scadenti o merce deteriorata.
Sono per lo più venditori ambulanti che lavorano sempre con qualche complice. Attirano la gente nelle piazze con qualche buffonata, con qualche gioco di prestigio, o raccontando barzellette. Quindi, presentano la loro merce esaltandone la pregiatissima qualità e, poi, passano al prezzo, altissimo, di tale preziosissima merce. Infine, non mille e non cinquecento e neppure cento, ma appena dieci, ma che dico dieci, la voglio regalare, la do per cinque, non basta, mi voglio rovinare, non la do neppure per quattro, neppure per tre, e neppure per due... a voi la do per una miserabile lira! E qui il complice si affretta a tendere la lira e a ritirare il bidone, nel tentativo di influenzare la gente che ci casca, bisogna dire, sempre meno, almeno con is bendidoris de stoffa a baratu. Ma sono ancora molti quelli che ci cascano con is bendidoris de politiga, e nimancu a baratu…, i venditori di politica, e neanche a vil prezzo….


SU BENDIDORI DE MOLENTIS
IL VENDITORE DI ASINI

Il venditore di asini era detto anche molentargiu, come il custode degli asini, l’asinaio, ma più correttamente era chiamato su bendidori de molentis.
In un determinato giorno del mese, in sa pratza de bidda, nella piazza del paese, arrivava su bendidori de molentis, a piedi o in carretta, seguito da una cerda de bestiolus, un branco di bestiole, ciascuna trattenuta da una fune. Quel giorno, quanti nella comunità avevano bisogno di un asino si recavano in piazza per sceglierne e contrattarne uno. Vi erano asini di tutte le taglie e di tutte le età: i più piccoli adatti a girare la macina; i più grandi per essere cavalcati o per tirare il carretto.
In tempi recenti, ancora negli Anni ‘80, a Seui, come in altri paesi della Barbagia di Seulo, ho assistito ad un curioso mercato di asini.
Nelle prime ore del giorno, nella piazzetta di fronte alla chiesa, un gruppo di persone era già in attesa. Il venditore arrivava con il suo camioncino maleodorante carico d’asini. Tra gli acquirenti c’erano molti curiosi e c’era, accompagnata dalla figlia, una anziana signora, forse vedova, come si poteva dedurre dall’abbigliamento scuro e dal viso atteggiato a severità e riserbo.
Di quella vendita pubblica di molentis ricordo alcune simpatiche sequenze. La vedova (dò per scontato che lo fosse) desiderava acquistare un asino tuttofare: trasporto della legna da ardere, lavoro nell’orticello, e così via.
Su molentargiu, il venditore, tentava di rifilarle un asinello malandato, vantandone inesistenti doti e capacità lavorative, perfino un buon carattere mansueto, ubbidiente e servizievole. La vedova, di rimando, rifiutava l’offerta, negando che in quella specie di rudere ci potesse essere alcun pregio, ironizzando sul fatto che unu molenti come quello non sarebbe stato capace neppure di... La recita tra le risate dei presenti.
Dopo un apparente bisticcio, che era poi una usuale tecnica di contrattazione, la vedova chiese un certo tipo di asinello, entrando nei particolari: maschio, di taglia piccola, non più vecchio di due anni, vispo, laborioso e intelligente. Lo avrebbe atteso per la settimana seguente.

L’asino domestico tuttofare

Un tempo tutto il lavoro era svolto dalle braccia dell’uomo con l’aiuto, determinante, degli animali domestici: buoi, cavalli e asini.
Si lavorava tutti come bestie, si direbbe oggi; si lavorava persino per costruire gli attrezzi da lavoro, almeno per quanto era possibile, risparmiando la prestazione d’opera degli artigiani specialisti: fabbro, falegname, carraio, sellaio, ecc.. Il contadino, in particolare, la cui organizzazione economica era strettamente autarchica, sapeva fare di tutto: preparare un manico nuovo alla zappa, riparare l’aratro, ricucire le redini, rattoppare il basto e perfino risuolare le proprie scarpe e quelle dei pochi familiari che le portavano.
Il lavoro non spaventava nessuno, allora. Sembrava, anzi, che mettesse allegria, perché tutti erano di buon umore, pronti a sorridere e a cantare, con il cuore sempre aperto alla festa.
Un grande aiuto al lavoro dell’uomo lo davano gli animali ed in particolare l’asino, il “tuttofare” della famiglia.
Tanti erano i nomi che indicavano questo animale: su bestiolu, la bestiola, per quel suo essere docile e sapersi adattare alla vita della famiglia, sopportando anche i piccoli che lo molestavano o volevano cavalcarlo, coinvolgendolo nei loro giochi; s’ainu, che è il suo nome storico, di origine latina; così come su molenti, dal latino “molens”, che macina, participio presente di “molere”, perché a lui era demandato il compito quotidiano di macinare la quantità di grano necessaria per il pane e la pasta, per l’alimentazione della famiglia; su burricu, nome ripreso dai dominatori spagnoli, che dà all’animale un tocco di grazia se pronunciato affettuosamente; sa lambretta, come veniva scherzosamente chiamato negli Anni Cinquanta, quando veniva usato come cavalcatura per gli spostamenti rapidi e lo si teneva “parcheggiato” accanto all’uscio di casa - come mostrano anche alcune foto d’epoca.
L’asino era un instancabile trasportatore di legna: dal monte portava enormi cataste di fascine, sia con il basto che con il carretto.
Oltre alla macinatura del grano, l’asino era addetto al trasporto del latte, negli appositi contenitori detti tollas o bandonis, dall’ovile in montagna alla casa in paese, dove veniva consumato e lavorato per ottenerne ricotta, formaggio e siero per gli animali da cortile. Non dimentichiamo che, molto spesso, specie nei paesi agricoli dei Campidani, l’asino tirava una carretta, costruita a misura della sua taglia, detta su carrettu de molenti, il carretto da asino, per distinguerlo da sa carretta de cuaddu, il carro da cavallo, e da su carru a bois, il carro a buoi.
La ragazzaglia in compagnia dell’asino trova anche sufficiente spazio per giocare. Quando, nelle ore morte del pomeriggio, Piriccu (nome proprio d’asino, diffusissimo nell’Oristanese) viene accompagnato nel chiuso alla periferia del paese, dove pascolando si ritempra dalle fatiche quotidiane, i ragazzini, poco comprensivi delle esigenze dell’animale, ne approfittano per dare luogo a cavalcate selvagge, anche se, dal canto suo, Piriccu, il paziente asinello, conosce mille malizie per disarcionare gli improvvisati “cow boys”: il suo metodo più sottile e maligno è quello di costeggiare muretti ruvidi o, meglio, siepi di ficodindia, costringendo l’intruso a saltare alla svelta dalla groppa.


CAPITOLO TERZO

IS MAISTUS, IS ARTIS
I MAESTRI D’OPERA, I MESTIERI

Presentazione

Il termine sardo maistu deriva dal latino “magister”, con il significato di maestro, colui che possiede in sommo grado della conoscenza e della capacità, in un settore delle umane attività, tanto da poter insegnare e trasmettere ad altri la propria arte, il proprio mestiere, o qualunque genere di conoscenza utile a risolvere i problemi della vita. In particolare, maestro è colui che insegna a vivere nel migliore dei modi.
Letterariamente, mi pare corretta la definizione che ne dà il Dizionario Devoto-Oli: «Persona che, in virtù delle cognizioni e delle esperienze acquisite, risulta all’altezza di contribuire in tutto o in parte all’altrui preparazione o formazione».
Specificatamente nelle arti e nei mestieri, maistu indica comunemente la persona più anziana (che si ritiene la più preparata, la più esperta, la più capace) del laboratorio, bottega, o squadra di lavoro; maistu è colui che, per diritto acquisito, ha l’autorità di “comandare” nel senso di dirigere l’attività.
Abbiamo tanti maistus quanti sono i mestieri e le arti. In alcuni casi, nello stesso titolo è iscritto il termine di maistu, come nel caso di su maistu de linna, il falegname, su maistu de crapittas, il calzolaio, su maistu de muru, il muratore, e così via; mentre in altri casi non si dice su maistu de braba, ma braberi, barbiere; o anche , non si dice su maistu de scannu, ma scannaiu, il facitore di sedie. Tuttavia, quando ci si rivolge a unu braberi o a unu scannaiu l’usanza vuole che, per rispetto, vengano chiamati con l’appellativo di maistu.
A proposito di maistu, per uno che gode fama di grande puttaniere, si dice burlescamente che è unu maistu de cunnu, dal latino “cunnus”, conno o vulva.
L’appellativo di maestro è un titolo onorifico e lo si usa rivolgendo la parola ad un artigiano famoso per il suo lavoro. Se rivolto a persona anziana e saggia, assume il significato di “maestro di vita”. Va ricordato che lo stesso Gesù viene chiamato “maestro” dai suoi seguaci, che, pertanto, si definiscono “discepoli”.
Nelle nostre comunità, il maestro per antonomasia è su maistu de scola, l’insegnante. O almeno dovrebbe esserlo, quand’egli scenda dalla cattedra e dimostri, nella pratica, di essere un maestro di vita.
Appartengono al gruppo di questo capitolo anche i mestieri e le attività di uomini e donne che creano, con le loro mani, oggetti d’uso personale e familiare. Vi sono compresi, quindi, gli artigiani veri e propri, gli artisti, coloro che lavorano all’intreccio di corbule e cestini, di funi e cordicelle, impagliatori di scanni e facitori di stuoie. E, ancora, tanti piccoli facitori che citarli tutti è quasi impossibile.


SU MAISTU DE SCOLA
IL MAESTRO DI SCUOLA

“Gli scolari fiutano la svogliatezza del maestro. «Andiamo a passeggio, oggi?» Propongono.
Il sole di aprile scaccia l’ultimo freddo annidatosi nelle giunture delle ossa e acuisce il lezzo di letame nelle vicine stalle di don Peppe.
«D’accordo. Ma dove?»
Gli asfodeli hanno coperto i pascoli, nella valle. Annata buona di grano, quest’anno! - I nuovi asparagi hanno pollonato tra i rovi e i sassi dei recinti e delle siepi.
«Saliamo all’ovile di don Peppe?»
Fra i dirupi, le capre saziano l’antica fame coi teneri mentastri.
«No. Scendiamo al boschetto di don Peppe.»
I pioppi abbrividiscono alla brezza; le foglie d’argento tinniscono.
«C’è anche il fiume, lì.»
Siamo tutti d’accordo: al boschetto di don Peppe.
«Per favore, niente disordine e grida, in paese. Altrimenti...»
Attraversiamo il paese in ordine e in silenzio. Il calzolaio si affaccia sull’uscio col suo lungo grembiule di pelle sporco di grasso e di pece. «Bella giornata, oggi. Buona passeggiata!» Dice, agitando una scarpa.
Le rondini hanno ritrovato sotto le gronde e le tettoie i vecchi nidi e li rabberciano andando e venendo sotto lo sguardo indifferente dei buoi.
Il bosco di don Peppe è soltanto una breve radura erbosa con sette pioppi esili e radi. Il fiume è soltanto un rivolo d’acqua.
«Ed ora, correte e gridate pure! Ma attenti...»
Corrono scatenati. Anime vestite di stracci colorati, ansiose di libertà, di corsa, di vento, di sole, di gioco. Qualcuno cade, nella corsa, subito rialzandosi, senza nemmeno passarsi la mano insalivata sul ginocchio sbucciato, per riprendere la fuga a balzelloni, capriolando sull’erba, cantando a squarciagola motivetti di chiesa, stonati e acuti.
Le bambine si stancano per prime. Si siedono, facendomi cerchio intorno. I bambini giocano ora a lanciar sassi nel ruscello. «Non c’è pericolo di annegarci dentro.» Penso. «Che giochino pure e comincino a rammollire la crosta di sudicio accumulata d’inverno, quando l’acqua del mattino fa paura, divenuta nel secchio vetro tagliente.»
Bisticciano per starmi vicino. Mi dispiace; non vorrei scontentare nessuno. Poi penso che sono un punto, come loro, di una circonferenza. Qui, su questa radura, senza banchi e senza muri, è più facile essere tutti uguali...
«Maestro, vogliamo un racconto!»
Sono un maestro. Il maestro è un testimone che vede e interpreta un mondo. Si beve la cicuta, si penzola da una croce, per essere un maestro. Niente al mondo è meglio dell’essere un maestro, quando i bambini bisticciano per stargli più vicino, quando siedono per terra, in cerchio, con le mani giunte sul grembo, con l’anima aperta nel viso.
Attendono ch’egli colmi abissi di mistero. Sperano ch’egli attinga con mani sacre alla fonte della verità e ne sparga la meravigliosa grazia sul loro capo. Attendono parole che non l’orecchio dovrà intendere. Vogliono ch’egli sia la vita, perché essi possano vederla e comprenderla sul suo volto e sulle sue mani; vogliono sapere che cosa siano il loro piangere e il loro ridere... Ma io, anche io, sono come loro. Perfino ziu Antiogu, il vecchio saggio che vive da quasi un secolo nel silenzio dei monti, ride e piange ancora, senza lacrime e senza denti, senza sapere perché. Io urlerei di paura e di dolore, come loro bambini, se venissi appeso a una croce. «Padre mio, non abbandonarmi! Madre, dove sei, madre?»
Consacrano l’autorità con doni. Spesso se ne vergognano, perché è vergogna dar meno di quanto non sia grande il cuore. Arrivano a scuola prima di me, per questo. Oppure corrono a deporre il dono sul tavolo quando io non posso vederli: un bottone, un limone, un pennino, un uovo, una fionda, cinque lire, un’immaginetta.
«E allora, questo racconto ce lo dice?»
«Un racconto?... Si, si, adesso. Ecco, adesso comincio...»
«C’era una volta... un ragazzo, in un paese piccolo come il vostro, un ragazzo, figlio di contadini, come voi, che andava, come voi, ogni mattina a far legna al monte e poi di sera a zappare il grano e le fave. Aveva fratelli e sorelle e la minestra era poca e poco calda era la stuoia nella cucina davanti al breve fuoco di sterpi. Suo padre pareva sempre stanco: se ne stava a guardare la cenere nel camino e a rimuginare, mentre sua madre passava gli stracci lavati, ad uno ad uno, per rammendarli, ammucchiati nel cesto. Eppure il ragazzo era felice quando il sole di marzo faceva fiorire di rosa i mandorli sui colli e rinverdire i grani nella valle…»
Mi guardano, attendono la fine, a bocca spalancata. Ma la fine io non la so. I racconti veri hanno tutti la stessa fine, ma nessuno può raccontarla dopo che l’ha vissuta.
Mi sembrano delusi.
«Ma questo non era un racconto.» Osserva una.
«Ma era bello lo stesso.» Dice un’altra, per compiacenza.
«Zitte!» Interviene un’altra ancora. «Era bello, si... però, adesso… vogliamo Cappuccetto Rosso!»
Alcuni bambini hanno raccolto i grossi deformi funghi che crescono fra i pioppi e ne hanno riempito i berretti. Altri hanno cercato asparagi, li hanno legati stretti in fascio con nastri di asfodelo fermati con spini di pruno. Altri ancora hanno riempito le borse di lumache brune dalla bava biancastra iridescente. Ora dividono fra tutti, facendomi la parte migliore. La cena sarà più abbondante, stanotte”.24


SU MAISTU DE PANNU
IL SARTO

«Ziu Antoni era il sarto più bravo del paese, anche se in pratica era l’unico, perché tutti gli altri, che avevano appreso da lui l’arte del taglio e del cucito, era come se non ci fossero, facevano anche i contadini ed era quello il lavoro che sapevano fare meglio.
Ziu Antoni, a quarant’anni, bruno, ben fatto, di giusta statura, nonostante i capelli brizzolati, aveva un aspetto molto giovanile, ne dimostrava al massimo trenta. Morta la prima moglie, si era risposato con zia Maria, la più bella donna del paese e dell’intero circondario - si diceva. E lui la teneva sul palmo della mano, stravedeva per lei e non la perdeva d’occhio neppure per un attimo. Lei vestiva da signora e se ne stava sempre in ghingheri, ad agucchiare e a far ricamo, sdraiata nel divano grande del salotto, che comunicava con il retro bottega, dove lui, di tanto in tanto, la raggiungeva. La contemplava, lui, estatico, perdendo perfino il senso della realtà, supplicando mutamente da lei una mossa che, spostando gli orli della vestaglia voluttuosamente socchiusa, mostrasse al suo mai appagato desiderio un tantino di più del candore di quelle carni bianche sode lussuriose.
In bottega, sotto la luce delle due lampade sempre accese che pendevano dal soffitto, d’inverno e d’estate, lavorava da mattina a sera, e spesso anche di notte, quando aveva consegne urgenti, specialmente in caso di matrimonio, con la sola interruzione di un’ora, tra mezzogiorno e l’una, per mandar giù qualcosa.
Vestiva sempre allo stesso modo: calzoni, camicia e, sopra questa, un corpetto con una fibbia di metallo dietro, come si usava allora, un metro di tela cerata gialla appeso ad una spalla ed un gessetto grigio che gli sporgeva dal taschino.
Quando si andava da lui per ordinare un abito nuovo era un onore venir misurati dalle sue mani e non da quelle di un qualunque suo scienti, apprendista. Prima di prendere le misure, ziu Antoni ascoltava ciò che il cliente desiderava. Si informava bene di ogni cosa, l’uso che si intendeva fare di quell’abito e perfino l’occasione in cui doveva essere indossato. A tutto il resto pensava lui, al tipo di stoffa, al colore. Sciorinava si il vasto campionario che possedeva, e mostrava si gli albi dei cartoni con la raccolta dei figurini (compresi quelli di Londra, che facevano sempre effetto) e ci teneva a vedere quali erano i gusti e le preferenze del cliente, perché egli era di spirito democratico, ma aveva già deciso per il meglio, e alla fine era lui che sceglieva tessuto, colore e taglio. Diceva che avrebbe ordinato subito alla ditta del Continente - Zegna, Lane Rossi e Marzotto erano tra i suoi fornitori. Ma c’è da scommettere che il più delle volte la stoffa per confezionare l’abito richiesto fosse già nel suo retrobottega, nello scaffale dove teneva il suo piccolo deposito.
Qualche volta capitavano in bottega donne venute da fuori, per lo più maestrine, che desideravano farsi un tailleur di taglio maschile, e saputo che era bravo e che avrebbero speso meno che in città, andavano da lui. In questo caso, le misure le prendeva zia Maria, la quale dopo averle rilevate, leggeva il metro a nastro e dettava a lui che scriveva uno dietro l’altro i numeri secondo un ordine prestabilito… spalle, vita, manica, eccetera.
Ziu Antoni era uomo di poche parole e religiosissimo. Dicevano che lo fosse anche con zia Maria, la bella moglie che tutti gli invidiavano, con la quale preferiva comunicare in altri modi, religiosamente. Ma quando la domenica mattina, dopo la Santa Messa, si fermava nel bar di Firmino per prendere un marsalino con un bignè, gli si scioglieva la lingua e raccontava come riuscì a sopravvivere in tempo di guerra, quando non c’erano stoffe da far abiti, era tornato di gran moda l’orbace, si usavano le coperte per far cappotti, ma il suo più frequente, e maledetto, lavoro era stato quello di voltare e rivoltare gli abiti usati.
Per fortuna, durante la guerra, aveva potuto contare su una piccola riserva di stoffe, che aveva venduto e confezionato in cambio di prodotti alimentari. E ancora sui suoi vigneti, che in quegli anni di poco lavoro come sarto, aveva lavorato lui di persona, con i suoi scientis, aiutanti.25


SU SCIENTI DE SU MAISTU DE PANNU
L’APPRENDISTA SARTO

Ogni sarto aveva più di unu scienti, un apprendista, ma di questi ve n’era uno privilegiato, che godeva della simpatia e del ben volere del principale, e si imponeva sugli altri scientis, apprendisti, per maggiore attitudine o capacità nel lavoro del taglia e cuci.
Di norma su maistu de pannu, il sarto, era un maschio che vestiva i maschi e si distingueva da sa maista de tallu, la sarta, che si occupava di vestire le donne, tutt’al più i bambini. Il motivo principale di questa divisione di compiti tra il sarto e la sarta appare abbastanza chiaro: era dovuto al fatto che la vestizione comportava misurazioni corporali sul nudo o su indumenti intimi e, forti delle leggi morali che condannavano l’omosessualità, si presumeva (spesso a torto) che un maschio non potesse concupire un maschio, e una donna un’altra donna. Insomma, veniva applicata incautamente all’uomo la legge del magnetismo secondo la quale gli opposti si attraggono e gli uguali si respingono.
Pertanto, così come i maestri, anche gli allievi erano maschi. Tuttavia, ricordo eccezioni e non poche. Infatti, le ragazze che volevano diventare sarte spesso andavano ad apprendere il mestiere da un sarto, poiché erano sempre molto più quotati professionalmente is maistus de pannu che is maistas de tallu, e questo non soltanto per una questione di maschilismo, ma perché qualche sarto aveva frequentato la scuola di taglio in Continente e si era perfino diplomato.
In verità, sarti o sarte ce l’avevano tutti un diplomino, e lo tenevano incorniciato bene in vista nella bottega dove si cuciva, ma era stato ottenuto per corrispondenza, e non aveva il valore del diploma ricevuto dopo la frequenza in un corso di studi in una qualunque delle “sartotecniche” di Milano o di Torino.
Infatti, fra is scientis, gli aiutanti, di ziu Antoni vi erano anche due ragazze, Luigina e Filomena, che si sedevano sempre vicine, sotto la finestra che dava sulla strada, ad una certa distanza dal posto dove sedevano i tre scientis maschi. Erano venute insieme, Luigina e Filomena, accompagnate dalle rispettive madri, ed erano state ricevute prima da zia Maria, la moglie del sarto, e dopo da questo. Zia Maria si era impegnata lei, per conto del marito, da donna a donne, e, data l’età ed il ruolo che ricopriva, si era permessa di fare alcune avvertenze di carattere morale alle due scientis, riguardanti il lavoro, il rispetto degli orari, l’impegno e la dedizione totale, e il comportamento che, in una fanciulla, deve essere improntato sulla più rigida riservatezza; inoltre, l’abbigliamento castigato, i capelli raccolti, niente sfrontatezza e, soprattutto, attenzione ai ragazzi scientis, ché - si sa - il maschio è cacciatore, anche se ancora ragazzino.
Luigina, una prosperosa fanciulla bruna dai capelli corvini, dopo tre anni di apprendistato da ziu Antoni si mise in proprio facendo sa maista de tallu, la sarta. All’inizio fu dura, ma con gli anni riuscì ad imporsi ed ebbe a sua volta come apprendiste ragazze che impararono l’arte del taglio alla maschile, più raffinato di quello elementare usato dalle sarte di scuola femminile.
Su scienti prediletto di ziu Antoni si chiamava Angelinu. Che era sì più bravo degli altri, ma lo era - dicevano le male lingue degli altri scientis - perché era nipote di zia Maria, che lo aveva imposto al marito, e lui, plagiato dalle sue grazie, faceva tutto ciò che lei voleva. Ma, in ogni caso - concludevano le buone lingue - è giusto che tra parenti ci si dia una mano d’aiuto.
Angelinu e Filomena, l’altra scienti femmina, una biondina assai romantica e sensibile, nonostante i severi ammonimenti e la rigida sorveglianza, spinti da incontenibile passione, riuscivano a sgattaiolare fuori dalla bottega e ad incontrarsi nel cortiletto dietro casa, dove, senza frapporre indugi, si congiungevano, disperatamente innamorati. Come si dice da noi argutamente e con un pizzico di malignità, i due giovani faiant cosìngiu e arrepuntu, facevano prima il cucito e poi… passavano alla macchina. E arrepunta arrepunta, e dai oggi e dai domani, i due giovani persero “lo ben dello intelletto”. Finché non si scoprì che lei, Filomena, era incinta; e dopo una baruffa fra i genitori dell’una e dell’altro, decisero di comune accordo di farli sposare. Lui continuò a fare l’apprendista sarto, lei dovette smettere per badare al bambino che le nacque, ed a quelli che ebbe appresso, anno dopo anno.
Se a qualcuno, oggi, dovesse apparire una cretinata fare tanti figli, c’è da dire, a discarico di Filomena, che a quei tempi non c’erano gli immigrati extracomunitari a riempire i vuoti anagrafici e a compiere le attività più umili e gravose.


SU MAISTU DE COSSUS
IL FACITORE DI CORSETTI E BUSTI

Su maistu de cossus, il facitore di corsetti, è un parente stretto de su bestipeddaiu, del facitore di mastruche, ma di questo più raffinato e fine facitore, poiché su cossu, che è soprattutto un indumento del costume femminile, è un corsetto in broccato o velluto, assai elegante e ben rifinito.
Su cossu da donna è detto anche imbustu, si indossa sopra la camicia ed ha la funzione di snellire la vita e di sostenere e mettere in evidenza il seno. Su cossu maschile, in pelle o in orbace, si potrebbe chiamare alla latina mastrucula, ossia mastruchetta, giacchetta di pelle senza maniche.

Su cropettu de s’homini sarrabesu

«Il gilè, “su cropettu”, confezionato tra orbace nero e tela grezza, cioè le spalle di tela e il davanti di orbace, ornato da due risvolti, piuttosto ampi alla sommità, per finire a punta a metà petto, fatti combaciare nella bottoniera, che variava dal doppio petto ad un solo petto, ornato da una o due file di bottoni, in numero di quattro, i quali distinguevano per la loro qualità il censo della persona, quindi d’oro se era persona facoltosa, d’argento se benestante, di metallo (vile - ndr) se povera.
Questi bottoni, lavorati in filigrana, erano del formato di una minuscola coppa con sovrastante coperchietto, al cui centro, in forma di corolla, era incastrata una pietra colorata, verde o rossa ed alla base fissata una catenella di alcuni centimetri di lunghezza, che finiva con una sbarretta, la quale, infilata nella stoffa del gilè e fermata al rovescio, consentiva che la catenella pendesse col bottone, che, fatto passare nell’occhiello della parte opposta formava la chiusura mettendo in mostra catenella e bottone, ornamento indispensabile del costume».

Su cossu de da femina sarrabesa

«Il corsetto, “su cossu”, era una specie di reggiseno di broccato o di seta che rivestiva completamente le spalle, lungo oltre la vita, con ampio scollo sotto le ascelle, per finire con una striscia sul davanti che arrivava appena sotto i seni ed era munito di bretelle “is coddittus” ed allacciato sotto il petto da una sorta di fermatura d’argento filigranata, con delle pietre colorate, detta “prancia de pitturras”, consistente in due strisce alte cinque centimetri, che venivano fermate col filo alle due estremità del corsetto, “su cossu”, una delle quali era munita di gancio e l’altra di occhiello rettangolare, consentendo l’allacciamento di esso in modo attillatissimo sotto il petto, mettendo in mostra i ricami della camicia, che doveva restare scoperta. Le spalle erano ornate da una trina al centro “sa trina de cossu”, quasi sempre di lamé dorato o argentato, che doveva segnare la spina dorsale, partendo dal basso in duplice stesura fino all’altezza delle scapole, dove si biforcava, arrivando ciascuna delle parti alla sommità della spalla, su cui veniva fermata con l’applicazione di un grosso rosone di nastro di colore vivace, contrastante col broccato o la seta.»26


SU MAISTU DE BERRITAS
IL BERRETTAIO

Su berritaiu è anch’egli un artigiano, facitore stavolta de berritas, di berretti.
Sa berrita dei Sardi, chiamata da taluno “berretto frigio”, come quello usato dai popolani francesi, quasi come un emblema, durante la rivoluzione dell’89, è certamente singolare essendosi conservata per millenni fino ai nostri giorni. Oggi la si rivede ancora indossata insieme al costume tradizionale, nelle solenni sfilate in occasione di feste e sagre popolari.
Centu concas e centu berritas, cento teste e cento berretti, è un antico proverbio che si interpreta troppo sbrigativamente con significato negativo: quando ci sono troppe teste a voler decidere si finisce per star tutti divisi e per non far nulla. In effetti c’è una interpretazione positiva del proverbio: cento teste e cento berretti diversi, esprimono insieme la diversità delle idee tra gli uomini e la loro uguaglianza e dignità nell’avere tutti una testa e tutti un “proprio” berretto; cioè a dire teste uguali con diverso contenuto.


SU BESTIPEDDAIU
IL FACITORE DI INDUMENTI DI PELLE

Bestipeddaiu si podit tradusiri puru cun “pellicciaio”, essendi su chi arriccìat de su crientulu is peddis conciadas de su conciadori, chi cument’‘e su maistu de tallu tallàt e cossìàt is peddis po ‘ndi fai bestiris; bestipeddaiu si può tradurre anche con “pellicciaio”, poiché era colui che riceveva dal cliente le pelli conciate dal conciatore che, come il sarto, tagliava e cuciva per farne abiti.)
Qualcuno traduce bestipeddaiu o bistepeddaiu con facitore di mastruche, poiché erano queste i capi di abbigliamento più richiesti e che quindi più di ogni altro questi artigiani facevano.
Sa mastruca fiat sa besti classica de is Sardus, sa besti prus nomenada e prus antiga chi issus portànt dognia dì; la mastruca era la veste classica dei Sardi, la veste più famosa e più antica che essi indossavano quotidianamente. Consisteva in una semplice e rustica veste di pelle di pecora, per lo più nera, lunga al ginocchio, senza maniche, a doppio uso, pelliccia di fuori e pelle conciata all’interno o viceversa.
Le pelli prevalentemente usate per ricavarne abiti erano di pecora, montone, agnellone, agnello e capretto. Si ottenevano coperte e mantelli per il pastore, giacche e giubbe, corpetti maschili e femminili, e calzoni.
Bestis, vesti, fatte con la pelle o con pelliccia, oltre sa bistepeddi o bestipeddi, (la mastruca detta anche berbeghina, baciaccia, montonina) erano pure su cossu de peddi o cropettu, is carzonis de peddi, is grembialis, grembiuloni usati specialmente da artigiani come su frau o ferreri, il fabbro, su maistu de crapittas o sabateri, il calzolaio, e non di rado indossati anche dal pastore quando fa il formaggio.
Si usavano pure pelli di margiani, volpe, e di conillu, coniglio, utilizzati nella confezione di giubbetti e colletti, specie per bambine.
Con le pelli di cinghiale si ottenevano, oltre ai tradizionali tappeti, robusti gambales, gambali, per proteggere stinchi e polpacci e rafforzare la tomaia degli scarponi da pastore.27


SU MAISTU DE CRAPITTAS
IL CALZOLAIO

Su maistu de crapittas, che noi sardi, alla maniera spagnola, chiamiamo anche sabateri (in italiano ciabattino e più modernamente calzolaio), era una figura presente in tutte le comunità, anche nei più piccoli villaggi.
Sa buttega de su maistu de crapittas, la bottega del calzolaio, consisteva, di solito, in uno stanzino con la porta aperta sulla strada, per cui i passanti vedevano nel riquadro l’artigiano seduto davanti al deschetto e costui poteva seguire il via vai della gente. Spesso deschetto e panchetto venivano spostati sulla strada, al solicello tiepido dell’inverno e all’ombra fresca dell’estate, poiché, come tutti gli artigiani, su sabateri amava lavorare in compagnia e conversare esaminando le questioni ed i problemi della comunità. Così si manteneva sempre aggiornato per essere a sua volta fonte di informazione. Si potrebbe dire che su sabateri (come il falegname, il fabbro, il barbiere) assolveva alla funzione di giornalista opinionista “ante litteram”.
Nelle ore pomeridiane, quando la gente faceva la siesta, se il ciabattino aveva molto lavoro da sbrigare e la stagione lo permetteva, si sedeva sul suo sgabello in un angolo del cortile di casa, talvolta anche senza deschetto. Indossato il grembiule di pelle, prendeva una sagoma di legno o di ferro che posata sopra le ginocchia gli consentiva di portare avanti il lavoro.


SU SABATERI
IL CIABATTINO

«Un bravo calzolaio doveva saper confezionare due tipi di scarpe: quelle da lavoro, po is diis de factu, per i giorni feriali, e quelle buone, po is diis de festa, per i giorni di festa. Le scarpe da lavoro le confezionava con pelle robusta per la tomaia, che non andava lucidata, ma unta col sego; la suola poi era particolarmente dura e resistente e veniva rifinita con is bullettas o acciolus, le bullette o chiodi, per rinforzarla e farla durare nel tempo. Queste ultime scarpe si chiamavano crapittas accioladas, scarpe bullettate. Le scarpe eleganti erano di vacchetta morbida e sempre tinte di nero.
Il suo giorno di riposo, come per su braberi, il barbiere, cadeva di lunedì, perché il sabato notte i clienti contadini gli portavano le scarpe da risuolare, affinché fossero pronte per il lunedì, per cui su maist’‘e crapittas, il calzolaio, doveva alzarsi all’alba, la domenica, e lavorare tutta la mattina (e qualche volta anche il pomeriggio) per poter portare a termine il lavoro.
Come il barbiere, anche il calzolaio veniva pagato dai clienti contadini dopo il raccolto, con grano e legumi, e dai pastori con formaggio e, in occasione della Pasqua, con un agnello.
Su maist’‘e crapittas, il calzolaio, preparava le scarpe per le donne anche senza prendere loro la misura, ne faceva diverse paia e poi le allineava in su parastaggiu, nello scaffale a muro che di solito stava alle sue spalle. Se invece doveva preparare le polacchine per una sposa, allora prendeva le misure e vi si dedicava con più cura. Per molte donne is crapittas de is sposas, le scarpe nuziali, erano l’unico paio e duravano tutta la vita».28


SU CONCIADORI
IL CONCIATORE

Su conciadori, il conciatore, delle nostre comunità di un tempo conciava prevalentemente pelli di pecora, agnello e capretto. Il prodotto del suo lavoro passava poi nelle mani di su bestipeddaio, l’artigiano che tagliava e cuciva le pelli conciate per ricavarne indumenti.
Assai diffuso tra i ceti benestanti l’uso della pelle di pecora conciata, che veniva regalata agli sposi, da usarsi durante l’inverno sotto le lenzuola, per tenere caldo. Veniva pure usata per evitare che la pipì dei bambini più piccoli, che ancora erano in allattamento e dormivano con i genitori, potesse penetrare nel materasso, di crine o di lana, rovinandolo. Ciò che, in tempi moderni, si fa con il telo cerato che, tuttavia, è meno adatto a trattenere il calore corporeo.
La pelle conciata dell’agnello, per lo più di colore bianco, ma taluna anche graziosamente incespiada, maculata di nero o di marrone, veniva spesso usata come scendiletto o come tappeto, utile scaldapiedi sotto il tavolo da lavoro dell’artigiano o di chiunque soffrisse il freddo ai piedi.
Le pelli più belle, con il vello più elegante, erano destinate ad essere tagliate e cucite per ottenere dei capi di abbigliamento non soltanto all’interno della comunità - che ne ricava cossus, corpetti, bestis, vesti, e altro - ma anche per is sennoris, i benestanti, che ne ottenevano eleganti pellicce, anche per vestire le fanciulle. Assai apprezzate le pellicce di capretto.
Oltre alle pelli degli ovini, sia pure in misura assai più limitata, vi erano le pelli dei bovini, da cui si ottenevano tomaie e suole per le scarpe, nonché finimenti e briglie. Per esempio, is ordinagus o odriangus po is bois, po su giù, i finimenti per i buoi, per il giogo, is tirantis, le briglie, is tirellas, is lorus e is lorittas, altri finimenti per gli animali da tiro e da lavoro, is singellas, le cinture, e quant’altro di manufatto in pelle vi era nella utensileria di uso domestico, comprese le cerniere di rustiche cassapanche che si ottenevano con pezzi rettangolari di cuoio inchiodati con bullettas, chiodi da sellaio con la testa semisferica, sia nella cassa che nel coperchio.
Sa peddi, la pelle, a seconda dell’uso che se ne fa, indica sia lo scendiletto che la pelliccia che si stende sotto le lenzuola per tener caldo o a protezione del materasso.
Sa besti, letteralmente: la veste. E’ detta besti una sorta di giacca lunga a mezza coscia, senza maniche, fatta di solito con pelli nere (ma potevano essere anche pelli bianche di pecora), conciate e cucite tra loro. Solitamente ne occorrevano tre, per ricavare una besti. Si potevano far preparare da su conciadori o da su bestipeddaiu, colui che tagliava e cuciva la pelle confezionando indumenti.
Su cossu o corpettu biancu, il corsetto bianco, era fatto di pelli di agnello, che il pastore usava quasi tutto l’anno. Era un indumento sbracciato e aperto sul davanti, poco più lungo della vita, delicato, leggero ed elegante, serviva soprattutto a proteggere il torace e specialmente i polmoni dagli sbalzi di temperatura cui erano soggetti i pastori, che stavano notte e giorno tra cielo e terra, esposti a tutte le intemperie.

Conciadoris de Bosa

«Sulla sponda sinistra del fiume si vedono alcune casupole che servono ai conciatori che sono numerosi, e forniscono le pelli conciate ad una gran parte dell’isola (Ne fanno anche uno smercio grande in Cagliari ai legatori di libri - ndA): prima essi preparavano le pelli colla foglia del mirto, attualmente però adottano il metodo praticato dai conciatori del continente».29
E’ alquanto strano che il Della Marmora mostri tanta superficialità parlando dell’industria per la concia delle pelli che in quel periodo era a Bosa ancora assai florida e famosa in tutto il Continente, anche a livello europeo. Vi si conciava, in specie, il vitello per pelletterie di lusso e pelli di pregio per la rilegatura dei libri, un tempo in uso. Intanto, residuano ancora oggi imponenti caseggiati lungo la sponda del Temo, sorta di cameroni a schiera, dove si svolgevano i vari passaggi della lavorazione delle pelli.
Tale industria, anche se non più tanto florida, ha continuato la sua attività fino a tempi recenti (Anni Sessanta), raccogliendo le pelli prodotte negli allevamenti di bovini, dal Sassarese al Marghine all’Ozierese.
Le concerie trovavano sulle sponde del fiume l’ubicazione ideale per lo smaltimento delle sostanze usate per la lavorazione delle pelli, tuttavia, le sostanze di lavorazione erano inquinanti e soprattutto maleodoranti, determinando nell’aria un mefitico odore che in tedesco forbito viene detto “Landluft”, ossia odore di campagna, e in sardo volgare frag’‘e merda, puzza di cacca. Per cui, Bosa stessa, negli spiriti salaci dei paesi antagonisti, viene definita sa bidda chi fragat de merda, il paese che puzza di cacca.
Annotazione. Gli abitanti di Bosa passano per essere di intelligenza oltremodo acuta. Infatti è un detto comune rispondere a qualcuno che è incerto sul da farsi per una faccenda del tutto ovvia: “Fai cumenti faint a Bosa: candu proit lassant proiri…”, “Fai come fanno a Bosa: quando piove lasciano piovere…”.


SU SEDDERI
IL SELLAIO

Su sedderi era l’artigiano che lavorava la pelle, da cui ricavava selle e basti, briglie e finimenti, per cavalli, buoi e asini. Su sedderi quando era anche esperto facitore di frenus, briglie, veniva appellato maistu de frenus, brigliaio.
Nel suo Dizionariu, il Porru fornisce una elencazione assai ricca delle varie parti che compongono sa sedda e is fronimentus, la sella ed i finimenti relativi. Qui di seguito, se ne citano alcuni elementi.
Sedda, sella. Cingra, cinghia. Cingroni, cinghione, che va sopra la sella. Prittali, pettorale. Retranga, posoliera. Groppera, groppiera. Staffa, staffa. Staffali, staffile. Conca de sa sedda, pomo della sella. Gualdrappa, coperta. Tranzilleris, legaccioli. Sedda sene arcioni, barda, bardella. Sedda de carrigu, basto. Sedda po domai purdeddus, sella per domare puledri. Sedda de linna, specie da asino, basto. Seddoni, sella per far cavalcare le donne. Seddita, sellino, in uso po su cuaddu de ferru, per la bicicletta, o po su cuaddu de fogu, per la motocicletta.
Fraseologia: Pigai sa sedda de su cuaddu, togliere la sella, dissellare. Poniri sa sedda, mettere la sella, sellare.
Modi di dire: No baliai sedda, non tollerare offese. Chini no si dda podit pigai cun su cuaddu, si dda pigat cun sa sedda. Chi non se la può prendere con il cavallo se la prende con la sella. Donai seddas o seddadas, dare balzi. Cuaddu friau sa sedda ddi pitziat, cavallo scottato, la sella gli brucia.


SU CACCIGADORI
IL FOLLATORE

Era colui che anticamente esercitava la professione di follatore, pestando con i piedi il tessuto grezzo di lana immerso nell’acqua tiepida di una vasca. Con la follatura si otteneva un panno compatto, uniforme e morbido.
Con la lana di pecora nera, che non veniva mai venduta, dopo averla filata, si tesseva su saccu nieddu, il mantello-coperta del pastore, una sorta di sacco a pelo aperto da due lati. Non sempre però la lana era in quantità sufficiente e in mancanza di questa si usava la lana bianca. Era quindi necessario procedere, dopo la tessitura, alla tintura. Di questa operazione si occupava su caccigadori, il follatore, il quale faceva anche il tinteggiatore, oltre a compiere il suo lavoro specifico che era quello di follare, ammorbidire e rendere fitto il tessuto grezzo pestandolo con i piedi nell’acqua tiepida.
Su caccigadori, il follatore, si recava presso la famiglia che aveva necessità della sua prestazione d’opera. Gli strumenti necessari, che egli portava con sé, erano: su laccu de linna, la vasca di legno, ben rifinita all’interno, cioè bella liscia, larga un metro e lunga da un metro e mezzo a due metri, alta quaranta, cinquanta centimetri; le essenze necessarie a preparare sa tinta, il colore: tirioba, lua, scabecciu, truiscu e tanada (non traducibile, euforbia, campeggio, torvisco o pepe montano e melagrana). Su scabecciu si comprava in bottega, mentre le altre essenze si trovavano in campagna.
Per prima cosa venivano messe a bollire le essenze in un recipiente e, contemporaneamente, si riscaldava dell’acqua in un craddaxu, paiuolo, al fuoco del caminetto. Una volta pronta, la tinta veniva colata e versata in su lacu, nella vasca, con l’aggiunta di acqua calda… mai troppo calda, perché avrebbe danneggiato la lana, e anche perché i piedi scalzi de su caccigadori dovevano poterla resistere (si potrebbe dire che i suoi piedi fungevano da termometro).
Sul fondo de su lacu veniva steso su saccu nieddu, il mantello, piegato in due, e quindi pigiato ben bene, affinché assorbisse tutta la tinta. Cominciava allora il lavoro più pesante per su caccigatori, che prende il nome proprio da questa parte dell’operazione: egli doveva caccigai, pestare, pigiando con i piedi in lungo ed in largo, incessantemente, il tessuto di orbace, aggiungendo acqua calda e togliendone fredda, per tenerla sempre alla stessa temperatura. Il lavoro di aggiungere e togliere acqua veniva fatto da qualcuno della famiglia o dalla stessa padrona di casa, che aveva così anche modo di controllare l’opera. Spesso però tale compito era svolto da un ragazzino, per lo più il figliolo del lavorante, che accompagnava su caccigadori e che faceva l’apprendista.
Il lavoro durava tutto il giorno e qualche volta anche di più, fino a notte tarda. La durata dipendeva dalla tessitura: se questa era stata perfetta, cioè il meno lasca possibile, occorreva meno tempo per rendere il tessuto fitto fitto e per fagocitare tutti i peli della lana che spuntavano dal tessuto.
Su caccigadori riceveva la colazione, il pranzo e la cena se terminava a tarda notte. Inoltre aveva diritto ad un compenso in denaro.
Su saccu nieddu così trattato diventava tanto fitto da diventare impermeabile alla pioggia. Era un indumento indispensabile per il pastore per proteggersi dalle intemperie, prima di tutto per ripararsi dalle piogge e poi per coprirsi nel sonno, durante la notte. Di saccus nieddus, mantelli, ne possedeva due: uno di circa due metri, che indossava come un lungo cappuccio quando andava a piedi dietro le pecore al pascolo, e uno di circa tre metri e mezzo, o anche quattro, per quando andava a cavallo o per dormire.


SU MAISTU DE FRENUS
IL BRIGLIAIO

Su maistu de frenus, il brigliaio, lavorava con arte sopraffina pelle e cuoio con splendenti ribattini, borchie, fibbie e altre preziosità, per ricavarne odriangus, lorus, tascas, murralis, briglie, sottopance, gualdrappe, tiranti, e quant’altro serviva per aggiogare i buoi al carro o per legare il cavallo alla carretta. Sia i finimenti comuni, da usare quotidianamente per il lavoro, sia quelli eleganti e lussuosi, riservati per le feste e per le occasioni speciali, quali il matrimonio.


SU MAISTU DE MURU
IL MURATORE

Molti dei lavori di manutenzione della casa venivano svolti dagli stessi proprietari. Nel periodo precedente la Pasqua si dava una ripulita generale, si rappezzavano gli intonachi e si dava una mano o due di latte di calce ai muri, mentre i pavimenti, quando ancora erano per lo più di terra battuta, venivano rifatti con un impasto di argilla e paglia. In diversi paesi della Marmilla al posto della paglia si usava lo sterco di bue.
I lavori di ristrutturazione annuale dei pavimenti e degli intonachi venivano svolti dalle donne con l’aiuto delle fanciulle, mentre ai maschi era affidato il compito di edificare i muri nuovi, in pietra o in mattoni crudi, o di aggiustare quelli vecchi.
Vi erano però interventi straordinari, come quando si rendeva necessario il rifacimento del tetto non più impermeabile. Bisognava allora parlare con uno o più muratori per mettersi d’accordo sui costi del materiale della manodopera e sulla data di esecuzione dell’opera. Era un fatto normale nei nostri paesi che la gente di casa, ed in particolare i maschi validi, servissero da manovalanza generica in aiuto al muratore salariato. Intanto, in virtù della legge del risparmio, il materiale necessario alla realizzazione del lavoro, dietro elencazione del muratore, veniva acquistato e trasportato a piè d’opera dagli stessi componenti della famiglia, i quali, la mattina presto, si facevano trovare pronti all’arrivo del muratore per mettersi a sua disposizione. Le donne si rendevano utili svolgendo mansioni che erano loro proprie: preparare un caffè o uno spuntino, distribuire al momento opportuno bicchieri di vinello e così via.
Il rifacimento de sa cobertura, del tetto di casa, almeno in parte, avveniva periodicamente, dopo un certo numero di anni. Il più delle volte l’intelaiatura de is bigas, dei travi, costituita da pali di ginepro che duravano un’eternità, oppure di castagno, non aveva bisogno di essere sostituita, al contrario de sa cannizzada, dell’incannucciata, che poggiava sull’intelaiatura di listelli, a loro volta legati o inchiodati ai travi, sull’incannucciamento. Infine, venivano rimesse a posto is teulas, le tegole tradizionali a coppo, di terracotta, cementate con malta di calce.
La fine dei lavori si festeggiava con una scialla, cena collettiva a base di maccarronis e pezza arrustia, maccheroni e carne arrosto.


SU MAISTU DE SCRAFFEDDU O PICCAPERDERI
LO SCALPELLINO

Un mestiere questo de su maistu de scraffeddu, dello scalpellino, affine a quello de su maistu de muru, del muratore. Un mestiere abbastanza raro nei villaggi contadini, dove le case si edificavano con il mattone di fango crudo e pietre da lavorare con lo scalpello non ce n’erano, ma assai comune nei paesi, e non sono pochi, dove le pietre abbondano, perfino dove non dovrebbero stare, tanto che bisogna toglierle dai campi per poterli coltivare a grano.
Vi erano tuttavia le chiese e i santuari, nel centro degli abitati o nei luoghi più ameni della campagna, dove venivano allogati i santi, che non gradivano abitare entro muri di fango, preferendo la muratura in pietra ben lavorata e squadrata, come nella basilica di Santa Maria di Saccargia.
Così pure i padroni ricchi, quelli forestieri e, per imitazione, anche quelli indigeni, come i santi, preferivano le abitazioni costruite in pietra. E quando non ce n’erano vicine se le facevano portare da lontano con carovane di carri a buoi.
Così, ogni qualvolta c’era da costruire una chiesa o una abitazione padronale, is maistus de scraffeddu, ovvero gli scalpellini, saltavano fuori per lavorare la pietra, squadrarla e fare perfino il muro bugnato.
Vi erano paesi come Sardara dove è di casa il basalto, una pietra nera compatta, ottima - dicono - per murature a bella vista, cioè muri di pietra senza intonaco. E lì a Sardara, insieme al basalto, vi era il fior fiore dei muratori e degli scalpellini, che conoscevano alla perfezione l’arte di tagliare con due tre tracce di scalpello qualunque pietra, studiandone prima le venature.
Vi sono i paesi dell’interno montuoso, quelli che abitano le Barbagie e che sono detti Barbaricini, dove i muratori sono tutti, chi più e chi meno, maistus de scraffeddu. Perché ci sono molte pietre, anche enormi, da farci tanti nuraghi e rocce, specialmente di granito, che non si sa dove metterle.
Gli antichi Romani avevano trovato loro il posto, anzi diversi posti dove metterle. Con le pietre di basalto, debitamente squadrate da coorti di maistus de scraffeddu indigeni, facevano costruire strade, o aggiustare le vecchie, come a Tharros, facendo sovrapporre il basalto alle pietre di arenaria usate dai Punici. O costruivano ponti per attraversare torrenti e fiumi; strade e ponti che durano un’eternità, che ancora resistono e funzionano - meglio di quelli costruiti sotto controllo del genio civile in regime democristiano. Inoltre, i Romani prendevano (o, meglio, facevano prendere) le pietre di granito, le trasportavano (o, meglio, le facevano trasportare) fino ai porti di mare, e utilizzavano queste nostre pietre in sovrappiù, costruendo (o, meglio, facendo costruire), a casa loro, magnifici edifici, pubblici e privati, e templi per tutti gli dei.
Ciò che, d’altro canto, fanno ancora oggi gli industriali del Continente, con metodi più moderni e tecniche più sofisticate, che vengono in Sardegna, scelgono i più bei massi di granito, di quello bello compatto, lo tagliano (anche senza maistus de scraffeddu), caricano i lastroni sulle navi e li vendono in tutta l’Europa per farne rivestimenti di muri, interni ed esterni, battiscopa, pavimenti, caminetti, e tutto il resto.
A onor del vero, qualcosa di tutte queste pietre lavorate resta anche in Sardegna. Le ville della Costa Smeralda, per esempio, contengono granito da tutte le parti. Peccato che non siano proprietà dei Sardi.


S’ARENERI
IL RENAIOLO, CAVATORE E TRASPORTATORE DI SABBIA

Prima che si diffondessero i mezzi meccanici, il lavoro de is areneris, dei cavatori di sabbia, si faceva con le mani e una pala. I paesi che avevano la fortuna di avere un fiume vicino, lo utilizzavano per estrarne la quantità - modica direi - necessaria agli impasti di calce e cemento per l’edificazione delle case di abitazione.
Va detto che i paesi della pianura edificavano per lo più con i mattoni crudi, che sono fatti di fango argilloso misto a paglia, come tremila anni fa in Egitto, in Mesopotamia, e in buona parte dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. I mattoni crudi si cementano tra loro con malta di argilla. Poco bisogno avevano, dunque, questi paesi della sabbia, se non per ottenere gli impasti cementizi, di calce, o di malta bastarda, necessari per murare le pietre. Tuttavia, nei muri di recinzione e anche in alcune costruzioni rustiche in campagna, si costruisce “a secco”, senza alcuna malta, disponendo le pietre l’una con l’altra, segundu s’assettiu insoru, facendole combaciare secondo la loro forma. Le costruzioni megalitiche, quali i nuraghi, si costruivano appunto a secco.
Degli altri paesi, i più, utilizzavano cave di sabbia naturali, talvolta anche assai lontane dal luogo dove il materiale estratto doveva essere utilizzato. Per il trasporto si servivano dei carri a trazione animale, per lo più carrettoni trainati dai cavalli, che erano assai più capienti e veloci dei carri a buoi, in pianura. I carri a buoi andavano meglio in montagna, considerate le strade disagevoli, le ripide pendenze, nonché il notevole peso della sabbia in rapporto al suo volume, specie se umida. Lo stesso discorso vale per le pietre da costruzione che si trasportavano dalla cava a piè d’opera con il carrettone o con il carro a buoi secondo la zona e la viabilità.
Con l’avvento della motorizzazione, e specialmente da quando, negli Anni 50, i mattoni crudi sono stati sostituiti, quasi dappertutto, dai blocchetti di cemento, c’è stata una grande richiesta di sabbia per le costruzioni. E così s’areneri si è meccanizzato e motorizzato: sono state impiantate pale meccaniche alla foce di alcuni fiumi o all’interno delle cave, per l’estrazione, e sono entrati in funzione, al posto dei carri, camion e motofurgoni di ogni genere, per il trasporto.


SU MAISTU DE LINNA O FUSTERI
IL FALEGNAME

«In tutto il paese, ziu Germanu era conosciuto come su maist’‘e linna, falegname; molti non sapevano nemmeno il cognome, ma se veniva qualcuno dei paesi vicini cercando il falegname era logico che si riferisse a lui. Aveva la falegnameria alla periferia del paese, con un capannone nel quale erano ben allineate tavole di tutte le grandezze e di vari tipi di legno.
Eseguiva i lavori solo per ordinazione e se qualche fidanzata aveva fretta di sposarsi doveva prenotarsi per tempo. Di solito il primo mobile che le giovani ordinavano, anche se non erano fidanzate, era il guardaroba dove avrebbero cominciato a conservare i capi del corredo, man mano che lo preparavano.
Ziu Germanu faceva solo tre tipi di guardaroba: il più semplice, di legno meno pregiato, lo compravano le domestiche o is gerrunaderas; nella via di mezzo, con qualche rifinitura, lo ordinavano is fillas de domu, le ragazze casalinghe; e, infine, quello più rifinito, di legno migliore, lo acquistavano is riccas, le benestanti. Qualche volta succedeva che una giovane, pur essendo povera, volesse quello di seconda categoria, e allora se ne parlava in tutto il paese, comenti de una cosa chi no desciàt, come di una cosa che non stava bene.
Ziu Germanu preparava solo i mobili da rifinire bene: comò, credenze, comodini, tavoli per la stanza da pranzo, testate per il letto; mentre gli apprendisti preparavano i mobili per le contadine: sa mesa manna, la tavola per fare il pane, su scannu de tabas, il tavolo quadrato, che doveva essere ben robusto, perché serviva per appoggiare sa scivedda manna, la conca grande, dove si impastava e si metteva a lievitare la pasta per il pane. Inoltre, preparavano su scedazzadori, l’abburattatore per appoggiare e far scorrere il setaccio quando si abburattava la farina; su parastaggiu, una specie di scaffale da appendere alla parete della cucina, e sa mesixedda, il tavolo rettangolare piccolo per la cucina.
A parte la confezione dei mobili, ziu Germanu era ricercato anche per le serrature delle case nuove e accadeva che avesse come clienti i futuri sposi e che venisse anche invitato alle loro nozze».30


SU MAISTU DE CARRUS
IL CARPENTIERE

Su maistu de carrus, il carpentiere, costruiva prevalentemente carri da lavoro e da trasporto, carrus e carrettas, carrozzas e carrozzinus, carri a buoi, carri e carrette, carrozze e calessi.
Tre erano i veicoli che venivano loro commissionati dai contadini: su carru a bois, il carro da buoi; sa carretta a cuaddu, la carretta da cavallo; sa carretedda a molenti, il carrettino da asino. Di questi tre, il più diffuso era il carro a buoi: un carro di fattura singolare, semplice, robusto e funzionale. Lo descrive Delia Mameli, appassionata cultrice di tradizioni popolari, nella sua interessante ricerca “Vita, usi e costumi del Sarrabus” edita a Cagliari nel 1965:
«Il carro sardo “su carru sardu”, mezzo di locomozione fra i più antichi, adibito in tutti i lavori attinenti alla agricoltura (tutt’ora in uso nel Sarrabus) è composto da un telaio di legno a forma di triangolo, il cui vertice è detto “punta de scala de su carru”; la base, parte posteriore “sa coa de sa scala”.
Il vertice è rivestito da due placche di ferro dette “sa braba” e “s’asuta de sa braba”; in quest’ultima vanno fissate due prominenze di ferro, dove si incassa l’arco del giogo, “s’aioni”.
Dove incomincia l’apertura del vertice del triangolo, stanno due assi di ferro detto “is maisteddas”; in una mediante un anello di ferro si infila “sa stantarizza”, bastone di legno che poggia per terra consentendo al carro fermo di stare sul piano orizzontale, nell’altra si infilano i bastoni “fustis de costa de su carru”.
Il triangolo formante l’intelaiatura del carro, rivestito al centro da tavole, è detto “su lettu de su carru”.
Ai due lati esterni di esso si infilano le ruote mediante una asse “s’axia” di ferro, collocata sotto il letto del carro.
Nell’asse penetrano i mozzi “is buttus” rivestiti da un tubo metallico detto “bronzina”, dai mozzi sporge l’asse dove è praticato un taglio in cui penetra la chiave “sa crai”.
Dai mozzi si dipartono i raggi “is arraggius” i quali si suddividono in quattro parti detti “grivellus” che formano la ruota “s’arroda”, rivestita da un cerchio di ferro, “lamoni”.
Dietro le ruote sta un’asse di legno, munita all’estremità di due tacchi che servono da freno “sa meccanica”.
Il freno funziona mediante l’uso di un bastone attaccato ad una catena; alla sinistra di esso un altro bastone detto “balantinu” bilanciere, che serve a far stare in bilancia il carro fermo.
Al di sopra delle ruote, fissate sul letto del carro, sono le sponde; quelle piccole dette “cubas”, le più alte “cubalis”.
Fanno parte del carro “is cedras” (le veggie, per allargarne la capienza - ndr); le redini “is ordinagus” ed il pungolo “su strumbulu”, bacchetta munita di una spina di ferro e di correggia; il giogo “s’uali” un asse di legno con al centro infisso un semicerchio di ferro “s’aioni”, fissato alla parte superiore da viti dette “gallettus”. Ai lati del giogo tre prominenze in ferro dette “ossiedus” dove si incrociano le corregge che attaccano i buoi al carro».
Sulla ricerca del legname più idoneo da tagliare nei boschi per la costruzione sia del carro a buoi che di altri carri e sul relativo commercio che si faceva dai paesi montani ricchi di boschi, Alto Oristanese e Barbagie, ai paesi dei Campidani poveri di alberi, Tigellio Contu, nella sua Opera più volte citata, scrive:
«…In quei tempi il bosco forniva anche un altro cespite di guadagno, almeno ai più furbi e audaci, col taglio clandestino di appositi rami di leccio. In essi l’occhio esperto del raccoglitore ravvisava nella loro naturale forma il legname adatto per trarne le varie parti di cui era formato il carro a buoi e l’aratro di legno, allora esclusivamente in uso presso gli arcaici contadini sardi, cui era ancora sconosciuto l’aratro di ferro. Ricordo ancora che tali pezzi venivano, nelle ore notturne, nascostamente, trasportati a spalla in paese, per essere sotterrati nelle concimaie, sotto uno spesso strato di stallatico; per un motivo di sicurezza in primo luogo e anche perché il letame, coi suoi acidi, costituiva una specie di concia che faceva perdere ai pezzi la corteccia e facendoli seccare rapidamente evitava loro possibili spaccature. Tali pezzi erano molto ricercati, specie dai contadini nei paesi del Campidano, che venivano nottetempo a prelevarli con i carri a buoi e, opportunamente occultati sotto sacchi di paglia o altro, erano, con grande cautela, e sempre nelle ore notturne, trasportati al luogo di destinazione. Tale commercio, un vero e proprio contrabbando, era pericoloso ma molto remunerativo».
Rinomati nei paesi da Cagliari a Oristano erano i carri dei Ruggeri, maistus de carrus di Guspini


SU MAISTU DE CUBAS O CARRADERI
IL BOTTAIO

Su maistu de cubas, su chi faiat o arrangiat is carradas, il bottaio, colui che costruiva o riparava le botti, lavorava in un ampio cortile acciottolato, con un comodo e largo loggiato sul fondo, aperto sulla strada da un largo portale che consentiva ai clienti di entrare comodamente con il carro per scaricarvi botti e tini da sistemare.
Ai primi di autunno, in vista dei lavori della vendemmia e della vinificazione, sa cortilla de su maistu de cubas, il cortile del bottaio, si andava sempre più riempiendo di recipienti di ogni dimensione e affollando di clienti che avevano tutti una gran premura.
Talvolta, alcune cobidinas, tini, non trovando posto all’interno, dovevano restare per strada, con grande gioia dei bambini del vicinato che ci giocavano dentro.
Invece, is carradas, le botti, più delicate e più meritevoli di attenzione, trovavano comunque posto all’interno, anche messe l’una sopra l’altra, nel fondo, con il nome del proprietario scritto con un pezzo di gesso.
Le botti e i tini da revisionare andavano smontati. Si toglievano loro i cerchi e le doghe venivano ripulite e levigate per rifarle come nuove. Quindi, venivano rimesse al loro posto e fermate con i rispettivi cerchi, preventivamente scaldati in una apposita fornace. Raffreddandosi chiudevano l’insieme delle doghe, tenendole strette l’un l’altra come in una morsa.
Is iscientis de su carraderi, gli aiutanti del bottaio, prendevano acqua dal pozzo e la versavano nelle botti e nei tini appena revisionati, o di nuova fattura, per verificarne la tenuta stagna.
Su maistu de cubas è detto anche carraderi o buttaiu.


SU MAISTU DE BIRDIUS
IL VETRAIO

Un mestiere questo de su maistu de birdius o virdius, del vetraio, che si riduceva a poniri is virdius in is ventanas, a mettere i vetri alle finestre, candu si fessint arrogaus, quando si rompevano - poiché, qui da noi, non c’erano is fabricas de birdis, le vetrerie, come a Murano o in Boemia; infatti, in tempi anche recenti, era già molto se ai telai delle imposte c’erano i vetri.


SU MAISTU DE CADIRAS E DE SCANNUS
IL SEGGIOLAIO

Scannaiu, o maistu de scannus è colui che fa is cadiras e is scannus, le sedie e le seggiole.
Su scannu è una sedia bassa, comoda, da usarsi davanti al camino, assai comune nell’abitazione del contadino.
Nel mondo del pastore su scannu è spesso sostituito con sa mesichedda o su panchittu, il panchetto di legno o di tronchetti di ferula e sughero...
Sa cadira è la sedia, comunissimo mobile nell’arredamento di ogni casa, anche la più povera. Ve ne erano di dozzinali, fatte in Continente su scala industriale, che, sbarcate in Sardegna, finivano per lo più nelle città e nelle case paesane dei benestanti. La gente comune dei nostri villaggi usava cadiras e scannus, sedie e seggiole, più rustiche ma anche più resistenti all’usura e che costavano meno, prodotte dal lavoro artigianale de is scannaius, dei facitori di seggiole.


SU MAISTU DE OPERAS GRUSSAS
CHI PULISCE LE LATRINE

Su maistu de operas grussas, un titolone altisonante, in pratica, indicava una attività assai modesta, quella de su basseri (da bassa, cesso) o limpiabassas, del pulitore di latrine.
Una attività che si svolgeva soprattutto nella città, dove la gente viveva ammassata e non riusciva a trovare spazi sufficienti a smaltire i propri rifiuti in modo naturale. Come invece accadeva nei paesi e nei villaggi dove, fino a pochi anni fa, non c’erano fogne né pozzi neri, e gli escrementi umani e animali, insieme a ogni altro genere di rifiuti, finivano nell’immondezzaio, presente in ogni cortile domestico, che annualmente, già in fase di decomposizione, veniva rimosso, portato in campagna e sparso come letame nei terreni da coltivare.
Tuttavia, nelle case dei benestanti vi erano elementari pozzi neri, che necessitavano ovviamente di periodici svuotamenti. Ci pensavano is maistus de operas grussas, is limpias bassas, appunto gli addetti alla pulizia delle latrine.


SU MAISTU DE RODEDDAS
IL GIRELLAIO

Con su maistu de rodeddas, su chi faiat rodeddas de talliora, il girellaio, entriamo in un settore alquanto specialistico dell’artigianato. Vediamolo nel dettaglio.
Sa rodedda, la girella, è una parte de sa talliora, della carrucola. Più precisamente, sa rodedda viene così definita nel Vocabolario di E. Atzeni31:
«Specie di ruota o disco di legno duro, del diametro di uno o due palmi, il cui asse è imperniato nella cassa della carrucola, e sulla cui grossezza intorno intorno è incavata la gola o canale da mettervi la corda per attingere l’acqua con la secchia. Alla girella di legno è sostituita una di ferro quando invece della corda si adopera una catena».
Sa talliora, la carrucola, viene così definita nello stesso Vocabolario:
«Arnese composto di una girella imperniata fra le due branche di una staffa di ferro, le quali in alto si riuniscono, e terminano in uncino, col quale si appende ai legnami del tettuccio de pozzo».
Sa rodedda de sa talliora è dunque la girella della carrucola.
Sa rodedda, detta più propriamente sa serreta, nella parlata dell’Oristanese, indica anche la taglierina, consistente in una rotellina dentata girevole, incastrata in un manico, con cui si taglia la pasta, frastagliandola, o si sfrangiano gli orli di altre paste, come is culirgionis, gli agnolotti. C’è da presumere che l’artigiano facitore di serretas, dette appunto anche rodeddas, fosse anch’egli unu maistu de rodeddas. Mia madre - per quel che ricordo - si faceva fare is serretas o rodeddas, le taglierine per sfrangiare la pasta sfoglia, dal falegname di famiglia, dandogli una monetina che, da lui stesso o da un fabbro, veniva dentellata pazientemente con la lima, quindi bucata al centro e infilata in un manico con un pernetto che le consentiva di girare.


SU MAISTU DE BERRINAS
IL SUCCHIELLINAIO

Sa berrina, il succhiello, è un attrezzo proprio de su maistu de linna, del falegname. Esiste però un artigiano esperto nell’uso de sa berrina, detto appunto maistu de berrinas, che si traduce in italiano con succhiellinaio o succhiellaio.
Importante il suo lavoro nelle botti per spillarne, a tempo debito, il vino. I fori venivano poi chiusi da appositi tuppas e tupponis, zipoli e zeppe, di forma conica, che venivano inchiodati con un martello di legno.
Succhiellinajo, nel dizionario del Cantù, non era l’artigiano che usava il succhiello, ma colui che faceva o vendeva i succhielli. Altri dizionari preferiscono la voce succhiellajo. Nuovi dizionari come il Treccani ignorano del tutto questi vocaboli. Segno di pressappochismo dilagante, anche in opere che passano per essere “il non plus ultra”, dove puoi trovare “okay”, per piaggeria, ugualmente dilagante oggidì, nei confronti del padrone yankee. Vocabolari della lingua italiana, dove non trovi vocaboli italiani che fanno parte del nostro patrimonio culturale, anche se disusati.
Su maistu de berrinas, il succhiellajo o succhiellinajo, così come il suo attrezzo, è stato soppiantato dal trapano.


SU MAISTU DE BARRILOTTAS
IL BARLETTAIO

Su maistu de barrilottas era in pratica unu maistu de cubas, de carradas e de cobidinas, cioè un bottaio, che faceva botticelle in miniatura, tanto piccole da poter essere appese al collo.
Conosco minuscole barrilottas, botticelle, per lo più di funzione ornamentale, ottenute lavorando il corno del bue, provenienti da un artigiano di Buddusò, Dino Zidda. Per la creazione di recipienti in corno di bue, lavorato con la sgubbia o con il pirografo, ricordo, ad Oristano, una bottega artigiana denominata La Tanit, di Peppinetto Atzori.
Oggi si direbbe maistu de barrilettus, ovvero facitore di bariletti: fiaschette, specie da viaggio, usate per contenere vino o liquore, che si appendevano al collo mediante una cordicella.
Classica l’immagine del cane San Bernardo cun su barrilettu, con il bariletto, contenente cognac appeso al collo, per ristorare i viaggiatori dispersi tra i monti innevati.32


SU MAISTU DE CABBIAS
IL FACITORE DI GABBIE

Per esperienza vissuta di persona, posso dire che gli artigiani di un tempo erano detti maestri a buona ragione, poiché essi erano non soltanto i detentori della conoscenza delle tecniche di un lavoro, ma avevano anche la capacità didattica di saper insegnare ciò che sapevano fare ed il rispetto della tradizione comunitaria, che imponeva a tutti di contribuire alla crescita della comunità.
Nel mio paese di origine, a Terralba, dove trascorrevo le estati della mia adolescenza, vi erano alcuni anziani artigiani - che poi svolgevano anche altre attività, come quella di custodire colture ortofrutticole o di lavorarci come ortolani - che erano bravissimi maistus de cabbias, esperti facitori di gabbie. Essi lavoravano all’aperto, nel cortile o sotto il loggiato davanti alla loro casa, aperto sempre a chiunque volesse entrare. Erano costantemente circondati da ragazzi che osservavano il loro modo di lavorare e che, a richiesta, davano una mano, passando, all’artigiano che stava seduto su uno scanno davanti ad un tavolo, il materiale o un attrezzo occorrenti. Io, tra questi ragazzi, ero uno dei più assidui.
Il nostro maestro facitore di gabbie si chiamava ziu Anselmu, era anziano ma agile come un ragazzino, e faceva questo lavoro soltanto di pomeriggio, all’ombra di un fico enorme, che dava frutti neri lunghi una volta a fine giugno e un’altra a settembre.
Con alcuni dei ragazzi suoi allievi, e sotto la sua direzione, cominciai a costruire le gabbie per uccelli utilizzando le bacchette del rovo, che fungevano da regoletti, per il telaio, e i giunchi che formavano le gretole, le piccole sbarre dorate della prigione. Più che l’uso che di queste gabbiole avrei potuto farne - ho sempre amato tanto la libertà da soffrire per la clausura di un animale - mi appassionavano la ricerca, la preparazione del materiale e la costruzione, semplice ma impegnativa, delle stesse.
Uscivamo a cercare lungo le siepi del ficodindia le bacchette sarmentose del rovo; e se l’estate era inoltrata, facevamo scorpacciate di more, che la natura provvidenziale faceva maturare prima dell’uva. I miei compagni mostravano competenza e abilità che io cittadino non possedevo, e seppure fossero rozzi e parlassero in sardo io ero con loro un allievo umile e attento.
In s’arruargiu, il roveto, bisognava saper distinguere tra s’orrù mascu, il rovo maschio, a sezione circolare, e s’orrù femina, il rovo femmina, a sezione esagonale. Andava scelta e colta, per ottenere i regoletti, soltanto quest’ultima varietà e che fosse robusta e diritta. Quindi, si tagliavano alla misura voluta le bacchette e si lasciavano a essiccare, ma non troppo, prima di usarle.
La ricerca dei giunchi per le gretole ci costringeva a più lungo e periglioso viaggio fino ai margini paludosi degli stagni, verso il mare. Anche qui, i miei compagni distinguevano due varietà di giunco: quella che aveva in cima una infiorescenza, che chiamavano propriamente giuncu, e l’altra, terminante con una punta acuminata, detta zinniga. Quest’ultima varietà era quella che occorreva alla fabbricazione delle gabbie, in quanto, dopo essiccata diventava rigida e si infilava con la sua naturale punta acuminata nel morbido legno dei regoletti di rovo.
Costruivamo due tipi di gabbia: un tipo semplice, sa cabbia de cardanera, per tenerci le coppie dei cardellini, che si appendeva nel loggiato; un altro doppio, sa cabbia paradora, con cui si prendevano altri cardellini. Sa cabbia paradora consisteva in una gabbia divisa in due scomparti; in quello in basso stava la cardellina da richiamo; mentre in quello in alto era situata una trappola: la parete superiore si apriva in due portellini trattenuti in bilico da due stecchi; entrandovi la preda, il portellino si richiudeva per caduta.


SU MAISTU DE LEPPAS E GORTEDDUS
IL COLTELLINAIO O FACITORE
DI COLTELLI A SERRAMANICO

Sono famosi in tutta la Sardegna is maistus de leppas, i facitori di coltelli a serramanico di Pattada, paese del sassarese, e famose sono le loro leppas. Is leppas de Pattada, i coltellini a serramanico di Pattada, sono di un acciaio particolarmente temperato e resistente e hanno la lama di forma larga, a foglia, a differenza di altre leppas che hanno forma allungata, più o meno sottile. L’impugnatura è sempre di corno; anche quella dei coltelli fatti ad uso dei macellai.
Sono tanti i paesi, per lo più nel Nuorese, dove si trovano bravi maistus de leppas. Tuttavia, ci sono altrettanto esperti forgiatori anche in provincia di Cagliari, per esempio a Guspini, dove, per accettare una ordinazione di leppas o di spadinus, sorta di machete, mi hanno richiesto (e hanno gradito il mio dono) alcune balestre d’auto, di quelle che si usavano un tempo, di acciaio speciale, che loro utilizzano per ricavarne leppas, gorteddus e spadinus, coltelli a serramanico, coltelli e coltellacci.
E’ da dire che sa leppa, il coltello a serramanico, è uno strumento di lavoro e d’uso indispensabile nella vita quotidiana del pastore e del contadino, che la tengono, immancabilmente, nella tasca della giacca o del corpetto, o nella bisaccia insieme al pane, al formaggio o alla salsiccia ed al vinello; appunto, per tagliare il pane e il formaggio, per tagliare un rametto per fare un innesto, e così via.
Nei ricorrenti periodi di caccia alle streghe del banditismo sardo, che rientra nel sistema dell’emergenza che la consorteria al potere instaura nel nostro paese, periodicamente e in modo sempre più frequente, fino a renderlo stabile, sa leppa è stata il pretesto più usato e abusato da parte della polizia per trarre in arresto ed eliminare i nostri pastori, per dare un esempio, con una condanna per “detenzione abusiva di leppa”, equivalente, per la giustizia del sistema, ad un’arma da guerra.


SU MAISTU DE PITTAIOLUS E SONALIUS
IL FACITORE DI CAMPANACCI E SONAGLI

Famosi i facitori di campanacci di Tonara, paese montano delle Barbagie, noto anche per i suoi prodotti artigianali confezionati in legno di castagno e noce. Spesso, is pittaiolus o sonalius, i campanacci o sonagli, vengono venduti dagli ambulanti in occasione di feste e sagre paesane. Alcune di queste sono frequentate non soltanto per devozione al Santo che viene onorato in quella ricorrenza, ma per fare acquisti di ogni genere, utili all’economia della propria attività lavorativa.
Il pastore che acquista is pittaiolus li sceglie uno ad uno secondo la nota musicale espressa scuotendo il sonaglio, di modo che siano tutti diversi, ma formino, nel loro insieme, un suono corale che sia proprio, caratteristico del “suo” gregge; cosicché, quando a quel “coro” manchi qualche suono, cioè qualche pecora, il pastore avverte il furto e corre ai ripari.


SU MAISTU DE FUNTANAS
IL FACITORE DI POZZI

Funtana (ma anche putzu e più raramente, nel Cagliaritano, se usato per irrigazione, molinu) in sardo campidanese si traduce con pozzo. «Bai e pesa una carcida de aqua de sa funtana», significa «Va’ e attingi un secchio d’acqua dal pozzo».
Funtaneri, o meglio maistu de funtanas, indica, pertanto, colui che fa i pozzi, scavando e mettendo i tubi o edificando i muretti di contenimento e quelli esterni di protezione.
Su maistu de funtanas, il facitore di pozzi, che si avvale della collaborazione di uno o più manoberas, aiutanti manovali, fa anche di mestiere il rabdomante, su chi circat s’aqua asuta de terra, colui che cerca le vene d’acqua con la classica forcella di salcio, che egli impugna per i corni con ambedue le mani, tenendone l’altra estremità, il piede della “ypsilon”, rivolta al terreno.
Ho assistito più volte alla ricerca di falde freatiche da parte di questi rabdomanti, che dicono di possedere una speciale sensibilità, quella di sentire l’acqua mediante la loro bacchetta di salcio. Non so dire se esistano o meno certe proprietà. Penso che un fondo di verità ci sia, e lo dico per esperienza diretta.
In un paese dell’Oristanese, a Cabras, dove avevo deciso di farmi costruire la casa di abitazione, utilizzando operai e materiali del luogo e seguendo le loro tecniche tradizionali, cominciai con il farmi edificare il pozzo, nel terreno su cui sarebbe sorta la casa.
Convocati a casa i muratori, questi mi suggerirono di chiamare unu maistu de funtanas, un facitore di pozzi, che era pure rabdomante. Assistei così all’operazione di ricerca della falda acquifera mediante bacchetta fresca di salcio (o d’altra pianta amante dell’acqua - come mi fu spiegato). Quando la falda d’acqua era piccola anche la sollecitazione, la scossa o attrazione, che riceveva l’uomo era di piccola entità; diventava forte quando la massa d’acqua percepita era rilevante. Dopo aver girovagato per tutto il terreno, su maistu stabilì quello che era il punto migliore in cui scavare per trovare una buona e ricca sorgente.
Il giorno appresso, all’alba, arrivò nel terreno con l’aiutante, con un mucchio di grosse funi, piccone, badile, qualche trave ed un verricello. Si mise in mutande e canottiera, e, sputatosi sui palmi delle mani, attaccò a picconare, esattamente nel punto che aveva segnato. Trovò l’acqua a poco più di quattro metri di profondità, scavò ancora finché poté, quasi sommerso dall’acqua che affluiva abbondante… e - a sua detta - perfino buona da bere.
Con l’acqua del pozzo iniziarono il loro lavoro is ladraius, i facitori di mattoni crudi: tracciarono un quadrato di qualche metro, scavarono fino a trovare lo strato argilloso, ci buttarono dentro a secchiate un bel po' d’acqua, impastarono il fango con una certa quantità di fango, e, ripulito e spianato un altro pezzo di terreno, di lato, vi piazzarono i telai in legno con cui sfornare i mattoni, che restarono lì ad asciugare. «E speriamo che non piova», si augurarono is ladraius. Non piovve, in quei giorni. D’altro canto, con la loro esperienza, sapevano che quello era un periodo di secca.
Man mano che seccavano, i mattoni crudi venivano accatastati all’interno delle fondamenta delle case, quindi, ricoperti con un telone o con un fitto strato di paglia, per non essere erosi dalle eventuali piogge, in modo da essere pronti per “tirar sù” i muri, sia quelli maestri, sia quelli divisori.
La pietra ed il cemento furono usati soltanto per le fondazioni e per costruire un metro di base di tutti i muri. (Nel mio caso, un muretto di pietra di un metro come base era più che un lusso: sarebbe bastato un palmo da terra per isolare i mattoni crudi dall’umido del terreno) Il resto venne edificato con i mattoni crudi cementati con fango e intonacati con malta bastarda (cioè calce e cemento più sabbia), sia all’interno che all’esterno. I muri in mattoni crudi tengono fresca la casa d’estate e d’inverno la mantengono calda. Muri che durano un’eternità, se bene intonacati.33


SU FRAU O FERRERI
IL FABBRO FERRAIO

Su frau o ferreri era certamente l’artigiano più importante nelle nostre arcaiche comunità, specialmente a economia contadina e, seppure in misura minore, in quelle pastorali. Al di là della possibilità di acquistare una volta all’anno in occasione della festa principale del proprio paese, o di quello vicino, gli attrezzi necessari al proprio lavoro, giorno per giorno, era su frau che forniva questi strumenti, forgiandoli nuovi o riparando i vecchi.
E’ pur vero che il nostro contadino, per il sistema di radicale autarchia di cui faceva parte, doveva ingegnarsi a costruire da sé grandissima parte degli utensili indispensabili non soltanto al suo lavoro, ma perfino alla vita domestica (coadiuvato, in gran parte, dalle donne di casa e dai vecchi, spesso abilissimi facitori di ogni genere di manufatto); inoltre, doveva saper riparare o rinnovare quanto, con l’usura del tempo, poteva essersi rotto o consumato. Ma era anche vero che, con tutta la sua buona volontà, il contadino non poteva riforgiare una zappa o riparare il cerchione di una ruota che si fossero rotti, e non tanto perché non lo sapesse fare, quanto perché non aveva gli strumenti idonei allo scopo. Il contadino ha sempre a mente il detto «sunt is ainas chi faint is fainas», sono gli attrezzi che fanno il lavoro, intendendo che con gli attrezzi idonei si può far tutto, compresi gli stessi attrezzi.
Se c’è amicizia e se lo si lascia fare, il contadino va nella bottega del fabbro e ripara egli stesso il proprio arnese rotto, usando, spesso con sufficiente capacità, ma pur sempre sotto il controllo e la guida de su maistu ferreri, l’impianto e l’attrezzatura dell’artigiano.
Il fabbro dei nostri paesi era spesso anche su maniscali, il maniscalco, e si preoccupava quindi anche di ferrare gli zoccoli degli animali da trasporto, in particolare i cavalli.


SU MANISCALI
IL MANISCALCO

Maniscali e maniscalcu, il maniscalco, è detto anche ferradori, su chi curat e ferrat is cuaddus, colui che cura e ferra i cavalli. Maniscalcu, maniscalco, che esercita la mascalgia, la cura dei cavalli. Spesso questa attività viene svolta dallo stesso fabbro ferraio, specie nei piccoli paesi. Su maniscali può dirsi, infatti, un fabbro specialista nell’arte della ferratura degli animali da tiro.
C’è da fare una distinzione tra su maniscali de cuaddus, il maniscalco che ferra i cavalli, chi ferrat puru molentis e mulus, che ferra pure asini e muli, e su maniscali de bois, il maniscalco che ferra i buoi, il quale usat po poderai e susteniri sa bestia sa machina o trobaxu de ferrai, usa una sorta di robusto telaio, munito di due cinghie che sostengono l’animale passando davanti alle zampe posteriori e dietro quelle anteriori.
E’ arcinota la forma del ferro da cavallo, usato come portafortuna in mille piccole forme di metallo pregiato come ciondolo o spilla, ma anche nella versione originale, quella autentica, specie se si tratta di ferro smesso, meglio ancora se perso dall’animale e trovato per strada. Diversa è la forma del ferro da bue. Essendo bisulco, lo zoccolo di questo animale necessita di due ferri a piastra. C’è chi usa ferrare solo l’unghione esterno.


SU SCOVAIU
IL FACITORE DI SCOPE

Nell’area mediterranea, e in particolare in alcuni tratti della costa sarda, vegeta la palma nana. E’ certamente la regina della macchia, le cui foglie si prestano a mille usi.
Da tempi immemori sino a qualche decina di anni fa, la palma nana forniva la materia prima del crine per materassi.
Fino alla metà degli Anni Cinquanta, a Torre Grande di Oristano, sorgeva una rinomata e redditizia industria del crine - superata e cancellata dall’avvento del lattice di gomma e dalla più scadente gomma piuma.
Svariati erano i modi di utilizzazione delle foglie della palma nana. Se ne ottenevano delle funicelle per impagliare scanni e sedie; ma a tale scopo venivano usate anche altre fibre vegetali.
Diffusissime, e non solo in Sardegna, erano le scovas de prama, scope di palma nana, con il manico di canna o di leonargiu, oleandro. La scopa “civile” di saggina di riso, detta scova de arrosu, era poco apprezzata dalle massaie in quanto troppo pesante, manicata con legno di faggio.


S’ACCONCIACOSSIUS
IL RIPARATORE DI TERRECOTTE

Acconciacossius si traduce letteralmente con aggiusta terrecotte. Era così detto l’artigiano girovago che, di paese in paese, andava a riparare cossius e burnias, orci e giare, sciveddas, conche, marigas e broccas, brocche.
Su girabarchinu è uno strumento di lavoro proprio de s’acconciacossius. Si tratta di un elementare trapano a spago, la cui punta gira con lo stesso elementare sistema del bastoncino usato presso certi popoli primitivi per accendere il fuoco. S’acconciacossius lo usava per forare anfore e conche, brugnas e sciveddas, utensili di terracotta.
Questo artigiano “girovago” assai spesso riparava pure is peracus, gli ombrelli cerati, per lo più di colore verde, del pastore e del contadino.


S’ACCONCIAPARAQUAS
CHI RIPARA PARAPIOGGIA

Deriva da paraqua, parapioggia, detto volgarmente anche paraculu o peracu. Questa attività, di solito, era svolta anche e specialmente da s’acconciacossius, colui che riparava giare, conche, brocche e altri recipienti di coccio, specie di notevoli dimensioni.34


SU CHI FAIT STREXUS DE FENU
IL FACITORE DI UTENSILI A INTRECCIO

Le campagne di alcuni nostri paesi abbondano di piante fibrose che, per la maggior parte, sono erbe palustri, come su carcuri, sa spadua, su giuncu, su sessini, sa zinniga, o di alberi i cui rami sono flessibili, quali su salixi, s’olimu, i salici, i pioppi, o ancora di essenze proprie delle zone aride e pietrose, come su cadrilloni, l’asfodelo.
Proprio in questi paesi, fin dalla notte dei tempi, nasce, e si sviluppa fin quasi ai nostri giorni, l’attività di intreccio per la creazione di utensili d’uso comune familiare.
I paesi ed i villaggi che sorgono nell’entroterra del Golfo di Oristano e di Cagliari, ma un po’ dovunque lungo tutte le coste della Sardegna, nelle zone basse paludose, ai margini di stagni, utilizzavano da sempre la vegetazione che la natura provvida forniva loro per costruirsi ogni utensile da lavoro e di uso comune.
Mi risulta che a Riola, Nurachi e Cabras, fino agli Anni ’40, si usassero ancora ami vegetali, utilizzando una sorta di spina ricurva che si prestava ad essere ricoperta dall’esca ed a trattenerla. In quei paesi, aggiungendovi Santa Giusta, vi erano numerosi artigiani abilissimi nell’intreccio de su juncu, del giunco, da cui ricavavano corde e cordicelle per ogni uso. Così pure nella manifattura di stuoie, che ottenevano con sa spadua, il falasco, da cui ricavavano perfino baracche (is barracas de cruccuri), freschissime d’estate e calde d’inverno, un tempo tipica abitazione dei pastori di Su Siccu, di Torre Grande e di San Giovanni del Sinis, una penisola in parte bagnata dal mare ed in parte dagli stagni - oggi malauguratamente distrutti dall’avanzata “progressista” del cemento e di cui, meno male, si conservano alcune immagini fotografiche.
Tantissime erano le utilizzazioni che si ottenevano dall’intreccio delle erbe fibrose e dalla lavorazione dei virgulti duttili di numerose piante. Si confezionavano recipienti per il trasporto della frutta, ceste, cestini, corbe e corbelli di varia forma e capienza, canestri, crivelli e setacci per la lavorazione della farina, cestelli per contenere dolci; perfino ceste oblunghe, ad intreccio lasco, con apposita chiusura a tappo per contenervi le lumache colte nei periodi piovosi, spargendovi un po’ di crusca per conservarle più a lungo.


S’ACCONCIACROBIS
CHI RIPARA CORBE E CANESTRI

Sa crobi, la corba, è un recipiente di dimensione diversa, ottenuta con l’intreccio di giunco e paglia, recipiente di uso assai comune e vario nella vita familiare. Ciascuna di esse, però, viene usata per un solo specifico compito, e non può contenere ora grano, farina, pane e dopo frutta, verdura e poi, ancora, panni da rammendare o da stirare. Vi si mette il grano da portare alla macina, poi, il macinato stesso, per essere abburattato, e il pane cotto. In apposite corbe vanno la frutta e le verdure che si raccolgono in campagna, quali uva, meloni, pomodori, zucche, melanzane, e così via. Fino alle corbulette per riporvi il cucito.
Spesso l’intera parete di una stanza era tappezzata da crobis e crobixeddas, corbe e canestrelli, appese con nastri colorati - per lo più di colore verde per tenere lontano il malocchio.
Quando una crobi si deteriorava con l’uso, spagliandosi in qualche parte, specie nei bordi, il più delle volte, veniva riparata dalla stessa massaia che usava rattoppare con del nastro colorato, rendendo così l’oggetto riparato perfino più grazioso di prima.
Vi erano, tuttavia, is acconciacrobis, gli aggiustacorbe, uomini o donne, specialisti in quest’arte riparatoria. Ad essi si rivolgeva la massaia che non sapeva far da sé, che non aveva tempo, o che era benestante e poteva permettersi il lusso di pagare, dando così lavoro ai bisognosi.


SU SCARTEDDAIU
IL CESTINAIO

«Mio nonno Pietro era figlio di contadini senza terra. Al rientro dalla Grande Guerra, per mantenere la famiglia si era dovuto adattare a fare diversi mestieri, dall’ortolano a mezzadria al bovaro, dal falegname al bracciante. Ma il lavoro che preferiva era quello de fai scarteddus, di fare cestini, la sua specializzazione.
Rimasto vedovo, si dedicò esclusivamente a questa attività. E lavoro non gliene mancava mai. In paese, chiunque avesse una sedia da impagliare, un cestino da fare, o una damigiana da rivestire, si rivolgeva a nonno Pietro.
Ogni lunedì all’alba si recava in campagna, dove c’erano corsi d’acqua, per tagliare le bacchette del salice e dell’olmo e, fattone un bel fascio, se lo caricava a spalla e rientrava in paese. Le pertiche di salcio venivano messe in piedi dentro un recipiente d’acqua, perché non si seccassero e conservassero la loro elasticità. La prima operazione consisteva nella scortecciatura: prendeva un bastoncino di legno secco, flessibile, piegato a V; vi inseriva la pertica da scortecciare nell’angolo del bastoncino piegato a V e, stringendo le due estremità di questo, lo faceva scorrere strofinando lungo la pertica cosicché la corteccia si staccava a listarelle.
Le pertiche scortecciate venivano messe nuovamente in una bacinella d’acqua, in modo da restare sempre fresche ed elastiche. Le più grosse venivano usate per rivestire damigiane di vetro, mentre le sottili per fare cestini.
Noi bambini desideravamo aiutarlo nel suo lavoro, ma nonno Pietro non ci consentiva di fare altro se non scortecciare e avvicinargli le pertiche che lui, di volta in volta, ci indicava. Ma, nonostante il nostro lavoro di aiutanti fosse in pratica soprattutto quello di guardare le opere che nascevano, crescevano e si compivano tra le sue abili mani, egli aveva piacere di averci sempre intorno, per fargli compagnia e per farci raccontare i fatti nostri e del paese. Noi piccoli eravamo sempre lì, gli stavamo addosso come mosche al miele. Ma, per la verità, la compagnia non gli mancava, perché venivano gli acquirenti, sia per ordinare che per ritirare qualche lavoro, cestino, cesto, o altro che fosse.
Subito dopo la colazione non faceva la siesta, come tanti altri; trascorreva un’oretta a leggere i suoi testi preferiti, che erano la Bibbia, la Divina Commedia e la vita dei Santi, in particolare quella di San Giuseppe, il falegname di Nazaret; poi, si avvicinava al loggiato che si affacciava al cortile prospiciente la strada, apriva il portale e lo teneva spalancato per tutto il tempo che restava lì a lavorare. In questo modo era come affacciato alla strada, dove il via vai della gente segnava il ritmo della vita della comunità di cui faceva parte.
A una certa ora del pomeriggio cominciavano le visite, per lo più di vecchi pensionati. Il primo ad arrivare era zio Felicino, vedovo anche lui, che abitava nella casa a fianco. Si annoiava a starsene tutto solo, e così si sedeva in un angolo del loggiato, seguiva il muoversi delle mani nell’abile intreccio di salci e giunchi e, ogni tanto, faceva qualche commento. Era un ottimo psicologo zio Felicino: per parlare sceglieva il momento più adatto, meno impegnativo, o una pausa nel lavoro, e, se la risposta di nonno Pietro tardava a giungere, attendeva con pazienza, perché le sue mani erano impegnate in una operazione difficile. Il vecchio pensionato zio Felicino, per la verità, a casa sua non ci stava mai, se non per mangiare e dormire (pranzo e cena glieli portavano a turno le figlie o le nuore, e per la colazione si adattava con i rimasugli della cena e mezzo bicchiere di vinello); per il resto era sempre da nonno Pietro, e spesso lo seguiva anche in campagna, per portare un fascio di pertiche in più, quando il lavoro era tanto.
Pian piano arrivava quasi tutto il vicinato. Gli uomini, per lo più anziani, in forzata pensione, a chiacchierare, ad aggiungere qualche attrezzo, o a fare qualche pezzo di cannoittu, fune di giunco. Le donne a rammendare o a pulire le verdure per il minestrone. Era un chiacchierio ininterrotto: chi raccontava le cose sentite in paese la sera prima, in bottega; chi parlava dell’annata che non andava mai bene, diluviava quando doveva far sereno ed era siccitoso quando sarebbe dovuto piovere; e c’era chi raccontava la vita trascorsa al fronte, in guerra, e la fame che c’era e chi ricordava i passati splendori della comunità, quando la terra produceva più di trenta quintali di grano a ettaro. E tutti, inter dicius e sentenzias, tra massime e proverbi, contribuivano all’educazione morale e sociale di noi piccoli, fondata specialmente sul rispetto e la venerazione dei vecchi, per quel che sapevano fare e per quel che c’era da imparare da loro».35


SU CADINAIU
IL CESTAIO

Cadinaiu era detto l’artigiano abile nel lavoro di intreccio che fabbricava cadinus e scarteddus, cesti e cestini. Un’attività, questa, simile, per non dire uguale, a quella de su scarteddaiu, del cestinaio.36
La materia prima per fare cadinus e scarteddus, ceste e cestini, consisteva in is pertias, le flessibili e robuste pertiche di varie essenze, quali su moddizzi, il lentischio, s’ollastu, l’olivastro, su lumu, l’olmo, s’arpa o zrappa, il salice; e simile al precedente su pittixi, il vetrice o salice generico. Con is pertias, le pertiche, si otteneva lo scheletro. Con is tirellas o tirias de canna, strisce di canna opportunamente spaccata, si faceva l’intreccio sullo scheletro e si otteneva così il contenitore. Su cadinu, la cesta, (detta anche coffa o cavannia, se grande fino a circa un metro di altezza e ottanta centimetri di diametro), veniva usato per contenere la paglia mista a leguminose, per alimentare buoi e cavalli, o anche per il trasporto d’uva durante la vendemmia, o per il pane (per quest’ultimo compito più usate is crobis, le corbe, ottenute con l’intreccio del giunco e del fieno).
Su fundu de su cadinu e de su scarteddu, la base della cesta e del cestino, si otteneva con un intreccio circolare di pertiche flessibili, mentre is costas, le pareti, si ottenevano cun tirias de canna sperrada, con strisce di canne spaccate, naturalmente collegate alla base con altre pertiche disposte verticalmente.
Normalmente, is cadinus, le ceste, erano forniti di duas manigas, due manici, opposte, situate ai bordi; mentre is scarteddus, i cestini, avevano unu manigu, un manico, robusto, situato sul bordo, ad arco, comodo da portare sull’avambraccio, o da appendere, con una funicella o con un gancio, sui travi della copertura dei solai, per conservarvi proviande diverse, quali frutta.


SU FUNAIU
IL FUNAIO

Il mestiere di su funaiu, il funaio, rientra nell’attività dell’intreccio. Oltre alle funi propriamente dette, questo artigiano faceva funicelle diverse, dette cannabittus o cannoittus. La materia prima che usava era il giunco.
Qualunque contadino dei nostri paesi agricoli, specialmente nelle regioni paludose o umide, dove vegetava la materia prima, era in grado di fare su funaiu, di fabbricare cioè funi e funicelle per uso domestico. Tuttavia, vi erano uomini, e anche donne, che si specializzavano in quest’arte e a loro si rivolgevano gli abitanti quando avevano bisogno di grandi quantità di prodotto e che fosse fatto ad arte.
Come si è accennato funis e cannabittus, funi e funicelle, si ottenevano dal giunco. Primo lavoro de su funaiu era quello di raccogliere il giunco, che veniva disteso per terra e lasciato essiccare. Quindi, si sezionava longitudinalmente in quattro o più listelli, che venivano ben ripuliti dal midollo, conservando in pratica soltanto la nervatura pulita. Questi listelli, della lunghezza di circa un metro, venivano immersi nell’acqua e lasciati a mollo. Dopo, umidi e duttili, venivano sfibrati e finiti di ripulire, facendoli scorrere in una sorta di pinza, ottenuta con un ramo piegato a V. A questo punto le listarelle di giunco erano pronte per essere intrecciate.
Si ottenevano così cannabittus, funicelle, fini ma resistenti, e con questi, a loro volta intrecciate, si ottenevano funicelle più grandi e robuste.
Gli usi che si facevano di queste funi e funicelle, erano molteplici. Va detto che già lo stesso giunco, “al naturale”, una volta sfibrato - in sardo si dice mulliu - era di per sé un legaccio, un pezzo di spago, e come tale veniva usato.
L’uso della funicella di giunco negli altri lavori d’artigianato era di importanza fondamentale. Per esempio nella fabbricazione delle stuoie di falasco, diffusissime nell’Oristanese, dove venivano fatte, e in tutto il mondo contadino.
I fasci del falasco (un’erba palustre assai spessa e spugnosa), con cui si approntava la stuoia, erano legati stretti l’uno all’altro mediante cannabittu, cordicella di giunco. Ma anche buona parte dei finimenti di asini e buoi consistevano in funicelle e funi di giunco; così pure, nella fabbricazione de is cerdas, le vegge, i graticci o gli incannucciati che si adattano alle sponde del carro per aumentare il volume del carico. E, infine, venivano usate per ottenere su fundu de is scannus, il fondo delle seggiole.


S’ARREGIOLAIU
IL FABBRICANTE DI PIANELLE

In tempi relativamente recenti, negli Anni ‘50, sorsero numerose attività artigianali. Tra queste, piccole fabbriche a conduzione familiare di regiolas, pianelle di cemento smaltate e, più avanti, di piastrelle di cemento, impastato con ciottoli, e levigate, nonché di marmette di cemento impastato con frammenti di marmo, anche queste levigate e lucidate.
In quasi tutti i paesi nacquero così, improvvisamente, talvolta perfino nel cortile di casa, queste nuove attività di piccola industria. Prime fra tutte is fabricas de regiolas (o arregiolas), pianelle che, da noi, soppiantavano il vecchio ammattonau, l’impiantito di mattoni, e sa blocchiera, la fabbrica di blocchetti di cemento, che andavano sostituendo i vecchi muri de ladrini, (o ladiri, come li chiama il Porru) mattoni di fango argilloso impastato con paglia, di millenaria memoria. Mattoni crudi che assolvevano il loro compito di proteggere la casa dall’umido invernale e dalla calura estiva assai meglio del nuovo ritrovato in cemento.


SU STREXAIU O PINGIADAIU
IL PENTOLAIO

«Ziu David era mogorese di origine: era andato come mietitore a Pabillonis, aveva conosciuto una vedova ancora giovane, che faceva sa pingiadaia, la pentolaia, vi si era fermato e l’aveva sposata, anche perché lei possedeva una casetta già arredata.
I suoi compaesani lo sbeffeggiavano perché avrebbe mangiato terra rossa, ma lui imparò ugualmente a fare le pentole, e non tornò mai più nel suo paese, né per la festa principale e neppure quando la moglie vi si recava per vendere i frutti del suo lavoro, col carretto tirato dall’asinello. Per l’occasione la faceva andare con gli altri pingiadaius, anche se non guadagnava tanto quanto invece riuscivano a raggranellare nelle feste degli altri paesi, dove andavano a vendere insieme.
Aveva imparato dalla moglie a modellare con l’argilla le pentole e i tegami, anzi la superava nel confezionare i tegamini che sembravano giocattoli. Con l’avanzo dell’impasto preparava brocchettine e vasi, nel tempo libero che gli restava, dopo aver fatto la provvista della legna per il forno, dove cuoceva le pentole. Aveva imparato a conoscere la temperatura giusta affinché i recipienti venissero perfetti, e nel rifinirli, verniciandoli, vi metteva un segno particolare, per dare un’impronta personale alle sue opere. Così capitava che qualche sposa dei paesi vicini chiedesse a lui di prepararle tutta la serie de is strexus de terra, degli utensili di terracotta, da portare col corredo; e per l’occasione veniva anche invitato con la moglie al pranzo di nozze, procurandosi così anche prossime clienti tra le fidanzate parenti della sposa».37


SU CONGIOBAIU
IL FIGULO

Affine a su strexaiu o pingiadaiu, il figulo facitore di pentole e tegami di terracotta, era il figulo detto congiobaiu. Otteneva i suoi utensili con l’argilla impastata e ben lavorata, argilla che, spesso, lo stesso artigiano andava a cercare di persona nelle apposite cave, che poi continuava a modellare con un rudimentale tornio a pedale, infine, cuoceva al forno, talvolta previa verniciatura, che con la cottura dava smalto e resistenza nell’uso dell’oggetto.
Tra gli utensili più comuni creati da su congiobaiu ci sono is burnias o cossius, recipienti già in uso presso gli antichi romani, da noi adoperati per contenere olio, olive in salamoia, verdure sottaceto, o pomodori secchi, aromatizzati con le foglie dell’alloro. Ancora, erano i facitori delle utilissime e usatissime sciveddas, conche, anche enormi, per impastare e lavorare la farina per fare su pani spongiau, e scivedditas, conchette, ben rifinite e vetrificate all’interno, che si usavano anche come lavamani. Realizzavano anche recipienti diversi, per contenere l’acqua o il vino, quali is frascus e fraschitus e is broquitus, piccoli, della capacità di un litro o due, che il contadino recava con sé in campagna per dissetarsi; oppure grandi, quali is marigas o broccas, della capacità di dieci litri e oltre, per attingere l’acqua potabile dalle fontanelle e rifornire la casa. Infine, creavano piccoli recipienti d’uso comune o semplicemente ornamentali, come pratus, tassas, ciccaras, pratillius, tutti oggetti che, per altro, anche un bravo strexaiu o pingiadaiu, pentolaio, era in grado di fare, aiutato dalla fantasia o estro artistico che di si voglia.


SU LADRAIU
IL FACITORE DI MATTONI CRUDI

Su ladraiu è il facitore di ladrinis, mattoni crudi, ossia mattoni di terra argillosa, cui viene mischiata paglia di grano, che, seccati al sole, vengono usati per la costruzione dei muri perimetrali e divisori delle case e dei muri di confine. Questi ultimi, per evitare l’erosione delle piogge, vanno sempre ricoperti di una o due file di tegole di coccio.
Gli strumenti per fabbricare su ladrini o ladri consistono in cascittas, forme o telai in legno, doppie o singole, di solito manicate, le cui misure interne sono, ovviamente, uguali alla dimensione del mattone crudo che si vuol ottenere. Di forme o telai ve ne sono semplici, ad un solo stampo, o duplici, a due stampi. Le dimensioni più comuni di su ladrini, il mattone crudo, sono di cm 35 x cm 20 x cm 10 (Cabras) o di cm 40 x cm 2O x cm 10 (Terralba).
Scelta una zona con terra argillosa idonea, possibilmente vicina ad una sorgente d’acqua, e chiesta l’autorizzazione al proprietario al quale spetta un indennizzo, su ladraiu scava un fosso iniziale di circa un metro quadrato, dopo aver tolto la cotica, cioè lo strato superficiale. All’interno dello stesso fosso, la terra smossa viene impastata e messa a palate nelle formelle. Man mano che si riempiono e si pareggiano con la cazzuola le formelle, queste vengono spostate per essere ulteriormente riempite. Il fosso iniziale viene, successivamente, allargato a tanti metri quadrati a seconda della quantità di mattoni da ricavarne. La profondità dello scasso va non oltre lo strato di argilla dura, che si spacca asciugando al sole e non va bene nella confezione de su ladrini.


SU MAISTU DE TEULAS
IL TEGOLAIO

Is maistus de teulas, i facitori di tegole, pur essendo artigiani di grandissima importanza sociale, ché l’interno della casa è riparato dalle tegole del tetto, erano considerati dei figuli mancati, artisti falliti, perché utilizzavano, è vero, la stessa materia prima, sa terra angiana, l’argilla, con cui si possono creare mille e irripetibili forme di utensili, ma la usavano di qualità scadente e in modo grezzo, per fare is teulas. Sa teula si fa con uno stampo, in serie, senza estro né fantasia, l’una uguale all’altra.
E si puru a sa cottura sa teula fessit bessia unu pagheddu scannia, pagu mali, si bendit e si ponit in pari cun is ateras a cobertura. E seppure alla cottura la tegola dovesse venire un tantino filata, poco male, si vende e si mette insieme alle altre a fare il tetto.
Is maistus de teulas, i tegolai, fabbricavano anche is mattonis per fare su mattonau, la pavimentazione in mattoni cotti, un tempo assai comune in molte case sarde. In particolare, i mattoni cotti venivano usati per pavimentare le stanze ed i vani di passaggio e di maggior traffico, come gli ingressi, gli anditi, le cucine e alcuni magazzini collettivi, come i “Monti granatici”, dove venivano versate dai contadini le quote delle sementi del loro raccolto, sementi utili per la prossima semina che vi venivano conservate. Inoltre, i mattoni pieni, cotti, erano indispensabili per costruire su foghili, il fochile, e sa ziminera, il caminetto e su pamentu de su forru, il pavimento del forno, e il forno stesso, quando non era costruito in mattoni crudi.
A Oristano, ad Assemini, a Guspini e a Pabillonis, che potevano disporre di cave non lontane, ricche di terra rossa argillosa, vi erano, oltre ai classici pingiadaius, congiobaius sciveddaius e strexaius, facitori di pentole, giare, conche, brocche e terrecotte, anche famosi maistus de teulas e de mattonis, facitori di tegole e di mattoni, che con il passare degli anni hanno dato vita a industrie di laterizi.


SU CIBIRAIU
CHI CONFEZIONA CRIVELLI

Cibiraiu è detto l’artigiano che confeziona cibirus o ciulirus, vagli o crivelli. Si hanno diversi ciulirus, crivelli, secondo l’uso che se ne vuole fare.
Is ciulirus o cibirus de fenu, i crivelli di fieno, di forma circolare, sono fatti intrecciando il giunco e la paglia, per le sponde, e hanno il fondo di regoletti di giunco. Servono per la cernitura del grano, ma sono anche detti ciulirus de scudi, crivelli da abburattare, quando vengono usati per fare la farina.
Poi, ci sono is ciulirus o cibirus de ferru, ugualmente circolari, che hanno la sponda in legno, il cui fondo è costituito da una sorta di ragnatela di fil di ferro, una serie di cerchi concentrici uniti da quattro diametri; questi ultimi servono per la cernitura delle fave, dei ceci, di altri legumi o di mandorle.


SU SEDAZZAIU
CHI CONFEZIONA SETACCI

Sedazzaiu è colui che confeziona setacci, di seta o di crine.
«Sedazzu = staccio, e meno comune setaccio, è un arnese domestico, formato di un cerchio di asse sottile, piuttosto alto, nel mezzo del quale è disteso per traverso un tessuto più o meno rado, di crini di cavallo, che si adopera per cernere la farina dalla crusca o il fine dal grosso di altre sostanze in polvere o più o meno dense. Sedazzu fini, grussu = Staccio fine, grosso - Passai in sedazzu = passar per istaccio».38


SU CHI FAIT FASSONIS
IL FACITORE DI IMBARCAZIONI PALUSTRI

Tra le erbe palustri utili per l’intreccio, raccolte ai margini degli stagni nell’Oristanese, vi sono sa spadua e su carcuri, falaschi dalle foglie lunghe, larghe, spesse e spugnose, con cui si ottengono ottime stoias, stuoie, (rinomate quelle di Santa Giusta, Nurachi, Riola), e i famosi fassonis, imbarcazioni palustri la cui tecnica di fabbricazione millenaria si è conservata intatta sino a oggi. Possiamo ancora vedere alcuni esemplari di questi primordiali natanti negli stagni di Cabras, nell’entroterra del Golfo di Oristano.
I maestri facitori di fassonis più rinomati si trovano naturalmente a Riola, Cabras, Nurachi e Santa Giusta, paesi ubicati ai margini degli stagni. Su fassoni, imbarcazione antichissima di falasco, pianta erbacea con foglie lunghe fino a due metri, spugnose e fibrose, essenza propria delle zone palustri. Tale imbarcazione, probabilmente risalente al neolitico, l’età della pietra lavorata, è costituita da fasci di falasco secco che vanno rastremandosi, tanto da formare, un fascio dopo l’altro, una imbarcazione piatta, con la prua a punta e con la poppa a coda mozza.
In tempi recenti, si conoscevano simili imbarcazioni di falasco, ma di forma circolare, in Egitto, nelle acque del Nilo.
Nella scuola dell’obbligo, alcuni scolari di Cabras, diretti dall’insegnante Gianni Atzori, di Oristano, con l’aiuto di artigiani facitori del ramo avevano appreso l’arte di far fassonis e, ricostruendo nella pratica la storia della loro comunità, svolgevano l’interessante lavoro di ricerca dapprima raccogliendo nelle rive degli stagni su carcuri e sa spadua, la materia prima vegetale, poi facendola essiccare e, infine, costruendo le primitive imbarcazioni su scala ridotta.
In quella scuola, onorata dalla presenza attiva e intelligente di un maestro come Gianni Atzori, e allora mal diretta da direttori e ispettori burocrati e ignoranti di pedagogia, facevano bella mostra i modellini di fassonis, a due o a quattro remi.


SU CHI FAIT STOIAS DE SPADUA
IL FACITORE DI STUOIE DI FALASCO

Fino agli anni cinquanta, ancora dopo la fine della seconda carneficina mondiale, sa stoia de spadua, la stuoia di falasco, era di primaria importanza nell’arredamento delle abitazioni dei contadini e dei pescatori nell’Oristanese, a Santa Giusta, a Riola, a Cabras e a Nurachi.
Is stoias venivano tessute con un apposito telaio verticale, assai rudimentale, che si appendeva a un muretto del cortile, dietro la casa di abitazione, o al muro sotto la tettoia. Semplicemente, si trattava di una sorta di trave, o listellone, da cui pendevano tante cordicelle a seconda della larghezza della stuoia da fare. Si prendevano dei mannelli di falasco secco, che si legavano, attorcigliandovi attorno le cordicelle predisposte come una specie di ordito, uno dopo l’altro, fino a raggiungere la base del muro, per lo più una lunghezza di un metro e ottanta centimetri, fino a due metri, corrispondente alla misura di un letto, dove un adulto potesse riposare disteso.
Un tempo, is stoias, le stuoie, costituivano il principale arredamento dell’abitazione del contadino e del pastore, fungendo da sedile, da giaciglio e da letto: ci si sedeva per cucinare davanti al focolare, per mangiare o per conversare, ci si sdraiava per riposare o per dormire la notte.
Così Enrico Costa nel suo romanzo “La bella di Cabras”, scritto nel 1887, descrivendo la casa tipo dell’Oristanese, parla di queste essenziali suppellettili:
«Dalla sala si entra in cucina, dove ci colpiscono due cose: sa forredda, scavo fatto in terra per accendervi il fuoco, e l’asinello paziente, che gira intorno alla macina, incaricato di provvedere la farina, perché ogni sabato si possa fare il pane. Qua e là sul pavimento, sono distese tre o quattro stuoie della fabbrica di Santa Giusta, sulle quali d’ordinario i membri della famiglia siedono, o per filare, o per riscaldarsi al fuoco, o per mangiare. Qualche volta il solo capo di famiglia, il padrone, pranza alla piccola tavola (sa mesedda) e gli altri stanno alle stuoie».
Per la verità, e io stesso ho potuto constatarlo con i miei occhi, fino a qualche decina d’anni fa, nelle famiglie modeste del Campidano di Oristano, le stuoie fungevano anche da letto - sia d’inverno, perché situate davanti al caminetto si stava più caldi (e non va dimenticato che i pavimenti, e di regola quello della cucina, erano di terra battuta e pertanto niente affatto freddi come i pianellati e i mattonati), sia d’estate, il più delle volte sistemate nei loggiati ventilati, se non del tutto all’aperto, al fresco.
“Torrai de lettu a stoia”, ridursi da ricco a povero, era un modo di dire assai diffuso, ovviamente nel tempo in cui l’uso delle stoias era comune. Io che da giovane ho dormito in sa stoia sonni profondi, comodi e piacevoli, anche in dolce compagnia, non ho mai rimpianto i pur molleggiati letti della “società civile”.


SU CARDAXAIU
IL CALDERAIO

Sono famosi per bravura is cardaxaius di Isili, che sono apprezzati e ricercati in tutto il Campidano. Artigiani cesellatori del rame battuto o martellato, confezionano cardaxus e sartainas, utensili indispensabili sia alla padrona di casa che al pastore. Tutti e due questi utensili, all’interno, vengono rivestiti di stagno, in modo che il rame non sia nocivo sia che vengano usati per versare, conservare o cuocere alimenti, sia per lavare la roba.
Un accorgimento importante è quello di non mettere mai questi recipienti sul fuoco senza acqua o senza alimenti affinché non venga danneggiata o persa la stagnatura.
Un altro utensile importante è sa cupa, il braciere, che in ogni casa, anche povera, durante l’inverno, raccoglie le braci del caminetto per riscaldare altri ambienti. Le sue posizioni strategiche sono sotto il tavolo da pranzo e in camera da letto. Sa cupa, il braciere, ha il contenitore di base per le braci in rame martellato ed il bordo scanalato lungo tutta la circonferenza, compresi i manici, in ottone lucente come l’oro. Orgoglio delle padrone di casa conservarlo così, sempre nuovo e lucente, sfregato con il limone quando ancora non c’era il “Sidol”. Sa cupa si appoggia, incastrandovisi, in una pedana circolare in legno, che fa esattamente da corona al braciere, per tenere lontana dal pavimento la base rovente e per consentire di appoggiare i piedi.
Is cardaxaius frequentavano le feste più importanti, come quelle di Sant’Agostino a Pauli Arbarei, Santa Maria Aquas a Sardara, Nostra Signora del Rimedio a Oristano, Santa Vitalia di Serrenti, e altre, dove c’era maggiore possibilità di piazzare il prodotto.
I calderai di Isili, e anche quelli di altri paesi, oltre che frequentare feste e fiere, andavano nei paesi passando di casa in casa. Una volta arrivati in un paese, su bandidori, il banditore, del luogo dava sa grida, la notizia, di modo che le famiglie interessate si preparassero a ricevere la loro visita. Essi usavano ritirare il vecchio per il nuovo, pezzo contro pezzo, cioè calderone con calderone, paiolo con paiolo. Toglievano il cerchio di ferro che bordava il recipiente e a cui erano attaccati i manici, e pesavano il rame. Qualche volta, se il nuovo era più piccolo, andavano pari nello scambio; altrimenti l’acquirente doveva aggiungere del denaro.


SU LATTARRANERI
LO STAGNINO E CHI LAVORA LA LATTA

Tanti sono i nomi con cui, in sardo, viene chiamato questo paziente artigiano, facitore di utensili d’uso domestico: stangiaiu, che lavora su stangiu, lo stagno, propriamente stagnaro o stagnino; lattarraneri, che lavora sa latta, termine uguale all’italiano, il lamierino di ferro zincato; liauneri, che lavora sa liauna, altro tipo di lamierino; così pure bandoneri, che lavora su bandoni, lamierino più spesso.
Nel passato, quando buona parte degli utensili d’uso familiare veniva prodotto in paese dagli artigiani, su lattarraneri si occupava di una vastissima gamma di prodotti manufatti. Creava, con le sue abili e pazienti mani, tutta una gamma di caffettiere e scodelle; le misure di capacità, dalle più piccole come su decilitru e su mesu quartu a su litru, a s’imbudu, a sa quarra, a su moi. Ancora, dava forma ai recipienti per versare il vino o l’olio d’oliva o per trasportare l’acqua potabile dalla fonte, come is decalitrus, contenitori capienti circa dieci litri, o per contenere il latte (is bandonis, i bidoni) da trasportare in paese ogni mattina dall’ovile. Inoltre, operava sa stangiadura de su ramini, l’operazione di rivestire con un sottile strato di stagno gli utensili in rame. Come si sa, i recipienti in rame, come is craddaxus e is sartàinas, paiuoli e padelle, per poter essere utilizzati per cucinarvi i cibi, vanno preventivamente stangiaus, rivestiti di un sottile strato di stagno.
Il nostro artigiano, tagliando, sagomando e saldando lamierine di ferro zincato o di latta, costruiva anche grondaie e tubi di scarico per l’acqua piovana. E quando qualcosa di ciò che aveva fatto si guastava per l’usura, per far risparmiare il cliente, la riparava rattoppandola e saldandola con lo stagno.


S’ACCUZZAFERRI
L’ARROTINO

S’accuzzaferri, l’arrotino, è una figura tradizionale, tipica non soltanto della nostra regione; fa parte di quel settore di artigiani ambulanti (girovaghi) che fornivano la loro prestazione d’opera a domicilio. La loro caratteristica consisteva, e ancora consiste, in una singolare bicicletta fornita di un doppio pignone, e, quindi, di una seconda catena che trasmette il movimento dei pedali ad una mola, o smeriglio, che gira intorno ad un’asse immersa parzialmente in un recipiente d’acqua. E’ sulla mola rotante che vengono affilati coltelli, forbici, lame e altri utensili.
S’accuzzaferri è un artigiano ambulante che ancora resiste all’incalzare delle innovazioni tecnologiche. Se è facile trovare, all’interno dei market, i box dove si riparano le scarpe, si affilano le lame e si duplicano le chiavi, è anche vero che nelle nostre comunità giungono ancora periodicamente i vecchi arrotini con la loro caratteristica bicicletta. Arrivato in paese, l’arrotino lancia il suo richiamo per avvisare la gente, e se non basta bussa di porta in porta.
Le ruote smeriglio che vengono usate sono di diversa grana, secondo l’utensile che si deve affilare. Per affilare i trincetti del calzolaio si adopera una mola di pietra bianca speciale; oggi si usa poco, perché costa molto e si consuma più in fretta dell’acciaio.
Tra gli utensili che vengono affilati da s’accuzzaferri ci sono le falci da erba, che, tuttavia, vengono anche curate dallo stesso contadino che tiene nella bisaccia la cote. Non vengono invece affilate le falci da grano, poiché, avendo il filo seghettato, vengono rese taglienti con una lima apposita.


S’ARMERI
L’ARMAIOLO

Ziu Mrazzai faceva s’armeri, l’armaiolo. Non aveva negozio, perché le armi non le vendeva ma le riparava: un percussore un po’ ottuso che con qualche cartuccia faceva cilecca, o un cane non molto sensibile al comando del grilletto e bisognava modificare la molla.
Lavorava in una stanzetta in fondo alla casa di abitazione, con una finestra che dava sul cortile. Là davanti, alla luce, aveva il suo tavolo da lavoro, con due piani e un mucchio di cassettini.
In quel suo laboratorio non poteva entrare nessuno, se non sua moglie, una volta o due al mese, per farvi le pulizie, ma soltanto in sua presenza. Teneva chiusa la porta con una serratura di sicurezza, cui aveva aggiunto un grosso lucchetto.
Ziu Mrazzai, piccoletto, tosto e di poche parole, era considerato un uomo “tutto d’un pezzo”. Aveva la fiducia e la stima dei suoi clienti e ci teneva a conservarla. Il suo era un mestiere dove ci voleva la massima discrezione. Perché bisogna sapere che una buona metà delle armi che gli venivano consegnate, per essere riparate o soltanto revisionate, non erano denunciate e, di queste, parecchie non avevano neppure un proprietario ufficiale. Gliele portava unu mediadori, un mediatore, che si guardava bene dal dire chi lo aveva mandato. Così, erano finite nelle sue mani perfino armi preziose appartenenti a famosi latitanti. Certo, la gente parlava e circolavano un mucchio di voci anche per ogni loffa d’asino; ma ziu Mrazzai non dava ascolto alle voci, che definiva “tout court” “curruxinus de molenti”, ragli d’asino.
Da giovane aveva fatto il fabbro, dopo aver lavorato come apprendista per dieci anni, dai dodici ai ventidue. Aveva cominciato allora, da fabbro, a riparare qualche arma, per lo più doppiette, is fusilis de cassa comunus, i comuni fucili da caccia, e aveva finito per appassionarsi a quel mestiere, diventando in breve un bravo artigiano armeri, fino ad acquistare fama nei paesi del circondario e anche oltre. Ziu Mrazzai, s’armeri, aveva due figli maschi, ma nessuno dei due aveva ereditato il suo talento. Ci aveva provato il piccolo, ma si era presto stancato di starsene lì a quel tavolo, a maneggiare limette, pinzette e mollette fino ad annebbiarsi la vista.


SU TREBUZZAIU
IL FACITORE DI RASTRELLI

Su trebuzzaiu, è colui che fa su trebuzzu, che traduco con rastrello ma che è più propriamente un forcone a tre punte. Il suo uso è molteplice: oltre che per rastrellare, usato in un certo modo, con le punte che grattano la terra, si usa anche a mo’ di pala, per raccogliere paglia, concime, fogliame o altro.
Su trebuzzaiu, per costruire questo attrezzo, necessita di un ramo che sia almeno biforcuto, poiché, nella maggior parte dei casi, il terzo ramo puntuto del tridente lo incastrava lui stesso.
Il contadino era sempre molto attento a osservare le biforcazioni dei rami di alcuni alberi, quali l’olivastro, idonei alla costruzione di attrezzi da lavoro, furconis e trebuzzus. Trovato il ramo adatto, lo tagliava, lo lasciava stagionare, secondo l’usanza (il taglio in rapporto alle fasi lunari e la stagionatura previa sepoltura nello stallatico), e poi, se non era capace di utilizzarlo da sé, lo affidava a su trebuzzaiu o a su furconaiu perché, dietro ricompensa, ne ricavasse il debito attrezzo.


SU FURCONAIU
IL FACITORE DI FORCONI E PALE

Su furconaiu, il facitore di forconi, non si discosta molto come attività da quella de su trebuzzaiu, dal facitore di rastrelli.
Va precisato che, oltre a is furconaius propius de ‘ognia bidda, i facitori propri di ogni paese, vi erano is cabesusesus chi calànt a cuaddu po bendi, in pari cun is furconi, turras, talleris e palias, s’in prus de linna de castangia, i barbaricini che scendevano (dai monti) a cavallo per vendere, insieme ai forconi, cucchiaioni, taglieri e pale, per lo più in legno di castagno.

SU PICCADORI DE MOLAS
LO SCALPELLINO DELLE MACINE

Erano detti piccadoris de mola, scalpellini delle macine, gli artigiani della pietra che scolpivano le macine per il grano, consistenti in una base concava nel cui interno ruotava una pietra circolare.
Periodicamente, la macina andava scalpellinata, per affilarla, renderla cioè ruvida come una grattugia.
A queste periodiche revisioni badavano gli stessi o altri piccadoris de mola, i quali visitavano saltuariamente i paesi, girando per le strade con il loro richiamo: «A chini tenit molas de piccai?!», «Chi ha macine da revisionare?!»
Spesso, is piccadoris de mola girovaghi si portavano appresso diversi asini, per venderli alle famiglie che ne avevano bisogno, principalmente per essere usati come molentis per girare la mola, per la macinatura del grano necessario per fare il pane. Talvolta, ne risultava che i mestieri di piccadori de molas e bendidori de molentis, scalpellino delle macine e venditore di asini, venissero esercitati insieme dallo stesso artigiano che, nel fornire la macina, da lui stesso scolpita, forniva anche il motore per farla funzionare.


SU PINTORI
IL PITTORE

Su pintori, il pittore, indica sia l’artista che dipinge, su tela o su altro, immagini della realtà o il frutto della propria fantasia, sia l’artigiano, più propriamente l’imbianchino, al seguito del muratore, che dipinge i muri esterni e interni delle case.
Su pintori, il pittore, l’artista, più che un mestiere è una vocazione, e bisogna dire che, nel ramo, molti sono i chiamati ma pochi, sempre meno, sono gli eletti. I soggetti dei nostri più rinomati pittori sono di carattere religioso o paesaggistico; le nature morte, poche scene di comune vita sociale, e, assai raramente, i nudi femminili - forse per mancanza di modelle.
Nelle case di nuova costruzione, su pintori, l’imbianchino, si occupa di dare il colore ai muri intonacati di fresco, dopo le tradizionali mani di latte di calce.
Con il latte di calce, con cui si otteneva il bianco, il colore più diffuso e comune, tipico delle facciate delle nostre case, si usavano colori naturali, le terre: il rosso minio, il verde rame, il giallo ocra e l’azzurro indaco, che, opportunamente dosati e miscelati, davano luogo a una grande varietà di colorazioni, dalla più tenue alla più accesa. All’interno, i muri delle case venivano tinteggiati con colori decisamente più tenui - ma non sempre. I più usati erano il celeste, il rosa e il giallo, oltre al bianco di calce. In quasi tutte le case, si usava tinteggiare una striscia di mezzo metro (battiscopa) di colore più scuro e in alto, a un palmo dal soffitto, quasi sempre bianco, un filetto di colore contrastante. Talvolta, sulle pareti delle stanze venivano dipinte roselline o altri fiori, usando il semplice metodo dello stampo su cartoncino.
Con l’uso, la casa, e in specie la cucina, aveva bisogno di una tinteggiatura annuale. Normalmente, senza scomodare is pintoris (che andavano pagati), le massaie contadine facevano questo lavoro da sé, con l’aiuto delle fanciulle e dei ragazzi, e ogni anno, per Pasqua, dato di piglio agli attrezzi e al materiale - cardarellas e gavettas e paiolus, cazzarolas e fratassas, cofane, gavette e paioli, cazzuole e frattazzi, nonché terra angiana, argilla, e is caoris de terra, i colori in polvere, (che si acquistavano a peso in dognia buttega, in qualsiasi negozio) - rinfrescavano la casa, rinnovavano i pavimenti in terra battuta, ritinteggiavano gli intonachi dei muri e dei soffitti.


SU PINTORI DE MURALIS
IL PITTORE DI “MURALES”

Su pintori de muralis, ovvero colui che dipinge sui muri esterni delle case scene di vita comunitaria, svolge un’attività che, seppure non remunerativa, è diventata di gran moda e, come si diceva nella sinistra, “impegnata ideologicamente”.
Is pintoris de muralis - così come, per esempio, li intendevano i compagni anarchici feltrinelliani del “Teatro studio”, alla fine degli Anni ’60, a Mamoiada e ad Orgosolo, erano dei politici impegnati nell’area della lotta contro l’imperialismo USA ed il colonialismo capitalista italiano e straniero, che denunciavano, con i loro dipinti sui muri, la violenza, l’oppressione e la repressione subita dalle masse popolari che, sempre nelle intenzioni di quei “muralisti”, attraverso queste immagini, prendevano coscienza del proprio stato di sfruttati e, una volta maturi, si mettevano a dipingere muralis in proprio, sia nel loro paese che fuori. Da quegli anni è fiorita in Sardegna, specialmente in alcune comunità particolarmente ricettive, o interessate, l’arte dei “murales”, in cui si possono ammirare bellissime scene di vita popolare. E così, sotto gli auspici del potere costituito, la rivoluzione è diventata un fatto folcloristico, che attira e alimenta perfino il turismo “borghese”, imperialista e colonialista.


S’ORERI
L’OREFICE

Nel settore dell’oreficeria, della lavorazione dei metalli preziosi, oro e argento, delle pietre dure, corniole e ossidiane, e dei coralli, rosso, rosa, bianco e nero, la Sardegna ha conservato e perpetuato antichissime tecniche che risalgono agli inimitabili gioiellieri, orafi e argentieri, ed agli abilissimi incisori egizi e fenici.
La gioielleria tradizionale sarda è soprattutto legata al costume tradizionale di cui è il principale caratteristico ornamento.

Oreficeria sarda: is buttonis de filigrana de oru e de prata; is pendentis e is ispillas de coraddu arrubiu, rosau, biancu e nieddu, chi est raru meda; is pungas, is sabeggias e is pinnadeddus; is rosarius e is crocifissus; e i est de ammentai su spuligandentis de prata; i bottoni e i gemelli in filigrana d’oro e d’argento; le collane e le spille in corallo rosso, rosa, bianco e nero, che è assai raro; gli amuleti e le pietre contro il malocchio; i rosari e i crocefissi; ed è da ricordare lo spuligadentis, sorta di prezioso monile in argento, da appendersi al collo o da tenere nel taschino del “gilet”, fornito di due appendici, una a punta per la pulizia dei denti ed una a spatola per la pulizia delle unghie.
Si può dire che, in Sardegna, i monili più antichi e più diffusi dell’oreficeria sono gli amuleti e i talismani, che non avevano e non hanno tanto un valore ornamentale, ma vengono indossati per ottenere protezione dagli spiriti del male, dagli influssi negativi, o come portafortuna, propiziatori di benessere fisico ed economico, eccetera.

«Probabilmente i monili più antichi in Sardegna sono gli amuleti, i quali - come si è detto - non erano originariamente oggetti ornamentali, ma piuttosto segni da indossare per ottenere protezione dal male e dai pericoli (nel groviglio di superstizioni infantili e di pregiudizi ambientali) e per invocare una prospera fortuna. La gente si premuniva contro il fascino, la magia, il malocchio, gli spiriti nefasti, i filtri diabolici, gli incantesimi e le fatture maligne, così come si dotava di speciali talismani per invocare la salute, la ricchezza, la forza e la fecondità. Gli amuleti più ricercati erano costituiti da sferette di pietre dure, da conchiglie vulvari, da campanellini fissati a catenelle, da palline di corallo, di vetro e di porcellana, da frammenti di oggetti domestici, come le anse e i tappi di ampolline, i fondi di tazze di cristallo, i cornetti di corallo e i denti e le ossa di animali: il tutto con supporti e sostegni in filigrana d’argento con un gusto popolare non privo di sensibilità artistica.
Quando nasceva il bambino, i genitori appendevano alla culla del neonato il suo primo talismano portafortuna che era una sfera di pietra scura, nera, o blu o rossa o verde, agganciata ad una elegante incastellatura d’argento. Questo amuleto era detto alla spagnola sa sabèggia (ma anche sabea, sabecia, sabeze), oppure su pinnadellu (ma anche pinnadeddu, pinnazzeddu), oppure sa giancaredda o su strichiliau o su Babbu Nostru de s’ogu o su coraddeddu de s’ogu e anche su pendulèu o su cocco: termini diversi, a seconda delle località, ma che significano sempre “sferetta di giaietto o di giavazzo” di agata, diaspro, calcare, considerato il simbolo del globo oculare, in sostanza un occhio buono che si contrappone all’occhio cattivo. Questo talismano, divenuto in epoca recente gioiello femminile, era uno dei simboli più tipici dell’enografia sarda. Non si acquistava, ma si riceveva in regalo o si rubava o si dava come dono di battesimo dei padrini o si procurava misteriosamente per non far estinguere la famiglia. Si tramandava di generazione in generazione e si conservava con particolare attenzione, dopo che aveva protetto, appeso ad una fettuccia verde o al corsetto del bimbo o alla culla, la buona sorte del maschietto. Alcuni di questi monili sono semplici, con una sferetta litica sostenuta da due calottine d’argento e da una sottile catenella; altri però sono arricchiti da elaborazioni artistiche e resi molto preziosi.
Il talismano della bambina era invece costituito da una conchiglia porcellanata ricavata dalla ciprea (Cyprea Venus), chiamata dai Sardi porceddana de mari, ossia porcellina del mare, che con la sua forma caratteristica è quasi il simbolo sessuale femminile, segno quindi di prosperità, di fecondità, di abbondanza, di una vitalità che rigermoglia. Questo mollusco veniva importato dal Mar Rosso, mentre attualmente è presente anche nel Mediterraneo. Come portafortuna veniva fissato a sostegni d’argento filigranato, inciso e decorato con anelli, da appendere alla culla, al letto o alle vesti della bimba. C’erano però altri amuleti di pietre dure, di meteoriti, di corallo, di ossidiana o di onice, sostenuti da un supporto d’argento e da una catenina da appendere al collo. Quelli di colore bianco-chiaro erano chiamati perda de latti, ossia pietra di latte; quelli rossi perda de sanguni, cioè pietra di sangue; quelli neri perda de fogu, cioè pietra di fuoco e quelli giallini perda de meli, ossia pietra di miele: ciascuno possedeva un significato specifico che si riferiva a funzioni, a doti, a qualità fisiche e morali...».39

Is oreris più celebrati nell’Isola sono a Quartu Sant’Elena, Sinnai, Iglesias, Oristano, Bosa, Alghero, Sassari, Tempio, Nuoro, Dorgali, Oliena, Gavoi, Fonni, Ittiri e Cagliari. In questa città, l’attuale via Mazzini, che da piazza Martiri porta al Bastione San Remy, veniva chiamata sa ruga de is prateris, la via degli argentieri, poiché era sede delle botteghe di artigiani oreris, specialisti nella lavorazione dell’argento.
In un censimento che risale al 1836, a Cagliari lavoravano 20 maestri oreris, con 30 garzoni e 18 scientis, apprendisti.

Lavorazione della filigrana.

E’ una lavorazione antichissima che alcuni studiosi fanno risalire al 3° millennio a.C. nel Medio Oriente.
In Sardegna, la filigrana in oro e argento è, in oreficeria, il sistema di lavorazione maggiormente usato per la fabbricazione dei gioielli che adornano il costume tradizionale, quali i bottoni, i fermagli, e is cannacas, cadenas e cadenellas, is rosarius, is orecchinus. Di solito, gli oggetti in filigrana recano al loro centro o al loro apice una pietra dura rossa, come il granato, o un corallo.
«La filigrana è una successione di grani o perline ottenute da un filo o da una lamina d’oro o d’argento con apposito utensile, che può essere una matrice con un punzone di profilo adatto, a scopo decorativo... Come dice la parola composta di fili e grana il lavoro consiste nell’impiego di una treccia di due fili metallici torti e poi schiacciati in modo da limitare ai due lati il caratteristico andamento primitivo dei due fili a filetto di vite; questo disegno ha l’aspetto di una granitura, di una grana donde il nome... Ottenuto il filo esso viene impiegato per riempire opportunamente una ossatura, un telaio che costituisce il disegno dell’oggetto: un cuore, una farfalla, una ragnatela, una croce, una mano... Il riempimento della scafatura (cioè del disegno o telaio - ndr) viene fatto completamente a mano. Allo scopo il filigranato viene piegato variamente o avvolto intorno a se stesso in modo da disegnare un ovale, un riccio, un panetto, un circolo; con un numero sufficiente di questi elementi uguali o diversi si riempie la scafatura in modo che l’insieme rimane a posto da sé, solo per pressione mutua fino a consentire la saldatura che è l’operazione immediatamente seguente. La riempitura si fa su lastre di ghisa o di mattonelle mediante l’impiego di una pinza adatta. La saldatura si fa con lega di argento…».40
A Dorgali vi sono oreris famosi nella lavorazione dell’argento, specie in filigrana.


SU CHI TRABALLAT SU CORADDU
IL CORALLAIO

Lavorazione. Una prima e delicatissima fase di lavorazione del corallo è il taglio. Si riporta dal manuale Hoepli la descrizione accurata del vecchio metodo di taglio:
«…il corallo, più che tagliato veniva stroncato su un apposito banco ad uno o più posti, detto appunto banco per tagliare. Arnesi indispensabili erano: la spada, le tenaglie e la lima. Il banco per tagliare era un comune tavolo dal quale sporgeva di taglio un asse di legno nel quale era praticata una cavità dove si collocava il corallo. La spada era un lungo e largo coltello simmetrico di circa 85 cm. con i due tagli a sega con piccoli denti. L’operaio, dopo aver praticato al punto giusto un solco più o meno profondo con la spada, avvicinava al corallo le grosse lunghe pesanti tenaglie che sosteneva sulle gambe. Stringendo i lunghi bracci il corallo veniva stroncato. Le tenaglie erano lunghe circa quanto la spada. L’operaio manteneva il corallo con la sinistra e maneggiava con la destra la spada e le tenaglie, raccogliendo anche con la sinistra la parte di corallo stroncata. La superficie di rottura non era piana; per ciò l’operaio adoperava per ultimo la lima triangolare, a taglio grosso e lunga circa 65 cm., pesante».
Anticamente, oltre a questo metodo si usava pure un disco rotante, abrasivo, che, nel tempo, è stato sostituito da motori elettrici e da molatrici elettriche, che hanno ridotto la manodopera e la durata d’impiego della stessa. Attualmente, nella lavorazione del corallo grezzo si usa, come per le pietre dure, il taglio al diamante.
A questa prima fase di lavorazione seguono la foratura, la sagomatura, la levigatura e la lucidatura.
S’oreri, l’orefice, vende il corallo lavorato a peso d’oro.

Antipate o corallo nero. “Corallium nigrum”. Si trova anche nei nostri mari, ma è particolarmente diffuso nel Mar Rosso; cresce come gli altri coralli a forma arborescente e lo scheletro nerastro viene sfruttato nella fabbricazione di oggetti ornamentali, in particolare di amuleti. Viene, infatti, attribuito all’antipate un forte potere protettivo contro il malocchio. Sa sabeggia, un classico amuleto sardo, consistente in una sfera infibulata e ornata di filigrana d’oro o d’argento, può essere costituita non soltanto da pietre dure, tradizionalmente nere, come l’ossidiana, che è la più usata, ma anche da corallo nero. Tecniche di pesca e di lavorazione dell’antipate sono le stesse usate per gli altri coralli.
In Sardegna, le più importanti botteghe, ovvero centri di lavorazione, si trovano ad Alghero, a Bosa, a Oristano e a Cagliari.
I manufatti di corallo sono per lo più collane, bracciali, spille, orecchini, anelli, rosari, nonché statuine. Assai diffusi gli amuleti tradizionali in corallo come is sabeggias, le manufiche, gli itifalli, i cornetti, i pendenti di vario genere e, infine, is perdas de sanguni, lastrine di corallo incorniciate d’argento, usate come pendenti scaramantici.


SU CARBONAIU
IL CARBONAIO

Su carbonaiu, su chi fait su carboni e su chi ddu bendit; il carbonaio, colui che fa il carbone e colui che lo vende.
Il carbone vegetale è un combustibile conosciuto fin dall’età del ferro e veniva usato, appunto, per la fusione e la lavorazione dei metalli. Successivamente, viene adoperato quasi esclusivamente per uso domestico: riscaldamento e cucina. Anche se alcuni nostri fabbri continuano ad usarlo nella forgia per la lavorazione del ferro a caldo, utilizzando allo scopo il carbone di erica, che sviluppa più calorie, come vedremo più avanti.
Attualmente i metodi di produzione del carbone vegetale sono due: quello mediante distillazione secca e quello mediante carbonaia. Qui interessa il secondo metodo.

La carbonaia.

Innanzitutto, si procede al taglio della legna, evitando di danneggiare il bosco, utilizzando ramaglie e ceppaie. La legna viene appezzata, separando la ramaglia minuta ed il frascame dai tronchetti, che si avrà cura di tagliare della lunghezza di circa un metro e del diametro massimo di sei-otto centimetri.
Si spiana un pezzo di bosco e si ottiene una piazzuola circolare, dove si costruisce la carbonaia. Per prima cosa si lascia al centro una sorta di camino delimitato da pali ben fitti, legati l’uno all’altro, dalla base fino alla cima della carbonaia. Tutt’intorno si accatasta la legna, formando una cupola. Gli interstizi vengono ricoperti di frascame e legna minuta. Quindi il tutto viene ricoperto con terriccio e foglie secche e, alla base, si dispone un cerchio di pietre, quasi un muretto.
Il carbonaio dà fuoco alla carbonaia gettando nella bocca del camino ramaglie accese, alimentandola continuamente secondo il bisogno. Quando il fuoco brucia bene si chiude la bocca del camino; e ogni due o tre ore viene riaperta, alimentata nuovamente e richiusa, finché tutto il fumaiolo non è pieno di braci. Dopo di che si chiude definitivamente la bocca del camino e incomincia la cottura della legna, ossia il processo di carbonizzazione.
Praticando nelle pareti della legnaia diversi buchi, che sono prese d’aria, partendo dall’alto verso il basso, il carbonaio dirige il fuoco verso il basso. Chiudendo le vecchie prese d’aria o aprendone di nuove il carbonaio guida la direzione della cottura, fino a far arrivare il fuoco alla base. La carbonaia smette di fumare e la legna è cotta, cioè trasformata in carbone.
Durante la cottura della legna, o processo di carbonizzazione, il volume della carbonaia si riduce di un terzo. Fonti relative alle carbonaie nell’Isola d’Elba, danno, approssimativamente, 80 quintali di legna per 15 quintali di carbone, mentre quelle relative a carbonaie in Sardegna, nel Parteolla, danno 50 quintali di legna per 20 quintali di carbone. Non so dire se la differenza sia data da una maggiore consistenza della legna del bosco sardo rispetto a quella del bosco continentale.
Raffreddata la carbonaia, si procede al recupero del carbone, che viene imballato dentro sacchi di juta contenenti circa un quintale.
Le essenze maggiormente usate sono s’ilixi, il leccio, e s’arrideli, la filidea - per uso domestico; e sa tuvara, l’erica, che, sviluppando una temperatura di 6.000 kcal per chilogrammo, viene usata dai fabbri nella forgia, per la lavorazione del ferro a caldo.
Il carbone di legna si distingue in forte e dolce. Il forte è ottenuto dal legname duro, quali l’erica e l’ilice, e il dolce dal legname tenero. In rapporto alla carbonizzazione si ha il carbone nero, per uso domestico, e rosso usato in fonderia. Nel mercato troviamo il carbone da spacco, ottenuto con legna grossa spaccata; il carbone cannello, ottenuto da rami di non oltre sette, otto centimetri di diametro; il carbone ciocco, ottenuto da radici e parti nodose; il carbone ramagli, ottenuto dalle ramaglie e, infine, la carbonella, sbriciolature e polvere di carbone.
A proposito di carbonella, che residua sempre nel fondo del recipiente che contiene il carbone, viene usata in famiglia depositandone una certa quantità nel fondo de sa cupa, del braciere, prima di deporvi le braci vive, che, poi, vengono sepolte nella cenere, per tenere caldi gli ambienti d’inverno e specialmente per scaldarsi i piedi.
Il carbone di legna veniva prevalentemente usato in città e nei paesi soltanto da su frau o ferreri, il fabbro ferraio. Nei nostri paesi la gente, per il riscaldamento e per la cucina, usava esclusivamente la legna, sia negli antichi tradizionali foghilis, o forreddas, i focolari, sia nelle più moderne zimineras, caminetti, fornite di canna fumaria.
Nel mondo contadino, il carbone vegetale nell’uso domestico, è stato comunque soppiantato quasi del tutto dall’avvento delle cucine alimentate dal gas in bombole. Nonna Rosa commentava: «Pari paris est sa cosa de pappai cotta cun fogu de linna o cotta cun cussa pampa pudexa chi ‘ndi ‘essit de su gas».(Vuoi mettere la differenza tra le pietanze cucinate con il fuoco di legna e quelle cucinate con la fiamma puzzolente del gas)


CAPITOLO QUARTO

IS ARTIS DE SA TERRA
LE ATTIVITÀ AGRICOLE

Presentazione

Sotto questo titolo sono stati raccolti alcuni mestieri e attività inerenti il lavoro della terra, o che, genericamente, si attribuiscono al contadino.
Il più delle volte, sono stati descritti, come testimonianza diretta, da chi quel lavoro svolgeva o ancora svolge.
Ve ne sono alcuni che il tempo avaro non mi ha concesso di ricercare e di descrivere qui, in questo saggio. Mi farò il dovere (ma sappia chi mi legge che portare avanti questa antologia di tradizioni popolari più che un dovere è per me una grande gioia e soddisfazione), di riprendere ognuna delle parti di questo libro per renderlo il più completo possibile.
Su saltu, latino “saltus”, detto in sardo anche sartu o sattu, indica, genericamente, la campagna circostante l’abitato. Un tempo definiva l’insieme delle terre incolte, cespugliate e a bosco, appartenenti in parte al villaggio (comunale) e in parte allo Stato (demaniale). Nel passato, su tutti i terreni del saltus gli abitanti del villaggio esercitavano i diritti d’uso, detti “ademprivi”. Tali diritti consistevano nella raccolta di frutti spontanei, in particolare ghiande, castagne, noci, bacche del corbezzolo, del lentischio, per ricavarne l’olio; di legname per la lavorazione, in particolare ginepro, castagno, noce, olivastro; nella raccolta della palma nana per la fabbricazione delle scope e del crine da riempire materassi; di giunchi, asfodeli ecc., per l’intreccio di molti utensili quali cesti e corbe; infine, il diritto di pascolo e di fonte. Tutti questi diritti erano essenziali per la sopravvivenza dei membri della comunità, in particolare per i nullatenenti.
Questo sistema di possesso collettivo della terra e di utilizzazione comunitaria del patrimonio naturale fu abolito dal dominatore sabaudo, con una serie di riforme, che hanno inizio nel 182O con l’editto delle Chiudende e culminano con l’abolizione dei diritti di ademprivio nel 1865.
Le rivolte dei pastori e dei contadini, che si oppongono a queste infauste leggi imposte dal dominatore, vengono soffocate nel sangue. I moti de su connotu, costituiscono il momento storico più rilevante della rivolta popolare di quel periodo. Torrare a su connotu, il motto di quella rivolta, significa “tornare al conosciuto”, al passato, cioè all’uso comune della terra, al godimento degli antichi e “conosciuti” diritti dell’uso collettivo del patrimonio naturale.
L’editto delle Chiudende, perfezionato con le leggi che aboliscono gli ademprivi, introduce la proprietà privata, sconvolgendo una forma di organizzazione socio-economica funzionale, restaurando con la miseria e i delitti la dicotomia conflittuale tra contadini e pastori.
In alcuni paesi dell’Isola, tuttavia, il sistema comunitario a rotazione del vidazzone e del paberile, nonché alcuni diritti di ademprivio, sono rimasti in vigore fino alla seconda guerra mondiale.


SU MESSAJU
IL CONTADINO

Su messaju indica genericamente il contadino, colui che lavora le proprie terre.
In Trexenta, in Marmilla e senza molte differenze nei Campidani, coloro che coltivano la terra vengono chiamati messajus mannus e messajeddus.
Is messajus mannus, i contadini benestanti, sono i proprietari di una grossa azienda agricola che hanno anche rapporti di lavoro, per la necessità di manodopera, con altre categorie come i braccianti giornalieri, gli affittuari, i mezzadri e altri, con i quali stabiliscono contratti annuali, di due o più anni, stagionali e giornalieri.
Is messajeddus, i contadini poveri, si dividono a loro volta in due categorie, is messajeddus, contadini veri e propri, che possiedono terreni e attrezzi sufficienti per costituire una piccola azienda agricola a conduzione familiare, e is messajeddus a giù ‘e carru che non possiedono terra, o ne possiedono pochissima e insufficiente per la sussistenza familiare, ma che dispongono di alcuni attrezzi ed in particolare o del cavallo e della carretta o del carro a buoi.
Anche questi ultimi possono lavorare in contratto con su messaju mannu, il proprietario, oppure lavorare a giornata con qualunque agricoltore che abbia bisogno dei loro servizi.
Questa è la biografia di un contadino povero, che si potrebbe definire messajeddu, da lui medesimo scritta, su richiesta dell’autore di questa raccolta di mestieri, all’inizio degli Anni 60, ed è apparsa in “L’invasione della Sardegna”, nel racconto “I quattro viandanti”.41
«Mi chiamo Orrù Gavino, di quarantacinque anni, con moglie e sei figli. Mio padre contadino nullatenente, con sacrificio di molti anni, facendo il salariato fisso, riuscì a farsi la casa. Venuta la Grande Guerra lasciò moglie e un bambino. Fu ardito della Brigata Sassari, con pugnale e bombe a mano, benvoluto dai capi. Visse lungo tempo attendente di ufficiali, tra i quali un cappellano, uno di quei preti un poco onesti che gli incominciò a illuminare il mondo di una luce che lui non conosceva. Allora capì che la guerra era una truffa, e quando ritornò in paese scese in piazza in divisa di ardito per fare giustizia, con pugnale e bombe a mano. In molti lo seguirono, per fare giustizia; e in molti lo seguirono in prigione, perché il picchetto armato aveva circondato e arrestato metà della gente. Dopo un anno ritornò a fare il salariato fisso, fino a quando si procurò l’indipendenza. Il 14 aprile mia madre mi partorì e mi chiamarono Gavino in onore del santo patrono. Venuto all’età di sei anni cominciai ad andare a scuola. Di carattere espansivo e sorridente, mio padre mi amava sempre di più per simpatia che gli rassomigliavo in tutto. Quando non si faceva scuola, il giovedì e la domenica, andavo in campagna a pascolare le due capre. Completate le scuole, le capre divennero quattro. Nel 1933 col solo latte si guadagnava lire quindici al giorno. La serietà in famiglia era di lavorare tutti per una sola cassa. Quando mancavano i soldi in tasca portavo fasci di legna. Scherzando mi chiamavano “fascista”, ma pagavano tre soldi il fascio e mi ricordo che il defunto padre diceva: “se lavoriamo tutti insieme ingrandiremo la casa”. Il 1937 venne il riselciamento di alcune strade del paese e non volli più pascolare le capre. Ancora non avevo compiuto il sedicesimo anno quando andai a domandare all’impresa se mi occupava a disselciare. Difatti mi fecero il libretto di lavoro che conservo col numero tre. Altro che andare in campagna a pascolare, con una paga sicura… La sera mi dilettavo leggendo romanzi, Tristano e Isotta e i Cavalieri della Tavola Rotonda… A diciassette anni domandai a mia madre se potevo andare a scuola di musica. Lei mi rispose: “Perché non vai da don Luca che suona l’armonium in chiesa?”. Era la musica che desideravo imparare, in quel momento… Dopo quindici giorni sapevo tutta la teoria, e in sei mesi ero secondo clarino. Una vita piena di sacrificio ma bella. Si camminava ogni domenica a piedi con la banda, da un paese all’altro, e tutta la settimana a lavorare. Un giorno che non dimenticherò mai fu quel 7 di dicembre del 1939. L’acqua si portò via il grano e insieme la terra. Tutta la gente correva, con le case allagate… Poi, il 1940, avevamo trebbiato paglia, nelle aie. Lo stesso anno mio fratello partì richiamato alle armi, e dovetti abbracciare la croce di tutto il lavoro dei campi. In novembre chiamarono anche me a fare la guerra… Una cosa mi ha sempre salvato: l’ordine della famiglia, come il padre ci educò. Tutto il guadagno, di qualsiasi natura, doveva essere corrisposto alla madre, quale ottima amministratrice, che fino a ottantasei anni usciva ogni sera a raccogliere una fascina per la cena. Alle sei di tutte le stagioni, che corrisponde all’imbrunire, il campanone suonava. Avevamo dieci minuti di tempo per rincasare, il tempo di riscaldare la minestra e mettere i piatti sul tavolo. Dopo si mangiava. Chi di noi figli non era rincasato non mangiava. Di mattina presto lei sempre alzata, con il caffè d’orzo pronto per chi doveva uscire a dar la paglia ai buoi. Un’ora prima di far luce riscaldava la minestra e preparava la bisaccia col pane e la zucca del vinello. Mia madre era donna di poche parole, e quando parlava non le piaceva ripetere. Ricordo la sera di Sant’Isidoro, il 17 settembre del 1936. Eravamo andati tutti a sentire la gara poetica in piazza, e qualcuno che ci voleva male aveva appiccato il fuoco alla legnaia. Il pericolo era grande, ma lei ci spingeva avanti gridando: “Forza, vigliacchi! non vedete che brucia la casa? Forza coi secchi!”. Nel 1945, tornato dalla guerra, presi moglie in casa, e la madre allora mi diede il pezzo di terra che mi spettava… Non so, forse stavo meglio salariato fisso - anche se il lavoro nostro è di cento giorni soli per un anno. La terra è una catena che non si può rompere, se non si vuol perdere quel poco pane che dà. Finito di zappare il mio poco, andavo bracciante con l’uno e con l’altro. Il mio lavoro si sa: arare, zappare, sarchiare, diserbare grano… Tutti i giorni così, da quando fa luce a quando fa buio. A casa, nemmeno la forza di spogliarsi per mettersi a letto. Uno si butta sopra la stuoia e si addormenta come una pietra, senza neanche sentire le parole di tribolazione della sua donna che ha addosso la fame di tutti i figli… Tante volte ho pensato: “Eh, se avessi qualche anno di meno! già non me ne resterei qui, a puzzare…”. Ma dove posso andare io a sbattere la testa, io che altro non so fare se non tenere la zappa in mano? Ma quando la fame è da tagliare a fette, quando l’acqua ti arriva alle costole, allora ti muovi, si… Vado a Cagliari, per espatriare. Mi hanno detto che in terra straniera prendono anche contadini, se hanno braccia buone…»


SU MERI
IL PADRONE, IL PROPRIETARIO TERRIERO

Su meri est unu messaju prus mannu de su messaju mannu, il padrone è un contadino più grande del contadino benestante; cioè a dire che possiede così tante terre da potersi definire un latifondista, se non fosse che in Sardegna, per quelle che sono qui le origini e la storia della proprietà privata, non esiste il latifondo vero e proprio, come in altre regioni del Continente. In zone come la Marmilla, tra le più fertili dell’Isola, dove le terre da grano duro sono considerate “buone” con una resa che va da 30 a 40 volte la quantità seminata (terras aundi unu moi de trigu, seminau ind’ unu moi de terra, donat de is trinta a is cuaranta mois) è considerato un ricco proprietario terriero chi possiede sui 500 starelli (ossia intorno ai 200 ettari).
In Marmilla - zona fertile, come dicevo - c’erano ben poche famiglie che possedevano una azienda agricola con più di 500 starelli. Ricordo proprietà di una certa superficie a Lunamatrona, Pauli Arbarei e Siddi, paesi della Marmilla sistemati a trebini, ai tre spigoli di un triangolo.
Ho insegnato in quella regione e ho avuto modo di conoscere diversi meris o messajus mannus, e devo dire che, nonostante potessero vivere da signori, senza andare a lavorare direttamente la terra, con la zappa o con l’aratro, seguivano di persona le attività della campagna e facevano una vita dura, di sacrifici, insieme ai lavoranti. Non di rado, non soltanto nell’abbigliamento ma anche nel parlare e nel comportamento, non si distinguevano granché dai più umili messajus e messajeddus loro dipendenti.
Ma ci sono anche nuove generazioni de meris, che oggi si chiamano agricoltori e non più contadini.
Ricordo il figlio di uno di questi che, svolgendo con gli altri compagni di classe il tema: “Il mestiere di mio padre”, così scrisse: «Mio padre è agricoltore, lui a lavorare la terra non ci va…» E infatti, lui, della nuova generazione de meris, a lavorare la terra mandava i servi e a pascolarla i pastori, mentre lui se ne stava tutto il santo giorno a giocare a carte nel bar, con gli altri sfaccendati del paese. A uno di questi appartiene la testimonianza che segue.
«Quando noi figli eravamo piccoli, mio padre lavorava da operaio all’Ansaldo di Genova. Era partito per fare fortuna, ma dopo qualche tempo è tornato, senza un soldo. Così io ho cominciato dal niente; anche se adesso qualcosa di mio ce l’ho… Non è vero che l’agricoltore non può vivere. Se è furbo ci sta dentro bene, e ogni tanto può comprarsi qualche altro pezzo di terra. Certo non è onesto fare così… ma se il mondo è pieno di ladri, bisogna rubare per vivere. Peggio per i fessi che fanno gli onesti… Non ci sono stati Garibaldi e Mazzini? Loro erano santi… Ma che cosa hanno fatto? Niente, hanno fatto! Le cose come prima, anche peggio, hanno lasciato… Ci hanno guadagnato che li hanno messi nella storia… Bisogna calpestarsi l’uno con l’altro? E io calpesto. Lo so bene che il lavoro di un bracciante vale almeno duemila lire. Ma se il prodotto mi frutta mille, io gli do al massimo ottocento, perché almeno duecento li devo guadagnare io. E se no, il capitale che cosa ce lo metto a fare?»42


SU SOZZU
IL SOCIO

Nel sistema agro-pastorale abbiamo diverse figure di sozzu, socio.
Su sozzu de sa sozzeria, il socio della forma associativa tra proprietario e hominis de accordiu, dove questa figura risulta essere il capo della gerarchia servile. Questi, insieme al padrone dirige il buon andamento dell’azienda agricola, sorvegliando e disponendo le diverse attività lavorative. E’ un esperto agricoltore e pertanto se il proprietario non se ne intende, ha lui l’autorità decisionale nelle iniziative da prendere ai fini di ottenere la miglior produzione. Su sozzu di questo sistema di conduzione agricola risponde del suo operato soltanto a su meri, al padrone.
Sozzu de soccida è un’altra cosa. Vediamo innanzi tutto cos’è sa soccida.
Sa soccida è anche detta cumoni, comune, sia nel senso di comunione di persone che di comunione di beni, e specialmente (si veda il Porru) di aggregazione di animali: Fai cumoni o poniri in cumoni significa mettere in comune, mettere insieme, aggregare, un insieme di beni di proprietari diversi, ciascuno dei quali è sozzu, socio, de su cumoni. Cumoni de brebeis, cumoni de baccas, cumoni de porcus, cumoni de bestiamini grussu, vanno tradotti con comunione di pecore, di vacche, di maiali, di armenti. Donai bestiamini a cumoni a mesu guadangiu e a mesu perdita, viene tradotto dallo stesso Porru con “dare a soccio, in soccio, a soccita, o accomandata, associare”.
Il documento che segue43 illustra una delle tante forme di soccida, che si differenziano l’una dall’altra in qualche dettaglio, mantenendo sostanzialmente la stessa struttura.
«Sa soccida è una forma di contratto a due, sozzu majori e sozzu minori, che avviene esclusivamente tra pastori ricchi che hanno molto bestiame e pastori poveri che ne hanno poco o non ne hanno per nulla. O che avviene anche tra contadini proprietari di bestiame (vacche, pecore, maiali) e pastori poveri.
Il socio principale, in genere il pastore o il contadino più ricco, che ha anche altre proprietà e beni cui badare, mette nella società anche soltanto una parte del proprio bestiame, solitamente da 50 a 100 capi, se si tratta di pecore, meno se si tratta di vacche, massimo una ventina, e si impegna a pagare la metà di tutte le spese: fitto dei pascoli, tasse, cavallo, e varie.
Il socio minore si impegna a custodire, allevare e sfruttare il bestiame, prestando in pratica tutta la manodopera necessaria, ma paga anche lui la metà delle spese, compreso il fitto dei pascoli.
Il contratto dura da uno a cinque anni, secondo ciò che stabiliscono i due contraenti.
Alla fine del contratto, il socio principale si riprende esattamente il numero di capi di bestiame che ha messo nella soccida, nella società. I nuovi capi di bestiame che si sono aggiunti, vengono divisi in parte uguale, metà per socio. Così come era stato già diviso in parti uguali il ricavato dell’attività di allevamento».


SU BASTANTI
IL FATTORE, O UOMO DI FIDUCIA DEL PADRONE

Su bastanti è l’aiutante de su sozzu, del capo della gerarchia della forma associativa detta sa sozzeria. E’ la seconda persona per importanza nella gerarchia dei servi e sostituisce su sozzu in sua assenza o su sua esplicita richiesta. La sua paga annua è leggermente inferiore a quella de su sozzu.
Mentre di sozzu ce ne deve essere uno solo, a capo di tutti, di bastantis ce ne possono essere diversi. Così pure di bastanteddus, aiutanti di su bastanti, e di boinargius, bovari, che devono accudire principalmente ai buoi da lavoro.


S’HABITANTI
IL SOVRINTENDENTE

S’habitanti, il sovrintendente, che rappresenta il potere del feudatario, è al vertice della gerarchia nella struttura piramidale squisitamente medievale, presente negli stagni di Cabras fino a qualche anno fa (Anni 70). Egli era il potentissimo uomo di fiducia dei padroni che avevano la proprietà esclusiva di pesca in quelle acque, per volontà di Filippo IV re di Spagna, e governava il feudo con una decina di zaraccus de pischera, accompagnati e protetti da guardie armate.


SU SOZZU DE SU MES’‘E PARI
IL MEZZADRO

Su mesu de pari indica un’altra forma di contratto agro-pastorale, che abbiamo già visto alla voce su sozzu. I due contraenti si chiamano entrambi sozzu, ma uno è il padrone e l’altro il mezzadro. In questo caso, il proprietario del terreno dato a mes’‘e pari a su sozzu, a mezzadria, doveva provvedere al grano per la semina, ad altro cereale, o leguminosa da coltivare. Si dice che, po usanzia, su meri ponit terra e semini, mentras su sozzu ponit su traballu, per tradizione, il padrone mette la terra e il grano, mentre il mezzadro mette il lavoro, cioè tutta la manodopera dalla semina al raccolto. Le spese per l’aratura e la concimazione sono a metà tra i due sozzus, e così pure, ovviamente, il prodotto ricavato. Resta a beneficio del padrone del terreno sa stua, la stoppia, che viene data a pascolo estivo ai pastori.
In una variante di mezzadria (mes’‘e pari), detta su cumbèniu, ciò che si è convenuto, il proprietario del terreno poniat terra, semini e giù, mette terra, sementi e giogo dei buoi. Tutto il resto è invariato.
Va detto che tutte queste forme di contratto, nella definizione dei termini, erano nella loro stragrande maggioranza non scritte: alla luce de su connottu, dell’uso comune, faceva fede la parola data anche senza la stretta di mano. Se proprio qualcuno voleva mettere nero su bianco, ci si rivolgeva a su scrivonellu, lo scrivano, o per lui il parroco, o altro “acculturato”.


S’ARRENDADORI
L’AFFITTUARIO

S’arrendadori, l’affittuario, est su chi pigat terras in arrendu, è colui che prende terre in affitto.
Il contratto ad affitto iniziava e finiva il 2 settembre, e durava tradizionalmente per una intera rotazione agraria (due anni: un anno a grano e l’anno successivo o a fave o incolto, lasciato a pascolo). Il contratto veniva stipulato tra unu messaju mannu e unu messajeddu a giù e carru, cioè tra un proprietario terriero e un contadino senza terra ma fornito di carro e giogo di buoi.
Si hanno diverse forme di arrendu de terras, di sistema d’affitto dei terreni agricoli, di cui si danno alcuni esempi:
- terras po preni o seminai, terreni non incolti da seminare un anno a fave, o altre leguminose, ed il secondo a grano, in base alla prescritta rotazione agraria. Il canone di affitto per unu moi de terra, 4.000 metri quadrati, pari a 40 are, era di duus mois de fà, due starelli di fave, pari a 80 litri, o ad uguale quantità di grano il secondo anno.
- Terras cruas de scorturai o brabattai44, terreni incolti da dissodare e poi coltivare con colture previste in contratto, che durava sei anni, pari a tre rotazioni agrarie. Per i primi tre anni s’arrendadori, l’affittuario, era esonerato dal pagare il canone d’affitto, perché impiegava il proprio lavoro per migliorare il terreno e prepararlo per le future coltivazioni. Nei successivi tre anni, seguiva le regole del contratto d’affitto de is terras po preni, delle terre da semina.
- Terras po pasci, terreni dati in affitto per il pascolo, per lo più di pecore. Erano solitamente terre incolte e poco adatte alla coltivazione. La durata del contratto d’affitto, di solito tra un proprietario terriero e un pastore di pecore, durava minimo un anno, ma veniva tacitamente rinnovato di anno in anno. Il canone d’affitto dipendeva da diversi elementi quali la distanza del terreno dal paese, la classe dello stesso terreno, se era aperto o chiuso, se vi era l’acqua, se vi erano delle costruzioni che potevano servire da riparo per il bestiame. La maggior parte delle volte, il pastore, che era assai tirchio, se si trattava di terreni abbandonati aperti e di poco conto, pagava per ogni moi de terra, per ogni starello (40 are), una formella di formaggio, di circa un chilo; c’era l’agnello per il Natale o per la Pasqua, quando il terreno era più grande e vi cresceva pagu murdegu, poco cisto.
- Terras a stua de trigu o de fà, si trattava di terreni già coltivati a grano o a fave dove residuavano le stoppie. Venivano dati in affitto solitamente a pastori, po ddui fai pasci is brebeis finzas a tempus de arai, per farci pascolare le pecore fino al tempo dell’aratura, per circa tre mesi, dalla mietitura, a luglio, fino a settembre, ottobre.


SU SCARADERI
IL COTTIMISTA

Su scaraderi est su chi pigat su traballu a scarada, il cottimista è colui che prende il lavoro a cottimo. Traballai a scarada, lavorare a cottimo.
Sa scarada era una forma di contratto di lavoro usato da is messajus, i contadini, soprattutto po sa messa, per la mietitura. Infatti, non essendo sufficiente la forza lavoro, is serbidoris e is giorronaderis, i servi e i braccianti, impiegata durante i lavori agricoli, si doveva ricorrere a nuova manodopera per fare fronte all’emergenza della mietitura, che andava fatta in “quel” dato momento e il più rapidamente possibile - a scapito di gravi danni al raccolto.
Is messadoris, i mietitori, venivano ingaggiati con un contratto a scarada, a cottimo, e pertanto venivano anche detti scaraderis, cioè cottimisti. Essi dovevano provvedere ai propri attrezzi da lavoro, principalmente le falci da grano. In cambio del lavoro avevano diritto a tanto grano quanto ne era stato seminato in ogni terreno da essi mietuto, vitto e alloggio - o in campagna o in casa del proprietario datore di lavoro. Ciascun messadori, mietitore, aveva diritto a portar con sé una spigadrixi, spigolatrice. Tutti e due, messadori e spigadrixi, dovevano prestare la loro manodopera sia in s’argiola, nell’aia, per la trebbiatura e ventolatura, sia per s’incungia, la conservazione del raccolto.
Se il rapporto di lavoro era stato soddisfacente per tutti e due i contraenti, (scaraderi-messadori, più spigadrixi e messaju-meri, mietitore, più spigolatrice e contadino-proprietario), accadeva che anche per gli anni successivi rinnovassero tacitamente il loro contratto.
Sa scarada, il cottimo, lo ritroviamo in tante altre attività, anche non agricole. In particolare, ovunque ci fosse bisogno e necessità di fare un lavoro in quel dato periodo di tempo ed il più celermente possibile, come la costruzione della casa ed in particolare l’edificazione del tetto, la raccolta delle mandorle, la vendemmia, la raccolta dei pomodori, ecc..
Messadori a scarada, mietitore a cottimo. Quando non c’erano le macchine si mieteva con le falci a mano e allora si stabiliva un tanto secondo la quantità dei cereali da mietere e la loro qualità; se erano folti si stabiliva un tanto, e così via, e quello era un cottimo. Per ogni starello di terra (mq 4.OOO) prendevano all’incirca da due a tre moggi di grano (1 moggio o starello di grano = circa kg 40)
Su trigu de sa scarada. Per regolare la vita agricola, in Sardegna, non esistevano leggi scritte, ma c’erano quelle consuetudinarie, le tradizioni locali, che, tramandate di generazione in generazione dai lontani secoli, avevano per tutti forza di legge ed erano rispettate.
Così era il grano del cottimo, po su trigu de sa scarada. I cottimisti, o iscaraderis, dovevano avere, dal padrone, il grano direttamente nell’aia, pulitissimo e direttamente dalla massa. Così era per tutti i servi agricoli, e per il grano che si doveva al Monte Granatico.
Il grano residuato in su fundal’’e sa massa, nel fondo della massa, a contatto con la terra, e perciò un po’ terroso, non si dava mai po sa scarada, ma, dopo averlo pulito ben bene, e factu a ciliru e cilireddu, se lo prendeva il padrone, senza mischiarlo con l’altro più pulito.
S’aggiudu torrau è ancora un tipo di contratto di lavoro, più di altri non scritto. In agricoltura, questo avveniva tra su messajeddu, il piccolo contadino con animali da lavoro, e is giorronaderis, i braccianti giornalieri, che possedevano terre ma non animali da lavoro.
Is giorronaderis offrivano giornate di lavoro bracciantile, la semina, la zappatura, lavori nell’aia, raccolta di legna, solitamente in numero di 3 giornate, in cambio di una giornata di lavoro nelle proprie terre con l’impiego di animali (buoi o cavallo, per aratura, trebbiatura, trasporto del raccolto o di legna) da parte de su messajeddu, del piccolo contadino.
Questa forma di contratto si estende in tutti i settori produttivi agro-pastorali e anche nei rapporti sociali, intercomunitari. Lo troviamo tra contadini e artigiani: il contadino esegue dei lavori con i propri mezzi agricoli nelle terre dell’artigiano e questo, po aggiudu torrau, in restituzione dell’aiuto ricevuto: se è fabbro, gli sistema l’aratro, le falci, le zappe; se è falegname, gli ripara il carro, una finestra di casa, un manico di forcone; se è muratore, gli aggiusta la casa, il tetto, un muro; se è sarto, gli confeziona qualche capo di abbigliamento per la famiglia; se è barbiere, gli fa barba e capelli (quando in questo caso su braberi, il barbiere, non avendo terra si fa pagare in grano), e così via.
Lo stesso avviene tra contadini e pastori e tra questi e artigiani.
Io insegnante, in virtù di questi sistemi di contratto, per le mie lezioni a ragazzi di un contadino, venivo pagato con prodotti stagionali della terra; per cui a periodi abbondavano i pomodori e i peperoni e in altri le patate e le fave.
Ma s’aggiudu torrau, che è una vera e propria istituzione di grande rilievo e valore economico, sociale e morale in ogni comunità degna di questo nome, lo ritroviamo in tanti momenti della vita quotidiana della nostra gente. Si configura in questa istituzione quasi “un pretesto” per stare insieme, per creare socialità, mutualismo e quindi fratellanza e affettività, per creare forti e veri legami tra i membri della stessa comunità.
Anche tra contadini e contadini ci si scambia gli uni con gli altri, all’occorrenza, specie in stato di necessità, giornate di lavoro, attrezzi, o animali da lavoro. Scambio di manodopera tra una famiglia e l’altra avveniva in molti casi, per la vendemmia, per la raccolta delle olive, per la macellazione e la lavorazione del maiale domestico, per la riparazione di un muro di casa, per la lavorazione del pane - per non parlare dei matrimoni, dei battesimi e anche dei funerali, per l’assistenza che i vicini della comunità devono alla famiglia colpita dal lutto.
Nella istituzione de s’aggiudu torrau, rientrava pure il prestito di attrezzi da lavoro, sementi, il pane, il sale, il lardo e altri generi alimentari di prima necessità, inoltre la legna, che non potevano essere negati se chiesti in prestito. Ma era altrettanto doveroso - un imperativo categorico - restituire s’aggiudu, che fosse lavoro, che fossero oggetti, o alimenti. Si può concludere che nella vita delle nostre comunità in una età che non esito a definire felice e armoniosa, per dirla alla Fourier, in qualunque momento di lavoro importante e impegnativo, in situazioni di emergenza, di lutto, o di gioia, c’era la presenza attiva, la solidarietà e l’aiuto di tutti.


SU SERBIDORI DE SU MESSAJU
IL SERVO DEL CONTADINO

«Mi chiamo Loi Giuseppe e da ragazzo facevo il servo-pastore. Portavo le pecore al pascolo e mentre sorvegliavo che non entrassero nei campi arati, suonavo un flauto che io stesso mi ero preparato con una canna. I miei coetanei, che zappavano nei campi vicini, mi prendevano in giro dicendomi che ero poltrone, che avevo inghiottito unu palanchinu45, e un po’ mi vergognavo di trovarmi lì solo, con le mani in mano.
Mia madre mi consigliò di imparare anche a fare il mestiere del contadino, perché se mettevo su famiglia dovevo avere il grano per il pane. E così lasciai le pecore e andai al servizio di un agricoltore.
Su meri mannu46 era un po’ burbero, ma sa meri47 era una donna molto gentile. Dal primo giorno mi fece vedere dove era la stuoia per dormire e come la dovevo mettere vicino al caminetto della cucina vecchia, e dove dovevo appendere la mia bisaccia.
Ogni giorno sa meri mi svegliava all’alba per andare a su cungiaeddu48 a riportare a casa il cavallo del padrone, perché egli potesse andare in campagna. La sera prima, il cavallo bisognava condurlo al pascolo.
La mattina presto, quando io tornavo col cavallo, il padrone me lo faceva sellare, vi saliva sopra, mi raccomandava di andare a lavorare con is giornaderis49 e se ne andava a controllare i suoi campi.
Io andavo a piedi con gli altri braccianti e lavoravo tutto il giorno, perché dovevo dare il buon esempio essendo il servo famiglio. E la sera, tornati in paese, se il padrone non aveva mandato ancora nessuno a portare il cavallo al pascolo, mandava me. Al rientro cenavo insieme alla padrona e alla serva e una volta alla settimana c’era anche s’accostanti50, venuta per fare il pane. Il padrone cenava da solo nella cucina nuova, oppure con qualche parente o compare.
Ogni giorno c’era da fare: nei campi del grano, delle fave, nella vigna, secondo il periodo. Solo nelle giornate troppo piovose, stavo a casa, nella cucina vecchia, a preparare trobeis51 per il cavallo, che ne logorava parecchie, cercando di saltare la siepe che limitava su cungiaeddu52, dove veniva portato al pascolo.
Nell’arco dell’anno avevo imparato a fare di tutto: dalla semina al raccolto; avevo imparato anche a lavorare la pasta; quando le donne preparavano il pane, godevo dei loro elogi e scherzavo, così sentivo meno la stanchezza e non pensavo alla fatica della giornata.
Dopo il raccolto, portavo a mia madre il grano che mi era dovuto per il mio lavoro di tutto un anno e mi riposavo per ben due settimane...».53


SU GIORNADERI
IL BRACCIANTE AGRICOLO

Su giornaderi, il bracciante, è il vero contadino, nel senso che è lui, con le sue braccia, che lavora la terra: la ara, la concima, la semina, la zappa e la fa fruttificare. Egli svolge praticamente tutte le attività agricole, giorno dopo giorno, mese dopo mese, stagione dopo stagione, dal mesi de ladamini, ottobre, fino al mesi de argiolas, luglio. Poco tempo gli resta per riposare, giusto austu, agosto, il mese più caldo dell’anno, che trascorre approntando is ainas, gli attrezzi, da lavoro po sa laurera noba, per il nuovo anno agricolo che sta per riaprirsi.
Su giornaderi, dunque, senza essere lo specialista (che svolge prevalentemente una sola attività, quella in cui eccelle), è di volta in volta aratore, seminatore, potatore (di vigna o di frutteti), innestatore, carrettiere, stalliere, mietitore, trebbiatore, e così via.
Ancora giovane, talvolta fin da ragazzo, è servitore fisso di un solo proprietario terriero e allora abita, mangia e dorme in casa del padrone; oppure fa il servo-bracciante per qualunque contadino che lo chiami e lo ingaggi per uno, due, o più giorni di lavoro in campagna, a seminare, a zappare, o a mietere, dall’alba al tramonto.

Sa filla de su giornaderi.

«Nel mio paese, a quei tempi, c’erano solo le prime tre classi della scuola elementare e, per avere la licenza di quinta, bisognava andare nel paese vicino. Le bambine, secondo l’uso di allora, non venivano mandate perché si riteneva che non ne avessero bisogno. Solo ai maschietti poteva servire la licenza elementare, così almeno avrebbero potuto fare i carabinieri.
Avevo appena finito la terza, quando mia madre mi fece mettere il vestito della domenica e gli zoccoletti nuovi, che mi piacevano molto perché facevano un bel rumore, e mi portò a casa di Donna Federica. Un cancello di ferro era spalancato su un enorme cortile selciato con tanti vasi di fiori ai lati. Sul fondo, una gradinata - in realtà erano solo cinque, ma a me sembravano tanti - con un vasto loggiato, su cui davano tre porte, con molte sedie.
Ci sedemmo. Dopo un po’, Donna Federica uscì dalla porta centrale: era davvero una bella donna, dall’aspetto severo e con i baffetti, proprio come la descriveva mio babbo. Si accordarono con mia mamma perché io andassi ogni giorno a fare le commissioni e ad aiutare sa serbidora manna, la domestica grande. E così andai a lavorare nella famiglia dove mio babbo era su gerrunaderi, il lavoratore giornaliero.
Ogni giorno per lui c’era da fare ed era contento così, perché essendo pagato a fine raccolto gli sarebbe sembrato brutto non lavorare ogni giorno. Quando c’era qualche alluvione e gli altri non potevano andare, che so, a zappare, lui doveva lavorare il doppio per aiutare su serbidori, il servo, a scorai s’aqua, a far scorrere l’acqua, scavando fossi e canaletti, perché la pioggia abbondante non allagasse i campi ma potesse scorrere. Unica differenza col servo era che poteva dormire tranquillo a casa, con la mamma; ma all’alba usciva e tornava quando era già buio, stanco morto.
Il padrone gli aveva affidato un pezzo di terra da lavorare a mes’ ‘e pari, a mezzadria, ma ci doveva lavorare fuori dalle giornate lavorative, cioè di domenica, e andava ad aiutarlo sempre mia madre. Così, pure mia madre veniva a casa di Donna Federica, per aiutare la serva e s’accostanti, la donna che aiutava nei lavori pesanti, nelle faccende di stagione, per ripagare il prestito dei buoi usati da mio babbo per arare, trebbiare e incungiai, raccogliere, il grano che produceva in proprio, nelle terre in affitto. Solo dopo il raccolto si riposava un paio di giorni, se l’annata era stata buona era anche contento e si riprometteva di comprare, un giorno o l’altro, un pezzetto di terra, così il raccolto sarebbe stato tutto suo, anziché doverne dare metà al padrone che non si ricordava più neanche dove era situato il campo che gli dava in affitto e da cui riceveva metà del raccolto».54


S’ARADORI
L’ARATORE

S’aradori est su messaiu chi arat sa terra, l’aratore è il contadino che ara la terra.
Dal giorno prima s’aradori avrà cura di preparare su carrru a bois, il carro a buoi, con sopra s’arau, l’aratro, is orbadas, i vomeri, sa sporta de sessini, la cesta di vimini, e su trigu po preni, e il grano per seminare.
Circa un’ora prima di partire si alza e appallat su giù, dà da mangiare ai buoi, un misto di paglia e fave macinate in precedenza, messe in sa palladroxa o cadinu de appallai, nella mangiatoia. Po pappai, per mangiare, questa quantità di cibo i buoi impiegano circa dieci minuti, ma su murzu, il ruminare, dura circa un’ora.
L’ora di partenza è in rapporto alla distanza delle terre dal paese. Qualche volta si impiegano anche due ore e mezzo. Bisogna tenere presente che l’usanza vuole che a s’orbescida, all’alba, quando spunta il sole, s’aradori, l’aratore, abbia già fatto due, tre giri de aringiu, di aratura.
Appena si arriva al campo, si fa il lavoro di ingainai, cioè si staccano i buoi dal carro e si aggiogano all’aratro.
Si ara per tutto il giorno. Sette, otto e anche nove ore di lavoro senza interruzione. Per lo meno, è questa l’usanza qui da noi, nel Parte Olla. Non si interrompe neanche per mangiare, né l’uomo, né le bestie.
Finita l’aratura della giornata si fa il lavoro contrario, cioè si staccano i buoi dall’aratro e si attaccano al carro, sul quale vengono caricati l’aratro e gli altri attrezzi da lavoro, e si rientra in paese.
Arrivati a casa si staccano i buoi dal carro e li si lascia riposare per circa un’ora. Intanto mangia l’aratore. Poi è suo dovere accudire le bestie, dando loro da mangiare e da bere.
Per il lavoro che fanno in comune, c’è una sorta di sodalizio, cioè di comunicazione e intesa, anche di simpatia, tra l’uomo e i suoi buoi; una intesa ed una simpatia che comincia fin da quando l’uomo sceglie e forma la coppia da aggiogare al carro e all’aratro.
Ai buoi si danno nomi apparentemente strampalati; in effetti un nome con l’altro completano ed esprimono una frase, una battuta, un motto, o due espressioni simili o contrastanti. Per esempio, ecco alcuni nomi dati a ciascun bue dello stesso giogo: Sennori - No ddu ses (Signore - Non lo sei); Poita pretendis - Fora de motivu (Perché pretendi - Senza ragione); No mi scaresciat - Su chi happu factu (Non mi dimentichi - Quello che ho fatto); Non tengas pressi - Ancora c’est tempus (Non aver fretta - C’è ancora tempo); Bella ti fais - Chen’ ‘e ddu essi (Ti credi bella - Senza esserlo); Pagu ti circu - Lassamì stai (Non ti do fastidio - Lasciami in pace).
A conclusione, bisogna dire che l’aratura è diversa a seconda di come è la situazione della terra. Se la terra è a cottura, cioè incolta, si fa la prima aratura nel mese di marzo, e si dice manisciai sa terra, poi la si lascia riposare fino al periodo di giugno-luglio, quando si dà la seconda aratura, detta torrai manu, e la si lascia ancora riposare fino all’autunno.
Dopo le prime piogge, nel mese di ottobre, o anche ai primi di novembre, si dà la terza aratura, detta a passai e preni, cioè si ara, si fanno i solchi, si semina e poi si ripassa con l’aratro per chiudere i solchi e coprire i semi.
Se la terra invece è a stula de fà, cioè dove vi sono stoppie di fave, si dà la prima aratura nel mese di agosto e si ara durante la notte, perché è più fresco e la terra è meno arida. Poi la si lascia riposare.
Dopo le prime piogge, nel mese di ottobre, o ai primi di novembre, si dà la seconda aratura, quella appunto detta a passai e preni.


SU SEMINADORI
IL SEMINATORE

Su seminadori, il seminatore, è colui che getta il grano e il concime, normalmente a spaglio, nei solchi della terra arata. Il contadino si rivolge a unu seminadori di fiducia, perché è un momento assai importante e delicato de sa laurera ed è un lavoro che va fatto a regola d’arte se si vuole ottenere del buon grano (lo si vede dalla semina). Di concerto con su seminadori lavora s’aradori, l’aratore, che conduce il giogo dei buoi.
Un giogo di buoi ara circa 4.000 metri quadrati, cioè un moggio di terra al giorno; un bravo seminatore ne semina circa 16.000, cioè più di un ettaro e mezzo, circa il quadruplo della quantità che può arare un giogo. Ne consegue che, dove la superficie del campo è vasta, appresso ad un seminatore vanno quattro gioghi di buoi. In altre parole, unu bravu seminadori, un bravo seminatore, lanciando il grano a spaglio copre quattro solchi.
Dai dati rilevati da altre fonti tra il lavoro de su seminadori e quello de s’aradori si hanno i seguenti rapporti: aratura al giorno da 3 a 4 mila metri quadri; semina al giorno da 15 a 16 mila metri quadri.


SA MARRADRIXI
LA ZAPPATRICE

«Parlo di quando facevo sa marradrixi, cioè andare a zappare, per i proprietari, terre coltivate a grano e a fave. I miei genitori erano anziani e anche io non ero più tanto giovane, ormai sulla soglia dei trenta. Babbo era servo-pastore fin da bambino e in tutta la sua vita non era riuscito a racimolare che quattro soldi, per aggiustare la vecchia casa paterna, e comprare due palmi di terra vicino al paese, da coltivare ad orticello nel poco tempo libero della domenica. Mamma era malaticcia, si era rotta le reni lavando roba altrui nel ruscello. Si erano sposati già anziani, aspettando di avere i soldi per mettere su casa, e l’unica figlia ero io.
Da ragazzina ero in casa della padrona di mio padre per fare le commissioni, e mi piaceva. Poi, mia madre si ammalò e dovetti stare in casa per accudirla; allora strappavo qualche giornata nei lavori stagionali, in modo da farmi due soldi per comprarmi un minimo di vestiario.
In primavera le giornate sono più lunghe ed alzandomi presto facevo in tempo a cucinare un piatto di minestra per mia madre; poi scappavo a casa di una comare ed insieme ci avviavamo verso i campi, incontrando altre zappatrici.
Venivamo raggiunte dal proprietario che, bontà sua, portava le zappe nella carrozza, almeno quelle, perché zappatrici non ne poteva caricare per non stancare il cavallo: così gli ordinava la moglie. Giunte al campo veniva affidato a ciascuna il proprio pezzo da zappare, con la raccomandazione di usare le mani per estirpare le erbe attorno alla piantina del grano.
Io mi buttavo nel lavoro senza malizia, zappavo bene e alla svelta, facendomi spesso richiamare alla calma, perché non finissimo troppo presto e ce ne restasse da fare anche l’indomani.
A mezzogiorno interrompevamo e ci sedevamo in cerchio, sotto un albero, per mangiare. Io qualche volta dimenticavo, per la fretta, il fagottino del pane a casa, e allora le altre me ne offrivano del loro; io raccoglievo alla svelta le erbe mangerecce e ne davo alle comari per ringraziare. Ci chiamavamo comare l’un l’altra perché avevamo fatto la cerimonia de su Sant’‘Uanni de floris, di San Giovanni dei fiori, in mancanza di uno scambio battesimale, per creare tra noi uno stretto legame di solidarietà e amicizia.
Finito il pasto, riprendevamo il lavoro e si udiva, col tonfo ritmico delle zappe, anche il coro delle voci che cantavano is muttettus, i mottetti d’amore:

«A pizz’‘e cussu monti / «In cima a quel monte
mi pongu a fai randa... / mi siedo a ricamare...
notesta o cras a nocti / stanotte o domani notte
abettu sa domanda». / aspetto la dichiarazione».

Al tramonto passava il padrone per dirci che il giorno seguente saremmo dovute andare in un altro campo e dove, oppure che non aveva più bisogno di noi. In questo caso io mi raccomandavo alle comari di trovare lavoro anche per me, perché non sarei potuta uscire a cercarlo io dopo il rientro a casa, dovendo tenere compagnia a mia mamma malata».55


SU MESSADORI
IL MIETITORE

Is messadoris, i mietitori, erano uomini giovani e gagliardi, specialisti nel loro difficile e duro lavoro, godevano di prestigio nelle comunità che li ospitava e spesso anche dei favori de is ispigadrixis, delle spigolatrici, che dipendevano da loro.
In Sardegna si coltivava e si coltiva quasi esclusivamente grano duro; soltanto di recente si è introdotta la coltivazione di grani teneri, trigu carantinu e altri. E’ risaputo che il pane migliore si ottiene con la semola del grano duro; così pure, con lo stesso grano, si ottengono le paste, corte o lunghe, e le minestre di ogni tipo, che quotidianamente si usano nell’alimentazione, specialmente nei paesi dell’area del Mediterraneo.
La mietitura ha inizio nel momento in cui il grano è giunto ad una certa fase di maturazione: naturalmente prima che i chicchi comincino a cadere sul terreno, quando cioè le spighe si colorano di giallo oro e le reste diventano scure, quasi nere, mentre is cannas, i culmi, hanno ancora i nodi verdi che, in quella fase, sono detti canna de mebi, canna di miele.
Certamente è la Marmilla la regione contadina dove più abbondante è la produzione del grano duro e dove si trovano i migliori mietitori dell’Isola. Infatti, è lì, che, da ogni altra parte, i proprietari terrieri li vanno a cercare per ingaggiarli, durante il periodo della mietitura.
La meccanizzazione della mietitura è da noi assai recente, dato che fino agli Anni ‘60 si è mietuto il grano con la tradizionale fraci de trigu, la falce messoria, leggera, seghettata e bene equilibrata con un manico dalla anatomica impugnatura.
La tenuta da lavoro de su messadori, del mietitore, è scomoda ma funzionale: anzitutto un cappello di paglia o d’altro, a larghe tese, per riparare la testa dal sole. Da sotto il cappello, dietro, ricade un fazzoletto che ombreggia la nuca. Un fazzolettone di cotone, messo intorno al collo, assorbe il sudore ed evita che le reste feriscano la pelle. Indossa un grembiulone di pelle, o anche di panno robusto, assai ampio, idoneo a proteggere il corpo dal collo agli stinchi. Ancora, veste due manicotti, ugualmente di pelle o di panno, per proteggere le braccia e le mani, senza coprire le dita che devono restare libere (quella della destra per impugnare la falce e quelle della sinistra per afferrare il mazzetto di culmi di grano da tagliare). Un accorgimento particolare viene usato per proteggere il mignolo della mano sinistra, (quella che afferra il fascio del grano), il dito che corre il rischio di essere ferito dalla falce che lo sfiora: viene inguainato da un astuccio di cuoio o all’occorrenza anche di canna.
Il lavoro della mietitura si svolge di mattina assai presto, appena fa luce, per ovvie ragioni di opportunità. In primo luogo, si traballat mellus a friscu, si lavora meglio quando fa fresco, prima che il solleone avvampi e fiacchi le membra. In secondo luogo, i culmi del grano, dopo la rugiada della notte, sono meno aridi, più umidi e freschi e si falciano meglio. Durante le ore più calde, is messadoris riposano all’ombra di qualche albero o di improvvisati ripari - spesso all’ombra dei loro ombrelloni verdi, quelli stessi che pastori e contadini usano per ripararsi, d’inverno, dalla pioggia.
Is messadoris, entrando nel campo, per prima cosa si fanno il segno della croce. Quindi, muovono nel loro lavoro dalla parte opposta alla piegatura delle spighe, ciò per evitare che le reste feriscano i loro occhi; agguantano con la sinistra un mannello di grano all’altezza di circa mezzo metro da terra e lo recidono con una taglio rotatorio della falce, ovviamente un po’ più sotto della mano, a circa quaranta centimetri. Ses mannugus faint una maniga, sei mannelli formano un covone. Is manigas, i covoni, vengono deposte con le spighe rivolte al cielo lungo il campo. Più tardi, all’arrivo de is carradoris, dei carrettieri, i covoni di grano vengono caricati sui carri e trasportati in s’argiola, nell’aia, dove verranno trebbiati.
Come detto in altra parte di questo lavoro, is messadoris, i mietitori, sono accuditi da is spigadoras, le spigolatrici, al loro seguito, che raccolgono nel loro grembialone a sacco le spighe non recise o cadute sul terreno. Esse provvedono ad ogni loro bisogno, specie il servir loro da bere, ogni volta che hanno sete. Hanno anche il compito di conservare l’acqua fresca nelle brocche tenute all’ombra di cespugli. Messadoris e spigadoras usano fettine di limone con il sale per combattere la sete.


SA ZARACA E SU MESSADORI
LA DOMESTICA E IL MIETITORE

«Ero domestica in casa del dottore ed ero contenta del mio lavoro; mi ero stancata di andare in campagna, alla giornata, con l’uno o l’altro contadino, e anche se dovevo lavorare pure di notte, perché in casa del dottore non andavano a letto con le galline, mi alzavo presto ugualmente prima degli altri.
Il dottore era anche proprietario terriero e quell’anno il mezzadro gli aveva detto che aveva contrattato con i mietitori che venivano da Morgongiori e non avevano con loro spigolatrici. La padrona si ricordò che io venivo dalla campagna e mi propose di andare a spigolare, anche se non c’era sul contratto. Siccome anche lei doveva sacrificarsi durante la mia assenza, avremmo diviso il grano a metà, come usavano le altre. Cercai di rifiutare, ma non ci riuscii perché anche mia madre, chiamata all’occorrenza, mi disse che non si poteva dire di no ai padroni. E così cercai le gonne e le bluse vecchie e andai con i mietitori e con le altre spigolatrici a su dominariu, alla proprietà.
Il mezzadro mi fece conoscere Antonio, il mietitore che dovevo seguire e... servire.
Aveva una certa età, ma la barba ancora nera, ed era molto gentile: quasi si vergognava di chiedermi le cose, come se io fossi stata la padrona, anche se sapeva che ero la serva di casa.
Mieteva svelto e quando gli sembrava di essere più veloce degli altri, ed io non riuscivo a stargli dietro a raccogliere le spighe, si fermava e mi aiutava a legare su mannugu, il mazzo delle spighe col gambo lungo.
Quando interrompevano per bere gli portavo l’acqua, come facevano le altre, che mi prendevano in giro perché lui, invece di darmi una pacca sul sedere, mi chiamava gomai, comare, e mi diceva grazie.
Quando, finita la mietitura di un podere, passavamo ad un altro, lui mi aiutava a portare le bisacce con le provviste, ed ancora una volta le altre sghignazzavano, ma qualcuno dei mietitori le zittiva, ricordando loro che finita la mietitura io dovevo tornare dalla padrona e il mio grano lo avrebbe fatto trebbiare il mezzadro.
Gli uomini interrompevano di mietere quando il fusto era troppo arido e non si poteva legare, i mannelli si riaprivano; allora andavano a riporli all’ombra e noi continuavamo a raccogliere le spighe.
Noi donne smettevamo per il pasto pomeridiano e riprendevamo il lavoro finché c’era luce, perché c’era fresco.
Alla fine della mietitura anche il padrone e la moglie vennero per il pranzo; i mietitori di Morgongiori se ne andarono, mentre gli altri del posto con le spigolatrici si preparavano a trebbiare.
Antonio mi chiese se sarei andata a spigolare anche l’anno appresso; per me rispose la padrona dicendogli che dipendeva dalla quantità di grano che avevo saputo raccogliere.
Una volta tanto non tornai a casa a piedi ma nella carrozza, quasi fossi una sennorica, una signorina».56


SA SPIGADRIXI
LA SPIGOLATRICE

Nel mese di giugno avevano inizio i lavori di raccolta dei legumi: prima le fave e i piselli, poi le lenticchie e i ceci. Già dalla primavera le spigolatrici si erano accordadas, messe d’accordo, con il mietitore e con il proprietario per avere il permesso di spigolare nei campi di loro pertinenza.
Le spigolatrici avevano cura di scegliere un mietitore esperto e stimato, che avesse contratti per un lungo periodo, o di scegliere un proprietario che avesse molte terre seminate a grano - cosicché la raccolta delle spighe residue fosse più abbondante. Nell’accordo era previsto per la spigolatrice un suo contributo di lavoro, non retribuito, nel raccolto dei legumi; per consuetudine ne riceveva un po’ dal proprietario per cucinarseli. Inoltre, durante la mietitura del grano, la spigolatrice aveva il compito di servire il mietitore, portandogli la fiasca dell’acqua quando egli avesse bisogno di bere, e dando una mano alla padrona, o alla domestica, quando arrivava con il pranzo per rifocillare gli uomini.
Durante la trebbiatura doveva ugualmente collaborare - in cambio le veniva trebbiato il grano che aveva raccolto spigolando. L’ultima incombenza della spigolatrice era quella di aiutare per s’incungiadura, per il trasporto e l’immagazzinaggio del grano.
Una solerte spigolatrice raccoglieva una media di otto o dieci moggi di grano, dai tre ai quattro quintali a stagione.


IS FAINAS DE S’ARGIOLA
LE ATTIVITA’ DELL’AIA

«Il trasporto dei covoni nell’aia viene eseguito col carro a buoi o a dorso di cavallo.
Non vi è povero che non riponga nell’aia dei proprietari il suo piccolo mucchio di covoni.
Tutte le aie, zeppe di biche, dalla caratteristica forma di “tukul”, viste da lontano, assumono l’aspetto di tanti piccoli villaggi africani, in mezzo ai quali svetta, come una reggia, la superba bica padronale.
La trebbiatura viene eseguita in prevalenza col paziente e lento giro dei buoi sui covoni sparsi sull’aia, in forma circolare, o con quello più veloce dei cavalli (Solo recentemente ha fatto il suo timido ingresso nelle aie del paese una trebbiatrice meccanica, di modello antiquato, a dire il vero, a imporre la sua voce metallica al patetico brusio del lavoro tradizionale).
Gli uomini si alternano nella guida dei buoi con turni, “mudas”, che durano un’ora e li seguono con un monotono fischiettio riproducente arie campestri, danze popolari o patetiche nenie, che, mescolandosi e confondendosi tra loro, formano un magico concerto di tante cicale impazzite, mentre altri aizzano i cavalli con grida e strepiti di latte vuote, per renderli più veloci.
Quando tutti i covoni sono ridotti in paglia finissima e le spighe maciullate, il tutto viene raccolto in un unico mucchio di forma prismatica con la base triangolare, ma con una faccia posata sul terreno in senso orizzontale, al quale si sale con una scaletta per dar inizio alla ventilazione.
Questo lavoro viene eseguito ordinariamente di sera, quando il vento di ponente comincia ad acquistar forza.
Le spigolatrici sono le assidue coadiutrici degli uomini in questo lavoro. Man mano che i chicchi scendono dai ventilabri separati dalla paglia, che il vento ha portato lontano, esse hanno il compito di ripulire con apposite scope di asparago i chicchi stessi da qualche eventuale pagliuzza più pesante, che il vento non ha potuto asportare.
Ultimato questo lavoro il grano viene passato in un apposito crivello e raccolto in un unico mucchio di forma conica, sulla superficie del quale il mezzadro traccia con una pala un disegno di tanti archi incrociati, di greche e di arabeschi.
Esso, oltre a rappresentare un ornamento ha anche l’ufficio di premunire il padrone del grano da eventuali manomissioni di “persone estranee”, durante la notte.
Poi, dopo aver fissato sul mucchio due tridenti e due pale in croce e ornato il vertice con un ramoscello d’ulivo, uomini e donne si riuniscono alla fresca brezzolina pomeridiana, in un angolo dell’aia, per consumare una parca merenda a base di pane fresco e di formaggio e a bere un bicchiere di vino alla salute del padrone.
All’indomani, i carri cigolanti e scricchiolanti sotto il peso dei sacchi ricolmi, trasporteranno l’auspicato raccolto dell’annata a riempire il capace solaio del padrone e la festa diventerà pili completa. Perché è consuetudine che gli uomini, per ogni trasporto, dopo aver svuotato i sacchi nel solaio, siedano a mensa per rifocillarsi e brindare ancora alla salute di tutti».57


SU PISTADORI
IL BATTITORE

Su pistadori, il battitore, è colui che pesta con il mangano le spighe del grano o le teghe di una essenza leguminosa al fine di trebbiarle.
Le piccole quantità di grano o di altri cereali, come l’orzo, e di fave, o di altre leguminose, come i ceci, le lenticchie, i piselli, vengono trebbiate con is mallus, i manfani, bastoni con cui si battono spighe o teghe per separarne i semi dalla paglia. Nelle grandi quantità tale compito è riservato agli animali da lavoro, buoi, cavalli, che con il loro continuo trapestio sminuzzano il raccolto, trebbiandolo.
Is pistadoris, gli addetti alla trebbiatura mediante mallus, manfani, sono per lo più fanciulle e ragazzi che hanno spigolato al seguito dei mietitori, e compiono questo lavoro di piccola trebbiatura ai margini delle aie o anche, come ho visto spesso fare in diversi paesi della Marmilla e della Trexenta, nel cortile di casa, dove i semi vengono poi separati dalla paglia sia con il sistema della cernita con setacci e polinas, crivelli di giunco, sia con la ventolazione, lanciando in aria semi e paglia che ricadranno formando due mucchi separati, per via del loro diverso peso specifico.
Non ho mai visto e non ho notizia, in Sardegna, di correggiati, cioè di manfani snodati, costituiti da due bastoni, uno più lungo, che si impugna, e un altro legato alla sua estremità mediante una correggia di pelle o anche con un anello di ferro, che batte sulle spighe.


SU CERRIDORI
L’ADDETTO ALLA CERNITA DEL GRANO

Su cerridori era un esperto nell’uso del crivello per cernere grano o altre sementi, cerealicole o leguminose, specialmente da dedicare alla semina. Ma su cerriri, l’operazione del cernere, era comune in ogni casa contadina e poteva essere compiuto da chiunque, spesso anche da bimbi, quando c’era da preparare il minestrone di orzo, di ceci o di lenticchie - che andavano preventivamente passati al vaglio, con apposito ciuliru, per liberare il grano o il legume dalle impurità, e, successivamente, passato in un altro ciuliru, per lo più di fieno e giunco, per essere liberati da semini o sassolini della stessa grandezza, ossia po essi prugaus.
L’attività de cerriri su trigu era anche legata alla trebbiatura casalinga di piccole quantità di grano raccolto con la spigolatura, compito proprio delle fanciulle e dei ragazzi, al seguito dei mietitori.58


IS FAINAS DE SA TREULA
LE ATTIVITA’ DELLA TREBBIATURA

Sa treula a quaddus, a bois, a eguas / La trebbiatura con i cavalli, con i buoi, con le cavalle.
«Numerosissimi motivi di folklore sardo trexentese, in gran parte ancora sconosciuti, li troviamo nella trebbiatura del grano, come si faceva ancora in un recente passato. Seguiremo a passo a passo quest’importante e caratteristica operazione nella rustica vita dei campi.
La trebbiatura del grano con le cavalle selvatiche «eguas arestis» è ora scomparsa e quasi non se ne serba più neppure il ricordo nelle giovani generazioni.
Vogliamo ricordare qui, questa usanza, per le genti presenti e per quelle generazioni che verranno, e che apparterranno, certamente, al mondo della meccanica.
Spraxi sa maniga / Maniera di collocare le spighe dei covoni nell’aia per la trebbia.
Scelto nell’ala il posto dove si doveva «sterri» spargere le spighe del grano per essere trebbiate, si scopava ben bene quel tratto, «si mundada». Come scopa si prendevano dei gambi di prugno selvatico e pungitopo, «prunighisti» e si legavano assieme, in fascio, con dei giunchi bagnati nell’acqua.
Scopata «mundada» l’aia, «si sterriada sa maniga», si distendevano i covoni slegati, dopo aver tolto ad essi i legacci «is aliongius» dallo spagnolo «liga».
Le spighe si dovevano disporre in ordine ed in circolo con le spighe «sa cabizza» in dentro, in maniera che i chicchi calpestati e rimossi dalla spiga, risultassero dentro la circonferenza, e gli steli, che formavano la paglia, al di fuori. Formato così il mucchio di ciò che si doveva trebbiare a calpestio, mucchio detto «sa zrega», poteva incominciare l’opera o il lavoro del bestiame «treulai a bois o a quaddus».
Se il grano da trebbiare era relativamente poco; vi si faceva trottare sopra qualche cavallo domato, oppure dei buoi aggiogati, che, di solito, trascinavano un pietrone pesantissimo, chiamato «su tragu». Questo «tragu» aiutava molto il lavoro di schiacciatura delle spighe già indurite dal sole, «arridas», Spesso si attaccava al giogo dei buoi anche il carro agricolo sardo, ma vuoto, e lo si faceva girare in tondo entro la circonferenza dell’ala, per affrettare la trebbiatura o «sa treula», il «trillar» degli spagnoli, o «triladura-trillar el trigo» trebbiare il grano: «Treulai su trigu».

Treula a eguas arestis / Trebbiatura con le cavalle selvatiche.
La maniera più caratteristica, nelle zone più granifere della Sardegna, come la granifera Trexenta, era quella della trebbiatura con le cavalle selvatiche.
Questa forma di trebbiatura ricordava usanze cananee, la vita biblica dei Patriarchi, ed era tutta una fioritura di splendido folklore, che solo la Sardegna aveva saputo conservare quasi con gelosa cura.
Le cavalle «arestis» arrivavano ai Campidani, alla Marmilla, alla Trexenta, al Parte Olla, dalle montagne di Sinnai, di Sant’Andrea Frius, da Santu Basil’e Monti, ed anche dalle Giare. Ogni torma di queste cavalline poteva essere di venti, trenta ed anche cinquanta bestie. L’uomo incaricato di questi animali, non contadino, né pastore, si chiamava «su basonì».

Rocu de argiola, postubariu, postabaderi.
Nell’aia da trebbiare si formava una catena costituita da una fune lunga, con «bonezzus» di pelo di cavallo. Le cavalline selvatiche venivano legate l’una all’altra per il collo, ed alla distanza di una settantina di centimetri.
Proprio nel mezzo dell’aia era piantato un grosso palo di legno, con una salda capocchia (o anello) di ferro in testa, che veniva conficcato profondamente nel terreno. Questo palo, secondo i luoghi, veniva chiamato «roccu de argiola» dal latino «broccus», mentre nella Trexenta si chiamava «postubariu» e l’uomo che conosceva ed era conosciuto dalle cavalline, ed assisteva vicino al palo «po su scappamentu de is eguas», per la corsa delle cavalle, si chiamava «postabaderi».

Sa cadena de asgrioba / La catena dell’aia.
Intorno alla testa del palo o «postubariu» si gettava il cappio d’una corda detta «cadena de asgrioba» catena dell’ala, mentre un altro cappio finiva in un piuolo di legno detto «capia», legato con la catena.
Il cappio del palo dicesi «inghizzu» e lo sciogliere questo cappio voleva dire ultimare il lavoro o terminare la giornata della trebbiatura.

C’erano tre mute di cavalle «tres mudas» ed in ogni muta erano tre toccatori «tres toccaderis» o conduttori delle cavalline. La muta «sa muda» era di sei turni di cavalle «sesi scappadas di eguas» e «sa scappada de is eguas» comprendeva tre giri completi dell’aia. La muta era di sei riposi o soste per le cavalle, insomma di sei turni, ed il riposo avveniva ogni tre tiri dell’aia. Poi c’era la muta completa ogni «dexiottu girus», diciotto giri dell’aia.

Is eguas no lesteras a is alas / Le cavalle meno leste alle ali.
Le cavalline più deboli, delicate e meno leste nella corsa o nel galoppo, ma meglio addestrate in questo faticosissimo lavoro della trebbiatura «si mettevano alle ali della lunga catena per non imbrogliarla, e si chiamavano «is eguas de is alas» le cavalle delle ali. La cavalla dell’interno della catena si chiamava «s’egua de intru» e quella di fuori «s’egua de foras» o «de aforas».59


SU TREULADORI
IL TREBBIATORE

Su treuladori, il trebbiatore, è colui che procede alla battitura del raccolto, sia esso di leguminose o di cereali, per separare i semi dall’involucro fibroso, dalla paglia.
Nelle zone in cui la produzione agricola è poca o chi produce, a livello di orto, legumi per il fabbisogno familiare, procede nel lavoro della battitura in un breve spiazzo di terra battuta pianeggiante, mediante l’uso di attrezzi quali is mallus e is fustis, i manfani e le pertiche, con cui rompono l’involucro del seme liberandolo.
Nelle zone dove invece le colture sono estese e la produzione è notevole, prima dell’arrivo delle trebbiatrici meccaniche, il lavoro de su treuladori consisteva nel guidare gli animali, buoi o cavalli, in sa treula, cioè nello spiazzo dell’aia dove viene ammucchiato e poi sparso, a forma di ciambella, il cereale o il legume da pestare e trebbiare.
Su treuladori può trebbiare sia con i cavalli che con i buoi. Il lavoro di far camminare in tondo gli animali è assai pesante e difficilmente si può reggere per più di due ore. Per cui, entro quei limiti di tempo, egli viene sostituito con un altro treuladori riposato.
Su treuladori che trebbia con i buoi è detto anche toccadori; mentre colui che trebbia con i cavalli è anche detto trubadori, che definisce, in particolare, l’uomo che accompagna e sorveglia gli animali, specie cavalli, da una località a un’altra.


SU BENTULADORI
IL VENTOLATORE

Su bentulai era un lavoro che si svolgeva nell’aia; era un momento della trebbiatura, quando i semi venivano ulteriormente liberati dal loro guscio e dalla paglia sbriciolata con il trapestio degli animali.
Su bentuladori era colui che, alle prime brezze, imbracciata sa paja, la pala di legno, lanciava in aria, al venticello, semi e paglia insieme, onde separare quelli da questa. I semi, più pesanti, ricadevano vicini a su bentuladori, mentre la paglia, più leggera, volava e si ammucchiava più lontano.


S’INCUNGIADORI
L’ADDETTO ALL’IMMAGAZZINAGGIO DEL RACCOLTO

Di solito era un uomo di fiducia, unu bastanti, che, in mancanza del proprietario, sorvegliava i lavori della conservazione del raccolto. Genericamente, era detto incungiadori qualunque contadino, nel periodo del raccolto, che svolgesse il lavoro di incungiai, di raccogliere per conservare negli appositi magazzini o nei solai di casa.

S’incungia de su trigu / La raccolta del grano

I sacchi di grano riempiti nell’aia si caricavano sui carri a buoi per essere trasportati nelle case dei proprietari.
Al seguito dei carri, festanti, procedenti quasi a passo di danza, suonando e cantando, andavano tutti coloro che avevano sudato per produrre quel grano, prestando amorevolmente la loro opera: braccianti e servi, mietitori e spigolatrici. E anche i pacifici buoi veniva ornati con qualche fiocco appeso al giogo ed alle corna, per dare un senso ancor più gioioso al trasporto.
Che il raccolto fosse molto o poco certo aveva la sua importanza, perché ad esso, per un verso o per l’altro, tutta la comunità attingeva, come alla fonte stessa della vita. Ma poco o molto avesse dato l’annata, tutti ringraziavano la Grande Madre Terra, Colei che vede e provvede, Colei che non lascia morire di fame i propri figli, per ciò che aveva voluto dare anche quell’anno. Gli uomini, i figli, devono chinare la fronte davanti alla volontà della Grande Madre.
Nelle case spaziose de is meris, dei proprietari terrieri, e nelle più modeste de is messajus, dei contadini, nella ricorrenza de sa incungia, del raccolto, si facevano grandi feste. Sa meri manna, la padrona di casa, la massaia, con l’aiuto de sa bastanti, della collaboratrice domestica, delle donne del vicinato e delle stesse fanciulle di casa, prepara una abbondante cena, che ha come piatto forte is maccarronis, i maccheroni, conditi con salsa di pomodoro insaporita con salsiccia. E, immancabilmente, sono serviti arrosti di pecora e di agnello, ancora infilzati allo spiedo, che gli anziani della comitiva, usando abilmente i loro affilati coltelli a serramanico, sfileranno e taglieranno in abbondanti porzioni - ai vecchi, alle fanciulle e ai bimbi le parti più tenere: ai primi per rispetto, alle seconde per galanteria, agli ultimi per amore.
Tutti, padroni e servi, dal più ricco al più povero, siedono ai lunghi tavoli approntati per la ricorrenza. Si conversa animatamente… del più e del meno, e naturalmente del raccolto, augurando al padrone e a se stessi “Aterus annus mellus cun saludi”, che il prossimo raccolto sia ancora più cospicuo, e che ci sia la salute… Si conversa e si mangia. In questa occasione, nel momento magico del raccolto, si gusta il cibo come non mai così saporito - saporito come lo è soltanto dopo che lo si è lavorato e sudato per un anno intero.
Una parte della festa, e dei complimenti, la si dedica a su meri, al padrone, che per tradizione siede a capotavola e viene servito e coccolato dalla moglie e dalle domestiche.
Si mangia, si beve e a tratti si canta - quando il vino comincia a riscaldare gli animi. E’ festa: la festa più bella dell’anno: s’incungia., si dà la stura ai ricordi… Si è cominciato quasi un anno fa; con trepidazione si sono attese le prime piogge per arare la terra e, finalmente, al sole d’autunno, nei solchi aperti nella terra scura, le mani amorevoli hanno lanciato a spaglio la semente, che l’aratro ha prontamente ricoperto; con animosità, allo spuntare del tenero delicato verde, si è auspicato e pregato perché venisse la giusta alternanza di sole e di pioggia, affinché il verde rado diventasse grano, steli robusti e forti, spighe pesanti e bionde, con reste dure e nere. Fino all’ultimo giorno, si è trepidato e pregato: per la mietitura e per la trebbiatura - tutti ricordano (e come possono dimenticarlo?) quell’anno che i mucchi grandi del grano già trebbiato nell’aia attendevano i carri per essere trasportati in paese, quand’ecco, d’improvviso dal cielo cupo cattivo, senza un cenno di avvertimento, cadere una valanga d’acqua, che nel giro di pochi minuti si era portato via a torrenti tutto il raccolto. Bisogna avere pazienza - ammoniscono i vecchi ai giovani, i quali credono d’essere coraggiosi lanciando invettive blasfeme - Deus donat e Deus liat: sa voluntadi sua siat facta., Dio dà e Dio toglie: sia fatta la sua volontà.
Niente tristezze, oggi. Si mangia, si beve e si canta. Si finisce con is muttettus improvvisati, che i giovani rivolgono alle fanciulle, le quali se ne compiacciono: sono vere e proprie dichiarazioni e profferte d’amore.

S’incungia de sa palla / La raccolta della paglia

Ultimati i lavori de sa treuladura, della trebbiatura, e de s’incungia de su lori, e del raccolto del grano, nelle aie restano i mucchi di paglia dorata del grano. Costituirà, durante l’inverno, insieme alle fave macinate e ad altre leguminose, l’alimento base per gli animali da allevamento, da ingrasso e specie da lavoro, buoi, cavalli, asini.
Nell’aia si sono ormai spente le febbrili attività della trebbiatura e restano qua e là grandi mucchi di paglia. Arrivano is carrus e is carrettas, carri e carrette, i primi trainati dai buoi aggiogati e gli altri dai cavalli, tutti provvisti di cerdas de palla, apposite vegge per il trasporto della paglia, alte fino a due metri, una sorta di stuoie di un intreccio ottenuto con listelli di canna e bacchette di cadumbulu, una comune pianta cespugliosa dai fiori gialli.
Questi carri appositamente attrezzati contengono una enorme quantità di leggerissima ma voluminosa paglia, che viene trasportata in paese, dove viene stivata in apposite stanze all’uopo riservate, o anche in vecchie abitazioni disabitate, adibite a “domus de palla”, case per la paglia, ovvero pagliai.
Già l’estate sta per finire e si approssima l’autunno, ed è questo il periodo de s’incungia de sa palla, della raccolta e conservazione della paglia, l’ultimo atto, quasi malinconico, che si compie in sordina, de sa laurera, dell’anno agrario.
In quei giorni c’è in paese un via vai incessante di carri dalle vegge stracolme di paglia, che il traballare dei carri e il più lieve alito di vento sommuovono, facendone volare scintille dorate che cospargono e pavimentano le strade acciottolate, indorandole.
E i ragazzini, a stuolo, prima nell’aia e poi all’arrivo dei carri, in is domus de palla, nei pagliai di casa, si gettano a capofitto sui morbidi mucchi di paglia, giocando a far giravolte.


S’APPREZZIADORI
L’ESPERTO CHE VALUTA I DANNI NELLE CAMPAGNE

S’apprezziadori est su chi apprezziat su dannu, cioè colui che valuta il danno causato alle colture da persone o animali. Più che un mestiere vero e proprio è un incarico che viene affidato dal Comune, su segnalazione della compagnia barracellare, a persona capace, responsabile e di lunga e vasta esperienza del lavoro in campagna, dell’agricoltura. La persona prescelta riceve dalla amministrazione la nomina di apprezziadori comunali, con uno stipendio, anche se poco, (ma non so dire se viene pagato dalla Compagnia barracellare o dal Comune). L’incarico dura normalmente un anno, rinnovato se lo stesso apprezziadori è disponibile e se la gente del paese è rimasta soddisfatta della sua opera.
Il proprietario che subisce un danno nella propria terra, a una coltura o ad altro, si rivolge a s’apprezziadori e lo invita sul posto per valutare l’entità del danno che ha subito da parte di persone note o ignote - il compito di individuare il colpevole spetta alla compagnia barracellare, così pure il risarcimento del danno; a su apprezziadori spetta semplicemente valutare il danno in lire.
S’apprezziadori, dunque, pervenutagli la segnalazione, ha l’obbligo di recarsi a fare il sopralluogo, purché naturalmente la località rientri nell’ambito territoriale del Comune. Si reca sul posto con il proprietario danneggiato, o anche da solo, e visti i danni li valuta; quindi riferisce al proprietario e alla Compagnia barracellare.
Per il sopralluogo s’apprezziadori riceve dal proprietario danneggiato un compenso a tariffa fissa, sempre uguale indipendentemente dall’entità del danno, dalla distanza del terreno e dalla situazione economica dello stesso danneggiato. Tale tariffa varia da paese a paese, e va dalle 5.000 alle 12.000 lire.
Se il danno subito a una coltura avrà ripercussione nel tempo, su apprezzadori apprezza il danno “con riserva”, e a distanza di tempo torna in loco per fare la valutazione definitiva. Abbiamo quindi un primo risarcimento e un altro successivo, a conclusione, nell’ipotesi di danno ulteriore.
Se il proprietario danneggiato non è soddisfatto della valutazione di s’apprezziadori, si rivolge in seconda istanza a un perito agrario, considerato evidentemente una autorità superiore. Anche se in pratica non ci si rivolge quasi mai al perito agrario, in quanto ha tariffe molto alte e in definitiva non conviene - a parte il fatto che delle campagne non se ne intende abbastanza. Dice la gente: “Hat a essiri puru istudiau ma de su sartu no s’in di sapit”, avrà pure i suoi studi ma di campagna non ne capisce.60


SU CONCILIADORI
IL CONCIALIATORE O GIUDICE DI PACE

Un tempo era presente in tutti i comuni e si occupava di dirimere le controversie per ragioni d’interesse, per lo più di carattere economico, tra i membri della comunità. Nello stabile del Municipio era previsto un ufficio o comunque uno spazio a lui riservato. Inoltre aveva a sua disposizione un segretario - il quale fungeva da scrivonellu, scrivano, per poter mettere nero su bianco le sentenze de su conciliadori, il quale se doveva essere un uomo saggio ed equo non necessariamente doveva essere un “letterato”.
Da notare che nelle controversie relative alle questioni dell’agricoltura, su conciliadori era una autorità superiore a su apprezziadori, tuttavia quest’ultimo era tenuto in considerazione tale da non essere quasi mai contraddetto.


S’INFERTADORI O NESTADORI
L’INNESTATORE

Spesso più che di un mestiere si tratta di un’attività propria di quel momento e di quella coltura. Vorrei dire meglio che un contadino, ossia chi lavora la terra e cioè fa l’agricoltore, alla bisogna impara a fare tutti i lavori necessari, dall’aratura alla semina, dalla sarchiatura alla potatura, dalla raccolta alla conservazione dei frutti.
Capita però che alcuni lavori, o per maggiore attitudine o per maggiore esperienza, si riesce a farli meglio e si finisce per essere più bravi degli altri, tanto da essere “nominaus”, famosi, in tutti il paese e talvolta anche nel circondario, ed essere pertanto chiamati a fare quello specifico lavoro per conto terzi. Oppure, quando si è veramente bravi, si viene chiamati per svolgere un compito particolarmente delicato, quale l’innesto di una piantina pregiata o il rifacimento del manico in corno di una vecchia preziosa lama di un coltello appartenuto al nonno.
Su infertadori svolge una di queste specialistiche attività. Innestare è un lavoro delicato, bisogna essere esperti, conoscere le piante, quella pianta, la zona, il tempo in generale. In particolare, studiare il soggetto, ovvero la pianta portainnesto, e scegliere la varietà più adatta da innestare, conoscere la pianta da cui si ricava l’innesto stesso, scegliere la marza più sana e vitale, ossia la pertica o la gemma da innestare. Il suo è come il lavoro del chirurgo: se sbaglia il taglio o gli trema la mano o ricuce troppo in fretta, la riuscita della operazione non è garantita.
Solitamente chi sa innestare a gemma sa anche innestare a legno, a corona, a zufolo, a spacco, eccetera.
Is nestadoris narant chi, gli innestatori dicono, che l’arancio e il melograno sono le piante che presentano maggiori difficoltà per l’innesto. Infatti, si dice che un infertadori che sa fare gli innesti al melograno e all’arancio ha raggiunto il massimo livello di specializzazione, è assai bravo.
La retribuzione all’innestatore è a giornata, che attualmente61 va dalle 70 alle 80 mila lire. Nell’innestare la vite, se viene pagato a giornata, deve fare almeno 250 innesti, deve cioè sistemare almeno 250 gemme. Ci sono infertadoris molto bravi che arrivano a farne anche 400 in un solo giorno. E in questo caso, si fanno pagare a numero di innesti, e possono guadagnare fino a 120-130 mila lire. Considerando che normalmente ogni innesto a gemma costa sulle 300 lire, che si ricavano dividendo 75 mila lire per 250, cioè il numero minimo di innesti da farsi in un giorno.
Per l’innesto delle piante la retribuzione è soltanto a giornata. Viene pagato naturalmente prima ancora di sapere quale sarà la riuscita della operazione - ma questo vale anche per i chirurghi che operano i pazienti: se il paziente muore non è colpa loro. Così pure se l’innesto abortisce.
Quella de s’infertadori, dell’innestatore, è una attività che va scomparendo. Ormai le piante si comprano già innestate. Qualche bello spirito di contadino sostiene che quelli di fuori gli innesti ormai li fanno “a macchina”.
Non teniamo conto che gli innesti ci consentono di salvare alcune varietà proprie della nostra terra - vedi certe susine (pruna de coru, pruna de mebi, pruna de Sant’ ‘Uanni) e certe mele (meba ‘era, meba de appiu, meba de ollu). A Guspini (e speriamo anche altrove) c’è un cultore di tali varietà di frutti nostrani, dei quali - egli dice - si è perso perfino la memoria, non solo il sapore.
Gli innesti sui soggetti selvatici locali sono più forti, più resistenti alle malattie, alle intemperie. Si pensi che vi sono varietà di alberi da frutto nostrani, quali ciliegi, susini e meli, che non hanno bisogno di medicamenti e trattamenti antiparassitari - senza i quali ormai quasi tutte le essenze fruttifere non danno più frutto: perfino alcune varietà di fico, quale sa figu perdingiana, che anticamente vegetavano allo stato selvatico.
D’accordo, la frutta forestiera, d’importazione, che vediamo bene incassettata e perfino cellofanata nei moderni supermercati, è così bella e così grande da riempire l’occhio prima ancora dello stomaco, seppure messa in bocca non ha un gran bel sapore… Ma perché - dice la gente - non lasciare spazio anche alla nostra frutta, e non permettere che venga sostituita del tutto? Forse gli ecologisti non hanno capito che per salvare la natura bisogna salvare l’uomo con la sua cultura, le sue tradizioni, i suoi gusti, e… la sua frutta?
Mi piace qui ricordare il vecchio ziu Camboni, di Settimo San Pietro, che ho conosciuto negli Anni 80. Avevo acquistato un pezzetto di terra, a Terra Bianca, il costone di un colle prospicente alla pineta di Sinnai, che cominciai ad alberare, mettendoci di tutto un po’: acacie per fare ombra, cipressi per frangere il vento, fichi e altre piante da frutto rustiche, quali il cotogno. Proprio nella parte più alta del terreno c’erano due peri, uno dei quali, il più vecchio, abbastanza malandato. Da sempre desideravo avere un’arburi de piringinu, un albero di peruzzo, una speciale varietà di “Pirus Piraster”… e ora mi si presentava l’occasione, rinnovando così il vecchio soggetto. Era però necessario trovare una o più marze de piringinu, di peruzzo, e per questo mi rivolsi al sig. Ariardo Serpi, “cultore di piante antiche” di Guspini, e inoltre bisognava trovare un bravo nestadori che non sprecasse la preziosa marza. Mi mandarono da ziu Camboni, di Settimo, che volentieri accettò di svolgere il compito. Come compenso chiese una delle tre marze di piringinu che mi erano state fornite a Guspini, dal sig. Erardo. Due le innestò nella corona di un ramo ancora vegeto del vecchio soggetto. L’operazione riuscì in pieno - purtroppo non possiedo più quel terreno e il nuovo proprietario, che ha una rivendita di verdura al mercato, lo ha comprato per farne un orto, e per fare posto a lattughe, sedani e ravanelli ha distrutto tutti gli alberi. Mi auguro che sia cresciuto e sia bello grande almeno su piringinu, il peruzzo, della marza-compenso di ziu Camboni.


SU PUDADORI
IL POTATORE

Pudadori è colui che pota, e ogni contadino ha elementari conoscenze di potatura, in relazione alla vigna e agli alberi da frutto o a qualche raro albero ornamentale, piantato nel cortile davanti alla casa. E’ da notare che, nella organizzazione della vita del contadino, la funzionalità e l’utilità prevalgono sull’estetica; e pertanto nel poco spazio del cortile di casa si pianta un fico, che ombreggia e dà frutto, e non invece una robinia che ombreggia si, e più del fico, ma frutti non ne dà.
Vi sono, comunque, in ogni paese, pudadoris de arti, potatori di professione, che lavorano negli orti curandone le essenze fruttifere, e specialmente nelle vigne, dove una buona potatura è essenziale per avere una fruttificazione costante e regolare.
Un principio assai comune nell’arte della potatura est de fai sa matta beni arrodiada, di arrotondare la pianta di modo che sul tronco pulito, alla impalcatura voluta (di solito sui due metri), la chioma si allarghi rotonda per far si che prenda aria e luce dappertutto.
Po su traballu suu, su pudadori usat is ferrus de pudai, per il suo lavoro, il potatore usa le forbici da potare, di tipo e dimensioni diverse a seconda dello spessore dei rami da tagliare; usa inoltre su serraccu e is arresoias de pudai, il segaccio e i coltelli da potatura
Devo a un umile pudadori di un villaggio di contadini il concetto libertario di autorità.
Quand’ero ai primi anni della mia esperienza di maestro, la sera mi piaceva uscire con i braccianti, che erano spesso i genitori dei miei scolari, mi piaceva stare ad ascoltarli, parlare e bere qualche bicchiere di vino con loro. Una di queste sere, sul tardi, quasi sulla via del ritorno, uno di loro mi guarda con una espressione di paterna ironia e mi dice: «Ma cumenti mai, fusteti, su maistu, un homini studiau, si ponit cun nosus, genti ignoranti che brebeis?». (Ma come mai, lei, il maestro, se ne sta con noi, gente ignorante come pecore?). E io, dopo un attimo di titubanza, lasciandomi portare dall’estro: «Deu nau chi totus teneus calincuna cosa de imparai de is aterus... Nerimì, fusteti, ita fait in sa vida, fusteti?» (Io dico che tutti abbiamo qualcosa da imparare dagli altri… Mi dica, lei, che lavoro fa, lei?). Ed egli, senza capire ancora dove sarebbe andato a parare il colpo, risponde: «Deu seu pudadori…» (Io sono potatore…). E io di rimando: «E a mei, fusteti, m’hiat a imparai a pudai?» (E a me, lei potrebbe insegnarmi a potare?). Al che lui, ergendosi, petto in fuori e occhietti vispi, esclama: «E cumenti no!? Castit, su maistu, deu po pudai seu professori!» (E come no!? Vede, maestro, io per potare sono professore!).
Ecco, quel semplice bracciante agricolo, analfabeta, che si definiva “ignorante come una pecora”, mi aveva insegnato un principio di grande valore: che all’interno di una comunità, piccola o grande che sia, ciascuno di noi, piccolo o grande che sia, in un dato momento e per un dato problema, è una autorità, perché meglio di qualunque altro sa fare un lavoro, sa risolvere meglio un problema - senza alcuna sacra unzione, senza patenti o qualifiche abilitanti, senza marche e senza timbri.


SU BINGIATERI
IL VIGNAIOLO

Comunemente, anche il più modesto contadino ha un pezzetto di terra coltivata a vigna. Avrà così la possibilità di fare la provvista del vino per riempire tutti i giorni sa croccoriga, la zucca, da portare in campagna, la sapa per fare i dolci della festa e un paio di grappoli d’uva per allietare la mensa. E così, il contadino dedicherà alla vigna tutte quelle giornate in cui è libero dagli altri lavori agricoli - compresa qualche domenica mattina rubata al Signore, di nascosto dal parroco.
Ma ci sono anche contadini che dedicano la maggior parte della loro attività di coltivatori alle vigne, poiché possiedono terreni adatti più a questa coltura che a quella dei cereali e delle leguminose o di altre.
Le tecniche di impianto e di lavorazione della vigna variano da zona a zona. Va premesso che fino a venti, trent’anni fa, quasi tutte le vigne venivano coltivate a sa sarda, senza spalliera. A parte su barrali, il pergolato, che si faceva nel cortile di casa, insieme al fico, per ombreggiare.
Questo qualche esempio di sistema di impianto.
Nella zona di Dolianova, sa bingia parada a pitroxa, cioè a ogni ceppo veniva affiancato un paletto piantato in profondità, robusto abbastanza da sostenere il peso dei tralci e dei frutti.
Nella zona di Cabras, Riola, Solarussa, nell’Alto Oristanese, a ogni ceppo si accompagnano tre canne robuste, infilate nel terreno a treppiede, con le punte convergenti legate tra loro, che costituiscono il sostegno dei tralci e dei frutti.
Nella zona del Terralbese i ceppi non vengono affiancati da alcun tutore, e i tralci crescono liberi e spesso ricadono posandosi sul terreno insieme ai grappoli, senza che vengano danneggiati; poiché in questa zona i terreni sono sabbiosi e non mantengono l’umidità in superficie.
Attualmente, un po’ dappertutto, nella coltura della vite, si è diffuso l’impianto a spalliera. Che può essere:
Parada a unu filu de ferru - spalliera con un solo fil di ferro teso da un palo all’altro.
Parada a dus o tres filus de ferru - spalliera a palmeto, con due o tre fili di ferro tesi da un palo all’altro.
In sa bingia a sa sarda, nella vigna tradizionale sarda, nello stesso filare, la distanza tra un ceppo e l’altro era di un metro. La distanza tra un filare e l’altro era invece di un metro e mezzo, un metro e settanta. Allora, l’aratura veniva fatta con il cavallo, in certe zone, e altrove, soprattutto nelle zone collinose, con i buoi.
Attualmente, la distanza tra un ceppo e l’altro è aumentata a un metro e quindici, un metro e venti; così pure la distanza tra un filare e l’altro, che è passata a due metri. Ciò per consentire l’aratura della vigna con i trattori.
Purtroppo, con l’attuale sistema di coltivazione, le vigne hanno perso le siepi del ficodindia che le recingevano, con tutto ciò che di negativo comporta per l’economia del contadino e della comunità.

Lavorazione della vigna.

«La lavorazione della vigna inizia a novembre con la prima aratura detta a scostai, cioè togliere la terra dai ceppi. Questa aratura viene detta anche arai a sruccai, ararare a solchi, lavoro consistente nel tracciare sei solchi, quattru sruccus de arai ferru e dus de arai a stallai.
Di questa prima fase di lavorazione fa parte anche il lavoro de scrazzai, cioè finire di togliere la terra dal piede dei ceppi con sa marra, la zappa. Un lavoro ancora più perfetto di sistemazione del terreno intorno ai ceppi si ha con su scrazzai cun arregata dognia tres fundus, cioè si fa un cordone di terra ogni tre ceppi, in modo che l’acqua piovana con vada via ma sia trattenuta e penetri in profondità. Inoltre, questo accorgimento evita che la pioggia si disperda in rigagnoli, slavando il terreno. E’ chiaro che questi accorgimenti sono particolarmente utili nei terreni collinosi o scoscesi, dove trattenere l’acqua significa costringerla a penetrare in profondità.
Nel mese di gennaio inizia su pudai, la potatura, che deve terminare al massimo il diciannove marzo, San Giuseppe. Qualcuno inizia anche dal mese di novembre, ma sempre dopo l’aratura. Anche se il periodo ideale è gennaio o febbraio. Nella potatura, per prima cosa si tolgono i rami che hanno dato frutto, is carriadroxas, e i sarmenti tolti si ammucchiano un filare si e uno no. Questi sarmenti verranno poi raccolti, legati a fascine e portati in paese con i carri per essere usati come combustibile nei caminetti, sia per avviare il fuoco o per arrostire pesci (le carni abbisognano di legna più consistente). Dopo di che, si procede alla potatura vera e propria, lasciando is pudoni a linna e is pudoni a fruttu, cioè i rami con le gemme a legna e i rami con le gemme a frutto. Questi ultimi, daranno is carriadroxas, i tralci con i grappoli.
Secondo la varietà dell’uva, varia la potatura. Sa monica si pota a grillitonis, cioè si lasciano da due a quattro rametti con due gemme tutti e quattro a frutto. Sarà la pianta a scegliere quelle destinate a legno. Su nuragus, invece si pota lasciando dus pudonis, due rametti a legno e uno a frutto.
La potatura varia anche secondo la quantità di uva che si vuole ottenere dal ceppo. Mediante la potatura si può ottenere uno sfruttamento intensivo della vigna, che però la invecchia precocemente,
Dopo la potatura si lega sa carriadroxa, il ramo con le gemme a frutto - a sa pittroxa, al tutore.
A questo punto si può concimare la vigna. Dopo di che si procede alla seconda aratura, detta arai a setti surcus, per ricoprire di terra i ceppi che sono stati precedentemente scalzati. Questa operazione è detta a torrai terra.
A fine aprile si smamat, cioè si tolgono i succhioni, i tralci inutili, in sovrappiù. Quasi subito o anche un po’ più avanti, si spizzat sa carriadroxa, si spuntano i tralci a frutto, onde riservare le sostanze nutritive esclusivamente al frutto.
Poi si torrat a scostai, cioè si procede a una terza aratura per togliere la terra dai ceppi e la si zappa per smuovere maggiormente il terreno, rendendolo permeabile all’aria e all’acqua.
A fine maggio, circa quindici venti giorni dopo la terza aratura, quella po scostai, si procede a farne una quarta po torrai terra, per ricoprire ancora una volta i ceppi.
Quindi si legano i sarmenti, ceppo per ceppo, con la rafia, al fil di ferro teso tra i pali, lungo i filari. Oppure legati a sa pittroxa, al paletto, se i tralci sino sorretti da tutori. Questa operazione si può fare prima o dopo la quarta aratura, quella po torrai terra.
A fine agosto si pranat, si spiana, cioè si livella il terreno sotto i ceppi e tra un filare e l’altro, per facilitare il passaggio dei vendemmiatori a suo tempo.
Nel mese di giugno si donat su zurfuru cioè si cura la vigna contro la peronospora e la butrite, mediante lo zolfo in polvere.
Nello stesso mese si donat su liquidu cioè si cura la vigna sempre contro la peronospora e la butrite, con la poltiglia bordolese, a base di solfato di rame e zolfo, cioè polvere cafaro o aspor diluiti nell’acqua.
Da una quindicina di anni è comparsa un’altra malattia, la tignoletta, e tra luglio e agosto bisogna dare anche contro questo male l’apposita medicina diluita nell’acqua».62


SU LIAI IMBIDI
IL LAVORO DI LEGARE I TRALCI DELLA VITE

Su liai imbidi è un lavoro di ordinaria manutenzione delle vigne coltivate secondo tecniche antiquate, ancora in uso in alcune parti dell’Isola, come già detto, in specie nell’Oristanese e nell’Iglesiente. Dove appunto si piantano nel terreno intorno al ceppo tre canne robuste che sostengono i tralci pesanti del loro frutto.
Precede il lavoro de su liai imbidi, della legatura dei tralci, su limpiai canna, la pulitura delle canne. Tagliate alla base quando hanno raggiunto il loro completo sviluppo, la completa lignificazione, le canne vengono conservate e stagionate in cataste poste in posizione verticale, fino al momento del loro uso. Su limpiai canna è un lavoro che viene svolto di solito dagli anziani o dai ragazzi: consiste nel defoliare sfregando rapidamente la lama di un apposito coltello sui nodi della canna, partendo dalla cima giù verso il piede.
Il lavoro de liai imbidi, di legare i tralci della vite, è affidato per lo più alle donne e ai bambini, seguiti da un adulto, uomo di fiducia del padrone, spesso unu bingiateri, un vignaiolo. Questo, dotato di maggior forza, conficca nel terreno le canne debitamente appuntite prima del nodo; mentre quelli legano con la rafia i pampini alle canne.


SU BINNENNADORI
IL VENDEMMIATORE

Nei centri del Terralbese, dove i vigneti si estendono per ettari, nel periodo della vendemmia, quando i mezzi meccanici di lavorazione dell’uva non erano ancora diffusi, molti giovani venivano assunti come binnennadoris e caccigadoris dai proprietari di vigne sia po binnenai chi po caccigai, per vendemmiare che per pigiare l’uva.
Essi venivano trattati come is giorronnaderis, i braccianti giornalieri, e come questi pagati a giornata con denaro.
Il reclutamento di squadre di binnennadoris è di uso comune tra i proprietari di vigne - nell’Hinterland cagliaritano, nel Parteolla e nel Selargino in specie. Tali squadre sono costituite prevalentemente da studenti e giovani disoccupati, maschi e femmine, che lavorano con una paga a giornata per tutto il periodo della vendemmia, una decina di giorni in tutto. Un lavoro faticoso - dicono i giovani che l’hanno fatto. E qualcuno rinuncia dopo il primo o il secondo giorno.
C’è da rilevare che, in passato, questi lavori, e anche altre attività della campagna, erano lavori di gruppo. Cioè si passava voce, ci si metteva d’accordo, e si andàt totus a una cambarada, mannus e piticus, si andava tutti insieme, grandi e piccoli. Oggi a vendemmiare la mia vigna e domani la tua. Oggi a pigiare la mia uva e domani la tua. A turno, fino a vendemmiare tutte le vigne della comunità, fino a pigiare l’uva di tutta al comunità, fino a sistemare su binu e is carradas in su magasinu in dognia domu, il vino e le botti nella cantina, in ogni casa.
Attualmente, dove più dove meno, ognuno fa per sé, convinto dal proverbio forestiero che “chi fa da sé fa per tre” e che il progresso tecnologico, sbandierato con lo slogan che “ti fa risparmiare tempo”, aiuti veramente l’uomo a faticare meno e a stare meglio. A dir la verità, molti giovani d’oggi, il vino vanno a prenderlo nelle enoteche e non sanno nemmeno come si produce e come si ottiene.
Al contrario, il mestiere di binnennadori è rimasto, anzi si è diffuso, non essendoci mezzi meccanici per la raccolta dell’uva,- se non in fase sperimentale per certe vigne coltivate a tendone, una sorta di pergolato.
Infatti, ancora oggi, nell’hinterland cagliaritano, i grossi vignaioli assumono stuoli di giovani studenti a un tanto al giorno come binnennadoris, vendemmiatori, per far fronte all’emergenza vendemmia, ogni anno, all’inizio dell’autunno.


SU CACCIGADORI DE AXINA
IL PIGIATORE D’UVA

L’attività de su caccigadori, del pigiatore d’uva, (un tempo strettamente legato a quello de su binnennadori, del vendemmiatore) è ormai quasi del tutto scomparsa. Perché quasi tutti i produttori attuali conferiscono le loro uve alle cantine sociali, e di quel poco d’uva che trattengono per sé, per uso familiare, si occupano loro stessi, con i propri mezzi, del processo di vinificazione. In questo modo i vignaioli risparmiano fatica anche nella commercializzazione del prodotto. Cioè in pratica essi si impegnano soltanto nella produzione dell’uva, curando la vigna. Vendono il prodotto alle cantine sociali o ai grossi produttori di vino. In definitiva, fanno is bingiateris e basta.
Inoltre, il lavoro de su caccigadori è stato sostituito dalle macine. Perfino le famiglie, anche quelle che hanno una vigna piccola, e perciò una quantità modesta di uva, usa la macina, magari in prestito da un parente o da un vicino di casa.
C’è da rilevare - testimonia un contadino di Sardara - che anni addietro la macina c’era già certamente in commercio, forse nel mio paese non erano ancora arrivate in grande quantità o forse costavano ancora molto o forse non c’era interesse a farle arrivare, e quindi la maggior parte delle famiglie non l’avevano. A differenza di oggi che si trova nei cortili delle case di tutti is bingiateris.


S’ORTULANU
L’ORTOLANO

«Ziu Rafieli aveva un pezzetto di terra coltivata a orto, appena fuori del paese. Quando era giovane non aveva tempo da dedicare a quella sua terra, impegnato come era in campagna a coltivare grano e fave. E la dava in affitto a un lavoratore che aveva più tempo di lui.
Ma ziu Rafieli non era contento di come il suo affittuario lavorava l’orto; gli pareva che non ci mettesse il cuore, che facesse il lavoro tanto per farlo. E questo lo faceva soffrire.
Con il passare degli anni, la famiglia crebbe, i figli gli davano un valido aiuto e lui poté finalmente dedicarsi al suo orticello. Dapprima gli dedicava qualche ora al giorno, e poi finì per essere lì a tempo pieno.
Cominciò con il dividere il terreno a settori, a seminare e piantare di tutto. Non grosse quantità perché si accontentava di poco, ma voleva che nel suo orto ci fosse ogni varietà di frutta e di verdura. Tutto era bene ordinato e curato, dalla lattuga al prezzemolo, dai pomodori ai peperoni, e a ogni altro genere di ortaggio. Per non parlare degli alberi da frutto, che sotto le sue cure ringiovanirono, ridivennero rigogliosi e si caricarono di tanti frutti splendidi e profumati. E l’orto divenne un giardino.
Persino la siepe di ficodindia, che recingeva tutto l’orto, era diventata famosa in tutto il paese per la bontà dei suoi frutti zuccherini, grandi e con pochi semi, totu birdigroga.
Ogni giorno all’alba, messi nella bisaccia il pane, il companatico e la zucca del vino, inforcava su quaddu de ferru, la bicicletta, e scendeva all’orto.
Quando spuntava il sole, l’acqua della sorgente che attraversava il terreno nella sua lunghezza era già stata dirottata e incanalata per irrigare le verdure. Finito il giro di tutti i canaletti, l’acqua veniva lasciata libera di proseguire il suo cammino in direzione dell’orto situato a fianco. A quel punto, ziu Rafiele aveva già tagliato le verdure, alcune le aveva legate a mazzi con il giunco o la rafia, per il fabbisogno giornaliero della famiglia e un’altra parte per venderle; quindi le caricava nel portabagagli della bicicletta, dove aveva sistemato una cesta, e rientrava in paese, dove le scaricava in casa e nella rivendita.
Subito dopo ritornava all’orto. Strada facendo trovava sempre qualche massaia sua conoscente che gli chiedeva se poteva mandare qualcuno al suo orto per acquistare questa o quella verdura, questa o quella frutta. E ziu Rafieli prendeva le ordinazioni da tutte. Così pure faceva per le richieste che gli venivano dalla bottega della verduraia.
Nell’orto c’era sempre da fare, sempre qualcosa da rinnovare, da seminare, da trapiantare, una potatura a un ramo, un altro ramo troppo carico da sorreggere con un paletto biforcuto, un alberello da innestare, e nei momenti di pausa curare i fiori: non mancavano mai le dalie e le rose, specie quelle bianche profumate.
Il pomeriggio era un via via di amici e parenti che andavano a fargli visita, a complimentarsi con lui per il bel giardino e a portargli qualche dolce di cui lui era goloso. E lui aveva sempre per tutti qualcosa da regalare.
Non gradiva su andai a traversu de is piccioccheddus in s’ortu, il girovagare dei ragazzi nell’orto. E non accettava aiuto da nessuno nel suo lavoro. Si offendeva, se qualcuno accennava a rimboccarsi le maniche o a prendere una zappa. E non voleva essere aiutato da nessuno, neppure nella raccolta dei frutti. Era come violare la sua persona: lui e l’orto erano una cosa sola.
E beniat calincuna borta zia Antioga puru, cun sa scusa de su fundixeddu de s’apiu, a ddi fai unu pagheddu de cumpangia. (Meda no, chi issu fiat imbeccendi e sa cosa ddi podiat fai dannu, e issa puru teniat fainas de fai in domu sua.) E veniva qualche volta anche zia Antioca, con il pretesto di una piantina di sedano, a fargli un pochetto di compagnia. (Non troppa, però, ché lui stava invecchiando e la cosa poteva fargli male, e lei pure aveva faccende da sbrigare a casa sua).63


SU CASTIADORI
IL GUARDIANO

Nelle nostre campagne appare, a tratti, una baracca di pali con il tettuccio di paglia, costruita su palafitta nelle superfici pianeggianti o posta in cima a un colle, affinché domini il paesaggio circostante. Si tratta del riparo o guardiola de su castiadori, del guardiano, assunto dai proprietari agricoli per vigilare sulla proprietà, in special modo nel periodo in cui i frutti sono pendenti.
Fai su castiadori, fare il guardiano, è un’attività agricola stagionale abbastanza comune nei Campidani. Nel periodo della maturazione di alcune specie di frutta, come l’uva, i meloni, le susine e le albicocche, per lo più frutta coltivata negli orti o nelle vigne, i proprietari, assumevano unu castiadori, un guardiano, per difendere i raccolti dalle scorrerie dei ladruncoli, giovani e meno giovani, che soffrono d’insonnia.
Su castiadori di solito è una persona anziana di fiducia e, se non possiede una doppietta, gliene viene fornita una, tradizionalmente caricata a sale e lardo. Perché rubare, specialmente la frutta, nei terreni coltivati, è un reato che va punito, ma non certo con la pena di morte. Da ricordare che il furto di frutta spontanea o comunque maturata su terreni non coltivati, è consentito - residuo di un uso comune dei beni.
I frutteti e i vigneti sorvegliati da su castiadori sono situati per lo più vicino al paese, nella prima fascia de su sartu, della campagna, zona più esposta alle scorrerie della ragazzaglia.


SU CASTIADORI DE ORTUS
IL GUARDIANO DI ORTI

Di solito lo stesso ortulanu,.si trasferiva nell’orto, dove si costruiva una baracca e spesso ci viveva.
Gli orti del paese erano situati nella prima fascia de su sartu, della campagna, appena dopo l’abitato, zone per lo più fertili, ben concimate,fornite di pozzo per l’irrigazione, bene esposte al sole. La vicinanza degli orti all’abitato, consentiva di arrivarci in breve tempo, ed era più facilmente controllabile. Il controllo avveniva mediante unu castiadori, che era spesso uno degli ortolani, che a giru, a turno, si alternavano per badare alla custodia, specie notturna, degli orti.


IS COOBERADORIS, IS CHI TRABALLANT IN COOBERATIVA
I COOPERATORI, COLORO CHE LAVORANO IN COOPERATIVA

«Ci eravamo riuniti in casa di M. alla periferia del paese, quella notte del 1° di aprile del 1950, tutti braccianti della cooperativa A. Gramsci. Avevamo deciso di occupare le terre delle paludi che per legge dovevano esserci assegnate dalla Commissione di Cagliari e che i tribunali con gli avvocati dei proprietari ci rifiutavano sempre» - Testimonia R., un vecchio bracciante che ha partecipato nel movimento cooperativistico alla occupazione delle terre a Pauli Arbarei - «Eravamo almeno trenta, quella notte, riuniti nella cucina di M.. Parlavamo a bassa voce, per non svegliare i bambini che dormivano nel solaio e anche perché le parole nostre non arrivassero alle orecchie di qualche spia. Sapevamo ormai, per esperienza nostra e di altri braccianti, che i padroni mandavano camion di carabinieri per scacciarci dalle terre e che qualche volta era accaduto che per sbaglio fossero state esplose delle fucilate. Perciò bisognava preparare il piano con cura e con cautela. Se si riusciva a dissodare e a seminare il campo prima dell’arrivo della forza pubblica, si era automaticamente proprietari del raccolto, in base alle leggi di allora».
«Quella sera del 2 aprile 1950 - prosegue C., un altro bracciante - erano arrivati due camions di carabinieri, e ne avevano arrestati quattordici. Io ero uno di quelli. Tre notti a Buoncamino, ho fatto, io, che povero si, ma il disonore della prigione non lo avevo mai avuto! In quel tempo, nella cooperativa, avevamo 80 ettari di terra ed eravamo 55 soci, tutti con famiglia: quasi la metà del paese. E tra un sacrificio e un altro, tra un tribunale e una prigione, abbiamo tirato avanti abbastanza bene. Poi è venuta la crisi dell’agricoltura. Il costo della vita è aumentato, raddoppiato, triplicato. Le terre si sono viziate col concime, e se non ne hanno, grano non ne danno. E noi ci troviamo con un amo ben conficcato in gola, perché il prezzo del prodotto è sempre lo stesso. Non abbiamo neppure potuto salvarci con colture nuove e più redditizie, magari con il vigneto, perché i padroni delle terre che la cooperativa ha in affitto non permette nessuna trasformazione nel loro fondo, e noi, senza la loro autorizzazione, non possiamo fare niente. Stanno aspettando che noi le lasciamo per riprendersele loro, le terre. E ci sono ormai quasi riusciti: ci siamo ridotti a soli 16 soci, tutti vecchi e malandati».
«Dei 60 ettari che ha attualmente la cooperativa, 28 sono di proprietà della Chiesa - testimonia N. C., consigliere dell’”Antonio Gramsci” - Una sera don Sideri, il parroco, mi manda a chiamare e mi dice che il segretario di Sua Eccellenza il Vescovo vuole parlare a tutti quelli della cooperativa. Io ho risposto: “Non è obbligo, ma dovere nostro venire”. E ci siamo andati. Il segretario di Sua Eccellenza ha cominciato col chiederci come si chiamasse la cooperativa. “Antonio Gramsci”, abbiamo risposto. Lui ha fatto la faccia storta: “Antionio Gramsci? Eh, eh!”, ha detto, “Eh, ma non lo sapete che nome è Antonio Gramsci?… Era un sardo, questo si, ed era anche delle vostre parti, ma un poco di buono era, senza timore di Dio; un vagabondo era; uno che andava in giro a imbrogliare il prossimo ignorante come voi. E se voi foste in grado di capire da soli, spalanchereste la porta e lo buttereste fuori, questo nome!”. Ha detto tutto adirato. Noi allora gli abbiamo chiesto: “E che nome dovevamo dare, allora, alla nostra cooperativa?”, “Come, che nome?”, ha detto lui, “Perché non Sant’Isidoro, che è anche il vostro Santo protettore?…”. Il suo scopo, e quello del parroco, lo abbimo capito subito: era quello di farci sciogliere la cooperativa e di farci aderire alla Coltivatori Diretti di Bonomi. In quella riunione eravamo 21. Soltanto due erano pencolanti, e c’erano cascati alla fine: “Facciamo come dice il segretario di Sua Eccellenza”, avevano detto, “ognuno prende il suo pezzo di terra per conto proprio ed entriamo nella Coltivatori Diretti senza perdere nulla, né assegno familiare né altro”. Io ero diventato verde. Mi sono alzato in piedi, allora, e ho sputato in sardo tutto il fiele che ci avevo dentro, ché se non lo sputavo, scoppiavo: “Noi siamo arrivati a quel poco dove siamo arrivati con lotta e sacrifico”, ho detto. “Quando noi eravamo a guerreggiare nelle paludi quel due di aprile, e ci avevano legati e presi come delinquenti, lei don Sideri, si godeva lo spettacolo dal campanile guardando coi binoccoli. Se lo ricordi, che noi abbiamo fatto pane dal 1945 ad oggi, per noi e per quelli di fuori, e anche per lei e per il vescovo. L’abbiamo fatto con sudore, sacrificio e prigione, per colpa di quelli che non vogliono che noi tiriamo la testa fuori dal sacco.
«Lei è un ministro di Dio: aveva il dovere di aiutare noi, i poveri, e non i ricchi.
«Il nome di Antonio Gramsci non le piace? Che cos’è un nome? Un nome non può mai far del male a nessuno. Ma non è Antonio Gramsci che non le piace: sono i 55 soci della cooperativa che non le piacciono!”».64

La cooperativa “Antonio Gramsci” di Pauli Arbarei, costituita nell’immediato dopoguerra, ha dimostrato la validità di una lotta unitaria di una comunità agricola per l’amministrazione comunale della terra. Dalla amministrazione della terra, i Paulesi sono passati all’amministrazione del Comune; hanno tentato poi con successo la costituzione di una cooperativa di consumo, scavalcando i profitti del rivenditore. Si sono trovati davanti ostacoli immensi, superiori alle loro forze. Innanzi tutto, una situazione culturale disastrosa…
Poi, funzionari di ogni calibro anche nella stessa Commissione per le terre incolte, che avevano, a loro tempo, sostenuto nei tribunali, nonostante le messi alte e rigogliose, che le terre occupate dai cooperatori erano improduttive e andavano rese ai proprietari. Ancora, i padroni delle terre, in particolare la parrocchia e per essa il vescovo di Ales, proibendo qualunque trasformazione fondiaria, qualunque impianto di colture più redditizie, quale la vite.
E infine, il menefreghismo, il cinismo o la incapacità delle autorità regionali e nazionali con le loro leggi demagogiche che favoriscono soltanto chi già possiede e con il fiscalismo più gretto e con gli interventi paternalistici, quando non di sperpero e di corruzione. Come insegna l’ETFAS, che stimola nel nostro contadino non la coscienza cooperativistica e comunitaria, ma il peggior senso - quasi ce ne fosse bisogno! - del possesso e dell’individualismo più deteriore, come fa quando divulga nei pulpiti, nelle scuole e nei campi questa preghiera dell’assegnatario: «Gesù mio, ti ringrazio per avermi dato questo pezzo di terra, che ora è mio e solamente mio».


SU BARRACELLU
LA GUARDIA CAMPESTRE

«Le Compagnie Barracellari esistevano in Sardegna fin dai tempi della Dominazione Spagnola.
Esse furono istituite col compito di preservare la campagna dai danni o dai furti d’ogni specie ed anche per assicurare una indennità ai proprietari che li subivano.
Il barracellato era perciò una Compagnia Armata di assicurazione.
Ogni privato pagava alla compagnia una somma annua proporzionata alla sua proprietà.
Tale istituzione era molto utile perché in Sardegna la distanza del territorio coltivato e dei pascoli dal villaggio non permetteva ai proprietari di aver costantemente sott’occhio i loro beni; e campi e bestiame venivano abbandonati al caso.
I componenti della compagnia barracellare venivano scelti fra le persone oneste del paese, ordinariamente appartenenti alle famiglie dei proprietari che, possedendo beni, fossero in grado di sopportare le spese per il rimborso agli assicurati dei danneggiamenti subiti, qualora le entrate della compagnia barracellare non fossero bastate per risarcire i danni.
Raramente i pastori venivano chiamati a far parte delle Compagnie barracellari perché questi erano considerati il nemico numero uno della Compagnia stessa dediti com’erano al reato del pascolo abusivo.
Il servizio delle Compagnie barracellari incominciava il 1° agosto e durava un anno agrario.
Ogni comune dell’Isola aveva la sua Compagnia barracellare e il servizio di essa era limitato al territorio del Comune.
Il numero dei barracelli era proporzionato ai bisogni della popolazione. I barracelli non indossavano una divisa speciale ma durante il servizio avevano un distintivo sulla giacca e avevano diritto a portare le armi.
Il loro servizio consisteva nel fare speciale servizio di ronda nell’abitato e in campagna nelle ore e nei modi stabiliti dal Capitano.
Il comando della Compagnia era affidato a un Capitano scelto dal Consiglio comunale su una terna, e da un Tenente scelto dal Capitano su una persona di sua fiducia.
La compagnia intera, riunita nominava un Attuario che era una specie di Segretario cui veniva affidato il disbrigo di tutti gli atti amministrativi e contabili della Compagnia, al quale veniva assegnata una mercede proporzionata al suo lavoro.
Essa nominava pure un Cassiere o Depositario.
Il Capitano in testa a tutta la Compagnia prestava giuramento nelle mani dell’autorità comunale locale. Prestato il giuramento il Capitano dava ordini per mezzo di un pubblico bando a tutti i cittadini del paese, nessuno escluso, di dichiarare per iscritto l’entità di beni immobili e semoventi da ciascuno posseduti. Tali dichiarazioni venivano poi rigorosamente esaminate e vagliate dalla Compagnia riunita in assemblea per evitare possibili inesattezze od evasioni. Ogni proprietario era tenuto a pagare alla cassa della compagnia una somma in ragione degli averi denunciati.
La Compagnia barracellare era solidamente responsabile dei danneggiamenti arrecati alle vigne ed ai campi sia che fossero seminati o tenuti a pascolo. I furti di oggetti nei cortili delle case e degli attrezzi agricoli lasciati abbandonati in campagna non rientravano sotto la responsabilità della Compagnia.
Al termine dell’annata il Capitano riuniva la Compagnia per la resa dei conti nell’ufficio dell’Attuario e con la presenza del Cassiere. Venivano prima prelevate le somme per il pagamento degli stipendi al Capitano ed al Tenente, all’Attuario ed al Cassiere; indi l’Attuario procedeva a sistemare i conti coi singoli assicurati risarcendo a ciascuno l’ammontare dei danni subiti o riscuotendo da essi la differenza dovuta alla Compagnia.
La somma eccedente in cassa veniva ripartita fra i barracelli.
La chiusura dell’esercizio barracellare, quando le cose andavano bene ed il margine era tale da compensare le fatiche e i sacrifici dei barracelli, veniva spesso festeggiata con un sontuoso pranzo all’aperto o con un cenone, seguito da abbondanti libagioni, e spesso da suoni e da canti».65

Prima del 1836 il servizio dei barracelli fu riunito a quello dei miliziani, ma ne fu poi nuovamente separato e le compagnie riacquistarono il loro vecchio ordinamento e la loro autonomia per assolvere il compito di protezione per il quale erano sorte, sebbene per lungo tempo ancora un quarto dei componenti le compagnie dei barracelli venne preso dalle milizie ausiliarie. In proposito, vedi A. Della Marmora - “Viaggio in Sardegna” - Vol. I, pag. 285.
Sa scolca, la guardia. Il termine scolca deriva dal latino “sculca” o “exculcae” ed ha il significato di guardia. Il corrispettivo italiano è scolta, sentinella, guardia.
Sa scolca indica anche una istituzione rurale con propri ordinamenti, i cui compiti erano principalmente di sorveglianza e la difesa del territorio e del patrimonio comunitario.
In pratica, tutti gli abitanti di sesso maschile del villaggio in età adulta, sotto il comando del Majore de scolca, Signore delle guardie, erano guardie giurate e militavano in difesa del territorio.
Vi è chi fa risalire l’istituto della scolca intorno all’Anno Mille, coincidente con l’affermarsi della organizzazione giudicale, di cui sarebbe espressione. Ma vi è anche chi sostiene - e mi sembra anche fondatamente - che tale istituto, sia pure in forme diverse, esistesse già in periodo precristiano, con il compito di svolgere ricognizioni intorno al pagus, villaggio, e ai suoi confini territoriali: una sorta di guardie di frontiera a cavallo, in assidua perlustrazione in difesa del territorio e dei beni comunitari (frutti, bestiame) da possibili aggressioni da parte degli abitanti di altri pagus.
L’istituto della scolca come organizzazione rurale di vigilanza del territorio, ha probabilmente dato origine al barracellato, altro più recente istituto di guardie armate per la vigilanza del territorio agricolo, conservatosi in diversi paesi sino ai giorni nostri.


SU CAMPARIU
LA GUARDIA CAMPESTRE

Su campariu la guardia campestre, appartiene a uno speciale corpo di agenti, organizzati e dipendenti dal comune, con il compito di vigilare sulla pubblica sicurezza sia delle proprietà rurali private che del patrimonio rurale comunale.


SU STUDADORI
LO SPEGNITORE DI INCENDI

Gli incendi involontari o dolosi o appiccati per vendetta sono sempre stati un fenomeno negativo per la comunità. Un tempo non si avevano come oggi, insieme all’istituzione dei vigili del fuoco, tanti uomini e tanti mezzi, anche assai sofisticati ed efficaci, per combattere gli incendi che minacciavano i nostri boschi. Tuttavia c’era una maggior sensibilità, una maggiore attenzione, quasi un culto, per il patrimonio naturale, specie per il bosco, fonte di sostentamento, per i frutti che dispensava, e di sopravvivenza, per la legna da ardere per cucinare e per il riscaldamento delle abitazioni nei mesi freddi.
Va ricordato che con il “diritto di legnatico”, di cui godeva ciascun membro della comunità, il bosco diventava ed era praticamente proprietà comune, per cui tutti erano interessati alla conservazione di quel patrimonio al quale si poteva liberamente accedere. La difesa contro gli incendi, sia come prevenzione che come intervento immediato, era compito di tutti i membri della comunità, piccoli e grandi, uomini e donne, ciascuno secondo le proprie capacità e i propri mezzi.
Vi erano comunque incaricati e addetti sia alla segnalazione che allo spegnimento degli incendi nelle campagne. Su studadori, lo spegnitore, era uno di tali addetti, la cui presenza era assai importante anche come prevenzione oltre che come intervento immediato per soffocare sul nascere un incendio che avrebbe potuto più tardi provocare ingenti danni.
In realtà si trattava, allora come oggi, di accorgimenti dettati dall’esperienza dei fatti, e c’è da rallegrarsi nel vedere qualche volta, in cima a colline o monti da cui si domina il paesaggio circostante, specie se boscoso, scolte di uomini - per lo più agenti della forestale - che durante i mesi “caldi”, al riparo di tettoie di frasche o di più moderne tende da campo, sorvegliano il territorio, pronti a intervenire, e se è il caso a chiamare rinforzi e mezzi adeguati, appena si scorge all’orizzonte il malaugurato “fil di fumo”. Essi sono i più autentici discendenti degli antichi studadoris, spegnitori d’incendi.


CAPITOLO QUINTO

IS ARTIS DE S’ALLEVAMENTU
LE ATTIVITÀ DELL’ALLEVAMENTO

Presentazione

Certamente l’argomento di questo capitolo non è stato trattato in modo sufficiente. E ciò per diversi motivi. In primo luogo perché io faccio parte della cultura contadina dei Campidani, un’area geografica ed economica (dove is artis de su messaju prevalgono su is artis de su pastori) di cui possiedo pertanto una conoscenza più diretta e più approfondita. Insufficienza inoltre causata dalla vastità della materia e dal tempo avaro e fuggitivo, che non si concede a lungo all’uomo e meno ancora a chi è di salute cagionevole. Ciò ovviamente non giustifica un limite. Che c’è, e che mi riprometto di colmare soffermando ancor più in futuro la mia attenzione di ricercatore al mondo pastorale, al mitico mondo delle Barbagie, cui tanto spesso facciamo riferimento, noi intellettuali, ogni volta che andiamo a rivisitare la nostra storia, e specialmente quando vogliamo trovare una nostra identità nazionale e una nostra dignità di popolo che vuole ottenere la propria indipendenza, che vuole essere libero da ogni oppressione - non soltanto straniera.

Sa paradura, la ricostituzione del gregge perduto. Lo Spano66, alla voce “Paradura”, scrive: «Dial. Com. paratura. In Log. propriamente è l’uso dei pastori allorché per disgrazia hanno perduto la greggia, di dimandare un capo dai compagni per formarla di nuovo».67
Sa paradura è un antichissimo istituto mutualistico dove ciascun pastore della comunità dava un capo del proprio gregge a chi come lui pastore avesse patito la perdita del gregge a causa di calamità naturale, in caso di moria, per furto, per sequestro da parte del fisco, per detenzione del pastore che se lo era dovuto vendere per pagare l’ avvocato.


SU MERI DE BESTIAMINI
L’ALLEVATORE

Su meri de bestiamini est unu meri, e candu unu est meri est meri puru de is terra e de totu sa ‘idda cun sa genti a intru, il proprietario di bestiame è un padrone, e in quanto padrone possiede anche la terra e tutto il paese, compresa la gente che ci vive.
C’è sempre stata una tendenza da parte del proprietario terriero, meri de una sienda, padrone di una azienda, di avere di rincalzo anche del bestiame, non soltanto per il lavoro ma anche per l’allevamento.
Così come il grosso proprietario di bestiame finiva per diventare anche proprietario di terre. Oltre tutto per una questione economica: il suo bestiame aveva bisogno di terre dove pascolare e prenderle in affitto non conveniva.
«I proprietari de sienda, di azienda agricola, come quelli di azienda armentizia che nel passato avevano dei salari fissi (“tzaraccu pastori, tzaraccu massaiu e tzaracca ‘e domu”) - testimonia A. Garau nella sua inchiesta già citata - usavano fare un contratto di lavoro verbale ossia a parole. Comunque, pur non esistendo un contratto legale per iscritto, quanto veniva stabilito restava sempre scrupolosamente rispettato da entrambe le parti. Per i servi agricoli e la domestica l’anno di lavoro (“s’annu de accodriu”) aveva inizio il due settembre; per i pastori invece iniziava il 24 giugno, ricorrenza della festività in onore di S. Giovanni. Due settimane prima delle date appena accennate dovevano decidere o di rimanere nella stessa azienda (“furriai annu”) oppure di trasferirsi presso un altro datore di lavoro (“cambiai meri”). E così alla scadenza del 24 giugno per i pastori e del 2 settembre per i dipendenti agricoli, si era già provveduto al rinnovo del contratto o all’assunzione di altro personale.»


SU PASTORI DE BREBEIS
IL PASTORE DI PECORE

Prima di tutto va detto che con il termine di pastori si intende esattamente il pastore di pecore. Per gli altri animali di allevamento invece il termine con cui si indica la persona che li accudisce e li porta al pascolo cambia :
angionaiu = il ragazzo che pascola gli agnelli;
crabaxu o cabraxu = colui che pascola le capre. I capretti non vanno al pascolo e quindi non hanno bisogno di un ragazzo che ci badi;
braccaxu o baccargiu = vaccaro che si occupa solo delle vacche;
boinaxu o boinargiu = il ragazzo che pascola i bovini maschi;
procaxu o porcaxu = colui che pascola i maiali. Un mestiere che non esiste più perché i maiali non possono essere a pascolo brado ma solo nelle porcilaie;
molentargiu o molentaxu = colui che pascola gli asini.
Il lavoro del pastore di pecore consiste nel procurare i terreni per il pascolo, condurre il gregge al pascolo, badare al gregge, costruire il riparo per le pecore, inoltre deve mungere e lavorare il latte se non lo versa nei caseifici, tosare le pecore, macellare gli agnelli, oltre che occuparsi dell’acquisto e della vendita delle pecore e dei prodotti come lana, latte, formaggio, carne.
Così come non esiste pastore senza pecore non esiste pastore senza mazzocca. Sa mazzocca è un bastone di olivastro ben stagionato grosso circa tre quattro centimetri, lungo circa un metro e mezzo massimo due e terminante da una parte con una capocchia più o meno grossa e più o meno lavorata a seconda della fantasia e della bravura dell’artigiano. Si trovavano facilmente da comprare nelle feste, così come la maggior parte degli utensili necessari per ogni arte o mestiere; anche se assai spesso è lo stesso pastore a costruirsela a suo piacimento. Per inciso, i pastori sono bravi intagliatori e incisori del legno. Le funzioni de sa mazzocca sono quelle di sostenere e indicare il cammino del pastore - lo sostiene in quanto gli permette di appoggiarsi e glielo indica, soprattutto lungo gli spostamenti notturni, facendogli capire se ci sono sassi, acqua o qualsiasi ostacolo - di guidare il gregge, se non si hanno abbastanza cani; infatti, se le pecore stanno andando in una direzione sbagliata, il pastore lancia sa mazzocca sulle pecore che sono fuori strada, e queste si spostano immediatamente; qualche volta è vero azzoppa una pecora ma… la severità, quando ci vuole ci vuole. Inoltre sa mazzoca serve per difesa personale e contro la volpe.
Il cane è il vero amico e compagno del pastore e si può dire che appaiati alle pecore ci sono i cani. I cani da pastore sardi sono tra i migliori. Sono, questi, i mastini sardi, una razza che ancora oggi è possibile trovare a Fonni e in alcuni altri centri delle Barbagie. Sono animali intelligenti, fedeli, attenti e vigili guardiani delle pecore e abili lottatori.
Una breve parentesi. L’origine storica di questi mastini, divenuti cani-pastore, è quanto mai singolare. Essi sono i discendenti di quei mastini romani che i vari colonizzatori dello stampo di Tito Manlio usavano nella caccia al barbaricino, durante le loro spedizioni punitive contro le popolazioni ribelli dell’interno dell’Isola. Da quei mastini, rimasti nell’Isola e che qui si sono riprodotti, ambientati, “integrati” e che con l’antico nemico sono diventati amici fedeli e preziosi. Essi hanno costituito una nemesi storica, poiché durante il periodo cosiddetto “caldo” del banditismo sardo, fenomeno volutamente dilatato e drammatizzato per consentire a uno stato di polizia di sperimentare nuove tecniche antiguerriglia e sistemi nuovi di repressione e militarizzazione del territorio, i discendenti di quei cani “colonizzatori”, integrati nella economia del pastore barbaricino, costituirono una valida difesa contro i cani-lupo largamente usati dai baschi blu e dalla polizia di Stato nel Nuorese, e contro gli stessi uomini armati che venivano segnalati dal loro fiuto, durante le azioni di rastrellamento.
Il pastore veste in modo funzionale al suo lavoro e al suo ambiente naturale. Calza scarponi di cuoio robusto, un tempo fatti dal calzolaio in cambio di qualche forma di formaggio. Nelle zone impervie di Su Cabesusu usa anche i gambales, ma nei Campidani non sono necessari poiché il terreno non è così impervio né fa tanto freddo. Veste pantaloni solitamente di fustagno, camicia e corpetto di tessuto di cotone robusto o di pelle. Nelle giornate fredde e ventose, ma senza pioggia, indossa anche sa besti niedda, la mastruca. Quando piove usa ripararsi con su saccu nieddu, una sorta di mantello, un doppio telo cucito a elle, che mette sulla testa e lascia ricadere fino ai piedi. Su saccu nieddu, che somiglia a un sacco a pelo aperto da due lati, è di orbace, un tessuto di lana così fitto da essere impermeabile. L’abbigliamento del pastore era lo stesso, sia che andasse a piedi sia che montasse a cavallo. L’unica differenza consisteva nel fatto che a cavallo portava un saccu nieddu più lungo, tanto da ricoprirgli i piedi con i fianchi dell’animale.

La lavorazione del latte.

Per raccogliere il latte della mungitura viene usata sa tolla de mulliri, un secchio basso e largo, di lamiera zincata, dalla capienza di circa 18-20 litri. Dev’essere un recipiente basso e largo per una maggiore stabilità, affinché non si rovesci e inoltre, essendo la pecora di bassa statura, consente al pastore di compiere i movimenti necessari per la mungitura.
Sa tolla de portai su latti, il recipiente per il trasporto del latte dall’ovile al paese, a dorso di cavallo o di asino, consiste in un bidone di lamiera zincata dalla capacità minima di litri 25 massima di litri 50, formato da un tozzo cilindro a base ovale, leggermente schiacciato da una parte68; si restringeva in cima a tronco di cono, terminando con un secondo cilindro dal diametro di cm 10, molto più piccolo di quello sottostante, entro cui si inseriva un robusto tappo di sughero rivestito di tela per una chiusura ermetica. Era fornito di manichi larghi e di anelli, per essere facilmente legato al basto con funi, una volta sistemato uno su un fianco e uno sull’altro dell’animale da soma. Is tollas de portai latti o più semplicemente is tollas venivano pure usate per il trasporto del latte al caseificio e de su soru, del siero che veniva dato loro dal caseificio per l’allevamento dei maiali.
Is tollas, i bidoni da latte fatti in lamiera zincata presentavano all’interno una parete non perfettamente liscia e quindi difficile da pulire. E come tutti sanno la pulizia dei recipienti da latte andava fatta in modo perfetto, perché i residui lattici fermentavano guastando così tutto il latte che vi si versava. In tempi recenti sono state sostituite da is tollas in alluminio e successivamente da quelle in acciaio inossidabile. Ultimamente anche queste sono state superate perché per il ritiro del latte passano i camion cisterna.
I recipienti del latte, sia quelli per la mungitura che quelli per il trasporto, is tollas de mulliri e is tollas de portai su latti, venivano fatte dallo stagnino, de su lattarraneri o liauneri, detto anche stangiaiu perché nel suo lavoro usava lo stagno.
Il latte non portato al caseificio veniva lavorato direttamente dal pastore con i servi nell’ovile o in casa dalla moglie, con l’aiuto delle figlie.
Per lavorare il latte occorrevano:
-    su cardaxu, il calderone, dalla capacità da 50 a 100 litri;
-    sa discua (detta anche casiddu) de pesai casu e sa discua po arrescottu, la ciottola, o meglio, il recipiente a tronco di cono in legno forato, più grande per il formaggio, sostituite poi da quelle in alluminio per il formaggio e in vimini o plastica per la ricotta. Sa discua era in legno di castagno o di pero - ed era preferibile il pero perché legno bianco che a differenza del castagno non macchia. Usando sa discua de castangia, la ciottola di castagno, specie se nuova, le forme del cacio venivano macchiate di marroncino e così la ricotta, che prendeva pure un sapore strano;
- sa frocidda de ollastu, un bidente in olivastro che andava appoggiato sugli orli de su cardaxu, mentre sopra sa frocidda si appoggiava sa discua (o casiddu);
- sa cubidina de amurgiai su casu, un tino in legno utilizzato esclusivamente po sa murgia, per la salamoia. Detto tino riempito di acqua salata riceveva le forme del formaggio appena fatto per restarvi a bagno dalle 24 alle 48 ore, secondo la grandezza;
- is teus de linu, i teli di lino che servivano per colare il latte e ricoprire su cardaxu e sa cubidina per proteggerli dagli insetti;
- is taulas, le mensole in legno in zona ventilata per porvi il formaggio tolto dalla salamoia e farlo stagionare;
- sa ziminera o sa forredda, il caminetto dove accendere frequentemente il fuoco, possibilmente che faccia fumo, per essiccare e affumicare al meglio il formaggio.


SU ZARACU PASTORI
IL SERVO PASTORE

Su zaracu pastori, il servo pastore è colui che accudisce un gregge di cui non è padrone.
Spesso il padrone di bestiame è anche unu possidenti, un proprietario terriero che ha da badare alla coltivazione e, ancora, che svolge attività di carattere commerciale nel settore della vendita dei prodotti agricoli o degli animali da allevare o delle carni macellate. Allora tra la sua servitù sceglie quello più idoneo e più fidato e gli affida un gregge.
Solitamente il proprietario delle pecore, cercava un servo pastore che possedesse già alcuni capi; ne erano consentite da 15 a 25 pecore da aggiungere al gregge di 120/150 capi che gli sarebbe stato affidato. Ciò perché il servo pastore avrebbe curato meglio il gregge in quanto composto in parte anche da capi di sua proprietà. La durata del contratto era pari all’anno agrario69. Il servo pastore riceveva, in cambio del lavoro, da 8 a 10 pecore filiate, con l’agnello, che sceglieva lui stesso e dopo il parto, in modo da sceglieva le migliori: quelle che avevano gli agnelli più belli e che davano più latte. Tanto che alla fine dell’anno, il bestiame del servo pastore aveva sempre una resa molto più alta di quella del gregge che aveva custodito. E’ evidente che tali regole favorivano colui che iniziava la professione, in diversi modi incentivandolo. Riceveva inoltre: il vitto al completo per tutto l’anno; due paia di scarpe di cuoio, da lavoro; due camicie; due carri di legna. Secondo che il servo pastore avesse nel gregge, che aveva in custodia, più o meno pecore di sua proprietà, riceveva altresì un compenso in denaro, se era scapolo, o in grano, se aveva famiglia. Aveva anche diritto a un giorno di riposo ogni quindici giorni - non erano però 24 ore complete, in quanto non poteva lasciare il gregge se non dopo la mungitura e la lavorazione del latte (tant’è che arrivava in paese, a casa, per il riposo quindicinale, con la ricotta fresca). In taluni contratti, ma “una tantum”, era previsto per lui, a spese del proprietario, unu saccu nieddu, un mantello di orbace, o sa besti, la mastruca, un cappotto di pelliccia di pecora smanicato.
In virtù di un regio decreto, le pecore, e il bestiame in genere, devono portare un sonaglio, un campanaccio. Ancora oggi, a scanso di pagare multe salate, in un gregge o in una mandria, ci devono essere almeno un sonaglio ogni dieci capi - meglio se la percentuale e maggiore, fino al cento per cento, come previsto dal detto regio decreto.


SU PASCIDORI
L’ADDETTO AL PASCOLO

In mancanza del pastore - pecoraio, capraro, vaccaro o bovaro che fosse - gli animali da allevamento andavano accuditi da un suo sostituto, che poteva essere un membro de sa zarachia, della servitù, facente parte della famiglia del padrone, o un salariato esterno,il quale doveva in primo luogo portarli al pascolo. Questi era detto su pascidori, ossia l’addetto al pascolo, e veniva tenuto per il periodo di assenza del pastore e pagato per i giorni lavorati.
Era anche detto pascidori il ragazzo che anche saltuariamente portava gli animali al pascolo. Costui, spesso, era da considerarsi un apprendista pastore. Si trattava assai spesso del figlio del pastore che aveva raggiunto i dieci anni, età ritenuta nei nostri paesi “giusta” per svolgere alcuni lavori servili come quella appunto de andai a pasci brebeis o de andai a marrai trigu; di andare a pascolar pecore o di andare a zappare grano.


S’ANGIONARGIU
IL PASTORE DI AGNELLI

Talvolta gli agnelli, naturalmente dopo lo svezzamento, venivano separati dalle loro madri e dal gregge e affidati alle cure di unu angionargiu, un custode di agnelli, per lo più un fanciullo di tredici, quattordici anni, che li accompagnava quotidianamente nel pascolo. Per il suo lavoro, s’angionargiu riceveva oltre a una piccola somma di denaro, alcune agnelle. Che con gli anni queste diventavano il nucleo che avrebbe formato il suo gregge, promuovendolo a pastore di pecore.
Nei nostri paesi agricoli vigeva l’usanza dell’agnello di famiglia, che si acquistava alla fine dell’autunno e veniva sacrificato per la Pasqua - arrostito al forno, secondo l’antica tradizione. Spesso, gli agnelli “pasquali” di un vicinato o di un parentado veniva riuniti a formare un piccolo gregge che veniva dato in custodia a un giovane angionargiu. Il quale li conduceva in campagna, facendoli pascolare nei terreni incolti di proprietà degli stessi padroni degli agnelli. Per il suo lavoro, questo angionargiu riceveva una mercede in denaro.

Lo svezzamento degli agnelli.

La pecora normalmente filia una sola volta all’anno, dopo una gestazione di quattro mesi e tre settimane, può anche avere parti gemellari, e allatta soltanto il proprio figlio. Infatti, quando muore un agnello e la pecora non può allattare, si cerca di darle un agnello di un parto gemellare o figlio di madre gracile, per poter utilizzare il suo latte. Farglielo accettare però è assai difficile, per cui si ricorre a uno stratagemma: si mette sull’agnello che si vuol fare adottare la pelle dell’agnello morto.
Lo svezzamento avviene naturalmente allontanando l’agnello dalla pecora madre. Ma non basta. Gli agnelli da svezzare vengono scambiati con quelli di un altro pastore, di un altro gregge. Dopo circa un mesetto, quando lo svezzamento è compiuto, si ritirano e si riportano nel gregge di appartenenza. Questo, ovviamente, quando non si ha possibilità di avere unu angionargiu, un ragazzo ch si prenda cura degli agnelli e li custodisca e li porti al pascolo tutti insieme.
Si dice “seberai”, l’operazione che il pastore fa a fine anno quando seleziona gli agnelli da latte, da macellare dagli altri che resteranno nel gregge, soprattutto femmine.


SU CRABAXU
IL CAPRARO

Is crabas, le capre, hanno una brutta fama. Per il contadino, per le sue colture, sono un pericolo, assai più grave di quello costituito dalle pecore e dagli animali da allevamento in genere. Probabilmente non per caso, nella lingua contadina, craba, capra, è sinonimo di ragazza o donna disordinata sozza e poco seria. Se poi a craba si aggiunge l’aggettivo maca, matta, allora l’epiteto è davvero negativo, perché sa craba maca - o media - indica una femmina poco seria in tutti i sensi, compreso quello morale. Non so di preciso se tale appellativo appartenga soltanto al mondo contadino, in odio verso il mondo pastorale, e precisamente in odio alle capre che se non vengono custodite da su crabaxu, dal capraio, possono seriamente danneggiare i mandorleti e i vigneti che nei Campidani sono per la maggior parte non recintati.
Ho assistito io stesso, in diverse occasioni, alla devastazione di mandorleti da parte di un gregge di capre. Dopo aver invaso il terreno, il capro in avanscoperta si avvicinava a una pianta e drizzandosi sulle zampe posteriori raggiungeva le cime dei rami intermedi, le addentava tirandoli giù e trattenendoli per consentire alle capre di mangiarsi le foglie e le parti tenere delle ramaglie.
Durante il fascismo fu emanata una legge sui pascoli assai restrittiva per le capre e qualcuno, in Sardegna, si indignò contro il propositore di quella legge, Arnaldo Mussolini, accusato di essere ignorante della realtà della nostra Isola e delle sue esigenze.
Aldilà dei pregiudizi del contadino (e perfino del legislatore) nei confronti del pastore di pecore e in particolare del capraio, c’è da dire che in talune regioni impervie della Sardegna, dove i pascoli sono radi e stenti, per mancanza di terre fertili e per la siccità cronica, le capre erano e sono l’unica fonte di sostentamento dove l’economia si basa sulla pastorizia, con il pascolo brado. Ciò non vuol dire che insieme non possano anche costituirsi forme di allevamento più moderne - dove sia possibile e non comporti la distruzione premeditata del sistema produttivo esistente e della sua cultura.

Lo svezzamento dei capretti.

S’accamu indica un bastoncino di legno, grosso quanto un dito e lungo circa dieci centimetri che similmente a un morso viene messo ai capretti tra mascella e mandibola, in fondo tra i denti, e legato con una funicella alle corna. Ciò per impedire loro, già grandicelli, di succhiare il latte materno ma non di iniziare a brucare l’erba. Nel loro primo periodo di vita, i capretti vengono ricoverati in s’aili un riparo di frasche appositamente costruito.70

Mi piace, qui, in memoria del passato scomparso, riportare dalla sua Opera su Morgongiori, un brano di T. Contu che suona quasi come una commossa orazione funebre per la scomparsa de su crabaxu.
«I caprari che svolsero la loro attività nel comunale di Morgongiori erano moltissimi. I loro greggi raggiunsero il numero di oltre settecentocinquanta capre. La vita dei caprari è fatta di solitudine, di sacrifici e di rinunce, ma il loro amore per quelle bestie era così forte che non esitavano a tramandare di padre in figlio quella atavica occupazione.
Nella montagna non c’era un’altura soleggiata dove non sorgesse un ovile; esso rappresentava un punto di riferimento per il viandante bisognoso di riparo e di ristoro. L’ospitalità dei caprari era proverbiale. Se un ospite di riguardo capitava al loro ovile, alla rustica mensa non mancava mai il capretto arrosto. Come era consuetudine che nello steccato dell’ovile non mancasse mai appeso ad un alto palo “su casiddu” di sughero ricolmo di siero e di zolle di formaggio fresco, a disposizione del viandante bisognoso di essere rifocillato.
Si racconta che un vecchio capraro, “ziu Piricu” era stato una volta invitato a partecipare ad una partita di caccia grossa coi suoi cani. La battuta ebbe esito sfortunato. I componenti la comitiva, quasi tutti di fuori, si apprestavano, demoralizzati, a rientrare ai loro paesi. Il buon capraro li invitò a passare nel suo ovile, e dopo aver sgozzato tanti capretti, ne distribuì uno a ciascuno.
Si dirà che erano altri tempi e che i tempi sono cambiati. E’ vero. Ma io aggiungerei che più che il tempo è cambiato il cuore degli uomini. I poveri caprari furono sempre presi di mira e accusati quali incendiari dei boschi e del sottobosco in specie, per ottenere virgulti novelli. Furono istituiti vincoli forestali e restrizioni di zone pascolative; i caprari furono oberati di contravvenzioni e di tasse e l’allevamento caprino cominciò a decadere. Sopraggiunse la legge fascista sui caprini che sanzionò definitivamente il divieto del pascolo alle capre nelle zone boschive e nel sottobosco. Fu la fine. I poveri caprari trovatisi di punto in bianco senza pascoli per il loro bestiame furono costretti a svenderlo, a patir la fame, a sparire! Dei loro nomi (o soprannomi) oggi è rimasto un pallido ricordo dove i loro ovili fiorirono».71


SU PROCAXU
IL PORCARO

Porcaxu, procaxu, è il porcaro, colui che cura questi animali e li porta quotidianamente al pascolo.
Unu procaxu de respectu, un porcaro che si rispetti tiene con sé unu tallu de a su mancu binti procus, un branco di almeno venti porci, per la maggior parte scrofe, con un verro, a parte la figliolanza.
Di preferenza i maiali vengono allevati nei paesi di montagna, ricchi di boschi di querce, dove questi animali trovano un pascolo più ricco e più affine alla loro natura. Tuttavia tale allevamento era diffuso in tutti i paesi sardi - a parte quel particolare allevamento detto “de su porcu de domu”, del maiale di casa, che veniva tradizionalmente macellato dopo “Dogniasantu”, dal primo novembre a dicembre.
Un branco di maiali necessita di un riparo stabile per la notte e per il giorno, quando il tempo è tempestoso. Su procaxu possedeva in campagna una baracca per sé e una costruzione idonea al riparo degli animali. A questo stabile rifugio rientrava ogni sera dopo il quotidiano pascolo nei boschi.
In tempi più recenti, negli anni 70, l’allevamento dei maiali era diventato un affare, con poche spese di investimento si ricavava un buon profitto, gli animali ingrassavano nelle porcilaie alimentati con i mangimi che offriva il mercato, e non allevati con il pascolo brado - aumentando la quantità a scapito certamente della qualità delle carni. Questo “moderno” sistema di allevamento si era di molto sviluppato dando luogo alla creazione nelle nostre campagne di una miriade di porcilaie, spesso ad opera di giovani, da un lato spinti dalla disoccupazione e dall’altro attratti dalla speranza di facili guadagni, che però abbandonavano l’impresa alle prime difficoltà.
Assai spesso nei nostri paesi si vedevano piccoli branchi di sette od otto maiali, messi insieme da alcune famiglie imparentate tra loro o dello stesso vicinato e affidati alle cure di un ragazzino, promosso al rango di procaxu, seppure il suo vero ruolo fosse quello di pascidori de procus, un addetto a portare al pascolo i maiali, che alla fine della giornata venivano riportati ciascuno a casa propria.


SU BOINARGIU
IL BOVARO

Su boinargiu è l’addetto alla cura e al pascolo di una mandria di soli bovini maschi adulti non domi, siano questi vitelloni, mallorus, manzi, mallorus mallaus, buoi, bois, o tori, mallorus de fedu. Su malloru, il vitellone, è il maschio giovane che viene allevato per il consumo di carne, destinato alla macellazione. Il manzo è il vitellone castrato, che viene ugualmente allevato per la macellazione. Su boi, Il bue, è il soggetto che verrà prima mallau, scotolato, cioè evirato mediante scotolamento, e poi domato e aggiogato, per il trasporto e per il lavoro dei campi. I tori vengono allevati, beati loro, per l’accoppiamento, in funzione della riproduzione.
«Nella zona del Parteolla, il contratto di lavoro tra il proprietario del bestiame e su boinargiu viene stipulato il giorno di san Michele, o comunque nei primi giorni di settembre, e dura per tutto l’anno agricolo. In cambio delle sue prestazioni di tutto un anno, su boinargiu ha diritto a ricevere dal proprietario: due carri di legna; due paia di scarpe da campagna; unu saccu nieddu (mantello di orbace nero) tessuto con lana di capra; uno staio di terra (4 mila mq.) seminato a grano, uno staio a orzo, uno staio ad avena e uno a fave - il padrone mette il terreno, la semente e l’aratura; mentre il lavoro per le colture è a carico del bovaro; il raccolto comunque vada va al bovaro; il proprietario del bestiame si riprende la terra. Il vaccaro ha diritto gratuito del lavoro del barbiere: la barba ogni settimana e il taglio di capelli all’occorrenza. La ricompensa d’uso per questa prestazione del barbiere consiste in: o due stai di grano (circa 80 chili) oppure un carro di legna da ardere, ovviamente a carico del proprietario del bestiame. Il bovaro ha ancora diritto a una quarra, uno staiello, di grano, pari a circa 20 chili, ogni settimana, per il pane familiare. Se il bovaro dà ai buoi su murzu, la colazione, ossia il primo pasto della giornata, ha diritto a ricevere anch’egli unu murzu, una colazione, da parte del padrone; se dà ai buoi la cena, ossia l’ultimo pasto, anch’egli ha diritto a ricevere una cena.
Guai a segai s’annu!… Guai a interrompere un contratto prima della fine dell’anno agrario. Neanche per grave provocazione. Interrompere un contratto significa dimostrare poca affidabilità e per tanto si corre il rischio di restare senza lavoro per parecchi anni».72

«Mi chiamo Antoneddu Melis, classe 1920, senza padre, di mestiere boinargiu. Appena finita la terza elementare, mia madre mi accompagnò all’ovile di don Lino, dove c’era il servo-pastore suo compare, e a lui mi affidò perché mi insegnasse a badare agli agnelli e a diventare angionaiu.
Quel brav’uomo mi guardò con commiserazione, ché ero magrolino, scalzo e lacero. Prese un paio di scarpe ferrate vecchie, ma abbastanza morbide, e me le fece indossare: io ci caddi dentro fin quasi alle ginocchia, ma mi avrebbero difeso dalle spine. Poi mi mise addosso una besti de brebei, una pelliccia di pecora senza maniche, e mi condusse al campo recintato. Fece uscire gli agnelli facendomeli contare uno ad uno, dicendomi di tenerli nel campo vicino e di stare molto attento che non andassero a pascolare nei campi circostanti seminati.
Mi diede un pezzo di pane e su frascu, il brocchetto dell’acqua, e mi disse di stare lì tutto il giorno, mentre lui avrebbe portato le pecore al pascolo più lontano.
La sera, richiuso il gregge in s’accorrazzu, nel recinto, accendemmo il fuoco in sa forredda, nel focolare, dove abbrustolimmo belle fette di pane e di formaggio fresco. Dopo, il servo-pastore mi fece vedere come dovevo prepararmi su cuebi, il giaciglio, con fasci di paglia. Per coperta mi diede su saccu nieddu, un telo di orbace che nero non era più, ma faceva ancora caldo. Quello fu il mio primo giorno di lavoro. Passò qualche anno ed io crescevo bene, sano e robusto. Quando portavo gli agnelli al pascolo, guardavo con ammirazione i vitelli che pascolavano nel campo vicino e invidiavo su boinargiu, il bovaro, che li custodiva.
Un bel giorno passò lì don Lino che, benevolo, mi avvicinò e mi chiese se fossi contento del lavoro. Io presi il coraggio a due mani e gli dissi che il mio più grande desiderio era quello di poter far pascolare i vitelli. Il padrone disse che un giorno mi avrebbe dato quell’incarico e, più tardi, convinto anche dalle parole del servo-pastore che mi voleva bene come un padre, mi promise che, quando il bovaro fosse partito per fare il soldato, il posto sarebbe stato mio.
E così sono diventato bovaro. Ero molto contento quando, da giovane, portavo i vitelli al pascolo, li sorvegliavo e, se necessario, usavo il frustino che io stesso mi ero preparato o, in casi estremi, su strumbu, la lunga pertica di olivastro che finisce con un chiodo, per farli allontanare dai campi seminati, per non far danni al contadino. Nei pomeriggi afosi e tranquilli, seduto all’ombra di un cespuglio di moddizzi, di lentischio, suonavo su pipaiolu, un semplice flauto di canna fatto da me, oppure intagliavo qualche pezzo di legno per farne mestoli o taglieri. La sera, richiusi i vitelli nel recinto, riempivo le vasche dell’acqua per farli abbeverare e is frascus, i brocchetti, per me e per su bracaxu, il vaccaro, e acceso il fuoco mi riposavo».73


SU VACCARGIU
IL VACCARO

Su vaccargiu o braccaxu, il vaccaro, est su chi pascit una cedda de baccas, è colui che accudisce e porta al pascolo una mandria di vacche. L’insieme degli appezzamenti di terra entro i quali la mandria pascola si chiama carrera o cussorgia. A Guspini, zona Montangia, cioè la fascia collinosa che va da Monte Linas a Monte Arcuentu, è area di floridi allevamenti bovini. Gli allevamenti bovini in questa zona sono a pascolo brado di carattere stanziale.
Su vaccargiu si occupa di tutto ciò di cui ha bisogno la mandria: segue l’allattamento facendo si che i vitelli seguano le fattrici, provvede alla mungitura delle lattifere, deve provvedere il foraggio e l’acqua da bere nei periodi in cui i pascoli sono poveri e le sorgenti in secca, deve controllare affinché il bestiame non sconfini e pascolando abusivamente produca danni all’agricoltura.
Nella mandria affidata al vaccaro sono presenti vacche fattrici, in massima parte, e vitelli fino al loro svezzamento. Le vacche da latte stanno solitamente nelle stalle, raramente vengono portate e lasciate a pascolo brado (se non quando mostrino di averne bisogno, quasi una terapia, come il mandarle in “villeggiatura”).
Dopo lo svezzamento, i bovini maschi vengono separati dalle femmine e affidati a su boinargiu, il bovaro.
Nella zona del Parteolla, come per il bovaro, anche per il vaccaro, il contratto inizia i primi di settembre, all’inizio dell’anno agrario e dura dodici mesi. Il vaccaro in cambio del suo lavoro, riceve dal proprietario dei bovini due vacche che abbiano appena filiato, più i loro due vitelli; due carri di legna da ardere; un paio di scarpe da lavoro; una mantella di orbace tessuto con lana di capra (che è più caldo e impermeabile della lana di pecora); uno staio di terra seminata a grano74; uno staiello settimanale di grano per il pane familiare; e infine ha diritto ai pasti quotidiani, prima colazione, pranzo e cena.


SU PALAFRENERI
IL PALAFRENIERE

Su palafreneri è l’addetto alla cura dei cavalli. Compito che comunemente viene assolto dallo stesso contadino, proprietario di uno o al massimo di due cavalli. Soltanto nel caso di ricchi allevatori, questi stipendiavano palafreneris, che si occupavano della cura dei cavalli a loro affidati.

SU MEDIADORI DE ANIMALIS PO MUNTAI
IL MEDIATORE DI ANIMALI DA MONTA

«Alfonsino faceva il mediatore.75 Mediava maschi da monta per la riproduzione del patrimonio zootecnico. Pecorai e bovari si rivolgevano ad Alfonsino, che garantiva i risultati dell’operazione. Se si verificavano casi di nullità, la colpa era sempre della femmina. Alfonsino esercitava scrupolosamente il suo mestiere, e quando il montone, o toro che fosse, si rivelava freddo o maldestro, “Può accadere a tutti, no? Come i cristiani anche loro sono soggetti all’emozione...”, non si faceva scrupoli di allungare una mano, o tutte e due, per agevolare l’operazione. Alfonsino usciva ogni giorno all’alba. Stazionava in piazza, sull’uscio della bettola, in attesa di clienti. Sorseggiava vernaccia e guardava la gente, taciturno. A mezzogiorno in punto - con o senza affari conclusi - rientrava a casa, pranzava, si metteva a letto e dormiva fino al tramonto. Al tocco dell’Ave Maria si levava, prendeva una chicchera di caffè e usciva, stavolta per svago».76


SU STALLONERI
L’ADDETTO ALLA MONTA DEI CAVALLI

La monta dei cavalli vien data in appalto dall’I.I.E. (Istituto Incremento Equino) e i possessori di cavalle per la riproduzione devono rivolgersi a su stalloneri, l’addetto alla monta, titolare della Stazione di monta, che, per altro, non c’è nei paesi piccoli. Ogni Stazione ha stalloni di diversa razza, a secondo delle esigenze della zona in cui è situata e opera. Un tempo, quando su stalloneri era assente o impedito per qualsivoglia motivo, di norma doveva occuparsene la moglie, che aveva il compito di vice. Ancora oggi, la monta è regolata dall’I.I.E.
Tuttavia, un tempo, quando certe incombenze non erano ancora burocratizzate, i proprietari di stalloni e di cavalle da ingravidare si accordavano tra loro per accoppiare i loro animali nel miglior modo possibile, traendone ciascuno il proprio tornaconto. Di solito lo stallone (cioè il padrone e su stalloneri) riceveva una certa somma in denaro, soltanto quando la cavalla fosse rimasta gravida. Non di rado i proprietari non se la sentivano di dirigere certe operazioni, da taluno pudico e chiesastico ritenute perfino sconce, e così si rivolgevano all’esperto del paese, detto per l’appunto su stalloneri. Quando non ci fosse di mezzo anche su mediadori che era un intenditore di animali in genere e quindi sapeva valutare se un accoppiamento fosse giusto e desse buoni frutti - su stalloneri si occupava dell’operazione, e se, a suo giudizio, non fosse andata per il giusto verso, si preoccupava di farla ripetere, ovviamente con il consenso dei due interessati.
La monta avveniva di solito in unu cungiau, un campo recintato, dove i due si accoppiavano sotto la diretta sorveglianza de su stalloneri. Il quale doveva stare attento che i due animali nella foga non si facessero male, lei scalciando e lui ingroppando, e suo compito principale, per evitare spinte a vuoto, era di afferrare al volo e dirigere con maestria l’estremità del membro eretto e oscillante nella fessura, introducendovelo... Il resto veniva da sé e non restava altro da fare che stare a guardare.
A proposito dello “stare a guardare”, tra i ricordi della mia fanciullezza vi sono immagini di monta di cavalli di valenza fortemente erotica. Ci si passava la voce in paese, tra ragazzi, quando c’era una di tali accoppiate - e c’erano pure stallonis nomenaus famosi per la loro virilità, come lo erano certi asini, quali su molenti de Marchini a Mogoro - e all’ora stabilita gli habituès c’erano tutti, e non tutti ragazzi, sistemati in posizioni discrete onde non disturbare e soprattutto per evitare d’essere cacciati da su stalloneri o dai proprietari dei due animali, quando c’erano e volevano assistere alla cerimonia nuziale.
Sotto il profilo tecnico, come previsto dal regolamento ufficiale, lo stallone non deve fare più di due monte al giorno, perché l’accoppiamento sia positivo. Pertanto l’attività di uno stallone è di 12 monte alla settimana, tutti i giorni esclusa la domenica (evidentemente, anche in questo caso, riservata al Signore). La monta deve essere ripetuta finché la cavalla non è ingravidata. C’è però un limite: la monta non può essere ripetuta per più di cinque volte. La si ripete comunque o dopo 38 ore oppure ogni 19 giorni (alla ovulazione successiva). La cavalla può restare gravida anche dopo la prima monta. Viene comunque ripetuta una seconda volta: se la cavalla si rifiuta, può significare che è pregna oppure che non c’è simpatia per quel cavallo. Si ripete ancora una terza volta, e se anche stavolta la cavalla si rifiuta, significa che è ingravidata. Da notare che ci sono cavalle che pure essendo gravide accettano ugualmente la monta, perché le “porcaccione” evidentemente ne traggono diletto.
Attualmente,77 una monta andata a buon fine costa 380 mila lire, se non si vuole la documentazione burocratica relativa che fa salire il prezzo a lire 900 mila circa. Da notare che la prima soluzione è fuorilegge, come un acquisto senza la ricevuta fiscale.
E’ certamente singolare la figura dello stallone ruffiano, presente soprattutto quando nella stazione ci sono stalloni di gran pregio, detti i PSI (che non sono socialisti ma Puro-Sangue Inglesi), la cui prestazione e il cui seme vanno risparmiati al massimo. Anche per una questione di quattrini, perché l'ingroppata viene a costare da dieci a quindici milioni78 e quindi non è conveniente spendere questi soldi a vuoto, se non è strettamente necessario. Lo stallone ruffiano ha il compito di fare la controfigura, sostituire lo stallone purosangue avvicinando la cavalla da ingravidare e annusandola accorgersi se è ancora in calore; poiché se la cavalla non fosse rimasta pregna, essendo necessaria una nuova monta, si allontana lo stallone cosiddetto ruffiano e allora si porta colui che è stato eletto a fare da genitore. Qualche Stazione di monta si fornisce di cavallini di razza piccola, come quelli della Giara o Pony, che assolvono benissimo il compito di verificare lo stato della cavalla, ma non ci arrivano a ingropparla, e quindi più facilmente vendono allontanati e sostituiti da chi di dovere. Accadono talvolta degli incidenti, e cioè che lo stalloniere, seppure coadiuvato dagli aiutanti, non riesca a evitare che lo stallone ruffiano, una volta “gasato” si ingroppi di prepotenza la cavalla.
Per la cronaca: I tempi di gestazione per la cavalla: 11 mesi; i parti gemellari sono rari. Per l’asina: 12 mesi più tanti giorni quanti sono gli anni dell’animale; i parti gemellari sono rari. Per la mucca: 9 mesi; i parti gemellari sono frequenti. La scrofa: 3 mesi e 3 settimane. I parti gemellari, da 5 fino a 15, sono normali. La pecora e la capra: 4 mesi e 3 settimane.


SU CRASTADORI
IL CASTRATORE

Nell’economia contadina, nel settore dell’allevamento, vi sono animali che vengono castrati, sia quando servono per l’alimentazione, sia quando servono per il lavoro. Per fare qualche facile esempio, il maiale viene solitamente castrato per l’ingrasso, mentre per la riproduzione, ovviamente, si sceglie il miglior esemplare di verro, conservandone intatta la virilità.
Cavalli, buoi e talvolta anche asini, vengono castrati per domarli e abituarli a tirare il carro o l’aratro. Da notare che i buoi venivano castrati mediante la scotolatura, sa malladura, cioè con lo schiacciamento dei testicoli, non con l’esportazione.
Vengono castrati anche i galletti e non soltanto perché diventino dei floridi capponi, ma anche per non disturbare “su caboni de fedu”, il gallo da riproduzione, nell’esercizio delle sue funzioni.
Per la castrazione ci si rivolge normalmente a su castradori, un esperto eviratore; mentre per la castrazione di animali di piccola taglia, come i galletti o il gatto, (quest’ultimo affinché non scappi di casa), provvedono direttamente le massaie, le donne di casa, alcune delle quali compiono tali operazioni anche per soddisfare le esigenze di tutto il vicinato.
Nella testimonianza che segue si delinea quello che può definirsi un mestiere vero e proprio, anzi un’arte: s’arti de crastai, l’arte del castrare. Con lo scontro inevitabile tra la tradizione, il vecchio, ovvero l’esperienza acquisita dalla pratica, e il nuovo, scientifico, ma talvolta con la sola presunzione di scientificità.


SU MALLADORI
CHI EVIRA I VITELLI

Era detto malladori colui che evirava i vitelli destinati al lavoro, al traino del carro e dell’aratro. L’evirazione dei vitelli avveniva in un modo crudele, mediante scotolatura, cioè le coglia dell’animale venivano con su mallu, il mangano. L’operazione de sa malladura, della evirazione, avveniva comunemente in campagna a opera di un boinargiu, bovaro, che ne avesse la capacità, e veniva detta “a mallu de figu” perché si usava un mangano di legno di fico: i testicoli dell’animale venivano appoggiati a una pietra e pestati con detto attrezzo.
Se invece la stessa operazione avveniva in paese, veniva compiuta da su malladori - che poteva essere o un addetto, o su maniscai79, il maniscalco, o su frau80, il fabbro ferraio o, infine, dove c’era, su veterinariu, il veterinaio, il quale usava un metodo considerato leggermente più “umano”, e cioè un paio di apposite tenaglie piatte, che schiacciavano i testicoli del bovino. Attualmente, è stato messo a punto un attrezzo, una sorta di forcipe che infila un robusto elastico alla attaccatura delle coglia, atrofizzandole. (Non so dire per quanto tempo l’animale soggetto alle “cure” dell’uomo deve tenere “l’elastico” atrofizzante).81


SU DOMADORI DE BESTIAMINI
IL DOMATORE DI BESTIAME

Abbiamo visto che is mallorus, i tori, vengono mallaus, evirati mediante scotolatura, per poi essere domati e aggiogati, sia per tirare il carro che l’aratro. Su domadori de bois est su chi ddus domat, è colui che li doma. Per boi, bue, si intende unu malloru mallau, cioè un toro smaschiato, evirato mediante scotolatura.
Sulla doma de is bois, dei buoi, testimonia un anziano domadori della Trexenta:
“Il capo da domare viene preso al laccio e isolato dal branco. Lo si lascia quindi per circa due giorni cun sa funi tira tira, con la fune a strascico. Passati i due giorni, gli si impone il giogo, legandoglielo per le corna cun is lorus, con le corregge; quindi gli si applica s’ordinagu, (odriangu), la briglia, una funicella, legandogliela a un corno e poi facendogliela passare attorno a un’orecchia. Anche questa funicella, gliela si lascia pendente, tira tira, cioè a strascico, in modo che calpestandola ne senta lo strappo, e così si abitui a sopportarla finché l’orecchio non si adatti. Quando il domatore lo ritiene opportuno, comincia a manovrare l’animale mediante s’ordinagu, la briglia. In un secondo momento, si procede ad attaccare i due buoi al giogo, e quindi a fissare questo all’estremità del timone del carro, tendo presente che bisogna legare al giogo per primo “su boi chi bincit”, letteralmente “il bue che vince”, il bue più forte, che domina - ciò per evitare che questo risentito cerchi una rivalsa dando cornate al bue più debole, il quale se venisse legato al giogo per primo non potrebbe neppure difendersi.”
Per domare un cavallo, il metodo non si differenzia molto, anche se è più faticoso, e ci vogliono metodi più drastici, essendo il cavallo assai più indocile e più ribelle del bue. - a parte il fatto che non sempre viene castrato.
Il cavallo da domare viene legato ad un albero con una fune lunga circa due metri,82 detta funi accappia cuaddus, e l’altra estremità viene fissata ad un particolare morso applicato alla bocca dell’animale.

Domatura dei buoi.

I vitelli anche dopo svezzati vengono lasciati nel branco insieme alle vacche fino all’età di due anni; quindi i torelli vengono allontanati: una parte di essi verrà lasciata per la monta delle vacche; una per la produzione di carne e l’altra per la doma. I torelli destinati sia alla produzione di carne sia alla domatura vengono castrati. La castratura serve sia per avere una crescita maggiore come altezza e come mole sia per renderli più docili e più facilmente domabili.
Sa sanadura o malladura, la castratura, si effettua applicando una tenaglia alla base della borsa che contiene i testicoli recidendo così il condotto testicolare. Anche se il sistema più usato è quello de sa malladura che consiste nello schiacciare i testicoli dell’animale con un maglio cioè su mallu; qualcuno usa a parer suo un sistema un po’ meno cruento: si fanno scendere i testicoli spingendoli in fondo allo scroto e legando quest’ultimo con un elastico.
La domatura dei buoi ha il principale scopo di renderli docili per poterli aggiogare e quindi utililizzarli nel lavoro o per il traino del carro o per il traino dell’aratro.
La prima fase consiste nel parlare e nell’accarezzare i buoi in modo da vincere la loro diffidenza; poi li si lega a un albero con una fune non molto lunga in modo da non lasciare molta possibilità di movimento così pian piano i buoi si abituano a non poter fare sempre quello che vogliono; intanto che sono legati gli si dà anche poco da magiare in modo da indebolirli e far si che abbiano meno forze e oppongano minore resistenza.
La seconda fase consiste nel legare un orecchio dell’animale con una cordicella su ordinagu e lasciargliela penzoloni mentre è al pascolo: si otterrà così che il bue pian piano si abitua a questo contatto fondamentale per ricevere i comandi. A questo punto i buoi possono già essere aggiogati. Viene prima, come si è detto anche in altre parti, legato al giogo il bue più forte e sempre dalla stessa parte: infatti l’orecchio abituato a essere legato è uno solo, poi l’altro e imparano a ricevere i comandi del conducente attraverso is ordinagus che risultano legati a nodo scorsoio alle orecchie che sono all’interno della copia. Qualcuno usa legare allo stesso giogo un bue già domato con uno ancora da domare, ma questo sistema non sempre dà buoni risultati.
Un momento molto adatto per cominciare a domare una copia di buoi era la trebbiatura: anche se era un lavoro ripetitivo permetteva di fare in modo che le due bestie stessero molto tempo insieme e rispondessero insieme ognuna per la propria parte. Un altro elemento come si diceva prima: il parlare. Più che di parole, almeno per i comandi, sono dei suoni per esempio: accosta (a su carru) avvicinati, aia via, aiaia più in fretta, boh! fermati, torra torna indietro.
Un fenomeno singolare, e anche interessante per l’aspetto poetico, sono i nomi dati ai buoi che stanno sotto lo stesso giogo e si può dire legati allo stesso destino. Si tratta di nomi complementari formati da due quinari. Di seguito alcuni esempi:
Affacciadì / Mira ca passu = Affacciati / Guarda che passo
Tropp’è s’affettu / No mi ‘ndi stau = Troppo è l’affetto /Non riesco a farne a meno
Troppu batallas / Pagu ‘ndi sumu = Troppo tu parli / Poco ti credo
Preparadì / Mira ch’è tempus = Preparati / Guarda che è tempo
Lassamì stai / Pagu ti circu = Lasciami stare / Poco ti cerco
Caru s’onori / Poderadiddu = Caro l’onore / Tienitelo

Domatura del cavallo

Intorno ai due anni o al più tardi a due anni e mezzo il cavallo viene domato sia che venga adibito al traino dell’aratro per la lavorazione della terra, al traino della carretta o del calesse o della carrozza come mezzo di trasporto, o sia che venga sellato e cavalcato. Non sempre la castratura è associata alla doma.
In Sardegna, il cavallo è poco usato per lavorare la terra, si preferiscono i buoi, molto più resistenti, mentre per il trasporto il cavallo essendo assai più veloce viene maggiormente utilizzato.
La doma deve essere eseguita dall’inizio alla fine sempre dalla stessa persona, con polso duro e fermo in modo che l’animale impari più rapidamente possibile ad accettare i comandi e a ubbidire. Assogau, preso al laccio, il cavallo tolto dal branco viene legato a un albero o un palo appositamente piantato all’interno di un recinto. Lo si lascia pian piano a fune sempre più corta, perché abbia poca libertà di movimento; senza mangiare e soprattutto senza bere per due giorni, in modo da indebolirlo e fiaccarne la riottosità.
Dopo di che gli si mette su murrali, il morso specifico per la doma, con le briglie, e si inizia la doma vera e propria. Tutto questo avviene né più né meno come si vede in tante scene di film western, dove il cavallo, tenuto alla fune, gira intorno al recinto al comando verbale, di frusta e di polso del domatore. Quindi, viene sellato e cavalcato, se è destinato a questo uso. Diversamente, la fine della domatura avviene con l’attaccare l’animale al calesse o all’aratro e insegnargli quel lavoro.
Anche i cavalli, quando sia necessario, come pure i vitelli che non servono per la riproduzione, vengono castrati sia con il sistema de sa malladura, o scotolatura, oppure con l’apertura della sacca scrotale, asportandone i testicoli.


S’ADEREZZADORI DE CORRUS
IL RADDRIZZATORE DI CORNA

Questa attività è certamente da annoverarsi tra le più singolari non soltanto della nostra Isola ma di tutto il mondo. S’arti de aderezzai is corrus de is bois, l’arte di raddrizzare le corna dei buoi era praticata quando si voleva modificare una malformazione che non consentiva l’aggiogamento dell’animale con il compagno, o anche nel caso di corna “a bandera”, molto aperte, che rendevano difficile l’accesso all’animale aggiogato in taluni varchi o portali o strettoie, o anche per una questione semplicemente estetica. Per esempio, la coppia di buoi selezionata per tirare il cocchio del santo Patrono doveva avere anche le corna eleganti e in regola, e venivano pertanto sottoposti a una rigorosa cura di bellezza.
Riporto testualmente la testimonianza di A. Garau da”Trad. popolari nella zona del Monte Arci” - 1987.
«Su boi corritrottu (Bue con malformazione alle corna). I contadini di un tempo che esercitavano tale mestiere per tradizione, si sentivano orgogliosi quando possedevano dei bovini “bellus po traballai” (pieni di brio nel lavoro) ed ancora belli di presenza, ossia di mantello rosso senza chiazze, di bella andatura, ben conformati di testa, di corna e di coda. Fra i difetti che l’animale può presentare sulle citate qualità, l’uomo è in grado di correggerne soltanto uno, ossia la malformazione delle corna. Ecco l’operazione da eseguire: si introduce la bestia nella “macchin’ ‘e ferrai bois” (travaglio) e la si lega bene in modo da immobilizzarla; poi s’infila, sul corno storto “un civraxiu buddiu appena bogau de su forru” (un grosso pane appena sfornato). Dopo un po’, bastano un paio d minuti, si toglie “su civraxiu” e si raddrizza il corno reso molle dal calore trasmesso dal pane caldo. Un agricoltore di questa zona che nel passato si occupava di operazioni del genere, aveva ideato un congegno che sostituiva “su civraxiu”: si trattava di un pezzo di tubo di metallo flessibile che, scaldato un po’, si infilava nel corno da raddrizzare e si toglieva dopo pochi minuti ad operazione compiuta.»
Questo singolare mestiere era un tempo assai diffuso nei paesi dei Campidani. Era svolto talvolta anche dal fabbro o meglio dal maniscalco, che usavano un apposito tubo di ferro debitamente riscaldato. Tuttavia si trattava di una operazione assai delicata e pertanto spesso ci si rivolgeva allo specialista, appunto su aderezzadori de corrus. Chi faceva questo mestiere provvedeva anche alla bisogna di “spuntai is corrus”, arrotondare le corna eccessivamente appuntite e pertanto pericolose. Quest’ultima operazione veniva fatta oltre che sui buoi anche sui montoni.
Gli artigiani che lavorano il corno per ottenerne piccoli recipienti, tra cui un tempo usatissime le tabacchiere, sanno bene che riscaldandolo il corno del bue può assumere la forma desiderata. In questo caso, per ammorbidire il corno, si usa l’acqua calda dove viene immesso per il tempo necessario a renderlo malleabile.83


SU BASONI
IL BUTTERO84

«A Morgongiori i cavallini selvatici rappresentavano, oltre che una pittoresca caratteristica locale, una preziosa fonte di guadagno.
I puledri venivano tutti gli anni presentati dai singoli proprietari alla Fiera di Santa Croce in Oristano e venduti a coppiette ai mercanti siciliani che a loro volta li spedivano in America dov’erano molto ricercati.
Su basoni era una figura tipica di Morgongiori e di qualche paese della Giara. Era una specie di cow boy del quale doveva possedere tutte le qualità fondamentali e prima fra tutte quella di saper stare sicuro in sella e saper tirare il laccio, conoscere il modo di afferrare un puledro per buttarlo a terra con sveltezza e col minimo sforzo, saper immobilizzare un cavallo riottoso preso al laccio.
L’opera del basoni era assolutamente necessaria al tempo delle messi.
Verso la metà di giugno, infatti, i proprietari, accompagnati dai loro basonis, montati in sella e armati di laccio, soga, si recavano in montagna per raccogliere i singoli branchi in un’unica mandria e convogliarli in paese.
Una fatica non indifferente da veri cow boy e non scevra di pericoli.
Occorrevano corse sfrenate in sentieri scoscesi che spesso rasentavano precipizi, salti di macchie e di fossi, inseguimenti e agguati, per prendere al laccio qualche cavallo impazzito che veniva poi legato alla cavalcatura del basoni e trascinato ricalcitrante fino alla mandria.
Raccolti tutti i cavalli in un’unica mandria, venivano condotti in paese e rinchiusi in un apposito steccato o cortile.
Dopo aver provveduto alla marchiatura a fuoco dei piccoli, gli adulti venivano, uno per volta, presi al laccio, buttati a terra e dopo aver stretto in un unico nodo le quattro zampe, venivano forniti di ferri. La fornitura di ferri era un’operazione molto necessaria per la protezione degli zoccoli delle bestie durante la trebbiatura.
Indi venivano avviati nei paesi del Campidano dove più necessaria era la loro opera per l’abbondanza delle messi, perché la trebbiatrice non aveva fatto ancora, in quei tempi, la sua comparsa in Sardegna.
Compito del basoni era quello di accompagnarli ogni sera, dopo una giornata di lavoro, al pascolo notturno, per ricondurli la mattina di buon’ora in paese, per la consueta fatica.
Rinchiusi in un cortile venivano, ad uno ad uno presi al laccio, legati ad una lunga fune detta catena in modo da formare una specie di cordata.
Indi venivano avviati nell’aia per la trebbiatura.
La catena (o cordata) era costituita da una grossa fune fatta di crini di cavallo, come lo era il laccio.
Ad essa venivano legati per tutta la sua lunghezza, a distanza di un metro una dall’altra, speciali funicelle (anche queste di crini di cavallo) chiamate barenzus, quanti erano i cavalli che dovevano essere legati alla cordata.
Su barenzu aveva la lunghezza e la grossezza di una comune serpe; anzi le rassomigliava, in quanto la testa era rappresentata da un occhiello che la funicella aveva a un capo e la coda dall’altro capo più sottile.
La funicella faceva un giro intorno al collo del cavallo, indi infilata l’estremità di essa sull’occhiello apposito, veniva assicurato alla cordata con un nodo speciale a fiocco semplice di facile scioglimento.
Questa precauzione era necessaria perché quei cavallini, bassi e di piccola mole, costretti a girare in uno spesso strato di covoni, specialmente nei primi giorni, potevano affondarvi, inciampare e cadere; e, trascinati dalla foga degli altri, correre il rischio di morir soffocati.
Altro compito del basoni, sempre presente nell’aia, era quello di vigilare il movimento dei cavalli per essere pronto ad accorrere, in caso di emergenza, e con un semplice strappo sciogliere il nodo e liberare la bestia dalla stretta.
Ordinariamente anche i proprietari dei cavallini si recavano nei paesi del Campidano a fare le mansioni di “cow boy” perché, non essendo dediti ad altro lavoro manuale pesante o a quello dei campi, era questa una occupazione gradita, dignitosa, signorile e, starei per dire, spavalda, e costituiva per loro uno sport molto ricercato».85


S’ASSOGADORI
CHI PRENDE ANIMALI ALLO STATO BRADO CON IL LAZO

Sa soga indica specificamente il lazo, mentre su lazzu indica genericamente un laccio, in particolare la trappola di fil di ferro a nodo scorsoio per prendere uccelli, lepri e altri animali. S’assogadori è il mandriano che acchiappa un capo di bestiame, in specie un bovino, cun sa soga, con il lazo.
Sa soga, il lazo, consiste in una fune di canapa particolare, che deve essere al tempo stesso rigida e duttile. Quando sa soga viene lanciata deve avere la consistenza giusta per vibrare bene nell’aria e la duttilità necessaria per chiudersi intorno a quella precisa parte dell’animale da catturare.
Sa soga è ancor più esattamente il cerchio che si forma a una estremità della corda.
Due elementi caratterizzano la bravura de su assogadori, del lanciatore di lazo. Il primo: deve saper fare una soga abbastanza larga da abbracciare ambedue le corna dell’animale, lasciando fuori le orecchie, perché nel cadere deve andare a collocarsi esattamente tra corna e le orecchie e stringersi immediatamente in modo da afferrare saldamente la testa, per poi far cadere la bestia con uno strattone. Il secondo, è quello di riuscire ad assogai, ad acchiappare la bestia al primo lancio - tenendo conto che s’assogadori è a piedi, alla stessa altezza delle bestie, (a differenza dei cow-boys americani o dei butteri della Maremma - ma c’è pure da noi qualche balenti, che assogat, prende al lazo stando a cavallo, all’americana), e che la bestia è in mezzo al branco, che sa assogadura non è una esercitazione e neppure una esibizione di bravura, ma è una necessità di lavoro, cioè c’è bisogno di catturare in quel dato momento quella data bestia. Pertanto s’assogadori deve essere uomo svelto e astuto, conoscitore dei comportamenti, delle reazioni dei bovini indomiti, difficilmente avvicinabili. La tecnica del lancio de sa soga: non è semplice: la fune viene lanciata in senso antiorario nel momento in cui la bestia sta camminando in senso orario e, praticamente, s’assogadori sta al centro dell’immaginario orologio.
Più che un lavoro s’assogai può dirsi un’arte, che viene esercitata sia dai vaccari che dai bovari che ci sono portati e ci si esercitano; ed è una attività necessaria perché è l’unico modo per catturare alla bisogna un dato capo di bestiame in mezzo a una mandria indomita e difficilmente avvicinabile.


SU TOCCADORI O TRUBADORI
CHI GUIDA IL BESTIAME DA UN PAESE ALL’ALTRO

Su toccadori o trubadori è il conduttore, l’accompagnatore, a piedi o a cavallo, di bestiame - mandrie, greggi, branchi - per trasportarlo da una località ad un’altra. Questo mestiere, nei Campidani è detto trubadori, mentre nel Guspinese e in Montangia viene detto toccadori. Da notare che nella Trexenta trubadori è detto anche colui che nell’aia, durante i lavori della trebbiatura, guida dall’esterno del cerchio i cavalli che trottano trebbiando il grano
Un tempo, quando non c’erano mezzi di trasporto adatti, un contadino che comprava un giogo di buoi e doveva spostarlo dal paese d’acquisto a quello della propria residenza, affidava l’incombenza a su toccadori, il quale, a cavallo o a piedi, “passo passo”, accompagnava i buoi portandoli a destinazione.
Spesso i proprietari di bestiame grosso, cioè buoi e cavalli in specie, per esempio, allevatori di Gonnosfanadiga, spostavano i loro capi dai terreni vicini al paese a quelli di Padru Atzei, nei pressi di Nabui, e in questo caso si rivolgevano a is toccadoris, i quali accompagnavano le mandrie da spostare. Si trattava spesso anche di centinaia di capi. E noi ragazzi andavamo a vederli passare in sa ‘ia de is gonnesus; che è il percorso più breve e diretto tra Gonnosfanadiga e Padru Atzei, e questa strada ancora oggi è detta “sa bia de is gonnesus”, la strada dei gonnesi.
Su toccadori deve essere ovviamente un conoscitore sia del bestiame che ha il compito di condurre, che del territorio, in quanto spesso deve percorrere decine di chilometri di campagna, talvolta siti impervi, tal’altra terreni coltivati o alberati, specie oliveti e mandorleti, di proprietà privata, che possono attraversare chiedendo l’autorizzazione ai padroni e senza fare danni. Inoltre il bestiame durante il tragitto deve poter fare le debite soste per riposare, mangiare e bere. Su toccadori deve quindi sapere in quali punti ci sono sorgenti d’acqua e pascoli liberi.
A differenza dei pastori di pecora, di maiali o di capre, is toccadoris e is baccargius sono più corretti, nel senso che arrecano meno danni alle colture e attraversano le proprietà altrui più in fretta. Qui si potrebbe dire che, anche contro la volontà dei pastori che le conducono, le capre passando in un mandorleto lo danneggiano perché strappano avidamente i germogli giovani e teneri - quando non si arrampicano sull’albero e lo devastano…
Nonno Floris (pur essendo lui stesso pastore) si preoccupava quando i pastori di pecore del Capo di Sopra scendevano nei Campidani a valle per svernare. Arrivati al periodo, già due o tre giorni prima che arrivassero, si metteva all’erta e piantonava i suoi terreni che si trovavano sulla linea di pericolo, che sarebbero stati attraversati dalle greggi transumanti dei barbaricini, per evitare che vi si fermassero, a bivaccare. I pastori di pecora, a differenza dei pastori di buoi, si fermano a lungo nei terreni che attraversano, lo pascolano per bene, lo radono a zero, prima di proseguire per il loro lungo e lento cammino, verso una meta che spesso non esiste, perché vagano girando in tondo per tornare in effetti al punto da cui sono partiti - intanto, furbi furbi, hanno svernato “gratis”… Come li vedeva arrivare, nonno Floris, che era molto ospitale, preparava il banchetto, li accoglieva con tutti gli onori e allo stesso tempo li stava già rimettendo in sella per farli ripartire.86


SU TUNDIDORI
IL TOSATORE

«E’ detto su tundidori, il tosatore, colui che ha la mansione di tosare le pecore. Le pecore si tosano tutti gli anni e il periodo varia a seconda dell’andamento meteorologico, ma nei Campidani non inizia prima del 5 maggio e non finisce dopo il 25 maggio. Sa tundidura, l’operazione della tosatura, dura circa 15-20 giorni.
Così come altri momenti del lavoro col bestiame, come può essere la marchiatura o la segnatura (a is brebeis si fait unu signu in is origas, po ddas distingui de una cedda a un’atera - alle pecore si fa un segno nelle orecchie per distinguere quelle di un gregge da un altro), è necessario svolgere il lavoro nel più breve tempo possibile, per non creare disagi al bestiame. Pertanto si riuniscono diverse greggi con i rispettivi pastori, e chiamati is tundidoris, i tosatori, tutti insieme sbrigano il lavoro.
In altre parole, durante questo periodo, i tosatori (che sono spesso anche pastori di professione) si spostano da una zona all’altra.
Il pastore si accorge che è giunto il momento della tosatura, oltre che dal tempo che fa, dal fatto che le pecore quando sono raggruppate fitte tirano fuori la testa dal mucchio per cercare più aria da respirare, hanno cioè bisogno di fresco.
Ci sono tosatori che lavorano tutti gli anni solamente con un pastore di molte pecore, e ci sono tosatori che tosano diverse greggi e lavorano per tutto il periodo della tosatura.
La tosatura è una grande festa nel mondo pastorale e alla fine si fa un gran festino, a base di arrosto, in ogni ovile.
Il numero di giornate impiegate nella tosatura, in una stagione, per un tosatore, sono circa 20. Un buon tosatore riesce a tosare fino a 15 pecore in un’ora».87


SU BOCCIDORI DE PROCUS
L’UCCISORE DI MAIALI

Era colui, non necessariamente un macellaio, abile nello sgozzare animali da carne, in particolare il maiale che si allevava in ogni famiglia, anche la più povera del paese.
Sa festa de su procu, la macellazione e il lavoro di conservazione del maiale familiare, inizia dopo Dognasantu, Tutti i Santi, e dai primi di novembre si protrae fino a mesi de idas, a dicembre. Comincia una famiglia, poi seguono tutte le altre della comunità, secondo un ordine stabilito dalla disponibilità di tempo de su boccidori, del macellatore o sovrintendente alla conservazione delle carni, dalla fase lunare, dal vento che spira, dal ciclo mestruale della padrona di casa, e infine dalle esigenze proprie di ciascuna famiglia.
Nel giorno stabilito, già dall’alba, tutti i componenti la famiglia, grandi e piccoli, sono in piedi in fermento. Il cortile viene riordinato e approntato: ramazzato l’acciottolato; arrimadas is carramazinas, rimessi gli oggetti in disuso e le carabattole; il tavolo della cucina, stretto e lungo, viene sistemato in un lato. Sono già pronti gli utensili d’uso: i coltelli per affettare carni e lardo; sciveddas, scivedditas, pingiadas e prattus mannus, conche, conchette, pentole e piatti da portata, per raccogliere il sangue, le frattaglie, il fegato in particolare, e is fazzas, le animelle e le ghiandole, su cerbeddu, il cervello, e altre parti che vengono distinte in recipienti diversi, e talune cucinate subito. E ancora, su codru, gli intestini, che ben puliti con acqua tiepida, aceto e foglie di limone, diverranno il contenitore di su sartizzu, delle salsicce; a questo si aggiungono is mannadas: budella di vacca, acquistate tempo prima, per insaccare su sartizzu ‘russu, il salame.
E’ pronta anche la legna per abbruschinai su procu, abbruciacchiare le setole del maiale: quelle del dorso verranno rasate prima, conservate o vendute per ricavarne spazzole e pennelli, oppure regalate a su maistu de crapittas, al ciabattino, che le userà per infilare lo spago impeciato. Sono d’uso per l’abbrustolimento le fascine di ciorixina, un arbusto nano arido, filiforme, che brucia consumandosi in una vampata. L’animale intero, appena dissanguato, viene completamente avvolto con fascine di ciorixina, cui si dà fuoco contemporaneamente da più parti.
Il maiale resta digiuno dal giorno innanzi, per ovvi motivi igienici, ma nei giorni precedenti è stato alimentato da signore, a base di cereali e legumi. Nelle sue ultime ore di vita, l’animale, cui le donne e i piccoli si sono affezionati, riceve particolari attenzioni e coccole: su procu si ddu pensat chi est accanta de s’accabai, il maiale è presago dell’imminente fine.
La piccola folla di uomini e donne che dovranno occuparsi de fai sa festa a su procu, di far la festa al maiale, si assiepa nel cortile: ciascuno è pronto a svolgere un proprio compito. Ed ecco finalmente arrivare su boccidori, l’uccisore, l’esperto nella macellazione del maiale. Reca con sé un solo arnese, su gorteddu de pungi, il coltello puntuto, che avvolto in un pannolino depone sopra il tavolo. Viene accolto con un buon bicchiere di vino bianco e si scambiano con lui poche parole d’occasione. Quindi si fa silenzio. L’esecuzione ha inizio.
I bambini, ai margini, seguono lo spettacolo con occhi rotondi: curiosità e angoscia davanti alla morte.
Alcuni uomini, anche quattro o cinque secondo la mole dell’animale, tengono ben ferma la vittima sull’acciottolato, mentre su boccidori lo sgozza. Immediatamente il maiale viene issato sopra il tavolo inclinato, con la testa e il collo penzoloni, affinché tutto il suo sangue fluisca dentro la conca, che due donne si sono affrettate a porgere; e mentre una tiene fermo il recipiente, l’altra immerge una mano nel sangue e lo rimesta perché non si raggrumi. Quindi, prontamente il sangue viene trasferito nella cucina dove, nella stessa conca, viene insaporito con zucchero, cannella, anice, noce moscata, uva passa e mandorle o noci tritate.88 Più tardi, a sera, le donne insaccheranno il sangue in buddas, budella di vitella, a mo’ di salami corti, che verranno infine bolliti e conservati tra rametti di finocchio selvatico per essere mangiati nei giorni di festa. Il sangue così confezionato viene chiamato buddedda, sanguinaccio.


SU CASTIADORI DE MOLENTIS
IL GUARDIANO DI ASINI

Era detto molentargiu , asinaio, colui che custodiva gli asini, un mestiere come il bovaro o il capraro.
Presso le comunità sarde, l’asino svolgeva numerose attività lavorative, concorrenti alla risoluzione dei problemi economici della famiglia: trasporto di legna, di grano, di frutta; arature superficiali negli orti, dove la terra è morbida, e irrigazione con il sistema arcaico della noria; traino del carretto o cavalcatura; per non parlare di quel suo paziente prestarsi ai giochi dei ragazzini. Ma l’attività primaria dell’asino, presso le nostre comunità, era quella di macinare il grano. Attività certamente antichissima del nostro animale tuttofare che gli è valsa il nome di molens, cioè molenti, come lo chiamavano gli antichi Romani e ancora oggi i Sardi.
Se si considera che in ogni famiglia anche modesta non mancava mai nella cucina la mola per macinare il grano e l’asino che la faceva girare, se ne deduce che in ogni comunità gli asini fossero parecchi. Su molentargiu era appunto colui che badava agli asini della comunità ed era un mestiere di molta utilità, tenuto in grande considerazione.
Ogni sera all’imbrunire, finito il quotidiano lavoro, l’asino veniva liberato dalla mola e se ne usciva per strada. Su molentargiu li richiamava a sé con una trombetta formando un branco, e tutti insieme andavano in campagna, in un chiuso non molto lontano dal paese, dove appunto is molentis trascorrevano la notte. Questo campo recintato, dove gli asini da mola della comunità pascolavano liberamente, era chiamato molentargiu.
La mattina dopo, compito de su molentargiu, del custode degli asini, era quello di aprire il chiuso e di accompagnare gli animali ciascuno a casa propria per riprendere il quotidiano lavoro: macinare.
Va detto per inciso che il compito de su molentargiu si riduceva in pratica a tenere d’occhio i soggetti più turbolenti che approfittavano di ogni occasione favorevole per combinarne qualcuna delle loro; di solito gli asini erano assai disciplinati e, sia la sera, in libera uscita verso la campagna, che il mattino, rientrando in paese, si comportavano correttamente - in senso asinino, si capisce.
Propongo ai lettori la descrizione che di questa singolare attività ci fa Giuseppe Dessì nel suo arguto libretto Contus de forredda.89 La traduzione del brano dal sardo è del redattore.
«A quei tempi gli asini, is molentis, stavano tutto il giorno attaccati alla macina, con la testa coperta da una maschera, su faccili, per evitare lo stordimento di quel continuo girare e per non distrarsi; all’imbrunire si lasciavano liberi. A quell’ora passava l’asinaio, su molentraxiu, strada per strada, suonava la tromba, e gli asini, a quel segnale ormai noto, da soli, per abitudine uscivano di casa e seguivano l’asinaio, che li guidava e accompagnava nel prato comune degli asini, pardu o arei, situato vicino al paese, dove pascolavano e riposavano liberamente e in piena armonia fino alla mattina del giorno dopo, all’ora in cui l’asinaio suonava la tromba dell’adunata per riaccompagnarli in paese, distribuirli ciascuno in casa del proprio padrone (cosa per altro che essi sapevano fare a memoria dato che non erano teste d’asino, come si dice oggi di molti studenti). Questa operazione si ripeteva tutti i giorni, fatta eccezione per la domenica, festa comandata e per le altre feste importanti».
Perché da noi, - commenta il redattore - anche gli asini hanno il diritto di santificare le feste, non lavorando.


SU MOLENTARGIU
L’ASINARO

«Mezzo secolo fa, Morgongiori contava oltre duecento famiglie. Ogni famiglia panificava a casa perché non c’era un forno pubblico.
Mancava anche un mulino pubblico, per cui era d’uopo che ogni famiglia disponesse di una macina familiare per la macinazione del grano settimanale.
E’ superfluo dire che in simili condizioni ambientali il numero delle macine era stragrande e più grande ancora era il numero degli asinelli che dovevano trainarle, per il semplice motivo che nelle famiglie con prole e servitù numerose, di pane se ne consumava assai, per cui l’opera di un solo asinello, tenuto conto della sua resistenza fisica, non era sufficiente a macinare tutta la quantità di grano occorrente per il fabbisogno settimanale.
Si rendeva perciò necessaria l’opera di uno o più asinelli che lo sostituissero con turni di lavoro ragionevoli.
Stando così le cose era chiaro che il numero degli asinelli superasse di gran lunga quello delle macine.
E se si considera che nelle famiglie poco numerose gli asinelli godevano di svariati giorni di riposo, se ne deduce che era sentito da tutti impellente il bisogno di sistemare il numero rilevante degli asinelli in vacanza facendoli condurre al libero pascolo, perché era opportuno che essi non gravassero molto sul bilancio familiare.
Da qui la necessità dell’opera di un pastore speciale, chiamato appunto su molentargiu, ossia l’asinaro.
Come si può arguire non era una carica molto ambita né troppo onorifica, per quanto remunerativa.
Era l’occupazione più umile del paese, disprezzata da tutti, perciò veniva ricoperta dalle persone più misere, perché come insegna un proverbio popolare la fame non ha occhi e chi ha bisogno di un pane per la famiglia non guarda troppo per il sottile, l’importante è di sopravvivere.
L’uomo che si sobbarcava a fare quel mestiere era per lo più un rassegnato o un… filosofo!
Egli stesso, pur conscio dell’umiltà della sua occupazione, non se ne adontava, anzi ci scherzava sopra chiamando le sue bestie le mie pecorelle...
Ogni famiglia pagava per la custodia dell’asinello unu quartu di grano all’anno.
Sembrerebbe poco, ma se pensate che gli asinelli da custodire superavano il centinaio e che l’anno conta cinquantadue settimane, potete capire che il pane per il fabbisogno settimanale era più che sufficiente.
Perciò tutte le mattine si recava di buon grado, canterellando a sa truma, una specie di recinto comunale dove venivano raccolti tutti gli asinelli nei giorni di riposo.
Appena giunto, dall’alto di una roccia sopraelevata, dava fiato al suo corno che teneva sempre a tracolla come uno scettro.
Era, si può dire, l’arma o l’arnese del suo mestiere, o meglio, dei suoi mestieri; perché con esso dava il segnale dell’ora per far condurre gli asinelli allo steccato donde venivano accompagnati al pascolo, e al pomeriggio, quello del rientro allo steccato per essere prelevati e ricondotti a casa.
E con lo stesso strumento avvisava la popolazione per impartire ad essa, con bandi, gli ordini dell’Autorità Comunale.
Non bisogna dimenticare che all’impiego privato di asinaro, nei piccoli villaggi, se ne aggiungeva un altro: quello di banditore, e spesso, un altro ancora: quello di becchino.
Come tale era considerato un impiegato comunale a tutti gli effetti, perché dal Comune percepiva un congruo stipendietto che serviva ad arrotondare la mercede ottenuta dalle famiglie per il suo servizio di asinaro.
Ma non gli mancavano altri proventi dall’una o dall’altra occupazione.
C’erano le strenne da parte delle famiglie, quando nasceva un asinello, e le regalie per le feste solenni.
C’era la mercede per qualche bando privato ordinato dal pescivendolo o dal macellaio, per il quale ci scappava anche il pranzetto di pesci, la mezza testa di bue per il brodo, due zampe per la gelatina e la coratella pecorina per la fricassea.
E tutto faceva comodo!»90


S’ALLEVADORI DE STRUZZUS
L’ALLEVATORE DI STRUZZI

Non di rado la categoria dei maestri elementari svolge nella comunità un ruolo progressista, al di là del compito strettamente professionale dell’alfabetizzazione. Su maistu de scola, il maestro di scuola, quando non miri a integrarsi nella borghesia compradora, è testimone e interprete delle vicende e delle istanze della sua gente. E proprio perché proviene dai ceti medi e poveri, e non ha acquistato una mentalità padronale, con un corso di studi classici, in continuo contatto con i fanciulli che sono l’espressione più genuina e immediata dei problemi e delle esigenze della comunità, il maestro acquista capacità innovatrici e assume un ruolo di leader.
Tra i mille esempi di maistus de scola divenuti leaders di qualcosa, si ricorda il Cavalier Giuseppe Meloni, di Tortolì - lasciamo ai posteri un giudizio sul maestro Lucio Abis di Villaurbana, che diverrà Ministro della Repubblica Italiana.
Il maestro Meloni mise in piedi, nel 1910, un allevamento di struzzi. Una singolarissima impresa, per la Sardegna, che lo rese noto in tutta Europa. Iniziò con 9 esemplari, su una estensione di quattro ettari opportunamente sistemati, con viali alberati e appositi recinti.
Lo Struthio camelus è considerato il più grosso uccello vivente. Raggiunge l’altezza di m 2,50 e la lunghezza di oltre m 2. Il peso è sui kg 70 e oltre. Con una falcata di quattro metri raggiunge la velocità di km 60 orari e si dice che tenga testa a un buon cavallo. Vive allo stato brado in Africa e in Arabia. La femmina depone le uova, lunghe circa cm 20 e pesanti kg 2, in buche scavate nel terreno, al ritmo di un uovo ogni due giorni fino a una ventina.
La fattoria del Meloni era anche fornita di incubatrice, perché soltanto nel periodo più caldo, dopo il mese di giugno, era possibile lasciare le uova nel terreno alle cure dei maschi e delle femmine che, insieme, le covavano.
In soli cinque anni l’allevamento contava 175 struzzi. Era l’unico in Sardegna e in Italia, e uno dei pochi e dei più razionali d’Europa.
Non si sa fino a qual punto l’attività del maestro Meloni fosse redditizia. Il prezzo delle piume, allora, oscillava dalle 600 alle 1000 lire al chilogrammo. Una sola coppia di struzzi valeva, a due anni di età, dalle 1600 alle 2000 lire.
In Sardegna questi volatili venivano usati anche come cavalcatura. La possibilità d’essere cavalcati è certamente dovuta, oltre che alla potente muscolatura di cui gli struzzi sono dotati, anche alla piccola corporatura del Sardo, il cui peso era ideale per fare il fantino. Non è difficile, a Tortolì, la cittadina che si affaccia sul Golfo di Orosei, trovare tra le vecchie fotografie le immagini di inservienti della fattoria a cavallo di struzzi bardati di tutto punto, ripresi durante veloci scorribande all’interno dei recinti.
Ricorda ziu Tomasicu: «Si era nel 1915, subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia. In quel periodo scarseggiava il carbone, e così mi ero occupato in una impresa del Continente che faceva il taglio della legna nei boschi in agro di Tortolì. Durante il mio lavoro, ebbi spesso l’occasione di vedere nella zona gli struzzi dell’allevamento del Cavalier Meloni. Era uno spettacolo per noi inusitato che ci incuriosiva molto».91
In tempi più recenti, altri imprenditori di paesi più avanzati tecnologicamente tentarono di lanciare la corsa degli struzzi come sport, usandoli negli ippodromi come trottatori trainanti agili calessini.
La brillante intrapresa del Meloni era, purtroppo, legata al capriccio della moda femminile. Fallì quando le signore decisero che il “boa” - quel lungo aereo sciarpone rimasto nelle “vedettes” dell’avanspettacolo, il simbolo degli “anni ruggenti” del proibizionismo in USA e del “charleston” - era da considerarsi un ornamento “demodé”.
D’altro canto, il sorgere di allevamenti monopolistici e governativi di altre specie di struzzi, dovette essere una formidabile concorrenza, tale da spazzare via letteralmente i modesti avversari pennuti del Cavalier Meloni - il cui stomaco, pur vorace, non riusciva a competere con quello di divoratori di strade asfaltate, palazzi in cemento armato e aeroporti con piste laminate.
Anche per altri versi, lo struzzo si accomuna al politico. Per i governanti che temono di affrontare i problemi sul tappeto, la gente dice: «Faint cument’ is istruzzus de Tortolì, cuant sa conca asutta ‘e is paperis», fanno come gli struzzi di Tortolì, nascondono la testa sotto le scartoffie.92


SU BALENTI
L’ABIGEO

L’abigeo est chi furat bestiamini, è chi ruba bestiame. Non esiste eguale voce in lingua sarda. L’ho tradotto con balenti, uno che vale, chi tenit biscottu in bertula, che sa il fatto suo, secondo la morale del codice barbaricino.
In tempi passati, floridi allevamenti di bestiame popolavano la Sardegna, dai Campidani di Cagliari agli Altipiani di Sassari, per non dire dei monti del Nuorese che erano ricoperti più che di boschi di pecore e di capre. A ricordo di quei tempi, di ingiuste distribuzioni del patrimonio e del diritto dell’escluso alla rivalsa, nella tradizione popolare è rimasta la leggendaria figura di balentes-abigei. Uno di questi, ziu Cappeddu, morto in vecchiaia una ventina d’anni fa - precisamente l’anno che arrivò la luce elettrica in paese - è ricordato nei contus de forredda, racconti del focolare, e immancabilmente in occasione di sa festa ‘e su procu, la festa del maiale, che nei Campidani si tiene nel mese di Dognasantu, novembre.
Si narra della sua diabolica abilità notturna nel fare sparire qualunque grassa giovenca si fosse trovata nel raggio di molti chilometri, senza lasciare traccia alcuna - ed è che una giovenca non è facile da caricarsi sulle spalle.
Assogadori, lanciatore di lazo, infallibile al buio, alla luce del sole non gli riusciva con il lazo di assogare, di accalappiare, un manzo alla distanza di tre metri. Usava un metodo ingegnosissimo, non brevettato, per catturare una pecora stando in sella al cavallo: munito di una robusta e flessibile pertica di spinoso rovo, tenendolo ben impugnato lo attorcigliava al vello, tirandosi la preda sin sopra la sella.
Conosceva l’arte di catturare un vitello, senza che un solo muggito si levasse per la campagna - con un semplice pezzo di spago legato alla lingua forata dell’animale, egli ne diveniva sicuro padrone, portandoselo appresso docile come un cagnolino. Pavido e schivo durante le ore diurne, si racconta che egli rifiutasse di avvicinarsi, sia pure protetto dal guardiano, a una qualunque scrofa di recente sgravata. «Sa giustizia dda currat!... Gei no hat a mussiai a mei, no?!…». «La giustizia la rincorra!... Non morderà me, no?!...». Ma, calate le tenebre, si animava, trasformandosi in astutissimo predatore di maialetti, che egli sapeva rapire e insaccare alla presenza della più selvaggia e zannuta mardini, o troja, come si dice in lingua civile.
Divenuto con gli anni tardo e stanco, seppe adattare la difficile arte dell’abigeo alla sua età, senza demordere. Adottò il sistema di far morire de puntori, di accidente,93 una prospera giovenca con il semplice ausilio di un berretto. Gli bastava applicarglielo per un certo tempo sul muso, non prima di aver avuto l’accortezza di ficcarle le corna rovesciate per terra. Più tardi, indisturbato, si impadroniva della vittima, che l’allevatore (tratto in inganno dall’apparente morti mala, “antrace”, malattia epidemica che colpisce il bestiame), aveva lasciato abbandonata in campagna alla “mercé” di cani, corvi e di ziu Capeddu.
Il suo declino giunse rapido e inesorabile quando in paese arrivò la luce elettrica. Destino volle che proprio davanti alla porta d’ingresso di casa sua gli piantassero il palo con la lampadina in cima.
«A che punto siamo arrivati, oggi, se un pover’uomo deve far vedere agli altri quel che entra in casa propria!» . Si dice che egli esclamasse, addolorato e offeso.
Ziu Cappeddu era ormai vecchio e il suo cuore non seppe resistere a una civiltà che faceva luce anche di notte.94


IS CIRCADORIS E IS MEDIADORIS
I CERCATORI E I MEDIATORI

Rilevante è il fenomeno dell’abigeato, che all’osservatore superficiale o slegato dalla realtà sarda appare tout court la piaga che pregiudica lo sviluppo in senso moderno dell’economia basata sull’allevamento zootecnico... Non si può non riconoscere che gli effetti dell’abigeato possono risultare funesti per il pastore che ha investito tutto il proprio patrimonio e ipotecato il lavoro di anni a venire per edificarsi un ovile moderno per garantirsi stabilmente pascoli e foraggio. Si creano certamente in lui complessi di frustrazione che alimentano assenteismo e vittimismo, quando non lo portano a scegliere la via dell’emigrazione, quando non lo obbligano a cambiare mestiere, quando non lo conducono a scegliere la soluzione radicale del diventare egli stesso abigeo e fuorilegge.
Eppure, per altri versi, in questa economia pastorale, il fenomeno dell’abigeato ha una sua validità, una sua riconosciuta funzione che rientra nei rigidi schemi della sua organizzazione sociale. In sostanza, il mestiere dell’abigeo è un mestiere come un altro.
«Bella arti t’has pigau!», «Bel mestiere hai scelto!». Si rivolgeva scherzosamente un pastore ad un amico notoriamente abigeo. E questo, di rimando: «S’arti gei est bella, si dda lassessint fai!», «Il mestiere non è male, se lo lasciassero fare!». Tutto, evidentemente, sta nel pericolo che il mestiere comporta; ma, sostanzialmente, nell’etica comunitaria pastorale, non risulta indecoroso o addirittura vile come quello del contadino e, meno che mai, criminale come quello de s’ispioni, dello spione, per il quale è previsto l’ostracismo o l’eliminazione fisica.
Al di fuori della legge che il maresciallo dei carabinieri e il pretore vorrebbero imporre, ne esiste un’altra, più antica e più forte, più sentita e più rispettata, che stabilisce norme di comportamento cui tutti si assoggettano. Tale ordinamento prevede, ad esempio, attività di rilievo sociale legate al fenomeno dell’abigeato. Queste attività vengono svolte dal chircadore, cercatore, e dal mediadore, mediatore, che la comunità ritiene di grande utilità e sono rispettati e onorati. Sos chircadores, i cercatori, sono uomini di prestigio, conoscitori della gente e delle loro vicende e sono tenuti in grande considerazione per la loro serietà e onorabilità. La loro opera viene richiesta sia dai grandi che dai piccoli allevatori di bestiame, quando subiscono un furto di una certa entità. Essi, i chircadores, entrano in contatto con i mediadores, i quali a loro volta si mettono in contatto con il mondo degli abigei e dei latitanti che sanno sempre tutto. Si arriva così a fissare - i primi per il proprietario e i secondi per l’abigeo - la taglia che deve essere pagata per la restituzione del bestiame sottratto. Ovviamente, da questa taglia essi defalcano l’onorario a se stessi dovuto.
Sempre, da quanto può rilevarsi dalle testimonianze, i chircadores e i mediadores risparmiano all’allevatore guai maggiori, e questo è ben lieto di cavarsela con una tassazione, talvolta neppure onerosa.
Il chircadore, d’altro canto, con la sua autorità e con il suo prestigio può giungere ad influenzare la volontà dell’abigeo, può limitarne l’esosità delle richieste, può perfino indurlo a rendere il mal tolto senza nulla chiedere in cambio - se l’abigeato è in quel caso ritenuto ingiusto o contrario alle leggi delle comunità, quando il derubato sia indigente.
Egli, su chircadore, lascia comunque sempre l’immunità all’abigeo usando il mediatore, cioè una interposta persona, che garantisce così l’anonimato. Se si riflette, si tratta di un anonimato soltanto apparente, ma l’immunità è rigidamente mantenuta.
Raramente l’opera del chircadore fallisce, se egli accetta l’incarico. Il suo compito è protetto dal più rigoroso silenzio e dalla più assoluta discrezione. Così come sacra e inviolabile è la persona del mediatore che ha il compito di avvicinare e contattare l’abigeo.
Il fenomeno dell’abigeato non può definirsi semplicisticamente, almeno in tali comunità, un comune reato. Il fenomeno - di cui è difficilissimo documentare la prassi e la vastità per l’ovvio riserbo della gente - obbedisce a leggi non scritte che hanno la forza che deriva dal loro millenario uso: violarle significa venire meno alle leggi dell’onore che costituiscono le basi dell’aggregazione della comunità.95


CAPITOLO SESTO

S’ARTI DE SU PISCADORI
IL MESTIERE DEL PESCATORE

Presentazione.

In questo capitolo, dedicato alla pesca in Sardegna, vengono prese in considerazione le attività in uso nel recente passato, più precisamente riferite alla realtà socio-economica del Secondo Dopoguerra, dagli Anni ‘40 agli Anni ‘60.

I Sardi e la pesca.
I Sardi, a differenza di altri Popoli, non hanno mai avuto vocazioni colonialiste e hanno preferito restare nell’ambito dei propri confini anziché andarsene avventurosamente in casa d’altri, a massacrare, rapinare e ridurre in schiavitù il loro prossimo. Con il pretesto di portarvi la loro “propria” civiltà, gli Spagnoli sono sbarcati nelle Americhe, e gli Inglesi nelle Indie, distruggendo civiltà millenarie, sterminando popoli pacifici, che rifuggivano dalla violenza, che avevano sviluppato una scienza e una tecnologia avanzatissime nel campo civile, ma non in quello militare.
Sta di fatto che per ragioni storiche, geografiche e culturali, i Sardi non si sono mai spinti oltre le acque basse dei mari che circondano il loro territorio.


La pesca in Sardegna ai primi Anni ‘60
La soluzione del problema della pesca è certamente fondamentale per l’avvenire economico della Sardegna. Eppure, quello della pesca è il settore dove maggiormente si notano l’assenza e l’incompetenza dei nostri governanti, dove il poco che si è fatto è stato fatto a sproposito, in modo disordinato, aggravando talvolta la già precaria situazione. Lo stesso sistema delle provvidenze a favore della categoria si è dimostrato un intervento inutile, poiché non esistono ancora la mentalità e la capacità professionali. E’ inutile rinvangare la vecchia storia del sardo che ha “paura del mare”. E’ inutile rilevare ancora una volta la rudimentalità delle tecniche e degli strumenti usati per la pesca, o il fatto che l’80% circa della categoria si assoggetti alla estemporanea, spesso miserevole attività nelle acque interne, palustri, anziché industriarsi nella ben più redditizia pesca d’alto mare, quella che richiede una specializzazione e che vengono a fare nei nostri mari i pescatori di altri paesi.
Accanto ad aspetti di natura politica, il problema presenta aspetti di ordine tecnico, i quali consistono nella capacità professionale e negli strumenti di lavoro. Ed è compito della Stato, attraverso i suoi organi, educare professionalmente, stimolare il settore con apposite incentivazioni e provvidenze, predisporre idonei programmi di sviluppo.
E a proposito di interventi dello Stato, si intende che tali interventi siano attuati alla luce di un organico piano di programmazione regionale: interventi che non avviliscano o limitino menomamente la “libera individuale iniziativa”, ma che proprio l’iniziativa privata stimolino, sostengano e, se è il caso, condizionino.
Del resto, si tratta di fare in definitiva ciò che gli altri già fanno: nel caso nostro, attrezzarci per la pesca, nei nostri stessi mari. E sarà opportuno sgombrare subito il terreno da ogni preoccupazione di dissipazione o di sperpero: non vi è economista che non sia del parere che, nel settore della pesca, a parità di danaro investito, corrisponde un sicuro e alto reddito.

Il litorale sardo si sviluppa lungo 1849 chilometri, di cui il 20% circa formato da spiagge accessibilissime. La superficie di pesca - tenendo conto di una fascia larga Km 5 - è di Kmq 9.235; i comuni interessati sono 56, con una popolazione globale di circa 500 mila unità (Cagliari compresa): una densità, cioè, di 30 abitanti per Kmq. E’ una densità, a detta di tutti gli esperti, di gran lunga inferiore alle possibilità offerte dalle risorse del patrimonio ittico a disposizione, anche considerati i rilievi sul processo di depauperamento nel Mediterraneo. Ma c’è di più: di quei 500 mila abitanti, soltanto un’esigua percentuale, circa 4 mila unità lavorative (non più del 3% della popolazione, anche considerando coloro che alternano con la pesca altre professioni), risulta presente nel settore. E qui è interessante notare che, in percentuale, risultano quasi il doppio coloro che commerciano il prodotto ittico. Tale percentuale si triplica, se prendiamo in esame la zona dell’Oristanese, sull’arco del golfo centro-occidentale (assolutamente assente è il sardo dalla pesca d’alto mare, mentre assai sfruttata, con tecniche per altro primitive e artigianali, è, come si accennava, la pesca nelle acque interne e lagunari, il cui patrimonio attualmente è quasi nullo). I 4 mila pescatori sardi rappresentano circa il 4% della categoria nazionale; eppure le coste sarde sono il 21% dello sviluppo costiero dell’intera nazione.
Dividendo il prodotto ittico in 1) pesci, 2) molluschi, 3) crostacei, si hanno rispettivamente: Q 69.689, Q 18.960, Q 2.658, rilevati nell’intero anno 1958 (per avere un utile termine di paragone ricorderemo che la Sicilia, con una superficie di pesca interiore, nello stesso anno produsse: pesci: Q 316.465, molluschi: Q 28.346, crostacei: Q 15.540).
Negli ultimi anni, la pesca del tonno è scesa a quote bassissime; attualmente si nota una certa ripresa. Alcuni spiegano il fenomeno dell’assenza dei tonni nei nostri mari con l’inquinamento delle acque ad opera delle miniere; altri ritengono che le efficienti strutture delle tonnare spagnole, dislocate nell’Atlantico, lascino ben poche possibilità al Mediterraneo.
Nonostante la sua attuale vitalità, la pesca del corallo, con i suoi 89 quintali di prodotto (al 1958) ed i suoi 125 pescherecci, è ancora ben lontana dall’avere raggiunto il suo optimum. Per inciso va detto che mancano sondaggi scientifici che evitino le ricerche “a lume di naso”, e mancano gli attrezzi idonei che permettano la raccolta senza danneggiare il prodotto. D’altra parte, la maggior quantità e la migliore qualità del prodotto garantirebbero la diffusione e l’affermazione dell’artigianato del corallo. Disastrosa è la situazione delle attrezzature e degli impianti: sempre nel 1958 si avevano 875 tra motobarche e motopescherecci (821 le prime, di cui la maggioranza a fondo piatto con fuoribordo “Mosconi” da 1,5 HP! e i secondi appena 54, di cui la metà in disarmo o con oltre 16 anni di servizio), mentre il numero delle barche a vela e a remi era di circa 1.500 unità, adatte al massimo alla pesca nei bassi fondali, con il palamito o le tradizionali sciabiche, a maglia di cotone.
Riesce quindi oscuro il senso del paragrafo 22.92 del Piano di Rinascita per la Sardegna (testo approvato dal Consiglio regionale nell’aprile del 1963) quando in materia di pesca costiera sostiene che “non si tratta di moltiplicare il numero delle unità da pesca, già numerose rispetto alla pescosità dei mari intorno alla Sardegna, ma di aumentare la capacità produttiva attraverso l’ammodernamento tecnico” di quelle già esistenti. La verità è che si possono contare sulle dita di una mano le barche che possono essere ammodernate; le più servono ormai solo a portare in gita lungo le spiagge delle località balneari i turisti stranieri: fanno molto “primitivo” alla sensibilità romantica dei tedeschi e molti pescatori dilettanti non si lasciano scappare la “barcheggiata” per duemila lire in cambio di un’avventura di pesca.
Abbiamo accennato alla pesca nelle acque interne e lagunari che si effettua con tecniche rimaste immutate - negli attrezzi e nella organizzazione del lavoro - dal tempo dei viceré spagnoli, se non dal periodo nuragico. La pesca nei fiumi viene praticata col succo dell’euforbia o con sbarramenti rudimentali, alla maniera di certi popoli dell’Oceania. Nelle lagune di Cabras, esistono96 ancora “feudatari” che mantengono privilegi medioevali su investiture che risalgono a Filippo IV di Spagna. Nelle stesse lagune sono ancora presenti le baracche di fieno dove alloggiano i pescatori, che si avvalgono ancora dei “fassoni”, imbarcazioni ricavate da fasci di erbe palustri; fino a pochi anni fa, si adoperava l’amo “vegetale”, ricavato da uno spino di una pianta che cresce nel luogo.
Non fa meraviglia, pertanto, che l’irrazionalità dello sfruttamento del patrimonio ittico nelle acque interne, e la mancanza di qualunque efficace regolamentazione dell’esercizio di tale attività, abbiano portato all’attuale impoverimento (che, peraltro, ha arricchito famiglie di baroni e di concessionari, i quali si sono ben guardati dal creare impianti per il ripopolamento e per la salvaguardia degli avannotti). Né fa meraviglia che i dati sulla pesca nelle acque dei laghi e dei fiumi (esclusi gli stagni) registrino, per il 1957, soltanto 300 quintali.

Il mito del “sardo che ha paura del mare” è un mito di comodo. Forse valido ai tempi delle invasioni barbaresche, oggi il mito del mare “grande nemico”, può benissimo trasformarsi nel mito del “grande amico”, nella misura in cui la Regione con un’intelligente legislatura e con una programmazione realistica, aprirà scuole professionali, fornirà tecnici e attrezzature, incentiverà l’iniziativa privata e più ancora potenzierà le molte cooperative che già esistono e che male funzionano.
Una vera “fobia per il mare” sembrano, invece, dimostrarla proprio i governanti regionali: l’hanno in particolare dimostrata nella stesura del Piano di Rinascita. Nel testo approvato nell’aprile 1963, edito sotto gli auspici della Regione Autonoma, col titolo: Schema Generale di Sviluppo e Piano Straordinario, il settore della pesca è liquidato in due pagine e mezza (in un contesto di 230 pagine).
Chi ha seguito i convegni, o ha preso atto dei documenti sul Piano di Rinascita, non può non chiedersi perché, fra gli interventi dei politici, dei tecnici, degli operatori, dei sindacalisti non ve ne sia stato alcuno che si sia occupato del settore della pesca. L’unica voce levatasi è quella di un professore di latino e di greco, il sindaco di Terralba, Emilio Cuccu:
«…Un settore poi che è di particolare importanza, nella zona dalla quale io provengo, è quello che riguarda la pesca nelle acque interne e costiere della Sardegna. E’ un settore, nel rapporto conclusivo, pressoché ignorato, mentre questo settore rappresenta uno degli elementi, nell’attività economica isolana, dei più interessanti, non soltanto per motivi di economia interna (si tratta di 15 mila ettari di acque interne e lagunari che danno un reddito già in atto di circa 1 miliardo di lire annue), ma perché rappresenta la vivificazione delle coste della Sardegna. La Sardegna è un’isola che ha oltre 1.800 Km di sviluppo costiero, contiene soltanto 16 Comuni marittimi, ed è spopolata in maniera desolante lungo le coste. Uno dei problemi fondamentali della Rinascita economica e sociale della Sardegna è il ripopolamento delle coste, è la vivificazione dell’economia dei comuni costieri».
Ancora, nel I° Convegno Interregionale per il Piano di Rinascita, tenutosi a Genova il 25-26 giugno 1959, è uno degli stessi convenuti (e precisamente un continentale, il dottor Ubaldo Grimaldi) a stupirsi, notando «che nessuno degli interventi - fatta eccezione per quello del dottor Benefei (il quale, aggiungiamo noi, si era limitato a documentare un certo flusso di pesce dalla Sardegna al mercato ligure e ne aveva rilevato la discontinuità) - ha fatto cenno al settore della pesca». «Eppure- proseguiva nel suo intervento il Grimaldi - tale settore, al quale si dedicano circa seimila marittimi, se potenziato, potrebbe rivestire non trascurabile importanza nell’economia della Sardegna e potrebbe perciò contribuire all’auspicata rinascita dell’Isola.
La situazione della pesca in Sardegna purtroppo non è in linea con il progresso raggiunto ai nostri giorni. Il naviglio da pesca si compone di 2360 unità circa, delle quali ben 1500 circa sono natanti removelici, ossia piccole barchette dedite alla pesca lungo le coste, 800 circa sono motobarche e solo 45 sono motopescherecci, intesi, questi, in senso tecnico, quali natanti in cui la forza del motore viene utilizzata per la cattura del pesce, oltre che per la propulsione della nave. Di questi ultimi, solo 17, mi sembra, sono muniti di motori con potenza superiore ai 100 HP. Le attrezzature da pesca e per la conservazione e lavorazione del pescato sono assolutamente insufficienti o mancano del tutto: non vi è un solo natante col frigorifero a bordo, pochi, circa 20, posseggono ghiacciaie a bordo, uno solo è fornito di scandaglio elettrico e quattro o cinque di radio-telefoni. La pesca si svolge, per la quasi totalità, nella fascia costiera. La pesca dell’Isola ha bisogno perciò di essere potenziata: occorre migliorare e ammodernare natanti e attrezzature a terra e a bordo. D’altra parte, se esiste tale esigenza, non può dirsi che non siano state predisposte provvidenze per la pesca”. Fatte poi alcune elencazioni delle provvidenze predisposte dallo Stato, la relazione di Grimaldi proseguiva, concludendo: “Malgrado tali provvidenze, ben pochi pescatori della Sardegna hanno chiesto l’ammissione ai benefici da esse previsti e ciò non può non indurre a pensare che le provvidenze stesse siano ignorate o non siano valutate nella loro esatta portata. Ritengo pertanto che per il potenziamento del settore della pesca in Sardegna, che, ripeto, può dare notevole contributo alla Rinascita dell’Isola, sia necessario provvedere a divulgare e diffondere in ogni modo le provvidenze disposte per il settore, di guisa che le stesse vengano portate a conoscenza anche dei più umili pescatori, purtroppo spesso analfabeti, operanti in zone lontane dai centri».

Una deprecabile abitudine di casa nostra è il mancato approfondimento e la strumentalizzazione dei problemi. Gli ultimi due Convegni Regionali sulla pesca in Sardegna, per esempio, si sono ridotti ad una diatriba paesana fra esponenti politici di terz’ordine, davanti ad una pubblico di sprovveduti pescatori, raccolti qua e là con l’evidente intenzione di far opera di “proselitismo” mediante il sistema bettolaio del “chi la spara più grossa” e del “chi grida di più”. In particolare, nell’ultimo Convegno, tenutosi il 12 luglio del 1964, in una assemblea che avrebbe dovuto rappresentare un quadro concreto ed obiettivo della pesca in Sardegna, non si è sentita pronunciare una sola cifra, un solo dato statistico. Nessuno, escluso il pescatore Sechi, s’era preso la briga di presentare una relazione scritta. Nessuno s’era preso neppure il disturbo d’informarsi su quanto pesce si produca, su quanto presumibilmente se ne potrebbe produrre, utilizzando questi o quegli strumenti, pescando in questo o in quel litorale, a questa o a quella profondità. Tutti fecondi e brillanti improvvisatori, in un settore dove l’improvvisazione si è dimostrata, da secoli, assai dannosa. Si sono tout court affrontati e risolti problemi tecnici che altrove impegnano coorti di ittiologi e di specialisti. Eppure, la Regione sarda un “esperto” se l’è fatto e lo paga caro. Perché non l’ha mandato?
I pescatori convenuti non hanno avuto certo modo di chiarire le loro idee né da un punto di vista professionale, né sotto il profilo politico: niente hanno appreso in fatto di tecniche nuove e di nuove soluzioni ai loro antichi problemi. Hanno solo appreso - ma lo sapevano già benissimo - che esistono dei parassiti i quali sfruttano il loro lavoro, e che costoro sono da un lato i feudatari e i concessionari delle acque pubbliche, e dall’altro i commercianti grossisti.
Ma i veri protagonisti, nonostante tutto, sono proprio loro, i pescatori. In un suo intervento al Convegno, Attilio Sechi, presidente di una cooperativa dell’Oristanese, ha tracciato un quadro della situazione della pesca nelle acque interne dell’isola, alla luce delle vigenti leggi che dovrebbero regolamentarla: «la Legge 39 dice che sono estinti tutti i diritti esclusivi di pesca a qualunque titolo posseduti... I pescatori di Cabras, tra gli altri, hanno creduto a questa legge; e nonostante forze politiche potenti appoggiassero i titolari dello stagno, essi, i pescatori, sono riusciti in questi anni a far avanzare la propria causa e quella della Regione. Già dal 1961, infatti», ha proseguito il Sechi, «le acque dello stagno di Cabras sono state dichiarate demaniali dal Ministero della Marina mercantile». Queste acque, come è ormai notissimo, sono detenute da alcune notabili famiglie oristanesi che ne vantano la proprietà risalendo ad un mutuo concesso nel secolo XVII alla Corona di Spagna. I cavilli giuridici che codeste famiglie hanno accampato allo scopo di rendere inoperante la legge regionale che sopprime i loro privilegi, dovrebbero cadere non appena l’apposita Commissione incaricata di “delimitare la superficie dichiarata demaniale” terminerà i suoi lavori. Finalmente, dopo tre anni di inenarrabili stenti” le “frastagliatissime coste” degli stagni di Cabras sono state “delimitate”. Questa notizia è stata “ufficialmente” portata al Convegno dall’assessore regionale Abis, su mandato del Presidente della Regione. Staremo a vedere quanti anni trascorreranno prima che il Demanio marittimo si sostituisca ai feudatari nell’esercizio di un diritto che inequivocabilmente gli compete. Intanto, i pescatori continuano ad essere arrestati e incarcerati con l’imputazione di “furto aggravato e continuato di pesce di proprietà privata”, senza che ad anni di distanza dal loro arresto si sia trovato un Tribunale disposto a giudicarli sulla base di tale imputazione.

A conclusione di quanto si è detto, possiamo così schematicamente delineare la situazione nel settore della pesca in Sardegna:
1) l’elemento umano, per motivi storico-politici, è vissuto lontano dal mare;
2) là dove l’elemento umano è presente, esso risulta scarsamente o primitivamente organizzato;
3) il permanere di tale situazione è principalmente dovuto alla presenza di feudatari e di “concessionari” in possesso di incivili privilegi;
4) si registra una quasi totale mancanza dei sardi nella pesca d’alto mare (in quella oceanica non è presente neppure l’Italia, patria di “navigatori”);
5) di un depauperamento delle acque rivierasche, specie in Sardegna, perché intensivamente e irrazionalmente sfruttate;
6) nelle acque interne, mancano opere di bonifica, di ripopolamento, di allevamento, di salvaguardia del patrimonio ittico; vi è una carenza legislativa per la regolamentazione della pesca in tali acque; si pratica il sistema delle concessioni a speculatori privati che operano uno sfruttamento integrale, e per quanto riguarda gli stagni, esistono residui feudali nell’organizzazione socio-economica delle comunità dedite alla pesca in tali acque;
7) vi sono dei monopolizzatori del commercio del prodotto ittico, i quali approfittano delle apparecchiature in loro mani per la conservazione di un prodotto facilmente deteriorabile, della disorganizzazione della categoria dei pescatori, tra l’altro non sufficientemente protetti e tutelati, e della loro precaria situazione economica;
8) manca uno spirito cooperativistico tra i pescatori e tra gli stessi piccoli e medi commercianti del prodotto, molti dei quali provenienti dalla stessa categoria dei pescatori;
9) non esistono in Sardegna impianti industriali per la conservazione del prodotto e per la stessa fabbricazione degli attrezzi di lavoro;
10) si registra una carenza dello Stato nella definizione della demanialità delle acque interne e lagunari e nella concessione a privati di superfici marine (la legge regionale 39 andrebbe resa operante o riveduta);
11) non può considerarsi idonea, né sufficiente al bisogno la flotta peschereccia attuale, seppure raggiunge l’entità di 2500 unità.

Da questa situazione, ne consegue che sarebbero necessari i seguenti interventi:
1) il ripopolamento delle coste e la vivificazione dell’economia delle comunità presenti nelle zone costiere;
2) creazione di scuole professionali che soddisfino almeno le esigenze delle nuove generazioni di pescatori;
3) allestimento - con capitale misto, statale e privato - di una flotta moderna per la pesca d’alto mare, e specializzazione degli equipaggi;
4) incentivazioni per stimolare l’iniziativa privata, particolarmente nella pesca d’alto mare;
5) regolamentazione e controllo efficace dell’uso degli attrezzi da pesca, per evitare il depauperamento del patrimonio;
6) smantellamento delle vecchie strutture economiche di tipo feudale che permangono nello sfruttamento delle acque lagunari;
7) salvaguardia del patrimonio ittico nelle acque interne, lacustri e fluviali, con le necessarie opera di bonifica, impianti fissi e opere per il ripopolamento e l’allevamento ittico;
8) promozione e diffusione dei valori mutualistici e cooperativistici fra i membri della categoria, ciò in particolare per la difesa dei loro interessi nei rapporti con il commerciante grossista;
9) incentivazioni per stimolare il sorgere di industrie per la conservazione del prodotto, con particolare riguardo alle iniziative cooperativistiche.

Meriterebbero un approfondimento particolare le situazioni della pesca del tonno e del corallo: la prima strettamente legata ad un’industria conserviera, la seconda ad una diffusa attività artigiana.
Comunque, i traffici marittimi andrebbero intensificati con l’aumento dei mezzi di trasporto che legano l’isola al continente, affinché, cessando la Sardegna di essere un’isola, con tutti gli effetti storici, culturali e psicologici che il fenomeno comporta, cessi anche la “grande paura” del sardo per il mare.97


PISCADORIS DE MARI, DE STAINU E DE FLUMINI
PESCATORI DI MARE, DI STAGNO E DI FIUME

Alcune notizie sulla pesca - tecniche e strumenti.

Nei Paesi marittimi l’attività della pesca è naturalmente di primaria importanza e occupa un posto di grande rilevanza economica e sociale. In primo luogo, si distingue la pesca “professionale” da quella “sportiva” o per “hobby”.
Lungo le coste della Sardegna, da tempi immemori pascolano greggi di pecore. I pastori costruivano nei pressi delle marine is aprigus, semplici tettoie per ombreggiare, e le loro baracche di falasco e di canne, e nelle lunghe monotone giornate hanno certamente preso dimestichezza con il mare e con i suoi abitatori, improvvisandosi pescatori - per avere cibo fresco e per arrotondare le entrate del loro mestiere. Così pure è accaduto per i contadini che lavoravano terreni in prossimità delle coste. Ne consegue logicamente che molte attività di pesca siano nate come passatempo o, per dirla con un termine attuale, come hobby; e che con le esperienze, con l’apprendimento delle tecniche e con esiti positivi o lusinghieri, per il pastore o il contadino la pesca sia diventata con il passare del tempo l’attività precipua.

L’attività professionale della pesca, per i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo, si classifica in
a) piccola pesca, che si svolge lungo le coste in acque basse;
b) pesca di altura, che si svolge entro i limiti delle acque territoriali;
c) pesca oceanica, che si svolge oltre lo stretto Gibilterra e il Canale di Suez.

Gli abitanti delle coste (ancora oggi per l’incapacità o l’inerzia o forse il rispetto della storia dei governi regionali) operano soprattutto nel campo della piccola pesca. Mai vista dai Sardi la pesca oceanica; e soltanto in tempi recenti è sorta una timida industria per la pesca d’altura, che nel Mar di Sardegna viene prevalentemente fatta da imbarcazioni di pescatori di altre regioni o di altre nazioni meglio attrezzate.
In questa breve esposizione, mi occuperò quasi esclusivamente del passato. Sta di fatto che fino a tempi recenti, ancora nella metà di questo secolo, gli abitanti dei paesi rivieraschi centro-occidentali dell’Isola usavano ami vegetali e imbarcazioni di erbe palustri, e pescavano quasi esclusivamente in acque basse, marine e palustri, lagunari e fluviali. Facevano eccezione gli abitanti di Alghero e di Carloforte, colonie di Catalani e di Genovesi, portatori di una cultura diversa, vicina a quella dei “Conquistadores” missionari e “portatori di civiltà”.


La piccola pesca.

Pesca da riva. Sono così dette tutte le attività in cui il pescatore lavora senza barca, dalla riva o tutt’al più con il corpo a mollo, fino alla cintola. Gli attrezzi più usati sono le lenze con diversi ami ed esche secondo i pesci che si vogliono catturare, i palamiti, funicelle con una serie di ami, lunghe qualche decina di metri, e piccole reti.

Pesca in mare, costiera o litorale. Tale pesca si effettua con apposite imbarcazioni, a remi, a vela o a motore di piccola o media stazza, a fondo piatto o chigliate. Viene esercitata in forma artigianale e familiare dai pescatori dei paesi rivieraschi. La pesca si svolge a poca distanza dalla riva e al massimo non oltre i limiti di tre miglia dalla costa. Limite oltre i quali si effettua la pesca d’altura.

Pesca nelle lagune costiere, in acque dolci e salmastre. Si effettua sia da riva che con imbarcazioni, mediante la posa di reti (sciabica, poligio), e attrezzi (palamite)

La nostra Isola è siccitosa e ha scarsità di corsi d’acqua e di invasi naturali o artificiali. Ciò è certamente dovuto in parte alla mancanza di opere di ingegneria idraulica e in più larga misura alla dissennata utilizzazione, che può definirsi rapina, del suo patrimonio boschivo da parte dei suoi dominatori. Tra questi, meritano una nota di infamia i Piemontesi, i quali distrussero e permisero ad altri, in particolare ai Toscani, di distruggere alberi e boschi, sia per ricavarne legname per costruire navigli, sia per le costruzioni in genere, sia per trasformare la legna in carbone da vendere a mezza Europa. Il ministro Cavour, cui si attribuisce nei testi scolastici l’appellativo di padre della patria, fu egli stesso uno dei responsabili dello scempio di boschi fatto in Sardegna - per esempio, il taglio dei secolari alberi di Corongiu, che pare abbia fruttato milioni al suo parentado, presente privilegiato negli appalti governativi. Nei sequestri di persona a opera di bande di Sardi emigrati a danno di possidenti del Continente, specie del Nord Italia, si potrebbe adombrare una sorta di nemesi storica - una sorta di legge dantesca del contrappasso - per le opere banditesche di rapina subite dai Sardi ad opera di Toscani e Piemontesi in specie. E chi sa quanti sequestri dovrebbero ancora farsi, per pareggiare storicamente i conti!

C’è scarsità di fiumi e laghi. Tirso, Flumendosa e Coghinas, che hanno permesso la realizzazione di tre invasi artificiali che, per altro, versano nel più completo abbandono. C’è un quarto invaso nuovo, quello sul fiume Taloro, affluente del Tirso, e speriamo che la gente del luogo sappia utilizzare il bacino per un redditizio allevamento ittico e che lo sappia difendere dalle rapaci unghie de is istrangius e dagli interventi demagogici e funesti dei politici asserviti agli interessi del capitale.

Ci sono ancora paludi e stagni. Un tempo pescosissimi e che, se protetti dall’inquinamento e dallo sfruttamento irrazionale, avrebbero potuto costituire, insieme all’allevamento degli ovini e al turismo, una delle più remunerative aree economiche di investimento. Se è vero che paludi e acque stagnanti sono state fin dal remoto passato il regno della malaria, è pur anche certo che tali acque rivestono grande importanza ecologica. E il fascismo, si dice oggi, faceva male a bonificare le paludi invece di inventare il DDT e ammazzare l’anopheles, senza privare l’uomo e le altre creature viventi dei benefici correlati a un habitat naturale umido.


Il mare come patrimonio nella industria turistica.
In Sardegna non manca certamente il mare, che poteva essere la nostra fortuna se lo avessimo saputo valorizzare con adeguate strutture turistiche. Un mare con spiagge bellissime che avremmo potuto vendere a mezzo mondo e che ci avrebbe consentito di vivere agiatamente, con il piacere di ospitare e di conoscere gente di culture diverse. Ma il Sardo ha sempre avuto paura del mare - perché da lì sono venuti tutti i suoi nemici e tutte le sue disgrazie. Pochi sono sbarcati con animo buono, da amici. E così i pesci del nostro mare se li sono pescati is istrangius, che venivano con le loro grandi barche non solo a pescare nel mare, ma perfino nei nostri villaggi costieri e sui nostri monti, razziando e rapinando. Intanto, is istrangius, insieme ai pesci, si sono impadroniti anche delle spiagge e delle coste. E noi Sardi ci siamo accontentati di pescare sparedda e maccioneddu, sparlotti e piccoli ghiozzi, vicino alla riva del mare, con i calzoni rimboccati, usando ami vegetali attaccati a funicelle di giunco, o di pescare anguidda e mugheddu, anguille e muggini, negli stagni ai margini dei villaggi, o di pescare un po’ di tutto cun sa lua, con la droga dell’euforbia, lungo le anse e i tratti in secca dei ruscelli.98
A parte quella del mare inquinato, che ha colore e sapore di petrolio, di acqua in Sardegna non ce n’è rimasta quasi più. E niente acqua (pulita), niente pesci. L’ultimo colpo, che per scaramanzia non vorrei chiamare “mortale”, è venuto dalla civiltà dei consumi. Con un dispiegamento di tecnologia in mezzi e strumenti, è stato effettuato uno sfruttamento intensivo delle risorse ittiche che in breve tempo ha depauperato il patrimonio naturale. Mentre le industrie altamente inquinanti come le petrolchimiche e di lavorazione dei suoi sottoprodotti e consimili hanno compiuto il resto, finendo di distruggere ciò che si era salvato dalla sconsiderata rapina del patrimonio naturale e dall’inquinamento minerario di vaste superfici costiere del nostro mare. Ora, in estremis, si sta tentando di porre rimedio a tale dissennata utilizzazione del patrimonio ittico con gli impianti di allevamento.

IS PISCADORIS DE MARI BIU
I PESCATORI DI MARE VIVO

Piscadori de mari biu è colui che pesca in mare aperto. I suoi attrezzi di lavoro tradizionali, i più elementari, ancora in uso ai giorni nostri, sono una barca a fondo piatto, se si lavora in acque basse e tranquille, o con la chiglia, se si lavora in acque più alte e mosse, fornita di remi o di vela, di reti,99 di fiocine.
Quelle che seguono sono alcune attività singolari di pesca in acque marine, un tempo assai comuni.


SU PALAMITAIU
IL PESCATORE CON LA PALAMITE

Su palamitaiu, il pescatore con la palamite, lavora sia in acque marine, lungo le coste basse, che in acque lagunari.
Il lavoro de su palamitaiu è duro, impegna notte e giorno; ma è da uomini liberi, senza padrone. Si esercita in acque basse, golfo o stagno, con barchini a fondo piatto in legno o con su fassoni, barchino di erbe palustri - ma di questi natanti se si è molto poveri se ne fa a meno. Indispensabile è la palamite.
La palamite consiste in una cordicella di cotone ritorto lunga qualche centinaio di metri, cui sono fissati, a distanza di circa trenta centimetri l’uno dall’altro, dei brevi fili di nylon con gli ami.
La mattina, su palamitaiu sistema la funicella a cerchi concentrici dentro una apposita corbula di canna e vimini con il bordo di sughero, dove gli ami vengono ordinatamente appuntati uno appresso all’altro tanto da formare un cerchio metallico. La prima fase della preparazione della palamite è conclusa.
Il pomeriggio bisogna cercare l’esca. Di solito vengono usati i gamberetti o i lombrichi, secondo i pesci che si vogliono catturare: con i primi sparedda, sparli, e altri pesci di golfo; con i secondi anguille di palude. Quando non ci sono i soldi per acquistare l’esca - cioè quasi sempre - su palamitaiu rastrella i bassi fondali alla ricerca di gamberetti, o zappetta per ore e ore nel vicino entroterra per scovare i lombrichi. Si tratta di fornire l’esca a parecchie centinaia di ami, attività detta de su escai, del mettere le esche agli ami, che richiede abilità e pazienza.
Ho visto, ancora negli Anni Sessanta, vecchi dalla vista quasi spenta fare questo lavoro, su escai, alla luce dell’acetilene fino a tarda notte, seduti sull’arenile, davanti alle baracche di falasco di Su Siccu del Golfo di Oristano.
Siamo alla terza fase, il momento di affidare alle acque la palamite. Si scelgono i fondali bassi e ricchi di vegetazione. Si lega un capo della lunga funicella a una canna infissa in un galleggiante di sughero; quindi si lascia filare nell’acqua la funicella, lentamente, con precauzione affinché non si imbrogli. Poi, riposo fino all’alba.
I più poveri compiono questo lavoro senza barchino, con l’acqua gelata alle reni. Qualcuno si costruisce su fassoni, il primordiale galleggiante di falasco, con fasci d’erba palustre spugnosa detta spadua. Coloro che possiedono il barchino lavorano in coppia, uno ai remi e l’altro alla palamite - e in questo caso è possibile usare una cordicella più lunga con maggiori possibilità di guadagno.
Talvolta è ancora buio, quando su palamitaiu esce dalla baracca per sarpai, salpare, recuperare l’attrezzo. E’ l’ultima fase, la più delicata, dove speranza e mestiere si sostengono a vicenda. Bisogna fare attenzione a non perdere il pesce grosso che ha abboccato; risparmiare gli ami estraendoli abilmente dalle fauci dei pesci; non farsi pungere dagli aculei velenosi di alcune specie quali lo scorfano; non ingarbugliare la funicella e che non si spezzi; la remata che sia dolce e che segua i movimenti e la posizione della palamite; fermare a tempo l’imbarcazione se l’attrezzo si è incagliato sul fondo.
Quanto si guadagna? Lavorando senza barchino, con palamite necessariamente corta, si può ricavare nel migliore dei casi il pranzo per la famiglia. Lavorando in due, con il barchino, si possono guadagnare fino a cinquemila lire, dai dieci ai venti chili di pesce di basso costo, in prevalenza sparedda, sparli. Talvolta il pescato supera di poco il costo dell’esca.
In un anno, il tempo permette si e no cento giorni di pesca. Infatti, la maggior parte dei palamitaius arrotonda le entrate con altre attività occasionali: il bracciantato agricolo, la raccolta delle lumache e più spesso la pesca di frodo negli stagni padronali - dato che la loro vocazione è pescare.100


SU BOMBAIU
IL BOMBAROLO

Non era difficile negli Anni 50 e 60 vedere nei paesi che si affacciano nel Golfo di Oristano uomini ancora giovani mutilati delle mani e ciechi, passare per le strade accompagnati e guidati dai loro bambini. Erano bombaius, bombaroli, ai quali era esplosa tra le mani la bomba che stavano lanciando in mare per pescare.
S’arti de su bombaiu, il mestiere del bombarolo, è certamente tra i più pericolosi. Sa pisca cun is bombas è considerata pesca di frodo e dunque tale attività è fuorilegge. Tuttavia, specie durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi, forse per la facilità con cui si reperivano gli esplosivi. Lungo la penisola del Sinis, nel mare limpido e pescoso che lo lambisce, erano numerosi i pescatori che al posto delle reti usavano le bombe. Lavoravano quasi sempre in coppia, o anche in tre o quattro, lanciavano le loro bombe dall’alto dagli scogli e quindi si tuffavano per raccogliere il pesce ucciso dall’esplosione e venuto a galla. Le prede più ambite erano i grossi cefali e muggini.
Le bombe da pesca si costruiscono con materiali diversi, dalla dinamite in uso nelle miniere, all’esplosivo contenuto nelle mine marine e nelle bombe che lanciavano gli aerei. Non pochi bombaroli, improvvisatisi artificieri, sono saltati per aria cercando di disinnescare bombe, allo scopo di ricavarne esplosivo per questo genere di pesca.
Una delle bombe meno costose, più rudimentali ma di non facile uso, è quella ottenuta con il carburo dentro una bottiglia di vetro a chiusura automatica. Nella bottiglia contenente dell’acqua in giusta quantità si mette una pietruzza di carburo, quindi si chiude velocemente il recipiente e lo si lancia in mare. A contatto con l’acqua, all’interno della bottiglia, il carburo sviluppa i gas di acetilene che provocavano lo scoppio.
Mi piace qui ricordare il bel libro di Franco Solinas, “Squarciò”,101 che racconta la storia umana e tragica di un bombarolo maddalenino. Nel romanzo, da cui è stato tratto un bel film, viene descritta l’attività de su bombaiu, le sue tecniche di pesca e i suoi accorgimenti per sfuggire ai finanzieri, che specialmente a quei pescatori di frodo danno una caccia spietata.


SA PISCA A LAMPARA
LA PESCA CON LA LAMPARA

Sa pisca a lampara, la pesca con la lampara, consiste in una grossa lampada a gas, per lo più ad acetilene, applicata alla prua della barca, la cui luce si riflette nell’acqua e attira i pesci in una apposita rete o per essere fiocinati. Si usa ovviamente la notte, quando il tempo è sereno e il mare calmo, in acque poco profonde, non lontane dalla riva.


SA PISCA A NASSA
LA PESCA CON LE NASSE

Sa pisca a nassa, la pesca con le nasse, è da noi assai diffusa in special modo per catturare le aragoste. Con le nasse si catturano crostacei e molluschi (murici, gamberi, calamari, seppie). Tale genere di pesca consiste in uno o più cesti di vimini e giunco, di forma allungata, con l’imboccatura a cono rovesciato, di modo che il pesce che vi entra non può più uscirne. Naturalmente l’imboccatura della nassa deve essere messa nel senso della corrente, specie se si usa nelle acque d’un fiume. Una lunga fila di nasse viene messa a mare e ripresa a bordo dopo un certo tempo. Oppure le nasse vengono trascinate dall’imbarcazione in movimento.
Per pescare in acque basse, quali insenature marine, stagni e paludi, spesso, oltre alle nasse si aggiungono strumenti assai semplici e rudimentali, come i barattoli vuoti o altri contenitori dove si annidano anguille, murene, polpi, murici e altri molluschi.


IS PISCADORIS DE S’ISTAINU DE CRABAS
I PESCATORI DELLO STAGNO DI CABRAS

Lo stagno di Cabras, il più esteso e un tempo il più pescoso della Sardegna, è diviso in due grandi bacini: il primo quasi circolare con un diametro di tre chilometri e l’altro ellittico largo tre chilometri e lungo nove chilometri circa. Ha una superficie di oltre duemila ettari, escluso lo stagnetto di Sa Mardini, le peschiere e le paludi. E’ popolato di muggini, cefali, anguille e altre specie meno pregiate, carpe e tinche.
Ha una storia intessuta di lacrime e di sangue, che ha origine oltre trecento anni fa.
Nell’anno del Signore 1660, il re cattolico di Spagna Filippo IV è inguaiato fino al collo nella guerra di Catalogna. “C’est l’argent qui fait la guerre”102 e Filippo non ha il becco di un quattrino. Chiede allora un prestito al banchiere genovese Girolamo Vivaldi, e l’ottiene. A garanzia del mutuo, il monarca cede al banchiere i diritti esclusivi di pesca negli stagni di Cabras, che appartengono alla Corona di Spagna.
Quasi duecento anni dopo, nel 1853, gli eredi del Vivaldi cedono il pegno a un certo don Salvatore Carta, nobile di Oristano. I suoi eredi detengono ancora tale privilegio feudale. La fetta più cospicua del feudo lagunare, che è diviso in trentasei parti, appartiene a don Efisio Carta. Un altro feudatario è Alfredo Corrias, già presidente della regione e senatore democristiano.
Le strutture socio-economiche degli stagni sono rimaste immutate nei secoli. L’organizzazione delle categorie ammesse dai feudatari a lavorare nelle loro acque è rigidamente piramidale.
Alla base della piramide stanno is palamitaius e is fruxineris, i palamitai e i fiocinieri, che pescano qualche mese all’anno pagando un indennizzo ai padroni, una somma spesso superiore al ricavato della pesca. A queste due infime categorie è fatto tassativo divieto di usare altro attrezzo che non sia la palamite e la fiocina, e come imbarcazione possono usare soltanto su fassoni, un natante primordiale consistente in un fascio di erbe palustri.
Un gradino più alto stanno is bogheris, i vogatori. Come i primi possono pescare soltanto entro brevi limiti di tempo,103 ma possono usare il barchino a fondo piatto e una piccola rete, di tipo prestabilito. Non pagano indennizzo, ma devono versare la metà del prodotto ittico al padrone. Essi sono in numero di 72 secondo una divisione in colleghe.104
Ancora più in alto stanno is poigeris105 in numero di venti; quindi vengono is isciaigoteris,106 che sono in cinque. Ambedue queste categorie pescano tutto l’anno a mezzadria.
Vi sono infine i cosiddetti zaraccus de pischera,107 una decina circa, uomini di fiducia dei feudatari, specie di valvassori, che hanno il compito di amministrare le peschiere e di controllare il buon andamento del complesso sistema. Anche tra loro vi è una rigida gerarchia, culminante nel ruolo di pesraxu, pesatore. La carica di servo di peschiera è ambita: essi godono di grande prestigio nella comunità, ma sono odiati come nessun altro. Accanto a loro is guardias, le guardie armate, una decina, con stipendio mensile, regalie e proventi dei sequestri ai pescatori di frodo.
Al vertice della piramide è s’abitanti, il sovrintendente, che rappresenta il potere del feudatario.
Non è facile conoscere con esattezza il reddito annuo degli stagni di Cabras. Calcoli fatti da fonti diverse davano nel 1960 un reddito di oltre un miliardo di lire. Gli stagni sono ricchissimi di muggini e anguille, che mantengono un prezzo alto nel mercato. Assai redditizia è la produzione delle buttarighe, uova di muggine salate ed essiccate, il cui prezzo oscilla dalle quindici alle ventimila lire al chilo.
Da oltre cento anni - come rilevo dalla lettura di Enrico Costa, romanziere, testimone a Cabras nel 1860/70 - era consuetudine distribuire alla povera gente del paese una certa quantità di pesce in sovrabbondanza nelle peschiere - pesce che diversamente sarebbe morto per soffocamento. Tale regalia si è venuta modificando in questi ultimi tempi, diventando “vendita di favore”: si immetteva un certo numero di quintali di pesce al cosiddetto “prezzo di costo” e la gente del paese, in fila, munita di buoni distribuiti dai servi di peschiera, poteva acquistare un quantitativo limitato a pochi chili.
Da qualche anno,108 da quando cioè la popolazione ha iniziato a sostenere i pescatori del Golfo nella lotta antifeudale, il pesce in sovrabbondanza viene bruciato. Nel 1960, i padroni degli stagni ne hanno bruciato in una sola volta ottanta quintali, un valore commerciale di un milione, per non abbassare i prezzi di mercato.109


Piscadoris cun corrus de boi e bottus de liauna
Pescatori con corna di bue e barattoli di latta

“Qualche giorno fa, a Camogli, sulla Riviera Ligure, sono stati affondati alcuni cassoni per favorire in essi l’insediamento di pesci e molluschi, nel tentativo di ricostituire un patrimonio ittico dissennatamente sperperato e distrutto. Altrove - pare - sono state utilizzate allo stesso scopo carcasse di auto (patrimonio abbondante in questa civiltà), con risultati non del tutto soddisfacenti. La stessa fonte informa che a Camogli, in occasione dell’affondamento dei cassoni ecologici, è stato commemorato l’ideatore del sistema, un ingegnere del luogo del quale, ovviamente, mi sfugge il nome.
Il fatto di cronaca - che potrebbe a prima vista apparire uno dei tanti ingredienti folcloristici di cui sono infarciti stampa e telegiornali quando manca la cronaca nera - mi ha riportato indietro nel tempo, ai miei primi anni di insegnamento nelle scuole di Cabras, ai miei primi contatti con il mondo e con la cultura dei pescatori degli stagni. Alle lezioni astratte che io davo ai miei scolari sul buon uso di una lingua per loro straniera o su fatti storici che avulsi dalla loro realtà avevano il sapore di favola, si alternavano le lezioni pratiche che i miei scolari mi davano sulle tecniche di pesca nelle loro lagune.
Una di queste tecniche, fra le più rudimentali usate dai fanciulli, era l’immersione di barattoli o di altri oggetti cavi che andavano a depositarsi sul fondo melmoso, diventando in breve tempo dimora di pesci e di molluschi. A tempo debito, barattoli e simili venivano rimossi e, il più delle volte, vi si trovava rintanata qualche preda, che arrotondava il magro pasto familiare. Entrando nei particolari, i miei scolari-docenti mi riferivano che per prendere le anguille con quel metodo, e in tempi più brevi, andava benissimo un corno di bue, possibilmente fresco: ve n’era abbondanza nelle rive degli stagni, in quanto lì, da decenni o da secoli, venivano buttati i residui di macellazione.
Ora mi chiedo - e la domanda è veramente rettorica - se l’ingegnere di cui mi sfugge il nome abbia anche brevettato il popolare sistema del barattolo, verniciandolo di quella «scientificità» necessaria a dare lustro e denaro allo scopritore, necessaria alla utilizzazione del «ritrovato» su larga scala, necessaria infine a rendere lauti profitti all’imprenditore che vi investirà i capitali.
La «scientificità» di tradurre l’essere in avere, cioè di mercificare e capitalizzare non soltanto i ritrovati dell’ingegno umano ma le esigenze e i sentimenti che ne costituiscono l’essenza, è una «scientificità» di cui il popolo è assolutamente privo - secondo lo stesso giudizio dei ceti «colti». Al contrario, il popolo ha una propria scientificità. Senza teorizzarla, vivendola nella pratica, intende «scienza» come conoscenza di sé e della realtà del mondo in cui vive, e utilizza la tecnica per la sopravvivenza e la realizzazione dell’essere”.110


IS PISCADORIS DE FLUMINI
I PESCATORI DI FIUME O D’ACQUA DOLCE

Is piscadoris de flumini, i pescatori d’acqua dolce, non sono considerati professionisti ma dilettanti o hobbisti, e i loro attrezzi consistono prevalentemente in lenze con ami di diverso tipo a seconda del pesce che si vuole catturare, in fiocine e oggi molto raramente nel succo dell’euforbia, dopo che si è creato un rudimentale sbarramento di pietre e ramaglie nelle anse strette e dove l’acque scorre lenta. Le specie di pesci che più comunemente vivono nei nostri fiumi sono l’anguilla, la tinca, la carpa e di recente introduzione il persico e la trota che viene coltivata in appositi allevamenti.


SU PISCADORI A LENZA
IL PESCATORE CON LA LENZA

Con la lenza ed esche appropriate, non pochi appassionati di questo sport pescano in ogni dove: nei canali che uniscono le acque del mare agli stagni, dove si trovano anche specie pregiate come le orate e le spigole; nei canali di irrigazione ad Arborea, dove vivono per lo più specie di qualità infima quali tinche e carpe; nei fiumi dell’interno; a Cagliari, in particolare dal ponte della Scafa, dove oggi è sorto il porto canale, e ovunque ci sia l’opportunità di catturare un pesce.


S’ALLUADORI
L’EUFORBIATORE

Il termine lua indica una particolare specie della numerosa famiglia delle euforbie, precisamente la varietà, assai diffusa nelle campagne, tradizionalmente usata per la pesca nei fiumi.
Sa lua, l’euforbia da pesca, è una pianticella erbacea con apparato radicale robusto, profondo e legnoso, alta venti-trenta centimetri nelle zone aride pietrose, può raggiungere il metro in ambiente fertile. Contiene un lattice bianco con proprietà soporifere e pare anche allucinogene.
Alluai, letteralmente euforbiare, significa pescare con il succo dell’euforbia. Alluadori, letteralmente euforbiatore, è colui che pesca con tale mezzo. «Parit unu pisci alluau» è un modo di dire assai diffuso per indicare persona sbalordita oltre misura: «Sembra un pesce euforbiato», drogato con euforbia.
S’alluadori, l’euforbiatore, sradica un fascio di piantine, tante in rapporto alla quantità di acqua da alluai, da drogare; e la quantità non deve eccedere per conservare la commestibilità del prodotto ittico. Egli utilizza in particolare le radici, il cui lattice è più concentrato, radici che pesta sfibrandole tra due sassi. Così macerate, le radici vengono gettate nell’acqua, intossicando i pesci che vi si trovano, entro un certo raggio. Su pisci alluau, il pesce drogato, viene a galla, è come istupidito e viene facilmente preso anche con le mani, se non si possiede una rete.
«Pigau a imburradura che pisci alluau», è altro modo di dire per chi viene acchiappato come uno stupido, di solito riferito a chi ruba o commette reato e vien colto con le mani nel sacco dalla polizia o dal padrone: «Preso attingendo con una secchia», facilmente, come pesce euforbiato.
Tale antichissimo metodo di pesca, oggi meno diffuso anche per mancanza d’acqua e di pesci, viene effettuato nei tratti di fiume dove l’acqua ristagna, come nelle anse, o dove manca la pendenza ed è possibile fermare il corso d’acqua con un provvisorio sbarramento di sassi, o anche nei garroppus, brevi e profondi specchi d’acqua lungo torrenti e fiumi in secca.
Su alluai è una attività antichissima, mai disusata nonostante il divieto della legge. E’ praticata dalla povera gente che non sa come sbarcare il lunario e vive a livello preistorico, raccogliendo e cacciando per le campagne, per i monti e in riva al mare, tutto ciò che di commestibile gli offre la natura.
Per ormai millenaria esperienza, è provato che su pisci alluau, pescato con l’euforbia , non è dannoso per chi lo mangia.
L’effetto del succo dell’euforbia sull’organismo umano non è stato studiato scientificamente - a quanto risulta. La gente gli attribuisce proprietà allucinogene. Nella cultura popolare, sa lua ricorre, talvolta, in termini scherzosi, come medicina indicata per chi, sempliciotto, voglia ingrossare il pene. In effetti, il lattice dell’euforbia unto nelle parti delicate del corpo, quali le labbra o il glande, provoca notevole ma fastidioso gonfiore - così come il lattice che stilla dal fico. Insomma, uno stimolante assolutamente sconsigliabile.

Orazione funebre in morte di Giuseppe Catalano, alluadori.

“Giuseppe Catalano è morto. Dicono di malasorte. Miserrimo pescatore di Cabras è affogato nelle acque del Tirso, nel tentativo di sfuggire ai rigori che la giustizia riserva ai pescatori di frodo. Era un alluadori. E’ stato un infortunio - dicono.
Giuseppe Catalano, grande invalido della grande guerra, ricompensato dalla patria con una pensione di poche lire, a malapena tenuto diritto da un artigianale busto ortopedico, è costretto dal bisogno a trascinare il corpo spezzato alla ricerca di cibo.
Cabras è rinomato per i suoi vasti e pescosì stagni. Non c’è festa in Sardegna dove negli spazi aperti non fumino odori di arrosti di pesce del Mare di Pontis, cefali e muggini e anguille. Ma tutto quel mare e tutti quei pesci appartengono a su meri mannu, al feudatario, che ne è padrone assoluto per volontà di un re di Spagna del milleseicento. Alla povera gente è proibito pescarvi, per mangiare: su meri mannu, il padrone dei padroni, ha leggi e uomini armati e galere che custodiscono e difendono il suo feudo. Alla povera gente esclusa da quella fonte di vita, se vuole restare onesta e libera, non rimane altra via che quella di strappare, con primordiali sistemi, qualche briciola del suo patrimonio naturale che pochi privilegiati possiedono e sfruttano per la propria inesauribile ingordigia.
La mattina del 4 novembre, mentre in piazza i notabili celebravano la guerra vittoriosa, Giuseppe Catalano, il grande invalido che di quella vittoria era stato artefice, era uscito dal paese per cercarsi la cena. Non barca, non reti, non fiocina: soltanto le mani e il bisogno egli portava con sé, quel giorno. Il succo dell’euforbia macerata nelle acque del fiume avrebbe intontito i pesci, li avrebbe resi facile preda anche per le mani di un invalido.
Ed ecco solerte, stavolta come non mai, arriva la giustizia. Quella giustizia che il povero cerca sempre senza trovare mai è un’altra giustizia; è quella che gli fa dire implorando: «Mellus chi manchit su pani chi sa justizia...», tanto è desiderata , ché alla sua mancanza è più tollerabile la fame. Arriva questa giustizia, solerte con il povero, implacabile con il debole, violenta con l’inerme.
Per sfuggire ai rigori di questa giustizia, che lo rincorreva armata tra le giuncaie e i falaschi, si è gettato in acqua fidando nella buona sorte. Ma le acque del fiume, traditrici, lo hanno ghermito, travolto, ingoiato. A nulla è valso il disperato coraggio del fratello, che ha rischiato egli stesso di affogare nel tentativo di trarlo in salvo.
Giuseppe Catalano, grande invalido della prima guerra mondiale, è morto cercando di sfamarsi il 4 novembre, giorno della vittoria. Ora, per recuperare il suo corpo senza vita, carabinieri e pompieri e finanzieri e sommozzatori frugano palmo a palmo tra i canneti e nel fondo melmoso del fiume. Tali ricerche costano una somma ingente - dice la gente. Una somma che se fosse stata spesa prima avrebbe assicurato all’infelice la vita cui aveva diritto”.111


ARTIS DE SA TUNNARIA
ATTIVITA’ DELLA TONNARA

Is artis de sa tunnaria, le attività della tonnara, sono numerose e complesse. Sa tunnaria, la tonnara, indica il luogo dove si svolge la pesca del tonno, e più precisamente è localizzata lungo le coste a lato delle quali passano i tonni nei loro spostamenti migratori annuali per la riproduzione della specie. Entrano dall’Atlantico nel Mediterraneo attraverso lo Stretto di Gibilterra, quindi si spostano a lato delle coste probabilmente perché trovano in queste acque una minore densità salina.
Il tonnarotto, l’addetto alla pesca del tonno, è detto in lingua sarda piscadori de tunnu o de tunina.112
Il tonno è detto in lingua sarda tunnu o tuninu o tunninu. E’ un pesce che raggiunge i quattro metri e mezzo di lunghezza e il peso di sei quintali. E’ agilissimo e si sposta raggiungendo la velocità di oltre venti chilometri all’ora. La sua carne è di ottima qualità, assai richiesta, sia fresca che conservata. Dal fegato del tonno si estrae un olio pregiato, con proprietà ricostituenti, simile a quello del merluzzo. Inoltre le uova della femmina vengono essiccate e danno luogo a una bottarga, per altro dal gusto meno delicato della bottarga di muggine (in sardo detta buttariga) e ancor meno di quella del lompo e dello storione, detta caviale.
Attualmente, in Italia, le tonnare sono disposte lungo le coste della Sardegna della Sicilia e della Calabria, dal Mar Tirreno al Mare Jonio. Queste tonnare catturano sia i “tonni di arrivo”, quando in primavera entrano nel Mediterraneo dall’Oceano Atlantico, sia i “tonni di ritorno”, quando a fine estate, dal Mediterraneo si dirigono nell’Atlantico. Ci sono quindi alcune tonnare dove i tonni passano due volte, in arrivo e in ritorno e di conseguenza vi si effettuano due stagioni di pesca.
I tonni vivono in acque marine profonde, distanti dalle coste; ogni anno, in primavera, abbandonano i mari profondi, salgono in superficie in grossi branchi e si dirigono verso le coste dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Giunti nei pressi delle coste e raggiunta la maturità sessuale, durante l’estate le femmine depongono le uova. Compiuta tale missione, ritornano verso i mari profondi. Per inciso, va detto che i tonni prediligono le acque limpide, da qui la chiusura di alcune tonnare sarde per l’inquinamento delle acque causato dalle laverie delle miniere - cui si accennerà più avanti.
Sa tunnaria, la tonnara, non indica - come detto all’inizio - soltanto il luogo dove si pescano i tonni, ma anche il complesso di reti, di barconi e attrezzi necessari a catturarli, creando una sorta di labirinto, i cui corridoi conducono alla camera della morte, dove avviene la cosiddetta “mattanza”.
«Quando i tonnarotti dalle barche in sosta sopra la porta segnalano un sufficiente addensamento di tonni, il rais ordina la mattanza, mollando la grande porta della camera della morte e successivamente facendone sollevare la rete orizzontale di fondo, detta letto o leva. La ciurma che si trova su vascello lungo 20 m. chiamato maona solleva velocemente la rete a sacco e si avvicina alla testa di levante, dove si trova un secondo vascello detto caporais, al quale si dispone parallelo e dove si assicura il secondo lembo del sacco. Infine, sul lato di terra sono disposte altre piccole maone dette rimorchi, in modo che viene a essere stabilito un quadrilatero con un lato aperto. Questo viene chiuso dal caporais in un secondo tempo. Sollevando il letto, al grido leva, i tonni vengono sospinti in superficie nel quadrilatero chiuso dalle maone i cui equipaggi li arpionano e li traggono, uno a uno, a bordo».113

Fin dall’inizio del secolo, la tonnara di Flumentorgiu, a mattanza compiuta, diventava una località balneare ad uso degli abitanti dei paesi sopra citati, i quali prendevano alloggio nei vasti cameroni che in precedenza avevano ospitato i tonnarotti. Già dagli Anni ‘40 la tonnara di Porto Palma,114 dove già esisteva e funzionava anche uno stabilimento per la lavorazione e conservazione del prodotto ittico, ha cessato la sua attività perché i tonni non passano più per l’inquinamento provocato in quelle acque dalle vicine miniere di Ingurtosu e Montevecchio. Oggi è rimasto soltanto un villaggio balneare, i cameroni sono stati ristrutturati, e a nord, lungo le coste, avanza la speculazione edilizia deturpando il paesaggio.

Le tonnare in Sardegna

Per tutto il secolo XIX le tonnare costituiscono una delle più importanti e redditizie attività economiche del capitalismo in Sardegna, che, insieme alla Sicilia, è fra le maggiori produttrici in Europa. Così come le industrie estrattive, le tonnare sono in mano a capitalisti del Continente, i quali, ottenute dallo stato le concessioni, esercitano la pesca e il commercio esclusivamente in funzione del profitto.
La storia delle tonnare sarde - che oggi non esistono più, o quasi - è un altro capitolo del disegno di sfruttamento portato avanti senza interruzioni dal colonialismo. Si distingue in due periodi. Il primo, precedente, grosso modo, al 1860, è quello dello sfruttamento artigianale del prodotto. I tonni nel loro naturale esodo, attraversano il Mediterraneo secondo una linea che costeggia la Sardegna dal Nord verso Sud. Partendo dalle coste, nei punti più idonei, venivano tese delle robuste reti lunghe fino a 800 e 1.000 metri verso il mare aperto. Su queste reti si imbattevano i tonni, che venivano quindi dirottati verso altri sbarramenti mobili, fino alla «camera della morte», una chiusa di barconi, dove avveniva la «mattanza». In questo primo periodo, le tonnare non potevano utilizzare tutto il prodotto, che doveva necessariamente vendersi fresco o malamente conservato in barili per breve tempo. Non si avevano mezzi abbastanza veloci per trasportare il prodotto nei vari mercati del Continente ed esteri.
Il secondo periodo è quello in cui le tonnare diventavano più propriamente una industria. La tecnica ha inventato mezzi di trasporto più veloci, una rete ferroviaria che consente anche ai prodotti più deteriorabili di raggiungere i mercati delle grandi città in buono stato di conservazione del prodotto elaborato in scatole sottovuoto. Ciò, ovviamente, consentiva ai produttori di piazzare il surplus in qualunque periodo dell’anno.
Da allora, le tonnare diventano un lucroso affare e vengono potenziate. Dal 1875 al 1885 sono in prodigioso sviluppo.
«Dal 1885 - annota il Pais - la pesca andò sempre declinando in modo spaventevole, tanto che nel decennio anteriore, per esempio a Portopaglia, il complesso della pesca fu di 40.461 (tonni), nel decennio susseguente si ebbe un risultato di 17.475 tonni, mentre per il passato non fu mai inferiore a 35.000 (annui)».115
Lo stesso Pais, nella sua inchiesta, cerca di spiegare la causa del declino delle tonnare.
«Non fu solo la diminuzione della pesca che turbò il progressivo sviluppo di questa importante industria, ma anche la concorrenza iberica e lusitana, senza tener conto della Tunisia. Varie sono le ragioni per cui nella lotta (la Sardegna) non si trovò in posizione favorevole. Basti accennare che l’industria della confezione dei tonni in Spagna è al coperto dalla dispendiosa, pericolosa e incerta industria della pesca; per cui acquistandosi colà il pesce fresco, non vi sono i rischi che i tonnaroli italiani debbono correre; mentre poi a rendere anche più favorevole la condizione della industria iberica, concorre la maggiore produttività di quelle tonnare le quali, oltre la pesca di andata hanno anche il beneficio di quella di ritorno. E’ noto come a preservare l’industria nazionale della iattura che le arrecava l’industria estera, fosse proposto ed oppugnato un aumento del dazio di introduzione del tono confezionato da 10 a 30 lire, che solo nel 1892 potè essere applicato» .116
Più precisamente, il declino e infine lo smantellamento delle tonnare sarde sono dovuti a una precisa scelta del capitalismo e del governo italiano. Con il ritrovato della conservazione del prodotto, ai fini del profitto ciò che conta è acquistare lo stesso prodotto dove costa meno. Mentre nelle coste sarde i tonni passano una sola volta, al ritorno, in quelle iberiche passano due volte, nello stesso anno. A parità di impianti, quindi, e con un piccolo ulteriore dispendio di manodopera, il prodotto iberico veniva a costare poco più della metà del prodotto sardo, e quello, a differenza di questo, era incentivato dallo stato. Gli stessi capitalisti italiani ed europei che detengono le concessioni delle tonnare sarde, investono i loro capitali nelle tonnare spagnole. Si fanno cioè la concorrenza da se stessi; ed è perfettamente inutile l’introduzione di un dazio di entrata del prodotto estero confezionato, in quanto i concessionari delle tonnare estere trasportano il prodotto appena pescato e lo confezionano in Italia.
Ma c’è di più. La diminuzione fino alla scomparsa del prodotto della pesca del tonno è dovuta agli inquinamenti prodotti dagli scarichi delle miniere in tutto il versante sud-occidentale delle coste - precisamente le coste sfiorate dai tonni nel loro esodo. I capitalisti, che in combutta rapinano l’Isola, devono operare delle scelte, quando due tipi di rapina non possono coesistere. Alla sopravvivenza delle tonnare, in base alla legge del maggiore profitto, si preferisce la sopravvivenza delle miniere.
Forse si sarebbe potuto salvare capra e cavoli, evitando che le miniere inquinassero il mare; ma ciò avrebbe significato un dispendio di capitale e una contrazione del profitto, per convogliare le scorie minerali e le acque inquinate delle laverie al di fuori degli alvei naturali sfocianti a mare, con appositi impianti di depurazione. Da qui la scelta e la decisione del capitale di mandare al diavolo la pesca del tonno e di ogni altra specie ittica lungo quelle coste, distruggendo un immenso patrimonio naturale, dando un colpo mortale al settore della pesca e quindi alla economia isolana.
Oggi che è venuta di moda la questione ecologica, si lamenta che lungo le coste della Sardegna il mare è inquinato e non ci sono più pesci. Parlerò più avanti degli insediamenti petrolchimici, degli effetti degradanti che hanno provocato e provocano in ciò che è rimasto del patrimonio naturale, dei pericoli che incombono oggi sulle popolazioni. Sulle criminose responsabilità del capitalismo nella distruzione del patrimonio naturale, riporto lo stesso Pais, deputato della borghesia compradora del secolo scorso.
«…la minor pesca che si è andata verificando in Sardegna dal 1885 in poi, non è dovuta a cause naturali soltanto, ma probabilmente al fatto che si è permesso alle laverie dei minerali presso le spiagge di immettere nel mare le acque scolatizie inquinate che hanno servito per il trattamento del minerale medesimo».117
E’ comprensibile la cautela del Pais nell’accusare gli imprenditori delle miniere: si accenna a “cause naturali” senza che si specifichi di che si tratta (i tonni continuano a passare, ma a distanza dalle coste), e si pone con quel “probabilmente” il dubbio che la causa sia l’inquinamento delle laverie. L’unica vera causa accertata della fuga dei tonni è proprio l’inquinamento prodotto dalle miniere. Pur con ovvie reticenze ci arriva anche il Pais.
«Dopo che in modo inspiegabile la pesca diminuì, furono fatti seri studi per indagare la ragione di tanto male. Con grave dispendio annuale si impegnò un palombaro per verificare se le cause potessero provenire dalla rottura della rete, dalle correnti avverse, ecc.; ma di nulla si venne a capo; eppure più di una volta si ebbero a constatare numerosi sciami di tonni raccolti al di là delle reti.
Con la diminuzione o quasi cessazione della pesca del tono, scomparve anche, nel golfo di Portopaglia la pesca del pesce minuto, in guisa che i pescatori abbandonavano quelle acque; e furono proprio questi pescatori118 i primi che dettero l’indizio donde proveniva il danno. Essi ebbero a verificare che gli attrezzi pescherecci erano estratti dal mare anneriti per una quantità di materie non mai viste nel passato, e con questa scorta si proseguì in indagini più serie e precise, si percorse la costa a Nord donde provengono (specialmente a Portopaglia) i tonni, e arrivati nelle vicinanze di Buggerru si constatò che una estesissima zona di mare appariva di un colore scuro, e l’acqua era torbida per effetto di forti colonne d’acqua fangosa che derivavano da terra. Si riscontrò che si buttavano a mare tonnellate di terriccio, ed in misura che la spiaggia porgeva evidenti segni che essa era già ampliata di ben 70 metri verso il mare, e che il flusso e il riflusso delle ondate burrascose traeva nei fondi del mare enormi quantità di fango, che viepiù concorrevano ad accrescere l’inquinamento. Questa zona di acqua torbida si vedeva giungere a diverse miglia da terra.
Ora, se si tiene conto che, come pur l’ammette la stessa Relazione della Commissione Reale sulla pesca del tonno (1889), il tonno costeggia terra terra da Nord a Sud, che è pauroso ed evita le acque torbide; se si tiene conto che le tonnare, attaccate a terra con una rete che si prolunga in mare a soli 800 e 1.000 metri, e che è necessario che il pesce passi dentro un tale limite per essere preso nelle reti, si deduce l’inevitabile conseguenza, che quando il tonno arriva (prima di giungere alla tonnara) al punto delle colonne di acque fangose, in modo da non scorgervi un oggetto bianco appena immerso in esse, devia per recarsi in acque pure, come l’istinto lo guida».119


SU PISCADORI DE CORADDU
IL PESCATORE DI CORALLO

Notizie scientifiche. Dal greco “korállion”. In latino “corallium rubrum”, comunemente detto corallo rosso o nobile. Pur sembrando un minerale che si presenta in una forma arborea, il corallo è, in realtà, un animale, per la precisione un “celenterato antozoo” provvisto di scheletro calcareo, come molti altri animali. I coralli vivono in colonie soprattutto entro una vasta fascia marina che si estende a nord e a sud dell’Equatore fino al 30° parallelo, in particolare negli Oceani Pacifico e Indiano, dove costruiscono con i loro scheletri calcarei potenti e pericolose scogliere coralline. Sono però presenti anche nel Mediterraneo, specie nelle coste del Nord Africa. Vivono al di sopra dei 40 metri di profondità in acque pure e limpide, non stagnanti, sufficientemente salate, bene ossigenate e calde; difficilmente al di sotto dei 18°C. I coralli assumono diverse colorazioni, dal rosso intenso, al rossastro, dal rosa pallido al bianco, dallo screziato al nero.

Notizie storiche. Il corallo era conosciuto e adoperato fin dalla preistoria. Veniva lavorato e usato, sia come ornamento, sia come amuleto o talismano, come protezione contro i demoni del male o come porta fortuna. Con la stessa funzione magica, il corallo è stato usato fino a tempi attuali. E’ a noi noto che già i Fenici e i Greci, gli Etruschi e i Romani si dedicarono alla pesca e alla lavorazione del corallo, per ottenerne gioielli e amuleti, specie con la varietà rossa. Il corallo sardo è di un rosso intenso, ed è assai pregiato anche per la grossezza dei suoi rami che consentono, nella sua lavorazione, di ottenere oltre alle classiche collane, dei manufatti più grandi ed elaborati, quali statuine ornamentali o votive, soprammobili o quant’altro.
«La sua pesca è d’origine araba da quando tutta la costa nordafricana cadde sotto dominazione musulmana nel 698.
I primi in Italia furono i Genovesi che nel 1153 avevano stipulato accordi con i Tunisini per la pesca, seguiti quattro anni dopo dai Pisani. In Africa per la pesca i Genovesi fondarono colonie a Nona, Ceuta, Marsa, Carez e Tabarca. Si distinse anche Livorno sia per la pesca che per la lavorazione tanto da superare Genova, Marsiglia e Trapani.
I Livornesi sulle loro piccole coralline120 si spingevano fino alle coste africane; a Livorno la lavorazione fu importata da Ebrei provenienti dalla Spagna.
Dagli antichi fu sempre ritenuto una pianta marina dotata della singolare proprietà di pietrificarsi appena tolta dall’acqua; questo effetto veniva attribuito all’aria. Nel 17OO si ritenne perfino di aver scoperto i fiori di questa pianta, di colore bianco.
Quando si cominciò a parlare di animaletti coralligeni molti non osarono pronunciarsi, altri rimasero scettici, altri accolsero la notizia come facezia. Soltanto nella seconda metà dell’8OO si assodò l’origine animale e non vegetale del corallo».121
Ancora oggi la lavorazione del corallo è assai diffusa. Le formazioni più importanti e maggiormente sfruttate si trovano lungo le coste dell’Algeria, della Tunisia e dei Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo: Italia, Francia e Spagna. Importanti anche i banchi corallini del Giappone, soprattutto di Osaka. In Italia, il maggior centro di lavorazione è Torre del Greco.
Il pregio del corallo è dato dalle dimensioni (più è minuto, più è vile), e dal colore che varia dal bianco al rosa (tra i rosa, la pelle d’angelo, è la più pregiata), dal rosso al rosso scuro, o moro, fino al nero, l’antipate.

Pesca del corallo.

Il corallo viene pescato con speciali attrezzi come l’ingegno e la cucchiaia, manovrati a bordo di apposite barche dette coralline oppure utilizzati da sommozzatori specializzati in tale attività.
La cucchiaia da corallo consiste in una sorta di boa che si manovra sott’acqua per mezzo di corde, è armata di un cerchio di ferro per rompere il corallo ed è fornita di una rete a sacco per raccogliere i rami.
L’ingegno consiste in una croce di legno o di ferro che, trainata da una corallina, si impiglia e spezza le ramificazioni coralline che vengono raccolte dalle reti che seguono l’attrezzo. Il capo-barca si rende conto di avere incontrato un banco corallino quando la fune che regge l’attrezzo riceve degli strattoni, corda che egli tiene appoggiata a una coscia protetta da una gambiera di cuoio; a quel punto si mette in moto l’argano ed il congegno viene tirato sulla barca con il pescato. Ogni barca “corallina” ha un equipaggio di dieci, dodici uomini più il capitano.
Attualmente il corallo viene anche estratto direttamente da sommozzatori, provvisti di bombole d’ossigeno, che scendono in profondità. Si tratta di una attività assai pericolosa.
Il progresso tecnologico ha modificato la pesca del corallo, non si usa più la cucchiaia ed è rimasto solo l’ingegno. Tuttavia, non esiste più la corallina a remi, sostituita da un bastimento a motore, la corda è d’acciaio e nylon e l’argano non è più a mano, ma mosso da un motore, così come il gambale di cuoio è stato sostituito dalla mano poggiata sulla corda per percepirne la tensione e mettere in moto l’argano.
Le coste dell’Africa settentrionale, Marocco, Algeria, Tunisia, a sud della Sardegna e della Sicilia, sono ricchissime di coralli, ma in questi mari, per motivi ecologici, ne è vietata la pesca.


IS SALINERIS, IS CHI TIRANT SALI
I SALINERI, COLORO CHE ESTRAEVANO IL SALE

Si chiamano salinieri, o salinai, gli addetti alle saline, sia alla immissione delle acque marine, sia al controllo dei bacini o delle vasche che alla raccolta del sale. In sardo, i salinieri, vengono comunemente indicato come “is chi tirant sali”, coloro che raccolgono il sale.
C’è da dire che le saline della Sardegna erano note e in uso già nell’antichità, a opera dei dominatori cartaginesi e romani - ai quali, per quel che riguarda lo specifico interesse per le nostre saline, seguirono gli aragonesi e i genovesi e pisani. Tali dominatori facevano obbligo agli abitanti dei paesi del circondario di servire nelle saline. Una noterella meritano gli aragonesi, che concessero - bontà loro! - ai cagliaritani di usufruire gratuitamente del “loro” sale, purché non ne facessero commercio. Inoltre, gli stessi aragonesi, con Alfonso IV, concessero l’impunità ai delinquenti che avessero accettato di lavorare nelle saline.
Su traballu de tirai sali, il lavoro di estrarre il sale era considerata una attività assai gravosa e insalubre, e augurare a qualcuno di far quel lavoro costituiva una pesante invettiva. Come risulta dall’uso popolare che se ne fa, e celebrata da un poeta cieco che, subìto un ingiusto pignoramento, si rivolge a su pignoradori, all’ufficiale giudiziario, con questi (e altri) versi maleauguranti: “Su dinai miu ti serbat po unghentu: gravis maladias e foras a ‘n di curai! E ti fazzu meri de unu stabilimentu: a Santu Bartumeu, sali po tirai!” (I miei soldi ti servano per medicamento: per gravi malattie e che siano incurabili! Ti faccio dono di uno stabilimento: a San Bartolomeo condannato a estrarre sale!)
Lo stabilimento di San Bartolomeo è una delle saline impiantate nella marina di Cagliari, che si trova(va)no dalla località La Palma, verso il Poetto, fino a Quartu Sant’Elena, al Margine Rosso.


CAPITOLO SETTIMO

IS ARTIS DE SA MENA
I MESTIERI DELLA MINIERA

Presentazione

Quando entriamo nel mondo della miniera sentiamo di trovarci in una dimensione diversa, ci stiamo affacciando nell’illuminato inferno - come il grande D. H. Lawrence ha definito il mondo “nuovo” delle macchine che segna il passaggio dell’umanità dall’era del naturale, del genuino, all’era dell’artificiale, del disumano, dell’inquinato.
Nella miniera, come nella fabbrica, non troviamo più un ambiente fatto a misura d’uomo, dove l’uomo è protagonista in ogni momento. Troviamo invece un mondo allucinante e alienante, ostile e oppressivo - che comprime e annulla sentimenti, che ottunde ogni volontà fino a togliere il gusto e la voglia di vivere.
Ciò si evince dalle testimonianze che riporto in questa raccolta, sia in quelle relative alla fine del secolo scorso che in quelle della prima metà di questo secolo.

«Erano monti recenti su monti antichi - i più nudi, i più desolati. Cumuli di ghiaie squamose ostruivano le vallate. Radi lentischi sopravvivevano su brevi terrapieni, al riparo di casupole di schisto, isolate senza sentieri.
La corriera aveva attraversato cantieri, baraccamenti, laverie, sottopassaggi - agglomerati deserti, senza campagne e senza frutti. Un mondo dove la gente vive sottoterra.
Un uomo sul ciglio della strada aveva fatto un cenno con la mano. Il mezzo si era fermato ed egli era salito, sedendosi senza badare dove. Un uomo amaro e schivo - come tutti gli uomini che scavano pietre nere, come chi deve guardare dentro di sé per trovare sole e prati, stelle e boschi.
La corriera aveva costeggiato una laveria abbandonata. I carrelli pendevano immobili imprigionati dalla ruggine nel cavo della teleferica. Travi rotte scheggiate infisse nei detriti squamosi; enormi braccia di macchine semisepolte sul costone della discarica; frantoi e vasche di cemento senza pietre da frantumare, senza turbini d’acqua da sceverare: un corpo di gigante smembrato, sparso in un deserto senza sole e senza vermi.
Partiva un viottolo dalla laveria abbandonata fino al mare. Serpeggiava in fondo a una gola, fra montagne di pietrisco - le interiora velenose che appestavano e corrompevano ogni forma di vita. Parallelo al viottolo, di poco più basso, come un serpente grigio dalle reni spezzate, giaceva un fiume di limo denso immoto. Una polvere assurda che nessuna corrente d’acqua riusciva a trascinare, che usciva dall’alveo come nebbia - col vento - ricoprendo di una morte lenta inesorabile alberi e cervelli ed erbe. Alla fine del loro corso le acque grevi stagnavano formando una macchia larga cupa - una ferita mostruosa - nel verde limpido del mare.
Non volavano uccelli su quel mondo. Non stormivano fronde, né belavano pecore, né voci sussurravano… Il minatore aveva rivisto i sedici anni biondi, perduti lungo il viottolo dalla laveria al mare… Portava la giacca della domenica e un fagotto sulla spalla - portava fame e speranza, nostalgia di mandorli in fiore e di verdi siepi. Era il più giovane della squadra. I compagni lo tenevano indietro, nei cunicoli senza armatura - così nessuno aveva mai veduto le sue lacrime».122

La miniera era da considerarsi, in un passato non lontano, nel nostro mondo contadino, un esempio di miraggio di facile ricchezza. Non sono pochi i contadini senza terra che, allettati dalle offerte ingannevoli dei ruffiani dei padroni delle miniere, partono con la speranza di far soldi in poco tempo, qualcuno pensando di affrancarsi dal lavoro della terra, non importa se assoggettandosi a un lavoro da schiavi, quello dei “damnati ad effodienda metalla”.
La miniera non manterrà nulla di quanto promette. I minatori rientreranno al loro villaggio poveri come quando sono partiti, e riprenderanno precocemente invecchiati e profondamente delusi e frustrati a zappare la terra. E molti di loro non ritorneranno, morti negli scoppi del grisou o nelle frane o negli ospedali, consunti dalla tisi che segue la silicosi.
«Nella manifattura e nell’artigianato, - scrive Marx - l’operaio si serve del suo strumento, mentre nella fabbrica è lui che serve alla macchina. In un caso il movimento dei mezzi di lavoro dipende da lui, nell’altro egli non può che seguirlo. Nel lavoro manuale gli operai costituiscono le membra di un meccanismo vivente; nella fabbrica esiste, indipendentemente da essi, un organismo morto nel quale essi sono incorporati come accessori viventi. Il lavoro meccanico, mentre sovreccita all’esterno il sistema nervoso, impedisce la molteplice attività dei muscoli, ostacola qualsiasi libera attività del corpo e dello spirito».123

Scrive G. F. Ferrari, con intensa partecipazione:
«Già al buio, nella cabina di un ascensore che scende troppo in fretta. La gabbia si arresta con un rumore secco.
Le leve dei comandi ad aria compressa mandano degli schiocchi di frusta. Uscito dalla gabbia muovi i primi passi incerto, non riesci ad orientarti, non sai dove dirigerti.
Ti incammini guidato dalla voce di un accompagnatore invisibile. La galleria, chilometri di gallerie che si diramano in ogni direzione. Avanzi cauto, preceduto dal raggio della lampada Edison fissata sul casco.
Un rullio lontano, come l’eco di un temporale.
Un tuono si avvicina.
E’ un rumore ben distinto, assordante, lo sferragliare dei vagoncini carichi di minerale, trainati da un piccolo locomotore che passa nella notte della miniera.
Tutti i rumori ti arrivano così, amplificati, fragorosi, taglienti nelle orecchie.
Il sibilo degli aspiratori, il pulsare dei perforatori, il ruggito delle autopale e degli autovagoni.
E’ la macchina che prevale; ti senti aggredire, nell’angustia dello spazio, dalle sue forme e dalla sua voce metallica.
Dietro la macchina l’uomo che la manovra.
Si presenta così la miniera oggi.
Mentre cammini provi un improvviso malessere.
Sei afferrato da una sensazione che deprime, che sgomenta.
E’ il momento in cui ti senti sopra di te tutto lo spessore che ti separa dal mondo esterno.
Ti appare immenso, insopportabile. Centinaia di metri di terra e di roccia. Solo tenebre, isolamento. Tutto è così lontano, perduto.
Sembra impossibile che esista ancora.
In fondo alla miniera muoiono i pensieri, le abitudini, i ricordi. Si è immersi nell’eclisse.
E’ cominciata la reazione fisiologica all’ambiente estraneo.
Rientri momentaneamente nella fase infantile delle sensazioni incomplete, ti manca la percezione del mondo.
I sensi devono abituarsi a vivere in questa nuova dimensione.
Solo se superi quegli istanti di smarrimento, se vinci il desiderio di tornare alla gabbia, di risalire, hai vinto il sottosuolo.
La seconda fase emozionale si prova quando, percorse le gallerie, si arriva al punto vivo del cantiere, dove si abbatte il minerale.
Comincia qui, in questo buio, in questa aria umida soffocante e calda, qui dove è difficile muoversi e respirare, il progresso dell’uomo.
Hanno inizio qui tutte quelle cose che noi vediamo complete, perfette, lucide e colorate muoversi alla luce del sole.
Quelle cose che usiamo con disinvoltura, indifferenza o gioia.
Qui l’origine remota di ciò che serve per la pace e per la guerra, in questi frammenti pesanti e opachi, in questo minerale frammisto a roccia.
Blenda, galena, pirite... questa è la materia prima. Da qui parte tutto».124


SU MINADORI
IL MINATORE

«Sono Floris Efisio, di 36 anni, minatore da venti anni… Io ero il settimo di dieci figli. A cinque anni andavo a portare la minestra a mio padre, quando non c’era orbace tessuto di fresco e il grano della campagna aveva bisogno di zappa. Egli mi dava mazzi di asparagi e cappellate di lumache da portare a casa… La campagna del mio paese è meravigliosa. I mandorli e il biancospino e il pruno fioriscono a febbraio, appena il cielo si fa azzurro tiepido. E a scuola non ci andavo volentieri, pensando ai nidi sugli alberi, alle lucertole tra i sassi, alle more delle siepi. Non mi piaceva e il maestro, con una scusa o con un’altra, mi dava ogni giorno una lezione di bacchetta. Forse aveva ragione lui, allora. Io non stavo mai attento. Così non ho mai imparato a leggere e a scrivere. Mi facevo picchiare subito appena arrivato, per essere lasciato tranquillo dopo. Appena entrato andavo difilato in cattedra. “Mi picchi - dicevo - anche oggi non ho fatto i compiti”. E niente compiti facevo in classe. Solo pensare che le uova nel nido della tortora forse si erano schiuse. Mi piaceva, qualche volta, ascoltare la storia, perché parlava di guerra. La guerra mi piaceva. Pensavo: “Da grande faccio la guerra”. E non sapevo che già la stavo facendo tutti i giorni, la guerra contro la fame… Ma questo l’ho capito anni dopo, una sera che mia madre piangeva e mio padre mi chiamò e mi disse: “Efisio, tu lo vedi, ché sei già cresciuto. I figli sono molti e il pane è poco. Ti sei fatto grande, figlio mio, e devi badare a te stesso, ché io sangue da darti non ce n’ho più. Se resti qui, la croce già la conosci: zappare grano o pascolare pecore per tutta la vita. Se parti c’è la miniera. In dieci anni di sacrificio puoi mettere soldi da parte, come altri hanno fatto, e aprire una bottega o comprarti un mezzo…” A sedici anni sono entrato in miniera… un mondo dove l’uomo non ha occhi per vedere, né orecchie per sentire, né bocca per parlare. Non c’è sole, né stelle, né vento, né pioggia in quel mondo. Non c’è verde di prati, né olezzo di fiori, né siepi di biancospino… L’uomo non è più uomo se non è nel suo mondo. Il minatore è un verme che scava buchi sottoterra… Quando suona la campana sulla torre del pozzo, la gabbia scende e la terra si richiude sulla tua testa come una tomba. Hai paura di aprire la bocca perché non si riempia di terra. Tu sai che sei vivo. La senti che pulsa, la vita. Ma sai anche che non sei più un uomo. Sono otto ore giuste, sotto terra, ogni giorno. Quando la gabbia ti riporta su, le prime volte provi il gusto della vita che ritrovi, che riprende… il gusto di rivedere, di risentire, di riparlare. Poi, ogni giorno che passa, è sempre più difficile riprovare quel gusto. Quando non senti più il gusto della vita, né il desiderio di provare quel gusto, allora sei diventato minatore… Dopo venti anni c’è stata un’inchiesta sanitaria, nella mia miniera. Avevo i polmoni bruciati, e non lo sapevo. Ricovero d’urgenza. Tutto finito. Ogni sei mesi, una settimana di visita in famiglia. Stavo rientrando in sanatorio. Così ci siamo incontrati, voi ed io…».125


Artis e fainas de sa mena
Attività della miniera

Addetti a portare i ferri dall’esterno (foresteria) fino al posto di lavoro nella galleria - mansione affidata prevalentemente alle donne e ai fanciulli; una legge prevedeva che il minatore fosse esonerato da tale incombenza e che i suoi ferri da lavoro dovessero essere trasportati da altri.
Addetti ai frantoi - Manovravano i frantoi, ne controllavano il buon funzionamento e convogliavano il materiale alla cernita.
Addetti ai magazzini - Si occupavano della collocazione, custodia e distribuzione del materiale e degli attrezzi d'uso.
Addetti al mantice - Il compito di azionare i mantici nelle officine dei fabbri era affidato esclusivamente a fanciulli.
Addetti al trasporto del ferro a giornata - Si occupavano del trasporto di ferro dai posti di stoccaggio alle officine o altrove tale materiale necessitasse.
Addetti alla cernita e raccolta del minerale - Normalmente svolto da ragazzi, nonché da donne e fanciulle.
Aiuto arganista - Aiuta l'arganista nelle sue mansioni.
Aiuto armatore - Aiuta nelle sue mansioni l’armatore
Arganista - Comanda l’argano per la discesa e la salita lungo il pozzo della gabbia o ascensore che porta i minatori nel sottosuolo.
Armatore - carpentiere specializzato nel fare le armature nelle gallerie e nei gradini degli avanzamenti. Le armature sono dei sostegni di legno o ferro che impediscono il crollo del materiale dalle pareti o dalla volta (corona) delle gallerie.
Autopalista - conduce l’autopala; sgombra il materiale abbattuto e lo scarica nei fornelli di getto.
Bottaio - Addetto a fabbricare e riparare bottame relativo alla miniera.
Cantiniere o gestore di cantina - Le cantine sono gestite da soli continentali ruffiani dei padroni e di solito ex caporali o loro parenti - Le cantine non sono libere perché l’amministrazione non permette che se ne aprano altre, ce n’è una sola, quella dell’amministrazione
Capo compagnia o caporale maggiore - I caporali venivano scelti tra i Continentali; da questa mansione erano esclusi i Sardi. - I caporali erano in pratica gli scagnozzi del padrone, e per la loro durezza e severità, venivano definiti dai minatori “peggiori degli ingegneri”.
Capo minatore - Dirigeva una squadra di minatori comprendente anche manovali di miniera.
Capo-sciolta - Capo degli operai che formano un turno di lavoro.
Caporale di laveria. - Sorvegliante nella laveria
Caporale, detto anche Capo-posto - Ogni squadra deve avere il proprio caporale. Così un minatore denuncia le angherie dei caporali: “Il caporale, se uno non è andato a lavorare un giorno, dice: «Avete fatto ieri festa per conto vostro, fate bene una festa oggi per conto mio!» In sostanza se un operaio si assentava perché malato gli venivano tolte due giornate di lavoro, una perché assente per malattia e una per rappresaglia.
Caposervizio - Tecnico specializzato in lavori minerari; programma i lavori del cantiere, li fa eseguire e ne controlla l’andamento.
Caposquadra - Dirige una squadra di operai che segue nei lavori della miniera e controlla che il lavoro proceda sicuro.
Carichino - Con il compito di prendere in consegna l’esplosivo ed i detonatori elettrici dalla polveriera. Prepara l’esplosivo per ciascuna mina e consegna i candelotti al minatore.
Carrettiere - Guida un carro a buoi o carretta trainata da un cavallo, utilizzati per il trasporto del minerale, lavorando 12 ore dalle 6 del mattino alle 6 di sera.
Carrettiere di miniera (Carradori de mena) - Trasportatore del minerale dalla miniera alla fonderia o al punto di imbarco dei traghetti per il Continente, usavano esclusivamente il carro a buoi e il viaggio di andata e ritorno per Cagliari durava giorni.
Cavallante di miniera (Cavallanti de mena) - Venditori ambulanti di miniera, che usavano il cavallo, appositamente bardato, come mezzo di trasporto. Questi non sempre erano bene accetti dai dirigenti perché facevano concorrenza alle cantini, spacci gestiti e controllati della stessa società mineraria.
Cernitrice - Addetta ai setacci - Addetta alla cernita e raccolta del minerale, mansione affidata a donne, ragazze e fanciulli.
Dipendente d’azienda - Impiegato negli uffici
Fabbro aggiustatore -
Fabbro di miniera -
Fabbro ferraio -
Facchine di laveria - Le mansioni servili, di facchinaggio, erano affidate specialmente a donne e ragazze
Falegname -
Fornaciaio - Addetto alle fornaci: provvede all'accensione e regolazione dei fuochi per la cottura del materiale caricato.
Fuochista - Addetto al funzionamento di caldaie o forni, sia di mezzi di locomozione a vapore che di altre apparecchiature termiche in uso nelle miniere
Guardia giurata. Un testimone dichiara di svolgere due attività: dalle 8 del mattino alle 16 del pomeriggio lavora 8 ore in galleria; poi, dalle 16 alla mezzanotte, per altre 8 ore, lavoro all’esterno come guardia giurata, e riceve una paga maggiorata di un quarto, per un totale di L. 2,35 al giorno.
Imprese minerarie - Sono imprese che lavorano per conto della miniera. Ogni impresario aveva normalmente 10 o più operai che lavorano come giornalieri cottimisti
Ingabbiatore - Dirige i movimenti della gabbia per mezzo di una campana elettrica; fa entrare gli operai nella gabbia e dà il segnale all’arganista per farla muovere, dopo essersi assicurato che il cancello sia chiuso. Ingabbia e sgabbia materiali vari.
Lattonieri - Artigiano che lavorava la lamiera per fabbricare o riparare utensili per vari usi.
Levadora de mena - Levatrice della miniera, stipendiata dalla direzione della miniera o dal Comune nel sui territorio si trova la miniera
Locomotorista: Guida il locomotore che traina i carrelli per il trasporto del minerale lungo le gallerie.
Maista de mena - L'insegnante che faceva scuola ai bambini dei minatori o scuola serale agli adulti.
Manovale - Operaio generico, addetto ad attività di manovalanza all'esterno o all'interno della miniera. Poteva essere manovale dipendente o manovale a giornata, secondo che fosse salariato o pagato a giornata. Prestava la sua opera ovunque ce ne fosse bisogno, per cui vi erano manovali per alimentare i frantoi, per i trasporti… e altro.
Minatore - Addetto allo scavo, veniva pagato in rapporto all'avanzamento, che ogni quindici giorni veniva misurato, cioè in rapporto al lavoro fatto in galleria seguendo il filone di minerale; da 5 a 6 metri di avanzamento era la produzione minima del lavoratore; in quindici giorni si potevano fare anche da 9 a 10 metri di media giornaliera, e il compenso in questo caso saliva a 2,40 al giorno. Questo lavoro era una sorta di cottimo giornaliero pagato ogni quindici giorni - salario variante da 2 a 2,60 lire.126
Minatore - L'operaio che mette le mine, ossia la dinamite nel foro ottenuto nel punto giusto della roccia, seguendo il filone di minerale.
Minatore addetto alla perforatrice - Lavora con l’utensile, a motore elettrico o pneumatico, assai pesante e faticoso, utile a perforare la roccia per ricavarne il minerale. Contemporaneamente si usavano pure i picconi e i palanchini. Ha anche il compito di far brillare le mine.
Minatore capo-sciolta - Incaricato di distribuire le polveri.
Minatore manovale di galleria - E' in una posizione intermedia, tra il minatore e il manovale: presta aiuto al minatore e svolge mansioni da manovale.
Muratore - Arma i fornelli con blocchi di granito. I fornelli sono i fori attraverso i quali viene scaricato il minerale dal gradino ai carrelli, ai vagoncini.
Operaio generico - E' in pratica un manovale che lavora a giornata per 8 ore.
Pompista - E' l’addetto alle pompe: controlla che le stesse siano in perfetto stato per l’eduzione delle acque sotterranee.
Ragazzo di scuderia - Gli animali da traino utilizzati per il trasporto del minerale all'interno e all'esterno della miniera erano per lo più cavalli, asini e buoi. Una parte di tali animali, specie cavalli, appartenevano alla stessa miniera ed erano curati e accuditi per lo più da ragazzi.
Sorvegliante - Figura di collegamento tra il caposervizio e i capisquadra;
Sterratore - Addetto allo sterramento e manutenzione di strade e camminiere.
Stradino - Addetto a piazzare i binari lungo le gallerie e a curarne la manutenzione.
Trasporto minerale all’esterno - mansioni prevalentemente affidate a donne, fanciulle e fanciulli.
Trasporto minerale all’interno - mansioni affidate specialmente a donne, fanciulle e fanciulli.
Vagonista - Colui che curava il cavallo che trainava i vagoni - di solito pagato da un impresario che prendeva tale lavoro a cottimo.
Vagonista caricatore - Addetto a caricare il minerale nei vagoni.
Vagonista esterno - Manovale esterno, addetto a spingere i vagoni con il minerale. Tale trasporto viene effettuato o con teleferica o con le corbule sulla testa, anche da donne e fanciulli.
Vagonista interno - Addetto a spostare i vagoncini per trasportare il minerale all’esterno della miniera. Minimo dovevano essere 10 i vagoni da controllare, se trainati da cavallo o da buoi.127


CAPITOLO OTTAVO

ARTIS E FAINAS DIVERSAS
MESTIERI E ATTIVITA’ DIVERSE

Presentazione

Sono stati raccolti in questo capitolo mestieri diversi. Alcune attività sono strettamente correlate all’economia contadina, al lavoro della terra; altre sono di carattere burocratico o amministrativo; altre appartengono alla Chiesa e al culto; altre ancora possono dirsi attività ludiche o comunque legate a festività e a momenti ricreativi.
Alcune attività qui comprese si sarebbero potute inserire o raggruppare in capitoli specifici, ma così come è questa prima stesura mi pare ben fatta. Semmai è mia intenzione completare, in un prossimo futuro, per quanto possibile, questa raccolta, evitando una elencazione arida, una sorta di nomenclatura, con pochi elementi descrittivi, per privilegiare le testimonianze, la descrizione di ciascun mestiere, possibilmente riferita dalla stessa voce di chi lo ha praticato per tutta una vita.


SU GIARRERI
LO STRADINO ADDETTO A SPARGERE LA GHIAIA

«Prima che venissero bitumate le strade, annualmente, in autunno, l’Amministrazione provinciale provvedeva - tramite imprese che si aggiudicavano l’appalto - alla fornitura della ghiaia necessaria per la riparazione del fondo stradale. Alcune imprese fornivano la ghiaia preparata da un frantoio (“sconcassòri”), altre invece assumevano del personale, generalmente donne e ragazzi, per raccogliere i ciottoli sparsi sui campi adiacenti alle strade bianche. La ghiaia, in gergo locale, veniva chiamata “giàrra” mentre i raccoglitori prendevano il nome di “giarrèris”.
Per il lavoro di raccolta e di trasporto sul posto “i’ giarràius o giarrèris”, adoperavano delle piccole ceste dette “scattèddas”. Scaricata la cesta colma di ciottoli sul ciglio della strada in cui veniva formato il mucchio, l’operaio od operaia che fosse riceveva da un caposquadra addetto ai lavori un pezzetto di lamina punzonata detto “marchetta”, il cui valore era di 25 Cmi (“mesu-pezza”).
Il lavoro in argomento poteva dirsi duro e, talvolta, mal compensato. Infatti le donne che durante la giornata usavano cantare e stornellare, a volte improvvisavano mottetti di questo tenore:

    “Oi fazzu manéra             Oggi avrò occasione
    de mi biri s’amanti.            d’incontrarmi col mio fidanzato.
    Oi fazzu MANERA:            Oggi avrò occasione
    sa pèdra gi-e’ pesanti            Le pietre sono pesanti
    ma sa paga e’ LIGGERA”.            Ma la paga è leggera

Con tale espressione la lavoratrice intendeva dire che il compenso non era adeguato alla portata del lavoro.
Il pagamento avveniva a fine mese. “I’ giarrèris” consegnando all’ufficio pagatore le “marchette” ottenute durante il periodo di lavoro, riscuotevano così il corrispondente valore in moneta legale».128


SU STRADONERI
LO STRADINO

Era l’uomo addetto alla manutenzione delle strade importanti, che noi chiamavamo stradonis (accrescitivo di strada), perché in rapporto alle altre erano più larghe.
Su stradoneri, che apparteneva al mondo contadino, conservava la mentalità e le abitudini de su massaju, appunto, del contadino. All’alba, messo nella bisaccia su pani e su ingaungiu, pane e companatico129 e, presi gli attrezzi da lavoro, la pala, la zappa larga, il falcetto e la cote, la pietra per affilare la lama, si recava al lavoro. E al tramonto, come il contadino, egli smetteva il lavoro e rientrava in paese.
Il compito de su stradoneri in primo luogo era quello di controllare la ghiaia che periodicamente veniva scaricata dai carri ai margini della strada, quando non c’era l’apposita piazzola. Abile nell’uso della pala, egli modellava perfette piramidi di ghiaia. Quotidianamente, per un lungo tratto, verificava che i mucchi di ghiaia non fossero stati manomessi dai ladri.
Usava la ghiaia per riparare il fondo stradale colmando le buche e con la zappa larga puliva le cunette laterali per farvi scorrere bene l’acqua piovana onde evitare allagamenti.
A primavera, con il suo falcetto dal lungo manico, falciava l’erba che si era fatta alta ai margini e all’interno delle cunette, e potava le siepi del ficodindia o le recinzioni dei terreni privati confinanti, quando pale e ramaglie invadevano il fossato. A tratti si vedeva su stradoneri sedere sul ciglio del fossato, tergersi il sudore dalla fronte, dalla nuca e dal collo, e riposare - quindi passava lieve lieve la cote sulla lama del falcetto per rinnovarne il filo.
Quando arrivava l’estate su stradoneri si metteva in maniche di camicia e sotto il berretto sistemava un fazzoletto di cotone che lasciava ricadere dietro sulla nuca, onde proteggersi dai dardi cocenti del sole e dalle fastidiose punture degli insetti.
A contatto della natura, in una campagna prodiga di frutti, egli svolgeva, insieme all’attività propria de su stradoneri quella del raccoglitore. In autunno raccoglieva funghi e racimoli d’uva, tra le foglie rossicce della vite, scampati ai vendemmiatori. D’inverno le lumache e in primavera gli asparagi. E tutt’intorno nei campi non mancava mai la frutta di stagione. I perastri ai margini della strada eran di tutti; ed egli li innestava e li curava e insieme ai viandanti abituali ne raccoglieva il frutto.


SU CANTONERI
IL CANTONIERE

Su cantoneri è l’addetto alla manutenzione e al controllo delle strade e dei mezzi di locomozione che vi circolano.
Abbiamo quindi cantoneris statali, provinciali e comunali. Nelle strade statali e provinciali, date le distanze, c’erano lungo il percorso le case cantoniere con l’abitazione per l’addetto e la sua famiglia e un altro caseggiato per riporre gli attrezzi da lavoro.
In Sardegna, dove per storia e cultura la campagna non era abitata, raramente il cantoniere viveva nella cantoniera, perché la sua famiglia preferiva starsene nel paese e non in solitudine, in d’unu logu sperdiu, in una località sperduta.
Per su cantoneri che aveva famiglia, ottenere l’incarico era una manna piovuta dal cielo, poter godere di uno stipendio fisso e sicuro, e tutta la famiglia che dava una mano nel lavoro di manutenzione - comunque, da lui dipendevano anche uno o più stradoneris, stradini. Se si era sposini, e lei accettava di fare la vita dell’eremita - ma erano rare quelle donne coraggiose - andavano a vivere in una singolare dimensione di vita, fuori dal proprio paese, lontano dalla propria comunità, dalla gente del vicinato, dalla gente del parentado, con cui si aveva un forte rapporto affettivo e sociale.
Usavano il caseggiato adiacente alla palazzina d’abitazione come magazzino e ripostiglio. Accanto alla casa cantoniera c’era un bel pezzo di terra, di solito con il pozzo da cui con una pompa premente aspirante a mano si riforniva d’acqua corrente l’abitazione e l’acqua per l’irrigazione. La terra poteva essere coltivata a orto e a frutteto. Inoltre, a portata di mano c’erano le campagne con le colture - di cui il cantoniere e la sua famiglia erano insieme custodi e usufruttuari - i proprietari dovevano fare buon viso a cattiva sorte, se volevano mantenersi buoni i “potenti” vicini.
Su cantoneri comunali, oltre al quotidiano lavoro di manutenzione delle strade e delle cunette e siepi e spargimento di ghiaia e riparazione delle buche, aveva anche il compito di far rispettare i regolamenti stradali agli utenti della strada e in caso di infrazioni aveva il dovere di multare i contravventori (dovere “piacevole” perché aveva una percentuale sulle multe che appioppava alla gente sui mezzi di locomozione)
Aveva dunque il compito di controllare che i mezzi che transitavano fossero in regola con le targhe e i bolli e che avesse e funzionasse il lampione per la notte. E che il bestiame avesse il bollettino di accompagnamento che ne indicasse la proprietà.
A proposito di multe, quella d’uso alle biciclette che venivano fermate senza bollo o senza fanalino si chiamava “dexi e dexi” ,cioè “dieci e dieci”, perché era dieci lire la multa e dieci centesimi il bollo; e si doveva pagare al cantoniere che contestava l’infrazione, la somma prevista dalla legge di lire dieci e centesimi dieci, pena il sequestro del mezzo. Stessa regola per i carri o le carrette che circolavano, specie di notte.
Una notizia curiosa: erano esenti anche di notte dal portare il lampione i carri che trasportavano paglia. E ciò perché la presenza del lampione (che normalmente funzionava con il petrolio) costituiva un pericolo di incendio al carico e al carro.
Un aneddoto sui cantonieri dalla multa facile: Un contadino seddoresu, sanlurese, rientra in bicicletta da San Gavino al proprio paese. Viene fermato dal cantoniere, che gli intima il “dexi e dexi”, (dieci e dieci.) Su seddoresu, facendo orecchie da mercante, risponde: “Andat beni. Bolit nai chi a is undixi seu a Seddori!”, “Va bene. Vuol dire che alle undici sarò a Sanluri”.


SU CANNEGGIADORI
IL CANNEGGIATORE, AIUTANTE DEL GEOMETRA

Su canneggiadori est s’oberaiu chi aggiudat su giometru. Il canneggiatore è l’operaio ausiliario del geometra. Con il quale va a misurare i terreni agrari. Sa canna, la canna metrica, equivale a una palina da tre metri. Il mestiere del canneggiatore evoca nella mia memoria immagini dell’infanzia, di quando la mattina alle prime luci mio padre che faceva il geometra partiva in calesse verso la campagna di Arborea seguito da due o tre canneggiatori in bicicletta, che recavano a spalla o legati alla canna gli strumenti d’uso, le paline o canne metriche e il treppiede su cui inserire il prezioso teodolite o tacheometro,130 detto volgarmente livello, per le rilevazioni topografiche, cioè i dislivelli e le distanze del terreno. Va da sé che il teodolite lo tenesse mio padre in calesse, ben protetto nella sua custodia. Talvolta, insieme ai canneggiatori, al seguito del calesse di mio padre, c’era anche qualche geometra neo-diplomato in bicicletta, il quale apprendeva il mestiere recando anch’egli a spalla le paline.


SU CANTADORI
IL POETA ESTEMPORANEO

In occasione della festa del patrono, durante le manifestazioni della sera, si esibivano is cantadoris, i poeti estemporanei. In un lato della piazza veniva eretto un rustico palco su cui is poetas davano spettacolo, in coppia o da soli, dissertando o dialogando intorno ad un tema che veniva loro proposto dalla giuria o dallo stesso pubblico.
Is cantadoris - che possiamo paragonare agli aedi, ai cantori del Periodo omerico - avevano una discreta cultura storico-mitologica e una buona memoria, di modo che su un tema per lo più scelto dal pubblico o relativo all’oggetto della festa, essi sapevano improvvisare un discorso in versi, metricamente corretti e rimati, comunemente ottave in endecasillabi, inserendo frequenti citazioni colte.
Una vera e propria professione artistica quella de su cantadori, di grande prestigio sociale ed economicamente redditizia.
Così scrive l’Angius nel Dizionario del Casalis del 1853:
«Improvvisatori. Sono frequentissimi in Sardegna, massime nelle regioni pastorali, quelli che ebbero dalla natura il meraviglioso e giocondissimo ingegno della improvvisazione.
Né come ragionevolmente può da ogni uomo intendersi sono le femmine sarde sfornite di spirito poetico, il quale in altri tempi più che nella presente età si faceva ammirare in certe occasioni, e massimamente nel lutto de’ maggiori funerali, quando erano chiamate agli estremi onori per una persona notevole.
Un improvvisatore delle regioni campestri non usa cantare senza l’accompagnamento delle canne, uno delle regioni montane senza il concerto di tre voci, basso, soprano, contralto.
Essi soglion rallegrare con le loro poesie le festevoli brigate invitate in occasione di qualche allegrezza. Ma la principal palestra dove spiegano la loro potenza, è nelle feste rurali. Ivi gli improvvisatori di diversi luoghi e i più famosi vengono a prove d’ingegno tra loro, e cantando sopra un tema dato da qualcuno degli astanti continuano per lunghe ore, applauditi spesso dalla moltitudine che fa corona intorno ad essi ed ascolta in un quieto silenzio».


SU SONADORI
IL SUONATORE

Sonadori est su chi sonat unu strumentu musicali: ghitarra o fisarmonica o sonettu a bucca o launeddas o ateru, e accumpangiat sempiri unu o prus cantadoris. Suonatore è colui che suona uno strumento musicale: chitarra o fisarmonica o armonica a bocca o launeddas o altro, e accompagna sempre uno o più suonatori.
Is sonadoris impari cun is cantadoris, i suonatori insieme ai cantanti, venivano invitati a tutte le feste. Erano sempre presenti ai matrimoni, ai battesimi e alle feste ricorrenti, pubbliche o private; così pure in occasione di sagre o scampagnate, o alla fine di lavori agricoli,131 alla scialla, il banchetto di prammatica, ultimata la costruzione di una casa d’abitazione; ai balli di carnevale o in occasione delle festività religiose in onore dei vari Santi venerati dalla comunità.

Gli strumenti più usati:
Is launeddas è così detto un antichissimo strumento musicale risalente al protonuragico. E’ ancora diffuso, particolarmente nel mondo contadino. E’ considerato lo strumento nazionale dei Sardi. Is launeddas sono un caratteristico strumento che consiste in un flauto a tre calami, di diversa misura e tonalità, di canna comune, con dei fori per la modulazione dei suoni. Gli effetti sonori somigliano a quelli della cornamusa,132 in quanto si suona a continua emissione di fiato: tuttavia, mentre nella cornamusa la continuità del suono è data da un otre di pelle che funge da camera d’aria, nelle launeddas lo stesso effetto è ottenuto con il cavo orale (che deve quindi emettere aria in continuazione). Ciò rende abbastanza difficile l’uso di questo antichissimo strumento musicale. Secondo alcuni studiosi “le zampogne dei sardi pastori pare che non differiscano da quelle di cui parla Virgilio: Pan primus calamos cera conjungere plures instituit; e che lo stesso Virgilio chiamasse tale strumento Fistula disparibus compacta arundinibus”.133
Is launas mannas,134 è detto così l’organo a mantici, con le canne, che un tempo si trovava in alcune chiese, anche di paesi minori, con parroci amanti di tale strumento. Il suo possesso era motivo di vanto per la comunità, e veniva suonato in chiesa, durante le solenni funzioni religiose, dal sacerdote o dal sacrestano o da un qualunque membro della comunità che avesse talento musicale, e naturalmente il tempo libero per apprenderne la tecnica - spesso is sonadoris de launas mannas, i suonatori di organo, erano sarti o altri maestri artigiani che lavorano in fino, o come si soleva dire “avevano mani da signori”, come i barbieri, gli orologiai, is maistus de rodeddas, ai quali restava tempo da dedicare a tale hobby artistico e chiesastico. I chierichetti a turno azionavano il mantice, mandando su e giù la leva della ventola, situata a fianco dell’organo: ed era un privilegio per i fanciulli essere chiamati a ricoprire questo incarico.
Sa ghitarra e su mandolinu, la chitarra e il mandolino, si trovavano specialmente nelle botteghe artigiane. Barbieri e sarti erano di solito appassionati ed eccellenti suonatori. Sa ghitarra accompagnava il canto del mandolino o la voce dei cantanti. Vi sono bellissime e singolari composizioni musicali cantate da tenores accompagnati da una o più chitarre. Ne ricordo qui due: Sa viudedda, una tipica aria dal ritmo assai veloce che accompagnava un indiavolato ballu tundu (o anche le terapie contro il morso della tarantola, nella rituale danza collettiva) e Su mi e la composizione assai vivace sempre sul ritmo del classico ballo sardo.
Is sonadoris de tamburru e de pipaiolu, i suonatori di tamburino e di piffero, aprivano tradizionalmente le processioni, e il loro suono dava un tono solenne ieratico all’incedere della confraternita, dei sacerdoti, dei portatori del santo e della folla di fedeli al seguito.
S’armonica, la fisarmonica, era ed è tutt’ora uno strumento musicale assai diffuso, usato spesso per accompagnare i balli popolari.
S’organettu, l’armonica a bocca, è invece usata principalmente dai ragazzi, come un passatempo.
Su pipaiolu, il piffero, che si ottiene con un pezzo di canna, come vuole il folclore, è suonato dai pastorelli che conoscono pure l’arte di fabbricarli. Suonando il piffero di canna, i fanciulli ingannano le lunghe ore del pascolo, evitando in parte la commissione di atti impuri.
Dai miei anni ancora verdi, sorge l’immagine di Papum, Barrada, Ciocci - nomignoli, e insieme nomi d’arte di tre allegri e bravi musici: Papum e Barrada erano due tenores, cantanti dalla potente voce tenorile, e Ciocci accompagnava magistralmente il loro canto con la chitarra. Sa corsicana e sa disisperada, due melodie popolari sarde, erano i loro cavalli da battaglia. Ingaggiati dal comune di Guspini per partecipare alla manifestazione canora “Il Nuraghe d’argento”, promossa dalla Rai negli Anni 60, contribuirono alla vittoria della loro squadra.


SU GIOGHISTU
IL GIOCOLIERE, L’ACROBATA

Nelle nostre comunità, è sempre stato grande l’interesse per gli acrobati dei circhi, che periodicamente visitavano anche i nostri più sperduti villaggi, in occasione delle tradizionali feste.
Affinché il circo potesse fare il suo spettacolo, era necessario trovare alla periferia del paese un vasto piazzale - che costasse poco o meglio ancora che fosse concesso gratis “et amore Dei” dal proprietario, il quale otteneva il diritto per sé e per la famiglia ad assistere agli spettacoli, anch’egli gratis et amore Dei. Ciò che invece doveva esserci e che bisognava per forza pagare era la corrente elettrica. Tuttavia ho ricordi della mia fanciullezza di qualche circo “alla buona” che, per illuminare il proprio interno, usava le lampade a gas o acetilene.
Il circo montava le sue tende nel paese più grosso e gli abitanti di tutti i paesi del circondario si spostavano, anche a piedi, per godersi lo spettacolo. In particolare, assai richiesti e seguiti gli spettacoli di bravura, l’esibizione de su gioghistu e de sa gioghista, al trapezio. Molto attesa dai maschi della comunità (funestati da una morale clericale sessuo-repressiva) l’esibizione de sa gioghista, della acrobata, la quale, in tuta attillata, mostrava le proprie grazie in tutto il loro splendore, durante gli esercizi acrobatici.
Su giogu indica il trapezio, e su gioghistu è il trapezista, l’equilibrista, chi fa giochi di acrobazia. Tuttavia, in lingua sarda, con il termine su giogu (indicando la parte per il tutto) ci si riferisce comunemente allo spettacolo del circo. Andai a biri su giogu, vuol dire andare al circo, andare a vedere lo spettacolo del circo. Mentre la frase fai su giogu significa esibirsi al trapezio. E su gioghistu è l’acrobata.
Il pagliaccio, solitamente, viene chiamato con il suo nome d’arte. Armando, era un “clown” che faceva furore nei nostri paesi negli Anni 50.


S’ARRODERI
L’ARTIFICIERE

Tra le manifestazioni tradizionali che celebrano le feste religiose nei nostri paesi vi sono i fuochi d’artificio, che noi chiamiamo comunemente sa roda (isparatoriu) che letteralmente si traduce con “la ruota”. Forse, i fuochi pirotecnici sono così chiamati perché tradizionalmente, qui da noi, cominciano con una ruota, il cui asse è inchiodato a un robusto palo. Una volta accesa la miccia, la ruota inizia a girare ora in un senso ora in un altro, mandando faville multicolori, talvolta fermandosi apparentemente spenta per illuminarsi d’un colpo e riprendere a girare lentamente e via via sempre più veloce, per ricominciare poi da capo.
Lo spettacolo pirotecnico ha dunque inizio di solito con sa roda, la ruota che gira a lungo nei due sensi, illuminandosi, spegnendosi e lanciando faville. Quindi prosegue con su cumbattimentu, una sorta di pandemonio di squettus, razzi, tric-trac, mortaretti che lo fanno somigliare a una trincea di guerra da cui parte un fuoco di sbarramento infernale. Per finire, il lancio sempre più veloce e fitto di granate che scoppiano senza interruzione, riempiendo il cielo di abbaglianti e multicolori infiorescenze. La conclusione, come l’inizio, è scandita da una granata che parte sibilando e altissima scoppia secca e forte. Nel silenzio che succede, si ode la frase augurale che s’arroderi grida alla folla: «Aterus annus mellus cun saludi!» Ad altri e migliori anni con salute!
Se ogni festa che si rispetti si apre con la solenne processione del mattino, non può chiudersi senza sa roda. della notte. Dopo cena, sul tardi, in un piazzale ai margini dell’abitato, possibilmente senza vegetazione e in posizione elevata, si fanno i fuochi d’artificio. L’inizio di sa roda viene annunciato con lo scoppio secco, fortissimo di una singola granata che disegna nel cielo un solo punto rosso, con mezz’ora di anticipo in modo da consentire agli abitanti di ogni parte del paese di finire la cena, prepararsi, uscire e raggiungere il luogo della manifestazione pirotecnica. La granata che esplode forte, cupa, secca, per annunciare lo spettacolo, è detta s’avisu de sa roda.
S’arroderi, il facitore dei fuochi pirotecnici, più che artigiano artista, era ancora a metà di questo secolo un’attività di grande prestigio, e pochi erano coloro che potevano accedervi considerata anche e specialmente la grande pericolosità connessa alla manipolazione di sostanze esplosive.
Tra i più famosi arroderis dell’Isola erano gli Oliva di Terralba, pirotecnici di origine napoletana, come d’altro canto la maggioranza dei maestri del settore. Gli Oliva, che costituivano più che una famiglia una scuola, operavano in tutto il Campidano, lasciando allievi di grande talento.
Nella Marmilla, a Pauli Arbarei, negli Anni Quaranta e Cinquanta, ricordo due abilissimi e simpatici arroderis, i quali nello spettacolo tradizionale de s’isparatoriu inserivano un nuovo elemento: davano vita a un fantoccio, accendendolo di luci multicolori a effetto. I due arroderis paulesi, mi pare nel 1950, in occasione della festa di Sant’Agostino, il patrono del paese, avevano preparato un bell’asinello di carta pesta tenuto bene in alto su un traliccio. Accesa la miccia, su molenti prendeva fuoco e appariva come vivo muovendo la testa, scalciando e alla fine mostrando eccitato il suo cospicuo patrimonio sessuale. Alla gente quello spettacolo piacque molto; ma non a tutti, particolarmente al prete e ai carabinieri del paese vicino, che erano lì per badare al cosiddetto ordine pubblico. I due arguti e bravi artificieri vennero così denunciati per atti osceni; e per difendersi sostennero ovviamente che loro avevano fatto semplicemente dell’“arte”, cosa che con la morale non ha niente a che vedere.
Il mestiere de s’arroderi, dell’artificiere, è certamente redditizio ma assai pericoloso. Non di rado si ha notizia di incidenti anche gravi in cui si hanno morti e feriti.
I fuochi d’artificio, specialmente le granate che riempivano il cielo di luci multicolori, pur essendo quasi un simbolo della festa a cui gli abitanti non avrebbero mai rinunciato, costituivano d’altro canto pericolo di incendi.
Nell’antistante cortile delle case, di solito sulla destra del portale d’ingresso, vi era situata la legnaia, composta prevalentemente da fascine di lentischio, cisto, corbezzolo, poggiante su palafitta sovrastante il letamaio, che si arricchiva appunto del fogliame secco che vi ricadeva.
Non di rado durante l’esplosione delle granate, piovevano dal cielo scintille che potevano infiammare le ramaglie delle legnaie nei cortili. E così, ogni anno, un membro della famiglia, naturalmente di sesso maschile, a meno che non fosse la nonna, doveva sacrificarsi e restare in casa per spegnere eventuali focolai d’incendio. Per la bisogna il guardiano d’eccezione veniva fornito di uno o più secchi d’acqua da gettare tempestivamente nel punto caldo.
Il familiare sacrificato perdeva, ovviamente, tutta quella parte dello spettacolo pirotecnico che si svolgeva a livello di terra, ma poteva godersi ugualmente lo spettacolo delle granate che esplodevano alte nel cielo.


SU BANDIDORI
IL BANDITORE

Bandidori o grideri o gridadori, banditore, era detto l’uomo incaricato dal comune di rendere pubbliche le deliberazioni e le ordinanze dell’autorità. Più spesso, alle disposizioni del sindaco seguivano informazioni utili alla comunità sulla vendita di prodotti della terra o anche della presenza in paese di commercianti che esponevano la loro merce nella piazza.
Su bandidori era fornito di una trombetta di ottone - si può dire il ferro del mestiere - e naturalmente di una voce squillante. Raccolte nel municipio le disposizioni, comprese le notizie che i privati intendevano portare a conoscenza della popolazione, il banditore iniziava il giro del paese. In ogni cantonata, dato di piglio alla trombetta per richiamare l’attenzione della gente, egli iniziava, a voce stentorea, a dare il bando, seguendo sempre, più o meno, la stessa formula: «Si ghettat custu bandu a totu sa populazioni po ordini de su podestadi (o de su sindigu) ca cras a merì in territoriu de Su Nuraci ci sunt de fai is cumandadas… S’avvertit puru totu sa populazioni chi oi in prazz’ ‘e cresia unu rioresu bendit tres porceddus a bonu pretziu… Chi in domu de Assuntina Lixi si bendit arreiga bella a cincu soddus su mazzu…», «Si dà questo bando a tutta la popolazione per ordine del podestà (o del sindaco) perché domani sera, in territorio di Su Nuraci ci sono da fare i lavori di interesse civico… Si avverte pure tutta la popolazione che nella piazza della chiesa un riolese135 vende tre porcelli a un prezzo conveniente… Che in casa di Assuntina Lixi si vendono buoni ravanelli a cinque soldi il mazzo…»
Su bandidori, oltre a comunicare le disposizioni di norma delle autorità municipali, faceva la pubblicità a pagamento ai commercianti del luogo o di fuori o a chiunque in paese avesse necessità di vendere un prodotto in eccedenza; soprattutto ortaggi, come fave, lattughe, cipolle, aglio, ravanelli e frutta come fichi, susine, pere e uva.


SU GRIDERI O GRIDADORI
IL BANDITORE

«Ziu Antonicu su gridadori aveva un’età indefinibile dai quaranta ai sessant’anni, nessuno conosceva il suo cognome e pochi anche il nome; era il solo banditore in tutto il paese e pochi sapevano dove abitava, ma per trovarlo bastava andare la mattina presto nella bettola dirimpetto a is loggettas, le loggette, dove due macellai e due pescivendoli esponevano la loro merce: egli doveva rinfrescarsi la gola cun una tassa de binu, con un bicchiere di vino, per avere la voce più sonora quando iniziava il giro del paese. Teneva a tracolla la sua trombetta che aveva un suono caratteristico, riconoscibile a distanza.
In ogni strada aveva il posto fisso per dare il bando. Se c’era una curva si fermava per dare il bando dalla parte larga, per dominare tutto il campo. Un primo suono di trombetta annunciava la sua presenza. Come d’incanto in tutta la strada si faceva silenzio: le comari smettevano di chiacchierare da una finestra all’altra, i bambini che giocavano nei cortili zittivano e anche il carro a buoi, che transitava rumoroso sul selciato, veniva fermato. Tre squilli di trombetta annunciavano po ordini de su podestadi a totu sa populazioni, le disposizioni del potestà alla comunità, oppure due squilli per annunciare le varie vendite: carne e ventrame, se per caso qualche cavallo o bue si spezzava una gamba e si aveva una macellazione straordinaria, o anche pesci, frutta e verdura fuori dall’ordinario.
Per ogni merce si ripetevano due squilli della trombetta. Un ultimo squillo rendeva noto che aveva finito. I rumori riprendevano; qualche ragazzino burlone ripeteva strocendu, scimmiottando, il banditore, le comari commentavano le notizie e si accordavano per correre a is loggettas per trovare ancora qualcosa della merce in vendita.
Accadeva che quando il banditore passava nelle ultime strade del percorso, anche perché ogni tanto doveva fermarsi nella bettola di transito per schiarirsi la voce gratis, i pesci erano già tutti venduti».136


SU POSTERI
IL POSTINO

Con il termine posteri veniva indicato il postino, colui che equipaggiato con gli scarponi e la tradizionale borsa di pelle a scomparti della amministrazione postale, distribuisce in paese, sotto il sole cocente o sotto la pioggia gelida, pacchi e missive in arrivo e raccogliendo - in passato - pacchi e missive in partenza previo esborso in moneta contante della debita affrancatura.
Con lo stesso termine di posteri venivano altresì indicati gli impiegati postali, compreso il capufficio.
Un tempo, gli uffici postali si trovavano soltanto nei capoluoghi di Mandamento, e lì pertanto is posteris dei paesi che ne facevano parte ritiravano la posta, e se non avevano cavallo o bicicletta dovevano percorrere diversi chilometri a piedi, con il loro borsone carico a tracolla, per distribuire diligentemente tutta la posta.137


S’INTERRAMORTUS
IL BECCHINO

S’interramortus aveva il compito di scavare, nel recinto cimiteriale, la fossa d’uso per il seppellimento del defunto. E non, come si potrebbe credere, quello di curare e adornare le tombe, compito che spettava ai parenti.
Nei nostri paesi di un migliaio di abitanti, i morti erano (non so oggi) due o tre all’anno, e stavano benissimo anche in mezzo all’erba che cresceva verde e rigogliosa. E qui interveniva l’opera de s’interramortus che vi metteva a pascolare qualche asinello di famiglia o ci pensava lui a falciare l’erba che dava ai conigli di casa.
Gli attrezzi de s’interramortus erano su piccu e sa palia, il piccone e la pala. Egli conosceva ogni componente della comunità ed era quindi in grado di dare alla fossa la giusta dimensione. Si noti che anticamente, nella maggioranza dei casi, i morti venivano interrati senza la bara, avvolti in un lenzuolo. La bara era appannaggio dei paesani ricchi o eccellenti.
La cerimonia di seppellimento e i riti funebri ad esso correlati erano gestiti dalla Chiesa, dalla famiglia e dal parentado del defunto.
S’interramortus era un esecutore di ordini e, per ogni morto, riceveva is istrinas, una mancia più o meno cospicua secondo lo stato economico del defunto.
Normalmente il becchino era un dipendente “tuttofare” del comune e durante l’anno era chiamato a svolgere diverse mansioni; tra queste quella di su bandidori o grideri, colui che informava oralmente la comunità delle disposizioni date dalle autorità o che dava notizie di interesse commerciale ed economico.


S’ACCIAPPACANI
L’ACCALAPPIACANI

Un tempo, fino agli anni sessanta, in tutti i paesi, esisteva un dipendente comunale addetto ad acchiappare i cani. Perché in quei tempi vi erano numerosi cani randagi che costituivano un pericolo sia per la gente che per il bestiame, e in particolare facevano razzia di animali da cortile, galline, conigli….
S’acciappacani era munito di una frusta rigida, a laccio, che serviva per serrare il collo dell’animale e poterlo trascinare via in un apposito recinto. Una volta acchiappati i cani e costretti nel canile municipale, (una sorta di cortiletto recintato), il comune dava un pubblico avviso mediante sa grida, il bando, con il banditore - perché magari aveva acchiappato qualche cane che randagio non era ma domestico, scappato di casa, e il proprietario poteva andare a riprenderselo. Se non si presentava nessuno a reclamarli, i cani venivano ammazzati. Si dice che qualche padrone che voleva disfarsi del proprio cane lo lasciasse apposta fuori dal portone per farlo portare via da su acciappacani e risparmiarsi la fatica di farlo fuori lui.
S’acciappacani doveva essere svelto di mano e di riflessi, perché non era facile acchiappare certi cagnetti furbi e veloci. Inoltre is acciappacanis avevano da vedersela con i ragazzini del paese che assistevano alla scena e facevano tifo per il cane braccato - talvolta anche aiutando spudoratamente l’animale, ostacolando in ogni modo il cacciatore, arrivando perfino a sgambettarlo - con grande spasso degli adulti oziosi, dei cosiddetti “oreris”, che se ne stavano a zonzo per il paese “facendo orario”, prima di rientrare a casa per il pranzo. Non era comunque un lavoro ambito e neppure ben visto dalla gente comune, quello de s’acciappacani.
Ho un ricordo d’infanzia, con immagini orride, incancellabili, di violenza di cui non riuscivo - e non riesco tutt’ora - a rendermi ragione; l’esecuzione da parte dell’accalappiacani dei poveri randagi presi per strada. Il luogo della esecuzione era il parapetto del ponte sul ruscello che attraversava la strada che da Terralba portava a Marrubiu - non so se il Rio Mogoro o una deviazione di esso. Uno per volta, i cani randagi venivano trascinati con il cappio al collo in quel luogo di morte e ivi lapidati. Taluno, se di piccola taglia, veniva dal boia afferrato alle zampe posteriori e sbattuto con la testa sulla muraglia, fino a farne schizzar fuori il cervello.
Non so come mi sia trovato ad assistere, bambino, a questa infame scena di violenza - non avrei mai avuto né il coraggio né la forza di andarci volontariamente o di accettare di assistervi. Certamente, tra tutte le immagini di violenza, dopo quelle dei bombardamenti americani su Cagliari del 26 e del 28 febbraio 1943, cui ho involontariamente assistito e subìto, è quella che più mi ha scosso, che non riesco a cancellare dalla mia mente.


SU SCOVADORI
LO SCOPINO

Una figura popolare assai caratteristica era a Cagliari su scovadori.138
Su scovadori era un mestiere considerato vile, quasi come quello de su limpiabassas, dell’addetto alla pulizia dei cessi, o come l’altro de su scarrigadori de portu, scaricatore di porto, facchino portuale.
Una figura che riporta la mente alla macchietta di Charlot, dimostrando così quanto validi e universali siano i personaggi apparentemente “macchiette” presentati dal grande regista e attore.
Su scovadori non va confuso con s’aligaiu,139 il netturbino, l’addetto al ritiro della mondezza nelle case di abitazione
Non so bene per quale connessione, da ragazzi si cantava una allegra canzoncina che aveva per protagonista sa filla de su scovarori. Ricordo le prime due strofette che facevano “Ohi, ‘ta dolori sa fill’’e su scovarori, / ohi, ‘ta dolori, ohi, ‘ta dolori!…” che si cantavano sulle note del celebre motivo della Carmen di Bizet, “Oh, toreador ritorna vincitor…”
Ovviamente la figura de su scovarori era assente nei nostri paesi, dove ciascun abitante si improvvisava scopino, impegnandosi a pulire il tratto di strada davanti alla propria abitazione. Era infatti una scena abituale, specialmente d’estate e nelle belle giornate, vedere la padrona di casa o una delle sue figlie, armata di un secchio d’acqua e di una scopa di palma o di eriche, spruzzare prima l’acqua e poi ramazzare la strada davanti alla propria abitazione.
Un segno questo di buona educazione civica, di personale impegno all’ordine comunitario in mancanza di un servizio pubblico - che mi ricorda l’usanza tedesca, che ho riscontrato a Essen, nella Ruhr, che faceva carico a ogni famiglia lo spargimento mattutino del sale davanti alla propria abitazione, per scongelare quel tratto di marciapiede, onde evitare che il “glatteis”, il giaccio sdrucciolevole, arrecasse danni alle persone che vi transitavano.
Affine all’attività de su scovarori era quella dell’uomo fornito di un secchio con sabbia, scopino e paletta, addetto a versare la sabbia sulle rotaie del tram nei punti in pendenza per evitare lo slittamento del mezzo. La sabbia che finiva per spargersi ai lati o all’interno delle rotaie, veniva pazientemente raccolta dallo stesso uomo con una apposita paletta e rimessa nel secchio, per essere subito dopo riutilizzata.


S’ALIGAIU
IL NETTURBINO

Aligaiu, che si traduce con netturbino, era ed è ancora l’operaio municipale incaricato del ritiro dei rifiuti solidi nelle case di abitazione. La sua figura e il suo lavoro si sono modificati con l’avvento della tecnologia.
Un tempo, e fino agli anni del secondo dopoguerra, s’aligaiu era a diretto contatto con l’immondezza e la sua professione, certamente utilissima sotto ogni aspetto era considerata vile.
Is aligaius vestivano su una sorta di divisa, una mantella scura cerata con cappuccio, e portavano a spalla un saccone pure cerato la cui imboccatura veniva chiusa da una fune che passava dentro occhielli di metallo.
Passavano lungo le strade della città, avvertivano gli inquilini con il loro sonorissimo caratteristico fischietto di cui erano dotati, e se non bastava dal loro sonante richiamo: “Aliga!” (Immondezza!), si fermavano davanti al portone di ciascun palazzo, attendevano che ciascuna famiglia scendesse dai piani alti con la propria pattumiera, che essi prendevano e versavano nel loro saccone. Vi erano anche padrone di casa che dai piani alti mandavano giù la pattumiera dal balcone o dalla finestra con una fune, recuperandolo dopo tirando su la stessa fune.
Quando il saccone era colmo, veniva sistemato con gli altri nel carro al seguito. E così di palazzo in palazzo, di casa in casa, is aligaius accudivano alla nettezza urbana, la mattina di ogni giorno, esclusa la domenica.


SU OBISPU O MUNSIGNORI
IL VESCOVO O MONSIGNORE

S’obispu, il vescovo, appartiene al grado più elevato del sacerdozio, pari al terzo grado del Sacramento dell’Ordine - al secondo c’è il sacerdote e al primo il diacono.
Tra i vescovi che si sono maggiormente distinti, naturalmente nelle cosiddette “opere pie” o “opere sante” o “opere di bene”, il Papa sceglie e nomina i cardinali, i quali tutti insieme, come è noto, scelgono il Papa. Mentre il prete non va mai in pensione per quella che è la sua attività nella parrocchia, i vescovi e i cardinali, arrivati a 75 anni di età, devono dare le dimissioni al Papa e, messi a riposo, vengono sostituiti con altri vescovi e cardinali di nuova nomina. Non ho mai sentito in sardo il termine cardinale - sarà perché non siamo abituati a vedere tali pezzi grossi della Chiesa, non essendoci nella nostra Isola una sede cardinalizia.
Non è certo un mestiere o una attività comune nei nostri paesi o villaggi, sia in quelli agricoli che pastorali o dediti alla pesca. Ho inserito su obispu, il vescovo, perché è una figura che assai spesso ricorre, anche nei più umili villaggi, in alcuni momenti di vita comunitaria, seppure eccezionali, come le annuali cresime o l’insediamento di un nuovo sacerdote.
Vi sono pure dei vescovi che in qualche modo danno la loro impronta nella vita politica e sociale facendo sentire la loro autorità attraverso i sacerdoti parroci della loro diocesi. Alcuni di questi obispus sono diventati popolari, come Monsignor Cabitza, della diocesi di Oristano, popolarmente detto Cabitzeddu, coinvolto suo malgrado nella rivolta anticlericale di Cabras del 1944, e Monsignor Tedde, della diocesi di Ales, uomo politico, grande elettore dello Scudo crociato e anticomunista viscerale - il che sarebbe anche potuto rientrare in un condivisibile diritto di opinione, se non avesse avuto il nobile e gravoso compito di pastore di anime e quindi di pascolare tutte le pecore del gregge a lui affidato, indipendentemente dal colore della lana di ciascuna di esse.

De su obispu, del vescovo, monsignor Cabitzeddu, come ho accennato, parlano le cronache relative alla rivolta popolare anticlericale del 1944 a Cabras.
Il fattaccio accadde per una controversia sorta tra il comitato promotore della festa di Sant’Antonio, cioè il paese, e il parroco.
Testimonia uno dei protagonisti: «(Il parroco) voleva mettere la confraternita dietro il santo, invece di metterla davanti come è costumanza. Per questo è incominciato lo sciopero. Il prete è andato da monsignor Cabizzeddu, come lo chiamavamo noi di soprannome, e lo ha imbottito bene di calunnie contro il paese. Allora il vescovo è arrivato, è salito sulla trona [pulpito] e ci rimproverava che non eravamo buoni figli di Dio, che eravamo scostumati e altre offese così. Allora quelli che erano in fondo avevano gridato: “Boigaincheddu, bogaincheddu!” [buttatelo fuori!] e avevano cominciato a tirare sassi. Volavano come mitraglia, i sassi dentro la chiesa! Già è sceso si, correndo! Il prete, che c’era anche lui, si è messo a parlare, ma è stato peggio. Monsignore è salito sull’altare: era bianco come le candele che ci aveva vicino… Ha alzato la mano per dare la scomunica a tutto il popolo, ma non l’hanno lasciato finire, perché una cosa come quella non doveva farla: si sono slanciati tutti insieme contro l’altare. Monsignore e il prete sono scappati in sacrestia e poi nella strada. Io e altri ce l’aspettavamo, abbiamo fatto il giro da fuori e li abbiamo rincorsi. Il primo sasso che ho visto per terra, l’ho raccolto. Era grande così, era. Gli è andato in mezzo alle gambe… Se lo colpiva sulle spalle, si fermava si! Quando mai scomunicare un paese per colpa di un prete eretico…».140

De su obispu, monsignor Tedde, si parla nelle cronache dei braccianti della Marmilla, in particolare di Pauli, alla fine degli Anni 40, quando occuparono le terre incolte e successivamente costituirono la prima cooperativa agricola, sfamando decine di famiglie di contadini senza terra. Coerente alla sua ideologia politica, il vescovo fu un coerente e pervicace oppositore della occupazione delle terre, che menomava la sacralità della proprietà padronale, e ancora della costituzione di cooperative agricole - specialmente se associate alla Lega rossa e non all’Unione bianca. Io che sono stato uno degli animatori della cooperativa agricola “Antonio Gramsci” di Pauli, ricordo la relazione del presidente della stessa cooperativa tornato in paese da una visita “d’obbligo” al Vescovo di Ales. Il quale, tra le altre valutazioni negative sulla nascita (non autorizzata e inopportuna) della cooperativa paulese, espresse rammarico per il nome: “Perché Antonio Gramsci, che era uno scomunicato senza Dio e non per esempio Sant’Isidoro, che tra l’altro è il patrono di voi contadini?” Questo, riportato a memoria, un brano del racconto del presidente al suo rientro a la visita a su obispu de Ales. Che Antonio Gramsci non fosse meglio di sant’Isidoro, almeno per i contadini, considerati dispregiativamente dall’ideologo del comunismo “sottoproletariato” e, in quanto sardi, “anarcoidi”, posso anche essere d’accordo; ma pensavo anche, e lo penso tutt’ora che la gente deve essere libera di ragionare e di fare scelte usando la propria testa e non quella de s’arrettori o de s’obispu - almeno per quel che non concerne la religione.


S’ARRETTORI
IL PARROCO RETTORE

S’arrettori è il parroco, che un tempo veniva anche chiamato rettore, nel senso di colui che regge la parrocchia. In sardo, quindi, permane il vecchio termine. Un tempo, s’arrettori, il parroco, era un sacerdote anziano, poiché per accedere a tale carica bisognava avere una certa esperienza di vita parrocchiale. Oggi, invece, siccome preti ce ne sono pochi e le vocazioni stentano a manifestarsi, può accadere che anche un prete giovane, di poca esperienza, venga chiamato a ricoprire tale incarico.
Essi vivono di offerte, donazioni, questue, elemosine, in pratica sulle spalle dei fedeli che più o meno sono tutta la comunità. La Curia interviene a integrare, in caso di necessità, o anche a mungere se la parrocchia è florida.
Il Concordato tra Stato e Chiesa, istituito col fascismo e non abrogato con la caduta del fascismo, anzi perfezionato a favore del clero dai cattocomunisti, assicura al clero un vitalizio pagato dallo Stato, cioè dai contribuenti.
Da ricordare Gabriele Pepe che si dimise dal PCI quando questo votò nella Costituente l’articolo 7 della Costituzione che conserva i Patti Lateranensi e che definisce la Chiesa cattolica “religione di Stato”
Ogni parroco che si rispetti ha la sua perpetua, una specie di istituzione che ha una ben precisa funzione sociale e affettiva in un uomo che per scelta prima e per legge poi non può prendere moglie. La perpetua è in pratica la compagna del prete. Amministra la sua vita e i suoi averi. Tiene in ordine la canonica, la casa del parroco che solitamente sorge accanto alla chiesa. Cura la sua persona, il suo abbigliamento. Cucina per lui e lo serve. Se poi tra la perpetua e il parroco nascesse un rapporto affettivo meno platonico la faccenda non suscitava scandalo nella comunità, dove la gente sosteneva con ragionevolezza e magnanimità che anche i preti sono uomini.
Oltre alla perpetua, la domestica tuttofare che si occupava della canonica, la casa del parroco, e della sua persona, unu arrettori che si rispettasse avevo presso di sé una netta, una nipote, di solito celebrata per la sua bellezza e sensualità (essendo, da buona chiesastica, cresciuta in ombra, e quindi “brundiciola”, ovvero tutta latte e miele)
Sa netta de s’arrettori, nella novellistica popolare, è una creatura di sogno desiderata dai maschi del paese, giovani e meno giovani. Sono diffusissimi is canzonis, is contus e pofinzas is ligendas, i componimenti poetici, i racconti e perfino le leggende, che cantano le nascoste virtù de is nettas de is arrettoris, di queste leggiadre, concupite fanciulle, facili ai verginali rossori, fatte di ghiaccio infiammabile.141
Si può infine ricordare che tra le benemerenze dei nostri parroci di provincia vi sono is contramazzinas, le contro-fatture, e is vangeus, la lettura dei vangeli, atti rituali di magia bianca per contrastare l’azione nefasta de is mazzinas, le fatture, operate dai bruxus, fattucchieri, con la magia nera, e la lettura dei vangeli o di altri testi sacri per guarire in specie bambini, fanciulli e fanciulle colpiti da malocchi e altre malie e fascinazioni, ad opera di creature demoniache.


SU VICARIU
IL PARROCO VICARIO

Su vicariu, per la gente comune non si distingue da s’arrettori, seppure su vicariu, il parroco vicario, indica il sacerdote anziano che in assenza del titolare della parrocchia, fa le sue funzioni.


SU CANONIGU
IL CANONICO

Canonigu, canonico, è un titolo onorifico che si dà a un sacerdote che si è distinto per le sue opere di bene, e talvolta anche per meriti culturali - come è accaduto ai nostri due massimi studiosi di lingua sarda, Vissenti Porru e Johanne Ispanu, il primo benefiziau e il secondo canonigau, tra l’altro autori dei due classici vocabolari della lingua sarda, rispettivamente del 1832 e del 1851.
Il canonico ha diritto a farsi chiamare monsignore e a vestire di rosso, pur non essendo vescovo.
Alcuni arrettoris vengono insigniti di questo titolo per anzianità, e non mancano di fregiarsi della porpora nei bottoni, nel colletto, nelle stringhe delle scarpe e nello zucchetto a spicchi.


SU PREDI O PREIDI
IL PRETE

Su predi o preidi, raramente saçerdotu,142 il prete o sacerdote, viene da un settennato di studi severi, nelle apposite scuole religiose dette seminari. Esercita la sua attività religiosa nelle parrocchie, compiendo il suo apprendistato, alle dipendenze del parroco.
Quali attività svolgono e di che cosa vivono i preti? All’interno della parrocchia i sacerdoti, specie se giovani e intraprendenti, svolgono principalmente una attività che si potrebbe definire di “public relation”. Intrattengono e guidano i ragazzi dell’Azione Cattolica, organizzando attività sportive e ricreative. I sacerdoti più anziani si occupano degli adulti, specie di sesso femminile, organizzando gite, riunioni, meditazioni, e viaggi a Lourdes o simili. Non pochi sacerdoti insegnano religione (ovviamente la loro) nelle scuole di Stato - giusti i Patti Lateranensi che consegnano la scuola di Stato legata mani e piedi alla Chiesa cattolica - dato che nelle scuole pubbliche non vi può essere insegnata altra religione. Nelle scuole private gestite da religiosi, gli insegnanti di tutte le materie sono per lo più sacerdoti. Come nelle scuole salesiane, dei gesuiti, camaldolesi, eccetera. Senza dire delle scuole materne, gli asili infantili, quasi totalmente in mano ai religiosi, preti e suore. Va ricordata anche la presenza dei preti con la funzione di cappellani nell’esercito, negli ospedali. Insomma, i preti li si ritrova un po’ dappertutto come il prezzemolo o se si preferisce come la gramigna…
Nelle nostre comunità, su predi era e lo è ancora per certi versi, insieme a su para, al frate, e a su messaiu, al contadino, uno dei principali protagonisti della novellistica popolare. Dove rappresenta il lascivo tentatore di floride, libidinose e mal governate mogli, e di caste ma pruriginose fanciulle non sempre difese e salvate da messaius, contadini, gelosi e vendicativi, i quali talvolta nella loro foga di giustizieri giungono con originali stratagemmi financo a tagliar le palle ai chiercuti seduttori.


SU PARA
IL FRATE

Con il termine para si indica genericamente il frate, sia esso conventuale o questuante, a qualunque ordine appartenga - a meno che non lo si voglia distinguere, facendo seguire il nome dell’ordine o del convento di appartenenza. Per esempio: para de fra’ Ignaziu, frate del convento di frate Ignazio, oggi Santo Ignazio da Laconi; para de santu Franziscu, frate francescano, para dominiganu, frate domenicano, e così via. Su para è protagonista molto spesso di racconti popolari boccacceschi, egli è ritenuto come l’asino virilmente dotato e amatore instancabile, che se la fa con le pruriginose contadinotte e attenta alla virtù di caste mogli; ma deve quasi sempre vedersela con mariti gelosi, per lo più contadini, che danno filo da torcere al “briccone” perennemente “ingrillito” - per adoperare una espressione gergale oggi in uso tra i giovani, dal significato facilmente intuibile. C’è tutta una letteratura popolare di storie di frati, taluna anche tragica, come quella che dà vita a una leggenda da noi assai nota, sa ligenda de su para e sa mongia marmuraus, la leggenda del frate e della suora pietrificati. Che riporto brevemente qui di seguito per il lettore curioso.
«A Sant’Antioco, situati nella parte dove i monti degradano verso il mare, sorgono due singolari monoliti o come le chiamiamo noi, perdasfittas, che gli studiosi fanno risalire al periodo megalitico o nuragico. Come in altre parti del mondo, anche in Sardegna, questi strani giganti di pietra sono circondati da un alone di mistero e la fantasia popolare, sempre ricchissima d’immaginazione, ha creato una leggenda per la quale queste due pietrefitte sono i corpi pietrificati di un prete e di una suora che peccarono per amore terreno.
In quell’anno, a settembre, si festeggiava Sant’Anselmo e, durante una processione di questo Santo, il frate e la suora si videro e provarono una forte attrazione l’uno per l’altra.
Da quel momento, per loro, tutto cambiò. La notte non dormivano più, ossessionati dal desiderio di incontrarsi e di congiungersi.
D’altro canto, ciò non era possibile, perché le loro sacre vesti lo proibivano.
Come d’uso in quegli anni, lei era stata educata fin da bambina a servire Dio e da giovinetta era stata mandata in convento, pur senza vocazione, per consumare la sua vita nella preghiera.
Ed egli, secondogenito di una numerosa famiglia, per alleviare i genitori da una bocca da sfamare, appena tredicenne dovette andarsene a servire in un monastero e a vent’anni si fece frate senza aver conosciuto nulla del mondo.
Il frate e la suora, innamorati, si vedevano in chiesa comunicando con gli sguardi e durante le feste, dove si scambiavano bigliettini con frasi amorose. Il desiderio di esternare la loro passione era tanto forte che lui utilizzò come messaggeri i piccioni del monastero. Ma tutto ciò non era sufficiente ad acquietare la loro brama, perciò decisero di fuggire insieme e tutto fu programmato minuziosamente.
All’alba, quando tutti dormivano, sgattaiolarono furtivamente dalle rispettive abitazioni e si incontrarono al punto stabilito. Da lì, felici, tenendosi per mano, corsero verso la libertà e l’amore.
Corsero e corsero, leggeri e veloci, con il cuore colmo di gioia, e soltanto quando furono sulla costa, in vista del mare, si fermarono per abbracciarsi, finalmente. Ma Dio si adirò molto con loro, perché stavano per tradire il voto di castità; non diede loro neppure il tempo di consumare la loro colpa: con una saetta li colpì, pietrificandoli.
Così si concluse la romantica fuga dei due sventurati amanti».143


SU PARA DE CUNVENTU
IL FRATE CONVENTUALE

Il monaco non ha un termine corrispettivo nella lingua sarda parlata144 e viene tradotto comunemente con para de cunventu, frate conventuale.
In calincunu gunventu ci sunt puru paras nomenaus fragellantis, in alcuni conventi vi sono i cosìddetti frati flagellanti, i quali si sottopongono a vigorose nerbate sulla schiena, che essi stessi si somministrano, per mortificare la carne. Ciò essi fanno sia come regola, quotidianamente, sia nei momenti in cui la loro carne si risveglia mettendo la loro anima in tentazione.


SU PARA CIRCANTI
IL FRATE QUESTUANTE

La gente sarda ha sempre avuto un profondo rispetto per colui che, povero, è costretto a fare il mendicante, su pedidori, a vivere chiedendo l’elemosina, appellandosi a su bonu coru, al buon cuore, dei più abbienti.
Nei tempi andati, su para circanti arrivava periodicamente in paese e andava a elemosinare di strada in strada, di casa in casa, di porta in porta.
Solitamente a dare l’elemosina erano le donne. Raramente gli uomini, occupati nei lavori della campagna. Indipendentemente da tale assenza, l’elemosina fatta dalle donne pare che fosse meno umiliante per chi la riceveva. C’è chi sostiene che la donna, ricoprendo un ruolo subalterno, priva di alterigia e di autorità, fosse più vicina alle condizioni del mendico.
Per quella stima e quel rispetto in cui erano tenute allora le donne, nel mondo della mia fanciullezza, io sono propenso a credere che la donna, simboleggiando la creatura angelica o come nel “Dolce Stil Novo” la “creatura tramite del divino con l’umano”, sacralizzasse, per così dire, l’atto “volgare” del chiedere e del dare.
L’offerta non veniva mai fatta con malgarbo o con sussiego, ma con molta cortesia e discrezione. Sia che si trattasse di soldi (raramente), di cibarie (pane, grano, legumi, olive), o di quant’altro forniva l’economia e il buon cuore del contadino, ciò che veniva offerto in dono a su para circanti, al frate questuante, veniva deposto con discrezione, e direi con amore, nel fondo del cappuccio, de su cuguddu.
Il frate questuante, ricevuta l’offerta, si allontanava e soltanto quando l’offerente era rientrata in casa egli, senza essere visto, prendeva dal cappuccio i doni offertigli e li riponeva nel sacco che portava a spalla.

Il termine circanti, cercante, deriva dal verbo circai, cercare. Il sostantivo circa significa non soltanto questua, nel senso di elemosina, ma anche raccolta di soldi o di altro tra i membri della comunità, per beneficenza o per organizzare feste.
«No ‘ndi ‘ollu, no ‘ndi ‘ollu,
 ghettaminceddu a su cuguddu.»
«Non ne voglio, non ne voglio,
 mettimelo nel cappuccio».
E’ una strofetta che si recita a persona alla quale viene offerto qualcosa e rifiuta complimentosa.


SU PARA SCIDADORI
IL FRATE DESTATORE

Ogni convento di rispetto aveva un frate addetto a dare la sveglia mattutina ai confratelli. Il frate addetto a tale compito era chiamato su para scidadori. Nei monasteri ovviamente c’era sa scidadora, non un frate ma una monaca, addetta a dare la sveglia alle consorelle. Tutto ciò probabilmente quando ancora non esistevano le sveglie e i galli non erano forse abbastanza mattinieri.


SU CUNFRARA - SA CUNFRARIA
IL CONFRATELLO - LA CONFRATERNITA

Su cunfrara, il confratello, è il membro de sa cunfraria, della confraternita. E’ colui che è disponibile per tutte le esigenze della chiesa; compresa la cura del patrimonio de sa cunfraria, della confraternita cui appartiene, che consiste spesso in lasciti di terreni o di immobili che vanno coltivati o curati. Sovrintendono agli addobbi delle cappelle e degli altari delle chiese; organizzano le processioni e le funzioni religiose, Mese Mariano, Quaresima, Domenica delle Palme, Settimana Santa, preparano il pane del santo da dare in offerta o da regalare ai fedeli, ai pellegrini e ai mendicanti.
Sa cunfraria, la confraternita, è una associazione religiosa che svolge anche una propria attività sociale, per esempio di assistenza ai malati, di accompagnamento ai funerali e di sostegno ai familiari del morto, affiancano pure is gremius o società che organizzano manifestazioni pubbliche, in particolare le feste del patrono o di santi venerati dalla comunità.


SU GREMIU
LA CORPORAZIONE

Su gremiu, la corporazione, è detto anche, in diversi paesi (per esempio Guspini), su oberaiu, o sociedadi de is oberaius. Oberaiu o obreri indica anche il membro de su gremiu, della corporazione.
Comunemente, così come ogni santo che si rispetti ha la propria sede che lo alloga e dove viene venerato dai fedeli, così pure ogni chiesa ha il suo gremiu, la propria corporazione, o altrimenti detta su oberaiu o sa sociedadi de is obreris. Abbiamo quindi su gremiu o oberaiu de Santu Isidoru, o de Santa Maria, o de Santu Giuseppi. In taluni paesi is obreris de su gremiu de Santu Giuseppi sono falegnami o comunque artigiani, essendo quel santo il loro patrono; così i membri della corporazione di Sant’Isidoro sono contadini, essendo quel Santo il loro patrono. Ma tale divisione in molti paesi non esiste, poiché is obreris, i membri, di uno stesso gremiu, corporazione, sono cittadini di diversa estrazione sociale ed economica, di diversa professione o che comunque svolgono attività lavorative diverse.
Il loro compito più comune e pratico è quello di organizzare la festa ricorrente del “loro” Santo. Fatto il programma dei festeggiamenti - che non manchino mai: sa brufessioni, la processione, secondo l’antica costumanza; sa roda, i fuochi d’artificio, che devono essere il più rumorosi possibile; is cantadoris, gara poetica in lingua sarda che in taluni paesi viene soppiantata da orchestrine e cantanti “civili”. E infine, non ultimo per importanza, era loro il compito di fare la questua, passando di casa in casa, per raccogliere soldi o grano o formaggio o altro in natura da cui si potessero ricavare i quattrini per finanziare il tutto, lasciando in cambio una candela, una immagine benedetta o anche presentando l’effigie del Santo venerabile da baciare.
Da precisare che con il ricavato per prima cosa veniva pagato il prete, per lo svolgimento delle funzioni religiose di sua competenza. E come ultima quota, il finanziamento della cena po is obreris de gremiu, per i membri della corporazione.


SU CERAIU
IL CERAIO

C’erano una volta in Sardegna ceraius famosi, artigiani abilissimi nella lavorazione della cera. La plasmavano animandola con il calore stesso delle loro dita, per confezionare gli ex voto dedicati ai Santi taumaturghi: mani o piedi, teste o ginocchia, braccia o qualunque altra parte del corpo fosse stata afflitta da un malanno e poi miracolata e guarita per grazia divina.
Le pareti interne dei santuari consacrati ai Santi guaritori erano tappezzate de regordus, di ex voto, modellati con la cera. Il malato che invocato un Santo avesse ricevuto la grazia, per sciogliere il voto si recava in pellegrinaggio nel santuario per portarvi il proprio ex voto come testimonianza.
Prima doveva andare da su ceraiu. Per tempo, però, ché le richieste erano tante. Talvolta su ceraiu apriva la sua bottega nei pressi della chiesa consacrata a un Santo che aveva fama di operare miracoli. Il miracolato raccontava il proprio caso e l’artigiano approntava quanto richiesto aggiungendovi di solito un fiocchetto che fungeva da cappio per essere appeso alla parete del tempio.
Alla esposizione degli ex voto e alla eventuale rimozione di quelli in sovrabbondanza o che avevano fatto ormai il loro tempo pensava il sacrista, che li riceveva, uno a uno, dai fedeli, pronunciando la formula di rito: «Po onori et gloria de Santu...» con il nome del Santo, baciando devotamente la cerea testimonianza del miracolo compiuto.
Dimenticavo di dire che in tempi recenti (tempi di tecnologia avanzata) gli ex voto si possono acquistare belli e pronti nella sacrestia dello stesso santuario, in occasione dell’annuale ricorrenza festiva. E’ come entrare in un negozio dove si sceglie e si compra ciò che confà al proprio caso e al proprio portafogli.


SU SPIBILLADORI
LO SMOCCOLATORE

Su spibillai, lo smoccolare, è una attività chiesastica che normalmente viene eseguita da su sagrestanu, il sacrista, e consiste nell’accendere di buon mattino le numerose candele che illuminano e adornano la chiesa, per poi spegnerle la sera dopo l’ultima funzione, prima di chiudere il tempio.
Is ainas, gli strumenti di lavoro, de su spibilladori, dello smoccolatore, consistevano in un lungo bastone sormontato da un particolare congegno di ferro a due braccia: in un braccio un cono, per spegnere il moccolo e a destra un porta-stoppino che una volta acceso si utilizzava per comunicare la fiamma alle candele.
Di mattina si usava dalla parte dello stoppino, e alla sera dalla parte dello spegnitoio.
Non di rado su spibilladori, lo smoccolatore, era un assistente del sacrista, per lo più un vecchio che non aveva nulla da fare e se ne stava tutto - è proprio il caso di dire - il santo giorno in chiesa, da una cappella all’altra.
Nella chiesa della mia fanciullezza, su spibilladori era tanto vecchio da avere ormai perso quasi del tutto la vista; tuttavia svolgeva la sua mansione di smoccolatore con una professionalità tale da destare la mia ammirazione.
Troppo povero per aspirare a fare il prete e ormai troppo vecchio per poter fare il sacrista, egli soddisfaceva - io suppongo - la sua vocazione religiosa e chiesastica nell’assolvere con dedizione e amore al compito di accendere e spegnere le luci della chiesa che, oggi, con l’elettrificazione, si accendono e si spengono tutte assieme con una lieve ditata su un interruttore.


SU SAGRESTANU
IL SACRESTANO

«Quando lui nacque, la madre morì. Crebbe macilento e rachitico (non superò neanche l’esame di leva!) ed ebbe cura di lui la sorella maggiore, che se lo portò in casa e ve lo tenne anche quando si sposò.
Battista aveva una carattere mite ed essendo piccolo e magro non giocava con i suoi coetanei, né poteva andare con loro a portare dalla campagna gravi fasci di legna. La sorella lo accompagnò dal parroco che lo prese sotto la sua protezione e gli insegnò sa dottrina, il catechismo, per poter fare il chierichetto, e intanto aiutava il sacrestano nelle sue mansioni.
Quando il vecchio sacrista morì, Battista prese il suo posto. Ormai era grande e aveva imparato il mestiere: all’alba, la prima cosa da fare era suonare le campane per l’Angelus mattutino; aprire la chiesa, scopare, spolverare, mettere in ordine, accendere le candele; e se non c’erano chierichetti, servire le messe. Durante gli intervalli riceveva le commissioni per i preti; se moriva qualcuno in paese (ma questo a qualsiasi ora) doveva sonai su dispidimentu, suonare a morto. Finite le messe riordinava e, quando la chiesa era deserta, chiudeva.
Si doveva tenere sempre pronto per accompagnare il prete a portare l’Olio Santo per qualche moribondo; così pure quando c’erano funerali. A mezzogiorno doveva suonare le campane e così pure all’imbrunire, l’Ave Maria dei vivi e, un’ora dopo il tramonto, l’Ave Maria dei morti. Questo era il suo ultimo impegno quotidiano.
Maggior lavoro c’era naturalmente la domenica e i giorni comandati, così pure quando c’erano le riunioni delle confraternite e delle figlie di Maria. La sorella gli diceva sempre di sceglierne una per prenderla in moglie, ma Battista aveva paura che le donne lo avrebbero “comandato a bacchetta”, come già facevano in chiesa, e preferiva continuare a pagare sa taccia de bagadiu, la tassa che allora si pagava se si era scapoli.
Era contento quando c’erano matrimoni e battesimi, perché la sua presenza era ricompensata; qualche volta lo invitavano anche a casa, insieme al prete che aveva celebrato la funzione, e prima di andar via gli davano dolci da portare a casa, anche per la sorella».145


S’ARREPICADORI
IL CAMPANARO

Arrepicadori o repicadori, campanaro, è termine che viene da arrepicai o repicai, suonare le campane. E’ un compito che svolge uno specifico addetto, conoscitore di campane, che può non essere il sacrista.
Di solito egli era coadiuvato nel compito di arrepiacai da uno stuolo di ragazzini, entusiasti di far questa attività, aiutanti suoi e del sacrista, figli di nessuno o con precoce vocazione sacerdotale, che all’occasione facevano anche il chierichetto e, a detta dei compagni, la spia a scuola.
S’arrepicadori aveva un compito importante nei nostri paesi e villaggi: comunicare con tutta la gente della comunità che poteva essere raggiunta dai rintocchi, informandola sugli orari delle funzioni da rispettare, su fatti importanti quali la morte o un grave incidente, un incendio, un crollo. Ogni tipo di comunicazione veniva data con un particolare arrepicu, rintocco di campana.
Che tale compito necessitasse di un esperto arrepicadori veniva dimostrato dal fatto che, in sua assenza, quando il suo posto veniva preso da un “supplente” ne capitavano di tutti i colori, poiché i messaggi non erano chiari e si prendevano fischi per fiaschi.
S’Ave Maria, l’Ave Maria, veniva suonata all’alba con due campane, e dava la sveglia e insieme il buon giorno alla popolazione lavorativa - chi non aveva obblighi di lavoro (ben pochi, in verità, a quei tempi) si girava nel letto dall’altra parte, e riprendeva a dormire.
Sa missa de prima o missa baxa, la prima messa o messa bassa, veniva suonata più tardi, alle sette, con la campana piccola, sa campana de cresia, per chiamare in chiesa la gente per quella funzione.
Sa campana de scola, la campana della scuola, veniva suonata con la campana grande, alle otto, per ricordare ai bambini che era ora di avviarsi.
Su mesudì, il mezzogiorno, veniva dato cun repicus allirgus, con rintocchi allegri, per avvertire i lavoratori de s’ora de scappai, cioè di interrompere il lavoro per la pausa del pranzo.
Su Rosariu, il Rosario, veniva annunciato con la campana piccola di pomeriggio, alle quattro d’inverno e alle sei d’estate, per richiamare la gente alle orazioni serali.
S’orazioni, l’Angelus, veniva suonato a scurigadroxu, al tramonto, nell’ora in cui i contadini rientravano in paese dal lavoro della campagna.
Su prugadoriu, il purgatoriu, era così detto l’ultimo rintocco di campane suonato per scandire il ritmo del tempo quotidiano che invitava le famiglie nell’intimità delle loro case a rivolgere una preghiera ai defunti, prima di chiudere la giornata andando a dormire.
Le campane, come ho accennato più sopra, venivano suonate in occasione di avvenimenti straordinari, incidenti, disgrazie, morti. Ognuno di questi accadimenti era comunicato con un particolare rintocco a una o a due campane diverse, sa majori e sa minori, la grande e la piccola.
Po sa Missa Manna, per la messa cantata della domenica, suonava una sola campana, la maggiore: era uno scampanio lungo e festoso che infondeva gioia nei cuori.
La gente era attenta ad alcuni particolari rintocchi, desiderando di non sentirli o di sentirli il più tardi possibile, come quelli che annunciavano che il sacerdote si stava recando a portare s’Ollu Santu, il viatico, oppure i rintocchi funebri, lenti e cadenzati, detti a doppiu, de su dispidimentu, del commiato, della morte. Altri rintocchi funebri accompagnavano la salma e il corteo lungo il tragitto dal paese al cimitero. Ma se muore un bimbo di pochi anni, è un angelo che è volato in Paradiso e allora le campane rintoccano a festa, cun d’unu arrepicu de alligria.
Uno scampanio concitato, veloce, dava l’allarme alla comunità per una stato di pericolo, ad esempio fogu fuiu, in su sartu o in bidda, incendio in paese o in campagna, o calincunu arrori, qualche disgrazia, come incidenti sul lavoro.
Le campane suonavano su toccu a gloria, rintocchi a festa il Sabato Santo per la Resurrezione del Cristo, e su toccu de xentu, la Notte di Natale per la Nascita di Gesù.


SU MOBINAIU
IL MUGNAIO

Su mobinaiu, il molinaio, è colui che possiede una moba, una mola, e con questa lavora, siat chi molit trigu, sia che macini grano, siat chi molit olia, sia che macini olive, o ateru, o altro.
Tuttavia, il termine mobinaiu, molinaio, usato a se stante, indica sempre il mugnaio, colui che macina il grano. Mentre lo stesso termine seguito dalla specificazione di ciò che viene macinato, per esempio mobinaiu de olia, indica colui che macina le olive; e così per su mobinaiu de fa, colui che macina fave, e così via.
Per mobinaiu, molinaio o mugnaio, si intende esclusivamente colui che macina il grano; mentre chi macina le olive è detto: su chi molit olia; o anche su chi tenit sa moba de s’olia, colui che macina olive, o anche colui che possiede la macina per le olive. Su mobinaiu, il mugnaio, lavora tutto l’anno; mentre gli altri lavorano soltanto in certe stagioni (per le olive) oppure occasionalmente (per le fave).
Fueddu de mobinaiu, parola di mugnaio, si dice a chi non mantiene la parola data. Con i mugnai sono ritenuti poco affidabili, in fatto di parola e di promesse, il calzolaio e il marinaio. I politici, si sa, sono fuori discussione, perché loro sono del tutto inaffidabili.

«Il primo mulino a elettricità risparmiò una grande fatica e perdita di tempo alle massaie, costrette prima a portare a macinare il grano al mulino ad acqua, assai distante dal paese, con la carretta perché a piedi e con il sacco in testa non ce l’avrebbero fatta; altre ricorrevano a sa moba de su burrincu, alla macina di pietra con l’asino, ma ci voleva mezza giornata per macinare unu moi, un moggio,146 di grano.
E così il mulino in paese era sempre affollato. Ziu Ungegnu, zio Eugenio, andava ad aprire il mulino all’alba, e ben presto i sacchi di grano si allineavano e le contadine stavano ben attente a non sbagliare l’ordine per non perdere il turno.
Qualche vicina di casa portava il grano direttamente nella corbula, e così si faceva prima. Tutte ci tenevano ad essere tra le prime affinché nella mola non ci fossero depositi e poi perché quando era avviata da molte ore la farina era bollente e quindi meno genuina - diceva qualcuno.
Il locale era vastissimo, polveroso e rumoroso: al frastuono del mulino si aggiungevano le voci e le risate sonore delle giovani. Le padrone non sarebbero mai andate e mandavano le domestiche che si divertivano alle battute grasse, ed anche alle manate sul sedere del mugnaio, famoso per le sue porcaccionate. Se qualcuna mostrava di scandalizzarsi, era peggio!
C’era anche la macina delle fave per gli animali da lavoro, ma veniva azionata solo se c’era l’aiutante, perché il mugnaio non si poteva spostare dalla macina da grano, per controllare che tutte le clienti prendessero soltanto la farina e la crusca che spettava loro, senza sbattere il cassettone, affinché ne restasse nel fondo per le galline che starnazzavano nel vasto cortile prospiciente.
Le più timide non osavano protestare, ma qualcuna ardita gli diceva anche qualche parolaccia senza arrossire, ma lui rimbeccava pronto.
Durante la guerra furono tempi duri: bisognava macinare solo la quantità consentita dalla legge e così anche al mugnaio restavano pochi fondi; qualche vicina andava all’alba per evitare il razionamento e così, facendo a metà col mugnaio, si poteva avere un po’ di farina in più, in barba alle guardie che vigilavano durante il giorno».147


SU CARRADORI
IL CONDUCENTE DI CARRO

Era detto genericamentecarradori o carrolanti chi faceva il conducente di carri. Vi erano però nomi più precisi per indicare questi lavoratori del settore dei trasporti, sostituiti oggi con i camionisti, secondo il mezzo da essi guidato. Carretteri era detto il conducente de sa carretta; mentre quello che guidava su carrettoni, il carrettone, era detto carrettoneri. Questi ultimi specialmente erano i mezzi adibiti al trasporto di derrate alimentari o anche di persone.
Come ho detto in altra parte di questo lavoro, il traino con cavallo era assai più spedito di quello con i buoi; tuttavia assai maggiore era la forza di questi, sempre appaiati, rispetto a quella di un cavallo. Inoltre, nelle strade tortuose e aspre della montagna i buoi con il loro stabilissimo carro funzionavano assai meglio del carro trainato dal cavallo, che poteva rovesciarsi più facilmente in strade simili.
Il materiale di piombo e zinco estratto dalle miniere della Pertusola,148 normalmente, veniva trasportato (prima della costruzione delle ferrovie, che in Sardegna sono state introdotte assai presto su pressioni del capitalismo minerario straniero) da carri a buoi che facevano la spola tra le laverie delle miniere e il porto di Cagliari, dove il minerale prendeva il volo per altri lidi. Ricoprivano questi carri una distanza di circa 80 chilometri in circa 16 ore più le pause e il riposo necessario a su carradori e ai suoi animali prima di riprendere la vita del ritorno. In pratica ogni viaggio di andata e ritorno durava due giorni.
Is carrettoneris erano allora, in pratica, i lavoratori del settore dei trasporti, sostituiti oggi dai camionisti con i loro mezzi a motore. Usavano ampi carrettoni e cavalli robusti idonei al tiro e sufficientemente veloci, coperti da un telone impermeabile fissato ad archi di ferro fissati alle sponde laterali. D’estate il telone veniva sostituito da un incannucciato che si chiamava “lossia”che ombreggiava lasciando filtrare l’aria, mantenendo fresco e ventilato l’interno del carro. Se era adibito al trasporto di persone, a lato delle due sponde, si fissavano dei sedili a spalliera imbottiti, che consentiva ai passeggeri di star seduti comodi una fila di fronte all’altra, per lo più una decina di persone in tutto.


SU BRABERI
IL BARBIERE

«Adesso sono in pensione, ma posso parlare di quando facevo quel mestiere.
Durante la settimana avevo pochi clienti, perché solo is sennoris, i signori, potevano trovare tempo libero nei giorni feriali. I contadini venivano a farsi radere la barba o a farsi tagliare i capelli di solito il sabato sera o la domenica mattina… ed ecco spiegato perché noi barbieri riposiamo il lunedì.
D’inverno saltavano anche più di una settimana, i contadini, e si facevano tagliare i capelli ogni due o tre mesi.
Per questi servigi, pagavano dopo il raccolto una quantità di grano precedentemente stabilita.
Quando il cliente era malato o troppo vecchio per potersi muovere, io andavo a casa sua, il giorno in cui avevo tempo libero. Così pure a tutti i clienti andavo a fargli la barba a casa, dopo che erano morti; e per quell’occasione, per tradizione, veniva regalato a su braberi l’asciugamano nuovo che le donne di casa gli avevano preparato per usarlo per l’ultima rasatura.
Come mai facevo questo mestiere? Da piccolo ero un po’ malaticcio e il lavoro del contadino mi veniva pesante. Dopo che mio padre mi aveva portato un paio di volte con lui a zappare, se ne era accorto subito che io non ce la facevo, che mi sudavo tutto per la debolezza e, quasi quasi, doveva portarmi in braccio lui per tornare in paese.
Allora, per fortuna, babbo era molto amico di ziu Attiliu, che faceva il barbiere, e gli aveva parlato di me, di prendermi come scienti, apprendista, anche senza paga fino ad imparare il mestiere. Era il mio sogno, fare un lavoro civile come quello, senza dovermi rompere le ossa zappando dalla mattina alla sera, sotto il sole o sotto la pioggia.
E così fu che andai a lavorare nella bottega di ziu Attiliu: Scopavo il pavimento ogni volta che veniva un cliente a farsi i capelli e prima di chiudere la bottega lavavo anche per terra con il secchio dell’acqua e con lo straccio.
Le prime esperienze di barbiere le ho fatte sulla persona dello stesso maestro: piano piano, sotto la sua guida, con qualche urlo e ceffone ho imparato a fare la barba senza sgranare e poi a tagliare i capelli con pettine e forbice e a fare la sfumatura con la macchinetta. Per più di un anno sono rimasto senza paga, prendevo solo le mance, qualche soldo che mi lasciavano i clienti.
Dopo fatto il militare, con i risparmi, mi sono messo bottega da solo e mi sono sposato».149


SU RELOGERI
L’OROLOGIAIO

L’artigiano orologiaio, nei nostri paesi, succede ovviamente all’avvento de su relogiu, dell’orologio, uno strumento che dapprima posseduto da pochissimi benestanti, con il progresso tecnologico, diventa prodotto comune e di basso costo e si diffonde anche tra i ceti economicamente meno abbienti. Sono memorabili is relogius de bucciacca de corpettu, firmaus cun sa cadena, gli orologi da tasca con la catena, che facevano bella mostra di sé nel panciotto o corpetto che dir si voglia. Erano questi relogius i famosi “Roskoff” e i “Ville Frères” detti ironicamente cibuddas, cipolle, che, disusato l’orologio solare, ogni nostro contadino acquistava da su relogiaiu de bidda, l’orologiaio del paese, il quale, oltre che ripararli, gli orologi li vendeva.
Un orologiaio di cui ho un buon ricordo viveva, e sicuramente vive ancora, a Cabras e si chiamava Ciocci. Naturalmente Ciocci era il suo soprannome, ma in questo caso, come in molti altri paesi dell’Oristanese, la gente è conosciuta con su nomingiu o paranomini. Infatti, se si chiede del tale o del tal’altro appellandolo con il suo nome e cognome anagrafico, nessuno sa dire chi sia.
Ciocci faceva l’orologiaio e aveva una botteguccia nella piazzetta della chiesa dello Spirito Santo. E aveva una vetrinetta dove qualche orologio non mancava mai - che funzionasse o no. Naturalmente erano in mostra anche alcuni modelli di cinghiette, bracciali e catenelle.
Il mercato degli orologi non è che fosse molto florido e neppure numerose erano le riparazioni: il “Roskoff”, su relogiu de su messaju, l’orologio del contadino, non si fermava mai, neppure a sbatterlo su una pietra. E così il nostro artigiano negoziante aveva un mucchio di tempo da dedicare al suo hobby, che era quello di suonare la chitarra e di esercitarsi nell’arte del canto di canzonis sarde classiche.
Voce ugualmente nomenada, in paese e dintorni, avevano altri due paesani, Papum, che faceva il bidello, e Barrada, che faceva non ricordo che cosa. Naturalmente erano amici e insieme formavano un trio canoro, che diventò famoso, diciamo in tutta l’Isola, partecipando al “Nuraghe d’argento”, una trasmissione radiofonica che pure vinsero.
Non ho notizie di questo simpatico terzetto, mentre scrivo - mi auguro che goda ottima salute.
Per concludere, riporto dallo studioso Vissentu Porru la nomenclatura in sardo de su relogiu:
«Sa cascia, la cassa. Su quadranti, mostra,… quadrante. Su ponti, ponte, castello. Su spiragliu, lo spiraglio. Is turnus, le viti. Is ascias, i perni. Sa verga, la verga. Palitta de sa verga, paletta. Su fusu, piramide. Su tamburru, tamburo. S’ascia de su tamburru, chiavistello. Su barrilettu, chi contenit sa molla maista, bariletto del tamburo. Sa molla, molla, fascia. Sa corda, corda. Donai corda, caricare. Su cristallu, vetro. Sa fleccia, lancetta. Su balanzinu, bilanciere. Is rodas, le ruote. Sa roda de incontru, ruota dei riscontri. Sa aletta de custa roda, paletta. Rocchettu, rocchetto. Ala de su rocchettu, ala del rocchetto. Sa crai, chiave. Cadena a duus o tres filus, catena a due o tre fili. Pumu de seda guerniu in oru, cordone di seta guarnito in oro. Relogiu streccau, orologio schiacciato. Relogiu a sabonetta, a doppiu quadranti, orologio a savonetta, a doppia mostra. Relogiu cun isvegliarinu, orologio colla sveglia. Relogiu cun contornu de giargonis, o siant diamantis grogus, orologio con contorno di giargoni, o siano diamanti gialli. Relogiu a aqua, clessidra, oriuolo ad acqua. Relogiu de soli, orologio solare. Su spigoni de ferru, chi signalat is oras, stilo. Relogiu di arena, orologio a polvere».150


SU SINDIGU
IL SINDACO

Su sindigu est su chi cumandat su comunu, il sindaco è il capo del comune.
La carica e la funzione di sindaco può farsi risalire all’antica Grecia, dove tale figura, eletta di volta in volta dalla comunità, rappresentava la stessa davanti alla autorità giudiziaria. Più avanti negli anni, il sindaco diventò una sorta di moderno pubblico ufficiale in pianta stabile, avente funzioni di vigilanza e controllo, nonché di tutela della economia
Con la legislazione giustinianea, l’istituzione del sindaco, con diversi nomi e titoli e funzioni, variabili da città a città nei particolari, entrò nell’ordinamento amministrativo di tutti gli Stati dell’Occidente, Americhe comprese.
In Italia, fino al 1926 su sindigu, il sindaco, è a capo del comune. Con l’avvento del fascismo, viene sostituito dal podestà. Alla caduta del fascismo, con un giro di valzer, al podestà subentra di nuovo il sindaco.
Attualmente quella di sindaco è una carica elettiva che dura quattro anni. Nelle grandi città è di solito il cadreghino di lancio per la carriera politica di aspiranti alla classe dirigente, ovvero aspiranti a far parte della consorteria al potere.


SU SECRETARIU
IL SEGRETARIO

Nella parlata paesana, con l’appellativo di Su secretariu si indica comunemente il segretario comunale. Ossia il funzionario dello Stato, responsabile dei servizi amministrativi di un comune o di un consorzio di piccoli comuni.
Su segretariu dipende dal sindaco, che è il capo del comune.


S’APPLICAU COMUNALI
L’IMPIEGATO COMUNALE

Era detto anche scrivanu, scrivano, poiché prevalentemente aveva compiti di copiare o trascrivere a mano sui registri e gli atti pubblici. Nella gerarchia degli impiegati comunali c’erano diversi funzionari con compiti più o meno importanti e più o meno ambiti e redditizi. Per esempio s’applicau de s’abigeau, l’applicato che rilasciava i bollettini d’accompagnamento del bestiame, che in pratica viveva delle regalie dei proprietari di bestiame che necessitavano di risolvere pratiche di sua competenza.


SU SCRIVONELLU
LO SCRIVANO

Scrivonellu, scrivanello o scrivano pubblico, era colui che ad uso della comunità si prestava a scrivere lettere per parenti lontani, specie a fidanzati e a figli che si trovavano in Continente per servizio militare; oppure a fidanzate e a figlie, anch’esse in Continente per prestare servizio domestico in casa di famiglie benestanti.
Su scrivonellu, lo scrivano, veniva richiesto anche da is meris, i padroni, quando volevano redigere contratti scritti, raramente di lavoro, quasi sempre relativi a vendite e acquisti, a donazioni, lasciti o altro.
In quei periodi di diffusissimo analfabetismo, che non risparmiava neppure i ceti abbienti, su scrivonellu, era una figura rara eppur necessaria alla comunità nelle circostanze in cui c’era bisogno di leggere o di scrivere. Quando qualche “singolare” ed “eccentrico” membro della comunità aveva fortunosamente appreso l’arte del leggere scrivere e far di conto, sia che fosse stato in seminario per qualche tempo, sia che avesse appreso da militare, sia che fosse stato un chierichetto “volenteroso” preso in simpatia dal prete, poteva campare facendo quel mestiere, da signore, senza sporcarsi le mani - come dicevano con una punta di invidia i loro compaesani.
Il compito di scrivonellu era di solito svolto anche da su preidi, su secretariu e su maistu de scola, dal prete, dal segretario comunale e dall’insegnante.
Scrivonellu, come l’italiano scrivanello, indica anche, dispregiativamente, uno scrivano o in generale un impiegato di poco conto.


SU FUNTANERI
L’ADDETTO ALLA DISTRIBUZIONE DELL’ACQUA

Su funtaneri è attualmente l’addetto comunale alla rete idrica e in particolare alla distribuzione dell’acqua, alla apertura e chiusura della rete, secondo quantità e bisogni. Quando non c’era rete idrica, su funtaneri indicava - come vuole l’etimologia del termine - l’addetto alle fontane pubbliche, ovvero ai pozzi, cui attingeva la gente del paese. Suo compito era di vigilare sull’uso corretto, di manutenzione dei pozzi e di costruirne di nuovi se necessario.


SA GUARDIA COMUNALI
LA GUARDIA CIVICA

Vi erano diverse guardias: sa guardia municipali (o semplicemente sa guardia), che svolgeva il compito di vigilanza nel centro abitato; e sa guardia campestri o campariu che invece svolgeva lo stesso compito in su sartu comunali, ossia nei terreni del demanio comunale.
In tempi abbastanza recenti, diciamo fino alla seconda carneficina mondiale, “conditio sine qua non” per fare su campariu era il possesso di un cavallo da sella - poiché per poter svolgere il suo compito di vigilanza in campagna necessitava di tale mezzo di locomozione.
Non sempre ben visti dalla gente, perché affibbiatori di multe, spesso ingiuste, delle quali godevano la percentuale, is guardias, nei tempi andati avevano vita breve. Attualmente la gente si è ormai abituata a ricevere ogni genere di angheria, è diventata abulica, fatalista e non reagisce più come un tempo. A proposito di mestieri un tempo assai pericolosi.


SU DAZIERI
IL DAZIERE

L’importanza del daziere in una comunità per quanto riguarda il suo lavoro di riscossione delle imposte (il dazio) si desume anche dal fatto che perfino nella macellazione del maiale di famiglia (che veniva conservato per essere consumato durante l’inverno) bisognava preventivamente avvisare non solo il veterinario (quando c’era) ma soprattutto il daziere (che c’era sempre), e bisognava pagare sa taccia, la tassa, l’imposta relativa. Se si considera che ogni famiglia aveva almeno un maiale da macellare per le provviste invernali, se ne desume che il salasso era notevole.
Il daziere era una longa manu del fisco, arrivava dappertutto, qualunque cosa facessi arrivava per riscuotere il balzello. In definitiva su dazieri riscuoteva oltre la tassa in quattrini anche le regalie o i pizzi cui la gente doveva sottostare per tenerselo buono. A questo proposito, nei periodi festivi, quali il Natale o la Pasqua, si dice di dazieri che abbiano rivenduto nelle macellerie di città gran quantità di agnelli e capretti e maialetti, ricevuti in regalo…
Tale professione era di solito svolta dai ceti notabili, che godevano la fiducia del padronato e della consorteria al potere, ed erano considerati doppiamente sfruttatori della povera gente.


S’UFFIZIALI GIUDIZIARIU
L’UFFICIALE GIUDIZIARIO

S’uffiziali giudiziariu, era ed è un funzionario di livello esecutivo del tribunale, di stanza negli uffici del comune, che notifica ai contribuenti tasse da pagare, avvisi di mora, contravvenzioni, atti giudiziari e altri luttuosi e nefasti eventi, quando non anche esegue atti di pignoramento giudiziario per pagamenti mancati, in tal caso spesso accompagnato dalla cosiddetta “forza pubblica” che risulta essere “forza del potere” che è sempre “privata” in quanto non appartiene al popolo ma ai privilegiati che detengono il potere. La gente comune definisce s’uffiziali giudiziariu un vero e proprio “uccello del malaugurio”.
In lingua sarda s’uffiziali giudiziariu è tutt’uno con su pignoradori, su chi leat in prenda, colui che in nome della legge e con la forza sottrae al cittadino i propri averi, per non aver pagato una gabella, o per altri motivi addotti dalla autorità giudiziaria.
Imprendamentu o pignoramentu o anche leai in prenda hanno il significato di pignoramento.
Diversi cronisti parlano della difficile vita degli ufficiali giudiziari del secolo scorso i quali, per conto degli esattori delle imposte, erano costretti per vivere a recarsi fin nei più sperduti ovili di campagna per notificare taccias, gabelle, o po leai in prenda, per pignorare, povere suppellettili, e più spesso capi di bestiame. Gli anni a cui si è precedentemente accennato, erano quelli successivi agli Editti delle Chiudende151 di infausta memoria, che aveva sancito nell’Isola la proprietà privata della terra, arricchendo un pugno di profittatori e riducendo in miseria intere popolazioni. Accadeva che, lungo i viottoli campestri in cui si avventurava, s’uffiziali giudiziariu venisse fulminato dalla impietosa doppietta di iracondi pastori o contadini, esacerbati per l’eccessivo fiscalismo dello Stato italiano.152


SU GIUGI
IL GIUDICE

Su giugi è il giudice, colui che si arroga, in virtù di una laurea e di un concorso, il diritto di giudicare, condannare o assolvere, i propri simili.
Su giugi e sa giugessa, il giudice e la giudichessa, sono termini riferibili al periodo storico dei Giudicati, di cui si dà qui un breve cenno.
Il Giudicato - una originale organizzazione sociale sviluppatasi in Sardegna in pieno Medio Evo - è da ritenersi una risultante storica dell’antichissima città-stato, che può farsi risalire alla organizzazione nuragica, e che ritroviamo nell’Isola nel periodo pre-cristiano secondo un modello comune ai Greci e ai Fenici.
I Giudicati si costituiscono e si sviluppano dal VII secolo (cessata la dominazione bizantina) al X secolo, durante il periodo dei reiterati tentativi di conquista da parte dell’Islam. Dopo il 1015 l’interferenza politico-militare di Pisa e di Genova ha influenzato e certamente modificato negativamente l’originale forma di organizzazione del Giudicato.
Ritroviamo nel Giudicato ordinamenti e istituti presenti nel passato, quali appunto il Giudice (detto Sufeto dai Fenici e Arconte dai Greci) e i Majorales o maggiorenti, gli anziani della casta aristocratica che costituiscono un Senato, e le Assemblee popolari, con poteri che appaiono non esclusivamente consultivi.
Il Giudicato può così definirsi una organizzazione sociale di tipo patriarcale evolutasi autonomamente e originalmente in Sardegna durante il Medio Evo, su fondamenta di istituti e tradizioni del passato.
La comunità, costituita da contadini e pastori e da artigiani, è retta da una aristocrazia, i Majorales, e tra questi uno assume l’alta funzione di Giudice. Periodicamente vengono indette le Assemblee, cui partecipa il popolo e il clero, quando si tratta di prendere decisioni di fondamentale importanza per la collettività.
Il Giudice è il supremo reggitore del Giudicato. Erroneamente viene chiamato “re”: giustamente è stato scritto non senza ironia che in Sardegna non sono mai esistiti i “troni”. E’ certo che nei primi tempi, che possiamo definire “democratici”, qualunque Majorale, o cittadino notabile, poteva assumere la carica di Giudice; e che soltanto più tardi, dopo la pesante interferenza Pisana, c’è una tendenza del Giudicato a diventare Signoria, e quindi a fare del Giudice una carica ereditaria. Pare anche certo che la durata della carica di Giudice fosse limitata inizialmente a un anno (come nelle città-stato dove l’Arconte governava per un anno), poi a cinque anni, poi anche a dieci anni e infine a vita.
Il Giudice governa con i Majorales (o Majores) che sono di rango pari al suo. Spesso, anzi, le funzioni del Giudice sono delegate, nell’amministrare e nel giudicare, ad altri Majorales, indicati nei documenti ufficiali come “Frades”, fratelli, o Donnikellos, signorotti.153
La moglie del Giudice è detta Donna de Logu, signora del luogo (per Logu si intende il territorio del Giudicato) o anche Donna de Arborea (o de Gallura), dal nome di “quel” Giudicato. La madre del Giudice è invece chiamata Donna Manna, testualmente donna grande. Tali titoli onorifici riservati alle donne dell’aristocrazia giudicale, secondo alcuni studiosi con i quali concordo, sarebbero residui di un passato regime matriarcale, riaffiorante con la presenza, in tale sistema patriarcale, di figure femminili di grande rilievo storico, come la Giudichessa Eleonora d’Arborea.
I Majorales o Majores costituiscono, come detto, una sorta di Senato che governa insieme al Giudice, e sono la casta dominante, l’Aristocrazia. Altro ceto, il più numeroso, è quello dei Liverus o Liurus (liberi): contadini, pastori, commercianti artigiani, militari e clero. Quindi vengono i Servi.


SU PRETORI
IL PRETORE

Importante membro della consorteria al potere, presente per fortuna soltanto nei grossi centri, rappresenta la giustizia dello Stato nei nostri paesi.
Il modo di amministrare giustizia è molto semplice e sbrigativo: i carabinieri rappresentano l’accusa e compiono le indagini a loro necessarie per dimostrare la colpevolezza dell’imputato, il quale viene arrestato e processato dal pretore. L’imputato, di solito un poveraccio (perché i notabili sono immuni dal commettere reati e di solito sono amici sia del maresciallo che del pretore e quindi “al di sopra di ogni sospetto”) non ha alcuna possibilità di difendersi. Anche perché non può mai pagarsi un avvocato, e quello che pro forma gli affibbia la “giustizia” si rimette sempre “alla clemenza della Corte”.


SU CANCELLERI
IL CANCELLIERE

Il segretario del pretore - compito talvolta affidato al segretario del comune dove ha sede la pretura.


SU MARESCIALLU
IL MARESCIALLO

Il termine Maresciallu indica sempre il maresciallo dei carabinieri, che è di norma il comandante della caserma; mentre per indicare il maresciallo di finanza, si aggiunge a maresciallu l’esplicativo de finanza, maresciallo di finanza.
Il compito de su maresciallu è quello di far rispettare la legge dello Stato, che assai poco coincide con quella della comunità, e in particolare con gli interessi della gente. Su maresciallu, che è una autorità “armata” e rappresenta insieme a su giugi, “sa forza”, ossia il potere costituito, o anche “sa giustizia”, giustizia in senso dispregiativo. “In ci fiat totu sa giustizia parada”, che si traduce letteralmente: "c'era tutta la giustizia schierata", è una diffusa espressione popolare per indicare dispregiativamente una radunata di autorità varie, civili e militari, in “pompa magna”.
I marescialli, i comandanti militari in genere, per l’autorità che rappresentano e il potere che detengono, configurando un tacito ricatto, sfruttano la popolazione ricevendo, anche non richiesti, regalie e favori. La gente, per tenerseli buoni, li unge in continuazione, temendo, ciascuno e tutti, di essere pizzicati da un momento all’altro, per essere incappati in qualche maglia di quella complicata legge che a bell’apposta non ammette ignoranza…


SU BRIGADERI
IL BRIGADIERE

Nei piccoli centri, in logu de unu maresciallu, est unu brigaderi chi cumandat sa caserma de is carabineris, al posto di un maresciallo è un brigadiere che comanda la stazione dei carabinieri.
Comunemente il termine brigaderi indica il brigadiere dell’arma dei carabinieri, che è spesso anche comandante della caserma, se è ubicata in un piccolo comune.
Di solito, alle proprie dipendenze, su brigaderi tenit unu appuntau e unu o prus carabineris, il brigadiere ha un appuntato e uno o più carabinieri.


SU CARABINERI
IL CARABINIERE

Su carabineri rappresenta una tipologia sociale caratterizzata, dal punto di vista caratteriale e del comportamento, dagli attributi della balentia, nel senso di ardimento sfrontato, qualcosa di simile al significato che i popolani di Napoli, e in specie le donne dei bassi, danno al termine “guapperia”.
E’ risaputo che lo Stato, (nella fattispecie dei membri della consorteria al potere) attinge nell’immenso serbatoio della disoccupazione e della povertà i giovani che utilizza nelle istituzioni repressive, carabinieri, polizia, finanza e guardie carcerarie, i quali hanno la nobile funzione di difendere l’ordine pubblico, funzione che certe ideologie definiscono da cani da guardia dei privilegi e degli interessi delle classi al potere: magistrati e politici, generali e tecnocrati, boiardi e alto clero, quelli che un tempo, da quelle stesse ideologie, prevalentemente comuniste, venivano definiti il padronato con i suoi satelliti.
Is carabineris, come i suoi affini poliziotti, finanzieri e guardie carcerarie, rappresentano la “crema” dei diseredati pescati nel cosiddetto “serbatoio di morti di fame”, - c’è da presumere che di proposito venga creato, conservato e alimentato dal sistema, appunto per assolvere allo scopo di rifornire manodopera alla base del potere esecutivo, la “forza pubblica”. Essi, gli addetti alla repressione statalista, vengono scelti innanzi tutto tra le famiglie che non abbiano conti aperti con la giustizia del sistema, si vuole cioè che appartengano a famiglie timorate di Dio e della Legge, fedeli servitori del potere costituito, o in via di costituzione, ma che allo stesso tempo abbiano prestanza fisica e carattere aggressivo, appunto “balentia”, nel senso sopra specificato di guapperia - caratteri che vengono anche sostenuti e rafforzati durante i corsi di addestramento nelle apposite scuole. Tristemente famose le scuole dell’ardimento, che mitizzano il principio della obbedienza cieca e assoluta al comando, alla consegna ricevuta, del coraggio, del sacrificio, della dedizione totale alla causa, e dell’uso della violenza più becera e cieca contro i riottosi, contro gli oppositori, contro chiunque sia additato dal potere come nemico, come un pericolo per certi fumosi valori, quali “l’ordine costituito o in via di costituzione” o “la difesa dei sacri confini della patria”.
Sta di fatto che ancora oggi, l’arruolamento da parte dello Stato di manodopera da utilizzare nelle istituzioni repressive, quali le forze armate e la polizia, configurano una forma di vero e proprio colonialismo interno, similare all’arruolamento degli ascari, le truppe di colore, nei paesi colonizzati.
Infatti, non si è mai dato che un giovane di una famiglia ricca e potente, che so, un Agnelli o un Berlusconi, sia stato arruolato come semplice carabiniere o poliziotto. Se mai, i rampolli di tanta schiatta, se si ritrovano la vocazione militare, dopo il liceo classico e la laurea in giurisprudenza, e l’accademia, si ritrovano in breve tempo a fare il comandante di legione, con il grado di tenente colonnello. Attività non contemplata in questa raccolta di mestieri perché del tutto improbabile nella nostra Isola, che non ha la fortuna di aver dato i natali a un Agnelli o ad un Berlusconi, ma soltanto a un Segni o ad un Cossiga.


SU FINANZERI
IL FINANZIERE

Arruolarsi nella Guardia di finanza è prestigioso per i giovani, forse più che nell’arma dei carabinieri o nella polizia o nella sorveglianza nelle patrie galere. Ciò, forse, perché su finanzeri controlla il traffico delle merci per reprimere il contrabbando, avendo quindi la possibilità di cavarne degli utili per esempio in cioccolata e sigarette. A livelli più elevati, gli utili possono essere più cospicui, ossia in mazzette, quando si chiudono gli occhi su certi oneri fiscali inevasi. Inoltre si viaggia molto, specie se si svolge servizio nelle frontiere - che, per quel che riguarda l'Italia, si trovano tutte a Nord, lungo l'arco alpino, essendo le coste, come il mare, sconfinate, e quindi liberamente aperte a ogni genere di traffico.


SU COMESSARIU
IL COMMISSARIO DI PUBBLICA SICUREZZA

Su comessariu indica il commissario di pubblica sicurezza, il comandante della caserma di polizia, detta in sardo quarteri,154 nelle accezioni di “fabbricato adibito all’alloggio di truppe” e di “base di operazioni militari”. Su quarteri, la caserma di polizia, o meglio il commissariato di PS, è presente soltanto nei grandi centri abitati, bastando e avanzando nei piccoli la presenza e l’opera dei carabinieri.


SU GRASSADORI
IL RAPINATORE

Grassadori, dall’italiano grassatore, colui che compie grassazioni, rapine a mano armata. Ieri si diceva anche brigante da strada, oggi si dice rapinatore, vedi rapinadori. Il termine grassadori è voce dotta derivata dal latino “grassatus”, pp. di “grassari”, andare avanti con impeto, assaltare alla strada.155
La poesia che segue è un documento di rilevante interesse sociale, trattandosi della composizione di un certo Loi, di mestiere fabbro ferraio, accusato della rapina all’ufficio postale di Cabras, grosso paese dell’Oristanese, avvenuta il 19 gennaio del 1900.
Il Loi viene accusato di questo reato e trattenuto in carcere, in cella di isolamento, in attesa di giudizio.
Il presunto grassatore, durante gli interrogatori della polizia e durante il processo, si dichiara innocente. Così pure nella sua poesia-testimonianza, egli ribadisce la propria innocenza. Sconta quindici mesi di carcere, poi un tribunale - dalla canzoni del Loi si direbbe d’appello - lo assolve e viene rilasciato senza scuse.


Canzoni
posta po sa grassazioni a s’offiziu postali de Crabas
su degannoi de grannaxu de su millinoighentus.
Canzone
composta per una grassazione all’ufficio postale di Cabras
il diciannove di gennaio del millenovecento

M’ ad’ arregodai su Millenoighentus
de Grannaxiu fiad sa dì degannoi,
in Crabas de chizzi s’intendint lamentus:
a sa Posta anti fattu una grassazioni.
Furau anti sa summa de francus dughentus.
Contras a mei fiad s’imputazioni;
arrestau e potau a su dibattimentu
e cundennau puru a s’arrecrusioni.
… una notti disastrada,
s’aria fiad ammantada, su bentu fiad forti:
cussa fuid sa notti chi anti fattu s’arrori.
(Mi ricorderò il millenovecento / era il giorno 19 di gennaio, / all’alba a Cabras si odono grida: / hanno fatto una rapina alla posta. / Hanno rubato la somma di duecento lire. / L’imputazione era rivolta contro di me; / mi hanno arrestato e portato al processo / e anche condannato alla reclusione. /… (Era) una notte orrorosa, / il cielo era coperto, il vento era forte : / in quella notte fecero il danno.)
A su mengianu m’anti avvisau a Quarteri,
a mei poberitu m’est toccau a ddu andai.
Innia appu incontrau a su brigaderi
e i m’ad fattu sezzi e i m’ad fattu istentai.
In cuss’ora est intrau su cancelleri
cun su pretori, po m’interrogai.
Mi narad: - Ses tui, o Loi su ferreri? -
- Deu, sissignori - dd’apu deppiu nai.
Insara’ ‘n d’est bessiu unu carabineri;
m’ammostad un ‘otteddu, un cumpassu e una crai.
- Deu: sissignori - dd’appu deppiu nai.
Funti arroba mia, no ddu pozzu negai. -
- Insara’ gei ses tui cuddu chi oberi’
pottas e fentanas, po intrai a furai.
Si tui non torras su ‘inai a su posteri,
is ossus in presoni ti fazzu scallai! -
(Di mattina m’hanno avvisato in caserma, / e io poveretto ci son dovuto andare. / Lì, ho trovato il brigadiere / e mi ha fatto sedere e mi ha trattenuto. / Subito dopo è entrato il cancelliere / con il pretore, per interrogarmi. / Mi chiede: - Sei tu, Loi il fabbro? / - Io, sissignore - Ho dovuto rispondergli. / Allora è entrato un carabiniere; / mi mostra un coltello, un compasso e una chiave. / Io: sissignore - ho dovuto dirgli / Sono roba mia, non posso negarlo. /- Allora sei tu, quello che apre / porte e finestre, per entrare a rubare. / Se tu non rendi i soldi all’ufficiale postale, / ti faccio marcire le ossa in prigione! -).

A questo punto il poeta estemporaneo descrive l’interrogatorio. Con ritmo acceso e rapido egli denuncia le percosse con cui si cercava di strappargli una confessione.
Unu mi boffettada,
s’atturu mi narada: - Torraddu su ‘inai
ca ti ‘n ci lassu andai, e su processu non sigu. -
- Si tenis atturu amigu, naraddu liberali… -
Unu mi boffettada,
s’atturu mi narada: - Torraddu su ‘inai
ca ti ‘n ci lassu andai, e no sigu su verbali.
Mira ca t’est pru’ mali! -
Uno mi boffettada,
s’atturu mi narada: - Torraddu su ‘inai
ca ti ‘n ci lassu andai... Tanti dd’as fattu tui ! -
O fessid de arrui,
toccàda a mei sa funi. Toccàda ‘e dda pigai.
(Uno mi schiaffeggiava, / l’altro mi diceva: - Rendili i soldi / che ti lascio libero e interrompo il processo -/- Se hai un complice, dillo liberamente… - / Uno mi schiaffeggiava, / l’altro mi diceva: - Rendili i soldi / che ti lascio libero e non continuo il verbale. / Guarda che è peggio per te! / Uno mi schiaffeggiava, / l’altro mi diceva: - Rendili i soldi /che ti lascio libero... Tanto sei stato tu. / Forse era destino, / toccava a me esser preso al collo. Dovevo prendermela, la fune.)

I versi che seguono non abbisognano di commento: è un costume ancora attuale, purtroppo, quello di maltrattare la povera gente, che è la sola a essere sospettata e incriminata…
Appena chi fiad s’interrògu accabau
in d’una cella a solu m’anti collocau.
Ni lettu e ni nudda po pigai arriposu.
Appena su merì i m’est iscurigau
su logu i s’est fattu meda friorosu.
Domand’una manta e non mi ‘nd’anti giau.
Mi lassanta in terra po essi prus penosu.
Una tassa ‘e aqua chi appu domandau
benint e mi ‘onant corpus de punnigosu.
(Appena finito l’interrogatorio / mi hanno chiuso in una cella di isolamento. / Né letto né altro per riposare. / Appena la sera s’è fatta buia / la cella è diventata molto fredda. / Ho chiesto una coperta e non me l’hanno data. / Mi lasciano per terra perché soffra di più. / Per un bicchier d’acqua che avevo chiesto / son venuti e mi hanno picchiato).

E il Loi, dichiaratosi innocente, dopo aver descritto l’istruttoria, il processo, il carcere e la liberazione, conclude :
A quindixi mesis de arrecrusioni
a sa fini de is contus m’anti castigau.
Immoi ca de su tottu seu liberau
dogniunu mi mirad cun tradizïoni;
immoi prus de prima seu odiau
de dognia brutta villana personi.
(A quindici mesi di reclusione / M’hanno condannato, alla fine dei conti. / Adesso che sono del tutto libero / ognuno mi guarda con malanimo; / adesso sono odiato più di prima / da ogni indegna, villana persona.156


SU GRASSADORI
L’INGRASSATORE

Grassadori, ingrassatore, era detto anche colui che raccoglieva grasso animale, specie delle pelli da conciare, per poi rivenderlo all’industria della fabbricazione del sapone.
Grassadori è infine l’addetto all’ingrassaggio delle macchine articolate o snodate, da lavoro o da trasporto, quali le falciatrici e le trebbiatrici, i treni e le carrozze.


SU PEDIDORI
IL MENDICANTE

Su pedidori, letteralmente “colui che domanda”, da pediri, chiedere per ottenere, è il mendico, colui che vive chiedendo l’elemosina. Nella nostra tradizione il mendicante è una figura sacra.
Indipendentemente da ogni sua possibile deformazione fisica o disturbo mentale, qualunque sia il suo aspetto, il mendicante non può essere oltraggiato né deriso e tutti i membri della comunità, compresi i bambini, devono portargli rispetto e aiutarlo in caso di necessità.
Ogni paese ha i propri mendicanti, maschi per lo più, per ovvie ragioni morali, in quanto le mendicanti, se giovani, possono venire offese dalla turpitudine di possibili depravati o di strangius, stranieri ed estranei alla cultura della comunità. Tuttavia, superata una certa età, abbiamo una quasi parità di sesso tra is pedidoris, i mendicanti.
A is pedidoris propri del paese si aggiungono quelli di altre comunità, per lo più giovani, che vagabondano spostandosi di paese in paese, spesso in modo regolare. E’ anche regolare, abitudinario direi, che ciascun pedidori, visiti periodicamente alcune famiglie di una o più comunità, dove è stato trattato benevolmente, e dove spera di ritrovare uguale generoso trattamento.
Possiamo così dire che sa pedidoria, la questua, costituisce da noi una sorta di istituzione, quella appunto dell’elemosina, che regola il modo di farla e il modo di essere chiesta. Oltrecciò risolve anche il problema dei diversi (disturbati mentali, sordo-muti, non vedenti, handicappati) i quali in pratica vengono affidati alla responsabilità di tutti i componenti della comunità, senza emarginamenti.
Essi cioè fanno parte a pieno titolo della società comunitaria in cui sono nati, che assegna loro doveri e dà loro diritti.
Pur trovando il portale del cortile o la porta di casa socchiusi, non era lecito a su pedidori aprire ed entrare senza il permesso della padrona di casa. Da notare che, nei nostri paesi, portali e porte d’accesso ai cortili o alle case, durante il giorno erano socchiusi, e parenti, amici e gente del vicinato, potevano entrare in casa dando una voce perché la padrona poteva essere in cucina o nel cortiletto sul retro.
Anche se in casa c’era la padrona, su pedidori doveva attendere sui gradini o sulla soglia dell’uscio di casa e talvolta saper attendere pazientemente seduto sugli stessi gradini o sulla stessa soglia. Non di rado però sa meri, la padrona, se su pedidori o sa pedidora erano di età avanzata o visibilmente affaticati, li invitava a entrare e avvicinata una sedia sull’uscio di casa li faceva sedere. Ciò si verificava anche se c’era pioggia, freddo o maltempo.
Normalmente l’elemosina, monete o cibarie, veniva messa direttamente nel sacco del mendicante. Talvolta, se il mendicante mostrava di gradirlo, veniva servita una pietanza calda, minestrone, minestra o pastasciutta, che su pedidori consumava tenendo il piatto sulle ginocchia.
Al di là delle personali curiosità della padrona di casa che si informava sullo stato di salute e sugli spostamenti che il questuante operava da paese a paese, il dialogo tra l’elemosiniera e il mendico seguiva un certo rituale.
Di domanda: «A su bonu coru… In nomini de su Babbu… Po amori de Deus.» («Al buon cuore... In nome del Padre... Per amore di Dio»)
Di ringraziamento: «Deus si ddu paghit… Deus si ddu torrit a prus et prus». («Dio glielo ripaghi... Dio glielo renda moltiplicato»)
Di commiato da parte della padrona: «Bai cun su Babbu (o cun sa Mama)… Bai in bon’ora… Bai cun saludi.», oppure: «Andit cun Deus!» («Vai con il Babbo - o con la Mama... Vai in buon’ora... Vai con salute...», oppure: «Vada con Dio!»)
Di commiato da parte del mendico: «Atturit cun su Babbu ( o cun sa Mama)… Atturit cun saludi» .(«Resti con il Babbo - o con la Mamma... Resti con salute».)
Tra le altre consuetudini, quella di metter da parte, durante il raccolto, una certa quantità di grano e di legumi da distribuire a is pedidoris nell’arco dell’anno agricolo, e ancora quella di metter da parte una certa quantità di pane, il giorno dell’infornata, da distribuire ugualmente ai mendicanti.


IS PEDIDORIS DE DOMU MIA
I MENDICANTI DI CASA MIA

Non so dire bene perché ma, durante la mia infanzia e specialmente nel tempo trascorso in paese, i fatti che mi accadevano, anche i più comuni, i più consueti, avevano una rilevanza straordinaria. Immagini e sensazioni di quel periodo sono rimasti incisi indelebilmente nella mia memoria e ne porto ancora con me il ricordo vivo, che molto spesso si tramuta in nostalgia.
La mia casa era visitata periodicamente da diversi pedidoris, mendicanti. Alcuni erano sconosciuti, altri invece, i più abituali, erano sempre gli stessi che con una periodicità fissa bussavano alla nostra porta per chiedere l’elemosina. Questi mendicanti abituali erano is pedidoris de domu mia. Erano di età e di sesso diversi, così come diversi erano nella costituzione fisica e nell’abbigliamento; ma per la maggior parte erano anziani o invalidi, gente alla quale non si poteva dire: «Ma perché non vai a lavorare?»
Ne ricordo alcuni in particolare: zia Clara, una donna di mezza età, piccola, rotondetta e con un viso paffuto dove a tratti lampeggiavano due occhi neri da spiritata. Dicevano che fosse matta, infatti la gente del mio paese la chiamava Crara sa maca. E poi ricordo Licu, scarno, alto, asciutto. Anche di lui dicevano che fosse matto, toccau de su marteddu de Santu Amadu, toccato dal martello di Santo Amato, perché gli venivano delle crisi epilettiche e talvolta ciò gli accadeva anche per strada. La gente, in paese, lo aveva soprannominato Gesù Cristu Aresti, Gesù Cristo Selvatico.
Is pedidoris de domu mia, i mendicanti abituali di casa mia, si davano tra loro convegno e arrivavano tutti insieme un certo giorno della settimana, il giovedì mi pare, una sola volta al mese. Le domestiche avevano l’ordine di farli entrare nel cortile dietro casa, cui si accedeva da una stradina privata. Venivano sistemati degli scanni uno accanto all’altro dove is pedidoris si sedevano, riposandosi dalla fatica del loro camminare. Ciascuno di loro recava con sé una bertula, bisaccia, o un sacco dove riponeva quanto gli veniva offerto. La mamma disponeva che a ciascuno venisse dato in parti uguali del denaro, del pane, del grano, dei cereali, del vestiario e infine faceva versare loro in una scodella una buona minestra che era stata preparata la notte prima in previsione della loro visita. La mamma si tratteneva un po’ con loro prima di congedarli; chiedeva del loro stato di salute e li faceva parlare, e li ascoltava; e io assistevo curioso alla scena e pareva a me che is pedidoris de domu mia fossero persone normali, gente che si comportava con dignità e naturalezza, niente affatto tristi o affamati o macilenti. Quando essi si congedavano, io apprendevo il rituale dei ringraziamenti e degli auguri che si devono scambiare tra colui che offre e colui che riceve.
Dicevano essi alla mamma, rivolgendole sguardi di riconoscenza: «Deus si ddu paghit.». E la mamma, augurando loro un buon viaggio, diceva: Bendit cun su Babbu.», cui faceva eco la risposta: «Atturit cun sa Mama.»
Ricordando is pedidoris, i mendicanti del mio paese, ho ritrovato l’immagine di uno di questi seduto ai margini della strada in ombra, intento a consumare il suo spuntino con le gambe allungate in avanti per riscaldarsi i piedi nudi al sole. Il suo viso è sereno e pacato; non esprime né infelicità, né disagio, né tristezza; egli si sente perfettamente sistemato: il capo e parte del corpo all’ombra e le gambe e i piedi al sole; accanto a sé mezza bottiglia di vino, un cartoccio con del pane e del formaggio. Egli ha la salute e non gli manca il necessario per vivere. Guardando in questa foto l’immagine del mendicante ho fatto alcune riflessioni. Noi viviamo in una società dove il superfluo è necessario. Ma allora siamo veramente liberi oggi? Sicuramente posso affermare che quel mendicante era libero. Libero nel vero senso della parola. I suoi ritmi biologici non erano segnati dal lavoro, dalla famiglia, dagli orari da rispettare, ma erano regolati da orari naturali, dall’armonia della vita con il fluire del tempo. Si svegliava e si alzava quando non aveva più sonno; si coricava e si addormentava quando aveva sonno; camminava quando era in forze, quando aveva bisogno di muoversi o voleva recarsi da qualche parte; si sedeva quando era stanco e voleva riposare; faceva tutto ciò che poteva fare quando ne sentiva la necessità o quando ne aveva l’opportunità; mangiava quando aveva appetito, dove e quando voleva, perché sapeva accontentarsi di ciò che possedeva o che gli veniva offerto.
In sardo, quando si vuole indicare una persona felice, senza pensieri, si dice: «Innui ddi scurigat si corcat », che tradotto significa: «Dove gli si fa buio si corica» o se si preferisce «Dove gli vien sonno si addormenta».
L’occupazione del mendicante è girovagare per i paesi, senza una meta precisa, vivendo della generosità del prossimo. Se libertà vuol dire essere felice, e se essere felice vuol dire essere libero, allora si può dire che su pedidori è un uomo libero e felice.
Il mendicante è una figura di grande rilievo nella nostra comunità. Come lo era nel mondo greco fin dai tempi antichi, addirittura mille anni prima dell’avvento di Cristo. Quando Ulisse rientra a Itaca, dopo vent’anni di lontananza, si presenta alla propria corte sotto le vesti di un mendicante, e come tale viene accolto con benevolenza e rispetto. Nei tempi passati, in tutti i paesi, i mendicanti sono sempre stati oggetto di particolari attenzioni e di particolare rispetto. Anche, e in specie, nelle comunità di fede cristiana, dove il mendicante rappresenta Gesù stesso, la Divinità, e nei Sacri Testi sta scritto che chiunque sarà stato misericordioso con uno di essi verrà premiato. Uno dei ringraziamenti rituali del mendicante che ha ricevuto l’elemosina è: «Deus si ddu torrit a prus e prus », cioè «Dio glielo restituisca moltiplicando ciò che è stato dato».
La presenza di un mendicante in occasione di una solennità, nascita o matrimonio, è sempre stata considerata di buon auspicio. Era assolutamente vietato trattarli male, burlarsi e perfino essere scortesi con loro. Un famoso psichiatra tesse l’elogio dei mendicanti scrivendo che essi sono ciò che l’uomo era in origine: privo di qualunque contaminazione della civiltà, libero e asociale. Nell’antica Grecia, chi era misericordioso con un mendicante si ingraziava gli Dei. Anche con il Cristianesimo i mendicanti venivano invitati alle feste della natività, perché era ritenuto che essi portassero fortuna al nascituro. Ai matrimoni, per propiziare salute e benessere alla nuova famiglia. Alle cerimonie funebri, alle lamentazioni e alle inumazioni per la salvezza dell’anima del defunto.
In Sardegna anche in tempi recenti is pedidoris, i mendicanti, erano sempre presenti in occasione delle tre più importanti ricorrenze della vita di ogni creatura umana: nascita, matrimonio, morte. Tanto più numeroso era lo stuolo dei mendicanti che partecipavano alla cerimonia, tanto più ricchi e prestigiosi erano i festeggiati. In particolare, in occasione dei banchetti matrimoniali, is pedidoris, i mendicanti, stavano nei gradini della porta d’ingresso della casa o sulla soglia della sala del banchetto con il piatto sulle ginocchia che veniva riempito di ogni ben di Dio personalmente dalla padrona di casa , la quale, a cerimonia ultimata, offriva loro del denaro.
Is pedidoris non si fermavano per lungo tempo nello stesso paese, ma si spostavano di paese in paese secondo un loro calendario per mantenere costante il livello della questua, cioè per ricavare quel minimo che era loro necessario per sopravvivere. Inoltre, così facendo non pesavano troppo sui loro donatori che, per lo più, erano sempre gli stessi in ogni paese. Nel loro giro di questua avevano però i loro paesi preferiti, dove si recavano più spesso e certamente anche più volentieri, in quanto la popolazione era più generosa. Ci sono diversi detti in sardo che lodano i paesi generosi e inveiscono contro quelli avari. Un esempio: «An chi ti scurighit a Bosa!», che tradotto significa: “Che ti venga la notte quando sei a Bosa!», una frase che si dice quando si vuole augurare del male a qualcuno, ritenendo evidentemente che gli abitanti di quella cittadina siano parecchio inospitali.
Sembrerebbe che il mendicante abbia nelle comunità il ruolo di stimolare la bontà della gente. Si dice che su pedidori consente a ciascun membro della comunità di mostrare la propria generosità. In altre parole egli sarebbe lo strumento necessario perché la generosità si manifesti. E’ messo lì dal Signore - si dice - per misurare la nostra bontà, e Gesù stesso ha detto che chi farà l’elemosina a uno di essi sarà come se l’avesse fatta a lui.
Quindi per un cristiano credente è un dovere morale altissimo da parte degli abbienti aiutare i poveri.
I poveri si conoscevano tutti l’un l’altro e spesso tra loro si creavano rivalità e gelosie, se avevano ricevuto uno più dell’altro. Si creava anche tra loro una gerarchia, e quindi aveva maggior prestigio chi riceveva l’elemosina da famiglie molto ricche (perché si supponeva fossero più generose; anche se in effetti i più ricchi talvolta sono quelli che danno di meno).
Io e i miei familiari conoscevamo uno per uno, anche per nome, i nostri pedidoris e sapevamo anche in quale giorno della settimana o del mese sarebbero venuti a farci visita, e li aspettavamo. E quando qualcuno di loro non si era fatto vivo il giorno previsto ci preoccupavamo perché si pensava che gli fosse accaduto qualcosa. Infatti, tra una visita e l’altra, qualcuno passava a miglior vita e prima che lo venissimo a sapere trascorreva un bel po’ di tempo perché allora le comunicazioni erano lente.


SU PABONIMPU
IL PARANINFO

Pabonimpu, paraninfo, è colui che si occupa per conto dell’uomo di indagare presso la famiglia della donna desiderata per concordare il fidanzamento.
Nel paese di Gonnosfanadiga, per antica usanza, in cambio di questa “prestazione d’opera”, su pabonimpu riceveva una gallina.
“Cadira de pabonimpu” era detta la sedia che veniva data a su pabonimpu, il paraninfo, in occasione della sua visita di sondaggio. Sedia che era sgangherata perché ci stesse scomodo e andasse via al più presto. Quando si andava a fare una visita di cortesia e si riceveva anche involontariamente una sedia un tantino scomoda, sanzia sanzia, sgangherata, si diceva: «Nara tui, ita m’has donau, sa cadira de su pabonimpu?», «Di' tu, mi hai forse dato la sedia del paraninfo?».

Ziu Fideli su pabonimpu

«Ziu Fideli era anziano, piccolino, vestiva sempre allo stesso modo in qualsiasi stagione: giacca e pantaloni a righine grigi, un po’ stinti, e berretto a visiera, pure grigio, pure stinto. Era vedovo ed abitava da solo in una casetta alla periferia del paese, con un grande orto, unico oggetto delle sue fatiche quotidiane. All’imbrunire andava ogni giorno alla piazza della chiesa e chiunque avesse bisogno di lui sapeva di poterlo trovare lì.
Tutti lo conoscevano e lo apprezzavano per la sua discrezione: ricevuto l’incarico si avviava a passo veloce e furtivo a fare l’ambasciata, facendo bene attenzione che non lo si vedesse entrare nella casa delle giovani, perché sarebbe stato vergognoso, se la risposta fosse stata negativa, che in paese si sapesse chi a ziu Fideli dd’hiant torrau crocoriga, che a zio Fedele gli avevano detto di no.
La padrona di casa lo accoglieva compiaciuta della sua visita e gli offriva un bicchierino; egli tesseva gli elogi del mandante, elencava i suoi beni e, infine, quale fosse la figlia richiesta. Toltasi quella curiosità che la teneva in ansia, sa meri, la padrona, chiamava la prescelta - le altre sorelle spiavano dalla porta socchiusa col rischio di far sentire le loro risatine… e meno male che il Cupido era un po’ sordo! Ziu Fideli non chiedeva una risposta immediata: sarebbe tornato dopo una settimana per avere conferma - lui sperava.
E di solito l’esito era positivo. Andava allora velocemente, non in piazza a bere, ma a casa del mandatario, e stavolta sarebbe stato ben felice di essere visto nel dare la risposta positiva, su si, il si, all’interessato. E così si procurava un invito ad un matrimonio ed una lauta ricompensa.157


SU MERI DE SU DINAI
IL BANCHIERE, IL PADRONE DEL DENARO

Nei nostri pesi, purtroppo o per fortuna, (dipende dai punti di vista) non c’erano, tuttavia se ne parlava assai spesso e si raccontavano di loro tante storie da mille e una notte... Erano tutti avari, ebreus, dediti all’accumulo dei soldi, non sapevano nemmeno godersi la vita, erano per lo più froci e le loro donne se le godevano gli stallieri e i cambereris - altro mestiere, quello dei camerieri, come l’altro dei maggiordomi, al vertice della gerarchia servile, che in Sardegna non esisteva. Figura, questa de su meri de su dinai, del banchiere, che abbiamo imparato a conoscere da “Disney”, con “Paperon dei Paperoni”, che faceva il bagno nelle piscine piene di monete d’oro. Da noi, ancora, in molti paesi, dove pure c’è il televisore, la caserma dei carabinieri e l’esattore delle imposte, non ci sono ancora neppure le vasche per fare il bagno, né i bidet per pulirsi sotto, e spesso neppure il rubinetto dell’acqua.


S’EBREU
L’USURAIO

Come altre volte detto in questa raccolta di mestieri, le attività mercantili erano svolte da strangius, forestieri, gente di fuori che vendeva per danaro e più avanti prestava denaro a usura a contadini e pastori indebitati, in particolare per mancato pagamento di tasse o multe comminate dallo Stato - che favoriva appunto lo strozzinaggio con il suo fiscalismo. Nessuno era più odiato dell’esattore delle imposte, dal contadino e dal pastore poveri: illustri storiografi del secolo scorso raccontano della fine che facevano codesti funesti messaggeri dello stato che venivano abbattuti a colpi di doppietta, mentre tentavano di entrare nei villaggi per notificare qualcuna delle loro sciagurate “taccias”, ovvero bollette di pagamento delle imposte.
Is istrangius dediti ad attività commerciali erano detti mercantis ed erano malvisti e disprezzati pur essendo ricchi (o forse proprio perché ricchi) e indicati con gli appellativi di ebreu, giudeu, usuriu, cadranca e simili. Sottolineando il loro attaccamento al denaro accumulato sfruttando il lavoro della povera gente.
Molto spesso is ebreus di mestiere, gli usurai, stavano nelle città o nei grossi paesi, dove ci si recava appunto in caso di estrema necessità... Talvolta però per imitazione, vi era qualche furbo proprietario terriero che possedendo qualche risparmio si improvvisava banchiere, dando denaro a usura. Diventava così per la morale comunitaria unu ebreu, uno strozzino, una creatura spregevole seppure spesso necessaria per risolvere drammatiche situazioni economiche.


SU MARTINICHERI
CHI FA' IL MERCATO NERO

Martinicheri era detto colui che in tempo di guerra operava nel settore del mercato nero o clandestino. In particolare durante gli anni del secondo conflitto mondiale e in quelli successivi, diciamo dal ‘40 al ‘48, vi era gran penuria di alcuni prodotti, alimentari e tessuti in specie, quando non mancavano del tutto, o quasi, come il caffè, lo zucchero, il burro. Tali prodotti di prima necessità, come il pane, la pasta, lo zucchero erano razionati, ma difficilmente li si trovava in commercio anche ad aver la tessera annonnaria. Più facile trovare questi generi alimentari o tessuti per l’abbigliamento nel mercato nero, dove ovviamente i prezzi erano assai più alti. Certamente il mercato nero era organizzato da potenti lobbies economiche che trassero dalla guerra, anche in questo settore, lauti guadagni sul bisogno della povera gente. Alcuni profittatori, dapprima facendo incetta e poi rifornendo il mercato nero, acquistarono ingenti ricchezze che più tardi, a guerra finita, investirono nel settore della ricostruzione. Il mercato nero spicciolo, ossia gli spacciatori - una attività che comportava il rischio della galera - era gestito dai martinicheris, persone astute e avide ma talvolta anche brava gente caritatevole, che aiutava famiglie in serie difficoltà economiche o malati che necessitavano di farmaci, introvabili nel mercato ufficiale.
Una figura di martinicheri che ho ancora vivissima nel ricordo è ziu Chichinu, diminutivo campidanese di Francesco, nome di battesimo comunissimo a Cagliari. E appunto cagliaritano era ziu Chichinu, un ometto bruno magro vestito con calzoni-gilet e giacca di colore scuro, che non cambiava mai: gestire vivace, viso intelligente, occhi neri acuti, parlata sciolta, attento e ricettivo.
Lo conobbi a Mogoro nella primavera del 1943, l’anno dei bombardamenti americani su Cagliari, che desertificarono la città, spingendo i suoi abitanti a “sfollare”, a rifugiarsi nei paesi dell’interno, dove si presumeva, e si sperava, che le bombe dei “liberatori yankee” non sarebbero arrivate. Ziu Chichinu era uno dei tanti sfollati, capitato in questo grosso centro dell’alta Marmilla. Per sopravvivere, e penso anche per non morire d’inedia, dopo aver studiato la situazione socio-economica della zona, il nostro uomo organizzò un piccolo ma efficiente mercato nero utilizzando sia i prodotti che ancora erano reperibili nella città pressoché deserta, a Cagliari, sia quelli di cui disponeva il circondario agro-pastorale di Mogoro.
La città forniva, a lui e ad alcuni suoi fidatissimi collaboratori, prodotti della tecnologia: filo elettrico, lampadine, interruttori e altro materiale elettrico assai richiesto, pellame, cuoio, abiti e scarpe anche usati; teleria, consistente per lo più in lenzuola, tovaglie e coperte, buone anche per ricavarne camicie, abiti e cappotti con l’operosità e l’estro propri delle donne contadine, che erano le principali destinatarie. Tutto questo materiale, e altro, si acquistava da un mercato ovviamente clandestino, sorto ai margini della città, rifornito da sciacalli dediti al saccheggio - c’è da ritenere con la complicità di almeno una parte corrotta delle autorità militari e di polizia preposte all’ordine pubblico nella martoriata città. Bande organizzate di sciacalli rovistavano e depredavano le case bombardate e che spesso penetravano con scasso e rubavano anche in quelle rimaste intatte e disabitate - la fucilazione sul posto era la pena prevista ma mai eseguita in quel periodo per il reato di sciacallaggio in flagranza.
Mogoro e i paesi dell’interno offrivano generi alimentari: grano, farina, pasta, pane e legumi; carni di bestiame macellato di nascosto, nottetempo; uova e animali da cortile, specie pollame e conigli.
Tra parentesi: la frutta e la verdura tendevano a diventare di uso comune: chi le voleva andava in campagna e se le raccoglieva. Tuttavia, penetrando furtivamente nei terreni coltivati a frutteto o ad orto, c’era il pericolo di incappare nel legittimo proprietario, il quale, vendicativo, reagiva con cattiveria esplodendo sui deretani di quei “comunisti per bisogno”, doppiette caricate con sale grosso misto a lardo rancido.
C’è da precisare che ziu Chichinu, a suo merito, per i suoi commerci non usava moneta corrente ma l’antico e onesto metodo del baratto, ossia lo scambio merce: tu dai una cosa a me e io do una cosa a te. Una percentuale spettava a lui, che organizzava il traffico commerciale: lo scambio reale avveniva ovviamente tra i possessori delle diverse merci che venivano barattate, che passavano così da una mano all’altra. Ziu Chichinu sovrintendeva. Ed era ricercato e stimato, considerato galantuomo, uomo di parola. Chiunque avesse necessità di un alimento, di una lampadina, di un vestituccio, di un paio di scarpe, o di un utensile familiare, un paio di forbici, o aghi o filo da cucire, o un attrezzo da lavoro, un paio di tenaglie, dei chiodi, una striscia di cuoio o qualche cos’altro, cercava ziu Chichinu, che di solito stazionava in qualcuna delle piazze del paese, e chiedeva a lui. Ed egli, sempre, si dava da fare e trovava quanto gli veniva richiesto, facendolo pagare onestamente tanto quanto aveva faticato per trovarlo, cioè attribuendo all’oggetto il valore in rapporto alla sua rarità. Il pagamento - come detto - avveniva sempre con scambio merce: il richiedente pagava con prodotti in suo possesso: se era contadino con grano o legumi; se era pastore con carne d’agnello o formaggio. A ziu Chichinu, come mercede per il lavoro fatto, giustamente restava un arrosto d’agnello o una buona fetta di pecorino; oppure della farina da trasformare in malloreddus, gnocchetti, o ceci di buona cottura, non concimati, da ricavarne un gustoso minestrone con bietole selvatiche e ciccioli di maiale.158


SU TRAMPERI O TRASSERI
L’IMBROGLIONE

Questa attività e quelle che seguono, a chiusura di capitolo, non sono propriamente nobili e neppure produttive; tuttavia tendono a diffondersi con l’avvento di questa civiltà mercantile, che esalta l’avere e deprime l’essere, che assopisce la coscienza comunitaria e stimola l’egoismo individuale.
Oltre a is trasseris, i maneggioni autorizzati dalla legge a imbrogliare la gente semplice o sprovveduta, e a parte gli ingegnosi matrancheris, truffatori dalla fervida fantasia, maestri del vivere a sbafo, che le inventano tutte per sbarcare il lunario lavorando e stancandosi il meno possibile, ci sono is tramperis, gli imbroglioni veri e propri, che si inseriscono per lo più nelle attività commerciali.
Ai margini di alcune attività mercantili - che nonostante l’antica diffidenza si sono guadagnate almeno in parte una certa dignità sociale e morale - ci sono quelle attività che la legge tollera quando non tutela, nonostante siano chiaramente truffaldine. Si tratta quasi sempre di attività che hanno lo scopo di vendere prodotti di scarso o di nessun valore, attribuendo loro qualità eccellenti per farli pagare a prezzi esorbitanti, o anche di vendere favori, grazie, felicità, guarigioni, divinazioni, miracoli ed altre simili facezie usando la furbizia, l’inganno, il raggiro, cogliendo la buona fede e la credulità e, spesso, sfruttando perfino il dolore, l’angoscia, la disperazione, la morte, per rifilare il vero e proprio “bidone”.
Oggi, i nuovi imbroglioni computerizzati, i truffatori del video e della carta stampata, con i loro nuovi strumenti di comunicazione, si sono moltiplicati e i loro metodi per carpire la buona fede e il consenso della gente sono diventati gioielli di perfezione tecnica. Davanti a questi sofisticatissimi sistemi di truffa impallidiscono i vecchi e rozzi sistemi di truffa, che tuttavia avevano almeno il pregio di possedere un certo contenuto di fantasia e di umanità. Che cosa c’è di “intelligente” nella truffa del “gratta e vinci” o nella vendita di biglietti di lotterie i cui soldi al 9O per cento vengono trubaus, fregati, dallo Stato? E’ una forma di tassa che si basa sul sogno del poveraccio di diventar ricco. Lotterie alle quali non hanno mai giocato e vinto gli Agnelli, i Cuccia, i De Benedetti, i Berlusconi - e per quanto risulta nemmeno i Rothschild e i Rockefeller.

Questo un breve elenco di imbroglioni:
- su tramperi est su chi fait trampas;
- su trasseri est su chi fait trassas;
- s’imboddicheri est su chi fait imboddicus;
- su pinniccheri est su chi fait pinnicas;
- su matrancheri est su chi fait matrancas;
- su trubadori est su chi fait trubas.

Nel linguaggio comune, su tramperi, su trasseri, s’imboddicheri, su pinnicheri, su matrancheri, su trubadori, sono sinonimi: indicano sì diverse genie di imbroglioni o truffatori, ma la gente non sta a fare sottili distinzioni, e quando vuol dare dell’imbroglione o del truffatore a qualcuno, prende e usa il primo di questi termini che gli capita a mente.
Tuttavia, a essere linguisticamente pignoli, si può fare una certa distinzione tra loro, a seconda del genere di truffa o di imbroglio che si commette.
Per trampa si intende un raggiro; per trassa, un inganno bene ordito; per imboddicu, che vuol dire involto, un pasticcio fatto ad arte; per pinnica, che significa piega, una falsità, un gioco sporco; per matranca, che significa un aggeggio complicato dall’uso incerto, un raggiro machiavellico; per truba, una vigliaccata, una fottuta, dato che trubai significa fottere.


SU BRANTAXERI
IL MILLANTATORE

Su brantaxeri, il millantatore, assai spesso cerca credito spacciandosi per s’amigu de su meri mannu o de s’onorevoli, l’amico del padrone o dell’onorevole.
Vi sono sempre, in ogni comunità, individui che hanno il ruolo di divertire il prossimo, che sapevano raccontare spacciandole per vere le storie più fantasiose e improbabili - oggi si direbbe che sanno raccontare le barzellette. Costoro, che possedevano oltre alla capacità di raccontare quella dell’ironia, erano assai contesi nelle compagnie. E va da sé che mangiavano e bevevano gratis. Quella che segue è la bozza di una figura di buontempone, un reduce ormai disabituato a zappare la terra o ad allevare le pecore, che trascorre il suo tempo nelle bettole a raccontare le sue avventure di guerra.

Su reduci amigu de su rei / Il reduce amico del re

Prima c’erano più guerre. Ogni volta ne partivano quindici o venti. I due o tre che ritornavano si provavano a descrivere le stranezze che avevano visto, ma ci rinunciavano presto per non passare da svitati. Zio Gesuino, reduce brigadista, ha accettato il ruolo di svitato e vive raccontando le sue memorie di guerra. E’ rimasto otto anni fuori - neppure lui sa precisamente dove. Appostato in un canalone a sparare sui nemici che gli passavano a tiro - dice. Al rientro non aveva più i calli della zappa; l’odore delle pecore gli dava svenimenti e l’aria dei campi coltivati gli gonfiava la milza.
Ziu Gesuinu il brigatista se ne sta tutto il giorno in giro per le bettole in cerca di uditorio. Appena l’ha trovato, comincia: «Un giorno ero di sentinella e sai chi ti vedo? Il re in persona, venuto a ispezionare insieme ai generali. Mi vede e subito mi riconosce. Si avvicina. Mi mette una mano sulla spalla e mi dice: “E che cos’hai tutto triste e nero, o Gesuinu?”. Io gli dico: “Eh, già non lo saprai tu, Vittoriu, otto lunghi anni fuori di casa!”. E Vittoriu, allora: “Ci hai ragione, Gesuinu, bravo! Domani si va in licenza.”».
Se l’uditorio è prodigo, prosegue: «Piano piano siamo entrati in confidenza. Una domenica - mi venga un colpo se non era la Domenica delle Palme! - Vittoriu è venuto a prendermi in macchina per andare a pranzo insieme. Mi ha portato in una reggia che ci aveva da quelle parti in mezzo a un boschetto. C’era ogni ben di dio. Le mogli dei generali avevano preparato tutto loro, insieme alle serve. Vittoriu si era puntato subito sulle serve - tutta roba fresca. Si sfregava le mani dalla contentezza. Dice: “Forza paris, Gesuinu! Dobbiamo fare onore all’esercito”.
C’era una tavolata grande come la piazza di una chiesa; da bere avevano portato diverse botti di malvasia, nieddera e vernaccia; da mangiare, un gregge di pecore arrosto con tutti gli intestini fatti a treccia in padella, con le frattaglie e i piselli. Alla fine, gli attendenti hanno portato anche la frutta. E non ti portano le ciliegie? Non ci crederete: una cesta da vendemmia piena, ne hanno portato, ricoperta di foglie di finocchio. Dapprima mangiavo tutto alla pari; ma quando la pancia mi si è tesa come un tamburo ho cominciato a sputare i noccioli. Gli altri commensali erano tutti seri composti svogliati: una ciliegia se la mangiavano in cinque morsi. Io allora per rallegrare la compagnia ho preso a lanciare noccioli, così, strizzandoli tra due dita… Uno è andato dritto sul naso della regina. Quando ha visto che ero stato io, mi ha guardato ridendo e muovendo un dito mi ha detto: “Eh, Gesuinu, birbaccione!”. Ed è entrata in gioco pure lei, lanciando noccioli sulla pelata dei generali… Vittoriu rideva come un matto….
Eravamo diventati come fratelli, con Vittoriu. Non fa a crederlo, gli scherzi che ci facevamo l’uno con l’altro! Io ho sempre pensato che fosse della nostra razza: piccoletto, figlio di buona mamma e col naso sempre in tiraggio....


S’ORERI, SU MANDRONI CHI CONTAT IS ORAS
IL POLTRONE CHE CONTA LE ORE

De no cunfundiri cun s’omonimu oreri, su chi traballat s’oru e sa prata, da non confondere con l’omonimo orefice, colui che lavora l’oro e l’argento, descritto in altra parte di questo libro. Come detto nel titolo, s’oreri indica popolarmente il poltrone a tutto tondo, il quale vive senza far nulla, perennemente stravaccato ovunque vi sia la possibilità di stendersi, stuoia, divano o terra soffice, a contare le ore che passano, che ci siano o non ci siano mosche che gli ronzano attorno o formiche che gli passano sulle gambe.


FAI S’ARTI DE SU MOLENTI CHI MOLLIT
FARE IL LAVORO DELL’ASINO CHE MACINA

Fai s’arti de su molenti chi molit, ossia fare il lavoro dell’asino che macina, significa fare un lavoro che non comporta alcuna responsabilità, un lavoro utile quanto si vuole ma vile.
Ricordo l’uso frequente di tale modo di dire, che diventava una vera e propria accusa ideologico-politica, che mia madre rivolgeva nei confronti degli intellettuali, del lavoro impiegatizio e degli operai delle industrie, che si danno l’aria di essere loro a portare avanti il mondo, che disprezzano il lavoro manuale, il lavoro del contadino, il lavoro di chi crea con le proprie mani, il lavoro delle donne casalinghe, ritenendosi loro soli produttivi, nel senso di “guadagnare e portar soldi” a casa, arrogandosi con ciò il diritto a comandare.
Per mia madre il lavoro principale, il più utile e il più nobile, era quello del contadino e del pastore in quanto produttori degli alimenti necessari alla sopravvivenza dell’umanità. Nel lavoro del contadino e del pastore non erano escluse le attività della mente e della fantasia, delle scienze naturali e dell’arte. Tutte le altre attività, che possono definirsi burocratico-cartacee, di natura astratta, erano da lei considerate pari a s’arti de su molenti chi molit, al lavoro dell’asino che gira la mola.


CAPITOLO NONO

IS HOMINIS DE MEXINA
I GUARITORI

Presentazione

Sotto questo titolo ho raccolto alcune tra le più comuni e note attività medicali, terapeutiche, esorcizzanti presenti nelle nostre comunità, con il compito specifico di sovrintendere alla salute fisica e all’equilibrio psichico della gente.
La scienza medica moderna, (che pure ha fatto passi da gigante nello sviluppo della ricerca, nella diagnostica e nella terapia, specie chirurgica) “asservita al potere e snaturata da questo legame corruttore”, ha perso agli occhi della gente, in particolar modo sul piano dell’assistenza, molta parte della sua credibilità; e anche per questo, si verifica oggi un ritorno ad antiche formule magiche e insieme scientifiche, certamente più vicine alla natura umana e alle sue esigenze di equilibrio. Un ritorno e contemporaneamente, una ricerca di valori persi, della fede in primo luogo, che è principalmente fiducia in se stessi, nelle forze positive, benefiche del taumaturgo e della natura che ha in sé, quando sia autentica e non artefatta, ogni possibile rimedio per ogni “umano” malessere.
Is hominis de mexina, gli operatori della medicina, ancora presenti nei nostri villaggi, appartengono quasi sempre ai ceti contadini poveri e a quella età che si potrebbe definire del pensionato - con le debite eccezioni, soprattutto per coloro che appartengono al sesso femminile, dove si riscontrano guaritrici anche giovani.
In rapporto allo stato civile, nei maschi prevalgono nettamente i celibi, che mostrano spiccate vocazioni sacerdotali, con una visione mistica della realtà.
Nelle femmine, nubili e coniugate si equivalgono numericamente, predominano le vedove. A seconda dello stato civile di appartenenza si rivelano differenze nei diversi settori di intervento. In rapporto al sesso vi è una notevole prevalenza delle donne. Ciò credo che sia dovuto anche al ruolo sociale che esse hanno nella comunità, di minore responsabilità nella produzione, e di conservatrici e diffonditrici dei valori tradizionali.
I guaritori e le guaritrici non vengono mai nominati dalla loro gente con gli epiteti che abbondano nel linguaggio popolare, quali bruxu per indovino, stria per strega, mazina, per fattucchiera, spiridada, per invasata, oghiadori per iettatore; ma vengono chiamati con il loro nome e cognome, cui sempre si premette ziu o zia in segno di rispetto; talvolta viene usato anche l’appellativo di homini santu o femina santa.
Pur essendo tutti, ciascuno nel proprio settore, considerati guaritori (secondo il principio che le malattie sono originate da spiriti o essenze cattivi), colui o colei che ha la capacità (o, come si dice, sa forza) di guarire comandando agli spiriti maligni, così pure essi possono ammalare, comandando gli stessi spiriti a intervenire. In poche parole: chi ha il potere di sciogliere ha anche quello di legare; pertanto chi pratica la magia bianca può anche usare la magia nera.
Tali operatori, secondo la credenza popolare, sono dotati di poteri sovrannaturali, per concessione di Dio o del Diavolo, su intercessione di santi o di diavoli minori, pur essendo all’apparenza persone comuni. Una delle caratteristiche che viene loro attribuita è quella di possedere una particolare “energia fluidica”, positiva o negativa, che essi possono comunicare anche a distanza, ma che da essi si sprigiona con maggior efficacia attraverso i sensi della vista e del tatto. Da qui l’usanza di far toccare da chi ha fama di essere oghiadori, iettatore, la persona o l’animale che siano stati involontariamente guardati e ammaliati. Da qui anche deriva la tecnica terapeutica della imposizione delle mani, la pranoterapia, che è pratica assai diffusa riservata specialmente ai guaritori che possiedono un particolare fascino magnetico, chiamato umbra de caloru, che si potrebbe tradurre con “fascino di serpente”.
E’ propria del sacerdote l’imposizione della mano in segno di benedire, conferire un crisma, liberare o preservare dal male: un gesto rituale comune tra i “potenti”.


S’HOMINI SANTU
IL GUARITORE

Nelle comunità dei Campidani, per indicare un guaritore che cura con arti magico-religiose non si usano mai i termini bruxu o mazina, indovino o fattucchiera, che operano con le arti demoniache della magia nera, sia nel divinare che nel legare o nello sciogliere mediante fatture e controfatture (mazinas e contramazinas), ma viene generalmente chiamato con rispetto homini santu.
La medicina, che nasce come magia, rimane ancora oggi correlata alla religione. Il “sovrannaturale” regge e governa il “naturale”, mentre questo evidenzia e concretizza quello. Medicina e religione traggono la loro sostanza dalla magia. Cosicché il sacerdote e il medico sono praticamente due guaritori. Uno cura il corpo e l’altro l’anima; e così come i confini tra la sfera del fisico e dello psichico si confondono, così pure tendono a confondersi le competenze dei due guaritori, sacerdote e medico.
Gli strumenti dell’attività terapeutica da essi svolta sono principalmente l’acqua e i numerosi riti ad essa correlati (aqua licornia, aqua abrebada, aqua patena, aqua santa), quindi gli amuleti e i talismani (pinnadeddus, sabegias, pungas, scriptus, ecc.) e ancora s’affumentu, il suffumigio magico.
Nelle antiche credenze popolari si riteneva che le malattie, il malessere, provenissero da spiriti cattivi e la salute, il benessere, da spiriti buoni. Ne consegue che medici e guaritori avrebbero la capacità di comunicare con gli spiriti, conoscerebbero l’arte di dominarli o di convincerli con la forza o con l’intelligenza ad intervenire per raggiungere i loro scopi.
E’ da tenere presente che chi possiede l’arte di “guarire” possiede pure quella di “ammalare”; perciò medici e guaritori da un lato sono ricercati e apprezzati, ma da un altro lato sono temuti.


SA BRUXA
LA FATTUCCHIERA

Is bruxas, le fattucchiere, rientrano anch’esse nel novero delle attività magico-terapeutiche, poiché in definitiva si occupano di risolvere problemi inerenti la salute fisica o psichica che possono affliggere i componenti della comunità. Lo scopo ultimo di ogni attività è l’armonia generale, il benessere di tutti e di ciascuno. Pertanto vanno sanati tutti questi squilibri, anche del singolo, che si riflettono negativamente sulla comunità, con interventi che potrebbero persino sembrare punitivi e dannosi come le fatture.
Il termine bruxa (bruxu al maschile) può sostituirsi con quello di mazina (senza maschile); mentre i riti che esse compiono si chiamano bruxerias o mazinas, che sono appunto sinonimi di fatture (ligamentus) e di controfatture (sciollimentus).
Bruxas e mazinas sono quindi propriamente fattucchiere. La loro attività consiste nell’aiutare chi, nell’amore o nell’odio, ha un problema che non riesce a risolvere da solo e ha bisogno di ricorrere alle arti magiche. Per esempio un innamorato tradito che vuole vendicarsi. Ci sono numerosissime fatture (ligamentus): per dare o togliere vigore sessuale; per ammalare o guarire; po cugurrai, neologismo per iellare; e così via.


SA COGA
L’INDOVINA

Il termine coga (cogu al maschile) indica comunemente colei che indovina. Chiunque, in un dato momento può essere cogu o coga, può indovinare alcunché in virtù di un sogno o di una celeste rivelazione o semplicemente per una propria ignota virtù.
Ma coga è ritenuta veramente colei che mostri di possedere in modo cospicuo la virtù di indovinare; per cui a lei si rivolge chi nella comunità è assillato da un dubbio e vuole avere una certezza. Parenti e amici lontani dei quali non si ha notizia da tempo e si vuol sapere che fine hanno fatto. Innamorati che ardono dal desiderio di sapere se il loro sentimento è corrisposto. Spose che desiderano sapere se avranno dei figli e quanti, o se il parto sarà felice o se il nascituro sarà maschio. Animali pregiati o oggetti preziosi, smarriti o rubati, per i quali si vuole sciogliere il dubbio su quella che è la loro sorte. A tutti questi interrogativi e a ogni altro sa coga (o su cogu) sa dare una risposta restituendo pace e serenità a un’anima in pena.


SU SCONGIURADORI
L’ESORCISTA

La cronaca giornalistica registra negli Anni 70 le vicende boccaccesche di un sacerdote esorcista, il quale si spostava periodicamente nei paesi della sua zona per operare guarigioni. Si era specializzato in vergini isteriche - quei soggetti cui allo sfogo dei tradizionali brufoletti si aggiungeva irrequietezza psichica, sfociante in crisi mistiche. Ma dato che il nostro prete prediligeva compagnie particolari, egli curava soltanto le fanciulle invasate che avessero fratelli piacenti.
Nell’agiografia del sant’uomo, si narra che egli sia stato chiamato in un certo paese per un caso urgente. Una diciassettenne veniva perseguitata da un demonio concupiscente che non le dava requie. Durante la notte, il demone aveva la sfacciataggine di trasformarsi in un marcantonio e di infilarsi sotto le sue lenzuola. La poveretta doveva soggiacere contro voglia alle turpitudini del demone, e questo la prostrava tanto da toglierle ogni forza per accudire durante il giorno alle faccende domestiche. Un fenomeno che, oltre ad essere immorale, era negativo per l’economia familiare.
Il sacerdote - si narra ancora - giunse nel tardo pomeriggio, accolto con tutti gli onori dalla famiglia. Egli si accinse subito all’opera visitando uno per uno i componenti. A esame effettuato, disse: «Qui, miei cari, il demonio non ha invasato il corpo della ragazza, ma del suo fratello. E’ lui che bisogna esorcizzare. Sarà una faccenda difficile e lunga. Ma con l’aiuto del Signore e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo ce la faremo. Intanto lasciatemi solo con il ragazzo, prevedo una storia lunga, in camera sua, non prima di averla fornita delle cibarie occorrenti, dato che il mio compito potrebbe prolungarsi per diversi giorni».
Così fu fatto. Per cinque lunghi giorni il guaritore lottò contro il demone lascivo che si era impadronito del contadinotto, e alla fine riuscì a sfiancarlo. Di quanto dura dovette essere la tenzone ne faceva testimonianza il volto sofferto del sacerdote, dagli occhi fondi cerchiati. Il ragazzo appariva completamente vuotato e ripulito da ogni demoniaca possessione. E per un mese buono la fanciulla dormì sogni tranquilli.
Il demone concupiscente - si narra infine - riprese a molestare la fanciulla allo scadere del mese. Nuova chiamata al celebre guaritore. Nuovo esorcismo e nuova severa punizione al demone del ragazzo.


S’HOMINI DE SU CONTRAVELENU
L’UOMO DELL’ANTIDOTO

Il contadino M. possiede alcuni ettari di terra da grano, cavallo e carretta. Abita una casupola di mattoni crudi in una stradetta buia e fangosa di periferia - appena prima di uno dei tanti letamai pubblici che circondano l’abitato di questo paese dell’Oristanese. L’uomo è piccolo, mingherlino, con occhi grigi a spillo in un viso furbo. Siede davanti al camino acceso, in compagnia delle due sue figliole, approssimativamente di sedici e vent’anni. E’ vedovo da alcuni anni e, avendo due figlie femmine che badano alla casa e a lui , non si è risposato.
M. cura con su contravelenu, l’antidoto, le punture o i morsi di animali velenosi o ritenuti tali dalla credenza popolare. Su contravelenu consiste in un sacchetto di pelle, simile a certi scapolari che contengono reliquie di santi o scritti magici di antico uso per preservare dai malanni o dalle palle dei carabinieri. Nel caso di su contravelenu, il sacchetto contiene resti di insetti e di rettili mummificati. Il guaritore lo tiene appeso al collo e non lo lascia mai: specialmente in campagna qualcuno può averne urgente bisogno.
Dice: «Io l’ho conosciuto da mio padre. Da quando lui è morto vengono da me a cercarlo. Chiunque può farlo e può usarlo, purché ne abbia sa voluntadi, la volontà. Si deve preparare in tempo di luna giusta, quando sta per finire. Si va in campagna e si cerca e si prende una testa di vipera, de rana pabeddosa, di rospo, una testa de pistilloni, di geco, e una pettapudiga, una blatta... Unu de cussus zerpius nieddus chi tenint fragu malu, uno di quegli animaletti neri che hanno brutto odore. Poi si lasciano seccare queste teste con la lingua fuori e si chiudono nel sacchetto. Qualunque animale velenoso che faccia male ad anima bia, (anima viva, nel linguaggio comune significa persona vivente e si contrappone a anima morta, l’anima del defunto - per lo più dannato - che vaga sulla terra - ndA), questa viene guarita mediante su contravelenu. Si impone strofinandolo per tre volte in segno di croce, prima sulla terra e poi nella mano o nella faccia o in qualunque altra parte del corpo dove abbia morso l’animale velenoso. Se ci viene molta gente? Altro che, se ne vengono! Io non lo nego a nessuno...»


S’OGHIADORI
LO IETTATORE

Il dare malocchio, su liai ogu, più che una attività potrebbe definirsi una attitudine: una capacità extrasensoriale come quella del telepate che comunica con la mente.
S’oghiadori, lo iettatore, è colui il quale, anche inconsapevolmente, produce danni alle persone, agli animali o alle cose che sono cadute sotto il suo sguardo.
Come in tutti i mestieri - ma qui in modo molto più marcato - le capacità professionali ci sono veramente se gli altri le riconoscono. Non si può essere un eccellente oghiadori se la gente della comunità non crede nelle sue capacità di “porta-sfiga” e non si premura, la stessa gente, di “passare parola”, riferendo sui molti e significativi casi in cui si è manifestata potente la malia.
“La Patente” del Pirandello è la storia di uno iettatore che si batte per ottenere, da parte delle autorità costituite, il riconoscimento ufficiale a esercitare la professione. Con tutti i benefici economici e sociali che da questa derivano. Un riconoscimento da riproporre in non pochi casi di oghiadoris, in alcun nostre comunità.


SA SPIRIDADA
L’INDEMONIATA

Is ispiridadas, le invasate da spiriti, costituivano una categoria influente nel campo della medicina popolare, dato anche il loro numero limitato. Esse avevano la funzione di svelare le cause di mali oscuri per lo più causati da fatture, mali che i comuni guaritori non erano riusciti a risolvere. Ma assai più spesso le consultazioni a is ispiridadas, che possiamo definire di tipo oracolare, avevano lo scopo di conoscere trame esistenziali segrete, amori corrisposti o non, esiti di viaggi o di investimenti patrimoniali, nonché notizie su oggetti di valore smarriti o rubati o su persone care lontane o scomparse. Specialmente predizioni sul futuro.
La funzione e l’attività delle spiridadas in Sardegna ricorda quelle delle famose sacerdotesse del dio Apollo, quali la Pitia di Delphi o la Sibilla di Cuma. Pur senza eguagliare la fama degli oracoli greci e romani dell’antichità, in tempi moderni, in Sardegna, operava sa spiridada de Masuddas, la divinatrice di Masullas. Ancora qualche decennio fa, i supplici, con i loro cestini colmi di regalie, facevano la fila per sentire l’oracolo.
Come è noto, nell’antichità, un sistema di consultazione oracolare era quello della incubazione (incubatio sacra), consistente nella pratica di stendersi a dormire e attendere la risposta della divinità mediante il sogno. Sa spiridada de Masuddas, dal canto suo, usava rispondere ai postulati mettendosi a letto a dormire, e nel sonno parlavano per bocca sua gli spiriti che aveva in corpo, rispondendo alle domande dei questuanti.
Sempre in tempi recenti, era nota anche una spiridada, una divinatrice, che operava nella città di Oristano.


S’IMBODDICCHERI
IL TRUFFATORE

«Un volantino - che circola insieme ad altri illustranti l’attuale difficile congiuntura economica, le benevolenze della Dante Alighieri, l’efficacia del vaccino Sabin - avverte che «Dopo un lungo giro in Italia, si è stabilito con successo a Marrubiu il “fenomeno”, il più grande sapiente Cavaliere dell’Accademia di San Giorgio di Antiochia, direttore generale dell’Accademia dell’Alta Cultura... studioso di Scienze Occulte e Psicologia Applicata; Apostolo dello spirito, premiato con Medaglia d’Oro per Alti Meriti Scientifici.»
Il “fenomeno” si è stabilito a Marrubiu per mettere a disposizione di tutti la sua “Scienza Occulta” e la sua “Psicologia Applicata”, in cambio di sole cinquecento lire a seduta.
Quali problemi e quali drammi sia in grado di risolvere e di appianare, si apprende leggendo il manifesto: «Spiega scientificamente qualsiasi notizia di parenti vicini e lontani, matrimoni, affari di commercio. Dà tutte le spiegazioni del vostro passato, presente e futuro, malattie, prigionieri, ecc.. Vi spiegherà quale dovrà essere il compagno della vostra vita per evitare vedovanze o separazioni, vi dirà quali sono i mesi propizi per non sbagliare i vostri affari; quale sia il vostro destino nella vita terrena, l’anno propizio per i vostri studi, se sarete promossi. Anche senza essere presente la persona, spiega il suo destino e i mali che lo affliggono.»
Non c’è poi troppo da meravigliarsi di tanta capacità divinatoria in un “Direttore” sia pure “Regionale” dell’Accademia dell’Alta Cultura, eccetera eccetera. La meraviglia è che costui, il “fenomeno”, sia regolarmente autorizzato dalla Questura. Questa “regolare” autorizzazione può significare soltanto due cose: o che alla Questura si autorizzano le truffe organizzate ai danni della gente sprovveduta; oppure che nello stesso luogo si crede, come può credere l’ultima delle pinzochere, alle fenomenali capacità del «Direttore Regionale dell’Accademia dell’Alta Cultura».159


S’ACCONCIAOSSUS
L’AGGIUSTAOSSA

S’acconciaossus, letteralmente l’aggiustaossa, era un’attività terapeutica specialistica, quasi esclusivamente praticata dalle donne, assai diffusa nelle nostre comunità, il cui scopo era quello di guarire lussazioni, distorsioni, slogature e anche fratture semplici. Attività medicale oggi di competenza dell’ortopedico.
Is accoanciaossus erano principalmente donne di mezza età, che mostravano una grande conoscenza del corpo umano, in quanto capaci di riportare allo stato normale ogni distorsione o slogatura. E ciò che più stupisce è che alla loro abilità terapeutica aggiungevano una sensibilità e levità nelle mani tali da non provocare quei dolori lancinanti che solitamente si provano quando si rimette in sesto un’articolazione.
S’acconciaossus in realtà era una antesignana dell’attuale fisioterapista, con le capacità del traumatologo e dell’ortopedico. Un sistema molto usato per ottenere una leggera ingessatura intorno all’articolazione di un malleolo, appena riassestato, era quello di spalmare abbondantemente la pelle con una emulsione di albume d’uovo ricoperto di stoppa di lino a sua volta fasciata stretta da una benda di cotone. Asciugandosi, l’albume diventava una crosta che immobilizzava piede e caviglia, una sorta di ingessatura.
Sempre, nell’acconciaossus, vi era la conoscenza della fitoterapia e veniva spesso richiesta dalla gente la sua opera medicale sui centomila malanni che affliggono l’umanità, che lei curava con decotti e impiastri di erbe. Trovavano così rimedio le orticarie e le stipsi, le anemie e le ipertensioni, le emorroidi e i raffreddori, le impotenze e le febbri.
Per quel che riguardava i disturbi provocati da malocchi o fatture, come gli spaventi, il mal di testa, l’anoressia e le artrosi, anche gravi, ci si rivolgeva a una categoria di guaritori del settore magico.


SU FRABOTU
IL FLEBOTOMO

“Fino all’inizio del secolo scorso, al tempo del re Carlo Felice, i malati venivano curati dal flebotomo, che era un praticone, senza studi, abilitato per far salassi, enteroclismi, cavare denti, preparare e frizionare unguenti, preparare decotti o suffumigi, applicare cataplasmi, sparadrappi e vescicanti, estirpare calli, eccetera. Era un’arte quasi sempre ereditaria, come dice il proverbio: «Figlio di gatto acchiappa topi». Era sempre accoppiato all’arte del barbiere e, all’occorrenza, alla funzione del paraninfo.
Quando poi venne fondata “l’Università degli Studi grandi” e vennero fuori i dottori in medicina, laureati, il flebotomo venne detronizzato, umiliato e ridotto a far da tirapiede (assistente, infermiere, esecutore di ordini) al “dottore” e non poteva fare quasi più nulla di testa propria.
Anche allora, il malato che non riusciva a campare... moriva!

Il flebotomo, a causa della sua arte, era di carattere gioviale, scherzoso, ma rispettoso e complimentoso, confidenziale, faceva coraggio al malato, narrando raccontini allegri, del tipo dei contus de forredda160 di buona memoria, e si portava bene con tutti, affabile, con abbondanti saluti, allegro, cordiale, sempre beneaugurando salute...
Per la sua opera, il flebotomo veniva compensato con un salario posticipato, all’epoca del raccolto, cun su nuzzu161 in natura, in grano o in vino, e con regalie occasionali, gli extra per prestazioni d’opera straordinarie, doni sempre graditi, desiderati, attesi...
Il flebotomo si portava bene con tutte le famiglie benestanti, che lo tenevano in grande considerazione e lo chiamavano con maggior frequenza, anche per cosette di poco conto e a volte soltanto per conoscere le novità. Egli si prestava, in caso di bisogna, ad andare fin nelle ore più tarde della notte, sempre pronto, volenteroso, per prestare la sua opera indispensabile, prodigiosa, umanitaria... Deus si ddu paghit! - Dio gliene renda merito!
Ci furono flebotomi rimasti famosi per la loro straordinaria abilità dimostrata, che il popolo ricorda ancora quasi con un senso di venerazione e rispetto.
Il flebotomo del paese - Signò Sperandiu Trattagasu - viene chiamato d’urgenza dalla testa più grossa - il sindaco, Bissenti Luisu Marrangoni - per una piccola indisposizione allo stomaco. Il flebotomo corre premuroso, con gli attrezzi del mestiere, per prestare la sua opera. Era un giorno di festa - il primo dell’anno - quindi un giorno di auguri di precetto e di... invito a bere.
Il flebotomo capisce subito qual è la causa del malessere e provvede di conseguenza. Prepara il clistere a pompa, da mezzo litro, con acqua tiepida e sapone ben sciolto, e quando il malato è messo nella giusta posizione, Signò Sperandiu Trattagasu, con le maniche della camicia rimboccate e con tutto rispetto, gli infila su stricaoru, la cannula, accompagnando l’operazione sanitaria con l’augurio di prammatica, solenne e fervido, in lingua forestiera: «E con questo, Signò Sindico, gli auguro Buon Capo d’Anno!»
Come si può facilmente comprendere, non si poteva trovare momento più indovinato per infilare l’augurio tradizionale; tanto più che si trattava di complimento ricambiato da pari a pari, vale a dire tra la prima Autorità del paese e il primo Guaritore, ossia, come si diceva a quei tempi: «Tra noi graduati...!!!»”.162


SA SRANGADORA
LA SALASSATRICE

Sa srangadora, alla lettera la salassatrice,163 è una meiga, una medichessa, che alla bisogna salassa un paziente per scopi terapeutici, secondo una moda assai diffusa nel passato anche recente.
Sa srangadora - versione femminile del flebotomo, il cerusico-barbiere-tuttofare - operava il salasso con l’applicazione di un certo numero di sanguineras, sanguisughe, in certe parti del corpo.
Is sanguineras, che vivono nell’acqua, si trovavano facilmente anche negli abbeveratoi all’uscita o all’ingresso del paese, dove si dissetavano gli animali da lavoro, o da allevamento, buoi, cavalli o pecore. Per prenderle era sufficiente immergere i piedi nei vasconi e attendere che vi si attaccassero.
Dopo adempiuto il loro compito sul paziente da salassare, is sanguineras, le sanguisughe, venivano staccate e messe nella cenere per essere vuotate dal sangue.
A causa della presenza di questi animali si raccomandava sempre di non bere acqua dai fossati “a boixeddu”, chinandosi a bere come gli animali, ma raccogliendo l’acqua in una pala concava di ficodindia debitamente ripulita dalle spine, oppure più semplicemente nel cavo della mano.


SU MEIGU E SU MEIGADORI
IL MEDICO E IL GUARITORE

Su meigu è il medico in senso generico, colui che cura le malattie, e indica non tanto su dottori, colui che ha il titolo e l’autorizzazione da parte delle autorità costituite a esercitare l’attività, ma specialmente il medico del popolo, colui che avendo la fiducia della gente cura diversi disturbi che, tra l’altro, non rientrano tra le malattie previste nella medicina ufficiale… Meigu e meiga sono pertanto i guaritori e le guaritrici, i cosiddetti hominis o feminas de mexina, hominis sanctus o feminas sanctas, esperti in arti magico-terapeutiche che operano al di fuori della ufficialità, ma che hanno un grande seguito nelle comunità in cui operano - a dimostrazione che assai spesso la terapia non strettamente legata alla fede (e fiducia) del malato nel terapeuta, nella terapia e nella guarigione non sortisce alcun effetto positivo, mentre sprigiona i suoi effetti negativi, i cosiddetti “effetti collaterali”, che sono molto spesso prodotti chimici venefici per l’organismo umano.


SU DOTTORI
IL MEDICO

Su dottori est su meigu de su Comunu, a disposizioni de totu sa Comunidadi, chi hiat a deppiri curai sa genti sene dinai, il dottore è il medico del Comune, a disposizione di tutta la Comunità, che dovrebbe curare la gente gratuitamente. Dipende dall’ufficio del medico provinciale che attribuisce nomine e incarichi nei diversi comuni, o consorzi di piccoli comuni, all’interno della propria giurisdizione. Viene detto medico condotto e ufficiale sanitario.


SU POTECARIU
IL FARMACISTA

Su potecariu, è il farmacista, l'esperto in farmacopea, colui che gestisce sa potecaria, la farmacia, ovvero il laboratorio dove si preparano (e si vendono) i farmaci su indicazione scritta de su dottori, del medico condotto o ufficiale sanitario, il quale ha il titolo ed è autorizzato a fare la diagnosi della malattia e a prescrivere la terapia che egli, in “scienza e coscienza”, ritiene valida - se la terapia non risultasse valida e il malato dovesse defungere, il medico non porta pena: ci mancherebbe altro!
In passato su potecariu, il farmacista, era anche detto speziale, poiché nella sua bottega si manipolavano e si vendevano anche le spezie, alle quali si attribuivano proprietà terapeutiche, in specie stimolanti o sedative.
Attualmente, su potecariu, il farmacista, ha quasi esclusivamente il ruolo di rivenditore specializzato di farmaci già confezionati, prodotti dalle industrie farmaceutiche, vere e proprie “multinazionali”, che hanno il monopolio del controllo (della gestione e dello sfruttamento) della salute o meglio delle malattie - che lo stesso sistema di potere contribuisce a produrre, alimentare e diffondere. Per poter curare, appunto. Il monopolio dei farmaci è un business di migliaia di miliardi basato sulla speculazione, sullo sfruttamento delle disgrazie e del dolore in seno all’umanità; bollando così di barbarie e di infamia questa civiltà del denaro, che non conosce valori di fratellanza, pietà, solidarietà, disinteresse: in definitiva incapace di amare.


SU VETERINARIU
IL VETERINARIO

Su veterinariu est su meigu o dottori de is animalis, il veterinario è il medico degli animali, e cura prevalentemente gli animali da lavoro, buoi, cavalli, asini; quelli da cortile, maiali, conigli, galline, tacchini, anatre; da allevamento, pecore, capre. Fino a qualche anno fa il veterinario aveva vita difficile, dato che il pastore o il contadino si rivolgevano a un guaritore per prevenire e curare le malattie degli animali da lavoro, da allevamento e da cortile.


S’ACABADORA
COLEI CHE PRATICA L’EUTANASIA

Il diritto al morir bene

Eutanasia (dal greco èu = bene + thànatos = morte) significa “morir bene”, e, per estensione, “morire dolcemente” o anche “morire a tempo debito”. Nell’antichità, quando la natura non provvedeva a dare al moribondo “una morte rapida e dolce”, oppure non provvedeva a eliminare il vecchio o il nascituro “gravemente impediti” e socialmente inutili con “una morte a tempo debito”, interveniva la comunità, per mano di familiari o parenti o più frequentemente di addetti alla bisogna. Nel primo caso si configurava una “eutanasia agonica”, nel secondo una “eutanasia eugenica”.
Il Pettazzoni, in “Revue d’ethnographie et de sociologie”,164 scrive: «Sappiamo che presso i Sardi i vecchi che avevano oltrepassato i settanta erano sacrificati a Kronos dai loro stessi figli, i quali armati di verghe e di bastoni, a forza di percosse spingendoli sull’orlo di fosse profonde come baratri, barbaramente li uccidevano; e la crudele operazione accompagnavano con risa inumane».
Nel brano citato, il Pettazzoni dà così notizia dell’uso della “eutanasia eugenica” praticata in Sardegna in periodo precristiano. Il fenomeno non ha nulla di eccezionale. Ciò che appare frutto di fantasia, non disgiunto da “animus” razzistico, è la descrizione di come i vecchi improduttivi e “inutili” venivano soppressi - in modo barbaro e inumano.
E’ noto che l’“eutanasia eugenica” era diffusa nel mondo antico: costituiva una istituzione legale, moralmente lodevole, praticata non solo a Sparta e a Roma (città che avevano il culto della efficienza bellica), e apprezzata non soltanto da Platone: «Coloro che non sono sani di corpo li si lascerà morire». Anche in tempi recenti, tale pratica viene conservata presso popoli definiti “primitivi” - come tra gli Indiani d’America dove gli anziani (che pure avevano goduto di grande prestigio e di privilegi sociali nella loro tarda età), giunti all’estremo limite della loro vita, si lasciano morire d’inedia in solitudine.
Nel mondo definito “civile”, l’”eutanasia eugenica” è scomparsa come istituzione dopo l’avvento del Cristianesimo ed è moralmente riprovata e condannata dalle leggi. Tuttavia, in altre forme, più “scientificamente” barbare e incivili, è ancora diffusa in tutto il mondo. Basti pensare al genocidio degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale, dei Palestinesi e altri popoli dell’America e dell’Africa, attualmente. Si vuol dire che contrariamente alle affermazioni di principio, cristiane e umanitarie, nelle società cosiddette “civili” i vecchi vengono spesso abbandonati a se stessi, lasciati a morire d’inedia e in solitudine. Frequenti i casi, riportati nelle cronache dei giornali, di “pensionati” trovati morti nelle loro squallide e deserte abitazioni, senza che nessuno abbia assistito alla loro impietosa morte - neppure per aiutarli pietosamente a “morir bene”.

Ancora sul tema della “eutanasia eugenica” in Sardegna, nell’opinione della gente, la grande differenza quantitativa di bambini handicappati tra il passato e il presente ( e ancora oggi tra la città e i paesi dell’interno) sarebbe dovuta anche al fatto di essersi in parte conservata la pratica della “eutanasia eugenica”. Alcune donne riferiscono, come propria esperienza o per sentito dire, che is levadoras (o maistas de partu), come venivano chiamate le anziane dei nostri villaggi che aiutavano le donne a partorire, quando la creatura che veniva alla luce presentava gravi malformazioni, “la aiutavano a morire” - senza che alcuno, tanto meno la madre, ne venisse informato. In tali pietosi casi, sa maista de partu, l’ostetrica, annunciava che la creatura era nascia morta, nata morta, e rientrava nella casistica de is istrumingius, degli aborti.
Pare che tra i Sardi fosse anche praticata, fino a tempi relativamente recenti, l’“eutanasia agonica”, per evitare al moribondo le sofferenze di una lunga agonia. Il mistero che circonda tale pratica, e quindi la mancanza di notizie precise, è comprensibile: sia perché la pratica era condannata dalle leggi, sia per la discrezione dovuta in un compito di tanta gravosa “pietas”.
Alla questione accennano molti storici. Tra questi padre Vittorio Angius165 nel “Dizionario” del Casalis166: «In qualche luogo della Diocesi cagliaritana - egli scrive - non sono talmente perdute certe superstizioni - che una inumana pietà non sa stimare empie - volte ad abbreviare le agonie di un infelice. Levansi via via dalla stanza croci e simulacri e immagini e viene egli spogliato, quando abbiano, degli scapolari sacri di qualche ordine religioso e delle scatolette che abbiano qualche reliquia. Tanto perché? Perché si crede che esse valgano ad impedire l’anima nella partenza e prolungare le sue sofferenze. Ove poi in breve tempo non estinguasi il loro carissimo, si giunge al rimedio che stimano, per efficacia, supremo: sottopongono e adattano alla di lui cervice il giogo di un aratro o di un carro».
Esauriti i tentativi di ordine magico-religioso (privando il moribondo di ogni sostegno vitale di natura trascendentale), per facilitarne il trapasso entra in scena s’acabadori o s’acabadora: colui o colei che nella comunità aveva il compito di praticare l’“eutanasia agonica”.
Più esplicito è il Domenech167: «Dopo aver curato i malati con tutta la devozione possibile, i Sardi non potevano vedere rassegnati il prolungarsi delle torture dell’agonia e, per farla cessare prima, ricorrevano all’ausilio delle acabadoras (ucciditrici), che finivano gli agonizzanti soffocandoli».
Per indicare le persone addette a facilitare il trapasso ai moribondi si conoscono in lingua sarda due termini: il logudorese accabbadoras168 esclusivamente al femminile plurale, e il campidanese acabadori/a, chiaramente ripreso dallo spagnolo “acabar” = finire, estinguersi, morire.


CAPITOLO DECIMO

SA MERI DE DOMU
LA PADRONA DI CASA

Presentazione

Uno spazio a sé, nelle attività proprie dell’economia contadina, merita quella di sa meri de domu, che meglio e più appropriatamente non riesco a tradurre se non con “la padrona di casa”. L’attuale termine casalinga non rende affatto la figura della donna di un tempo, della madre di famiglia, sulla quale gravava l’onere, la responsabilità e la fatica di organizzare la casa, di educare i figli e di amministrare saggiamente il patrimonio familiare, cospicuo o misero che fosse.


IS FAINAS DE SA MERI DE DOMU
LE ATTIVITÀ DELLA PADRONA DI CASA

Tanti e tanti erano i compiti e le mansioni de sa meri de domu che a elencarli e a descriverli tutti occorrerebbe un volume a sé. Una valutazione che voglio esprimere qui, subito, chiaro e tondo, è che le donne d’oggi, sono si libere da una così grande responsabilità, da una siffatta mole di lavoro, da un così gran numero di impegni, ma non possiedono certo tanta autorità e dignità sociale e morale, e anche l’acquisizione di capacità di realizzare e di realizzarsi. Oggi, mi pare, la donna tende a realizzarsi (il termine da usare sarebbe “gratificarsi”) nel consumismo - acquistando ciò che il mercato del superfluo offre con l’adescamento più abietto.

Sa meri de domu sapeva già da bambina che sarebbe diventata sposa e madre. Era il suo sogno, la sua vocazione, la sua ambizione. Il matrimonio, non tanto come sacramento, ma come unione di coppia, era una cosa seria; e la dedizione, la fedeltà e l’amore allo sposo erano valori che davano uno scopo alla sua vita.
Così l’amore per i figli, i sacrifici per farli nascere, per allevarli ed educarli per farli crescere buoni e sani e con buoni e sani principi.
Una parte del tempo de sa meri de domu è dedicato al marito, sia in casa che al lavoro, in campagna, e ai suoi figli, siano ancora pochi o siano già tanti. Per lo sposo ella si fa bella, piacente e amante, per dargli gioia e piacere. Dopo la fatica del giorno, prima del riposo della notte, c’è un momento di intimità, di parole dolci, di piacere per entrambi gli sposi.
Per i figli ella si affatica instancabile tutto il giorno e spesso restando sveglia la notte, per dar loro cibo e vestiti e badare ogni momento a ciò che fanno, e per curarli quando stanno male.
Ella tiene in ordine la casa e la roba, stira e cuce. Cucina la cena e gli prepara su pappai, il mangiare, che porterà in campagna per il pasto di mezzogiorno. Ella si leva di buon’ora, prima che il suo uomo esca, all’alba, per andare a lavorare. E mentre egli appalat su giù, dà la paglia al giogo di buoi, lei mette la caffettiera sul fuoco per fargli bere qualcosa di caldo e gli prepara la bisaccia con il pane e su ingaungiu, il companatico (di solito formaggio o salsiccia) con la zucca del vinello.
Subito dopo s’orbescida, l’alba, appena comincia a far luce, sveglia i figli più grandicelli affinché le diano una mano nel lavoro domestico. Essi devono aiutare nell’accudire i più piccoli e collaborare nel compito di mundai sa cortilla, spazzare il cortile.
Quindi prepara il pasto per gli animali, la crusca impastata con l’acqua, quando non c’è il siero, l’orzo e le granaglie di scarto.
Un tempo, gli animali che si allevavano in casa erano tanti. Principalmente galline e conigli, ma anche anatre, oche e tacchini - per non dire del maiale che aveva bisogno di maggiori cure e di un’alimentazione particolare. Gli animali da lavoro, di solito un giogo di buoi e un cavallo, durante il giorno non erano sotto la loro tettoia ma nei campi ad arare.
Dietro la casa di abitazione vi era l’orticello, un fazzoletto di terra largo una quindicina di metri e profondo sette od otto. Di solito vi crescevano un fico e un limone, e vi erano coltivati le verdure e i condimenti utili alla alimentazione familiare. Tra le verdure: le bietole, la cicoria, i cavoli, le lattughe; e tra i condimenti: l’aglio, la cipolla, il prezzemolo, il basilico, nonché l’origano, il timo e il rosmarino. La cura di questo orticello era affidata alle donne. Tutt’al più il padrone di casa preparava su pranteri, il semenzaio.
Nell’economia autarchica della famiglia contadina circolavano pochissimi quattrini. Pertanto era da evitare l’uso di prodotti che si acquistavano in bottega. Tuttavia vi erano oggetti della utensileria da cucina, pentole, stoviglie e altro, e così pure il vestiario, che non potevano essere fatti del tutto in casa e quindi si era costretti ad acquistarli in negozio, pagando con i soldi. Se non c’erano soldi, si pagava con prodotti di scambio, come il grano o le uova o la frutta. I prodotti acquistati dovevano durare possibilmente tutta la vita.
Si comprende così la cura che sa meri de domu riservava alla biancheria e al vestiario. Un paio di calzoncini di uno dei ragazzini e un vestitino di una delle bambine che si fossero strappati accidentalmente o che si fossero bucati perché divenuti lisi a furia di usarli, venivano rammendati e rattoppati più volte, anche con un panno di diverso colore, se non ce n’era di uguale. E quando diventavano stretti, passavano al fratellino o alla sorellina più piccoli. Devo dire - ricordando i miei scolari - che un abitino così aggiustato appariva gaio come il costume di un Arlecchino.
In particolare nelle ore morte del pomeriggio e in ogni altro momento di pausa, sa meri de domu si dedicava al cucito, sedendo nell’angolo più illuminato della cucina.
Tra le attività ricorrenti c’era quella detta de iscudi, di spolverare. Veniva detta sa Cida de Iscudi, la Settimana Santa, letteralmente “la settimana dello spolverare”. La definizione trae origine dal lavoro di “scuotimento” (l’azione dello spolverare) che la massaia fa in casa nel periodo che precede sa Pasca Manna, la Pasqua di Resurrezione, in occasione delle grandi pulizie dopo l’inverno - lavoro di pulizia molto particolareggiato specialmente nella cucina, dove ai quattro muri sono appesi gli utensili più disparati, dalle pentole agli spiedi, dalle corbe ai crivelli e la polvere più facilmente si annida.
Turrai e molliri cixiri e orgiu po fai su gaffei, tostare e macinare ceci e orzo per fare il caffè, erano attività quotidiane de sa meri de domu.
Cixiri e orgiu beni purgaus, ben ripuliti dalle impurità, venivano messi separatamente in su turradori, nel tostatore, per essere brustoliti. Su turradori consisteva in un cilindro di lamierino cui era fissato un lungo manico, con uno sportellino per mettervi dentro i semi da tostare.
Prugai e molliri sa fa po su giù, pulire e macinare le fave per il giogo dei buoi, era un altro dei tanti compiti spettanti alla padrona di casa e alle figlie grandette. Non dimentichiamo che su meri de domu, il padrone di casa, durante il giorno lavorava in campagna, lontano dal paese, e spesso portava con sé i maschietti più grandi, in grado di reggere la zappa.
In ogni cortile di casa contadina, appesa al muro sotto la tettoia, stava sa caxitta po molliri sa fà, l’attrezzo per macinare le fave, che le frantumava senza polverizzarle, facilitandone la masticazione agli animali, specie ai buoi che hanno una dentatura particolare.
Le fave spezzettate venivano di solito mischiate alla paglia costituendo una alimentazione nutriente e corroborante.
Il compito di girare la ruota del volano di questa sorta di macina era riservato ai bimbi di ambedue i sessi, che ben volentieri e a gara vi si applicavano. Ma era pur sempre la mamma che sovrintendeva e vegliava affinché il lavoro non degenerasse in un gioco che poteva compromettere il prezioso alimento per gli animali da lavoro.
Era un fatto abbastanza comune per il contadino, anche nei Campidani, possedere un piccolo gregge, anche di una decina di pecore soltanto. Quando non poteva accudirle da sé, e questo era il caso più frequente, le affidava in custodia a un parente o a un amico che svolgessero l’attività di pastore, e costui gliele accudiva mettendole insieme alle altre pecore del gregge.
Tale pur piccola proprietà significava un grosso risparmio: avere l’agnellino da arrostire per Paschiscedda, per Natale, e una morbida pelliccia da usare come scaldino sotto il lenzuolo o come scendiletto; avere il latte per i bambini durante l’inverno e il latte da ricavarci qualche formella di cacio e di ricotta, per il companatico e per fare i tradizionali agnolotti; e infine avere la lana, che lavata e carminata, veniva filata e tessuta nel telaio di casa, e quella di scarto usata per riempire cuscini e guanciali.
Sa meri de domu era esperta in ognuna di queste attività - tale bagaglio di conoscenze e di pratica e di abilità rientrava nel ruolo proprio della donna che diventava sposa e madre. Sapeva anche quagliare il latte, tenendo il paiuolo nel focolare alla giusta temperatura, per ottenere il formaggio e la ricotta, nonostante fossero queste attività proprie dell’uomo, e pastore, per giunta.
Nella mia vita di insegnante, nei molti anni che ho vissuto nei paesi della Trexenta, della Marmilla e dell’Oristanese, ho visto spesso le donne di casa, le giovani sotto la guida delle anziane, far questo lavoro con grande maestria. Mi sovviene ora l’immagine di una giovane sposa del villaggio di Siris, tra Mogoro e Morgongiori, alla fine degli Anni Quaranta, madre di due splendidi bimbi, che sapeva fare benissimo il formaggio e la ricotta, aiutata dall’anziana suocera. E io che insegnavo ai fanciulli del loro paese la presunzione di una cultura straniera, cui loro tenevano tanto per diventare “migliori”, io imparavo da loro, umili paesani, il mestiere della vita, che coincide con l’amore per la vita, amore di sé e del prossimo.
Ma le attività più squisitamente donnesche erano su fai sa cunserva, de tomatiga o de frutta, e su fai sa saba de su mustu - fare le conserve di pomodoro o di frutta e far la sapa con il mosto.
Sa pilarda de frutta o marmellata di frutta si faceva prevalentemente con pere, susine e più abbondantemente con il frutto zuccherino del ficodindia - ottima marmellata, quest’ultima, sia da spalmare sul pane brustolito, sia da usare come dolcificante. Altra pilarda, nel senso di conserva di frutta secca, assai diffusa nei Campidani, era quella di susine e di albicocche, che si avevano in abbondanza all’inizio dell’estate, piccole ma dolcissime, che si vendevano a litrus e a imbudus misure di capacità di uno e di tre litri.
Sa pilarda de tomatigas, la conserva di pomodoro, consiste in una sorta di concentrato di pomodoro assai compatto, ridotto in forma di pani, salato e di molto condimento. Si otteneva facendo bollire e raffinare i pomodori ben maturi, precedentemente colati per eliminare bucce e semi.
Inoltre, erano detti pilarda anche i pomodori secchi, ugualmente usatissimi per condire e colorare i minestroni di ceci, di lenticchie e di fagioli e i bolliti di carne o di pesce. Sa pilarda de tamatigas, i pomodori secchi, si ottengono a fine estate dividendo longitudinalmente in due metà i pomodori scelti, carnosi, salandoli e mettendoli quindi su tavole a seccare al sole sopra i tetti dei loggiati.
Come i pomodori, stesso procedimento per fare sa figu siccada, i fichi secchi, bianchi o neri o perdingianus, brogiotti, de segunda, della seconda stagione, che maturano in agosto e settembre.
Ovviamente, con i fichi il sale non ha nulla a che vedere. Se mai c’entra lo zucchero. Infatti, sa meri de domu, quando i fichi sunt siccaus ma no assicorraus, sono secchi ma non aridi e duri, vengono raccolti e dopo essere staus inforraus, messi al forno, affinché non mettano vermi, vengono conservati con semi e rametti di finocchio per aromatizzarli nei canestri di asfodelo, e qui, alla fine, spolverati di zucchero a velo. Una operazione, quest’ultima, possibile soltanto nelle famiglie contadine piuttosto agiate.
Nei paesi di montagna si faceva anche sa pilarda de pira, le pere secche. Le pere sono un frutto che abbonda in quelle contrade, dove spesso gli alberi costeggiano strade e viottoli, e possono essere colti da chiunque.
Su fai sa saba, l’operazione del fare la sapa, era ugualmente compito de sa meri de domu, che si fa aiutare, come sempre, dalle figlie più grandicelle e se sono intraprendenti, e non hanno la puzza al naso “maschilista”, anche dai maschietti.
Sa saba, la sapa, si fa bollire e ridurre a fuoco lento durante la notte, dopo la pigiatura dell’uva per la vinificazione, che ha visto impegnato su meri de domu, il padrone di casa, e i figli maschi della famiglia. Si conservano alcuni decalitri di mosto, tanti in rapporto alla sapa che si vuole ottenere. Il mosto si versa in su paiolu o cardaxu stangiau, nel paiuolo o calderone di rame stagnato, e si fa bollire nel camino a fuoco lento, rimestando continuamente con un mestolone affinché il contenuto condensandosi non si attacchi al fondo e non si aggrumi. Si aggiunge lentamente il mosto, lasciando infine che il tutto si riduca fino a raggiungere la densità voluta - normalmente è fluida abbastanza da poterla versare in barattoli e bottiglie.
Durante tutto l’inverno sa saba viene usata per dolcificare (come il miele) al posto dello zucchero, che è un prodotto che “si acquista” in bottega e per ciò da evitare. Si dolcificano il caffè e il latte e con la sapa si confeziona il tipico pani de saba, pane di sapa, e anche su pane durche, il pane dolce, d’uso tradizionale nella Festa de sos mortos, il 2 novembre, specialmente a Orune.
“Is festas sunt pestas”, è un detto diffusissimo tra is meris de domu. “Le feste sono pesti”. Cioè a dire, è la donna che deve sgobbare come una schiava perché la famiglia possa degnamente festeggiare le fauste ricorrenze che periodicamente cadono durante l’anno. In primo luogo la festività del Santo Patrono del paese che ha uguale se non maggiore importanza e solennità del Natale, della Pasqua, del Carnevale, del Giorno dei Morti. Compleanni e onomastici dei componenti la famiglia non vengono celebrati: sono celebrazioni da signori. Per i piccoli, si celebrava la caduta del dentino di latte, in cambio del quale su topi, “il topolino”, portava una monetina, che il bimbo trovava al posto del dente da lui stesso nascosto, sotto lo sguardo sornione del babbo, in una fenditura del muro del cortile.
Dunque, oltre l’impegno di dover cucinare per le feste pietanze più elaborate, sa meri de domu aveva l’onere di preparare i tradizionali dolci, di cui darò appresso qualche cenno.
A Paschixedda, a Natale, per la nascita di Gesù si elaborano prevalentemente dolci con la frutta secca, specialmente mandorle, comuni nei Campidani, e noci e nocciole, comuni nelle Barbagie montuose. Nel nord dell’Isola erano di prammatica le sebadas, una sorta di grosso agnolotto di pasta farcita di formaggio fresco, fritto e spalmato di miele che, attualmente diffusissimo, viene servito nei pranzi in ristorante dopo la frutta. Dolce comune è su gattò, che non ha nulla da vedere con il “gatteau” francese, fatto con mandorle o nocciole turradas, tostate, impastate a caldo nello zucchero caramellato, a cui si danno forme diverse, oltre la classica tavoletta. E chi è davvero brava fa pure is turronis, il torrone, confezionato ugualmente con mandorle o nocciole, ma impastate con il miele. E poi i fichi secchi mandorlati, che si accompagnano al vinello dolce frizzante fatto in casa, che non ha nulla da invidiare all’attuale spumante fatto “a macchina”, non si sa con che cosa, di certo non con succo d’uva.
Dopo Paschixedda, alla fine dell’inverno, arriva Carrasciali, Carnevale - festa in cui gli uomini mettono sa bisera, la maschera, per potersi togliere semel in anno la maschera di tutti i giorni. E per l’occasione, anche da noi, ogni scherzo vale. .Est sa festa de totus in pari, è la festa collettiva, che si fa impazzendo per le strade. Ma in casa le donne preparano i dolci d’uso, in primo luogo is zippulas, la frittura tipica di pasta aromatizzata e lievitata, lavorata nella conca di terracotta.
Is meris de domu chi pèccant in su fai is zippulas, le padrone di casa che non sono brave a preparare le fritture, chiedono aiuto alla vicina di casa più esperta; e ricambiano magari aiutando la stessa vicina a friggere is culirgionis de bentu, is faulas, le meraviglie o chiacchiere, ritagli di pasta sfoglia grassa e dolce che nello strutto bollente si gonfiano cuocendo croccanti. E nel fare is culirgionis durcis, i ravioli dolci, qualcuno viene riempito di pasta di mandorla, ottenendo così is culirgionis de mazza de mendula, i ravioli ripieni di pasta di mandorle.
E arriva Pasca Manna, la Pasqua di Resurrezione. Sa meri de domu, stavolta, deve risistemare tutta la casa. Fare l’intonaco nuovo, dare una mano di calce ai muri, rifare i pavimenti di terra battuta, che ancora negli Anni Quaranta erano i più comuni nei paesi agricoli di quasi tutta la Sardegna, specie meridionale. Può sembrare strano, ma questo compito gravoso era riservato alle donne, che erano vere maestre nel rattoppare intonachi, tinteggiare pareti e dare uno strato nuovo di terra argilla, mischiata a paglia o a sterco di bue, al pavimento battuto, facendolo piano e liscio.
A Pasca Manna si fait su pani coccoi, si fa il pane di semola con le uova. Si ottiene lavorando la semola, ciuerta, gramolata a mano in sa mesa de fai pani, nell’apposito tavolo.
Is coccois de Pasca, i pani pasquali, hanno dimensioni e forme diverse, e sono lasciati alla bravura e alla fantasia delle panatteras de domu, panettiere di casa, che tagliano e decorano la pasta in punta di forbici e di arresoiedda, coltellino a serramanico, che la brava padrona di casa tiene sempre con sé nella tasca de sa gunnedda, della gonna. Forme più comuni de su pani coccoi sono le coroncine e le gallinelle. Ogni pane, secondo la grandezza, porta un uovo o due o anche tre conficcati sul dorso prima della cottura. C’è anche chi colora le uova - solitamente di gallina, ma anche de anadi o de coca, d’anatra o d’oca, ma con tinte naturali commestibili, perché pane e uova vengono consumate dai fanciulli che ne ricevono uno a testa, durante il giorno della festa.
Quando su pani coccoi è particolarmente elaborato e decorativo, tanto più se è stato ricevuto in dono, viene conservato nel salotto, esposto sopra il tavolo e resta lì come ornamento, così che tutti i visitatori possano ammirarlo. La padrona di casa ne racconterà allora la storia agli ospiti, tessendo le lodi della brava panettera che l’ha creato. Forse era una di quelle donne, per altro rimaste anonime, che facevano parlare di sé nei giornali del Continente, per aver offerto a sua maestà la regina d’Italia un canestro di tali elaboratissimi panis de Pasca.
A Pasca Manna in casa del contadino non può mancare una piscedda de casu friscu, una forma di cacio fresco. Una parte si usa grattugiarlo o tagliarlo a pezzetti per metterlo nel brodo bollente, che per tradizione apre il pranzo pasquale. Ma la maggior parte di questo formaggio viene utilizzata per fare is pardulas, le formaggelle - dolci che in altre occasioni, anche frequentemente, si fanno di ricotta, perché costano meno e sono ugualmente saporiti.
Per fare is pardulas, le formaggelle, il formaggio viene grattugiato e impastato con un po’ di farina, buccia d’arancia, tuorlo d’uovo, zafferano, zucchero e aromi diversi. Quindi si prepara una sfoglia di pasta di semola ben lavorata senza lievito né condimenti e con sa resetta, la taglierina a rotella, si ottengono tanti cerchi entro cui si pone un cucchiaio circa di impasto. Fatto ciò gli orli del cerchio di pasta vengono presi con l’indice e il pollice e saldati a pizzichi tutt’intorno, in modo da formare una scodellina alta un dito con gli orli smerlati. Di più squisita fattura le vecchie pardulas che si facevano con strisce di pasta ugualmente riempite dell’impasto descritto, che formavano delle U o coroncine, se chiuse.
Is pardulas a questo punto si mettono al forno e a cottura raggiunta vengono tolte, unte con il miele e decorate con sa traggera, i diavoletti, quei minuscoli pallini di tanti colori che attirano la curiosità dei bimbi - i quali, ai miei tempi, usavano mettere l’indice in bocca per inumidirlo, poi lo posavano sui “pallini” che restavano attaccati al polpastrello e infine se lo rimettevano in bocca... Lo scappellotto della mamma era allora d’obbligo, ma rientrava nei rischi del mestiere di bimbo goloso.

Contu de una filla de domu
Confidenze di una brava ragazza

«Ero figlia unica e finite le scuole elementari, mia madre non volle che andassi a lavorare in campagna, anche se non eravamo ricchi, per poter imparare meglio tutte le faccende di casa: “se la gente” sapeva che ero una brava massaia e che non ero sempre buttata in campagna, che ero fill’‘e domu, figlia di casa, (cioè una brava ragazza) avrei potuto sposare anche un proprietario, anziché un povero contadino come era mio padre.
C’era da sgobbare dall’alba al tramonto col solo aiuto de s’accostanti della domestica a giornata, per fare il pane e il bucato. E così crescendo e seguendo gli insegnamenti di mia madre, volentieri o meno, imparai a fare tutto, perfino a tessere, cosa che non sapevano fare tutte le massaie. Mi presi anche qualche schiaffo quando non facevo le cose bene. Le più difficili erano nella preparazione del pane: poni su fromentu, preparare la pasta col lievito, e infornare il pane, sapendo riconoscere la temperatura giusta del forno. Molte ragazze si sposavano senza saperlo fare ed era vergognoso farlo fare a s’accostanti!
Imparai a scegliere i legumi per la semina, a conservarli come provviste dopo il raccolto, dando alle galline solo lo scarto; imparai perfino a traballai su procu, a conservare le carni del maiale macellato in novembre.
Mia madre mi promise che mi avrebbe comprato sa roba, tutto il necessario per arredare la casa.
Avevo solo sedici anni quando andammo dal falegname ad ordinare il guardaroba di prima categoria con grande stupore ed anche invidia delle contadine più grandi di me, che non erano riuscite a racimolare i soldi, pur ammazzandosi di lavoro, per comprare il primo mobile.
Era l’inizio; piano piano vi misi dentro le lenzuola comuni, il lenzuolo buono ricamato, con le federe e i copricuscini, sa vanuga bella, il copriletto, il servizio di tovaglioli e la tovaglia damascata, su cui avevo ricamato le iniziali a punto pieno. Quando avevo finito di tessere i tovaglioli di cotone e lino e gli asciugamani de pann’ ‘e carri, tessuto liscio, vi ricamai le iniziali a punto croce; imparai a tessere su scaccu bellu e su scacchisceddu, tessuto a disegni complicati e semplici, e gli asciugamani con le frange e vi aggiunsi anche quelli: due servizi da dodici! Mia madre mi aiutò a tessere su cilloni, la coperta di lana, is sacchitteddus pertiazzus, i sacchi di cotone e lana per mettervi il grano, is coberibangus, i tappeti, sa mesa manna, il tavolo grande, che si usava per fare il pane. I ripiani dell’armadio erano quasi pieni.
Per la festa di S. Maria, quando avevo diciotto anni, con mamma andammo a comprare su strexu de fenu, gli utensili di intreccio: due canestri grandi, due medi e due piccoli; tre corbule de quarra, da venti litri, tre de quartu, da dieci litri, e tre de imbudu, da tre litri. Il venditore ce ne regalò alcune piccoline. Avendo saputo che compravo queste cose, su pingiadaiu ci portò lui stesso a casa tutti i recipienti, su strexu de terra, gli utensili di terracotta: sciveddas grandi e piccole, pentole e tegami di varie grandezze. Quando sentimmo passare is cabesusesus che vendevano turras e talleris e pabias de forru, mestoloni e taglieri e pale per il forno, li facemmo entrare e comprammo anche quelle. Meno male che la stanza per il pane era grande, altrimenti tutta quella roba non ci sarebbe stata. Per la festa di S. Maria, a vent’anni, ultimammo gli acquisti principali: s’arramini, i recipienti di rame: duus caddasciusu, due paiuoli, duas sartainas, due padelle, sa cuppa o braxeri, il braciere, e su ferru mattau, gli utensili in ferro smaltato, che avrebbero riempito su parastaggiu, lo scaffale, anche se fosse stato più grande, tra pentole, tegami e coperchi di varia misura.
O che ci avessero visto fare tutte queste compere o che se ne fosse sentito parlare, una sera venne a casa su pabonimpu, il paraninfo, per farci sapere che il figlio maggiore di don Sebastiano mi voleva in moglie, che aveva già la casa pronta, giu’ e carru, giogo di buoi e carro, cavallo e carrozza. Sarebbe tornato dopo una settimana per avere una risposta. Io dissi che lo conoscevo solo di vista e che mi era più simpatico il fratello più giovane, ma mia madre disse che don Sebastiano non andava contraddetto e così mi fidanzai col fratello maggiore. Avendo quasi tutto pronto decidemmo di sposarci presto. Mia madre finì di comprare tutto ciò che ancora serviva come qualsiasi altra sposa non contadina; i mobili furono portati direttamente alla casa dello sposo. Tutto il mio corredo e l’utensileria fu caricata sui carri addobbati a festa (e ne occorsero molti) e portati come in processione. Io rimasi a casa, perché si usava così, e solo dopo le nozze provai il compiacimento di vedere le stanze arredate: sa dom’ e farra, la stanza riservata alla burattatura, con su strexu de fenu, gli utensili di intreccio, appeso alle pareti, ancora infiocchettato; s’ omu ‘e su forru, il locale dove c’era il forno, con le pale appoggiate al muro e tutte le conche di terracotta appese; is ischidonis, is cardigas et is trebinis, gli spiedi, le graticole e i treppiedi, che il fabbro aveva portato all’ultimo momento belli lucidi, pronti per gli arrosti in sa brasci de su forru, nella brace del forno.
Nella grande cucina luccicavano i recipienti di ferrosmalto appesi, e sui mattoni del grande camino c’erano is pingiadas, le pentole di terracotta. Le altre stanze non avevano niente di particolare che dicessero che io ero moglie di un agricoltore.
Non ebbi la necessità di lavorare tanto quanto aveva dovuto mia madre, ma seppi sempre insegnare alla servitù come andavano fatte tutte le faccende della casa di un contadino.169


STREXUS PO FAI SA FARRA
UTENSILI PER ABBURATTARE


SU CIULIRU DE PRUGAI
IL CRIVELLO PER SCEVERARE

E’ un attrezzo cilindrico dal diametro di 40/50 centimetri con il bordo alto 8 centimetri. La base circolare è costituita da un graticcio lasco fatto di gretole di giunco non lavorato, disposte l’una a fianco all’altra fino a ricoprire l’intera superficie. Le gretole del giunco sono grosse 2 o 3 millimetri e sono legate tra loro con una cordicella di giunco più sottile.
La parete del cilindro è formata da un cordulo (diversi steli rivestiti di altro giunco sezionato in due metà) che gira tutt’intorno andando a poggiarsi sul cordulo del giro precedente, fino a raggiungere l’altezza di centimetri 8 circa. Il cordulo ha la grossezza di un dito mignolo all’incirca.
Il punto di unione tra la base e la parete viene rifinito e abbellito da una trecciolina di giunco finemente lavorata.
Quest’attrezzo per mondare e vagliare il grano prima di macinarlo, viene detto anche ciuliru de cerri, cioè vaglio.


SU CIULIRU DE FAI SA FARRA
IL CRIVELLO DA ABBURATTARE

E’ un utensile simile a su ciuliru de prugai, almeno a prima vista. La differenza consiste nelle gretole di giunco che sono sottilissime, sezionate a metà con la parte convessa verso l’interno e disposte fitte fitte, intrecciate con listarelle di giunco ugualmente sottili.
La parete del cilindro, così pure il bordo della base, è rivestito di tela bianca, in modo che l’intreccio dell’utensile non si rovini nell’uso e non rovini le mani della lavoratrice.
Una brava padrona di casa avrà premura e accortezza di tenere in casa, sempre, più di uno di questi attrezzi da lavoro.

Is ciulirus e is sedazzus, i crivelli e i setacci, venivano venduti dagli ambulanti che giravano con i loro carri da un paese all’altro. Si dice che questi girovaghi venditori di ciulirus, sedazzus, polinas, fossero grandi conoscitori del tempo meteorologico, perché quando essi arrivavano significava che stava per piovere. Si crede che il loro fosse uno stratagemma: arrivare con la pioggia, per essere certi di trovare in casa i possibili acquirenti.


SU STREXU DE FENU
I RECIPIENTI DI FIENO

Con questo termine si intendono tutti i recipienti che la padrona di casa porta in dote nuziale e che utilizzerà per tutto l’arco di una vita, e che concernono il trasporto, la conservazione e la lavorazione del raccolto agricolo. In particolare il grano e le leguminose.
Gli utensili de su strexu de fenu sono confezionati intrecciando mazzetti di fieno di grano con giunco secco non lavorato, cioè no mulliu, non scotolato, non snervato.
A secondo della grandezza e della forma, l’utensile prende un nome diverso:
1) Sa canistedda, la canestra, è come un grande piano del diametro di circa 15/20 centimetri
2) Sa polìna, la canestrina, simile alla precedente ma più piccola, con un diametro di base di circa un metro e un bordo di 15 centimetri. Ce ne sono anche di più piccole dette is polineddas.
3) Sa crobi, la corba, ha la forma di una conca, con una capacità che arriva fino a una quarra de trigu, uno starello di grano, pari a 20 litri, cioè a circa 20/22 chili di grano.
Su strexu de fenu, recipienti ottenuti dall’intreccio di paglia e giunco, cioè ciulirus, sedazzus e polinas, insieme all’utensileria necessaria all’economia familiare del contadino, si potevano acquistare anche in occasione di feste religiose e sagre dove concorrevano i venditori di tutti i prodotti indigeni, dai tessuti all’utensileria.


SU SEDAZZU
IL SETACCIO

E’ un cilindro formato da un foglio di legno dello spessore di 3/4 millimetri e punzonato nei punti di unione. Ha un diametro di circa 4O centimetri ed è alto circa 30/35 centimetri. A metà dell’altezza, cioè nel punto di unione dei due cilindri (uno dei quali alto la metà dell’altro dentro cui si incastra), è inserita una rete di metallo fermata dall’unione dei due cilindri.
Secondo il tipo di rete, a maglie più o meno fitte, cambia il nome de su sedazzu, del setaccio, e cambia l’uso che se ne deve fare. Abbiamo così:
1) Su sedazzu a tramas lascas, il setaccio a trame larghe;
2) Su sedazzu a tramas strintas, il setaccio a trame fitte;
3) Su sedazzu fini, il setaccio di seta (ovvero su sedazzu de seda).

Esiste poi un altro attrezzo detto ciuliru de ferru, cioè setaccio di ferro, che è fatto come il setaccio di cui si è parlato, ma anziché avere come fondo una rete fitta ha tanti cerchi concentrici di fil di ferro acciaiato, tenuti da raggi ugualmente in fil di ferro di circa due millimetri di spessore. Su ciuliru de ferru viene usato per vagliare le leguminose, fave, piselli, ceci e altre, che contengono spesso pagliuzze e semini. Dopo la vagliatura queste leguminose vengono purgadas in su ciuliru de fenu di cui abbiamo già parlato.


SA TURRA DE LINNA
IL MESTOLO DI LEGNO

Si tratta di un cucchiaione appena concavo, con un piccolo manico. Si ricava intagliando il legno di pero o di castagno. Impugnandolo si rileva che il bordo sinistro è più sottile per un suo uso più funzionale.


SU SCEDEZZADORI
IL CERNITOIO

E’ un binario formato da due listelli di legno su ponticelli, su cui scorre il setaccio. La corsa del setaccio è limitata da due listellini trasversali posti alle estremità del binario.
La forma, le rifiniture de su scedezzadori sono lasciate all’estro dell’artigiano. Per costruirlo solitamente viene usato un legno duro onde evitare il deterioramento, poiché il setaccio nel suo vai e vieni consuma i listelli su cui scorre. E’ possibile vedere dal consumo dei listelli quanto uso si è fatto dell’utensile.
Su scedezzadori viene sostituito più volte nell’arco della vita de sa meri de domu, della padrona di casa.


SU PANI: DE SU MOBINU A SU FORRU
IL PANE: DALLA MACINA AL FORNO


PRUGAI SU TRIGU
PULIRE IL GRANO

Il grano necessario al sostentamento della famiglia, veniva messo in su sobariu, nel solaio, nei locali al piano di sopra che avevano il pavimento in legno - questa era una cosa importante, perché dal pavimento in cemento o con le pianelle, o con i mattoni saliva umidità che danneggiava il grano. Lo stesso si dica per i muri, che una certa umidità la davano sempre. Infatti il mucchio di cereali veniva messo al centro della stanza o quanto meno in modo che solamente i bordi della base del mucchio toccassero il muro.
Per la panificazione, la prima operazione era la preparazione del grano, detta prugai su trigu po ddu portai a mobi, pulire il grano per portarlo a macinare. Va detto che rispetto alla precedente c’è una differenza nella operazione di prugai su trigu po arai, pulire il grano per ararlo, in cui si usava il grano selezionato che veniva ripulito dai semini estranei e dai grani spezzati che non germogliano. S’arrestu de sa prugadura, il residuo della pulitura, si dava ai volatili da cortile, stando però attenti a non dar loro su pisu de caoru, una varietà di piselli selvatici, perché poteva far male: restava loro nel gozzo gonfiandolo e la massaia doveva intervenire chirurgicamente vuotandolo con un taglietto che poi ricuciva con ago e filo.
Purgai su trigu po ddu portai a mobi, fiat unu traballu stentosu, pulire il grano per portarlo a macinare, era un lavoro lungo e noioso. Infatti, bisognava pulire il grano con un crivello, su ciuliru de cerri e de purgai, per vagliarlo e per togliere con le dita le pietruzze, i pezzetti di terra, le pagliuzze e i semi estranei. Tra su purgai e su cerriri c’è differenza: con su cerriri, la cernitura, cadono dal vaglio gli elementi più piccoli, separandosi così dal grano; mentre cun su prugai, con il purgare, si pulisce il grano facendolo scorrere sul piano per evidenziarne gli elementi estranei, quali pietruzze e altri semi che vengono presi e tolti uno ad uno con le dita.
Una volta pulito, il grano veniva rovesciato in sa canistedda, nella canestra larga, fino a raggiungere la quantità necessaria a fare il pane settimanale per la famiglia. Diciamo che la resa o rapporto è di un chilo di grano uguale a un chilo di pane; per orientarsi sulla quantità di grano necessaria alla panificazione, si calcolava un chilo di pane al giorno in media, per ogni componente della famiglia. Quindi, raggiunta la quantità stabilita, il grano tenuto ancora in sa canistedda, nella canestra, veniva lasciato così fino al giorno dopo in modo che si ammorbidisse e la macinatura fosse omogenea e fine, e non invece frantumata a scaglie. Inoltre, il grano troppo arido veniva surriscaldato con la macinatura e di conseguenza la farina andava male nelle successive lavorazioni. Infatti, se il macinato fosse stato surriscaldato, nell’impastarlo ne avrebbe risentito in “tenuta” - in sardo, per la pasta, si dice: arrei corria, cioè reggere in coesione.
Il giorno dopo il grano si portava con capienti corbule (crobis de quarra, corbe da circa venti chili) al mulino. I mulini antichi erano ad acqua e i più sofisticati a motore elettrico e a nafta. In questi ultimi si poteva chiedere al mugnaio che la macchina facesse anche il lavoro di umidificare il grano, e dopo la macinatura di separare le varie parti (crusca, semola e farina) del macinato, ma questo lo facevano fare le persone poltrone o che non sapevano lavorare.


FAI SA FARRA
L’ABBURATTATURA

Riportato a casa il grano macinato, iniziava la seconda fase della panificazione: su fai sa farra, cioè abburattare (da buratto, setaccio). In parole semplici si trattava di dividere il macinato nelle sue diverse componenti, e vedremo che ognuna di queste operazioni ha un nome proprio e specifici attrezzi, così come ogni parte del macinato ha una utilizzazione e una destinazione specifiche, sia nella cucina in generale per la preparazione di pietanze, che nella panificazione.
La buona riuscita del pane incomincia con questa fase: più diligentemente viene lavorato il macinato e migliore sarà il risultato che si otterrà nell’uso delle singole parti. In altre parole si avranno farina zero zero, pura (scetti), semola, semolino, più omogenei (simbula grussa e simbula fini) e, ugualmente per la crusca e il cruschello (poddini grussu e poddini fini).

Prima fase: su crangiai, il togliere la crusca.
Si procede a separare la crusca, cioè a crangiai sa farra, a ‘ndi bogai su poddini grussu, a togliere la crusca grossa. Questo lavoro si fa con su sedazzu lascu o a tramas lascas, cioè con il setaccio a trame larghe. Si mette sul pavimento sa canistedda, una canestra larga, ricoperta da un telo di lino candido. Dentro si mette sa pobina, una canestra piccola, ricoperta da un telo. Dentro quest’ultimo si appoggia su scedezzadori, binario di legno su quattro piedi su cui si poggia su sedazzu, dentro il quale si mettono due o tre mestolate di macinato. Per versare il macinato si usa un mestolo di legno detto turra de linna.
La donna addetta a questo lavoro assume diverse posizioni che consistono in: scedezzai cun su sedazzu, setacciare con il setaccio che, preso per il bordo alto, viene fatto scorrere lungo il binario de su scedezzadori da un fermo all’altro, e in questo modo il macinato si muove dentro il setaccio che ogni tanto viene sollevato da una parte e dall’altra sbattendo sopra le assi di legno per liberare gli interstizi. Solitamente per completare questa operazione basta setacciare il macinato una sola volta.
La crusca che resta nel setaccio viene raccolta, conservata in un sacchetto e utilizzata per l’alimentazione degli animali da cortile. Oggi, con la moda delle diete, la si usa per sgrassare gli intestini degli obesi.
C’erano molte famiglie che per ragioni diverse - vedi povertà, vedi necessità di panificare, vedi impossibilità di fare gli altri passaggi o perché gente più semplice o più rustica - usavano fare il pane così come si presentava dopo tolta la crusca; e si diceva fai su pani a sa crangiada, cioè fare una sorta di pane integrale certamente assai nutriente e che conteneva farina, semola e cruschello insieme. Si dice che Mussolini, in tempo di guerra, avesse dato disposizioni affinché il pane venisse fatto in questo modo.
Su poddini grussu, la crusca, si ottiene, dunque,dalla prima fase dell’operazione de fai sa farra, dell’abburattare, mediante l’uso de su sedazzu lascu, del setaccio a maglie larghe. Tutto il macinato cade dal vaglio che trattiene soltanto su poddini grussu, la crusca.
Su poddini grussu veniva utilizzato esclusivamente per l’alimentazione degli animali da cortile, in particolare per i volatili: puddas, anadis, coccas e pioncus; galline, anatre, oche e tacchi.

Seconda fase: su civraxeddu, il cruschello.
Si prende un setaccio a maglie medie, su sedazzu a tramas strintas, e si passa nuovamente, con lo stesso procedimento, tutto il macinato rimasto dalla prima fase. In tal modo, ogni volta, resta dentro il setaccio su poddini fini o civraxeddu, la crusca fine o cruschello. Anche questo cruschello si avrà cura di metterlo in un apposito sacchetto. Verrà usato per fare il pane per i cani, oppure per unirlo alla crusca da impastare per gli animali da cortile o, infine, come accade più spesso, per unirlo a su scetti, la farina, per fare il pane semi-integrale, da noi detto pani de su mannu.
Su poddini fini, il cruschello, si ottiene dalla seconda fase dell’operazione de fai sa farra, dell’abburattare, mediante l’uso de su sedazzu a tramas strintas, un setaccio a maglie più fitte rispetto al precedente. Con su poddini fini più una certa quantità di scetti, farina, si confeziona un pane semi-integrale detto pani de su mannu.


Terza fase: su scetti, la farina.
Questa è l’ultima fase del lavoro col setaccio, dopo di che si passa alla lavorazione del macinato mediante su ciuliru o cibiru che dir si voglia. In questa terza fase, sempre con gli stessi movimenti, si usa il setaccio a maglie così strette che sembra non vi siano interstizi. Tale setaccio è detto sedazzu fini.
E’ la fase più lunga e più tediosa e non sempre basta setacciare il resto del macinato una sola volta per separare su scetti de sa simbula, la farina dalla semola.
E’ un momento molto importante perché dalla riuscita di questa operazione incomincia ad esserci un salto di qualità che si evidenzierà nella successiva confezione del pane. Nelle nostre comunità, l’operato della gente, il lavoro, l’impegno che ciascuno metteva nel fare una cosa aveva un immenso valore morale e sociale. Le persone, donne o uomini, venivano per le loro capacità portate ad esempio, citate e lodate da tutta la comunità. E accadeva che nelle grandi occasioni come il matrimonio, venivano invitate per far parte delle lavoranti, quelle donne famose per la loro bravura, sia nell’abburattatura, che nella panificazione o nel fare i dolci. Nelle stesse occasioni il lavoro della preparazione del pane si commissionava alle zias o a is sorris, alle zie o alle sorelle, di solito anziane, esperte, appunto, ma gelose della loro arte, che preferivano lavorare per terzi, ma nella propria casa. Tuttavia, di solito, si preferiva avere in casa tali esperte lavoranti perché fungevano anche da maestre per le giovani che partecipavano al lavoro.
Su scetti, la farina, si ottiene dalla terza fase dell’operazione de fai sa farra, dell’abburattare, mediante l’uso de su sedazzu fini, del setaccio a maglie fitte, che trattiene la semola e lascia colare la farina.
Con questa farina finissima unita a su poddini fini, al cruschello, si confeziona un pane semi-integrale detto ugualmente pani de su mannu, come già detto sopra.
Quando si fa su pani de su mannu, di solito a pezzature grandi, is civraxus, si confezionano anche civraxas, focacce, che, appena cotte, in parte vengono divise a metà in senso longitudinale, rimesse nel forno e biscottate. Tale pane biscottato viene consumato col caffè nella colazione del mattino o anche inzuppato nel brodo caldo e condito con formaggio grattugiato.

Quarta fase: sa simbula, la semola.
Durante questa fase la semola viene divisa per grandezza e per colore. La durata dell’operazione, cioè il numero delle volte che viene passata, dipende dall’uso che della semola si deve fare, dalle necessità e dalle situazioni. Se si deve fare il pane per tutti i giorni e non serve semola per fare la pasta da cucinare o non serve semola grossa, sempre per cucinare (simbula fritta, fregula, etc.), allora la si passa una sola volta, altrimenti la si passa tre o quattro volte; e se si deve fare il pane per le grandi feste o per gli sposi, allora anche sette o otto volte. La semola per il pane degli sposi viene lavorata anche tre o quattro settimane prima della panificazione. In questo caso viene ripassata settimanalmente affinché non si formino grumi.
Nella lavorazione della semola si usa su ciuliru, il crivello, al quale si dà un movimento rotatorio in senso orario, e contemporaneamente un saltello tenendolo obliquo, con il bordo inferiore appoggiato sopra sa pobina, la canestrina, formandosi così, al centro del macinato, uno strato di semola più grossa e più scura. Questa semola viene raccolta con sa turra de linna, il mestolo di legno. La prima semola raccolta viene anche usata per fare su cadroxu, il pane scuro, che contiene ancora un po’ di cruschello.
Su scetti, la farina, e sa simbula, la semola, grussa e fini, grossa e fine, vengono conservate separatamente dentro sacchetti di tela o di lino candido a maglia fitta.


FAI SU PANI
LA PANIFICAZIONE

Un’‘orta facta sa farra, ultimata l’abburattatura, si può procedere alla panificazione.
La prima cosa da fare è la preparazione de su fromentu, del lievito.
Su fromentu è costituito da un pezzo di pasta lievitata, lasciata dall’impasto usato la volta precedente, che viene conservato in su scetti, nella farina, dentro un sacchetto di tela bianca o dentro una ciottola col coperchio, tenuto in luogo asciutto, in modo che non metta la muffa. Se il lievito si guasta, bisogna chiederne un nuovo pezzo ai vicini di casa, perché, senza questo non si può panificare. Va detto, per inciso, che su fromentu, come gli altri beni di prima necessità, non si può rifiutare mai: rientra in quelle usanze mutualistiche di vicendevole aiuto e cortesia.
Il giorno prima di fare il pane, su fromentu viene sciolto con un po’ d’acqua tiepida e gli si aggiunge circa un chilo di semola. La quantità è ovviamente relativa al pane che si vuole fare. Lo si impasta bene e lo si lascia lievitare, tenendolo ben coperto al caldo, vicino al caminetto. Questo lavoro viene fatto nel tardo pomeriggio.
Verso mezzanotte o l’una, secondo la quantità di pane da fare e del numero delle lavoranti che dovranno partecipare, ha inizio la panificazione.
In sa scivedda de fai su pani, nella conca per fare il pane, si impasta la semola con acqua tiepida dove si è sciolto il sale - cento grammi di sale per dieci chilogrammi di semola. Questa operazione si chiama cumossai sa farra, cioè impastare la farina.
Dopo aver impastato la semola, in modo che questa sia ben intrisa ma asciutta al tatto, il lavoro prosegue sopra sa mesa de fai su pani, il tavolo dove si lavora l’impasto.
Prende avvio così l’operazione detta ciuexiri, cioè gramolare, rimenare la pasta, che viene divisa in pezzi di circa due o tre chili, e ogni persona ne prende e ne lavora un pezzo. Così, le lavoranti si mettono attorno al tavolo a ciuexiri, a gramolare: si stende la pasta, la si preme con la parte callosa della mano e la si raccoglie in continuazione, fino a renderla morbida, omogenea e bianca. Le lavoratrici si passano i pezzi di pasta l’una con l’altra, in modo che tutto l’impasto abbia la stessa consistenza e lo stesso grado di lavorazione.
Dopo di che si divide su fromentu, il lievito, e ognuna ne prende un pezzetto che deve amalgamare con l’impasto, riprendendo da capo il lavoro di ciuexiri sopra il tavolo, compreso il passamano della pasta.
Una volta ciuerta beni, gramolata per bene la pasta, si comincia ad aggiungere acqua tiepida, lentamente, finzas a dda mattiri, fino a smaltirla, per poi aggiungerne ancora dell’altra.
A questo punto è necessario fare una precisazione: la quantità di acqua da aggiungere alla pasta che si sta gramolando dipende dal tipo di pane che si vuole confezionare:
1) Se si vuole fare su pani spongiau ci vuole molta acqua e se la semola è buona, tenit manisciu bellu e de aqua ‘ndi mantenit meda, mantiene molta acqua, se si lavora nella conca con i pugni, si si spongiat in sa scivedda. Con questo impasto si faranno su civraxu (pani rotondi da due, tre chili), su moddixinu o moddizzosu (circa mezzo chilo) e sa civraxa ,detta anche costedda, lada, follita e, in città, triangolo.
2) Se si vuole fare su pani coccoi ci vuole pochissima acqua e l’impasto va continuato a lavorare all’asciutto, ciuertu, gramolato sul tavolo. E’ un lavoro assai faticoso lavorare la pasta per su pani coccoi. In questa lavorazione, a differenza di quella precedente, le forme dei pani si fanno subito e poi vengono lasciate lievitare, mentre per su pani spongiau, il pane lavorato coi pugni dentro la conca, viene messo a lievitare tutto l’impasto e, soltanto dopo due ore circa di lievitazione, vengono fatte le forme.
Quando la pasta per su pani spongiau è troppo molle per poterla continuare a lavorare sopra il tavolo, la si mette tutta dentro la conca e la si lavora ancora, sempre con i pugni, con l’aggiunta di un po’ d’acqua. Dopo di che, le si fa il segno della croce, la si copre e la si mette al caldo a lievitare per circa tre ore.
Si arriva così all’alba. Dopo circa due ore di lievitazione, la pasta spongiada viene divisa in forme a seconda del tipo di pane che si vuole ottenere (civraxus, moddizzosus o ladas). Questa operazione è detta a ‘ndi pesai su pani. Sa mesa po fai su pani, il tavolo per fare il pane, si cosparge di scetti, farina, ci si bagna le mani nell’acqua calda e si prendono pezzi di pasta, più o meno grandi, dando a ciascuno la propria forma. Su civraxu è un pezzo di circa due chili; su moddixini o moddizzosu, un pezzo di circa sette, ottocento grammi, che dopo cotto peserà circa un chilo; infine, sa civraxa, la spianata o focaccia, a forma di rombo, con un taglio al centro per la lunghezza, con la pasta spessa circa un dito, di circa due, trecento grammi.
Una volta fatte le forme e messe in sa pobina, nella canastra larga, sopra un telo, ben separate l’una dall’altra, si ricoprono e al caldo si lasciano lievitare per un’altra ora.


FAI SU FORRU
PREPARARE IL FORNO

A questo punto è ora di preparare il forno. Il giorno prima si è provveduto ad andare in campagna a portare fasci e rami teneri di arbusti (lentischio, cisto, e altri) po fai is scovas de forru, per fare le scope per mondare il forno. La legna per riscaldare il forno, di solito fascine di cespugli legnosi ben secchi, è già in casa nel cortile e anche per questa si è già provveduto a portarla giù de sa biga de sa linna, dalla legnaia.
Il forno impiega circa un’ora per essere pronto. La giusta temperatura si riconosce dal colore quasi bianco dell’interno e da come si riducono le scope quando viene mondato. Per riscaldarlo si usano fascine di ogni tipo che bruciano su tutta la superficie di base e cun is furconis, con i forconi, si spargono uniformemente affinché il pavimento sia caldo dappertutto. Si continua a metter legna da bruciare finché il forno diventa prima rosso e poi bianco.
Dopo di che con una zappa larga, dal manico molto lungo, si rastrella la brace verso la bocca, la si toglie con una pala larga e la si mette nel camino. Quindi con la scopa si pulisce in modo che non resti né brace né cenere. A questo punto si depone il pane.
C’è da dire che le scope sono costituite da mazzetti di rami terminali teneri di cisto e lentischio o anche da erbe consistenti, legate alla punta de su fruconi, del bastone, con il giunco; e, prima di usarle si bagnano immergendole in un secchio d’acqua.
Il pane viene introdotto nel forno con una pala di legno, da cui scivola bene, e la pala non brucia perché la pasta è fredda. Il pane cotto viene tolto invece con una pala più piccola di lamiera, perché il pane è caldissimo e la pala di legno si brucerebbe.
Il forno è circolare e il pane si dispone: quello più grande nella circonferenza e quello più piccolo al centro. Se il pane è molto, si mettono prima is civraxas, le focacce, perché cuociono in fretta, e poi il pane grande; appena cotte, is civraxas le focacce, si tolgono e si mette al centro il pane piccolo.
Il pane impiega un’ora e un quarto a cuocere. Dopo aver infornato, sulla bocca del forno si fa bruciare un po’ di legnetta e, in questo modo, il pane diventa liscio, no ‘ndi ddu lassat scrafangiai, non lo si lascia screpolare. Si chiude il portello di metallo perché il pane venga dorato. Il portello antico era costituito da una pietra rotonda.
Quando il pane è cotto si toglie dal forno con l'apposita pala e si mette in sa pobina, nella canestra larga, con un telo di cotone che lo copre sotto e sopra, affinché si mantenga caldo e fragrante.


SU PANI COCCOI
LA PASTA DURA

Come si è appena detto, su pani fattu in domu, il pane casereccio, viene lavorato a mano e cotto in su forru de domu, nel forno familiare a legna. Le varietà do pane più comuni sono: su pani coccoi, la pasta dura di semola di grano duro, che è il pane delle feste; su civraxu o civarzu, o anche chivarzu170, è il pane di tutti i giorni di grande formato, di due o più chili, ve ne è di più bianco o di più scuro secondo la quantità di cruschello che contiene - tipico è su civraxu de seddori, il pane di Sanluri. Poi, abbiamo su moddizzosu, pane di semola di piccolo taglio, circa mezzo chilo, dalla crosta spessa e croccante; sa lada o costedda, la spianata di farina (in certi paesi con un foro centrale), pane morbido spugnoso, che si consuma di solito in giornata.
Tra i pani speciali, abbiamo: su pani de saba, il pane impastato con la sapa, che si confeziona per il giorno dei Morti, ma anche in occasione della festa di alcuni Santi. In questo caso, su pani de saba, il pane di sapa, diventa su pani de su Santu, il pane del Santo, e viene venduto nel santuario per beneficenza. Su pani de gerdas, il pane confezionato con i ciccioli del maiale, un pane gagliardo che si mangia d’inverno appena sfornato o abbrustolito sulle braci del camino.
Un cenno a parte merita su pani carasau, il pane tipico delle Barbagie, di millenaria origine e di elementare fattura, che consiste in una sfogliata di pasta al forno. Sa carta de musica, letteralmente carta da musica, si ottiene da su pani carasau: quando questo al calore del forno si gonfia, viene estratto e rapidamente diviso con un coltellone in due dischi sottili e rimesso a cuocere a forno tiepido, fino a diventare una sfoglia croccante. E’ il pane del pastore, che dura mesi, e si mangia rammorbidito con acqua o con latte.


USANZIASDE SU PANI
RITUALI SUL PANE

Il giorno che si fa il pane si usa mangiare sa civraxa, la spianata; l’altro pane si inizia il giorno dopo. D’altro canto, il pane grande detto civraxu si affetta meglio se lasciato almeno un giorno, perché diventa compatto e non si sbriciola.

Dopo che il pane è infornato, la farina che resta sul telo, sopra la canestra, viene spolverata sulla bocca del forno e mai gettata per terra. Porta bene e bisogna far sempre così.

All’accensione del forno devono prendere parte tutte le donne che hanno partecipato alla lavorazione del pane, anche mettendo nel forno una sola fascina o addirittura un rametto.

Prima di chiudere il forno con il portello di lamiera, si fa il segno della croce sulla bocca del forno e si pronuncia questa strofetta scaramantica: «Su chi no t’happu factu deu, ti ddu fetzat Deus», «Tutto ciò che non ho potuto farti io, te lo faccia Dio».

Il pane va tagliato a fette, in modo che i buchi delle bolle d’aria risultino oblunghi, di sbieco. Più il pane è bucato, meglio è riuscito, perché leggero, soffice e spugnoso, cioè ben lavorato.

Il pane non va mai buttato via. Sarebbe un sacrilegio. Se dovesse restar pane e fosse immangiabile, si ammorbidisce nell’acqua bollente e si fanno is zuppas, su mazzamurru., una sorta di pasticcio a base pane, condito con salsa di pomodoro o anche con solo formaggio grattugiato. Nella peggiore delle ipotesi il pane raffermo si dà ai cani, o alle galline o si brucia.

Il pane non dev’essere mai appoggiato sul tavolo al rovescio: la sua parte superiore deve essere sempre visibile. Porta male e soprattutto provoca dolore alle spalle di chi lo ha lavorato.

Il pane ha una crescita di circa mesu liba, duecento grammi, per ogni chilo di semola. C’erano famiglie povere che facevano il pane per altre famiglie più benestanti. Si facevano dare la farina pesata e rendevano lo stesso peso in pane. Come ricompensa tenevano per loro la crescita, circa il venti per cento, come detto. Tale usanza veniva detta: «Fai su pani po sa crescida.».

In genere il pane si faceva il sabato. Gli uomini tornavano dalla campagna il sabato sera e al rientro trovavano il pane fresco. Inoltre era pronto per la domenica sera, quando ripartivano in campagna, per lavorare in terre lontane dal paese, dove bisognava trattenersi più giorni.

Per la quantità di farina da panificare, si considerava il consumo medio di un uomo, un chilo e mezzo di pane al giorno. Si faceva quindi il calcolo del pane settimanale in base al numero delle persone.

Il sabato era anche il giorno dell’elemosina. Passavano i poveri a fare la questua e trovavano il pane fresco. Una certa quantità di pane era riservata ai poveri per tradizione.


CAPITOLO UNDICESIMO

IS FAINAS DE IS FEMINAS
LE ATTIVITÀ DELLE DONNE

Presentazione

Is fainas de is feminas, le attività proprie delle donne, sono numerosissime e qui appresso se ne elencano soltanto alcune, quelle più comuni e più frequenti.
Per antica tradizione, i ruoli dell’uomo e della donna, anche nel settore del lavoro, sono rigidamente divisi. Se all’uomo, aiutato dai figli maschi che crescono, è affidato il lavoro produttivo, nell’agricoltura, nella pastorizia, nell’artigianato, in quei settori che vanno sotto il nome di terziario e nel pubblico impiego, alla donna è affidato il compito dell’allevamento della prole, il lavoro di manutenzione della casa, esclusa la muratura pesante ossia l’edificazione, ma spesso la vediamo fare il manovale a impastar calce e sabbia, la conservazione e il buon uso del corredo, biancheria, vestiario, suppellettili e quant’altro arreda la casa, mobili, sedie, stuoie, tappeti.
Pur chiusa nel suo piccolo mondo domestico, la donna dei nostri villaggi, ha una infinità di compiti quotidiani da svolgere. In questi, per la verità, coadiuvata dalle figlie, le quali man mano che crescono sostituiscono sempre più la loro madre, alleviandone almeno in parte il sacrificio. Sollievo che la donna-madre riceve per un tempo troppo breve, in quanto le figlie si sposano giovanissime e dovranno badare alla loro nuova famiglia, in una nuova casa.
Is fainas de sa meri de domu, meri e sclava in paris, i lavori della padrona di casa, padrona e schiava insieme, di “ordinaria e quotidiana routine” sono:

- La cura dei piccoli che bisogna lavare, vestire, nutrire e badare tutto il giorno che giochino in pace, non si facciano male, e non scappino per strada (almeno finché non hanno compiuto i sei anni, che coincide con l’età scolare).
- Pulizia e riordino quotidiano della casa, rifare i letti dopo aver fatto prendere aria a lenzuola e coperte, nonché alle camere; scopare e lavare i pavimenti, non sempre pianellati ma spesso ruvidi di cemento o di mattoni.
- Dar da mangiare e da bere e curare gli animali da cortile e i loro alloggi; ritirare le uova o assistere la chioccia nei periodi di covata e in specie quando nascono i pulcini, tenendoli separati e protetti e alimentandoli con granaglie sminuzzate, almeno per un primo periodo.
- Curare, zappare e innaffiare l’orticello di famiglia, di solito disposto dietro la casa di abitazione, da cui la famiglia ricava le verdure (insalate, indivia, ravanelli, cicoria, lattuga) e i condimenti per il mangiare (aglio, prezzemolo, cipolle in specie).
- Pulire e portare settimanalmente il grano alla macina, poi fai sa farra, burattare la farina, fai su pani, panificare, impastare e lavorare la pasta, lasciarla fermentare, appezzarla e cuocerla al forno.
- Preparare la lana, filare, tessere.
- Lavare stirare rammendare i panni in genere, la biancheria e il vestiario della famiglia.
- Lavorare a maglia, tagliare e cucire abitini per i bambini, spesso tagliare e cucire la biancheria del marito, mutande e camicie,


SA MAISTA DE PARTUS
LA LEVATRICE

«Nel mio paese, quando ero giovane, non tutte le future madri ricorrevano alla levatrice patentata, poiché bisognava pagarla regolarmente in denaro, ma si accontentavano dell’anziana vicina di casa nota per la sua bravura nell’assistere le partorienti. Questa donna, il cui mestiere era fondato sul proverbio: «Balit prus sa pratiga chi sa grammatica», «Val più la pratica della grammatica», per la comunità era una maista de partus, una ostetrica.
Nelle famiglie benestanti, e anche in quelle più modeste, per il primo figlio almeno, per paura di eventuali complicazioni, veniva chiamata la levatrice comunale. La futura madre si faceva visitare nell’ultimo periodo della gravidanza e la levatrice si segnava la data approssimativa della nascita.
Quando era il momento veniva chiamata. Controllava se tutto era regolare e faceva preparare il necessario: acqua calda, panni e vestiario. Se le doglie erano regolari e frequenti, mancava poco tempo e allora si tratteneva, altrimenti andava via e tornava dopo un paio d’ore. Poteva anche accadere che nel frattempo ricevesse un’altra chiamata e allora doveva correre dalla donna meno urgente a quella più prossima a partorire.
Quando il bambino stava per nascere, guidava la partoriente; una volta nato provvedeva veloce alla pulizia della donna e poi a quella del neonato. Tornava ogni mattina per fare il bagno al bambino e le pulizie alla puerpera, che di regola doveva stare a letto almeno tre giorni.
Quando la madre era già alzata, il compito de sa maista de partu, della levatrice, era finito e tornava solo il giorno del Battesimo, per accompagnare la madre po s’incresiu, per compiere il rito della purificazione».171


SA MAISTA DE TALLU
LA SARTA

«Nel mio paese, che si trova nella Marmilla, non molto distante da Sanluri, il mestiere de sa maista de tallu, della sarta, era distinto e anche abbastanza redditizio, seppure le donne già da piccole cercassero di imparare l’arte del cucito, almeno per le necessità loro e della famiglia, per risparmiare un po’ di soldi, che erano sempre pochi.
Sa maista de tallu aveva sempre molto lavoro e se un abito serviva per una data precisa bisognava prenotarsi in tempo utile.
Quando la cliente portava la stoffa, le faceva scegliere il modello che desiderava, dandole anche dei suggerimenti, poi le prendeva le misure (altezza - seno - vita - fianchi), annotandole sul suo quaderno, se era una nuova cliente. Con le misure, preparava il modello su carta e poi tagliava.
Se l’abito commissionato non era importante (da indossare per la festa del Patrono o per una cerimonia solenne), sa maista de tallu affidava l’incarico a sa prima scienti, all’apprendista più brava, spiegandole come dovesse cucire. Se invece era, per esempio, un abito da sposa, oltre naturalmente a tagliare, preparava lei stessa la prima imbastitura.
La cliente veniva per la prima misura. Se l’abito le andava giusto la cliente non doveva più tornare; ma se c’erano difetti, dovuti per lo più a imperfezioni fisiche, bisognava misurarlo anche due volte.
A questo punto sa maista de tallu, la sarta, poteva cucirlo a macchina e poi tutte le rifiniture venivano fatte, sempre sotto la sua sorveglianza, dalle apprendiste. Se era un tessuto delicato erano le più brave a doversene occupare».172


SA SCIENTI DE SA MAISTA DE TALLU
L’APPRENDISTA DELLA SARTA

Alcune maistas de tallu, sarte, note per la loro bravura nel confezionare abiti da sposa e da cerimonia chiedevano una ricompensa per assumere un’apprendista, che avrebbe imparato bene il mestiere, considerando la perdita di tempo per insegnarle le tecniche (non per niente le chiamavano “maestre”). Altre, invece, più alla mano, le assumevano gratis.
Mia madre, essendo povera (ma anche parsimoniosa!), mi accompagnò, finite le scuole elementari, dalla signora Anita, che non voleva ricompense, perché imparassi almeno a cucire le camicie per gli uomini di casa e le mie bluse; per le gonne provvedeva mia madre stessa.
Sa maista de tallu ci accolse con benevolenza mentre io, rossa come un peperone, mi sentivo osservata dalle altre apprendiste che ammiccavano tra loro con risatine soffocate, forse a causa del mio vestiario antiquato, per non dire malandato.
Imparai presto a capire soprattutto le regole della sartoria: l’ultima arrivata doveva lavorare sotto la guida della penultima, che a sua volta prendeva ordini dall’apprendista più anziana, alla quale sa maista de tallu spiegava il modo di cucire questo o quell’abito secondo il modello scelto dalla cliente.
La stanza adibita a sartoria aveva una finestra che dava sulla strada, e due erano i posti privilegiati e intoccabili: quelli vicini alla finestra da cui si vedeva e si sentiva ciò che accadeva fuori, per strada. Uno dei due posti, con una sedia un po’ alta, era riservato alla capo apprendista, l’altro apparteneva alla seconda in ordine di anzianità di lavoro; soltanto se una di queste due era assente, il posto poteva essere occupato da qualche altra. Ma avendo buone orecchie, dal resoconto delle privilegiate che stavano vicino alla finestra e potevano osservare e commentare, tutte potevano sapere chi stesse passando e come fosse vestita: nessuna si scampava la critica feroce!
Io imparai non solo a cucire, ma anche a vestirmi, sia pure modestamente, senza provocare l’ilarità delle colleghe. Imparai a scegliere il filo e i bottoni quando venivo mandata alla merceria e, qualche volta, potei osservare la cliente che misurava l’abito ed aiutare la sarta ad appuntare gli spilli.
Ma il privilegio più grande era quello di poter accompagnare la capo apprendista a consegnare l’abito finito alla cliente, anche perché ci scappavano is strinas, una piccola mancia.173


ANDAI A PORTAI AQUA
ANDARE AD ATTINGERE L’ACQUA

«Quand’ero bambina nessuno nel mio paese aveva l’acqua in casa, ma ognuno provvedeva attingendola dalla più vicina fontana pubblica. Il mio rione, composto da una trentina di famiglie, era privo di rete idrica. Una sola famiglia possedeva un pozzo, sa funtana, situato nel cortile anteriore. Era grande, tutto pavimentato con ciottoli della stessa misura. Quasi al centro, vi era il pozzo circolare, con il parapetto in granito, sormontato da un robusto semicerchio di ferro battuto, da cui pendeva la carrucola. Nella carrucola scorreva una fune bella robusta alla cui estremità era legato un secchio di ferro zincato, sa carcida, che portava agganciato col filo di ferro, al lato del manico, un grosso ferro di cavallo, di modo che il secchio non restasse a galla una volta toccata l’acqua, ma si rovesciasse lasciandola penetrare, riempendosi.
Tirato su il secchio, sa carcida, veniva vuotato nel recipiente, mariga o decalitru, brocca o decalitro, fino a riempirlo.
Andavamo ad attingere l’acqua seguendo un certo ordine, dando a tutti il tempo di fare la provvista quotidiana necessaria - e nessuno sprecava l’acqua: sarebbe stato oltretutto uno sgarbo alla cortese padrona del pozzo. L’ordine con cui ci si avvicendava era dato dalle abitudini proprie o di ciascuna famiglia. C’era zia Adele, molto mattiniera, che si recava al pozzo appena dopo l’alba. Zia Felicina, invece, molto religiosa, andava in chiesa di mattina presto a sentir messa e poi, assieme a Marietta, la domestica degli Scanu, attingeva l’acqua a mezza mattina. Zia Felicina, che aveva avuto modo di sentire il “gazzettino” di casa Scanu, poteva ragguagliare le portatrici d’acqua delle ultime notizie di cronaca paesana.
Noi ragazzine avevamo i turni più scomodi: riempivamo nei ritagli di tempo. Quando le donne si accorgevano che c’era qualcuna di noi, dovevano necessariamente interrompere le loro chiacchiere per non farci sentire e, allora, ci aiutavano a riempire il nostro recipiente, di solito un secchio o un decalitro, per farci sloggiare al più presto.
Quest’acqua di pozzo, pur essendo indispensabile, non andava bene per tutti gli usi. Era si potabile, ma non veniva usata né per bere né per cucinare. Ed essendo molto calcarea, non andava bene nemmeno per lavare i piatti o la biancheria, perché non scioglieva il sapone. Serviva principalmente per pulire i pavimenti, innaffiare i fiori e l’orticello di casa e per dissetare gli animali domestici, da cortile.
Per lavare i panni, invece, si andava ad attingere l’acqua a su grifoni, alla fontanella pubblica, situato grosso modo al centro di due o tre rioni. Quest’acqua la si usava anche per bere.
Andavamo anche noi ragazzine, però accompagnate da qualcuna più grande della nostra famiglia o del vicinato: primo perché ci si allontanava un bel po’ da casa; secondo perché non era raro che scoppiassero delle liti tra le portatrici d’acqua. Per quest’acqua si usavano quasi sempre i decalitri e le brocche.
La cosa più bella per noi piccole era l’andare a sa mizza, la sorgente, dove prendevamo la migliore acqua da bere. Solitamente, nel mio paese, vi si andava dopo cena, totus a una cambarada in combriccola, come quando si va a una festa, cantando e scherzando. Le grandi riuscivano a portare anche tre brocche d’acqua: una in testa, posata sopra su tedili, il cercine; una al fianco, tenuta dal braccio che passa intorno alla brocca infilandosi in un manico; e, la terza, appesa all’altra mano. La brocca sopra la testa restava in equilibrio e la bravura delle portatrici d’acqua stava nell’andatura, che era veloce e aggraziata, accompagnata da canti e scherzi e da un procace sommovimento delle anche. Come già mi pare di aver detto, erano soltanto le donne, grandi e piccole, e soltanto loro, che andavano ad attingere l’acqua. Raramente si vedeva qualche bambino, ma soltanto nelle famiglie dove non c’erano figlie femmine. Uomini mai. In caso di impedimento grave, come una malattia o un parto, ci pensavano le vicine, oppure s’accostanti, una sorta di domestica che veniva a casa a ore per aiutare a sbrigare il daffare.
La brocca è stata uno dei primi regali che ho ricevuto, piccola come me, che avevo si e no sei anni. E tutti gli anni facevo in tempo a romperne tre o quattro, un po’ per distrazione, un po’ per presunzione, cercando di imitare le donne grandi che portavano la brocca sulla testa con su tedili, il cercine, senza tenerla con le mani, camminando con fare spavaldo, ancheggiando. E non appena avevo la brocca nuova e tornavo ad attingere l’acqua, il mio pensiero, sempre lo stesso, diventava un sogno ad occhi aperti: “Ah, se fosse possibile, come sarebbe bello che le strade fossero soffici soffici, in modo che la brocca, cadendo a terra, non si rompesse”».174


SA SCIAQUADRIXI
LA LAVANDAIA

Sciaquadrixi, lavandaia, a rigore di termine è qualunque donna che lava i panni sporchi per sé, per la propria famiglia, ma più precisamente sa sciaquadrixi, la lavandaia, è colei che fa questo lavoro per conto terzi, a pagamento.
Una delle attività domestiche di maggior impegno, che la donna doveva periodicamente affrontare, era la pulizia della roba, in particolare della biancheria d’uso comune: camicie, mutande, sottovesti, gonne, lenzuola, federe, asciugamani, tovaglie e tovaglioli. Tale compito, su sciaquai sa roba, era riservato alle donne, in particolare alle giovani, trattandosi di lavoro pesante.
Se si considera che fino agli anni successivi alla seconda carneficina mondiale, nella maggior parte delle case, non esisteva l’acqua corrente, e che in molti paesi non c’era neppure l’acquedotto e si attingeva l’acqua dai pozzi, può comprendersi come la questione della lavatura dei panni fosse un grosso problema.
In paesi nelle cui campagne scorrevano fiumi o torrenti, almeno per le stagioni piovose il problema era risolto. Una o più volte alla settimana, in gruppo per farsi compagnia e aiutarsi vicendevolmente, is isciaquadrixis, le lavandaie, con bacinelle di ferro zincato sulla testa si recavano al fiume per lavare i panni sporchi. Al fiume si lavava su sassi larghi levigati, mentre chi aveva la fortuna di avere un pozzo o di poter trasportare l’acqua dalla fontanella pubblica con i decalitri, in cortile, possedeva una vasca di cemento, fornita di un piano ondulato, per insaponare e strigliare i panni più ruvidi. Per i capi più delicati si usava sovrapporvi una tavola di legno che, talvolta, veniva usata anche nei lavatoi pubblici, nelle cui vasche la base era in cemento. Superata la tradizionale liscivia, con la cenere setacciata e aromatizzata, subentra il sapone di Marsiglia, il detersivo maggiormente usato in quegli anni. Si trattava di un sapone a panetti, duro, sodico, perfettamente bianco, prodotto soltanto con olio d’oliva e con la soda caustica tra gli ingredienti di base.
Per ovviare questo stato di disagio, nei paesi dove già c’era l’acquedotto o stava per essere impiantato, negli anni dell’Era fascista, vennero costruiti dei lavatoi pubblici (is isciaquadroxus o, italianizzando, is lavatorius). Per lo più, la struttura interna, coperta, illuminata e areata, consisteva in una serie di vasche comunicanti, dove l’acqua scorreva continua dall’una all’altra. Questo servizio fu assai apprezzato dalle donne delle nostre comunità, poiché risparmiavano così tempo e fatica.
Di questi edifici pochissimi si sono salvati dalla mania distruttrice che ha pervaso l’Italia dopo la caduta del fascismo. Da segnalare a loro onore gli amministratori del comune di Riola, i quali hanno conservato il loro antico sciaquadroxu pubblico, adattandolo a biblioteca comunale.


SA LISSIERA
COLEI CHE FA IL BUCATO A PAGAMENTO

Sa lissiera, colei che faceva il bucato con la liscivia, era in pratica una lavandaia a pagamento che prestava la sua opera in casa altrui, specie di scapoli che non erano capaci di tenere pulita e in ordine la propria biancheria.
Già da tempi remoti, per pulire e disinfettare i panni o le stoviglie, si usava sa lissia, la liscivia o ranno. Per ottenerla si setacciava la brace del forno o del camino con su ciuliru de ferru, il crivello di ferro. La cenere ripulita dalle impurità veniva messa a bollire nell’acqua dentro un catino e successivamente versata sopra i panni appena lavati con il sapone. Per separare il liquido dalla cenere, sopra i panni veniva steso un sacco di juta, in modo tale da evitare che i panni stessi venissero macchiati dalla cenere. Il tutto veniva lasciato così per qualche tempo; quindi i panni venivano risciacquati con l’acqua corrente del ruscello e stesi. Risultato: panni bianchissimi e profumatissimi.
L’uso della lissia, liscivia, cade sempre più in disuso, non come crede taluno per la diffusione del sapone, di cui era invece complementare nella periodica lavatura e disinfezione della biancheria, ma per l’introduzione di detersivi chimici liquidi che hanno invaso il mercato inquinando tutto il mondo.
Il sapone di Marsiglia175 - famoso anche quello di Genova - ha origine alla fine del 1600 ed è un detersivo solido, prodotto con l’olio di oliva e con la soda caustica, che è uno tra gli ingredienti di base.
Vi sono donne che sostengono che sa lissia, la liscivia, fosse un ottimo shampoo e che, periodicamente, ci si lavava i capelli con l’acqua e la cenere, cui si aggiungevano, nella ebollizione, erbe aromatiche quali su spigu e is iscovas de Santa Maria, la lavanda e il timo. I capelli lavati con questa speciale lissia diventavano lucenti, vaporosi e docili al pettine.

Sempre in relazione a questa lissia, si cita la preparazione di un’acqua prodigiosa che le donne, giovani e meno giovani, usavano per ammorbidire la pelle del viso e abbellirlo. Tale “acqua di bellezza” veniva preparata la notte di San Giovanni: si versava dell’acqua di fonte in un lavamano e si aggiungevano petali di rosa e di altri fiori, foglie di menta e di limoncella e ramoscelli di essenze aromatiche; il tutto veniva lasciato in cortile a su serenu, all’addiaccio, e ci si lavava il viso la mattina seguente a chizzi, di buon’ora.

Vi sono poi sa lissia po s’axina de fai a pabassa, la liscivia per l’uva da fare passita, che si otteneva immergendo appunto il grappolo in una soluzione calda di acqua e cenere; e sa lissia buddendi po indurciri s’olia birdi, troppu marigosa, e la liscivia bollente dentro cui si immergono le olive verdi, amare, per addolcirle velocemente, prima di metterle in salamoia.


SA DIDA
LA BALIA, LA GOVERNANTE

Sa dida, la balia, era una presenza necessaria nel caso in cui la madre naturale del neonato non avesse latte o per qualunque motivo non potesse allattare. In altri casi, sa dida, presso rare famiglie di signori benestanti, sostituiva la madre naturale nell’allattamento del piccolo. In tutti i casi, sa dida, balia o nutrice, era considerata madre acquisita e di questa conservava alcuni privilegi, anche quando il suo “figlio di latte” era cresciuto ed era diventato adulto. Vi erano didas di umile estrazione sociale, che si onoravano e traevano vanto dall’essere state le nutrici di un uomo nobile e ricco - del quale ricevevano spesso benevolenze.
Annota il Porru, nel suo Dizionariu, con la solita diligenza: “Su maridu de sa dida, balio. Donai a dida unu pippiu, dare a balia un bambino. Paga chi si donat a sa dida, baliatico.”
Il baliatico, ossia il salario per le prestazioni della nutrice, è detto in lingua sarda su didaticu.


SA ZARACA
LA SERVA

Le ragazze che approdavano in città de is biddas, dai paesi, per fare le domestiche erano considerate privilegiate sotto il profilo economico e sociale. Il loro tenore di vita migliorava notevolmente: prelevate dal loro stato di miseria, portate nelle famiglie borghesi delle città, vestite con la roba smessa dei padroni e sfamate tre volte al giorno con pasti sostanziosi. Di denaro, sa zaraca, la domestica, ne vedeva ben poco: il salario mensile veniva conservato per i genitori della ragazza, i quali o venivano a ritirarlo loro stessi ogni mese, oppure lo ricevevano in paese quando la figlia andava a trovarli. Sa zaraca aveva diritto a trattenersi per sé soltanto is strinas, le mance, che poteva spendere a proprio piacimento.
L’andare a servire consentiva inoltre alle fanciulle di farsi il corredo non soltanto con i salari che ritirava la madre ma anche con i regali della padrona. E’ da notare che ancora a quei tempi, negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, le fanciulle si sposavano molto presto, dai sedici ai vent’anni, con uomini talvolta molto più anziani che però avevano una casa di proprietà e il mestiere avviato. La padrona, a ogni cambio di stagione, con l’arrivo del freddo o del caldo, rinnovando il guardaroba, metteva da parte la biancheria, le scarpe e gli abiti smessi, che di solito venivano dati alle famiglie delle domestiche. Is zaracas, secondo l’uso di allora, venivano vestite dalla padrona, la quale, di solito, sostituiva il costume sardo (il cui uso era consentito soltanto la domenica e nei giorni di festa) con uno più semplice e più adatto alle attività domestiche, costituito di una sottoveste, una gonna e una blusa, più o meno pesanti a seconda della stagione. In casa, era anche d’uso indossare su tale vestito il grembiule bianco con pettina, bretelle, e crestina.


SA SERBIDORA
LA DOMESTICA

«Per la festa di Santa Maria, il 15 agosto, come si usava in paese, avevo preso l’accordo di andare a servire per tutto l’anno in casa di zia Peppanna.
Le amiche sincere mi avevano detto che mi aspettava un compito arduo; le meno sincere sghignazzavano, perché la precedente domestica era stata cacciata via perché era incinta. Zia Peppanna era vedova e aveva tre figli bagadius, scapoli, e in più due giorronaderis, giornalieri, che lavoravano in campagna, ma di notte dormivano in casa.
Parlando con la padrona, che mi mostrava tutte le difficoltà, assicurai che ce l’avrei fatta.
Mi mostrai da subito volenterosa e rispettosa con la padrona e con s’accostanti, la governante, che aveva più grinta e potere della stessa padrona nelle decisioni e nei programmi di lavoro, e così fui presa in simpatia.
Dall’alba al tramonto c’era da fare: scopare il cortile, dare da mangiare alle galline e al maiale, ritirare le stuoie dalla cucina dove dormivano i servitori, rifare i letti de is merixeddus, i padroncini, (finché erano scapoli, anche se quarantenni, venivano chiamati così), e poi aiutare s’accostanti che veniva quasi tutti i giorni a fai sa farra, a preparare la farina per fare il pane; dovevo farle trovare pronti i canestri e i setacci, e setacciare con lei, salvo interrompere se la padrona mi doveva mandare per le commissioni.
Quando, invece, c’era da fare il bucato, all’alba, dovevo accendere il fuoco sotto su craddaxu, il grande recipiente in rame, riempire le bacinelle enormi con l’acqua del pozzo e mettere a bagno la biancheria separata da sa roba de cabori, la roba colorata.
Eravamo fortunate ad avere il pozzo in casa, altrimenti saremmo dovute andare al fiume, come facevano la maggior parte delle altre.
Quando giungeva s’accostanti, la governante, dovevo lavare la roba insieme a lei, interrompendomi ogni tanto per attizzare il fuoco, preparare la cenere che andava colata e chiusa dentro un tovagliolo prima di immergerla e scioglierla in un craddaxu.
Messa la biancheria nella lisciva, s’accostanti andava via, e io dovevo sciacquare i capi colorati e stenderli, poi preparare l’acqua per la biancheria che doveva stare a mollo un paio d’ore. Nel frattempo aiutavo la padrona a cucinare e a riordinare.
Il giorno che si preparava il pane, fin dal pomeriggio, dovevo poni su frumentu, impastare il lievito con la farina, e preparare la pentola dell’acqua calda. Con s’accostanti lavoravo la pasta e, siccome pane ne serviva molto, questa era abbondante e occorreva tutta la notte po dda ciuergiri, per gramolarla, e po dda spongiai, per impastarla, lavorando in sa scivedda, nella conca. La mattina, mentre il pane lievitava, dovevo preparare le fascine di legna per il forno, allui su forru, accenderlo, e scaldarlo al punto giusto, sotto il controllo della padrona. Una volta cotto il pane occorreva tutta la serata per rimettere a posto i recipienti e ripulire su stanti de su forru, il locale del forno.
Ordinariamente la sera aiutavo la padrona a preparare la cena per quando tornavano gli uomini dalla campagna, poi riordinavo in modo che is giorronaderis, i braccianti, potessero stendere le stuoie in cucina per dormire, e finalmente potevo ritirarmi nella mia stanzetta, nel solaio, chiudendo bene la porta a chiave.
E così, da un giorno all’altro, passò l’anno senza che venissi molestata e rinnovai l’accordo per un altro anno ancora.
I padroncini e i domestici mi avevano appioppato il soprannome di murru mannu, musona, perché sembravo sempre immusonita, ma era questo un mio comportamento difensivo per tenere lontani i maschi di casa ed evitare certi guai».176


S’ACCOSTANTI
LA DONNA D’AIUTO

E’ intraducibile. Veniva chiamata così una donna, per lo più del vicinato, che si prestava ad aiutare una famiglia in caso di necessità, in cambio di denaro e più spesso di generi alimentari o di vestiario.
S’accostanti era di solito una vedova ancora giovane e valida, oppure una zitella, che si prestava a giornata, dando il suo contributo di lavoro presso una famiglia del vicinato, sia per la pulizia della casa o per sa lissia, il bucato pesante (lenzuola, tovaglie e biancheria in genere), o il periodico rifacimento dei materassi con la carminatura della lana o del crine della imbottitura e, infine, per fare il pane - caso abbastanza frequente.
S’accostanti era una donna di fiducia, grande lavoratrice, che in pratica dirigeva i lavori di casa, nel giorno in cui veniva chiamata a prestare la sua opera.


SA MATALAFERA
LA MATERASSAIA

«Matalafu è il materasso e matalafera è colei che fa i materassi nuovi o che rinnova i vecchi.
Nei paesi dell’interno i materassi nuovi venivano fabbricati in casa sotto la direzione de sa matalafera, della materassaia, così pure, periodicamente, i vecchi materassi venivano rinnovati.
Diversamente nella città, su matalaferi, il materassaio, era un artigiano che aveva una propria bottega in cui si fabbricavano i materassi, dove si portavano i materassi usati da rinnovare. Nella città, la bottega de su matalaferi era riconoscibile da alcuni segni distintivi appesi al riquadro della porta: un materassino in miniatura e più frequentemente una treccia di crine di palma.
Prima della rivoluzione industriale, che ha invaso il mercato di sottoprodotti del petrolio, i materassi che addolcivano le reti metalliche o le doghe dei nostri letti erano confezionati con prodotti naturali. Senza parlare dei sacconi riempiti di paglia o delle stojas de spadua, stuoie di falasco, diremo che i tipi di matalafu erano principalmente tre. Per dirla con il Porru: «Su matalafu plenu de crinu; su matalafu plenu de lana; su matalafu plenu de pinna», cioè materasso di crine, di lana, di piume. Quest’ultimo più che materasso poteva chiamarsi piumone o coltrice.
Ancora negli Anni ‘50 erano in uso i materassi di crine e di lana. Si usavano o gli uni o gli altri secondo la zona, nel senso di Campidani o Barbagie, e anche in base al ceto sociale ed economico. Fossero di crine o di lana, i materassi dovevano essere periodicamente vuotati e rinnovati sia per l’usura che per l’igiene.
La padrona di casa predisponeva il lavoro per tempo, in quanto l’operazione occupava alcuni giorni e impegnava diverse persone. Era un lavoro comunque riservato alle donne.
Se il materasso era riempito di lana, questa veniva tolta dalla fodera, lavata, fatta asciugare e carminata. Le parti di lana molto sporche o rovinate venivano eliminate e rimpiazzate con l’aggiunta di lana nuova, acquistata per tempo dai pastori o dai commercianti di quel prodotto. Dopo di che si riempiva nuovamente la fodera e si rimodellava il materasso.
Il crine che un tempo si utilizzava in grandi quantità come riempitivo dei materassi, si otteneva dalle fibre delle foglie della palma nana. Fino a tempi recenti era in funzione a Torre Grande di Oristano una fabbrica di crine, data la notevole presenza di palme nane lungo la vicina Penisola del Sinis. Il crine intrecciato in grandi matasse veniva venduto nelle drogherie o in altre apposite botteghe.
Il crine era certamente il riempitivo più fresco e igienicamente il più salubre, ma poiché soggetto a maggiore usura, necessitava di essere rinnovato spesso, se non altro perché si infeltriva e presto diventava duro, soprattutto se il letto, anziché la rete metallica, aveva le tavole.
La padrona di casa chiamava sa matalafera, la donna esperta in materassi, che si intendeva della quantità di crine da sostituire, della carminatura, della rimodellatura del materasso e, inoltre, possedeva is ainas, i ferri del mestiere: diversi aghi, differenti l’un l’altro a seconda del loro uso, per fare i cordoni laterali e per la cucitura degli stessi, per la trapuntatura del corpo del materasso, e così via.
Se la padrona di casa disponeva di un locale, tettoia o altro nel cortile, era preferibile fare il lavoro lì fuori, per evitare che la polvere e il pulviscolo del crine invadessero la casa d’abitazione, provocando irritazioni alle vie respiratorie. Altrimenti si faceva il lavoro in una camera che veniva vuotata per l’occorrenza.
Il materasso veniva messo sopra un tavolo, scucito e sventrato. Dopo di che si procedeva alla lavatura della fodera. Eventuali parti logore o bucate venivano rinforzate con delle toppe; oppure la fodera veniva sostituita interamente.
Il crine, eliminate le parti sporche o sbriciolate, veniva carminato. Le donne si coprivano con vestaglie che proteggevano completamente il loro corpo. In testa mettevano un fazzoletto per riparare i capelli e con le cocche coprivano anche la bocca e il naso per evitare di respirare il pulviscolo. Una buona parte del crine andava persa anche con la carminatura, perché si sbriciolava e veniva quindi sostituita con altro nuovo.
Finita l’operazione della carminatura, si procedeva al rifacimento del materasso. Era questo il momento più importante nel lavoro de sa matalafera. La sua bravura consisteva nella capacità di riempire questo grande sacco nella giusta quantità e in modo uniforme, dandogli la forma non del pallone ma del parallelepipedo, pur mantenendo il tutto soffice. Era compito suo riempire e compito delle altre donne porgerle il crine. Poi il materasso veniva chiuso, lasciando aperto solo un tratto in un lato piccolo.
Iniziava allora l’operazione per fare i corduli laterali lungo tutto il perimetro, uno per ognuna delle due facce, superiore e inferiore. Questo lavoro si faceva con l’ago uncinato per prendere assieme al tessuto una certa quantità di crine e con l’ago grosso, di media lunghezza, per cucire il cordulo.
Ultimata quest’altra fase, si procedeva a trapuntare il corpo centrale del materasso. Questo era necessario per formare un piano perfettamente orizzontale. Per fermare il punto si usavano dei rettangolini di robusto tessuto di cotone, e con un ago detto de matalafu, lungo circa 25 centimetri, si trapassava il sacco da parte a parte con uno spago che veniva teso e annodato nel rettangolino di stoffa, uno per parte. Di questi punti se ne mettevano almeno tre file per tutta la lunghezza del materasso, ottenendo così la trapunta».177


SA LUDAIA
COLEI CHE RIPARA INTONACHI E PAVIMENTI

Ludaia178 era colei che impastava una sorta di malta composta di argilla e paglia, e in taluni paesi anche sterco di bue, per intonacare i muri e fare i pavimenti. Con il tempo tutte le donne contadine apprendevano s’arti de sa ludaia, e se non diventavano abbastanza brave da lavorare in proprio accudivano almeno ad aiutare sa ludaia che prestava la sua opera.
Ogni anno, per Pasqua, durante la Settimana Santa, detta in sardo “sa cida de iscudi”, (lett. “la settimana dello scuotere”, cioè dello spolverare, del pulire) is ludaias restauravano muri e pavimenti interni della casa, in particolare della cucina. Tra queste donne ve ne erano di abilissime nell’attività di rinnovamento della casa.
Nel vicino loggiato, al coperto ma all’aria aperta, is ludaias preparavano l’impasto della malta necessaria alla loro opera. Cun sa terra angiana, con la terra argillosa, mischiata allo sterco del bue, in alcuni paesi o con la sola paglia in altri, provvedevano a rifare gli intonachi dei muri che durante l’anno, per l’usura o la cattiva manutenzione, si erano scrostati e talvolta perfino sbrecciati.
Una volta asciutti - si provvedeva in quel giorno a lasciare aperte porte e finestre in modo da “far corrente d’aria” - le stesse donne preparata la tinta nei secchi, davano il colore ai muri. Usavano per lo più il bianco che si otteneva con il latte di calce, e is terras per i colori: terra arrubia, terra groga, il rosso, il giallo, o diverse gradazioni di azuletu, di azzurrite, dal celestino chiaro all’indaco. Con sa terra arrubia, si ottenevano diverse gradazioni, dal rosa pallido al rosso mattone; con sa terra groga, i gialli dal limone all’ocra, dal tenue al forte. Dato il colore all’intonaco, facevano lo zoccolo, più scuro o contrastante, di solito alto circa un metro, staccato da un filetto ancora più scuro, marrone, blu o anche nero.
Nella Marmilla e nella Trexenta, come ho potuto osservare di persona, a Mogoro, a Lunamatrona e in tanti altri paesi, per ottenere la malta con cui intonacare i muri interni e i pavimenti delle case, si usava sterco bovino impastato con terra argillosa. Il lavoro di rifacimento degli intonachi interni e dei pavimenti in terra battuta si faceva tradizionalmente ogni anno, nei giorni che precedono la Pasqua di Resurrezione. Tale lavoro era esclusivo delle donne, a parte l’estrazione e il trasporto de sa terra angiana, dell’argilla, necessaria all’opera, che venivano fatti dagli uomini con i badili e con il carro.
Lo stesso impasto degli intonachi veniva usato poi per fare il pavimento, che, come quelli, si otteneva lisciato con la mano al posto della cazzuola e della spatola. Il pavimento di terra battuta, specie se nell’impasto si metteva lo sterco di bue, era ritenuto più caldo de su mattonau, del mattonato e ancor più de su regiolau, del pianellato.


SA ZIPULERA
COLEI CHE FA LE ZIPULAS

Tutte le massaie sarde, chi più e chi meno, sono zipuleras, conoscono s’arti de fai is zipulas, sanno fare questa frittura tipica della nostra Isola, probabilmente una variante della frittura araba, come sostengono studiosi della materia. Dal canto mio, ho rilevato una certa somiglianza, ma non nel gusto, tra is zipulas, la frittura di pasta dolce sarda, e la frittura di pasta dolce araba, come viene fatta dagli algerini e tunisini immigrati, a Parigi.
Gli ingredienti d’obbligo nella ricetta sarda de is zipulas sono: fior di farina (da alcune massaie indicata come “farina zero-zero”), rosso d’uovo, latte, buccia d’arancia grattugiata, essenza di fiori d’arancio, zucchero (poco, e meglio se spolverato sul fritto, dopo la cottura), il lievito, (qualcuna “moderna”, usa il bicarbonato), e acqua quanta ne occorre per impastare e lavorare l’impasto. Taluna usa aggiungere un bicchierino di fil’‘e ferru, acquavite, per aromatizzare la frittura.
Sa vera zipulera, sa zipulera a s’antiga, faiat is veras zipulas sardas sceti a imbudu, longas longas prus de unu metru… La vera zipolaia, la zipolaia all’antica, faceva le zipulas veraci soltanto con l’imbuto, lunghe oltre un metro… Quelle d’adesso, a forma di ciambella o di “fatto fritto”, sono zipulas modernas, zipulas moderne, chi no ‘ndi balint nudda, a mazza crua, che non dicono nulla, con la pasta cruda all’interno, fattas a posta a imbrolliu po pesai de prus, fatte apposta così affinché pesino di più, chi friint is zipuleras de is offellerias, che friggono le zipolaie delle pasticcerie


SA POSTERA
LA POSTINA

«C’era la guerra e tutti gli uomini abili al servizio militare erano stati richiamati e le donne dovevano supplirli in tutti i lavori. Nessuna si sarebbe mai sognata di andare a distribuire le lettere, e invece, per quella missione, fu dato l’incarico a Lisetta, la sorella del postino richiamato al fronte.
Per fortuna conosceva bene il paese, e se anche l’indirizzo non era esatto, trovava la persona giusta a cui dare la lettera. Eravamo in molte ad aspettare notizie: mamme, mogli e fidanzate degli uomini al fronte. Lisetta mi capiva e scuoteva il capo quando non aveva neppure una cartolina; invece mi chiamava a gran voce quando doveva darmi una lettera. L’avrei abbracciata, se non avesse avuto tanta fretta.
Usciva dall’ufficio postale col borsone carico sulle spalle e un’altra borsa in mano. D’inverno portava un ombrello enorme per salvare la posta dalla pioggia, e indossava un paio di scarponi ferrati di cui io avevo imparato a conoscere lo scalpiccio. D’estate si riparava dal sole con un ombrello più leggero.
Il paese era grande e ci impiegava quasi una giornata a percorrerlo tutto. Qualche volta, quando non avevo da fare, la accompagnavo, se doveva portare posta alle casette della periferia e anche all’oliveto di don Pepe, fuori paese, dove abitava la famiglia del vecchio guardiano.
Finita la guerra il mio fidanzato tornò; ci sposammo presto e invitai sa postera al mio matrimonio».179


SA COMMISSIONERA
LA PORTATRICE

«Con tale nome erano chiamate quelle donnette che, rimaste vedove ancora in giovane età e con teneri figlioli da allevare, trovavano in quell’occupazione dura e faticosa un ripiego per sopravvivere.
Si trattava di far la spola per un paio di giorni della settimana fra Morgongiori e i due capoluoghi di mandamento più vicini: Ales e Mogoro.
La loro prestazione era molto sentita da tutte le massaie del paese specie dalle più povere, quando si pensi che mezzo secolo fa non esistevano i mezzi di comunicazione rapidi di oggi e il paesello, tagliato fuori dal consorzio umano, privato di strade, di negozi, di farmacia, di medico, di levatrice, languiva nel più triste abbandono.
Quelle che più risentivano di tale isolamento erano le massaie le quali più che gli uomini vivevano a contatto con le pareti domestiche e con la famiglia; e della casa e della famiglia conoscevano tutte le necessità.
Per ovviare ai molteplici bisogni di essa era d’uopo ricorrere all’opera delle portatrici per rifornirsi dai paesi di fuori, specie da quelli più importanti e per il loro ruolo di mandamento più ricchi di negozi, di piccole industrie, di commerci e di uffici.
A Morgongiori allora mancava tutto, perfino il sapone. Si può anzi dire, senza tema di errore, che la mancanza di esso era quella maggiormente sentita dalle massaie. (In mancanza del sapone le massaie facevano allora il bucato con la cenere).
Le portatrici sopperivano a queste, come a tutte le altre necessità familiari, provvedendo regolarmente a tutte le richieste, e le richieste erano molte.
Le cose più impensate venivano ordinate a quelle povere donne che immancabilmente nei giorni stabiliti, con la loro corbula vuota facevano il giro delle famiglie clienti per raccogliere le ordinazioni.
Le portatrici erano parecchie e ognuna serviva un gruppo di famiglie. Una sola portatrice non sarebbe bastata a servire tutte le massaie del paese. Da ciò la necessità della clientela.
La fornitura del sapone costituiva per le portatrici una specie di piccolo commercio perché esse ottenevano dalle massaie in cambio del sapone un certo numero di uova che vendevano al negoziante fornitore ad un prezzo maggiorato, con un certo margine di guadagno.
Le uova costituivano la moneta corrente più a portata di mano per tutte le massaie perché nelle famiglie contadine la moneta sonante ha sempre scarseggiato.
Il pollaio, grande o piccolo che fosse, costituiva la zecca di tutte le famiglie contadine.
Con le uova pagavano oltre al sapone anche le altre ordinazioni e le ordinazioni, come ho già detto, erano infinite; qualche palmo di tela, qualche rocchetto di filo, una bustina di aghi, uno, due, tre pani di sapone, un quarto di petrolio, due steariche, un purgante per il bimbo ghiottone, la medicina per qualche malato grave, tre oncie di caffè, una mezza libbra di zucchero e perfino tres realis prezzìus.
Questa ordinazione, speciale per la forma e per la quantità della merce richiesta, era la più frequente da parte delle famiglie più povere, che erano numerosissime.
Si trattava dell’acquisto di una quantità di merce, zucchero e caffè, commisurata al valore di cinque centesimi tres realis diviso per metà.
Persino noi bambini che frequentavamo le scuole del paese volevamo che le mamme ordinassero a quelle donnette la cancelleria necessaria, specialmente i quaderni dalle robuste copertine a colori nelle quali si potevano ammirare i bersaglieri e le camicie rosse, i Cairoli, i Bandiera e gli episodi più salienti del nostro Risorgimento.
In altri quaderni facevano bella mostra di sé tutti gli animale dello zoo, con i quali facemmo le prime conoscenze.
Come facessero quelle povere donne analfabete a ricordare tutte le molteplici e svariate ordinazioni e come potessero render conto a ciascuna massaia del suo dare e del suo avere ogni ordinazione ricevuta, io non saprei.
Ma è proprio vero che il bisogno aguzza l’ingegno.
Quanti nomi di cose diverse si affollavano in quelle povere menti! Io penso che per tutti gli otto chilometri di strada per raggiungere l’uno o l’altro mandamento, esse non facessero altro che ripetere mentalmente quell’estenuante elenco di cose e di persone. Povere donnette! Io le chiamerei benefattrici della povera gente, custodi della salute altrui, e benemerite della pubblica istruzione! Tanto erano utili!».180


S’OAIA
LA COMMERCIANTE DI UOVA

«In altri tempi, ed ancora sino agli anni cinquanta, nei paesi esistevano delle donne (pure qualche uomo) che facevano commercio ambulante di uova e crusca (“ous e po’ddi”).
Queste donne, dette “oàias”, nell’ambiente contadino andavano di casa in casa per acquistare la merce direttamente dai produttori; si presentavano alle massaie e chiedevano: “ous tènidi gomai”, (ha delle uova da vendere comare?).
Sessant’anni fa il costo delle uova si aggirava sui 15 o 20 cent/mi l’uno (“noi’-arriabis - du soddus”). Durante gli anni trenta poi aumentavano a 25, 50 e 75 cent/mi (“Mesupezza - cincu soddus e setti soddus.”).
Quando le “oàias” completavano la partita che consisteva generalmente in un centinaio di uova e due starelli di crusca, si recavano ad Oristano per rivendere la merce a negozianti che ne facevano preventiva richiesta».181


SA MONGIA
LA SUORA

Mia madre riteneva che per una donna il fare la suora fosse una scelta contro natura, codarda e improduttiva - il rifiuto di far figli, la paura di assumersi responsabilità e una vita vissuta per nulla, senza soddisfazioni: soltanto una vita comoda e per dirla con una sua frase “una vida che procu a pei segau”, ossia la vita del beato porco. Da questo drastico giudizio morale si salvavano appena is mongias de is asilius, le suore degli asili nido, che badano ai figli delle altre, e almeno danno alle madri una mano nell’allevamento dei loro piccoli; e ancora is mongias de is ospedalis, le suore degli ospedali, che assistono i malati - ma per far ciò ci dovrebbero essere is infermeras, le infermiere
Mongia de crausura, è detta la suora di clausura. In alcuni monasteri vigeva - non so dire se anche al presente - la regola di mortificare la carne con l’uso del cilicio, una sorta di cintura ruvida, quando non fornita addirittura di aculei. Oltre all’uso più maschile, proprio dei santi monaci, dell’autoflagellazione - anche questo ai fini di mortificare la carne ed evitare quindi i peccati di lussuria.


SA INFERMERA
LA INFERMIERA

Sa infermera, in campidanese, e infirmera in Logudorese, è l’infermiera, colei che assiste i malati.


SA BAGASSA
LA PROSTITUTA

Gnazina sa bagassa abitava in una casa alla periferia del paese, nella parte che dava sugli orti. Non per emarginazione da parte della comunità, che anzi le riconosceva un importante ruolo sociale e morale, ma per discrezione, per il rispetto di una attività che deve svolgersi nella più rigorosa privatezza.
Gnazina provvedeva a garantire al paese uno stato di equilibrio affettivo e umorale in specie, salvaguardando spesso la verginità delle fanciulle perbene e sovrintendendo alla armonia familiare, appianando incomprensioni e ritrosie muliebri. Per questo, pur non essendo lodata e apprezzata pubblicamente, tutti in cuor loro le riconoscevano tali meriti e perlomeno la rispettavano. Tant’è che mai - parlo delle donne - mostravano in pubblico di disprezzarla o la evitavano nei casi, abbastanza frequenti, di incontri, come accadeva ogni domenica mattina in Chiesa per la santa Messa. Anzi, assai spesso, la donna che entrando nel tempio la precedeva le porgeva le dita stillanti l’acqua benedetta affinché bagnassero le dita di lei, di Ignazia sa bagassa. La quale, per altro, vestita modestamente ma non senza grazia e femminilità, non si distingueva per nulla da una onesta madre di famiglia o da una chiesastica zitella sui trentacinque anni.
Bisogna poi ammettere che santa Madre Chiesa con la figura della Maddalena di evangelica memoria, sa bagassa pentia, la meretrice pentita e perfino apprezzata dal Cristo Nostro Signore per avere ella tanto amato, peccando, non era molto severa con Ignazia. Il parroco, in occasione di qualcuna delle omelie, specie quelle sulla Settimana Santa, raccontava la storia della bellissima bagassa dai capelli lunghi biondi e dalle carni bianche morbide e sode la quale, con grande scandalo degli apostoli, servì lavò profumò con amore il corpo del Redentore, profetizzandone così la prossima morte sulla croce. Era una storia che piaceva molto ai paesani, non soltanto ai maschi, che si bevevano rapiti le parole del parroco. E la loro mente correva facilmente a Ignazia, che avendo capelli biondi lunghi e una carnagione di latte e per di più occhi celesti, si inorgogliva al pensiero che una sua antenata avesse avuto intimità con Gesù e che da Gesù fosse stata perdonata e apprezzata.
Ma le male lingue - quelle femminili - asserivano che tra i visitatori, meno male occasionali, della Ignazia-Maddalena ci fosse pure don Anselmo s’arretori, ovvero il parroco - forse - lo difendevano is santicas, le sue fedeli - per motivi religiosi, in veste di apostolo della redenzione.
La sua - di Ignazia - era una casetta da favola, piccola, sempre ordinata e pulitissima - compreso il letto matrimoniale dove esercitava la professione. Per i suoi visitatori non c’era pericolo di buscarsi malattie o parassiti, semmai era lei, Ignazia, a dover temere specie quando riceveva reduci dal servizio militare che andando con bagassas istrangias de Continenti, bagasce continentali, potevano essersi preso qualche malanno...
Riceveva le visite dei maschi dopo il tramonto, come voleva la tradizione. E dopo la mezzanotte, d’inverno, e massimo alle due di notte d'estate, porta chiusa per tutti.
Appunto per la tradizione, durante il giorno, alla luce del sole, pubblicamente, davanti agli occhi di tutti, si compiono o devono compiersi soltanto opere buone, oneste e meritorie e al contrario durante la notte, quando c’è buio e “quasi” non ci si vede l’uno con l’altro, o perlomeno non ci si riconosce, non si dovrebbero compiere ma si compiono “cose” (opere non le si può chiamare) cattive, disoneste e nefande. Tra queste cose, oltre naturalmente il rubare, c’è il fornicare.
Ignazia non faceva distinzioni, poveri o ricchi, di destra o di sinistra che fossero, si prodigava nello stesso modo con tutti e a ciascuno dava ciò che gli era necessario per sgravarsi dal desiderio della carne. Purché pagasse la tariffa, che era uguale per tutti. E che, di tanto in tanto, con l’aumentare del costo della vita, Ignazia giustamente ritoccava - giusta la legge del carovita allora in vigore.
Eppure ciascuno dei suoi serotini visitatori era convinto - e lei glielo lasciava credere - d’essere se non il favorito almeno fra i primi nella graduatoria nel cuore e nell’anima di lei. Ignazia sapeva che nel suo mestiere non ci si deve innamorare e neppure affezionare a qualcuno in particolare. Perciò si sforzava di accettarli e di usare lo stesso trattamento a tutti e fingeva, quando fingeva si capisce, di provare con ognuno di essi un grande piacere. E non mancava mai di complimentarsi con ciascuno delle “favolose” prestazioni da lui ricevute, senza ovviamente far paragoni, anche quando richiesti, con le prestazioni altrui. Eppure, bisogna dirlo, Gnazina ce l’aveva, un prediletto… Era Licu, un pastore giovane, bello e forte in tutti i sensi. Le faceva visita di lunedì, il giorno della settimana meno trafficato, e con lui si sentiva sciogliere quando l’amava, dopo averlo aiutato a togliersi gli indumenti, in piedi davanti al letto, dopo aver ammirato la sua bruna nudità eccitata, dopo averlo invitato con un gesto dolce della mano a giacersi su di lei.
I suoi visitatori, dal punto di vista umano, erano in fondo dei gran bambinoni bisognosi di tenerezza e di coccole. Questo Gnazina l’aveva capito ben presto, già agli inizi della sua arte, e maternamente burrosa e zuccherina come nessuna, ella dispensava ai suoi ospiti di ogni età quel tanto di affetto che madri e spose non avevano saputo dare a quei rudi e virili omaccioni - con teneri bacetti, paroline dolci, grattatine e giochini vari.


S’ATTITADORA
LA PREFICA

“Prefica. Donna che per mestiere esegue il piano rituale nelle cerimonie funebri. L’uso del lamento funebre compiuto da donne estranee alla cerchia familiare del defunto, corrente nell’antichità classica (Etruria, Grecia, Roma, Sardegna) si è mantenuto nel folclore di varie regioni europee: in particolare in Italia esso esiste ancora in Lucania, Calabria e Sardegna. Le prefiche possono essere in alcuni casi componenti del gruppo sociale del morto, ma esiste ancora la figura della prefica prezzolata, che ha a sua disposizione un repertorio di lamenti funebri in versi per le varie occasioni e tutta un’arte di esprimere il dolore in forme ritualizzate. Le prefiche prendono il nome di attitadoras in Sardegna, di reputatrici in Calabia, di voceratrici in Corsica”.182
Is attitus o attitidus indicano le lamentazioni funebri.
Così dunque la cultura ufficiale, che per voler generalizzare e sintetizzare, commette qualche grossolano errore: in Sardegna s’attitadora non è mai prezzolata, seppure certamente e generosamente compensata dal consenso, dalla considerazione e dal rispetto che la comunità le tributa. Ci sono mestieri e attività che non sono necessariamente legati al mercimonio, al denaro, che li renderebbe vili - al contrario di ciò che avviene nella “civiltà” di questo “illuminato inferno” dove non si fa nulla senza pretendere in cambio denaro.
Talvolta s’attitadora è la madre o la sorella del morto, o una parente - ma in ogni caso fa parte della stessa comunità ed è pertanto emotivamente coinvolta per la perdita di un suo membro, tanto più se la morte è ingiusta perché immatura o perché stroncata da una vendetta o peggio, al colmo della ingiustizia, dalla violenza armata dello Stato.
S’attitadora - quando non sia la madre, la sorella, l’amica o una parente del morto - è una donna che esercita un mestiere certamente nobile, anzi un’arte, proprio dell’artista al quale la gente riconosce un dono di natura, come su cantadori, il poeta cantore, che improvvisa i suoi versi davanti al folto pubblico di estimatori, che accorre per ascoltarlo e valutarlo, in occasione delle sagre paesane. Ed è a mio parere estremamente sconfortante (e umiliante per la cultura e le tradizioni del nostro popolo) che amministratori locali, e associazioni come le “Pro-loco”, per un malinteso concetto di modernismo invitino i soliti giovani e meno giovani presuntuosi, imitatori dei cantautori nazionali, che strillano, microfono in bocca a tutto volume, qualcuna di quelle sciocchezze di moda, che piacciono tanto ai ragazzini masticatori di ciulinga, gomma da masticare. Chiamassero a cantare almeno Fabrizio De Andrè! Che, non solo apprezza l’arte musicale della nostra terra, ma che ha voluto persino riprenderla e valorizzarla in alcuni dei suoi migliori brani degli Anni 80.
Is attitus, le improvvisate lamentazioni funebri delle attitadoras, costituiscono spesso vere e proprie opere d’arte. Da Grazia Deledda a Sebastiano Satta (che ne ha scritto una “piangendo” la morte della antica e nobile e fiera Sardegna) fino a Cherenti e a Cabiddu e a chi scrive, sono tanti gli studiosi, figli di questa Terra misconosciuta e maltrattata, che hanno raccolto attitus, lamentazioni funebri. Ne presenterò una raccolta in un capitolo del volume V di “SU TEMPUS CHI PASSAT” intitolato “Usanzias antigas”. Per il momento, nel poco spazio che ancora mi è consentito in questa pur vasta opera sui mestieri, inserisco qualche brano, che a me sembra esemplare, di attitus, di lamentazioni funebri.

Vecchie usanze di Gabriele Cherenti

“Fizu s’ultimu adiu! / Non t’happo pius biu / E invanu ognunu a tie giamma, / Ca fusti fizu ‘onu, / Custu est s’ultimu donu, / S’ultimu ‘asu chi a tie da(t) mamma. / Ahi, ‘asu de dolore! / Ahi, crudele morte! Ite terrore! / A su mancu, Segnore, / Happat custu favore: / Siat in logu ‘onu collocadu; / Totu su patimentu / L’happat como in cuntentu.”
(Figlio l’ultimo addio! / Non ti ho più vivo / E invano ognuno ti chiama / Che fosti figlio buono. / Questo è l’ultimo dono, / L’ultimo bacio ch ti dà mamma. / Ahi, bacio di dolore! / Ahi, crudele morte! Che terrore! / Almeno, Signore, / Abbia questo favore: / Sia in luogo buono ospitato; / Tutta la sofferenza / L’abbia adesso in gioia.)
Il canto lugubre cessa per poco. Fra le donne accovacciate nella penombra, s’alza la madre: “Fizu, finia l’hat sa penitenzia! “. (Figlio, finita l’hai la penitenza!)
Sta per incominciare s’attitidu, il pianto funebre della prèfica: s’attitadora.
Tutt’avvolta in un lungo mantello nero che ricopre il suo antico costume abbrunato, la donna s’avanza lenta, altèra, con ostentata indifferenza, sino al letto di morte. Ora si sofferma, leva in alto una mano, poi un grido disperato rompe l’incantesimo del momento. Col grido della prèfica, inizia il dramma .
 “Mancadu est su zigante, / su forte valenteri / de sa capitanìa. / Frade meu ! Frade meu !” (Mancato è il gigante, / il forte valente / della comunità. / Fratello mio! Fratello mio!)
Le gambe incrociate all’uso arabo, le donne siedono per terra e formano intorno al letto di morte un cerchio, detto s’inghìriu, il giro. Gli uomini sono di là, nella cucina fumosa in disparte.
La prèfica continua il suo lamento:
“Ite t’happo a donare / prima de t’avviare! / inue dana a tie reposu! / Ahi! frade meu istimadu!” (Che cosa ti donerò / prima di avviarti / dove ti daranno riposo! / Ahi! Fratello mio stimato!)
Un fazzoletto nero le cinge la testa e ricopre la fronte: il viso, sbiancato, è impietrito, l’occhio senza sguardo. Il suo lamento ha una cadenza ritmica che si uniforma con la battuta delle mani sulle ginocchia: le parole scorrono impetuose, con accenti aspri, talvolta macabri e persino ironici. Le immagini si rincorrono: immagini di avvenimenti che s’erano scoloriti nel lento scorrere della vita, ed ora, d’un colpo, tornano vive, lucide, a rievocare un passato che par così lontano: l’eco nostalgica rimbalza su di un presente dolorante sino allo spasimo.
Il tramonto scende sulla bara, scende sul ciglio di una sepoltura. L’ultimo grido della prèfica si perde fra il tremolio dei ceri. Ed il mesto corteo si compone, e s’avvìa.
Il suono lento della campana si annunziava, sino a non molti anni fa, conforme al grado sociale della famiglia in lutto. A. Mores, in Logudoro, il rintocco funebre per la morte di un ricco era detto imperale, per un povero su toccu; per un fanciullo: toccu de allegria.
A Sarùle, per la morte di un povero era d’uso il suono della campana di Santa Croce, con tre tocchi ben distinti; per la morte di un ricco l’annuncio era dato da tutte le campane del paese, a brevi intervalli, la morte di un bimbo era annunciata da sa boghe d’anghelu.
A Silanus, per la morte di un bimbo suona sa campana manna. A Irgoli, Orosei, Loculi e Onifai, il rintocco funebre è detto s’agonia; a Bolotana, sa regula.
Usanze e tradizioni resistono all’avanzata travolgente del progresso; intanto, però, s’attitadora, la prèfica, non accompagna più la salma nel calvario sino al camposanto, chiamando vendetta con urli disperati e imprecazioni gridate sin sull’orlo del sepolcro.
Già negli Statuti di Sassari, del 1294, si legge: “Ordiniamo che nessuna donna di Sassari, né fuori, alla Chiesa di Santa Maria de’ Frati Minori, dietro nessun morto, né dalla Chiesa al Cimitero, né dalla Chiesa dove verrà sotterrato il morto si debba radunare. E se qualcuno farà diversamente, pagherà al Comune soldi venti. Del quale bando, o multa, la metà sia del Comune e l’altra dell’accusatore, e sia mantenuto il segreto. E a ciascuno del consiglio sia creduto nel giuramento.”
La prèfica dell’anatema è scomparsa; la tradizione resiste per i sopravvissuti di un mondo sorpassato.
Ancora oggi in molti paesi dell’Isola il colore che indica il lutto è giallo. Nell’uso antico, dove vige su curruttu, al lutto segue il digiuno.
Nella Gallura e nel Nuorese le vedove tenevano la stessa camicia per tutto il tempo del lutto che in genere durava per tutto il resto dell’esistenza. Gli uomini lasciano, ancora, incolti la barba e i capelli.
Oggi, pur non dimesso il pesante orbace, si “rompe” il lutto e si torna alla terra senz’attendere che sia trascorso il tempo del ritiro prescritto. Anche le donne, il viso oscurato dalla funebre gonna rialzata sul capo, tornano al campo.
La prèfica dell’anatema è scomparsa ma la tradizione resiste. Il 2 novembre, forse più che altrove, in Sardegna si celebra il giorno dei morti. Nei paeselli dell’interno, appena lento incomincia il rintocco, ogni lavoro è sospeso, né si deve mondar la casa, o pettinarsi. Lampade a lume d’olio s’accendono nelle anguste dimore e adornano i sepolcri.183
A Sarule e Orotelli, al vespro dei morti, le famiglie in lutto vanno in Chiesa precedute di pochi passi da una bambina che porta dodici candele sistemate in un vassoio, nero alla base. La sera della vigilia i bambini, di casa in casa, chiedono su mortu mortu e ricevono in dono frutta secca e pabassinas. Ad Iglesias questa carità in nome dei defunti è detta “su beni po s ‘anima.”
La tradizione ha conservato anche l’usanza della cena dei morti, ancora diffusa in quasi tutta l’Isola. S’imbandisce la mensa con maccheroni, formaggio, pane e vino. Un posto a tavola resta vuoto, come nell’attesa di qualcuno che non può tardare.184
Vecchie usanze di Sardegna. Il progresso avanza, l’Isola procede sicura sulla via dell’ascesa, ma la tradizione resiste, nel ricordo dei padri».185


SA RICAMADORA
LA RICAMATRICE

Le ragazze dei nostri paese, fino a tempi recenti, occupavano il tempo libero dalle faccende domestiche dedicandosi al ricamo e al cucito.
Comunque, non era soltanto lo svolgimento di una attività necessaria nell’economia familiare, ma era anche un momento di incontro sociale, di riunione di gruppo e di comunicazione. Infatti, oggi in casa dell’una, domani in casa dell’altra, le giovani ogni sera si riunivano, preferibilmente nell’ingresso che nelle antiche abitazioni era assai ampio, facendo semicerchio davanti alla finestra o alla porta aperta sulla strada; cosìcché potessero vedere la gente che vi passava. Non di rado, il gruppo si sedeva nel cortile se non addirittura ai margini della strada sulla soglia dei portali d’ingresso.
E dunque, tra una gugliata e l’altra si tessevano e si ricamavano lini e merletti insieme agli avvenimenti della comunità.
Se in italiano esiste il modo di dire “cucire i panni addosso a qualcuno”, che in pratica significa spettegolare su qualcuno dandogli quel che si merita, se se lo merita, in lingua sarda si potrebbe usare il termine “tessere o ricamare sui fatti di qualcuno”. Per la verità bisogna dire (ma questa forse è soltanto una mia impressione) che i pettegolezzi nei crocchi di fanciulle non dovevano essere davvero cattivi o maligni, ma più che altro si riducevano a soddisfare naturali curiosità su questioni tabù quali quelle dei rapporti con l’altro sesso.
Si comprende così come l’argomento principale della conversazione delle giovani fosse imperniato su fatti riguardanti qualche uomo che era considerato un buon partito, o intrecci sentimentali o anche delusioni amorose di cui qualcuna fosse rimasta vittima.
All’interno del gruppo c’era sempre una donna anziana esperta nel cucito e nel ricamo. Anch’ella del vicinato, spesso parente di una delle giovani, aveva il compito di insegnare alle fanciulle poco esperte le tecniche più elementari di cucito e a quelle già avviate lavori più complessi. Non solo, ella vigilava sul buon comportamento delle ragazze, richiamandole a pensieri e linguaggio perbenisti e nel contempo le proteggeva da complimenti indiscreti di eventuali bellimbusti di passaggio in quella strada.


SA COSINGIANA
LA CUCITRICE

Sa cosingiana o cosingera è la cucitrice, colei che fa lavoro di cucito a pagamento, in particolare di rammendo. Quando si parla di lavoro di rammendo non è tanto il rammendare il buco di una calza, cosa che qualunque massaia sa fare, ma per esempio rammendare strappi ai pantaloni o a una giacca o rifarne parti consumate o rattoppare capi di vestiario che la povera gente non è in grado di ricomprarsi nuova. In tali casi appunto ci si rivolge alla cosingiana - bravissime le suore che facevano lezioni di rammendo alle fanciulle del paese - la quale si adopera con la sua esperienza di cucito a rammendare e a rattoppare.


SA FIBADORA O FIBONGIANA
LA FILATRICE

«Zia Grazia abitava in una casetta bassa ad un solo piano; sulla strada c’era un cancelletto di legno stinto e consumato dal tempo e dalle intemperie, spalancato su un cortile selciato di un paio di metri quadri, su cui davano tre gradini di granito che sembravano levigati tanto erano consumati; ai lati c’erano dei recipienti di coccio e di ferro smalto, pentole vecchie, fondi di brocche, conchette filate e sbrecciate dove crescevano rigogliose piantine de fabicas, di basilico, di menta e di Maria-Luisa, di cedrina, e gerani di ogni varietà.
Anche la porta della stanza d’ingresso era sempre spalancata: da una parte vi era il caminetto e dall’altra sa mesa manna, un grande tavolo che un tempo era stato usato per fare il pane: ora era coperto da su coberibancu, dal tappeto, un tempo a colori smaglianti, ma ora stinto e sfilacciato. Sul tavolo, un canestro, dove c’era la lana carminata, ricoperto da un panno bianco. Attorno alle pareti, allineati, c’erano is scannus, seggioline, di tutte le misure. Appeso alla parete su parastaggiu, lo scaffale, dove erano esposti piatti colorati di varia grandezza. D’angolo, incastrato nel muro, s’accajolu, l’armadietto all’altezza dello scaffale. Il pavimento era di mattoni rossi con molti buchi, consumati dal tempo.
Zia Grazia sedeva vicino al caminetto e sul gradino di esso teneva una brocchetta d’acqua che le portavano da sa mizza, dalla sorgente, perché doveva bere acqua buona per farsi in bocca la saliva speciale che le permetteva di filare. Tutto era ordinato e pulito, perché il filato doveva essere intaccabile dalle tarme.
Tutte dicevano che fibadora bella come zia Grazia non ce n’era altra, perché ci stava molto attenta. Era una vecchietta piccolina, tutta vestita di nero perché era vedova, solo le mani erano bianche e affusolate da fare invidia a una contessa; dopo averne insalivato la punta, muoveva con sveltezza le dita attorcigliando la lana e sollevava in alto la conocchia, quindi avvolgeva il filo al fuso e ricominciava. Una volta che il fuso era pieno lo appoggiava sul tavolo e ne prendeva un altro.
Abitava con lei anche la figlia Rosica, vedova anche lei, anche lei vestita di nero, sembravano sorelle! Rosica faceva tutti i lavori di casa ed aiutava la madre in ogni necessità perché non smettesse di filare: quando il fuso era pieno lo dipanava sull’arcolaio perché asciugasse; quando la conocchia era vuota la ripreparava avendo cura di mettere la lana in perfetto ordine, così come la doveva tenere ordinata e ben soffice nel canestro. Quando aveva finito queste incombenze, prendeva anche lei fuso e conocchia e filava: ma quello della madre, liscio, uniforme e sottile, serviva per l’ordito. Ed era questa la specialità di zia Grazia che spesso rinunciava a mangiare cose ben condite pur di avere la saliva pura e inodora».186


SA TESSIDORA
LA TESSITRICE

«Nei tempi passati al lavoro della tessitura si dedicavano da madre in figlia, tutte le donne del paese. Nelle famiglie abbienti, dove le faccende domestiche erano molteplici e la servitù numerosa, la domestica più anziana veniva adibita esclusivamente al lavoro della tessitura per tutti i dodici mesi dell’anno. La sua merce annuale era di dodici scudi oltre il vitto e l’alloggio e qualche capo di vestiario per “zrega”. Era una mercede molto ambita per quei tempi in cui il valore di acquisto della lira era altissimo.
La tessitrice era una donna speciale, idonea a trarre dall’opera del telaio ogni qualità di tessuto necessario per tutti gli usi familiari del tempo. Dall’orbace ruvido e pesante per “is saccus de coberri” per gli uomini di campagna a quello finissimo per l’abbigliamento femminile e maschile richiesto dal costume allora in voga. Dai tessuti finissimi di lino, “pannu de carri”, per la biancheria personale e da letto, a quelli più ruvidi e pesanti “pisantinu” per le braghe usate dagli uomini sotto il gonnellino di orbace nero, per tovagliato e saccheria. Ma le creazioni più belle erano i tappeti “coberibangus” di “aramu” e di “lauru” e le coperte da letto “cillonis” e “fanigas” di “briali” e “a pibionis”.
La perizia di quelle fate del telaio, allevate alla scuola della più spontanea tradizione arcaica, ha dato in tutti i tempi lustro e risonanza al piccolo centro montano di Morgongiori per la bellezza dei tappeti. Essi, veri capolavori d’arte, per la loro originalità, per sobrietà e tono di colori hanno sempre destato l’ammirazione di tutti e degli esperti in ispecie».187


SU TELARGIU
IL TELAIO.

Nella economia autarchica del contadino, su telargiu, il telaio, è un utensile di prima necessità. Con il telaio, le donne, fin dalla prima fanciullezza, provvedevano alla tessitura delle tele necessarie al corredo familiare. La lana delle pecore forniva la materia prima per la tessitura dell’orbace, un panno robusto con cui si confezionavano capi di abbigliamento e inoltre coperte, tappeti, arazzi, copri-tavolo e sacchi per i cereali. La campagna dava il lino, con cui si confezionavano i capi di abbigliamento intimo, lenzuola, asciugamani, e tovagliati, e inoltre sacchi e bisacce. Con l’uso misto della lana e del lino si ottenevano prodotti più resistenti e pregiati.
Venivano importati soltanto i filati di cotone - materia prima mancante nella economia dell’Isola, talvolta usato come ordito nella tessitura sia della lana che del lino.
Tutte le fasi della lavorazione della lana e del lino avveniva a livello familiare, ed era un compito riservato esclusivamente alle donne. La fase più delicata e più lunga era quella della filatura. Nella tessitura, la fase più delicata era quella della preparazione dell’ordito - non di rado, per tale operazione, si ricorreva a una esperta del vicinato.
Il declino del telaio inizia con l’impianto delle filande nel Continente e la conseguente invasione dei prodotti tessili di tipo industriale che raggiunsero anche i mercati dell’Isola. Tuttavia, nel mondo contadino, il telaio ha resistito fino agli Anni Cinquanta, con un incremento del suo uso durante la prima e la seconda guerra mondiale, per sopperire alle carenze del mercato. E’ rimasta, seppure su scala ridotta, la tessitura dei tappeti e degli arazzi.
Va detto che l’attuale “revival” del telaio - in particolare per la produzione di tappeti e arazzi sardi su scala industriale - è stato incentivato dal “Progetto Sardegna” dell’OECE/AEP e dall’I.S.O.L.A. (Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano), ente vigilato dalla Regione. Per diffondere tale prodotto nei mercati del Continente, purtroppo ne è stato falsificato l’originario valore culturale e artistico - a parte l’introduzione di nuovi telai di tipo meccanico che, pur aumentando i profitti, modificano degradandola l’autenticità, la bellezza di un classico prodotto dell’arte popolare.
Il telaio veniva sempre, almeno nei paesi del Campidano oristanese, sistemato nella camera d’ingresso, sotto la finestra che dava sulla strada. In talune case più ricche vi era una apposita stanza riservata al telaio e al suo uso, stanza che aveva una finestra luminosa che dava sul cortile interno.

Nomenclatura essenziale del telaio

Su telargiu o trobaxu indica sia il telaio nel suo insieme, sia le due fiancate portanti verticali, fissate al pavimento o con obbilus, chiavarde, o con perdas, blocchi di pietra.
Is surbius, i subbi, sono i due bastoni cilindrici scanalati, incastrati in appositi fori nelle due fiancate: uno all’inizio per avvolgervi la tela già tessuta, l’altro alla fine per avvolgervi l’ordito da tessere.
Is pertias, le bacchette, grosse un dito, si inseriscono nella scanalatura dei surbius, subbi, e fermano, una il capo della tela già tessuta, l’altra il capo dell’ordito da tessere.
Is serradorius, i pioli, sono i due fermi dei surbius, subbi. Quello anteriore comanda l’avvolgimento della tela; quello posteriore consente lo svolgimento dell’ordito pur tenendolo teso.
Is pertieddas, le pertiche, più sottili delle pertias, bacchette, sono quattro: una serve a dividere e tenere distanziata la tela già tessuta e arrotolata al suo subbio dall’ultima parte che si sta ancora tessendo; la seconda serve a separare l’ordito arrotolato al suo subbio da quello che avanza man mano che si procede nella tessitura. Le altre due, dette pertieddas a gruxi, pertiche a croce, servono per l’intreccio delle trame.
Is cascias, o cascia, la cassa, è formata da due listelli, uno superiore e l’altro inferiore, scanalati, dove trova posto su pettini, il pettine. La cassa è appesa alla fiancata del telaio, poggiando sulla parte superiore delle stesse, dentellata, mediante due stecche di legno, e avanza, dente dopo dente, man mano che si procede nel lavoro.
Is puncionis, i punzoni, sono le due stecche di legno che sostengono la cassa appesa alle fiancate, e hanno anche la funzione di fermo con la dentellatura.
Su pettini, il pettine, lungo quanto l’ordito, è fatto con due bacchette di legno tra le quali sono incastrati i denti, fatti di listelli di canna, legati insieme ben stretti con filo di cotone robusto. Tra un dente e l’altro del pettine passa un filo dell’ordito.
Su lizzu, il liccio, è costituito da due canne lunghe quanto l’ordito, legate tra loro con filo di cotone, sovrapposte e distanziate, che formano una sorta di pettine, i cui denti sono ottenuti con le cordicelle dello stesso cotone. Il numero dei denti de su lizzu devono corrispondere a quelli de su pettini. Il numero di is lizzus, licci, varia a seconda del disegno che si vuole realizzare. Il più semplice ne richiede quattro. Anche su lizzu , come su pettini, è appeso alle fiancate.
Is calculas o pibias, le calcole, consistono in funicelle di giunco, tante quanti sono is lizzus e vengono governate con i piedi. Servono ad abbassare o sollevare is lizzus ai quali sono legate, per la realizzazione del disegno.
Sa spola, la spola, a forma di canoa, lunga circa venti centimetri, munita nel suo interno di un perno longitudinale detto su fustigu o sticcu, lo spoletto, intorno al quale ruota su canneddu, il cannello del ripieno. Con la spola si passa la trama tra i fili dell’ordito.
Su canneddu, il cannello del ripieno, è la canna che contiene avvolta una certa quantità di stame. Come detto si inserisce in su fustigu, all’interno della spola.
Su umpidoriu o faicanneddus, fuso di ferro che serve per avvolgere lo stame intorno a su canneddu, il cannello.
Su pindu, la penerata, è l’ultima parte dell’ordito che non è possibile tessere, e resta come frangia.
Su stamini, lo stame, è il filato di lana, lino o cotone, necessario alla tessitura.
Su ordiu o orriu, l’ordito: il complesso dei fili distesi in senso longitudinale sul telaio.
Sa trama, la trama: è il complesso di fili che si intrecciano all’ordito, in senso opposto.


SA LANA
LA LANA


Dalla tosatura alla filatura

«Un secolo fa la pastorizia era, dopo l’agricoltura, l’occupazione preferita dalla popolazione del paese. L’allevamento del bestiame costituiva una necessità anche per le famiglie contadine perché la loro economia trovava in essa complemento, sostegno e salvezza nelle annate fallimentari dell’agricoltura. Specialmente l’allevamento delle pecore era una necessità imperiosa per tutte, perché non c’era famiglia che non attingesse a prodotti della pastorizia per i molteplici bisogni materiali. Si pensi che il latte, il formaggio, la carne costituivano le basi dell’alimentazione; la lana e le pelli la materia prima indispensabile per la fattura degli indumenti maschili e femminili allora in uso.
Le pecore erano tenute con molta cura. Per quanto allo stato brado, ad esse erano riservati i migliori pascoli in su poberiu nell’inverno. Nei periodi più tempestosi della stagione invernale e durante le nevicate in specie, trovavano riparo nei ricoveri naturali della campagna e in tettoie di frasche, imbragus, costruiti presso gli ovili o venivano addirittura ricondotte in paese dove trovavano rifugio sotto i vasti loggiati, istalis, delle case contadine, per l’occasione adibiti a stalle. Ivi venivano nutrite con sostanziosi pasti di fave, ghiande e fieno.
D’estate trovavano abbondanti pascoli nelle stoppie, stuas, e ristoro dalla calura all’ombra di un albero frondoso o sotto una tettoia di frasche, meriagu, appositamente allestita. Nel mese di maggio, prima dell’inizio dei calori estivi, le pecore venivano alleggerite dal mantello con l’opera delle cesoie, ferrus de tundi.
La tosatura è un’operazione cui ancora oggi si dà grande rilievo, ma nell’antichità costituiva una delle più belle sagre pastorali, forse per l’importanza che le arcaiche popolazioni sarde davano alla produzione della lana che costituiva, come ho detto, la materia prima essenziale per i loro indumenti.
Molteplici erano le operazioni ch si susseguivano nella lavorazione della lana. In primo luogo, doveva essere fatta una rigorosa cernita di quella destinata alla tessitura, che doveva possedere necessariamente le migliori qualità di candore, morbidezza e lunghezza di pelo. Perciò veniva scelta quella di pecore adulte, mentre quella ricavata dalle agnelle serviva per l’imbottitura di materassi e guanciali.
La lana veniva accuratamente lavata con acqua tiepida e dopo essere stata lasciata asciugare, veniva pazientemente districata a mano, accramiada, poi carcata, ossia passata su due pettini di ferro, passada in pettinis, per separare il fior di lana dal cascame, cuapetti».188

La lavorazione della lana

«Subito dopo la tosatura delle pecore, che viene fatta nel mese di maggio, prima che inizi il grande caldo, la lana viene in parte venduta a is cavallantis e in parte utilizzata per il fabbisogno della famiglia; la lana nera essendo poca viene lasciata per la famiglia.
E’ necessario procedere al più presto alla sua lavorazione. E’ questo un compito riservato alle donne. Si preparano calderoni di lissia, lisciva, che consiste nel far bollire acqua non di pozzo con cinisu e laureu, cenere e alloro, per circa quindici minuti, dopo di che viene colata e lasciata raffreddare. A questo punto si può procedere alla lavatura della lana.
Ci si deve assicurare che la lisciva sia tiepida e la temperatura sia costante, in modo che la lana resti bianca e morbida. Si avrà cura di immergere e di smuovere con attenzione la lana dentro l’acqua perché i ciuffi non vadano scarmigliati.
La lana viene poi messa all’aria, mai al sole, e lasciata asciugare bene girandola diverse volte.
Successivamente viene pettinata e carminata per separare quella lunga e quella corta. La lana lunga verrà filata separatamente e darà luogo ad un filato più robusto e resistente utilizzato per l’ordito, su stamini, e la lana corta, dopo filata, verrà utilizzata come trama.
La lana nera viene lavata e lavorata separatamente da quella bianca. Se la quantità è sufficiente, su saccu nieddu, il sacco nero, si tesse direttamente con questa, altrimenti viene usata per la tessitura di altri manufatti quali is cillonis, coperte a scacchi bianchi e neri, is saccus pettiazzus, i sacchi a strisce bianche e nere usati per il trasporto del raccolto; in tempi non molto lontani si confezionavano anche indumenti personali come cappotti, giacche, corpetti e maglioni».189


SU LINU
IL LINO

Dalla semina alla filatura

«Nell’economia contadina aveva una notevole importanza anche la coltivazione del lino, necessaria per la confezione del corredo della sposa: tovagliato, lenzuola, tendaggi, sacchi per la raccolta del grano e talvolta anche per l’abbigliamento. Nell’uso familiare, il lino veniva integrato con il cotone, che veniva acquistato, dalla lana, fornita dalle pecore e lavorata in casa. (Si potrebbe aggiungere sa lanetta, la lana morbida “merinos” che si comprava nei negozi.)
Nel mese di novembre, si procede alla semina del lino. Il terreno, di solito piccoli appezzamenti, viene lavorato come qualsiasi altra semina: arato, fresato e poi sbriciolate le zolle e livellato con un rastrello. Il lino viene seminato fitto fitto, di modo che non cresca neanche un filo d’erba, e ricoperto con uno strato sottile di terra. A differenza del grano, dell’avena o delle leguminose, il lino non necessita di altro lavoro.
La pianta del lino è costituita da uno stelo alto da 70 centimetri a un metro, sulla cui cima sboccia una fioritura a mazzetto di colore celeste che porta a maturazione un frutto a forma di cece contenente sette-otto semi. Per inciso, va detto che la coltura del lino impoverisce parecchio il terreno.
Nel mese di maggio, lo stelo diventa dorato e il frutto è ormai maturo. Il lino si raccoglie poco prima del periodo delle fave.
La raccolta è una fase delicata, perché la pianta viene strappata a mano, conservando le radici e perciò stando molto attenti a non spezzare lo stelo. E’ un lavoro lento e faticoso, e spesso le donne portano con sé unu scannixeddu, una seggiolina, per stare sedute durante il lavoro di estirpazione. Si prendono e si sradicano a manigas, a mazzetti, di quattro o cinque steli per volta o, dove ciò non sia possibile, si estirpano anche uno a uno; quindi si formano dei mazzi grossi quanto le mani possono contenerne, mettendo gli steli tutti nello stesso senso, da una parte le radici e dall’altra il frutto.
Poi, i mazzi con le radici per terra vengono messi in piedi, a gruppi di tre, a forme di piramide, ad asciugare, per circa quindici giorni.
Portato in paese, si procede alla battitura o pestatura o potatura cun su mallu, con il manfano, per ricavarne i semi, che vengono conservati in marigheddas, brocchette di terracotta.
Successivamente, dopo Ferragosto, il lino ancora legato a mazzetti, viene portato al fiume, viene messo nell’acqua e lasciato lì a macerare, nelle anse dove il fondale è basso e l’acqua ristagna. Il lino viene ricoperto di fanghiglia e tenuto fermo con sassi, anche grossi, affinché il fiume non se lo porti via. Viene lasciato così per circa otto giorni.
Dopo la macerazione, il lino viene riportato in paese e messo ad asciugare. Quando è asciutto viene messo dentro il forno ancora caldo (per averci cotto il pane la mattina), po ddu arridai, per brustolirlo, dall’imbrunire fino alla mezzanotte o all’una. A questo punto il lino è pronto per la lavorazione. Ora bisogna separare la fibra dalla parte legnosa detta ossu. Questa operazione si chiama orgunai su linu, scotolare il lino, e si fa con un attrezzo detto s’orgunu.
S’orgunu è un attrezzo che solitamente viene costruito dal falegname, completamente in legno de ollastu, di olivastro, o de pira, di pero, ed è sostenuto da due cavalletti alti circa ottanta centimetri, uniti da un listello. Sui cavalletti sono fissate tre tavolette a coltello, fatte proprio come coltelli nel senso che verso l’alto le tavolette presentano una sorta di taglio, e sono equamente distanti. Tra l’una e l’altra, fissate al cavalletto, vanno a inserirsi altre due tavolette uguali alle precedenti, ma sistemate a specchio, nel senso che il taglio della lama è rivolto verso il basso. Dall’altra parte queste due tavolette hanno un’impugnatura.
Per la lavorazione del lino vengono sollevate con l’impugnatura le due lame, i mazzetti di lino vengono aperti e appoggiati sulle tavolette fisse e quindi battuti, cioè scotolati, abbassando ripetutamente le due tavolette mobili. Il fascio di lino viene spostato in continuazione in modo che tutte le parti siano così ben scotolate.
Questo lavoro si esegue stando in piedi e la massaia che testimonia ricorda: “Quando ero stanca, per riposarmi avvicinavo una sedia e piegando una gamba vi appoggiavo ora un ginocchio ora l’altro, perché qualche volta facevo questo lavoro tutto il giorno”.
Una volta ultimata tale operazione, ogni mazzetto di lino viene attorcigliato su se stesso, formando così una matassa a forma di treccia, detta malladroxa.
Is malladroxas vengono poi gramolate, cioè battute per ammorbidirle con su mallu de pistai linu, il manfano da lino. Dopo di che vengono riaperte e pettinate con su pettini de ferru, il pettine di ferro, che assomiglia più a una spazzola che a un pettine. Con la pettinatura abbiamo così la divisione tra le fibre che verranno usate nella filatura: una per la confezione de su stamini, dello stame o ordito, e l’altra fibra, scadente, sa stuppa, la stoppa, costituirà la trama nella stessa tessitura».190


CAPITOLO DODICESIMO

SU TRABALLA DE IS PICCIOCCHEDDUS
IL LAVORO MINORILE

Presentazione

Il lavoro minorile - tipico prodotto della miseria - cerca giustificazioni pseudo-morali e pseudo-pedagogiche in una mitica “santità” del lavoro propalata nei secoli dai padroni a esclusivo uso e consumo del popolo. E così la povera gente è portata a idealizzare il proprio miserevole stato di bestia da soma.
Si dice che il lavoro «fa bene allo sviluppo del fanciullo e ne tempra il carattere», che “nobilità”; e se non basta si tira fuori “l’espiazione” per il peccato originale, la maledizione biblica ad Adamo: «La terra sarà maledetta per cagion tua... Tu mangerai il pane col sudore del tuo volto...». Si ammonisce infine che «L’ozio è il padre di ogni vizio».
Bisogna però specificare che c’è lavoro e lavoro: quello a cui viene assoggettato l’uomo, e il fanciullo in particolare, è sfruttamento, non libera estrinsecazione di sé.
I venditori di fumo del sistema, per dimostrare una volontà democratica del potere politico, hanno a lungo cianciato di progresso raggiunto anche nelle più arretrate comunità sarde: la motorizzazione, le trasformazioni fondiarie, l’impianto di colture nuove, gli insediamenti petrolchimici, la diffusione di beni di consumo, quali motorette, radioline e stoviglie di plastica. tutto questo “progresso” non ha eliminato la piaga del lavoro minorile. Al contrario, a causa dell’ondata di forzata emigrazione, che ha spopolato i paesi a economia agro-pastorale, e a causa dell’aumentato squilibrio tra i bassi redditi del lavoro e l’inflazione di adescatrici offerte da parte del mercato dei consumi, la presenza del bracciantato minorile è aumentata. E’ aumentato in genere tutto il lavoro minorile, in particolare quello nero e ancor più le attività fuori legge, spesso criminali, che vanno dal piccolo contrabbando di sigarette o da altri illeciti commerci, alla mendicità, al taccheggio, fino ai furti negli appartamenti e allo spaccio di sostanze stupefacenti - al fine appunto, da parte di questi minori, di rispondere alle offerte adescatrici del mercato dei consumi.

La necessità del lavoro come fondamentale principio etico viene messo in testa al bambino mediante diversi canali: la famiglia, la chiesa, la scuola e i mass-media con un certo tipo di letteratura della sottomissione alternata alla violenza. Il valore-lavoro viene sacralizzato, mitizzato e usato come metro di giudizio morale e sociale - ma soltanto per i ceti poveri, inquadrati infatti marxisticamente come “classe lavoratrice”.
Tra i molti luoghi comuni che sostengono il “valore-lavoro” se ne sente ripetere uno molto frequentemente: «Io quando ero piccolo lavoravo (o studiavo) davvero; non ero un fannullone come te, come i ragazzini di oggi...».
Di ogni situazione di arretratezza e di miseria sono sempre i bambini la componente comunitaria che ne subisce le conseguenze più dure, più dolorose, perché la più debole e la più indifesa. Né vale in Italia a proteggere e difendere il fanciullo la retorica che sacralizza maternità e infanzia.
Qui da noi, i buoni borghesi amanti dell’ordine costituito, gente che dorme al caldo di assurdi privilegi, se ne infischia della miseria e della sofferenza di chi è nato povero. E hanno la sfrontatezza di chiedere leggi repressive quando la sofferenza che tumultua nell’anima delle nuove generazioni esplode in violenza. E si meravigliano che i giovani d’oggi siano scettici, materialisti, che non credano più nei valori... Ma quali valori?
Che cosa si è fatto, che cosa almeno si sta facendo per rendere più tollerabile, più umana la situazione dei piccoli nelle nostre comunità?
Intanto, le responsabilità più pesanti vanno alla scuola di Stato, che è rimasta - nonostante le riforme che di democratico hanno solo il nome - un logoro carrozzone diretto da caporali e bigotti che di malagrazia riesce appena a dare i cosiddetti rudimenti del leggere, scrivere e far di conto, che disprezza la cultura che non possiede o la teme come fonte di sovversivismo, che ammaestra il bambino a rispettare il prete e il padrone insieme al Padreterno e a sfuggire le idee libertarie e progressiste come fomite di criminalità e terrorismo. La scuola così com’è può essere definita una istituzione di condizionamento e di repressione delle idee o nel migliore dei casi come “fine a se stessa”, avulsa dalle problematiche della comunità dove opera, estranea e indifferente alla realtà del fattore umano cui si rivolge.
In una situazione di sottosviluppo e di miseria, cioè a dire di sfruttamento del lavoro umano e di rapina del patrimonio comunitario, la scuola dell’obbligo - proprio perché d’obbligo - aggrava la situazione del fanciullo assoggettato al lavoro, comminando sanzioni pecuniarie e penali ai genitori: oltre il danno, la beffa. Almeno fino a quando esisterà, per le famiglie, la giustificazione della necessità economica, del bisogno.
Pretendere - come fanno direttori e insegnanti - l’assoluto rispetto della frequenza, le “divise” con il fioccone, i compiti a casa e tutti gli altri “doveri” utili o inutili, è assurdo e inumano - come il far correre chi abbia le gambe spezzate. L’andare a scuola diventa un fatto coercitivo, non un diritto, diventa perfino un fatto ingiusto, se il cittadino non è messo nella migliore condizione per poter assolvere al civile obbligo di educarsi, per sé e per la società.

Per alcuni versi, i bambini dei nostri paesi costituiscono una sorta di sottoclasse sociale - come certe minoranze etniche e di colore nei Paesi razzisti.
La legge - si dice - proibisce il lavoro minorile. Polizia e magistratura dovrebbero vigilare e reprimere anche le infrazioni a questa legge. La scuola di Stato e le istituzioni che si occupano di assistenza al fanciullo dovrebbero tutelarne lo sviluppo, l’integrità fisica e psichica, dovrebbero occuparsi del suo inserimento nella società civile.
Di fatto, le prestazioni d’opera del minore rientrano negli usi e costumi patriarcali, che regolano ancora oggi in alcuni settori i rapporti comunitari. I bambini, assai precocemente, sono chiamati a dare il loro contributo nella produzione, in rapporto alla specifica situazione economica della famiglia e più in generale della comunità. E dato che essi, i bambini, sono considerati incapaci «di intendere e di volere», e pertanto tutelati da un adulto, essi non hanno “capacità e intendimento” di lavoro. Ne consegue che anche quando lavorano, i bambini “non lavorano”. E anche quando svolgono una precisa attività lavorativa, continuata nel tempo e, seppure malamente, retribuita, pari a quella di un adulto, i bambini sono considerati i “fuorilegge del lavoro”: non vengono loro riconosciuti quei diritti di tutela, protezione, assistenza e previdenza che spettano all’adulto.
Di questa situazione di assenteismo e farisaismo da parte di chi è al potere e dello stato di necessità economica delle popolazioni, profittano molti datori di lavoro per sfruttare il fanciullo, risparmiando sui salari e non pagando ovviamente alcun contributo assicurativo.
Con il pretesto dell’apprendistato, il lavoro dei bambini presso l’artigiano, il commerciante, il piccolo industriale, il fabbro, il muratore non viene pagato. Questi datori di lavoro ma non di soldi - fatte le debite eccezioni di onestà - si servono del fanciullo apprendista semplicemente per fare le pulizie di bottega, e magari di casa loro; e, sostenendo che perdono tempo a insegnare al piccolo un mestiere, si ritengono già magnanimi se regalano loro i soldi per il cinema della domenica.191


IS PICCIOCCUS DE CROBI E IS PICCIOCCAS DE MENA
I RAGAZZI DI STRADA E LE RAGAZZE DI MINIERA

Piccioccu de crobi o anche piccioccu de portu, nella parlata popolare di Cagliari e dei Campidani sta ad indicare “ragazzo di strada”, teppista; mentre in passato indicava più propriamente i ragazzi che sbrigavano il lavoro di facchinaggio, nel porto o nei mercati, con la corbula, crobi, sulla testa, ed erano tenuti in dispregio dai ceti sociali borghesi.
Picciocca de mena, nella parlata del Guspinese e dell’Iglsiente, indica una ragazza dai facili costumi. Le ragazzine che lavoravano in miniera, in mena, erano allora guardate come “pecore nere” nel mondo contadino da cui provenivano. In quello stesso mondo però non era e non è giudicato immorale il lavoro minorile, determinato da uno stato di necessità economica. Mandare a servire le bambine a otto anni, mandarle a spigolare o a far pascolare pecore e maiali, caricarle di gravosi fasci di legna o di pesanti corbe, erano e sono considerate “attività normali”.
Il lavoro minorile è un’antica piaga sociale, tuttora diffusa nelle aree economicamente sottosviluppate, cioè a dire sottoposte a sfruttamento intensivo da parte del capitalismo. Il fenomeno trova giustificazioni pseudo-morali e pseudo-pedagogiche nel principio della “santità del lavoro”, propalato nei secoli dal potere economico e religioso (e in seguito anche dai marxisti) a esclusivo uso e consumo dei lavoratori. E così la povera gente nobilita il proprio miserevole stato di bisogno idealizzando il lavoro - un genere di lavoro che è ricattatorio, prostituente e bestiale sfruttamento.
In che modo e in quale misura il minore in età scolare è assoggettato a attività lavorative?
Gli stessi bambini, nei loro elaborati, dicono che sono considerate mansioni “normali”: servire in casa di benestanti, spigolare grano, raccogliere pomodori a cottimo e trasportarli sui camion, portare al pascolo buoi, pecore, capre o maiali, zappare seminati, fare gli spaventapasseri nei campi di grano o di riso, far legna al monte, fare il garzone di bottega o il manovale muratore - oltre che accudire alle faccende domestiche di “loro competenza”. Quantitativamente, il fenomeno del lavoro minorile coinvolge, sia pure in misura diversa, tutti i piccoli appartenenti ai ceti poveri: contadini, pastori, pescatori, artigiani, cioè la quasi totalità della popolazione attiva delle nostre comunità.
Le testimonianze raccolte, ad iniziare dalla fine degli Anni Cinquanta, svelano una situazione dolorosissima e denunciano incalcolabili danni all’integrità fisica e psichica dei nostri fanciulli e mettono a fuoco condizioni di miseria e di arretratezza subumane. Le disperate voci di bambini, raccolte e pubblicate la prima volta nel 1965, provocarono un’ondata di commozione nel Consiglio Regionale, quando un consigliere, in una sua interrogazione, chiese «se non si ritenga urgente intervenire, se non sia urgente attivare una serie di interventi di carattere assistenziale affinché venga a cessare l’incivile sfruttamento dei minori».
Non era urgente intervenire, evidentemente: era sufficiente la commozione. Ancora non si è risposto, in concreto, alle grida di dolore dei nostri bambini; nulla è stato fatto per migliorare le condizioni economiche che sono alla base dello stato di necessità che costringe al lavoro creature di otto-dieci anni. Il silenzio ipocrita è ricaduto sopra uno degli aspetti più incivili di questa società - un crimine gravissimo e diffuso di cui dimenticano di parlare i procuratori generali della Repubblica nelle loro annuali relazioni cerimoniali sulla situazione della giustizia nel Paese. Né i politici, presi dai loro sporchi giochi di potere; né la classe padronale, intenta ad accumulare profitti; né le alte gerarchie della scuola di Stato, occupate a tessere le loro ragnatele burocratiche, né la Chiesa, lontana mille miglia dall’amore del Cristo, hanno risposto.


ANDAI A ISCIUIAI
FARE LO SPAVENTAPASSERI

Credo di essere stato uno dei pochi, alla fine degli Anni Cinquanta, ad aver descritto e denunciato, tra le altre attività lavorative cui erano sottoposti i minori, quel singolare mestiere detto andai a isciuiai, andare a fare lo spaventapasseri. Ci furono allora diverse e contrastanti reazioni nella pubblica opinione: molti insulti perché davo un’immagine negativa della Sardegna, una interpellanza parlamentare per sapere come mai ai bambini si facessero fare certe cose, un servizio con foto in prima pagina di un bimbo spaventapasseri su “L’Unità”, e infine una favola, di Gianni Rodari, alquanto stiracchiata e di maniera, dedicata a un inverosimile bimbo sardo che sembra vivere nelle campagne della Toscana.
Ripropongo ora ai lettori, in questa raccolta di mestieri e di attività singolari, due brani della inchiesta di quegli anni sul lavoro minorile in Sardegna.


SU ISCIUIAI
LO SPAVENTARE I PASSERI

«Nei paesi agricoli dell’Oristanese, tra i lavori riservati al fanciullo, è singolare quello detto andai a isciuiai, fare lo spaventapasseri. Tra le numerose attività tradizionalmente riservate ai piccoli questa di andai a isciuiai è da loro preferita, perché vi si sentono responsabili e liberi, e non è pesante quanto altre, come il raccogliere olive o mandorle o diradare le piantine di barbabietola.
In che cosa consiste il lavoro del bambino-spaventapasseri? Le tecniche, per altro assai rudimentali, variano da paese a paese. Quando il grano è giunto all’ultimo stadio di maturazione, i passeri lo assalgono per cibarsene. I proprietari allora assoldano bambini per difendere il raccolto, dotandoli di rumorosi attrezzi.
Tali attrezzi consistono normalmente in un barattolo di latta, che il piccolo tiene legato al collo con una cordicella, che viene percosso incessantemente con un sasso o un pezzo di legno, come tamburo. Naturalmente deve nel contempo spostarsi di continuo lungo la linea perimetrale del campo affidatogli in custodia. Altri, più progrediti, usano bombole di gas domestico vuote, sistemate ai quattro angoli, percosse in rapida successione con una verga di ferro. Altri ancora usano un rudimentale fucile così fatto: un tubo di ferro del diametro di circa un pollice; a una estremità, quella chiusa che poggia per terra, la culatta, forata, sul cui fondo si pone un pizzico di miscela esplosiva (di solito zolfo e clorato di potassio); quindi una robusta bacchetta di ferro, che si infila nella canna e si lascia cadere affinché percuota e faccia esplodere la miscela. Questo attrezzo, su fusili po isciuiai , il fucile per allontanare gli uccelli, rumoroso e caro ai fanciulli che fanno gli spaventapasseri, è causa di non pochi infortuni».

Uno spaventapasseri testimonia

«Io vado a isciuiai il grano di ziu Antoni Peppi e prendo 500 lire. Vado di mattina presto perché gli uccelli sono pronti e si alzano presto. Bisogna battere nel botto (barattolo - ndr) e gridare forte, così scappano. Quando toccano le campane di mezzogiorno è ora di scappare dal lavoro perché gli uccelli sono saziati e a quell’ora si riposano dal caldo e io vado a casa. Io ritorno quando ritornano gli uccelli che hanno sciamigau (digerito - ndr). Quando comincia a fare buio gli uccelli si fanno stanchi e se ne vanno a dormire e allora torno anche io a casa, ceno e me ne vado a letto. Una volta mi sono bruciato la mano perché gli ha preso fuoco al clorato, allora il fucile non lo uso più per isciuiai perché mio padre ha detto al padrone che non vuole».

Ha testimoniato R. Z. di 11 anni, di Cabras, nell’Oristanese. Egli frequenta molto raramente la scuola e si esprime correttamente soltanto in lingua sarda. La testimonianza riportata gli è costata una mattina di duro lavoro scolastico per la traduzione in italiano.
Interessante il rapporto umano che si viene a creare tra il fanciullo e i passeri che egli ha il compito di isciuiai: appare un reciproco rispetto per le funzioni e i bisogni dei due antagonisti, ambedue rivestiti di una loro dignità.


RIEPILOGO


Schema dei lavori minorili

Le attività lavorative comunemente svolte, fino agli Anni Sessanta, dai bimbi delle nostre comunità, in particolare di quelle ad economia agricola, si possono così schematizzare.

*Piccioccus de crobi. Ragazzini impegnati in attività di facchinaggio nelle stazioni, nei porti, negli alberghi e nei mercati.

*Piccioccas de mena. Fanciulle che un tempo lavoravano al trasporto dei minerali nelle miniere.

*Andai a marrai. Svolgere il lavoro del bracciante agricolo.

*Andai a pasci. Fare il pastore; portare a pascolare pecore, capre, buoi o maiali.

*Andai a serbiri. Andare a servire presso una famiglia benestante. Su fai sa zaraca, il fare la serva, era un tempo una attività molto diffusa tra le fanciulle dei ceti poveri. Venivano assunte presso famiglie agiate del loro stesso paese, ma più frequentemente in città.

*Andai a spigai. Andare a spigolare. S’intende grano, ma anche altri prodotti della terra come ceci, lenticchie, fave, ecc.. Inoltre, andai a scrichillonai, andare a raccogliere i racimoli, dopo la vendemmia.

*Andai a isciuiai. Fare lo spaventapasseri nei campi di grano o di riso.

*Andai a fai linna. Andare a raccogliere legna.

*Fai su manobara. Fare il manovale, in special modo riferito al muratore, al quale deve fare l’impasto di cemento o di calce cun sa palia e cun sa marra lada, con la pala e la zappa larga, e glielo deve portare a piè d’opera cun sa caldarella, con la caldarina, insieme ai sassi, ai mattoni o ai pesanti blocchetti di cemento.

*Fai su scienti o sa scienti. Per i bambini, significa fare l’apprendista e insieme il garzone di bottega del barbiere, del falegname,del sarto o del meccanico. Per le bambine, fare l’apprendista e la servetta di bottega della sarta o de sa pastissera (o durciaia), della pasticciera, la fabbricante di dolci tradizionali quali quelli elaborati con le mandorle o con la sapa.

*Andai a liai imbidi. Letteralmente, andare a legare i tralci della vite, lavorare la vigna.

*A scazzeddai barbabietola. Diradare le barbabietole.


APPENDICE

Mestieri da aggiungere

Accordadori o accodradori = Chi favorisce s’accordiu, il rapporto di lavoro tra su meri, il padrone e su serbidori, il servitore. Vedi accordai o accodrai, mettersi a servizio: sa tali est accodrada in domu de… la tale è a servizio a casa di… fa la domestica in casa di…

Accordau o accodrau = Domestico, colui che sta a servizio in casa d'altri. Vedi serbidori.

Adamìta = Nudista. "Ereticu chi professat depirisì praticai sa nudesa de Adamu" scrive Porru nel suo Dizionariu. Non è proprio un mestiere, quello dell'adamita, o nudista che dir si voglia, ma una scelta di vita.

Aderènti = Fiancheggiatore. Mestiere nuovo, inventato dal sistema giudiziario forcaiolo, poco redditizio e assai represso dalla giustizia

Affatturadori = Bruxu, stregone, chi fa le fatture

Affidadora = Affidatrice. Vedi in italiano, oltre che in sardo

Affrustadori = Aguzzino, boia. "Chi affrustat is malfattoris, frustatore, che dà la frusta ai malfattori" (Porru)

Affumentadora = Maga-guaritrice che compie il suffumigio magico-terapeutico su persona malata al fine di guarirla. O meglio: operatrice terapeutica che pratica s'affumentu, il suffumigio, sui portatori di alcuni disturbi di carattere nervoso e psicosomatici.

Agènti = Agente, procuratore, vedi il Porru.

Agènti de polizia = Agente di ps

Aggordadori = (voce antica) Vale come castiadori, guardiano, custode.

Arraminaiu = Calderaio. Vedi cardaxaiu e craddaxaiu.

Arramineri = Il ramaio o calderaio - Nel Dizionario Treccani, alla voce ramaio: "Derivato di rame. L'artigiano che lavora il rame o vende oggetti di rame. Calderaio." Vedi Cardaxaiu.

Arregatteri = Rigattiere, vedi regollidori de carramazzinas
Autista = L'autista. S'autista de pullman, s'autista de macchina, etc. Vedi Scioferru dal francese chauffeur

Bandidu = Bandito. Chi si dà alla macchia per evitare il carcere a seguito di una ingiusta condanna.

Bastasceddu = Ragazzo addetto al facchinaggio, specie per caricare e scaricare merci sfuse. La corba era il suo strumento di lavoro, che portava sempre con sé. Da qui l'appellativo piccioccu de crobi, (vedi) ragazzo da corba.

Bastasciu = Facchino. Comunemente bastrasciu. Vedi.

Battidori = Colui che usa su battidori o mallu po pistau su lori in s'argiola. Battidori indica anche il battente del telaio. Vedi Pistadori

Bendidori de bombolonis = Venditori di bomboloni, frittelle farcite di crema, e zucchero filato.

Bendidori de cavuru o cavuraiu = Venditore di granchi. Il termine indica sia chi li vende vivi, sia chi li vende bolliti. Potremmo comunque distinguerli in bendidori de cavuru biu e bendidori de cavuru cottu. Su bendidori de cavuru biu di solito è anche colui che li pesca. I granchi sono richiesti sul mercato specialmente nell'autunno, quando sono in ovulazione. Pertanto si pescano e si vendono maggiormente le femmine, pur essendo assai più piccole dei maschi. Su bendidori de cavuru biu tiene i suoi crostacei in una cesta ricoperta con un saccone di juta umido di acqua marina, gira per il paese andando di casa in casa, e li vende alla dozzena, o al centinaio se sono di taglia piccola. Il compratore controlla alcuni granchi, per vedere se sono femmine guardando se sotto la pancia hanno uno scudo stretto, a forma di triangolo isoscele assai acuto, oppure largo, approssimativamente a forma di un triangolo equilatero. Nel primo caso il crostaceo è maschio, nel secondo è femmina. Il primo ha solo polpa, il secondo contiene anche le uova ed è più saporito. I granchi si cucinano facendoli bollire in acqua giustamente salata, quindi ancora caldi si aprono e si mangia la loro parte interna. I buongustai, dopo averli fatti bollire, tolgono loro le zampe, che vengono gettate via o date al gatto, li aprono smembrandoli in due parti, e li condiscono con pepe, aceto e olio d'oliva, lasciandoli insaporire per un giorno per mangiarli poi freddi. I granchi, come quasi tutti i crostacei, sono afrodisiaci, in particolare per le particelle calcaree del loro guscio che irrita le vie urinarie e provoca notevoli erezioni. Su bendidori de cavuru cottu, di granchi cotti, lo si trova di solito in prossimità delle bettole, se non all'interno stesso, con la sua cesta larga coperta da un telo, contenente i rossi crostacei bolliti in acqua salata. Si mangiano così, in compagnia, messi sopra il tavolo de su zilleri, dell'oste, accanto ai bicchieri di vino.

Bendidori de giogaminuda o sinzigorreddu = Venditore di lumachine. Le lumachine bollite in acqua salata insaporita con l'aglio si vendono in occasione di feste, la domenica sera e in talune bettole frequentate da buongustai di provincia, come si vendono le noccioline o i semi di zucca o i ceci arrosto, non a peso ma a misura - di solito si misurano col decilitro o con il mezzo di questo, riempito no a rasu ma a cuccuru. Su sinzigorreddu, le lumachine, dette pure giogaminuda (diminutivo di gioga, lumaca), si trovano in gran numero in alcune nostre campagne, specialmente dove vegetano il finocchio selvatico e la ferula, sul cui fusto si attaccano dopo le piogge, resistendo così sigillate anche a lunghi periodi di siccità.

Biciclistu = Ciclista. E’ detto curridori biciclistu l’atleta che partecipa alle gare ciclistiche di velocità o di resistenza, in pista o su strada.

Billettaiu de tramvi, de postali, de trenu = Il bigliettaio di tram, di pullman, di treno

Bogheri = Il vogatore, il pescatore ai remi

Buttaiu = Artigiano facitore di botti. Vedi Carraderi e Maistu de cubas

Comessariu de quarteri = Commissario di polizia

Corridori = corridore. Comunemente indica il ciclista; ma anche il motociclista e l'autista di auto da corsa.

Coxineri = Cuciniere, cuoco

Drogheri = Gestore di drogheria, negozio dove si vendono droghe e spezie, quali pepe, noce moscata, cannella e altre varie cose, quali lo zolfo e il solfato di rame, la naftalina e la canfora.

Ferradori = Maniscalco. Vedi maniscali.

Fruscineri = Il fiociniere, il pescatore alla fiocina

Gelataiu = Gelataio. Era fornito di una sorta di triciclo talvolta sormontato da un baldacchino in tela per ombreggiare il mezzo in cui erano inseriti i fori cilindrici in cui stavano i gelati di due o tre gusti. Oltre ai gelati, talvolta il gelataio vendeva anche bomboloni, frittelle ripiene di crema, e caramelle di zucchero fuso nonché il classico zucchero filato sistemato intorno a un bastoncino.
Is chi faint istrumentus po sonai = Facitori di strumenti musicali. Comunemente, il musico o sonadori si fabbricava da sé lo strumento musicale, come su sonadori de launeddas. Caso classico è quello del pastorello, che si costruisce lo zufolo, dapprima con l'aiuto di un adulto e poi da sé. Così, inganna il tedioso tempo del pascolo, senza commettere atti impuri.

Is chi traballant s'ortigu = Artigiani intagliatori del sughero

Is chi traballant sa linna = Artigiani scultori e intagliatori del legno - cassapanche - maschere - utensili di cucina, e altro

Is chi traballant su corru = Artigiani intagliatori e incisori del corno.

Latitanti = latitante. Chi si dà alla macchia.

Macchinista de trenu = Il macchinista, il manovratore del treno

Manovradori de tramvi o de trenu = Il manovratore di tram o di treno

Marineri = Marinaio

Mariscali o mariscai= Vedi in Porru. Vale per maniscali (vedi), maniscalco.

Militari = Militare

Motociclistu = Il motociclista. Chi corre in moto. Questa, anticamente, era detta bicicletta de fogu.

Negozianti = Negoziante - Deriva da negoziai, negoziare, e negoziu, negozio) Negozianti est su chi tenit unu negoziu. Chi podit essiri negoziu de stoffa, de ferramenta, de linnamini, etc.. Hemus aici a teniri: negozianti de stoffa, de ferramenta, de linnamini, etc.

Offelleri = Pasticciere. Bendidori de offelleria., colui che vende in pasticceria.

Paramitaiu = Il pescatore con la palamite, funicella da cui pendono a distanza di circa 4O cm. gli ami con l’esca per pescare anguille negli stagni o sparlotti o vacchette nelle acque basse marine.

Pastisseri = Pasticciere. Traballadori de offelleria, lavoratore di pasticceria.

Pentìu = Pentito. Termini modernu po indicai su delinquenti chi po propriu interessiu si mostrat pentiu e fait su spioni, fendi buga a su pm (su giugi accusadori) chi, po premiu de hai factu sa spia, ddu pagat in dinai e in natura, fendiddi fai sa bella vida, sa vida che procu a pei segau. A sa facci de is aterus chi mandat in galera

Poligeri = Il pescatore con il poligio, rete a maglia larga

Randera o arrandera = Che possiamo tradurre con merlettaia, est sa chi fait arranda; o per dirla con il Porru, sa chi traballat randa. In sardo, come in italiano, il termine indica sia la facitrice che la venditrice di trine e merletti. Sa randa a punta è il merletto; sa randa a recciadeddu è la trina a traforo. Il filet è una "sorta di trina di lino, cotone, seta, ottenuta ricamando il disegno su un fondo costituito da una rete a maglie larghe legate tra loro da nodi minuti e solidi."(Dizionario Treccani). Famosi i filet di Bosa. Nota curiosa: Is randeras de Bosa lavorano anche le reti da pesca con la stessa tecnica.

Rapinadori = Rapinatore. Chi esercita l’azione di rapinare, ossia sottrarre con la forza i beni altrui. Gli Stati dei Paesi cosiddetti civili hanno appositi Ministeri e sofisticate tecniche, con specialisti addetti nel settore.

Scabecciadori = Chi produce su pisci a scebecciu, il pesce marinato (vedi Porru nel suo Dizionario)

Scarrigadori de portu - Portuale addetto al facchinaggio

Sciagoteri = Pescatore con la sciabica, rete a maglia stretta

Scioferru (dal francese chauffeur) = Autista, manovratore di un mezzo mobile

Sequestradori = sequestratore. Colui che da solo ma più spesso in gruppo si dedica alla lucrosa attività di sequestrare i possidenti a scopo di estorsione. Chi organizza i sequestri sono per lo più gli stessi possidenti, per dimensionare un pericoloso concorrente.

Sordau = Soldato.

Tassista = Tassista.

Timoneri = Timoniere, il pescatore al timone

Tinteggiadori = Tinteggiatore. Chi dava sa tinta, il colore, ai tessuti o alle pellicce. Se ne occupavano di solito su peddaiu, su bestipeddaiu e s'accacigadori (vedi). Trattandosi di muratura, su tinteggiadori è detto comunemente su pintori, il pittore. Lavoro che di solito è svolto anche de su maistu de muru, dal muratore.

Tranveri = Tranviere


ARTIS E FAINAS
(in ordine alfabetico)

Acabadoras / Coloro che praticano l'eutanasia
Acciappacani / accalappiacani
Acconciacossius / riparatore di terrecotte
Acconciacrobis / riparatore di corbe e canestri
Acconciaossus / aggiustaossa
Acconciaparaquas / riparatore di parapioggia
Accordadori o accodradori / Chi favorisce s’accordiu,
Accordau o accodrau / domestico
Accostanti / donna d'aiuto
Accuzzaferri / arrotino
Adamìta / nudista.
Aderènti / fiancheggiatore.
Aderezzadori de corrus / raddrizzatore di corna
Affatturadori / chi fa le fatture
Affidadora / affidatrice
Affrustadori / aguzzino, boia
Affumentadora / maga-guaritrice che compie il suffumigio
Agènti / agente, procuratore
Agènti de polizia / agente di ps
Aggordadori / guardiano, custode
Aligaiu / netturbino
Allevadori de struzzus / allevatore di struzzi
Alluadori / euforbiatore
Ambulanti / ambulante
Andai a portai aqua / Andare a attingere l'acqua
Angionargiu / pastore di agnelli
Applicau comunali / impiegato comunale
Apprezziadori / esperto che valuta i danni nelle campagne
Aradori / aratore
Areneri / renaiolo, cavatore e trasportatore di sabbia
Armeri / armaiolo
Arraminaiu / calderaio
Arramineri / il ramaio o calderaio
Arregatteri / rigattiere
Arregiolaiu / fabbricante di pianelle
Arrendadori / affittuario
Arrepicadori / campanaro
Arrettori / parroco
Arrezzadori / cacciatore con le reti
Arroderi / artificiere
Arti de mulliri cocas / mestiere di mungere le oche
Arti de su molenti chi mollit / lavoro dell'asino che macina
Assogadori / chi prende animali allo stato brado con il lasso
Attitadora / prefica
Autista / autista
Bagassa / prostituta
Balenti / abigeo
Bandidori / banditore
Bandidu / fuorilegge
Barracellu / guardia campestre
Basoni / buttero
Bastanti / fattore
Bastasceddu / ragazzo addetto al facchinaggio
Bastasciu / facchino
Battidori / colui che usa su mallu po pistai
Bendidora de castangia arrustu / venditrice di caldarroste
Bendidora de cuguzzula / venditrice di carciofini selvatici
Bendidora de fascinas / venditrice di fascine
Bendidora de murta durci / venditrice di mirto dolce
Bendidora de olia / venditrice di olive
Bendidora de pirichittus / venditrice di pirichittus
Bendidora de tappara / venditrice di capperi
Bendidora de zaffanau / venditrice di zafferano
Bendidoras de durcis / venditrici di dolci
Bendidori de arangiu / venditore di arance
Bendidori de bombolonis / venditori di bomboloni
Bendidori de canzonis e geravallius / cantastorie e venditore di almanacchi
Bendidori de cavuru / venditore di granchi
Bendidori de cixiri / venditore di ceci
Bendidori de giogaminuda o sinzigorreddu / venditore di lumachine
Bendidori de molentis / venditore di asini
Bendidori de ollu de olia / venditore di olio d'oliva
Bendidori de pisci arrustu / venditore di pesce arrosto
Bendidori de pisci arrustu / venditore di pesci arrosto
Bendidori de saboni / venditore di sapone
Bendidori de sali / venditore di sale
Bendidori de scannus / venditore di seggiole
Bendidori de stoffa a baratu / magliaro napoletano
Bendidori de trimuligioni / venditore di esche vive
Bendidori de turronis o turronaiu / venditore di torrone
Bendidoris de carapigna / sorbettieri
Bendidoris de pillonis de taccula / venditori di grive
Bentuladori / ventolatore, colui che ventolava il trebbiato nell'aia
Bestipeddaiu / facitore di indumenti di pelle
Biciclistu / ciclista
Billettaiu / bigliettaio
Bingiateri / vignaiolo
Binnennadori / vendemmiatore
Birduraia / verduraia
Boccidori de procus / macellaio del maiale domestico
Bogheri / il vogatore
Boinargiu / bovaro
Bombaiu / bombarolo
Braberi / barbiere
Brantaxeri / millantatore
Brigaderi / brigadiere dei cc
Bruxa / fattucchiera, indovina
Buscaiolu / boscaiolo
Buttaiu / facitore di botti
Butteghera / bottegaia
Caccigadori / follatore
Caccigadori de axina / pigiatore di uva
Cadinaiu / cestaio
Camereri / cameriere
Campariu / guardia campestre
Canargiu / conduttore di cani da caccia
Canatteri / battitore di caccia grossa
Cancelleri / cancelliere
Canneggiadori / canneggiatore, aiutante del geometra
Canonigu / canonico
Cantadori / poeta estemporaneo
Cantineri / gestore di spaccio
Cantoneri / cantoniere
Carabineri / carabiniere
Carbonaiu / carbonaio, facitore del carbone vegetale
Carbonera / carbonaia, venditrice di carbone
Cardaxaiu / calderaio
Carraderi / bottaio
Carradori / conducente di carro
Carretteri / carrettiere
Carrettoneri / carrettoniere
Carrigadori / caricatore
Carrozzeri / carrozziere, chi fa e chi guida carrozze
Cassadori / cacciatore
Castangiaiu / castagnaro
Castiadori / guardiano
Castiadori de molentis / guardiano di asini
Cavallanti / cavallante
Cavuraiu / pescatore di granchi
Ceraiu / ceraio
Cerridori / addetto alla cernita del grano
Cibiraiu / chi confeziona crivelli
Cilonaiu / venditore di tessuti di orbace
Circadori de antighidadis / tombarolo
Circadoris e mediadoris / cercatori e mediatori
Coberadori / cooperatore
Cocciulaiu / raccoglitore di arselle
Coga / indovina
Comessariu / commissario di ps
Comessariu de quarteri / commissario di polizia
Commissionera / portatrice
Conciadori / conciatore
Conciliadori / conciliatore, giudice di pace
Congiobaiu / figolo
Cooberadori / cooperatore
Coraddaju / corallaio
Corridori / corridore
Cosingiana / cucitrice
Coxineri / cuciniere, cuoco
Crabaxu / capraro
Crabonaiu / carbonaio
Crannazzeri / macellaio
Crastadori / castratore
Cunfrara / confratello
Dazieri / daziere
Dida / balia, governante
Domadori de bestiamini / domatore di bestiame
Dottori / medico
Drogheri / gestore di drogheria
Ebreu / usuraio
Fascittaiu / chi prepara e vende fascine
Fassonaiu / facitore di fassonis
Ferradori / maniscalco
Ferreri / fabbro ferraio
Fibadora / filatrice
Fibongiana / filatrice
Finanzeri / finanziere
Forestali / forestale, guardia forestale
Fortunellu / Fortunello
Frabotu / flebotomo
Frau / fabbro
Fruscineri / fiociniere
Funaiu / funaio
Funtaneri / addetto alla distribuzione dell'acqua
Furconaiu / facitore di forconi e pale
Fusteri / falegname
Gelataiu / gelataio
Giarreri / stradino addetto a spargere la ghiaia
Gioghistu / giocoliere, acrobata
Giornaderi / bracciante agricolo
Giugi / giudice
Grassadori / grassatore, rapinatore
Grassadori / ingrassatore
Gridadori / banditore
Grideri / banditore
Guardia comunali / guardia civica
Habitanti / uomo di fiducia del feudatario negli stagni di Cabras
Homini de su contravelenu / uomo dell'antidoto
Homini santu / guaritore
Imboddiccheri / truffatore
Incungiadori / addetto all'immagazzinaggio del raccolto
Infermera / infermiera
Infertadori / Innestatore
Interramortus / becchino
Is chi faint istrumentus po sonai / facitori di strumenti musicali
Is chi traballant s'ortigu / artigiani intagliatori del sughero
Is chi traballant sa linna / artigiani scultori e intagliatori del legno
Is chi traballant su corru / artigiani intagliatori e incisori del corno.
Isciuiai / spaventare i passeri
Ispiridada / indemoniata
Ladraiu / facitore di mattoni crudi
Latitanti / latitante
Lattarraneri / stagnino e chi lavora la latta
Liai imbidi / lavoro di legare i tralci della vite
Linnaju / legnaiolo
Lissiera / colei che fa il bucato a pagamento
Ludaia / colei che ripara gli intonachi e i pavimenti
Macchinista de trenu / manovratore del treno
Magasinera / bettolaia
Magasineri / bettolaio
Magasineri / magazziniere
Maista de partus / levatrice,ostetrica
Maista de tallu / sarta
Maistu de barrilottas / barlettaio
Maistu de berrinas / succhiellinaio
Maistu de berritas / berrettaio
Maistu de birdius / vetraio
Maistu de cabbias / facitore di gabbie
Maistu de cadiras e de scannus / seggiolaio
Maistu de carrus / carpentiere
Maistu de cossus / facitore di corsetti e busti
Maistu de crapittas / calzolaio
Maistu de cubas / bottaio
Maistu de frenus / brigliaio
Maistu de funtanas / facitore di pozzi
Maistu de leppas e gorteddus / coltellinaio
Maistu de linna / falegname
Maistu de muru / muratore
Maistu de operas grussas / chi puliva le latrine
Maistu de pannu / sarto
Maistu de pittaiolus / facitore di sonagli
Maistu de rodeddas / girellaio
Maistu de scola / maestro di scuola, insegnante
Maistu de scraffeddu / scalpellino
Maistu de teulas / tegolaio, facitore di tegole di cotto
Malladori / colui che evira i vitelli
Maniscali o maniscai / maniscalco
Manovradori de tramvi / manovratore del tram
Maresciallu / maresciallo
Marineri / marinaio
Mariscali o mariscai / maniscalco
Marradrixi / zappatrice
Martinicheri / chi faceva il mercato nero
Matalafera / materassaia
Mediadori de animalis po muntai / mediatore di animali da monta
Meigadori / guaritore
Meigu / medico
Meri / padrone, il proprietario terriero
Meri de bestiamini / allevatore
Meri de domu / padrona di casa
Meri de su dinai / banchiere, padrone del denaro
Messadori / mietitore
Messaju / contadino
Militari / militare
Minadori / minatore
Mobinaiu / mugnaio
Molentargiu / asinaro
Mongia / suora
Motociclistu / motociclista
Munsigniori / vescovo
Negozianti / negoziante
Nestadori / innestatore
Oaia / commerciante di uova
Obispu / vescovo
Offelleri / pasticciere
Offiziali giudiziariu / ufficiale giudiziario
Oghiadori / iettatore
Oreri / orefice
Oreri, su mandroni chi contat is oras / poltrone che conta le ore
Ortulanu / ortolano
Pabonimpu / paraninfo
Palafreneri / palafreniere
Palamitaiu / pescatore con la palamite
Panetteri / panettiere
Para / frate
Para circanti / frate questuante
Para de cunventu / frate conventuale
Para scidadori / frate destatore
Paramitaiu / palamitaio
Pascidori / addetto al pascolo
Pastisseri / pasticciere
Pastori de brebeis / pastore di pecore
Pedidori / mendicante
Pentìu / pentito
Piccadori de molas / scalpellino delle macine
Piccaperderi / scalpellino
Piccioca de mena / ragazza lavoratrice di miniera
Picciocu de crobi / ragazzo facchino
Pingiadaiu / pentolaio
Pintori / pittore
Pintori de muralis / pittore di murales
Piscadori cun corrus de boi / pescatore con corna di bue
Piscadori de coraddu / pescatore di corallo
Piscadori de flumini / pescatore d'acqua dolce
Piscadori de mari biu / pescatore di mare
Piscadori de stainu / pescatore di stagno
Piscadoris de tunina / pescatori di tonno
Piscai a lampara / pescare con la lampara
Piscai a lenza / pescare con la lenza
Piscai a nassa / pescare con le nasse
Piscai cun sa lua / pescare con l'euforbia
Pisciaiu / pescivendolo
Pistadori / chi pesta con il mangano le spighe
Pizzigaiolu / pescivendolo
Poligeri / pescatore con il poligio
Postera / postina
Posteri / postino
Potecariu / farmacista
Prangaxu / macellaio
Predi o preidi / prete
Pretori / pretore
Procaxu / porcaro
Pudadori / potatore
Randera o arrandera / merlettaia
Rapinadori / rapinatore
Reduci, amigu de su rei / reduce, amico del re
Regollidora de figu morisca / raccoglitrice di fichidindia
Regollidora de mendula / raccoglitrice di mandorle
Regollidora de olia / raccoglitrice di olive
Regollidori de carramazzinas / rottamaio
Regollidori de cosas allenas, furoni / ladro
Regollidori de giuncu e carcuri / raccoglitore di giunco e falasco
Regollidori de landiri / raccoglitore di ghiande
Regollidori de lostincu / raccoglitore di bacche di lentischio
Regollidori de sparau / raccoglitore di asparagi
Regollidori de tomatiga / raccoglitore di pomodori
Relogeri / orologiaio
Ricamadora / ricamatrice
Rizzoneri / raccoglitore di ricci e altri frutti di mare
Sabateri / ciabattino
Sagrestanu / sacrestano, sacrista
Salineri / addetto alle saline
Scabecciadori / chi produce su pisci a scebecciu
Scaraderi / cottimista
Scarrigadori de portu / portuale addetto al facchinaggio
Scarteddaiu / cestinaio
Sciagoteri / pescatore con la sciabica
Sciaquadrixi / lavandaia
Scienti de sa maista de tallu / apprendista della sarta
Scienti de su maistu de pannu / apprendista sarto
Scioferru / autista
Scolca / guardia
Scongiuradori / esorcista
Scovadori / scopino, chi pulisce le strade comunali
Scovaiu / facitore di scope
Scrivonellu /scrivano
Secretariu / segretario
Sedazzaiu / chi confeziona setacci
Sedderi / sellaio
Segadori / addetto al taglio delle carni in macelleria
Seminadori / seminatore
Sequestradori / sequestratore
Serbidora / serva
Serbidori de su messaju / servo del contadino
Sindigu / sindaco
Sinzigorraiu / raccoglitore di lumache
Sonadori / musico, suonatore
Sordau / soldato
Sozzu / socio
Spibilladori / smoccolatore
Spigadrixi / spigolatrice
Spiridada / indemoniata
Srangadora / salassatrice
Stalloneri / addetto alla monta dei cavalli
Stangheri / tabaccaio
Stradoneri / stradino
Strexaiu / figolo, facitore di terrecotte
Studadori / spegnitore di incendi
Su chi fait stoias de spadua / facitore di stuoie di falasco
Su chi fait strexus de fenu / facitore di utensili a intreccio
Su mesu de pari / mezzadro
Tassista / tassista
Tessidora / tessitrice
Timoneri / timoniere, il pescatore al timone
Tinteggiadori / tinteggiatore
Toccadori / conduttore di mandrie
Traballus de is piccioccheddus / lavoro minorile
Tramperi / imbroglione
Tranveri / tranviere
Trasseri / imbroglione
Trebuzzaiu / facitore di rastrelli
Treuladori / trebbiatore
Trubadori / conduttore di madrie
Tundidori / tosatore
Turronaiu / torronaio, facitore e venditore di torrone
Tuvaraiu / cercatore di tartufi
Vaccargiu / vaccaro
Veterinariu / veterinaio
Vicariu / parroco vicario
Zaraca / serva
Zeracu pastori / servo pastore
Zilleri / oste
Zipulera / donna che fa le zipulas


INDICE


AVVERTENZA
Introduzione


CAPITOLO PRIMO
Is regollidoris - I raccoglitori

Presentazione

Su sinzigorraiu - Il raccoglitore di lumache
Su rizzoneri - Il raccoglitore di ricci e altri frutti di mare
Su cocciulaiu - Il raccoglitore di arselle
Su linnaju - Il legnaiolo
Su regollidori de sparau - Il raccoglitore di asparagi
Su regollidori de giuncu e carcuri - Il raccoglitore di giunco e falasco
Sa regollidora de mendula - La raccoglitrice di mandorle
Sa regollidora de olia - La raccoglitrice di olive
Su regollidori de landiri - Il raccoglitore di ghiande
Su regollidori de lostincu - Il raccoglitore di bacche di lentischio
Sa regollidora de figu morisca - La raccoglitrice di fichidindia
Su regollidori de tomatiga - Il raccoglitore di pomodori
Su regollidori de carramazzinas - Il rottamaio
Su tuvaraiu - Il cercatore di tartufi
Su circadori de antighidadis - Il tombarolo
Su regollidori de cosas allenas: su furoni - Il raccoglitore di cose d'altri: il ladro

Appendice
Is cassadoris - I cacciatori
Sa cassa - La caccia
Su cassadori - Il cacciatore
Sa cassa de is trudus - La caccia ai tordi
S'arrezzadori - Il cacciatore con le reti
Su canargiu o canatteri - Il conduttore di cani da caccia o battitore
Sa cassa a su sirboni - La caccia grossa

CAPITOLO SECONDO
Is bendidoris - I venditori

Presentazione

Sa butteghera - La bottegaia
Sa birduraia - La verduraia
Su bendidori de pillonis de taccula - Il venditore di grive
Su bendidori de carapigna - Il sorbettiere
Sa bendidora de cuguzzula - La venditrice di carciofini selvatici
Sa bendidora de murta durci - La venditrice di mirto dolce
Sa bendidora de tappara - La venditrice di capperi
Sa carbonera - La carbonaia
Su pizzigaiolu - Il pescivendolo
Su pisciaiu - Il pescivendolo
Su bendidori de pisci arrustu - Il venditore di pesci arrosto
Su bendidori de arangiu de Milis - Il venditore di arance di Milis
Sa bendidora de fascinas - La venditrice di fascine
Su fascittaiu - Chi prepara e vende fascine
Su castangiaiu - Il castagnaro
Is castangiaius - I venditori di castagne
Su cabesusesu, bendidori... - Il barbaricino, venditore…
Sa bendidora de castangia arrustu - La venditrice di caldarroste
Sa bendidora de olia - La venditrice di olive
Su bendidori de ollu de olia - Il venditore di olio d'oliva
Su bendidori de trimuligioni - Il venditore di esche vive
Sa bendidora de zaffanau - La venditrice di zafferano
Su cilonaiu - Il venditore di tessuti di orbace
Su bendidori de scannus - Il venditore di seggiole
Su bendidori de turronis o turronaiu - Il venditore di torrone
Su bendidori de cixiri... - Il venditore di ceci…
Sa bendidora de pirichittus - La venditrice di pirichittus
Is bendidoras de durcis - Le venditrici di dolci
Su panetteri - Il panettiere
Su prangaxu o crannazzeri - Il macellaio
Su segadori - L'addetto al taglio delle carni in macelleria
Su cavallanti - Il cavallante
Su stangheri - Il tabaccaio
Su zilleri - L'oste
Sa magasinera - La bettolaia
Su magasineri - Il bettolaio
Su magasineri - Il magaziniere
Su cantineri - Il cantiniere
Su fortunellu - Il fortunello, chi dà l'oroscopo
Su bendidori de canzonis e geravallius - Il cantastorie e venditore di almanacchi
S'ambulanti - L'ambulante
Su bendidori de saboni... - Il venditore di sapone…
Su bendidori de stoffa a baratu - Il magliaro napoletano
Su bendidori de molentis - Il venditore di asini
L’asino domestico tuttofare

CAPITOLO TERZO
Is maistus, is artis - I maestri d'opera, i mestieri

Presentazione

Su maistu de scola - Il maestro di scuola
Su maistu de pannu - Il sarto
Su scienti de su maistu de pannu - L'apprendista sarto
Su maistu de cossus - Il facitore di corsetti e busti
Su maistu de berritas - Il berrettaio
Su bestipeddaiu - Il facitore di indumenti di pelle
Su maistu de crapittas - Il calzolaio
Su sabateri - Il ciabattino
Su conciadori - Il conciatore
Su sedderi - Il sellaio
Su caccigadori - Il follatore
Su maistu de frenus - Il brigliaio
Su maistu de muru - Il muratore
Su maistu de scraffeddu o piccaperderi - Lo scalpellino
S'areneri - Il renaiolo, cavatore e trasportatore di sabbia
Su maistu de linna o fusteri - Il falegname
Su maistu de carrus - Il carpentiere
Su maistu de cubas o carraderi - Il bottaio
Su maistu de birdius - Il vetraio
Su maistu de cadiras e de scannus - Il seggiolaio
Su maistu de operas grussas - Chi pulisce le latrine
Su maistu de rodeddas - Il girellaio
Su maistu de berrinas - Il succhiellinaio
Su maistu de barrilottas - Il barlettaio
Su maistu de cabbias - Il facitore di gabbie
Su maistu de leppas e gorteddus - Il coltellinaio…
Su maistu de pittaiolus... - Il facitore di campanacci…
Su maistu de funtanas - Il facitore di pozzi
Su frau o ferreri - Il fabbro ferraio
Su maniscali - Il maniscalco
Su scovaiu - Il facitore di scope
S'acconciacossius - Il riparatore di terrecotte
S'acconciaparaquas - Chi ripara parapioggia
Su chi fait strexus de fenu - Il facitore di utensili a intreccio
S'acconciacrobis - Chi ripara corbe e canestri
Su scarteddaiu - Il cestinaio
Su cadinaiu - Il cestaio
Su funaiu - Il funaio
S'arregiolaiu - Il fabbricante di pianelle
Su strexaiu o pingiadaiu - Il pentolaio
Su congiobaiu - Il figulo
Su ladraiu - Il facitore di mattoni crudi
Su maistu de teulas - Il tegolaio
Su cibiraiu - Chi confeziona crivelli
Su sedazzaiu - Chi confeziona setacci
Su chi fait fassonis - Il facitore di imbarcazioni palustri
Su chi fait stojas de spadua - Il facitore di stuoie di falasco
Su cardaxaiu - Il calderaio
Su lattarraneri - Lo stagnino e chi lavora la latta
S'accuzzaferri - L'arrotino
S'armeri - L'armaiolo
Su trebuzzaiu - Il facitore di rastrelli
Su furconaiu - Il facitore di forconi e pale
Su piccadori de molas - Lo scalpellino delle macine
Su pintori - Il pittore
Su pintori de muralis - Il pittore di murales
S'oreri - L'orefice
Su chi traballat su coraddu - Il corallaio
Su carbonaiu - Il carbonaio

CAPITOLO QUARTO
Is artis de sa terra - Le attività agricole

Presentazione

Su messaju - Il contadino
Su meri - Il padrone, il proprietario terriero
Su sozzu - Il socio
Su bastanti - Il fattore o uomo di fiducia del padrone
S'habitanti - Il sovrintendente
Su sozzu de su mes' 'e pari - Il mezzadro
S'arrendadori - L'affittuario
Su scaraderi - Il cottimista
Su serbidori de su messaju - Il servo del contadino
Su giornaderi - Il bracciante agricolo
S'aradori - L'aratore
Su seminadori - Il seminatore
Sa marradrixi - La zappatrice
Su messadori - Il mietitore
Sa zaraca e su messadori - La domestica e il mietitore
Sa spigadrixi - La spigolatrice
Is fainas de s'argiola - Le attività dell'aia
Su pistadori - Il battitore
Su cerridori - L'addetto alla cernita del grano
Is fainas de sa treula - Le attività della trebbiatura
Su treuladori - Il trebbiatore
Su bentuladori - Il ventolatore
S'incungiadori - L'addetto all'immagazzinaggio del raccolto
S'apprezziadori - L'esperto che valuta i danni nelle campagne
Su conciliadori - Il conciliatore o giudice di pace
S'infertadori o nestadori - L'innestatore
Su pudadori - Il potatore
Su bingiateri - Il vignaiolo
Su liai imbidi - Il lavoro di legare i tralci della vite
Su binnennadori - Il vendemmiatore
Su caccigadori de axina - Il pigiatore d'uva
S'ortulanu - L'ortolano
Is castiadoris - I guardiani della campagna
Su castiadori - Il guardiano
Su castiadori de ortus - Il guardiano di orti
Is cooberadoris, is chi traballant in cooberativa - I cooperatori…
Su barracellu - La guardia campestre
Su campariu - La guardia campestre
Su studadori - Lo spegnitore di incendi

CAPITOLO QUINTO
Is artis de s'allevamentu - Le attività dell'allevamento

Presentazione

Su meri de bestiamini - L'allevatore
Su pastori de brebeis - Il pastore di pecore
Su zeracu pastori - Il servo pastore
Su pascidori - L'addetto al pascolo
S'angionargiu - Il pastore di agnelli
Su crabaxu - Il capraro
Su procaxu - Il porcaro
Su boinargiu - Il bovaro
Su vaccargiu - Il vaccaro
Su palafreneri - Il palafreniere
Su mediadori de animalis po muntai - Il mediatore di animali da monta
Su stalloneri - L'addetto alla monta dei cavalli
Su crastadori - Il castratore
Su malladori - Chi evira i vitelli
Su domadori de bestiamini - Il domatore di bestiame
S'aderezzadori de corrus - Il raddrizzatore di corna
Su basoni - Il buttero
S'assogadori - Chi prende animali allo stato brado con il lasso
Su toccadori o trubadori - Chi guida il bestiame da un paese all'altro
Su tundidori - Il tosatore
Su boccidori de procus - L'uccisore di maiali
Su castiadori de molentis - Il guardiano di asini
Su molentargiu - L'asinaro
S'allevadori de struzzus - L'allevatore di struzzi
Su balenti - L'abigeo
Is circadoris e is mediadoris - I cercatori e i mediatori

CAPITOLO SESTO
S'arti de su piscadori -Il mestiere del pescatore

Presentazione

I Sardi e la pesca
La pesca in Sardegna ai primi Anni '60

Piscadoris de mari, de stainu e de flumini -
Pescatori di mare, di stagno e di fiume
Alcune notizie sulla pesca - tecniche e strumenti
La piccola pesca

Is piscadoris de mari biu -
I pescatori di mare vivo
Su palamitaiu - Il pescatore con la palamite
Su bombaiu - Il bombarolo
Sa pisca a lampara - La pesca con la lampara
Sa pisca a nassa - La pesca con le nasse

Is piscadoris de s'istainu de Crabas -
I pescatori dello stagno di Cabras
Piscadoris cun corrus de boi - Pescatori con corna di bue…

Is piscadoris de flumini -
I pescatori di fiume o d'acqua dolce
Su piscadori a lenza - Il pescatore con la lenza
S'alluadori - L'euforbiatore
Orazione funebre in morte di G. Catalano, alluadori

Artis de sa tunnaria - Attività della tonnara
Le tonnare in Sardegna

Su piscadori de coraddu - Il pescatore di corallo

CAPITOLO SETTIMO
Is artis de sa mena - I mestieri della miniera

Presentazione

Su minadori - Il minatore

Artis e fainas de sa mena - Attività della miniera

CAPITOLO OTTAVO
Artis e fainas diversas - Mestieri e attività diverse

Presentazione

Su giarreri - Lo stradino addetto a spargere la ghiaia
Su stradoneri - Lo stradino
Su cantoneri - Il cantoniere
Su canneggiadori - Il canneggiatore, aiutante del geometra
Su cantadori - Il poeta estemporaneo
Su sonadori - Il suonatore
Su gioghistu - Il giocoliere, l'acrobata
S'arroderi - L'artificiere
Su bandidori - Il banditore
Su grideri o gridadori - Il banditore
Su posteri - Il postino
S'interramortus - Il becchino
S'acciappacani - L'accalappiacani
Su scovadori - Lo scopino
S'aligaiu - Il netturbino
Su obispu o munsignori - Il vescovo o monsignore
S'arrettori - Il parroco rettore
Su vicariu - Il parroco vicario
Su canonigu - Il canonico
Su predi o preidi - Il prete
Su para - Il frate
Su para de cunventu - Il frate conventuale
Su para circanti - Il frate questuante
Su para scidadori - Il frate destatore
Su cunfrara, sa cunfraria - Il confratello, la confraternita
Su gremiu - La corporazione
Su ceraiu - Il ceraio
Su spibilladori - Lo smoccolatore
Su sagrestanu - Il sacrestano
S'arrepicadori - I l campanaro
Su mobinaiu - Il mugnaio
Su carradori - Il conducente di carro
Su braberi - Il barbiere
Su relogeri - L'orologiaio
Su sindigu - Il sindaco
Su secretariu - Il segretario
S'applicau comunali - L'impiegato comunale
Su scrivonellu - Lo scrivano
Su funtaneri - L'addetto alla distribuzione dell'acqua
Sa guardia comunali - La guardia civica
Su dazieri - Il daziere
S'offiziali giudiziariu - L'ufficiale giudiziario
Su giugi - Il giudice
Su pretori - Il pretore
Su cancelleri - Il cancelliere
Su maresciallu - Il maresciallo
Su brigaderi - Il brigadiere
Su carabineri - Il carabiniere
Su finanzeri - Il finanziere
Su comessariu - Il commissario di PS
Su grassadori - Il rapinatore
Su grassadori - L'ingrassatore
Su pedidori - Il mendicante
Is pedidoris de domu mia - I mendicanti di casa mia
Su pabonimpu - Il paraninfo
Su meri de su dinai - Il banchiere, il padrone del denaro
S'ebreu - L'usuraio
Su martinicheri - Chi fa' il mercato nero
Su tramperi o trasseri - L'imbroglione
Su brantaxeri - Il millantatore
S'oreri, su mandroni chi contat is oras - Il poltrone che conta le ore
Fai s'arti de su molenti chi mollit - Fare il lavoro dell'asino che macina

CAPITOLO NONO
Is hominis de mexina - I guaritori

Presentazione

S'homini santu - Il guaritore
Sa bruxa - La fattucchiera
Sa coga - L'indovina
Su scongiuradori - L'esorcista
S'homini de su contravelenu - L'uomo dell'antidoto
S'oghiadori - Lo iettatore
Sa spiridada - L'indemoniata
S'imboddiccheri - Il truffatore
S'acconciaossus - L'aggiustaossa
Su frabotu - Il flebotomo
Sa srangadora - La salassatrice
Su meigu e su meigadori - Il medico e il guaritore
Su dottori - Il medico
Su potecariu - Il farmacista
Su veterinaiu - Il veterinaio
S'acabadora - Colei che pratica l'eutanasia

CAPITOLO DECIMO
Sa meri de domu - La padrona di casa

Presentazione:
Is fainas de sa meri de domu - Le attività della padrona di casa

Contu de una filla de domu - Confidenze di una brava ragazza

STREXUS PO FAI SA FARRA - UTENSILI PER ABBURATTARE
- Su ciuliru de prugai - Il crivello per sceverare
- Su ciuliru de fai sa farra - Il crivello da abburattare
- Su strexu de fenu - I recipienti di fieno
- Su sedazzu - Il setaccio
- Sa turra de linna - Il mestolo di legno
- Su scedezzadori - Il cernitoio

SU PANI: DE SU MOBINU A SU FORRU -
IL PANE: DALLA MACINA AL FORNO
Prugai su trigu - Pulire il grano
Fai sa farra - L'abburattatura
 - Prima fase: Su crangiai - Il togliere la crusca
 - Seconda fase: Su civraxeddu - Il cruschello
 - Terza fase: Su scetti - La farina
 - Quarta fase: Sa simbula - La semola
Fai su pani - La panificazione
Fai su forru - Preparare il forno
Su pani coccoi - La pasta dura
Rituali sul pane

CAPITOLO UNDICESIMO
Is fainas de is feminas - Le attività delle donne

Presentazione

Sa maista de partus - La levatrice
Sa maista de tallu - La sarta
Sa scienti de sa maista de tallu - L'apprendista della sarta
Andai a portai aqua - Andare ad attingere l'acqua
Sa sciaquadrixi - La lavandaia
Sa lissiera - Colei che fa il bucato a pagamento
Sa dida - La balia, la governante
Sa zaraca - La serva
Sa serbidora - La domestica
S'accostanti - La donna d'aiuto
Sa matalafera - La materassaia
Sa ludaia - Colei che ripara intonachi e pavimenti
Sa zipulera - Colei che fa le zipulas
Sa postera - La postina
Sa commissionera - La portatrice
S'oaia - La commerciante di uova
Sa mongia - La suora
Sa infermera - La infermiera
Sa bagassa - La prostituta
S'attitadora - La prefica
Sa ricamadora - La ricamatrice
Sa cosingiana - La cucitrice
Sa fibadora o fibongiana - La filatrice
Sa tessidora - La tessitrice
Su telargiu - Il telaio
 - Nomenclatura essenziale del telaio
Sa lana - La lana
 - Dalla tosatura alla filatura
 - La lavorazione della lana
Su linu - Il lino
 - Dalla semina alla filatura

CAPITOLO DODICESIMO
Su traballu de is picciocheddus - Il lavoro minorile

Presentazione

Is picciocus de crobi e is picciocas de mena
I ragazzi di strada e le ragazze di miniera
Andai a isciuiai - Fare lo spaventapasseri
Su isciuiai - Lo spaventare i passeri
Uno spaventapasseri testimonia
Riepilogo: schema dei lavori minorili

Altri mestieri
Artis e fainas (in ordine alfabetico)
Indice


NOTE

1 Tratto dal racconto “La pastora” in Ugo Dessy, “I galli non cantano più” - Editore G. Bertani – 1978
2 Giacomo Leopardi - I canti - La ginestra o Il fiore del deserto.
3 Dizionario Enciclopedico Moderno - Edizioni Labor, alla voce Amigdalina.
4 A. Garau, in “Tradizioni popolari della zona del Monte Arci” - 1987.
5 A. Garau, in “Tradizioni popolari della zona del Monte Arci” - 1987.
6 Testimonianza di L.M. sedici anni - Guspini 1966.
7 Ho narrato la storia di Ziu Celestinu e di Piricu in un racconto intitolato “L’asino pignorato” che si  trova nel volume “I galli non cantano più”, pubblicato nel 1978 dall’editore Bertani di Verona.
8 Testimonianza di M.S. di anni 75 contadino di Terralba 1980.
9 T. Contu in “Alle falde di monte Arci” - 1969.
10 Testimonianza di S. U. contadino di  68 anni di Capoterra 1991.
11 T. Contu in “Alle falde di Monte Arci” - Cagliari, 1971.
12 Documento dell’Autore - Aritzo, 1964.
13 Vedi su pizzigaiolu, il pescivendolo
14 Tratto da A. Garau - “Zona Monte Arci” - 1986.
15 Testimonianza - Lunamatrona, Anni ‘50.
16 Testimonianza - Cagliari 1943/44.
17 Testimonianza di C.S., di anni 47, di Cagliari, 21 settembre 1993.
18 Testimonianza di Gesarina B., di anni 52, di Uras, 1984.
19 Is cavallantis prendono questo nome dal fatto che viaggiavano a cavallo. In pratica erano grossisti che perodicamente passavano nei paesi per ritirare certi prodotti come lumache, carciofini, cipolline, olive, lana e altro, che trasportavano con sacchi e bertulas nei basti in groppa a cavalli e asini al loro seguito - una sorta di carovana. Is cavallantis rivendevano nei mercati della città o provvedevano altri paesi di prodotti a loro mancanti. Erano da considerarsi cavallantis anche is cabesusesus, che per lo più vaggiavano in gruppo con seguito di cavalli carichi dei prodotti dei loro monti, anche se questi usavano barattare, cioè scambiavano i prodotti del contadino (grano, fave, mandorle), con i prodotti del pastore (castagne, noci, formaggio). A tale proposito, si vedano: su cabesusesu, su castangiaiu e is castangiaius.
20 T. Contu - Mongorgiori alle falde di Monte Arci - Fossataro, 1964.
21 Nel suo dizionario, il Wagner sostiene che zilleri deriva dallo spagnolo “cillero” o dal catalano “celler”.
22 In “Quali banditi?” dell’autore, - Controinchiesta sulla società sarda - G. Bertani editore, Verona 1977.
23 Testimonianza di N. G. di Uras, di anni 52 – 1960.
24 Da Ugo Dessy - “Il testimone”, Fossataro – 1967.
25 Testimonianza - Samassi, Anni 50.
26 Ambedue i documenti che precedono sono di Delia Mameli - “Vita usi e costumi del Sàrrabus” - Cagliari – 1965.
27 Vedi su maistu de cossus e de berrittas.
28 Testimonianza di una contadina di 60 anni - San Nicolò d'Arcidano – 1970.
29 A. Della Marmora - “Itinerario dell'Isola di Sardegna” - Vol. II - pag. 373.
30 Bonaria M., contadina della Marmilla, di 68 anni – 1985.
31 Cagliari, 1912.
32 Vedi su maistu de cubas.
33 Cabras – 1953.
34 Vedi s'acconciacossius.
35 L. M., di anni 16 - Guspini – 1965.
36 Vedi su scarteddaiu.
37 Testimonianza - Pabillonis – 1930.
38 E. Atzeni - “Vocabolario domestico sardo-italiano” - Cagliari- 1912.
39 Tratto da “SARDEGNA il lavoro artigiano” - Ed. Istituto Geografico De Agostini - Novara - 1996, pagine 136/137.
40 Tratto da “Oreficeria moderna” di L. Vitiello - Hoepli Editore - Milano - pagg. 315 e seguenti.
41 G. G. Feltrinelli - Milano – 1970.
42 G. S., agricoltore di 40 anni - Solarussa – 1964.
43 Vedi M. Le Lannou - “Pastori e contadini di Sardegna” - 1941.
44 V. Porru, “Dizionariu”: “Brabattai v.a. T. de mesaju forsis de barberchat sp. - Arai sa prima borta una terra soda chi narant cortura, dissodare una terra… Scorturai, scorturau, arai is corturas, brabattai.
45 Una sbarra di ferro – Ndr.
46  Il padrone - Ndr.
47 La padrona - Ndr.
48 Al praticello - Ndr.
49 I braccianti giornalieri - Ndr.
50 La donna d’aiuto - Ndr.
51 Pastoie di giunco - Ndr.
52 Il praticello - Ndr.
53 Testimonianza di un servo bracciante famiglio - Lunamatrona - 1947.
54 Testimonianza della Marmilla – 1949.
55 Testimonianza di una donna, di 73 anni, di Massama – 1972.
56 Rosa S., di 75 anni - Furtei – 1986.
57 T. Contu - op. Cit..
58 Vedi l’attività che precede, su pistadori.
59 Is fainas de sa treula sono tratte da G. Cabiddu - op. Cit..
60 C. P., vignaiolo di 48 anni - Dolianova – 1997.
61 Al 1997.
62 C. Partis, de 47 annus, bingiaderi de Dolianova – 1995.
63 Lucia M. - Villacidro – 1983.
64 Testimonianza-documento dei soci della cooperativa agricola A. Gramsci di Pauli Arbarei - nata alla fine degli Anni ’40.
65 T. Contu - “Alle falde di Monte Arci” - 1964.
66 Nel suo “Vocabolariu sardu-italianu”.
67 Vedi Della Marmora, Vol. I, pag. 263.
68 Quella che appoggia al fianco del cavallo o dell’asino.
69 Inizio a settembre e fine ad agosto.
70 Per maggiori dettagli, vedi U. Dessy - “Su tempus chi passat” - Vol. I, pag. 123.
71 T. Contu - “Alle falde di Monte Arci” - 1996.
72 C. Partis – Dolianova.
73 Testimonianza di un bovaro di 71 anni di Samassi – 1990.
74 La terra e la semente sono sempre a carico del proprietario del bestiame; a carico del vaccaro è la lavorazione del grano e lo stesso grano prodotto.
75 Is mediadoris de animalis po muntai si occupavano, su richiesta dei proprietari di bestiame, di favorire l’accoppiamento per la riproduzione di animali da lavoro, da allevamento e da cortile. In pratica, esperti in ioccupavano di trovare il maschio più adatto per impreganre la fattrice. Su mediadori de animali po muntai, il mediatore di animali da monta, veniva chiamato dal proprietario della femmina da ingravidare. E estrema attenzione egli sceglieva tra i maschi di sua conoscenza quello che riteneva più idoneo all’accoppiamento.
76 U. Dessy - “La mia gente”, in “L’invasione della Sardegna” - Ed. Feltrinelli - Milano - 1970.
77 1996-1997.
78 Il mercato delle monte è oscillante.
79 Vedi su maniscai, il maniscalco.
80 Vedi su frau, il fabbro.
81 Il Porru, nel suo “Dizionariu”, alla voce relativa, riporta: “Mallai is mallorus, pistendiriddis is bn su mallu. Smaschiare i tori”.
82 Ottenuta dall’intreccio di peli di coda di cavallo.
83 Vedi su maistu de barrilotta.
84 Il “Cow boy” o “gaucho” nostrano.
85 T. Contu - “Morgongiori: alle falde di Monte Arci” - Fossataro Ed. - 1964.
86 Testimonianza di M. S. - Guspini – 1997.
87 Testimonianza di B. T., di 70 anni - Guspini – 1996.
88 Altrove, più parchi, mettono sale e basta.
89 Fossataro - Cagliari – 1964.
90 T. Contu - “Morgongiori: alle falde di Monte Arci” - 1964.
91 Testimonianza di un vecchio, ziu Tomasicu, di 82 anni, di Barrali.
92 Tortolì, aprile 1964.
93 Un male che rende non commestibile e quindi non commerciabile l’animale.
94 Guspini, gennaio 1964.
95 Orune – 1965.
96 Il testo è datato 1964 – NdA.
97 Tratto da: “Pescatori della Sardegna”, saggio dell’Autore - in “Nord e Sud”, rivista mensile diretta da Francesco Compagna - ANNO XII - NUOVA SERIE - Dicembre 1965, n° 72.
98 Il nostro mare, in parte, è anche utilizzato dai militari stranieri e non. Vedi: Teulada, Capo Frasca, Santo Stefano di La Maddalena, Tavolara, Capo San Lorenzo, Costa tra Bosa e Alghero, etc.. Chi volesse approfondire l’argomento può cercare di trovare i miei due saggi sulla militarizzazione della Sardegna, rivolgendosi agli Editori o allo stesso Autore: “Un’isola per i militari - Marsilio Editori - Padova/Venezia - e “La Maddalena: morte atomica nel Mediterraneo” - Giorgio Bertani Editore – Verona.
99 Ve ne sono di diverse specie, come quelle a maglia larga, a maglia stretta e a strascico.
100 Golfo di Oristano. Tratto da U. Dessy, “Tempo presente” - Rivista mensile diretta da N. Chiaromonte e I. Silone – 1962.
101 Edito da Feltrinelli nel 1956.
102 Traduz.: “sono i soldi che fanno la guerra”.
103 Dal 14 ottobre alla domenica delle Palme.
104 Una collega è uguale a tre barche con quattro pescatori ciascuna.
105 Da poligio, rete a strascico a maglia larga.
106 Da sciabica, rete a strascico a maglia stretta.
107Servi di peschiera.
108 Dal 1960.
109 Documento dell’Autore del 1960.
110 Dell’Autore, tratto da “L’Unione Sarda” del 12 dicembre 1979.
111 Cabras, 4 novembre 1963 - Dell’Autore, con lo pseudonimo di Amsicora, nella rivista “Sardegna Oggi”, n° 36 del 1963.
112 Oppure, come dice lo Spano nel suo “Dizionariu”, “marineri pro pisca de tunnu”.
113 Enciclopedia Universale Rizzoli-Larousse - Milano, 1971 - Alla voce tonnara.
114 Porto Palma era detto Flumentargiu o Tunnaria dagli abitanti dell’introterra, di Arbus, Guspini e Terralba.
115 F. Pais - “Relazione dell’Inchiesta parlamentare sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna” - 1896.
116 F. Pais - Opera citata.
117 F. Pais - Opera citata.
118 Senza aver fatto “seri studi” e senza “grave dispendio di palombaro” - Ndr.
119 F. Pais - Opera citata.
120 Nome delle barche usate per la pesca del corallo – Ndr.
121 Tratto da “Oreficeria moderna” di L. Vitiello - Hoepli Editore - Milano.
122 Descrizione del mondo del minatore, tratta da U. Dessy - “L’invasione della Sardegna” - Feltrinelli – 1970.
123 G. Marx -
124 “Perché la miniera” di G. F. Ferrari, in “Montevecchio” di Iride Peis Concas - Ed. S’Alvure – 1991
125 Autobiografia di un minatore, tratta da U. Dessy - “L’invasione della Sardegna” - Feltrinelli - Milano – 1970.
126 Dati del 1904 - Vedi atti dell’Inchiesta parlamentare.
127 L’elenco delle attività svolte in miniera dagli addetti è tratto in parte dagli “Atti della Commissione parlamentare di inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna”, svolta nei primi anni di questo secolo, pubblicata a Roma nel 1910 dalla Tipografia della Camera dei deputati.
Dalle testimonianze ricavate dagli interrogatori dei minatori, (Vol. III della Inchiesta Parlamentare succitata) si ricava un quadro drammatico della situazione di vita e di lavoro nelle miniere di Sardegna. I lavoratori erano assoggettati a uno sfruttamento bestiale; a parità di mansione, i Sardi venivano pagati con la metà dei salari che percepivano i Continentali; la manodopera femminile era sottopagata; lo sfruttamento del lavoro minorile era un'infamia legalizzata dal potere di allora - che nonostante mostri, oggi, di scandalizzarsi al fenomeno di bambini sottoposti immaturamente ad attività lavorative, chiude spesso un occhio su questa piaga sociale ancora aperta e sanguinante.
Era tanta la miseria e la fame che non pochi contadini senza terra, spinti dal bisogno, portavano a lavorare in miniera moglie e figli in tenera età. Vi erano all’inizio di questo secolo bambini e bambine che  lavoravano in miniera dall’età di dieci anni.
Le attività più pesanti e vili venivano riservate alle donne e ai bambini, che avevano rispettivamente meno della metà e circa un quarto del salario riservato ai maschi sardi - dato che, i continentali, a parità di mansione, avevano un salario più alto. Questo fatto discriminatorio e razzistico, viene giustificato dai signori parlamentari della commissione d'inchiesta con una pretesa inferiorità del Sardo nel rendimento produttivo, poiché essi sarebbero come fanciulli, immaturi e inaffidabili. Le stesse panzane razziste che i bianchi d’America propalavano sui i neri ridotti e tenuti in schiavitù.
Le paghe, già bassissime, venivano falcidiate dalle sottrazioni per “sanzioni disciplinari”.
Gli altri dati relativi ai mansionari sono tratti dal libro “Montevecchio” di Iride Peis Concas - Ed. S’Alvure – 1991.
128 A. Garau - “Zona di Monte Arci” - 1986.
129 Di solito al pane si accompagnava formaggio e vinello.
130 Dal greco: misurazione veloce.
131 Come la tosatura, la mietitura, la trebbiatura e il raccolto.
132 Taluno, infatti, traduce launeddas con cornamusa.
133 Cfr. V. Porru - “Dizionariu Sardu Italianu” - 1832.
134 Termine poco usato; vedi in “Sa gionnonada de Conchiattu”.
135 Abitante di Riola Sardo.
136 Testimonianza del Campidano – 1935.
137 Testimonianza di Paoletta P. - Nuraminis - 1990.
138 Nella parlata cagliaritana, le parole terminanti in “dori”, che sono numerosissime, si pronunciano di regola “rori”.
139 Vedi s’aligaiu.
140 Testimonianza tratta da Ugo Dessy - “Cronache di lotte popolari” - in “Tempo Presente”, n° 2 dem 1963.
141 Vedi, nel poemetto oristanese “Sa giorronada de Conchiattu”, di Anonimo, il brano che inneggia a una di codeste desiate fanciulle.
142 Seppure questo vocabolo è nel Porru, con la grafia qui riportata.
143 Tratto da Ugo Dessy - “Su tempus chi passat” - Vol. V, “Is ligendas”, in via di pubblicazione.
144 Nella lingua dotta, mongiu, maschile di mongia, monaca, e monacu, di origine catalana, voci del tutto inusate, sono presenti nel Dizionario del Porru.
145 Testimonianza di I. M. dell’Oristanese – 1949.
146 Che equivale a quaranta litri.
147 Testimonianza - Gonnosfanadiga – 1942.
148 Ingustosu di Arbus e Montevecchio di Guspini.
149 Testimonianza di un barbiere di 65 anni - Oristano – 1975.
150 Tratto da Vissenti Porru - Op. Cit..
151 1820/’24/’30/’31.
152 A proposito, si vedano, in Giulio Bechi, i sequestri di bestiame, nonché l’arresto di familiari, ai pastori latitanti del Nuorese, per costringerli a costituirsi, in “Caccia grossa” - 1900.
153 Da “Donnu”, signore, titolo proprio del Giudice.
154 Sostantivo maschile.
155 Vedi Vocabolario etimologico - Panigiani - Polaris 91.
156 Documento del 1900 – Cabras.
157 Testimonianza - Pabillonis – 1945.
158 In lingua sarda si chiamano martinicheris anche is gioghistus, i giocolieri, gli acrobati del circo, che camminano sui trampoli, e anche gli artisti che negli stessi circhi ammaestrano le scimmie e fanno dei numeri di spettacolo con questi animali. Martinicheri (testualmente: far la scimmia o giocare con le scimmie) deriva da martinica, come viene chiamata in sardo la scimmia, forse per la provenienza di alcune specie dalla Martinica.
159 Documento del 1964 tratto dalla rivista “Sardegna Oggi”.
160 Letteralmente: racconti del focolare, cioè da raccontare nelle sere invernali,  davanti al fuoco del camino – Ndr.
161 Salario - Ndr.
162 Tratto da Giuseppe Dessì - “Contus de forredda” - Ed. Fossataro - Cagliari - 1964 - pagg. 79 e segg. - Traduzione dal sardo di U. Dessy.
163 Dal verbo srangai, salassare.
164 Del 1910, pag. 222.
165 Cagliari 1797 - Torino 1862.
166 1851.
167 In “Pastori e banditi – 1867.
168 Secondo la grafia del Dizionario dello Spano.
169 Testimonianza di una donna contadina benestante di 78 anni - Sanluri - 1978 - riferita al 1935.
170 Dal latino “cribarius”, il pane cruschello.
171 Testimonianza di D. A., di 65 anni – Oristano.
172 Testimonianza di Rosalba A., di 50 anni, benestante - Marmilla - 1985.
173 Testimonianza di Dina R., di 70 anni - Guspinese – 1985.
174 Testimonianza di Lucia P. - Guspini – 1985.
175 Il sapone di Marsiglia è usato, sopra un panno appena inumidito, per la pulizia dei mobili antichi, in legno opaco.
176 Testimonianza di S. R., di 68 anni, contadina di Sardara, 1969.
177 Testimonianza di A. L., di 60 anni - Gonnos – 1990.
178 Da ludu, latino “lutus”, fango.
179 Testimonianza di una donna del guspinese – 1941
180 Tratto da T. Contu - “Morgongiori alle falde di Monte Arci - Fossataro – 1964.
181 Tratto da A. Garau - “Zona Monte Arci” - 1986.
182 Tratto dall’Enciclopedia Larousse.
183 Tali lampade, in sardo, si chiamano is mariposas.
184 Vedi in Lobina: Mama notesta puru…”.
185 Tratto da G. Cherenti in “Sardegna Oggi”, n° 57 - Novembre 1964.
186 Testimonianza riferita a Pauli Arbarei - Fine Anni ’40.
187 T. Contu, opera citata.
188 Testimonianza di L. P. - Villacidro - Anni ’80.
189 Testimonianza di G. R. - Samassi - Anni ’80.
190 Testimonianza di A. L. - Guspini – 1950.
191 I brani che precedono fanno parte di una inchiesta dell’Autore alla fine degli Anni ’50 sul lavoro minorile e sul mondo del fanciullo in Sardegna.


tempus2

UGO DESSY

SU TEMPUS CHI PASSAT
IL TEMPO CHE PASSA

Volume II

SA MEXINA - LA MEDICINA
IS OMINIS DE MEXINA - I Guaritori

ALFA EDITRICE - QUARTU SANT’ELENA 1989

(Per il download del libro, cliccare sui pulsanti sottostanti)
 
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A mia madre
che mi insegnò a conoscere e amare
la mia terra e la mia gente.

Un ringraziamento a quanti hanno collaborato alla realizzazione di questa opera.

Seconda pagina di copertina:

L’uomo di oggi è caratterizzato dall’ansia che lo attanaglia: ha perso la reale dimensione del tempo, il suo naturale fluire. Il quotidiano vivere dell’uomo è un affannoso rincorrere se stesso proiettato in avanti come un’ombra demoniaca non mai raggiungibile: la luce del sole, l’essenza della vita, è sempre alle sue spalle… Questa civiltà basata sulla certezza matematica applicata ai termini e ai rapporti che costituiscono il potere (potere distruttivo misurabile in megatoni) produce nell’uomo insicurezza e angoscia… Ed ecco riemergere nel fondo dell’animo umano il bisogno della fede, per trovare sollievo all’ansia, vincere l’angoscia dell’insicurezza…


Terza pagina di copertina:

Biografia
Le attività di insegnante e di pubblicista, vissute con coerenza e impegno ideologico, vedono Ugo Dessy presente con la gente sarda nella continua lotta per il riscatto civile: nell'Iglesiente, con i minatori, per il Fronte Popolare; in Marmilla, con i contadini, per l'occupazione delle terre incolte; nell'Oristanese, con i pescatori, per la liberalizzazione degli stagni; in Barbagia, con i pastori, contro l'occupazione militare; con i giovani, per la loro crescita sociale e politica, nei Centri di Cultura AILC e MCC e con i gruppi extraparlamentari e libertari del '68; con i radicali per i diritti civili; con gli oppressi di tutto il mondo per la liberazione dell'uomo.

Bibliografia
Ugo Dessy è stato collaboratore e redattore di numerosi giornali e riviste. Tra questi Tempo presente, Sardegna oggi, Il Giornale, Il Punto della settimana, Nord e Sud, L'Astrolabio, Sassari sera, ABC, Mondo giovane, La Nuova Sardegna, A-Rivista Anarchica, Aut, Herodot, Umanità nova, L'Internazionale, Sa Republica sarda, e altri.
Narratore e saggista Ugo Dessy ha pubblicato tra l'altro Il Testimone - Fossataro - Cagliari, 1966; L'Invasione della Sardegna - Feltrinelli - Milano, 1969; Stato di Polizia, Giustizia e Repressione - Feltrinelli - Milano, 1970; Un'Isola per militari - Marsilio - Padova, 1972; Il Diario dello Stregone - Marsilio - Padova, 1973; La Rivolta dei pescatori di Cabras - Marsilio - Padova, 1973; Quali Banditi? - Bertani - Verona, 1977; La Maddalena, morte atomica nel Mediterraneo - Bertani - Verona, 1978; I galli non cantano più - Bertani - Verona, 1978; Segni della cultura popolare - Alfa Editrice - Cagliari, 1984; Informazione antimilitarista (antologia) - Livorno 1984; Un grande amore (antologia) - La Spiga - Milano, 1984.


Presentazione e piano dell'opera

INTRODUZIONE
Il TEMPO DELLA MALAFEDE

Una delle definizioni date al nostro tempo, la più calzante, e la più amara, è quella che ne dava l'amico Nicola Chiaromonte, il quale soleva ripetere che il nostro "è il tempo della malafede". Malafede da malizia tecnologica, principalmente. Esaltazione fino alla deificazione della macchina, per il potere e la presunzione di eternità che ne deriva a chi la possiede, a chi la conosce, a chi sa usarla, ma anche per il dominio assoluto che possesso, conoscenza e uso della macchina consentono sui popoli, alienati e degradati in un processo di sviluppo che di civile ha soltanto il nome. Malafede che non significa soltanto strumentalizzazione della fede per scopi illeciti e turpi (il potere è sempre illecito e turpe), ma anche e specialmente mancanza di fede.
L'era dei lumi è stata per alcuni versi portatrice di valori, cui l'umanità ha da sempre mirato, quali la conoscenza e la tolleranza, che vanno di pari passo e costituiscono le fondamenta della fratellanza e della giustizia sociale. Ma ha puntato le sue energie sulla "razionalità" (disgiunta e in conflitto rispetto alla "istintualità", mentre le è complementare in natura), per consentire a una classe mercantile l'accesso al potere, ridefinito e ristrutturato in chiave scientifica, e che insieme allo sviluppo della tecnologia e della economia ha portato alla mummificazione o alla devastazione o più spesso allo snaturamento della scienza intesa come arte, e quindi delle arti, della libera creatività umana.
L'attuale civiltà, esasperata e disperata risultante dell'era dei lumi (che illumina il mondo spegnendo la luce del sole), è, come la chiamava il grande Lawrence, "un illuminato inferno", dove le umane contraddizioni si sono moltiplicate all'infinito, con il conforto, per i dannati, di poterne conoscere e spiegare "scientificamente" le cause. Ma è una scienza, questa in funzione del potere, che sa spiegare le cause dei mali che affliggono l'umanità, che sa curarli - nel senso di sopire i mali per reintegrare il malato nel sacro processo produttivo dell'ordine costituito; ma non sa e non vuole, e forse non può, eliminarne le cause. In verità, la conoscenza delle cause di un male, di per sé non ne allevia le sofferenze. E' anche, se si vuole, una scienza al potere, che produce "civiltà" e "benessere" per una esigua parte di umanità, sulla degradazione della gran parte di umanità, mediante un processo di sofisticata barbarie. Ma anche, e forse soprattutto, all'interno della parte privilegiata, "civiltà" e "benessere" sono portatori e diffusori di un cancro da cui non c'è scampo, se non con il ritorno alla fede.
Quando la scienza, in funzione del potere, perde la sua ragione d'essere, che è quella di sostenere e di esaltare la vita, per diventare portatrice di cancro e di morte, allora non ha più credibilità, è da rifiutare.
L'uomo di oggi è caratterizzato dall'ansia che lo attanaglia: ha perso la reale dimensione del tempo, il suo naturale fluire. Il quotidiano vivere dell'uomo è un affannoso rincorrere se stesso proiettato in avanti come un'ombra demoniaca non mai raggiungibile: la luce del sole, l'essenza della vita, è sempre alla sue spalle. L'uomo patisce l'ansia schizofrenica della insicurezza. Questa civiltà basata sulla certezza matematica applicata ai termini e ai rapporti che costituiscono il potere (potere distruttivo misurabile in megatoni) produce nell'uomo insicurezza e angoscia.
La guerra non è più il naturale e momentaneo scontro tra gruppi rivali su un oggetto rilevante per la sopravvivenza - come poteva essere in passato. La guerra oggi è sterminio totale assurdo, su un oggetto umanamente indefinibile, e che non ha neppure importanza definire, se lo scontro significa certamente la fine dell'umanità.
Ed ecco riemergere nel fondo dell'animo umano il bisogno della fede, per trovare sollievo all'ansia, vincere l'angoscia della insicurezza. In un mondo "illuminato" come questo, diffusore - molto più che negli evi oscuri del passato - di morbi e pestilenze, la fede assume più che mai il suo originario valore terapeutico, ricostituente: "La fede è la chiave di ogni salute fisica e mentale".


CAPITOLO PRIMO

MEDICINA E MAGIA

La medicina è originariamente fondata sulla magia. Già il termine stesso di Mexina, nei riti terapeutici popolari indica uno specifico capace di guarire qualunque malattia; la medicina per antonomasia è dunque la panacea.
Malattia, malessere, è male; al contrario, salute, benessere, è bene. Le divinità buone e le malvagie, e gli spiriti da queste generati e governati, sono all'origine di ogni stato umano. La medicina popolare riporta ogni processo terapeutico alle cause che hanno originato la malattia.
Si fa una contrapposizione delle forze del bene con quelle del male, tra la magia bianca e la magia nera, tra guaritori e ammaliatori. Tuttavia, tali forze sono meno separate e antagoniste di quanto non sembri dalle diverse influenze che esercitano sull'uomo: ciascuna divinità rappresenta il bene e il male secondo l'atteggiamento che assume nei confronti dei mortali. Dio, a fin di bene - o se si preferisce per i propri imperscrutabili fini - può far del male all'uomo, diffondendo guerre e pestilenze. Il Diavolo - a fin di male - o, anche qui, se si preferisce, per i suoi imperscrutabili fini - può far del bene all'uomo, svelandogli tesori nascosti o rendendolo partecipe della Scienza. Nell'Olimpo del mondo classico, Apollo, che si confonde con Elios, dio della vita, è anche portatore di morte - i Greci ne sperimentarono il rigore subendo una terribile epidemia per aver offeso un suo sacerdote. Nel monoteismo, Dio che viene definito il bene in assoluto, è portatore di terrificanti malanni all'uomo che infrange la sua legge: talvolta la sua malvagità si manifesta con pestilenze che coinvolgono e affliggono interi popoli - come Jahvé con gli Egizi ostili a Mosè o con gli stessi Ebrei che lo tradiscono con Baal adorando il vitello d'oro.
Il sacerdote - stregone pur essendo primariamente un guaritore, ha anche capacità di ammaliare (nel significato vasto di ammalare, produrre mali). Egli, con le sue speciali virtù e con le sue arti magiche, è in contatto con le forze del bene, e all'occasione con le forze del male.
Per quel che ho potuto rilevare nel mondo della medicina popolare, non esistono due categorie distinte di stregoni "guaritori" e "ammalatori": lo stregone, il fattucchiere che guarisce può anche con opposto procedimento ammalare. Lo stesso sacerdote cattolico, nella credenza popolare, ha il potere di guarire, specialmente mediante la lettura dei suoi libri magici (is Vangeus, i Vangeli), ma con gli stessi può fare fatture che ammalano, anche in forma grave, fino a provocare paralisi.


GLI STRUMENTI DELLA MEDICINA

In ogni procedimento terapeutico, dal più semplice al più complesso, si distinguono: a) la materia; b) is brebus, le parole magiche; c) il rituale.
La materia, la medicina vera e propria che viene assunta dal malato in diversi modi, non ha alcuna efficacia se non è accompagnata dai brebus e da un preciso rituale. Chiunque può conoscere la materia, consistente per lo più in sostanze vegetali, animali o anche inorganiche, le più svariate, come pietre e acqua; ci si può anche impadronire del rituale, per averlo visto compiere; ma non è dato conoscere is brebus, le parole magiche, noti solamente allo stregone che li pronuncia. (Per altro, egli possiede particolari virtù e poteri, oltre alla conoscenza dei brebus, alla profonda conoscenza della materia e del rituale, che lo distinguono dai comuni mortali.)
La materia. Tutto ciò che esiste in natura, di animale, vegetale e minerale, ha influssi positivi o negativi, benefici o malefici. Nella pratica ogni sostanza tende a qualificarsi come buona o cattiva, positiva o negativa, tuttavia conserva una sua fondamentale ambivalenza: può produrre effetti diversi secondo lo spirito (o intenzione) che la anima e secondo le tecniche, i modi e i tempi, con cui la si usa. Per fare un esempio, su contravelenu (che è un antidoto costituito da uno scapolare contenente parti mummificate di animali venefici, che descriverò più avanti) guarisce le punture velenose con l'imposizione degli stessi animali, o di altri simili, che le hanno prodotte.
Talvolta invece la materia terapeutica è correlata alla malattia da una sorta di similarità. Pertanto, dal sapore, dalla forma o dal colore di una pianta si può determinare l'uso specifico che se ne può fare per guarire (o provocare) una malattia. Per esempio, contro l'itterizia gioverebbero i petali gialli di certi fiori; mentre erbe variegate guarirebbero malattie della pelle.
Le virtù terapeutiche di molte erbe sono state certamente rilevate e confermate dall'esperienza con il loro uso secolare - non dissimilmente la moderna farmacologia, che sperimenta su cavie anche umane, la validità dei suoi prodotti. Certamente da tempi preistorici, l'uomo ha imparato a conoscere il potere cicatrizzante o febbrifugo o stimolante o sedativo di certe sostanze vegetali; e la conoscenza e l'arte della fitoterapia si sono tramandate per generazioni di stregoni fino ai nostri giorni. E ciò, nonostante la feroce repressione cui l'antica medicina è stata sottoposta dal potere cosiddetto scientifico.
Ancora collegata alla legge di similarità è la diffusa credenza che mangiare il cervello di animali intelligenti fa crescere l'intelligenza, o che il cuore e il fegato sviluppino la forza. Così pure per ridare virilità ai vecchi o svilupparla nei giovani si sostiene che giovi mangiare i testicoli di animali colludus (che si può tradurre con "non castrati, ma integri"), quali il gallo, l'asino, il cavallo e il toro. Tale credenza è stata fatta propria anche dalla medicina moderna che cura l'impotenza maschile con estratti di testicoli bovini o di primati e culmina con gli innesti di organi o di parte di essi. Comunque, tutti gli innesti che si operano nel mondo vegetale seguono la legge della similarità.
La materia usata in quasi tutti i processi terapeutici consiste principalmente negli elementi di primaria importanza per la sopravvivenza. Abbiamo così con le erbe, l'acqua, la terra, il grano, il sale, il sangue, la saliva, l'alito, o parti vitali di animali: testa, o, per essa simbolicamente, dente o corno o anche lingua; e cuore, o per esso simbolicamente il sangue.
Nella terapia del malocchio ricorrono frequentemente alcune pietre dure, come l'ossidiana e la corniola, usate come amuleto, su cui va a scaricarsi il fluido malefico (umbra de caoru, fascino di serpente) de s'oghiadori, di colui che lancia il malocchio. Viene anche usato un amuleto ricavato da una sezione di corno di cervo, o più semplicemente da un nastrino verde, che è usato per proteggere anche animali e oggetti dalla "distruttività" dell'altrui invidia.
Nella terapia dei traumi psichici (azzicchidus, spaventi, striadura, ammaliamento da strige), consistente per lo più in s'affumentu, il suffumigio magico, ritroviamo come materie d'uso, il fuoco, l'incenso e la palma, e l'acqua benedetta.
I guaritori dei nostri paesi, che fanno gran consumo di acqua benedetta, usano rifornirsene attingendola nascostamente con una bottiglietta dall'Acquasantiera o dal Fonte battesimale in chiesa; quindi la versano in una capace damigiana piena d'acqua normale, essendo sufficiente anche una sola goccia di acqua santa per "santificare" qualunque quantità di acqua in cui venga mischiata. Non si può però conservarla troppo a lungo: in quanto, per alcuni rituali, deve essere bevuta; pertanto tale acqua deve essere potabile.
Is brebus. Letteralmente: le parole; dal latino verbum. Sono le parole magiche che accompagnano sempre la preparazione della sostanza terapeutica e quasi sempre l'uso della stessa sostanza. Sono possedute e recitate in segreto (normalmente vengono bisbigliate) dal guaritore. Consistono per lo più in versetti di carattere religioso, ripresi dalla liturgia cattolica, adattati al caso, o anche di filastrocche, sempre di carattere magico-religioso, di carattere popolare, attribuite a santi taumaturghi (Sant'Antonio e la Madonna specialmente) che, si dice, le recitarono per operare guarigioni.
Is brebus non possono essere comunicati ad alcuno, se non si vuole incorrere in terribili castighi. Possono essere comunicati soltanto in punto di morte a persona scelta dallo stesso fattucchiere, e chi li riceve deve fare solenne giuramento di non usarli mai a fini di lucro.
Il rituale è l'insieme di atti che determinano la cerimonia. Può essere semplice o complessa, secondo il tipo di terapia usata, in rapporto alla minore o maggiore gravità del male da guarire. O se si preferisce: in rapporto al grado di resistenza che gli spiriti del male o altre forze più o meno occulte oppongono alla volontà del guaritore durante il processo terapeutico-liberatorio.
Credo sia importante sottolineare che al di là della materia, dei brebus e del rituale, per lo svolgimento positivo del processo terapeutico è fondamentale il rapporto tra guaritore e malato. Devono essere ambedue animati dalla fede in ciò che fanno e devono essere uniti da reciproca simpatia.


LA PAURA E LA FEDE

La paura è uno stato d'animo assai complesso, presente in ogni uomo in quanto creatura fragile e limitata, effimera. Tanto più l'uomo vive in ambiente ostile, in situazioni aleatorie, di insicurezza, tanto più albergherà in lui la paura - che attanaglia talvolta con morsi feroci, e tal'altra rode, con sottile incessante crudeltà.
La paura può essere determinata non soltanto e non tanto da qualcosa di reale, quanto dall'irreale, da ciò che è immaginario o ignoto o indefinito. In quest'ultimo caso alla paura si associa l'ansia, uno stato patologico di angoscia che può produrre mutamenti di rilievo nella psiche: forti depressioni, ossessioni, allucinazioni auditive e visive, con disturbi anche di carattere fisiologico, specie nelle funzioni gastroenteriche, nella circolazione e nel ricambio della pelle.
La magia dello stregone-guaritore si innesta su questo sentimento di insicurezza, di paura dell'ignoto, di impotenza davanti alle oscure forze che animano la natura - sia che egli usi la magia nera, per "legare", compiere fatture e sortilegi "ammalianti", sia che usi la magia bianca per "sciogliere", rasserenare e guarire.
Il convincimento o anche il solo sospetto che un pericolo ignoto ci sovrasti (forze demoniache avverse, o la "fattura" di un invidioso, o la malevolenza di un poliziotto o di un superiore dai quali ci si aspetta un tiro mancino) è sufficiente a produrre, con la paura e con l'ansia, una nevrosi - la cui portata, le cui laceranti conseguenze nella personalità non sono facilmente prevedibili, né facilmente reversibili, con metodi e farmaci cosiddetti scientifici.
Sembrerebbe si debba applicare anche qui la legge della affinità: misteriosa è la causa che ha prodotto il male, misteriosa dovrà essere la terapia che eliminerà il male, stesso.
E misterioso è anche l'elemento fondamentale, la fede, conditio sine qua non per ottenere la guarigione. Un concetto ribadito più volte dal Gesù-guaritore nel comunicare l'arte del terapeuta ai suoi apostoli: con la fede guariranno i lebbrosi e gli storpi cammineranno. Nessuna terapia - e non soltanto nel campo strettamente psichico - è veramente efficace se colui che vi viene sottoposto non è convinto della sua validità: se cioè non ha fede nel guaritore e fiducia nel farmaco.
Nella medicina popolare - ma ciò è riferibile anche alla medicina moderna - il guaritore assume il ruolo di sacerdote, e i due ruoli finiscono per confondersi. Nella credenza popolare, il prete, in quanto sacerdote, non può non essere un fattucchiere, uno capace di fare magie, sia nera che bianca, per ammalare o guarire, legare o sciogliere. Is Vangeus, i Vangeli, il libro sacro del prete, contiene scritti is brebus, le parole magiche, necessari per fare, o per disfare le "fatture". Non sono pochi i sacerdoti - non solo cattolici - che nei nostri paesi si prestano alla "lettura de is Vangeus" in chiesa, lettura dei Vangeli secondo un apposito rituale, per liberare pazienti da mali oscuri (artrosi, coliche, inappetenze, anemie, spaventi, eccetera) provocati da fatture, jettature, ammaliature: effetti di pratiche di magia nera.


CORPO SANO IN MENTE SANA

Si sostiene che il popolo sia materialone, incapace di intendere i valori e i significati dello spirito. Niente di più falso. Nella medicina popolare il principio mens sana in corpore sano viene addirittura ribaltato. Il corpo è considerato l'involucro dell'anima, che è l'essenza della vita: l'eterno, o ciò che aspira all'eternità, costretto in caduca effimera sembianza, per una oscura condanna.
Pure avendo grande attenzione e rispetto per il corpo, in quanto "apparenza", modo di apparire dell'anima, è questa, l'interiorità, di cui ci si preoccupa maggiormente nell'arte della medicina popolare. Il cui principale scopo è quello di curare l'anima per mantenere sano ed efficiente il corpo. Una preminenza dell'anima sul corpo compare in tutto il complesso dei riti terapeutici popolari che ho osservato.
Ogni male che affligge il corpo è conseguenza di un male che si annida nell'anima - secondo un'evidente teoria medica psicosomatica - ed è l'anima che plasma a propria somiglianza il corpo; talché l'anima pura ha belle sembianze corporee. (E a questo proposito, il positivismo del Lombroso, del Ferri e del Niceforo restava molto al di qua, sostenendo che esiste un rapporto tra criminalità e forma del cranio e caratteri somatici.)
Febbre, foruncolosi sono sintomi fisici di un male psichico: lo spavento; anemie, inappetenza, pallore sono sintomi di ogu liau, malocchio a opera di jettatori; artrosi, cefalee, coliche, paralisi, lombaggini sono sintomi di "fatture" compiute da stregoni prezzolati da nemici, da gente "che vuol male", gente "invidiosa".
Largamente diffuso appare ancora l'uso terapeutico della musica, del canto e della danza, che si fondono spesso fra loro. Basti pensare al ballo della tarantola, su ballu de s'argia, una terapia contro il morso di un mitico insetto costituita da un rito collettivo basato su musica, danza e canto. O anche a is attitidus, le lamentazioni funebri che almeno in parte riescono a placare il dolore dei vivi per la perdita di un loro caro.
Tale terapia è rivolta essenzialmente ai mali dell'anima, seppure una melodia può rendere più tollerabile anche un dolore esclusivamente fisico.
Nella mitologia ritroviamo numerosi casi in cui si attribuiscono alla musica virtù terapeutiche, specialmente sedative. Orfeo ammansiva le fiere traendo melodie dalla sua lira. La malinconia, la noia dei potenti, viene confortata nelle corti dai canti dei menestrelli e dalle danze delle fanciulle. Canti e danze durante i pasti assicuravano agli stessi potenti il rinvigorimento dei loro appetiti primari, dello stomaco e del sesso.
Un caso classico di musico-terapia nella risoluzione di crisi acute di schizofrenia ci viene dalla Bibbia: Davide suona l'arpa per sedare la crisi di re Saul, che ci viene descritto come uno psicopatico che alternava fasi di profonda depressione a fasi di feroce aggressività. Non molti anni fa ho conosciuto un giovane schizofrenico, il quale riusciva a controllarsi e a placarsi sedendo davanti all'organo e improvvisando lunghissime e straordinarie melodie. A me che lo ascoltavo per ore, sembravano l'espressione, anzi i tumulti stessi del suo animo, i suoi pensieri e le sue emozioni che si liberavano. Alla fine restava come vuotato da ogni energia e insieme da ogni paura, da ogni ossessione. Credo che nessun farmaco sedativo raggiungesse in lui lo stesso risultato.


DEI E SANTI TAUMATURGHI

Agli dei pagani, il cattolicesimo ha sostituito i santi. Come nell'Olimpo greco gli dei si dividevano i ruoli, secondo gli attributi loro propri, diventando sovrintendenti alle varie arti e professioni e a ogni stato o condizione dell'uomo, così i santi dell'Olimpo cattolico. Abbiamo santi specifici che tutelano e proteggono professioni, arti e mestieri - in mancanza di una legislazione previdenziale sociale dello stato. Abbiamo perfino santi che proteggono i ladri, i militari e le prostitute. Santa Barbara è addetta agli esplosivi. San Luigi Gonzaga e San Domenico Savio proteggono la purezza dei fanciulli e quella delle fanciulle è guardata da Santa Maria Goretti, mentre San Martino oltre a custodire le botti del vino è il protettore dei mendicanti. C'è poi tutta una categoria di santi rurali che sovrintendono alla semina, al raccolto, e perfino alla difesa di colture specifiche, come Santa Fara protettrice del grano. Tra questi, i più famosi, San Francesco d'Assisi che tutela nel suo insieme la natura - e deve avere un bel gran daffare in questi tempi di inquinamento e degradazione ecologica; San Bernardo, che bada alle api; San Benedetto da Norcia, che si occupa di bonifiche; San Romualdo, che attende alle foreste; Sant'Isidoro, all'agricoltura; e così via.
Altrettanto numerosi i santi che sovrintendono alla medicina, praticamente uno per ogni morbo. A questi, come nella organizzazione terrena delle Unità Sanitarie Locali, ci si rivolge secondo il male che si ha e la specializzazione propria di ciascun santo guaritore. Tuttavia, alcuni santi maggiori hanno poteri curativi a largo spettro d'azione e ad essi ci si può rivolgere come può farsi con il medico generico, di famiglia. Così alcuni dei del passato, come Esculapio per i Greci e Serapide per gli Egizi, sovrintendevano alla medicina in generale, erano supremi guaritori, ai quali ci si rivolgeva per la soluzione di ogni malattia. Numerosissimi erano gli attestati che documentavano nei templi a lui dedicati le guarigioni operate da Esculapio figlio di Apollo. Non men numerose di quelle che si attribuiscono in tempi attuali in Sardegna a Santa Vitalia, di Serrenti, il cui santuario è ricolmo di ex-voto, che annualmente si rinnovano ad ogni pellegrinaggio.
Nell'antichità, il dio Thoth era prevalentemente associato alle malattie degli occhi; attualmente il compito di proteggere la vista è stato assunto da Santa Lucia. E con tali accostamenti, per significare quanto del passato continua a vivere pressoché immutato, si potrebbe continuare a lungo.
La medicina, nata come magia, resta ancora oggi correlata per gran parte alla religione, al sovrannaturale che regge e governa il naturale. Medicina e religione traggono la loro sostanza dalla magia. Il sacerdote e il medico in effetti sono considerati due guaritori: uno cura il corpo e l'altro l'anima. Ma così come i confini tra la sfera del fisico e dello psichico si confondono, così pure tendono a confondersi le professioni dei due guaritori.
I moderni guaritori, i "luminari", che fondano ogni loro intervento sulla conoscenza scientifica, nelle cliniche di loro proprietà o da loro dirette, consentono la presenza di rosari santini scapolari e amuleti di ogni genere, che la gran parte dei pazienti indossano o tengono in testa al letto, che costituiscono un aspetto chiaramente psicoterapeutico. Senza questi magici, sacri amuleti, ben difficilmente lo stesso paziente accetterebbe di sottoporsi ai trattamenti scientifici di cura, e ben difficilmente gli stessi trattamenti raggiungerebbero, in quei pazienti, l'effetto voluto. Non c'è medicina senza un fondo di magia; non c'è guarigione senza la presenza di un guaritore carismatico, oggi rappresentano dal "luminare" che "opera miracoli", senza il contemporaneo sostegno di una divinità, di un santo, di una forza sovrannaturale, che dia il benevolo assenso alla guarigione.
Gesù - figlio incarnato di Jahvé, dio degli Ebrei e dei Cristiani - agli occhi dei suoi fedeli non è tanto colui che ha predicato una rivoluzionaria dottrina sociale fondata sulla fratellanza, ma il Sommo Taumaturgo, un prodigioso guaritore, che può cancellare tutti i peccati e guarire tutti i mali. Egli non guarisce soltanto i mali dello spirito, scacciando i demoni dal corpo degli invasati trasferendoli nei porci, ma anche lebbrosi e storpi e arriva fino a operare resurrezioni, come avvenne con Lazzaro. Egli, Gesù, conosce l'arte della medicina magica, la cui potenza taumaturgica è data dalla fede, e la trasmette, prima della sua morte, ai suoi continuatori.


S'AQUA ABREBADA

S'aqua abrebada è l'acqua miracolosa, resa tale con is brebus, le parole magiche. E' l'elemento che maggiormente ricorre nei riti terapeutici popolari.
La fede - come si è detto - sta alla base dell'efficacia di molte terapie nell'antica medicina, quando si riteneva che le malattie fossero provocate dalle possessioni di spiriti maligni o di loro influssi. La forza terapeutica della preghiera, della invocazione al Sommo Guaritore, è sottolineata in tutti i testi religiosi. Anche attualmente la chiesa sostiene che una preghiera, una invocazione espressa con profonda fede produce il miracolo della guarigione. Le fortune del Santuario della Madonna di Lourdes, che può considerarsi un immenso policlinico dove si pratica la magia terapeutica, sono legate a questo concetto di fede.
Un concetto simile era proprio della medicina druidica: ogni terapia si svolge nelle fede, che deve essere nel guaritore e deve essere nel malato.
Non è difficile riconoscere, anche in numerosi riti terapeutici che attualmente si usano in Sardegna, la derivazione dal druidismo.
La religione dei druidi - che da tempi remoti si diffuse nell'Europa - nei suoi aspetti di dottrina medico-magica non è stata mai sostanzialmente soppiantata dal cristianesimo, e ha continuato a conservarsi nei secoli fondendosi con elementi della nuova dottrina religiosa.
I sacerdoti celti erano maestri nelle arti magiche e il loro ruolo primario era quello di guaritori. La medicina popolare, specialmente diffusa tra i ceti contadini, è chiaramente derivata dalla medicina druidica, le cui tecniche terapeutiche sono simili a quelle in uso tra i nostri guaritori. In primo luogo i riti dell'acqua.
I guaritori druidici, per allontanare gli spiriti maligni dal corpo di un malato, usavano avvicinare al paziente un recipiente d'acqua e versarvi dentro alcuni carboni accesi, pronunciando nel frattempo gli scongiuri di rito; l'invocazione agli spiriti del bene affinché sorgessero dai quattro angoli della terra e operassero la guarigione, scacciando gli spiriti cattivi.
Una diffusa diagnosi dei sacerdoti druidici consisteva nello scavare per terra due fossette e di riempirle di acqua. Quindi si portava il paziente e lo si sdraiava tra le due fossette d'acqua; una rappresentava la vita e l'altra la morte. Se il paziente, in stato d'incoscienza, si voltava verso la buca di destra, egli si sarebbe salvato; se al contrario si fosse voltato sulla sinistra, egli sarebbe morto.
Le fonti d'acqua erano per i druidi fonti di salute, nel senso che dall'acqua essi traevano ogni loro forza per operare le guarigioni. I pozzi erano sacri e venivano segnalati da pietre erette, simbolo maschile, di segno opposto all'acqua, simbolo femminile. La terapia per ogni genere di malattia, dell'anima e del corpo, mediante l'immersione o le abluzioni, era assai diffusa.
Ritroviamo l'acqua in molti dei riti terapeutici descritti in questo lavoro. In taluni di questi riti è richiesta l'acqua santa, che il guaritore prende in chiesa o si fa benedire da un sacerdote carismatico. In altri è sufficiente l'acqua comune che viene resa "santa", e quindi taumaturgica, recitando gli appositi brebus.
Anche in Sardegna i pozzi, di norma consacrati a qualche divinità, e dopo il cristianesimo a venerabili santi, sono ritenuti potenti risanatori. Molti incantesimi si fanno o si sciolgono con l'acqua dei pozzi. Anticamente si dice che risolvessero i disturbi mentali; ma la loro funzione più nota era quella di dare l'eterna giovinezza. Altri pozzi erano rinomati per la loro acqua capace di guarire l'artrosi deformante. Io stesso, qualche anno fa, ho visto una lunga coda di macchine in sosta sui tornanti dei monti di Dolianova, dove quotidianamente la gente attingeva acqua da una sorgente, che ha il potere - si dice - di guarire tutti i "mal di pietra", le calcolosi ovunque localizzate, reni, vescica, fegato.
Nel singolare rito di s'imbrusciadura (l'avvoltolarsi rituale per guarire dagli spaventi, che ho scoperto negli Anni Cinquanta in un paese dell'Oristanese), in una delle sue varianti usa una o anche quattro fossette piene d'acqua su cui il malato si avvoltola.


I NUOVI STREGONI

Intorno al XV° Secolo, al suo sorgere, la medicina moderna trovò non poche resistenze al suo affermarsi nella medicina pratica, ben radicata nell'uso e nel costume popolare, con il suo contorno magico-simbolico. Non si trattò probabilmente tanto di uno scontro di idee, metodi, impostazioni di scienze mediche opposte, quanto di rivalità tra nuove e vecchie caste di guaritori, queste tendenti a conservare i privilegi soprattutto di carattere morale che dalla loro arte veniva loro; le nuove caste, forti del crisma che veniva loro dalla Scienza, nel dare la scalata per il monopolio nell'arte del guarire, ne vedevano soprattutto i privilegi economici e di potere che ne avrebbero potuto trarre.
La nuova medicina dunque per sgombrarsi il terreno dai loro antichi e ancora robusti concorrenti muove dapprima con le accuse di ciarlataneria, poi di malvagità e infine di stregoneria. Facendo ciò la medicina moderna puntava ancora una volta sulla superstizione: voleva far credere che in quanto stregoneria tutta la medicina antica (fatte alcune eccezioni per due o tre mitici guaritori che nominò precursori scientifici) era da considerarsi magia nera, diabolica; assumendosi quindi il carattere di magia bianca, sostenuta dalle forze del bene.
La Chiesa, il cui apporto ebbe un gran peso nello scontro, (contrariamente alla sua ostilità e diffidenza nei confronti della nuova scienza basata sulla verità matematica), si schierò dalla parte dei nuovi stregoni, dai quali in cambio avrebbe ricevuto l'ambito crisma di scientificità che nei secoli futuri le avrebbe consentito di continuare a vivere e a prosperare. In virtù di questa alleanza, la scienza ufficiale - che in privato considera il cristianesimo niente di più che superstizione e ignoranza, in pubblico rilascia patenti di scientificità e verità ai miti della Chiesa. Ogni qualvolta la Chiesa necessita di acquistare credito in un mondo fattosi scettico, la scienza ufficiale si dà agli studi archeologici per situare con precisione dove si trovi il Monte Ararat e in quale punto approdò l'arca di Noè, o in quale sito del Sinai furono date a Mosè le Tavole della Legge, o si dà a studi di alta ricerca biochimica per individuare le sostanze componenti la manna che Jahvé mandò nel deserto al suo popolo o per dimostrare l'autenticità del sudario che avvolse il Cristo dopo la sua deposizione dalla croce o quali fra le centinaia di migliaia prodotti fossero i veri chiodi estratti dalla croce di Gesù. E poco conta che nessuno storico riporti l'usanza di inchiodare i condannati alla crocefissione: si vuole che per Gesù fosse stata fatta una eccezione. Per altro, la questione dell'inchiodamento usato in sostituzione della legatura con corde, ha dato luogo a diatribe, anche recenti, sul punto del polso, e non della palma della mano, in cui i chiodi sarebbero stati conficcati, per poter sostenere il corpo dell'appeso. La repressione della "stregoneria" (il termine è improprio in quanto indicava tutto il patrimonio culturale di antiche civiltà conservatosi a distanza di quindici secoli dall'avvento del cristianesimo) fu consumata in un mare di sangue. Certamente la situazione di estrema miseria e degradazione di quel periodo ne favorirono l'attuazione. L'umanità attraversava uno dei momenti più bui della sua storia: ignoranza, fame, epidemie, funestavano le campagne. Si era persa ogni sicurezza nel presente e ogni speranza nel futuro. Si viveva in uno stato di profonda insicurezza che si traduceva in una sorta di ansietà patologica di massa, di cui un sintomo era il fanatismo religioso e le isterie collettive. I rapporti sociali, ridottisi a rudimenti, gli stessi rapporti affettivi ne erano avvelenati e distorti; l'unica valvola alle tensioni era la creazione, di volta in volta, di capri espiatori, di presunti responsabili, definiti demoniaci, dei mali di qualunque natura che affliggevano la comunità.
Le carestie, i morbi, le pestilenze erano opera di spiriti del male: ora tali demoni si erano incarnati negli antichi guaritori, nei veggenti testimoni di antichi culti religiosi, molti dei quali esercitavano l'arte della medicina. Costoro, dunque venivano additati come i diffusori di ogni male, costoro erano dunque gli "untori" che bisognava colpire, eliminare. Distruggendo i loro corpi con il fuoco li si liberava dalla possessione demoniaca, e gli stessi demoni perdevano l'elemento per materializzarsi e quindi la possibilità di compiere le loro nefandezze, spargendo il terrore con infernali pestilenze.
Il termine di stregoneria resta da allora sinonimo di magia nera. Le vittime della grande caccia furono principalmente le donne guaritrici, dichiarate streghe, succubi lussuriose di Satana, il grande Caprone, torturate e mandate al rogo. A nulla valsero le appassionate difese (assai rilevanti per quei tempi oscuri) che tentarono di sostenere queste donne-strega dichiarando che esse praticavano magia bianca, che ricorrevano a terapie naturali, quali le erbe, che inserivano nelle terapie la pratica religiosa secondo l'ortodossia, e infine che erano del tutto disinteressate, non pretendendo mai compensi dai loro assistiti. Ed era forse quest'ultimo punto che più pesava nel giudizio che le mandava a morte.
Tuttavia, nessuna persecuzione, neppure le stragi di streghe che dal XV° Secolo si protrassero, in alcuni paesi come la Spagna, fino al XIX° Secolo, riuscirono a sradicare nel popolo i suoi antichi riti terapeutici, le sue formule mediche, i suoi carismatici guaritori - mentre i nuovi guaritori, gli stregoni scientifici, dovettero contrastare una vasta categoria nata nel loro stesso seno: quella dei ciarlatani.


GLI AMULETI

Osservando nei suoi aspetti formali la medicina popolare, ritroviamo di frequente, insieme ad alcune sostanze ricavate da piante o animali ritenuti sacri o demoniaci, numerose pietre. Accanto al pezzo di corno di cervo o a su scrittu (scapolare contenente parole magiche), per tenere lontano il malocchio troviamo alcune pietre dure, specialmente ossidiana, corniola, ametista. Provenienti dalla necropoli punico-romana di Tharros, erano diffusi tra i ceti benestanti gli scarabei sacri, amuleti in pietra dura di squisita fattura egizia. Molte pietre dure o preziose avevano sia valore scaramantico, protettivo, sia valore terapeutico per diversi disturbi legati alla sfera psichica, quali l'ipocondria, o per il mal di capo, eccetera.
Anche i monili d'oro e d'argento, di cui è ricco l'antico costume sardo, specie quello della donna, hanno la funzione di amuleti.
Si può anche parlare, se vogliamo, di metalloterapia, quando da metalli e pietre venivano staccate minute particelle, messe nell'acqua che poi veniva bevuta come medicamento.
Dovunque l'oro è un metallo di valore, è comune l'attribuzione ad esso della virtù di rafforzare l'intelligenza - e non soltanto per il potere che dà a chi lo possiede. E' d'uso, per non dire che è d'obbligo da parte dei padrini regalare al neonato un oggettino in oro di carattere personale, quali anellino, braccialetto, orecchino, collana, come augurio di benessere.
Amuleti e talismani per tenere lontani gli spiriti del male e i loro influssi nefasti, o per accattivarsi gli spiriti del bene, sono ancora assai diffusi. Tentarne un elenco sarebbe troppo lungo. Tutto, in pratica, può avere valore scaramantico o curativo, o per affinità e simpatia o per la legge degli opposti che si respingono l'un l'altro. Così, tutto ciò che è ritenuto sacro respinge tutto ciò che è ritenuto demoniaco. Tuttavia, tutto ciò che è ritenuto demoniaco contiene una sua forza che può essere impiegata contro altra forza ugualmente demoniaca, se si riesce a piegarla alla propria volontà.
Anche i colori hanno poteri talismanici: il verde protegge dal malocchio, dalle calamità in generale; il rosso provoca turbamenti psichici fino all'ossessione. Il bianco è simbolo del bene, della purezza; il nero è simbolo del male, della malvagità. Ai bambini, ma anche ad animali di pregio e perfino alle sedie della camera bella, si legano fiocchetti di color verde.
Il nostro contadino, con la lama del proprio coltello, premendola di piatto sulla ferita provocata da un animale ritenuto venefico, ne annulla gli effetti.
Una semplice foglia d'erba può, in una situazione di emergenza, placare un gonfiore o i crampi di una colica, se applicata sulla parte dolente o se ingerita.
E per finire, lo stesso abbigliamento può assumere valore e funzione talismanici. E' diffuso il convincimento che l'indossare un capo di biancheria a rovescio preserva dal malocchio, o più in generale protegge dagli spiriti del male. Gli stessi effetti si ottengono facendo il segno della croce con la mano sinistra o sputando per terra.


GLI OPERATORI DELLA MEDICINA POPOLARE

Is ominis de mexina, gli operatori della medicina, ancora presenti nei nostri villaggi, appartengono quasi sempre ai ceti contadini poveri e a quella età che si potrebbe definire del pensionato - con le debite eccezioni, soprattutto per coloro che appartengono al sesso femminile, dove si riscontrano soggetti più giovani.
In rapporto allo stato civile, nei maschi prevalgono nettamente i celibi, che mostrano spiccate vocazioni sacerdotali con una visione mistica della realtà. Nelle femmine, nubili e coniugate si equivalgono numericamente, ma predominano le vedove. A seconda dello stato civile di appartenenza si rilevano differenze nei diversi settori di intervento.
In rapporto al sesso vi è una notevole prevalenza delle donne. Ciò credo sia dovuto anche al ruolo sociale che esse hanno nella comunità, di minore responsabilità nella produzione, e di conservatrici e diffonditrici dei valori tradizionali.
I guaritori e le guaritrici non vengono mai nominati dalla loro gente con gli epiteti che abbondano nel linguaggio popolare, quali bruxu, stria per strega, mazina, spiridada, oghiadori, e altri; ma vengono chiamati con il loro nome e cognome, cui sempre si premette "ziu" o "zia" con significato di rispetto; talvolta anche viene usato l'appellativo di "omini santu" o "femina santa".
Pur essendo tutti, ciascuno nel proprio settore, considerati guaritori (secondo il principio che le malattie sono originate da spiriti cattivi), colui o colei che ha la capacità (o come si dice qui sa forza) di guarire comandando agli spiriti demoniaci, così pure essi possono ammalare, comandando agli stessi spiriti di intervenire. In poche parole: chi ha il potere di sciogliere ha anche quello di legare; pertanto chi pratica la magia bianca può anche usare la magia nera.
Tali operatori, secondo la credenza popolare, sono dotati di poteri sovrannaturali, per concessione di Dio o del Diavolo, su intercessione di santi o di diavoli minori, pur essendo all'apparenza persone comuni. Una delle caratteristiche che viene loro attribuita è quella di possedere una particolare energia fluidica, positiva o negativa, che essi possono comunicare anche a distanza, ma che da essi si sprigiona con maggior efficacia attraverso i sensi della vista e del tatto. Da qui l'usanza di far toccare da chi ha fama di essere oghiadori la persona o l'animale che siano stati involontariamente guardati o ammaliati. Da qui anche deriva la tecnica terapeutica della imposizione delle mani, che è pratica assai diffusa riservata specialmente ai guaritori che possiedono un particolare fascino magnetico, chiamato umbra de caoru, che si potrebbe tradurre con "fascino di serpente".
E' propria del sacerdote l'imposizione della mano in segno di benedire, conferire un crisma, liberare o preservare dal male: un gesto rituale comune tra i "potenti".


CAPITOLO SECONDO

IS OMINIS DE MEXINA - I GUARITORI


RITI TERAPEUTICI

In tutti gli strati sociali sono diffusi, a diverso livello, antichissimi riti terapeutici, cui si innestano elementi formali della tradizione cattolica. In particolare tra i contadini sono numerosi guaritrici e guaritori, feminas e ominis de mexina, i quali officiano i loro riti liberatori apertamente e discorrono volentieri della loro arte. Sono però tutti estremamente gelosi delle formule rituali e dei brebus, parole magiche, sacre. Qualcuno si limita a dire di aver appreso l'arte da un genitore o da altri cui erano legati da vincoli di amicizia, in punto di morte. Il numero delle guaritrici è preponderante su quello dei guaritori - ciò farebbe supporre che in tempi antichi l'arte della medicina fosse esercitata dalle sole femmine.


SU CONTRAVELENU

Il contadino M. possiede alcuni ettari di terra da grano, cavallo e carretta. Abita una casupola di mattoni crudi in una stradetta buia e fangosa di periferia - appena prima di uno dei tanti letamai pubblici che circondano l'abitato di questo paese dell'Oristanese. L'uomo è piccolo mingherlino, con occhi grigi a spillo in un viso furbo. Siede davanti al camino acceso, in compagnia delle sue due figliole, approssimativamente sedici e vent'anni. E' vedovo da alcuni anni e, avendo due figlie femmine che badano alla casa e a lui nel lavoro, non si è risposato.
M. cura con su contravelenu, l'antidoto, le punture o i morsi di animali velenosi o ritenuti tali nella credenza popolare. Su contravelenu consiste in un sacchetto di pelle, simile a certi scapolari che contengono reliquie di santi o scritti magici di antico uso per preservare dai malanni e dalle palle dei carabinieri. Nel caso di su contravelenu, il sacchetto contiene resti di insetti e di rettili mummificati. Il guaritore lo tiene appeso al collo e non lo lascia mai: specialmente in campagna qualcuno può averne urgente bisogno.
Dice: "Io l'ho conosciuto da mio padre. Da quando lui è morto vengono da me a cercarlo. Chiunque può farlo e può usarlo, purché ne abbia sa voluntadi, la volontà. Si deve preparare in tempo di luna giusta, quando sta per finire. Si va in campagna e si cerca e si prende una testa di vipera, de rana pabeddosa, di rospo, una testa de pistilloni, di geco, e una pettapudiga, una blatta… unu de cussus zerpius nieddus chi tenint fragu malu, uno di quegli animaletti neri che hanno brutto odore. Poi si lasciano seccare queste teste con la lingua fuori e si chiudono nel sacchetto. Qualunque animale velenoso che faccia male ad anima bia (anima viva, nel linguaggio comune significa persona vivente e si contrappone ad anima morta, l'anima del defunto - per lo più dannato - che vaga sulla terra), questa viene guarita mediante su contravelenu. Si impone strofinandolo per tre volte in segno di croce, prima sulla terra e poi nella mano o nella faccia o in qualunque altra parte del corpo dove abbia morso l'animale velenoso. Se ci viene molta gente? Altro che, se ne vengono! Io non lo nego a nessuno…"


SU PINNADEDDU

N. un artigiano di Riola dichiara di essere un libero pensatore, uno che non va mai in chiesa.
Dice: "In Dio già ci credo. Ci credo, eccome! e anche nei Santi credo… ma se il parroco aspetta di vedermi in chiesa bisogna che la barba gli diventi bianca."
Egli ha la botteguccia al centro del paese e si fa aiutare da uno dei suoi figli, che seguirà la professione paterna. Quando egli deve accudire ai lavori di campagna, il figlio lo sostituisce del tutto nella bottega.
N. è un uomo emarginato. L'isolamento cui lo ha condannato la comunità lo ha reso scontroso e polemico.
Dice: "L'avrà sentito dire in giro che ho ucciso un uomo. Ma se un uomo le entrasse in casa di notte, lei cosa farebbe? Io non sapevo che intenzioni avesse, e ho sparato…"
E' stato in prigione per alcuni anni, convinto di avere subìto una ingiustizia. Ha il dente avvelenato con quelli del suo paese, che non gli hanno perdonato di avere ucciso un ladro. In effetti ha infranto la legge comunitaria, per la quale rubare può essere una necessità e un ladro può essere bastonato ma non ucciso.
Dice: "Io sono scettico su molte cose, però a s'oghiadura ci credo. E' un fluido che certi possiedono. Io possiedo molto fluido nelle mani e negli occhi. Molta gente l'ho guarita col solo tocco della mano. Da giovane leggevo molti libri, di quelli che parlano di spiritismo, e ho imparato molte cose, come si fanno le magie. So come si guarisce una persona che ha avuto s'oghiadura, il malocchio, come si prepara su pinnadeddu, l'amuletto che preserva dal malocchio."
Spiega: "Su pinnadeddu serve contro il malocchio. Per esempio, una mamma ha un bambino e teme per s'oghiadura, per il malocchio. Ce ne sono tanti che danno il malocchio. Allora questa mamma va da uno che lo sa guarire. Dice is brebus, parole segrete, e influenza un pezzo di corno di cervo. Questo pezzo di corno di cervo, come una rotellina, viene legata al collo del bambino, e il malocchio si scarica lì. Se però su pinnadeddu, l'amuleto, non è fatto nel giusto tempo di luna, quando sta calando, alla fine, perde tutta la sua forza."
Il figlio sui vent'anni, ascolta attentamente il discorso del padre. Una sola volta interviene per tradurre in italiano, ma viene vivacemente redarguito: "Zitto tu, voi giovani non sapete nulla e vi volete sempre mettere in mezzo. Tuo padre sa le cose che dice e in sa bia aundi seu passau deu, tui ddu depis ancora passai, e nella via dov'io sono già passato tu devi ancora passarci."
Su pinnadeddu è una efficace protezione nei confronti de s'oghiadori, dello jettatore, di colui che dà il malocchio?
Risponde: "Certamente. Oggi la gente lo usa di meno perché is oghiadoris, coloro che danno il malocchio, non sono più tanti come prima. Un tempo c'erano molte famiglie, famose e temute; e quando passava una di loro bisognava stare attenti ai bambini, alle ragazze, al bestiame e alle cose di valore. I più forti erano i P. gli M. e gli O. che si tramandavano il fluido di padre in figlio. Questo fluido negativo si dice umbra de caoru, ombra di serpente.
Interviene il figlio: "E' proprio vero. Quando ero bambino, nonna mi aveva messo su pinnadeddu al collo. Un giorno, mentre giocavo sull'uscio di casa era passata una donna di una di queste famiglie nominadas po oghiadura, di famosi datori di malocchio. Come è passata si è sentito un crac…
Mia nonna, che era vicina e aveva sentito il crac, era corsa subito a guardare il mio pinnadeddu. Si era spaccato in due pezzi: il fluido malefico si era scaricato lì e mi aveva salvato."


S'OGHIADORI

Sr. ha nomea di oghiadori, di jettatore. Cosa ne pensa delle qualità che il paese gli attribuisce? Come reagisce?
Dice: "Io…mi ci diverto. E che altro posso fare, se no? Certo che me ne capitano di belle, ogni santo giorno. E non soltanto con persone ignoranti. Come quella volta che R. il muratore insieme a suo cognato mi avevano chiamato d'urgenza perché avevano il bambino con la febbre alta, e pensavano che io gli avessi liau ogu, dato il malocchio. Io ci sono andato per accontentarli e sempre per accontentarli ho anche toccato un paio di volte il bambino. Neanche a farlo apposta, sarà stata una combinazione, subito dopo è sfebbrato. E la mamma del bambino ne ha sparso la voce… Altre volte me ne succedono con gente istruita. Ricordo un giorno che avevo un malato in casa. Vado dal dottor M., quello che chiamano Pillonedda di soprannome. Gli dico se per favore può venire subito. Lui stava salendo in macchina e dice: "Proprio adesso vieni? o non lo vedi che sto andando a Oristano con le figliole. Quando ritorno ci passo." Io me ne sono tornato a casa. Ed ecco, neanche cinque minuti dopo me lo vedo arrivare a piedi, nero come la pece. Senza neppure guardarmi in faccia, dice: "Questo a me, Sr., non me lo dovevi fare!" A queste parole io sono rimasto a bocca aperta. Dico: "E ita, su dottori? E che cosa, dottore?" E lui: "Già lo sai bene, lo sai: non avermi lasciato partire la macchina! Questo a me proprio non me lo dovevi fare!"


IL GUARITORE

Ziu Chiccheddu, detto s'omini santu, l'uomo santo, ha 73 anni, è analfabeta, sposato senza figli, celeberrimo e stimatissimo fattucchiere guaritore a livello di provincia.
Z., il fotografo del paese, deve recarsi da s'omini santu per consultarlo su una certa malattia di cui soffre un suo bambino. Ha fissato un appuntamento per il tardo pomeriggio.
Il vecchio guaritore attende sull'uscio di casa. Dice: "Buongiorno, entrate, entrate."
Nell'ingresso, di faccia al visitatore, appare un altarino sopra un tavolo ricoperto di pizzo, con una Madonna dentro una teca di vetro a portelli, con la coroncina a sette luci simboleggianti i sette dolori, e vasi a stelo lungo con garofani bianchi. I muri di lato sono tappezzati con immagini di Santi.
Ci fa entrare in un secondo locale, reso più angusto da una scala di cemento grezzo incastrata nella parete. Il vecchio si siede sopra un gradino della scala e a noi clienti riserva due vecchi scanni.
"Per chi è?" domanda.
"E' per un bambino di dodici anni", risponde Z.
"E che cosa patisce?" continua a informarsi il guaritore.
"Ha il mal di testa e debolezza, da qualche mese."
"A letto è?"
"No, a letto non è. Però forze non ne ha."
"E il dottore, fatto cosa gli ha?"
"Sì, il dottore lo ha visto e gli ha dato delle pastiglie."
"E profitto gli hanno fatto?"
"Niente, gli hanno fatto."
Ziu Chiccheddu, s'omini santu, non chiede altro. Ora, con la collaborazione della moglie - una vecchietta minuta che funge da sacrista - prepara gli oggetti e la materia per compiere il rito detto de s'aqua licornia, acqua taumaturgica; un rito che nella prima fase è diagnostico e dopo is brebus, le parole sacre, è terapeutico - risolutore di traumi psichici, malocchio e altri oscuri mali.
Si fa portare dalla moglie un panchetto e se lo mette davanti tra le gambe. Sopra il panchetto arriva un grosso bicchiere colmo d'acqua, quindi una ciottola con del grano. Il vecchio si concentra, immobile, a occhi chiusi, per qualche minuto. Il rito de s'aqua licornia ha inizio.
Il guaritore sceglie nove chicchi di grano ben secchi e maturi, del tipo che non galleggiano. Li sceglie con estrema attenzione, palpandoli lentamente uno a uno con i polpastrelli della mano destra e li depone ordinati su tre file sopra il panchetto. Ne risulta un quadrato con tre chicchi per lato e per diagonale. Quindi, ieratico e solenne, si fa il segno della croce e prende tra il pollice e l'indice il primo dei nove chicchi di grano, lo tiene sospeso a mezz' aria come fa il prete con l'ostia al momento dell'elevazione, bisbigliando incomprensibili brebus. Senza interrompere il concitato sommesso bisbiglio, traccia con le due dita che tengono il chicco dei veloci segni di croce sull'orlo del bicchiere. S'interrompe ora per portarsi alle labbra il seme che tiene ancora tra le dita: lo tiene così, immobile, a contatto delle labbra, per un poco; quindi riprende a bisbigliare is brebus e a tracciare sempre più rapidamente i segni di croce sull'orlo del bicchiere. Infine, immerge il chicco nell'acqua, ponendolo al centro della circonferenza. Il chicco va a posarsi lentamente sul fondo del bicchiere.
Per nove volte quanti sono i chicchi, ziu Chiccheddu, s'omini santu, ripete l'operazione.
E' giunto il momento diagnostico. Egli osserva scrupolosamente la posizione del grano sul fondo del bicchiere. Si nota che un seme ha una bollicina d'aria in punta che lo tiene ritto. Tutti gli altri sono adagiati in senso orizzontale. Dopo qualche minuto arriva il responso.
Il guaritore solleva lo sguardo e rivolto a Z. dice: "Sunt dus azzicchidus, sono due spaventi. Il primo è una fuga lunga, si vede bene, fatta per strada, a causa di persona o di animale. Il secondo è spavento preso in luogo chiuso, in cucina o nell'andito… può essere anche in campagna, ma sempre in luogo chiuso. Poi c'è s'ogu fissu, malocchio. Vede questo grano che sta sulla punta? Vuol dire che qualcuno che ha la forza, la capacità malefica, ha dato malocchio al bambino."
Z. ascolta il responso del guaritore con attenzione reverenziale, annuendo con la testa.
S'omini santu prescrive la cura: "Prenda quest'aqua licornia, terapeutica, e la metta in una bottiglia…"
Evidentemente il recipiente è a carico del paziente, perché vedo Z. estrarre una fiaschetta dalla tasca interna della giacca. La moglie del guaritore - che in tutto questo tempo se ne era rimasta in piedi a guardare - si affretta a fornire un imbuto.
"A questa acqua", spiega il vecchio, "ne può aggiungere altra, quanta ne occorre per tre giorni, ché non perde l'effetto. E' come l'acqua benedetta."
La vecchia travasa il contenuto del bicchiere nella fiaschetta.
"L'acqua la divide in due parti. Metà per i lavaggi, da fare sempre contropelo, sulle guancie fino alle tempie…" Così dicendo indica le parti che vanno frizionate. "Questo bisogna farlo una volta stasera, poi domani mattina e dopodomani di notte, per tre giorni a ore diverse. L'altra metà è da bere. Il bambino può berne quando ha sete. Ma non basta. Siccome oltre il malocchio il bambino ha preso azzicchidu, spavento, gli consiglio di farsi affumentai, suffumigare."
Z. domanda se per s'affumentu, il suffumigio terapeutico, può andare da zia Crabudda.
A quel nome s'omini santu scatta come morso dalla tarantola. "No!" esclama "Da zia Crabudda no! Non è capace, quella. Vada da zia Giuannica, che lo sa fare. Ci va anche mia moglie, quando ne ha bisogno."
Ci alziamo per andarcene. Z. chiede quanto deve dare per il disturbo. L'uomo santo dice che non fa nulla, che lascia sempre fare al buon cuore del cliente.
Il "buon cuore" di Z. sborsa trecento lire - circa un quinto di una visita medica in ambulatorio. La moglie del guaritore si affretta ad allungare la mano e a far sparire le tre monete nella tasca della gonna.
Mentre ci avviamo verso l'uscita, chiedo se ha appreso da molto tempo l'arte di preparare s'aqua licornia.
"Eh, sì," dice, "l'ho imparato da mio padre, quando ero giovane. Ci ho messo diciotto anni, per imparare. Non per le parole, che le ho imparate in pochi giorni, ma per l'altro…"
Non vuole spiegarmi in che cosa consista l'altro.
Nell'ingresso dove sta l'altarino, apre le due ante a vetri della teca e accende le luci. La Madonna di gesso vivacemente colorata, ornata di fiocchetti e ammennicoli per grazie ricevute, si illumina a giorno. Egli, con le mani giunte, in posa sacerdotale, si mette a un lato: desidera una foto ricordo, vista la macchina che ho a tracolla.
Sull'uscio trattiene ancora Z. per le ultime raccomandazioni: "Vada anche da un prete, è meglio, con il bambino, per fargli leggere is vangeus, i vangeli. Vada dal vice parroco, non cerchi altri."


ABUSIVI DEL MESE MARIANO

Ziu Chiccheddu s'omini santu ha fatto parlare di sé anche sulla stampa.

"Un vecchio analfabeta di Cabras, in provincia di Cagliari, noto come s'omini santu, ha officiato per lungo tempo le funzioni serali del mese mariano. Riscuoteva maggior credito del sacerdote ufficiale, e fu diffidato dal continuare a far funzioni in concorrenza con la chiesa cattolica. Trattandosi di un abusivo, dovette piegare il capo e accontentarsi di operare nella sfera dei riti terapeutici popolari. "
(Da Sassari Sera n.13 - 1/15 settembre 1968)

E' anche celebrato come uno dei protagonisti del tumulto popolare anticlericale di Cabras del 1944, cui si riferisce il racconto che segue.


IL TUMULTO

Alle dieci del mattino, la Confraternita dello Spirito Santo e il suonatore di piffero e tamburello attendevano da più di mezz'ora l'uscita del santo.
Antioco il maniscalco, che reggeva il Cristo nero con una bretella di cuoio, s'asciugò il sudore sulla manica della tonaca ornata di pizzo rosso.
"E cosa aspettano a tirarlo fuori? Aiutatemi a scaricarmi da questo Cristo!", disse rivolto ai compagni.
Due lo aiutarono a sfilare la pesante croce dalla guaina e insieme lo poggiarono al muro.
Anche i fedeli, in chiesa, attendevano l'uscita del santo, del parroco e del Comitato dalla sacrestia, per formare la processione.
Le donne si erano sedute sul pavimento, sgranando Gloria Patri per ingannare l'attesa.
Gli uomini, stanchi di guardare i soffitti e le volte decorati, s'erano messi a chiacchierare del più e del meno, della campagna, della troppa acqua piovuta, dei fitti, della moria del bestiame, e il loro brusio iniziale si andava facendo frastuono.
Soltanto i più vicini alla sacrestia tacevano, con le orecchie tese per afferrare qualche parola che spiegasse i motivi di tanto ritardo.
In sacrestia, don Gesuino, il parroco, e Nicodemo, il presidente del comitato di Sant'Antonio, si fronteggiavano, spalleggiati rispettivamente dalle Dame di carità e dai dieci membri del Comitato.
"Ho detto di no, e resta no!" sbraitava don Gesuino; e per dare più forza alle parole batté un pugno sul piano dell'armadio rovesciando un'ampolla e un ostensorio.
"Ma con il vecchio parroco era sempre andata così!" si lamentava Nicodemo. E aggiunse: "Così vuole la tradizione del paese ..."
"Va bene la tradizione", interloquì donna Mariangela, la presidentessa delle Dame, "ma in fondo ciò che don Gesuino vi chiede è giusto: due terzi alla chiesa e un terzo al santo."
"Il santo ha diritto alla metà e la metà ci teniamo. Ecco qui: sono ottantamila... e queste sono quarantamila. Prendere o lasciare! La tradizione va rispettata!" finì urlando Alceo, il vice presidente.
"La tradizione, vero? La prendete su questo tono, vero? E allora, sapete che vi dico? Fatevela voi, la processione! Ma senza di me e senza santo. Io da qui non mi muovo!"
Don Gesuino e Nicodemo si erano guardati fisso negli occhi in atto di sfida, poi si erano voltati repentinamente le spalle.
"Bisogna prendere una decisione..." intervenne uno del Comitato, "La gente è stanca di aspettare..."
"Che se ne torni a casa la gente!" borbottò stizzito il parroco. "La messa è finita!"
Qualcuno di fuori cominciò a bussare alla porta.
"Don Gesuino, glielo dico per il bene di tutti e per l'ultima volta: si vesta e ci lasci prendere il nostro santo... oppure..." disse Nicodemo a denti stretti.
"Oppure che cosa?" gli andò addosso il prete. "Si, certo, da voi, beduini eretici, ci si può aspettare di tutto... Avete perso la misura, avete! Ma, badate bene, io, sotto la tonaca, ci ho calzoni. Capito?"
"Ah, sì?" replicò Nicodemo, "gli eretici siamo noi, vero? Avete sentito? Siamo eretici, noi!... L'eretico è lei che non porta rispetto alle tradizioni e neppure a sant'Antonio... Ma stia attento! Sant'Antonio ne ha già messa a posto parecchia di gente con il collo rigido!"
"Andate, andate..." disse don Gesuino assumendo atteggiamento e tono da martire, con gli occhi rivolti al soffitto, "perdòno loro perché non sanno quello che fanno!"
"Don Gesuino, badi.."
"Andate, zoticoni, andate... Gente che porta in giro i santi per le strade come...!"
Alle parole blasfeme, quelli del Comitato si segnarono. "Costui è veramente un prete eretico." Pensarono tutti, e tutti insieme spalancarono le porte della sacrestia, infilandosi a furia di spallate nella folla.
Quando la gente vide il presidente del Comitato, seguito dai suoi, salire i gradini dell'altare maggiore, capì che succedeva qualcosa di molto grave e fece immediatamente silenzio.
Tutti gli sguardi si appuntarono sulla faccia pallida e irata di Nicodemo che aveva aperto le braccia in un largo gesto: "La festa non si fa più. Il comitato si scioglie." Annunciò.
Dopo il primo momento di silenzioso stupore, qualcuno dalle prime file domandò:
"E perché mai?"
"Che cosa è accaduto?"
"Il parroco si è sentito male?"
"Sant'Antonio non vuole uscire dalla nicchia?"
"C'è che il parroco non vuole rispettare la tradizione del paese. Perciò io e gli altri del Comitato ci ritiriamo." Fu la risposta.
Gli ultimi, che non avevano sentito, si informarono dai primi:
"Ma che diavolo mai sta succedendo, oggi?"
"Il prete non vuole che i cavalli seguano il santo!" si rispondeva.
"Ma che razza di prete ci ha mandato Monsignore, se non conosce le costumanze?"
"Dice che la Confraternita deve stare di dietro e non davanti!"
"Matto è? ma quando mai?!…"
I commenti si diffondevano e si moltiplicavano; col chiasso aumentava la confusione.
Ad un tratto si udì una voce forte sovrastare tutte le altre: "Cacciamolo via!"
In un baleno il grido riecheggiò da ogni parte: "Cacciamolo via!"
La marea umana ondeggiò indecisa, poi si scatenò contro la sacrestia.
Fra i primi c'erano Peppe e Anselmo che iniziarono a dare spallate contro la porta che il parroco aveva sprangato.
Quando la serratura cedette, si trovarono faccia a faccia con donna Mariangela e le altre Dame, che brandivano minacciose vecchi crocefissi e candelabri di alpacca. Qualcuna si era armata di lamette da barba, trovate chissà dove - come si capì dopo dagli abiti trinciati.
"Pazzi siete? Mai pace né in terra né in cielo avrete, se oserete mettere le mani sopra un ministro di Dio!"
"Levatevi di mezzo, bigotte!"
"Eretici! Ecco che cosa siete, eretici! Eretici e scostumati!" si difendevano le Dame.
"Eretico è lui, con il diavolo che ci ha in corpo!"
"Preti come quello vanno impiccati!" replicavano dalla chiesa. Ed uno, con malizioso riferimento a donna Mariangela, aggiunse: "E anche altro, vorrebbero…!"
La resistenza durò appena il tempo di scambiarsi tali improperi. Però, frantumato il baluardo opposto dalle Dame, la gente riversatasi in sacrestia si avvide che il parroco era sparito. Inutilmente lo cercarono dentro gli armadi e nei mucchi dei santi smessi. Don Gesuino, vista la mala parata, scavalcata la finestra, era corso a barricarsi in casa sua.
Al prete non ci pensarono più:
"Che vada in malora! La processione la faremo lo stesso…"
Ma gli anziani obiettarono:
"Una processione senza prete è come senza santo."
Allora una donna lanciò l'idea, così, senza parere:
"E perché non ci mettiamo Chiccheddu? Sa leggere il Vangelo e sa guarire spaventi e malocchio meglio di un prete."
L'idea venne raccolta, brevemente discussa e accettata.
Nicodemo mandò la nipotina scema a cercarlo: doveva essere lì attorno.
Trovatolo, lo trascinarono in sacrestia dove lo misero al corrente della questione, intanto gli mettevano addosso i paramenti sacri.
"Ma io… io non sono degno… ecco… " si schermiva Chiccheddu. "E la Giustizia, poi?… " borbottava preoccupato.
Non aveva resistito a lungo. Infine, convinto e compiaciuto, si era inginocchiato segnandosi con un ampio lento gesto, chinandosi fino a baciare le tavole del pavimento, come aveva visto fare ai preti sull'altare.
"Sia fatta la volontà di Dio!" mormorò.
"Ora devi prendere sant'Antonio dalla nicchia e devi metterlo sulla portantina… " gli suggerirono Nicodemo e gli altri del Comitato.
"So io quello che si deve fare!" rispose secco Chiccheddu e avanzò lento e ieratico fino alla nicchia, aprì con compunzione rituale la teca a vetri dopo essersi segnato tre volte, si inginocchiò a recitare tre Pater, tre Ave e tre Gloria prima di toccare sant'Antonio che dall'alto gli sorrideva con gli occhi azzurri e gesto benedicente.
La gente si accalcava attorno, muta e riverente, osservando in ogni particolare il compiersi del rito. E quando il santo, se pure con una certa fatica, fu incastrato nella sua sede sulla portantina, i clamori di gaudio furono immensi.
"Soltanto un prete o un'anima benedetta da Dio può toccare sant'Antonio senza cadere fulminato… " spiegava ai giovani un vecchio barbuto.
Le donne piangevano di commozione.
La processione si compose nel piazzale di chiesa secondo la tradizione: la Confraternita davanti con il Crocefisso nero; i cavalli bardati a festa e il santo portato a spalla da quelli del Comitato; Chiccheddu coi paramenti sacri sotto il baldacchino di seta gialla frangiato d'argento; infine tutto il popolo, prima gli uomini, a capo scoperto, dopo le donne e i bambini.
"Meglio di un prete è!" commentavano, ammirando Chiccheddu nell'incedere lento e solenne, nell'intonare le preghiere con voce profonda di basso.
E per dispetto, la processione passò due volte nella strada di don Gesuino, il quale spiava dietro la finestra del primo piano, rodendosi impotente dalla rabbia.


S'AFFUMENTU

Il caso vuole che invece di andare da zia Giuannica, la raccomandata del guaritore, finisca in casa di zia Maddalena - una delle tante che praticano la magia de s'affumentu, del suffumigio.
Arrivo in tempo per assistere a un suffumigio rituale che verrà operato su una bambina di una decina di anni. S'affummentu, il suffumigio terapeutico è diffusissimo per risolvere is azzicchidus, gli spaventi, ma viene usato anche contro il malocchio e le fatture.
Zia Maddalena, vecchia incartapecorita, è ancora sana e vispa. Le attribuiscono una ottantina d'anni. Mi riceve cordialmente, facendomi accomodare nello scanno migliore. La cucina è pulita; il tetto di canne è appena brunito dal fumo che sfugge al camino - dove ora brucia un mucchio di frasche.
S'affumentadora, la terapeuta suffumigatrice siede su uno scanno molto basso, e la bambina su uno più alto di fronte a lei. S'affumentu non può aver luogo - non avrebbe valore il farlo - se non in un locale con due porte. Ciò perché l'ammalato "non esca da dove è entrato", perché uscendo dalla stessa parte da cui è venuto si riprenderebbe il male che aveva.
La vecchia prepara il materiale occorrente: una comune tegola di terra cotta, un mucchietto di brace viva a portata di paletta nel camino, un involto contenente palma consacrata la Domenica delle Palme, incenso, pezzetti di cera e fiori presi dall'altare maggiore dopo una funzione religiosa che li abbia benedetti. Infine, una bottiglietta contenente acqua santa.
Dopo avere spruzzato un po' d'acqua santa sul viso della bambina, s'affumentadora raccoglie le braci e le mette sulla parte concava della tegola. Quindi prende un pizzico della mistura benedetta, tenendolo tra le dita sospeso sulle braci mentre recita sommessa is brebus, le parole rituali. Traccia quindi tre segni di croce sulle braci lasciandovi cadere alla fine la mistura che tiene fra le dita.
Un fumo denso aromatico si sprigiona dalla tegola, che la guaritrice solleva verso il viso della paziente; e questa, immobile e come affascinata, ne viene avvolta. Intanto s'affumentadora recita altri incomprensibili brebus; infine versa dalla bottiglietta acqua santa sulle braci, che si spengono fumigando. Il vapore viene ugualmente insufflato dalla vecchia sul viso della azzicada, della piccola che ha preso uno spavento.
Si rimettono nuove braci sulla tegola e si ripete la stessa operazione per tre volte.
A conclusione, zia Maddalena spruzza ancora acqua santa sul viso e sui capelli della piccola paziente, raccomandandole, mentre se ne va, di uscire dalla porticina che dà sul cortile - dato che è entrata dall'ingresso principale.
Per le sue prestazioni non chiede denaro. Accetta offerte in olio, grano, formaggio.
E' possibile conoscere is brebus rituali?
Il solo chiederli è una sconvenienza. Ma zia Maddalena è tollerante. Sorride - non si capisce bene se per compatimento o lusingata dalla altrui curiosità. Dice: "Lei è istruito e io sono una donna ignorante. Ma lei, anche se studia tutta la vita, queste parole non potrà leggerle in nessun libro."


S'AFFUMENTU
Variante

M.A. una giovane donna madre di tre marmocchi mi accompagna da zia Gina e da zia Efisia che officiano una s'affumentu e l'altra s'aqua abrebada, secondo il rituale maurreddinu, della regione iglesiente. La mia accompagnatrice ha il più piccolo con sintomi di unu azzicchidu, di uno spavento abbastanza gravi: febbre, eruzioni cutanee, specialmente in testa, e sonno agitato.
Entriamo in una casetta rifatta a nuovo, linda e ornata di fiori come è difficile trovarne in questa zona del Campidano di Arborea. Zia Gina - come zia Efisia - è di origine iglesiente, figlia di un vecchio contadino-minatore in pensione.
Zia Gina è vedova, sui cinquant'anni. E' molto aperta al dialogo, quasi espansiva. Racconta dei suoi nove figli, tutti laboriosi e onesti. Il primo - dice con orgoglio - ha cavallo e carretta.
Sa quale uso intendo fare di ciò che vedrò. Affinché possa seguire meglio i particolari della cerimonia mi fa sedere a qualche passo da lei. Praticherà s'affumentu sul marmocchio di tre anni azziccau, che ha preso spavento.
Secondo la guaritrice - che ha osservato attentamente il piccolo, rilevando is pibisias in conca, le pustoline in testa - si tratterebbe di umbra. Umbra, spiega, è uno spavento ricevuto dall'anima di un defunto, anima morta, ed è differente da s'azzicchidu, dallo spavento causato da persone o animali, animas bias, anime vive.
S'affumentu di zia Gina, dell'Iglesiente, è una variante più semplice di quello precedente eseguito da zia Maddalena. Il malato-azzicau viene seduto su una seggiola e ricoperto dalla testa con uno scialle nero. Ai piedi del piccolo, sul pavimento, viene posata la tegola con le braci. La donna officia il rito in piedi. Per tre volte si fa il segno della croce, quindi recita i seguenti brebus:
"Aundi ses ti biu - ovunque sei ti vedo
ca t'happu affumentau, - che ti ho esorcizzato,
non timas, fillu miu, - non temere figlio mio,
a timongia e a lau - con incenso e alloro
a timongia e a cera. - con incenso e cera.
Sa santa Gruxi vera - La santa Croce vera
sa vera santa Gruxi: - la vera santa Croce:
Deus ti dongad luxi - Dio ti doni luce
luxi ti dongad Deus, - luce ti doni Dio,
santu Giuanni, Luca e Matteu. - san Giovanni, Luca e Matteo."
Recita tre volte i versetti mentre lascia cadere sulle braci le erbe aromatiche benedette - quelle che vengono sparse lungo il percorso della processione del Corpus Domini - incenso e cera. Quindi impone le palme delle mani sul capo del piccolo malato, esercitando continue e forti pressioni. Si china allora fino a sfiorare il capo del bimbo con le sue labbra e sullo stesso capo traccia con le labbra tre segni di croce. A conclusione - liberatolo dallo scialle che lo ricopriva - la guaritrice sputa tre volte sui capelli del pupo.
Zia Gina è la prima, e l'ultima, delle tante guaritrici visitate che ha svelato alcuni dei brebus magici.
Quale è il significato, e il potere, di questi magici versetti?
Dice: "Queste sono le parole che Nostra Signora aveva pronunciato quando il Bambino Gesù era scappato per andare nel Tempio, e Lei si era spaventata."


S'AQUA LICORNIA
Variante

Zia Efisia prepara s'aqua abrebada. Così viene chiamata l'acqua resa taumaturgica dai brebus, parole magiche rituali. Equivale a s'aqua licornia del rituale oristanese e a s'aqua medalla del rituale guspinese. Per s'aqua abrebada si usano tre chicchi di grano, anziché nove come nella variante oristanese, e inoltre tre grani di sale.
"No, non si possono svelare is brebus. Li ho appresi con un fiume in mezzo, io da una parte e chi me li ha insegnati dall'altra. L'acqua si è portata via le parole nel mare e nessuno le può conoscere. Non voglio male né a lei né a me: molte disgrazie sono successe per una vana curiosità."
Zia Efisia officia in piedi, col portamento del sacerdote davanti all'altare. E' nubile, sulla quarantina, molto devota. Vive - come si dice - inter domu e cresia, tra casa e chiesa.
Con le mani giunte, le braccia tese, leva alto davanti a sé il bicchiere d'acqua. Il suo gesto è lento misurato. Il suo volto è intenso assorto ieratico.
Sceglie con cura i tre chicchi di grano e traccia con ciascuno rapidi segni di croce prima di immergerli nell'acqua del bicchiere. Singolarmente, prende e tiene i chicchi di grano tra il pollice e l'anulare. Recita is brebus sottovoce, e il suo bisbigliare è intenso - mentre i suoi occhi si socchiudono e tra le ciglia balugina il bianco, e il suo volto appare teso come dolorante… Come con i chicchi di grano, ripete con i grani di sale.
Alla fine del rito, riprende la sua normale sorridente espressione. Fa uno strano effetto la sua voce dopo tanto intenso bisbiglio di brebus, intervallato da lunghe profonde silenziose gestuazioni. L'acqua del bicchiere è ora abrebada, resa taumaturgica. Usata nei dovuti modi guarirà malocchi o spaventi, oghiaduras o azzicchidus, o anche effetti di fatture non molto forti.
Nel caso descritto, un ogu liau, malocchio, che ha colpito una graziosa fanciulla sui sedici anni - forse toccata dal fluido malefico di qualche vecchio caprone jettatore che le provoca continui mal di testa e svenimenti.
Zia Efisia immerge il pollice e l'anulare nell'acqua del bicchiere e tenendoli sempre uniti e bagnati traccia con queste dita il segno di croce sulla fronte, sulla mano destra e sul piede sinistro della fanciulla. Quindi pesca i tre grani di sale, non del tutto sciolti, e glieli pone sulle spalle.
Congedando la fanciulla, le consegna metà dell'acqua affinché la beva; la rimanente la versa nel fuoco del camino. Spiega: "Va messa in luogo dove mai nessuno possa posare i piedi, per evitare che qualcun altro possa raccogliere il danno."


IS BREBEIS OGHIADAS

I pastori risultano particolarmente vulnerabili alle oscure trame di fattucchieri e oghiadoris, iettatori, senza scrupoli.
Il Sinis, la vasta penisola cui fanno capo le economie di base di alcuni paesi dell'Oristanese, fino ai tempi recentissimi, (1950), era utilizzato comunitariamente dai contadini e dai pastori. I quali, secondo una millenaria consuetudine, vi alternavano la coltura di cereali con il maggese per il pascolo. La sola comunità di Cabras (dall'antico toponimo Masoni de cabras, Ovile di capre), negli anni precedenti la seconda carneficina mondiale, contava un patrimonio ovino di circa 35.000 capi, ridotti (al 1950) a 7.000 - senza contare bovini ed equini, del tutto scomparsi. Il depauperamento - che continua verso l'estinzione - del patrimonio zootecnico tradizionale (ovini) è specialmente dovuto al dissennato processo di dissodamento delle terre incolte a mezzo trattori e ruspe, che negli anni tra il 1948-50 si proponeva di favorire i braccianti senza terra, e che invece, qui, ha finito per favorire e impinguare i già ricchi proprietari terrieri, ricacciando i pastori e le loro greggi su sempre più limitate e sterili superfici pascolative. La penisola del Sinis, ormai spoglia a mare della sua naturale vegetazione, è ancora qua e là punteggiata di masonis - termine che può tradursi con gregge ma che ha, qui, il significato più usuale di ovile, in questa zona, estremamente rudimentale: baracca o tettoia di frasche che riparano malamente dalle intemperie pecore e pastori, entro recinti di sterpi spinosi.
Non si può rientrare in paese ogni volta che si ammala una pecora. Le morie sono frequenti: le greggi vivono alla stato brado, soggette a tutte le intemperie, senza controllo sanitario. "L'avessero almeno i cristiani!" - commenta qualcuno. Così il pastore, da sempre, ha dovuto imparare a curare da sé le pecore.
Alcuni malanni che colpiscono le bestie vengono spesso attribuiti ai fattucchieri e a is oghiadoris, agli iettatori. I pastori proteggono il loro bestiame con su pinnadeddu, l'amuleto contro il malocchio, inserito nella correggia del sonaglio o appeso intorno al collo con una fettuccia verde (anche questo colore ha di per sé poteri esorcizzanti). In particolare vengono così protetti i capi selezionati, che si presume siano quelli maggiormente presi di mira da gente invidiosa o comunque malefica.
Indipendentemente da tale precauzione, quando una o più bestie si ammalano si manda di corsa un pastorello in paese. Non dal veterinario, che vive in città e non è facilmente reperibile, e che anche a trovarlo e a convincerlo a venire costerebbe più di quanto non valga la bestia malata; si va dal fattucchiere, che faccia d'urgenza s'aqua licornia. Il fattucchiere ha pertanto il vantaggio sul veterinario di poter curare a distanza e di costare poco o nulla.
L. M. A., pastore quarantenne di Nurachi testimonia:
"Certamente c'è qualcuno che fa quelle cose (oghiaduras e fatturas)… Quest'anno (1960) ho avuto dieci pecore sgravate prima del tempo, una dietro l'altra nello spazio di pochi giorni, e cinque altre mi sono morte in una notte. Certo è ogu, malocchio o fattura. Quando succede noi andiamo da quelli che sanno fare s'aqua licornia, l'acqua taumaturgica, e la spruzziamo addosso alle bestie o la mettiamo nell'abbeveratoio, e quasi sempre ci siamo trovati bene. Agli agnelli specialmente usiamo mettere su pinnadeddu, un pezzo di corno, anche di montone. Con quella roba sono più salvi…"


SA SPIRIDADA

Is ispiridadas, le spiritate, le invasate da spiriti, costituivano una categoria influente, dato anche il loro numero limitato, nella medicina popolare. In questo campo avevano la funzione di svelare le cause di mali oscuri, per lo più causati da fatture, mali che i comuni guaritori non erano riusciti a risolvere.
Ma assai più spesso le consultazioni a is ispiridadas, che possiamo definire di tipo oracolare, avevano lo scopo di conoscere trame esistenziali segrete (amori corrisposti o meno; nascite da tempo attese; esito di viaggi; investimenti patrimoniali) nonché notizie su preziosi persi o rubati o su persone care scomparse e predizioni sul futuro.
La funzione di is ispiridadas in quest'ultimo ruolo ricorda quello di alcune famose sacerdotesse del dio Apollo, quali la Pizia a Delfi e la Sibilla a Cuma.
Pur senza eguagliare la fama degli oracoli greci e romani dell'antichità, operava in tempi moderni, in Sardegna, sa spiridada de Masuddas, divinatrice di Masullas. Ancora qualche decennio fa, i supplici con i loro cestini colmi di ogni ben di dio facevano la fila per sentire l'oracolo. Come è noto, nell'antichità, un sistema di consultazione oracolare era quello della incubazione, consistente nella pratica di stendersi a dormire e attendere la risposta del dio mediante il sogno. Sa spiridada de Masuddas usava rispondere ai postulanti mettendosi a letto a dormire, e nel sonno parlavano per sua bocca gli spiriti che aveva in corpo. Sempre in tempi recenti era nota una spiridada anche nella città di Oristano. A questa fa riferimento la testimonianza che segue.
O. P., contadino, di trentacinque anni:
"Un fatto che mi è accaduto mi ha messo sulla strada di crederci. Mia moglie era malata. Era incinta di quattro mesi. La visita un dottore e non la riconosce. Neanche la levatrice la riconosce. Una vicina di casa, Maria S., un giorno mi aveva detto: "Vai a Oristano dove c'è una donna grassa che ti può aiutare." Io ci sono andato. Ho trovato il posto e mi ha fatto entrare. "Levati il berretto e fatti il segno della croce!" mi ha detto. Io le ho dato la fotografia di mia moglie, senza dirle però che era mia moglie. Lei l'ha presa in mano e ha cominciato a soffiare con la bocca e col naso, con gli occhi chiusi come se le fosse preso un attacco di epilessia. Ci aveva le vene del collo grosse come il pugno, ci aveva… Io mi ero tutto spaventato. Dopo mi ha detto: "Questa donna è malata da molto tempo e sta spendendo un mucchio di soldi inutilmente coi dottori, e nessuno la sa guarire…" Aveva indovinato tutto, aveva. Poi ha detto ancora: "La donna è incinta e farà un parto bellissimo, senza nessun disturbo…e questa è tua moglie." Ho avuto paura sul serio, quando le ho detto di no, che non era mia moglie, perché lei ha gridato forte: "Perché mi dici bugia? questa è tua moglie!…" Questa donna non è ni bruscia ni coga, né fattucchiera né strega, ma una spiridada che fa ancora su spensoriu de sant'Antoni (forse il pendolo di sant'Antonio, cui si ricorre per ritrovare oggetti smarriti - n.d.A.). Non so come fa, esce fuori di conoscenza, tutta bagnata di sudore, soffiando dal naso, e non bisogna parlare, solo se interroga lei. Hat a portai tiaulus in corpus! Porterà diavoli in corpo!"
Oristano, 1961


TESTIMONIANZA I

E. M. laureata, di Oristano.
"Quando sento parlare di fattucchiere, di stregoni mi viene da sorridere. Molte persone si scandalizzano di essere chiamate con tali appellativi, anche se nella loro semplicità compiono azioni che solo fattucchierie si possono chiamare. E poi che male fanno? Suggestionano il malato e questi è convinto che quell'erba o quell'acqua gli hanno fatto del bene. Un mal di capo, una svogliatezza possono non essere un vero e proprio disturbo fisico. E allora? Non c'è forse della poesia in questa primitività?
Di solito sono i bambini che vengono guariti. E chi non ama i bambini e cerca per loro tutti i rimedi?
"Io sono cresciuta in mezzo a questi riti; eccome, ci credevo! Quando la sera, bambina, stanca di giocare rientravo in casa, accanto al caminetto affumicato, nella semioscurità distinguevo il volto triste di mia madre e posandole la testa sul grembo, desiderosa di essere considerata, le dicevo: "Mamma, mi fa male la testa, mi faccia l'acqua bella." Ed ella, senza accarezzarmi, mi rispondeva: "Lascia, figlia mia, domani viene zia Grazia e te la fa lei l'acqua bella e tu guarirai." E io sollevavo la testa ed ero già guarita. Ma non lo dicevo. E il giorno dopo, quando veniva zia Grazia mi lamentavo subito, prima che mia madre se ne dimenticasse.
"Quasi un quarto d'ora durava la preparazione de s'aqua patena, dell'acqua medaglia. Dopo, lei stessa me la metteva sulla fronte, immergendo nel bicchiere l'indice e il pollice, segnandomi con esse delle piccole croci, e poi sul mento, sulle orecchie, sul collo, sulle mani… e mai nessuna carezza mi era parsa più dolce.
"Anche mia madre sapeva fare s'aqua patena, ma non aveva una patena, medaglia, così bella e grande come quella di zia Grazia, e poi le sue dita erano ruvide e mi davano fastidio… ma quella vecchia! oh, come la ricordo…"

Nota. La testimonianza di E. M. è illuminante nella funzione che alcuni riti terapeutici popolari hanno nella risoluzione di traumi e frustrazioni psichici infantili. E' abbastanza chiaro che nella piccola E. M. si è prodotta una depressione psichica dovuta a carenza affettiva da parte della madre e che la stessa piccola ritrova un equilibrio operando il transfert nella vecchia guaritrice.
Che non vi fosse un rapporto affettivo soddisfacente con la madre si rileva chiaramente. Quando la piccola cerca un contatto appoggiando la testa sul grembo della madre, attirando la sua attenzione col pretesto del mal di testa, si sente rifiutata perché non le viene fatta l'acqua bella, né riceve una carezza.
Viene a mente lo psicologo Spitz, il quale, nei suoi studi sull'età evolutiva, sostiene che spesso, quando vi è un rapporto affettivo carente, il bambino attira le attenzioni della madre, provocando certi fenomeni che intuisce o sa che muovono immediatamente la sua preoccupazione - nel nostro caso il mal di testa.
La presenza della guaritrice zia Grazia è risolutrice di depressioni anaclitiche, che a lungo potrebbero sfociare in nevrosi gravi, che vengono evitate col transfert - le dita della madre erano "ruvide e mi davano fastidio" mentre quelle della zia Grazia erano "una carezza come mai nessuna mi era parsa più dolce".


TESTIMONIANZA II

P. D'A., laureato, di Oristano.
"Io ci rido su. Ma ci sono dei fatti che fanno dubitare. A mio suocero, un po' agricoltore e un po' pastore, è accaduto di recente un fatto singolare. Possiede un bel montone, di quelli selezionati. Un giorno, il servo pastore viene ad avvertirlo che il montone si è ammalato. Non si regge in piedi, sembra stia per tirare le cuoia. Non è roba da chiamare dottori - dice il servo - deve essere malocchio, così bello com'è; e bisogna fargli subito s'aqua licornia. A mio suocero piangeva il cuore, per il suo montone. Lui, come me, non ci crede; però ha voluto tentare, dando retta al servo pastore. Bene: ha fatto fare s'aqua licornia, l'hanno spruzzata addosso al montone, che lì per lì si è alzato, guarito, sano più di prima… Come si fa, davanti a fatti come questi, a non dubitare?"


TESTIMONIANZA III

R. S., studentessa, di Santa Giusta.
"Ero stata a trovare una puerpera che si era alzata da poco dal letto. Nell'entrare vidi che le porte e le finestre erano spalancate, e mi affrettai a chiuderle perché la madre e il piccino non prendessero un malanno. Ma una vecchia autoritaria, che trafficava nella stanza, me ne distolse, imponendomi di sedere e di tacere. Ero arrivata mentre si celebrava un rito solenne: su affumentu po sa partoxa, il suffumigio per la puerpera.
La madre, con la piccola creatura in braccio, era in mezzo alla stanza. Per terra vi era una tegola con delle braci vive, su cui bruciavano erbe aromatiche, timo, rosmarino, menta e palma consacrata, miste a sale che scoppiettava e a zucchero. Dal tutto si sprigionava un fumo denso e aromatico, e su questo, per tre volte, la madre fece passare tenendolo fra le braccia il bambino, descrivendo una croce. Poi, per altrettante volte, ella stessa passò scavalcando la tegola fumigante, descrivendo ancora delle croci. Infine, sedette in un angolo, mentre le braci, vivificate dalla corrente d'aria che passava attraverso la porta e le finestre aperte, finivano di consumare le erbe. Non è l'unica volta che ho assistito a questo rito."

Nota. Il rito di s'affumentu, come si è visto, non ha mai valore diagnostico come l'aqua licornia, o abrebada, o patena, ma soltanto terapeutico, risolutore di disturbi non gravi della sfera emotiva (spaventi) o provocati da malocchio o fatture semplici. In questa testimonianza lo ritroviamo in una variante riservata alle puerpere. La tradizione popolare vuole che anche Maria Vergine si sia fatta affumentai, suffumigare, prima di riapparire in pubblico dopo la nascita di Gesù.


TESTIMONIANZA IV

Per fattucchiere si dovrebbe intendere, a rigore di termine, colui che fa le fatture; e per guaritore, colui che disfa le fatture, che ne guarisce gli effetti. La gente usa il termine fattucchiere (cogu, brusciu e anche fattucchieri) tanto per chi fa, quanto per chi disfa le fatture.
In altre parole, nella credenza popolare, colui che possiede il potere di guarire possiede anche quello di ammalare. E' il concetto elementare e profondo del perenne dualismo che è nell'uomo, mai totalmente buono o totalmente cattivo.
La fattura provoca danni più gravi e complessi del malocchio. Il malocchio viene dato da alcuni individui, quasi sempre maschi di una certa età, detti oghiadoris, iettatori. Costoro possiederebbero umbra de coloru, fascino di serpente. La loro azione malefica può esplicarsi anche involontariamente, e di norma, toccando l'oggetto o la persona caduti involontariamente sotto il loro influsso, evitano i possibili danni di s'ogu liau, della iettatura.
La fattura invece è sempre volontaria, e presuppone conoscenza delle arti magiche - oltre, logicamente, il possesso della cosiddetta forza o fluido, come spiegano alcuni.
La fattura può colpire chiunque o qualunque cosa. Si ritiene che i rimedi siano rari; la disgrazia è data quasi come irreparabile. C'è una sola e unica via di salvezza: trovare la fattura e farla sciogliere dalla forza o fluido di un fattucchiere, che nelle arti magiche abbia più conoscenza di chi l'ha fatta.
La fattura si fa con un pupazzetto che rappresenta il soggetto da ammaliare, da colpire per ferire o per uccidere. Con il progresso, il pupazzo viene anche sostituito con una fotografia. Per tale ragione - credo - si è molto gelosi della propria immagine stampata.
Nel maggior numero dei casi sono le donne a essere oggetto di fattura. In primo piano le giovani da marito; vengono poi le vedove e le donne in menopausa. Infine i bambini, anch'essi in larga misura.
Come materia per costruire il pupazzo, si usa su carrucciu de figu morisca, la pala del ficodindia, ritagliata configurando una sagoma umana stilizzata. Oppure, lana o cotone o lino non filati. Il pupazzo che se ne ottiene si trafigge con spini, spilli o chiodi. Nel cuore per ammalare d'amore, nel capo per produrre nevralgie o far uscire di senno, nelle articolazioni per provocare artriti o paralisi, e così via.
Non è facile penetrare nel mondo della fattura. Se i fattucchieri-guaritori sono noti e facilmente avvicinabili, i fattucchieri-ammalatori è assai arduo conoscerli - pur non essendo di numero inferiore ai primi, anzi potrebbero logicamente individuarsi gli uni negli altri. Ciò è ovvio: colui che fa o fa fare la fattura per danneggiare un nemico o per sedurre una fanciulla riottosa o accalappiare una vedova danarosa e sospettosa, non ha nessun interesse a raccontarlo in pubblico. Chi subisce la fattura può avere dei dubbi, ma non saprà mai con certezza per mano di chi è rimasto affatturato.
Oristano, 1962


TESTIMONIANZA V

La signora T., quarantenne, di Riòla, sposata a un agiato commerciante, costretto dal suo lavoro ad assentarsi di frequente, è spesso malata. Ella è convinta che il suo male - che i medici non riescono né a diagnosticare né ad alleviare - sia dovuto a una fattura.
Di recente si è recata nel Nuorese, dove esercitano alcune famose spiridadas, invasate da spiriti, capaci di sciogliere i malefici, oltre che divinare il passato e il futuro. L'esito è stato negativo. Ultimamente ha conosciuto un fattucchiere di Oristano, sul quale la donna ha riposto le sue ultime speranze.
Qualche tempo dopo, la donna, non si sa fino a che punto casualmente, ha trovato nel proprio cortile, malamente ricoperta di terriccio, una fattura: una rozza bambola, con spilli e chiodi conficcati nel capo. Immediatamente, senza toccare la fattura, viene chiamato il fattucchiere oristanese. Costui raccoglie la fattura, la esamina attentamente e a lungo, e dichiara infine che è stata fatta da una forza molto grande, e che per scioglierla sono necessari molto tempo e molti soldi. Egli promette che tenterà con tutta la sua arte. Così, in breve tempo, egli ha ricevuto per prestazioni professionali, oltre trecentomila lire.
Riòla, 1963


S'AFFUMENTAU
IL SUFFUMICATO

In fondo alla cucina, nel tratto tra l'angolo e il focolare, deposto sulla stuoia di falasco, ricoperto di orbace bianconero, Roberto, dodici anni, rabbrividisce di febbre.
Tre giorni fa è venuto il medico. Otto chilometri con il calesse. Piccoletto rubizzo, barbetta, occhiali, borsa e odore di tintura di iodio. Un batter di nocche sulle costole scarne, un pigia pigia nelle viscere, una guardata in fondo alla bocca spalancata. Borbottii e scuoter di capo: probabile tifo. Succo d'arancia e di limone con zucchero e una pastiglia gialla ogni quattro ore.
Zia Elvira, quando le faccende di casa glielo consentono, siede sul pavimento, a lato della stuoia. "Figlio mio, tu stai bruciando!" dice accorata, e allunga una mano al panchetto, prende la tazza dell'acqua zuccherata, solleva il capo del fanciullo. "Bevi, figlio mio. Bevi che ti passa la febbre."
Maria, quindici anni, la più grande della nidiata, seduta vicino alla porta che dà nel cortile, rattoppa calzoni gonne maglie. Ha una pertica accanto, che impugna e agita ogni tanto verso l'uscio per tenere lontano galline e conigli. E ai bambini dice: "Andate via, andate fuori a giocare voi. Andate via, che Roberto ha la bua grande e si attacca anche a voi."
E i fratellini ignari a correre rumorosi in frotta nel cortile assolato, a punzecchiare con una canna il tacchino che gurguglia dispettoso gonfiando la pappagorgia, riaffacciandosi ogni minuto sull'uscio della cucina: "Mamma, ho fame, dammi pane."
"Credete che si trovi a ogni angolo di strada, il pane; benedetti ragazzi! stomaco senza fondo avete. Tieni una fetta, tieni anche tu… Meglio spendere in pane che in medicina… Bevi, Roberto. Come ti senti? Neanche la forza di parlare hai. Bevi, Roberto. Come sei caldo, figlio mio bello!"
All'imbrunire, ziu Efisi rientra dalla campagna con il giogo dei buoi. Depone in silenzio la bisaccia sopra il tavolo. "Ave Maria", saluta, e siede ai piedi di Roberto - senza neppure un sculacciata affettuosa alla turba dei bambini che frugano la bisaccia, per i cardi e le lumache.
"Ci mancava anche questa, Sant' Iddio, ci mancava! con il cielo senza una nuvola e il grano giallo, fiorito prima del tempo."
"Come Dio comanda", dice comare Assunta in visita di dovere, seduta di fronte a zia Elvira, con le mani sul grembo. "E sa mexina 'e s'ogu, fatta fare gliel'avete?"
Ci aveva pensato ieri, zia Elvira. "Malocchio gli hanno fatto, al fiore della mia casa! Gente invidiosa del mio bene, dev'essere stata." E aveva mandato Maria di corsa da zia Cabriolu, la vecchia che possiede medaglie miracolose e conosce is brebus.
Tre chicchi di grano e tre chicchi di sale si immergono nell'acqua limpida del bicchiere. Novantanove segni veloci di croce tracciati con la medaglia di ottone lucente. Infine, is brebus misteriosi compiono il prodigio. Miracolosa è l'acqua conservata nella fiaschetta che Maria stringe al petto sotto lo scialle. "Che il bambino ne beva tre sorsi oggi e tre domani e tre posdomani. Con la restante che gli si segnino la fronte, le labbra, il cuore, e poi la palma delle mani e la pianta dei piedi. Ciò che dovesse avanzare di quest'acqua abrebada la si versi sul fuoco."
Ogni notte, zia Elvira stende un'altra stuoia accanto alla stuoia di Roberto. "No, non ti lascio solo, cuore mio, a bruciare di febbre. Ti tengo la fronte con le mie mani, per farti passare il male. Che passi a te che sei piccolino e venga a me, che ho l'ossa dure io…"
"Nelle mani di Dio siamo. Lui ci ha fatto e noi dobbiamo abbassare la testa sotto il Piede suo," dice comare Giuseppina, anche lei in visita di cortesia, accoccolata curva sotto lo scialle nero. "E sa mexina 'e s'azzicchidu, fatto fare gliel'avete?"
"Eh, sì, qualche foruncolo in testa già ce l'ha. E anche nel collo ne ha. L'ho guardato bene in tutto il corpo. Sì, durante la notte lo vedo scuotersi d'improvviso, spalancare gli occhi e le braccia e anche gridare, lo sento… Qualche spavento grande deve aver preso, il garofano bianco del mio giardino. Dimmi, chi è stato a darti spavento, usignolo della mia primavera? Dimmi, che cosa è stato a darti spavento, vigna della mia tanca?"
Gliel'hanno fatto fare di pomeriggio, s'affumentu contra s'azzichidu.
Le donne hanno avvolto il fanciullo in una coperta e l'hanno seduto su uno scanno a lato del camino acceso, di faccia a zia Cabriolu accoccolata per terra. Ciondola prostrato, il capo di Roberto, e Maria amorevolmente lo sostiene.
"Non timas, fillu miu, / aundi ses ti biu / ca t'happu affumentau; / non timas, fillu miu, / a timongia e a lau, / a timongia e a cera. / Sa Santa Gruxi 'era, / sa vera Santa Gruxi: / Deus ti 'ongat luxi, / luxi ti 'ongat Deus, / santu Giuanni, Luca e Matteu".
Stanno in disparte i bambini, in silenzio, attenti al compiersi del rito, con la fetta del pane sbocconcellata dimenticata nella mano pendula.
Le erbe aromatiche bruciano fumigando sulle braci vive raccolte nella tegola: cera dell'altare maggiore, fiori della santa Patrona, incenso della sacra Arca e palma benedetta della Settimana Santa. Il fumo denso aromatico avvolge il viso lacrimoso di Roberto, si diffonde per tutta la cucina.
"Piangi, figlio mio, piangi. Piangi e tossisci. Che lo spavento grande ti esca dal cervello e dal cuore e se ne ritorni ai diavoli che lo hanno partorito! Piangi e tossisci forte, spiga dorata del mio campo! che lo spavento brutto ti esca dalle viscere e possa tu dormire senza incubi, germoglio della mia terra! Sputa lo spavento nero, che devi crescere e lavorare, figlio mio. Oh, che tu possa vedere mucchi di grano alti come montagne nelle aie d'agosto e greggi tante, spinte dai cani e dai bacoli, da meravigliare Orune!"
Ziu Efisi, ogni notte, cena accanto alla stuoia di Roberto, con la scodella delle fave lesse sulle ginocchia.
Non piove da mesi. Il cielo è sempre terso, di un azzurro sfocato all'orizzonte; le zolle si sono fatte grigie, dure come cenere impietrita.
"Lacrime non ce ne sono più, figlio mio: non ce ne sono per la tua febbre, non ce ne sono per l'arsura del tuo grano. La volontà di Dio sia fatta!"
Mogoro 1945


CAPITOLO TERZO
ALL'INTERNO DEL BENE E DEL MALE


SU BENTU DE SOLI
IL LEVANTE

Io del veterinario sono nemico, perché bestiame nel mio poco ne ho sempre allevato, qualche bestia ce l'ho ancora e ne allevo. Quando vedo una bestia malata, guardo un pochino di che si tratta. Il maiale, per esempio, è soggetto soprattutto alla polmonite, lo conosco da lontano se soffre la polmonite… Ci sono veterinari che non lo riconoscono. Io ho un nipote veterinario, laureato cinque o sei anni fa, che viene spesso a trovarmi. Tempo fa avevo una scrofa prossima al parto e non so come si è buscata la polmonite. Viene questo mio nipote mentre ero intento a riscaldare dei sacchi di sabbia e di crusca per metterli sui fianchi della scrofa, sdraiata per terra. Mi ha visto e dice: "E che cosa sta facendo, zio?" "Cosa sto facendo?! sto curando questa scrofa perché si è presa la polmonite." "Ma chi te lo ha detto?" Lui risponde. "Chi me lo ha detto? Io l'ho detto. La conosco abbastanza bene, la polmonite è una cosa lampante, si vede a occhio nudo senza usare strumenti, dal respiro, si vede…" "Ma che cosa ne vuoi sapere tu che non hai studiato?… " "No? Aspetta un pochino. Tu hai ragione che io non ho studiato, però sono stato allevato in mezzo a questo bestiame e ne ho avuto tante di quelle esperienze e io uso questo sistema: quando la bestia è colpita da polmonite bisogna riservarle un posto caldo al massimo e non farle prendere colpi d'aria, perché un colpo d'aria la fulmina. Io qui chiudo per bene, aria non ne deve entrare per niente e sono convinto di rianimarla così." E lui dice: "Ma no, zio, aspetta che vado a prendere un paio di punture…" "No, no, lascia stare le punture, sono cose tue, alle cose mie ci penso io, non inserirti…" E difatti ce l'avevo fatta.


SA CRASTADURA
LA CASTRAZIONE

Una volta, tempo fa, dietro sua insistenza, l'anno che si è laureato, ho voluto usare il sistema dei veterinari quando si deve fare la castrazione del maiale maschio, perché da adulto, se non è castrato, la carne non è buona, ha un odore… e un saporaccio insipido, non si può mangiare, quindi per il maiale da macellazione si deve fare la castrazione. In altri tempi si castrava e basta, invece adesso si usa la puntura antitetanica, prima della castrazione, per evitare infezioni. Io questo lavoro lo sto facendo da quando avevo tredici quattordici anni, me lo aveva insegnato un uomo di Sinnai, ziu Pascali Cuccu, e questo qui però mi disse: "Guarda, devi fare così e così". Me lo ha fatto vedere e dopo me lo ha fatto fare. Però ricordati di questo: se soffia il levante guai a fare questo lavoro perché è pericoloso, ti muore la bestia." Io ho sempre avuto queste preoccupazioni prima di fare il lavoro, mi guardo bene che non stia soffiando il levante… Dunque, proprio l'anno che si è laureato mio nipote, ne avevo tre da castrare, in casa. Uno era grande, dell'età di quattro anni, gli altri due erano piccoli, di un annetto circa. Vado da mio fratello e gli dico: "O Giovanni!" "Aou!" "Lo sai se Pinuccio deve venire questi giorni che ho tre maiali da castrare e vorrei che mi procurasse le punture antitetaniche? Le ho cercate in farmacia qui e non le ho trovate." "Gli telefono e ti do una risposta." Il padre gli ha telefonato e mio nipote Pinuccio gli ha detto: "Vengo domenica, dì a zio che mi aspetti che io arrivo con le punture, perché qui le abbiamo". Allora mio fratello mi ha detto: "Ascolta, fai una cosa, faglielo vedere tu a Pinuccio come si castra un maiale, perché lui è prossimo a laurearsi ma non ne ha ancora fatto di questi lavori. Faglielo vedere e fagliene fare uno anche a lui." "Va bene, va bene", ho detto. Infatti, la domenica è arrivato presto, è venuto a casa, ha salutato, e io gli ho detto: "La sai una cosa? Il lavoro non lo facciamo più". "Perché?" "Sta soffiando il levante". "Ma zio, anche tu sei come mio padre, credi ancora a queste cose… Ma che c'entra il levante col ponente e col maestrale? non c'entra niente. Ci sono le punture qui, no?" "No, non lo faccio il lavoro, perché questo vento di levante è nocivo per tutto." "Ma non farci caso, che non è niente". "E io invece ti dico che è così". "Ma non è vero affatto". "Beh", gli ho detto io, "allora facciamo una cosa, li facciamo, anche se muoiono tutti e tre, per insegnarti a castrare, perché sei venuto apposta per questo, no?" E così abbiamo fatto. Bene, abbiamo fatto la puntura, due li ho castrati io, uno lo ha fatto lui, gliel'ho fatto fare io, gli ho fatto vedere prima come si fa… fai così e così… lui era un po' affifato…" "Non affifarti, fai così e così, anche se muore non fa niente, non succede nulla, ce lo mangiamo…" gli dicevo. Comunque, non sono morti, però hanno preso il tetano tutti e tre, nonostante la puntura. Una cosa che a me non è successa mai, senza fare la puntura. Allora, per salvarli ci ha dovuto pensare lui, a forza di penicillina e altri diavoli. Però il tetano lo hanno preso, quindi vuol dire che il levante per queste questioni è molto pericoloso…


SU TRIGU
IL GRANO

Quando sta maturando il grano, se soffia il levante lo fallisce, lo distrugge. Da tempi antichi, molti esperti coltivatori sanno che nel momento della maturazione del seme il levante ddu fait ottizzu, ddu avvallit - naraus nosus in sardu, lo vuota, lo rinsecchisce - diciamo noi in sardo… Luna crescente gobba a ponente, luna calante gobba a levante…così si dice? I lavori della terra sono legati, eccome! alla luna. Tutti i contadini esperti di un tempo osservavano queste cose, il vento… Anche nella semina, per esempio, se stava soffiando il levante e se ne poteva fare a meno, non si seminava. Ecco qui. Questo è uno. Poi, possibilmente, seminavano sempre a luna piena. Quando la luna ha fatto il suo ciclo, ha girato, dopo quattordici giorni, allora fa la luna piena: al quattordicesimo giorno usano fare la semina. Però attenzione che non soffiasse il levante. Se oggi soffiava il levante e dovevano seminare la terra smettevano e aspettavano che smettesse. Dopo un paio di giorni seminavano. Però sempre a luna piena.


SU PRESUTTU
IL PROSCIUTTO

Guai, guai al levante. Io per fare il prosciutto ci sto attento. Nella nostra zona specialmente è sommamente pericoloso, ci vuole moltissima attenzione, perché si guasta. Io ho imparato a fare il prosciutto da quando ero giovanotto; lo faccio, lo faccio tutti gli anni a casa e ci sto molto attento. Il giorno che devo macellare il maiale, se non soffia il maestrale io non lo macello. Aspetto che soffi il maestrale. Mi preparo tutto prima e il giorno che soffia il maestrale macello, perché la carne si asciuga subito. Invece se c'è il levante e si macella il maiale e lo si appende, all'indomani quando si taglia la carne la si vede sgocciolare acqua… Se invece si macella quando sta soffiando il maestrale questo non succede, si asciuga direttamente. Anche le salsicce non vengono bene… Il prosciutto è sicuro che nelle nostre zone specialmente con il levante va male, perché noi qui in Campidano siamo poco più del livello del mare e quindi abbiamo un'aria più pesante che nel Capo di Sopra. Perciò non sempre il prosciutto riesce, bisogna stare attenti. Io che queste precauzioni me le prendo sempre, il prosciutto lo faccio da moltissimo tempo e a me non si è guastato mai… Qualche prosciutto è vero ha tentato di guastarsi, io lo conosco, lo controllo tutti i giorni oppure un giorno sì e uno no: a me non mi frega, no, balla! Lo busso, come si bussa la pezza di formaggio. Si bussa. Se tende a guastarsi, allora fa il suono vuoto. Allora cosa si fa? Si prende il coltello e si apre. Si vede il pezzo che sta tentando di andare in malora, si taglia e si butta via. Si condisce di nuovo nella parte tagliata, e così si salva. Anche nel Capo di Sopra, anche lassù se ne guastano. A Orgosolo che è Orgosolo. A Villagrande, ad Arzana che sono paesi famosi per i prosciutti, anche lì se ne guastano. Si vede che quelli che li fanno qualche volta si fidano perché hanno aria buona. Ripeto che la macellazione del maiale per provvista di famiglia o che si deve conservare per vendere o per fare prosciutto: mai quando soffia levante.


SU MESTRUU
IL CICLO MESTRUALE

Un'altra cosa: se c'é una donna di mezzo che deve mettere le mani nella lavorazione della carne del maiale, se deve aiutare l'uomo a fare determinati lavori, si deve essere sicuri che non abbia il ciclo, perché altrimenti è una cosa pericolosissima che a quanto pare fa l'effetto del levante. Lo stesso per il pane e per il formaggio e per i dolci… per tutte le cose che vengono conservate. Molti a queste cose non ci credono, non ci prestano fede, dicono che è impossibile. Invece è vero.


PANI E DURCIS
PANE E DOLCI

Qualche anno fa si è sposata un'amica di famiglia nostra. Siccome noi abbiamo in casa il forno sardo, che mi sono fatto io, ci hanno chiesto il favore di lasciarli fare il pane e i dolci delle nozze, dato che gli invitati erano molti. C'erano cinque o sei giorni facendo questo lavoro, dolci e pane di moltissime qualità, e sono venuti meravigliosi. Un giorno che non ero di lavoro, rientro a casa e trovo tutte queste donne allarmate, imbestialite e inquiete. "Che cosa ci avete?" dico. "Oggi abbiamo fatto due infornate di dolci e non sono venuti, sono rimasti schiacciati", dicono. "E allora che cosa gli è successo?" dico io. "E che cosa gli è successo? Il perché noi non lo sappiamo". "Ma non lo avete visto il vento?" "E che cosa vuol dire?" "Vuol dire che è levante, e per questo non ci siete riuscite." Ed era così: un levantaccio caldo stava soffiando e i dolci non erano riusciti. Quindi vuol dire che il levante è nocivo per tutto.


SU CASU
IL FORMAGGIO

Questa è una cosa ormai stabilita. Io ho lavorato diciassette campagne in caseificio, e quando soffiava il levante il formaggio gonfiava sempre. Invece, quando o era calmo il vento o era maestrale, il formaggio veniva bene.

(Testimonianze di pastori e contadini del Sarrabus - 1982)


S'OGHIADURA
IL MALOCCHIO

S'oghiadori è chi anche senza volere liat ogu, dà il malocchio alle persone, agli animali e anche alle piante, tanto più se sono belli o pregiati o rari.
Contro s'ogu liau si fa sa mexina de s'ogu, la medicina contro il malocchio. Si usa anche il fiocco verde.
Sulla questione del malocchio in casa mia è successo questo. Cinque o sei anni fa, non ricordo bene, avevo in casa quattro scrofe figliate e dovevo macellare i maialetti per Pasqua. Siccome per dormire al maialetto piccolo non si mette mai paglia, perché assorbe la polvere e lo intossica, per tenerli puliti e in salute ci vogliono frasche di quercia o altrimenti carcuri, saracchio, quell'erba che cresce nelle paludi. Quindi ho detto a mio figlio, domenica mattina andiamo in campagna con il carretto e prendiamo un po' di frasche di quercia e le mettiamo ai maialetti, perché li voglio puliti per Pasqua ché li devo macellare.
Prima di partire ho dato da mangiare alle scrofe. Hanno mangiato bene e siamo partiti la mattina presto. Siamo andati vicino, tre chilometri dal paese, abbiamo tagliato un po' di frasche, le abbiamo messe nel carretto e siamo tornati in paese. Siamo arrivati verso le dieci, dieci e mezzo, abbiamo staccato la cavalla e subito abbiamo messo le frasche dentro le loggette delle scrofe. Come mi sono affacciato dentro, ho visto la prima scrofa con i peli della schiena dritti così… i maialetti tutti che si attaccavano alle mammelle, ma lei non allattava. Dava sintomi di malessere, e c'era un maialetto morto. Accidenti! che cosa ci avrà questa qui? ho preso il maialetto morto, era sui cinque sei chili di carne… Guardo l'altra scrofa: la stessa cosa. Come la prima, così la seconda. Era nervosa e non allattava i figli, che grugnivano tutti quanti. E uno anche lì era morto. Le altre due scrofe ugualmente, tutte e quattro così. Però maialetti morti ce n'erano soltanto due. Ho chiamato mia moglie: "Vieni qui, che cosa hai dato ai maiali?" "Io niente, non gli hai dato da mangiare tu prima di uscire?" "Sì, ma guarda come sono…"
Beh, per farla breve, sono andati male tutti quanti, questi maialetti. Erano trentadue, quattro scrofe avevano trentadue maialetti, me lo ricordo sempre. Non ho aspettato che morissero tutti, molti sono morti da soli, gli altri li ho macellati io. Come li ho aperti avevano la membrana che copre il cuore piena di sangue. Tutti quanti così. Più avanti, mia moglie, pensandoci, dice: "Ma, ci è venuto Eugenio... si è affacciato, li ha guardati… Ogu ddi s'hat pigau! e io non ho pensato di cercare subito qualcuno e di fargli fare la medicina contro il malocchio." Neppure io ci avevo pensato. Ho pensato solo a darmi da fare e a macellarli. Comunque sia era malocchio, e questo Eugenio il malocchio lo dà, lo dicevano sempre da molti anni… Non si era avvicinato nessun altro ai maiali.
Quando una sa che dà il malocchio deve toccare ciò che pensa di poter colpire. C'era un uomo che io ho conosciuto vecchio, Cicciu Podda, che dava il malocchio e aveva sempre un bastone, non ce l'aveva né per appoggio né per altro, perché camminava bene. Incontrava uno camminando, per esempio a cavallo: "Ah, bel cavallo ci hai!" e glielo toccava con il bastone. Vedeva un giogo di buoi: "Ah, belli! Dove li ha comprati?" e li toccava. Chi ha questo potere non ne ha né merito né colpa: è la natura che glielo ha dato. E' nato così e nessuno può disfarlo.

(Testimonianza di un pastore. Dolianova 1982)


PUNTAS E AZZICCHIDUS
COLICHE E SPAVENTI

S'affumentu, il suffumigio terapeutico, lo faccio anche io per il cavallo quando gli vengono is puntas, diciamo noi in sardo, cioè il mal di pancia. Allora, questi disturbi possono venirgli sia al pascolo sia in stalla, secondo che cosa mangia, oppure per un colpo d'aria che gli provoca una cattiva digestione. E allora, che cosa succede? I sintomi si conoscono perché il cavallo si butta a terra e comincia a sbattersi da una parte all'altra. Allora si fa così: si fa entrare il cavallo in una stanza della casa, si accende un piccolo fuoco mettendo piantine secche di aglio, che contengono una sostanza fortissima che fa calmare i dolori, e così passano le coliche.
Sa mexina de s'azzicchidu, la medicina contro lo spavento, assomiglia alla medicina contro il malocchio. Un bambino, un ragazzo, un giovane si sentono male, questo capita in gioventù e basta, quando uno diventa grande non si verifica più. I sintomi sono chiari, ma se si chiama il dottore non ci capisce niente. La gente dice: "Allà ca dd'hant liau ogu, a su pippiu!" (Guarda che gli hanno dato il malocchio, al bambino!) Oppure, "Dd'hant stumbada, sa picciocchedda e 'n d'hat pigau azzicchidu!" (L'hanno investita, la fanciulla, e si è presa spavento!) Si chiama la persona che fa la medicina, sa bruxa, e il malocchio o lo spavento guariscono.
Anche mia mamma sapeva fare sa mexina de s'ogu. Prendeva il bambino in mezzo alle ginocchia, gli sputava in testa, gli faceva il segno della croce e gli diceva is brebus. Cosa gli dicesse non lo so.

(Testimonianza di un contadino. Marmilla 1980)


SA MEXINA DE IS PILLONIS
LA MEDICINA CONTRO GLI UCCELLI

Ci sono dei ragazzi che vengono pagati per fare gli "spaventapasseri". Usano un barattolo con un bastone, battono sul barattolo e gli uccelli scappano via, nel periodo in cui sta maturando il grano.
Altri proprietari invece fanno sa mexina de is pillonis. Non so come sia questa medicina, però so che ci sono uomini e donne che la sanno fare. Vicino a casa mia ci sono due campi divisi solamente da un solco, non c'é né siepe né altro, e saranno quattro o cinque anni fa che erano seminati a grano: uno lo hanno sterminato completamente i passeri, l'altro invece è rimasto sano, gli uccelli non ne hanno toccato neppure una spiga, perché il proprietario di quest'ultimo gli ha fatto fare la medicina. E questa è una cosa vera ed è da prestarci fede.
Si fa anche per altre colture. Quando io abitavo ancora in casa di babbo, avevamo filari di uva da tavola, nella vigna, e tutti gli anni ci andavano gli storni e se la mangiavano tutta. Un anno io non c'ero e mia moglie ha parlato a Luisu Pani, un uomo che c'era in paese, e gli ha raccontato cosa succedeva all'uva. Lui le ha detto: "Ascolta, domani mattina non venire presto, vieni un pochino sul tardi, perché presto alla vigna ci vado io e devo essere solo". Mia moglie è andata sul tardi e a ziu Luisu Pani non lo ha neppure visto, però ha trovato tutti quegli storni sopra le siepi del ficodindia che circondavano la vigna, ma sui ceppi d'uva non ce n'era neppure uno. Questi storni erano come bloccati e gridavano…


CONTRA S'AQUILA E SU MARGIANI
CONTRO L'AQUILA E LA VOLPE

Un uomo, ziu Franziscu Antoni Agus, siccome era allevato in montagna, aveva sempre bestiame. Nelle nostre montagne, e ovunque in Sardegna, a quei tempi c'era l'aquila rapace che si avventava sui capretti, sui maialetti, sugli agnellini, ne prendeva uno, se lo portava via e se lo mangiava. Maggiormente in periodo di covata, quando aveva gli aquilotti piccoli, aveva bisogno di cibarsi lei e contemporaneamente i figli. Questo uomo, quando vedeva l'aquila (adesso dicono che sono estinte, che non ce ne sono più, però io ne conosco ancora molte): lui faceva una medicina con is brebus e l'aquila non toccava il bestiame. Lui garantiva, quando faceva la medicina a qualcuno: "Non te ne tocca, sta tranquillo che l'aquila non si avventa al tuo branco. Gli ho fatto la medicina io e non ne toccano!"
La stessa cosa per la volpe. Quando la volpe si imbizzava (letteralmente si viziava, cioè prendeva la cattiva abitudine) a un branco, andava di notte e sterminava tutto quanto. Ziu Franciscu Antoni le faceva la medicina con is brebus e la volpe non si avvicinava più.


SA MEXINA DE SU FUSTIGU O DE IS BREMIS
LA MEDICINA DEL FUSCELLO O CONTRO I VERMI
 
Esiste una mosca grigia e piccoletta con le ali un po' aperte, che si chiama musca de ghettai (mosca inseminatrice). Vola intorno al bestiame nei mesi caldi, da giugno a settembre, ogni tanto si avvicina agli animali, o anche agli uomini, e schizza dei vermi che si annidano nelle parti umide del corpo, bocca, occhi, naso soprattutto. Qui stanno a dimora e crescono per nove giorni; poi decrescono per altri nove giorni fino a scomparire. Provocano formicolio, come se si fossero infilati in tutta la testa. Danno anche febbre.
Questa mosca cresce nei cespugli di murdegu, cisto. Nei germogli nuovi si forma della schiuma ed è lì che si forma. Quando si ha una primavera piovosa, la pioggia lava via questa schiuma e mosche non ce ne sono. Quando non piove, invece ce ne sono molte.
Le capre sono molto attente e sensibili, e quando sentono sa musca de ghettai oppure la vedono incominciano a starnutire e l'allontanano. Se capita che la mosca riesce a schizzare loro addosso i vermi, le capre cominciano a sfregare il muso dappertutto, finché non se ne liberano.
Le pecore, che sono meno intelligenti, si fanno fregare di più. L'uomo può difendersi per esempio con il fumo della sigaretta oppure tenendo in bocca un ramoscello di moddizzi, lentischio, perché il suo continuo movimento le allontana.
Questi vermi si eliminano con sa mexina de su fustigu. Mio padre quando una bestia si feriva in una gamba o in qualunque altra parte, durante l'estate, e nei tagli le mosche deponevano i vermi, mio padre prendeva una bacchetta e diceva: "Guarda quella pecora che ha i vermi". La riconosceva perché la vedeva irrequieta. Io l'acchiappavo, la guardavo e infatti aveva i vermi nella ferita. "Non toccarla, però, guarda solo se ha i vermi". "Sì, ci sono". "Lasciala andare." E mio padre allora prendeva l'asticciola di legno, la infilava in un formicaio e diceva is brebus, intanto che le formiche salivano e scendevano lungo il legnetto. Nello stesso momento i vermi che erano nella ferita della pecora cadevano. Appena finiva di dire is brebus mi diceva: "Prendi di nuovo la pecora e guarda per vedere se ha ancora i vermi". Andavo, la prendevo e i vermi non ce li aveva più.
Questa medicina glielo ho vista fare tante volte, però lui è morto e non ha lasciato is brebus a nessuno, perché diceva che ai figli non si possono lasciare. Si possono tramandare queste medicine dall'uno all'altro, soltanto ai giovani che dimostrano di avere attitudine o fede in queste cose, ma ai figli no. Si fa di solito in punto di morte.
La medicina contro i vermi non si può fare al cane. Facendola al cane si perdono i poteri. Il perché nessuno lo ha mai saputo spiegare.

(Testimonianze di contadini e pastori di Domusnovas, 1982)


CAPITOLO QUARTO
S'ARGIA, il mitico ragno socializzatore


S'ARGIA
LA TARANTOLA

Argia in campidanese o arza in logudorese indicano nella cultura popolare la tarantola, un ragno dicesi comune nelle campagne, oggi estinto, non più grande di qualche centimetro, con macchie gialle, rosse o brune sul dorso, secondo la specie.
S'argia - animale mitico dell'area del Mediterraneo - provocava con la sua velenosa puntura il tarantolismo, un fenomeno dalla patologia assai varia e complessa, così come varia e complessa era la rituale terapia di gruppo che ne seguiva, ma con il ballo comune in tutte le forme. Si hanno sostanziali differenze, sia nella definizione dei caratteri del mitico aracnide, sia nella organizzazione ed esecuzione della terapia rituale di gruppo, tra una comunità e l'altra e in particolare tra il mondo barbaricino-pastorale e il mondo campidanese-contadino.
Nel Nuorese, secondo alcuni, si individuava una sola specie di arza, tarantola.
Invece lo Spanu ne distingueva due: masciu e vidua, maschio e vedova. "Arza masciu, falangio maschio, la di cui puntura è più atroce dell'arza viuda o battia (che) dicesi così per essere a vari colori pintata, o screziata". Sempre secondo lo Spanu, il termine arza deriverebbe da barzu, vario, di colori diversi, dal latino varius.
I tarantolati dell'arza nuorese - secondo le descrizioni che ne sono state fatte, per altro molto approssimative quando non fantasiose - trovavano rimedio in una sorta di ballo di cui erano conduttrici sette vedove, sette spose, sette zitelle.
Al contrario, in altre descrizioni più attendibili, i tre stati civili erano gli attribuiti di tre differenti specie di arza, vedova, sposa, zitella, che davano con il loro veleno tre diversi quadri patologici riferibili appunto allo stato di vedova, di sposa, di zitella. Il ballo terapeutico di gruppo si modificava in rapporto alla sintomatologia.
Nel Nuorese s'arza colpiva prevalentemente soggetti maschi, dai 20 ai 40 anni, che mostravano una possessione di entità femminile, perdendo la propria identità virile; e diventavano nel corso della cerimonia rituale, un po' lo zimbello della comunità - sia del settore femminile che dirigeva il rito, sia del settore maschile che ai margini fungeva da coro, da spettatore attivo. Nella complessità di significati, ne emerge uno: la figura del tarantolato, che assume sentimenti e comportamenti propri della donna, adombra l'omosessualità - che nella morale del mondo barbaricino è valutata molto spregevole ed è ferocemente repressa. Come si vedrà nella testimonianza che segue, sotterrando il tarantolato nel letamaio e/o infilandolo nel forno, durante la rituale danza, tra risa e scherni e rumore di barattoli e coperchi di pentole, lo si restituisce al grembo materno; e solo quand'egli sia riuscito a ridere - evidentemente di se stesso insieme agli altri - lo si fa rinascere estraendolo guarito.
Sostanzialmente differente nella sostanza e nella forma è su ballu de s'argia nel mondo contadino. Nei Campidani, in particolare in quello di Oristano, dove ha una più larga diffusione, s'argia colpisce indistintamente maschi e femmine in giovane età, con evidenti turbe psicosessuali che vengono risolte con una terapia di gruppo sessuo-libertaria, come si può desumere dalla seconda testimonianza che segue.


a) SU BALLU 'E S'ARZA DEL NUORESE

"L'anno in cui fu morso dalla tarantola mio nipote Bore era stato molto siccitoso. I pastori erano disperati perché anche nelle vallate più basse era impossibile trovare pascolo.
A quel tempo Bore faceva il servo pastore ed era nell'ovile di *** già da quindici giorni, quando in un pomeriggio di levante lo avevano portato in paese avvolto in un sacco nero. Subito erano andati a cercare le donne per fare il ballo, mentre gli uomini avevano portato Bore nel campo vicino dove c'era il letamaio. Lì avevano scavato una fossa e dopo avergli tolto i vestiti, lasciandolo in mutande e camicia, lo avevano sotterrato fino alle spalle.
Allora erano arrivate le donne e ce n'erano zitelle e sposate e vedove e altra gente del nostro vicinato che avevano cominciato il ballo al rumore di pentole, coperchi e barattoli.
Le donne si prendevano per mano facendo cerchio attorno al tarantolato, ballando una specie di ballo tondo un po' sconclusionato, mentre gli uomini da una parte aizzavano le donne e facevano tutto quel rumore con grida…cercavano di distrarre il paziente dal dolore e di farlo ridere. Ne dicevano di tutti i colori, allusioni, metafore, e anche frasi oscene, e lui niente, con una faccia che era una maschera di dolore e di sudore.
Sudando sudando il suo viso si andava distendendo e cominciava a guardarsi attorno. Allora la danza e il rumore diventavano frenetici. Le donne ballavano come matte e gli uomini saltavano e ridevano e lanciavano frizzi e battute sempre più pesanti, senza un attimo di pausa, fino a quando il giovane non cominciò a ridere.
Quando cominciava a ridere e rideva era guarito. Allora lo si toglieva dal letame e le donne tenevano pronte un lenzuolo per avvolgerlo e un sacco nero per coprirlo perché era tutto sudato e non prendesse freddo durante il tragitto fino a casa."

Testimonianza di P. Z., pastora di 64 anni di Orune.


b) SU BALLU DE S'ARGIA IN S'ORISTANESU

"Ci fiant tanti tipus de argia, ci fiad sa bagadia e sa viuda. Fiad manna aicci, cumenti 'e una punta de didu, niedda niedda candu fiad viuda e pintiniada candu fiad bagadia.
Cand'unu fiad spizzulau de una viuda ddi circanta una picciocca bistia de nieddu po ddi donai recreu; candu fia spizzulau de una bagadia ddi circanta una picciocca bistia allirga o chi fiad giovanedda meda dda bistiant de biancu.
Cand'unu beniad spizzulau de s'argia ddi beniad una spezia de crisi, si 'n ci ghettada a terra… mala viad sa viuda: sa viuda fiad sa prus mala… appena spizzulada, mischinus, ddus cancarada e 'n di ddus bettiant a bidda cumenti 'e marturus.
Sa spizzulada de s'argia si connosciad subitu a is movimentus chi faiad; e de cussus movimentus si cumprendiad cali argia dd'haiad spizzulada, si bagadia o viuda. E insaras, ita fadiant? Zerriant su sonadori de launeddas e issu sonada e faiant su ballu a giru a giru… po sa badadia si sonada musica alligra e sa genti scraccaliad puru, a prexu; mentris po sa viuda si sonada unu ballu nau sa viudedda, unu pagheddu seriu ma sempiri movimentau.
Nosus heus tentu su fillu de connau, Franziscu Melis. Teniad unus trint'annus e fiad bagadiu. Ci andiaus meda a domu de zia Filomena, sa mamma 'e Franziscu… a nosus s'haiant zerriau in domu. Fiad benia sa mamma prangendi: "Benei, benei ca fillu miu est ammacchiendisì, deu non sciu ita ddi fai a custu fillu!" Gei ddu scidiant sì ca fiad s'argia. Ddi narant: "Bisongiad a ddi fai calincuna cosa!" Si bidiad ca su piccioccu fiad arrendiu… e tott'a una borta dd'heus biu baddendi baddendi, tottu baddendi…
Dd'hant deppiu donai una picciocca po dd'accansai. Mi regordu ca boliad sa filla de nonnu Casula, su chi had battiau a mei; boliad cussa a picciocca e dd'hant bistia e dd'hant fatta andai, mischina, e fiad deppia atturai in domu de issu. Ddi narant… non mi recordu… Est issu, chi dd'hat pretendia; e cussa picciocca est depida andai po dd'accuntentai, po dd'assisti, poita chi no si marturizzada, mischinu… tottu si trottosciada e tott'a un d'unu dd'afferrada e dda pigada a baddai a baddai, tottu a baddai…
Deu mi regordu ca mi 'n ci fia fuida… fia picciocchedda, depia teniri un doxi annus. Hemu tentu timoria… non mi prasciant cussas cosas, non si scid mai, non fiant giustus in cussus momentus.
Eh, gentixedda ddu andada! Sa mamma prangiad… su ballu dd'haiant fattu in d'unu stanzoni mannu e sa genti andada a biri e puru po baddai, cumenti a una festa.
Durada tres diis, non si faiad atra cosa, scetti sonai e baddai. Accadeiad sempiri in s'istadi, in tempu de messa. Custas argias andant meda a is manigas de trigu. Candu fia picciocchedda, in tempu de messa, in bidda nosta 'n di ddui fiant quattru o cincu dogni annu, mascus e femminas; dogni annu… No, beccius no e nemancu pippius, scetti de is dexiott'annus is susu. Chi fiad mascu boliad una picciocca, bagadia o viuda chi fessit, dda bistiant de alligru o de nieddu, e abarrada cun issu po ddi fai cumpangia e abarrad puru a dormiri in domu sua… Chi sa spizzulada fiad una femina, certu boliad un omini, cussas puru… ma non ddu regordu beni cummenti si faiad… non mi regordu de 'n d'hai biu.
Mi regordu beni sa borta de Franziscu. Haiant baddau in sa sala e in cotilla po tres diis tottu su merì finzas a mesunotti a pustis, finia sa festa, su babbu e sa mamma dd'haiant croccau e sa picciocca puru dda croccant innia… Po fai luxi in cotilla usanta is acetilenas, a carburu, e po aintru usanta sa lantia a quattru corrus… si fadiad su losingiu aicci, cun d'unu arrogu de zappulu. Nosus teniaus meda olia e usiaus sa murghidda, pagu s'ollu de seu… ollestincu no, a is partis nostas, in aterus logus sì, dd'usanta…"

Testimonianza di Anna C. contadina di 86 anni, di Santa Giusta - 1980


b) IL BALLO DELLA TARANTOLA NELL'ORISTANESE

"C'erano tante specie di tarantola, c'era la nubile e la vedova. Era grande così, come la punta di un dito, nera nera quando era vedova e variegata quando era nubile.
Quando uno veniva pizzicato da una vedova, gli cercavano una giovane vestita di nero per dargli sollievo; quando era pizzicato da una nubile gli cercavano una giovane vivacemente vestita o se era molto giovane la vestivano di bianco.
Quando uno veniva pizzicato dalla tarantola, gli veniva una specie di crisi, si lasciava cadere per terra…cattiva era la vedova: la vedova era la più cattiva… appena pizzicava, poverini li paralizzava e li portavano in paese come fossero paralitici.
Il pizzico della tarantola si riconosceva facilmente dalle reazioni che provocava; e da quelle reazioni si comprendeva quale tarantola lo avesse pizzicato, se nubile o vedova. E allora, che facevano? Chiamavano il suonatore di launeddas; egli suonava e faceva il ballo tondo… per la nubile si suonava musica allegra e la gente dava in esclamazioni di giubilo; mentre per la vedova si suonava una danza detta la "vedovella", un po' più seria ma sempre movimentata.
Noi abbiamo avuto il figlio di mio cognato, Francesco Melis. Aveva una trentina d'anni ed era celibe. Frequentavamo molto la casa di zia Filomena, la madre di Francesco… a noi, ci avevano chiamato a casa. Era venuta la madre, piangendo: "Venite, venite perché mio figlio si sta ammattendo, io non so che cosa fargli, a questo figlio!" Lo sapevano sì, che era la tarantola. Dicevano: "Bisogna fargli qualche cosa!" Si vedeva che il giovane era snervato… e tutto ad un tratto l'abbiamo visto ballare, ballare, muovendosi tutto…
Gli hanno dovuto dare una giovane per calmarlo. Ricordo che voleva la figlia di padrino Casula, colui che mi ha battezzato; voleva lei, come ragazza, e l'avevano vestita e l'avevano fatta andare, poverina, ed era dovuta restare in casa di lui. Si chiamava… non mi ricordo… è lui, che l'aveva pretesa; e questa ragazza è dovuta andare per accontentarlo, per assisterlo, ché altrimenti si paralizzava, poverino… si contorceva tutto e d'un tratto l'afferrava e la prendeva per ballare, ballare, ballare…
Io ricordo di essere scappata… ero ragazzina, avevo si e no dodici anni. Avevo avuto paura… non mi piacevano quelle cose, non si sa mai, non erano del tutto coscienti in quei momenti.
Ci andava tanta gente! La mamma piangeva… il ballo l'avevano fatto in uno stanzone e la gente andava a vedere o anche per ballare, come a una festa.
Durava tre giorni, non si faceva altro, soltanto suonare e ballare. Accadeva sempre in estate nel tempo della mietitura. Queste tarantole si trovavano specialmente nei mannelli di grano. Quando ero bambina, durante la mietitura, nel nostro paese, ce ne erano quattro o cinque ogni anno, maschi e femmine, ogni anno… no, vecchi no e nemmeno bambini, soltanto dai diciotto anni in su. Chi era maschio voleva una ragazza, nubile o vedova che fosse, la vestivano a festa o di nero, e restava con lui per fargli compagnia… e restava anche a dormire in casa sua… se la tarantolata era una femmina, certo voleva un uomo, pure loro… ma non lo ricordo bene come si faceva… non ricordo di averne visto.
Ricordo bene quella volta di Francesco. Avevano ballato nella sala e nel cortile per tre giorni tutta la sera fino a mezzanotte; e dopo, finita la festa, il padre e la madre l'avevano messo a letto e anche la ragazza la mettevano a letto lì… per far luce nel cortile usavano la lampada a quattro lumignoli… il lumignolo si faceva così, con un pezzo di straccio. Noi avevamo molto olio e usavamo la sansa, poco l'olio di sego… olio di lentischio no, dalle nostre parti, in altri luoghi sì, si usava…"


S'ARGIA CABRARISSA
LA TARANTOLA CABRARESE

A Cabras distinguono quattro specie di argias, di tarantole: sa viuda, sa bagadia, sa partoxa, sa martura - rispettivamente, la vedova, la nubile, la puerpera, la paralitica. Qui, non si capisce bene se il ragno sia sempre lo stesso, dato che tale distinzione viene fatta esclusivamente dai sintomi del male che ne deriva dal morso.
Nei casi di tarantolismo rilevati nella comunità di Cabras, e che hanno come luogo di insorgenza la penisola del Sinis, si evidenzia la scomparsa quasi totale del ballo rituale terapeutico, anche quando il malefico ragno continua a mietere le sue vittime. Scomparendo il rituale magico del ballo si farà scomparire anche il mitico aracnide. La gente del luogo attribuisce la scomparsa del fenomeno al dissodamento delle terre cespugliate che avrebbe distrutto l'habitat di s'argia, e quindi l'estinzione della stessa.
C'è della verità in questa affermazione, ma nel senso che le trasformazioni agrarie dell' ultimo dopoguerra, e i profondi stravolgimenti nelle strutture produttive hanno modificato il mondo contadino, segnando il declino di usi e costumi di comunità vecchi di secoli.
Ora, infatti, il tarantolato è semplicemente un malato che cerca di risolvere le sue crisi nevrotiche con lo psichiatra. Il moderno guaritore che ricopre di cenere le braci con le sue analisi e le sue pillole (quando non con il letto di contenzione e l'elettroshock), sostituisce con la scienza della medicina civile la scienza della medicina popolare, che risolveva empiricamente le nevrosi con la terapia di gruppo. Una terapia, questa, giova rimarcarlo, che la psichiatria più avanzata va riproponendo in forme che non possono che essere inautentiche, artificiose e palliative - dato che la comunità de su ballu de s'argia non esiste più.


S'ARGIA VIUDA
LA TARANTOLA VEDOVA

"Stavo tirando fave nel Sinis, tra maggio e giugno, diversi anni fa. Sono stato punto al dito indice. E' passato neanche un minuto che subito il male mi ha colpito alle braccia e alle gambe. Non potevo più reggermi in piedi. Mi venivano contrazioni dei muscoli e mi agitavo non potendo star fermo né coi piedi né con le mani. Mi hanno caricato sulla carretta e portato a casa. Durante la notte, a letto, avevo strappato le lenzuola e le coperte a causa degli attacchi nervosi che mi erano venuti. Io non lo ricordo molto bene; me l'hanno raccontato quelli che mi hanno assistito."
Era rimasto vittima di una argia viuda, tarantola vedova. Le sofferenze di colui che è stato morso da tale specie di aracnide vengono alleviate e risolte, sempre positivamente, con uno specifico rituale terapeutico di gruppo: tre giorni e tre notti di danze capeggiate da vedove autentiche o simulanti, nell'abbigliamento del lutto, che inseriscono nella danza lamentazioni funebri. Una scena di massa approntata dagli esperti con la partecipazione del vicinato. Il rito si svolge normalmente all'aperto - s'argia, la tarantola, colpisce esclusivamente nel periodo caldo, prevalentemente durante i lavori del raccolto - in un cortile ampio, con maggiore presenza e partecipazione la sera e nelle prime ore della notte. Mentre ci si dà il cambio attorno al tarantolato sofferente, nella rappresentazione di un dolore vedovile, cui lo stesso tarantolato è sollecitato a partecipare.

Testimonianza di Salvatore C. contadino sessantenne, sposato due volte, senza figli.


S'ARGIA PARTOXA
LA TARANTOLA PUERPERA

"Mi ha morsicato nel Sinis. C'ero andato ad aiutare mio fratello contadino a mietere, a tirare fave nella zona di Su archeddu 'e sa canna. Subito mi sono accorto, quando mi ha punto nella mano e mi ha fatto l'effetto. Mi veniva da piangere e gridavo che volevo un bambino, se no mi gettavo nel forno acceso… Mi hanno fatto subito un bambolotto con stracci, mio fratello e altri che c'erano. Io l'ho preso in braccio, e mi sono calmato un po'…"

Testimonianza di Francesco D., pastore trentaquattrenne, scapolo.

Qui abbiamo un caso - abbastanza raro e poco noto o addirittura ignorato nelle altre regioni dell'Isola - di tarantolato da argia partoxa, tarantolato puerpera. Tale specie di ragno si vuole che provochi in individui di sesso maschile comportamento propri della femmina appena sgravata. La terapia popolare risolve il caso mettendo un bambolotto tra le braccia del paziente, il quale è portato a riversare affetto e cure materne su quel simulacro di neonato.
Nel più ampio e generalizzato contesto rituale de su ballu de s'argia, del ballo della tarantola, si inserisce lo specifico relativo alla specie del ragno, in questo caso partoxa. Per i rituali tre giorni e tre notti, il tarantolato è assistito dai vicini, mentre culla, vezzeggia, cura il neonato - senza cui le sofferenze potrebbero portarlo fino al suicidio. Si specifica che tenderebbe a uccidersi gettandosi dentro un forno acceso. Da qui una motivazione conscia per spiegare il momento del complesso rituale in cui il tarantolato viene avvicinato alla bocca del forno e, secondo altre testimonianze, anche infilato in un forno tiepido.


S'ARGIA BAGADIA
LA TARANTOLA NUBILE

M. R. è rimasta vittima della specie argia bagadia, tarantola nubile, mentre lavorava in campagna. Vive nella casa di sua proprietà facendo la perpetua a un vecchio prete suo inquilino. E' molto sospettosa con chi non appartiene alla ristretta cerchia dei suoi conoscenti. E' un poco sorda e si rivolge alla persona che mi accompagna, a lei nota, che funge da tramite durante il breve colloquio. L'inquilino prete per fortuna è assente, e la persona che mi accompagna riesce a convincere la vecchia che "non c'è niente di male" a raccontare come fu che s'argia l'avesse morsa e quel che accadde poi.

"Stavo in campagna, da ragazza. Allora c'erano molti pastori nel Sinis, ed ero ospite con la mia famiglia in una masoni, in un ovile di amici. Stavamo seduti per terra a far merenda, quando mi ha punto. Ho gettato un grido e mi ha preso subito a tremare a tremare alle gambe, alle braccia e in tutto il corpo. Mi faceva saltare e ballare come una matta, perché fiad un'argia bagadia, perché era una tarantola nubile, e pigad aicci, e dà questi sintomi. Ita si faiad appustis? che cosa si faceva dopo? Po fai passai cussu mali si ballad, cantendu e sonendu tottus paris po tre diis e tres nottis, per alleviare il male si ballava, suonando e cantando tutti insieme per tre giorni e tre notti. Soltanto in quel modo la tarantolata può trovare sollievo…"

Testimonianza di M. R., contadina di circa ottanta anni, nubile.

Viene riferito da altri testimoni che nel caso di tarantolata da argia bagadia, tarantola nubile, la gioventù ne approfittava per raccogliersi in cortili spaziosi, illuminati la notte da lamparas a carburu, lampade ad acetilene: circondavano la paziente distesa sopra una stuoia e danzavano a festa al suono di launeddas per i rituali tre giorni e tre notti.


S'ARGIA MARTURA
Testimonianza di C. P., contadina, nubile di trentotto anni.

E' sola in casa con l'anziana madre. Come di consueto sono accompagnato da persona intima nella famiglia da visitare, ed è stato scelto il momento del giorno più favorevole: quando la persona da intervistare è sola o quasi.
Le due donne ci fanno passare nella cucina, un locale angusto, con una parete occupata interamente dal camino. Sul pavimento davanti al fuoco sono stese alcune stuoie di falasco. Sulle braci, a un lato del camino, un tegame con olio che frigge pesci. La vecchia accudisce la frittura, accoccolata alla turca: infarina i pesci e li immerge nell'olio bollente, e man mano che si indorano li estrae abilmente dalla padella con una forchetta e li ammucchia in una conchetta. La giovane siede accanto a noi sull'altra stuoia. E' lei la tarantolata. Ha un faccione florido beato e il sorriso facile. Chiacchiera volentieri.

"E' stato poco tempo fa nel Sinis, dove ero andata a spigolare. Era il tempo della mietitura e stavamo in gruppo, a fare merenda, prima di riprendere il lavoro. Mentre ero seduta sentivo una cosa che mi camminava sul piede e dopo sulla gamba. Siccome c'era gente, avevo vergogna a sollevarmi la gonna per vedere cos'era. Quando mi è arrivata al ginocchio ho dato un colpo con la mano per schiacciarla. Credevo che fosse qualche babboi (nome generico che qui si dà a insetti che fanno paura - n.d.A.) e appena l'ho toccato mi ha pizzicato. Ho gettato un grido e sono balzata in piedi… Se ho visto com'era? Era una specie di babboi con la pancia grossa, grande come un'unghia, pieno pieno di piedi lunghi lunghi… Si sono spaventati tutti quanti. L'hanno capito subito: "Ti ha morsicato s'argia " hanno detto. Non abbiamo fatto in tempo a spostarci nel campo vicino per riprendere il lavoro, quando mi sono venuti i dolori. Io non ricordo bene come mi ha preso, lo so dalla gente che c'era. Gridavo, gridavo ed ero tutta rannicchiata così, come uno che gli è venuta una paralisi. Mi scappava il pianto. Mi hanno caricata sul carro ed era quasi sera quando mi hanno riportata in paese. Me l'hanno detto gli altri che nel carro gridavo: "Portatemi via da questo camposanto! portatemi via da queste croci! portatemi via!" Ci sono voluti quattro uomini per accompagnarmi dentro casa…"
Interviene la vecchia: "Era rannicchiata così, con le braccia strette intorno alle ginocchia, e gridava e piangeva dai dolori che ci aveva. Dd'haiad spizzuada s'argia martura, era stata pizzicata dalla tarantola paralitica… Che cura ha fatto? Siamo andate dal dottore. Ha detto che bisognava fare l'iniezione adatta. Ma qui non ci sono. Bisognava andare a Sassari. Io ho una figlia suora, proprio a Sassari. Lei è andata a dirlo al vescovo che subito ci ha fatto avere le iniezioni, anche senza pagare. Alla prima che il dottore le ha fatto le è passato tutto. Se ne abbiamo ancora di queste iniezioni? Certo. Vai a prenderle ca sunt allogadas in su parastaggiu, che sono conservate nel guardaroba…"

(Testimonianza di C. P., contadina, nubile di trentotto anni)

La figlia si alza, sale per le scale che danno nel solaio e poco dopo ritorna con una scatola. Una confezione da sei fiale che reca la scritta Soluzione sterile per iniezioni.


CAPITOLO QUINTO
S'IMBRUSCIADURA, un singolare rito terapeutico


S'imbrusciadura (letteralmente: l'atto dell'avvoltolarsi per terra), fra i riti terapeutici praticati in Sardegna contro s'azzicchidu, lo spavento, riveste un particolare interesse per la dinamica rituale, perché è ignorato dalla etnologia ufficiale (se ne parla soltanto in una comunicazione accademica che è un plagio di questo mio studio), e infine perché è rilevabile nel solo centro di Cabras, dove è diffusissimo, e in alcuni paesi limitrofi, dove se ne osservano pochi casi.
Il termine azzicchidu, che si traduce con spavento, è generico e serve per indicare un qualunque trauma psichico. E' chiaro che la minore o maggiore gravità del trauma-azzicchidu non varia tanto in rapporto alla causa che lo ha provocato, quanto a seconda del soggetto e della condizione psichica in cui egli si trova in quel dato momento.
Dagli abitanti di questi paesi vengono fatte delle distinzioni sulla natura del trauma-azzicchidu in rapporto alle cause che lo hanno provocato. Si hanno così: azzicchidu de anima bia, spavento da anima viva, e azzicchidu de anima morta o de umbra, spavento da anima morta o da fantasma.
Alcuni fanno anche distinzione di luogo: logu opertu, luogo aperto, e logu serradu, luogo chiuso.
Tali distinzioni determinano le varianti nel rituale di s'imbrusciadura, in particolare nel numero di volte che va compiuta: da una a tre, a nove.

Un ragazzo, Peppino C., figlio di contadini, racconta:
Una volta, mio fratello, mentre riposavo a letto, aveva preso una boccata d'acqua e, per farmi uno scherzo, me l'aveva spruzzata in faccia. Mi ero svegliato e mi sembrava di affogare e avevo preso un azzicchidu forte, un brutto spavento. Ricordo che era il giorno di san Giuseppe, e mio padre mi aveva portato al fiume per fare s'imbrusciadura sulla riva…"
Racconta un altro ragazzo, Pinuccio M., pastore: "Era una notte disastrada, spaventosa. Tuoni e lampi uno dietro l'altro. Le pecore lo sentono da lontano il tempo brutto e sentono anche le anime dei morti, e allora si stringono tutte a un mucchio voltando le terga. Io cercavo di coprirmi, come meglio potevo per ripararmi dall'acqua e dal vento, quand'ecco proprio davanti a me, alla luce di un lampo, vedo una figura d'uomo tutto vestito di bianco. Più lo guardavo e più diventava grande. Non potevo neanche muovermi dalla paura. Poi, di colpo, è sparito… Sono rimasto molti giorni a letto con la febbre e con la testa tutta piena di foruncoli, dall'azzicchidu, dallo spavento che avevo preso. Mio padre, quando ha saputo cosa mi era successo, mi ha detto che era umbra, fantasma, e che bisognava fare s'imbrusciadura vicino al cancello del camposanto."


UN RITO DI FACILE USO

A differenza di altri riti terapeutici, s'imbrusciadura può essere facilmente praticata da chiunque, per la semplicità della formula, per l'assenza di brebus, parole magiche segrete, per la materia occorrente (per lo più un po' d'acqua comune), e infine perché occorre un officiante, che possiede conoscenze rituali e virtù taumaturgiche.
Chiunque compia s'imbrusciadura è nello stesso tempo medico e paziente. Ho notato però che i bambini sono di solito guidati nello svolgimento della terapia da un adulto, e che soltanto più tardi, quando ne hanno appreso la tecnica e ne hanno riconosciuto l'efficacia, fanno s'imbrusciadura da soli, subito dopo aver preso unu azzicchidu, uno spavento.
Non di rado, mi è accaduto di vedere per strada bambini buttarsi e rotolarsi per terra, quindi rialzarsi e rimettersi a giocare - lasciando per terra s'azzicchidu. Alla mia curiosità, rispondevano: "Mi 'ndi si seu azziccau!" - Mi sono spaventato!
S'imbrusciadura si fa con naturalezza, anche pubblicamente, specialmente i bambini. Se lo spavento è di rilievo, vengono accompagnati sul luogo del trauma dalla loro madre (più raramente dal padre) oppure da una vicina di casa, una delle tante esperte nella materia. Zia Cabriou è una di queste. E' appena rientrata dall'aver imbrusciau un marmocchio del vicinato. Mi spiega:

"Con gli azzicchidus, con gli spaventi, non bisogna scherzare. Un azzicchidu tenuto dentro può anche far venire la paralisi o portare a Villa Clara (Manicomio di Cagliari - n.d.A.). Zia R. - può anche chiedere in paese - è rimasta dieci anni a letto martura, paralitica, per uno spavento. Uno può anche morire… Io appena vedo un bambino che ha preso azzicchidu lo porto subito a farsi s'imbrusciadura."


I SINTOMI DI S'AZZICCHIDU

Alcuni sintomi del male provocato da un azzicchidu - così come mi sono stati descritti o come io stesso li ho osservati - sono: insonnia e vaneggiamenti; inappetenza e vomiti; volto pallido emaciato; sguardo fisso assente (spriau, scioccato); foruncolosi, specialmente in testa; sonno agitato; febbre anche alta, con delirio.
L'ammalato, e con lui i familiari e i vicini di casa più intimi si preoccupano di frugare nel passato, una sorta di anamnesi, fino a puntualizzare momento, luogo e causa del trauma-azzicchiddu. Talvolta, questa ricerca impegna il gruppo in un lavoro di ricostruzione mnemonica che può durare giorni. Il più delle volte, se non ricorda il malato, è facile trovare un testimone - va tenuto presente che nelle nostre comunità i rapporti interpersonali sono vivi e reali, ognuno sa ciò che fanno gli altri, e la ricostruzione di un trauma occorso a un membro del gruppo non è una inchiesta della polizia, che è sovrastrutturale, esterna ed estranea. Ne consegue che non è difficile situare il luogo e definire il tempo de s'azzicchidu. Per quanto concerne la causa si fanno congetture, se l'ammalato è incerto; e spetta agli esperti, ai guaritori, individuarle con più precisione.

Ho documentato diversi casi di azzicchidus di particolare gravità, in cui i sintomi si manifestavano violenti, con febbre alta e delirio, esattamente alla distanza di un anno.

Racconta M. S., insegnante elementare, celibe:
"Diversi anni fa, mi ero recato alla spiaggia di San Giovanni del Sinis. Mentre facevo il bagno vicino a una barca, i soliti spiritosi fecero lo scherzo di mandarmi sott'acqua all'improvviso. Ricordo di aver cominciato a bere, annaspando nell'acqua, senza riuscire a tenermi a galla. Ormai ero andato… non speravo più di salvarmi, anche perché pensavo di essere rimasto solo e non riuscivo a gridare. Per mia fortuna qualcuno aveva visto e capito che mi trovavo in seria difficoltà. Mi salvarono in extremis…
"Trascorsero dal fatto giorni e mesi. Io non ci pensavo più ormai. Ma ecco, trascorso un anno esatto, nello stesso giorno, alla stessa ora, mi assalì un febbrone. Ricordo di essermi affacciato sull'uscio di casa: mi pareva che sulla strada corresse un lungo fiume verde in piena. Cominciai a vaneggiare… I familiari e gli amici che mi hanno assistito ricordano tutte le mie frasi sconclusionate di quel pomeriggio. Mi misero a letto. Mio padre e i miei familiari ricollegarono subito il mio male con il fatto accaduto un anno prima. E così fu deciso di portarmi il giorno dopo sulla spiaggia di San Giovanni per farmi s'imbrusciadura.
"Misero un materasso sulla carretta, mi avvolsero in una coperta e partimmo. Quando giungemmo ad alcune centinaia di metri dal punto in cui avevo avuto l'incidente, sentii dei lunghi e violenti brividi di freddo. Ricordo che mi misero addosso altre coperte. Poi, man mano che ci avvicinavamo al luogo, cessavano i brividi, la febbre e il delirio. Mi fecero fare s'imbrusciadura sulla sabbia. Quando rientrai in paese, ero completamente guarito."

Quando finisce di parlare, M. S., insegnante, figlio di umile contadino, mi scruta con un sorriso incerto. Forse pensa che si possa giudicarlo superstizioso: ancora parte nobile di una realtà ritenuta a torto miserabile, da cui egli, come altri, ha creduto di riscattarsi studiando. Dice:

"Alcuni ridono delle nostre cose, chiamandole fattucchierie, ignoranze. Anche io, solo per il fatto che ho studiato, non davo molta importanza ai vari riti che si compiono nel mio paese come rimedio contro gli spaventi e le loro conseguenze. Le psicoterapie alla Freud qui da noi sono arrivate in ritardo… A Cabras, per quel che ne so, sono centinaia di anni che si curano alcuni traumi psichici con il metodo della analisi e della presa di coscienza delle cause… oltre, naturalmente, ad una buona dose di autosuggestione."

Appunto per non dover ricorrere in extremis ai rimedi, quando il male troppo a lungo covato ha provocato gravi danni, con il pericolo, inoltre, di non ritrovare il luogo e la causa dello spavento, le mamme si preoccupano di fare subito s'imbrusciadura, non appena rilevano in essi i primi sintomi.
Confida una mamma:

"Anche se non ci fosse veramente un azzicchidu, male non gliene fa a ddus umbruscinai. Mellus a timì chi a provai! - Meglio temere che subire!… Io, tanto per non sbagliare, se mi accorgo che la bambina o il bambino tornano a casa un po' strani, e a me sembra spavento, chiedo subito che cosa abbiano fatto o visto e dove siano stati. Li riporto subito nel posto; quasi sempre stanno giocando nella strada dove passano macchine, carrette, biciclette, e li faccio imbrusciai. Così mi sento tranquilla e tornano tranquilli anche loro."


I BAMBINI E IL RITO

Interrogando i bambini, si ottiene un quadro molto vivace del fenomeno.

Giancarlo C., nove anni: "Un giorno, mentre accendevo una lampada, la corrente mi aveva tirato via e io ero spaventato e mi avevano fatto fare s'imbrusciadura e mi era passato lo spavento…"

Rita C., undici anni: "Un giorno avevo visto un carro. Arrivato a un fosso si era rovesciato dall'altra parte. Tutti si erano spaventati e si erano fatti male. Il giorno dopo erano ritornati dove si era rovesciato il carro e s'imbrusciarono…"

Luigi F., otto anni: "Una bambina stava andando per la strada e c'era un uomo nascosto in un fosso. Quell'uomo ci aveva un coltello in mano, è uscito fuori dalla strada e quella bambina si era spaventata ed era scappata a casa. La mamma le ha fatto s'imbrusciadura. Prima ha fatto una fontana piccolina e ci ha messo acqua dentro, e quella bambina si è coricata sopra, si è rotolata e ha bevuto l'acqua…"

Angelo P., dieci anni: "Un giorno un manovale ritornava a casa e aveva incontrato una vecchia. E a quel ragazzo gli sembrava un demonio in persona ed era scappato a casa gridando forte. La gente vide quel ragazzo gridando forte e una donna aveva un bicchiere di acqua in mano e gliela spruzzò in faccia e gliene fece anche bere. Un giorno dopo, quel ragazzo ripassò con la sorella grande e gli fece s'imbrusciadura. Lo rotolarono nel tappeto e lo fecero rotolare a destra e a sinistra, e da quel giorno non ebbe più paura della gente vecchia."

Maria Bonaria E., dodici anni: "Un giorno un camion stava vicino a investire una bambina. L'hanno vista due donne e le hanno detto: Spaventata ti sei? E quella bambina ha risposto di sì, e l'hanno imbrusciata. Dove l'hanno imbrusciata hanno fatto una chea (fossetta) piena d'acqua e l'hanno fregata lì, e aveva tutto il vestito sporco di fango…"

Giorgio C., nove anni: "Una volta ero andato a una casa vicina e stavo giocando e mi è entrata una lucertola nelle spalle. Mi ero levata la camicia e la lucertola era caduta per terra e il cane l'aveva mangiata. Il giorno mi ero imbrusciato e dopo mi avevano fatto fare la croce."

Gianni P., dieci anni: "…Un uomo della nostra via era caduto da un albero e gli avevano fatto s'imbrusciadura. L'avevano portato al posto dov'era caduto. Avevano portato un lenzuolo, l'avevano messo per terra e l'avevano fatto rotolare nel lenzuolo."


VARIANTI DEL RITO

Andando con ordine, dal più semplice al più complesso, si possono distinguere cinque varianti dello stesso rito.

A) Imbrusciadura semplice.
Su azziccau, chi ha preso lo spavento, si avvoltola per terra tre volte. Alcuni usano spruzzare sul volto del paziente dell'acqua comune, prima o durante o dopo s'imbrusciadura.

B) S'imbrusciadura con aqua abrebada, con acqua taumaturgica.
Si scava nel luogo del rito una fossetta e la si colma di aqua abrebada. S'azziccau si avvoltola sul terreno in cui è compresa la fossetta, tracciando una croce col proprio corpo disteso. A conclusione beve un sorso dell'acqua contenuta nella fossetta, dopo di che questa viene ricoperta di terra.

C) S'imbrusciadura fatta in casa.
Quando s'azzicau per ragioni speciali non vuole e non può recarsi nel luogo dove ha ricevuto il trauma, si va lì e si raccoglie un pugno di terra del luogo. Questa terra si sparge sopra una coperta preventivamente stesa in casa. Sulla coperta cosparsa di terriccio si fa s'imbrusciadura.
Questa variante - usata di solito da giovinette e da vecchie, alle quali non è decoroso esibirsi in tal modo in pubblico - è molto complessa, sia che venga eseguita dalla sola paziente, sia che venga assistita da una esperta. Si dà molta importanza, per l'efficacia del rito, l'avvoltolarsi nude coperte da un lenzuolo. Si devono di regola effettuare tre imbrusciaduras, secondo i tre bracci di una croce immaginaria, per poi sollevarsi e uscire dalla coperta sulla linea del quarto braccio. E' altresì necessario scuotere - facendo molta attenzione a non voltarsi indietro - le falde del lenzuolo con cui si è ricoperte: affinché s'azzicchidu resti nel terriccio.
Zia Pisabella, ritenuta in paese un'esperta della materia, mi ha spiegato che a conclusione de s'imbrusciadura è sempre opportuno gettare, nella camera dove si è svolto il rito, un gatto o un cane o un qualunque altro animale. Questo assorbirebbe, senza alcun danno, s'azzicchidu lasciato dalla paziente nel terriccio e nessuna creatura umana, che ne venisse a contatto, correrebbe alcun pericolo. Comunque, il terriccio contenente s'azzicchidu viene sempre gettato nel fuoco del camino o in luogo dove nessuno possa venire a contatto. Zia Pisabella puntualizza: "Per maggior sicurezza, qualora lei ne avesse bisogno, si ricordi sempre di raccogliere dopo, o di far raccogliere la terra che ha sparso sulla coperta. La raccolga senza toccarla, sollevando i quattro capi, e la butti in un fossa sotto terra, perché nessuno ci metta i piedi sopra, oppure la getti in un pozzo dove nessuno ci beva."

D) S'imbrusciadura in camposanto
Viene praticata di solito nelle prime ore del mattino, anche fuori, davanti al cancello, quando non è possibile accedere all'interno del camposanto.
E' ritenuto risolutivo nei casi di spavento causato da umbra, fantasma, spirito dannato.

La signora M., moglie di un agiato commerciante, me ne descrive il rituale:
"…Si traccia una croce per terra e alle quattro estremità si scavano quattro buchi che si riempiono d'acqua. S'azziccau s'imbrusciad rotolandosi prima verso destra, fino ad arrivare alla fossetta d'acqua dove ne beve un sorso; si avvoltola poi verso sinistra, fino all'opposta fossetta dove beve ancora un secondo sorso d'acqua. Si sposta quindi col proprio corpo sul secondo asse della croce, ripetendo quanto ha fatto precedentemente: rotola verso destra e verso sinistra, bevendo dalle altre due rispettive fossette. Quando ha finito, si alza facendosi il segno della croce."
S'imbrusciadura in camposanto, oggi, è molto meno frequente che in passato, e viene sempre fatta in ore in cui è possibile evitare gli sguardi curiosi di eventuali estranei.

E) S'imbrusciadura collettiva
Quest'ultima variante è innestata alla tradizionale festività del Corpus Domini. Per tale ricorrenza è costume erigere e addobbare una cappella presso ciascuna delle monumentali croci che si trovano nelle varie piazze del paese. La processione, partendo dalla chiesa, si snoda secondo un percorso che tocca le varie croci-cappelle infiorate e abbellite di tappeti e arazzi.
La cappella dove s'imbrusciadura collettiva assume ancora un aspetto di rilievo, per il gran numero di azziccaus di tutte le età che vi affluiscono, è quella detta S'Arruga de su Pilloni (testualmente: La Via dell'Uccello), denominazione derivata - pare - da un uccello che sormonta la singolare croce monumentale, dalle cui braccia pendono i simboli della Passione.
Nei loro temi scolastici, così descrivono s'imbrusciadura collettiva due scolari di dieci anni:

Efisio M.: "Il giorno di Corpus Domini avevano messo i tappeti per fare s'imbrusciadura vicino alla cappella e poi avevano messo i vasi sopra i tappeti e in mezzo avevano messo la croce e poi avevano messo rami di alloro e avevano preparato tutto. E poi i ragazzi, i bambini, bambine, donne, giovani, tutti quelli che si erano spaventati facevano s'imbrusciadura..."

Angelo P.: "Ogni anno per Corpus Domini in S'Arruga de su Pilloni fanno una cappella e ci mettono dei lumicini e tanti fiori. Per terra ci mettono tappeti e quando passa la processione tutte le persone che si sono spaventate fanno s'imbrusciadura. S'imbrusciadura, per esempio, si fa a un bambino che si spaventa: lo portano nella cappella e gli fanno s'imbrusciadura, gli mettono un lenzuolo e poi lo rotolano in mezzo e lo fanno rotolare a destra e a sinistra. Ecco perché si fa s'imbrusciadura, e prima di rotolare, le persone si bagnano la faccia."


DIFFUSIONE DEL RITO

Da un'indagine fatta su campionatura (1960), rappresentati tutti i ceti sociali, risulta che nella comunità di Cabras s'imbrusciadura è diffusa nell' 85% della popolazione - nel senso di praticata, con maggiore o minore frequenza.
In relazione ai ceti, la massima diffusione si ha tra i contadini e i pastori; la minima tra gli intellettuali e i pescatori del golfo.
In rapporto all'età, vengono per primi i bambini, seguiti dagli adulti dai 45 anni in su. Gli ultimi, i meno imbrusciaus risultano i giovani dai 16 ai 22 anni. In tutti i casi: i maschi meno delle femmine - esclusi i bambini.
Considerando il sesso - come ho accennato - il rito è più diffuso tra le femmine, a partire dai 14 anni in su.
Le femmine hanno il ruolo di depositarie della tradizione rituale. D'altro canto, essendo affidata esclusivamente ad esse la tutela e l'educazione dei piccoli (i quali, per altro, scorrazzano in libertà per le strade e per la campagna), sono le diffonditrici del rito nelle nuove generazioni. E queste, oggi, superata l'età scolare (10-12 anni) acquistano una mentalità in conflitto con la vecchia cultura della loro comunità, rifiutandola. La rivoluzione provocata dall'arrivo dei nuovi strumenti di diffusione delle idee e dai prodotti della civiltà industriale provocheranno nel breve volger di anni la quasi totale estinzione di questo singolare rito - o lo ridurranno - come sta già accadendo - in termini sempre più privati e simbolici, togliendogli gran parte del suo potere terapeutico, che gli veniva dall'essere esercitato in pubblico, e che dava una sicurezza ai rapporti interpersonali.
Nella città di Oristano, distante sette chilometri da Cabras, s'imbrusciadura è rara. Così nel centro di Santa Giusta, dove è più usato, come terapia contro s'azzicchidu, s'affumentu, il suffumigio - ma anche is vangeus, lettura del vangelo fatta da un prete.
Nei paesi che costeggiano gli stagni e il Sinis di Cabras, Riòla, Nurachi, e Donigala, s'imbrusciadura è ancora diffusa per il 30-40 per cento della popolazione, prevalentemente tra i contadini e i pastori.
Uscendo da questi paesi verso l'interno dell'Isola si nota la completa assenza di questo singolare rito terapeutico.


CAPITOLO SESTO
CHIESA E STREGONERIA - Cronache del 1968
Guaritori ed esorcisti con l'imprimatur


1 - Vendesi posto in Paradiso

A Terralba, questi giorni scorsi, i carabinieri hanno denunciato due donne e un prete che hanno raggirato una vecchia benestante sottraendole la casa d'abitazione del valore di dieci milioni. Uno dei tanti fatti di cronaca… Quante truffe, quanti raggiri, quante circonvenzioni a opera di religiosi passano sotto silenzio? Fino a che punto, ancora oggi, si fa confusione tra religione e stregoneria?
Ci sono società, come la nostra, basate sul privilegio medievale di caste sacerdotali, militari e politiche… L'arte dello sfruttamento della miseria, insieme all'arte della circonvenzione della sprovvedutezza si diffondono corruttori. Anche la religiosità - esigenza radicata in ogni umana creatura - viene strumentalizzata per fini lucrosi e turpi. La paura umana della morte, la speranza di una nuova vita immortale, il bisogno di trascendere da una realtà di brutture e di inganni, le sofferenze di malati, di affamati, di nevrotici - che dovrebbero spingere l'uomo all'amore del Vangelo di Cristo, alla giustizia della dottrina socialista - spingono canaglie senza scrupoli ad acuire la furbizia del profitto.
A Terralba, un prete cattolico ha speculato su due aspetti sacri nella vita umana: la vecchiaia e la fede nella giustizia. La vecchia derubata ha 85 anni. E' religiosa. Attende il meritato riposo, il giusto premio degli onesti, dei poveri di spirito. Il prete si recava spesso, con le due sue complici, in casa della vecchia. Si riunivano a pregare. E il prete, durante le preghiere, compiva riti religiosi, benedicendo la vecchia, per garantirle, con il suo mandato divino di legare e di sciogliere, un posticino in Paradiso. Un posticino salato, per una vecchia di un paese povero come Terralba: dieci milioni, la casa e il cortile…
C'é un aspetto della vita della nostra gente che è considerato ancora un tabù: la religiosità. Della religiosità si conoscono soltanto aspetti stereotipi, quali ci vengono illustrati dai catechismi con l'imprimatur delle curie, e aspetti folcloristici descritti dalla etnologia colonialista. Oggi, affrontare il tema della religiosità fuori dagli schemi tradizionali è ancora non facile: i tartufi parrocchiali - gli stessi che raggirano vecchi e irretiscono donne isteriche - dichiarano scandalizzati il vilipendio alla religione di stato. Né c'è da fare affidamento sul laicismo ufficiale - per intenderci quello rappresentato dal marxismo dialogante e dal liberalismo massone e baciapile - che gioca sull'equivoco della religione fatto personale epperciò materia privata, confondendo la religiosità fatto sociale epperciò materia pubblica.
E' soprattutto dagli aspetti della religiosità di un popolo che si possono trarre valutazioni sul suo livello culturale e civile. E non è la mancanza di religiosità che fa civile un popolo.


2 - Quando c'è la vocazione

Gode fama di grande guaritore un sacerdote di fede ortodossa. Al quale il braccio secolare della chiesa cattolica non può vietare l'esercizio delle sue funzioni perché egli ha legale licenza. Il Nostro ha chiarissime virtù sacerdotali. Basta scorrere il suo curriculum vitae.
Fin dalla tenera età fu attratto dal fascino degli arredi sacri, dal mistero delle funzioni religiose. Seguì la carriera di sacrista in una basilica romanica di questa zona. Veniva da lontano, e per il suo fare umile e dimesso la gente lo aveva soprannominato su ghioghittu de sant'Antoni, il giullare di sant'Antonio. Alcune guarigioni cominciò ad operarle proprio in quel periodo: spaventi e malocchi infantili: un guaritore pediatra.
Un'attività che gli valse - si dice - un'accusa di corruzione di minorenni. Da qui una più profonda crisi mistica sfociata in una clamorosa conversione alla chiesa ortodossa.
Forse il suo sogno recondito era di poter tornare da messia in quel paese da cui era stato cacciato come sacrista. Se non che i sogni hanno da fare i conti con la realtà: in questo caso con il vicino vescovado che non lascia spazi vuoti a un concorrente di santa romana chiesa - indipendentemente dalle virtù terapeutiche che un sacerdote può possedere.
Comunque, un vuoto fu rilevato e subito occupato in una comunità periferica - instabile e insofferente sotto molti aspetti, dove dalle barricate popolari per ottenere l'autonomia amministrativa sono sorti umori eretici. Fermatosi in casa delle sorelle Z. R. - due vecchie ben presto convertite alla nuova religione - il missionario fondò la sua chiesa. Morta una delle sorelle, la seconda lasciò tutti i suoi beni alla nuova chiesa. Oltre trenta famiglie, chi per far dispetto al parroco e chi attratto dalle virtù sacerdotali del missionario, abbracciarono l'eresia, che in questo caso si chiama ortodossia. I n quello storico periodo di zelo neofita era in voga lo slogan "O Roma o Costantinopoli!"
Oggi, gli eretici ortodossi hanno il loro posticino riservato in cimitero; possiedono una vasta area su cui intendono edificare una basilica; vantano inoltre molte più grazie ricevute di quanto non possano i cattolici. Il martedì, in particolare, è il giorno in cui si ricevono le grazie. In treno e in pullman o con mezzi propri, si snoda un corteo eterogeneo di fedeli piovuti da ogni dove, per ottenere grazie e guarigioni. Non pochi sono fanciulle affatturate, zitelle in cerca di marito, sposi o amanti dalle ridotte capacità amatorie.


3 - Impotenza e bicarbonato

Un male assai diffuso - e per il quale la gente si rivolge ai sacerdoti, anziché al medico - è l'impotenza. Segue la verginità forzata, ovvero il mal della zitella. A *** paese del Nuorese, un sacerdote giurisdavidico si è specializzato nella cura, appunto, dell'impotenza e del mal della zitella. Si tratta del sacerdote Giovanni Casula, il quale per una delle sue prestazioni è finito in tribunale sotto l'accusa di truffa. Ha chiesto una somma eccessiva: pare oltre trecentomila lire, per officiare il rito.
Una sera si presentò a lui una zitella trentacinquenne, pregandolo di fornirle un elisir in grado di accalappiare un marito. Possibilmente giovane e belloccio. Il buon prete le consegnò una porzione di volgare bicarbonato di sodio, previo sciorinamento di rituali magici brebus.
La zitella, in virtù del magico bicarbonato, trovò marito - un sessantacinquenne, un po' malandato, ma pur sempre un marito. Al quale propinò diverse dosi della miracolosa polverina, con l'intento di virilizzarlo (evidentemente una medicina tuttofare, per la credulità). Ma stavolta la polverina non funzionò. Il vecchio non fu in grado di consumare il matrimonio, quantunque la volontà non gli mancasse.
La ex zitella, delusa, cominciò a pensare che, forse, la polverina utile per acchiappare mariti agisse al contrario dopo le nozze, che cioè debilitasse la virilità. Tornò quindi dal prete giurisdavidico Casula, il quale ascoltò pazientemente il nuovo caso. Niente paura - disse. E fornì la donna di uno speciale terriccio da spargere sulle lenzuola del talamo nuziale. Il vecchio sposo avrebbe ballato come un satiro.
A una settimana di distanza, la donna tornò ancora. Il terriccio aveva fallito. Lo sposo non ce la faceva proprio. Certamente abbisognava di un trattamento più forte. Il prete prese gli attrezzi del mestiere e si recò di persona sul luogo. Fece disporre gli sposi ancora novelli sul talamo, e osservandoli ristette in profonda meditazione. "Forze occulte stanno preparando a vostro danno terribili mali!" - borbottò ieratico. E tratti dalla borsa tre candelabri li depose sopra il letto e li accese; indi prese tre grossi libri sacri e li situò nei punti chiave tra i candelabri. Infine posò la sacra stola sul capo dello sposo, esorcizzando i demoni dell'impotenza. Demoni terribili davvero se, nonostante tutto, rimasero abbarbicati ai lombi dell'infelice vecchio. Il quale ha finito per denunciare il prete d'essere lui la causa del male.


4 - L'esorcista

Un altro sacerdote, di Iglesias, si sposta periodicamente nei paesi della zona per operare guarigioni. Si è specializzato in vergini isteriche - quei soggetti cui allo sfogo dei tradizionali brufoletti si aggiunge irrequietezza psichica sfociante in crisi mistiche. Ma dato che il nostro prete predilige compagnie particolari, egli cura soltanto le fanciulle che hanno fratelli piacenti.
Nell'agiografia del sant'uomo, si narra che egli sia stato chiamato in un certo paese per un caso urgente. Una diciassettenne veniva perseguitata da un demonio concupiscente che non le dava requie. Durante la notte, il demone aveva la sfacciataggine di trasformarsi in un marcantonio e di infilarsi sotto le sue lenzuola. La poveretta doveva soggiacere contro voglia alle turpitudini del demone, e questo la prostrava tanto da toglierle ogni forza per accudire durante il giorno alle faccende domestiche. Un fenomeno che, oltre ad essere immorale, era negativo per l'economia familiare.
Il sacerdote - si narra - giunse nel tardo pomeriggio, accolto con tutti gli onori dalla famiglia. Egli si accinse subito all'opera visitando uno per uno i componenti. A esame effettuato, disse: "Qui, miei cari, il demonio non ha invasato il corpo della ragazza, ma del suo fratello. E' lui che bisogna esorcizzare. Sarà una faccenda difficile e lunga. Ma con l'aiuto del signore e dei santi apostoli Pietro e Paolo ce la faremo. Intanto lasciatemi solo con il ragazzo, in camera sua, non prima di averla fornita delle cibarie occorrenti per almeno una settimana, dato che il mio compito potrebbe prolungarsi per tanti giorni."
Così fu fatto. Per cinque lunghi giorni il guaritore lottò contro il demone lascivo che si era impadronito del contadinotto, e alla fine riuscì a sfiancarlo. Di quanto dura dovette essere la tenzone ne faceva testimonianza il volto sofferto del sacerdote, dagli occhi fondi cerchiati. Il ragazzo appariva completamente vuotato e ripulito da ogni demoniaca possessione. E per un mese buono la fanciulla dormì sonni tranquilli.
Il demone concupiscente - si narra in fine - riprese a molestare la fanciulla allo scadere del mese. Nuova chiamata al celebre guaritore. Nuovo esorcismo e nuova severa punizione al demone del ragazzo.


5 - Le nuove chiese

La caduta del fascismo, l'avvento della democrazia, la presenza del dollaro e altri fattori che in questo scritto non è il caso di esporre, hanno visto un fiorire di nuove confessioni - purtroppo soffocate dalla radicatissima vegetazione cattolica.
Un fenomeno positivo se fosse valso a rompere un monopolio, che invece si è articolato e sviluppato seguendo le orme della tradizione cattolica: si è fatta leva sulla miseria, sull'ignoranza e sulla superstizione per fondare nuove chiese. Tanto che in quei nostri paesi dove sono presenti diverse confessioni, si dice che un prete vale l'altro.
Un sacerdote che vorrebbe essere al di sopra delle parti sostiene: "La gente crede nelle virtù terapeutiche della preghiera, che nella religiosità dello sprovveduto assume i caratteri della formula magica. E crede pure che santi e arredi sacri abbiano di per se stessi il potere di operare guarigioni. Non si tratta precisamente di superstizione, ma di religiosità allo stato infantile."
Una tesi poco convincente. E non perché la Chiesa accetta, a livello di comunità, tali credenze popolari, ma perché ci specula, per scopi spesso turpi, e perché su tale presunto potere di sciogliere e di legare fonda in realtà il suo dominio temporale.
Laddove esistono confessioni religiose in concorrenza tra loro, la lotta per l'egemonia non si svolge sul confronto e sul dibattito delle "verità" teologiche, sulla "bontà" della dottrina. Come già ai tempi della Patristica, nei meandri della politica, è sulla base di presunte capacità miracolistiche che si cerca il consenso e si ottiene la supremazia. Resta attuale il celebre epigramma di Luciano, poeta satirico del II secolo: "Quando una prestigiatore pagano si fa cristiano è sicuro di far carriera."
(In "Sassari Sera" 1-5 Settembre 1968)


IL FENOMENO AUTORIZZATO

Un volantino - che circola insieme ad altri illustranti l'attuale difficile congiuntura economica, le benemerenze della Dante Alighieri, l'efficacia del vaccino Sabin - avverte che "Dopo un lungo giro in Italia si è stabilito con successo a Marrubiu il fenomeno, il più grande sapiente Cavaliere dell'Accademia di San Giorgio di Antiochia, Direttore Regionale dell'Accademia dell'Alta Cultura… studioso di Scienze Occulte e Psicologia Applicata; Apostolo dello Spirito, Premiato con Medaglia d'Oro per Alti Meriti Scientifici."
Il fenomeno si è stabilito a Marrubiu per mettere a disposizione di tutti la sua "Scienza Occulta" e la sua "Psicologia Applicata", in cambio di sole cinquecento lire a seduta.
Quali problemi e quali drammi sia in grado di risolvere e di appianare, si apprende leggendo il manifesto: "Spiega scientificamente qualsiasi notizia di parenti vicini e lontani, matrimoni, affari di commercio. Dà tutte le spiegazioni del vostro passato, presente e futuro, malattie, prigionieri, ecc. V i spiegherà quale dovrà essere il compagno della vostra vita per evitare vedovanze o separazioni, vi dirà quali sono i mesi propizi per non sbagliare i vostri affari; quale sia il vostro destino nella vita terrena, l'anno propizio per i vostri studi, se sarete promossi. Anche senza essere presente la persona, spiega il suo destino e i mali che lo affliggono."
Non c'è poi troppo da meravigliarsi di tanta capacità divinatoria in un "Direttore" sia pure solo "Regionale" dell'Accademia dell'Alta Cultura, eccetera eccetera. La meraviglia è che costui, il fenomeno, sia regolarmente autorizzato dalla Questura. Questa regolare autorizzazione può significare soltanto due cose: o che alla Questura si autorizzano le truffe autorizzate ai danni della gente sprovveduta; oppure che nello stesso luogo si crede, come può credere l'ultima delle pinzochere, alle fenomenali capacità del "Direttore Regionale dell'Accademia dell'Alta Cultura".
(Costume di Amsicora in "Sardegna Oggi" n. 49 -1964)


CAPITOLO SETTIMO
SA TUVA - LA QUERCIA CAVA


LA QUERCIA SACRA

"La sacra scrittura e la storia antica profana ci dicono che i patriarchi israeliti, cananei, e della maggior parte dei popoli orientali dell'antichità, professavano una grande venerazione per le querce. Rachele fu sotterrata ai piedi d'una quercia chiamata dalla sua nutrice la quercia dei pianti… L'angelo che apparve a Gedeone si sedette su d'una quercia… Del pari su una quercia Giosuè piantò la testimonianza, cioè il suo altare…
Nel citare questi passi di differenti epoche, rilevo che la quercia era venerata fin dall'epoca più remota, come lo fu tra i Druidi e presso le antiche popolazioni scandinave e celtiche della Germania, della Bretagna, dei Galli e degli Erinni. Il rispetto superstizioso dato a quest'albero, considerato giustamente, come il più venerando e il più bello del regno vegetale si è perpetuato in Sardegna fino ai giorni nostri. La quercia non è venerata dai Sardi come una specie di divinità occulta, ma è istintivamente considerata come un essere benefico, un testimone augusto delle più importanti azioni della loro vita, che esercita una influenza misteriosa su tutto ciò che avviene alla sua ombra. Sarei anzi maggiormente nel vero, dicendo che i Sardi si rendono conto del sentimento che provano per la quercia, e in questo, come in tutte le loro usanze nazionali, subiscono unicamente l'influenza delle tradizioni."
(Tratto da Emanuele Domenech - Pastori e Banditi - 1867)


LA GIUSTIZIA ALL'OMBRA DELLA QUERCIA

"Sotto la quercia piantata di faccia alla chiesa o in una piazza del villaggio, i Sardi stipulano i loro contratti, progettano i loro matrimoni, stabiliscono i prezzi della loro mercanzia, discutono i loro interessi e rendono la giustizia alla quale la magistratura non assiste. Una quercia, l'aria aperta, la vista dei campi, delle montagne, e il cielo turchino, valgono pur la sala lugubre d'un tribunale, ornata di figure ridicole o malvagie, degli abiti neri dei giudici, degli stivaloni dei gendarmi, dei banchi sudici, e piena d'una atmosfera nauseante.
Quando si tratta di un delitto capitale, la procedura diventa palpitante d'interesse, per il carattere patriarcale che prende. Nella Gallura, quando un uomo muore di morte improvvisa o violenta, i suoi parenti si riuniscono dopo i funerali per cercare il presunto autore dell'assassinio. Una volta accordatisi per designare il colpevole, scelgono due anziani per giudicarlo. I parenti dell'accusato scelgono anch'essi due anziani, i quali si riuniscono agli altri due per istruire il processo.
Dopo essersi accordati, i quattro giudici eletti stabiliscono un giorno per discutere il processo; intimano quindi alle parti interessate di comparire davanti al tribunale, che si tiene sotto una quercia, al levar del sole. I giudici sono digiuni, e non bevono né mangiano finché la sentenza non sia stata pronunciata.
Aperta l'udienza, i due giudici scelti dal parente del defunto dichiarano all'accusato che egli è sospettato d'essere l'autore dell'assassinio. Il più prossimo parente del morto, si leva quindi e formula la sua dichiarazione con queste parole rivolte all'incolpato:
"Sei tu che l'hai ucciso"
"No" risponde il preteso colpevole.
Dopo questa risposta, le due parti sono allontanate dal tribunale e le sole famiglie discutono davanti ai giudici. Ciascuno parla a sua volta e dà, pro o contro la colpabilità, tutte le ragioni, siano pure le più lontane dall'argomento, che possono favorire il successo della causa. Qualunque sia il sesso o l'età dell'avvocato improvvisato, egli non viene mai interrotto dalla parte avversaria.
Questo patrocinio primitivo e naturale ci mostra che tali liti formerebbero in Francia pessimi deputati; giacché da noi, allorché un oratore dice qualche cosa che non piace ai suoi avversari, tutti l'interrompono e parlano contemporaneamente, da gente che conosce poco i modi civili e onesti. Ma i modi patriarcali non sono ancora penetrati nel Corpo legislativo; non c'è dunque da meravigliarsi se i dibattiti della Camera sono più tumultuosi, e se hanno minor dignità di quelli di cui sono testimoni le querce.
Finita l'istruzione e la discussione del processo, i quattro anziani si consultano, richiamano con un fischio l'accusatore e l'accusato, e pronunziano la sentenza pro o contro la colpabilità.
Nel primo caso, la sentenza dichiara che l'accusato è sospettato di aver commesso l'assassinio o per i suoi malefici causato la morte del defunto, e ch'egli ha venti giorni di libertà durante i quali gli si deve l'acqua e il fuoco.
Durante questi venti giorni, nessuno può fargli male. Egli ha diritto al nutrimento e all'ospitalità anche da parte dei nemici, che non gliela rifiutano mai. Finito questo periodo di tempo, se non ha lasciato il villaggio, può essere sicuro di venir ucciso dal primo parente del morto che lo troverà; perciò approfitta di quello spazio di tempo concessogli per salvarsi nelle montagne e mettersi al riparo dai colpi di quelli che su di lui hanno diritto di vita e di morte per la sentenza del tribunale popolare.
Se la sentenza è favorevole all'accusato, l'accusatore gli stringe subito la mano, e le due parti avverse bevono alla salute dell'uno e dell'altro, e si separano più amiche di prima.
La decisione dei quattro anziani è senza appello; essa è accettata da tutti gli aventi causa con un rispetto religioso, e nessuno cerca di sottrarvisi portando il processo dinanzi ai tribunali regolari."
(Tratto da Emanuele Domenech - Pastori e Banditi - 1867)


IL CULTO DEL FUOCO

Sant'Antoni s'eremitanu, l'eremita, viene più comunemente detto Sant'Antoni de su fogu, del fuoco. Nelle descrizioni e raffigurazioni agiografiche e del culto appare come un vegliardo situato sullo sfondo di un deserto, con accanto un porcellino (per alcuni simboleggiante il diavolo). In altre raffigurazioni vi si aggiungono altri animali indigeni, quali il bue, il cavallo, l'asino, la capra e la pecora. Ai suoi piedi vi è un focherello ardente. Tiene in una mano un bastone di ferula.
Nella credenza religiosa, Antonio l'eremita è insieme il protettore degli animali domestici e il mitico personaggio, che come il Prometeo, carpì il fuoco agli dei per farne dono agli uomini.
Nella mitologia cristiana si racconta di un Antonio abate, detto il Grande, nato in Egitto intorno al 250, il quale all'età di vent'anni se ne andò a vivere nel deserto della Tebàide, dove più tardi lo seguirono diversi altri giovani, desiderosi di far vita romita e ascetica. Per ciò gli si attribuisce il merito di essere il padre fondatore del monachesimo, che contribuì non poco a dar prestigio alla Chiesa usandolo come contraltare alla corruzione dell'alto clero.
Si dice che il santo eremita pagasse a caro prezzo la scelta di un'esistenza solitaria e contemplativa: il Demonio lo perseguitò senza soste, ossessionandolo con terribili tentazioni, per lo più di carattere erotico, con apparizioni di fanciulle tentatrici che mettevano - è il caso di dire - a dura prova la sua virilità repressa.
Nelle leggende cristiane relative a questo santo, non c'è uno specifico legame tra lui e il fuoco, se non nella denominazione di "fuoco di Sant'Antonio" o "fuoco sacro", data all'ergotismo cancrenoso, assai diffuso in Europa tra i contadini. La denominazione "fuoco di sant'Antonio" viene anche usata per indicare diverse malattie infettive della pelle.
In Sardegna, singolarmente, il santo è legato al culto del fuoco, a riti e credenze che si perdono nella notte dei tempi. E' evidente che Antonio l'eremita si sovrappone ad altra ben radicata figura mitica, un Prometeo autoctono: colui che rubò il fuoco agli dei avari e malevoli nei confronti dell'uomo.
Una leggenda di cui si conoscono diverse varianti, tutte assai simili nel contenuto, narra che Sant'Antonio venne in Sardegna in tempi remoti e vide la triste condizione in cui versavano i suoi abitanti: intristiti e decimati dal gelo; costretti a cibarsi di cibi crudi per la mancanza di fuoco. Mosso a compassione, il Santo scese nell'inferno, dove c'era abbondanza di fiamme. Con il pretesto di essere intirizzito dal freddo, riuscì a commuovere i diavoli di guardia che lo lasciarono entrare con il porcellino, affinché si sedesse e si scaldasse accanto al fuoco.
A questo punto, con abile sotterfugio, Antonio riuscì a impossessarsi del fuoco: facendo finta di attizzarlo con la punta del suo bastone di ferula, che, come è noto, contiene un midollo infiammabilissimo.
Ritornato sulla terra il Santo agitò il bastone da cui si levò la fiamma, e con esso accese il focolare dell'uomo. La stessa leggenda afferma che egli, nell'agitare la ferula esclamasse: "Fogu fogu po dogna logu! Linna linna po sa Sardinna!" (Fuoco fuoco in ogni luogo! Legna legna per la Sardegna!) Quindi, chiamati a raccolta contadini e pastori, insegnò loro l'uso del midollo della ferula (sa feurra) come esca per accendere il fuoco in campagna. Il che ancora oggi essi fanno: battendo tra loro due pietre focaie (perda sitzia) mandano le scintille sul midollo di ferula che si incendia.
Nella leggenda originaria, il Prometeo autoctono, sostituito dal cristianesimo con il sant'Antonio, dovette rubare il fuoco agli dei, che nella versione cristiana diventano diavoli. Ciò perché Dio, definito padre buono e misericordioso, non avrebbe negato ai suoi figli un così importante elemento di benessere.
Assai diffuso nell'Isola il culto popolare del Santo donatore del fuoco. Il 17 gennaio si registrano quasi dappertutto cerimonie legate all'antico culto del fuoco. Nel mondo pastorale della montagna ha luogo sa tuva, un rito pagano propiziatorio in cui si brucia una quercia cava, detta appunto sa tuva. Nel mondo contadino della pianura, si accende su fogadoni, il falò, in cui si brucia una ingente quantità di legna.


SA TUVA
LA QUERCIA CAVA

Tuvu è ciò che è cavo. Tuvudu si dice di albero o di radice o di frutto che all'interno siano cavi o spugnosi. Sa tuva sta a indicare la quercia cava, che è tale perché è secolare: sacra regina del bosco sardo, protagonista della cerimonia propiziatrice in uso il 17 gennaio, festa di Sant'Antoni de su fogu. Is tuvas indicano anche le cataste di legna che si ammucchia intorno alla quercia cava, a cui verrà dato fuoco.
Il 16 gennaio, giorno della vigilia, il comitato della festa e quanti altri della comunità vogliono concorrere, si recano con i carri in zona boscosa e tagliano a colpi di scure una quercia secolare, che abbia la particolarità di essere cava ma viva, e viene caricata sul primo carro. Sa tuva non può essere abbattuta con altro strumento che la scure. Dietro il primo carro seguono tutti gli altri carichi di legna: ceppi, frascame, cespugli.
Giunti in paese, sa tuva viene scaricata e posta in piedi al centro del piazzale di chiesa, ornata di fiori ed erbe aromatiche, quali rosmarino, lavanda e timo, e frutti di stagione, specialmente arance. Nella sua cavità è stata sistemata l'esca, cui il prete, dopo averla benedetta darà fuoco. Altrove, ad appiccare il fuoco è il presidente del comitato.
In alcuni paesi, dove evidentemente c'è più abbondanza di bosco, is tuvas, le querce cave, possono essere anche più di una, o tre o cinque. In tali casi, si collocano con la più grande al centro, e tutt'intorno a sa tuva o a is tuvas si raccoglie la legna del falò.
Le fiamme di sa tuva ardono per tutta la notte, e durante tutto questo tempo si svolgono alcune cerimonie rituali collettive: la cena, la sfilata del bestiame, i balli e l'accensione dei focolari domestici.
In casa o nel cortile del priore della festa (o presidente del comitato), tradizionalmente un capo-pastore, viene imbandita già dal tramonto una tavolata stracarica di cibarie, carni arrostiste, verdure crude e frutta, salsicce e prosciutto, con abbondanza di vino. E' un continuo via vai dal luogo della festa a questa imponente tavolata, dove ci si ferma giusto il tempo per rifocillarsi e riprendere posto intorno al falò.
Altro momento di rilievo è la sfilata degli animali da lavoro e da cortile, rappresentati da esemplari di pregio, perché il Santo (o sa tuva?) li preservi dal freddo e dalle pestilenze.
I balli, che si aprono appena dopo il tramonto, durano finché arde il falò: in pratica tutta la notte. In alcuni paesi si fa un ballo particolare, detto su bicchiri, simile alla danza che i sacerdoti fenici facevano davanti al dio Baal.
La mattina del giorno dopo si usa accendere il fuoco di casa utilizzando le braci del falò di Sant'Antonio. Alcuni studiosi di folclore hanno voluto trovare in questo gesto non pochi fantasiosi significati. In verità è verosimile che le donne di casa, almeno per quel giorno, trovino comodo utilizzare per il proprio focolare un fuoco già acceso e di cui c'è abbondanza. Tanto è vero che non poca gente della comunità, come io stesso ho potuto constatare, per maggiore comodità si portava in piazza la carne o il pesce e se li arrostivano alle braci residue dell'imponente falò.
Vorrei aggiungere che è proprio degli intellettuali alienati, avulsi dal concreto, trovare significati reconditi, profondi e ancestrali, nelle consuetudini del popolo, che sono invece semplicemente espressioni di una logica pratica, di esigenze materiali.
La cerimonia di sa tuva, nelle prime sue fasi, del taglio della legna e di preparazione del falò e della accensione, è strettamente riservata ai maschi; mentre successivamente vede la partecipazione anche delle femmine e dei piccoli e diventa sempre più chiaramente una manifestazione orgiastica, una occasione di festa in una giornata del mese più rigido dell'inverno: stare attorno al fuoco per scaldarsi, mangiare, danzare e divertirsi insieme.


SU FOGADONI
IL FALÒ

Riprendendosi l'un l'altro, gli studiosi di folclore sardo associano l'accensione di falò ai
festeggiamenti per Sant'Antonio l'eremita. In verità, il fuoco è strettamente legato a ogni manifestazione di festa collettiva che si tenga all'aperto, specialmente, ma non soltanto, d'inverno. Nelle feste il fuoco è sempre presente nelle sue molteplici utilizzazioni, pratiche e simboliche: sia come residuo di antichi riti del culto del fuoco, simbolo di vita e di metamorfosi; sia pure per scaldare, rallegrare e stimolare gli animi all'intimità, ai balli; sia infine più prosaicamente per cuocere i cibi tradizionali, immancabili in tali occasioni: il porchetto, il capretto o l'agnello, i muggini e le anguille.
Praticamente in tutti i paesi a economica agricola - esclusi alcuni tanto poveri di legna da ardere da non potersi permettere il "lusso" di accendere un falò - il Sant'Antonio e altri santi con il San Sebastiano di Tuìli vengono commemorati con su fogadoni - dove è assente sa tuva, la quercia cava.
Imponente il falò che veniva allestito a Santa Giusta di Oristano, che ci viene descritto da una vecchia testimone.

"In paese su fogadoni si accendeva la sera della vigilia nella piazza della chiesa. Dalla mattina presto partivano tutti quanti a fare legna, chi con un carro, chi con molti carri e chi a piedi, secondo i mezzi che ciascuno possedeva. Era già una grande festa vedere rientrare tutti gli uomini carichi di legna di ogni specie. Maggiormente si usava l'alloro, che serviva anche per abbellire le vie del paese, con i rami a festoni. Ma c'era anche grande quantità di lentischio, leccio, corbezzolo, fronde di ginepro, ceppi di vecchi alberi che venivano lasciati in campagna per l'occasione.
All'imbrunire si dava fuoco alla catasta in un coro di grida di augurio, con la folla messa in cerchio. Quasi subito i giovani formavano dei gruppi che aprivano i balli al suono de is launeddas e de is pipaious. La gente portava carradeddas de binu, carni macellate e pesci e anguille dello stagno, specialmente bidimbua e fillatrota e si mettevano lì ai margini di su fogadoni ad arrostire sulle braci, e tutti mangiavano, cantavano, bevevano e ballavano per tutta la notte…
Il falò era così grande che il suo fuoco durava anche sette otto giorni, e tutto il paese in quei giorni lo usava, sia portandone a casa a bracieri e sia usandolo direttamente sul posto, fin quando ce n'era."

(Testimonianza di Anna C. D. di 85 anni. Santa Giusta 1983)

"Il giorno di Sant'Antonio de su fogu tutto il vicinato era in subbuglio. Si cominciava dalla mattina presto, i ragazzi più grandi andavano al monte a portare fascine di legna e noi più piccoli passavamo di casa in casa a raccogliere legna, noci castagne, fave e ceci da arrostire sulle braci. Tutti contribuivano generosamente.
La legna raccolta veniva ammucchiata al centro dell'incrocio tra due strade: prima la legna grossa, i ceppi e le radici; poi tutto attorno le fascine di lentischio, di corbezzolo e per ultime quelle di cisto. A un lato della strada, sopra un tavolo venivano disposte le corbule di giunco con le noci, le castagne e i legumi da arrostire.
Subito dopo pranzo ci si riuniva tutti in cerchio intorno al mucchio di legna; i grandi venivano e si complimentavano con noi per la quantità di legna raccolta, pronosticando il tempo della sua durata.
Devo dire che nel mio paese, che è grande, si faceva un falò per ogni rione. L'usanza era stata però abbandonata dai grandi e la mantenevamo viva noi giovani e ragazzi. Questo fino agli anni Cinquanta.
Nel pomeriggio davamo fuoco alla legna, appiccando le fiamme in vari punti in modo da avere di colpo una grande vampata. Il cerchio dei presenti si allargava contemporaneamente al diffondersi del calore del rogo, tra le grida festose dei piccoli e l'approvazione dei grandi.
Finita la fiammata delle fascine, lentamente bruciavano i ceppi, e noi iniziavamo a raccogliere le braci ai margini per arrostire le castagne, le fave, i ceci. La gente, portati gli scanni e gli sgabelli da casa, si sedevano al caldo tutto attorno. Alcuni gruppi di giovani attaccavano a cantare; altri restavano a chiacchierare fino a notte tarda. Vi erano anche donne che, sul tardi, venivano con i bracieri e se li riportavano a casa pieni di fuoco.
Ricordo che era considerato sacrilegio spegnere quel fuoco: doveva essere lasciato a consumarsi da solo. A pensarci bene, non solo questo fuoco era considerato sacro, ma ogni fuoco in genere, che non veniva mai spento nelle nostre case. Mia nonna prima ancora di insegnarci ad accendere il fuoco, ci insegnò a ricoprire con cura i resti del fuoco della sera, affinché li ritrovassimo vivi l'indomani mattina, e rinnovare la fiamma aggiungendo nuova legna."
(Testimonianza di L. M. di 35 anni - Guspini 1980)


CAPITOLO OTTAVO
TIALUS E DIMONIUS - DIAVOLI E DEMONI


Il mondo del sardo, apparentemente spoglio e deserto, si popola di magiche creature, le quali appaiono e si manifestano di volta in volta, alla luce del sole o nel buio della notte, in sembianze umane o animalesche o più spesso ambigue e mostruose. Tali magiche creature svelano nell'uomo il bene e il male, convivono e partecipano, dall'inizio alla fine, in ogni momento, dell'umana esistenza - o come malefiche portatrici di traumi, di malattie e di morte o come nunzie di pericoli e di sciagure incombenti o come benefiche soccorritrici, nel porgere rimedi e cure, nel favorire il buon andamento del lavoro, nel ritrovare oggetti perduti, nello svelare tesori nascosti.
Le fantastiche creature della mitologia dei Sardi si possono distinguere in diurne e notturne, secondo che vivano e si mostrino all'uomo durante le ore del giorno o della notte. Sono di tipo diurno gli spiriti simboleggianti la vita, espressione di forze creative della natura, misteriosi abitatori delle acque, dei boschi e dei monti, che hanno la loro apparente dimora in crepacci, in anfratti, in grotte, nei pozzi e nei garroppus (gorghi d'acqua) e nelle querce. Al tipo notturno appartengono gli spiriti demoniaci in qualche modo legati all'idea del sonno e della morte, esseri tenebrosi scaturiti nella metamorfosi dell'umano nel bestiale, e in specie is tiaulus, i diavoli, o più propriamente is dimonius, i demoni, emanazione di Luzziferru, Lucìfero, il Diavolo per antonomasia, il Principe delle tenebre.

Su tiaulu, il diavolo. E' il signore del male. Vive nell'inferno, dal quale non può uscire se non mediante sue emanazioni che prendono forme mostruose, per lo più di animali compositi, cornuti e caudati (caprone, bue, cervo, gallo, gatto, scarabeo, serpente, pipistrello, eccetera). Dal canto suo, neppure Dio, il signore del bene, può lasciare il proprio regno se non con emanazioni di sé, assai riduttive per altro, mostrandosi all'uomo nelle sembianze di angelo o di vecchio o di fanciullo, o di colomba, e nelle specie di "fiamma che brucia senza fuoco".
Su tiaulu, il diavolo, vive dunque in s'inferru, l'inferno, il luogo di punizione riservato alle animas malas, anime cattive. Is animas cundennadas, le anime condannate, sono dette le anime che espiano i loro peccati nel purgatorio - delle quali si dirà più avanti. Per i Sardi, s'inferru, l'inferno, più che un grande braciere, più che la classica bolgia, è una grande fossa arida e senza vita piena di pibaras e colorus, vipere e bisce, dove i dannati vengono tormentati da is tiaulus, i diavoli, con fiocine e forconi, dentro cardaxus de pixi buddendi, caldaie di pece bollente.
Nella credenza popolare, le anime dei dannati raggiungono s'inferru passando per l'imboccatura di misteriose grotte. Ve ne sono alcune, naturalmente inesplorate, che sono dette appunto bucca de s'inferru, bocca dell'inferno, e non è prudente avventurarvisi.

Is tiaulus, i diavoli, sono le creature infernali che specialmente durante la notte emergono sulla terra, confondendosi con uomini, animali e piante. Talvolta sono presenti anche come umbras (ombre, fantasmi), forme senza corpo. Prendono nomi diversi secondo il compito che svolgono, e possono assumere forme e sembianze diverse. Abbiamo così numerosi dimonius e dimonieddus, demoni e demonietti, su nemigu, il nemico, coa longa, coda lunga e coitedda, codina, s'ammuntadori, l'incubo, e così via.
Su dimoniu o su nemigu, il demonio o il nemico, prende per lo più forme animalesche composite e strane: corna di caprone, piedi d'asino, occhi di gatto, bargigli di gallo. Quasi sempre gli spuntano da dietro le spalle due piccole ciminiere fumanti. Oltre che nelle forme proprie di bue, di cane, di gatto, di gallo su dimoniu si mostra agli uomini, specie di notte, sotto le ingannevoli sembianze di frati e suore, di bambini smarriti e piangenti o di fanciulle bisognose di conforto dall'apparenza verginale. Talvolta lo si vede correre come un cavallo nero o infilarsi nella macchia come cinghiale dalle zanne mostruose. Non di rado, il demonio detto coitedda (codina), si diverte a fare dispetti, nascondendo gli aghi o le forbici o le chiavi alla massaia, la quale fa gli scongiuri esclamando: "Toh, maladittu Coitedda!" (Che tu sia maledetto Codina!). Lo stesso coitedda, durante la notte, diventa il lussurioso tentatore: assunte ingannevoli sembianze di giovane aitante, appare nel sogno alle fanciulle e alle vedovelle, tentando innominabili approcci.
L'esorcismo più potente, e più diffuso, per difendersi dalle apparizioni diaboliche è il segno della croce. Le fanciulle dormono sogni più casti e più tranquilli se portano appesa al collo una piccola croce d'oro o d'argento. Se l'apparizione (in forma umana o animale) esorcizzata con il segno della croce scompare trasformandosi in un cuaddu de fogu (in una vampata), si è certi che si trattava di un demonio. Nello stesso modo scompaiono is umbras o pubas, le ombre o fantasmi, esorcizzati con il segno della croce o con altri potenti scongiuri, quali l'acqua santa o appositi amuleti costituiti da scritti o reliquie di santi o sostanze benedette. Giovano anche alcune erbe, come la ruta, e certe pietre, come l'ossidiana. Così pure is brebus, le parole magiche, o versetti recitati come scongiuro.
Assai diffusa la credenza che is dimonius si nascondono dietro gli specchi (si dice che essi amino specchiarsi); da qui l'avvertimento delle madri alle fanciulle, di evitare di starsene a rimirarsi davanti allo specchio. Altro luogo, affine al precedente, dove is dimonius sono soliti apparire, è sa funtana, la fonte, e in generale gli specchi d'acqua. Chi si avvicina a una fonte per bere, deve prima recitare gli scongiuri per esorcizzare il maligno in agguato.

Sa jana è termine non traducibile se non come una specie di fata tipica della Sardegna, da non confondersi con sa fada, la fata propriamente detta. Secondo alcuni il termine jana deriverebbe dal nome della divinità greco-romana Diana; secondo altri da nana. Is gianas (o janas) rappresentano fantastiche creature femminili, di grandezza e aspetto diversi, abitanti di quelle grotte che prendono il nome di domus de janas, case delle Jane. Tuttavia, esse abitano anche pozzi e gallerie abbandonate, nuraghi e antichi ruderi.
Is gianas vengono variamente descritte: ve ne sono di piccolissime, vere e proprie donnine miniaturizzate, e di gigantesche, di grazioso o di orribile aspetto, di carattere cattivo, irascibili, e di buone, dolci e affettuose. Se ne raffigurano simili a streghe e a fate, simili a maghe e sirene. Le gianas buone danno buoni consigli alle donne e talvolta si prestano a anche ad aiutare nei lavori domestici, specie nella lavorazione del pane. Le cattive arrivano anche a succhiare il sangue dei bimbi che dormono incustoditi o non protetti da sacri amuleti. Il bimbo è il patrimonio più prezioso della famiglia, ed è anche l'oggetto più vulnerabile agli attacchi demoniaci: si spiega così il dispiegamento attorno alla sua culla di amuleti e talismani e di sacre reliquie o di oggetti benedetti - ramoscelli d'olivo e di palma, pietre dure e coralli e cornetti e manufiche pendenti al polso o al collo da nastrini verdi, e centomila altri oggetti che hanno il potere di preservare il piccolo dal male.
L'immagine più diffusa che si ha delle gianas è quella di fanciulle bellissime vestite nel tradizionale costume sardo delle feste; ma il loro fascino, la loro grazia non sono mai usati in senso erotico. Al contrario si citano casi di gianas-streghe che usano adescare il maschio: lo sottopongono a incantesimo, si ddu cuaddigant, se lo cavalcano, e gli succhiano il sangue.
Is gianas vengono variamente descritte anche dagli studiosi. Secondo i quali ve ne sarebbe una specie più simile a strega che a fata, dotata di enormi mammelle, che esse si getterebbero dietro le spalle per allattare da tergo i loro piccoli o per non inciampare mentre lavorano. Un'altra specie, assai simile ai vampiri nelle abitudini, si nutrirebbe di sangue umano, alimento a loro necessario per potersi riprodurre.

Sa fada, la fata. Così definisce is fadas, le fate, G. Calvia: "Erano…donne bellissime e ingenue che abitavano le piccole caverne montane. Cambiavan spesso il loro umano aspetto in quello di graziosi animali, ed avean potere e virtù di fatare le persone. Vivean esse negli antichi tempi e sparirono quando la malizia penetrò nel mondo".
Le nostre fadas somigliano dunque alle fate di tutto il mondo, creature fantastiche legate alla realtà di un mondo ideale in cui non esiste cattiveria. Ma la nostra gente è tendenzialmente ottimista, se è vero che crede che is fadas esistono ancora - relegate chissà in quale sotterranea profondità, pronte a riemergere, a ripopolare la terra al primo cenno di amore tra gli uomini.
Is fadas, come tutte le fate, compaiono in numerose leggende - che sembrano più adatte agli adulti che ai fanciulli.
Abitano prevalentemente nelle grotte, di varie dimensioni - dato che, secondo la tradizione, le misure delle fadas sono rapportate all'ampiezza del luogo in cui vivono. Esse amano anche frequentare i boschi, specie a primavera.
Si attribuisce alle fate la diffusione della conoscenza delle tecniche dei lavori donneschi, in particolare il cucito e il ricamo (vedi il detto "avere mani di fata"), la confezione del pane coccoi (di semola) e perfino l'uso del lievito. Esse, dunque, furono le mitiche progenitrici - in senso culturale - della donna-casalinga. Alle fadas, in pratica, vengono attribuite al massimo grado le virtù che dovrebbero essere proprie della fanciulla timorata e della sposa "angelo del focolare". E a questo punto - da parte femminista - si potrebbe sostenere, non senza buone ragioni, che le fate siano state inventate dal maschio nell'intento di definire e istituzionalizzare il ruolo subalterno della donna. Ma c'è una obiezione a questa tesi: per alcuni, is fadas costituiscono una razza di donne sole, capaci di riprodursi per partenogenesi, oppure, sulla linea delle mitiche Amazzoni, nemiche del maschio, costrette all'accoppiamento per riprodursi, eliminando alla nascita l'altro sesso - e ciò costituirebbe memoria di antiche organizzazioni matriarcali. C'è anche da aggiungere che le fadas sono ritenute per tradizione assai suscettibili ai comportamenti "maschilisti": sono numerose le testimonianze della "malasorte" subita da giovani che osarono offendere con parole o con gesti o con tentativi di approccio le verginali creature.
Is fadas, infine, presiedono al destino delle creature nate in terra, e hanno anche poteri divinatori (in questo somiglianti alle mitiche veggenti della mitologia classica, come la Pitzia e la Sibilla).

Mamas e Marias, Mamme e Marie. Le forze arcane della natura, il sole e la luna, le rocce della terra e le fonti d'acqua che da queste scaturiscono, il tuono e i fulmini, il vento e la pioggia, nel loro essere e manifestarsi all'uomo costituiscono la presenza di potenze magiche, sante o demoniache, nel bene e nel male. Potenze magiche che prendono in molti casi l'appellativo di mamas, mamme, e con l'innesto del culto cristiano di Marias, Marie. A me pare che in questi casi il termine mama indichi l'origine profonda del fenomeno che si constata: abbiamo così nei modi di dire popolari sa mama de su sonnu, la madre del sonno, o Colei che concilia il sonno ai mortali; sa mama de su bentu, la madre del vento, o Colei che muove il vento. Abbiamo ancora Maria alluta, Maria accesa, che indica sia la fiamma viva di un fuoco che la vampa del sole di mezzodì; Maria pampori (da pampa = vampa), Maria avvampante, indicante un calore forte afoso, del suolo, del fuoco o del levante estivo; Maria abbranca, Maria ammaliatrice, che attira a sé e ghermisce, indicante baratri o pozzi profondi o gorghi d'acqua.
Si noti anche che nella lingua del popolo si dice mama de caffei, madre del caffè, il fondo della stessa sostanza macinata che resta nella caffettiera. E che in riferimento a qualità del carattere, negative o positive, si dice ses sa mama de sa mandronia, sei la madre della poltronite, per indicare un poltrone; ses sa mama de s'allegria, per indicare persona allegra; o mama susunca, madre dell'avarizia, per indicare l'avaro.
L'appellativo mama, madre o mamma, lo ritroviamo usato anche come suffisso nei nomi di diverse essenze arboree ed erbe che hanno proprietà medicamentose. Per citare due casi assai diffusi, in logudorese mama de chercu, madre della quercia, è detta la sua corteccia, mentre in campidanese mama de axedu (e anche mama agheda nell'Oristanese), cioè "mamma dell'aceto" è detta l'acetosella.
Il mondo della mia infanzia è popolato di Marias. Ogni momento del giorno, dal risveglio alla colazione, dal lavarsi al vestirsi, dal giocare all'eseguire i doveri propri di quell'età, fino a prendere sonno dopo cena e al dormire sereni evitando incubi notturni, era presieduto e regolato da vigili Marias, figure di donne: talvolta giovane e bella, dalle carezze materne eppur conturbanti, tal'altra matura e severa, con i suoi richiami alle regole del buon comportamento. Ricordo Maria lenzoru, Maria lenzuolo, che veniva a rimboccarmi le coperte durante la notte, per tenere caldo il mio sonno invernale e veniva poi di mattina a togliermele di dosso per farmi alzare senza cincischiamenti; Maria pettini, Maria pettine, che interveniva con le sue mani delicate sul pettine per evitare dolorosi strappi ai miei riccioli annodati, rendendo piacevole tale igienica incombenza; e Maria puntaoru, Maria punteruolo (?) (ma forse punta de coloru, punta di biscia), che interveniva davanti ai pasti di cui ero ghiotto per avvertirmi di essere parco, perché se mi fossi riempito troppo sarebbe poi venuta durante la notte a bucarmi la pancia per prendersi lei il di più…

Su carru de nannai, letteralmente il carro del nonno, indica il tuono, quel suo rotolio rimbombante simile al rumore delle ruote ferrate di un carro lanciato a gran carriera su strada selciata. Intendi, su carru de nannai (senti, il carro del nonno), dicono le mamme ai fanciulli quando rimbombano i tuoni, nunzi del prossimo temporale; e allora i piccoli si fanno il segno della croce, spaventati eppur curiosi, attratti da quel misterioso rimbombare tra i lampi, affacciandosi nei loggiati.

Zius, gopais e gomais, zii, compari e comari. Is animas, gli spiriti, sono onnipresenti e sovrintendono a ogni aspetto della vita umana. Essi albergano nelle piante e negli animali, e da essi non di rado l'uomo deve dipendere, e per ingraziarseli li chiama usando l'appellattivo di rispetto, ziu, zio, o gopai, compare (al femminile, zia e gomai).
Singolare è il rapporto che l'uomo di campagna instaura con la volpe, alla quale vengono attribuiti caratteri antropomorfi maschili. E' chiamata con nomi diversi: margiani, mazzone, gradessiu e altri, preceduti dall'appellativo di rispetto ziu o gopai . Con questo animale, il contadino o il pastore effettua un comparatico (detto su santuanni de margiani), onde propiziarselo ed evitare i danni che potrebbe produrre alla vigna o al gregge.
Tale singolare comparatico viene così descritto in alcuni paesi del Campidano: il contadino (o il pastore) prepara un piatto contenente del cibo gradito a ziu margiani, a zio volpe, mangiandone la metà e lasciando l'altra metà nel piatto che porrà in campagna, ai margini della vigna (o dell'ovile). Se il cibo verrà mangiato, e quindi gradito come dono dall'animale, tra questo e l'uomo si sarà instaurato il comparatico - con tutti i doveri reciproci inerenti a tale istituto: gopai margiani non danneggerà gopai messaiu e viceversa. Il contadino lascerà alla volpe scricchillonis, racimoli quando vendemmierà, o se è pastore lascerà qualche residuo di macellazione; la volpe rispetterà la vigna e l'ovile del proprio compare.
Ziu margiani, zio volpe, è animale mitico cui si attribuiscono in massimo grado qualità umane, in particolare l'astuzia. Tante sono le novelle in cui egli, protagonista, riesce sempre a superare ogni difficoltà.
Altro animale cui molto frequentemente vengono attribuiti caratteri antropomorfi è ziu molenti, zio asino: i suoi attributi tipici sono quelli della virilità e dell'intrigo al fine di soddisfare la sua inesauribile libidine. Nel poemetto in lingua campidanese Sa giorronada de Conchiattu, sotto il titolo "Incontro con il centauro sardo" viene burlescamente introdotto l'incontro campestre tra il contadino detto Conchiattu e ziu molenti.
Un'anima che incute un profondo timore è su baboi, detto anche baballotti, marrangoni, maimoni e mammoti. Tali voci indicano un animale mitico, evocato talvolta per spaventare i bambini cattivi: chi non fais a bonu benit mammoti! (Se non fai da bravo viene mammoti!). Con i termini di baboi e baballotti si indicano anche genericamente insetti repellenti: scarafaggi, ragni, tarantole e parassiti ematofagi quali i pidocchi.
Gli appellativi di ziu e gopai sono frequentemente usati non solo per gli animali, ma anche per le piante con le quali l'uomo entra in contatto e crea un rapporto. Se passando vicino a una macchia di rovo qualcuno viene punto dalle sue spine, c'è chi gli dice "Là chi ziu orrù (oppure gopai orrù) pungit! (Guarda che zio rovo (oppure compare rovo) punge!).
Frequente è anche l'attribuzione all'uomo di caratteri ritenuti propri di un animale, come si rileva dai seguenti modi di dire: paris unu pruppu= sembri un polpo (cioè senza carattere): ses che unu cani = sei come un cane (cioè incapace di controllarti); ses siddiu che sirboni = sei chiuso come un cinghiale (cioè immusonito); parrit una egua = sembri una cavalla (cioè si comporta da puttana).

Survile, in logudorese indica una sorta di strega. Secondo alcuni demonologi sa survile (che essi chiamano surbile) sarebbe una donna vampiro, ovvero Dràcula al femminile. Il suo nome deriverebbe dal verbo surbiri = sorbire (sangue, naturalmente), ma anche da surbiai = fischiare, un atto che ha in comune con il succhiare l'atteggiamento delle labbra allungate in avanti "a culo di gallina".
Per fortuna degli abitanti dei Campidani nella loro lingua non esiste il termine survile (né surbile) - il che può far supporre che tale mostruosa creatura ematofaga non funesti con la sua presenza l'area contadina (per altro funestata da una miriade di altre demoniache creature ematofaghe, quali zanzare con o senza plasmodium, comprese le specie dell'habitat governativo).
Secondo G. Calvia (in Esseri meravigliosi e fantastici - 1903) le surviles appartengono ai due sessi e si dovrebbero perciò distinguere in streghe e vampiri. Egli scrive:

"Le surviles sono uomini o donne che nascono con un pezzo di coda d'acciaio, e succhiano il sangue ai lattanti e soffocano i bambini nella culla. Si ungono con un certo olio fatato e pronuncian questa formula: A pili esse e pili in fache, in domo de comare mi che agatte. Fatto e detto ciò cambiano di forma e penetrano nelle case, non rispettando neppure il sangue proprio. Sono molto temute dalle donne che allattano bambini, le quali per scacciarle tengono sotto il guanciale sa pastagna de sas surviles. Io vidi uno di questi amuleti autenticato dal papa e colla scritta Ex praecordiis S. Philippi Neri. Altro rimedio è quello di porre sulla cenere del focolare (foghilaja) un tripode rovesciato, o collocare una falce coi denti rivolti in alto. Se la strega penetra allora nella casa, non potrà più partirsene, senza che la falce o il tripode sian rimessi a posto. (Secondo altri bisogna approntare un recipiente contenente latte vicino alla soglia della porta, così che la survile entrando si accontenti di bere il latte risparmiando di svenare i piccoli - nota del redattore). Alle volte questi vampiri si tramutano in uccelli e si appollaiano sugli alberi. Chi è nato di febbraio ed è il primogenito ha il potere di farli comparire, infilandosi le brache (sas ragas, veste sarda) alla rovescia, e gridando in tono di venditore ambulante: lea ragas, le'. A Monteleone Rocca Doria tramutasi in gatto nero; a Sassari sono chiamati pizoni di la strea."

Su boe muliache o bue mugghiante (muliare = mugghiare) è altra fantastica, e orrorosa, creatura demoniaca che vive quasi esclusivamente nel Nuorese, nel mondo barbaricino. Se ne hanno tracce anche nel Campidano di Oristano, dove la stessa orrenda creatura viene chiamata boi mulliaccas,che si potrebbe tradurre con bue che munge vacche.
Nella credenza popolare su boe muliache, il bue mugghiante, sarebbe il prodotto demoniaco di una misteriosa e penosa metamorfosi dell'umano. Vi sarebbero certi uomini che nelle notti di plenilunio si trasformerebbero in un mostruoso bue mugghiante - dando così vita a un nuovo essere infernale che si aggiungerebbe ai mille altri che dopo il tramonto emergono dagli Inferi popolando le notti. Una presenza che è monito alla gente timorata, affinché al primo calar delle tenebre si rintani entro le mura domestiche, evitando incontri e coinvolgimenti con gli spiriti del male - c'è chi dice che le ronde armate dei carabinieri abbiano il compito di vegliare il sonno dei mortali, proteggendoli dai demoni del crimine e dalla sovversione; ma è, questa, credenza poco diffusa tra la gente sarda.
L'orrendo essere metamorfico detto su boe muliache rappresenta un penoso dramma esistenziale per colui che ne è il soggetto (il termine usato è destinau, destinato) e costituisce un pericolo mortale per la comunità. Colui che sente il suo terrificante mugghio può prendersi spreu, spavento, tanto forte da trascinarlo nella tomba. Pochi sono per fortuna coloro che possono vederlo: anime di innocenti, per lo più, e dotati di particolari protezioni celesti, per cui non ne subiscono danni. A loro si devono le descrizioni, anche particolareggiate, che si hanno di tale "bue mannaro".
Dai racconti che ne fa la gente sembrerebbe che questo "bue mannaro" (a differenza del continentale licantropo) non sia aggressivo, non se ne vada per le notti di plenilunio alla ricerca di vittime da sbranare, ma simile ad anima dannata cerchi la solitudine mugghiando il proprio strazio. Su boe muliache è principalmente nunzio di morte. Le sue fugaci apparizioni e il suo doloroso mugghio sono tristi presagi per tutta la comunità - e non ci sono scongiuri che valgano perché egli non fa che anticipare ciò che è già scritto nel gran libro del destino.

Is panas. Pana (e Partera) indica la partoriente. La credenza popolare vuole che le donne morte di parto possono diventare creature demoniache notturne, dette is panas (le puerpere). Sembrerebbe che queste infelici donne, morte dando alla luce un figlio vivente, vengano condannate da un singolare destino a far le lavandaie, a restare attaccate alle cure di un bimbo dal quale sono state così violentemente e disumanamente staccate. Esse si ritrovano lungo i corsi d'acqua a lavare pannolini da neonato, battendoli con uno stinco di morto.

"Affinché una donna morta durante il parto non diventi lavandaia notturna - scrive G. Calvia - si usa metterle nella bara un ago col filo senza nodo, un pezzo di tela, un par di forbici, un pettine e un ciuffo di capelli del marito. E ciò perché essa abbia una scusa legittima da rispondere alle altre panas, che la inviteranno a recarsi alla vasca per lavar le fasce del lattante. Le panas le diranno: "Comà, a benides?" (Comare, venite?). Ed essa risponderà: "Nono, chi so cosende, nono chi so ispizzende a maridu meu" (No no, che sto cucendo, no no che sto spuntando i capelli a mio marito.)"

Giorgia, cui segue spesso l'attributo di rajosa, radiosa, è il nome di una specifica fata. Da come viene chiamata, Giorgia rajosa fa pensare a una fatina sorridente dagli occhi cerulei e dalla carnagione lattemiele, nonché fornita delle classiche "operose manine di fata". Niente di tutto questo. Giorgia abita in profonde e orride spelonche e nell'aspetto è lercia e simile a una orchessa. Inoltre è malvagia ed è famosa per la sua avarizia.
Secondo alcuni demonologi dell'Ateneo di Cagliari Giorgia sarebbe una fata da classificare nella specie delle gigantesse che costruirono e popolarono i nuraghi. Ad esse in particolare si attribuiscono quelle enormi lunghe mammelle che caratterizzano le fadas zigantes, fate giganti. La nomea di avara, Giorgia se la sarebbe fatta in quanto custode di tesori, nascosti nel profondo delle spelonche o giù nei cunicoli dei nuraghi dove ella è solita abitare, tesori di cui sarebbe gelosissima, privandone i molti poveracci che se li sognano e li cercano nella speranza di migliorare il loro stato.

Sa Giobiana, da Giobia, giovedì, quindi letteralmente "la Giovediana", nel pantheon delle demonesse sarde ha un posto a sé. Come fa intuire il suo nome, ella sovrintende alla giornata di riposo settimanale della massaia, giornata che cade di giovedì. Per sua grazia, in quel giorno, le donne dovrebbero smettere di cucire, filare, rammendare. E se talvolta una povera donna con numerosa prole non potesse astenersi, neppure il giovedì, dal metter mano al cucito o al rammendo, potrebbe accadere che le appaia Sa Giobiana, per aiutarla cortesemente a compiere tali lavori.

S'ammuntadori, letteralmente "il Copritore". E' uno degli incubi che maggiormente ricorre nel sonno degli umani. Prende anche i nomi di carrigadori e carrogonzu. La descrizione che viene fatta di questo demone notturno varia tra le persone che hanno subìto il suo abbraccio soffocante; tutte sono però d'accordo nel dargli sembianze umane di maschio, assai peloso e nerboruto. In quanto maschio, s'ammuntadori appare e insidia prevalentemente le donne (ma, si dice, anche i fanciulli e anche adulti dal sesso incerto): mentre dormono, si avvicina quatto quatto al letto, e posandosi sopra di loro le stringe in un abbraccio che toglie il respiro. Colei che viene visitata da s'Ammuntadori si sveglia di soprassalto con un senso di soffocamento, ansimando, urlando. I familiari, in simili circostanze, pensano subito a s'ammuntadori e ricorrono ai riti terapeutici d'uso. Aspergono il volto della fanciulla (tra le donne sono quelle maggiormente prese di mira) con acqua, meglio se "santa" oppure prendono con il polpastrello dell'indice un po' di saliva dalla propria bocca e le umettano la gola; ancora, la proteggono con amuleti, e se già ne avesse aggiungendone altri di rincalzo; infine recitano appropriati scongiuri. Per maggior precauzione, il giorno dopo, la fanciulla verrà sottoposta a s'affumentu contra s'azzicchidu, il suffumigio magico contro lo spavento.

Su ercu, il cervo mannaro, e sa prummunida, l'asino mannaro, sono come su boe muliache, il bue mannaro, creature demoniache originate da metamorfosi dell'umano, ma di questo meno frequenti. l male oscuro che tramuta l'umano in bestiale colpisce esclusivamente uomini, in età giovanile o media - mai bambini o vecchi.
Tanto su ercu che sa prummunida appaiono prevalentemente di notte, e la loro è sempre una apparizione fugace e strana, come si conviene a essere demoniaco che poco spazio lascia ad esami particolareggiati e approfonditi. Ambedue gli esseri metamorfici sono premonitori di sciagure o di morte per la comunità. C'è chi sostiene che se si riesce ad acchiapparli e a gettarli nell'acqua, riprenderanno la loro originaria forma umana. Nelle favole che i vecchi raccontano solitamente ai piccoli nelle notti d'inverno, ricorrono spesso storie che hanno per protagonisti tali fantastici esseri e uomini coraggiosi che incontratone qualcuno riuscirono a impastoiarlo e legarlo strettamente a un tronco d'albero; e che ritornati nello stesso luogo dopo l'alba, al posto dell'animale-demone ritrovarono un giovane tremante spaurito, ignaro della drammatica metamorfosi subìta.

Is nanus, i nani, sono misteriosi folletti, abitatori di piccole grotte e anfratti. Somigliano agli gnomi delle leggende del Continente, ma a differenza di questi non amano abitare in casette edificate nei boschi e non usano insidiare le fanciulle - neppure in stato di necessità, come nella fiaba di Biancaneve. Is nanus de Sardigna hanno il gravoso compito di custodire scussorgius, tesori di marenghi d'oro, accumulati e nascosti dalle anime nere dei potenti, evitando che finiscano nelle mani bucate dei contadini e dei pastori.

S'orcu, l'orco, nella leggenda popolare ha l'aspetto di un omaccione ispido e peloso, incolto e selvatico, crapulone. Vive dentro caverne in luoghi impervi, accumulando ingenti tesori frutto di rapine. Non è battezzato e si ciba prevalentemente di carne arrosto, privilegiando quella di teneri fanciulli. Suole rapire fanciulle trovate sole nelle campagne, le ammalia e le rende succubi utilizzandole come serve e in amorosi sollazzi. Molte le favole che hanno per protagonisti s'orcu e fanciulli o fanciulle da lui rapiti, che talvolta riescono con l'astuzia a sfuggirgli e a beffarlo. Di uso comune il proverbio "Essiri riccu che s'orcu", Essere ricco come l'orco.

Is gigantis, i giganti, sono una mitica specie di demoni antropomorfici di taglia gigantesca e di forza eccezionale. Laboriosi e pacifici, si attribuisce loro la costruzione dei nuraghi e la messa in opera de is perdas longas, pietre sacre megalitiche indicanti un'area sepolcrale, dette appunto "tombe di giganti". Demoni buoni, vengono descritti nelle leggende come infaticabili trasportatori di enormi macigni e travi in pietra dalla montagna alla pianura, dove edificavano le loro eccezionali abitazioni e le loro misteriose tombe. Usavano come cavalcatura is cuaddus birdis, i cavalli verdi, giganteschi - conformi alla taglia dei loro cavalieri.

Su scutoni e sa cananea sono demoni dalle mostruose sembianze, abitatori di antri e spelonche, che divorano i malcapitati che vanno a finire nei pressi delle loro tane. Su scutoni viene descritto simile a un drago con sette teste: di giorno dorme nella sua tana e di notte esce in cerca di cibo. Sa cananea è simile a un enorme e orribile serpente dai movimenti lenti e goffi. Andai che sa cananea, andare (strascinando) come la cananea, è una invettiva popolare diffusa, un malaugurio a chi ci vuol male.

Animas e spiritus, anime e spiriti. Il mondo specie quello notturno, è invaso da anime e spiriti, che coinvolgono gli umani nel bene e nel male, talvolta fino a modificarne la vita, determinando quindi il destino. Tra le animas si annoverano le seguenti:
Is animas de is pippius no battiaus, le anime dei bambini morti senza ricevere il battesimo, che vagano come folletti nell'aria come in una sorta di limbo: la sorte di "color che son sospesi", non dannati e non eletti, ma restituiti alla natura da cui ebbero origine.
Is animas de su purgadoriu, le anime del purgatorio, che scontano i peccati commessi da vivi recando sopra il capo o sulle spalle pesanti fardelli e cun is pabas tuvas, con le spalle cave, entro cui brucia un fuoco; si mostrano talvolta ai viventi nelle loro mortali sembianze, tristi e doloranti, questuando preghiere che possono abbreviare il periodo della loro penitenza.
Is animas malas o cundennadas, le anime cattive o dannate, di solito appartenenti a ricchi sfruttatori e avari, condannati per legge di contrappasso a custodire tesori che accumularono da vivi e che nascosero per avarizia, tesori di cui non potranno più godere. Li si può talvolta incontrare durante la notte mentre vagano tormentati dal loro destino, con un sigaro acceso in bocca o con una piccola ciminiera fumante, piantata tra le scapole.
Is sizzimurreddus, i pipistrelli, prendono diversi altri nomi: abadepeddi (aladipelle), tiriolupedde, rattapignata, zurrundeddu. Sono incarnazioni proprie di su tialu, del diavolo. Vanno uccisi e bruciati in un rogo acceso all'aperto, in piazza o per strada - dopo recitati i debiti scongiuri.
Animas sono anche i fuochi fatui, le luminescenze mobili che appaiono specie nei cimiteri (prodotte da emanazioni di idrogeno e fosforo). Sono le animas dei defunti, che emergono da sotto la terra e vagano nel mondo dei vivi.
Nulla si ha da temere da is animas bonas, le anime buone, che vigilano e proteggono i viventi che amarono e continuano ad amare, come padri e madri la loro progenie; ma non è facile distinguerle da is animas malas, le anime cattive - perciò sempre, quando si incontra un'anima, è bene farsi il segno della croce e recitare debiti scongiuri: se l'anima così trattata scomparirà in d'unu cuaddu de fogu, in una fiammata, vorrà dire che si trattava di anima mala o intranniada a su mali, anima selvaggia o venduta al demonio.


INDIMONIAUS E SPIRIDAUS
INDEMONIATI E SPIRITATI

In lingua italiana, indemoniato e spiritato sono sinonimi: indicano persona posseduta dal demonio, e per iperbole persona furente e molto agitata. In lingua sarda vi è una sostanziale differenza tra i due termini, indimoniau e spiridau - una differenza che va ricercata nei relativi termini da cui questi aggettivi derivano: dimoniu e spiritu.
Su dimoniu, in qualunque forma o modo si manifesti, è sempre emanazione di su tialu, del diavolo, Signore del male. Indimoniau è dunque colui che è posseduto dal demonio, dal male, e pertanto è "nemico", è pericoloso, perché agisce per volontà del maligno che lo ha invasato e lo domina. Davanti a su indimoniau, anche quando tenti di farsi passare per creatura buona, non resta altro che ricorrere all'esorcista, il quale, con il favore delle opposte f orze del bene, scaccia e allontana il demonio dal corpo in cui si è insidiato. Talvolta l'esorcista ricorre a una sorta di avatar, di passaggio di anima da un corpo a un altro, costringendo il demonio esorcizzato a impiantarsi nel corpo di unu arresi, un animale repellente, scarafaggio o rettile.
Su spiritu, lo spirito, per antonomasia è santu, santo, emanazione di Dio, il supremo bene. Non esistono pertanto spiritus malus. Su spiridau o sa spiridada, l'uomo o la donna che in sé albergano spiriti, hanno poteri positivi con particolari capacità taumaturgiche e divinatorie. Essi ricoprono un ruolo importante e benefico tra gli uomini, e costituiscono una sorta di istituzione, simile a quella degli oracoli nell'antica Grecia. In Sardegna si avevano - e ne sopravvive ancora qualcuna - famose spiridadas, che venivano consultate sia come veggenti che come guaritrici. Assai celebrata nei Campidani sa spiridada de Masullas. Masullas, la località che aveva dato i natali alla spiritata-veggente, era meta di numerosi pellegrini provenienti da ogni parte dell'Isola.


IL DIAVOLO IERI E OGGI

E' opinione diffusa che il diavolo - con tutte le sue fantastiche diavolerie - sia un prodotto dell'oscurantismo e della ignoranza, e che sia destinato a scomparire come nebbia al sole della scienza e della ragione. Di questa opinione è Massimo Gorkij, il quale sosteneva che il "diavolo non esiste" e che "è una invenzione della nostra mente" creata "per giustificare la turpitudine umana". Egli, il diavolo, sarebbe una sorta di capro espiatorio su cui l'umanità scaricherebbe le proprie tensioni, i propri sensi di colpa. Siamo alle soglie del fideismo marxistico nella scienza: con la conoscenza si risolvono le contraddizioni - ovvero il partito esorcizza con il potere della dottrina del materialismo dialettico il demonio-capitalista, che una volta spodestato determina l'avvento del paradiso proletario. A guardar bene le malizie del Signore delle tenebre, non c'è corpo o sostanza in cui il diavolo ami incarnarsi, migliore della scienza - legata come è alla politica, al denaro e al potere; a una scienza che è in definitiva strumento primario di un sistema di oppressione e di sfruttamento, di tale brutalità e ferocia da far dubitare che l'inferno di Lucìfero sia fatto a misura di questo.
Al di là delle estensioni iperboliche del satanico nel campo della politica, è facile constatare che non c'è creatura mitica come il diavolo così intimamente presente nella vita dell'uomo. Neppure Dio, l'eterno antagonista del male, gode di altrettanta presenza, direi di altrettanta popolarità. Mentre Dio - questo vecchio saggio dalla barba bianca che somiglia molto al monarca di un impero a regime assolutistico - appare staccato dalle umane umili vicende quotidiane e tuttavia incombente con la sua spada di giustiziere creando mille paure e mille sensi di colpa; il diavolo, al contrario, che pure incarna il male in assoluto, e nonostante le orribili sembianze cui gli si attribuiscono, riesce più simpatico, è più alla mano, sa farsi umano intrufolandosi nell'umano, stipula contratti e fa baratti, e non di rado - povero diavolo anch'egli - si fa buggerare dai furbi e dai potenti, che lo utilizzano per farsi togliere le castagne dal fuoco. Talvolta il diavolo si fa perfino coinvolgere nelle vicende umane, assumendo il ruolo progressista, del rivoluzionario, del sobillatore di plebi - ingenuo populista sacrificato dallo stesso popolo, quando la repressione si fa insostenibile, e per evitare il peggio davanti alle angeliche armate coorti del Padre Eterno si aprono le cacce alle streghe, ai banditi, ai terroristi.
Il diavolo - in ruoli diversi - è però presente in ogni ceto e livello culturale, in ogni tempo e in ogni luogo. Nell'arte figurativa, nella narrativa e nella poetica compare nelle forme più inusitate, più strane, più fantastiche. Può essere chiunque e ogni cosa. Non soltanto in ciò che è di per sé reputato malvagio e perverso o brutto, ma anche in ciò che è inesplicabile, misterioso - e addirittura in ciò che è povero e meschino. Egli, nell'assumere la natura e l'aspetto del "povero diavolo", del derelitto, dell'oppresso, diviene il sale della terra, il simbolo della redenzione; e non teme la concorrenza del Cristo, di un Dio che si fa uomo e immortale, che si fa rivoluzionario, che si fa crocifiggere, nel tentativo di accattivarsi la fiducia degli uomini, e così salvarli dal peccato e assumerli in paradiso. Un "povero diavolo" è e resta sempre più umano, più miserabile di un "povero Cristo" - che stringi stringi è della razza dei padroni. L'uomo "povero" tende meglio e più facilmente a identificarsi con l'eresia, con la rivolta, che con l'ortodossia, con l'ordine costituito. Ma non dimentichiamo che il diavolo sa assumere egregiamente anche le sembianze del bene e del bello. Per raggiungere i suoi scopi (che in definitiva è di far proseliti) diventa frate o bigotta, recita le preghiere, fa le sue elemosine e dà suggerimenti morali. Egli infine predilige assumere le forme di bellissime conturbanti fanciulle le quali mostrandosi in trasparenti veli a santi vegliardi, riescono a mettere in crisi saggezza e castità faticosamente guadagnate in lustri di ascetismo e penitenza.
Dicevo del diavolo nell'arte. Tutta la letteratura ne è piena. Il diavolo è lo starring più quotato, sia nel dramma che nella commedia. Sono da considerarsi inimitabili le sue interpretazioni nel Faust e nel dottor Jekyll. Per non dire del Satana progressista del Carducci, nella veste di una locomotiva, simbolo della moderna tecnologia. Per il grande Lawrence, Satana si è incarnato in tutto ciò che è l'attuale civiltà: egli ha allargato il suo impero tenebroso e folle abbracciando tutta la terra civilizzata, divenuta "illuminato inferno" (Definizione in cui "illuminato" è riferibile tanto ai "lumi" della ragione - che sarebbe pertanto un attributo diabolico - quanto ai "fuochi" infernali in cui bruciano i dannati.)
Tutta la politica è condotta da personificazioni del diavolo. Sataniche sono le menti degli statisti più famosi, dei condottieri più audaci (talvolta raffiguranti Arcangeli Gabrielli dalla vindice spada di fuoco stretta nel pugno, quando prima o poi perdono la guerra diventano demoni, cavalieri dell'apocalisse). Napoleone viene definito "demone della guerra". Il Bogino, ministro di giustizia piemontese in Sardegna, diventa sinonimo di demonio - oltre che di boia. Hitler era posseduto da Satana in persona - non si spiegherebbe diversamente ciò che ha fatto; così pure Mussolini, seppure considerato diavolo di livello inferiore, diciamo provinciale. Demoni sono detti tutti gli oppositori politici e demoniache le ideologie praticate dalle opposizioni. Tanto più demoniache quanto più danno fastidio al potere. Insomma, sembrerebbe che il diavolo ispiri le menti degli statisti nel governare e nel legiferare; e che insieme ispiri le menti del popolo a infrangere quelle leggi e a ribellarsi a quel governo.
Per questo, non è corretto attribuire al diavolo esclusivamente ruoli negativi e malvagi, appiccicargli l'etichetta di rivoluzionario, cospiratore, assetato di sangue padronale. Dobbiamo riconoscergli la virtù dell'ambivalenza (che manca a Dio, il quale non sa commettere il male neppure a fin di bene), riconoscendogli cioè che egli è l'ispiratore delle leggi che governano il mondo e dell'ordine che lo governa.
Io credo - e mi pare una opinione fondata - che Gorkij avesse torto sostenendo che il diavolo non esiste ma che "esistono soltanto Dio e gli uomini". In verità, per quel che possiamo constatare, Dio si mostra agli uomini tanto poco da far davvero dubitare della sua esistenza; mentre esiste certamente, per quel tanto di pandemonio che fa, il diavolo; ed esistono anche gli uomini, certamente. Anzi, esistono precisamente soltanto gli uomini con tutti i diavoli che hanno in corpo.
A proposito di "avere il diavolo in corpo" - prerogativa che non è soltanto della Brigitte Bardot, dato che di irrefrenabili pruriti è afflitto l'intimo umano - vi sono psicologi (e per quel che li riguarda anche sociologi) i quali sostengono che è dannoso all'equilibrio della personalità attribuire al diavolo tutto ciò che in noi vi è di proibito, di sovversivo, osceno o comunque ritenuto "male", scaricando così sul diavolo responsabilità che invece dovremmo assumerci in proprio. Tirare continuamente in ballo il diavolo, per giustificare i nostri errori (classico l'esempio di Adamo ed Eva, del serpente, con tutto il putiferio connesso), significa non soltanto porci in una situazione di irresponsabilità e di richiesta di tutela (di cui finisce per godere la consorteria al potere assumendosi il ruolo di paladino anti-diavolo), ma alla fin fine condiziona la nostra psiche al fatalismo e all'impotenza.
Per gli psicoanalisti (e per la moderna psichiatria in genere) il diavolo si è ridotto a diventare modello di padre che ciascun uomo si porterebbe dentro di sé. Più precisamente - se non ho capito male - al tipo di padre che ci viene imposto con l'educazione (quale "padre nostro che sei nei cieli", che tutto vede e tutto giudica reprimendo e premiando, identificabile simbolicamente con il "superego") si aggiunge un archetipo di padre, un satanasso scaltro e, come si dice in sardo, intranniau a su mali, connaturato al male, che si può identificare con l'inconscio. Essi spiegano così le presenze demoniache nelle schizofrenie, nelle isterie e nelle nevrosi in generale, promuovendo i loro processi terapeutici con l'analisi, mediante i quali libererebbero il paziente dal diavolo "rivoltando" l'inconscio come una tasca - cioè chiarendo, mettendo in luce i casini profondi della psiche. Processi liberatori dove per gli stregoni moderni "conoscere" è uguale a "esorcizzare".
L'immanenza del diabolico nell'umano è dunque così in un modo o nell'altro suffragata anche dalla scienza attuale. Da quella stessa scienza che ha promosso e promuove la caccia alle streghe, quella che dopo i lumi dei roghi esaltava i lumi della ragione, che a suon di razionali fanfare ha cacciato il diavolo dalla porta per farlo rientrare dalla finestra. E lui, il diavolo, certamente ci si diverte. Come sostiene Baudelaire - cui non mancavano affinità elettive con Satana - quando scrive che "lo scherzo più bello del diavolo è quello di convincerci che non esiste".
Sul Signore delle tenebre sono stati consumati fiumi d'inchiostro, e non presumo di aver nulla di nuovo da aggiungere se non di fornire al lettore qualche spunto per piacevoli riflessioni. Ricorderò così la massiccia presenza del diavolo nel linguaggio corrente, elencando alcune delle più diffuse espressioni in cui ricorre.
"Il povero diavolo", come si è accennato, è il simbolo dell'oppresso, della vittima dell'autoritarismo di ogni genere. E' un "povero diavolo" il suddito tartassato dalle tasse; il soldato angariato dal caporale; il marito angustiato dalla moglie o suocera "megere". "Diavolo tentatore", si riferisce al Gastone-Uomo-di-mondo, raffinato e peccaminoso, che induce in tentazione fanciulle timorate e spesso anche zitelle stagionate. "Diavolo scatenato" è riferibile, pronunciando con differenti tonalità, sia a bambino pestifero che a poliziotto ligio al proprio dovere, e genericamente a persona dal carattere violento. "Fare il diavolo a quattro" è sinonimo di far casino o bordello che dir si voglia. "L'aver un diavolo per capello" è proprio di chi è incazzato nero (dove il "nero", come attributo, ripropone il diavolo). Quando non riusciamo a comprendere lo stato d'animo, gli umori di qualcuno, gli chiediamo poco garbatamente "Che diavolo hai", o "Che diavolo ti è accaduto", o "Che diavolo vuoi", o "se il diavolo ci prende" gli chiediamo "Che diavolo ha fatto", concludendo con un "Ma vai al diavolo" o "Che il diavolo ti porti". Può anche accadere che il nostro prossimo si aspetti da noi qualcosa che non gli arriva, e se ne stia lì, speranzoso, sentendosi invece apostrofare "Ma che diavolo aspetti". Spesso cerchiamo qualcosa senza riuscire a trovarla - magari si tratta degli occhiali che abbiamo spostato sulla fronte o della pipa che abbiamo in bocca. Ci chiediamo allora seccati "Ma dove diavolo si sarà cacciata".
Una situazione di confusione e di chiasso si definisce "pandemonio", radunata di demoni, e anche "confusione del diavolo". Qualunque birbonata o tiro mancino, specie se abilmente congegnata e inaspettata è una "diavoleria". Questo termine indica però qualunque marchingegno di cui ci sfugge il funzionamento, qualunque frase o parola di cui ci sfugge il significato. Per i selvaggi erano "diavolerie" gli archibugi e gli specchietti dei conquistatori; per questi lo erano i totem e i riti religiosi dei selvaggi.
Frequente è la contrapposizione del "diavolo" e "l'acqua santa"; che nei Vangeli si esprime nell'affermazione che non si possono servire insieme "Dio" e "Mammona", ossia il diavolo.
Si può essere diavoli anche in senso atletico, come si stente dire nei commenti alle partite di calcio, in cui i "diavoli della Juve" o i "diavoli rossoblù" hanno segnato un mucchio di reti.
"Casa del diavolo" è un luogo impervio, lontano e difficile da raggiungere. Nonostante i moralisti avvertano che non c'è niente di più facile, specie per le belle donne, arrivare all'inferno.
"Avere il diavolo in corpo" non ha niente a che vedere con le angosciose possessioni e gli esorcisti ieratici di certa letteratura; significa semplicemente avere una voglia matta di fare l'amore.
Altre volte, nonostante ci facciamo il segno della croce al solo nominarlo, dimostriamo di tenere il diavolo in grande considerazione, come quando esclamiamo con ammirazione: "Accidenti, che diavolo d'uomo" - complimento che perfino Andreotti, un timorato di Dio, gradirebbe certamente.
Chi, stando in compagnia, è solito fare il rompiballe, viene normalmente apostrofato perché fa "la parte del diavolo"; anche se siamo sicuri che con tutto il suo diabolismo, non riuscirà mai "ad afferrare il diavolo per le corna" e tanto meno "ad afferrarlo per la coda" - impresa, dicono, impossibile, mentre facile il baciargli il culo.
Per quel che riguarda l'uso che del termine tiaulu o dimoniu viene fatto nella lingua sarda, mi pare di poter affermare che la mia gente lo scomoda principalmente nelle invettive, e tende sempre più a confonderlo, a torto o a ragione, con quelli che stanno al potere.


CAPITOLO NONO
RITI MAGICO-RELIGIOSI


SU ACCAPPIAI E SU SCIOLLIRI
IL LEGARE E LO SCIOGLIERE

Impossibile una elencazione esaustiva de is fatturas, delle fatture, degli atti di magia, bianca o nera, dei gesti di scaramanzia, degli esorcismi, delle tecniche, modi e tempi delle terapie (scioglimento) o degli ammaliamenti (legamento) che possono essere compiuti da coloro che possiedono o hanno acquistato il potere di sottomettere spiriti demoniaci o spiriti buoni alla loro volontà, o comunque di essere con tali spiriti in rapporto tale da potersi valere del loro aiuto sovrumano.
L'aiuto degli spiriti (che si invoca o si pretende) non è quasi mai sufficiente a portare a compimento un atto di magia (a fin di bene o di male), sia di "legamento" che di "scioglimento": ciascuno di tali atti deve seguire un determinato rituale, più o meno complesso secondo l'importanza dello scopo che si vuole ottenere, e raggiunge una più completa efficacia con gli specifici brebus o verbus, parole o versetti magici, invocativi o esorcizzanti, per lo più segreti.
Alla conoscenza di tali fenomeni (e quindi alla loro diffusione) ha dato contributo la Chiesa cattolica - che aveva e ha tutto l'interesse al controllo e al monopolio della materia. Quando il Cristianesimo (ideologia) si fa Chiesa (organizzazione politica-economica), in particolare con Costanzo II, mette fuori legge il culto pagano e nel contempo si impadronisce non soltanto del patrimonio economico della vecchia religione ma anche del suo patrimonio culturale, modificandolo quel tanto che basta per adeguarlo alla propria dottrina (o anche adeguando questa alle credenze, ai rituali di quella, ancora radicata nel popolo).
D'altro canto, nel tentativo di demonizzare e criminalizzare il culto pagano, i teologi di santa madre Chiesa hanno fornito alla propria milizia sacerdotale lunghi e particolareggiati elenchi di "superstizioni" da condannare e eliminare, con il risultato di dare comunque credibilità e legittimazione all'esistenza di una miriade di esseri demoniaci - contro i quali imponeva in contrapposizione e in sostituzione coorti di propri santi: dava così una patente di scientificità, e validità, a quanti, streghe o stregoni, officiavano riti di magia, bianca o nera.
Tra i documenti ufficiali della Chiesa sulla materia, di rilevante interesse è quello che porta il titolo di Decisio de superstizione, del 1702, compilato tra il 1696 e il 1700 da un certo Padre Prospero Domenico Maroni da Cagli sulla base di decisioni prese dalla Congregazione dei Casi, presieduta da un Vescovo. Nella Decisio vi sono elencate oltre centocinquanta forme di "superstizione", relative alle Marche, ma diffuse - come vedremo - con qualche variante di forma, in aree contadine europee e in particolare in Sardegna. Si tratta di "superstizioni" che la Chiesa afferma di "riprovare" e di "condannare", ma che la stessa Chiesa, accettandone l'esistenza e l'efficacia, contribuisce ad accreditare e diffondere - sostenendo, in ultima istanza, il suo diritto al controllo e all'uso della materia, affermando una presunta propria autorità sul sovrannaturale e ordinandola con proprie leggi.
Nella lunga elencazione figurano gesti e parole di valore invocativo e scaramantico, atti e cerimonie e riti comunemente definiti di magia bianca o nera, secondo gli spiriti buoni o malvagi chiamati a presiederli e secondo gli scopi che si vogliono raggiungere. Si va dal semplice gesto scaramantico del toccarsi i genitali o del far le fiche, dal toccar amuleti ricavati da corna o dal far corna con le dita, dallo sputare e dal recitare brebus, speciali parole, anche in esclamazioni semplici quali "Crepa!" o in versetti o filastrocche, fino a cerimonie assai complesse, che necessitano di esperti con funzioni sacerdotali o di medium, dotati di particolari poteri e conoscenze nella magia - come per esempio, nel rito detto de is treixi lantias, delle tredici lampade, che descriverò più avanti, in questo stesso capitolo, o alcune varianti di s'affumentu, il suffumigio magico-terapeutico, o s'imbrusciadura, altro rito terapeutico, o nelle fatturas, fatture, di particolare rilevanza nella materia da "legare" o da "sciogliere".
Gli scopi che tali atti "superstiziosi" si propongono di raggiungere sono molteplici, e investono in pratica ogni settore e ogni momento della vita umana, individuale e sociale: hanno il potere di influenzare, se non di determinare i fenomeni della sfera affettiva, sessuale, economica, psichica, fisiologica; possono finanche agire, direttamente o indirettamente, sulla proprietà, sulla produttività, sui fenomeni meteorologici, in definitiva su ogni aspetto dell'ambiente dove si vive.
E' evidente che alla base di tale complessa e diffusa dinamica sociale del magico sta - nonostante i duemila anni di decantato monoteismo cattolico - una credenza animistica, di tipo naturalistico; sta una concezione del mondo dominato dalla presenza di spiriti del bene e del male in perenne conflitto tra loro - dove l'uomo si sforza di trovare un proprio equilibrio esistenziale in una sorta di pacifica convivenza con tale pandemonio. E se è vero che - in virtù della morale che il potere dominante impone all'uomo - siamo sollecitati ad allearci con gli spiriti del Bene e ad opporci agli spiriti del Male; è anche vero che coinvolti spesso nostro malgrado in un conflitto tra forze trascendenti l'umano, superiori a noi, conserviamo ugualmente un sacro timore per i demoni del male. Per evitare le ire di questi, spesso l'uomo è costretto ad alienarseli dimostrando loro rispetto; talvolta giunge anche ad allearsi con essi, per ottenere vantaggi maggiori di quelli che possono venirgli dall'alleanza con gli spiriti del Bene. D'altro canto, questi "santi spiriti" che fanno capo a Dio e alla Chiesa, spesso si dimostrano sordi alle invocazioni umane, sono bigotti e moralisti, attaccati al lavoro e al sacrificio, predicano la castità e l'astinenza, privilegiano le virtù spirituali e disprezzano i piaceri della carne, e pertanto risultano assai noiosi.
Illustriamo, qui di seguito, qualcuna della "superstizioni" definite "riprovevoli" dalla Chiesa, ancora abbastanza diffuse specialmente nel mondo contadino.

1 - Su bendi s'anima a su tiaulu, il vendere l'anima al diavolo. Comprende gli atti di coloro che, in anima o in corpo, si danno in potere al Signore delle Tenebre, in cambio dei suoi favori: ricchezza, amore, potenza, longevità, o anche qualcosa di più futile come onori e fama. Tra i favori che il diavolo concede in cambio dell'anima è compreso quello della sapienza - statisticamente poco richiesta.
Comprende il tenere sotto il proprio dominio - con strumenti, scritti o parole magici - demoni o spiriti infernali, evocandoli per utilizzarli per scopi di magia nera.
L'esercitare attività di mago, stregone o guaritore; presiedere cerimonie o compiere riti religiosi riservati ai sacerdoti di santa Madre Chiesa.
Professare il culto del Diavolo, contraffacendo il culto dovuto a Dio, secondo la dottrina cattolica apostolica romana. Questo punto comprende non solo la condanna delle cosiddette messe nere, parodia delle messe eucaristiche, ma tutti i diversi riti o gesti rituali (come il segno della croce, l'atto del benedire o l'imposizione della mano), le preghiere e i versetti sacri, che se eseguiti o pronunciati "a rovescio" assumono carattere "negativo" (diabolico), ottenendo effetti opposti (malefici). Per esempio, farsi il segno della croce o benedire con la mano sinistra significano rispettivamente esorcizzare o maledire. La parola amore, pronunciata a rovescio, eroma, modifica la propria sostanza positiva per diventare odio satanico.
Infine il fare scongiuri o compiere atti di magia invocando il Diavolo o altre forze infernali.

2 - Usai aqua santa o cosas de cresia, santas o benedittas po fai bruxerias, usare acqua santa, oggetti o arredi di chiesa, cose sacre o benedette, come reliquie, per far magie.
L'elenco dei materiali sacri o benedetti di cui la Chiesa fa divieto d'uso profano è lunghissimo, e ovviamente equivale a una statistica delle materie d'uso nei riti terapeutici o magici della medicina popolare. Citiamo alcuni tra i più diffusi, escludendo da questo elenco, la miriade di "oggetti sacri" il cui uso, a fin di bene, è consentito dalla stessa Chiesa, che anzi ne cura la produzione e il commercio (crocefissi, medaglie, immagini e immaginette, statue e statuine, riproduzioni di luoghi sacri, santuari e basiliche, e così via); acqua santa; parti di arredi sacri, breviari e messali, cera delle candele benedette degli altari; incenso benedetto estratto dal turibolo; palme benedette; ostie consacrate; paramenti sacri d'uso del sacerdote; ornamenti degli altari, come tovaglie e centrini.
E' condannato anche come superstizione usare la Chiesa o altri luoghi consacrati al culto ufficiale, compresi le Cappelle del Corpus Domini e i Camposanti, per compiere magie o riti terapeutici. Non pochi incantesimo, filtri d'amore, fatture, riti terapeutici, scongiuri e giuramenti vengono fatti nascostamente in chiesa, perché ritenuti più efficaci. Le cronache dicono di "promesse di matrimonio" fatte sotto giuramento davanti all'altare, che avrebbero un particolare valore, quasi quanto quello di un matrimonio celebrato davanti al prete; talché è stato usato non poche volte da amanti diabolici per convincere una fanciulla riottosa a concedere le sue grazie. Si dice anche che una fattura fatta in chiesa sia assai "potente" e assai difficile da "sciogliere". Su Santu Juanni de floris, il comparatico dei fiori, che si contrae tra giovani di uguale o diverso sesso, che lega i due con un rapporto di amicizia a vita, viene assai spesso stipulato in chiesa. S'imbrusciadura, lo strofinarsi per terra, un rito terapeutico contro i traumi psichici (azzicchidus, o spaventi), in alcune varianti si compie nella Cappella benedetta durante la processione del Corpus Domini, o davanti al Camposanto, se non è possibile dentro, in ore notturne.

3 - Mexinas e fatturas, brebus e scrittus po accappiai mascu e femina, po sanai s'impotenzia e po impringiai sa femina, medicine e fatture, parole e scritti sacri per legare uomo e donna, per guarire l'impotenza (del maschio) e la sterilità (della femmina).
Preparare e dare filtri e beveraggi; spargere il letto matrimoniale di sostanze magico-afrodisiache; far fatture con pupazzi e con scritti e con altri mezzi e arti, al fine di dare potenza o produrre impotenza sessuale al maschio, di favorire o impedire il regolare svolgersi del coito matrimoniale, di rendere fertili o di rendere sterili o di far abortire la femmina.
Influenzare negli stessi modi o con altri una gravidanza determinandone il sesso. Esistono, su questo punto, numerose credenze. Si ritiene di poter determinare il sesso di un nascituro, assumendo certe posizioni nel coito, con l'imposizione della mano della fattucchiera, o di una donna che ha partorito gemelli, sul ventre della partoriente.
Aumentare o ridurre, fino a "seccare" il flusso del latte di una puerpera, con suffumigi magici o con altre fatture.
Rendere impotente uno sposo girando a rovescio un suo indumento intimo, calza, mutanda o maglia.
Annodare una cordicella o una stringa, meglio se fatta di capelli sottratti alla persona che si vuole colpire, per impedire un matrimonio o la consumazione dello stesso.
Mettere campanacci o altri aggeggi rumorosi, con l'intento di esorcizzare gli spiriti del male e favorire il buon andamento del coito. (Mi pare che l'attuale costume di legare barattoli all'auto degli sposi si possa far derivare da tale cerimonia scaramantica e propiziatoria.)
Ingerire o portare indosso come talismani certe sostanze ritenute idonee a favorire l'ingravidamento o affinché il frutto dell'ingravidamento acquisti certi caratteri. (E' leggenda che le donne sarde gravide ingeriscano una scheggia di granito per rendere duro il cuore, il carattere del nascituro.)
Fare attenzione a non aggrovigliare il filo del cucito, o la lana della tessitura, per non "legare" (impastoiare, rendere impotente) il proprio uomo, o altro maschio di famiglia.
Far bisticciare o riappacificare una coppia mettendo a rovescio arredi sacri in chiesa.
Influenzare la volontà di un uomo (o di una donna) che si desidera conquistare, recitando versetti magici o pensandovi intensamente all'Elevazione del Santissimo durante la messa. (Altrettanto diffuso ma più noto far la stessa cosa per lo stesso scopo nel momento in cui la notte "cade una stella".)
Correlato a fini di armonia matrimoniale, il ritenere che vi siano giorni fausti e giorni nefasti per compiere certe attività domestiche - come il cucire, il rammendare, il tessere, il fare il pane, preparare gli insaccati, macellare un animale da cortile, lucidare utensili di metallo, e in particolare l'atto sessuale. Anticamente era il giovedì, il giorno considerato più infausto (praticamente il giorno di riposo per la massaia); attualmente, il venerdì.

4 - Mexinas contra dogna mali e ennemigu (pinnadeddus, brebus, iscrittus, resus, ingestus e frastimus), medicine contro ogni male e nemico (amuleti, parole magiche, talismani, preghiere, gesti e invettive scaramantici).
Abbiamo tutta una serie di mexinas, di terapie, di vario genere, per la risoluzione dei numerosi malanni che affliggono l'uomo, e per difendersi da ogni genere di nemici, anche questi assai numerosi. Queste mexinas, secondo lo scopo per cui vengono usate, possono così sommariamente elencarsi:
Contra sa callentura, contro le febbri (i febbrifughi, gli attuali antipiretici); contra sa debilesa, contro la debolezza; per rinvigorire il corpo esaurito (gli attuali ricostituenti); contra is unfroris, contro i gonfiori; contra is guronis, contro le pustole e le suppurazioni; contra su dolori de conca, contro il mal di testa; contra su ramadinu, contro l'influenza; contra su dolori de ossus, contro i reumatismi; e tante altre specifiche mexinas fino a quella contra is azzicchidus, contro gli spaventi, con varie e complesse terapie, quanto diverse e molteplici possono essere le cause di un trauma psichico (qui si fa una distinzione fondamentale: azzicchidus de anima bia e de anima morta, spavento da anima viva o anima morta; alle anime vive appartengono tutte le creature viventi del mondo umano e animale; alle anime morte appartengono gli spiriti di ogni genere, i fantasmi, i demoni, i dannati all'inferno, le anime del purgatorio e le anime pie.
Seguono is mexinas contra is ennemigus, le medicine contro i nemici, di ogni genere, cominciando da quelli che minacciano il patrimonio del contadino o del pastore: contra is pillonis, contro gli uccelli (in special modo i passeracei che minacciano il grano, il riso, la frutta); contra su margiani, contro la volpe, e contra s'aquila, entrambi predatori di agnelli; contra is bremis, contro i vermi, che si annidano nelle ferite infette degli animali, in particolare delle pecore; contra su velenu (contravelenu), contro il pizzico o il morso di animali velenosi (un controveleno a largo spettro di azione, come certi antibiotici della medicina chemioterapica attuale).
In che cosa consistono is mexinas elencate, in uso contro disturbi fisici e psichici e contro nemici (in particolare del patrimonio)?
La sostanza terapeutica più largamente usata è l'acqua. Acqua potabile, di fonte, pura il più possibile. Con l'aggiunta di semplici brebus, parole o versetti magici, un bicchiere d'acqua acquista poteri medicamentosi, diventa medicina (usata per abluzione, per aspersione o per ingestione).
Con l'aggiunta di sostanze sacre o benedette (acqua del fonte battesimale, chicchi di grano o di sale, cera, incenso, palma, reliquie sacre, in particolare is patenas, le medaglie miracolose recanti l'effigie dei venerabili santi) la stessa acqua diventa medicamentosa e viene usata per aspersione nelle parti colpite dal male o sul viso o sul capo, valevoli per ogni parte del corpo; più raramente viene usata per abluzioni, data la limitata quantità d'acqua che viene abrebada, cioè resa terapeutica. Ma a questo proposito va rilevato che la diluizione di un'acqua magica (o abrebada ) non ne diminuisce il potere terapeutico. Purché non diluita in un fiume, in un lago o in un mare o dovunque l'acqua sia in movimento; se versata invece in una vasca da bagno conserva tutto il suo potere e se ne può beneficare in questo caso mediante abluzione. Comunque, l'uso che di una aqua abrebada ne deve fare il paziente (persona, animale o pianta che sia) viene deciso dal guaritore, che consegnandola al richiedente (come ogni medico che si rispetti) indicherà modalità d'uso e posologia: ingestione, aspersione, massaggio o abluzione, di solito tre volte al dì o per nove dì - giusto il valore cabalistico del numero tre. L'uso più frequente che si fa di quest'acqua è comunque l'aspersione: sia che si tratti di bambino o di fanciulla o di capo di bestiame o di pianta di particolare valore, colpiti da malocchio o da peste o da qualunque misterioso morbo. In tali casi, per un intervento immediato, in mancanza dell'acqua medicamentosa (che solo il fattucchiere può fornire) viene usato lo sputo.
Diffusissimo è anche s'affumentu, il suffumigio magico (descritto in altra parte di questo libro), una medicina riservata soltanto alle persone. E' sempre eseguito da una fattucchiera: secondo un specifico rituale e con specifici brebus diventa la terapia d'elezione contro il malocchio. Variando rituale e brebus diventa terapia specifica contro gli spaventi o contro altri numerosi disturbi sia della sfera emotiva che fisici (dalla svogliatezza al mal di pancia).
Altro elemento magico che insieme ai brebus e ai segni di croce (o altri gesti propiziatori) entra nella preparazione di mexinas a base di acqua è sa patena, la medaglia miracolosa - cui si è già accennato - e che la guaritrice porta sempre appesa al collo, come il medico lo stetoscopio. Una particolare acqua terapeutica è detta aqua patena, appunto perché viene resa curativa mediante l'immersione di questa, della medaglia, nell'acqua, e di segni di croce tracciati con la stessa medaglia sull'acqua contenuta nel bicchiere. Tale acqua viene bevuta o aspersa, e guarisce il malocchio, le emicranie, i mal di pancia, la foruncolosi, l'inappetenza e mille altri disturbi propri dell'infanzia.

5 -Riprendiamo l'elencazione sommaria - che ci auguriamo non annoi il lettore - delle magie che la Chiesa definisce superstizioni e come tali condanna.
Curare con le erbe, unendovi preghiere o versetti sacri;
curare le coliche dei buoi o dei cavalli mediante imposizione del piede di due fratelli gemelli sulla pancia dell'animale malato;
piantare un bucranio in cima a un palo dove è alloggiato il bestiame per salvaguardarlo dal malocchio;
infilare una cipolla canina in cima a un palo per proteggere un campo seminato dal malocchio;
curare il mal di denti posando sulla parte dolente un dente di morto preso in cimitero, recitando debiti versetti sacri;
voltare pietre tombali o arredi sacri per seminare discordia o per riappacificare il prossimo (per seminare discordia nel prossimo è anche usata una apposita erba, genericamente detta "zizzania" che viene fatta ingerire a tale scopo);
usare l'imposizione di sacre reliquie su parti malate di una persona a scopo curativo (pochi sanno che tra queste reliquie è tenuta in alta considerazione per le sue virtù terapeutiche la pelle della chierica di preti defunti);
andare nudi sopra i tetti a voltar le tegole, per voltare in tal modo l'animo della gente;
mettere un cane morto in una pozza d'acqua per far piovere o anche sotterrarlo ai piedi di un albero per farlo fruttificare;
compiere riti magici o recitare specifici brebus per tenere lontani dal seminato passeri e altri animali nocivi;
usare l'uovo per compiere riti magici, a fini terapeutici o estetici (quale quello di fregare l'uovo di gallina appena fatto sulle tempie per l'emicrania o sulla guancia per rendere la pelle morbida e vellutata);
usare lo sterco di gallina o di altro volatile ancora caldo come unguento per guarire ferite;
facilitare in alcun modo il trapasso ai moribondi (sia ponendogli sotto la cervice un giogo da buoi che deponendolo sulla nuda terra o anche togliendo una tegola dal tetto, per consentire all'anima del moribondo di uscire, di staccarsi dall'ambiente terreno cui è "troppo" legato);
chiudere l'uscio di casa quando passa un corteo funebre, per evitare che la morte entri e vi si annidi;
inchiodare la strige o barbagianni alla porta di casa per preservarla dalla morte o da altri funesti eventi di cui il volatile è portatore;
attitare, ovvero piangere i morti con lamentazioni o danze o altri riti funebri, specie compiuti nei sagrati o nei camposanti.
Chiudiamo così l'elenco, certamente non esaustivo, che d'altro canto si compendia con quanto contenuto nel presente volume.

6 - Funtanas e putzus, fontane e pozzi, mitzas e fluminis, sorgenti e fiumi, hanno particolari virtù magiche, anche terapeutiche, e sono frequentemente luoghi dove si compiono numerosi riti propiziatori e mexinas.
Nonostante la credenza di matrice cattolica, secondo cui dietro gli specchi d'acqua, nelle fonti e nei pozzi, si nasconda il diavolo, per cui le fanciulle non vi si devono soffermare a specchiarsi, si vuole anche che quegli stessi luoghi siano abitati da spiriti buoni, amici dell'uomo.
Una diffusa terapia contro i porri è legata alla presenza di un pozzo: dove bisogna seppellire un pezzetto di carne recintando certi versetti - allo scadere del terzo giorno i porri spariscono.
Gettare un cane in un ruscello, fa venire la pioggia. I giuramenti di fedeltà tra innamorati, fatti con un ruscello che li separi l'un dall'altro, non si romperanno mai. La fattucchiera che voglia tramandare is brebus, le parole, di un rito magico ad altra persona, può farlo o in punto di morte, oppure attraverso un ruscello.
Alla fontana non si va soltanto per attingere acqua, ma per liberarsi di alcuni mali: sarà sufficiente seppellirvi del pane, e il male verrà da questo preso e assorbito liberando il malato.
La donna che di mattina arriva per prima alla fontana, può esprimere qualunque desiderio, certa che verrà esaudita. Purché non si chiedano ricchezze, ma salute e concordia.
Far sdraiare un malato sul tetto di una cisterna o sulla lastra di copertura di un pozzo ne favorisce la guarigione.
Altre mexinas vietate dalla Chiesa con esplicita menzione sono quelle usate po oberri portas tancadas sene crai, per aprire porte chiuse senza chiave; po fai proiri, per far piovere; po donai abbundanzia, per avere abbondanza (è ancora usato nella Sartiglia - composita cerimonia carnevalesca oristanese - invocare un buon raccolto benedicendo la folla con sa pippia de maju, la pupa di maggio, costituita da un mazzo di pervinca); po mandai s'anima a su celu, per mandare l'anima in Cielo, o po dda fai morri sen’ ‘e sufrimentu, o per farla morire senza sofferenza; abbiamo infine mexinas singolari, come quella contra sa giustizia, contro la giustizia, per difendersi da essa se non per distruggerla. Una di queste mexinas consiste nel lanciare una zappa o altro attrezzo da lavoro o in mancanza d'altro un grosso sasso sulla porta di chiesa, gridando scongiuri. (Nel trattato Decisio de superstizione si cita lo scongiuro: "Muoia il prete e viva il popolo!")

7 - Di particolare rilevanza sono is mexinas (ma anche le fatture, gli amuleti e i talismani - per non dire dei riti specifici cui è dedicato un capitolo) relative alla morte e agli spiriti dei morti.
Come ho già accennato, anima bia e anima morta sono in sardo i due termini che distinguono la creatura vivente dalla creatura morta: entrambe presenti, attive, immanenti nel mondo della natura (dove la morte è sempre soltanto apparente). La differenza tra anima bia e anima morta non è sostanziale ma formale: appaiono in modo diverso; coabitano e si influenzano reciprocamente. Is animas mortas (che secondo la dottrina cattolica si trovano chi all'inferno, chi in purgatorio e chi in paradiso) continuano a vivere con noi, ci influenzano nel bene e nel male, e possono comunicare con is animas bias, con i viventi, mediante i sogni o anche con apparizioni, riassumendo per breve tempo le loro sembianze materiali. Presso diverse comunità, in particolare a Orune, si crede che is animas mortas, i defunti, ritornino una volta all'anno, nel giorno loro dedicato: per essi si lascia la porta di casa aperta, la luce accesa nella cucina, dove si apparecchia la cena rituale ad essi riservata.
Una distinzione sostanziale tra is animas si fa invece sulla indole, buona o cattiva, benefica o malefica. Abbiamo così animas bonas e animas malas - appartengano esse a creature morte o vive.
Is animas mortas, le anime dei defunti, siano esse bonas o malas, buone o cattive, vengono evocate nel compimento di riti magici, sia ammalianti che terapeutici. Is animas malas si invocano ovviamente nelle pratiche di magia nera, volte a provocare nel nemico gravi malattie, paralisi e anche la morte (morti mala per incidente). Oltre al compito di sovrintendere tali pratiche, is animas malas (anime di dannati e spiriti diabolici) sono chiamate anche a presiedere riti o a dare efficacia a mexinas per la localizzazione di iscussorgius, tesori nascosti, per lo più pentole di marenghi d'oro e d'argento sepolti sotto terra o all'interno di vecchi muri. La collaborazione delle anime dei dannati e degli spiriti diabolici è necessaria per il ritrovamento degli iscussorgius, in quanto ad essi è demandato il compito di custodirli e difenderli dalle brame dei comuni mortali. S'iscussorgiu è attentamente vigilato anche dall'anima dannata del defunto padrone, finito all'inferno per la sua avarizia - a notte fonda lo si può vedere talvolta apparire nelle sue sembianze mortali nei pressi del nascondiglio. Il diavolo custode di iscussorgius assume invece di solito sembianze animalesche, per lo più quelle di un carrabusu, scarabeo. Si conoscono formule magiche da recitarsi quando si incontra qualcuno di questo scarabei, per costringere il diavolo che vi si nasconde a svelare il luogo dove è nascosto s'iscussorgiu. Quando ciò avviene, lo scarabeo, indicato il luogo al fortunato mortale, riprende le sue sembianze diaboliche e scompare in una fiammata. Per la verità, la ricchezza ottenuta in tal modo non porta mai bene e felicità: come si sa, la farina del diavolo va tutta in crusca. E' una consolazione per chi resta povero.
Is animas bonas, le anime buone dei defunti, vengono anch'esse invocate nel compimento di pratiche magiche, volte ovviamente al bene: riti terapeutici, mexinas per sciogliere le fatture, preparazione di amuleti, in difesa di influssi malefici, e di talismani, propiziatori di prosperità e benessere, resus, preghiere per il ritrovamento di oggetti perduti.
Il culto dei morti va visto anche in un contesto utilitaristico: la necessità dei viventi di accattivarsi is animas bonas per disporre dei loro poteri misteriosi contro quelli negativi degli spiriti del male. Particolarmente invocato l'aiuto delle anime dei propri congiunti, sulle quali è logico che si possa maggiormente contare, dati i legami di sangue esistenti. Nel culto dei morti praticato a Orune, vengono infilate numerose candele in una apposita tavola forata, e quindi accese: una per ogni familiare o parente defunto. Le dimensioni del cero variano secondo l'importanza del defunto che si vuole propiziare. Vi è però una candela (o anche più d'una) riservata a sos mortos non chircados dae nemos, ai morti ignoti, "non ricordati da alcuno".

8 - Dalle notizie riportate, si potrebbe ricavare una definizione della magia come l'arte di dominare le forze occulte della natura e della vita - contro la morte. Insomma, magia come difesa e conservazione della vita, come affermazione dei suoi valori.
Il Malinowski sostiene giustamente che le arti della magia sono un tentativo di dominare le forze della natura, e che pertanto l'atteggiamento magico si fonda sul convincimento dell'uomo di riuscire a dominare le stesse forze naturali, mediante un potere mistico a lui stesso affine.
Gli uomini, già in tempi remoti, scoprono una continua necessaria correlazione tra la terra, tra il mondo vegetale e animale, e il mondo umano. Il seme dei frutti, gettato nella terra, genera e riproduce la specie da cui viene; nello stesso modo in cui il seme del maschio, posto nel ventre della femmina, genera riproducendo la specie umana. Nell'un caso e nell'altro, il procedimento è ritenuto identico. Così pure il principio di eternità; dove la morte è sempre soltanto apparente, in quanto modificazione dell'essere in un processo evolutivo senza fine. Sotterrando i morti, si ha un processo di dissoluzione necessario alla rivitalizzazione della natura: i morti di ogni specie costituiscono concime naturale, a tutto vantaggio della fertilità e produttività della terra. E' facile vedere in tale fenomeno come dalla morte rinasca la vita: dalla dissoluzione invernale erompe la germinazione primaverile. Il concetto di un'altra vita dopo la morte, della immortalità, deriva da tali elementari osservazioni - in particolare i principi su cui si fondano le dottrine della metempsicosi e della reincarnazione dei morti. Da qui, anche, i concetti magici dei rapporti tra la terra e la donna, tra la fertilità e la riproduzione nella terra e nella donna.
Secondo Goodworft, "la magia consiste, per definizione, nella errata applicazione dei principi più semplici dell'associazione di idee. In effetti le associazioni tra vita del mondo vegetale e del mondo umano, e tra la morte, la sepoltura e il nuovo rigoglio primaverile avevano condotto a una interpretazione fantasiosa, che va appunto sotto il nome di magica. Anche se era errata, aveva però messo in moto la mente, fatto approfondire per la prima volta la conoscenza del mondo. E' per questo che la magia si mescola all'arcaica civiltà agricola. E' per questo che molti rituali per propiziare i nuovi cicli del mondo vegetale si fondano sull'accoppiamento sessuale dell'uomo e della donna".
E dunque è un fatto, possiamo dire naturale e logico, che la magia - in ogni suo aspetto, in primo luogo di tentativo di conoscenza e di dominio delle forze avverse, del male e quindi delle malattie - sin dalle sue origini, sia strettamente legata ai problemi della terra, alla vita delle piante e degli animali, ai cicli riproduttivi, ai fenomeni meteorologici e climatici, nel tentativo di dare significato alla realtà del mondo e ai rapporti tra l'uomo e questa realtà.


IS BREBUS PO COSA PERDIA
LA MAGIA PER OGGETTI SMARRITI

Is brebus po cosa perdia, le parole e i riti magici per (ritrovare) oggetti smarriti, costituiscono un capitolo importante in un campo che, con termine moderno, potremo chiamare di medicina sociale. Può accadere di smarrire un oggetto cui siamo legati da rapporto affettivo o per una sua necessità d'uso - un oggetto che continua a esistere fuori dalla nostra portata, ma che possiamo localizzare, per ricostruirne il rapporto, mediante particolari riti magici, officiati da persone di particolari capacità divinatorie e di poteri telepatici. Il più delle volte is brebus, le parole magiche presenti nel rito, consistono in un resu, o preghiera vocativa, rivolta a una divinità benigna (un santo) preposto dal Massimo Demiurgo al "ritrovamento degli oggetti smarriti".
Nella economia autarchica del contadino vige fondamentale e severo il principio della utilizzazione razionale degli oggetti d'uso, e - a differenza di quanto accade nella organizzazione consumistica attuale - non esiste, anzi non si concepisce spreco. Ogni oggetto si usa finché lo stesso può adempiere alla sua funzione; quando si è logorato nell'uso, fino al punto in cui diventa inservibile allo scopo per cui è stato fatto, non si butta via, ma diventa "altro". Una vecchia pentola di ferro smaltato, che abbia perso lo smalto o si sia forata nel fondo, un può essere più usata per la cucina; diventa allora un originale e funzionale vaso per fiori., per ornare il loggiato, o più spesso un semenzaio per basilico, prezzemolo o aglio, o anche contenitore per riporvi cianfrusaglie minute, chiodi, viti, bulloni, o anche infine un cucchiaione per travasare cereali - diventa insomma qualunque altro oggetto, idoneo a svolgere un certo compito. Nell'ultima ipotesi verrà interrato nel letamaio del cortile, finché corroso verrà usato insieme al concime nella autunnale distribuzione di sostanze fertilizzanti alla terra.
Il corredo che la sposa porta in dote alla casa maritale (dai mobili alle lenzuola, alle coperte, al tovagliato; dalle batterie da cucina, agli attrezzi per la confezione del pane) rappresenta il suo patrimonio - un insieme di oggetti essenziali nella economia familiare, e deve durare tutta la vita. (Anzi, alcuni pezzi del corredo, quelli che reggono maggiormente all'usura, durano diverse generazioni, e si tramandano di madre in figlia.)
La dote, il necessario per lo svolgimento e il mantenimento della vita domestica, nel mondo contadino si allarga anche agli animali da cortile: una chioccia con pulcini, una coppia di conigli, di anatre, di tacchini: is lobas de fedu, le coppie per la riproduzione. Is lobas de fedu, le coppie da riproduzione, degli animali da cortile costituiscono la base della sussistenza familiare, rivestono quindi particolare valore e importanza. Tanto che tali capi vengono scrupolosamente curati e protetti con amuleti dagli influssi malefici e sottoposti a mexinas, a terapie magiche, anche al solo sospetto che abbiano ricevuto malocchio.
Da qui, dalla importanza vitale che hanno per la donna contadina gli oggetti e gli animali che costituiscono il suo patrimonio nuziale, è facile comprendere il valore, materiale e affettivo che oggetti apparentemente di poco valore rivestano per lei, e come, lo smarrimento dello stesso, costituisca per lei un vero e proprio dramma.
L'etnologo - esaminando superficialmente i comportamenti di una massaia che ha perduto una gallina - parla di drammatizzazione di un fatto di poco conto. La sparizione dell'animale diventa il cruccio dominante della sua quotidiana esistenza; si dispera e non sa darsi pace per la perdita; esplora nel vicinato, affinché l'animale non si sia smarrito in altri cortili; si lamenta della disgrazia che l'ha colpita con le donne sue vicine e con chiunque altra l'avvicini o la incontri; sarà per lei, quel giorno, un giorno di lutto; il focolare resterà spento, e non cuocerà cibo per la famiglia; ogni sua attenzione, ogni suo sforzo saranno rivolti alla ricerca, al ritrovamento della gallina scomparsa. Il suo dramma "personale" finirà per diventare dramma "corale"; a lei si uniranno comprensive e solidali le donne del vicinato; si allargheranno le ricerche; si faranno riunioni e se ne parlerà facendo ogni possibile ipotesi, per poter giungere alla soluzione del caso.
Se l'oggetto o l'animale smarriti non verranno ritrovati in breve tempo, prevarrà l'ipotesi del furto. E ovviamente diversi saranno i sospetti su chi possa essere l'autrice del furto (trattandosi di beni propri della donna, si penserà logicamente a una ladra).
Si costituisce allora tra donne una sorta di comitato inquirente, nel tentativo di dare un volto all'esecutrice del misfatto. La quale può avere agito più che per bisogno, per "cattiva indole", o per "invidia", o per dispetto, per arrecare dolore. Ma se pure si acquisiscono prove o si abbiano dubbi molto fondati, la donna che ha subito su mancamentu, la sottrazione, non può accusare pubblicamente, né richiedere la restituzione o il risarcimento del danno. La restituzione dell'oggetto mancante, se ci sarà, dovrà farsi per volontà della stessa esecutrice del misfatto, pentitasi o costretta alla restituzione da influenze magiche.
Ed ecco la decisione di ricorrere alle arti di una donna che sia in grado di risolvere il caso. Una donna con accertate capacità divinatorie e con poteri telepatici, e che inoltre sia esperta nei resus, nelle strofette vocative specifiche in tali casi.
Is mexinas, le pratiche magiche, specifiche per il ritrovamento di oggetti o animali perduti, non sono sempre di facile conoscenza ed esecuzione. Ve ne sono di assai complesse.
Il santo maggiormente invocato in tali resus è Santu Antoni de su fogu (che alcuni studiosi del folclore sardo confondono con l'omonimo santo padovano). Ci sono fondati motivi per rivolgersi al Santo abate in tali circostanze. Come ho raccontato in altra parte di questo libro, Santu Antoni de su fogu è il Prometeo della mitologia sarda, il mitico Eroe che discende nell'inferno dei cristiani per rubare il fuoco e donarlo agli abitanti di questa terra. Un ladro a fin di bene, benefattore dell'umanità, che non tollera i furti commessi a danno della povera gente. Un "esperto" nel ramo, comunque, al quale ci si può rivolgere per aiuto, sia per rientrare in possesso di qualcosa finito in mano ad altri, sia per mandare a compimento una "espropriazione" (bestiame o altri beni) a un proprietario esoso o a comunità istrangia, straniera (giusto il principio morale del furat chi furat in domu, ruba chi ruba in casa).
Tra le pratiche magiche più semplici e più diffuse, per giungere al ritrovamento di oggetti smarriti, ci sono quelle dette de su sedazzu, del setaccio, de is ferrus, delle forbici, e de sa crai, della chiave (quest'ultima, talvolta, usata appesa ad uno spago come pendolo). In tutte queste pratiche sono presenti is brebus, parole o versetti rituali.
Il rito de su sedazzu consiste nel far ruotare un setaccio scuotendolo leggermente, dopo aver deposto sul fondo un pugno di cruscherello: si tratta di esaminare e interpretare le diverse posizioni in cui va a finire il cruscherello, se al centro o ai bordi, per individuare la direzione in cui trovasi l'oggetto smarrito, e lì far le debite ricerche.
Stessi risultati si ottengono con la chiave , la cui punta viene appoggiata dalla "veggente", sul piano del tavolo e dalla stessa tenuta perpendicolare con una lieve pressione del dito indice sull'anello della stessa chiave. Recitato su resu po su mancamentu, la preghiera per lo smarrimento, la chiave, spinta da una forza occulta, inizia un movimento rotatorio, indicando con la parte seghettata la direzione in cui trovasi l'oggetto smarrito. Quando a questa operazione presenziano le donne del vicinato, che si dispongono tutt'intorno al tavolo, sa crai abrebada, la chiave fatata dalla veggente può indicare direttamente la persona che detiene l'oggetto smarrito (ovviamente può detenerlo inconsapevolmente, perché può essere finito nel suo cortile o nella sua casa "per caso"). La persona indicata dalla chiave si farà scrupolo di cercare "meglio" nei luoghi di sua pertinenza, e il più delle volte una più accurata ricerca finirà per dare esito positivo. E' ovvio aggiungere che a questa sorta di ordalia, l'eventuale ladra si guarderà bene dal partecipare, pertanto la defezione non giustificata è ritenuta di per sé forte indizio di colpevolezza. Va anche detto che nella sostanza e nella prassi di tali riti corali rientrano i rapporti interpersonali tra donne del vicinato, buoni o cattivi.
Più complessa, e ricca di significati, è invece la pratica magica detta de is treixi lantias, delle tredici lampade, che contiene la recitazione vocativa de su resu a Sant'Antoni de su fogu, della preghiera rivolta a sant'Antonio del fuoco. Lo scopo di questo rito singolare non è quello (come negli altri) di ritrovare un oggetto o un animale smarrito o rubato, ma di costringere la persona che ingiustamente lo detiene a restituirlo alla legittima proprietaria.
Is treixi lantias si effettuano a mezzanotte, in un luogo chiuso, in penombra e nel più assoluto silenzio. Officia il rito una donna-medium, con poteri telepatici e ipnotici. Partecipano la donna che ha subìto su mancamentu, lo smarrimento, e altre donne del vicinato, le quali sostengono, in concentrazione, lo sforzo di volontà della "fattucchiera" per imporre alla ladra la restituzione del maltolto.
Nel chiuso di una camera, vengono poste sul pavimento o sopra un tavolo tredici mariposas o lantias, lumini a olio consistenti in uno stoppino infilato in un disco di sughero galleggiante in un bicchiere contenente olio, sistemate in modo da formare un cerchio. Più comunemente viene usato un piatto largo contenente olio, e sistemati ai bordi tredici stoppini formanti un cerchio. I lumini vengono quindi accesi uno dopo l'altro, previa recitazione di brebus, parole magiche, consistenti in invocazioni, talune tratte dalla liturgia cattolica, altre tenute segrete dalla officiante. Ultimata l'accensione delle tredici lantias, la "veggente", con l'intensa partecipazione delle altre donne presenti, inizia la recitazione di su resu po su mancamentu, l'invocazione specifica che giungerà fino alla ladra, penetrerà nel suo cuore lacerandolo di rimorso, fino a indurla alla restituzione.
Si conoscono diverse varianti di "preghiera-scongiuro" che, nel nome di Sant'Antoni de su fogu, vengono recitate per imporre la restituzione di un oggetto o un animale smarrito o rubato. In effetti, si esercita una pressione psichica mediante intensi messaggi telepatici, fino a provocare nell'ignota ladra uno stato di malessere e quindi una salutare crisi di coscienza che - stando alle testimonianze raccolte - si risolve quasi sempre con "il far ritrovare" (ovviamente in modo anonimo o indiretto) cioè che è stato smarrito o sottratto.
Questo che segue è un comune resu po mancamentu, preghiera per smarrimento, pronunciato durante il rito di is treixi lantias:
"Sant'Antoni de su fogu / candu festis eremitanu / eremitanu e dottori / est passau Nostu Sennori / e s'hat nau: Ite ses fendi? / E no ddu bit, Maistu, / ca seu fendi treixi fogus? / De custus treixi / ci 'n di siat unu prus fogosu / e prus e prus ardenti / po chi si dd'intendat / in su coru e in sa menti / chi no tengiat reposu / ni pappendi ni dormendi / po totu una genia / finzas chi custu mancamentu / no torrit a domu mia."
(Sant'Antonio del Fuoco / quando eravate eremita / eremita e taumaturgo / vi incontrò Nostro Signore / e vi chiese: Cosa fai? / E non lo vede, Maestro, / che faccio tredici fuochi? / Di questi tredici fuochi / uno ve ne sia più infuocato / e più ardente / affinché se lo senta / nel cuore e nella mente / e non abbia riposo / né mangiando né dormendo / per tutta una generazione / finché ciò che manca / non torni a casa mia.)


IS FATTURAS
LE FATTURE

Sa fattura, il maleficio o l'incantesimo, fatta per ottenere con arti magiche quanto non è possibile ottenere con mezzi normali, può essere tradotta con l'omonimo termine italiano fattura.
Due sono principalmente gli obiettivi che si vogliono raggiungere con tali atti di magia: l'ammalamento o l'ammaliamento; cioè l'indebolimento fisico o psichico del nemico, fino alla sua distruzione; oppure l'assoggettamento parziale o totale della volontà di chi si vuole possedere (per amore o per sfregio) o che si vuole raggirare (economicamente, ottenendo lasciti, ecc.). Secondo gli scopi, malvagi il più delle volte, ma anche mossi da bisogno, da passioni amorose, una fattura si qualifica come atto di magia nera o bianca, correlativamente presiedute da animas malas o da animas bonas, cui la fattucchiera di norma si rivolge per ottenerne i poteri. Va da sé che is animas malas, alle quali si aggiungono is dimonius e is tiaulus della mitologia cristiana, sovrintendono agli atti di magia nera, concorrendo al compimento delle fatture - escluse alcune, per altro rare, operate "a fin di bene", come può essere "l'ammaliamento" di una fanciulla non soltanto per possederla ma anche per sposarla. Al contrario, is animas bonas , cui si aggiungono tutti i santi del paradiso (che non sono pochi), sovrintendono agli atti di magia bianca, concorrendo principalmente a sconciai is fatturas, a sciogliere le fatture, ad annullare gli effetti "ammalanti" o "ammalianti" degli atti di magia nera.
Is fatturas rientrano nella scienza e nella pratica della medicina popolare, sia come elementi che concorrono (come i virus e i batteri per la medicina moderna) a provocare la malattia, sia come elementi terapeutici idonei (il più delle volte, ma non sempre, come nella farmacologia moderna) alla guarigione delle stesse o a calmare il dolore. Vedremo di seguito alcuni degli effetti "ammalanti" o "ammalianti" che si possono ottenere con is fatturas non soltanto sulla persona ma anche su animali, piante e beni materiali - quali abitazioni, coltivazioni, arredi, attrezzi da lavoro; e quali e quanti effetti opposti, di guarigione o di liberazione, si possono ottenere con is contrafatturas, le fatture di segno e di forza opposti, che annullano le fatture.
Chi compie fatturas, in italiano viene detto fattucchiere. In sardo non esiste una voce specifica per indicare su chi fait is fatturas, colui che fa le fatture. Esistono i termini di bruxu o cogu o oghiadori o omini santu che indicano rispettivamente stregone,indovino, iettatore, guaritore; con i relativi termini al femminile bruxa, coga, oghiadora, femina santa. Vi è poi un termine usato soltanto al femminile, mazzina, che indica una donna che fa magie, anche strega, o anche la magia stessa che viene effettuata. Per esempio: dd'hant fattu mazzina, gli hanno fatto magia, lo hanno affatturato.
Come è stato rilevato in altre parti di questo lavoro, la scienza e l'arte della medicina popolare sono quasi esclusivamente di competenza delle donne; e soltanto in tempi moderni, dopo la "grande purga" del potere maschile nota come caccia alle streghe-guaritrici sotto la speciosa accusa di diavoleria, un certo numero di maschi si è infiltrato in questo campo. (Non parliamo qui della invasione massiccia, e protetta dalle leggi civili, dei nuovi stregoni della medicina moderna, gestita ancora oggi in prevalenza dai maschi).
Attualmente, nei nostri paesi dell'interno, le donne che esercitano l'arte della medicina antica sono in maggioranza rispetto ai maschi. Inoltre, esse, rispetto ai maschi concorrenti, sono più quotate, hanno una clientela più numerosa, e aggiungerei "più scelta". A livelli diversi, o meglio dire all'interno di culture diverse, le guaritrici del popolo occupano posizioni di prestigio e godono di privilegi così come nella medicina moderna i primari ospedalieri o i cosiddetti "luminari", capaci di far "miracoli", cui la gente malata si affida come a santi taumaturghi. Vi sono ancora bruxas, mazzinas, cogas, spiridadas (guaritrici, fattucchiere, indovine, veggenti) la cui opera è assai ricercata, e bisogna far la fila o prenotarsi per tempo, prima di poter essere ammessi alla presenza di tali "luminari" - le quali, si dice, "fanno miracoli". Senza voler sostenere alcuna parte, sta di fatto che le numerose testimonianze raccolte attestano che molti casi di malattia, dove i "luminari" della scienza medica moderna non erano riusciti, sono stati poi risolti egregiamente da codeste "fattucchiere". Pur analfabete, esse hanno una conoscenza empirica ma profonda del corpo umano, e quel che più conta una conoscenza socio-psicologica della personalità della "loro" gente, che nessun altro "esterno", per colto che sia, può conoscere altrettanto bene.
Vi è un punto che gioca a favore della scienza medica popolare, rispetto a quella moderna: l'assoluto divieto dettato da una antichissima etica professionale di chiedere o di accettare alcun compenso per le prestazioni date. L'unico modo per sdebitarsi, consentito al paziente, è l'offerta di un dono in natura - in concreto, le guaritrici vengono mantenute dalla comunità che riconosce in loro un ruolo fondamentale. Quando, come accade attualmente, taluna guaritrice accetta l'onorario, non fa altro che imitare il medico civile: è un tentativo di entrare in un ruolo che è proprio della organizzazione sociale ed economica esterna e diversa, fondata in ogni suo aspetto sul lucro e sulla speculazione - un sistema dove si lucra e si specula anche sulla malattia, sul dolore, sulla paura della morte.
La materia più comunemente usata per fare is fatturas, qualunque ne sia lo scopo, è il simulacro della persona che si vuole affatturare. Con l'avvento della tecnologia, la fotografia è diventata l'immagine ideale per compiere malefici o incantesimi. Da qui la ritrosia, specie nelle fanciulle graziose, di farsi fotografare o dare la propria foto. In passato, e ancora oggi in assenza di foto, venivano e vengono usati rudimentali simulacri umani, pupazzi di una decina di centimetri, con i rudimenti dell'uno o dell'altro sesso, che contengano possibilmente "qualcosa" appartenente alla persona cui è diretta la fattura: brani di pelle, peli o capelli, unghie (ma non sterco o urina, che hanno particolari simbologie e diverso valore d'uso) o anche particelle di capi di abbigliamento, meglio se di biancheria intima, perché sta a contatto di pelle e quindi contiene umori.
Il pupazzo, simulacro della persona da affatturare, può essere fatto con diverso materiale. Molto comune la pala del ficodindia che, si dice, rende molto efficace l'incantesimo o il maleficio; assai usata anche la stoffa avvolta con filo di lana (simile alle bambole di pezza che si fanno da sé le bambine per gioco), oppure due bacchette legate in croce, rivestite di panno. Più rare, quelle modellate in cera, altrove assai diffuse.
Sul simulacro vengono compiuti quegli atti magici che poi si riprodurranno sul vivo, nella persona cui sono diretti. Si trafigge il pupazzo con spilli per provocare dolori artritici, coliche, nevralgie, o malattie negli organi situati nei punti colpiti. Sullo stesso simulacro, si possono recitare incantesimi, ottenendo l'assoggettamento della persona "ammaliata". Di regola, dopo fatta sa fattura, il pupazzo viene nascosto nel cortile o meglio ancora all'interno dell'abitazione della persona che si vuole affatturare. Per chi ha subito una fattura, scoprire il simulacro significa poter ricorrere ai ripari, portandolo da un "buon" fattucchiere, affinché egli abbia una base concreta per sciogliere la stessa fattura.
Is fatturas fatte mediante immagini o simulacro sono quelle più pericolose, perché hanno lo scopo di danneggiare fino a uccidere. Sono anche molto difficili da "sciogliere", tanto più se non si riesce ad individuare chi, a scoprire in che modo e perché l'ha fatta fare. Pertanto, come si diceva, è importante per la persona colpita dal maleficio, ritrovare sa fattura, il pupazzo. E' anche compito, però, di un "buon" fattucchiere indicare, con le proprie arti magiche, il punto dove sa fattura è stata nascosta e raccoglierla, per annullarla con sa contrafattura.
Is fatturas per "ammaliare", che interessano per lo più la sfera dei rapporti affettivi e sessuali vengono compiute molto spesso anche senza simulacro. Frequenti i filtri, che ugualmente prendono il nome di fatturas. Si preparano in ore canoniche, specie la mezzanotte, in armonia con le fasi lunari e con il tempo metereologico (pioggia e vento hanno la loro influenza), con i più disparati ingredienti. Se si vuole fare innamorare una fanciulla che si mostra indifferente, tre gocce del proprio sangue in un beveraggio che poi le si farà bere, sveglieranno il suo interesse sentimentale come se ferita dal mitico strale di Cupido. Viceversa, se è un ragazzo che si vuol fare innamorare, la fanciulla vogliosa renderà efficace il filtro diluendo nel beveraggio tre gocce del proprio sangue mestruale (che non deve essere secco ma immesso allo stato fluido) o usando particelle del proprio corpo, quali capelli, peli del pube e delle ascelle, finemente triturati, da somministrare al maschio concupito. Normalmente il filtro d'amore si versa nel caffè o nel rosolio o in vino - bevande tradizionalmente offerte all'ospite. I filtri vengono spesso "rafforzati" mediante brebus, parole magiche, specifiche per "incatenare".
Ugualmente numerose sono is fatturas che vengono fatte per erotizzare o per rendere impotenti, lui o lei. I casi di impotenza, secondo la scienza medica popolare, sono per lo più dovuti all'influsso di segno negativo (o maligno), non tanto di spiriti quanto di persone gelose o malvagie. Un innamorato respinto o una suocera gelosa della nuora sono i maggiori indiziati nel caso di una impotenza che colpisca uno sposo novello. Egli è vittima di fattura; e per ridiventare potente dovrà fare ricorso alle arti magiche di una "luminare" del settore. Ma non sarà mai lui, l'impotente, ad andare dalla "guaritrice" per esporre il proprio caso; sarà invece la moglie, o altra donna di famiglia (madre, zia materna o sorella maggiore), che si occuperà della faccenda, dando tutti gli elementi conoscitivi per il buon andamento della contrafattura.
Nel campo della sessualità si annoverano anche speciali mexinas, terapie più che fatturas, in qualche modo legate alla magia, seppure a base di erbe stimolanti. Lo scopo delle mexinas destinate al maschio è di erotizzare, in particolare di rendere più efficiente il membro. Un problema che non si pone per la femmina in quanto - si dice - lei non ha problemi di erezione e non ha un orgasmo da raggiungere. Le mexinas rivolte alla femmina hanno per scopo la fecondità. La sposa che dopo un anno di matrimonio non resta incinta se ne preoccupa. Per scrupolo di credente si rivolge con preghiere ed offerte a sante che furono prolifiche e che sovrintendono in qualche modo alla filiazione. Non ottenendo alcun esito positivo, si reca allora dalla fattucchiera-guaritrice che conosce le arti magiche per rendere fertili le donne maritate - così come conosce le arti per evitare alle nubili "che ci sono cascate" gravidanze indesiderate.
Per inciso: sono le donne ad avere il monopolio nel fare e nello sciogliere le fatture; ma - si dice - anche i preti ne hanno il potere. Sul tema di preti che fanno fatture, quasi sempre per difendere il loro patrimonio dai ladri o per punire atti sacrileghi, si raccontano numerosi casi nella novellistica popolare che si tramanda oralmente (un genere che è detto in sardo contus de forredda, favole da focolare).


SU SCRITTU
LO SCRITTO

Su scrittu, lo scritto, usato come strumento magico, ha diversi poteri, per lo più di tenere lontani i pericoli da chi lo indossa, ma anche di tenere "legata" la persona alla quale si dona (come amuleto, e per portare fortuna, con valore talismanico, se portato indosso) - ma può anche essere appeso alla porta di casa o a una parete nel suo interno. Abbiamo numerosi esempi di moderni scrittus di cui esiste un fiorente mercato, consistenti in quadretti o tovagliette o ceramiche o legni dove sono scritti versetti sacri o sagge massime, che riempiono le case contadine di paesi come l'Ungheria o la Baviera.
Su scrittu è anche usato nella magia nera, come fattura, per colpire e distruggere un nemico. In questo caso, su scrittu, consistente in terribili e misteriose invettive, avvolge una ciocca di capelli della persona da affatturare; e dopo essere stato abrebau, reso ancora più micidiale con ulteriori maledizioni verbali, viene gettato, talvolta in modo sfrontato, tal'altra nascostamente nel cortile della vittima designata.
Nel secolo scorso e ancora all'inizio del nostro secolo, is iscrittus magici erano assai comuni. I sacerdoti cattolici - a quanto si apprende di documenti del periodo - avevano dato vita a un fiorente commercio di scrittus, che la gente acquistava come amuleti e talismani, nel tentativo di proteggersi dalle mille difficoltà di carattere economico e richiamare un po' di fortuna. Vi erano sacerdoti e frati - scrive il Bechi citandone uno famoso - i cui scrittus erano ritenuti particolarmente efficaci; tanto che ad essi di rivolgevano latitanti e banditi per ottenere uno scrittu specifico capace di fermare le palle dei carabinieri.
Su scrittu scaramantico e nel contempo talismanico consiste normalmente in un pezzetto di carta in cui sono incisi segni cabalistici, parole in latino o versetti sacri, con aggiunta di reliquie di santi, di sostanze benedette, quali incenso, palma, olivo; il tutto racchiuso in un sacchettino di pelle o di stoffa, da appendersi al collo mediante correggia o nastro, a contatto di pelle. Assai usate come scrittu le immaginette benedette che frati e preti sogliono distribuire ai fedeli in cambio di offerte in denaro o in generi alimentari.


SU SPUDU
LO SPUTO

Su spudu, lo sputo, ha numerosi significati e poteri magici e terapeutici. Così come ogni parte che si stacca dal nostro corpo può essere usata da altri contro di noi, le stesse parti possono essere usate da noi per imporre ad altri "la nostra presenza", la nostra volontà, il nostro dominio. Ciò in base al principio magico (e se vogliamo scientifico) che la parte è consustanziale al tutto, e che influendo la parte si influenza l'insieme, oppure agendo con la parte si agisce con la forza dell'insieme. Mettere una goccia del nostro sangue in un infuso da far bere alla donna desiderata ha il valore di entrare in lei "sostanzialmente", di poterla dominare mediante quella parte "nobile" e "attiva" di noi.
Nella medicina popolare lo sputo entra in diversi riti terapeutici. Per esempio in s'affumentu, il suffumigio per guarire dagli spaventi, in cui la guaritrice, al termine del rito, sputa sulla testa del paziente per tre volte, accennando con il capo a tre segni di croce.
Comunissima l'usanza di mettere un po' di saliva (prendendola dalla lingua con la punta dell'indice) sotto il mento di chi ha preso uno spavento. Tale atto viene anche compiuto da sé, su sé stessi da adulti; ai piccoli viene fatto dai genitori o da adulti presenti al fatto traumatico.

Tra le superstizioni dei Sardi - scrive il Domenech - "ve ne sono anche assai buffe. Quello di sputare contro gli oggetti di cattivo augurio è d'una ingenuità sorprendente e vecchia quanto il mondo. Ecco su questa usanza alcuni particolari puerili ma curiosi.
Allorché un fanciullo stride coi denti, stravolge gli occhi, si rotola in terra, tormentato da convulsioni, la madre gli sputa subito sulla faccia, poi gli fa il segno della croce sulla persona. Se uno guarda un bambino con molta attenzione, con lo sguardo fisso, e nell'accarezzarlo fa i suoi elogi, non appena se ne va, la madre sputa dietro le spalle dell'imprudente adulatore e sulla faccia del figliolo.
Questa superstizione sembra che esista anche nella Spagna, se si deve credere al piacevole autore delle "Novelle Andaluse", giacché su Paz y Luz, Fernando Caballero fa dire a Juana: "Non si deve mai guardare un fanciullo senza benedirlo… Si dice che faccia male al fanciullo, il guardarlo a lungo mentre dorme."
Quando i Sardi vanno a visitare un malato, sputano in terra sul limitare della casa, e fanno altrettanto prima di apprestare i rimedi. I pastori sputano sulle pecore e sugli agnelli appena nati. Non pochi cavalieri sputano tre volte nella mangiatoia dei loro cavalli, allorché un passante si diverte a guardarli mangiar l'orzo o l'avena.
Sputare è per il popolo ciò che "le corna" sono per gli Italiani in generale, e pei Napoletani in particolare; un mezzo cioè di allontanare la cattiva sorte, di prevenire o distruggere le cattive influenze. Le superstizioni nascono e s'impongono ordinariamente senza alcun genere di logica; on occorre dunque ricercarne la causa e la ragione. Mi contenterò di citare qualche passo dei libri antichi che ne confermano l'antichità.
Nel libro di Giobbe, come in quello di Isaia, si vede che, allora come oggi, sputare su qualcuno era un segno di spregio; ma nel Libro dei Numeri, lo stesso Dio parla di questo atto come un segno di castigo e di maledizione. Era, poi, secondo il Deuteronòmio, un segno di esecrazione e d'imprecazione: poiché è detto che colui il quale avrebbe rifiutato di sposare la moglie del fratello, morto senza figli, sarebbe condotto da lei alla porta della città, dove, dinanzi agli anziani del popolo, gli toglierebbe i sandali e gli sputerebbe in viso, dicendo: "Così sia fatto all'uomo che non edifica la casa del fratello".
I Cananei, gli Egiziani, gli Etruschi e i Greci, come ancora altri popoli, avevano questo stesso simbolo di disprezzo e di esecrazione. Luciano, nel suo Dialogo dei Morti, nel parlare del mago babilonese Mitrobarzane, dice: "Dopo questo incanto, gli sputò tre volte sulla faccia, si voltò indietro, senza guardare alcuno, ecc.".
I Sardi non sono dunque ridicoli, se hanno ereditato queste curiose superstizioni di cui ignoriamo l'origine e il significato. Essi le subiscono come le hanno subite i loro padri, e sono talmente fermi nelle loro usanze che sarebbe troppo difficile sradicarle."
(Tratto da E. Domenech - Pastori e banditi - 1987)

Domenech è uno dei pochi studiosi che fornisce documentati elementi conoscitivi di comparazione, negli usi e nei costumi, tra il presente in Sardegna e il passato nelle culture pagane di popoli dell'area mediterranea; pertanto facilmente scusabili in lui alcuni luoghi comuni e pregiudizi su aspetti della medicina popolare definiti "superstizioni prive di causa e di ragione".
Molto ci sarebbe da aggiungere (se lo consentisse l'economia di questo lavoro) su "lo sputo" inteso come sostanza vitale e dotata di molteplici virtù terapeutiche, sia nella sfera del fisico che dello psichico, e su "l'atto dello sputare" che quasi sempre non ha, come comunemente si crede, significato di disprezzo, ma più precisamente significati propiziatori e scaramantici.
Lo sputo usato come terapia o propiziazione: sputare sul viso di chi ha preso spavento (spesso sostituito dalla imposizione del dito indice bagnato della propria saliva sulla fronte e più spesso sulla gola di chi ha preso spavento); sputare sul capo del paziente, quando sia affetto da azzichidu (spavento), a conclusione del rito terapeutico detto s'affumentu (suffumigio magico); sputare davanti ai piedi o anche sul viso della persona alla quale è stato liau ogu, che ha subito il malocchio; sputare o umettare con la lingua l'uovo, prima di metterlo a cuocere in su fari rari, nella cenere calda del camino, "perché così facendo non si romperà", sputare o umettare di saliva una ferita per fermare l'emorragia e per evitare l'infezione; umettare di saliva un pane pregiato tracciandovi un segno di croce con le labbra dopo averlo confezionato o prima di metterlo al forno; masticare e insalivare del cibo duro e coriaceo - un atto d'amore della madre al piccolo che ancora non ha i denti. Inumidire con la propria saliva il corpo di chi si ama è proprio dell'atto di baciare: non credo che il bacio tra innamorati, che usa la saliva come ingrediente erotico, sia da considerare una "superstizione" o che possa definirsi atto "privo di causa e di ragione".
Lo sputo usato come scaramanzia, come difesa: sputare dietro persona che si ritiene iettatrice o portatrice di malocchio; sputare su animale pianta oggetto ostili, che ci hanno ferito, per esorcizzarli; sputare per esorcizzare la morte o spiriti demoniaci; sputare allorché si nominano "sa giustizia", "sa forza" (la polizia e i carabinieri), e altre istituzione ritenute demoniache, per esorcizzarle; infine, usare la saliva nella composizione di filtri magici "ammalianti".
A un osservatore superficiale pare che l'atto dello sputare per terra, davanti a sé, sia un segno di disprezzo - come lo sputare in faccia a qualcuno viene ritenuto affronto grave. In effetti, tale atto è originariamente (e continua a conservare lo stesso segno nell'uso popolare) un rito scaramantico, esorcizzante. Cioè a dire, lo sputo è ritenuto un potente talismano che tiene lontane le forze del male. Si sputa "su" e "per" qualcosa che si teme, che è bene tenere lontano. Da qui, appunto, l'uso popolare di sputare per terra quando si nomina la "giustizia" o quando si vede passare qualcuno che la rappresenta. Ed se è vero che taluno è stato incriminato per "oltraggio a pubblico ufficiale", avendo sputato alla vista di un poliziotto, è anche vero che condannandolo si è dimostrata una buona dose di ignoranza nel costume (e quindi nei significati) della gente. Alla quale non può essere negato il diritto di difendersi con gesti scaramantici (e pertanto nonviolenti) da chi è provato che "porta male" - sia che si sputi, alla sarda, o che si tocchi ferro o parti intime, all'italiana, o si facciano le corna, alla napoletana, o che si facciano le fiche, secondo l'antico costume greco e romano, o che infine si reciti una Ave Maria o altro scongiuro di tipo "culto", diffuso dalla casta sacerdotale, quale il medioevale sator arepo tenet opera rotas, che come l'abacadabra si dice buono non solo per esorcizzare un nemico, ma anche come scrittu per ammaliare fanciulle.
Curiosa l'usanza - molto diffusa tra i fanciulli, che certamente l'hanno ripresa dagli adulti, presso i quali per altro è in disuso - di lanciare a un nemico la propria sfida tracciando una linea per terra, sputando ed esclamando: "Marrano, se salti questo segno!" Saltare "quella" linea significa invadere i confini di un territorio che appartiene ad altri, e comporta, come d'uso, la guerra. Remo è morto ucciso dal fratello Romolo per avere osato saltare un segno di confine, seguendo un rito bellicoso non dissimile da quello ancora diffuso tra i nostri ragazzini di scuola - con conseguenze per fortuna meno cruente: dato luogo alla singolare disfida, se le suonano di santa ragione.
Normalmente - ma direi meglio spontaneamente - la saliva viene usata per curare le ferite - come d'altronde fanno istintivamente anche gli animali. Una sbucciatura al ginocchio, in un ragazzo che cade, viene prontamente curata umettandola con saliva: applicata con le dita o con una leccata. E' l'unico modo possibile di proteggere una ferita, quando ci si trova in campagna, in assenza di acqua per detergere e di disinfettanti per evitare l'infezione.
Inutile dire che la scienza medica, seppure di malavoglia, ha finito per scoprire le proprietà coagulanti e antisettiche della saliva - quasi si sentisse il bisogno di dare una giustificazione razionale a un fatto naturale.
Anche l'urina - per la gente di campagna - è considerata un buon disinfettante. Pisciare su una ferita anche grave, in attesa di cure più idonee, per lo più a base di erbe, che verranno effettuate in paese dalla guaritrice, è uso comune per chi lavora in campagna, e non è abbastanza "evoluto" da potersi permettere la cassetta del pronto soccorso. Non è il caso di ricordare le usanze esquimesi, i quali, come si sa, usavano lavare il neonato con l'urina calda dei genitori, prima di spalmarlo di grasso.
Anche le feci appena emesse di alcuni uccelli sono considerati buoni medicamenti per lievi ferite o per curare l'acne giovanile. Mi è accaduto di frequente vedere una massaia correre ad attingere con un dito allo sterco di gallina ancora caldo, per ungerlo sopra una ferita o sul viso proprio o di una fanciulla - per fare la pelle morbida vellutata.
Dei ragni, invece, viene usata la tela - considerata un ottimo emostatico. Quando una ferita sanguina e non si riesce a fermarne l'emorragia, le donne che assistono l'infortunato prendono una tela di ragno, il più possibile fitta, e la applicano, ottenendo buoni risultati. Anche qui,la scienza interviene per dire che sì, la ragnatela ha proprietà emostatiche. E c'è perfino chi aggiunge che deve esistere una certa affinità tra la ragnatela e la tunica reticolare (l'omento) che avvolge gli intestini, appunto con la funzione di fermare eventuali emorragie interne. Sta di fatto che sa nappa de aragna, la tela di ragno, di cui vi è abbondanza nei buchi dei muri di mattoni di fango dei nostri cortili, risponde egregiamente al compito per cui viene usata. Ed è estraneo a questo scritto sia la presunzione di chi guarda con sufficienza alla medicina popolare (salvo poi a ricorrere, essi stessi, come tanti di mia conoscenza, alle cure delle "fattucchiere", quando la medicina ufficiale non è riuscita a cavare il classico ragno dal buco); sia il tentativo di trovare basi scientifiche e razionali alla materia e ai riti della stessa medicina popolare, nel tentativo di affibiarle una dimensione moderna e civile - della quale il popolo, in verità, non sa che farsene.


IS OSSUS DE MORTU
LE OSSA DEI MORTI

Dai tempi preistorici, ossa di umani e ossi di animali hanno rivestito un ruolo importante nella preparazione di amuleti e talismani, nella terapia di molte malattie, nella esecuzione di riti magico-religiosi.
Nella economia dell'uomo primitivo, gli ossi di animali hanno fornito la materia prima per la fabbricazione di utensili e armi. Per la loro durezza, resistenza e duttilità potevano essere lavorati e trasformati in attrezzi acuminati o taglienti, e alcuni, sezionati, trasformati in rondelle decorative - per ottenere ciondoli o collane e bracciali, che, per gli attributi propri dell'animale cui l'osso apparteneva, diventavano talismani o amuleti specifici.
I sacri testi della mitologia greca ed ebraica dicono che le mascelle di leone e di asino, se impugnate da un eroe, costituiscono una formidabile arma da combattimento. Ercole figlio di Zèus e Sansone figlioccio di Jahvé, brandendo tali armi ossee, fanno strage di nemici.
Difficile che nei filtri e beveraggi magici terapeutici o ammalianti non entrino componenti ossee di un animale o di un altro, secondo l'uso che se ne vuol fare.
Per legge di "affinità" o di "simpatia" o anche per quella "dei simili che si elidono a vicenda", particelle ossee di animali forti "danno forza", se virili, "danno virilità", se astuti "danno astuzia", tanto se ingeriti che tenuti addosso. L'itterizia, che ingiallisce l'incarnato, si cura con infusi a base di erbe gialle; l'impotenza maschile si cura mangiando testicoli di maschi potenti, quali il toro e il gallo; la morte si esorcizza indossando scaramanticamente parti del corpo di un morto o di suoi indumenti o della sua bara; infine, particelle corporali di un malato hanno il potere di tenere lontana "quella" malattia.
Nella storia della magia, le ossa dei morti non sono meno usate degli ossi degli animali. Il culto dei Morti nei Cristiani si risolve per lo più in esposizione in appositi santuari di lugubri residui ossei, costituiti talvolta da corpi mummificati, mucchi di tibie, crani. Presso i Cristiani ha sempre avuto fortuna il commercio di sacre reliquie, costituite da particelle ossee o cenere, usate negli scapolari, come talismani e amuleti, o anche da ingerirsi, con o senza altri ingredienti, come farmaci contro le più diverse malattie.
La Sardegna non fa eccezione a una regola comune in tutto il mondo. Stupisce allora vedere studiosi di etnologia (a ragione definiti colonialisti) arrabattarsi per tentare di dimostrare (attraverso la documentazione dell'uso di teschi e ossa) che presso i Sardi (specie barbaricini) permangono culti barbarici e superstiziosi - da giustificare la presenza armata di civilizzatori.
Eppure a scuola abbiamo appreso di civilissimi monarchi, che andavano a braccetto con venerabili papi, che bevevano nei teschi impreziositi dagli orefici, ottenuti dalle teste di loro temibili nemici debitamente assassinati: un uso di chiaro significato magico-scaramantico. Meno blasfemo il "barbaro" guerriero boscimano, che appende il cranio del nemico, lealmente ucciso in combattimento, sulla parete della capanna - per conservarne le virtù e il valore. Naturalmente senza "malvagità sanguinaria", i civili colonizzatori sabaudi, ancora agli inizi del secolo scorso, usavano in Sardegna mozzare le teste ai popolani ribelli, e appenderle in cima a un palo, "per dare un esempio alle popolazioni" - un macabro rito scaramantico proprio del potere, che così facendo credeva di scongiurare il pericolo di nuove rivolte.
Si scopre dunque in Sardegna (e meno male, anche nell'area del Mezzogiorno) l'usanza popolare di attingere agli ossari, per ricavare dai crani dei morti rondelle da appendersi al collo, come protettivi contro il mal caduco o santo che dir si voglia. E' l'ennesima scoperta dell'ombrello. Non si è scoperto né insegnato nulla che già non si sapesse - in particolare a quanti nottetempo usano attingere ai depositi di ossa, riservati al culto cristiano, per trarne rotelle magiche con operazione di alta chirurgia.
Che dire allora dell'usanza nazista di ottenere rivestimenti per lampadari dalla pelle conciata dei cadaveri gasati? Perché l'etnologia ufficiale (se non vuole essere chiamata coloniale) non studia e classifica e interpreta i reperti attinenti a tali fatti - espressione del massimo grado di civiltà tecnologica, cui può giungere il capitalismo al potere, in uno dei paesi più evoluti del mondo?

Nota. Ossus de mortu, ossa di morto, vengono chiamati certi dolci tipici del 2 novembre, elaborati a forma di tibia o di pesce. Come tutti i tradizionali dolci dedicati ai Morti, si ottengono con farina impastata con sapa e insaporiti con la cannella. Fatti in casa, venivano anche venduti nelle pasticcerie dei rioni popolari, a Cagliari, per tutto il mese di novembre. Golosa magica memoria della mia fanciullezza cagliaritana, ho ritrovato alcuni anni fa a Pirri is ossus de mortu in alcune pasticcerie; ma anche qui, come a Cagliari, vanno scomparendo.


IS CONCAS A BAGNU / PO FAI PROIRI
LE TESTE A BAGNO / PER LA PIOGGIA

Tra le cerimonie magiche condannate dalla Chiesa come stregonerie, ve ne è una di origine remota: quella di immergere un animale nell'acqua per invocare la pioggia, nei periodi di lunga siccità.
La siccità è in questa Terra uno spietato nemico, che le forze dell'uomo - intente a realizzare opere di rapina - non hanno potuto debellare: neppure le forze tanto tecnologicamente sviluppate del colonizzatore attuale. E così, ciò che trascende l'uomo, che va oltre la sua capacità di comprendere e di dominare, continua a restare nella sfera del magico, del divino, dell'occulto. E trattandosi di un nemico tanto dannoso, non stupisce la quantità e la frequenza di riti per propiziare la pioggia nel mondo contadino e pastorale.
Tra i più singolari riti magici relativi alla siccità (a parte l'attuale riempimento di carte bollate stilati con specifici brebus d'invocazione al competente Assessore regionale per ottenere risarcimenti) si annoverano quelli della immersione nell'acqua di teschi umani e di animali (vivi o morti).
Dell'usanza popolare, diffusa anche fuori dell'Isola, di immergere in acqua un cane morto per propiziare gli dei della pioggia, si ha notizia nella Decisio de superstitione del 1702 - opera che consiste nella elencazione delle superstizioni allora in uso, condannate dalla Congregazione dei Casi; e specificatamente per la Sardegna esistono numerose testimonianze di storici, alcune raccolte dallo scrivente.
Il rito della immersione del cadavere di un cagnolino in una pozza o in un corso d'acqua, è quanto mai simile a quello dell'interramento (sempre di un cucciolo) ai piedi di un albero per renderlo fruttifero (che ho descritto in altra parte di questo lavoro). In ambedue i casi, trattasi certamente di una offerta sacrificale alle divinità ctoniche della fertilità, per propiziarsele.
L'usanza di immergere uno o più teschi umani in acqua (della quale non ho trovato testimonianze dirette) viene descritta da uno studente di Tertenìa (nell'alta Barbagia) al professore Alziator, resa nota nel 1962:

"L'operazione viene eseguita al novilunio da un gruppo di persone in numero dispari (minimo tre massimo sette); il più anziano scende nell'Ossario del cimitero e ne trae uno o più teschi (mai in numero pari), quindi la brigata si reca al più prossimo corso d'acqua per l'immersione…"

Non so fino a che punto la testimonianza di uno studioso accademico possa non essere influenzata dalla conoscenza di descrizioni dello stesso rito fatte da altri ricercatori, dato che è buona norma, nel lavoro di ricerca accademica, l'autenticazione della validità della propria tesi con quelle di precedenti ricercatori "accreditati" dal potere. A mio avviso, la poca credibilità della cerimonia citata, riferita al presente, si fonda anche sulle difficoltà attuali obiettive di accedere "in schiera" nei camposanti, di penetrare negli Ossari e di prelevare teschi.
Certamente, questo e altri consimili riti propiziatori della pioggia dovevano essere diffusi nei tempi andati, e non è difficile vedervi residui di antichi sacrifici, anche umani, offerti alle divinità della Terra provvedenti alla fertilità e all'abbondanza.
Una riprova della diffusione di tali riti magico-religiosi e della loro persistenza fino a tempi moderni, si ha nelle numerose attuali usanze cristiane, di cerimonie organizzate ed effettuate per lo stesso scopo: processioni per la pioggia, con particolari inni sacri, dove il crocefisso levato in alto sulla folla - Agnus Dei qui tollit peccata mundi - è la vittima sacrificale, l'offerta "privilegiata", umana, per placare l'ira della divinità e propiziarsene la benevolenza; così pure le rituali immersioni di crocefissi e immagini e reliquie di santi nell'acqua benedetta, sostituiscono simbolicamente, nel sacrificio, la originaria vittima umana, poi sostituita dal teschio e infine dal cachorro, dal cagnolino, nel culto popolare.
Mitigati gli antichi costumi cruenti e dato un nuovo valore alla vita umana e animale (parlo di costumi del popolo, non del potere che continua a sacrificare immenso numero di creature nei suoi riti bellici), la vittima umana, il fanciullo, viene sostituita da una vittima animale, il cagnolino; e in parallelo, la vittima vivente viene sostituita da un cadavere o parte di esso. Ma resta inalterata la sostanza magico-religiosa di un rito che risale alle origini della comunità umana.


IS PIPPIUS INTERRAUS BIUS
I BAMBINI SEPOLTI VIVI

"Nelle campagne del centro dell'Isola ho inteso ricordare l'antichissimo costume di nascondere i nemici, seppellendoli in una fossa scavata sotto i muriccioli fatti di sassi uniti senza cemento.
Nel centro della Sardegna ha pur inteso ricordare l'antichissima usanza di seppellire un bambino nell'entratura degli ovili. Si supponeva che in tal modo si riuscisse ad impedire il furto degli armenti. Il costume si è addolcito da secoli e secoli ed ora (così mi fu detto nel Nuorese) al seppellimento di un bambino vivo si sostituisce in qualche regione quello di un cagnolino. Di costumi analoghi si trova traccia del resto in altre parti del mondo."
(Dalla storia della Sardegna del Manno - Vol.II - Cap. XI - Sez. Culti e persistenze religiose)

La descrizione di questa usanza, inserita nel contesto di una valutazione morale e politica dei Barbaricini, discriminati dal resto dei Sardi, non mi sembra attendibile. Intanto, non poggia su alcun documento, e vago è il riferimento a testimoni del suo tempo (a metà del secolo scorso). Infine, questi testimoni sostengono una strana tesi, e cioè quella che l'usanza di seppellire il bimbo è stata da essi sostituita dal seppellimento di un cagnolino, sottintendendo così di aver conosciuto di persona o per sentito dire la prima usanza - che lo stesso Manno riporta a tempi "antichissimi", presumibilmente all'età della pietra (neolitico) o al nuragico (bronzo).
L'animus antibarbaricino del Manno si rileva dalle valutazioni che egli fa seguire alla notizia sopra riportata: "Il secolare isolamento nel quale hanno vissuto gli abitanti delle regioni montuose della Sardegna vi ha mantenuto pressoché inalterati riti e costumi che ricordano i primi stadi della civiltà umana." E' un modo elegante, scomodando l'isolamento, per dire che i Barbaricini sono rimasti "barbari". Ed è sottinteso che devono essere civilizzati. Come, ce lo dice la storia della colonizzazione. A mio avviso (sul tema di "Culti e persistenze religiose"), "l'isolamento" entra assai relativamente. Basta vedere quanto dei riti e dei costumi che risalgono alle origini della società umana permangono in ogni parte del mondo, e in particolare in quelle definite più progredite e più civili, di religione cattolica.
Partendo dall'usanza fenicia, diffusa anche in Sardegna, di offrire in olocausto al dio Moloch fanciulli in tenera età, il "raptus della scoperta" spinge gli studiosi a ricercare, e a trovare, altre forme di sacrifici umani nel pregiudicato mondo nuorese, finendo per trovarne addirittura nell'uscio di casa.
All'usanza di seppellire un cagnolino sull'uscio di casa - usanza riferibile non solo al Nuorese (come fa il Manno) ma a tutta l'Isola e più in particolare al Cagliaritano - fa riferimento un documento arcivescovile del 1715: "… Entierran un cachorro vivo en el lindar de la puerta, luego che nace el niño, para que en virtud de essas diligencias tengan muchos años de vida". Dove il seppellimento del cachorro ha luogo subito dopo la nascita del niño, come auspicio di lunga vita.
Siamo ben lontani dal poter dimostrare l'esistenza dell'uso di seppellire fanciulli vivi davanti all'ingresso di abitazioni o di ovili; né è da ritenersi prova il ritrovamento di resti umani, vicino alle fondazioni di case, poiché nelle tradizioni funerarie sarde i cadaveri venivano conservati (interrati) nei cortili o nei pressi della abitazione, per essere in un secondo tempo raccolti i resti nelle apposite tombe scavate nella pietra (domus de janas).
Abbiamo invece numerose testimonianze, recenti e anche attuali, sull'uso di seppellire animali, in particolare cani, sia davanti all'uscio di abitazioni e all'ingresso di ovili, sia specialmente ai piedi di alberi da frutto pregiati, coltivati nel cortile di casa, come il limone, per renderli più fruttiferi. In verità, le testimonianze raccolte da me nei Campidani, oristanese e cagliaritano, non fanno mai riferimento al seppellimento di un cucciolo vivo, e specificano sempre che tale costume si pratica soltanto per gli alberi, in particolare agrumi, quando non danno frutto per cause non spiegabili razionalmente e che quindi si suppongono dovute a magia (malocchio).


IS PIPPIUS ARRUSTU
I BAMBINI ARROSTO

Sacrificare bambini alla divinità, per propiziarsene i favori, si dice che fosse usanza religiosa diffusa nelle comunità antiche nell'area del Mediterraneo e nell'Asia Minore, e in special modo tra i Fenici e i Sardi. C'è chi, come fa il Domenech (studioso "non scientifico" del costume isolano), ha ironizzato sul costume di arrostire i piccoli in appositi forni sacrificali (i cosiddetti Tophet), preferendo l'altro costume degli indigeni, di arrostire tra i sassi di focolari campestri agnelli, capretti e porchetti. Costume, quest'ultimo, che ancora persiste - fintantoché il processo di degradazione dell'ambiente, innescato dalla civiltà del petrolio e del nucleare, ci consentirà di tenere in vita, con noi, tali saporite bestiole sacrificali.
Cedo sull'argomento la parola al Domenech, il quale scrive:

"Si sa che Moloch aveva un gusto particolare per le vergini e i fanciulli arrostiti. Questo dio, per quanto propriamente ammonita (Ammoniti, seguaci del dio Ammon, rivale del dio degli Ebrei - ndr) aveva dei sosia da Cartagine fino alla Persia. In fatto di religione, possiamo osservare che gli uomini si copiano molto e che inventano ben poco.
Gli Ammoniti avevano due modi d'onorare e di placare questa mostruosa divinità. Essi l'onoravano "iniziando" ai suoi misteri i loro figli e figlie, facendoli cioè passare attraverso le fiamme dei grandi fuochi accesi davanti al suo idolo; ciò che il profeta Geremia chiama "initiare filios et filias Moloch" (…). Si placava questo dio barbaro, sacrificandogli in olocausto i fanciulli, che facevano bruciar vivi. Geremia lo dice chiaramente: "Ed essi hanno costruito in alto luogo a Baal, per bruciare col fuoco i loro figli e le figlie e farne olocausto… (…). Questa barbarie è scomunicata da Dio in questo modo: - Tu dirai ai figli di Israele: Chiunque dei figli d'Israele, o degli stranieri che vivono in Israele, darà dei figli a Moloch, sarà punito di morte, il popolo del paese lo lapiderà". (…).
Io credo che questo culto avrebbe avuto minor successo e meno seguaci se si fossero obbligati i padri e le madri a bruciarsi al posto dei figli, quando volevano sacrificare a Moloch. Questa innovazione sarebbe stata senza dubbio male accolta, soprattutto in una regione dove i fanciulli pullulavano.
Il passaggio del fuoco si faceva, secondo certi dotti che sanno ogni cosa, col far passare il fanciullo nello spazio dei due fuochi posti uno accanto all'altro. Secondo altri, non meno sapienti dei primi, il fanciullo veniva posto a sedere su una grata, appesa con due catene alla volta del tempio, poi lanciato attraverso le fiamme. Sarà stata questa grata, per caso, a dar l'idea dell'altalena? Una terza categoria di sapienti, ancora più dotta delle precedenti, sostiene che i fanciulli saltavano dalle braccia di un sacerdote in quelle di un altro sacerdote, passando attraverso le fiamme d'un fuoco acceso tra i due ministri del dio Moloch. L'ultima categoria di dotti che si sono occupati di queste quisquilie storiche assicura che non si conosce affatto come avvenisse questo passaggio del fuoco. Ed è anche la mia opinione.
Il modo di arrostire queste disgraziate creaturine è del pari controverso; ma poiché in Sardegna non li arrostiscono più nemmeno nei luoghi dove esistono ancora i fuochi di San Giovanni, lascio d'accennare alla controversia.
Eusebio, che ci ha fatto una descrizione minuziosa di Moloch dei Fenici, ci assicura che il fanciulla veniva seduto o coricato nelle mani aperte dell'idolo di bronzo riscaldato ininterrottamente; allorché il calore del metallo cominciava a far soffrire il povero fanciullo egli gridava e s'agitava finché uno dei suoi movimenti lo faceva cadere in un braciere ardente situato ai piedi della statua, nel quale il corpo si consumava istantaneamente.
Diverse copie piccole di quest'idolo descritto da Eusebio sono state scoperte in Sardegna; ciò fa pensare che il culto del Moloch fenicio sia stato in vigore fra i Sardi. Di questo orribile culto essi hanno conservato le iniziazioni al fuoco, senza dubbio alcuno sulla loro origine.
Al giungere della primavere s'accendono grandi fuochi sulle piazze e nei crocevia dei villaggi, e allorché la fiamma è maggiormente ampia, i fanciulli la saltano a piedi nudi, come ho veduto fare per San Giovanni in Catalogna e nel Mezzogiorno della Francia".
(Tratto da Emanuel Domenech - Pastori e banditi - Cap. IX Il passaggio sul fuoco e il modo di arrostire i fanciulli - 1867)


CONTRAMAZZINAS, PUNGAS e ITIFALLUS
AMULETI E TALISMANI

Si fa confusione talvolta tra i termini di amuleto e talismano, per la non univoca funzione di certi simboli, e anche perché con il mutare della società nei tempi si sono modificati i valori originari dei simboli.
L'amuleto indica qualunque elemento che possiede il potere di tenere lontano il male. Il talismano invece indica qualunque elemento che ha il potere di attrarre il bene. In altre parole, l'amuleto è un preservativo; mentre il talismano è un portafortuna.
Ci sono elementi, come le reliquie dei santi o i cornetti, che hanno doppia funzione: preservano dal male e dal malocchio e allo stesso tempo portano bene e salute.

Is contramazzinas, letteralmente "contro-magie", indicano in genere gli amuleti. Sono numerose e hanno il potere di allontanare ogni genere di maleficio dalle persone che le indossano. Sa contramazzina, l'amuleto, deve essere indossata a contatto di pelle, perché sia efficace, e non di rado il suo potere magico aumenta se viene applicato sul corpo della persona da proteggere dal fattucchiere che lo ha preparato. Vi sono contramazzinas specifiche per preservare il malocchio, come il fiocco verde o un pezzo di corno di cervo; o come is iscrittus, gli scritti, per preservare dall'incorrere nella giustizia o da una morte violenta; o come denti o altre reliquie di morti (meglio se santi) per preservare da certe malattie.
Tra gli amuleti più popolari, su froccu birdi, il fiocco verde, di seta, cotone o lana, legato intorno al polso dei bambini e al collo delle fanciulle, alle zampe o al collo degli animali da cortile, e perfino applicato ai mobili della "camera bella", la stanza dove si ricevono gli ospiti; su pinnadeddu, un dischetto forato ottenuto sezionando un corno di cervo, debitamente fatato da un fattucchiere mediante brebus, parole rituali, recitati in una notte di plenilunio; diverse pietre dure e corallo, appesi al collo o al polso (talvolta veri e propri oggetti di gioielleria, elaborati in filigrana d'oro e d'argento); is buttonis, i bottoni, tipici dell'antico abbigliamento dei Sardi, in filigrana d'oro o d'argento, consistono in una sferetta che ha un gancetto per essere fermato con il filo alla stoffa, e dalla parte opposta una protuberanza (talvolta una granata o altra pietra dura), configurando chiaramente una mammella con capezzolo eretto.

Is buttonis del costume sardo si applicano di solito in coppia (simili ai gemelli) nel colletto e nei polsini della camicia. Simbolo della maternità, hanno valore talismanico, portatori di fertilità e benessere. Su buttoni, portato singolarmente come pendente, specie se appeso a nastro verde, è un amuleto particolarmente efficace contro il malocchio e alcune fatture.

Is pungas, i talismani, è vocabolo che i Campidanesi hanno ripreso dai Logudoresi. Indicano qualunque elemento che porta fortuna, salute, benessere.
Is pungas più diffuse sono is iscrittus, che consistono in un pezzo di pergamena o di carta o di stoffa su cui sono scritte parole magiche o immagini o simboli sacri, racchiuso in un sacchetto di pelle o di panno, da appendersi al collo e da tenere a contatto di pelle.
Questo talismano viene sempre più sostituito da quelli messi in commercio dalla Chiesa, detti volgarmente is iscapularius, gli scapolari (dall'uso di portarli doppi, a bisaccia, uno davanti sul petto e l'altro dietro, tra le scapole), che si dice contengono immagini di santi con preghierine scritte o reliquie di santi martirizzati dai pagani.
La funzione di is iscrittus, come quella degli scapolari cattolici, è principalmente quella talismanica "di portar bene", ma preservano anche dal maligno, dagli influssi negativi.
In passato - come in altri popoli del Mediterraneo - un talismano comune consisteva nella rappresentazione, in miniatura, del sesso, maschile o femminile, o ambedue uniti come nella manufica (di cui si parla in altra parte di questo capitolo). Il sesso, simbolo di fertilità e di benessere, nelle due diverse rappresentazioni, era considerato il talismano per antonomasia.

S'itifallu, termine comune all'italiano antico, deriva dal latino ithyphallus, a sua volta ripreso dal greco euthys, eretto, e phallos, pene, indica un talismano diffusissimo nell'antichità, raffigurante un fallo in erezione, in osso o corallo o pietra o anche in metallo prezioso, che veniva portato come ciondolo alla vita, al collo o al polso.
Scrive il Battaglia, nel suo dizionario:
 
"Itifallo, simulacro del fallo in erezione, simbolo della fecondità, che veniva portato in processione durante le feste in onore di Dionìsio, dette fallophorie. Anche le cerimonie, i canti e le danze che accompagnavano questa processione."

Itifalli erano pure detti gli uomini che nei baccanali si mascheravano da fauni e satiri, recando un fallo appeso alla cintola; così pure venivano chiamati i pani di forma cilindrica, preparati in occasione delle feste in onore di Dionìsio, il cui ricordo dura nelle forme che si danno ancora oggi a certi pani, detti "bastoni", e nelle "offelle", pasticcini usati dagli auguri nell'antica Roma - gli stessi che si gettavano in pasto a Cerbero per placarlo.
Infine, D'Alberti scrive:

"Itifallo, sorta di amuleto che gli antichi portavano appeso al collo come preservativo delle malattie e degli altrui cattivi disegni".

Per D'Alberti, amuleto e non talismano. E' probabile che usi il termine antichi riferendosi a gente vissuta qualche generazione prima della sua, e non invece ai popoli dell'antichità, di religione pagana - i quali, come si è visto, davano a questo simbolo esclusivamente valore talismanico.


IS INGESTUS
I GESTI

In una società come la nostra, che si definisce razionale e scientifica, si dovrebbe supporre che amuleti e talismani, scongiuri e gesti scaramantici siano ormai soltanto un ricordo di tempi lontani e bui - sono invece ancora diffusi, e attualmente in rialzo. E' la prova che "scientificità" e "razionalità" sono soltanto la facciata di un edificio, nel cui interno l'uomo vive il dramma dell'insicurezza e della paura.
Non interessa in questo lavoro il dato statistico. Ciascuno di noi può facilmente rendersi conto di quanto frequente sia nella gente il ricorso alla preghiera, allo scongiuro, al gesto scaramantico - compiuti spesso nascostamente o in modo apparentemente scherzoso.
Quando si vede qualcosa che "porta male", gatto nero o specchio rotto o carrozza mortuaria o sale versato; quando si pronuncia una parola che evoca pensieri di dolore e di angoscia, come morte o galera o fame; quando si crede che qualcuno parli male di noi o si sospetta che vi sia invidia da parte di qualcuno nei nostri confronti; quando si vuole scongiurare una iettatura, anche soltanto invocata, si ricorre allo scongiuro o al gesto scaramantico o a tutti e due insieme.
Agli scongiuri, ai gesti scaramantici, si aggiungono le preghiere, le invocazioni, i gesti propiziatori, che portano fortuna, che si fanno quando ci si accinge a compiere un'opera significativa, come fare il pane, seminare la terra, potare la vigna, o più modernamente quando ci si siede al tavolo da gioco, ci si cimenta in una gara sportiva o si affronta un esame.
In questa miriade di gesti, scaramantici o propiziatori, il più ricorrente sembra essere quello di farsi il segno della croce - buono per ogni uso. Fare il segno della croce è diventato gesto tanto comune e frequente che accade di vederlo compiere al vecchietto che attraversa la strada, al bambino che ruba la marmellata, alla donna che riceve una confidenza dalla comare, allo studente che viene chiamato all'interrogazione, al distratto che non trova le chiavi di casa, alla fanciulla che ha fatto un brutto sogno, al rapinatore che entra in banca, e nelle più svariate circostanze: quando su strada si supera un'altra auto, quando arriva la la bolletta della luce o della SIP, quando si riunisce il governo per provvedimenti economici, quando si vede un poliziotto… Diciamo la verità: quante volte facciamo la croce o le corna o le fiche, quante volte tocchiamo ferro o le palle, quando suona il campanello di casa perché può essere una comunicazione giudiziaria?

Nota. Il gesto tipico sacerdotale del levare sulla gente la mano (composta con il mignolo e l'anulare chiusi, e il medio, l'indice e il pollice aperti e divaricati), in segno di benedizione o propiziazione, è un gesto che può essere compiuto anche con opposta intenzione. Con lo stesso gesto si può benedire o maledire - in virtù del principio della ambivalenza delle forze della natura, per cui è difficile all'uomo stabilire i confini tra il bene e il male. La storica rivolta anticlericale di Cabras del 1945 mosse da un equivoco gesto della mano compiuto dal vescovo di Oristano sui fedeli: interpretato da questi come un tentativo di dare la maledizione, per attriti sorti tra il parroco e la comunità, si mossero in massa per fermarlo. Il vescovo rischiò il linciaggio.
(Vedasi dell'autore Tempo presente - Cronache di lotte popolari - N. 2 febbraio 1963; e"La rivolta dei pescatori di Cabras" - Marsilio Editori - 1973).


SU FAI IS FICAS
IL FAR LE FICHE

Tra i gesti scaramantici più comuni, specie tra le donne e i fanciulli, è quello detto di fai is ficas, fare le fiche. Consiste nell'allungare il pugno chiuso, mettendo il pollice tra l'indice e il medio.
Tale gesto esprime viva ripugnanza verso persona, animale o cosa, o anche verso parole o supposti pensieri, ha valore scaramantico o di scongiuro, nel senso di allontanare un pericolo o di esorcizzare il maligno evitando i suoi influssi; ha anche, ma più raramente, significato propiziatorio, di buon augurio (equivalente al gesto degli Yankees nel congiungere il pollice e l'indice descrivendo la O dell'okay).
Rispetto ai significati originari del "far le fiche", di carattere positivo, con il passare del tempo, per influssi cristiani, prevalgono i significati negativi. Il gesto, certamente antichissimo, e noto anche agli antichi Romani, è di origine orientale, da cui provenivano talismani di varia fattura, per lo più sotto forma di ciondolo, raffigurante la manufica (una manina di materia anche preziosa, nel gesto appunto di un pugno chiuso con il pollice sporgente tra l'indice e il medio). Dove non è difficile vedere nel pollice il simbolo del fallo, e nelle due dita che lo stringono il simbolo della fica.
Tale gesto, rappresentante l'organo sessuale maschile e femminile nell'atto di congiungersi, non aveva in periodo pre-cristiano alcunché di osceno, ma semplicemente valore talismanico, propiziatorio: costituiva un augurio di fecondità, abbondanza, benessere. Soltanto in tempi storici recenti, dal Medioevo in poi, la manufica o il gesto di fare le fiche diventano di valore scaramantico, dispregiativo: con la funzione di esorcizzare qualcuno o qualcosa di nemico, di disgustoso, di osceno. Con quest'ultimo significato il gesto di far le fiche si è conservato fino a oggi non solo in Sardegna ma anche in Toscana.


IS CORRUS DE BOI
LE CORNA DI BUE

Le corna in genere portano fortuna e insieme preservano dagli influssi maligni. Ricchi di particolari proprietà magiche protettive e beneauguranti sono le corna di bue e di cervo, utilizzate intere o tagliate a rondelle o in frammenti. Privilegiata è la parte finale, la punta che attira su di sé il malocchio evitandolo alla persona che lo indossa. I bucrani, crani di bue forniti da ampie corna, hanno la funzione di segnalare un tabù (una sorta di off-limits) proteggendo meglio del cavalli di frisia ovili, frutteti e seminati. Il bucranio fa sovente bella mostra di sé all'ingresso di chiusi, dove si tengono animali da allevamento, ai margini dei campi coltivati, situato in cima a un palo o tra i rami di un albero. Tengono lontani gli spiriti malvagi, che portano pesti e morie, ladri e danneggiatori del bestiame e delle colture, abigei, volpi, passeri e altre rogne. La difesa del gregge e delle colture, per altro, non è affidata soltanto alle corna e alle doppiette, ma a mexinas consistenti in cerimonie magiche.
La diffusione di corna e cornetti è aumentata in sostituzione degli itifalli, falli eretti, ritenuti osceni e vietati dalla Chiesa. Con l'avvento del Cristianesimo al potere, e particolare con Costanzo II che perseguitò ferocemente riti, usi e costumi del paganesimo, l'industria di fabbricazione di amuleti e talismani, e quindi la pratica di ornarsene, andò quasi scomparendo. Nel Concilio di Costantinopoli del 692 si comminava la scomunica per sei anni a chi fosse stato sorpreso a fabbricare, vendere o indossare amuleti. Una condanna assai più dura della reclusione, dato che allora la scomunica comportava la perdita di ogni diritto civile, compresa la patria potestà, talché lo scomunicato veniva isolato dalla comunità come un appestato e poteva essere per chiunque oggetto di ludibrio.
Le insormontabili difficoltà, per il Cristianesimo al potere, di sradicare nel popolo usi e costumi pagani (sbrigativamente definiti "superstizioni") finirono per convincere i padri della Chiesa a sostituire vecchi amuleti e talismani con altri nuovi o anche più semplicemente battezzando i vecchi, dando cioè loro significati diversi, creando una miriade di ibridi, sovrapponendo simboli cristiani ai simboli pagani.
Gli Illuministi e in particolare Voltaire, hanno criticato gli elementi superstiziosi di cui vive e prospera la chiesa cattolica. Certo è che per tutto il Medioevo fino ai nostri tempi prospera il commercio ed è diffusissimo l'uso di "cose sacre" come amuleti e talismani. Dai frammenti di legno della "vera croce", fino ai bruscoli di terra del "vero sepolcro", con i quali, messi insieme, si sarebbe potuto costruire un grattacielo con relativa mobilia, fino agli scapolari contenenti reliquie di santi cadaveri, con un discutibile gusto del macabro - per non parlare delle "immaginette" con relativi brebus da recitare per esorcizzare il maligno e ottenere indulgenze.
Usi e costumi pagani gettati via dalla finestra sono tranquillamente rientrati dalla porta. La pratica di usare amuleti e talismani per scongiurare i pericoli, per difendersi dagli influssi demoniaci del giudice, del poliziotto, dell'esattore delle tasse, e per propiziarsi pace e benessere, non è meno diffusa oggi che ai tempi della dominazione cartaginese o romana.


IS CUMBESSIAS E SU STERRIMENTU
I RICOVERI SACRI E LO STERNERE TERAPEUTICO

Cumbessia è vocabolo sardo-logudorese indicante un riparo rustico, di uso rurale, in aperta campagna. Così pure sono detti cumbessias i ricoveri sacri edificati all'interno del recinto di chiese campestri, dove si svolgono cerimonie civili e religiose. Is cumbessias (talvolta costruzioni in muratura, tal'altra rudimentali tettoie su pali - sempre sistemate a schiera) servono da riparo ai fedeli per tutto il periodo delle feste in cui si celebra il santo (dai tre, ai nove giorni). Tali feste, di frequenza annuale, danno luogo a raduni popolari, dove comunità diverse si incontrano, si confrontano e si arricchiscono con interscambi economici, tecnologici, culturali, e nel contempo partecipano alle manifestazioni religiose, in cui si innestano antichissimi riti magici, legati al culto della Terra.
In un successivo volume, descriverò alcune delle più celebrate feste campestri, che si tengono nell'isola: sagre che costituiscono vere e proprie assemblee nazionali, con forme di rappresentanza "non elettiva" e "non elitaria", ma volontaria e senza limiti di numero, da parte di tutte le comunità che vogliono parteciparvi. In questo paragrafo esaminerò, senza inutili approfondimenti specialistici, su sterrimentu, (dal latino sternere, adagiarsi sulla terra nuda), un rito terapeutico, individuale o collettivo, legato al culto di alcuni santi.
Is cumbessias, ossia i ripari annessi alle chiese di campagna, secondo alcuni studiosi sarebbero il luogo dove ancora oggi viene praticata l'incubatio (in sardo su sterrimentu), espressione di antichi culti della terra, per propiziarsi le sue misteriose e potenti forze.
L'incubatio ( su sterrimentu ), in italiano lo sternere, o più semplicemente lo sdraiarsi per terra) consiste in un rituale contatto con la Terra, per fini divinatori (mediante il sogno), propiziatori (mediante un rimettersi alla volontà delle forze della Natura), e terapeutici, (mediante il contatto di tutto il corpo con la Grande Madre Guaritrice).
Si ha l'impressione che, da parte degli studiosi di etnologia coloniale, ci sia una forzatura nel voler attribuire significati magico-religiosi e vedere tracce di arcaici riti ctonici in un atto come quello di sdraiarsi (per terra quando non c'è altro) per ritemprarsi dalla fatica o per dormire il sonno dei giusti.
Credo che si possa fare riferimento ad antichi riti di culti ctonici, limitando l'esame ad alcuni casi di incubatio o sterrimentu, eseguiti con intenti chiaramente propiziatori e terapeutici.
Appare anche forzata la definizione che certi studiosi danno delle cumbessias, come "luogo elettivo per la pratica della incubatio", per il semplice fatto che la gente vi si corica dentro in occasione delle feste. Is cumbessias sono principalmente ripari, tettoie, dove i fedeli possono soddisfare necessità fisiologiche, come quella di stendersi e dormire, o ripararsi dalle intemperie, indipendentemente dai significati che si vogliono loro appiccicare. Oppure dovremmo allargare l'attribuzione del rito della incubatio a tutti i popoli del mondo che ancora oggi, non possedendo un letto, dormono per terra.
Su sterrimentu, l'atto dello sternere, l'incubatio propiziatoria e terapeutica, è attualmente praticato nei culti cattolici. Ho un personale ricordo di incubatio, cui fui sottoposto da bambino, in una nicchia della cella del venerabile santo Fra' Ignazio da Làconi, nel santuario a lui dedicato, in Cagliari. I miei genitori mi ci portarono nella speranza di ottenere la guarigione di un male che, mi aveva colpito in tenera età. Mi distesero sul pavimento della nicchia, nella cella del Santo frate miracoloso, recitando non so quali preghiere e invocazioni. E non ero il solo, quel giorno. Vi si affollava, in attesa del proprio turno, gran numero di pellegrini di ogni età, giunti da ogni parte dell'isola, per fare su sterrimentu, sdraiandosi o facendosi sdraiare in quel sacro ruolo, al fine di ottenere chissà quale grazia.
Un altro singolare rito terapeutico, proprio dell'Oristanese ma in via di estinzione, che è correlato alla incubatio, al magico contatto corporeo con la terra, è quello detto s'imbrusciadura (che ho scoperto a Cabras nel 1960 e descritto più volte). S'imbrusciadura consiste nell'atto di adagiarsi per terra avvoltolandosi (come usano fare certi animali, cavalli e cani in specie, per cause a noi ignote). E' un atto rituale terapeutico che compie chi ha preso azzicchidu, spavento, esattamente nel luogo dove si è azziccau, spaventato. Il trauma di cui si è portatori si scarica così sulla terra. Sempre a Cabras, in occasione della processione e delle solenni cerimonie del Corpus Domini, ho avuto occasione di assistere al rito collettivo di s'imbrusciadura, che si compie sul pavimento di una delle cappelle dopo la benedizione con il Santissimo.
Di rilevante valore magico-propiziatorio sono infine alcune usanze relative alla nascita e alla morte, legate all'antico culto della Terra, simboleggiata dalla Dea Madre. Il nascere e il morire, i due momenti più significativi e più misteriosi della vita, "dovevano" essere compiuti per terra, affinché si svolgessero "bene". Fino a tempi recenti, nei nostri villaggi, la donna gravida, al momento di partorire, veniva adagiata sopra una stuoia per terra, davanti al camino, nel convincimento che ciò avrebbe facilitato la nascita. Così pure l'usanza di deporre il moribondo sul pavimento, al fine di facilitarne il trapasso, di favorirne il reintegramento nel magico grembo della Dea Madre, da cui tutto ha origine.
L'incubatio, su sterrimentu, ovvero il distendersi in luoghi sacri è, fra i riti ripresi dal paganesimo, l'atto che più frequentemente si compie nelle cerimonie religiose cattoliche. Vi rientrano il prosternarsi del sacerdote per baciare o toccare con le palme delle mani il pavimento degli altari e l'inginocchiarsi e talvolta il prostrarsi dei fedeli nel tempio in alcuni momenti cerimoniali di particolare significato.
Sta di fatto che all'interno di chiese o di sacri recinti vi sono appositi luoghi riservati all'incubatio. E non di rado, nel caso della Sardegna, tali chiese, tali recinti e tali luoghi (oggi dedicati a santi e madonne) erano anticamente dedicati al culto di divinità pagane. Si tratta di disinvolte operazioni di plagio: chiese riedificate su templi pagani; simulacri di divinità ctoniche ribattezzate con nomi cristiani; cripte e loculi o aree sacre in cui si svolgevano sterrimentus, invocando divinità pagane, vedono oggi uguali sterrimentus, individuali o collettivi, con invocazioni rivolte a divinità cattoliche.
Ho citato la cella del santo Fra' Ignazio da Làconi. Ancor più famosa in Sardegna, è la cripta di San Giorgio, in Suèlli, paese della Marmilla: un santo diventato famoso per le guarigioni che concede a chi pratica l'incubatio. Meno famosa comunque della cripta della Madonna di Lourdes - che ci fornisce un esempio di pratica della incubatio (nonché di altri riti magici terapeutici) su scala industriale e a livello mondiale.
Io credo che il permanere di questa usanza (al di là di ogni speculazione e mercificazione che può farne la Chiesa) dimostri il necessario legame tra l'uomo e la terra, l'insopprimibile esigenza di ogni creatura vivente al contatto fisico, a un rapporto di dipendenza, con la terra - con l'elemento di cui siamo parte ed espressione, da cui siamo nati e a cui torneremo. L'andare scalzi, lo sdraiarsi in un prato o su una spiaggia si dice che "scarica le tensioni". Il contatto corporeo con la terra rappresenta qualcosa di più del liberarsi dell'eccesso di carica bioelettrica. E' un bisogno fisiologico, cui non riesce a sottrarsi neppure l'uomo moderno - il presuntuoso creatore dei computers e della bomba H. Un elementare bisogno che rientra nella sua più vasta e più profonda esigenza di ritrovare un rapporto armonico e sano con la natura.


COSTUMANZE VARIE NELL' ANGIUS

Padre Vittorio Angius (Cagliari 1797 - Torino 1862), autore di numerosi scritti storici, archeologici, geografici e folcloristici, è noto specialmente per aver curato la parte relativa alla Sardegna nel Dizionario geografico storico statistico commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna, pubblicato nel 1853 a Torino, a cura del Casalis.
L'Angius, studioso e conoscitore di cose sarde, dotato di capacità enciclopediche, ha lasciato nel campo del costume religioso interessanti notizie, che qui, a chiusura di capitolo, vengono riportate in parte - precisamente quelle notizie che hanno un riscontro con la realtà attuale, cui se ne possono collegare altre, ignorate o non descritte dallo stesso Angius.
Culto del fuoco. Usanza di accendere falò per la festa di Sant'Antonio del Fuoco e di San Giovanni l'Apostolo. In alcuni paesi il falò consiste nel dar fuoco a un mucchio di erbe aromatiche, in particolare rosmarino, lavanda e timo selvatici. In altri si brucia un gran mucchio di legna di monte che può impiegare più giorni a consumarsi. In altri ancora, il centro del falò è costituito da una quercia secolare cava, detta tuva.
Culto del bosco. Si ha notizia di boschi considerati sacri dalle comunità di quei luoghi - boschi dove il taglio della legna è tabù: "Un'orrenda vendetta (la divinità) si sarebbe presa da chi li avesse violati". Nel caso del bosco sacro di Villanovaforru (oggi Collinas), la divinità propiziatrice che vi dimorava era Nostra Signora, la Tanit della mitologia cristiana.
Veglia sacra. In alcuni paesi dell'Oristanese è fatto obbligo ai maschi della comunità di vegliare nella chiesa durante tutta la notte dei giovedì santo in un singolare ruolo di vestali, per tenere acceso il fuoco sacro costituito dalle candele che ardono attorno al sepolcro di Cristo. I resti non combusti dei lumi (cera e olio), in quanto sacri, si ritiene che abbiano poteri magici, e vengono conservati e usati da fattucchieri e guaritori. Altra veglia rituale è quella che separatamente uomini e donne fanno a Orune e in altri paesi del Nuorese in occasione della Festa dei Morti: i primi si riuniscono nella bettola, dalla mezzanotte all'alba, quando i morti ritornano, quasi a lasciare il paese per una notte in affidamento alle Anime; le donne invece fanno la veglia in casa, intorno a sas mesiccheddas, ai bassi tavoli forati, che contengono sas cheras, i ceri, di misura diversa, ciascuna simboleggiante l'anima di un defunto.
Grotte sacre. Ritenute abitate da divinità o animas o oracoli capaci di divinare passato e futuro; usate specialmente per avere responsi in relazione a furti di bestiame, a smarrimento di oggetti preziosi, a fatti di sangue e vendette, a questioni amorose.
Corpus Domini. Si enumerano diversi riti magici legati alla cerimonia della processione del Corpus Domini. Nella casa dove vi sia stato di recente un morto, poco prima del passaggio della processione, la famiglia appronta un rudimento di catafalco con un tavolo su cui bruciano lumi mortuari, piangendo e attitendi, lamentando, il morto, mentre dalla porta aperta sulla strada si vede passare il sacerdote con il Santissimo. Si ritiene che tale cerimonia faciliti all'anima del defunto l'ingresso in Paradiso, e se si tratta di un ucciso favorisce ai parenti la doverosa vendetta contro l'uccisore. Altrove, come nell'Oristanese, nella stessa occasione, si compie il rito collettivo di s'imbrusciadura, un terapeutico avvoltolarsi per terra per liberarsi dagli spaventi, compiuto sul pavimento di una cappella, appena dopo il passaggio del Santissimo. Presso altre comunità si crede che colui il quale voglia aver notizie sulla morte propria o di altri, deve lasciare per diverse volte la processione, precedendola per vie traverse, e alla nona volta, all'apparire del Santissimo dovrebbe insieme apparirgli l'anima o le anime (compresa la propria) di coloro che moriranno entro l'anno. Altrove, invece, adempiuto tale faticoso compito, ha la possibilità di vedere le anime dei morti, le quali - si dice - seguono a schiera insieme ai vivi il Santissimo nel Corpus Domini. A me viene riferito, in paesi dell'Oristanese, che soltanto un'anima pura, per lo più di fanciullo, può acquistare la virtù magica di vedere i morti, in occasione di questa cerimonia.
Culto di San Giovanni. Nonostante tutto il tempo che hanno a disposizione per evitare gli strafalcioni, non pochi studiosi del folclore religioso fanno confusione tra Giovanni l'Apostolo (l'Adone della mitologia cristiana) e Giovanni Battista, l'eremita fatto decollare da Erode Antipa per compiacere la perfida Erodìade madre della concupita Salomè. Al primo Giovanni si riferiscono numerosi riti ripresi dal culto di Adone nel paganesimo, come su Sant' ''Uanni de Floris, il comparatico dei fiori, talvolta correlato a su nenniri, l'erma (con o senza pupattola), consistente in germogli di grano in una ciotola germinato all'oscuro (e che, in alcuni paesi, viene benedetto in chiesa e quindi sparso in campagna per propiziarsi un buon raccolto). Al secondo Giovanni, il battezzatore decollato, sono legati i riti e le cerimonie magici, specialmente a scopo terapeutico, propri nel paganesimo del culto riservato alle divinità delle acque. L'usanza (che riporto altrove) di immergere nell'acqua un cranio umano per propiziare la pioggia, presenta affinità con l'uso magico dei decollati (teste di santi "martirizzati" o di criminali "giustiziati": il popolo non fa distinzioni morali nel taglio delle teste). Allo stesso santo "battezzatore" sono legate diverse pratiche magiche, di tipo terapeutico o liberatorio, quale quello della immersione collettiva in un corso d'acqua, che si effettuava presso alcune comunità alla mezzanotte della vigilia della festa del santo. Mi viene confidato, da alcune guaritrici, che nei riti terapeutici dove s'aqua abrebada, l'acqua miracolosa, costituisce la sostanza medicamentosa di base, è d'uso invocare Giovanni il santo battezzatore. Tornando all'altro Giovanni, all'apostolo ed evangelista, durante la notte della vigilia del giorno a lui dedicato, in diverse comunità dei Campidani è usanza lasciare all'aperto, nel cortile di casa, una bacinella d'acqua su cui si spargono petali di fiori e foglie di erbe aromatiche, per usare la mattina dopo quest'acqua magica per lavarsi il viso. Usanza propria delle fanciulle che ritengono così di ottenere un viso dalla pelle morbida vellutata - insomma, senza quei brufoletti dai quali la stregoneria moderna, con i suoi unguenti, ricava miliardi.
Culto delle anime decollate. Le reliquie dei corpi dei giustiziati, così come le particelle di strumenti usati per il supplizio (quand'era in uso giustiziare pubblicamente), erano considerate potenti amuleti contro numerosi malanni e formidabili talismani capaci di rendere la vita meno difficile. Ciondoli raffiguranti forche e impiccati sono ancora oggi comunemente usati come portafortuna. E' noto che presso tutti i popoli di cultura occidentale, la corda usata per le impiccagioni costituisce un ambito talismano. Più singolare è il culto, diffuso in alcune regioni dell'Isola, prevalentemente nell'Oristanese, delle anime decollate, con l'aiuto delle quali venivano eseguite pratiche magiche. Tali pratiche, da taluno definite "nefande", di magia nera, avevano particolare efficacia se eseguite nello stesso luogo in cui si era svolta l'esecuzione - sotto la forca, o ai piedi dei pali su cui venivano appese le teste recise dei suppliziati. Trattandosi di anime "criminali" non è difficile intuire quali scopi si prefiggessero gli officianti tali riti: il buon andamento di una rapina, di un furto di bestiame, di una vendetta.
Usanza dell'eutanasia. Abbiamo visto, in altra parte di questo lavoro, come nell'Isola fosse praticata sia l'eutanasia eugenica (l'eliminazione del neonato che presentasse vistose e gravi malformazioni fisiche) che l'eutanasia agonica (la facilitazione del trapasso ai moribondi per evitare una lunga e dolorosa agonia). La testimonianza di padre Angius arricchisce la conoscenza di quest'ultima pratica con la descrizione che segue. "In qualche luogo della Diocesi cagliaritana non sono totalmente perdute certe superstizioni - che una inumana pietà non sa stimare empie - volte ad abbreviare le agonie di un infelice. Levansi via via dalla stanza croci e simulacri e immagini e viene egli spogliato, quando abbiane, degli scapolari sacri di qualche ordine religioso e delle scatolette che abbiano qualche reliquia. Tanto perché? Perché si crede che esse valgano ad impedir l'anima nella partenza e prolungare le sue sofferenze. Ove poi in breve non estinguasi il loro carissimo, si giunge al rimedio che stimano, per efficacia, supremo: sottopongono e adattano alla di lui cervice il giogo di un aratro o di un carro". In altre parole, esauriti i tentativi di ordine magico-religioso (privando il moribondo di ogni sostegno vitale di natura trascendentale), per facilitarne il trapasso, entra in scena s'acabadori o s'acabadora, colui o colei che nella comunità aveva il compito istituzionale di praticare l'eutanasia agonica.


CAPITOLO DECIMO
DALLA STRIGE ALLA STREGA


SA STRIA
LA STREGA

Il termine sardo stria deriva dal latino strix-strigis (greco: strix-strigos) e indica il barbagianni, uccello rapace notturno, cui si dà l'appellativo di allocco. Appartiene alla famiglia dei gufi - divoratori di dannosi roditori ma anche di utili uccelletti, per cui a conti fatti (fatti dall'uomo, si intende), costituiscono più un danno che un beneficio per l'agricoltura e, in senso più ampio, per l'ecologia.
L'antipatia popolare per sa stria o barbagianni non ha però motivazioni utilitaristiche bensì magiche, attribuendo a quel volatile terribili poteri ammalianti, influssi demoniaci e, inoltre, di essere sinistra annunciatrice di morte.
Per la verità, gli attributi demoniaci dati alla strige, nella religione e nella medicina popolare in Sardegna, hanno radici straniere antichissime. I maghi persiani asserivano che succhiasse il sangue ai bambini dormienti, e che il suo cuore posto sul seno di una vergine portasse questa a svelare i propri più intimi pensieri (una sorta di magico siero della verità, specifico per conoscere le voglie libidinose prematrimoniali). Ma furono i Romani principalmente che nell'antichità contribuirono a creare intorno alla strige la fama di uccello funesto, con una sequela di leggende - per altro propalate dal meglio della cultura ufficiale di allora, da Plìnio a Ovidio, da Virgilio a Cicerone a Plàuto.
Per i Romani, la strige è l'incarnazione di tutti i demoni. Queste, alcune delle definizioni che le danno i classici: "E' un mostro notturno che non canta ma piange"; "vista passare sia di giorno che di notte, porta il malaugurio"; "vista di notte in campagna, massime in un bosco, atterrisce anche l'uomo più coraggioso"; "si posa nottetempo sulle culle dei bimbi, per suggere il loro sangue"; "usa avvelenare gli stessi bimbi dando loro da succhiare le sue venefiche poppe"; "ha il potere magico di trasformarsi in una femmina schifosa" (e siamo alla metamorfosi demoniaca che consentirà di criminalizzare la donna "diversa" come "strega"); "ha una origine umana oscura, probabilmente nata da un connubio bestiale"; "può trasformarsi in qualunque animale immondo"; "si ciba di cadaveri che spolpa con il suo acuminato becco"; "la sua apparizione è funesta non soltanto per chi la vede ma per l'intera comunità".
Fin qui i civilissimi Romani, i quali hanno espresso sulla strige molti più concetti di quanto io non ne abbia qui riportati. Va aggiunto che su cucumeu, la civetta, (che per i Sardi, come sa zonca, il gufo, e tutti gli uccelli strigiformi, è considerato di malaugurio) per i Romani era sacro alla dea Minerva, ed effigiato con la dea costituiva l'emblema della città di Atene.
Nella cultura dei Sardi, sa stria, il barbagianni, non ha tutti gli attributi malefici che come abbiamo visto i Romani le affibbiavano. Le restano principalmente gli attributi di essere di malaugurio e di provocare gravi malanni, definibili nel termine striadura, che indica appunto gli effetti sul corpo umano degli influssi malefici della stria o strige. Non mi risulta invece che allo stesso volatile si attribuisca ematofagia, di succhiare cioè sangue umano o di trasformarsi in megera - anche se risulta che alcuni studiosi riferiscono credenze di quel genere, manipolando testimonianze per amore di classicità coloniale, ovvero di voler vedere a tutti i costi reminiscenze greco-romane in tutto ciò che è sardo. Essi, mi pare, fanno confusione tra sa stria, il barbagianni, (che non ha in sardo il significato di strega) con altre figure demoniache mitiche, promiscue come le surbiles, sorta di vampiresse, o decisamente femminili come certe fadas e marias malefiche, che incombono sulle creature innocenti durante il loro sonno notturno.


SA STRIADURA
IL MORBO DELLA STRIGE

Sa stria, la strige sarda, è nota nella medicina popolare principalmente come la causa di quel complesso e misterioso male (più o meno grave e con differenti sintomi) che prende il nome di striadura (che letteralmente si traduce con strigiatura). Striau (che non è traducibile con "stregato", perché in sardo diremmo affatturau o fadau) è colui che ha subito gli effetti malefici della stria, che si è preso una striadura, il morbo della strige. Che - come si diceva - è una vera e propria malattia, con sintomi diversi, così che si può dire che dà luogo a disturbi diversi.
Nella striadura, nel male della strige, vengono compresi i seguenti stati patologici, elencati dal più lieve al più grave: 1) azzicchidu o spavento lieve; 2) spreu o assustru, spavento grave; 3) anemia, caratterizzata da pallore; 4) esaurimento, caratterizzato da mancanza di tono muscolare, svogliatezza, depressione (sintomi tipici anche dal malocchio o di certe fatture); 5) rattrappimento degli arti; 6) l'itterizia; 7) il favismo.
Contro possibili striaduras vi sono mexinas, medicine, di carattere preventivo, giusto il detto mellus a timi' che a provai, meglio temere che provare. Ben più numerose sono invece is mexinas di carattere curativo - specie contro l'ittero, che sembra essere il male più comune della striadura.


MEXINAS DE SA STRIA
TERAPIE DELLA STRIGE

Le terapie preventive variano da paese a paese. Ne cito alcune tra le più note.
Farsi il segno della croce, vedendola o sentendo il suo canto; dormire su un fianco; tenere incrociate nel sonno le gambe o le braccia; dormire in senso trasversale rispetto alla travatura del letto; tenere rovesciato, coi piedi in su, su trebini, il trespolo, del camino; portare apposito scapolare contenente reliquie o immagine di Santa Anastasia; tenere accanto alla porta di casa una falce con la punta rivolta verso l'alto; indossare amuleti con scrittus specifici; recitare al tramonto speciali brebus, scongiuri.
Uno scongiuro in voga nel Campidano di Oristano, a Marrubiu, che va pronunciato quando si vede passare l'infausto uccello, è il seguente:
"Istria istria / chi passas sa bia / chi passas su mari / aundi est binu / aundi est cabi / e ddus ous tundus / chi hant fattu is puddus…" (Strige strige / che passi per la via / che passi per il mare / dove c'è vino / dove c'è cavoli / e due uova rotonde / che han fatto i pulcini…)
Altro scongiuro registrato nel Campidano:
"Istria istria / malaitta sias / malaitta de Deus / no tocchis sanguni allenu / finzas a contai / arena de tres maris / e perdas de tres montis…" (Strige strige / che tu sia maledetta / maledetta da Dio / non toccare sangue altrui / prima di aver contato / sabbia di tre mari / e sassi di tre monti…)
Is mexinas de sa stria, le medicine contro i mali causati dalla strige sono numerose, ma quasi tutte rivolte a combattere il pallore e la spossatezza - ritenuti gravi, in quanto "tipici" della morte. Tali mexinas vanno preparate e assunte con estrema cautela e attenzione, e come per certi prodotti chemioterapici moderni "sotto il diretto controllo della guaritrice". Vediamone qualcuna.
Fai sa cruxi de sa stria, far la croce della strige, con una piuma dello stesso uccello, sul capo del paziente istriau; bere in acqua o nel caffè particelle di piuma di strige e di filo di lino, ambedue bianchi, bruciati; bere uno specifico decotto contenente particelle di cera benedetta in chiesa e di unghie e capelli dello stesso malato; s'affumentu de sa stria, il suffumigio della strige, che si fa mettendo delle braci nel concavo di una tegola e bruciandovi sostanze benedette (cera, incenso, palma, rosmarino) e piuma di strige, facendone aspirare il fumo al malato, mentre si recitano appositi brebus, versetti magici - da qualche parte è d'obbligo l'uso di una tegola presa dal tetto su cui volò o si posò la strige; stessa terapia della precedente, dove alla fine del rito il paziente salta per tre volte la tegola fumigante; fare indossare al paziente una camicia fatta bollire nella liscivia, metterlo a letto, coprirlo abbondantemente affinché sudi, fino a inzuppare la camicia di umore giallo (la sostanza della striadura), far la sauna, con i vapori di una bacinella d'acqua bollente, in cui sono state immerse erbe medicamentose; la radice del lampazzu (romice), assunta sia in decotto, sia tagliata a dischetti e applicati sulla pelle.
In relazione a quest'ultima mexina, è da notare che l'uso di su lampazzu, il romice, per guarire s'istriadura (l'ittero) segue il principio dei simili, "similia similibus curantur", ovvero il principio applicato della antica medicina per cui i simili si respingono e si elidono a vicenda. Infatti, la radice del lampazzu (Lapathum o Rumex patientia, volgarmente detto erba pazienza) è di un giallo intenso, assai simile al giallo dell'itterico. Per altro estratti di romice sono usati nella farmacologia come depurativi, diaforetici e astringenti.
E' anche interessante notare che nella medicina popolare è assai diffusa la cura omeopatica, secondo cui al paziente vanno somministrati, in dosi minime, medicamenti che produrrebbero in un corpo sano sintomi simili a quelli a quelli della malattia che si vuol curare. Nei casi di ittero da favismo (che nella credenza popolare viene attribuito al demoniaco influsso della strige, ma si lega al periodo della fioritura delle fave), vengono usate come terapia, inalazioni di infiorescenze di fave o anche applicazioni di fave sulla pelle.


LA STRIGE DEL PREMIO NOBEL

Grazia Deledda, la narratrice che ebbe il premio Nobel per la letteratura nel 1926, raccolse notizie di tradizione popolare e descrisse minuziosamente una mexina de sa stria, che riporto integralmente.
"Più complicato è il medicamento per l'itterizia. La persona colta da questa semplicissima malattia si crede stregata (istriada). La strige è passata sul suo capo, e a causa del suo influsso malefico - che dà origine alla popolarissima imprecazione "Ti jumpet s'istria!" (Ti attraversi la strige!) - la persona deperisce, si consuma, si restringe e, non curata a tempo, muore.
Una medichessa del popolo la "misura" per accertarsi della malattia. Con un filo di lana (filu 'e litu = filo di liccio - ndr) filato a Nuoro, la misura (sottinteso la malata - ndr) prima dalla sommità del capo alla punta dei piedi, poi dall'estremità del dito medio della mano sinistra fino a quello della mano destra, aperte le braccia il più possibile. Se le due distanze sono uguali non è la malattia della strige ("sa maladia 'e s'istria") che affligge l'inferma; se la malattia, o meglio diremmo il malefizio, c'è, l'altezza della persona malata è inferiore alla sua larghezza. Il filo arriva a metà del dito, o più giù o più su, e quanto più corto è, più avanzata è la malattia.
Il medicamento è questo: la medichessa prende la metà del filo con cui ha misurato la malata, e lo taglia a pezzettini minuti. Indi aggiunge del rosmarino, un pezzetto di cera benedetta, due o tre frantumi di palma pure benedetta e qualche granello di "timanza" (incenso) e un pizzico di piuma di strige bianca, che per solito tiene a provvista. Mancando le piume di strige si adoperano piume bianche e morbide di gallina - ma solo in caso estremo. Si dà fuoco a tutto questo, in una tegola (potendo, in una tegola tenuta appositamente per quest'uso solo), e mentre gli strani specifici fumano, bruciando, la medichessa, piena di fede e concentrata nell'opera sua, prende in mano la tegola e fa con essa un segno di croce sopra il capo del paziente. Poi gliela passa tre volte intorno al collo - indi eseguisce altri otto segni di croce: sull'omero, sul gomito, sul polso e sulla mano; sul fianco, sul ginocchio, sul collo del piede e sul piede. Ciò fatto depone la tegola in terra e recita tre avemaria a Nostra Signora del Rimedio perché il medicamento sia valido. Mentre essa prega, la malata salta tre volte scalza o in calze, traverso la tegola fumante, e in ultimo si scalda i piedi al sacro fuoco e si stropiccia le mani al fumo che se ne esala"
(G. Deledda - Tradizioni popolari di Nuoro - 1893-95)


IS SINNUS DE SA MORTI
I SEGNI DELLA MORTE

Alcuni animali - si dice - hanno il dono di poter vedere la morte, e della sua presenza avvertono l'uomo con particolari segnali. La morte - nella credenza popolare - appare per lo più durante la notte, ma talvolta può anche manifestare la propria presenza durante il giorno. Quando un cane si avvoltola per terra con le zampe per aria, vuol dire che ha visto la morte e ne segnala la vicina presenza.
Durante la notte, sono annunci di morte certi "strani" ululati di cane, o "strani" starnazzare di gallina, o "strani" muggiti di bue. L'animale foriero di morte per antonomasia è sa stria, la strige - che spesso ridotta in macabro amuleto, inchiodata con le ali aperte alla porta di casa, diventa lei stessa efficace difesa contro l'eterna dea dalla larga falce. In una lirica di stupenda fattura e di grande intensità, il poeta Peppino Mereu canta così il presagio della propria morte:

"Titia, ite frittu, ite notte infernale!
Su 'entu est in terribiles muidos,
astragadu est su mei capidale.
S'astragu mi lu intendo fin'a pilos.
Como no happo isperanzia chi sane;
E in s'adde bianca addane addane,
annunziu de sa triste fine mia,
ululare s'intendede unu cane,
titia ite frittu, titia, titia!"

(Titia, che freddo, che notte infernale! / Il vento ha terribili muggiti. / Stregato è il mio capezzale. / Me la sento la malia fin nei capelli. / Ora non ho speranza di guarire. / e nella valle chiara in lontananza, / messaggero della mia triste fine, / giunge l'ululato d'un cane. / Titia che freddo, Titia, Titia!)

Nota. Non ho tradotto il vocabolo, titia, usato qui onomatopeicamente, con il significato dell'italiano "brr". Titia o attitia, è un sostantivo maschile che significa gelo, freddo intenso. Esempio: Oi non fait a poderai su titia chi est fendi = Oggi fa un freddo da non potersi resistere. Ma titia è anche e soprattutto usato (come nella lirica di Mereu) come esclamativo onomatopeico, equivalente a "brr". Esempio: Titia, ita frius chi fait! = Brr, che freddo fa! Diversi vocaboli sono composti con titia o attitia, come titifrius = brivido di freddo; attitirigai e attitirigau, rispettivamente abbrividire e intirizzito.


IS BRUXAS
LE STREGHE

Nella storia della Sardegna manca quella pagina sanguinosa, di intolleranza e di spietata repressione di massa che prende il nome di "caccia alle streghe". In questa terra pur funestata di morbi e carestie, nella generale degradazione degli umani costumi, non si accesero i roghi e non si levarono le urla delle infelici donne, accusate di possessioni, di connubi e di arti demoniaci. E non perché, al seguito del potere armato dell'invasore cattolico non fossero sbarcati gli incappucciati del Santo Ufficio; e non perché nelle comunità sarde non vi fossero maghe o guaritrici che con la loro opera non potessero essere accusate di stregoneria, e pertanto processate e condannate. Nella organizzazione socio-economica delle comunità sarde, in un mondo ancora permeato di paganesimo, dove tradizioni e culti conservano gli antichi valori e significati nonostante la massiccia penetrazione del Cristianesimo, il ruolo e le funzioni delle donne guaritrici erano un pilastro portante in quella organizzazione, erano un punto costante di riferimento nella vita della comunità. Così che il potere non poté "demonizzare e "criminalizzare", come altrove, le operatrici della medicina magica e i loro riti terapeutici e liberatori. Non riuscì, il potere, a ottenere dal popolo alcun consenso, necessario per indurre quel fenomeno di colpevolizzazione collettiva e di isteria di massa, che aveva come sbocco risolutore l'individuazione di "capri espiatori", la caccia alle streghe. Non vi furono, né potevano esserci, fenomeni di delazione, né (per usare un termine attuale) di pentitismo: le comunità opposero un blocco unitario e totale al tentativo di costituire tribunali del Santo Ufficio e di istituire processi per stregoneria contro le loro guaritrici, che la fede popolare chiamava e chiama ancora "feminas santas". Il Santo Ufficio dovette accontentarsi di apparire a Cagliari e in qualche altra città, limitandosi a qualche processo politico contro nobili scomodi, accusati di eresia.
Il termine italiano strega deriva dal latino strix-strigis, che indicava semplicemente il barbagianni, un uccello ritenuto di malaugurio, al quale si attribuivano - come si è visto - metamorfosi demoniache. Nella cultura italiana, la strige, uccello demoniaco, diventa strega, femmina umana demoniaca. Nella cultura sarda, la strige è detta stria e resta con il significato della mitologia romana, non diventa mai strega, donna posseduta dal demonio e dedita a riti malefici e osceni. Anzi, va notato come, ancora oggi, sono le donne guaritrici, che con le loro conoscenze mediche e le loro virtù magiche, si oppongono agli influssi malefici della stria (strige) e ne curano le malattie che lo stesso infausto uccello provoca nella gente. Strega o stria può dunque dirsi il barbagianni; ma non la donna guaritrice, la maga, che assume un ruolo contrapposto, positivo.
Ciò premesso, ritengo ugualmente importante, nella economia di questo lavoro riservato agli usi e costumi della Sardegna, riportare qualche notizia sulla storia delle streghe con qualche testimonianza sulla sanguinosa repressione delle donne guaritrici, per i pericoli che comportavano al potere le ideologie (oggi definibili libertarie) di cui erano portatrici secolari nelle loro comunità. E' importante parlarne, perché non soltanto per i crimini del nazismo e neppure per i crimini del sionismo è onesto sostenere che "non dobbiamo dimenticare", se poi dimentichiamo i non meno brutali crimini del cattolicesimo contro l'umanità. Intanto, la caccia alle streghe non si è ancora chiusa. Per il sistema di potere, le streghe sono di volta in volta ogni componente popolare che si oppone e che sfugge al controllo e non può essere fagocitata. Il potere ha sempre usato il trucco di demonizzare (criminalizzare) le opposizioni popolari, attribuendosi il ruolo angelico dell'esorcista, del "castigadiavoli" - anche utilizzando demagogicamente la fede religiosa del popolo, per ottenerne consensi. In verità, non c'è potere che con tutti i suoi più sofisticati e violenti strumenti di controllo e di condizionamento possa estirpare mai le naturali tendenze dell'uomo alla libertà.

Le notizie, le descrizioni dei crimini che durante la sua sanguinosa storia il potere ha commesso contro l'umanità, ci vengono dagli stessi esecutori. Quasi per un irrefrenabile bisogno di esibizione, emerso dai meandri tenebrosi di una coscienza criminale, i potenti tramandano ai posteri le proprie nefandezze. Non dissimilmente agli aguzzini nazisti che fotografavano i loro misfatti, conservando nel tempo immagini di terrore e di angoscia, gli inquisitori del Santo Ufficio verbalizzavano minuziosamente le atrocità delle torture cui sottoponevano i loro inquisiti.
Il documento certamente più famoso nella materia, è il Malleus maleficarum, ovvero "Il martello delle streghe", al quale si potrebbe aggiungere il sottotitolo: "Come riconoscere e reprimere la strega nella donna". Il Maellus risale al 1484, è stato pubblicato nel 1487, ed è opera di due domenicani, Henricus Institoris e Jacob Sprenger. Partendo dalla dottrina cattolica, vi è elaborata una complessa metodologia diagnostica per individuare la strega, per costringerla a confessare e per punirla. Il Maellus, che ebbe diverse ristampe, ha costituito per gli inquisitori dei tribunali di Santa Madre Chiesa una sorta di codice di procedura penale, un vademecum per condurre le loro inchieste, i loro processi, le loro tecniche di tortura e di morte. Leggendo questo trattato non si può che qualificarlo osceno - nel senso più pieno del termine: vi sono minuziose e morbose descrizioni dalle parti intime, alla ricerca di quei segni diabolici che dimostrino il reato di stregoneria. Ed è su quelle parti, sugli attributi sessuali della femmina, che maggiormente si accaniva la ferocia dei sadici torturatori. Mai nella storia della umanità, neppure in epoche barbariche, la donna dovette subire prove più umilianti e dolorose.
Se il Malleus maleficarum è il più famoso dei trattati della Chiesa sulle streghe, non è però il più antico. Già Sant'Agostino è fra i padri della Chiesa un elaboratore della dottrina che, muovendo dalla certezza che la stregoneria esiste, sostiene che le magie sono opera del demonio - superando la precedente dottrina che sosteneva una sostanziale distinzione tra le donne "malefiche" o "maliarde", che compiono sortilegi e riti magici, e le donne "streghe", possedute dal demonio, in virtù del quale possono volare e trasformarsi in repellenti animali, quali appunto la "strige", il barbagianni.
Rileviamo, per inciso, a questo proposito, la concezione diametralmente opposta nella dottrina attuale, cui si rifanno le credenze popolari in Sardegna sulla stria (strige), che - come si è visto - non è una donna strega che assume le sembianze del volatile, ma al contrario è un demone che assume tale aspetto, e può anche modificarlo in quello di una specie di vampiro per suggere il sangue dei bimbi.
Precedente al Malleus (reso pubblico nel 1487) è la bolla di papa Innocenzo VIII del 1484, pubblicata sotto il titolo di Summis desiderantis, mossa - come è detto nell'introduzione - "dal pio desiderio di porre un freno al dilagare della eresia nel mondo cattolico". Le bolle papali sulla materia si susseguono, dilatando la dottrina antidemoniaca in cui troverà sostegno e legalizzazione la caccia al massacro delle streghe. Si citano qui alcuni "trattati" per chi volesse approfondire la questione, specificatamente ai rapporti ufficiali tra la sontuosa Chiesa dei Papi e le popolane "feminas de mexina", tra l'espressione teocratica del potere e del privilegio, cui superata la prima impennata laicistica si sarebbe asservita la scienza della tecnica, e l'espressione della conoscenza antica e dell'antica fede naturalistica rappresentata da donnicciole analfabete, le quali, consapevoli del loro storico ruolo di eretiche (eresia come affermazione della libertà), seppero affrontare eroicamente il martirio. Tre opere, dunque, si citano come fondamentali, prodotte dalla Chiesa nel periodo che va dalla seconda metà del Cinquecento ai primi anni del Seicento: il Disquisitionum magicarum del 1599, compilato da Martin Delrio, il Compendium maleficarum del 16O8, di Francesco Maria Guaccio; cui si aggiunge il De Praestigiis daemonum del 1563, di Johann Weyer - dove, per altro, si criticano alcuni metodi persecutori nei confronti delle streghe.
La storiografia ufficiale (asservita al potere), volendo apparire "obiettiva", giustifica in qualche modo la caccia alle streghe, attribuendola principalmente all'ignoranza popolare e a fatti di isteria mistica individuale e collettiva. E aggiunge che le "piene confessioni" rese dalle streghe inquisite, ammettendo di aver commesso gli allucinanti reati di stregoneria di cui erano incolpate, e aggiungendo anzi particolari i più fantasiosi, contribuivano a rafforzare nei giudici il convincimento della reale presenza di forze infernali nel mondo umano. Non convince l'attribuzione di isterie e di ignoranza, neppure in rapporto a quei tempi, per spiegare un sanguinoso periodo di repressione ideologica e politica, messa in atto da scaltri uomini di cultura e di potere - quali erano gli inquisitori del Santo Ufficio. Parrebbe così che essi, inquisitori e giudici credenti nel Cristo, non si rendessero conto che una creatura umana, anche la più eroica, sottoposta ad atroci tormenti, pur di uscire di pena è disposta a confessare qualunque infamia suggeritagli dal torturatore, e che anzi, per compiacerlo, è disposto a sottomettersi fino a inventarsi tutto ciò che presume possa volersi sentir dire lo stesso torturatore. La cosiddetta "isteria collettiva", la cui rilevanza è sottolineata sul piano accusatorio probativo nei processi alle streghe, non è tanto da vedersi come "coinvolgimento emotivo" e quindi consenso di massa alle sanguinose "purghe", quanto come una "necessaria" strategia di difesa della comunità, per evitare danni peggiori: cercare nel gruppo uno o più capri espiatori, accumulando su questo o su questi la somma delle accuse rituali di stregoneria e demonismo, significava "concentrare" su una parte limitata (e perché no? la più estranea ai fatti "criminosi") della comunità i colpi e i danni dell'attacco, portato avanti da un nemico "esterno", troppo potente da poter essere affrontato in altro modo. Ciò, mi pare, consentiva alla comunità di mimetizzare, salvare e perpetuare propri fondamentali valori e ordinamenti sociali.
Da quel buio e non lontano passato, sono giunti fino a noi documenti allucinanti di interrogatori sotto tortura di donne e fanciulle. Vi si ritrovano mentalità e metodi di accusa che in forme e tecniche aggiornate ritroviamo ancora oggi nei processi alle "streghe politiche". Ed è per questo (perché chi legge veda quanto poco è mutato all'interno del potere - al di là delle liberali affermazioni di principio) che si riportano qui di seguito alcuni stralci di quegli interrogatori.

Francesca Borelli, le cui fattezze non coincidevano con lo stereotipo della strega ("donna vecchia, laida") in quanto giovane, bella e attraente, era accusata di essere posseduta dal demonio, il quale si serviva di lei per compiere le sue nefandezze. Tra queste, l'aver provocato la morte di alcuni bimbi. La prova che i bimbi morissero era data purtroppo dalla elevata mortalità in quei tempi. Le cause venivano ricercate - giuste le antiche malizie del potere - nel diavolo, nel signore del male, il cui dominio si allargava in virtù degli umani peccati, e non nelle responsabilità della consorteria al potere che manteneva il popolo in uno stato di miseria e di abbandono. La prova che Francesca Borelli fosse posseduta da Satana si ricavava dal fatto che non si fosse riusciti a strapparle la confessione delle colpe di cui la si accusava. "Senza l'appoggio del diavolo che era dentro di lei, avrebbe ammesso la propria colpevolezza" - questa la tortuosa logica degli inquisitori di sempre. Per la cronaca, conduceva l'interrogatorio il giudice Pietro Alario Caraccio, genovese, che aveva sostituito il collega Serafino Patrozzo, ritenuto "debole di polso". La trascrizione dell'interrogatorio è opera del cancelliere Giovanni Antonio Valdeleccia.

Fu interrogata per sapere se ha deciso di dire la verità.
Rispose: "Signor, la verità l'ho detta tutta".
Interrogata se altre volte aveva detto la verità, rispose: "Signor, io allora avevo la febbre, non sapevo quel che facevo".
Vista l'ostinazione di detta accusata, fu allora comandato che fosse spogliata e posta sul cavalletto, dopo che le fossero rasi tutti i capelli e i peli delle parti pudende; posta in tortura, disse: "Giudicami, Signor, aiutami, Signor Dio grande, mandami aiuto e conforto, Signor, calatemi ché la verità l'ho detta... Io stringo i denti e poi diranno che rido. Ahi, le mie braccia. Signor, non mi abbandonar, non ho altro conforto che Dio... Signor, calatemi, che se io non ho detto la verità, Dio non mi accetti mai nel Paradiso. Il cuor mi manca. Calatemi, ché la verità l'ho detta... Se non mi calerete adesso, mi calerete morta.. Mi manca il fiato... Signor, mandami l'angelo del cielo... Cristo, che potete più delle false testimonianze, traetemi l'anima dentro il corpo e mandatela dove deve andare..."
E tacque. Quindi disse: "Il cuor mi schiatta… Signor, fatemi dar un poco di aceto o di vino."
E bevve così un bicchierino di vino. E disse: "Misericordia, vi domando misericordia. Abbassatemi e datemi un poco da bere."
Le fu dato di nuovo un bicchierino di vino.
"Signore, vorrei prendere un ovo".
E così le fu dato un uovo. Ed era stata in tortura per lo spazio di cinque ore e non disse nulla, né si lamentò, se non dopo l'undicesima ora, quando disse: "Aiutami chi può".
E poi disse: "Ahi, lo mio cuore, ahi la mia testa. Mi fate un po' calare?"
E dopo dodici ore disse: "Sono scorticata."
E dopo tredici ore disse: "Datemi un poco d'acqua che muoio di sete".
E interrogata se vuole vino, risponde: "Signor no".
E così le fu data dell'acqua da bere, e tacque.
E dopo: "Non ci vedo più, sono tutta storpiata negli occhi e nelle mani, tutta la mia roba se n'è andata. Fatemi un poco slegare".
Le fu detto che se diceva la verità, sarebbe stata slegata e deposta.
Disse: "Io l'ho detta. Non posso più ritenere l'orina. La verità, la verità l'ho detta".
E così essendo stata nella tortura per quattordici ore, le furono portate da Quintillo Borelli suo fratello delle uova fresche, che succhiò e dopo disse: "Delle mie braccia non potrò più fare nulla. Guardate come ho la lingua. Non ne posso più, fatemi calare, in modo che respiri un poco."
Le fu detto che se non diceva la verità in quella tortura sarebbe stata deposta sul fuoco.
Disse: "Fatemi bruciare, che in quanto a me la verità l'ho detta. Fatemi levare di qui. Prendete una mazza e datemela in testa. La verità l'ho detta. Vergine Maria, fatemi slegare e deporre. A Roma il cavalletto non dura che otto ore. Me l'ha detto uno di Triòra che è stato a Roma". E tacque.
Poi disse: "Ho freddo ai piedi".
E disse anche: "Ecco qui un topo".
Ma il topo non c'era. Quindi cominciò a parlare familiarmente, come se stesse seduta comodamente su una cattedra e disse: "A Triòra nascono castagne marrone così belle."
E vedendo uno degli assistenti con le calze rattoppate, disse: "Per i servigi che mi fate, conviene che se uscirò di qui, vi cuci le calze".
E così parlò per quasi un ora; e dopo diciannove ore e mezzo di tortura disse: "Questo vento non è molto buono per le castagne. Quante belle castagne ci saranno quest'anno a Triòra e che io ne possa raccogliere tante. So farne una buona minestra. Fatemi calare e ve la preparerò. E ne mangerò tanta."
E alla ventitreesima ora, comprendendo che questo genere di tortura non era servito a nulla, si comandò di scioglierla e di ricondurla nella sua cella fino a nuovo ordine…
Commenta Roger Vignon: "Le tremende sofferenze con un procedimento psichico non inconsueto seppure non frequente, si erano commutate in una sorta di masochistico piacere, in cui si convogliava, per quanto possibile, il dolore. Non è escluso che qualcuno dei presenti provasse un sadico piacere segreto a vedere Francesca Borelli soffrire. Era però imprevisto quell'improvviso squarcio di vita contadina, pacifica e millenaria, apparso in forma estatica mentre la donna era già in coma."
(R. Vignon - Le streghe - 1971)

Il documento che segue, relativo al processo alla "strega" Matteuccia, è della prima metà del XV secolo.

"Un tale di Cortona, disse che Matteuccia, certamente istigata da spirito diabolico, gli consigliò, per guarire le ferite, di recuperare il corpo di un annegato nel Tevere e di fare un liquore da brani di carni cotte. Una donna di Orvieto riferì che, poiché il suo uomo la trascurava, anzi la picchiava, si era rivolta a Matteuccia. E Matteuccia le aveva consigliato di portare una statuina di cera sopra un mattone infuocato e mentre si scioglieva di pronunciare una formula. La donna di Orvieto assicurava che il risultato era stato efficaccissimo ed immediato: quella stessa sera il suo uomo, dopo tanta astinenza, beh, aveva avuto rapporti carnali con lei. Dunque Matteuccia era una strega."
"Forse nel caso di due coniugi di Colemezzo andò oltre le intenzioni della moglie che si era rivolta a lei, lamentandosi di essere trascurata sessualmente. Consigliò un intruglio costituito principalmente di erba cavallina. Ebbene, il marito si infatuò e rimase furioso per ben tre giorni, tanto che la donna, ormai sfinita di tanti amplessi imprevisti era fuggita di casa. Dunque, Matteuccia era una vera strega.
"Fece molte fatture d'amore a fidanzati infelici e coppie disgraziate, con alterna fortuna. Molte mogli trascurate si rivolgevano a lei. A volte azzeccava, a volte no. Se le andava bene era una strega, se falliva era una truffatrice: in tutti i casi era colpevole. Aveva liberato una ragazza dalla fattura di un'altra donna, e quel che era grave aveva provocato l'odio di un marito verso una moglie a istanza di una donna che aspirava a quell'uomo. Fu provato che nel mese di maggio del 1427 si era recata da una certa donna di nome Caterina del Castello della Pieve che le aveva chiesto un rimedio per non rimanere incinta, non essendo ancora sposata e avendo coabitato varie volte con un guardiano di detto castello e desiderava avvicinarsi ogni giorno a lui e temeva che potesse verificarsi il caso di rimanere incinta. Matteuccia le consigliò di pestare un'unghia di mula e mescolarne la polvere al vino e di berne dicendo "Ti piglio nel nome del peccato / e del demonio maggiore / che non possa appicciare più".
"Naturalmente Matteuccia, che mai si era mossa da Todi, aveva succhiato il sangue dei lattanti in molti e diversi luoghi; si era recata, insieme con altre streghe, all'albero di noce di Benevento ungendosi con un unguento fatto dal grasso dell'avvoltoio e aveva gridato "Unguento unguento / mandami al noce di Benevento / sopra l'acqua e sopra il vento / sopra ogni malo tempo".
"La sentenza indugia con molti particolari sulle apparizioni a Matteuccia del diavolo sottoforma di caprone; sulle trasformazioni della donna in mosca; sul fatto che cavalcava nell'aria sibilando sopra i fossati. Sottoforma di mosca entrò nel castello di Canale, si posò su un bambino di appena sei mesi, che poi morì. La sentenza riferisce che, secondo i testimoni, Matteuccia si recava in volo al noce di Benevento tre giorni la settimana.
"Quali?" - chiesero i giudici.
"Lunedì, sabato e domenica" - fu la pronta risposta.
La sentenza afferma: "A noi e alla nostra Curia risulta che le suddette cose insieme e singolarmente contenute nella requisitoria, sono state e sono vere nei luoghi e nei tempi citati, per vera e legittima confessione fatta dalla detta Matteuccia; alla quale fu assegnato un certo termine per presentare qualunque difesa per le accuse: e il termine è scaduto; e per questo, affinché la predetta Matteuccia non possa gloriarsi della sua iniquità e sia di esempio a chiunque desiderasse simile attività… sia bruciata con il fuoco in modo tale che la colpevole muoia e la sua anima si separi dal corpo".
(R.Vignon - Le streghe - 1971)

Per inciso, la Chiesa usava giustiziare i condannati mediante il fuoco, dato che - per principio - aborriva "lo spargimento del sangue". Per la cronaca, il frate Antoni da Casale, che era stato inquisitore a Como, aveva condannato al rogo ben trecento streghe nel solo anno 1416. Una al giorno, escluse le domeniche - dedicate al Signore.

"Il processo a Maddalena Làzzari fu istituito nel 1673. Era il 30 ottobre del 1672, una domenica. Una certa Giovanna Zenni di Premadio era malata. Non si capiva di che cosa. Pensò che fosse ammaliata, chiamò il prete, glielo disse e si fece benedire. Essere ammaliati allora e in quei posti non era cosa da poco: peggio che avere la lebbra.
Interrogata ufficialmente, Giovanna Zenni disse, come risulta dall'antico manoscritto in cui si fondono la lingua italiana e il dialetto locale, che aveva una roba che le saliva per il corpo e poi raggiungeva la gola fin quasi a soffocarla. Raccontò che si era rivolta all'arciprete. Costui le aveva fatto disfare i cuscini. E aveva fatto bene: dentro erano apparse delle bucce cruscose. Allora era andata a Tirano, dal reverendo. Proprio davanti a lui le venne la gola grossa, tanto da non poter più parlare. Il reverendo la benedisse tre volte, le pose nella mano un'ampollina d'olio santo e le disse:
"Se dentro di te c'è uno spirito si farà vivo".
E difatti l'ampollina si mise a tremare e con essa Giovanna Zenni tutta intera.
Le fu chiesto:
"Avete qualche sospetto?"
"Nessuno".
I giudici le ricordarono che parlava sotto giuramento. La spaventarono e Giovanna Zenni disse:
"Ho avuto un sospetto contro una persona".
"Chi?"
"La serva del curato".
Spesso costei era andata a trovare la Zenni quando questa era malata. Si accostava subito al letto e vi restava per qualche tempo. Una volta, avendole venduto una capra, la Zenni le chiese se si lamentava del prezzo. "No", aveva risposto la donna, "ho ricevuto il fatto mio". La Zenni le aveva detto: "Mi pare che abbiate una brutta cera. Non mi avete neppure augurato buon dì". E la donna le aveva risposto: "Non ho tempo di stare qui a fare tante storie".
I giudici, perplessi, le chiesero:
"Ma la gente ha sospetto di lei?"
"Io non so nulla. Ma si dice che appartiene al ceppo delle streghe. Difatti è soprannominata la Petrigna".
In quei giorni era rinchiusa in prigione una mezza deficiente di nome Giacomina, accusata anche essa di essere una strega. Interrogata, fece la sua deposizione:
"La serva del curato è una vera strega. Mi portò al ballo delle streghe in Pianselvino. Fece venire un temporale. Uccise con l'alito una vacca di Pedenosso. Lanciò i suoi malefici su molti capi di bestiame che si ammalarono. Si spargeva il corpo di unguento e se ne andava per l'aria a cavalcioni di un bastone o di una frasca".
I giudici decisero di fare una chiacchierata con questa serva. Allora le case dei curati godevano dell'immunità. Si agì rapidamente e di sorpresa per impedire che la donna, in qualche modo, non uscisse più di casa. Due sgherri nascosti, la catturarono sulla soglia.
Il 7 novembre 1672 la serva, con gli occhi bendati e le mani legate dietro la schiena, comparve davanti agli inquisitori.
"Foste mai affrontata come strega?" Le fu chiesto.
"Sì, rispose ingenuamente, "mi è stato detto - Razza di strega Petrigna che tu sei!"
"Chi lo disse a voi?"
"Giovanna Zenni e Anna di Donato Sacchetti detta Zanolo. L'Anna Sacchetti mi perseguita per via di una eredità contrastata tra noi due. Dice che con il soffiarvi sopra le ho ammazzato la vacca".
"Avete avuto a che fare con Giacomina?"
"In tenera età stetti due o tre anni con Giacomina che mi maltrattava".
"Con chi dormivate?"
"Sola".
"Frequentavate i balli?"
"Quelli di carnevale, sì. Non quelli di Pianselvino".
"Come avete imparato il mestiere di strega?"
"Non l'ho mai imparato, non ho mai avuto occasione di impararlo, non sono una strega".
"Lo vedremo".
Lo si vide, infatti, nella sala delle torture. La serva del curato, che si chiamava Maddalena Làzzari, negò con tutte le sue forze di essere una strega. Venne sospesa alla carrucola per un'ora. Piangeva e implorava misericordia. Visto che dopo un'ora non aveva confessato, le vennero attaccati ai piedi dei contrappesi sempre più grandi. Fu fatta radere.
"Ho trovato", gridò il barbiere "ho trovato due segni del diavolo: uno in testa, sotto la treccia a destra, l'altro in basso, nel postione (cioè nel pube).
"Sia punta".
Le furono inferte due punture accanto ai segni del diavolo. Non ebbe alcuna reazione.
"Dunque è una strega".
Fu spogliata del tutto e legata nuda alla scala. Venne l'arciprete di Bormio che la benedisse. Fu di nuovo rasa accuratamente in tutte le parti del corpo e in tutti i recessi, affinché "non potesse nascondere cifra, amuleto o altri oggetti fatati".
"Dicci la verità", le intimavano gli inquisitori.
"Maledetta quella verità e chi la cerca", gridò Maddalena Làzzari.
Fu torturata in tutti i modi, con accanimento: tirata per i polsi e per le caviglie fino a disarticolarla; bruciacchiata; riempita a forza la bocca di orina; frustata a sangue; strappate le unghie. E infine gridò: "Si!"
"Da quanto tempo fate la strega?", le fu subito chiesto.
"Otto anni".
"Chi vi ha insegnato?"
"Giacomina".
"In che modo?".
"Fece una ruota a terra e dentro vi segnò la croce. Ci passai sopra e ripetei certe parole che ora non ricordo".
"Che cosa accadde?".
"Apparve un omaccione grande e grosso, che mi pose la mano sulla spalla e mi invitò a ballare. Mi voltai verso Giacomina per capire se dovevo accettare e Giacomina mi disse di sì, perché quello è il signore. Anzi mi disse di riconoscerlo e di rinnegare Dio. E così feci".
"Giacomina vi ha condotta al ballo?"
"Si".
"In che modo?"
"Quando ero piccola mi portava in spalle. Poi insieme ci andammo cavalcando una scopa per l'aria".
"A quali balli siete state?"
"Ai balli di Pianselvino, Pozzino, Prada... E anche in Plator, Quarinello e Foscagno."
"Che cosa ci avete visto?"
"Belle sale, di lusso. E uomini gentili che mi carezzavano. Con loro si ballava. E tanti signori e signore, tutti in maschera".
"E il demonio c'era?"
"Eccome: era magro e vestito di nero".
"Ha abusato di te?"
"Tre o quattro volte".
"Descriveteci tali amplessi".
A questo punto il manoscritto ha uno spazio bianco. La descrizione è stata espurgata per quanto fosse un atto di processo.
Maddalena Làzzari ammise anche che aveva insegnato ad altre.
"A chi?", le fu chiesto.
Si chiuse in un silenzio ostinato. Capì che stava per rovinare delle innocenti. Con il corpo piagato dalle ferite fu di nuovo sottoposta alla tortura. Per ben quindici ore fu piazzata sul cavalletto che la lacerava lentamente. E così cominciò a tirare fuori i nomi delle persone incontrate ai balli del diavolo. Venne slegata e le furono lette tutte le confessioni che aveva fatto. Sembrava completamente stupita da ciò che udiva e di ciò che stava accadendo. Quando fu di nuovo posta sul cavalletto per la ratifica finale si confuse, non ricordava più le confessioni rese.
"Questa è davvero opera del diavolo per confonderci", si disse.
"Se dico la verità non mi credono", disse Maddalena Làzzari.
Per questa frase fu inchiodata di nuovo per cinque ore alla tortura. Aveva inventato tutto: disse che aveva confessato a causa delle torture e trovò la forza di chiedere che voleva essere esaminata dagli inquisitori nella Sala del Consiglio, ma senza torture.
A questo punto fu slegata e le fu chiesto:
"Avete altro da aggiungere?"
"No".
"Non avete paura delle torture?"
"Potete martirizzarmi, non ho altro da aggiungere".
"Ratificate tutto e per tutto quanto avete detto e fuori da ogni paura di tortura?"
"Sì, signori, in tutto e per tutto è vero".
Era ormai ridotta in uno stato preagonico. La sua sentenza di morte fu letta nelle piazze. I suoi beni le furono confiscati. Il curato, presso cui era stata serva, non fu neppure interpellato o udito. A Maddalena Làzzari fu mozzato il capo nei campi dove si eseguivano le sentenze. Il suo corpo fu bruciato, le sue ceneri disperse nell'Adda. Ancora oggi, qualche vecchio contadino, passando per i sentieri che costeggiano quei campi, si fa il segno della croce e affretta il passo."
(R. Vignon - Le streghe - 1971)

Concludendo con il Vignon, "era proprio l'antichissima fede agreste insita nel mondo pagano che la Chiesa, più o meno inconsciamente, combatteva. In un procedimento durato parecchi secoli, il mondo pagano fu fatto diventare sinonimo di diabolico: gli antichi riti erotici che festeggiavano e celebravano il trionfo della natura furono trasformati in episodi di perversa lussuria, i fauni e i satiri che popolavano gioiosamente i boschi diventarono i diavoli, pieni di reminiscenza caprine delle antiche deità, ma deformati in esseri ributtanti e puzzolenti. Ed erano diventate streghe, cioè esseri da disprezzare, le ninfe e le maghe dei tempi antichi. Su tutti gli elementi del mondo pagano la teologia ecclesiastica distese il velo del peccato, cioè di una cosa proibita. Confuse volutamente il peccato con il reato, condannando perciò non soltanto alle pene eterne nell'oltretomba, ma anche alle pene terrene. Fin quando, durante il Medioevo, l'autorità politica religiosa fu autoritariamente concentrata e unitaria, nell'oppressione generale le deviazioni furono poco rilevanti. Ma quando cominciarono i fermenti dei tempi nuovi si produsse una spinta se non proprio chiaramente verso il mondo pagano, verso la natura; spinta alleata con i primi barlumi della diffusione della cultura.
Per quanto malconci, i miti riemersero accanto alle prime ricerche, sia pure empiriche, nel mondo che circonda l'uomo; e mentre in certi livelli sociali si diffondeva l'alchimia, cioè il primo tentativo di dominare la natura a mezzo del laboratorio, a livello contadino molte persone, in genere analfabete e in genere donne, rivolgevano la loro attenzione alle possibilità terapeutiche e anche di alterazione del comportamento dovute alle erbe.
La Chiesa avvertì in pieno il pericolo contenuto in tale spinta verso il progresso e una migliore condizione umana. Si arroccò in posizioni ancora più assolutiste. Perseguitò implacabilmente tutti e tutte, da Galilèi alla più umile donnetta; nelle persecuzioni dimenticò non soltanto il messaggio di fraternità cristiana, da cui era tuttavia partita poco più di un millennio prima, ma anche la pietà, che sbandierava come suo principio.
E come le povere raccoglitrici di erbe o quelle che preparavano innocui e ridicoli filtri per aiutare a campare o le donne che non fossero rigidamente conformiste, così perseguitò retroattivamente le maghe del mondo antico, che anch'esse diventarono streghe, almeno nel senso che la loro sensualità era sfrenata e micidiale…
Tutta l'antichità pullula di maghe e indovini, tenuti spesso in altissima considerazione da monarchi e condottieri che non intraprendevano alcuna azione di rilievo senza averli prima consultati. Molti re avevano le ninfe ispiratrici come oggi si ha lo psicanalista; e molti condottieri consultavano gli indovini alla vigilia delle battaglie come oggi si fa con gli stati maggiori o al minimo coi meteorologi.
Ma la cultura, nei tempi bui, è stata depositata in grandissima parte nei conventi e quindi filtrata e materialmente trascritta dagli amanuensi di controllo ecclesiastico. Maghi e indovini sono diventati tutti, indistintamente, ciarlatani; e si è distrutto un fenomeno di acume psichico che pure ha accompagnato la storia umana".


APPENDICE

GLOSSARIO

Abeli = Abele. Personaggio simbolico della mitologia ebraica. Tra contadino e pastore vi è un ovvio conflitto di interesse nell’uso diverso che ciascuno dei due fa della terra. Tale conflitto viene superato in Sardegna con l’uso comunitario della terra, e la suddivisione di essa in paberile (pascolativo) e vidazzone (seminativo). Nella Bibbia - espressa da una società pastorale rozza e intollerante nei confronti della civiltà contadina - Abele, in quanto pastore, rappresenta il Buono, colui che è amato da Javhè, contrapposto a Caino, il quale, in quanto contadino, è il Cattivo, il rinnegato. Se per ipotesi la Bibbia fosse stata espressa da una cultura contadina, la precedente valutazione sarebbe stata ribaltata, e Abele avrebbe ucciso Caino.

Abracadabra. Parola magica. Scritta su tre lati di un triangolo equilatero diventa un potente amuleto, in grado di preservare chi lo porta dalle malattie. Etimo di origine incerta. Secondo alcuni si fa risalire a abracadra, antico termine ebraico, cui si dava il significato di “Pronunciare la benedizione”.

Abracax. Nome di una divinità indiana, da cui secondo alcuni deriverebbe la parola magica abracadabra. Nella mitologia cristiana abracax diventa un demone per metà umana (dalla cintola in su) e per metà serpente (dalla cintola in giù). Tale demone possederebbe 365 poteri magici e ne potrebbe usare uno diverso per ogni giorno dell’anno. La credenza deriva dalla equivalenza in greco delle sette lettere che compongono abracax (meglio abraxas) con il numero 365, quanti, appunto, sono i giorni dell’anno. (Alfa = 1; beta = 2; ro = 100; ics = 60; sigma = 200). Abracax è in particolare il demone che presiede alle cerimonie in cui si preparano amuleti e talismani.

Abrebada (Aqua) = Terapeutica (Acqua). Acqua resa terapeutica mediante la sua consacrazione con is brebus (o verbus), parole magiche rituali.

Acabadora = Ucciditrice. Acabadori = Uccisore. Il termine al femminile, nella variante logudorese, si scrive con le prime due consonanti doppie (accabbadora) secondo la grafia dello Spano, e akkab(b)adora secondo il Wagner. Indicano le persone addette a facilitare il trapasso ai moribondi. Acabadori nella cultura contadina dei Campidani e accabbadora nella cultura pastorale delle Barbagie (con il solo femminile, essendo qui, evidentemente, tale compito riservato esclusivamente alle donne).

Acabai = Finire, morire, uccidere, conseguire. Deriva secondo alcuni dallo spagnolo acabar, finire; secondo altri dal fenicio (e arabo) hakàb, porre fine. Più probabile la derivazione dal fenicio; infatti, il sardo acabu ha lo stesso significato di hakàb, porre fine.

Affatturadori = Fattucchiere. Colui che fa le fatture, i sortilegi. E’ detto anche di persona che possiede umbra de coloru, fascino di serpente, o anche, semplicemente, simpatia. Fascinoso, affascinante, ammaliatore.

Affatturau = Affatturato. Colui che ha subìto fattura o sortilegio, mediante pratiche di magia nera. S’affatturau, con il sortilegio, può essere “ammalato” o “ammaliato”. Nel primo caso soffre di misteriosi mali che possono portare fino alla tomba se non si interverrà con una contramazzina (controfattura); nel secondo caso la vittima perde la volontà e la capacità di giudizio diventando succube di altri.

Affumentadora = Suffumigatrice. Colei che conosce l’arte magica dell’affumentu (suffumigio), che guarisce prevalentemente malocchi e spaventi. Vedi affumentai e affumentu.

Affumentai = Suffumigare. L’atto rituale magico in cui il paziente (per lo più bambini e fanciulle, ma anche animali pregiati da cortile e da lavoro) viene per così dire “affumicato” da una miscela di sostanze aromatiche messe a bruciare sulle braci, senza vampa. Vedi affumentu.

Affumentau = Suffumigato. Colui che riceve s'affumentu, il suffumigio magico terapeutico. S’affumentau ricava un reale beneficio dalla pratica cui è sottoposto, quando si tratti di disturbi che rientrano nello spettro d’azione della terapia in questione.

Affumentu = Suffumigio magico praticato a scopo terapeutico. E’ eseguito prevalentemente da donne guaritrici come terapia contro il malocchio, gli spaventi, contro fatture o sortilegi non gravi, quali ammaliamenti, che provocano tra l’altro languore, debolezza, mal di capo e inappetenza.
Il termine affumentu, come i suoi derivati relativi a questo rito, non è usato per indicare l’affumicamento cui vengono sottoposti certi cibi che si vogliono stagionare, quali prosciutti, salsicce, pancette e vari formaggi: in questo caso usiamo il termine affumai, affumicare, e i derivati di fumu, fumo. Vedi Partoxa (Affumentu de sa).

Allacanau e Allazzanau = Appassito, infiacchito (secondo che l’aggettivo sia riferito a pianta o a animale e persona). Dal verbo allacanai e allazzanai, derivati dal greco lachanisso o lachanizzo, essere languente. Sinonimi di allacanai sono accalamai e accomonai (quest’ultimo termine usato prevalentemente per germogli di piante e verdure quando per il troppo caldo o dopo un certo tempo dal taglio avvizziscono). Si dice anche per i baccelli o teghe delle fave, dei piselli o dei fagioli colti da un certo tempo, non più freschi. Sa fà allacanada non est prus durci comenti candu est frisca = La fava appassita non è dolce come quando è fresca (appena colta).
Il termine allacanau, e simili, viene usato per persona moscia, snervata, e in particolare per un membro virile insufficientemente eretto.
Si possono allacanai (appassire) piante o allacanai (infiacchire) animali e persone) con l’arte magica. Vedi Avvalliri e Ortizzu.

Ammaladiai = Ammalare. Ammaladiaisì = Ammalarsi. Vedi Maladia = Malattia; e Donai maladia = Ammalare con arti magiche.

Ammaliai = Ammaliare, affascinare. Vedi Malia.

Ammantadori e Ammuntadori = letteralmente: copritore. Da mantu, manto, e ammantai, coprire con manto. S’ammantadori è una creatura mitica antropomorfa che di notte visita le fanciulle dormenti, si stende su di esse tentando di possederle in un abbraccio soffocante. Priva di respiro, la vittima si leva di scatto a sedere sul letto, e ha così termine l’incubo. S’ammantadori viene descritto come un uomo di mezza età; grande e grosso, nudo dalla cintola in su e con il petto villoso. In logudorese, tale incubo è detto ammuntadore.

Aneddu = Anello. Simbolo magico del serpente e della donna. Si vuole che anticamente esistessero anelli con poteri magici - a parte gli anelli con il sigillo usati dai potenti per rendere esecutivi i loro atti. Ancora oggi, talvolta l’anello viene portato come pendaglio con funzione di amuleto, avendo le stesse virtù protettive del cerchio (vedi circu). L’usanza di mettere l’anello nuziale nel quarto dito (anulare) è ricavata dalla credenza che in questo dito passi la linea del cuore. Altra credenza diffusa è quella secondo la quale è possibile trarre auspici sull’andamento matrimoniale di una coppia dal modo in cui lo sposo infila l’anello nel dito della sposa. Se entra liscio, d’un colpo, sarà lui a comandare; se si ferma nella giuntura, sarà lei a prevalere. Muovere il dito durante l’operazione per evitare una introduzione continua è un accorgimento usato dalla sposa per propiziarsi un ruolo attivo. E’ evidente, nella cerimonia dell’anello, la simbologia dell’atto sessuale.

Angiulu = Angelo. Spirito del bene. Is angiulus, gli angeli, presiedono alla vita onesta, serena, laboriosa. Si contrappongono a is tiaulus, i diavoli, spiriti del male. L’equilibrio esistenziale umano è dunque instabile e precario, influenzato, se non determinato, dalla immanenza delle opposte forze del bene e del male, in perenne conflitto tra loro.
Ogni azione umana valutata buona ha il crisma dell’angelo, come sostiene l’antico proverbio S'unconi pretziu s'angiulu si ddui setzit = Al boccone (al poco cibo) diviso l’angelo gioisce.

Anima = Anima. Il mondo - specie nelle ore notturne che ne favoriscono la materializzazione e l’apparizione, - è popolato di animas, creature, che si confondono con dimonius e tiaulus, demoni e diavoli. In primo luogo is animas si distinguono in anima bia, creatura vivente, e anima motta, creatura morta (che però continua a esistere e a manifestarsi come spiritu o pantasima, spirito o fantasma, conservando l’originaria sembianza. Quando di notte appare una puba, una figura di natura incerta, le si chiede: "Ses anima bia o anima motta?” (Sei anima viva o anima morta?); e se è “anima viva” risponde e si qualifica: “Ca seu su tali”, Guarda che sono il tale.
Is animas, le anime, si distinguono ancora in animas bonas e animas malas, anime buone e anime cattive. Is animas bonas sono le anime dei defunti che si trovano nel Purgatorio e molto più raramente nel Paradiso, e possono di tanto in tanto comunicare con i viventi, gente della loro comunità o del parentado. Queste animas non sono da temere, portando buona sorte, svelando enigmi, predicendo il futuro, e spesso dando anche i numeri del lotto. Is animas malas, le anime cattive, sono is animas cundennadas, le anime dannate, alle pene eterne dell’Inferno; e da queste bisogna guardarsi come da is tiaulus, i diavoli, dei quali ormai hanno preso la natura malvagia.
Vi sono anche categorie particolari di animas: is animas de is pippius mottus sene battiai, le anime dei bambini morti senza Battesimo; is animas de is cundennaus a motti, le anime dei giustiziati, alle quali si lega il culto delle anime decollate; is panas o animas de is mottas de partu, le anime delle morte di parto.

Anima = Anima. Nel significato di essenza vitale. Anima vegetativa si narat sa de is plantas, sensitiva sa de is animalis, razionali sa de s'omini = Anima vegetativa dicesi quella delle piante, sensitiva quella degli animali, ragionevole dell’uomo (Porru). Anima anche nel senso di parte interna di cose diverse, ed è anche sinonimo di mueddu, midollo. E’ detto ou cun s'anima, uovo con l’anima, uovo gallato, e ou sene anima, uovo senz’anima, l’uovo infecondo, che dai latini era detto urinus.

Animalis = Animali. Si vuole che in ogni animale alberghi un demone tipico, caratterizzato da certe qualità morali, ed è in conseguenza valutato virtuoso o vizioso, utile o dannoso. In pratica, dalla osservazione dei comportamenti degli animali, l’uomo è portato ad attribuir loro propri vizi e proprie virtù valutandoli con il proprio metro psicologico e morale. La novellistica popolare ha spesso animali come protagonisti, ciascuno di essi simboleggiante un carattere umano. Margiani, la volpe, è un astuto predatore, con il quale il pastore stipula accordi di buon vicinato con antichissimi rituali magici. Su cani, il cane, è fedele, ma servizievole fino alla vigliaccheria. Su stori, il falco, è superbo e altero. Sa carroga, la cornacchia, è una vecchia saggia. Su molenti, l’asino, è esageratamente virile ma reso stolto dalla sua foia. Su 'attu o pisittu, il gatto, ha l’anima del libertario, non ha padroni né leggi. Sa mardi, la scrofa, si sa, è una gran troia. S’egua, la cavalla, è una femmina di smodata lussuria. Su carrabusu, lo scarabeo stercorario, è l’anima nera di un avaro che vive abbrancato al suo tesoro. Vi sono animali che portano fortuna, come sa mamajola, la coccinella, e altri che portano jella, come s'attu nieddu, il gatto nero, e sa stria, la strige. Osservando il comportamento degli animali possono trarsi auspici. Alcuni animali come il cane e il maiale, considerati immondi, vengono usati per scaricare su di essi malocchi, malefici, spaventi o per farvi trasmigrare i demoni scacciati dal corpo degli ossessi.

Antoni (Sant') = Antonio (Sant’). E’ detto s'Eremitanu, l’Eremita, o anche de su fogu, del fuoco. Per antichissima tradizione, cui ricorrono numerose leggende, Sant'Antoni de su fogu è venerato dai Sardi come il loro Prometeo: a lui si attribuisce il merito di essere disceso nell’Inferno, di avere con un sotterfugio attizzato il fuoco alla punta del suo bastone di ferula e di averlo poi donato ai Sardi affinché uscissero dalla barbarie. Per celebrare il Santo eremita, nel mese di gennaio, in molte comunità dell’Isola, si preparano nelle piazze grandi falò.
Vedi Fogadoni o Tuva.

Aqua = Acqua. Fonte e sostanza di ogni forma di vita sulla terra, l’acqua è considerata una divinità presso tutti i popoli. E’ l’elemento che ha le magiche proprietà di purificare, fecondare, divinare e guarire.

Aquas de mexina = Acque medicamentose. Se ne hanno diverse: Santa (Acqua) = Santa (Acqua). Vedi.
Abrebada (Aqua) = Acqua resa taumaturgica mediante brebus. Vedi.
Patena o Medalla (Aqua) = Acqua resa taumaturgica mediante patena o medalla, medaglia miracolosa. Vedi.
Licornia (Aqua) = Acqua rituale usata nella diagnosi e terapia di alcuni disturbi della sfera emotiva. Vedi.
S’aqua, l’acqua, è la materia più diffusa nei riti terapeutici popolari.

Aragna (catalano Aranya; spagnolo Araña) = Ragno, insetto dell’ordine degli aracnidi. Sul piano magico, is aragnas, i ragni, assumono segno e valore positivi o negativi secondo la specie. Ve ne sono di domestici i quali, si crede, portano fortuna, e se ne hanno anche, di questi, raffigurazioni in filigrana usati come pendagli con funzione talismanica. Tra i domestici occupano un ruolo importante quelli che vivono negli interstizi dei muri non intonacati, protetti da una fitta tela: la loro nappa o tirinnia, la loro tela, è usata come emostatico. (Vedi). Ve ne sono anche di demoniaci, quelli volgarmente detti aragnas piludas, ragni pelosi. A questo gruppo di aragnas demoniache appartengono is argias o arzas (Vedi), le tarantole, della famiglia dei falangidi, che provocano singolari forme di avvelenamento.

Argia = Tarantola. Argia viene chiamato nel mondo contadino dei Campidani un singolare ragno che un tempo era comune nelle campagne nel periodo della mietitura del grano e che oggi è quasi estinto. Si distinguevano argias, tarantole, con macchie gialle o rosse o brune, secondo la specie. Provocava con la sua puntura su mali de s'argia (tarantolismo), un fenomeno patologico caratterizzato da disturbi della sfera psichica, che si risolveva mediante una singolare terapia di gruppo, a base di musica e ballo. Nei Campidani, s'argia, la tarantola, può essere di quattro specie: sa viuda, la vedova; sa bagadia, la nubile; sa partoxa, la puerpera; sa martura, la paralitica.

Argia (Su ballu de s') = Tarantola (Il ballo della). E nel Nuorese ballu de s'arza. Terapia diffusa in tutta l’Isola, con differenti rituali, contro il morso della tarantola.

Arza = Tarantola in logudorese.

Arza masciu e Arza battia = Tarantola maschio e tarantola vedova. Secondo lo Spano, sono le due specie note nel Nuorese, specificando che la puntura dell’arza masciu è assai più dolorosa di quella dell’arza battia.

Attitai = Lamentazione funebre. E’ la funzione propria delle attitadoras, prefiche, cioè quella di piangere e lamentare il morto, tessendone gli elogi e incitando gli animi dei presenti alla commozione o alla vendetta quando si tratti di morte violenta. Danno luogo a s'attitai, alla lamentazione funebre, le parenti del defunto e le donne del vicinato, più anticamente le prefiche, is attitadoras, donne esperte in tale arte, che svolgevano un ruolo di rilevanza comunitaria, mai prezzolato.
Il vocabolo attitai deriva dal sardo-logudorese adtitiare (secondo la grafia del Wagner) ma anche dallo stesso termine sardo-campidanese attizzai o atzizzai che hanno il significato di attizzare - sottintendendo non soltanto e semplicemente "attizzare alla vendetta”, ma anche, se mai ce ne fosse bisogno, alla commozione, a un coinvolgimento emotivo di massa: per ogni morte, sì, ma in particolare per le morti “ingiuste”, come le morti violente, le morti di bimbi e fanciulle, stroncati all’alba della vita o nel fiore degli anni.
Is attitidus, le lamentazioni funebri, normalmente sono improvvisati, ma ne esistono di scritti, di valore letterario e carichi di tensione emotiva, quali in morte di fanciulli o di latitanti assassinati da spie e carabinieri. D’altro canto, composizioni poetiche della letteratura italiana, come “Pianto antico” del Carducci o “In morte del fratello Giovanni” di Foscolo, possono definirsi attitidus. Un attitidu di notevole pregio è la composizione di Sebastiano Satta che si intitola “In morte della selvaggia”, una lamentazione funebre per una Sardegna che scompare.
Di attitidus e di altri usi funebri si parlerà diffusamente nel volume III° di questa opera.

Attitadora (e Attittadora) = Prefica. Esiste anche il maschile, attitadori, ma con altro significato, riferito a uomo piagnone. E’ chiaro che il ruolo di attitai, di lamentare i morti è proprio della donna. Ed è la donna che “attizza” negli animi virili la commozione, l’ira, la vendetta.

Attitidu (e Attittidu); al plurale, Attitidus = Lamentazione funebre. Is attitidus vengono improvvisati e declamati dalle parenti del defunto; ma sono le attitadoras, vere e proprie esperte, simili alle antiche prefiche, che danno la stura ai pianti e alle lamentazioni collettive.

Avvalliri = Intristire, vuotarsi, rinsecchire. E’ detto specialmente per le piante e più in particolare per il grano. Cust'annu su trigu s'est avvalliu = Quest’anno il grano si è rinsecchito (ossia non è giunto a completa maturazione, indurendosi prima).
Vi è chi mediante lo sguardo (oghiadoris, iettatori) o mediante mazzinas (fatture) hanno il potere di avvalliri, rinsecchire, un campo di grano - come pure di provocare morbi e morie ad animali domestici e di ammalare creature umane. Vedi Ortizzu e Allacanau.

Azziccau = Spaventato. Colui che ha subito un trauma psichico. S’azziccau, quando presenta i sintomi propri di s'azzicchidu, dello spavento, viene sottoposto alla terapia del caso.

Azzicchidu = Spavento, e più precisamente, nella materia in esame, shock, trauma psichico. Sinonimi di azzicchidu, spavento sono sprama, spreu, sustru e assustru, e inoltre di maggiore intensità i vocaboli spentumu e sprerrumu che indicano il precipizio, l’abisso, che danno luogo agli aggettivi spentumau e sperrumau, che si potrebbero tradurre con “annichilito dallo spavento”. In medicina popolare, s'azzicchidu, lo spavento, può essere lieve o grave, provocato da creature viventi (Animas bias = Anime vive) o da creature morte, spiritus e umbras, spiriti e fantasmi, (Animas mottas = Anime morte) e viene curato con terapie diverse, che vanno dalla semplice aspersione del viso o del collo con saliva o acqua, fino ai suffumigi magici e a s'imbrusciadura, un singolare rito che guarisce i traumi psichici. Vedi il capitolo S'imbrusciadura. Vedi anche Sperrumu e Sperrumau.

Azzichidu (Sinnus) = Spavento (Sintomi). S’azzicchidu, lo spavento, è considerato una malattia vera e propria, ed è assai diffusa, nei piccoli più che negli adulti, nelle femmine più che nei maschi. I sinnus o sintomi che lo caratterizzano sono: insonnia, vaneggiamenti, incubi; inappetenza, svogliatezza, vomiti; pallore del viso e sguardo assente; foruncolosi, specie nella testa; può sopravvenire nei casi più gravi febbre alta con delirio. Modo di dire comune: “D’hat pigau spreu mannu!” = Ha preso uno spavento grande! Vedi Imbrusciadura.

Babballoti = Insetto, in senso generico, specie quelli che vivono nel terreno sotto lo strato di foglie secche e sotto i sassi. Alcuni babballotis, insetti, sono ritenuti spiriti metamorfici, certi cattivi e altri buoni. Su babballoti arrumbulazzu, il porcellino terrestre, detto anche Proceddeddu de sant'Antoni (Porcellino di sant’Antonio), l’insetto che vive sotto i sassi e tra sostanze vegetali in decomposizione, si dice che porti fortuna, quando lo si tocca e si appallottola. Così pure un altro babballoti, detto babbajola o mammajola (coccinella), che è considerato guardiano di tesori nascosti e dal cui volo si traggono auspici. Teniri bonas babbajolas significa tenere molti soldi, essere ricco. Le bambine catturano is babbajolas, le coccinelle, e per propiziarsi fortuna le mettono sopra il palmo della mano aperta, recitando versetti propiziatori e augurali finché l’insetto non vola via.

Babboi = Insetto repellente, babau, spauracchio. Viene detto ai bimbi disubbidienti: “Mi' (Mira) a babboi, chi non fais a bonu! = Guarda (che viene) babboi, se non fai da bravo! Tuttavia, è approssimativo tradurre babboi con l’italiano babau. Babboi è voce di origine fenicia, da bou, tenebre, e babbou, orrore. Ho notato che il termine babboi è usato nel Campidano di Oristano per indicare un insetto repellente, che fa paura o schifo, talvolta per indicare s'argia, la tarantola. Alcune tarantolate, infatti, descrivono l’insetto che le ha pizzicate come unu babboi nieddu pixidu piludu piludu = un insetto nero come la pece molto peloso.

Battesimu = Battesimo. Rito magico - religioso di purificazione e iniziatico, cui si dà la virtù di cancellare con il “peccato originale” (il peccato di Adamo ed Eva) ogni altro peccato, e che ha il potere di esorcizzare i demoni e dare fede e sapienza all’iniziato. La materia del Battesimo consiste nelle stesse sostanze che più frequentemente ritroviamo in ogni rito magico - terapeutico: l’acqua, simbolo di purificazione; l’olio, che ha valore di crisma; il sale, simbolo della sapienza; la saliva che in quanto a umore di organi vitali rappresenta l’essenza stessa della vita. Vi sono nel Battesimo diversi aspetti di un vero e proprio rito magico terapeutico, di iniziazione, di propiziazione, talismanico. La ripetuta imposizione delle dita della mano nelle parti del corpo del battezzando ritenute vitali (mente, cuore, organi dei sensi) e is brebus, le parole sacre, danno al rito funzioni terapeutiche, in quanto esorcizzanti il male, iniziatiche, in quanto danno il carisma della fede, propiziatorie e talismaniche, in quanto richiamano sull’iniziato la protezione delle forze del bene.

Battia (Arza) = Vedova (Tarantola). Dicesi arza battia o arza viuda in logudorese una specie di tarantola, il cui morso dà sintomi simili a quelli provocati da s'argia viuda del Campidano. La terapia per il morso dell’arza battia in alcune comunità è effettuata da sette vedove.

Bèvida = Bevanda, tisana. Alcuni, come lo Spano, traducono tisana con bivanda, italianizzando. Bevida indica anche sa mexina de buffai, la medicina da bere, pozione o tisana che dir si voglia, ottenuta mediante l’ebollizione di erbe, o sciogliendo sostanze medicamentose o consistenti in aqua abrebada, un acqua resa taumaturgica mediante magia eseguita da guaritori.

Billada in campidanese e Bizada in logudorese = Veglia rituale. Si ha notizia di veglie sacre, anche attuali, per lo più collettive. Ne parla l’Angius nel Dizionario enciclopedico del Casalis. Vedi anche in sa festa de sos mortos a Orune, nel volume III°.

Bisera e Maskara = Maschera. L’uso della maschera è comune in molte cerimonie magiche propiziatorie. La maschera di per sé opera una magia metamorfica: trasfigura il volto che da umano può diventare angelico o demoniaco, affascinante o terrificante; e si acquistano i caratteri e le capacità dell’angelo, del demone, dell’animale rappresentati. Le maschere carnevalesche di Ottana e di Mamoiada, nelle Barbagie, sono maschere linnee rappresentanti animali e demoni, di espressione fortemente drammatica. Con queste maschere, durante il carnevale, si svolgono cerimonie magiche propiziatorie le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Se ne parlerà diffusamente nel volume III°. Bisera, maschera, ha anche il significato di beffa. Fattu a bisera = Fatto per beffa.

Bisir e Visir = Visir, ministro di corte. Termine usato per indicare genericamente chi amministra la giustizia. Con lo stesso significato, ma più raramente, è usato anche kadì.

Bisu = (Dal latino visus). Sogno, sonno. Bisai e anche Bisionai = Sognare, fantasticare. Nottesta happu fattu unu bellu bisu = Stanotte ho fatto un bel sogno. Ita ses, bisendidì (o bisionendidì)? = Cosa ti stai sognando (o inventando)?
Is bisus, i sogni hanno particolare rilevanza nell’arte della divinazione. In generale sono considerati segni premonitori di fausti o infausti eventi, dati all’uomo da entità spirituali durante il sonno. L’analisi e la interpretazione dei sogni consentono non soltanto di divinare, ma, con buona pace di Freud, di penetrare nei più profondi recessi dell’animo umano cogliendo le cause di certe malattie di carattere psichico e di approntare le terapie più idonee. Vi sono bruxus e cogus, uomini di magia e di medicina, esperti nella interpretazione dei sogni, e a loro ci si rivolge per conoscerne il vero significato.

Bisura = (Da bisu, viso). Aspetto del viso. Sa bisura, l’aspetto del viso, denota i sintomi della malattia e consente al guaritore di fare la diagnosi e approntare il rimedio. La tipologia del viso, nonché l’aspetto relativo all’umore, è detto anche cara. Essiri de bella cara
 = avere un viso di bell’aspetto.

Boe muliache e in campidanese Boi mulliaccas = Bue mugghiante. E’ così detto una sorta di bue mannaro, fenomeno di demoniaca metamorfosi dell’umano. Meno frequenti su ercu e sa prummunida, il cervo e l’asino mannari. Vi sarebbero certi uomini che nelle notti di plenilunio si trasformerebbero in un mostruoso bue magghiante (boe muliache), dando vita a una nuova creatura infernale che si aggiungerebbe ai mille altri demoni che dopo il tramonto emergono dagli inferi popolando le tenebre. L’orrendo essere metamorfico detto boe muliache rappresenta un penoso dramma esistenziale per colui che ne è il soggetto, e costituisce un pericolo mortale per i membri della comunità: colui che sente il suo terrificante muggito può morire dallo spavento in breve tempo. Vedi Ercu, Premmunida, Licantropia.

Brebus = Parole sacre o di natura magica. Dal latino verbum, parola. Nei riti terapeutici popolari, is brebus, le parole magiche, scandite, bisbigliate o inespresse, costituiscono elemento essenziale, potendo anche sostituire la materia curativa. Anzi, va sottolineato, che sono is brebus , spesso, a sacralizzare, a rendere terapeutica la materia usata. Specificando: qualunque materia curativa diventa abrebada, cioè magica e sacra, mediante la pronuncia di appositi brebus da parte del guaritore. Come si è accennato, talvolta sono sufficienti is brebus , per risolvere un lieve disturbo. Si dice allora a si fai is brebus, farsi fare i brebus, o anche is Vangeus, i Vangeli. Tale terapia consiste nel recitare al malato versetti magici o passi tratti dal Vangelo, per esorcizzare il demone di “quella” malattia. L’operazione è normalmente condotta da un sacerdote o da un guaritore.

Brebus de s'affumentu contra s'azzicchidu = Parole magiche nel suffumigio per guarire gli spaventi. Nella terapia detta s'affumentu (il suffumigio magico-terapeutico), praticato prevalentemente per risolvere traumi psichici e per liberare dal malocchio, sono di particolare importanza is brebus che vengono recitati tre volte durante il rito. Vedi Affumentu.

Brullas o Ciascus de sposoriu = Burle o scherzi nello sposalizio. Era usanza diffusa appendere al letto degli sposi novelli sonajolus e pitiolus (Vedi), sonagli e campanelli, in modo che la coppia consumando il matrimonio, scuotendo i suonanti aggeggi, avrebbe allontanato dal talamo e quindi dalla casa gli spiriti del male. L’usanza aveva quindi funzione scaramantica: portava bene agli sposi “attivi” liberando la loro casa dalla presenza e dagli influssi dei tiaulus, diavoli. Attualmente è diventata una burla per il sollazzo degli ospiti, i quali, in alcune comunità contadine, si intrattengono a far festa per tre giorni e tre notti: dal tintinnare che giunge dalla camera nuziale si valuta la vigoria degli sposi e si ricamano facezie e storielle piccanti. L’uso “civile” di legare barattoli all’auto degli sposi che partono per il viaggio di nozze, diffuso un po’ dappertutto nel mondo occidentale, è una variante dell’antico rito di dar piglio a sonagli o a oggetti rumorosi per liberare dagli spiriti del male la casa che ospita un nuovo nucleo familiare.

Bruxa = Maga, e più specificatamente indovina. Secondo il Dizionario del Porru, questo termine oltre a indicare la maga indicherebbe anche su logu aundi si unint is bruscias, il luogo dove si riuniscono le streghe. Vedi Bruxu.

Bruxeria = Magia, incantesimo, fattura, malia, medicina. Bruxeria è l’atto compiuto dal bruxu (mago) o dalla bruxa (maga) sia per legare che per sciogliere. Dicesi bruxeria anche lo strumento o il rito usato per compiere la magia, di segno bianco o nero. Vedi Bruxu.

Bruxeria po divinai = Magie o stregonerie per divinare. Nelle mexinas in uso nel mondo contadino, un settore cospicuo nel campo della divinazione è riservato alla scoperta dei colpevoli di reati contro la persona o il patrimonio. Quando si dubita che il male che affligge qualcuno della famiglia (o qualche prezioso animale da cortile o da lavoro) sia opera di un fattucchiere (killer armato di malefici ingaggiato da un nemico); o quando siano spariti dal loggiato o dal cortile un paio di forbici o un lenzuolo lasciato steso o una gallinella ovaiola, allora la massaia si rivolge a su bruxu (o a sa bruxa), al mago (o alla maga), che abbiano nomea di essere veri cogus, indovini, affinché compia qualcuno di quei particolari riti magici che svelano l’ignoto, affinché colui (o colei) che ha commissionato il maleficio o che ha rubato assuma un volto, prenda un nome e venga ripagato come si merita.
Si può dire che questi metodi di ricerca della verità per amore della giustizia sono assai più civili, e più umani, di quelli in uso nelle polizie di tutti i tempi, intese come “braccio armato” del potere e della giustizia. Si sa che in tempi relativamente antichi, i “giudizi di Dio”, le ordalie, le prove del fuoco e le prove dell’acqua, e altri simili metodi “divinatori” erano in auge per dirimere controversie e principalmente per dimostrare la colpevolezza o l’innocenza di un cittadino sospetto di reato. Queste singolari prove, cui erano sottoposti i sospetti, consistevano nella costrizione a compiere atti che, senza l’intervento di un potere sovrannaturale, si risolvevano sempre a danno dell’imputato. E’ assurdo, essere immersi nell’acqua e non affogare, camminare sopra i carboni accesi e non bruciarsi, immergere la mano nell’acqua bollente e non scottarsi, bere pozioni avvelenate e sopravvivere, farsi mordere da un aspide e restare indenni - o ricevere sulla lingua una lama arroventata, con la presunzione che il colpevole avendo paura ha la lingua arida e pertanto si scotta, mentre l’innocente essendo tranquillo ha la lingua insalivata e quindi non si scotterebbe.
Nel sottoporre i sospetti di reato a tali torture, spesso mortali e comunque invalidanti, c’è la presunzione (difficile dire quanto in buonafede) che Dio o le Forze del Bene, essendo a favore dell’innocente, si sentirebbero in dovere di intervenire con un “miracolo” per salvare il disgraziato ingiustamente accusato. Il fatto è che tale intervento è sempre rimasto a livello di ipotesi, e dubito che sottoponendo gli stessi accusatori e amministratori di giustizia a tali prove il Padre Eterno si scomoderebbe a muovere un dito.
Quando Gesù di Nazareth viene inchiodato alla croce, i suoi carnefici ebrei lo deridono, sapendolo un “mago”, capace di cacciare i demoni dagli ossessi e di guarire i malati, dicendogli che se egli è veramente innocente le Forze del Bene verranno a salvarlo. Anche in questo caso si configura un richiamo, seppure in senso ironico, al “giudizio di Dio”.
Le torture diffuse ancora oggi presso tutte le polizie del mondo altro non sono che una eredità di quell’antichissimo e barbarico istituto (che ebbe i suoi fasti nel Medioevo) detto ordalia e basato essenzialmente sulla prova del fuoco e dell’acqua. La stessa presunzione che sotto la tortura il sospetto, se colpevole verrà abbandonato da Dio e finirà per confessare i propri misfatti. In verità, qualunque uomo, sottoposto a sevizie (attualmente una delle più atroci torture è l’isolamento) finirà per confessare colpe non commesse e qualunque altra cosa potrà compiacere i suoi aguzzini. Gli attuali “giudizi di Dio”, dove si usano metodi più sofisticati che nel passato, non sono altro che una continuazione di antichi riti barbarici che le legislazioni attuali dicono di aver soppresso. Il sistema di potere attuale condanna verbalmente simili metodi, ma li usa più o meno nascostamente nella misura in cui gli tornano utili per eliminare oppositori irriducibili e per dimostrare la propria efficienza punitiva.

Bruxu e Bruxa = Mago e maga, fattucchiere e fattucchiera, guaritore e guaritrice. Si dice anche di persona che sa divinare il futuro. O anche più comunemente a chi ha indovinato un pensiero nascosto o ha previsto ciò che poi è realmente accaduto. Ita ses, bruxu? = Che cosa sei, mago? Su tali indovinat is cosas: debit esseri bruxu = Il tale indovina ciò che accade: deve essere mago. Il termine bruxu (a meno che non sia usato scherzosamente, come nelle frasi precedenti) viene sempre usato indirettamente, riferito cioè sempre a persona non presente. Il guaritore o fattucchiere che si va a trovare per un consulto o per avere la mexina per una malattia, non si apostrofa mai con l’appellativo di bruxu, ma con il suo nome di battesimo o con il suo soprannome preceduti da ziu, o se è famoso per le sue doti di guaritore omini santu.
Bruxa può prendere anche il significato di strega, nel senso di donna bisbetica e acida, senza che il termine contenga attributi demoniaci e di malvagità. Più propriamente, il termine strega, rispettando la derivazione dal latino (strix-strigis) si traduce in sardo con stria, che indica il barbagianni, uccello notturno portatore di una particolare malattia (Striadura - vedi) e di gravi sciagure. Vedi Stria.

Buscu = Bosco. Lo Spano, nel suo Dizionario, ne dà la seguente definizione: Logu plantadu ad arbures silvaticus (Luogo dove vegetano alberi selvatici). Ancora oggi si ha memoria di boschi considerati sacri dalla comunità. Nei boschi sacri il taglio della legna era tabù. Colui che avesse violato il divieto sarebbe incorso nella terribile vendetta della divinità alla quale quel bosco era consacrato. Ancora oggi è noto nel Campidano il bosco di Villanovaforru (oggi Collinas) dedicato a Nostra Sennora, la Tanit della mitologia cristiana.

Cabala = Cabala. Arte di interpretare il senso nascosto delle parole e di operare prodigi mediante parole pronunciate in modo rituale. Is brebus (dal latino verbum), le parole magiche, hanno valore cabalistico perché pronunciati e interpretati dai maghi guaritori in un modo che trascende il comune senso di quelle stesse parole. Infatti, quelle stesse parole pronunciate da un profano, perdono le loro virtù magiche, terapeutiche e scaramantiche, divinatorie o ammalianti. Si vuole che l’arte della cabala, di origine caldèa, sia stata tramandata da Abramo e quindi rivelata da Gesù a San Giovanni l’Apostolo.

Campanas e Campaneddas = Campane e campanelli. Potenti amuleti, in grado di allontanare i diavoli che fuggono terrorizzati al loro suono. Oltre che richiamare i fedeli alle orazioni o radunare la comunità in casi di emergenza, le campane delle chiese hanno l’originaria funzione di esorcizzare i demoni. Diversi tintinnabuli, campanelli e sonagli, vengono usati nelle cerimonie magiche e religiose. Ve ne sono da appendere al collo e al polso dei bimbi contro il malocchio e più in generale per tenere lontani gli spiriti del male. Vengono usati dall’esorcista per scacciare i diavoli dagli ossessi. Si agitano quando qualcuno muore affinché i diavoli non si avvicinino all’anima del defunto che può così volarsene in cielo senza intoppi. A tale scopo, un tempo, le campane di chiesa suonavano a morto durante il trasporto del defunto dalla chiesa al camposanto. Vedi Pitiolus e Sonaiolus.

Cani = Cane. Animale ritenuto impuro, nel quale possono incarnarsi demoni e anime di dannati. Per sapere se l’anima di un morente andrà o non andrà all’inferno basta avvicinargli un cane. Se nel momento del trapasso il cane si avvicina vieppiù al morente, l’anima di questo sarà dannata (perché il cane l’accetta dentro di sé); se al contrario il cane si allontana, l’anima sarà salva (perché l’animale evidentemente la rifiuta). E’ usanza diffusa sotterrare un cucciolo di cane ai piedi di un albero per renderlo fruttifero. Vedi Cazzeddu.

Carroga = Cornacchia. Animale saggio che vive a lungo perché sa farsi i fatti suoi. Il detto Castiai che carroga in figu (letteralmente: Guardare come una cornacchia da sopra il fico), ha il significato di osservare con distacco la realtà senza farsi coinvolgere, ed è simile al dantesco “Non ti curar di lor ma guarda e passa”. Carroga è detto anche dispregiativamente di donna beghina che veste scuro. L’appellativo Carroga 'eccia, vecchia cornacchia, è sinonimo di vecchia megera.

Carronia = Donna laida e puttana. Usato popolarmente in senso fortemente dispregiativo per donna anziana dall’animo malvagio e puttanesco. Nonostante l’assonanza con carogna, usato in italiano per persona infida e malvagia, non vi è alcun rapporto tra i due termini.

Carrucciu (de figu morisca) = Pala (di ficodindia). La pala del ficodindia, il cladodio, impropriamente chiamata foglia e in sardo talvolta detta folla traducendo dall’italiano) è materia usata nelle fatture. Da una pala, intagliata con il coltello, si ricava un rudimentale pupazzo, su cui si compiono i riti di magia nera.

Cazzeddu = Cucciolo, cagnolino. Dallo spagnolo Cachorro con uguale significato. Su cazzeddu interrau biu (Il cucciolo sepolto vivo) sul limitare dell’uscio di casa o nel cortile, come vittima sacrificale alla nascita di un bimbo, è un antichissimo rito augurale, auspicio di lunga vita per il neonato. Usanza diffusa ancora in tempi recenti sotterrare animali domestici, in particolare cuccioli di cane, ai piedi di alberi lenti a fruttificare per renderli più produttivi. Si ha anche notizia che in tempi antichi venivano sepolti davanti all’uscio di casa bambini vivi, immolati con riti propiziatori agli dei ctoni della fertilità e della pioggia. Alcuni studiosi ritengono che con il passare del tempo ai bimbi si siano sostituiti i cagnolini. Vedi Pippius interraus bius (Bimbi sotterrati vivi).

Cera e Chera = Cera. Se benedetta, presa dall’altare di una chiesa, sa chera, la cera, è usata di frequente (con altri componenti quali l’incenso, la palma, l’alloro) nei suffumigi magico-terapeutici (affumentu), per guarire spaventi o per liberare dal malocchio o da malefici. La cera grezza (cerobida) è invece usata in magia nera per dare forma al feticcio, la raffigurazione del nemico da colpire anche mortalmente o della donna o dell’uomo amati da far innamorare, mediante fattura.

Cerbu e Crebu = Cervo. Con le sue corna, tagliate a rondelle e consacrate durante il plenilunio, si ottengono amuleti contro il malocchio. Tali amuleti sono detti Pinnadeddus e si portano al collo come pendagli. Vedi Pinnadeddu.

Chena de sos mortos = Cena dei morti. E’ credenza ancora viva presso alcune comunità dell’interno, in particolare a Orune, che nella notte del 2 Novembre le anime dei morti ritornino sulla terra, nei luoghi dove vissero. Le anime dei defunti vengono accolte con amore e rispetto dalla comunità che le ebbe viventi. In ogni casa, lasciata socchiusa per tutta la notte la porta d’ingresso, si prepara, nella cucina, accanto al caminetto acceso, un apposito tavolo imbandito con sa chena de sos mortos, con i cibi che sono più cari ai morti: sos maccarones, su pane durche, sos papassinos (i maccheroni, il pane dolce, i papassini). Si parlerà diffusamente di questa affascinante usanza nel volume III° di questa Opera, nel capitolo dedicato a sa festas de sos mortos a Orune.

Chercu e Quercu = Quercia. Regina del bosco sardo, sacra alla dea Tanit, la Grande Madre, e alle divinità ctonie. Vi erano boschi ritenuti sacri, dove il taglio della quercia era considerato sacrilegio. Attualmente, una vecchia quercia, ormai cava, detta tuva (Vedi), in occasione della festa di sant’Antonio del Fuoco, viene trasportata con grande solennità nella piazza maggiore del paese e bruciata al centro di un grande falò. Sa tuva, la vecchia quercia cava, può essere abbattuta soltanto con il taglio della scure.
Sotto le querce secolari, il consiglio dei saggi si riuniva a giudizio, e ancora oggi, presso certe comunità dell’interno, ci si incontra per dirimere controversie. Sentenze, giuramenti, patti fatti all’ombra di una quercia sono sacri e inviolabili. Su quercu (dal latino quercus) prende diversi altri nomi secondo la specie. Abbiamo così s'orroli, s'arburi de landiri, l’albero che dà le ghiande; su suergiu (quercus suber), la quercia da sughero. Esistono diversi toponomastici derivati dalla quercia, come i paesi di Suergiu (quercia da sughero e sughero) e di San Giovanni Suergiu. Così pure Orroli e altri. La ghianda della quercia è detta landiri, il calice della ghianda, calixi de su landiri, la galla è detta sa daddara - varietà rotondeggiante leggerissima, simile alla bacca del sambuco, che i bimbi usano per giocare.

Chervu o 'Ervu o 'Erbu = Cervo. Viene così chiamato nel Nuorese anche il cervo mannaro, una creatura demoniaca originata da una metamorfosi dell’umano, a causa di un male oscuro o di una misteriosa condanna. Su 'ervu - quale essere demoniaco partorito dalle stesse viscere dell’umano per un oscuro destino - costituisce un pericolo mortale per la comunità, e la sua apparizione è foriera di luttuosi eventi.

Circu o Xircu = Cerchio. Simbolo dell’infinito, attributo della divinità. Costituisce, tracciato per terra o disegnato su pergamena, un prodigioso amuleto che ha il potere di fermare fuori dei suoi limiti i demoni del male. Su xircu, il cerchio magico, si traccia intorno a sé, specie di notte quando si è in campagna e si abbia il timore che forze diaboliche siano in agguato. Il cerchio magico si traccia preferibilmente con un pezzo di carbone o con un tizzone. Il potere protettivo del cerchio aumenta se nel suo interno arde la fiamma di un fuoco o se la sua superficie viene aspersa con acqua santa o aqua abrebada. Vedi Abrebada (Aqua).

Clamai = Evocare. In Logudorese giamare, che ha secondo lo Spano, il significato di clamare foras, cioè “evocare gli spiriti”. Su clamai è l’evocazione, la “chiamata a voce alta” che viene fatta nelle cerimonie magiche per far apparire spiriti del bene o del male, anime dannate o sante, per impetrarne i favori. Nelle cerimonie funebri si clamat su mortu, si chiama a gran voce il morto, quando il suo corpo viene interrato, per trattenere la sua anima ancora sulla terra, tra i suoi cari, per quanto sia possibile a lungo. E in questo caso, su clamai, più che una evocazione spiritistica è una invocazione d’amore struggente. Su clamai o clamazioni (evocazione) si compie frequentemente nella parlata popolare con esclamazioni: Deus meus! o Madonna Santa! o dimoniu!, nei momenti di pericolo o come scongiuro o anche semplicemente come intercalare per vivacizzare il discorso.

Clamazioni = Chiamare a gran voce. Dal latino clamare, dal sardo clamai. Negli attitus (o attitidus), lamentazioni funebri, mentre si tessono gli elogi del defunto, coralmente, a gran voce, si pronuncia il suo nome, per trattenere la sua anima. Vedi Attitu.

Coa = Coda, ma anche diavolo, nominando la parte per il tutto. Su tiaulu c'hat postu sa coa! = Il diavolo ci ha messo la coda! Si dice per qualcosa che è andata storta. Si usa al contrario come scongiuro, come frase scaramantica quando ci si accinge a compiere un’opera: Speraus chi su tiaulu non ci pongiat sa coa = Speriamo che il diavolo non ci metta la coda, cioè che tutto vada per il verso giusto. Sa coa, la coda, è l’attributo più vistoso e più bestiale de su tiaulu, del diavolo. Vedi Coalonga e Coitedda.

Coalonga = Codalunga. In alcune comunità dell’Isola, specie nel Campidano oristanese, Coalonga è un diavolo intraprendente e lascivo, l’incubo notturno che si insinua fra le coltri dei lettini monacali dove dormono fanciulle e vedovelle timorate, mettendo a dura prova la loro castità. Nella novellistica popolare ricorrono di frequente notturne apparizioni di Coalonga , Codalunga, il diavolo lussurioso che assume astutamente le sembianze di giovane maschio piacente, tentando giovani donne sole e indifese. Non sempre Coalonga riesce a portare a termine il suo insano disegno, perché la vittima si sveglia eccitata da toccamenti preliminari, balza giù dal letto, si ricompone nella pudica camicia da notte, e inginocchiata su pavimento recita le preghiere e gli scongiuri del caso. C’è anche chi suggerisce abluzioni di acqua fredda, per snebbiare la mente e la volontà intorpidita.

Cogu e Coga = Mago e maga; fattucchiere e fattucchiera. Il termine cogu-a è usato anche per chi esercita l’arte o ha il dono di indovinare. O ses cogu o ci ses attoffau! = O sei indovino o ci sei caduto dentro, cioè ci hai azzeccato. E’ un modo di dire per chi ha indovinato alcunché. Cogu e Coga sono sinonimi di bruxu e bruxa (Vedi), uomo o donna che fanno magie.

Coitedda = Codina. E’ sinonimo di diavoletto. Coitedda è infatti un diavoletto birichino e dispettoso, che si diverte a far perdere, alle donne di casa specialmente, chiavi, portamonete, forbici o ditale da cucito. Quando la massaia, stranamente, non trova più un oggetto d’uso che ha appena rimesso al suo posto, pensa subito a una burla di Coitedda, diavoletto dispettoso, ed esclama: Malaitu sias, Coitedda! (Maledetto sii, Coitedda!), e sentendo la sua presenza che si manifesta con una risatina beffarda, fa gli scongiuri con is ficas (le fiche) o sputando per terra. Coitedda in fondo non è un cattivo diavolo: ha tempo da starsene a giocare, ma quando vede che la massaia sta perdendo la pazienza, l’aiuta egli stesso a ritrovare l’oggetto sottratto mettendoglielo proprio davanti al naso, dove la donna aveva precedentemente ben guardato.

Colludu = Virile, che ha le coglia. E’ detto comunemente di animale non castrato, che viene lasciato colludu per la riproduzione. Vengono invece castrati gli animali da ingrasso e da lavoro. Sono animali colludus, non castrati, su malloru, il toro (dicesi malloru arrui il toro brado), su caboni de fedu, il gallo da monta, che è detto anche caboni de tallu o intalladori, su porcu colludu, il verro, e su molenti che a qualunque uso venga destinato non viene mai castrato.
Colludu è attributo che si dà anche a persona ritenuta di particolare virilità. Quando tale virilità diventa motivo di gelosia per i maschi concorrenti della comunità, questi sono soliti dire: Fulanu est meda colludu, ddi menesciat castrau! (Il tale corre troppo la cavallina, andrebbe castrato!)
Nella novellistica popolare, godono fama d’essere colludus oltre misura is paras (i frati), is maccocus (i matti), is gobbus (i gobbi), is izzoppus (gli zoppi) e in generale is istrupiaus (gli storpi).
Nella medicina magica esistono diverse formule, pozioni e sostanze usate per rendere colludu il maschio, e ne esistono, al contrario, per renderlo impotente. Vedi Fattura.

Coloru e Caoru = Biscia, serpente. Su coloru possiede un fascino malefico, detto umbra de coloru, che può essere posseduto anche da certi uomini, ritenuti iettatori e portatori di malocchio. Su coloru simboleggia il demonio. L’inferno (s'inferru), è comunemente definito su logu aundi sunt pibaras e colorus, il luogo dove sono vipere e bisce. Una testa di coloru (detto erroneamente pibara, cioè vipera, che in Sardegna non esiste) fa parte del corredo di animali o parti di esse mummificati e conservati dentro un sacchetto di pelle, che costituiscono su contravelenu, un amuleto-medicina usato in campagna contro i morsi di animali velenosi.

Cona e Kona, Immagini, Mazzina = Immagine, effigie, simulacro. Kona è di chiara derivazione greca (così icona, immagine sacra, da eikon). Da notare che mazzina, oltre ai significati che abbiamo visto ha pure quelli di “sortilegio”, “magia”. E’ detta mazzina anche la fattucchiera e la fattura stessa, ossia il feticcio rappresentante la persona che si vuole colpire o distruggere con arti magiche.
Is conas (o mazzinas), i feticci, più usati per compiere fatture (quando non si possa disporre di una fotografia, o oggetti, o capelli della persona da affatturare) sono pupattole fabbricate con creta o cera o stracci o ottenute elaborando una pala del ficodindia. Il valore magico delle immagini e tutt’ora vivo. Si pensi alla moda di portare stampata sulla maglia l’immagine del proprio divo - cantante, calciatore o politico; o anche l’uso popolare di bruciare in effigie la personalità politica contro la quale si manifesta una opposizione. Si tratta di veri e propri riti magici. Vedi Mazzina e Fattura.

Concas a bagnu = Teste a bagno. Tra le mazzinas (magie) e is mexinas (medicine) po fai proiri (per ottenere la pioggia) era di uso comune l’immersione in una pozza d’acqua di una testa di animale, preferibilmente di un cazzeddu, cucciolo di cane. Alcuni studiosi sostengono che all’usanza di sacrificare in tale rito la testa di un bimbo sia stata sostituita nel tempo la testa di un animale domestico. Si ha comunque notizia dell’uso in tempi recenti di immergere teschi umani nell’acqua per invocare la pioggia, presso comunità dell’area Centro-orientale dell’Isola.

Contramazzinas = Amuleti. Is contramazzinas, letteralmente, “Controfatture”, indicano generalmente gli amuleti. Sono di vario genere e hanno il potere di allontanare dalla persona che le indossa ogni genere di maleficio. Affinché produca tutta la sua efficacia magica, sa contramazzina, l’amuleto, deve essere portato a contatto di pelle. Ve ne sono di specifiche contro il malocchio, come su froccu birdi, il fiocco verde, o su pinnadeddu, il pendaglio costituito da una rondella di corno di cervo o da certe pietre dure. Is contramazzinas, gli amuleti, non vanno confuse con is pungas, i talismani, o portafortuna. Vedi Pungas.


Contravelenu = Si potrebbe tradurre con antidoto. Più precisamente, su contravelenu è un potente amuleto-medicina a largo raggio di azione contro morsi e punture di animali e insetti velenosi e irritanti, quali api, vespe, ragni, tarantole dei muri, eccetera. Tale amuleto-medicina, noto con il nome di contravelenu, è costituito da un sacchetto di pelle, che il guaritore porta appeso al collo, contenente allo stato di mummificazione resti di animali e insetti venefici. Tale sacchetto ha acquistato il suo potere magico-medicamentoso mediante uno speciale rito. Si usa imponendolo nella parte del corpo che è stata ferita recitando is brebus, le parole sacramentali del caso.

Coraddu = Corallo. Dal greco koràllion. Nome comune del corallo rosso (corallium rubrum), un antozoo che si caratterizza da uno scheletro calcareo ramificato. Fin dall’antichità se ne conoscevano numerose colonie nel Mediterraneo, specie tra le coste dell’Algeria e della Tunisia (Costa del Corallo) e la Sicilia. I Romani lo lavoravano per ricavarne collane, bracciali e pendagli considerati potenti amuleti. L’utilizzazione del corallo sia in funzione ornamentale che magica, dai Romani si è tramandata per tutto il Medioevo fino ai nostri giorni. La Sardegna ha prodotto e produce con il corallo e con la filigrana d’oro e d’argento una vasta gamma di gioielli, cui si attribuiscono poteri magici.

Coraddu nieddu = Corallo nero o antipate, costituito da antozoi antipatari (antipathes nigra) che costituiscono le loro colonie sugli scheletri neri dei cormi. Su coraddu nieddu possiede virtù magiche più rare del corallo rosso. Così è descritto dal Domenech, nel Dizionario del Battaglia, alla voce omonima: “L’antìpate è nero e non traluce. L’esperienza d’esso è questa, che cocendolo nel latte, lo fa simile alla mirra. Dicono i Magi che l’antìpate ha virtù contro il fascino degli occhi”, ossia contro il malocchio.

Corpus Domini = Corpus Domini (Il Corpo del Signore), festa solenne che si celebra il giovedì dopo l’ottava della Pentecoste, nella ricorrenza della istituzione del sacramento della Transustanziazione o Eucarestia. Per il corpus domini si svolge una processione con il Santissimo, che si snoda tradizionalmente lungo l’abitato, seguendo un itinerario che tocca le diverse croci monumentali, addobbate e adattate a cappella per la circostanza. Al corpus domini, specialmente nelle comunità agricole, sono legati numerosi riti magico-terapeutici, come s'imbrusciadura (Vedi) e la comparizione eccezionale dei morti, i quali, si crede, seguono la processione e talvolta la precedono.

Corru = Corno. Nella parlata popolare corru è frequentemente usato con il significato di pene; è un termine ritenuto non osceno e talvolta usato perfino in frasi beneaguranti, seppure scherzosamente. Per esempio in sostituzione alla esclamazione Saludi! (Salute!) si dice Corru de crabu! (Corno di capro!), rivolgendosi a persona con la quale si ha un rapporto familiare, quando abbia starnutito o scoreggiato. Se poi chi ha fatto lo starnuto o la scoreggia è un bimbo, il papà o la mamma gli si rivolgono scherzosamente esclamando Corru de memei! (Corno di agnellino!) o Corru de pisittu! (Corno di gatto!). Come si sa, né l’agnello né il gatto hanno “corno”, mentre possiedono il “pisello” - un modo quindi di ingentilire l’esclamazione scaramantica di prammatica… a base di corru. Nell’Oristanese è usato assai spesso, quasi come intercalare, quando si voglia cortesemente esprimere una opinione contraria, la frase Corru in cu' a tia! (Corno in culo a te!) o afusteti (a lei), quando è rivolta a persona di rispetto.
Su corru, il corno, è utilizzato in Magia e in Medicina popolare sia come forma che come sostanza. La sua diffusione è da collegarsi alla credenza secondo la quale su corru possiede poteri ambivalenti, sia come talismano, “che porta bene”, sia come amuleto, “che protegge dal male”. Di particolare efficacia le corna di cervo e di bue. Da quelle di cervo si ricavano rotelle, che forate e appese al collo o al polso proteggono dal malocchio; ancor meglio se il girocollo o il braccialetto consistono in un nastro di colore verde. Tale rotella di corno, detta pinnadeddu (Vedi) affinché assuma le virtù di amuleto deve essere debitamente abrebada, cioè consacrata mediante formule magiche da un omini de mexina, guaritore. Corru in pruini, corno in polvere, si ritrova negli ingredienti di diverse pozioni e filtri magici, in particolare in quegli atti a restituire vigoria e virilità. Corna e cornetti di forma e sostanze diverse sono diffusamente usati, per quel che ho potuto constatare, in tutta l’Europa cattolica, dove evidentemente la mitologia cristiana ha in pratica sostituito con il corno l’itifallo, il pene eretto, talismano diffusissimo in tempi pagani.

Corr' 'e boi (Corru de boi) = Corna di bue, bucranio. Il cranio di bue con vistose corna è un potente amuleto, cui si attribuiscono anche poteri scaramantici e propiziatori. Negli antichi templi pagani i bucrani sono usati come elementi decorativi architettonici; all’interno degli stessi templi venivano appesi alle pareti i crani di buoi sacrificati. Presso molti popoli, i bucrani posti in cima a un palo avevano significato funebre o venivano innalzati per segnare confini invalicabili (l’attuale off-limits delle basi militari) o a protezione di luoghi sacri, per lo più dedicati al culto dei morti. Guerrieri sardi del periodo prenuragico sono raffigurati nei bronzetti con elmo ornato di corna. Ancora in tempi attuali, nel nostro mondo contadino e pastorale, i bucrani posti in cima a pali di confine o sormontanti le cancellate di un chiuso, coltivato o adibito a ovile, hanno la magica funzione di tenere lontani dal luogo gli spiriti del male, nonché gli iettatori e i malintenzionati.

Crastadori = Castratore. Colui che esercita il mestiere del castratore su animali da ingrasso o da lavoro, una attività assunta in una certa misura dal veterinario. Vi sono castradoris, castratori, specializzati nel compiere tale operazione su una singola specie animale. Abbiamo così su crastacaboniscus (che peraltro è una attività normalmente assunta anche dalla massaia); il castratore di galletti; su crastaprocus, il castratore di maiali; su crastamallorus, il castratore di tori (che vengono evirati con il metodo de sa malladura, della scotolatura o schiacciamento dei testicoli); eccetera.
Si dice crastapibizziris (castra-cavallette), in senso ironico, di persona spaccona e incapace; o anche di coltello di minime dimensioni, temperino da bimbi che “non serve a nulla: Custu gorteddeddu est unu crastapibizziris (Quel coltellino è buono da castrare cavallette). Gorteddeddu è diminutivo di gorteddu (Vedi), coltello, detto, anche più comunemente leppa (Vedi glossario Vol. I). L’operazione della castratura è atto di rilevanza economica nella comunità, ed è associata a numerosi tabù e a riti magici e propiziatori.

Crastadura = Castratura, l’atto del castrare. Termine usato anche per l’uomo, con il significato quindi di evirazione. Si dice crastadura, castrazione, anche l’operazione della incisione delle castagne che si mettono ad arrostire sulle braci o nella apposita padella forata.
Crastau, castrato, participio passato di crastai, castrare, usato come sostantivo e aggettivo, vale sia per l’animale che per l’uomo, ed è l’opposto di mascu, virile. Il superlativo di mascu è colludu, che significa appunto “molto virile”, sia in dimensioni che in potenza. L’attributo di colludu viene generalmente dato all’asino o all’uomo di esagerati appetiti. Come è detto alla voce precedente, per alcuni animali, quali il toro, sa crastadura non si effettua mediante l’asportazione dei testicoli ma con sa malladura, la scotolatura, ossia lo schiacciamento o la battitura. Mallai significa battere con su mallu, il mallo o manfano, e indica anche l’atto del trebbiare i cereali o le leguminose, e la scotolatura del lino o di altre fibre tessili.

Crobu = Corvo. Uccello ritenuto stolto e di malaugurio. Parit unu crobu = Sembra un uccello del malaugurio, un iettatore. Si dice anche dispregiativamente del prete, per la sua veste nera. E’ considerato di malaugurio anche il suo gracchiare.

Cuccu = Cuculo. Dal suo canto ripetitivo si traggono auspici. Ascoltandolo, una fanciulla può sapere tra quanti anni di sposerà.

Cuccumeu = Civetta. Uccello strigiforme, considerato di malaugurio come sa zonca, il gufo. Cuccumeu e zonca, civetta e gufo, non possiedono la pericolosità de sa stria, della strige, il barbagianni, che si ritiene possa portare gravi malori anche mortali con il suo malefico e demoniaco influsso.
Su cuccumeu, la civetta, nella narrativa orale, è termine talvolta usato come sinonimo del sesso femminile; vi sono anche diverse composizioni poetiche estemporanee dove appunto con l’appellativo di cuccumeu si tesse l’elogio della fica. Da notare che il sesso della donna in specie, nella lingua sarda anche la più sboccata, non viene mai espressamente nominato se non attraverso fiorite e talvolta gentili immagini, come sa figu, il fico, su flori, il fiore; su niu, il nido, sa muscapia, che indica una sorta di mobilissima girandola luminosa nei fuochi di artificio. Cunnu (dal latino cunnus) indicante propriamente l’organo della riproduzione nella donna viene usato esclusivamente nelle invettive, quali quella durissima: Su cunnu chi ti 'n d'hat zappulau! (La matrice che t’ha rigettato, generandoti). Vedi Zonca e Stria.

Cumbessia = Ricovero, riparo rustico. Le cumbessias indicano in sardo-logudorese le costruzioni rustiche edificate all’interno del recinto sacro di chiese e tempietti campestri, dove si svolgono annualmente cerimonie religiose e magico terapeutiche. In virtù del luogo dove sorgono, is cumbessias sono considerate ricoveri sacri, e nel loro interno si pratica il singolare rito della incubatio (in sardo su sterrimentu) l’atto dello sternere, dell’adagiarsi supino per terra.
Is cumbessias, costruzioni rustiche talora abbastanza confortevoli e tal’altra consistenti in semplici tettoie di canne o di falasco sostenute da pali, servono da riparo ai fedeli durante il loro pellegrinaggio nel periodo celebrato in onore del santo, periodo che dura mediamente dai tre ai nove giorni (triduo o novena). Vedi Sterrimentu e Imbrusciadura.

Denti = Dente. Molto diffuso, anche in ambienti socio-culturali che si definiscono evoluti, l’usanza di far nascondere ai bambini i dentini di latte, quando cadono, in un forellino di un vecchio muro di cortile o in altro nascondiglio. Gli adulti fanno credere al piccolo che passerà il “topolino” (sempre bisognoso di dentini di ricambio) che se lo porterà via e in cambio lascerà una moneta. La motivazione originaria del rito va ricercata nella paura che qualcuno malintenzionato possa appropriarsi del dentino del bimbo e usarlo per compiere contro di lui pratiche di magia nera (fatture): impedire la crescita del nuovo dente o provocare più gravi danni nello sviluppo fisico e nell’equilibrio psichico del piccolo.

Dimonieddu = Diavoletto. Diminutivo di dimoniu. L’uso corrente dei termini dimoniu, demonio, e dimonieddu, diavoletto, nonché di altri sostantivi indicanti il Principe del Male, testimoniano della influenza delle entità demoniache nella sfera dell’umano esistenziale. Dimonieddu, diavoletto, indica uno spiritello maligno e dispettoso, non tanto cattivo quanto birichino e giocherellone. Si dice anche di bambino oltremodo vivace. Vedi Dimoniu.

Dimoniu = Demonio. Indica genericamente una delle tante emanazioni di Luziferru, Lucìfero, che è il Demonio per antonomasia, Principe del Male e delle Tenebre. Su dimoniu o su tiaulu, diavolo, è detto anche su nemigu, il nemico, e ha la capacità di assumere non soltanto sembianze umane ma specialmente svariate e composite forme animalesche. Gli animali di cui è solito assumere le sembianze sono il capro, l’asino, il gatto, il gallo, il pipistrello, il serpente. Alcuni lo descrivono come un uomo con la coda, le gambe terminanti in zampe bisulche, le corna e sulle spalle una ciminiera da cui escono fumo e fiamme.
Un particolare storico curioso: nella parlata popolare campidanese, dimoniu è sinonimo di buginu - dove è chiaro il riferimento al Bogino Gian Battista Lorenzo, ministro di giustizia sabaudo dal 1750 al 1773, famigerato persecutore nell’Isola di oppositori politici che condannava sommariamente alla impiccagione. Vedi Tiaulu.

Divinazioni = Divinazione. Sa divinazioni o arti de divinai, arte di divinare. Cogus e bruxus, indovini e maghi, possiedono l’arte del divinare. Nella veste di Aruspici essi possono conoscere il futuro, o più semplicemente ciò che agli altri resta nascosto, mediante la osservazione della sostanza e della forma di certe materie od organi vegetali o animali, dallo svolgimento di certi fatti, dai sogni. Queste elencate qui di seguito sono alcune tecniche o metodi di divinazione ancora in uso.
 Acdac = Divinazione diffusa tra gli arabi e presso i popoli del bacino del Sud-Mediterraneo, che utilizza tre frecce o tre listelli di ferro in ciascuno dei quali sta scritta una delle seguenti parole: comandate, vietate, nulla. Le tre frecce vengono poste dal mago in un sacchetto e vengono tratte una per volta da colui che vuole trarre auspici. L’estrazione della prima indica “mettiti all’opera perché l’esito sarà positivo”; della seconda il rinvio per almeno un anno della operazione; della terza, ritentare la sorte estraendo una seconda freccia.
Acqua amara = Veniva data da bere a donna sospetta di adulterio. Se moriva era colpevole; se si salvava era innocente. In uso presso gli Ebrei o comunità ebraiche inserite in gruppi etnici diversi.
Acqua bollente . Altra variante delle numerose divinazioni dette “Prova di Dio”, per accertare la colpevolezza o meno di un sospetto di reato. L’indiziato era costretto a immergere la mano nell’acqua bollente traendo un anello deposto sul fondo del recipiente. Se le scottature guarivano entro tre giorni, fatto del tutto improbabile, egli era innocente. In uso anche presso la Santa Inquisizione.
Aeromanzia = Divinazione mediante l’osservazione del variare dei fenomeni dell’aria, dopo aver fatto apparire gli spettri dell’aria evocando i demoni.
Aghi = Sono spesso usati non solo per divinare ma anche per compiere sortilegi e fatture. Gli aghi vengono posti sul fondo di una padella in cui si versa dell’acqua. Altri versano prima l’acqua e poi pongono delicatamente gli aghi sulla superficie liquida. Dal loro modo di disporsi, di galleggiare o di affondare si traggono auspici o si fanno diagnosi di malattie o si ricevono indicazioni per localizzare oggetti smarriti o rubati, nonché gli eventuali ladri. Unendo sul fondo gli aghi in un certo modo si compie una sorta di fattura detta su liamentu (il legamento), che impedisce a una coppia di unirsi sessualmente.
 Aleuromanzia = Divinazione eseguita con la farina, in mezzo a cui si nascondono dei bigliettini recanti scritti o simboli. Si pesca un biglietto in mezzo alla farina e da quel che c’è scritto o disegnato si conosce il proprio destino.
 Alfitomanzia = Si pratica con il pane d'orzo. Viene usata per accertare la colpevolezza di un sospetto di reato. Si fa addentare all'inquisito un grosso morso di tale pane facendoglielo inghiottire senza masticare. Se è innocente, riuscirà a trangugiarlo senza inconvenienti.
Alomanzia = Diffusissima divinazione con il sale. Ne esistono numerose varianti. Da ricordare che il sale è una sostanza magica per eccellenza, che non soltanto è il simbolo della sapienza ma ha il potere di tenere lontani i diavoli, in quanto “demono-repulsivo”.
Amniomanzia = Conoscere il futuro e trarre auspici dalla osservazione della membrana (residuo di placenta) che avvolge la testa del neonato.
Antropomanzia = Divinazione scrutando le viscere umane.
Apatomanzia = Trarre auspici interpretando l’apparizione improvvisa o l’improvviso movimento di cose, animali, persone (volo, caduta; miagolio, ecc.).
Aritmomanzia = Diffuso metodo di divinazione praticato con i numeri (che possono assumere anche valori cabalistici, scaramantici e di amuleti). Per esempio, i numeri
492
357
816
disposti in questo ordine danno sempre la somma di 15 addizionati sia in orizzontale, sia in verticale, sia in diagonale.
Aruspice. E’ colui che predice il futuro utilizzando uno o più dei metodi che qui vengono elencati. Gli aruspici erano indovini assai ricercati nell’antichità, e con veste e tecniche ammodernate svolgono tutt’ora la loro attività. Nell’antica Roma spiccavano gli auguri, che formulavano pronostici osservando il volo degli uccelli.
Astragalomanzia = Divinazione eseguita con ossicini in cui erano incise lettere dell’alfabeto (sostituiti poi dai dadi).
Astrologia. E’ termine prevalentemente usato per indicare l’arte del divinare mediante l’osservazione degli astri. Coi tempi è diventata una scienza assai complessa, volendo legare il destino di ciascun individuo umano o di gruppi o addirittura di nazioni alle influenze esercitate dagli astri.
Gli astri, appunto, nelle loro diverse posizioni influenzerebbero se non determinerebbero, secondo alcuni, i destini umani e di ogni altra creatura vivente. Scienza divinatoria diffusissima nel mondo del contadino e del pastore a economia arcaica, è attualmente divenuta prodotto di largo consumo, fornito dai mass-media, come gli oroscopi settimanali fatti in serie.
Axinomanzia. Divinazione per mezzo della scure. Metodo disusato, con il quale si ricavavano elementi occulti dalla osservazione della scure durante il suo uso nel taglio della legna.
Bastoni e bacchette magiche. Strumenti divinatori e terapeutici di cui erano forniti esseri dotati di virtù sovrannaturali. A parte le bacchette classiche, usate da fate e maghi nelle fiabe, ve ne sono (più propriamente bastoni) di più famose come quelle di Mosè e Aronne. Ancora nei tempi attuali, il bastone è simbolo di comando: lo portano i papi, i vescovi, e in misura ridotta generali e alti ufficiali, che hanno modificato la “bacchetta magica” in frustino, nerbo o scudiscio, facendo il paio con la bacchetta del maestro di scuola, di solito una pertica di olivastro, detta “castigamatti”. Semplici bacchette (per lo più una forcella di salice) vengono ancora oggi usate dai rabdomanti per individuare le falde acquifere. Altre bacchette particolari vengono usate anche da alcuni cogus, maghi-indovini, per scoprire tesori, sorgenti d’acqua, minerali preziosi e anche oggetti rubati nonché i ladri. Queste ultime bacchette possono sostituire il classico pendulum in alcune operazioni magiche, come nel ritrovamento di oggetti persi o rubati, e nelle fatturas po ammaliai, fatture per ammaliare o incantesimi.
Tassa de aqua = Bicchiere d’acqua. Strumento tra i più semplici e più diffusi per divinare. L’acqua usata nei riti magici, detta abrebada (resa cioè taumaturgica o sacra dai brebus, parole magiche) consente oltre che di divinare, di diagnosticare e curare diverse malattie.
Capnomanzia. Divinazione mediante il fumo, di cui si interpretano le circonvoluzioni. Il fumo è usato anche come terapia negli affumentus (suffumigi magici). La lama del coltello diventa sterile, non arrugginisce e acquista particolari poteri facendola scorrere nel fumo. Il fumo preserva dalla putrefazione, disinfetta le ferite, conserva più a lungo le carni insaccate.
Cartomanzia. Divinazione che si fa con le carte. Tra le carte da gioco sono molto usati i tarocchi. A Tebe nella antichità, si avevano celebri cartomanti, che svelavano i destini dell’uomo. Per inciso, nelle normali carte da poker, cuori e fiori portano bene, picche portano disgrazia, i quadri hanno un valore neutro.
Catoptromanzia. Metodo di divinazione mediante l’uso di specchi. E’ credenza comune a molti popoli che esistono specchi magici in grado di palesare (come in uno schermo televisivo) immagini di persone e di fatti lontani, evocati dal fluido medianico o da forze demoniache.
Causinomanzia. Si rivela l’occulto osservando il comportamento del fuoco, il modo in cui bruciano i combustibili. Le fiamme che si aprono, come a non voler bruciare quella legna, è di buon auspicio.
Chiromanzia. Arte di svelare il destino di una persona leggendole la mano.
Dafnomanzia. Divinazione per mezzo della combustione delle foglie dell’alloro. Albero sacro, su lau, il lauro, adorna con i suoi rami le strade di molti paesi dell’ Oristanese in occasione della festa del Corpus Domini o di altri importanti celebrazioni religiose. Le foglie dell’alloro, insieme ad altre componenti sacre, vengono bruciate negli affumentus, suffumigi magici.
Demonomanzia . L’occulto svelato da demoni sottoposti alla volontà di un mago potente. Si afferma che tale metodo può essere fallace, in quanto i demoni sono spesso bugiardi e ingannatori.
Enomanzia. Metodo privilegiato dai cultori del dio Bacco. Colore, densità, sapore del vino, se saputi interpretare, svelano i misteri dell’ignoto. Due volte giusto, allora, il detto “In vino veritas”, e per il suo effetto disinibitore e come strumento di divinazione.
Geomanzia. Divinazione mediante terriccio sparso sopra il pavimento o sopra il piano di una tavola.
Ictiomanzia. Divinazione ottenuta esaminando i visceri dei pesci.
Idatoscopia. Si traggono auspici osservando il comportamento di uno specchio d’acqua gettandovi sassolini, grano o pezzetti di sale.
Idromanzia. Simile al precedente. Si effettua osservando l’acqua contenuta in una tazza.
Ippomanzia. Trarre auspici dal comportamento dei cavalli, dal loro scalpitare, dal loro nitrire. Se si avvoltolano sul dorso, sta passando la morte, ed è segno di funesti avvenimenti.
Leucanomanzia. Rito divinatorio che si compie con un lavamano d’acqua. Oltre che divinatorio è un rito propiziatorio e terapeutico che si compie la notte si san Giovanni l’Apostolo (l’Adone della mitologia cristiana), spargendo nell’acqua del catino petali di fiori e foglie di piante aromatiche.
Libanomanzia. Divinazione con l’incenso. Quantità e direzione del fumo dell’incenso sparso sulle braci danno diversi auspici. Residuo di antichissimi culti orientali, come il bruciare l’incenso nei turiboli durante le cerimonie religiose cattoliche.
Margaritomanzia. Metodo usato per individuare il colpevole di un reato. Si pone una perlina, o un sassolino rotondo o una pallina di vetro, sotto un bicchiere rovesciato; si pronunciano diversi nomi sospetti, a quello del colpevole la perla si muove.
Mazomanzia. Singolare e piacevole metodo di divinazione consistente nel toccare le mammelle di una fanciulla, scrutando e interpretando le reazioni della muscolatura.
Negromanzia. Indovinazioni po via de is mortus (Indovinazione mediante i morti), specifica il Porru nel suo Dizionario alla voce omonima.
Oniromanzia. Interpretazione dei sogni per conoscere il futuro e trarne auspici.
Onomatomanzia. Previsione del destino di un uomo attraverso il suo nome. In breve: dimmi come ti chiami e ti dirò chi sei.
Ornitomanzia. Divinazione con l’osservazione del modo di volare e di cantare degli uccelli.
Piromanzia. Divinazione mediante l’osservazione dell’avvampare del fuoco. Non dovrebbe avere legami sostanziali con la piromania, l’arte più che la mania di appiccare il fuoco ai boschi per fini di speculazione edilizia e turistica.
Piombo. Se fuso e versato in acqua a gocce consente di divinare, specie se tale operazione viene effettuata la notte si san Giovanni l’Apostolo.
Caffè. Con i fondi del caffè - non solo in Sardegna - molta gente usa predire il futuro e trarre auspici.
Rabdomanzia. Arte di scoprire sorgenti d’acqua mediante un bacchetta a forcella. Di solito viene usato dai rabdomanti un ramoscello fresco di salice, o di altro albero acquatico, a forma di Y.

Domus de Janas = Case delle Janas. Peculiari grotte che prendono il nome di domus de janas; in quanto la tradizione popolare vuole che siano abitate da una specie di minuscole, graziose e benefiche “fate”, dette appunto janas (Vedi). Sas janas (in logudorese) e is gianas (in campidanese) si dice che abitassero anche nuraghi e antichi ruderi, gallerie e pozzi abbandonati.

Doxi = Dodici. Numero magico di segno positivo e fausto. Dodici sono gli apostoli di Gesù; dodici i segni dello zodiaco; dodici i mesi dell’anno. Nel mondo contadino arcaico, più della decina è usata la dozzina, con multipli e sottomultipli: duzzina, mesu duzzina, duas duzzinas, tres duzzinas, eccetera.

Durcis = Dolci. Il termine durci, dolce, al plurale, indica genericamente qualsiasi prodotto della pasticceria casalinga: is brunniolus, i sommommoli (di ricotta, di formaggio, di riso, ecc.); is biancheddus, le meringhe; is pardulas, tipici dolci confezionati con pasta di formaggio fermentato e cotti al forno in un involucro di pasta di semola; is zippulas, frittura di pasta dolce del carnevale; e così via. La tradizione vuole che la confezione dei dolci sia riservata alle sole donne. Esse devono però astenersi dal confezionare dolci quando sono mestruate o quando soffia il levante - pena la cattiva riuscita degli stessi.

Ercu = Cervo mannaro. Creatura demoniaca originata dalla metamorfosi dell’umano. Un male oscuro, una sorta di maledizione infernale, secondo taluni fenomeno legato agli influssi lunari, l’umano si tramuta in creatura bestiale. L’orrenda metamorfosi colpisce esclusivamente i maschi, prevalentemente in giovane età. Vedi Boe muliache e Prummunida. V. pagg. 130/131.

Esorcismu = Esorcismo. E’ il comando perentorio che l’esorcista dà al demonio affinché liberi il corpo dell’ossesso dalla sua presenza. Vade retro Satana! è l’esorcismo carismatico. Spesso l’esorcista è tanto abile da far sloggiare il demonio dal corpo di una creatura umana costringendolo a occupare il corpo di un animale immondo - spesso un gatto o un cane o un maiale, che dopo l’indemoniamento diventano arestis, selvatici.

Esorcista = Esorcista. Termine poco usato, ripreso dall’italiano, come pure esorcizzai, esorcizzare, esorcizzau, esorcizzato, e esorcismu, esorcismo, che vengono usati prevalentemente nel sardo chiesastico colto. Meglio il termine scongiuradori. Nella casistica relativa ai riti magico - terapeutici presa in esame, vi sono rari casi di indimoniaus, indemoniati, fenomeni quasi esclusivamente riservati ai sacerdoti che vantano il potere di esorcizzare i diavoli. Si contano invece numerose persone indimoniadas, indemoniate, specie di sesso femminile, che si guardano bene dal richiedere l’opera dell’esorcista, in quanto utilizzano su dimoniu o is dimonius chi tenint in corpus (il demonio o i demoni che hanno in corpo) per conoscere l’occulto, e divinare il futuro. Tali ossesse vengono dette spiridadas (Vedi), sono considerate indovine - guaritrici, e hanno una clientela numerosa. Nei casi in cui vi siano dimonius, demoni, malefici, insediati in qualunque posto dove possono arrecare danni, si ricorre semplicemente a un fattucchiere per esorcizzarli e renderli innocui, o magari per trasformarli da nemici in amici o per spedirli da qualche altra parte, magari “a casa de diavolo”.

Espiazioni = Espiazione. Cerimonia o stato mediante o attraverso cui le anime degli umani si purgano dei peccati commessi. Tanti sono i modi per espiare le proprie colpe, sia da vivi che da morti, e ogni dottrina politica e religiosa ne annovera di diversi, basati su un concetto di giustizia spesso assai discutibile. Tralasciamo qui l’esame del concetto di espiazioni così come viene concepito e applicato dal sistema di potere ieri e oggi, la cui unica e sola giustizia che emerge è quella del più forte.
Sul piano che interessa questo saggio, espiare un peccato da vivi può essere semplicemente provare pentimento, recitare preghiere di contrizione, fare opere di carità, autopunirsi con la flagellazione, l’imposizione di cilici o facendo l’eremita; si può espiare anche con privazioni di gola o di sesso, con donazioni alle chiese, con pellegrinaggi in luoghi santi situati in zone impervie, trascinandosi sulle ginocchia in mezzo ai sassi e così via. Da morti si vuole che le proprie colpe vengano espiate in forme drammatiche, con lunghi, se non eterni periodi di atroci sofferenze tra le fiamme e i tormenti di demoni aguzzini - che somigliano molto a guardie carcerarie. C’è anche chi crede che si espierà trasmigrando nel corpo di animali repellenti o vagando senza requie negli spazi siderali. Anche per evitare una espiazione più drastica dopo la morte, esistono numerose cerimonie purificatorie ed espiatorie da compiersi da vivi. Non si sa mai: meglio pagar subito una multa che doverla pagare più tardi, perentoriamente e decuplicata.

Eutanasia = Eutanasia. Dal greco bella morte. Il termine eutanasia è raramente usato in lingua sarda; è più facilmente indicata come augurio nella perifrasi sa morti bella, la bella morte. Pare provato che l’eutanasia fosse normalmente praticata nell’Isola, fino a quando l’intervento della Chiesa e del suo Braccio Secolare non misero fuori legge tale istituto. Vedi Accabadora e Accabai.

Faa e Fa' = Fava. Non esiste il plurale, il singolare fa' indica i due numeri. Legume che un tempo, a rotazione con il grano, è stato l’alimento base del contadino. Si ritiene che sa faa sia dotata di poteri magici, specie la varietà nera che offerta ai demoni ha la facoltà di ammansirli. Come cibo è nutriente, produce molte calorie ed è un buon afrodisiaco. Se consumate fresche, accompagnate con pane-focaccia e vino nero, forse per una interazione con l’alcool, le fave danno una dolce sonnolenza, sgombrano la mente da ogni pensiero molesto, del tutto simili negli effetti a una droga oppiacea. E’ anche noto che le fave, agendo sui globuli rossi, possono provocare una grave anemia. Forse per la forma della tega che la riveste, la fava è considerata un simbolo fallico. Nella parlata popolare, il pene è prevalentemente indicato con il nome di faa.

Fada = Fata. Is fadas, come le fate di tutto il mondo, sono (o erano?) fanciulle bellissime e virtuose che vivevano in grotte o anche in palazzi incantati, nei monti o nei boschi, vestivano da gran dame, solevano apparire per aiutare la povera gente, specie bimbi e bimbe, orfani e derelitti, o fanciulle romantiche, nel raggiungimento di generosi e lodevoli scopi - come il ritrovare la mamma perduta o il maritarsi con un ricco e fascinoso cavaliere. Si dice che is fadas, le fate, fossero creature ingenue, e che siano scomparse con il diffondersi della malizia tra gli uomini. Ricorrono di frequente nella novellistica popolare, e pure essendo femmine giovani e di rara bellezza non fanno mai all’amore - e guai all’uomo che ci prova!
Abbiamo fadas autoctone, dette janas, variante lillipuziana di fata, abitanti in minuscole e profonde grotte dette appunto domus de janas, case di “fate”. Vedi Janas o Gianas.

Fadai = Fatare (da fada, fata). Ammaliare, incantare, innamorare, portare fortuna. L’azione di fadai, fatare, è di segno positivo. Il suo contrario è bruxai (o brusciai), stregare, ammaliare per “ammalare”, per possedere a fini turpi.

Fadau = Fatato. Chi o che cosa sia colpito da incantesimo. Si dice anche per ciò che resta immobile e immutato nel tempo.

Fadosu = Indica colui che è stato toccato da una fata, e significa fortunato.

Fadu e Fatu = Fato, destino. Usato anche il vocabolo distinu. Tutti gli uomini sono sottomessi al fato e nessuno può sfuggire al suo volere. Principalmente il nascere e il morire, quindi l’essere bello o brutto, l’esser sano o malato, l’esser povero o ricco sono determinati dal destino. Fiat distinu, era destino, è frase ricorrente davanti a una morte accidentale, a una disgrazia, a qualunque fatto che accada improvviso e inaspettato. Anche finire in galera è destino, così come lo è l’ingiustizia che la povera gente patisce su questa terra.

Fattura = Fattura, maleficio. Indica il rito magico e i suoi effetti. Sa fattura, il maleficio, viene compiuto da chi ne ha capacità e potere contro un nemico. Il termine fattura può indicare genericamente ogni atto di magia, bianca o nera, sia a scopi terapeutici (su sciolliri, lo sciogliere), sia per fini di ammaliamento (su accapiai, il legare). Tuttavia, nel suo uso più comune sa fattura è un atto di magia nera compiuto per colpire un nemico nella persona sua o di suoi cari o nel suo patrimonio. Ha diversi sinonimi: bruxeria (da bruxu, mago); mazzina (da mazzina, fattucchiera); malifattu, testualmente “malfatto”. Vedi Bruxeria, Mazzina, Malifattu.

Fatturas = Fatture, incantesimi, malefici. Comunemente si tratta di atti di magia nera compiuti da un fattucchiere, per conto proprio, ma più spesso per conto terzi, al fine di ammalare o ammaliare persone animali piante che si vogliono ferire o uccidere, o anche legare, sottomettere, dominare, possedere mediante la volontà. Spesso is fatturas, le fatture, si identificano con is mexinas, le medicine, in particolare quelle tendenti a liberare l’uomo o il suo patrimonio da animali dannosi, da influenze di forze demoniache o anche da opposte fatture. Alcune fatturas di segno positivo sono elencate alla voce mexinas (Vedi). Altre se ne elencano qui appresso: mexinas: per preparare amuleti e talismani; antidoti contro i veleni, contro le febbri, contro i vermi; per facilitare il trapasso a un moribondo sofferente; per mandare l’anima di un defunto in paradiso; contro la “giustizia” del sistema; per trovare tesori o minerali preziosi o falde d’acqua; per accattivarsi i morti o per scongiurare la morte; per dare la potenza o l’impotenza sessuale o per impedire o favorire il rapporto di coppia; per paralizzare o per sciogliere un muscolo paralizzato; per far innamorare o disamorare; per mettere pace o creare discordia; per dare benessere o malessere; abbondanza o miseria; contro malocchi e spaventi; per far piovere, contro la siccità; per far crescere l’erba o avvizzire il grano; per aprire serrature di cui non si possiede la chiave; contro il mal di testa o di denti o i dolori alle ossa o per farli venire; e così via.

Faula = Favola, fola, bugia. Faulanciu è colui che racconta fole, che è bugiardo.

Fenomeno autorizzato. Viene così definito nel testo un caso tutt'altro che raro di "commercio" di magia, sfruttando la fede religiosa, lo stato di necessità, nonché la buona fede della gente. Ciò che lascia sconcertati, nel fatto documentato è che il mago che si autodefinisce “fenomeno” risulta autorizzato dalle leggi di PS a esercitare la professione di mago, guaritore, indovino, eccetera. Pertanto sono lecite due ipotesi: o nelle questure si autorizzano i truffatori nell’arte di gabbare il loro prossimo; oppure credono davvero alle “fenomenali” capacità divinatorie e magiche di un mercante di sogni.

Feurra = Ferula. Pianta erbacea della famiglia delle ombrellifere il cui fusto fiorescente può raggiungere l’altezza di due metri. E’ assai diffusa nell’Isola. Il fusto secco diventa bastone, duro e fibroso all’esterno e con un grosso e tenero midollo all’interno. Sa feurra siccada, la ferula secca, specie su mueddu, il midollo, è un ottima esca, usata in passato da contadini e pastori per accendere il fuoco con la pietra focaia. Come esca era usato anche un fungo secco, detto cordolinu feurrazzu, fungo da ferula, perché cresce, appunto tra i macchioni di ferula. Feurra, ferula, deriverebbe da ferire; e la sua infiorescenza legnosa, usata come un bastone, era il simbolo dell’autorità del maestro dell’antica Roma. Più tardi il bastone di ferula appartenne ai vescovi cattolici, simbolo del loro potere. In particolare fu appannaggio del vescovo di Roma, al quale la ferula veniva consegnato subito dopo la nomina, in signo correctionis et regiminis. Nelle raffigurazioni agiografiche, Santu Antoni de su fogu (Sant’Antonio del Fuoco) porta con sé sa feurra, la ferula. Con questo bastone, come vuole la leggenda, il Santo, novello Prometeo, scese nell’Inferno e lì astutamente carpì il fuoco attizzandolo alla punta del suo baculo, per poi donarlo al popolo dei Sardi che ancora non ne conosceva l’uso. Vedi Antoni.

Ficas = Fiche. Vocabolo che si ritrova nel comune detto fai sas ficas, fare le fiche. Trattasi di un particolare gesto scaramantico che si compie infilando il pollice tra l’indice e il medio della stessa mano, chiudendo il pugno. Fai is ficas, far le fiche, era un gesto assai diffuso nell’antica Roma, e la manufica (una manina nell’atto di compiere lo scongiuro descritto) veniva usata comunemente come ciondolo, in braccialetti o collane. Il gesto del fare le fiche è ancora molto usato in Sardegna, e pare anche in Toscana. Dante, nella Divina Commedia, (Inferno - 25. 2) scrive: “Le mani alzò con ambedue le fiche”, nominando il gesto scaramantico compiuto simultaneamente con ambedue i pugni, epperciò doppiamente efficace. E’ evidente che nel gesto si vogliono rappresentare i due sessi, maschile e femminile, tra loro uniti. Vedi Manufica.

Fidi = Fede. In Medicina, la fede è condizione essenziale per vincere ogni malattia. La fede viene definita: “La chiave di ogni salute fisica e mentale”. Con la fede, Gesù opera guarigioni prodigiose fino a far risorgere i morti. Fede è fiducia nella natura e nelle sue forze vitali, e quindi fiducia nell’uomo e nella sua “naturalità”. Senza fede non può esserci amore, né speranza. Il nostro tempo - definito dal Lawrence “illuminato inferno” - è caratterizzato dalla mancanza di fede: è tempo di sofisticata barbarie fondata sulla malafede.

Flori (Essiri a) = Fiore (Essere con il); cioè essere ben vestito, con il fiore all’occhiello o con il fiore a cavallo tra il padiglione dell’orecchio e la tempia. Gei ses a flori! si dice ironicamente a persona mal vestita, specie in circostanza in cui è di prammatica vestir bene. Dicesi anche di persona malconcia, in miserevole stato di salute. Dire a uno Gei ses a flori! (Già sei con il fiore!) è come dirgli: Poveretto! sei proprio mal ridotto…

Fogadoni = Falò. Per festeggiare Sant’Antonio del Fuoco, detto anche l’Eremita, il Prometeo dei Sardi, il 17 gennaio nelle piazze di molti paesi di accendono is fogadonis, imponenti falò che bruciano ininterrotamente anche per tre giorni. Vedi Tuva e Fogu.

Fogu = Fuoco. Elemento di purificazione dei corpi e delle anime. Con l’acqua e con la terra, il fuoco è l’elemento che maggiormente ricorre nei riti magici, specie in quelli di iniziazione e terapeutici. Davanti al dio Moloch, divinità fenicia il cui culto era diffuso anche nell’Isola, venivano sacrificate vittime umane, specie fanciulli primogeniti, arsi nel braciere che perennemente ardeva davanti al simulacro. E’ usanza ancora diffusa e comune, nella ricorrenza di Santu Antoni de su Fogu (Sant’Antonio del Fuoco) e di Santu Juanni de Floris (San Giovanni dei Fiori, l’Apostolo), dar fuoco a un mucchio di erbe aromatiche, in onore del secondo, o a un gran mucchio di legna di bosco (su fogadoni, il falò) o a sa tuva (la quercia cava) attorniata da frascume, in onore del primo. Vedi Fogadoni e Tuva.

Fogus de Purgadoriu = Fuochi fatui. Fiammelle azzurrognole vaganti, che appaiono nelle terre grasse specie nei cimiteri. Secondo alcuni linguisti sono detti anche kandelas e girare (Wagner) o fogus errantisi (Porru). Nella parlata del Campidano oristanese prevale fogus de Purgadoriu (Fuochi del Purgatorio), identificando i fuochi fatui con le anime che espiano i loro peccati tra le fiamme del Purgatorio. Nottetempo, nella stagione calda, i fanciulli son soliti fermarsi davanti al cancello del camposanto, per osservare questo fenomeno, che li affascina e li turba. I vecchi e le donne alimentano la curiosità dei fanciulli con i loro racconti sul misterioso mondo dei morti, e sulle anime che da quel mondo ritornano per comunicare con i viventi.

Forru = Forno. Manufatto essenziale nella economia familiare del contadino e del pastore per cuocere il pane, alimento base. Il forno - che simboleggia il grembo materno - scaldato quanto basta, è usato nella terapia di alcuni disturbi (trauma psichici e dolori alle ossa) e in una variante del rito terapeutico contro il pizzico dell’argia (tarantola). Il forno sacrificale nel culto di Amon, di Moloch e della Tanit, è detto tophet. (Vedi).

Forza = Energia fluidica. Tra i poteri extrasensoriali che si vuole siano posseduti da certi guaritori vi è una sorta di energia fluidica detta sa forza (la forza) che viene comunicata al paziente attraverso il tatto e la vista. In quasi tutti i riti terapeutici vi è un contatto diretto tra guaritore e malato: imposizione della mano o brevi ritmici massaggi con il polpastrello dell’indice, come quando si traccia una croce nelle parti più vitali o dolenti.

Fotografia = Fotografia. La nostra immagine conserva sempre qualcosa di noi che può essere usato da un nemico per compiere fatture e sortilegi. Per questo, specialmente le fanciulle, sono restie a farsi fotografare da estranei o a dare la propria immagine fotografata - se non a parenti stretti o a colui che diverrà suo marito. Se un fidanzamento va a monte, le foto sono tra le prime cose di cui è doverosa la restituzione.

Frastimu = Anatema. Frastimu, nel suo significato più comune, può tradursi con invettiva. Numerosissimi, tali da costituire migliaia di espressioni, sono is frastimus, le invettive, che il popolo ha coniato e lancia senza sosta contro i suoi impietosi nemici, nel tentativo di trovare sollievo o di esorcizzarli. Nemici che si identificano nei padroni, nei governanti, nei giudici, negli sbirri, nei carcerieri, negli amministratori, nei gabellieri e nei truffatori e rapinatori di ogni risma. Vi sono frastimus rituali, pronunciati da uomini o donne di magia e di medicina (bruxus, cogas, mazzinas) che configurano veri e propri anatemi - atti simili agli anatemi sacerdotali (in uso ancora presso la Chiesa cattolica) per colpire eretici o chi abbia commesso azioni particolarmente riprovevoli. Tra gli uomini di magia, l’anatema è adoperato per costringere un ladro a restituire il maltolto o per punire chi si sia macchiato di gravi colpe ai danni di singoli o della comunità. Su frastimu, l’anatema, può causare in chi ne è colpito una persistente scalogna con un graduale degradarsi del suo stato di salute e la rovina economica. Ha in pratica gli stessi effetti di una fattura. Vedi Fattura e Malifattu.

Froccu (Poniri su) = Fiocco (Mettere il). Modo di dire rivolto unicamente a che con l’intenzione di aiutare peggiora la situazione. Mi ddu ponis su froccu! (Me lo metti il fiocco!) dice per esempio a chi ti presta denaro con un tasso d’interesse molto alto. Infrocchittai, infiocchettare, è uguale a vestire con eccessivi fronzoli, ed è usato ironicamente: Ses toto infrocchittau! (Sei tutto infiocchettato!). Si noti che in occasioni di feste e sagre si usa addobbare i carri trainati dai buoi: le sponde del carro, i finimenti, le corna degli animali vengono ornati da nastri colorati.

Froccu birdi = Fiocco verde. Una fettuccia o un nastrino verde o anche un semplice filo di lana verde costituiscono un comune amuleto contro il malocchio (s'ogu liau). Su froccu birdi, il fiocco verde, viene legato intorno al polso dei neonati e dei bimbi, ma il suo uso si estende agli animali, alle piante e agli oggetti particolarmente cari (in senso economico e affettivo) che altri possono invidiare e che sono quindi sotto il mirino degli oghiadoris (iettatori). Ancora pochi anni fa era facile vedere agnelli o maialetti o pulcini infiocchettati di verde, così pure is cadiras de sa cambara bella, le sedie della camera dove si ricevevano gli ospiti.

Fumu = Fumo. Sostanza che si ritiene dotata di qualità magiche e medicamentose. Dopo il sale, su fumu, il fumo, simboleggia l’incorruttibilità; per altri versi simboleggia l’arcano, ciò che all’uomo non è dato vedere. Infine, è considerato un elemento demono-repulsivo, che scaccia con i demoni il male. E’ costume sacerdotale officiare i riti magico religiosi entro una cortina di fumo. Passando nel fumo il coltello se ne conserva il filo e la tempra; così pure conserva sane le carni commestibili. Ha proprietà divinatorie: osservando tra le sue circonvoluzioni si può leggere nel mistero (Capnomanzia). Ha proprietà terapeutiche: il fumo prodotto dalla combustione lenta su braci di materie sacre o benedette (secondo il rito detto de s'affumentu, del suffumigio), se inalato guarisce malocchio, spaventi e altri disturbi che in special modo colpiscono i bimbi, i fanciulli e le puerpere.

Funtana = Fontana, pozzo, fonte. Viene così chiamata la vasca, per lo più artificiale, in muratura, che raccoglie l’acqua di una sorgente, a cui si abbeverano uomini e animali. Il termine funtana è spesso usato anche per indicare su putzu, il pozzo, solitamente situato nel cortile di casa, che fornisce l’acqua per gli usi domestici, o is putzus, i pozzi, situati all’interno di tancas, terreni chiusi, o di ortus, orti, o di cungiaus, terreni recintanti di rovo e ficodindia, dove pascolano e pernottano liberi gli animali da lavoro. Nella credenza popolare, funtanas, fonti, putzus, pozzi, e mizzas, sorgenti, sono luoghi popolati da creature mitiche, per lo più buone, amiche dell’uomo - ciononostante la sovrapposta e contraria affermazione cattolica secondo cui negli specchi d’acqua si nasconde il diavolo. Sono luoghi, questi, privilegiati per compiervi riti terapeutici e propiziatori. Vi sono acque (sorgive o di pozzi) ritenute terapeutiche, e vengono usate in particolare contro i disturbi delle vie urinarie, gastrointestinali e del fegato. Vedi Mizza, Putzu, Aquadroxa.

Funtanas e Dimonius = Fonti e demoni. Le fontane, come ogni specchio d’acqua tersa che rispecchi le immagini, si vuole che siano frequentate dai demoni. Per evitare che le fanciulle vanitose se ne stiano troppo spesso davanti allo specchio in contemplazione del proprio corpo, si avverte le stesse che dietro ogni specchio si nasconde un diavolo tentatore. Di quali tentazioni sia stimolatore lo si comprende facilmente. Nella credenza popolare, tuttavia, la presenza di demoni non è legata ad alcunché di illecito. Tali demoni, infatti, possono essere buoni e perfino servizievoli - intanto l’esistenza della sorgente è dovuta ai loro poteri magici e si preoccupano di tenerla pulita e tersa; inoltre vivono in tali luoghi perché sono freschi e confortevoli, specie d’estate, vere oasi dove possono perfino farsi il bagno.

Gattu o 'Attu (e familiarmente Pisittu) = Gatto, micio. Animale domestico considerato decisamente diabolico. In ogni gatto si nasconde un demone, che potendo tornare utile, nel bene e nel male, assume quasi il ruolo di nume tutelare della casa. C’è chi gli attribuisce non una ma sette anime, o “vite”. La sua natura demoniaca si manifesta particolarmente nei suoi occhi, che sono fosforescenti e vedono nel buio. Vi sono anche gli increduli, i quali ritengono il gatto semplicemente un animale dalle carni gustose, quando sia giovane e grassoccio. Costoro gli danno la caccia la notte di Natale, per arrostirlo al forno, aromatizzato con il rosmarino e circondato di patatine novelle.

Geravalliu = Lunario, almanacco, calendario. E’ così detto un opuscolo annuale diffuso tra i contadini, dove sono indicati, con le varie fasi lunari, i momenti utili per la lavorazione della terra. Trattasi del famoso Barbanera di Chiaravalle, divenuto in sardo Geravalliu.

Gesus = Gesù. La medicina popolare lo considera il sommo guaritore e lo adotta come maestro. I cosiddetti “miracoli” che si attribuiscono a Gesù non sarebbero altro che eccezionali guarigioni. Oltre la metà di queste guarigioni, come si ricava dai Vangeli, consistono nella liberazioni di ossessi dai demoni. I metodi terapeutici usati da Gesù sono fondati principalmente sulla fede, si effettuano mediante l’imposizione della mano, con l’uso della saliva, con l’esorcismo (o brebus, parole magiche rituali), cioè con le parole sacre del comando che impongono agli spiriti del male (o della malattia) di lasciare il corpo del malato. Malattia è ciò che è male, sporco, peccato. Salute è ciò che è bene, pulito, sano. Al termine guarire si sostituisce quindi logicamente mondare, pulire, e non essere più in stato di peccato. Stralciamo dai Vangeli di Matteo e Marco alcuni brani significativi:
Matteo. Guarigione del lebbroso. “Allora, stesa la mano, lo toccò dicendo: - Lo voglio, sii mondato.” (Cap. VIII 3).
- Guarigione del servo del centurione: “In verità vi assicuro: neppure in Israele ho trovato una fede così grande” (Cap. VIII 10)
- Guarigione della suocera di Pietro. “Le toccò la mano e la febbre sparì...” (Cap. VIII 15)
- La tempesta sedata. "Ma Gesù disse loro: - Perché temete, gente di poca fede? - Poi, alzatosi, comandò ai venti e al lago e si fece gran bonaccia." (Cap. VIII 26)
- Gli indemoniati di Gàdara. “Vi era lontano da loro un branco di porci che pascolavano. E i demoni lo pregavano dicendo: - Se tu ci cacci, mandaci in quel branco di porci - Egli rispose loro: - Andate pure - Quelli uscirono ed entrarono nei porci. (Cap. VIII 30. 31. 32)
- Guarigione del paralitico (dove “malattia” si identifica con “peccato”). “Or ecco gli fu presentato un paralitico… Gesù vista la loro fede, disse al paralitico: - Confida, figliolo, ti sono perdonati i tuoi peccati”. (Cap. IX 2)
- Guarigione della figlia di Giairo. “La mia figlia è morta or ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei, e vivrà”. (Cap. IX 18)
- Guarigione della emorroissa (o emofilitica). “Or ecco una donna, affetta da dodici anni da perdite di sangue, gli si avvicinò di dietro e gli toccò il lembo della veste… Ma Gesù si voltò e vedendola disse: - Confida, figliola, la tua fede ti ha salvata.” (Cap. IX 20. 22)
- Guarigione dei due ciechi. “Gesù disse loro: - Credete che io possa far questo? (Cioè, guarirvi - ndA) - Sì, o Signore, gli risposero - Allora toccò loro gli occhi, dicendo : - Vi sia fatto secondo la vostra fede. E i loro occhi si aprirono.” (Cap. IX 28. 29. 30)
- Guarigione del muto indemoniato. “E’ cacciato il demonio, il muto parlò… Ma i farisei dicevano: - Caccia i demoni per mezzo del principe dei demoni.” (Cap. IX 32. 34)
- Gesù trasmette i suoi poteri terapeutici agli Apostoli. “Guarite i malati, resuscitate i morti, mondate i lebbrosi, scacciate i demoni: gratuitamente avete ricevuto e gratuitamente date.”
(Cap. X 8). Viene qui confermato il principio in termini chiari e categorici, l’assoluta gratuità della professione medica: principio fedelmente rispettato dai guaritori espressi dalla comunità, i quali possono ricevere dalla stessa comunità, oltre il rispetto loro dovuto, soltanto cibarie per sostentarsi.
- Guarigione della mano arida (Cioè, anchilosata - ndA). “Stendi la tua mano! - Egli la stese e tornò sana come l’altra” (Cap. XII 13) Questa guarigione, effettuata in una sinagoga, scandalizza i farisei perché viene compiuta di sabato, giorno in cui non si doveva svolgere alcuna attività.
- Guarigione dell’indemoniato cieco e muto. Anche stavolta si accusa Gesù di stregoneria. “Costui non caccia i demoni se non per virtù di Belzebù, principe dei demoni”. (Cap. XII 24)
- Interessante il passo che segue, perché spiega come il demone posseduto da un ossesso possa essere, dopo cacciato, più pericoloso di prima. “Quando lo spirito immondo è uscito da un uomo, egli vagola per luoghi aridi in cerca di riposo e non lo trova. Allora dice - Tornerò nella mia casa, da cui sono uscito. E quando vi arriva la trova vuota, spazzata e adorna. Allora egli se ne va e prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui, poi entrano e vi prendono stabile dimora, sicché l’ultima condizione di quest’uomo diventa peggiore della prima”. (Cap. XII 43. 45)
- Guarigione della indemoniata cananea, mediante la fede della madre. “Allora Gesù le disse: - O donna, grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri. E in quel momento la sua figlia fu guarita.” (Cap. 15. 28)
- Guarigione dell’epilettico (o indemoniato, che gli Apostoli non erano riusciti a guarire “per mancanza di fede”). “…gli si presentò un uomo, il quale si gettò in ginocchio davanti a lui, e gli disse: - Signore, abbi pietà di mio figlio… L’ho presentato ai tuoi discepoli ma non l’hanno potuto guarire… - Gesù minacciò il demonio, il quale uscì dal fanciullo, che, in quel medesimo istante fu risanato. Allora i discepoli si accostarono a Gesù e in disparte gli domandarono: - Perché noi non l’abbiamo potuto scacciare? - E Gesù rispose loro: - Per la vostra poca fede; perché in verità vi dico: se avrete fede quanto un granellino di senape, direte a questo monte: Trasferisciti di qua a là ed esso si trasferirà, e niente vi sarà impossibile. “ (Cap. XVII 11. 20)
- Guarigione dei ciechi di Gerico. “Allora Gesù mosso a pietà, tocco i loro occhi, e subito recuperarono la vista e lo seguirono.” (Cap. XX 34)
Marco. Guarigioni con l’uso della saliva. Guarigione del sordomuto nel viaggio tra Tiro, Sidone e il lago di Galilea. “E lì gli presentarono un uomo sordo e muto, pregandolo di imporgli la mano. Egli, trattolo in disparte dalla folla, mise le proprie dita sulle sue orecchie, e con la propria saliva toccò la sua lingua, poi, alzati gli occhi al cielo, sospirò e disse: - Effatà -. (Cap. VII 32. 34.)
- Guarigione del cieco di Betsaida. “Egli, preso il cieco per la mano, lo condusse fuori del villaggio e dopo avergli messo della saliva sugli occhi e avergli imposto le mani, gli domandò: - Vedi forse qualcosa? - Quello, levati gli occhi per guardare, disse: - Vedo gli uomini, perché noto come degli alberi che camminano. - Allora gli pose di nuovo le mani sugli occhi, e vide con precisione, sicché fu guarito.” (Cap. VIII 23. 25)
- Per concludere, un esempio di fattura, o sortilegio, mediante, invettiva. “Il giorno dopo usciti appena da Betnaia ebbe fame. E visto da lontano un fico, che aveva delle foglie, andò a vedere se, per caso, vi trovasse qualcosa; ma arrivato vicino, non ci trovò che foglie, perché non era il tempo dei fichi. Allora dirigendogli la parola disse: - Che nessuno mai più mangi dei tuoi frutti! - E i suoi discepoli sentirono… E ripassando di buon mattino videro che il fico si era seccato fin dalle radici. Allora Pietro ricordandosene gli disse: - Maestro, guarda il fico che tu hai maledetto, è seccato.” (Cap. XI 12. 14 - 20. 21)

Giobittu = Amuleto. Termine derivato dal logudorese giobu = cappio, laccio. Consiste, di solito, in una stringa di cuoio, semplice o intrecciata, da mettere attorno al collo o al polso o alla caviglia, come difesa dagli spiriti del male e dal malocchio. Su giobu è tornato di moda, non soltanto in Sardegna, dopo il ’68, con il Movimento dei giovani e delle donne, usato come ornamento e chiamato in gergo Scupidù.

Gioghittu de Sant'Antoni = testuale: Giocattolo di Sant’Antonio. Nel nostro caso: Giullare di Sant'Antonio, appellativo dato dai suoi fedeli a un sacerdote di religione ortodossa, notissimo esorcista e guaritore, già sacrista in una chiesa cattolica, espulso per presunta attività omosessuale.

Giura = Giuramento. Sa giura, il giuramento, se eseguita secondo precisi rituali, anche senza la presenza di testimoni, è considerata sacra, e colui che verrà meno alla parola data non hat a teniri mai beni ni in terra ni in celu, non avrà mai bene né in terra né in cielo. Sa giura, sancisce un accordo per altro difficile, è soprattutto un rituale di pacificazione o la stipula di un accordo di vitale importanza per i contraenti. Giuramenti rituali sono frequenti anche tra fanciulli, per motivi che all’adulto possono sembrare futili: si esegue sa giura sovrapponendo l’indice al pollice della mano destra, configurando una croce e recitando contemporaneamente apposite strofe. Tale giuramento è nullo se nel contempo si fanno le fiche con la mano sinistra tenuta dietro la schiena. Particolare solennità assume sa giura (o prumissa) de is isposus, il giuramento o promessa dei fidanzati, specie se fatto in chiesa, anche senza testimoni, che ha moralmente lo stesso valore del matrimonio ufficiale. Su giurantoriu è termine sia campidanese che logudorese per indicare sia la promessa solenne di matrimonio che il matrimonio stesso. Su tali e sa tali hant fattu giurantoriu equivale a “il tale e la tale han fatto solenne promessa di matrimonio” o anche “il tale e la tale si sono sposati”. Giuramentoni è lo spergiuro, colui che giura senza un serio motivo, e per lo più giurat su falsu, giura il falso. Est unu giuramentoni si dice anche di persona che non ha credito. L’epiteto calza bene ai politici, specie governanti.

Gorteddu = Coltello. Il coltello a serramanico, tipico della Sardegna, è chiamato leppa. Ottime leppas a lama larga vengono fabbricate a Pattada, nel Sassarese. Su gorteddu, il coltello, principale strumento d’uso nel lavoro del contadino e del pastore, ha diverse proprietà magiche e terapeutiche, in particolare la pressione della lama ferma il gonfiore e lenisce il dolore delle ecchimosi, specie sulla fronte e sulla testa, e neutralizza il pizzico di insetti venefici.

Gruttas o 'Ruttas o Aruttas = Grotte. Dal greco kryptein, nascondere. Fin da tempi remoti, grotte o antri naturali erano adibiti al culto di divinità. Vi sono grotte famose, come l’antro sul monte Ditte, dove sarebbe stato allevato Zèus, e il Lupercale, una serie di caverne dove i luperci celebravano i loro riti. Vi erano santuari sotterranei, scavati nella roccia, in mancanza di grotte naturali, come i Mitrei, consacrati al dio Mitra. Numerose anche in Sardegna le grotte sacre, abitate da divinità o da animas o frequentate da oracoli o, ancora più comuni e ancora attuali, grotte sacre dedicate al culto di santi, dove i pellegrini si danno convegno per ottenere guarigioni miracolose mediante su sterrimentu (Vedi), l’incubatio sacra. Proprie della Sardegna is domus de janas, le case delle Giane (jana viene talvolta tradotto impropriamente con fata), grotte diffuse in quasi tutta l’Isola, escluse le regioni di Gallura e dell’Iglesiente. Solitamente sono isolate, ma si trovano anche in piccoli agglomerati, da due a venti. Sono tombe monumentali ipogeiche, del periodo prenuragico (dal IV alla seconda metà del II millennio avanti Cristo). Usate come tombe dove i morti venivano deposti distesi o rannicchiati, in un solo livello o a più strati. Questo tipo di sepolcro è proprio anche dell’Oriente, diffuso poi nell’Italia Meridionale, Malta, Spagna e Francia. Su queste grotte i Sardi hanno fiorito leggende, facendole abitare dalle janas, che tessono su telai d’oro e che morendo si tramutano in pietre. Vedi Janas.

Gruxi e 'Ruxi = Croce. Simbolo del sacrificio di Gesù per la redenzione del genere umano. Simbolo del martirio patito dagli schiavi ribelli. Il supplizio della croce viene importata a Roma dall’Oriente, e viene sistematicamente usata per reprimere la rivolta degli schiavi guidati da Spàrtaco. Nell’arte magica terapeutica, sa gruxi, strumento d’infamia nobilitata e sacralizzata dal popolo dal sacrificio di quanti si batterono per la fratellanza umana, sa gruxi, anche soltanto evocata o tracciata nell’aria o sulla terra, o formata con due dita o con due rametti incrociati, è la panacea, è il rimedio principe contro ogni male. Amuleto e talismano insieme, sa gruxi ha i poteri di azione circolare - infatti, con la croce, si "coprono" tutti e quattro i punti cardinali.

Janas e Gianas = Termine che potrebbe tradursi con “Fate indigene di proporzioni lillipuziane”. Le janas, creature fantastiche vengono descritte di aspetto grazioso e affabili soccorritrici dei miseri mortali, abitanti in minuscole grotte, scavate in modo singolare, dette domus de janas, case di Giane. Si vuole che il termine jana derivi da Diana, divinità greco-romana o, forse più appropriatamente, da nana.

Ilixi = Leccio. Altra varietà di quercia, la quercus ilex, regina del bosco, divinità ctonica in grado di sfidare le folgori degli irascibili Dei dei cieli tempestosi.

Imbrusciadura = l’atto dell’avvoltolare. Più corretto imbruscinadura, dal verbo imbruscinai, avvoltolare. Imbruscinai su pisci in su scetti po ddu friri = Avvoltolare il pesce nella farina per friggerlo. Imbruscinaisì in su ludu coment' 'e unu procu = Avvoltolarsi nel brago come un maiale. Imbruscinaisì in terra = Avvoltolarsi sulla terra. S’imbrusciadura è detto un rito terapeutico per risolvere traumi psichici. Assai diffuso in una comunità dell’Oristanese, è stato descritto per la prima volta dall’autore di questa opera in una inchiesta alla fine degli Anni Cinquanta. Vedi "Il punto della settimana" di Calef - n. 42 del 20.10.1962 e "Sardegna Oggi" di Dessanay, n.27 del 1/15. 6. 1963. S’imbrusciadura come incubatio sacra, vedi Sterrimentu .

Indimoniau = Indemoniato. Colui che è posseduto da spiriti demoniaci. E’ l’energumeno (dal greco energéisthai = subire la volontà altrui), il succubo, l’oggetto di uno o più spiriti maligni. Si libera con l’esorcismo, operazione magico-terapeutica che, secondo i casi, può essere semplice (la sola recitazione de is brebus, parole sacre, o la sola lettura dei Vangeus, Vangeli) o assai complessa (quando lo spirito maligno è “forte”, resiste) e abbisogna da parte dell’esorcista di una “forza superiore”. In Sardegna non si registrano, come altrove, casi spettacolari di indemoniamentu, di possessione diabolica, che colpiscono prevalentemente fanciulle e fanciulli sessualmente repressi. Su indimoniau si guarda bene dal farsi esorcizzare, si mantiene come è, utilizzando le capacità divinatorie che gli vengono dai diavoli che ha in corpo.

Indimoniamentu = Ossessione. L’essere invasato da un demonio. I sintomi e le manifestazioni de s'indemoniamentu, dell’ossessione, sono uno stato di agitazione, contrazioni muscolari, convulsioni, cui si alterna uno stato catatonico, di assoluta immobilità e assenza; il viso è tumido, inespressivo; vi è insensibilità al dolore, fissità nello sguardo e mancanza di sangue nelle punture.

Inferru = Inferno. Luogo inferiore, profondo, abissale, sotterraneo, buio, angusto, popolato da creature diaboliche. Si vuole che i “cattivi” dopo la loro morte vengano precipitati nell’inferno, per esservi in mille guise torturati. Il popolo, che soffre in vita oppressione e sfruttamento, è affamato di giustizia, più che di pane, e crede fermamente che dopo la morte ogni uomo riceverà il giusto premio o la giusta punizione, secondo la legge del contrappasso (dal latino contra + passus, participio passato di pati, soffrire), per cui “gli ultimi saranno i primi”, i poveri, gli affamati avranno giustizia e saranno saziati, e ai ricchi sarà tanto difficile entrare nel Paradiso quanto lo è per il cammello passare nella cruna di un ago. S’inferru, l’inferno, è il regno di Luziferru, Lucìfero, re dei diavoli. Una definizione dell’inferno è su logu aundi sunt pibaras e colorus, il luogo dove stanno vipere e serpenti.

Ingestus = Gesti. Nel nostro caso, riferiti alla credenza magica per la quale hanno una efficacia scaramantica. Is ingestus (la gestualità magica) possono compiersi come scongiuro, per superare un pericolo o vincere la paura o per tenere lontano un ipotetico nemico, talvolta soltanto evocato. Is ingestus di questo segno sono numerosissimi; e vanno dal fare le corna al fare le fiche; dallo sputare per terra al bagnarsi di saliva la gola sotto il mento; dal toccare ferro al toccarsi i genitali. Oltre gli scongiuri gestuali vi sono gli scongiuri verbali, alcuni in versetti. Vi sono scongiuri singolari, come Lampu birdi a peraccu! (Testualmente: Lampo verde a parapioggia!) o anche semplicemente Lampu! (Lampo!) che può assumere anche il valore di invettiva, secondo il contesto in cui la parola viene pronunciata.

Ingestus malus = Gesti sconci. Hanno valore prevalentemente scaramantico. Sono spesso, ma non necessariamente, accompagnati da invettive o da parole di malaugurio, e consistono per lo più nella esibizione o sbandieramento di un simbolo fallico (il braccio piegato ad angolo retto con il pugno in alto; l’indice o il medio mostrati tesi nel pugno chiuso), cui si aggiunge il rituale “Setzi innoi, ca bis a…" (Siedi qui, che vedi…), frase che si chiude con un nome qualunque. Altre volte si accenna al proprio sesso. A questo proposito, è storico l’aneddoto raccontato da Herodoto, dove il comandante dell’esercito egizio, ribellatosi al Faraone, compie tale gesto al sovrano rifiutandosi di continuare a combattere senza il soldo pattuito: solleva il gonnellino e mostra il proprio sesso sul palmo della mano. Il corrispettivo femminile di questo antichissimo gesto consiste nel battersi la coscia o la natica, accennando a mostrare il posteriore, il cui significato è facilmente intuibile. Un gesto volgare, questo, che ha finito per assumere anche significato di dispiacere, costernazione, disperazione, e come il precedente praticato dai maschi, è molto diffuso.

Inter domu e cresia = Fra casa e chiesa. Essiri inter domu e cresia o anche fai de domu a cresia e de cresia a domu (Fare da casa a chiesa e da chiesa a casa) è detto comune per indicare donna di timorati costumi, e talvolta, ironicamente, donna ipocrita e beghina, chi sciit portai su santu a cresia (che sa portare il santo in chiesa), cioè che dietro la parvenza di santarella è una gran bagascia.

Interramentu = Seppellimento. Presso i Sardi, l’usanza di seppellire i morti è antichissima, risalendo con molta probabilità al IV° millennio avanti Cristo. Risale infatti a quel periodo l’uso di seppellire i morti entro grotte (dette poi domus de janas). Secondo alcuni studiosi i morti venivano sotterrati nei cortili adiacenti le abitazioni, e soltanto in un secondo tempo i resti venivano riesumati e trasferiti entro grotte. (Vedi Gruttas e Domus de janas). Dopo l’istituzione dei cimiteri (nei paesi più poveri, fino a tempi recenti, agli Anni Quaranta, il cimitero consisteva in un campo malamente recintato appena fuori dell’abitato), il defunto veniva trasportato dentro una bara comune cui erano fissate quattro stanghe e quattro piedi (sa portantina), e il corpo interrato senza bara. Soltanto i ricchi avevano la bara, posata su di una portantina di legno pregiato. De su interramentu, del seppellimento, se ne ha una viva documentazione in lingua sarda in Giuseppe Dessì (Seddoresu), Contus de forredda, pagg.33/34. Vedi Vol. I°: Autunno - Usanze mortuarie.

Intranniau a su mali = Da intrannias, viscere, indica chi, come su tiaulu, il diavolo, è di natura malvagia. Colui che è intranniau a su mali, è nato dalle viscere stesse del male e qualunque sua azione contiene malizia e cattiveria. Viene detto di fanciullo irriducibile, incline a commettere cattive azioni.

Isparatoriu o Arroda = Fuochi d’artificio. Fino a tempi recenti non vi era festa degna d’essere ricordata se non si concludeva con s'isparatoria o arroda, allestito nella piazza principale del paese o in un’aia alla periferia. Dall’andamento dei fuochi d’artificio la comunità traeva gli auspici per l’andamento del raccolto agricolo o dell’allevamento. L’ultima granata, che esplodeva con un botto secco e potente, dava alla gente il segnale che la festa era finita, e si levava in coro il grido: “Aterus annus cun saludi!” (Al prossimo anno con salute!)

Itifallu = Itifallo, in italiano antico. Talismano consistente nel simulacro del pene eretto. Termine comune all’italiano antico derivato dal latino ithyphallus. Un tempo diffuso come ornamento, propiziatore di benessere, se ne avevano d’osso, di corallo, d’oro e d’argento.

Juanni (Santu), detto anche Sant'Juanni de Floris = Giovanni (Santo), o San Giovanni dei Fiori. E’ il giovane apostolo di Gesù che nella mitologia cristiana si confonde con l’Adone. Presiede all’amicizia eterna che lega, secondo un solenne giuramento rituale, due giovani di uguale o di diverso sesso. Tale vincolo di amicizia viene chiamato Su Sant'Juanni de Floris, cioè Comparatico dei Fiori. Da notare che in lingua sarda il termine comparatico si traduce con Sant'Juanni (San Giovanni, tout court). Abbiamo così su Sant'Juanni de battiari o de cresima, il comparatico di Battesimo o di Cresima, e su Sant'Juanni de Floris, il comparatico dei fiori, che come si è detto, è un legame di amicizia sacralizzato da un rito cui presiede San Giovanni l’Apostolo, rito ripreso dal culto di Adone.

Juanni (Santu) = Giovanni (San). E’ il Battista, colui che apre la strada al Messia, e viene decollato per ordine di Erode Antipa. A Sant'Juanni Battista sono legati numerosi riti magico-terapeutici, che furono dal culto pagano riservati alle divinità delle acque. Presso alcune comunità, alla mezzanotte della vigilia della festa del Santo, si praticava l’immersione collettiva in un corso d’acqua. Diffusa l’usanza di immergere nell’acqua la testa di un decollato o un teschio.

Lamias = Lamie. Demoni che risiedono nei cimiteri. Assumono sembianza di femmine laide e si cibano di cadaveri.

Lampazzu = Lapazio, romice. Dal greco Làpathoòn, in latino lapathum, è un’erba delle poligonacee che cresce nei fossi ed è detta volgarmente in italiano “Erba Pazienza” (Rumex Patientia). Ha una radice fittone con polpa di un giallo intenso, simile alla carota. Su lampazzu, in particolare la radice, è usato nella terapia de sa striadura (il male della strige) o itterizia, giusta la legge dei simili (secondo il principio non disusato della medicina antica Similia similibus curantur). La medicina moderna attribuisce per altro al romice proprietà benefiche sedative nella cura contro le emorroidi.

Lau = Alloro. Dal latino laurum. Albero sacro simboleggiante la gloria di Dio e dei suoi santi. I rami dell’alloro, presso alcune comunità, vengono disposti a festoni ai lati delle strade che segnano il percorso delle processioni religiose. Le foglie, con altri ingredienti, vengono usate negli affumentus (suffumigi magico-terapeutici) o anche singolarmente gettate nelle braci per divinare (Dafnomanzia).

Levanti (Bentu de) = Levante (Vento di). Il levante che spira tiepido e più frequentemente soffia caldo e afoso, ha qualcosa di magico, che strega: prostra i corpi e deprime le anime, infoia i maschi e rende molli le ginocchia delle femmine. E’ da considerare un demone perverso e corruttore, fra i tanti che popolano l’aria. La sua presenza comporta diversi tabù nelle attività domestiche e agricole nel mondo contadino. Con il levante non si semina e non si piantano ortaggi: la pianta si seccherà o il frutto abortirà. Non si macella e non si confezionano insaccati o conserve di alcun genere: metteranno i vermi o la muffa e andranno a male.

Liadura = Fattura, maleficio, ammaliamento. Da liai, legare. Sa liadura (o ligadura) è una pratica magica che influenza in special modo la sfera sessuale. Si pratica sia per legare a sé altri con amorosi lacci, sia per rendere impotente o frigida un uomo o una donna d’altri del quale o della quale si è gelosi.

Licantropia = Licantropia. Metamorfosi dell’umano in lupo o in altro animale simile, nel periodo della luna piena. Vedi Ercu, Prummunida, Boe muliache.

Licornia (Aqua) = Licornia (Acqua). S’aqua licornia consiste in un bicchiere d’acqua resa magica mediante una sezione o la punta di un corru de cerbu, corno di cervo, e appositi brebus, parole magiche. E’ usata prevalentemente per scopi terapeutici, ingerita o aspersa, contro spaventi, malocchio o espressioni psichiche. Ma è anche un diffuso strumento per divinare o per diagnosticare i mali che affliggono il paziente. Esaminando s'aqua licornia, il guaritore scopre il tipo di male e le cause che l’hanno provocato, o in altri casi, fissando un punto nel fondo del bicchiere, egli vede come in una sfera magica, il passato e il futuro della persona che viene esaminata. E’ un rito che ha diversi nomi. Con questo nome è diffuso nell’Oristanese.

Lionarsciu o Lionargiu = Oleandro. Arbusto ornamentale comune in Sardegna lungo i letti sassosi e aridi dei torrenti, dai pendii montuosi fino al mare. E’ di facile riproduzione per talea, tanto che un ramo radica se immerso in un recipiente d’acqua. Dai suoi rami diritti e robusti si ricavano ottimi bastoni d’appoggio e da difesa. Ne faceva uso - si dice - anche Giuseppe il falegname di Nazareth, il quale deve al prodigioso fiorire del suo bastone di oleandro lasciato nel tempio (in un portavasi contenente acqua?) l’affidamento da parte dei sacerdoti della giovane Maria, madre di Gesù. In virtù di questa leggenda, l’oleandro è detto comunemente mazza di san Giuseppe. A su lionarsciu, all’oleandro, si attribuiscono diversi poteri magico-terapeutici, forse in correlazione con la leggenda cui si è accennato, più che alla presenza in esso di un glucoside cardioattivo, per altro assai tossico.

Logu obertu = Luogo aperto. Si oppone a logu serrau, luogo chiuso, ed è importante per il guaritore sapere “dove”, in “quale luogo (se obertu o serrau, se aperto o chiuso) è stata presa la malattia per approntare il giusto rimedio. In particolare nei riti terapeutici contro spaventi o malocchi, viene sempre chiesto preliminarmente al paziente si hat tentu su dannu in logu obertu o in logu serrau (se ha avuto il danno in luogo aperto o in luogo chiuso).

Luna (la n si pronuncia nasale unita alla u e staccata dalla a) = Luna. Considerata dagli antichi una divinità (Artèmide, Selene, Ecate sono alcuni nomi che la indicano nella mitologia greca). Da sempre, e ancora oggi, gli uomini vedono nella luna e nelle sue fasi il potere di influenzare i cicli riproduttivi e vitali, l’attecchimento e la crescita, di tutte le creature viventi sulla terra, umani, animali e vegetali. Il ciclo mestruale della donna è pari al periodo di una fase lunare. Il periodo di gestazione di ogni creatura, dalla inseminazione alla nascita, si calcola in lune. La capacità germinativa del grano e di ogni altra semente, così come la capacità fecondativa del seme umano e animale si vuole che sia influenzata dalla luna. Anche il taglio della legna va compiuto in fase lunare propizia, onde evitare che la legna si tarli e marcisca. Nel mondo contadino esistono precise norme che condizionano ogni attività lavorativa ai diversi momenti delle fasi lunari. Diffusissimo un tempo tra i contadini più colti su gerevalliu (il lunario), un opuscolo calendario annuale, una sorta di almanacco, basato sulle fasi lunari, che dava le indicazioni sul periodo più idoneo a compiere ogni lavoro agricolo. Sul piano della medicina popolare, ogni rito terapeutico va compiuto osservando scrupolosamente il periodo lunare. Vedi Gerevalliu.

Luziferru = Lucìfero. Nome proprio originario del diavolo, secondo la mitologia biblica. E’ poco usato nella parlata popolare. Vedi Dimoniu e Tiaulu.

Mabagrabiu e Malagrabiu. Intraducibile. E’ probabilmente una storpiatura di mali carbinu, letteralmente male selvatico. E’ simile a Puntori (Vedi), male ignoto mortale, ed è usato quasi esclusivamente nel contesto di una invettiva: su mabagrabiu fezzast! cioè, grosso modo, “che ti venga un accidente!”. Tale invettiva è comune nell’Oristanese, specie a Santa Giusta e a Cabras. In questi paesi, inoltre, fai su mabagrabiu ha il significato di “fare il patatrac”, e viene riferito a fanciulla che abbia accidentalmente perso la verginità: Sa tali gei dd' hat fattu su mabagrabiu! (La tale sì che ha fatto il patatrac!). Il termine è anche usato come intercalare, abbreviato: mabagrà! equivalente all’esclamativo italiano “accidenti!”.

Magia (o anche Majia e Mazzina) = Magia. E’ l’arte di produrre fenomeni paranormali, sia utilizzando con particolari poteri e conoscenze le stesse forze della natura, sia mediante i poteri occulti degli spiriti o demoni del bene e del male. In altre parole, magia è il termine che definisce l’insieme delle pratiche trascendentali che costituiscono la scienza e l’arte di dominare le forze occulte della natura e della vita. C’è una stretta correlazione tra il mondo vegetale e quello animale e umano, per cui si evidenzia uno stato di necessaria interdipendenza tra tutti gli elementi vitali che compongono la natura. Il fenomeno della riproduzione vegetale, per cui un seme interrato germoglia generando una pianta, è lo stesso fenomeno per il quale si riproducono gli animali e l’uomo. Così pure le spoglie mortali degli alberi e di ogni animale compreso l’uomo ritornano alla terra e la rendono più fertile. Secondo il Goodworth, “la magia consiste per definizione nella errata applicazione dei principi più semplici dell’associazione di idee”. E in effetti, le associazioni tra la vita del mondo vegetale e del mondo umano, e tra la morte, la sepoltura e il nuovo rigoglio primaverile avevano condotto a una interpretazione fantasiosa, che va appunto sotto il nome di magica. Anche se era errata, aveva però messo in moto la mente, fatto approfondire per la prima volta la conoscenza del mondo. (In A. Nicker - Sesso e Magia - 1970)

Magia e Majia = Magia. E’ termine usato letterariamente nel significato figurativo di “fascino”, “incanto”, “meraviglia”. Sa magia de s'orbescida, l’incanto dell’alba. Una bellesa magica, fadada, una bellezza magica, fatata. Magia, con il significato di dottrina che riguarda l’evocazione degli spiriti, i fatti che trascendono l’umano (i prodigi), la preveggenza, i riti relativi e le pratiche connesse alle scienze occulte e alla medicina, di segno positivo (magia bianca) o di segno negativo (magia nera), è termine che si traduce frequentemente con bruxeria, seppure questo termine sia riduttivo, in quanto più propriamente indica “fattucchieria”. Nella parlata popolare, magia viene tradotto anche con mazzina. Vedi Bruxeria e Mazzina.

Magia (Is sinnus de sa) = Magia (I significati della). Le dottrine magiche nascono ai primordi della società umana e precedono di molto le religioni. Una delle affermazioni di fondo della magia, che ne costituisce il principio, è l’esistenza di uomini, animali e cose dotati di forza, cioè di capacità, di virtù, di facoltà soprannaturali. In lingua sarda le capacità mediche di s'omini de mexina (il guaritore) o di sa bruxa (la fattucchiera) viene genericamente detta sa forza. Nel fattucchiere che fa incantesimi, così pure in s'oghiadori (colui che dà il malocchio, l’iettatore), la capacità malefica di ligai (affascinare, legare) viene detta umbra o umbra de coloru (fascino o fascino di serpente). Sa forza, la capacità magica, l’elemento soprannaturale, è presente in misura diversa in ogni cosa. Nel mondo minerale, ne possiedono una minima quantità il legno, il ferro, l’argilla; mentre ne sono forniti in grande quantità il rame, le pietre dure o preziose, i magneti. Nel mondo vegetale, ugualmente: certe erbe hanno radici o foglie o gambo che possiedono virtù magiche in sommo grado. Ciò, infine, vale anche per il mondo animale e umano: mago o stregone è appunto colui che possiede molta forza - così pure certi animali, come il cervo o il gatto o il serpente o certi ragni, parte dei quali vengono spesso utilizzati nel compimento di riti magico-terapeutici o nelle fatture.

Magus, meglio Cogus = Magi. Nome generico dato a is ominis de mexina, guaritori, indovini, fattucchieri e chiunque abbia poteri occulti. I magi erano originariamente adoratori del Fuoco, seguaci di Zoroastro.

Mainargiu e Mainarxu = Mago, fattucchiere, guaritore. Sono sinonimi bruxu, cogu, magu, omini santu e per il solo femminile mazzina.

Maladia = Malattia. Nella medicina popolare, legata alla scienza magica, ogni malattia è data da uno specifico demone, che bisogna riconoscere ed esorcizzare con determinate materie (sostanze terapeutiche), con particolari riti, e brebus, parole sacre. Donai maladia = Ammalare con arti magiche (fatture o altri malefici). Spesso certe malattie sono ritenute opera di stregoneria, eseguite da o per conto di persone malvagie e gelose dell’altrui benessere.

Mali = Male. Su mali o malu è l’opposto del bene, ciò che proviene dalle forze infernali, dal Diavolo, su Tiaulu, s'ennemigu, antagonista di Dio, Deus. Su mali per antonomasia è sa maladia, la malattia, lo stato di malessere fisico o psichico. Mali è assai frequentemente usato (d’altro canto anche in italiano) in sostituzione del termine malattia. Esempi: Mali de arrigus = Malattia dei reni; Mali de 'utturu = Mal di gola; ecc. Teniri mali = aver male, star male. Vedi Maladia e Malia.

Malia = Malia. Ammaliai = Ammaliare, dominare l’altrui volontà con arti magiche (fatture o altri malefici, specie incantesimi). La persona ammaliata diventa succuba, schiava di chi l’ha ammaliata; e farà tutto ciò che questa le ordinerà. Generalmente si ammalia una persona per sottrarle il patrimonio, facendosi lasciare gli averi in testamento (si dice che i preti siano esperti nell’arte di ottenere, con formule magiche, lasciti e donazioni da vecchi e ricche vedove “ammaliate”; o anche per ottenere favori di carattere sessuale, altrimenti negati perché illeciti. Sono frequenti i casi in cui una fanciulla che ha finito per cedere alle profferte amorose di un uomo, imputa il fatto a un sortilegio, a qualche beveraggio magico che ha annullato la sua volontà di resistere. Per altro è anche frequente che un uomo di una certa età, innamoratosi follemente di una fanciulla assai più giovane di lui, attribuisca la sua “follia” amorosa a qualche fattura o sortilegio. Sembrerebbe che tutte le donne giovani, belle e desiderabili siano potenzialmente delle streghe - infatti di esse si dice che sono maliarde e affascinanti. Su ammaliai, l’ammaliare - può sembrare strano - ma è pesantemente condannato dal codice penale italiano sotto le specie di reato di plagio.

Milifattu = Maleficio, fattura, pratica magica occulta fatta mediante anatemi o esorcismi o invocazioni, utilizzando le forze demoniache per nuocere ad altri. Vedi Fattura.

Mamoni = Ammone o Amon-Ra. Divinità egizia, raffigurata con corpo umano e testa di ariete. Nella mitologia cristiana diventa un potente demone che ha ai suoi ordini ben quaranta legioni di diavoli. Viene anche identificato con su 'attu mamoni, il gatto mammone: demone antropomorfo dalla testa di gatto, al quale non si attribuiscono particolari poteri demoniaci e anzi pare che si riduca a custodire scussorgius de pagu contu, tesori fatati da poco conto, a interpretare ruoli di secondo piano nella novellistica, e a far da spauracchio ai bambini capricciosi. Ai quali, appunto, si suole dire: “Chi non fais a bonu zerriu mamoni!" (Se non fai da bravo chiamo babau) mamoni, nel significato di babau, di spauracchio, è detto anche momoti.

Mandragola = Erba mandragola. Pianticella erbacea perenne diffusa nei paesi del Mediterraneo. Si vuole che questa pianta abbia l’aspetto di un corpo umano in miniatura. E’ assai usata nei riti magici e terapeutici. Con la mandragola si ottengono pozioni per far filiare donne sterili. Secondo alcune fonti, tale piantina nascerebbe dalla terra dove sia caduto sperma umano, e che, quando venga sradicata, emetta una sorta di vagito, simile a quello di una creatura che nasce. Nel medioevo è considerata un’erba demoniaca, di cui le streghe facevano largo uso. E’ probabilmente di tradizione ebraica, la leggenda secondo la quale il famoso albero del bene e del male che Jahvé pose al centro del paradiso terrestre doveva essere una mandragola arborea gigante.

Maniposa = Farfalla. E’ detto maniposa anche un singolo lumino votivo, che si ottiene riempiendo un bicchiere per metà di acqua e per il resto di olio. Sulla superficie oleosa si pone un dischetto di sughero fornito di lucignolo. Si ottiene così un’esile fiammella che si fa ardere davanti al simulacro di un Santo, per grazia ricevuta o da ricevere, o in memoria di un caro defunto, nella ricorrenza della sua morte, specialmente il due Novembre per ricordare le anime dei morti e propiziarsele. Di maniposa se ne conosceva un modello di tipo industriale, che pur conservando la sua originaria semplicità consisteva in un triangolino di lamierino forato al centro per inserirvi il lucignolo, con i tre vertici infissi in tre dischetti di sughero, che si poneva a galleggiare in un bicchiere contenente acqua e olio.

Manufica = Dal latino manufica, indica sia l’amuleto consistente in una manina il cui pollice è infilato tra l’indice e il medio del pugno chiuso, sia il gesto scaramantico detto del far le fiche. Vedi Ficas, il far le fiche.

Martura (Argia) = Paralitica (Tarantola). Dicesi argia martura una specie di tarantola il cui morso provoca paralisi. Per la precisione marturu-a indica colui o colei che è paralizzato-a; vi è quindi una trasposizione dell’effetto nella causa. Come per la puntura delle altre specie di tarantole, la terapia è collettiva, dura tre giorni e tre notti, pur variando per ogni specie di tarantola il contenuto rituale terapeutico. Vedi Argias.

Masciu (Arza) = Maschio (Tarantola). Dicesi arza masciu (letteralmente tarantola maschio) una specie di tali ragni la cui puntura è particolarmente dolorosa. Il termine arza è la variante logudorese dell’argia campidanese. Vedi Arza.

Maskara o Bisera = Maschera. Bisera è testualmente “visiera”, nel senso che si applica al viso. Maskara e bisera, per lo più di legno e di sughero, sono maschere di carnevale di sembianza animalesca e demoniaca. “Il camuffamento del personaggio principale - uomo o sacerdote - nelle sembianze di un animale è noto in molte religioni. L’usanza è antichissima... L’uso degli animali per il camuffamento rituale è condannato e ritenuto diabolico nel “Liber penitentialis” di Teodoro, del VII secolo… Per analogia con altre religioni che seguono la stessa usanza, sembrerebbe trattarsi di un rito della fertilità. L’animale raffigurato è l’animale sacro della tribù, oppure quello usato più spesso come cibo”.
(In Le streghe di M. A. Murray - 1974).

Masoni = Indica sia l’ovile che il gregge. Masoni è vocabolo d’uso comune sia nella parlata campidanese che logudorese, nella prima prevale il significato di ovile, nella seconda quello di gregge. Masoni è dunque il luogo dove si raccolgono le pecore durante la notte, dopo il pascolo, per la mungitura e la tosatura. Consiste in un semplice spazio circolare recintato per lo più da sterpi secchi spinosi, massi, cespugli vivi di lentischio o di altre essenze che già radicano nel perimetro. Deriva dal fenicio mason (alimento, pasto), ed è quindi più proprio l’uso del termine usato in logudorese che indica il gregge. Se il fucile del pastore difende l’ovile dai ladri, la difesa dello stesso patrimonio da incantesimi, malocchi, morie provocate da fatture è affidata alla magia: amuleti consistenti in fiocchi di lana verde, bucrani piantati su pali, periodiche aspersioni delle pecore con aqua licornia o altre “acque magiche” approntate da un fattucchiere, che hanno efficacia preventiva oltre che terapeutica.

Mastrupai = Masturbare. Mastrupazioni = Masturbazione. Sono termini di uso poco comune nel popolo che preferisce, nel campo sessuale, le fiorite circonlocuzioni anziché vocaboli ritenuti osceni anche se scientifici. Per indicare l’atto onanistico si usa perciò limpiai canna (pulir canna) o scrosciai fa' (sbucciar fava) o faisi sa cannuga (farsi la cannocchia). Su si mastrupai, il masturbarsi, è sempre riferito al maschio; non esiste, che io sappia, termine o modo di dire, che indichi lo stesso atto nella femmina. Esistono filtri magici che inducono una fanciulla ad amare sensualmente: tale filtro va assunto dal maschio innamorato intanto che si masturba pensando intensamente all’oggetto dei suoi desideri. Si assicura che l’ignara fanciulla verrà coinvolta di persona appena se ne presenterà l’occasione. Tuttavia va aggiunto che esistono contramazzinas (controfatture) che hanno il potere di creare, nella fanciulla che proprio vuol difendersi da simili magie, una sorta di campo di forza, una barriera che protegge la castità.

Materia = Materia. Nei riti terapeutici magici è la medicina vera e propria, la sostanza visibile che viene assunta dal paziente. Nella medicina popolare, tuttavia, non ha alcuna efficacia terapeutica se non è accompagnata da is brebus (le parole magiche) e dallo specifico rituale diretto da un mago guaritore.

Maurreddinu = Abitante della regione Iglesiente. Il termine è derivato dal latino mauritianus, indigeno della Mauritania. Tra le numerose deportazioni effettuate da potenze egemoni, ve ne fu una di Mauritani, che si insediarono in quella parte dell’Isola. Vedi dell’Autore il saggio Quali banditi? Vol. I° pagg. 314/315 - Verona 1977. Presso i Maurreddinos, ossia nell’Iglesiente, sono diffusi riti terapeutici magico-religiosi quali s'affumentu e s'aqua abrebada (Vedi), con diverse varianti.

Mazzina = Indica sia la maga, colei che fa le magie, sia la magia, l’atto prodigioso compiuto dalla maga. Sa tali est una mazzina = La tale è una maga. A su tali hant fattu una mazzina = Al tale hanno fatto una magia (una fattura). Non esiste il maschile di mazzina, come per l’italiano strega. Infine mazzina prende anche il significato di feticcio, il simulacro usato per fare la fattura o il maleficio. Vedi Bruxu e Cogu.

Merda e Medra = Merda, sterco. Gli escrementi hanno una loro rilevanza nella medicina popolare. Al di là del loro uso e dei significati psicopatologici in talune attività sessuali definite perverse, quali la coprofagia e la coprofilia, vi è un suo uso in diversi riti magici, secondo il principio che la parte rappresenta l’insieme, e quindi il possesso della parte porta al possesso dell’insieme. Pertanto è materia per compiere malefici. Tuttavia, non molto dissimilmente dalla medicina moderna, che esamina “scientificamente” le feci di un paziente, diagnosticando malattie del loro colore, odore, compattezza; così la terapeutica popolare dagli escrementi di un paziente ne stabilisce lo stato di salute. Si attribuisce allo sterco ancora caldo di alcuni uccelli virtù medicamentose in alcune malattie della pelle e degli occhi; in particolare gli escrementi di gallina vengono usati non solo come tonici della pelle ma anche come coagulanti spalmati su lievi ferite. Vedi Pisciu.

Mestruu = Mestruo. E’ detto anche su mesi, il mese, o su strobu, il disturbo. Essiri strobada, essere disturbata, indica appunto una donna mestruata. Il ciclo mestruale assume particolare rilevanza nella vita sociale per i tabù cui è legato e ancora per l’uso magico che della sostanza mestruale la donna può fare in diverse pratiche che possono coinvolgere il maschio. In effetti, come sostiene il Talmud, il testo sacro degli Ebrei, la donna mestruata rappresenta un grave pericolo per i maschi: si afferma, per esempio, che se una donna mestruata si avvicina tra due uomini e passa tra loro, uno dei due può ammalarsi fino a morire. Il rapporto sessuale con la donna mestruata è severamente vietato. Tra le numerose proibizioni fatte alla donna mestruata ci sono quelle di non poter toccare alcunché di commestibile. Più precisamente le viene fatto divieto di cucinare, fare il pane, di toccare cibi deteriorabili come le carni e i pesci, che le sue mani impure manderebbero in putrefazione. In occasione della uccisione del maiale e della conservazione delle sue carni, se in famiglia c’è una donna mestruata, costei deve restare isolata e astenersi dal toccare alcunché di quanto viene manipolato per l’occasione, per evitare di mandare a male il maiale. In tali circostanze, la donna mestruata viene sostituita da altra donna di famiglia o del vicinato.

Mexina = Medicina. Nella terapeutica popolare, sa mexina, la medicina per antonomasia è la panacea, il ritrovato prodigioso in grado di guarire ogni male. In questo senso sa mexina più efficace è la fede: fede nel terapeuta, fede nella sostanza medicamentosa, fede nella guarigione, fede in se stessi e nelle forze vitali della natura di cui ci si sente parte. Molte prodigiose guarigioni ottenute dalla medicina popolare si attribuiscono alla fede, e alla suggestione che da questa deriverebbe. Vi sono comunque numerose mexinas, medicine, specifiche per ogni genere di male. Grosso modo si possono dividere in mexinas contro i disturbi psichici e della sfera emotiva; mexinas contro i disturbi fisici; mexinas contro i nemici del patrimonio (animali domestici, da lavoro o da allevamento; piante fruttifere; eccetera). Alcune mexinas specifiche sono sa mexina de s'aquila, la medicina contro l’aquila; sa mexina de s'azzicchidu, la medicina contro gli spaventi; sa mexina de is bremis, la medicina contro i vermi; sa mexina de su margiani, la medicina contro la volpe; sa mexina de s'ogu liau, la medicina contro il malocchio; sa mexina de is pillonis, la medicina contro gli uccelli. Nell’uso comune il termine mexina indica “tutto ciò che fa bene”; ma quando sia riferita alla medicina moderna può anche significare “veleno”, sostanza tossica: alla, ca est mexina! = Attento che è medicina! O anche, in una famosa invettiva contro gli odiati esattori delle tasse: “Su dinai miu ti serbat po mexina!" = Il mio denaro ti serva da veleno!

Mizza = Sorgente. Alcune sorgenti, di particolare importanza economica, situate in prossimità di centri abitati, venivano strutturate in muratura, intubate onde riempire una vasca, cui attingere più comodamente l’acqua potabile e per abbeverare gli animali dal lavoro al rientro dalla campagna (Vedi Aquadroxu). Ma per lo più, is mizzas, le sorgenti, venivano conservate e utilizzate, ovunque, al naturale. Chiunque le utilizzasse aveva l’obbligo - non di legge ma di coscienza civile - di mantenere s'enadroxu, la vena, ripulendo la conchetta sabbiosa dal terriccio, da sterpi ed erbe, e riponendo al lato dell’anfratto il mestolone di sughero, su cui il viandante attingeva l’acqua per berla comodamente, senza doversi chinare per bere “a bruncu”, con il muso, come gli animali. Fino a tempi recenti, il tipico mestolone di sughero era sempre presente nelle sorgenti montane, un tempo numerosissime; oggi sono spariti, portati via come souvenirs dai turisti cittadini dell’Isola e del Continente. Per i significati magici e terapeutici de sa mizza, della sorgente, vedi Funtana e Putzu.

Morti = Morte. Oscura onnipotente divinità, legata al destino di ogni creatura vivente. Esistono incantesimi e formule magiche (tuttavia assai rari e devono essere compiuti con l’aiuto di potentissime forze occulte) per fermare temporaneamente la Morte, giammai capaci di vincerla - poiché è scritto nel Gran Libro del Destino che ogni creatura vivente la porta con sé, sopita, dal momento che nasce, e in qualunque momento Essa può destarsi. Ciascun uomo, per destino, ha dentro di sé una “propria” morte. Vi sono così morti bonas e mortis malas (morti buone e morti cattive) come quelle serene dei vecchi che lentamente si spengono o come quelle violente di coloro che sono stati assassinati e gridano vendetta, senza trovare pace nelle loro tombe; ve ne sono di giustas e ingiustas, come quelle che colpiscono coloro che hanno tradito la fede della comunità, le spie, i falsi testimoni e gli adulteri, e quelle che spezzano vite di bimbi e fanciulli, fiori il cui stelo è stato reciso mentre ancora sbocciavano alla vita; e ve ne sono infine di disisperadas e piedosas (disperate e pietose), come quelle di coloro che si uccidono per amore o per giustizia o di coloro che “vengono aiutati a morire” per liberarsi da una vita tanto atroce da non poter più essere sopportata.
Sa Morti Pilosa, la Morte Pelosa, è un mitico demone, oggi in ribasso, ridottosi a far da spauracchio ai bimbi capricciosi (Mira ca benit sa Morte Pilosa chi non fais a bravu! = Guarda che viene la Morte Pelosa se non fai da bravo!), il cui nome, un tempo terrificante, oggi viene usato principalmente per indicare persona malnutrita e malandata.

Morti (Sinnus de) = Morte (Annunci di). Vi sono creature in grado di presagire la morte imminente. Secondo la credenza popolare vi sarebbero alcuni animali o anche fanciulli (“anime innocenti”) in grado di vedere la morte che passa annunciandone la presenza alla comunità con certi loro “strani” comportamenti: per esempio, cani o cavalli avvoltolandosi per terra sulla schiena e i fanciulli restando scioccati.
Tipico esempio di annuncio di morte è dato dal volo della stria (strige, barbagianni), passando sopra il tetto di casa in senso perpendicolare alla travatura (la linea di volo dell’infausto uccello forma così una croce con le travi).
Taluno sarebbe in grado di presagire anche la propria morte. A questo proposito, è stupenda la lirica di Peppino Mereu dove annuncia la propria morte. Vedi Cap. X “Dalla Strige alla Strega”.

Mortu = Morto. Colui che viene interrato, ma che soltanto apparentemente ha cessato di vivere. Su mortu, il morto, detto anche anima morta, per distinguerlo dal vivente o anima bia, anima viva, continua a essere presente tra la sua gente, nel proprio mondo, finché restano le sue opere e finché egli viene ricordato. Modi di dire: Prangiri su mortu in domu = Disperarsi esageratamente. Si dice a persona che drammatizza un fatto non grave: Mancu chi siast prangendi su mortu in domu = Neppure se stessi piangendo il morto in casa. Regordai is mortus in mesa = Ricordare i morti a tavola, mentre si mangia, ha il significato di far qualcosa di sconveniente.

Mortus (Sa festa de sos) = Morti (Festa dei). In Sardegna, la Festa dei Morti, celebrata secondo il calendario cattolico in due di novembre, aveva particolare solennità. A Orune e in altri paesi delle Barbagie, Sa festa de sos mortos si svolge ancora secondo antichi rituali. I morti ritornano allo scoccare della mezzanotte e per essi viene approntata una mensa imbandita in ogni casa. Durante la notte, mentre i piccoli dormono, gli uomini vegliano in locali pubblici e le donne vegliano davanti ai focolari spenti. Vedi Vol. I° “Sa festa de sos mortos ” e la voce omonima nel glossario dello stesso volume.

Musca = Mosca. Teniri musca = Essere vanitoso. Muschitteri = Vanitoso.

Musca de ghettai = Intraducibile. Indica la mosca inseminatrice di vermi della putrefazione della carne. Viene descritta, piccola, grigia con le ali sgraziatamente aperte. Durante i mesi caldi si avvicina al bestiame e anche agli uomini deponendo le uova nelle parti umide del loro corpo, mucose (bocca, occhi, naso, ano, sesso) e nelle ferite. Esiste, per combatterla, una specifica terapia, detta Sa mexina de is bremis.

Musca Macedda = Testualmente: Mosca macello. Mitico insetto inseminatore di morte. Diffonde oscure pestilenze.

Muscapia = Scintille che volano nell’aria ricadendo verso terra, durante i fuochi d’artificio. Per le scintille prodotte dal fuoco che salgono trasportate dall’aria calda (che il Pascoli chiama “monachelle”) si usa il termine di fraria. Muscapia o Buscapia indica anche più propriamente quegli specifici ordigni simili a razzi impazziti che durante i fuochi d’artificio vengono fatti ricadere verso la folla, sulla quale per altro giungono per lo più già spenti.

Nappa de arannia (o aragna ) = Tela di ragno. E’ detta anche Tirinnia. Nappa e tirinnia hanno anche significato di reticolo e più in particolare indicano la tunica reticolare che avvolge gli intestini. Si è di recente scoperto che una delle funzioni dell’omento o epiplon (in sardo nappa), ovvero la tunica reticolare, è quella di proteggere gli intestini da emorragie interne, favorendo la coagulazione del sangue. Sa nappa de arannia è usato nel mondo contadino come emostatico, posto a ricoprire ferite leggere.
Un interessante riferimento a terapie popolari proprie della cultura contadina nei primi pionieri americani si trova in “Furore" di J. Steinbeck, edizione in italiano del 1940, pag. 210: “… S’asciugò la ferita con un pezzo di canapa e la esaminò. - Sanguina come una cagna in calore, osservò, ma faccio presto a fermarla. - Orinò in terra e coperse la ferita col fango che ne derivò. L’efflusso cessò quasi subito. - Niente di meglio per far cessare il sangue, disse. Anche il ragnatelo è buono, opinò Casy. - Sì, ma il ragnatelo non l’hai mica sempre sotto mano. -” Vedi Aragna e Pisciu.

Nemigu (o Ennemigu) = Nemico. Su nemigu, il nemico, per antonomasia è Satana, il Principe delle Tenebre, il Signore degli Abissi, il Dio del Male. Frequentemente, Satana, Lucìfero, l’Angelo ribelle, viene chiamato semplicemente s’Ennemigu, il Nemico.

Nenniri = E’ così detto il grano seminato in vaso e germogliato all’oscuro, che le fanciulle fenicie e sarde usavano preparare in onore del dio Adone. Su nenneri era detto “Giardino di Adone”, di chiaro significato magico-propiziatorio, proprio delle feste del solstizio di giugno, si ritrova ancora assai diffuso in Sardegna fino a tempi attuali. Su nenniri (piatto o terrina con terriccio e grano, o ceci o avena germogliati al buio, i cui esili pallidi filamenti erano tenuti eretti e ornati da un nastro colorato) veniva preparato sia per la festa di San Giovanni l’Apostolo (l’Adone della mitologia cristiana), sia il Giovedì Santo, come rito legato alla morte e resurrezione di Gesù - anche in questo caso appare un rito funebre, perpetuando nei millenni le cerimonie mistico-sessuali in cui le donne piangevano la morte del giovane e bellissimo dio Adone, festeggiandone poi la resurrezione.
Abbiamo, dunque, nel costume sardo, su nenniri dedicato dalle fanciulle al culto di San Giovanni l’Apostolo, santo tutelare dell’amicizia tra i giovani, (vedi Sant'Juanni), e su nenniri che le donne preparano in Quaresima per la morte e resurrezione del Cristo.
Anticamente - come nella originaria usanza fenicia - in su nenniri , nel vaso di grano germogliato, spiccava una statuetta votiva (Erma), probabilmente il simbolo di una divinità ctonica pronuba, modellata con la creta o più spesso con pasta di grano. In diverse comunità, su nenniri , dopo la benedizione in chiesa, veniva portato in campagna, il piatto rotto e i germogli sparsi tra le zolle, come rito propiziatorio di fertilità.
Vedi Vol. IV - Feste e Leggende - Capitolo Sant'Juanni e Su nenniri.

Neu = Neo. Tra i signori, il neo, fortunosamente situato in certe parti del viso o di parti intime del corpo femminile, è un vezzoso ed eccitante richiamo. Non così per le donne del mondo contadino, e neppure per la Santa e Dotta Inquisizione, per le quali rivestono significati magici. L’Inquisizione riteneva prova di stregoneria la presenza in una femmina sospetta di un neo vicino al sesso - si sosteneva che tale neo fosse insensibile alla puntura di uno spillo e che non sanguinasse. Attualmente abbiamo tracce di un metodo divinatorio fondato sull’esame dei nei di una persona. Secondo tale metodo la posizione del neo è importante per svelare la sorte. Esempio: Neo sulla fronte = ricchezza; vicino al sopracciglio = bontà; sulle labbra = golosità; sulle guance = opulenza; vicino alle orecchie = stima; sul collo = fortuna; sul petto = ancora bontà; sulle spalle = povertà; sulle gambe = ambizione; sul sesso = lussuria.

Oghiadori = Colui che dà il malocchio, iettatore. Si chiama così chi possiede umbra de coloru, fascino di serpente, e quindi, volontariamente o meno, può dare il malocchio, cioè s'ogu liau. Ogni comunità ha i suoi oghiadoris (per lo più maschi) ma possono dare il malocchio anche is oghiadoras e is bruxas, le iettatrici e le fattucchiere. Colui o colei cui viene attribuito tale potere è assai temuto. Ci si difende dal malocchio in via preventiva facendo sì che s'oghiadori “tocchi” la persona, l’animale o la cosa su cui egli “ha posto l’occhio con interesse”. Inoltre con diversi amuleti, ugualmente in via preventiva, per attirare su questi e scaricare (con la stessa funzione del parafulmine) il “fluido magico” inviato da s'oghiadori. Infine, se il malocchio ha ormai colpito e se ne rilevano già i sintomi nefasti, lo si risolve con le apposite terapie, dette mexinas de s'ogu liau, medicine contro il malocchio, diffusamente descritte nel testo.

Oghiadura = Occhiata, per lo più nel senso di occhiataccia. E’ così detta anche l’azione de s'oghiadori, dell’iettatore, la proiezione de s'umbra de coloru (del fascino di serpente, maleficio) mediante lo sguardo di chi possiede il potere di dare il malocchio. Per estensione, oghiadura (che è propriamente “l’atto di dare il malocchio”) assume il significato di malocchio, cioè della malattia che l’atto stesso ha provocato in persona, animale o cosa. Dicesi infatti Su tali hat pigau oghiadura (il tale ha preso il malocchio) oppure S’arresi est toccau de oghiadura (L’animale è colpito dal malocchio).

Oghiau = Participio passato di oghiai. Ammaliato, colpito da malocchio. Da oghiai (letteralmente Occhieggiare) nel senso di liai ogu, dare il malocchio, affatturare mediante lo sguardo, per affascinare o comunque dominare persone, sia per distruggerle che per legarle a sé mediante plagio. Le persone, gli animali e le cose più esposti al malocchio sono quelli più cari e più belli, stimati in senso venale e affettivo, o anche ciò che è più esposto e indifeso alla malvagità o alla semplice gelosia di altri, come i bambini e le fanciulle, i mobili e gli utensili pregiati, le messi rigogliose, i bei frutti, animali nodius, selezionati, da cortile e da lavoro. Persone, animali, piante, cose oghiaus, ammaliati, colpiti dal malocchio, intristiscono, avvizziscono, muoiono per consunzione o si disfanno come rosi da invisibili tarli. Per fermare l’azione nefasta e distruttiva di s'ogu liau, del malocchio, sono necessarie specifiche terapie che s’interrompano e annullino il “fluido magico” de s'oghiadori. Tra queste terapie, le più diffuse s'aqua abrebada e s'affumentu.

Ogu liau = (Letteralmente: "Occhio preso”) = Malocchio. E’ l’effetto della oghiadura, della iettatura. I sintomi de s'ogu liau, del malocchio, sono diversi. Trattandosi di persona vanno dal semplice mal di capo, dalla svogliatezza, alla febbre alta e al delirio, fino al deperimento organico e alla depressione psichica - senza mai assumere, tuttavia, le gravi proporzioni delle fatture. Nell’animale, ovviamente, i sintomi non sono molto chiari: si nota un deperimento organico di breve o di lunga durata che può portare alla morte per inedia. Nelle cose si verifica un deterioramento - o un guasto che rendono inutilizzabili gli oggetti colpiti - una pentola di ferro smalto che d’improvviso perde lo smalto o un attrezzo da lavoro che viene invaso dalla ruggine o che si spezza o si inceppa o un mobile che si tarla o un copriletto che si tarma. Vedi Mexina de s'ogu liau, Oghiadori e Oghiadura.
 
Ogu lucidu = (Letteralmente: Occhio che luccica) = Lucciola. In alcune comunità del Campidano meridionale ogus lucidus, al plurale, sono detti anche i fuochi fatui. Vedi Fogus de Purgadoriu.

Omini de mexina, Uomo di Medicina, e Femina de mexina, Donna di Medicina, sono termini poco frequenti per indicare gli operatori sanitari, alcuni dei quali, i più famosi, vengono detti Omini Santu e Femina Santa (Uomo Santo e Donna Santa), che normalmente vengono chiamati o indicati con il semplice attributo di rispetto dovuto agli anziani di ziu o zia, seguito dal loro nome di battesimo o dal loro soprannome. I titoli vengono attribuiti nel popolo con molta parsimonia: l’eccezionalità di un uomo è valutata non dai titoli ma da ciò che sa fare e che fa. Il migliore titolo onorifico attribuito a un uomo che “sa” e che “fa” è il rispetto che gli si porta.

Omini Santu (Uomo santo) e Femina Santa (Donna Santa) sono sinonimi di Omini e femina de Mexina (Uomo e donna di Medicina), e indicano alcuni guaritori, taumaturghi della comunità, i quali pur non avendo studiato scolasticamente né avendo conseguito alcun titolo accademico in medicina, possiedono tuttavia singolari o anche eccezionali capacità e poteri di guarire i malati, mediante sistemi dai più ritenuti magici. In effetti, il più delle volte, la loro terapia si fonda sulla fede e sulla volontà nella guarigione, nel paziente e nel guaritore; nonché nell’uso corretto e appropriato delle stesse forze naturali (che l’attuale civiltà ha represso o rimosso) e infine sull’uso medicamentoso di piante e minerali.

Orcu = Orco. Creatura mitica, mostruosa, antropomorfica, spesso antropofaga. La sua natura è diabolica. La carne umana di cui egli preferisce cibarsi è quella dei fanciulli.

Ortiri e Ortirisì = Indozzare e Indozzarsi, cioè intristire e intristirsi - per lo più a causa di magie nere. Non a caso il verbo ortiri e l’aggettivo ortizzu vengono comunemente tradotti in italiano con indozzare e indozzato, termini poco usati che (Vedi Dizionario del Battaglia) significano “Cadere in stato di deperimento per consunzione o anche per opera di magia”; e “Colpito da fattura, ammaliato, stregato”.
Ortizzu, indozzato, è detto anche, e specialmente, di frutta e verdura (carote, ravanelli, lattughe, finocchi, sedani e altre) maturati prima del tempo, spugnosi e di sapore sgradevole. I ravanelli lunghi vengono maliziosamente definiti cirdinus et arburosus (eretti e piccanti) o dispregiativamente ortizzus (molli, spugnosi, insipidi), con evidente riferimento al membro maschile. Vedi anche Avvalliri e Allacanau.

Ortizzu o anche Ottizzu = Screato, incompiuto - nel senso di creatura che ha compiuto il proprio ciclo vitale senza essere giunto a completa maturazione. Ortizzu è termine molto usato per indicare verdura e frutta che si presentano immaturi senza essere acerbi. E’ detto anche per animali e persone - e spesso in senso dispregiativo, per chi non ha spina dorsale. Una comune estensione del termine si ha per indicare il pene nei maschi semi-impotenti. Il gelo e la siccità, per i frutti, e la malnutrizione, il rachitismo per animali e umani sono le cause dell’essere ortizzu; ma tale stato di deperimento e di incompiutezza può essere anche, e spesso, determinato da atti di magia nera (fatture) o più semplicemente dal fluido malefico emanato da un oghiadori (iettatore). Vedi i vocaboli precedenti.

Ossus de mortu = Ossa di morto. Fin dai tempi remoti i resti, specie ossei, dei defunti sono oggetto di culto e ritenuto portatori di magiche virtù. Schegge e rondelle di osso cranico, denti e unghie - specie se appartenuti a uomini di grande sapienza, forza o coraggio - trattati con appositi brebus (Vedi) in precisi periodi di tempo (ora della notte, fase lunare, ricorrenza festiva) - diventano potenti amuleti o formidabili talismani. Spesso, tali reliquie hanno anche funzione terapeutica, conservate dentro sacchetti da apporre sul dorso o sul petto o sulla parte malata dell’infermo (Vedi Punga e Scapulariu). La Chiesa cattolica ha fatto largo uso e consumo di resti dei suoi Santi, in funzione magico-terapeutica.

Ossus de mortu = Ossa di morto. Sono chiamati così certi dolci tradizionali de sa festa de is Mortus, della festa dei Morti, ricorrente il 2 novembre. Si ottengono con farina impastata con sapa e insaporiti con cannella. Si dà loro la forma approssimativa di una tibia (hanno poi finito per assumere la forma di un pesce) e si cuocciono al forno ben zuccherati.

Ou = Uovo. L’uovo è il simbolo della vita. Presso antiche religioni orientali, l’Uovo Cosmogonico è l’Universo, depositato da una mitica divinità, da cui hanno origine tutte le cose. Come simbolo di vita, l’uovo rimane in vari modi presente nella festa cristiana della Resurrezione: s'ou de Pasca, l’uovo di Pasqua, che orna il pane tradizionale di quella ricorrenza, su pani coccoi, di pasta di semola di grano duro, per non dire delle più recenti Uova di Pasqua di cioccolato. Nella dietetica popolare, l’uovo - ritenuto non a torto fonte di energia per l’organismo che se ne alimenta - è riservato per lo più a soggetti debilitati da malattie, donne appena sgravate, bimbi gracili, eccetera. Nella medicina popolare l’uovo di gallina appena fatto è utile contro il mal di testa o per far bella vellutata la pelle. A tale scopo viene posato o passato carezzevolmente sulla pelle del viso, tempie o gote. Qualora vi siano dolori muscolari o artritici, viene usato sulle articolazioni o nei punti dolenti. L’albume d’uovo, impastato con la farina, viene applicato sulle articolazioni che hanno subito traumi, e forma intorno a esse una sorta di guscio protettivo che ha effetti simili a quelli della ingessatura.

Pani = Pane. Cibo quotidiano, sacro per la sua rilevanza nella economia del mondo agropastorale, ed esige particolare rispetto e particolari rituali nel suo uso. E’ considerato atto sacrilego posare il pane rovesciato sopra il tavolo; così pure tagliarlo con il coltello quando è fresco - comunque il coltello può usarsi soltanto per affettare quel tipo di pane detto civraxu che si consuma non prima di un giorno o due dalla sua cottura. Il pane fresco va spezzato e diviso con le mani. Un uso sacrilego del pane - come quello di piantarvi un coltello - “fa male” alle spalle di chi lo ha lavorato. Il pane non usato non si può buttar via, anche le briciole vanno religiosamente raccolte dalla mensa e gettate nel fuoco del camino. Salvatore Cambosu ha dedicato alcune pagine del suo saggio Miele amaro (Firenze 1954) a poetiche tradizioni legate al pane.

Pani de is poburus = Pane dei poveri. Quando in casa si faceva il pane settimanale per la famiglia, era consuetudine mettere da parte alcune focacce, da distribuire ai poveri, che una volta alla settimana visitavano quella casa. I mendicanti del circondario, periodicamente visitavano quel paese. Forniti di un sacco o di bertula (bisaccia), facevano il giro suddivisi a scaglioni di due o tre, visitando ciascuno la casa dei loro benefattori, dai quali ricevevano, oltre il pane loro riservato, altre cibarie, vesti smesse e qualche soldo. La questua e la donazione si svolgevano secondo un rituale di domande e di risposte, stando il questuante fuori dalla soglia e la donante all’interno, e si concludeva con frasi augurali come “Atturit cun sa mama” (Resti con la mamma) e di rimando “Andit cun su babbu” (Vada con il babbo) - dove chiaramente per mama e babbu si intendono Madre e Padre celesti, Dio e Madonna.

Pantasima = Fantasma. Immagine ectoplasmatica delle anime dei defunti quando tornano sulla terra per comunicare con i viventi. Vedi Puba e Umbra.

Partoxa (Affumentu de sa) = Puerpera (Suffumigio della). Tra i riti magici, terapeutici-propiziatori, c’è il suffumigio che una “Donna di Medicina” (di solito assolve anche al compito di levadora (Vedi) o ostetrica) pratica alla puerpera, nella stessa camera dove ha partorito, al fine di reintegrarla, ristabilita, nella normalità della vita quotidiana, dopo l’eccezionale e insicuro periodo della gravidanza. Esistono leggende popolari che attribuiscono l’origine del rito alla Madonna, la quale si vuole che si sia sottoposta al suffumigio magico dopo la nascita del figlio Gesù.

Partoxa (Argia) = Tarantola (Puerpera). Dicesi argia partoxa, ossia tarantola puerpera, quella specie di venefico e magico aracnide che con la sua puntura provoca i sintomi della donna appena sgravata. La terapia - simile a quelle usate per i pizzichi delle altre specie di argias, vede qui una pupattola, simulacro del neonato, che viene dato alla tarantolata affinché vi possa riversare l’amore materno, altrimenti frustrato e represso. Vedi Argia.

Patena = Medaglia. Dal latino patena. E’ così detto anche il piattino d’oro o d’argento che ricopre il calice che il sacerdote cattolico usa durante la Messa per il rito della Eucaristia. Termine comunemente riferito in sardo a medaglia di contenuto religioso, raffigurante madonne o santi in una faccia, e nell’altra versetti sacri. E’ un genere di mercificazione del sacro, largamente diffuso tra i bambini del popolo e tra gli indigeni delle aree coloniali. Vi sono patenas enormi, coniate per lo più in metallo vile ma appariscente: similoro o argentone: vere e proprie patacche. Alcune guaritrici di fede cattolica ne recano con loro di enormi, legate l’un l’altra a grappolo con un fiocco verde, e le usano in particolare nelle mexinas contro il malocchio o disturbi infantili della sfera emotiva, specie i mal di capo. Una di queste mexinas specifiche contro il malocchio, è detta Aqua patena (Acqua medaglia), che si ottiene con dell’acqua versata in un bicchiere e resa medicamentosa con i brebus rituali o con una patena miracolosa. Presso alcune comunità, s'aqua patena è anche detta aqua medalla. Vedasi il Dizionario del Porru, alla voce patena: “Patena de Sant'Elena, pezzu o arrogheddu de metallu con littera, o cifras, a su quali sa genti idiota attribuit superstiziosamenti virtudis meravigliosas, talismano”. (Medaglia di Sant’Elena, pezzetto di metallo con lettera, o cifre, a cui la gente idiota attribuisce superstiziosamente virtù prodigiose, talismano.) Ci stupisce nel canonico Porru l’appellativo di idiota dato alla gente del popolo, che dovrebbe estendersi a tutti i membri di Santa Madre Chiesa, che di patenas ha fatto da sempre largo uso.

Pedd' 'e boi (Peddi de boi) = Pelle di bue. Pedd' 'e boi dicesi di persona dura, coriacea ed è epiteto usato come soprannome in diversi paesi del Campidano di Oristano. In antichi riti magici propiziatori, indossare una pelle di bue (così come adattarsi sul capo un bucranio) era un processo di metamorfosi magica, di assunzione di caratteri trascendenti l’umano e l’acquisizione di capacità prodigiose, quali il provocare la pioggia o propiziarsi le divinità sovrintendenti alla caccia. Vedi Corr' 'e boi.

Pentaculu = Pentacolo. Scritto magico. Contiene scritti su pergamena i nomi sacri di Dio e dei Santi e racchiude in sé le forze della natura. Si prepara al chiuso, di mercoledì, durante il primo quarto di luna, di notte, alle tre. In alcuni Pentacoli, i Sacri Nomi sono incisi all’interno di tre cerchi; in altri all’interno del triangolo. Vale da amuleto e da talismano. Vedi Scrittu e Scapulariu.

Perdas pungas = Pietre magiche, amuleti. Dette anche semplicemente pungas o contramazzinas. Diverse pietre dure, più o meno lavorate, di forma rotondeggiante, vengono appese al collo contro il malocchio. Tra le altre pietre si usano l’ossidiana, la corniola, l’onice, l’ametista, eccetera. Di frequente uso anche le cosiddette perdas de flumini, pietre di fiume, di silice madreperlacea levigate dalle acque correnti. Citati impropriamente tra le pietre con valore di amuleto (punga) sono il corallo, l’avorio e l’osso.
Un cenno a sé merita la geniana, particolare pietra magica che avrebbe il potere di nuocere ai propri nemici. Il termine geniana è forse tratto da genio, spirito dell’aria che appare talvolta ai mortali, rendendo loro prodigiosi servigi. Così come il Genio della lampada di Aladino..

Perda sitzia = Pietra focaia. E’ la comune pietra silicea che battuta o sfregata su un pezzo di acciaio (acciarino) sprizza scintille. Più primitivamente venivano usate anche duas perdas sitzias, due pietre silicee, percotendole e sfregandole l’un l’altra ottenendone scintille. E’ un sistema per accendere il fuoco assai diffuso tra contadini e tra i pastori, fino a tempi recentissimi (40-50 anni fa; ma io ho memoria di tale uso in tempi ancora più recenti). L’esca, su cui venivano fatte cadere le scintille, era conservata in un recipiente (di corno o di latta) ben chiuso, e consisteva prevalentemente in certi funghi essicati o anche nel midollo secco della ferula.

Pesti = Peste. Grave e oscura malattia epidermica che colpisce una intera comunità per volere divino, a causa di peccati commessi, sacrilegi o atti contro natura. L’attribuzione della diffusione di morbi oscuri e fatali attribuiti a divinità irate è descritta anche nell’Iliade, e tale credenza si è conservata fino a tempi recenti. Sa pesti spagnola, l’influenza “Spagnola”, che infuriò subito dopo la prima guerra mondiale, provocando in Sardegna migliaia e migliaia di morti (circa 25 milioni in Europa) è l’ultima delle grandi “pesti”, di cui ancora raccontano i sopravvissuti. Quotidianamente - secondo testimonianze raccolte nell’Oristanese - passavano i carri per prelevare nelle case i cadaveri, che venivano sepolti in fosse comuni, ricoperti di calce viva, onde evitare il diffondersi del contagio. La terapia più usata contro quella peste fu - dicono - la vernaccia.

Pibaras e colorus = Vipere e bisce. Animali tipicamente demoniaci. Lucìfero assume le sembianze del serpente per “tentare” Eva. Popolarmente l’inferno viene descritto come su logu aundi 'n ci sunt pibaras e colorus, cioè il luogo dove ci sono vipere e bisce.

Pibisias = Pustoline, sfogo eritematoso. Specie se si manifestano nella testa, is pibisias (le pustoline dell’eritema), sono considerate sintomo di azzicchidu (spavento), e vengono curate con apposite mexinas, tra le quali is affumentus, i suffumigi magici e is aquas abrebadas, le acque terapeutiche.

Picciocca = Fanciulla, ragazza, giovinetta. Grande rispetto è dovuto dai maschi della comunità alle fanciulle, specie se di ceto o di livello economico superiore. I familiari e i parenti più stretti possono nominare o rivolgersi loro con epiteti affettuosi e romantici, quali rosa de beranu, rosa di primavera; lillosa, letteralmente “gigliosa”; filla de coru, figlia del cuore; sa pippia nodia, la bimba privilegiata; e così via, talvolta mettendo in rilievo un aspetto del suo corpo particolarmente grazioso o anche una sua singolare espressione o un vezzo: ogus de gattu, occhi di gatto; filus de seda o de oru, capelli di seta o d’oro.
Nel mondo contadino era assai diffusa la “reclusione delle fanciulle” - una reclusione dorata che aveva fondamentalmente la salvaguardia della verginità, considerata (almeno in linea di principio) una conditio sine qua non per un buon matrimonio. Un proverbio molto diffuso sostiene che la fanciulla timorata è come la scopa: di norma non la si va a cercare e non la si trova in mezzo alla stanza, ma in un cantuccio (arrimada, rimessa per essere conservata). Specialmente le fanciulle dei ceti benestanti, dispensate dal duro lavoro dei campi, trascorrevano i giorni della loro fanciullezza a cucire e a tessere, talvolta in gruppo con altre fanciulle del vicinato, spesso sorvegliate da una donna anziana, anche di grado sociale inferiore, purché pubblicamente lodata come donna di buoni costumi.
Sappiamo che anche presso altri popoli le fanciulle venivano tenute segregate fino al giorno del loro matrimonio.
Al contrario delle fanciulle borghesi o cittadine che amavano abbronzarsi al sole in riva al mare, per essere alla moda e attraenti, al contrario le fanciulle contadine amavano la penombra, per restare con l’incarnato bianco-roseo. La carnagione latte-miele era considerata un attributo di bellezza e di nobiltà. Sa picciocca brundicciola, cresciuta “in ombra”, si dice che sia “più dolce”, un bocconcino più raffinato - come certi cardi campestri lasciati crescere sotto un sasso o sotto un mucchio di paglia, che diventano teneri e dolci.
Anche le fanciulle dei ceti poveri - costrette per vivere ad andare a lavorare in campagna, spigolare, mietere, zappare, raccogliere ulive, legare i tralci delle viti, odiavano l’abbronzatura; esse adottavano una sorta di copricapo ottenuto con un fazzolettone reso rigido da un cartone e tenuto a visiera sul davanti, in modo da proteggere il viso dai raggi del sole e mantenerlo sempre fresco e bianco.
Le fanciulle, e in certa misura le giovani donne maritate, usavano lozioni e beveraggi magici per conservare giovane e fresco il corpo. Di particolare efficacia l’acqua di fontana versata nel lavamano e cosparsa di petali di fiori odorosi e di foglie di erbe aromatiche. Il catino veniva lasciato per tutta la notte in su serenu, all’addiaccio, specie in occasione della festa di Sant'Juanni (l’Evangelista), protettore degli amori e sovrintendente al comparatico tra i giovani (su Sant'Juanni de floris: il comparatico dei fiori). Con questa acqua, al mattino, le fanciulle solevano lavarsi il viso rendendolo così più bello.

Pilus = E’ usato per “peli” e “capelli”. Is pilus de conca = I capelli. Is pilus de is brazzus = I peli delle braccia. In magia, l’uso dei peli o capelli, come di tutto ciò che si “stacca” dal corpo della donna (o dell’uomo) è comunissimo per compiere fatture, incantesimi, pozioni afrodisiache, insomma pratiche di magia bianca o nera, al fine di ammaliare, legare a sé o più brutalmente per assoggettare altri alla propria volontà.
Capelli, sangue, unghie, croste e perfino indumenti intimi che contengono particelle di umori del corpo devono essere accuratamente raccolti e distrutti, affinché non finiscano nelle mani di malintenzionati e non diventino strumenti per diventare vittime di facili fatture.
Is pilus, i capelli, caduti o rimasti nel pettine vengono presi e arrumbullonaus, arrotolati in un dito e appallottolati, quindi gettati nel fuoco del camino. Quando d’estate il camino è spento, is arrumbullonis de pilus, i capelli caduti appallottolati, vengono infilati negli interstizi dei muri del cortiletto interno, che di solito è situato nel retro della casa. Al di là dell’uso magico “negativo” che può essere fatto da altri con i capelli caduti, possono anche venire raccolti dalla rondine e da altri uccelletti che li usano per rivestire il loro nido: in tal caso, viene il mal di testa alla donna che li ha persi. Anche le unghie vengono tagliate e dopo scrupolosamente raccolte e gettate nel fuoco.
Al contrario di quelli femminili, is pilus dei maschi hanno minore importanza in magia: per lo più vengono usati per preparare beveraggi ammalianti, insieme ad altre sostanze, che poi si fanno bere alla fanciulla amata.

Pinnadeddu = Amuleto. Molto diffuso e ritenuto assai potente per difendersi dal malocchio e dalle iettature. Consiste, nella versione popolare, in una rondella di corno di cervo, debitamente trattato (abrebau, reso efficace) da un guaritore. Si tiene come pendaglio al collo trattenuto da un nastrino verde. E’ evidente che su pinnadeddu (pur essendo una rotella) ha più o meno la funzione dei cornetti di varia misura diffusissimi a Napoli (e non solo a Napoli), presenti ovunque ci sia da scongiurare un pericolo: sul corpo dei piccoli e delle giovani donne, sull’auto nuova, sulla porta di casa. Si sa di emeriti statisti che tenevano in tasca “un cornetto” che toccavano palpandolo nei momenti difficili del loro ministero. Almeno per gli italiani, i testicoli, restano comunque su pinnadeddu, il talismano, più potente, e se li toccano spesso per scongiurare una iettatura o dopo uno scampato pericolo per esorcizzare nuovi possibili guai.
Tornando in Sardegna, si hanno anche pinnadeddus antichissimi e di grande valore (famosi gli “scarabei” in pietre dure di fattura punico-egiziana), e di squisita eleganza, ottenuti in filigrana d’oro o d’argento contenente incastonata una pietra dura nota per le sue virtù magico-terapeutiche.

Pippia de maju = Letteralmente: Bimba di maggio. Potente amuleto consistente in un mazzolino di pervinca e/o violette. E' un feticcio simboleggiante una divinità ctonica. La reca in mano durante il corteo cavalleresco di carnevale Sa Sartiglia (Il gioco dell'anello) il capo corsa, detto Su Componidori, il quale con sa pippia de maju benedice la folla. Tale benedizione esorcizza gli spiriti del male invocando su di lei salute e benessere, cui risponde la folla con il grido augurale: "Aterus annus mellus cun saludi" (Altri migliori anni con salute).
Vedi Vol. IV Feste e Leggende - Sa Sartiglia , Il palio dell'anello.

Pippia de zappulu o de carrucciu de figu morisca = Pupattola di stracci o di pala di ficodindia. E' il feticcio più comunemente usato per is fatturas, le fatture. Costituisce il simulacro della persona da affatturare.

Pippius arrustu = Fanciulli bruciati vivi. E' nota la barbarica usanza nei Cartaginesi di offrire in olocausto al dio Moloch fanciulli in tenera età, in particolare i primogeniti. Alcuni Autori vogliono che tale usanza sia stata ripresa dai sardi.
Vedi Pippius interraus bius e Cazzeddu.

Pippius interraus bius = Bimbi sepolti vivi. Autori diversi, tra questi il Manno, affermano di aver sentito dire che (specie nel Nuorese) all'ingresso degli ovili venivano sepolti bambini - e che tale antichissimo uso sia stato sostituito dal seppellimento de unu cazzeddu, di un cucciolo. L'usanza era da considerarsi come rito propiziatorio per difendere l'ovile dalle animas malas (anime cattive) e da ennemigus (demoni e più in generale "nemici").
In relazione a sacrifici religiosi di fanciulli, si veda anche Pippius arrustu.

Pisciu = Orina. Come lo sterco, anche l'orina ha grande rilevanza nella medicina popolare. Non soltanto i giovani maschi di alcune specie animali, ma anche gli umani orinano nei luoghi nei quali si vuole imprimere e imporre, magicamente, il proprio dominio. In alcune attività sessuali, valutate perversioni, entra l'uso dell'orina. Diffusissimo presso i contadini l'uso di orinare sulle ferite per disinfettarle. Tale sostanza è anche presente in numerosi filtri e fatture, nella magia bianca e nera. E' appena il caso di accennare all'uso diagnostico che delle orine fa anche la stessa medicina moderna: uso antichissimo, risalente alla preistoria. Ampolline con orine hanno per alcuni valore di reliquia preziosa - quando siano appartenute a persone importanti o particolarmente amate.

Pitiolus = Sonagli. Si appendono al collo delle pecore, delle capre e non di rado dei buoi con il duplice scopo di tenere lontani dall'animale gli spiriti del male, e per evitare che possa smarrirsi. Vedi Campanas e Sonajolus.

Presentimentu e Presentiri = Presentimento e presentire. Sensazione profonda di qualcosa di ignoto che dovrà accadere o manifestarsi. Nella maggior parte dei casi è una sensazione che precede eventi luttuosi o disgrazie.

Presuttu = Prosciutto. Nella conservazione delle carni del maiale allevato in famiglia è poco usato nel mondo contadino, e al contrario assai usato nel mondo pastorale. Il fatto che su presuttu, il prosciutto, sia prevalentemente un prodotto del mondo pastorale e non di quello contadino ritengo sia dovuto al clima più che ad altri motivi: senza conservanti chimici, con la sola salatura e aromatizzazione, il clima umido e caldo dei Campidani, a differenza del clima secco e rigido dei monti dell'interno, non consentiva una lunga conservazione di una grossa massa di carne, qual'è la coscia del maiale. Si essiccava e si conservava più facilmente la carne ridotta a salsiccia fine, che, tra l'altro, si consumava durante il solo inverno, raramente conservandosi fino a marzo, per mangiarla con le favette fresche. Mangiare salsicce non rancide durante la mietitura era considerato un fatto eccezionale.

Prumunida = Asino mannaro. Mitica creatura demoniaca generata da una metamorfosi dell’umano. Meno raro de su ercu, del cervo mannaro, come questo è apportatore di gravi sciagure ed eventi luttuosi per la comunità. Vedi Chervu.

Puba = Ombra o punto lontano luminescente o figura vaga o indistinta, lontana, di cui non si riesce a comprendere la natura . Esiste anche il verbo appubai, cioè "distinguere appena a stento alcunché". Biu una luxixedda chi appena si podit appubai = Vedo un lumicino che l'occhio può scorgere appena (Porru). In Campidanese, sa puba indica per lo più una figura lontana e indistinta, propria dell'apparizione soprannaturale, ed è sinonimo di umbra (ombra), apparenza corporea di uno spirito, e di pantasima (fantasma).
Nota: Il vocabolo puba, usatissimo nella lingua parlata, specie nei Campidani, non viene riportato nei Dizionari sardi che ho consultato, dove per altro, è possibile trovare appubai, verbo intravedere.

Puddu = Gallo. Maschile di pudda, gallina. Su puddu, detto anche caboni se è adulto e se è giovane caboniscu. Da alcuni è considerato animale demoniaco, in quanto può ritrovarsi a guardia di scusorgius, tesori fatati. Secondo altri è un animale sacro, che con il suo canto mattutino allontana insieme alle tenebre i demoni e le forze del male. Vedi Scusorgiu. Vedi anche Puddu (Missa de) = Gallo (Messa del), come è detta la Messa di Mezzanotte.

Puddu (Missa de) = Gallo (Messa del). Sa Missa de Puddu = Messa di Mezzanotte, Messa di Natale. Nel mondo contadino il Natale ricopriva grande importanza celebrando l'inizio dell'inverno - l'apparente morte delle creature vegetanti - cui erano legate numerose cerimonie funebri e propiziatorie, talune legate al culto di Adone, come sa cumpangia de is ballus, la compagnia dei balli, che dava luogo al singolare comparatico tra giovani detto su Sant'Juanni de floris, il San Giovanni, o comparatico dei fiori. Sa compagnia de is ballus si costituiva dopo sa missa de puddu, la messa di mezzanotte, per sciogliersi il primo giorno della Quaresima. La notte di Natale, a mezzanotte avevano luogo numerosi riti magici, sortilegi e incantesimi, preparazione di filtri e talismani, in funzione della vita sentimentale e dei rapporti di coppia.

Pungas = Talismani. Il Wagner traduce erroneamente punga con "amuleto", mentre è in pratica un talismano. Consiste in un sacchetto (il termine punga indica appunto una piccola borsa ) al cui interno sta una sacra immagine o scritti magici, la cui funzione è quella di "portare bene", e anche di preservare dal maligno e dagli influssi negativi. Sono da considerarsi pungas cioè talismani, certi simboli sessuali maschili e femminili, come is buttonis, i bottoni di filigrana d'oro e d'argento usati nel colletto e nei polsini della camicia dell'abito della festa, come sa manufica, la manina nel classico gesto del pollice infilato tra l'indice e il medio, e infine s'itifallu, la rappresentazione in materia preziosa del membro virile in erezione, portato come pendente di collana o bracciale.

Puntas = Coliche. Is puntas possono colpire sia l'uomo che i suoi animali, in casa o in campagna, spesso in relazione al cibo che si è mangiato, talvolta come conseguenza di oghiadura, sguardo di un iettatore, o anche di fattura, e possono essere pericolose oltre che dolorose. Le terapie più frequentemente usate per le coliche sono il suffumigio magico, sa ponidura de is manus (l'imposizione delle mani), is brebus (le parole terapeutiche), secondo rituali che devono essere svolti da un guaritore. Nel Guspinese si è osservata una singolare terapia nelle coliche dei cavalli, consistente nella imposizione del piede sinistro di un gemello nella pancia dolente dell'animale.

Puntori = Male oscuro, che può assumere estrema gravità con brevissimo decorso. Nella parlata popolare è frequente l'invettiva an chi ti pighit su puntori! (Che ti venga un accidente!), diretta per lo più a governanti e rappresentanti dello stato, quali giudici, sbirri e esattori delle tasse. Essiri appuntorau (essere accidentato) significa, nell'uso comune, avere l'influenza, con sintomi debilitanti.
Su puntori in forma grave, fulminante, è ritenuto opera di fattura è difficilmente curabile. Nelle forme benigne si usano le mexinas tradizionali tipo is aquas e is affumentus.

Purgadoriu = Purgatorio. Luogo mitico dove si crede che i morti espiino i loro peccati, in tempi più o meno lunghi, soffrendo e pregando, fino alla purificazione totale che li porterà al Paradiso, altro luogo mitico, celestiale dimora dei buoni e dei purificati.
Is animas de su Purgadoriu, le anime del Purgatorio, sono solite tornare sulla terra, mostrandosi ai viventi, per chiedere loro preghiere in suffragio. Talvolta appaiono anche nei sogni svelando ai dormienti i segreti del futuro.

Putzu = Pozzo. Di profondità diversa, secondo la posizione della falda freatica che lo alimenta, su putzu è tradizionalmente costruito a forma tronco-conica, con sassi di basalto, secondo una struttura che è simile a quella dei Nuraghi. Anticamente in ogni villaggio agricolo ve n'era uno pubblico, a cui attingeva tutta la comunità. Ma anche nei cortili di casa dei contadini più agiati, solitamente, in posizione centrale, si trovava un pozzo, cui attingevano i vicini che non ne possedevano uno proprio - l'uso delle fonti, perfino quelle in suolo privato, come quello domestico, era libero, seppure, per delicatezza il vicino di casa che se ne serviva, non mancava di dare una voce alla padrona di casa per avvertirla. Vedi Funtana e Mizza.

Raju = Raggio e folgore. Se è di luce (raggio) è segno della benevolenza della divinità; se è di fuoco (folgore) su raju è segno della collera della stessa divinità. E' parola frequentemente usata nelle invettive. Raju ti bruxit! = Fulmine ti incenerisca. E anche con lo stesso significato, abbreviando: Raju! Un grosso complimento a una fanciulla è la frase "Bella che raju de soli" (Bella come un raggio di sole).

Ramingu = Ramingo, errante. E' condizione propria di certi spiriti dannati, che non trovano requie né pace e vagano eternamente. Le anime degli Ebrei, i quali si macchiarono del più infame dei delitti, il deicidio, sono condannate ad andare raminghi sulla terra, eternamente. Ebreu ramingu = Ebreo errante.

Ramini = Rame. Su ramini, il rame, indica anche l'insieme degli utensili della cucina fatti di rame. Il rame è metallo usato per la fabbricazione di antichi oggetti ritenuti magici, come gli anelli, le collane e le lampade. Di rame (ma anche di coccio) sono fatte le pentole che contengono su scussorgiu, il tesoro fatato, custodito da spiriti, demoni e anime dannate.

Rana pabeddosa = (Letteralmente "Rana ulcerosa"), rospo. Animale demoniaco, ritenuto velenoso anche da persone che passano per colte. Il Porru, nel suo Dizionario, definisce il rospo "Rana de siccu velenosa" (Rana velenosa dei luoghi aridi). Pabeddosa, che produce pabedda, cioè ulcera.

Rapignai = Rapinare, prendere con violenza. E' azione propria dello stato, inteso come combutta di lestofanti che taglieggia i sudati prodotti dell'umano lavoro.

Ramadinu = Raffreddore, bronchite, catarro. Malattia diffusa, nelle aree umide dei Campidani che viene curata dalla medicina popolare con s'affumentu (suffumigio magico), quando non abbiano fatto effetto le pozioni di vino o di latte bollenti e zuccherati o di erbe contenenti sostanze emollienti ed espettoranti, di cui esistono numerose ricette: viole mammole, fiordaliso, radice di liquirizia, malva... o anche brodo ristretto di lumache, nonché miele.

Remediu = Rimedio. E' la medicina specifica per un determinato male. Dogni maladia tenit su remediu suu = Ogni malattia ha il proprio rimedio. Soltanto ai mali provocati dal sistema di potere non è facile trovare su remediu, il rimedio.

Rennegau = Rinnegato e arrabbiato (da rennegu, rabbia, stizza, inquietudine, e nel senso di traditore, dall'italiano rinnegare). E' attributo proprio de su tiaulu, del diavolo, che ha rinnegato Dio e ha l'aspetto perennemente stizzito.

Resai = Pregare. Resu = Preghiera. Resu e Resai, forse da recitare, sottinteso "preghiere".

Rituali = Rituale. Proprio del compiersi di un rito. Forma mediante cui si compie una cerimonia. Nella medicina popolare - ma a ben considerare anche nella medicina moderna - il rituale ha una importanza terapeutica non meno della sostanza. Le tecniche, i modi e i tempi con cui si effettua una terapia condizionano l'efficacia della stessa sostanza terapeutica. L'abbigliamento, l'incedere ieratico, la gestualità sacramentale, le parole paternalistiche rassicuranti del guaritore, per esempio, sono aspetti formali di un rituale necessario a creare un clima favorevole, a dare fiducia al malato e a produrre nel farmaco una maggiore efficacia.

Sabi o Sali = Sale. Materia fondamentale per la vita, presente in numerose pratiche magiche , terapeutiche e di scongiuro. Su sabi dà sapore e intelligenza. Essiri sabiu, essere salato è sinonimo di essere intelligente; al contrario essiri bambu, essere insipido, significa essere stupido. Il sale è un potente amuleto per tenere lontani demoni del male. Sparso dietro di sé sopra la spalla ha effetto esorcizzante in situazioni di pericolo (pronunciando i debiti scongiuri). Sparso sulla terra la rende sterile. Sparso sulla tavola dove si mangia porta disgrazia. Simboleggia la sapienza, e in tal senso, con l'acqua (purificazione), con l'olio (carismatico), con is brebus (esorcismo) e con la saliva (umore vitale dell'anima) è usato dal sacerdote nel rito cattolico del Battesimo.

Sabia o Salia = Saliva. Materia di grande importanza in molte pratiche religiose e terapeutiche. Ancora oggi nell'uomo moderno, residuano numerosi atti spontanei, dove si fa uso terapeutico della saliva, in parti ferite o dolenti del proprio corpo; così pure residuano modi di dire in cui la saliva ha funzione scaramantica o di esorcismo, come "sputare in faccia a qualcuno" (la saliva è sostanza magica ambivalente: nel valore scaramantico esprime disprezzo per ciò che è male; nel valore terapeutico è un potente farmaco) o anche metter saliva nella gola a qualcuno per fargli passare uno spavento (allo stesso modo si guarisce il singhiozzo).
Vedi Spudu.

Saina o Aena o Ena = Avena. Graminacea usata per divinare. Si prende una spiga ancora fresca di avena strappandone tutti insieme i chicchi rivestiti dalla pula e li si lancia come tante frecce sulle spalle di un giovane o di una giovane. Tanti chicchi resteranno appesi con le reste all'abito e tanti saranno i figli che gli o le nasceranno.

Saludi = Salute. Stato di benessere dell'organismo, in assenza di malattie e in equilibrio psicofisico. La medicina popolare, sia facendo ricorso alla magia che all'empirismo, si propone di mantenere o di ripristinare lo stato di salute e l'armonia tra il fisico e lo psichico. E' tradizionale augurio, in solenni circostanze, come la nascita e il matrimonio, la frase "Saludi e trigu", Salute e grano. Augurio che si fa anche burlescamente a chi scoreggia, con l'aggiunta e tappus de ortigu…( e tappi di sughero…).

Sanguni = Sangue. Dopo l'acqua (Santa o Abrebada o tutte e due insieme), su sanguni, il sangue, è la sostanza fluida maggiormente usata in magia, specie quella nera. Si conoscono numerosissime fatture, nella maggior parte per far innamorare di sé uomo o donna (entrando in lui o in lei), composte da una goccia di sangue e di altre sostanze diluite in bevanda o cibo. Si è avuta esperienza diretta perfino di cioccolatini trattati con il proprio sangue da un innamorato respinto, il quale riteneva che facendoli mangiare alla fanciulla restia l'avrebbero alfine "ammaliata".
Il sangue viene anche assunto in altrettante numerose mexinas - che possiamo definire magia bianca - allo scopo di ridare energia e vitalità a organismi stanchi e anemici. La spiegazione logica, e se vogliano scientifica, del fenomeno è assai semplice, essendo il sangue elemento energetico e vitale nell'organismo umano e animale. Anche oggi, presso popoli delle cosiddette "aree industrializzate", ritenuti i "più progrediti culturalmente" è diffusissima l'opinione che i sanguinacci abbiano particolare valore ricostituente. Per i tedeschi, il Blutwurst ha appunto tale valore. Così la classica bistecca al sangue, per i convalescenti.

Santa (Aqua) = Santa (Acqua). Detta anche acqua lustrale. Tale aggettivo deriva dal latino lustrum, sacrificio di purificazione che i censori offrivano al popolo ogni cinque anni. Era detta lustrale l'acqua con cui in quelle cerimonie si aspergeva la vittima sacrificale.
Nella liturgia cattolica, l'acqua santa o lustrale è l'elemento sacramentale di più comune uso, facendosene largo consumo. Come è noto, in tutti i riti magici e religiosi l'acqua rappresenta la purificazione. Gli Ebrei la mescolavano alla cenere residua dei sacrifici e la usavano con valore lustrale e terapeutico. Il Cattolicesimo distingue due tipi di acqua sacramentale. Una, usata per il Battesimo, che si prepara alla vigilia della Pasqua e della Pentecoste, con l'aggiunta dell'olio detto dei Catecumeni e del crisma. Un'altra, che viene preparata normalmente dal sacerdote con l'aggiunta di sale, materia che simboleggia l'incorruttibilità ed è ritenuta demono-repulsiva. Il rito mediante cui l'acqua di fonte diventa "santa" consta di due momenti: l'esorcismo sul sale e sull'acqua per purificarli; la benedizione degli stessi affinché assumano virtù terapeutiche, diano cioè la salute all'anima e al corpo. Gli usi dell'acqua santa sono molteplici, anzi innumerevoli: scaccia i demoni; guarisce le malattie; purifica tutto ciò che è immondo; libera da ogni male. La Chiesa fa larghissimo uso di acqua santa aspergendo con apposito strumento rituale (aspersorio) persone animali piante abitazioni macchine e tutto quanto.
Tutti i guaritori che usano l'acqua come sostanza terapeutica ne hanno di due tipi: quella "santa" che prelevano furtivamente in chiesa dall'acquasantiera con una boccetta, che versano in una damigiana normale, "santificandola" tutta quanta; quella "abrebada", resa terapeutica da loro stessi mediante un rituale magico simile a quello usato dal sacerdote per santificare la prima acqua.

Santa Maria de is Aquas = Santa Maria delle Acque. Località a Sud di Oristano in comune di Sàrdara, in zona collinosa, dove sorgono stabilimenti di acque termali in cui si effettuano cure settembrine per purificare l'organismo. Già Terme Neapolitanae durante la dominazione romana , attualmente dedicate alla Madonna, divinità delle acque.

Scapulariu = Scapolare. Dal latino scapula, scapola. In origine, striscia di stoffa a tracolla, ricadente sul petto e sulle scapole, portata da taluni religiosi di ordini diversi. Più avanti ha indicato, e indica, una o due tasche di panno da tenersi a bisaccia, a contatto di pelle, contenenti immagini o scritti o reliquie sante o benedette, cui si attribuiscono valori magici, sia nel preservare dal male (malattia, disgrazia, sfortuna), sia per guarire, quando si sia colpiti da malattia, disgrazia, sfortuna. Is iscapularius sono ancora oggi molto diffusi in tutto il mondo cattolico, e non è difficile vederne nei più moderni ospedali, portati da malati, i quali li usano in associazione ai farmaci della moderna medicina scientifica. VediScrittu.

Scongiuradori = Esorcista, colui il quale, mediante scongiuri, allontana i demoni del male restituendo la salute. Vedi Esorcista.

Scongiuru = Scongiuro: Is brebus po scongiurai est a nai costringiri su spiritu malignu a lassai libera una criadura. Su scongiuru ovvero is brebus sono le parole magiche o rituali usate in cerimonie magico terapeutiche per esorcizzare i demoni, per cacciarli dal seminato o dal gregge, per liberare gli ossessi o per guarire malattie.

Scrittu = Scritto. E' detto su scrittu (lo scritto) un potente strumento magico, con la duplice funzione di amuleto e di talismano, sostituito da una pergamena (o tessuto o più attualmente da un pezzo di carta) su cui sono scritti numeri, o versetti, o disegni, o preghiere, o scongiuri, o cabale, richiamanti le potenze divine o infernali. Su scrittu si poneva dentro una taschina di pelle appesa al collo. Il Nicèforo, nel suo saggio sulla criminalità in Sardegna, parla di un sacerdote famoso per i suoi scrittus che vendeva ai latitanti, assicurando loro che tali amuleti avrebbero fermato le palle dei carabinieri. Vedi Scapulariu.

Scusorgiu = Tesoro, per lo più inteso in senso mitico. Nella novellistica popolare ricorrono numerosi scusorgius, tesori fatati, pentole piene di marenghi d'oro, di provenienza magica (ma talvolta si dice siano appartenuti a ricchi avari i quali dopo morti sono dannati a fare la guardia al loro tesoro). Tutti i tesori sono custoditi da demoni o da creature fatate, la cui vigilanza può essere annullata con l'astuzia e con arti magiche. Si racconta di taluno che con tali arti e sotterfugi è riuscito a impadronirsi di uno scusorgiu, arricchendosi. Ma il più delle volte, l'acquisto di tali tesori fatati, non porta bene, anche quando la pentola dei marenghi d'oro non si tramuti magicamente in una pentola di carbone e cenere.

Siddu = Intreccio di foglie di palma, una sorta di trecciolina che insieme ad altri manufatti di palma si porta in chiesa dentro una larga corbula la Domenica delle Palme per la benedizione solenne. Diventa così un amuleto dai molti usi: può essere usato come bracciale, appeso alla testiera del letto, bruciato con altra materia sacra o benedetta nei suffumigi magico-terapeutici.

Soga de su biddiu = Cordone ombelicale. Questa parte del corpo che rappresenta il legame esistenziale tra figlio e madre è densa di significati magici. Affinché questa appendice eviti di finire in mani estranee per essere utilizzata contro la serena unione tra madre e figlio, che si augura si conservi per tutta la vita, viene distrutta insieme alla placenta, sotterrandola o bruciandola al fuoco del camino. Preso taluni, specie la parte che seccandosi si stacca dall'ombelico del neonato, sa soga de su biddiu, il cordone ombelicale, viene conservato mummificata come reliquia, e avrebbe la funzione magica di perpetuare l'originario profondo legame tra madre e figlio, anche quando questo è ormai adulto.
Si dice pippiu nasciu assogau, il bambino che nasce asfittico, con il cordone ombelicale attorno al collo. Il fatto è considerato cattivo presagio, per quanto concerne i rapporti dell'individuo con la genitrice.

Sonajolu = Sonaglio. Usato come amuleto e strumento demono-repulsivo. Su sonajolu, sonaglio, specie se legato al polso mediante un nastrino verde, protegge il piccolo dal malocchio e tiene lontani da lui i demoni del male.

Sperrumau o Spentumau = Perso del tutto; annichilito da uno shock. E' termine sardo-campidanese, di più frequente uso nell' Oristanese. Nel poemetto Sa giorronnada 'e Conchiattu (La giornata di Testadigatto), l'ignoto Autore fa dire a Dio, in un saporoso dialogo con il protagonista: "Conchiattu poburittu / de tott' i' fillu' mius / tui ses su pru' pittiu. / ispentummau muschittu." (Testadigatto poveretto / di tutti i figli miei / tu sei il più umile… / smarrito moscerino.)

Sperrumu o Spentumu = Precipizio, abisso luogo di desolazione e di morte. In sardo: logu sperdiu, luogo sperduto, inferno. Nella medicina popolare indica lo stato di prostrazione profonda in cui precipita colui che ha subito uno shock psichico.

Spiridada = Veggente. Colei che possiede l'arte del divinare mediante gli spiriti che la invasano. Sa spiridada ha anche poteri terapeutici, potendo vedere le cause di un male e di conseguenza indicare quale possa essere il rimedio più appropriato. Di spiridadas se ne ricordano alcune di grande popolarità, quali sa spiridada de Masuddas (la veggente di Masullas) che operava nel secondo dopoguerra, nella regione contadina della Marmilla.

Spiridadu e Spiridada = Spiritato e spiritata. Invasato-a da spiriti. Genericamente persona dal comportamento strano, particolarmente irrequieto, eccitato. Più propriamente indica, al femminile, la veggente: donna che associa a virtù divinatorie capacità di guaritrice.
Si fa una differenza sostanziale tra indimoniau e spiridadu, tra indemoniato e spiritato. Su dimoniu è sempre emanazione di su tiaulu, del diavolo, del Principe delle Tenebre; mentre su spiritu, lo spirito, può anche essere santu, emanazione della Divinità, del Bene. Pertanto, su spiridau, o meglio ancora sa spiridada, è posseduto dagli spiriti buoni, che soccorrono i mortali in caso di necessità. Vedi Spiridada e Indimoniau.

Spiritu = Spirito. Termine usato prevalentemente nel significato di animo, coraggio - come la virilità, attributo proprio del maschio. Tenit spiritu, tiene coraggio; est un homini de spiritu, è un uomo di coraggio. Tuttavia non mi pare che nella cultura sarda sia stata elaborata una affermazione del primato dello spirito sulla materia (e correlativamente, del maschio sulla femmina), come accade in altre culture che finiscono appunto per identificare spirito con maschio e materia con femmina, giungendo a posizioni romantiche-crepuscolari e successivamente naziste per cui la "materia" oltre che identificarsi con la femmina si identifica con l' "omo", con l' "ebreo", col nero o con altri gruppi umani definiti inferiori dal pregiudizio razziale.

Spreu = Grave choc. Azzicchidu mannu, grosso spavento. Spriau = colui che ha avuto un forte spavento; scioccato. Per guarire da su spreu sono in uso diverse mexinas, tra queste is aquas, la lettura dei Vangeus (Vangeli), s'affumentu (il suffumigio magico), s'imbrusciadura, (una sorta di rituale avvoltolarsi sulla terra) e altre.

Sprigu = Specchio. Così come gli specchi d'acqua, per la loro capacità di riflettere le immagini, su sprigu, lo specchio, è considerato uno strumento magico. Ve ne sono alcuni che, usati da stregoni, assumono virtù divinatorie, facendo apparire immagini di persone e di fatti lontani nello spazio e nel tempo. Lo specchio ricorre in molte operazioni di magia. Rompere uno specchio, come versare il sale, porta male. Una diffusa credenza popolare vuole che dietro gli specchi si nascondano dei diavoli - in specie quelli della vanità e della lussuria. Tant'è che si raccomanda alle fanciulle di evitare di trattenersi troppo a lungo nello specchiarsi: Non descit a is piccioccas a s'abarrai sprighendisì ca ddu est su dimoniu (Non è lecito alle fanciulle starsene a specchiarsi perché vi è il demonio).

Spudu = Sputo. Lo sputo, su spudu, è materia che ricorre assai frequentemente nelle pratiche terapeutiche della medicina popolare. Diverse e importanti sono le virtù dello sputo, terapeutiche e magiche, talismaniche, di scongiuro. Lo sputo guarisce le piccole ferite, lenisce il gonfiore di una pestatura; ferma il malocchio. Il gesto dello sputare per terra, davanti a sé è un atto magico, scaramantico, oltre che di disprezzo o di sfida verso il nemico umano o demoniaco, con effetto esorcizzante. Si sputa quando si nomina un essere demoniaco. Molte guaritrici, nella terapia mediante l'imposizione della mano, usano sputare sulla parte malata. Talora si ha l'imposizione delle labbra, umettate con saliva. Gesù opera diverse guarigioni con il contatto delle dita umettate di saliva. Singolare la consuetudine di certi adulti che, mandando un figlio a fare una commissione urgente, sputano per terra esclamando: Marranu chi non ses torrau candu custu spudu est siccau! (Guai a te se non sei di ritorno quando questo sputo s'è seccato!). Vedi Sabia o Salia.

Sterrimentu = (Dal latino sternere, adagiarsi sulla terra), l'atto di stendersi per terra. Sterrimentu è vocabolo che ha un preciso significato magico, quella della incubatio magico-terapeutico. Il rito di su sterrimentu (incubatio sacra) viene effettuata individualmente o collettivamente in luogo sacro (all'interno di templi, o nell'ambito dei loro recinti, o in abitazioni o celle monacali appartenute a santi uomini, o anche in luoghi dove sono apparse miracolose immagini di santi o madonne). Frequentemente su sterrimentu, l'incubatio veniva e viene praticato nelle cumbessias (ricoveri che sorgono attorno alle chiese campestri per ospitarvi i pellegrini devoti al santo festeggiato). Questo rito si ritiene sia risolutivo per numerose e anche gravi malattie; e sono tanti i malati, ai quali la scienza medica non sa trovare un rimedio, che si recano in luoghi santi dove praticano su sterrimentu (l'incubatio) sperando nella guarigione. La Chiesa cattolica ha conservato e diffuso questa antichissima credenza (legata al principio che la fede più la devozione a un santo venerato con offerte di beni anche materiali possono operare miracoli), traendone ingenti guadagni. Su sterrimentu ricorda un altro rito terapeutico popolare, s'imbrusciadura, l'atto dell'avvoltolarsi per terra da parte di chi ha subito un trauma psichico onde scaricarlo sulla terra. Vedi Cumbessia e Imbrusciadura.

Stria = Strige. In lingua sarda non ha il significato di strega, termine italiano che come quello sardo stria deriva dal latino strix. Stria o Strige indica sempre e soltanto il mitico uccello descritto alla omonima voce. Vedi il paragrafo Is bruxias, Le streghe.

Stria = Strige, barbagianni è dunque termine di derivazione greco-latina (strix-strigos e strix-strigis), e indica, in pratica, nel barbagianni, un mitico uccello notturno cui, di volta in volta, si attribuiscono i poteri demoniaci del vampiro o dell'ammaliamento o degli annunci funesti, di morte o di calamità.
Sa stria, in particolare, provoca nei mortali un grave stato di anemia (con i sintomi dell'itterizia) che senza le debite terapie può in breve tempo condurre alla morte.
L'ammaliamento, la malattia provocata dalla stria è detta striadura, e striau, colui il quale ha subito il malefico influsso della stria. Diverse e complesse sono is mexinas contra sa stria, le terapie contro la strige, sia preventive che specificatamente curative.

Striadura = Sostantivo femminile che indica l'ammaliamento, la malattia provocata dalla stria, strige.
Striai è l'atto di provocare sa striadura. Striau è colui che è malato di striadura.
Nota: I termini stria e striau relativi al mitico demoniaco uccello non vanno confusi con stria e striau che hanno rispettivamente il significato di striscia, scanalatura, rigatura proprio dell'italiano stria, derivato dal latino stria, col significato appunto di rigato, scanalato, striato.

Strichibiddatzu = Termine ambivalente: entità astratta, tipo folletto dispettoso, ovvero il pisello dei bambini.

Strossa = Temporale, tempesta. Segno dell'ira divina che si scatena sugli umani a causa del loro peccato. Una notte di tempesta è segno infausto per chi nasce e per chi muore. Teniri strossa, avere tempesta, è più che una invettiva una maledizione. L'invettiva è: An chi tengas strossa!

Succubu o Suggettu = Succube. Chi viene posseduto da altri, umano o demone, mediante la forza della volontà. Si crede anche che i succubi siano demoni che assumono sembianze di desiderabili fanciulle che appaiono in sogno ai maschi, per farsi da questi possedere. Bisogna star dunque attenti, quando in sogno ci appare una vezzosa fanciulla dalle tette di marmo e dal grembo rugiadoso, a non buttarci famelici; meglio controllare prima con la croce, con il sale, con l'aglio e con altri amuleti o repulsivi anti-demoni.
Vedi Ammuntadori, che è un demone "attivo", l'incubo, che assume sembianze virili per possedere fanciulle e vedovelle vogliose.

Sulergiu e Suergiu = Quercia da sughero. Il termine Sulergiu e Suergiu indica anche il sughero, detto anche ottigu e ortigu specie se indica la sostanza di un manufatto. Esempio: Tappu de ortigu.

Taumaturgu = Taumaturgo. Chi per virtù divina o demoniaca opera miracolose guarigioni. Il taumaturgo è un grande guaritore, che oggi viene detto "luminare della medicina". Il taumaturgo per antonomasia è Dio. Vedi Gesus.

Telepatia = Telepatia. Comunicazione a distanza tra gli umani mediante il pensiero. Si vuole che in momenti altamente drammatici, quando sia in pericolo di morte, l'uomo riesca a comunicare con il pensiero immagini della propria situazione, avvertendone parenti o altre persone care.

Tiaulu e Tiau = Dimoniu = Diavolo. "Su tiaulu chi t'hat fattu!" Satanassu - Barrabas - Barrabassu - Luziferru - Coitedda - Su Nemigu o Su Ennemigu - "Sciri aundi dormit su tiaulu" sapere dove il diavolo ha la coda; essere astuto. "Intiaulau e fattu" molto adirato; indiavolato. Intiaulau = ossesso, spiritato (vedi Spiridau).
Per diavolo si usa anche buginu (Vedi) e bugineddu = diavoletto, detto di ragazzino vivace.

Tiaulu è termine meno generico di dimoniu, demonio, poiché su tiaulu, il diavolo, è propriamente il Signore del Male, il Re dell'Inferno. Tuttavia si usa anche per indicare genericamente una delle tante entità demoniache della gerarchia infernale.
Ses unu tiaulu, sei un diavolo, detto a persona, di ambedue i sessi, prende il significato di malizioso-a, tentatore-rice, e anche assai abile nel fare qualcosa di difficile e complesso. Vedi Dimoniu.

Titia e Attitia = Freddo, gelo. Con uguale significato i termini logudoresi tittiria e tittilia e anche tittia. Vengono usati come esclamativi, singolarmente o nel contesto di frasi, quali: Titia, ita frius! = Brr… che freddo - in campidanese. E Tittia, cant'appo frittu! = Brr… che freddo che ho! in Logudorese. Attitirigai e Attetterigare = intirizzire, gelare, assiderare. Attitirigau = intirizzito gelato. Si usa per persona o animale. Seu totu attitirigau = Son tutto gelato. Notesta in cotilla su cazzeddu guriat ca fiat totu attitirigau de su frius = Stanotte nel cortile il cucciolo guaiva perché era tutto intirizzito dal freddo. Titifrius = brivido di freddo.

Tophet = Termine di origine fenicia che indica il forno sacrificale. Con lo stesso termine si indica anche il luogo dove sorgevano i templi in cui si praticavano sacrifici umani. Tali sacrifici erano legati al culto del fuoco, i templi consacrati al dio Moloch (Baal Hammon) e alla dea Tanit, la dea Madre o Mediterranea. In Sardegna, come in tutta l'area fenicia, si sono ritrovati tophet, luoghi dove erano situati i forni sacrificali e dove si inumavano i resti delle vittime umane, per lo più fanciulli.

Trebini = Treppiede; ma non anche i sinonimi del termine italiano tripode o trespolo destinati ad altro uso. Su trebini, il treppiede, è precisamente un attrezzo di ferro circolare o triangolare, con tre piedi, sopra cui si appoggia la pentola e sotto cui si accende il fuoco. Ve ne sono di diversa circonferenza e altezza, secondo la capienza della pentola e in proporzione la quantità del fuoco che deve riscaldarla. Ovviamente is trebinis, i treppiedi non mancano mai nel focolare domestico. Con su trebini, il treppiede, possono farsi potenti scongiuri, per proteggere la casa da animas malas, dimonius, (anime dannate, demoni) e, con particolare efficacia, da sa stria (la strige). Lo scongiuro rituale consiste nel tenere rovesciati con le tre punte in alto is trebinis nel focolare. Le donne di casa, per altro, compiono tale operazione ogni notte, quando si copre di cenere il fuoco residuo, prima di andare a letto.

Treixi = Tredici. Numero che per alcuni porta fortuna, per altri porta male. E' diffusa la credenza che se si siede in tredici a banchettare intorno allo stesso tavolo, il più giovane dei partecipanti morrà entro l'anno. Con valore positivo, il numero tredici viene portato come ciondolo-amuleto, contro il malocchio, con uguale potere del cornetto.

Tres = Tre. Numero cabalistico per eccellenza. E' considerato il numero perfetto. Il Dio dei cattolici è Uno e Trino. Brahma, Shiva e Visnù compongono la Trimurti o Trinità indiana. La Tesi, l'Antitesi e la Sintesi è la triade cabalistica su cui si regge la Dialettica hegeliana. Molte dottrine religiose, politiche, etiche sono fondate sulla potenza magica del Tre.

Triangulu = Triangolo. Simbulu de sa Trinidadi, simbolo della Trinità. Si associa al numero tre, con il quale in magia ha pari valore protettivo e talismanico.

Trigu = Grano. E' la base dell'alimentazione del contadino e in gran parte anche di quella del pastore. Il grano è spesso utilizzato come materia di diversi riti magici propiziatori e terapeutici. E' presente in tutte le cerimonie nuziali come propiziatore di benessere, e nei riti terapeutici quali s'aqua licornia (in alcune varianti con grani di sale) e s'aqua abrebada (Vedi) che si compiono per guarire spaventi o contro s'ogu liau, il malocchio. Vedi Nenniri.

Turrau e Turrada = si potrebbe tradurre con "suonato", che ha perso "lo ben dello intelletto" per i begli occhi di qualcuno (o qualcuna). Insomma, più che folle, rimbambito per amore - naturalmente - si pensa - per effetto di qualche potente magia. Anche l'innamoramento, dunque, se si manifesta con sintomi, e comportamenti, che vanno un po' al di là della norma e del lecito, diventa un fenomeno che sfugge alla volontà dell'individuo per diventare prodotto demoniaco, opera di forze occulte contro le quali nessuna umana forza può battersi, se non la "forza" di uno stregone-guaritore, esperto in esorcismi e in "contro-fatture". Le cronache di tutti i tempi sono piene di casi di fanciulle ammaliate, che dovettero soggiacere alla diabolica volontà di forze libidinose, rimettendoci la verginità e restando per soprammercato incinte. Frequenti anche i casi, seppure certamente in numero minore, di uomini anche di una certa età, giudicati per altro saggi e controllati, che si sono turraus (testuale: torrefatti) o come si dice anche maccus perdius (matti del tutto) a causa di una sottana sotto cui si nascondeva - irresistibile attrattiva - un grembo maliardo.

Tuva = Cava, vuota. Dicesi Tuvu o Tuvudu un vegetale internamente spugnoso (ravanello) o anche marcio o cavo (vecchio tronco d'albero). Sa tuva è propriamente una vecchia quercia più o meno cava che costituisce il centro del cumulo di legname cui si appicca il fuoco per la festa di Sant'Antonio abate (detto anche del Fuoco o l'Eremita). Il falò rituale detto sa tuva è proprio del mondo pastorale sardo, mentre nel mondo contadino lo stesso falò, senza la "sacra" quercia, è detto su fogadoni. (Vedi).

Ubiquidadi = Ubiquità. Facoltà sovrumana di sdoppiamento, che si attribuisce a uomini di straordinarie capacità medianiche e ad alcuni santi cattolici. E' una facoltà che si manifesta più spesso nei morti, i quali pur essendo in fase espiatoria nel Purgatorio possono contemporaneamente, ma per brevi momenti, apparire a persone viventi, materializzandosi sulla terra, per importanti comunicazioni.

Umbra = Fascino, fluido malefico. Si dice umbra de coloru il fascino del serpente, ossia la capacità che si esercita (volontariamente o involontariamente) da parte di alcuni esseri viventi, per lo più cogus, bruxus, ominis de mexina (maghi, indovini, uomini di medicina) di affascinare, affatturare.
Sono particolarmente predisposti e vulnerabili nel pigai umbra (restare ammaliati) bambini e fanciulle, animali da cortile o da lavoro o da produzione di razza pregiata. E' buona norma, presso le comunità contadine, quando si riceve in casa una persona che si ritiene possieda umbra de coloru (fascino di serpente), fargli toccare con mano tutto ciò che si teme possa cadere, anche involontariamente, sotto la sua influenza negativa.
Si citano numerosi casi di bambini e di fanciulle ammalatisi o anche di morie di animali da cortile dopo la visita di taluno in possesso di umbra, se non si è avuta l'accortezza di chiedere al visitatore di imporre la sua mano se ha guardato con soverchio interesse. Giova, per sanare il malfatto, richiamare il visitatore affinché adempia al rito liberatore.
Per controbattere gli effetti deleteri dell'umbra de coloru, quando l'atto sia stato compiuto deliberatamente, si ricorre tempestivamente a riti terapeutici specifici, simili a quelli contro s'ogu liau, il malocchio, e cioè s'aqua licornia (o patena o abrebada) o s'affumentu o anche is brebus in cresia (la lettura in chiesa dei Vangeli).
Vedi: ogu liau, liai ogu, ligamentu, affatturai, forza - (Rispettivamente: malocchio, ammaliare, legamento, affatturare, fluido magico).

Umbra = Letteralmente: ombra. Indica, con il sinonimo pantasima (fantasma)l'immagine di una realtà sensibile (qualcosa di simile all'ectoplasma), umana o animale, vivente o che ha già vissuto.
S'umbra o pantasima viene talvolta soltanto intravista e si dice allora puba, una immagine indefinita e indefinibile ma sempre e certamente appartenente ad anime del defunto o a demonio.
Rare volte è dato all'uomo vivente di vedere l'immagine reale di un essere defunto, più facilmente la presenza di s'umbra (l'ombra) è percepita extrasensorialmente, più che vista, in specie da alcuni animali, come i cani e i cavalli, che in sua presenza assumono strani comportamenti e posizioni, come quello di mettersi a gambe all'aria avvoltolandosi per terra sulla schiena. Si dice che in occasione di solenni processioni, per esempio per il Corpus Domini, le anime dei morti accompagnino la comunità, e che tali fantasmi possano essere visti soltanto da un fanciullo o mediante speciali accorgimenti.

Umbras = Ombre. Umbra al plurale, le ombre, come per i latini, indica genericamente le ombre dei defunti, di tutti coloro che si trovano nell'Aldilà, nel regno dell'oltretomba, buoni o cattivi che siano stati in vita.

Vangeus = Vangeli. Is Vangeus ovvero la lettura dei Vangeli è un rito terapeutico popolare molto diffuso. Lo pratica normalmente in chiesa il sacerdote leggendo appropriati versetti del Vangelo nella terapia di diversi disturbi, lo spavento, il malocchio, inappetenza, per lo più lievi disturbi della sfera emotiva influenzabili mediante suggestione, e in quei casi in cui sorga il dubbio che la malattia sia imputabile a influssi di forze maligne. Pur non essendo ritenuti efficaci quanto is Vangeus letti in chiesa da un sacerdote, vengono talvolta usati da guaritori che possiedono il libricino dei Vangeli e sono in grado di leggere.
Is Vangeus, i Vangeli, nella medicina popolare hanno la stessa funzione dei brebus (parole sacre o magiche). Vedi Brebus.

Vainilla e Vanilla = Vaniglia. E' la comune essenza aromatica estratta dai fiori della Vanilla Planifolia, usata per aromatizzare zucchero, caffè, cioccolata, ecc. Anche in Sardegna, come in Europa, la pianta della vaniglia è stata introdotta dagli spagnoli. Prende anche il nome dallo spagnolo vaina, guaina, più propriamente vagina, di cui il diminutivo (vainilla = piccola vagina). Si chiamerebbe così per la somiglianza dei suoi fiori con la vagina della donna. Sa vanilla, la vaniglia, è considerata una pianta afrodisiaca, e talune sue parti vengono usate nella medicina popolare in diversi beveraggi per riattivare l'attività sessuale maschile.

Vida (Santa) = Vitalia (Santa). Santa taumaturga celebrata a Serrenti. La voce popolare le attribuisce miracolose guarigioni, testimoniate dagli innumerevoli ex voto che ornano i muri del santuario dedicato alla Santa.

Viuda= Vedova. Nel costume del passato, la vedova specie se ancora giovane e appetibile doveva sottostare a numerose imposizioni della morale comunitaria che ne limitavano di molto la libertà di vita, sia nei rapporti sociali che nell'abbigliamento. La vedova era tutelata, oltre che controllata, dai fratelli e dai parenti del defunto.
Nella novellistica popolare sa viudedda, la vedovella, ricorre di frequente come personaggio di situazioni boccaccesche: arde di fuochi repressi ed è perennemente insidiata dai giovani maschi della comunità per quel suo forzato digiuno.
Nel Nuorese, sa viuda è protagonista nella terapia del morso de s'arza, della tarantola.
Nel Campidanese, sa viudedda è il nome che si dà a una composizione musicale, dal ritmo assai vivace, che viene suonata dai virtuosi di launeddas o di chitarra.

Viuda (Argia) = Vedova (Tarantola). Dicesi argia viuda una specie di tarantola che, secondo la tradizione contadina campidanese, con il suo morso comunica stati d'animo, sofferenze propri della vedova. La terapia viene di conseguenza correlata alla tipicità del fenomeno patologico provocato da "quella" tarantola. Tra l'altro, per l'occasione, viene suonata con is launeddas una ballata particolarmente ritmata, detta sa viudedda, la vedovella. (Vedi)

Viudedda = Vedovella. Indica una composizione musicale assai ritmata, eseguita di prammatica in su ballu de s'argia quando la tarantolata o il tarantolato veniva pizzicato da un'argia viuda (tarantola vedova).

Zaccarredda = Crepitacolo. Dal verbo zaccarrai, crepitare, scoppiare, far rumore. Sono dette zaccarreddas i rumorosi congegni che vengono messi in moto il Venerdì della Settimana Santa, alla morte di Gesù, quando vi è il divieto di suonar le campane. Vi sono diversi tipi di zaccarreddas, crepitacoli, in uso per tale solennità: is tauleddas (o tabeddas) consistono in due o più tavolette di legno di cui una manicata, tenute legate larghe l'un l'altra con una correggia - agitandole, le tavolette battono l'una contro l'altra. Is tauleddas sono dette anche matraccas. Il più singolare di questi crepitacoli è quello detto strocciarranas (letteralmente: imitarane) che è costituito da una canna che ruota intorno a un rocchetto dentato che funge da asse. Un congegno del genere era in uso fino a pochi anni fa anche in Ungheria, durante la Settimana Santa.

Zerpiu = Non esiste termine corrispettivo in italiano. Può significare insetto schifoso, mostricciatolo, e anche persona rachitica o malformata o repellente. Forse deriva da zerpi, contrazione di zerpenti, serpente.

Zonca = Gufo. Nei dizionari, e anche nell'uso comune dei termini, si fa confusione tra zonca (gufo), cuccumeu (civetta) e stria (barbagianni). Qualcuno traduce zonca con assiolo. La credenza popolare mette tutti gli uccelli notturni, quindi anche sa zonca (il gufo), nella categoria dei demoni, nunzi se non portatori di infausti eventi. La visione di tali demoni volanti o l'udire i loro acuti e sgradevoli stridii, richiamano i mortali ad atti scaramantici - talvolta è lo stesso uccello abbattuto e inchiodato per le ali alla porta di casa (le spoglie del demone) che ha la funzione di proteggere dai malefici influssi dei demoni notturni.
Nel linguaggio corrente zonca riferito a ragazza o donna indica un attributo di dabbenaggine. Ses una zonca! (Sei un gufo! - ma nel sardo è femminile) si dice appunto a donna più che sciocca senza malizia. Detta anche fatta e lassada, cioè "fatta e lasciata lì".
Vedi Cuccumeu e Stria.


INDICE


Introduzione. Il tempo della malafede

Capitolo primo. MEDICINA E MAGIA
Medicina e magia
Gli strumenti della medicina
La paura e la fede
Corpo sano in mente sana
Dei e santi taumaturghi
S'aqua abrebada
I nuovi stregoni
Gli amuleti
Gli operatori della medicina popolare

Capitolo secondo. IS OMINIS DE MEXINA
Riti terapeutici
Su contravelenu
Su pinnadeddu
S'oghiadori
Il guaritore
Il tumulto
S'affumentu
S'affumentu - Variante
S'aqua licornia -Variante
Is brebeis oghiadas
Sa spiridada
Testimonianza I
Testimonianza II
Testimonianza III
Is fatturas
Testimonianza IV
S'affumentau / Il suffumicato

Capitolo terzo. ALL'INTERNO DEL BENE E DEL MALE
Su bentu de (soli) levanti / Il levante
La polmonite
Sa crastadura / La castrazione
Su trigu / Il grano
Su presuttu / Il prosciutto
Su mestruu/ Il ciclo mestruale
Pani e durcis / Pane e dolci
Su casu / Il formaggio
S'oghiadura
Puntas e azzicchidus / Coliche e spaventi
Sa mexina de is pillonis / La medicina contro gli uccelli
Contra s'aquila e su margiani / Contro l'aquila e la volpe
Sa mexina de su fustigu o de is bremis / La medicina del fuscello o dei vermi

Capitolo quarto. S'ARGIA, IL MITICO RAGNO
S'argia, il mitico ragno socializzatore
a) Su ballu 'e s'arza del nuorese
b)Su ballu de s'arza nell'oristanese
S'argia crabarissa
S'argia viuda
S'argia partoxa
S'argia bagadia
S'argia martura

Capitolo quinto. S'IMBRUSCIADURA
S'imbrusciadura un singolare rito terapeutico
Un rito di facile uso
I sintomi de s'azzicchidu
I bambini e il rito
Varianti del rito
a) S'imbrusciadura semplice
b)S'imbrusciadura cun aqua abrebada
c) S'imbrusciadura fatta in casa
d) S'imbrusciadura in camposanto
e) S'imbrusciadura collettiva
Diffusione del rito

Capitolo sesto. CHIESA E STREGONERIA / Guaritori con l'imprimatur
1 - Vendesi posto in paradiso
2 - Quando c'è la vocazione
3 - Impotenza e bicarbonato
4 - L'esorcista
5 - Le nuove chiese
Il fenomeno autorizzato

Capitolo settimo. SA TUVA / La quercia cava
La quercia sacra
La giustizia all'ombra della quercia
Il culto del fuoco
Sa tuva / La quercia cava
Su fogadoni / Il falò

Capitolo ottavo. TIAULUS E DIMONIUS
Tiaulus e dimonius / Diavoli e demoni
Su tiaulu / Il diavolo
Is tiaulus / I diavoli
Sa jana / Diana o nana?
Sa fada / La fata
Mamas e Marias / Mamme e Marie
Su carru de nannai / Il carro del nonno
Zius gopais e gomais / Zii compari e comari
Survile / Vampiressa
Su boe muliache / Il bue mugghiante
Is panas / Le partorienti
Giorgia / La fata radiosa
Sa Giobiana / La fata del giovedì
S'ammuntadori / L' incubo
Su ercu / Il cervo mannaro
Sa prummunida / L'asino mannaro
Is nanus / I nani
S'orcu / L'orco
Is gigantis / I giganti
Is cuaddus birdis / I cavalli verdi
Su scutoni e sa cananea / Il drago e il serpente
Animas e spiritus / Anime e spiriti
Is animas de is pippius non battiaus
Is animas de su purgadoriu
Is animas malas
Is sizzimurreddus / I pipistrelli
Animas bonas
Indimoniaus e spiridaus / Indemoniati e spiritati
Il diavolo ieri e oggi

Capitolo nono. RITI MAGICO-RELIGIOSI
Su accappiai e su sciolliri / Il legare e lo sciogliere
1 - Su bendi s'anima a su tiaulu
2 - Usai aqua santa o cosas de cresia santas o benedittas po fai bruxerias
3 - Mexinas e fatturas, brebus e scrittus po accappiai mascu o femina, po sanai s'impotenzia e
po impringiai sa femina
4 - Mexinas contra dogna mali e ennemigu (pinnadeddus, brebus, scrittus, resus ,ingestus e
frastimus)
5 - Elencazione superstizioni
6 - Funtanas e putzus, mitzas e fluminis
7 - Is mexinas de sa morti
8 - Magia: l'arte di dominare la natura
Is brebus po cosa perdia / La magia per ritrovare oggetti smarriti
Is fatturas / Le fatture
Su scrittu / Lo scritto
Su spudu / Lo sputo
Is ossus de mortu / Le ossa dei morti
Is concas a bagnu po fai proiri / Le teste a bagno per invocare la pioggia
Is pippius interraus bius / I bimbi sepolti vivi
Is pippius arrustu / I bimbi arrosto
Contramazzinas, pungas e itifallus / Amuleti e talismani
Is ingestus / I gesti
Su fai is ficas / Il far le fiche
Is corrus de boi / Il bucranio
Is cumbessias e su sterrimentu / I ricoveri sacri e lo sternere terapeutico o incubatio
Costumanze varie nell'Angius (Culto del fuoco)
Culto del bosco
Veglia sacra
Grotte sacre
Corpus Domini
Culto di San Giovanni
Culto delle anime decollate
Usanza dell'eutanasia

Capitolo decimo. DALLA STRIGE ALLA STREGA
Sa stria / La strige
Sa striadura / Il morbo della strige
Mexinas de sa stria / Terapie della strige
Sa gruxi de sa stria / La croce della strige
La strige del premio Nobel
Is sinnus de sa morti / I segni della morte
Is bruxas / Le streghe

Appendice
Glossario

Indice


sardegna 1
Tratto da L’ANNUARIO SARDO 1988

SARDEGNA Segni della cultura popolare / RIVISTA DI STORIA ARTE E TRADIZIONI / ALFA EDITRICE - diretta da Maria Marongiu

IS OMINIS DE MEXINA
I guaritori
di Ugo Dessy

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Una delle definizioni date al nostro tempo, la più calzante, e la più amara, è quella che ne dava l'amico Nicola Chiaromonte, il quale soleva ripetere che il nostro "è il tempo della malafede". Malafede da malizia tecnologica, principalmente. Esaltazione fino alla deificazione della macchina, per il potere e la presunzione di eternità che ne deriva a chi la possiede, a chi la conosce, a chi sa usarla, ma anche per il dominio assoluto che possesso conoscenza e uso della macchina consentono sui popoli, alienati e degradati in un processo di sviluppo che di civile ha soltanto il nome. Malafede che non significa soltanto strumentalizzazione della fede per scopi illeciti e turpi (il potere è sempre illecito e turpe), ma anche e specialmente mancanza di fede.
L'era dei lumi è stata per alcuni versi portatrice di valori, cui l'umanità ha da sempre mirato, quali la conoscenza e la tolleranza, che vanno di pari passo e costituiscono le fondamenta della fratellanza e della giustizia sociale. Ma ha puntato le sue energie sulla "razionalità" (disgiunta e in conflitto rispetto alla "istintualità", mentre le è complementare in natura), per consentire a una classe mercantile l'accesso al potere, ridefinito e ristrutturato in chiave scientifica, e che insieme allo sviluppo della tecnologia e della economia ha portato alla mummificazione o alla devastazione o più spesso allo snaturamento della scienza intesa come arte, e quindi delle arti, della libera creatività umana.
L'attuale civiltà, esasperata e disperata risultante dell'era dei lumi (che illumina il mondo spegnendo la luce del sole), è, come la chiamava il grande Lawrence, "un illuminato inferno" dove le umane contraddizioni si sono moltiplicate all'infinito, con il conforto, per i dannati, di poterne conoscere e spiegare "scientificamente" le cause. Ma è una scienza, questa in funzione del potere, che sa spiegare le cause dei mali che affliggono l'umanità, che sa curarli - nel senso di sopire i mali per reintegrare il malato nel sacro processo produttivo dell'ordine costituito; ma non sa e non vuole, e forse non può, eliminarne le cause. In verità, la conoscenza delle cause di un male, di per se non ne allevia le sofferenze. E anche, se si vuole, una scienza al potere, che produce "civiltà" e "benessere" per una esigua parte di umanità, sulla degradazione della gran parte di umanità, mediante un processo di sofisticata barbarie. Ma anche, e forse soprattutto, all'interno della parte privilegiata, "civiltà" e "benessere" sono portatori e diffusori di un cancro da cui non c'è scampo, se non con il ritorno alla fede.
Quando la scienza, in funzione del potere, perde la sua ragione d'essere, che è quella di sostenere e di esaltare la vita, per diventare portatrice di cancro e di morte, allora non ha più credibilità, è da rifiutare.
L'uomo di oggi è caratterizzato dall'ansia che lo attanaglia: ha perso la reale dimensione del tempo, il suo naturale fluire. Il quotidiano vivere dell'uomo è un affannoso rincorrere se stesso proiettato in avanti come un'ombra demoniaca non mai raggiungibile: la luce del sole, l'essenza della vita, è sempre alle sue spalle. L'uomo patisce l'ansia schizofrenica della insicurezza. Questa civiltà, basata sulla certezza matematica applicata ai termini e ai rapporti che costituiscono il potere (potere distruttivo misurabile in megatoni) produce nell'uomo insicurezza e angoscia.
La guerra non è più il naturale e momentaneo scontro tra gruppi rivali su un oggetto rilevante per la sopravvivenza - come poteva essere in passato. La guerra oggi è sterminio totale assurdo, su un oggetto umanamente indefinibile, e che non ha neppure importanza definire se lo scontro significa certamente la fine dell'umanità.
Ed ecco riemergere nel fondo dell'animo umano il bisogno della fede, per trovare sollievo all'ansia, vincere l'angoscia della insicurezza. In un mondo "illuminato" come questo, diffusore - molto più che negli evi oscuri del passato - di morbi e pestilenze, la fede assume più che mai il suo originario valore terapeutico, ricostituente:"La fede è la chiave di ogni salute fisica e mentale".



Medicina e magia

La medicina è originariamente fondata sulla magia. Già il termine stesso di mexina, nei riti terapeutici popolari indica uno specifico capace di guarire qualunque malattia; la medicina per antonomasia è dunque la panacea.
Malattia, malessere, è male; al contrario, salute, benessere, è bene. Le divinità buone e le divinità malvage, e gli spiriti da queste generati e governati, sono all'origine di ogni stato umano. La medicina popolare riporta ogni processo terapeutico alle cause che hanno originato la malattia.
Si fa una contrapposizione delle forze del bene con quelle del male, tra la magia bianca e la magia nera, tra guaritori e ammaliatori. Tuttavia, tali forze sono meno separate e antagonistiche di quanto non sembri dalle diverse influenze che esercitano sull'uomo: ciascuna divinità rappresenta il bene e il male secondo l'atteggiamento che assume nei confronti dei mortali. Dio, a fin di bene - o se si preferisce per i propri imperscrutabili fini - può fare del male all'uomo, diffondendo guerre e pestilenze. Il Diavolo - a fin di male - o, anche qui, se si preferisce, per i suoi imperscrutabili fini - può far del bene all'uomo, svelandogli tesori nascosti o rendendolo partecipe della Scienza. Nell'Olimpo del mondo classico, Apollo, che si confonde con Elios, dio della vita, è anche portatore di morte - i Greci ne sperimentarono il rigore subendo una terribile epidemia per aver offeso un suo sacerdote. Nel monoteismo, Dio che viene definito il bene in assoluto, è portatore di terrificanti malanni all'uomo che infrange la sua legge: talvolta la sua malvagità si manifesta con pestilenze che coinvolgono e affliggono interi popoli - come Jahvé con gli Egizi ostili a Mosè o con gli stessi Ebrei che lo tradiscono con Baal adorando il vitello d'oro.
Il sacerdote-stregone pur essendo primariamente un guaritore, ha anche capacità di ammaliare (nel significato vasto di ammalare, produrre mali). Egli, con le sue speciali virtù e con le sue arti magiche, è in contatto con le forze del bene, e all'occasione con le forze del male.
Per quel che ho potuto rilevare nel mondo della medicina popolare, non esistono due categorie distinte di stregoni "guaritori" e "ammaliatori": lo stregone, il fattucchiere che guarisce può anche con opposto procedimento ammalare. Lo stesso sacerdote cattolico, nella credenza popolare, ha il potere di guarire, specialmente mediante la lettura dei suoi libri magici (is Vangeus, i Vangeli), ma con gli stessi può fare fatture che ammalano, anche in forma grave, fino a provocare paralisi.



Gli strumenti della medicina

In ogni procedimento terapeutico, dal più semplice al più complesso, si distinguono: a) la materia; b) is brebus, le parole magiche; c) il rituale.
La materia, la medicina vera e propria che viene assunta dal malato in diversi modi, non ha alcuna efficacia se non è accompagnata dai brebus e da un preciso rituale. Chiunque può conoscere la materia, consistente per lo più in sostanze vegetali, animali o anche inorganiche, le più svariate, come pietre e acqua; ci si può anche impadronire del rituale, per averlo visto compiere; ma non è dato conoscere is brebus, le parole magiche, noti solamente allo stregone che li pronuncia. (Per altro, egli possiede particolari virtù e poteri, oltre alla conoscenza dei brebus, alla profonda conoscenza della materia e del rituale, che lo distinguono dai comuni mortali.)
La materia. Tutto ciò che esiste in natura, di animale, vegetale e minerale, ha influssi positivi o negativi, benefici o malefici. Nella pratica ogni sostanza tende a qualificarsi come buona o cattiva, positiva o negativa, tuttavia conserva una sua fondamentale ambivalenza: può produrre effetti diversi secondo lo spirito (o intenzione) che la anima a seconda delle tecniche, modi e tempi, con cui la si usa. Per fare un esempio, su contravelenu (che è un antidoto costituito da uno scapolare contenente parti mummificate di animali venefici, che descriverò più avanti) guarisce le punture velenose con l'imposizione degli stessi animali, o di altri simili, che le hanno prodotte.
Talvolta invece la materia terapeutica è correlata alla malattia da una sorta di similarità. Pertanto, dal sapore, dalla forma o dal colore di una pianta si può determinare l'uso specifico che se ne può fare per guarire (o provocare) una malattia. Per esempio, contro l'itterizia gioverebbero i petali gialli di certi fiori; mentre erbe variegate guarirebbero malattie della pelle.
Le virtù terapeutiche di molte erbe sono state certamente rilevate e confermate dall'esperienza con il loro uso secolare - non dissimilmente la moderna farmacologia, che sperimenta su cavie, anche umane, la validità dei suoi prodotti. Certamente da tempi preistorici, l'uomo ha imparato a conoscere il potere cicatrizzante o febbrifugo o stimolante o sedativo di certe sostante vegetali; e la conoscenza e l'arte della fitoterapia si sono tramandate per generazioni di stregoni fino ai nostri giorni. E ciò, nonostante la feroce repressione cui l'antica medicina è stata sottoposta dal potere cosiddetto scientifico.
Ancora collegata alla legge di similarità è la diffusa credenza che mangiare il cervello di animali intelligenti fa crescere l'intelligenza, o che il cuore e il fegato sviluppino la forza. Così pure per ridare virilità ai vecchi o svilupparla nei giovani si sostiene che giovi mangiare i testicoli di animali colludus (che si può tradurre con non castrati, ma integri) quali il gallo, l'asino, il cavallo e il toro. Tale credenza è stata fatta propria anche dalla medicina moderna che cura l'impotenza maschile con estratti di testicoli bovini o di primati e culmina con gli innesti di organi e di parte di essi. Comunque, tutti gli innesti che si operano nel mondo vegetale seguono la legge della similarità.
La materia usata in quasi tutti i processi terapeutici consiste principalmente negli elementi di primaria importanza per la sopravvivenza. Abbiamo così con le erbe, l'acqua, la terra, il grano, il sale, il sangue, la saliva, l'alito, o parti vitali di animali: testa, o per essa simbolicamente, dente o corno o anche lingua; e cuore, o, per esso simbolicamente il sangue.
Nella terapia del malocchio ricorrono frequentemente alcune pietre dure, come l'ossidiana e la corniola, usate come amuleto, su cui va a scaricarsi il fluido malefico (umbra de caoru, fascino di serpente) de s'oghiadori, di colui che lancia il malocchio. Viene anche usato un amuleto ricavato da una sezione di corno di cervo, o più semplicemente da un nastrino verde, che è usato per proteggere anche animali e oggetti dalla "distruttività" dell'altrui invidia.
Nella terapia dei traumi psichici (azzicchidus, spaventi, striadura, ammaliamento da strige), consistente per lo più in s'affumentu, il suffumigio magico, ritroviamo come materie d'uso, il fuoco, l'incenso e la palma, e l'acqua benedetta.
I guaritori dei nostri paesi, che fanno gran consumo di acqua benedetta, usano rifornirsene attingendola nascostamente con una bottiglietta dall'Acquasantiera o dal Fonte battesimale in chiesa; quindi la versano in una capace damigiana piena d'acqua normale, essendo sufficiente anche una solo goccia di acqua santa per "santificare" qualunque quantità di acqua in cui venga mischiata. Non si può però conservarla troppo a lungo: in quanto, per alcuni rituali, deve essere bevuta; pertanto tale acqua deve essere potabile.
Is brebus. Letteralmente: le parole; dal latino verbum. Sono le parole magiche che accompagnano sempre la preparazione della sostanza terapeutica e quasi sempre l'uso della stessa sostanza. Sono possedute e recitate in segreto (normalmente vengono bisbigliate) dal guaritore. Consistono per lo più in versetti di carattere religioso, ripresi dalla liturgia cattolica, adattati al caso, o anche in filastrocche, sempre di carattere magico-religioso, di carattere popolare, attribuite a santi taumaturghi (Sant'Antonio e la Madonna specialmente) che, si dice, le recitarono per operare guarigioni.
Is brebus non possono essere comunicati ad alcuno, se non si vuole incorrere in terribili castighi. Possono essere comunicati soltanto in punto di morte a persona scelta dallo stesso fattucchiere, e chi li riceve deve fare solenne giuramento di non usarli mai a fini di lucro.
Il rituale è l'insieme di atti che determinano la cerimonia. Può essere semplice o complessa, secondo il tipo di terapia usata, in rapporto alla minore o maggiore gravità del male da guarire. O se si preferisce: in rapporto al grado di resistenza che gli spiriti del male, o altre forze più o meno occulte, oppongono alla volontà del guaritore durante il processo terapeutico-liberatorio.
Credo sia importante sottolineare che al di là della materia, dei brebus e del rituale, per lo svolgimento positivo del processo terapeutico è fondamentale il rapporto tra guaritore e malato. Devono essere ambedue animati dalla fede in ciò che fanno e devono essere uniti da reciproca simpatia.



La paura e la fede

La paura è uno stato d'animo assai complesso, presente in ogni uomo in quanto creatura fragile, limitata effimera. Tanto più l'uomo vive in ambiente ostile, in situazioni aleatorie, di insicurezza, tanto più albergherà in lui la paura - che attanaglia talvolta con morsi feroci, e tal'altra rode, con sottile incessante crudeltà.
La paura può essere determinata non soltanto e non tanto da qualcosa di reale, quanto dall'irreale, da ciò che è immaginario o ignoto o indefinito. In quest'ultimo caso alla paura si associa l'ansia, uno stato patologico di angoscia che può produrre mutamenti di rilievo nella psiche: forti depressioni, ossessioni, allucinazioni auditive e visive, con disturbi anche di carattere fisiologico, specie nelle funzioni gastroenteriche, nella circolazione e nel ricambio della pelle.
La magia dello stregone guaritore si innesta su questo sentimento di insicurezza, di paura dell'ignoto, di impotenza davanti alle oscure forze che animano la natura - sia che egli usi la magia nera, per "legare", compiere fatture e sortilegi "ammalianti", sia che usi la magia bianca per "sciogliere", rasserenare e guarire.
Il convincimento o anche il solo sospetto che un pericolo ignoto ci sovrasti (forze demoniache avverse, o la "fattura" di un invidioso, o la malevolenza di un poliziotto o di un superiore, dai quali ci si aspetta un tiro mancino) è sufficiente a produrre, con la paura e con l'ansia, una nevrosi - la cui portata, le cui laceranti conseguenze nella personalità non sono facilmente prevedibili, ne facilmente reversibili, con metodi e farmaci cosiddetti scientifici.
Sembrerebbe si debba applicare anche qui la legge della affinità: misteriosa è la causa che ha prodotto il male, misteriosa dovrà essere la terapia che eliminerà il male.
E misterioso è anche l'elemento fondamentale, la fede, conditio sine qua non per ottenere la guarigione. Un concetto ribadito più volte dal Gesù-guaritore nel comunicare l'arte del terapeuta ai suoi apostoli: con la fede guariranno i lebbrosi e gli storpi cammineranno. Nessuna terapia - e non soltanto nel campo strettamente psichico - è veramente efficace se colui che vi viene sottoposto non è convinto della sua validità: se cioè non ha fede nel guaritore e fiducia nel farmaco.
Nella medicina popolare - ma ciò è riferibile anche alla medicina moderna - il guaritore assume il ruolo di sacerdote, e i due ruoli finiscono per confondersi. Nella credenza popolare, il prete, in quanto sacerdote, non può non essere un fattucchiere, uno capace di fare magie, sia nera che bianca, per ammalare o guarire, legare o sciogliere. Is Vangeus, i Vangeli, il libro sacro del prete, contiene scritti is brebus, le parole magiche, necessari per fare, o per disfare le "fatture". Non sono pochi i sacerdoti - non solo cattolici - che nei nostri paesi si prestano alla "lettura dei is Vangeus" in chiesa, lettura dei Vangeli secondo un apposito rituale, per liberare pazienti da mali oscuri (artrosi, coliche, inappetenze, anemie, spaventi, eccetera) provocati da fatture, jettature, ammaliature: effetti di pratiche di magia nera.



Corpo sano in mente sana

Si sostiene che il popolo sia materialone, incapace di intendere i valori e i significati dello spirito. Niente di più falso. Nella medicina popolare il principio mens sana in corpore sano viene addirittura ribaltato. Il corpo è considerato l'involucro dell'anima, che è l'essenza della vita: l'eterno, o ciò che aspira all'eternità, costretto in caduca effimera sembianza, per una oscura condanna.
Pure avendo grande attenzione e rispetto per il corpo, in quanto "apparenza", modo di apparire dell'anima, è questa, l'interiorità, di cui ci si preoccupa maggiormente nell'arte della medicina popolare. Il cui principale scopo è quello di curare l'anima per mantenere sano e efficiente il corpo. Una preminenza dell'anima sul corpo compare in tutto il complesso dei riti terapeutici popolari che ho osservato.
Ogni male che affligge il corpo è conseguenza di un male che si annida nell'anima - secondo un'evidente teoria medica psicosomatica - ed è l'anima che plasma a propria somiglianza il corpo; talché l'anima pura ha belle sembianze corporee. (E a questo proposito, il positivismo del Lombroso, del Ferri e del Niceforo non andavano molto più in là, sostenendo che esiste un rapporto tra criminalità e forma del cranio e caratteri somatici).
Febbre, foruncolosi sono sintomi fisici di una male psichico: lo spavento; anemie, inappetenza, pallore sono sintomi di ogu liau, malocchio, a opera di jettatori; artrosi, cefalee, coliche, paralisi, lombaggini sono sintomi di "fatture" compiute da stregoni prezzolati da nemici, da gente "che vuol male", gente "invidiosa".
Largamente diffuso appare ancora l'uso terapeutico della musica, del canto e della danza, che si fondono spesso tra loro. Basti pensare al ballo della tarantola, su ballu de s'argia, una terapia contro il morso di un mitico insetto costituita da un rito collettivo basato su musica, danza e canto. O anche a is attitidus, le lamentazioni funebri, che almeno in parte riescono a placare il dolore dei vivi per la perdita di un loro caro.
Tale terapia è rivolta essenzialmente ai mali dell'anima, seppure una melodia può rendere più tollerabile anche un dolore esclusivamente fisico.
Nella mitologia ritroviamo numerosi casi in cui si attribuiscono alla musica virtù terapeutiche, specialmente sedative. Orfeo ammansiva le fiere traendo melodie dalla sua lira. La malinconia, la noia dei potenti viene confortata nelle corti dai canti dei menestrelli e dalle danze delle fanciulle. Canti e danze durante i pasti assicuravano agli stessi potenti il rinvigorimento dei loro appetiti primari, dello stomaco e del sesso.
Un caso classico di musico-terapia nella risoluzione di crisi acute di schizofrenia ci viene dalla Bibbia: Davide suona l'arpa per sedare le crisi di re Saul, che ci viene descritto come uno psicopatico che alternava fasi di profonda depressione a fasi di feroce aggressività. Non molti anni fa ho conosciuto un giovane schizofrenico, il quale riusciva a controllarsi e a placarsi sedendo davanti all'organo e improvvisando lunghissime e straordinarie melodie. A me che lo ascoltavo per ore, sembravano l'espressione, anzi i tumulti stessi del suo animo, i suoi pensieri e le sue emozioni che si liberavano. Alla fine restava come vuotato da ogni energia e insieme da ogni paura, da ogni ossessione. Credo che nessun farmaco sedativo raggiungesse in lui lo stesso risultato.



Dei e santi taumaturghi

Agli dei pagani, il cattolicesimo ha sostituito i santi. Come nell'Olimpo greco gli dei si dividevano i ruoli, secondo gli attributi loro propri, diventando sovrintendenti alle varie arti e professioni e a ogni stato o condizione dell'uomo, così i santi dell'Olimpo cattolico. Abbiamo santi specifici che tutelano e proteggono professioni, arti e mestieri - in mancanza di una legislazione previdenziale sociale dello stato. Abbiamo persino santi che proteggono i ladri, i militari e le prostitute. Santa Barbara è addetta agli esplosivi. San Luigi Gonzaga e San Domenico Savio proteggono la purezza dei fanciulli, e quella delle fanciulle è guardata da Santa Maria Goretti, mentre San Martino, oltre a custodire le botti del vino, è il protettore dei mendicanti. C'è poi tutta una categoria di santi rurali che sovrintendono alla semina, al raccolto, e perfino alla difesa di colture specifiche, come Santa Fara, protettrice del grano. Tra questi, i più famosi, San Francesco d'Assisi che tutela nel suo insieme la natura, e deve avere un gran bel daffare in questi tempi di inquinamento e degradazione ecologica; San Bernardo, che bada alle api; San Bendetto da Norcia, che si occupa di bonifiche; San Romualdo, che attende alle foreste; e così via.
Altrettanto numerosi i santi che sovrintendono alla medicina, praticamente una per ogni morbo. A questi, come nella organizzazione terrena delle Unità Sanitarie Locali, ci si rivolge secondo il male che si ha e la specializzazione propria di ciascun santo guaritore. Tuttavia, alcuni santi maggiori hanno poteri curativi a largo spettro d'azione e ad essi ci si può rivolgere come può farsi con il medico generico, di famiglia. Così alcuni dei del passato, come Esculapio per i Greci e Serapide per gli Egizi, sovrintendevano alla medicina in generale, erano supremi guaritori, ai quali ci si rivolgeva per la soluzione di ogni malattia. Numerosissimi erano gli attestati che documentavano nei templi a lui dedicati le guarigioni operate da Esculapio figlio di Apollo. Non meno numerose di quelle che si attribuiscono in tempi attuali in Sardegna a Santa Vitalia, di Serrenti, il cui santuario è ricolmo di ex voto, che annualmente si rinnovano ad ogni pellegrinaggio.
Nell'antichità, il dio Thoth era prevalentemente associato alle malattie degli occhi; attualmente il compito di proteggere la vista è stato assunto da Santa Cecilia. E con tali accostamenti, per significare quanto del passato continua a vivere pressoché immutato, si potrebbe continuare a lungo.
La medicina, nata come magia, resta ancora oggi correlata per gran parte alla religione, al sovrannaturale che regge e governa il naturale. Medicina e religione traggono la loro sostanza dalla magia. Il sacerdote e il medico in effetti sono considerati due guaritori: uno cura il corpo e l'altro l'anima. Ma così come i confini tra la sfera del fisico e dello psichico si confondono, così pure tendono a confondersi le professioni dei due guaritori.
I moderni guaritori, i "luminari", che fondano ogni loro intervento sulla conoscenza scientifica, nelle cliniche di loro proprietà o da loro dirette, consentono la presenza di rosari santini scapolari e amuleti di ogni genere, che la gran parte dei pazienti indossano o tengono in testa al letto, che costituiscono un aspetto chiaramente psicoterapeutico. Senza questi magici, sacri amuleti, ben difficilmente lo stesso paziente accetterebbe di sottoporsi ai trattamenti scientifici di cura, e ben difficilmente gli stessi trattamenti raggiungerebbero, in quei pazienti, l'effetto voluto. Non c'è medicina senza un fondo di magia; non c'è guarigione senza la presenza di un guaritore carismatico, oggi rappresentato dal "luminare" che "opera miracoli", senza il contemporaneo sostegno di una divinità, di un santo, di una forza sovrannaturale, che dia il benevolo assenso alla guarigione.
Gesù - figlio incarnato di Jahvé, dio degli Ebrei e dei Cristiani - agli occhi dei suoi fedeli non è tanto colui che ha predicato una rivoluzionaria dottrina sociale fondata sulla fratellanza, ma il Sommo Taumaturgo, un prodigioso guaritore, che può cancellare tutti i peccati e guarire tutti i mali. Egli non guarisce soltanto i mali dello spirito, scacciando i demoni dal corpo degli invasati trasferendoli nei porci, ma anche lebbrosi e storpi e arriva fino a operare resurrezioni, come avvenne con Lazzaro. Egli, Gesù, conosce l'arte della medicina magica, la cui potenza taumaturgica è data dalla fede, e la trasmette, prima della sua morte, ai suoi continuatori.



S'aqua abrebada

S'aqua abrebada è l'acqua miracolosa, resa tale con is brebus, le parole magiche. E' l'elemento che maggiormente ricorre nei riti terapeutici popolari.
La fede - come si è detto - sta alla base dell'efficacia di molte terapie nell'antica medicina, quando si riteneva che le malattie fossero provocate dalle possessioni di spiriti maligni o dei loro influssi. La forza terapeutica della preghiera, della invocazione al Sommo Guaritore, è sottolineata in tutti i testi religiosi. Anche attualmente la chiesa sostiene che una preghiera, una invocazione espressa con profonda fede produce il miracolo della guarigione. Le fortune del Santuario della Madonna di Lourdes, che può considerarsi un immenso policlinico dove si pratica la magia terapeutica, sono legate a questo concetto di fede.
Un concetto simile era proprio della medicina druidica: ogni terapia si svolge nella fede, che deve essere nel guaritore e deve essere nel malato.
Non è difficile riconoscere, anche in numerosi riti terapeutici che attualmente si usano in Sardegna, la derivazione dal druidismo.
La religione dei druidi - che da tempi remoti si diffuse nell' Europa - nei suoi aspetti di dottrina medico-magica non è stata mai sostanzialmente soppiantata dal cristianesimo, e ha continuato a conservarsi nei secoli fondendosi con elementi della nuova dottrina religiosa.
I sacerdoti celti erano maestri nelle arti magiche e il loro ruolo primario era quello di guaritori. La medicina popolare, specialmente diffusa tra i ceti contadini, è chiaramente derivata dalla medicina druidica, le cui tecniche terapeutiche sono simili a quelle in uso tra i nostri guaritori. In primo luogo i riti dell'acqua.
I guaritori druidici, per allontanare gli spiriti maligni dal corpo di un malato, usavano avvicinare al paziente un recipiente d'acqua e versarvi dentro alcuni carboni accesi, pronunciando nel frattempo gli scongiuri di rito: l'invocazione agli spiriti del bene affinché sorgessero dai quattro angoli della terra e operassero la guarigione, scacciando gli spiriti cattivi.
Una diffusa diagnosi dei sacerdoti druidici consisteva nello scavare per terra due fossette e di riempirle di acqua. Quindi si portava il paziente e lo si sdraiava tra le due fossette d'acqua: una rappresentava la vita e l'altra la morte. Se il paziente, in stato d'incoscienza, si voltava verso la buca di destra, egli si sarebbe salvato; se al contrario si fosse voltato sulla sinistra, egli sarebbe morto.
Le fonti d'acqua erano per i druidi fonti di salute, nel senso che dall'acqua essi traevano ogni loro forza per operare le guarigioni. I pozzi erano sacri e venivano segnalati da pietre erette, simbolo maschile, di segno opposto all'acqua, simbolo femminile. La terapia per ogni genere di malattia, dell'anima e del corpo, mediante l'immersione o le abluzioni, era assai diffusa.
Ritroviamo l'acqua in molti dei riti terapeutici descritti in questo lavoro. In taluni di questi riti è richiesta l'acqua santa, che il guaritore prende in chiesa o si fa benedire da un sacerdote carismatico. In altri è sufficiente l'acqua comune che viene resa "santa", e quindi taumaturgica, recitando gli appositi brebus.
Anche in Sardegna i pozzi, di norma consacrati a qualche divinità, e dopo il cristianesimo a venerabili santi, sono ritenuti potenti risanatori. Molti incantesimi si fanno o si sciolgono con l'acqua dei pozzi. Anticamente, si dice che risolvessero i disturbi mentali; ma la loro funzione più nota era quella di dare l'eterna giovinezza. Altri pozzi erano rinomati per la loro acqua capace di guarire l'artrosi deformante. Io stesso, qualche anno fa, ho visto una lunga coda di macchine in sosta sui tornanti dei monti di Dolianova, dove quotidianamente la gente attingeva acqua da una sorgente, che ha il potere - si diceva - di guarire tutti i "mal di pietra", le calcolosi ovunque localizzate: reni, vescica, fegato.
Nel singolare rito di s'imbrusciadura (l'avvoltolarsi rituale per guarire dagli spaventi, che ho scoperto negli Anni Cinquanta in un paese dell'Oristanese), in una delle sue varianti usa una o anche quattro fossette piene d'acqua su cui il malato si avvoltola.



I nuovi stregoni

Intorno al XV° Secolo, al suo sorgere, la medicina moderna trovò non poche resistenze al suo affermarsi nella medicina pratica, ben radicate nell'uso e nel costume popolare, con il suo contorno magico-simbolico. Non si trattò probabilmente tanto di uno scontro di idee, metodi, impostazioni di scienze mediche opposte, quanto di rivalità tra nuove e vecchie caste di guaritori, queste tendenti a conservare i privilegi soprattutto di carattere morale che dalla loro arte veniva loro; le nuove caste, forti del crisma che veniva loro dalla Scienza, nel dare la scalata per il monopolio nell'arte del guarire, ne vedevano soprattutto i privilegi economici e di potere che ne avrebbero potuto trarre.
La nuova medicina dunque per sgombrarsi il terreno dai loro antichi e ancora robusti concorrenti mosse dapprima con le accuse di ciarlataneria, poi di malvagità e infine di stregoneria. Facendo ciò la moderna medicina puntava ancora una volta sulla superstizione: voleva far credere che in quanto stregoneria tutta la medicina antica (fatte alcune eccezioni per due o tre mitici guaritori che nominò precursori scientifici) era da considerarsi magia nera, diabolica; assumendosi quindi il carattere di magia bianca, sostenuta dalle forze del bene.
La Chiesa - il cui apporto ebbe un gran peso nello scontro (contrariamente alla sua ostilità e diffidenza nei confronti della nuova scienza basata sulla verità matematica) - si schierò dalla parte dei nuovi stregoni, dai quali in cambio avrebbe ricevuto l'ambito crisma di scientificità che nei secoli futuri le avrebbe consentito di continuare a vivere e a prosperare.
In virtù di questa alleanza, la scienza ufficiale, che in privato considera il cristianesimo niente di più che superstizione e ignoranza, in pubblico rilascia patenti di scientificità e verità ai miti della Chiesa. Ogni qualvolta la Chiesa necessita di acquistare credito in un mondo fattosi scettico, la scienza ufficiale si dà agli studi archeologici per situare con precisione dove si trovi il Monte Ararat e in quale punto approdò l'arca di Noè, o in quale sito del Sinai furono date a Mosè le Tavole della Legge, o si dà a studi di alta ricerca biochimica per individuare le sostanze componenti la manna che Jahvé mandò nel deserto al suo popolo, o per dimostrare l'autenticità del sudario che avvolse il Cristo dopo la sua deposizione dalla croce, o quale fra le centinaia di migliaia prodotti fossero i veri chiodi estratti dalla croce di Gesù. E poco conta che nessuno storico riporti l'usanza di inchiodare i condannati alla crocefissione: si vuole che per Gesù fosse stata fatta una eccezione. Per altro, la questione dell'inchiodamento usato in sostituzione della legatura con corde, ha dato luogo a diatribe, anche recenti, sul punto del polso, e non della palma della mano, in cui i chiodi sarebbero stati conficcati, per poter sostenere il corpo dell'appeso.
La repressione della stregoneria (il termine è improprio in quanto indicava tutto il patrimonio culturale di antiche civiltà conservatosi a distanza di quindici secoli dall'avvento del Cristianesimo) fu consumata in un mare di sangue. Certamente la situazione di estrema miseria e degradazione di quel periodo ne favorirono l'attuazione. L'umanità attraversava uno dei momenti più bui della sua storia: ignoranza, fame, epidemia funestavano le campagne. Si era persa ogni sicurezza nel presente e ogni speranza nel futuro. Si viveva in uno stato di profonda insicurezza che si traduceva in una sorta di ansietà patologica di massa, di cui i sintomi erano il fanatismo religioso e le isterie collettive. I rapporti sociali, ridottisi a rudimenti, gli stessi rapporti affettivi ne erano avvelenati e distorti; l'unica valvola alle tensioni era la individuazione, di volta in volta, di capri espiatori, di presunti responsabili, definiti demoniaci, dei mali di qualunque natura che affliggevano la comunità.
Le carestie, i morbi, le pestilenze erano opera di spiriti del male: ora tali demoni si erano incarnati negli antichi guaritori, nei veggenti testimoni di antichi culti religiosi, molti dei quali esercitavano l'arte della medicina. Costoro dunque venivano additati come i diffusori di ogni male, costoro erano dunque gli "untori" che bisognava colpire, eliminare. Distruggendo i loro corpi con il fuoco li si liberava dalla possessione demoniaca, e gli stessi demoni perdevano l'elemento per materializzarsi e quindi la possibilità di compiere le loro nefandezze, spargendo il terrore con le loro infernali pestilenze.
Il termine di stregoneria resta da allora sinonimo di magia nera. Le vittime della grande caccia furono principalmente le donne guaritrici, dichiarate streghe, succubi lussuriose di Satana, il grande Caprone, torturate e mandate al rogo. A nulla valsero le appassionate difese (assai rilevanti per quei tempi oscuri) che tentarono di sostenere queste donne-strega dichiarando che esse praticavano magia bianca, che ricorrevano a terapie naturali, quali le erbe, che inserivano nelle terapie la pratica religiosa secondo l'ortodossia, e infine che erano del tutto disinteressate, non pretendendo mai compensi dai loro assistiti. Ed era forse quest'ultimo punto che più pesava nel giudizio che le mandava a morte.
Tuttavia, nessuna persecuzione, neppure le stragi di streghe che dal XV° Secolo si protrassero, in alcuni paesi come la Spagna, fino al XIX° Secolo , riuscirono a sradicare nel popolo i suoi antichi riti terapeutici, le sue formule mediche, i suoi carismatici guaritori - mentre i nuovi guaritori, gli stregoni scientifici, dovettero contrastare una vasta categoria nata nel loro stesso seno: quella dei ciarlatani.



Gli amuleti

Osservando nei suoi aspetti formali la medicina popolare, ritroviamo di frequente, insieme ad alcune sostanze ricavate da piante o animali ritenuti sacri o demoniaci, numerose pietre. Accanto al pezzo di corno di cervo o a su scrittu (scapolare contenente parole magiche), per tenere lontano il malocchio troviamo anche alcune pietre dure, specialmente ossidiana, corniola, ametista. Provenienti dalla necropoli punico-romana di Tharros, erano diffusi tra i ceti benestanti gli scarabei sacri, amuleti in pietra dura di squisita fattura egizia. Molte pietre dure o preziose avevano sia valore scaramantico, protettivo, sia valore terapeutico per diversi disturbi legati alla sfera psichica, quali l'ipocondria, o per il mal di capo, eccetera.
Anche i monili d'oro e d'argento, di cui è ricco l'antico costume sardo, specie quello della donna, hanno la funzione di amuleti.
Si può anche parlare, se vogliamo, di metalloterapia, quando da metalli e pietre venivano staccate minute particelle, messe nell'acqua che poi veniva bevuta come medicamento.
Dovunque l'oro è un metallo di valore, è comune l'attribuzione ad esso della virtù di rafforzare l'intelligenza - e non soltanto per il potere che dà a chi lo possiede. E' d'uso, per non dire che è d'obbligo, da parte dei padrini regalare al neonato un oggettino in oro di carattere personale, quali anellino, braccialetto, orecchino, collana, quale augurio di benessere.
Amuleti e talismani per tenere lontani gli spiriti del male e i loro influssi nefasti, o per accattivarsi gli spiriti del bene, sono ancora assai diffusi. Tentarne un elenco sarebbe troppo lungo. Tutto, in pratica, può avere valore scaramantico o curativo, o per affinità e simpatia o per la legge degli opposti che si respingono l'un l'altro. Così, tutto ciò che è ritenuto sacro respinge tutto ciò che è ritenuto demoniaco. Tuttavia, tutto ciò che è ritenuto demoniaco contiene una sua forza che può essere impiegata contro altra forza ugualmente demoniaca, se si riesce a piegarla alla propria volontà.
Anche i colori hanno poteri talismanici: il verde protegge dal malocchio, dalle calamità in generale; il rosso provoca turbamenti psichici fino all'ossessione. Il bianco è simbolo del bene, della purezza; il nero è simbolo del male, della malvagità. Ai bambini, ma anche ad animali di pregio e perfino alla sedie della camera bella, si legano fiocchetti di colore verde.
Il nostro contadino, con la lama del proprio coltello, premendola di piatto sulla ferita provocata da un animale ritenuto venefico, ne annulla gli effetti.
Una semplice foglia d'erba può, in una situazione di emergenza, placare un gonfiore o i crampi di una colica, se applicata sulla parte dolente o se ingerita.
E per finire, lo stesso abbigliamento può assumere valore e funzione talismanici. E' diffuso il convincimento che l'indossare un capo di biancheria a rovescio preserva dal malocchio, o più in generale protegge dagli spiriti del male. Gli stessi effetti si ottengono facendo il segno della croce con la mano sinistra o sputando per terra.



Gli operatori della medicina popolare

Is ominis de mexina, gli operatori della medicina, ancora presenti nei nostri villaggi, appartengono quasi sempre ai ceti contadini poveri e a quella età che si potrebbe definire del pensionato - con le debite eccezioni, soprattutto per coloro che appartengono al sesso femminile, dove si riscontrano soggetti più giovani.
In rapporto allo stato civile, nei maschi prevalgono nettamente i celibi, che mostrano spiccate vocazioni sacerdotali con una visione mistica della realtà. Nelle femmine, nubili e coniugate si equivalgono numericamente, ma predominano le vedove. A seconda dello stato civile di appartenenza si rilevano differenze nei diversi settori di intervento.
In rapporto al sesso vi è una notevole prevalenza delle donne. Ciò credo sia dovuto anche al ruolo sociale che esse hanno nella comunità, di minore responsabilità nella produzione, e di conservatrici e diffonditrici dei valori tradizionali.
I guaritori e le guaritrici non vengono mai nominati dalla loro gente con gli epiteti che abbondano nel linguaggio popolare, quali brusciu, stria per strega, mazina, spiridada, oghiadori, e altri; ma vengono chiamati con il loro nome e cognome, cui sempre si premette "ziu" o "zia" con significato di rispetto; talvolta anche viene usato l'appellativo di "omini santu" o "femina santa".
Pur essendo tutti, ciascuno nel proprio settore, considerati guaritori (secondo il principio che le malattie sono originate da spiriti cattivi), colui o colei che ha la capacità (o come si dice qui sa forza) di guarire comandando agli spiriti demoniaci, così pure essi possono ammalare, comandando agli stessi spiriti di intervenire. In poche parole: chi ha il potere di sciogliere ha anche quello di legare; pertanto chi pratica la magia bianca può anche usare la magia nera.
Tali operatori, secondo la credenza popolare, sono dotati di poteri sovrannaturali, per concessione di Dio o del Diavolo, su intercessione di santi o di diavoli minori, pur essendo all'apparenza persone comuni. Una delle caratteristiche che viene loro attribuita è quella di possedere una particolare energia fluidica, positiva o negativa, che essi possono comunicare anche a distanza, ma che da essi si sprigiona con maggiore efficacia attraverso i sensi della vista e del tatto. Da qui l'usanza di far toccare da chi ha fama di essere oghiadori la persona o l'animale che siano stati involontariamente guardati e ammaliati. Da qui anche deriva la tecnica terapeutica della imposizione delle mani (la pranoterapia), che è pratica assai diffusa riservata in particolar modo ai guaritori che possiedono un particolare fascino magnetico, chiamato umbra de caoru, che si potrebbe tradurre con "fascino di serpente".
E' propria del sacerdote l'imposizione della mano in segno di benedire, conferire un crisma, liberare o preservare dal male: un gesto rituale comune tra i "potenti".


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UGO DESSY

SU TEMPUS CHI PASSAT
IL TEMPO CHE PASSA

Volume I

S'ANNU DE SU MESSAJU
L'ANNO DEL CONTADINO

ALFA EDITRICE - QUARTU SANT’ELENA 1989

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A mia madre
che mi insegnò a conoscere e amare
la mia terra e la mia gente.

Un ringraziamento a quanti hanno collaborato alla realizzazione di questa opera.

Seconda pagina di copertina:

Rivivendo il passato in queste pagine, mi rendo conto (non senza pessimistiche previsioni per il futuro dell’umanità) che della mia terra, così come l’ho conosciuta, che della mia gente, così come viveva, che di me stesso, così com’ero, è rimasto ben poco, se non come esperienza – memoria ancora viva e con la speranza di vivere, ma destinata a morire: non con la serenità di chi ha concluso naturalmente il proprio ciclo vitale, ma con la disperazione e la rabbia di chi è irreparabilmente devastato da un cancro.


Terza pagina di copertina:

Biografia
Le attività di insegnante e di pubblicista, vissute con coerenza e impegno ideologico, vedono Ugo Dessy presente con la gente sarda nella continua lotta per il riscatto civile: nell'Iglesiente, con i minatori, per il Fronte Popolare; in Marmilla, con i contadini, per l'occupazione delle terre incolte; nell'Oristanese, con i pescatori, per la liberalizzazione degli stagni; in Barbagia, con i pastori, contro l'occupazione militare; con i giovani, per la loro crescita sociale e politica, nei Centri di Cultura AILC e MCC e con i gruppi extraparlamentari e libertari del '68; con i radicali per i diritti civili; con gli oppressi di tutto il mondo per la liberazione dell'uomo.

Bibliografia
Ugo Dessy è stato collaboratore e redattore di numerosi giornali e riviste. Tra questi Tempo presente, Sardegna oggi, Il Giornale, Il Punto della settimana, Nord e Sud, L'Astrolabio, Sassari sera, ABC, Mondo giovane, La Nuova Sardegna, A-Rivista Anarchica, Aut, Herodot, Umanità nova, L'Internazionale, Sa Republica sarda, e altri.
Narratore e saggista Ugo Dessy ha pubblicato tra l'altro Il Testimone - Fossataro - Cagliari, 1966; L'Invasione della Sardegna - Feltrinelli - Milano, 1969; Stato di Polizia, Giustizia e Repressione - Feltrinelli - Milano, 1970; Un'Isola per militari - Marsilio - Padova, 1972; Il Diario dello Stregone - Marsilio - Padova, 1973; La Rivolta dei pescatori di Cabras - Marsilio - Padova, 1973; Quali Banditi? - Bertani - Verona, 1977; La Maddalena, morte atomica nel Mediterraneo - Bertani - Verona, 1978; I galli non cantano più - Bertani - Verona, 1978; Segni della cultura popolare - Alfa Editrice - Cagliari, 1984; Informazione antimilitarista (antologia) - Livorno 1984; Un grande amore (antologia) - La Spiga - Milano, 1984.



Presentazione e piano dell'opera

Questo libro è il primo di un'opera dedicata alla Sardegna, che raccoglierà sistematicamente un vasto materiale di testimonianze, di studi, di memorie su aspetti di una cultura sommersa, su persone fatti cose di un mondo che scompare. L'opera, progettata in sei volumi, si intitolerà SU TEMPUS CHI PASSAT - quasi a scandire l'umano dramma esistenziale nel tempo che passa, nel mistero del palpito effimero: il caduco che si ripete eternamente nell'infinito pulsare della vita cosmica.


Questo, per grandi linee, il piano dell'opera:
Volume primo - S'annu de su messaju / L'anno del contadino.
Le stagioni, i mesi, i giorni. Il ciclo produttivo della terra. Usi e costumi. Racconti in lingua sarda con traduzione a fronte. In appendice: Dicius e frastimus / Detti e invettive. La questione del bilinguismo. Sintesi cronologica della storia della Sardegna.
Volume secondo - Sa mexina / La medicina. Is ominis de mexina / I guaritori. Medicina e magia. S'argia, la tarantola: il mitico ragno socializzatore. S'imbrusciadura: un singolare rito terapeutico. Chiesa e stregoneria.
Volume terzo - Ainas e fainas / Strumenti e opere. Arti e mestieri: della terra, dell'allevamento, della pesca, delle arti, delle scienze, del commercio, dell'industria, della burocrazia, delle donne. Attività singolari.
Volume quarto - Is festas, sa poesia, su binu / Le feste, la poesia, il vino. Feste e leggende. Il carnevale. Sagre e feste rituali. Riti funebri. La poesia.
Volume quinto - Piccioccus de crobi / Il mondo del fanciullo.
Su traballu, su giogu, is gioghittus / Il lavoro, il gioco, i giocattoli. Testimonianze sul lavoro minorile. I bambini parlano dei problemi del mondo dell'adulto. In appendice: la scheda illustrata come attività espressiva, nell'educazione del fanciullo.
Ciascun volume sarà corredato di un glossario dei termini sardi più significativi, relativi agli argomenti trattati.
Volume sesto - Dizionario storico, geografico, etnologico, linguistico - Sardo / Italiano.


Tengo a precisare che il mio lavoro non vuole essere un saggio specialistico, esaustivo e neppure un contributo ai tanti polpettoni folclorici che dalla metà del secolo scorso la cultura ufficiale ha sfornato in funzione del colonialismo. Se per il potere vale la regola del conoscere per dominare, dominare per sfruttare; qui, si vuole conoscere per capire, capire per amare.
E' superfluo dire che rifiuto le definizioni correnti di cultura egemone e cultura subalterna: nel senso che rifiuto, anche nell'uso dei termini, la giustificazione e la conservazione delle cause economico-politiche che sono all'origine della disuguaglianza tra popoli di cultura diversa - con tutto il ciarpame di pregiudizi razzistici e di pseudoscientificità, tendenti in ultima analisi a dimostrare la superiorità o l'inferiorità di una cultura rispetto a un'altra.
Così come non esistono di per sé economie sottosviluppate ma paesi sfruttati; così pure non esistono culture arretrate ma popoli la cui libertà di esprimersi e di crescere è soffocata dalla colonizzazione: la supremazia di un paese sull'altro non è data da valori culturali, ma esclusivamente da un maggior grado di "civiltà" nella tecnologia: cioè a dire nella produzione delle armi e nell'uso della violenza.
La cultura trova, qui, il suo più alto valore in tutto ciò che, in qualunque forma e con qualunque mezzo, esprime la vita e la esalta, stimola e favorisce la libera crescita e la realizzazione autentica dell'uomo, che affratella, dà pace e felicità.
E' da considerare incultura (da qualunque potere sia illuminata) tutto ciò che, in qualunque forma e con qualunque mezzo, disprezza e nega la vita, comprime e reprime la naturale crescita umana producendo mostruose devianze, che divide e genera violenza rendendo l'uomo insicuro, miserabile, infelice.

In particolare nelle testimonianze e nei racconti, ho usato - fin dove mi è stato possibile o meglio fintanto che ne sono stato capace - la stessa lingua, gli stessi moduli espressivi, la stessa verve della gente che testimonia o di cui si parla: la stessa gente che è la protagonista e alla quale è dedicato il mio lavoro.
Ho evitato interpretazioni mie personali, se non quelle elementari che si ritrovano più o meno esplicite nelle stesse cose o nei fatti testimoniati. D'altro canto, le analisi e le interpretazioni del sociale, fatte nell'euforia di una bettola o davanti al fuoco di un caminetto non sono meno serie o valide di quelle accademiche.
Gli strumenti del mio lavoro di ricercatore e di scrittore, così come di ogni altra mia attività creativa, sono rivolti alla liberazione del mio popolo, e della mia in esso. Si tratta, in pratica, di strumenti conoscitivi ed espressivi propri della cultura del mio popolo - strumenti con i quali mi realizzo non soltanto in termini strettamente culturali, quali il sociale e il politico, ma anche e specialmente in termini affettivi. Voglio dire che concepisco questo mio lavoro semplicemente come un modo, a me congeniale, di instaurare rapporti con i miei simili.
Fatti, testimonianze, documenti, personaggi appartengono soprattutto al mondo dei Campidani, di cultura prevalentemente contadina, che si esprime in lingua sarda-campidanese.

Ugo Dessy



INTRODUZIONE

Raccolgo in questa opera - finché il tempo avaro me lo consente - i frammenti più significativi e urgenti di una lunga piena testimonianza corale. Una parte è fermata sulla carta, edita o inedita; un'altra parte, la più intima e cara è conservata dentro di me, fattasi pensiero e sentimento, diventata ciò che sono e ciò che potrò essere.
Rivivendo il passato in queste pagine, mi rendo conto (non senza pessimistiche previsioni per il futuro dell'umanità) che della mia terra, così come l'ho conosciuta, che della mia gente, così come viveva, che di me stesso, così com'ero, è rimasto ben poco, se non come esperienza - memoria ancora viva e con la speranza di vivere, ma destinata a morire: non con la serenità di chi ha concluso naturalmente il proprio ciclo vitale, ma con la disperazione e la rabbia di chi è irreparabilmente devastato da un cancro.
E il "cancro" è questa civiltà, questo "illuminato inferno" che avanza spegnendo la luce del sole, soffocando ogni anelito di umanità; è questo sistema di "sofisticata barbarie" che ha deificato la scienza del potere che tutto corrompe e distrugge.
Allo stato attuale delle cose, non c'é alcuna via di uscita, non c'è salvezza contro un simile cancro.
Certamente non è una soluzione, conservare imbalsamata una specie in via di estinzione in uno scorcio del suo habitat in cartapesta, per mostrarla a pagamento nei musei della storia e del costume.
Forse più umano - anche se neppure questa è la soluzione - raccogliere le immagini, le voci, le passioni, le ansie di un mondo (ancora vivo in me) che scompare, e lasciarle come "eredità di affetti". Affinché nei sopravvissuti cresca la conoscenza e la coscienza, e si esprima e si diffonda il giudizio, e venga - se ha da venire - il giorno dell'ira, della grande rivolta per amore dell'uomo.


Is tempus de s'annu sunt quattru: attongiu, ierru, beranu, istadiali.
(Le stagioni dell'anno sono quattro: autunno, inverno, primavera, estate.)
Is mesis sunt doxi: cabudanni, mes' 'e ladamini, totusantus, mes' 'e Idas, gennargiu, friargiu, marzu, abrili, maju, lampadas, mes' 'e argiolas, augustu.
(I mesi sono dodici: settembre, ottobre, novembre, dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto.)
Is diis de sa cida sunt setti: lùnis, màrtis, mèrcuris, giobia, cenabara, sabudu, dominiga. (I giorni della settimana sono sette: lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato, domenica.)



PARTE PRIMA

ATTONGIU - AUTUNNO
Stagione de sa binnenna, della vendemmia, e di inizio de sa laurera, dell'agricoltura.
"Octo dies innantis, octo dies pustis de Sancta Maria ispettaz attunzu". Otto giorni prima, otto giorni dopo la Natività della Madonna inizia l'autunno. (Detto comune).

Capitolo primo

CABUDANNI / SETTEMBRE

Cabudanni, (dal latino caput anni), settembre, apre l'anno in Sardegna. S'oberit sa binnenna, si apre la vendemmia. In ogni vigna, i vendemmiatori lasciano scrichillonis, racimoli, per i poveri che andranno a raspollare. Se i proprietari sono stati di buon cuore, i poveri della comunità potranno assicurarsi per l'inverno una botticella di vino da raspollatura, cun sa binnenna de scrichilloni.
Cucina, loggiato e cortile di casa vedono in questo mese affaccendarsi is feminas de su messaiu, le donne del contadino, nella preparazione delle conserve.
Alcuni decalitri di mosto, sottratti alla vinificazione, vengono cotti a fuoco lento e ridotti in saba, sapa, densa come una marmellata, da spalmare sul pane e per condire i dolci tradizionali de is mortus, dei morti. Tra questi, su pan'' e saba, pane confezionato con sapa.
I grappoli d'uva migliori di alcune varietà come lo zibibbo vengono legati in coppia con dei giunchi, scottati nella liscivia aromatica, messi su canne esposte al sole e infine appesi nei solai ventilati o nei loggiati, per ottenere sa pabassa, l'uva passa. A tempo debito si limpiat sa pabassa de su tenaxu, si spicciola e gli acini secchi si conservano cosparsi di finocchio selvatico.
I fichi di questa stagione, verdi, neri, marron, più piccoli ma assai carnosi, vengono deposti su larghi canestri di asfodelo sopra le tettoie che si affacciano sui cortili, a essiccare al sole vispo di cabudanni, fuori dal tiro dei famelici pennuti da cortile.
Così pure i pomodori, is tomatigas, debitamente aperti a metà e salati, si mettono a seccare su tavole inclinate, in attesa d'essere richiusi secchi e conservati in tiaunus, tegami, e in burnias, giare di terracotta, tra foglie di alloro e basilico.
Il frutto de sa figumorisca, del ficodindia, è in questo mese alimento principale del maiale e del povero. Nelle annate di abbondanza, quando il cielo manda acqua dopo l'Assunta, gli ultimi fichidindia vengono raccolti per farne marmellata. Il frutto del ficodindia è assai nutriente, ricco di zuccheri, ma chi ne mangia deve stare attento alle spine, microscopiche setole gialle che si infilano nella pelle provocando fastidiose irritazioni, e soprattutto bisogna guardarsi dai semi, perché se ingeriti in quantità eccessiva arrescint su carru, inceppano il carro, che nella immaginifica parlata popolare significa il blocco della defecazione.
Proverbio logudorese: "Sos maccos ingrassant ab su cabidanni", i matti ingrassano nel mese di settembre.

CAPIDANNE

"Per i Sardi il Capodanno vero e proprio cadeva nel mese di settembre, forse verso la metà. Settembre è ancora chiamato cabudanni in Campidano e capidanne in Logudoro e in Barbagia. E in realtà settembre è ancora il mese col quale ha inizio l'anno agrario. E' il tempo della riorganizzazione del lavoro. Di questo periodo sono tipiche le feste del Rimedio e della Santa Croce ad Oristano; di San Serafino a Ghilarza; di Santa Maria a Donigala Siurgus; dei SS. Cosimo e Damiano a Mamojada; della Madonna di Gonari a Orani. Nei giorni dedicati alla festa la comunità provvede a rinnovare attrezzi, bestie da lavoro e ogni altra cosa che si connetta con l'attività produttiva del nuovo anno. Per la circostanza si rinnovano anche tutti gli accordi contrattuali che hanno la durata dell'anno agrario.
E' stato detto che il capodanno sardo ha origini ebraiche, perché anche l'anno ebraico inizia il 15 settembre. Il Bonfante (Tracce del calendario ebraico in Sardegna - in Word v. pp. 171 e segg.) scrive che "non può essere altro che l'inizio dell'anno ebraico, che cade precisamente in quel mese". La voce sarda, afferma il Bonfante, traduce letteralmente l'ebraico ros-hannah. Ma c'è da osservare che per gli Ebrei tale data non è festiva; anzi è giorno di espiazione. Il 15 settembre degli Ebrei è detto "giorno del ricordo" perché richiama il patto di Dio con i patriarchi; è detto anche "giorno del giudizio", perché proprio in quell'epoca, secondo gli ebrei, dovrebbe avvenire il giudizio universale. Più probabile è l'origine bizantina. Anche per i Bizantini, l'anno aveva inizio nel mese di settembre; non solo, ma a settembre iniziava anche l'anno ecclesiastico, tanto per gli Ortodossi quanto per i Copti. Ma la verità è forse un'altra: che Ebrei e Bizantini trovassero in Sardegna il loro medesimo ordine calendariale proveniente da remote origini"
(Da "Riti pagani del capodanno sardo" di Sebastiano Dessanay - Sardegna Oggi n° 39 - 1964)

SU COMUNISMU PRATICAU SENE LEIS SCRITTAS
L'USO COMUNITARIO DELLA TERRA

De comente sa zente aumentaiat,
e s'est tottu sa terra populada,
in dogni bidda, cittade o burgada
su bene comunale tottu fiat,
parte e dirittu dognunu teniat
comente de bessidas e d'intrada,
fit in comunu patimentu e gosu
e nessunu non fit necessitosu.

Comunale teniant terra e fruttu';
bestiamin' e cant' s'est connotu;
su viver necessariu haiant tottu'
de vegetales e dogni produttu
non fit nessunu padronu assolutu,
dogni frade a su frade istat devotu;
e cun tale sistema beneficu
non fit nessunu poveru né riccu.
(Da Salvatore Poddighe "Sa Mundana Cummedia" - Cagliari 1928)

Così come la gente cresceva / e tutta la terra si popolava / in ogni paese, borgata o città / il patrimonio era tutto in comune / ognuno ne aveva diritto e parte / tanto nelle spese quanto nel guadagno / erano in comune sacrificio e benessere / e nessuno era bisognoso.

Erano in comune terra e frutti, / bestiame e tutto quanto dava la natura / tutti avevano il necessario per vivere / dei vegetali e di ogni prodotto / nessuno era padrone assoluto, / ogni fratello era compagno al fratello; / e con tale sistema benefico / nessuno era povero né ricco.

ORGANIZZAZIONE DELL'USO COMUNITARIO

Diverse e molteplici sono sicuramente le motivazioni che hanno portato le popolazioni della Sardegna ad adottare l'uso comunitario della terra. Fra queste, fondamentale, la necessità di sopravvivenza. Finita la dominazione romana, dimenticata dal nuovo dominatore Bisànzio, in balia delle incursioni dei Saraceni, i Sardi delle coste si allontanano dal mare, insediandosi nell'interno, fino a trovarsi a più diretto contatto con l'altro nemico: i pastori nomadi della Barbagia.
Una inimicizia oggettiva e storica - tuttavia non inconciliabile.
Inimicizia oggettiva, in quanto, semplicemente, un terreno seminato a grano non può essere dato in pascolo alle pecore; cioè a dire, l'uso che della terra ne fa il contadino è sostanzialmente diverso da ciò che ne fa il pastore. Da qui la necessità del pastore di avere terreni incolti per il pascolo e la necessità del contadino di proteggere le proprie coltivazioni dalle greggi.
Inimicizia storica, in quanto i dominatori cartaginesi, romani e successivi, occupando prevalentemente le coste e le pianure, assoggettano e in parte integrano il mondo contadino, e ìsolano e segregano il non integrabile mondo pastorale, mantenendolo in un perenne stato d'assedio. Il barbaricino vede così il mondo contadino come un tutt'uno con l'invasore, quindi come nemico.
D'altro canto, tale inimicizia ha giovato e giova al dominatore, giusta la regola del potere "divide et impera".
E' da precisare che, per ragioni climatiche, le greggi del mondo barbaricino hanno necessità vitale di utilizzare i pascoli delle pianure e delle coste durante i rigidi mesi invernali. Ciò fa comprendere quale dramma abbia comportato per il popolo barbaricino l'assedio dell'invasore, che lo costringeva a rigide forme di autarchia per poter sopravvivere. In simile contesto, le bardane, razzie nei territori occupati dal nemico, di cui si parla in altra parte di questo libro, erano un tentativo di compensazione - una espropriazione proletaria ante litteram.
Una volta che i sardi, contadini e pastori, riescono fortunosamente a liberarsi dagli stranieri, finalmente abbandonati a se stessi, risolvono lo storico millenario conflitto tra contadini e pastori (che la Bibbia fa risalire a Caino e Abele), con una originale organizzazione comunistica.
Per i contadini che si sono allontanati dalle coste, insediandosi nei nuovi territori, insieme alla necessità di proteggere le coltivazioni dalle greggi, sorge anche la necessità di riorganizzare su basi nuove i villaggi che si vanno costituendo. Dal canto loro, i pastori hanno la necessità di garantirsi pascoli aperti, per il loro bestiame brado e transumante.
Si arriva così - probabilmente nel corso dei secoli - al modello di villaggio, con l'insieme dei terreni di sua pertinenza, strutturato in fasce concentriche:
a) Al centro sa bidda, le case di abitazione.
b) Intorno alle case, i terreni coltivati a orti e vigne e oliveti, recintati da siepi di ficodindia e rovo, soggetti alla proprietà perfetta.
c) Subito dopo, si estendeva il vidazzone, seminativo, campi aperti, coltivati a grano e leguminose. Tutto il vidazzone era recintato da un muro a secco, in pietra, con una sola apertura, che lo divideva dal paberile, maggese, riservato al pascolo del bestiame masedu, dòmito - in maggior parte cavalli, asini, buoi da aratro, certamente anche la capra da latte per la famiglia.
Vidazzone e paberile costituiscono un'unica fascia; si alternano in un sistema di rotazione, a seminativo o a pascolo; e la loro rispettiva superficie varia secondo le necessità e le annate.
d) Nell'ultima fascia, i terreni incolti, cespugliato e bosco, detti saltus, riservati al pascolo brado, per pecore, capre, vacche e suini - compresi quelli transumanti, che dalla Barbagia scendevano a svernare.
A raccolto ultimato, nelle stoppie del vidazzone venivano immessi sia il bestiame masedu, di stanza nel paberile, sia le greggi e le mandrie brade, che stanziavano nel saltus. Ciò era consentito da fine luglio a fine settembre, il periodo appunto di stasi, tra il raccolto e l'aratura.
Il vidazzone veniva distribuito - in alcuni villaggi per sorteggio - a chiunque ne facesse richiesta. Il rimanente della fascia non seminata, il paberile, costituiva, come detto, il libero pascolo per il bestiame domito.
Il saltus, l'insieme delle terre incolte, cespugliate e a bosco, apparteneva in parte al villaggio (comunale) e in parte allo stato (demaniale); ma su tutti i terreni del saltus gli abitanti del villaggio esercitavano i diritti d'uso, detti ademprivi. Tali diritti consistevano nel taglio della legna, nella raccolta di frutti spontanei, in particolare ghiande, castagne, noci, bacche del corbezzolo, del lentischio per ricavarne l'olio; legname per la lavorazione, in particolare ginepro, castagno, noce, olivastro; raccolta della palma nana per la fabbricazione delle scope e del crine; di giunchi, asfodeli ecc. per l'intreccio di molti utensili quali cesti e corbule; diritto di pascolo e di fonte. Questi diritti erano essenziali per l'esistenza della comunità.
Questo sistema di possesso collettivo della terra e l'utilizzazione comunitaria del patrimonio naturale fu abolito dal dominatore sabaudo, con una serie di riforme, che hanno inizio nel 182O con l'editto delle Chiudende e culminano con l'abolizione dei diritti di ademprivio nel 1865. Le rivolte dei pastori e dei contadini vengono soffocate nel sangue. I moti de su connotu, costituiscono il momento storico più rilevante della rivolta popolare, in quel periodo. Torrare a su connotu, significa in sardo "tornare al conosciuto", al passato, cioè all'uso comune della terra, al godimento degli antichi e conosciuti diritti dell'uso collettivo del patrimonio naturale.
L'editto delle Chiudende introduce anche in Sardegna la proprietà privata, sconvolgendo una forma di organizzazione socio-economica funzionale, restaurando con la miseria e i delitti la dicotomia conflittuale tra contadini e pastori.
Nonostante tutto, in alcuni paesi dell'Isola, il sistema comunitario a rotazione del vidazzone e del paberile, nonché alcuni diritti di ademprivio, sono rimasti in vigore fino alla seconda carneficina mondiale.

Melchiorre Murenu, il poeta cieco di Macomer - assassinato probabilmente dagli esecutori della legge sabauda - ha bollato con parole di fuoco la rapina legalizzata dalle Chiudende:

Tancas serradas a muru
fattas a s'afferra afferra;
si su chelu fit in terra
bo' chi lu serraizis puru!

Terre chiuse a muro / ottenute arraffando; / se il cielo fosse stato in terra / vi sareste chiuso anche quello!

SA SCOLCA
LA GUARDIA

Il termine scolca deriva dal latino sculcae o exculcae e ha il significato di guardia. Il corrispettivo italiano è scolta, sentinella, guardia.
Scolca o iscolca indica una istituzione rurale, con propri ordinamenti e compiti, tra questi principalmente la sorveglianza e la difesa del patrimonio comunitario.
Gli scopi della scolca si desumono chiaramente da un documento del periodo giudicale, dove viene riportato il giuramento che gli abitanti del villaggio rinnovavano di anno in anno, nel mese di marzo: "In base al giuramento della Scolca, secondo l'uso antico, ogni abitante di Sassari tra i quattordici e i settant'anni deve impegnarsi, ogni anno, a non causare alcun danno e a non lasciare che né uomini né bestie ne causino ai campi coltivati e alle vigne, e di denunciare tutti coloro che ne avranno causati ..."
In pratica, tutti gli abitanti del villaggio - o della città, come nel caso documentato - diventano "guardie giurate" e militano in difesa del territorio sotto il comando del majore de iscolca, seniore delle guardie.
Vi è chi fa risalire l'istituto della scolca intorno all'Anno Mille, coincidente con l'affermarsi della organizzazione giudicale, di cui sarebbe espressione. Ma vi è anche chi sostiene - e mi sembra fondatamente - che tale istituto, sia pure in forme diverse, esistesse già in periodo precristiano, con il compito di svolgere ricognizioni intorno al pagus e ai suoi confini territoriali: una sorta di guardie di frontiera a cavallo in assidua perlustrazione in difesa del territorio e dei beni comunitari (messi, frutti, bestiame) da possibili aggressioni da parte degli abitanti di altri pagus.
Nel periodo giudicale, l'organizzazione della scolca appare assai complessa. Alle origini ritroviamo nella organizzazione del villaggio un majore de villa , quello che oggi potremmo chiamare sindaco, con compiti prevalentemente amministrativi, e un majore de scolca, che potremmo chiamare comandante militare, ovviamente con il compito di organizzare la milizia per la difesa degli abitanti e del territorio. Il compito della scolca, successivamente, si riduce alla sorveglianza delle terre coltivate, con funzioni quindi prettamente rurali. Il majore de scolca si confonde così con il majore de guluare (il guluare indicava un terreno chiuso e protetto dove il bestiame domito trovava ricovero durante la notte). Più tardi, i termini villa e scolca finiscono per identificarsi, indicando ambedue una stessa entità: il villaggio sia come abitazione che come terre di sua pertinenza e l'insieme delle istituzioni utili alla difesa e alla sopravvivenza della comunità. Troviamo così confusi in uno stesso significato majore de villa e majore de scolca.
Il termine scolca finisce per scomparire e già nel XIV secolo troviamo al suo posto quello di habitacione, che diverrà quindi bidatone, bidazzoni, e da ultimo vidazzoni.
L'istituto della scolca come organizzazione rurale di vigilanza del territorio ha probabilmente dato origine al barracellato, altro più recente istituto di guardie armate per la vigilanza del patrimonio agricolo, conservatosi in diversi paesi fino ai nostri giorni.


LA NASCITA

Un vecchio proverbio sardo dice: "Moglie e buoi dei paesi tuoi"; seguendo questo detto, possibilmente, il contadino che cerca moglie vorrebbe trovarla addirittura nel vicinato o per lo meno si costruisce la casa (senza non si potrebbe sposare) nei pressi dell'abitazione della futura moglie in modo da agevolare i rapporti con la famiglia d'origine. Così quando la sposina aspetta un figlio, viene seguita durante la gravidanza dalla propria madre e dall'esperta che l'aveva vista nascere.
La vecchia deve tenersi pronta e deve conoscere la casa della partoriente in modo da sapere "dove mettere le mani" all'occorrenza. Nell'ultimo periodo frequenta più assiduamente la famiglia, in modo da tenere compagnia alla sposina, quando il marito è in campagna.
Al momento della nascita con l'aiuto della madre della partoriente, se tutto procede normalmente, provvede a tutta l'assistenza per la puerpera e per il neonato; quando madre e bimbo sono a posto prepara nella grande bacinella di zinco tutta la roba sporca e manda la donna d'aiuto (s'accostanti) al ruscello per fare il bucato. Si reca allora in cortile ad acchiappare la gallina, già adocchiata da tempo, e le tira il collo; la prepara poi per un buon brodo per la puerpera che le durerà almeno tre giorni. Poi chiama la levatrice "patentata" per preparare il foglio per la denuncia del neonato.
Nei giorni seguenti continua ad accudire, sempre aiutata dalla nonna o dalle nonne del neonato, al bimbo e alla madre.
Il giorno che la puerpera si alza dal letto, le prepara il necessario per "s'affumentu". Così il suo compito è portato a termine e si tiene disponibile per qualche altra vicina che possa aver bisogno di lei.
La madre si reca in chiesa col neonato il giorno del Battesimo per la purificazione (s'incresiu); così può riaccudire alle faccende domestiche ed uscire di casa quando sarà necessario.
(Testimonianza di E. M. - Alto Iglesiente 1948)
IL PASTORE

Oggi, pastori non ce n'è quasi più. La guerra, i trattori e i concimi hanno ingrassato il contadino, e a noi ci hanno ridotto a morire di fame. Avanzando e distruggendo, i trattori ci hanno costretto fra le rocce delle scogliere. Vogliono scaraventarci nel mare. Questo è iniziato nel 1948 e '49 con il dissodamento delle terre incolte.
Tutto il Sinis, da quanto io ricordo, era sempre stato diviso in parti, bidazzone e paberile, metà a pascolo e metà coltivato, ed era amministrato in comune. Dopo la guerra non c'è stato più ordine. Ognuno faceva il comodo suo, si prendeva la terra che voleva e diventava padrone.
Anticamente il nostro paese si chiamava Masoni de cabras, ossia ovile di capre, tanta era l'abbondanza di pastori e di bestiame. Quando gli interessi opposti tra contadino e pastore minacciavano di concludersi come tra Caino e Abele, allora si pensò di regolamentare l'uso delle terre del Sinis con un sistema comunista, che ha funzionato chissà per quanto tempo fino a qualche anno fa. Anno per anno, tutto il Sinis, che è vasto e fertile, veniva amministrato e diviso da un comitato formato da quattro contadini e da quattro pastori, i quali attribuivano le terre ai pastori o ai contadini, volta per volta secondo la necessità economica del paese, che poteva avere bisogno, oggi, più di grano, e domani più di carne. Più tardi i rappresentanti dei pastori scesero a tre, e gli interessi collettivi furono sempre più rappresentati dagli agrari, che si erano formati accumulando grano e prestando a usura nelle annate difficili.
Basti pensare che negli anni prima della guerra, quando funzionava ancora il sistema del bidazzone e del paberile, il patrimonio ovino del nostro paese ammontava a oltre trentamila capi. Oggi, si è ridotto ad appena settemila.
(Testimonianza di un pastore del Sinis -Cabras, 196O)

SA MATTA DE SA ZINZULA
IL GIUGGIOLO

Nel paese dove trascorrevo le estati della mia fanciullezza, in sa Praza de sa 'Ruxi, in Piazza della Croce, nel cortile della casa di fronte alla mia, ne era cresciuto un albero maestoso, forse secolare.
Prima del rientro in città, alla fine di settembre, le giornate si facevano più brevi e uggiose, per quel loro umido grigiore e il rapido calare delle ombre pomeridiane. Me ne stavo a leggere con il libro sopra il davanzale della finestra, di tanto in tanto interrompendo la lettura per seguire l'affaccendarsi delle donne attorno alla fontanella, che sorgeva, insieme a un rozzo basamento sormontato da una croce di legno, al centro della piazzetta. Accompagnavo la lettura mangiando pane e uva - una varietà d'uva nera rinomata a Terralba, dove veniva chiamata Niedda pedra serra (che diversi anni dopo ho ritrovato a Cabras, con il nome di Caddiu.)
La mia frutta prediletta in quella stagione era sa zinzula, la giuggiola, di cui era tutti gli anni carico il maestoso albero che sovrastava i muri del cortile della casa di fronte alla mia. La fortunata padrona di quel giuggiolo monumentale era una vecchia vedova, che arrotondava le sue entrate anche vendendo zinzulas a misurini. Ogni giorno pregavo mia madre di mandare la domestica ad acquistarne un cartoccio - e mia madre, anche lei golosa di questi frutti, mi accontentava ogni volta, nascondendo la sua debolezza dietro la mia.
Il giuggiolo, in Sardegna, è una pianta ormai in via di estinzione. Un tempo era assai diffuso anche allo stato selvatico, e usato anche per formare impenetrabili siepi per i suoi spinosissimi rami. Inoltre faceva bella mostra di sé in numerosi cortili domestici.
Il suo frutto dalla polpa compatta croccante, leggermente acidula nella sua prima fase di maturazione, quando da verde passa al marrone, lasciato passire, diventa dolcissimo. Così secco veniva impiegato nella medicina popolare per molti disturbi alla gola. Le nonne conservavano sempre qualche manciata di zinzula passia, di giuggiole passite, e infornate perché non mettessero vermi, per schiarirsi la gola succhiandole o per purificarsi i bronchi ricavandone un decotto.

SA SICCHEDADI
Contu

Sunt bessius de cresia a processioni.
A innantis is cumpangius de sa Cunfraria cun sa 'esti longa bianca a collettu arrubiu. Avanzant serius cun solennidadi: is candelas in su pungiu strintas che manigas de marra e su Cristus de ollastu nieddu, pesau in artu cun sa scritta trotta INRI. Is peis scurzus zaccheddaus, sa tira murra de is carzonis de fustaniu asutta de sa randa de su 'istiri biancu, su passu grai (usus a carcai sa terra a giru a giru de sa 'idi appena prantada), ddus faint parri stranius e antigus, maskaras de carnovali in d'una caresima de agonia, subrabivius e ispentumaus in d'una campura bruxada, carcinada de unu soli infogau - una terra apperdada cun zaccaduras fundudas tantu chi ci bolint arrius de aqua po ddas repreni.
Sa cresia de perda arenargia grogancia dominat de asuba de su terraprenu is domixeddas de ludu, ghettadas a pari in sa basciura nua.

***
Eriseru, comente dogna dì, is beccius de 'idda fiant innì, setzius in terra, sa schina accotzada a is perdas de su muru de cresia, sa mazzocca intramesu is manus e is genugus, apponziaus siddius, fiscius asutta de su celu affoghiggiau de su ressoli, cun pruini fini che cinixu a logu de is nuis. E nemancu bidiant sa genti insoru passendi - bisionendisì intra billa e sonnu mizzas e arrius e funtanas de acqua currendi currendi frisca a fruminis, cabada de attesu, de innui sa terra e su celu si toccant cun amori.
Prus in basciu, in s'argiola dorada de pimpirinas de palla de sa treula, unu tallu de piccioccheddus mesu spollincus boxinaiant gioghendi, currendi, sartendi, pighendisì a strumpas.
Is feminas, a 'istiri nieddu, a cara trista asutta de su muccadori chi ddis cuaiat sa conca e su 'runcu, abettaiant strantaxas, a peis iscurzus, a brazzus ingruxaus, cun su bottu accappiau a funixedda innantis de su putzu po piscai s'aqua po domu. E accanta, is pippius insoru, is tiauleddus a camisedda curza, morigaiant in su pruini de sa 'ia, circhendi ispantu de perdixeddas coloradas.
In sa pratza de su Municipiu, messajus e giorronnaderis setziant mudus, chini in su 'mperdau e chini a susu de is corongius postus a setzidroxu - rexinas de ollastu, leuras sene umidori, prantu sene lagrimas, pensamentu sene fueddus, resu sene grazia. Sudori e sanguni hant derremau po sciundi e ammoddiai sa terra insoru sidida. Totu su prantu de unu Deus ci bolit, immoi, totu su sanguni suu ci bolit, immoi - si bastat - po sciundi sa terra arroccada, po chi sa terra torrit a bèni terra.

***
Sunt bessius de cresia cun su Cristus, po chi su miraculu de mill'annus abettau e sunfriu si potzat cumpriri: chi sa terra siat terra e s'omini siat omini.
Portant impari cun issus unu Deus poberu e abbandonau, tristu e affliggiu comente sa terra e s'anima insoru asutta de su celu de luxi infogada, unu Deus in agonia zerriendi disisperau a dentis scobertas, unu Deus cun is burzus de is manus e is prantas de is peis stampaus, martirizzaus de obilis cravaus a massa.
Dd'hant bofiu portai issus, is comunistas. Unu cumpangiu de sa coberativa ddu poderat firmau a sa staffa cun tirellas de peddi, e ddu pompiat in artu, asuba de totu sa genti, in artu, prus in artu chi podit - po chi siat prus accanta a su Coru de su Babbu Mannu, po chi Issu ddu biat e ddu sentat e ddu prangiat, po chi Issu prangiat asuba de su Fillu suu e asuba de sa terra morrendi de sidi.
Su preidi, cun s'Isfera a rajus de oru me 'n is manus giuntas, andat adasiu asutta de su baldacchinu a frangias de prata, susteniu de quattru piccioccus.
Avattu c'est totu sa 'idda: meris e serbidoris, ominis e feminas, beccius e pippius, genti furriada a tallu po bisongiu, po famini, po disisperu.
Lassant is domus, is rugas desertas andendi facci a su sartu. Ancora s'intendit su battidu lentu de is passus insoru: is ominis a conca scoberta e a berrita in manu, is feminas a 'istiri nieddu e a isciallu nieddu - ca niedda est sa famini, niedda sa timoria, niedda sa morti.

***
Sunt arribaus immoi a carcai cun is peis is primas leuras imperdadas, chi mancu si 'n di sciniat arrogu asutta de totu su pesu insoru.
Cumenzant is attitidus. Attitant a boxi arta. Zerrius comenti 'n d'unu sgravamentu dolorosu:
"Teni piedadi de nosus, teni piedadi..."
S'attitidu rembumbat in sa campura - parrit chi bessat immoi de sa matessi terra, de asutta de is perdas, de is izzaccaduras, de is surcus obertus che feridas sene sanguni.

***
Hant lassau sa 'idda deserta. Dd'hant lassada a is canis, gira gira, spantaus po is rugas sene anima.
Sa terra, sa Mama de Totus, est morrendi.
Issus ddu sciint e ddu cumprendint su spantu de unu Deus chi hat criau s'omini impastendi unu pungiu de argidda cun lagrimas de prantu - totu is lagrimas ch' immoi non podit prus prangi appiccau a sa 'rusci, de aundi zerriat de sempiri s'orrori de s'essi fattu poberu.
Sa terra, comente sa umanidadi, bisongiat de lagrimas, po bivi. Is ominis amant issus e totus in sa terra. Candu sa terra cumandat toccat a curri. Candu est prena de messi e de fruttu e de baganza, issus baddant e cantant e dda carignant. Candu in s'attongiu benit in calori ddi 'ettant su semini podda ingravidai. E candu sunfrit maladia dd'attendint e dda prangint.

***
"Teni piedadi de nosus, teni piedadi ..."
Non est prus boxi umana sa chi s'intendit, ma est lamentu chi bessit de asutta de terra implorendi.
Sa terra, sa Mama de Totus, est morrendi.
Est unu morri chi sentint e sunfrint in s'anima insoru de fillus ispreaus. No, non bolint morri. Nisciuna creatura in su mundu bolit morri:
"Teni piedadi de nosus, teni piedadi ..."

***
De attesu parint unu coloru longu murru a ischina truncada istriscinendisì in mesu de is leuras e is perdas bruxadas. Unu frumini istraniu sene aqua, parrint: unu frumini longu murru prenu de giarra e arena e siccori e disisperu ...
"Teni piedadi de nosus, teni piedadi ..."

***
S'attitidu si fait sempiri prus forti, izzerriau, arrabiau, frastimau: su Celu depit ascurtai, depit intendi, depit respundi.
Prus in artu artziant immoi totus impari su Cristus, sanziendiddu, scutulendiddu, poita Issu puru izzerrit, coment' issus izzerriant, poita zerrit e frastimit Issu puru, cravau in susu de una gruxi de ollastu nieddu.

LA SICCITA'
Racconto

Sono usciti dalla Chiesa in processione.
Davanti gli anziani della Confraternita con la lunga veste bianca dal colletto rosso. Avanzano solenni con incedere rituale: i ceri stretti nel pugno come manichi di zappa e il Cristo di olivastro nero tenuto in alto, con la scritta sbilenca INRI.
I piedi scuri scalzi, il lembo grigio dei calzoni di fustagno sotto i pizzi della veste bianca, il passo pesante cupo, (usi a calcare la terra arida intorno alla vite nuova appena sepolta), li fa parere strani e antichi, maschere di carnevale in una quaresima di agonia, sopravvissuti e sperduti in una piana grigia, bruciata, incenerita da un sole feroce - una terra impietrita con crepe profonde che attendono torrenti per essere colmate.
La chiesa di arenaria giallastra domina dal terrapieno le casupole di fango affastellate, che degradano verso la campagna nuda.

***
Ieri, come ogni giorno, i vecchi del villaggio erano lì, seduti per terra, la schiena appoggiata ai sassi del muro di chiesa, con il bastone tra mani e ginocchia, immobili chiusi, a fissare il cielo sfocato con polvere fine come cenere al posto delle nuvole. E neppure vedevano la loro gente passare - assorti a ruminare l'assurdo di cascate fragorose e torrenti d'acqua fresca scaturiti lontano, dove terra e cielo sono vicini e si amano.
Appena più giù, nell'aia bionda di stoppie triturate dal molto trepestio, frotte di bambini laceri vociavano nei loro giochi, correndo, saltando, rotolando avvinghiati.
Le donne, vestite di nero, il viso doloroso sotto lo scialle che copre loro la testa e il mento, attendevano ritte in piedi, scalze, con le braccia conserte, con il barattolo legato alla funicella di giunco, davanti al pozzo, da cui pescar l'acqua per casa. E vicini, i loro piccoli, i diavoletti in camiciola corta, frugavano nella polvere della strada, cercando meraviglie di pietruzze colorate.
Nella piazza del Municipio, contadini e braccianti sedevano muti chi nell'acciottolato e chi su alcuni lastroni - radici affioranti di olivastro, zolle senza umidore, pianto senza lacrime, pensieri senza parole, preghiera senza grazia. Sudore e sangue hanno dato per bagnare e ammorbidire questa loro terra sitibonda. Tutto il pianto di un Dio ci vuole, adesso, tutto il suo sangue ci vuole, adesso, se basta, per bagnare la terra divenuta roccia, perché la roccia ridiventi terra.

***
Sono usciti dalla chiesa con il Cristo, affinché il prodigio atteso da millenni si compia: perché la terra sia terra e l'uomo sia uomo.
Portano con loro un Dio povero e derelitto, triste e sconsolato come la terra e l'anima loro, sotto un cielo infuocato di luce: un Dio con i denti scoperti nella bocca spalancata in un urlo straziante, un Dio con i polsi, con i piedi lacerati strappati schiacciati da chiodi grossi come pali.
Hanno voluto tenerlo loro, i comunisti. Un compagno della cooperativa lo porta sostenendolo sulla spalla con una larga bretella di cuoio, lo leva alto sopra la gente, più alto che può - più vicino che può al Grande Cuore del Padre, perché lo veda e si commuova e lo pianga, perché Egli pianga sopra il suo Figlio e sopra la terra che muore di sete.
Il prete, con l'Ostensorio tra le mani giunte, avanza sotto il baldacchino frangiato d'argento, sostenuto da quattro giovani.
Dietro c'è tutto il paese: i padroni e i servi, gli uomini e le donne, i vecchi e i bambini, confusi gli uni agli altri, umanità divenuta branco per fame, per disperazione.
Lasciano le case e le strade deserte andando verso la campagna. Si ode ancora il battere cupo cadenzato del loro incedere lento: gli uomini con il berretto in mano e le donne con la veste nera e lo scialle nero - perché nera è la fame, nera la paura, nera la morte.

***
I loro piedi sono giunti ora a premere le prime zolle che non si frangono sotto il loro passo.
Cominciano le lamentazioni. Si lamentano a voce alta. Gemono una preghiera scaturita dalle viscere loro come un parto doloroso:
"Abbi pietà di noi, abbi pietà ..."
Il lamento rimbomba nella campagna - sembra che venga dalla terra stessa, da sotto i sassi, dai crepacci aperti come ferite senza sangue.

***
Hanno lasciato il villaggio solo. L'hanno lasciato ai cani che vagano stupiti di tanto deserto.
La terra, la Grande Madre muore.
Essi sanno, comprendono il mistero di un Dio che ha fatto l'uomo impastando un pugno di terra con le lacrime - con tutte le lacrime che ora non può piangere più dall'alto della croce, da dove urla da secoli l'orrore di essersi fatto povero.
La terra, come l'uomo, ha bisogno di lacrime per vivere. Essi amano se stessi nella terra. Se la terra chiama bisogna accorrere. Se è colma di messi e di frutto e di allegria essi danzano e cantano e la vezzeggiano. Quando in autunno è in amore essi entrano in lei e la fecondano. Se soffre le stanno accanto commiserando, bagnandola di pianto.

***
"Abbi pietà di noi, abbi pietà ..."
Non labbra umane, ma labbra di terra arida implorano nell'ululo del lamento.
La terra, la Grande Madre muore.
E' un morire che essi sentono e soffrono nella loro anima di figli atterriti. Non vogliono morire. Nessuna creatura al mondo vuole morire:
"Abbi pietà di noi, abbi pietà ..."

***
Da lontano sembrano un lungo serpente bruno con la schiena rotta che strisci fra le zolle e i sassi calcinati. Un fiume assurdo senz'acqua paiono, un fiume lungo bruno pieno di sassi e di arena e di siccità e disperazione ...
"Abbi pietà di noi, abbi pietà ..."
***
L'invocazione si fa sempre più forte, più acre, più urlata; fino a diventare imprecazione: il Cielo deve ascoltare, deve sentire, deve rispondere.
Più alto levano ora agitandolo in molti il loro Cristo, perché urli anch'Egli, come essi urlano, perché urli e imprechi anche Egli, inchiodato a una croce di olivastro nero.



Capitolo secondo

MESI DE LADAMINI - OTTOBRE

Mes'e ladamini, è ottobre, il mese del letame, delle concimazioni. L' attività primaria consiste nella eliminazione del vecchio letamaio e la ricostituzione del nuovo.
Normalmente il letamaio è situato nel cortile di casa, sotto sa biga de sa linna, la catasta della legna da ardere su palafitta. Il letamaio si forma con gli escrementi e le lettiere di paglia degli animali da lavoro, buoi o cavallo o asino, situati nella vicina tettoia-stalla, con gli escrementi degli animali da cortile, prevalentemente galline e conigli, e del maiale da ingrasso; più i rifiuti della cucina, la cenere del camino, vinacce, fogliame delle frasche della legnaia sovrastante.
Il letame dell'anno viene caricato sul carro a buoi fornito de cerda de ladamini, di veggia da letame, intelaiatura di vimini aggiuntiva al carro per aumentarne la capienza, e quindi sparso nei campi da grano e negli orti.
Si ricostituisce anche il patrimonio energetico: la legnaia viene rifornita de cozzina de monti, ceppaie di moddizi, murdegu, arrideli, olidoni (lentischio, cisto, filidea, corbezzolo), di fascine di arbusti vari, de astulas de olia e de mendula, copponi o ceppi appezzati d'olivo e di mandorlo.
Cumenzant is primas araduras, le prime arature che precedono la semina del grano e delle leguminose, che nello stesso terreno si alternano annualmente. S'orbada, il coltro, mette in luce le preziose mungettas tappadas, le chiocciole pomatiche, un boccone da re.
Et arribat su cabesusesu, arriva il barbaricino a cavallo, con le bisacce colme dei frutti della sua montagna: castagne, noci e nocciole, carico de is ainas de nuxi e de castangia, utensili di legno di noce e di castagno: pajas, furconis de forru, turras e talleris, pale, forconi da forno, mestoli e taglieri. Corrono i fanciulli al richiamo dell'uomo della montagna e si affacciano sulla via spalancando il portale per farlo entrare con il suo cavallo. Siamo alla fine di ottobre: i prodotti della montagna vengono barattati con quelli della pianura, è l'incontro commerciale del pastore con il contadino, l'incontro di due mondi, di due culture diverse che in Sardegna convivono da sempre.

SU MUNTONARGIU DE SU MEDITERRANEU
Il letamaio del Mediterraneo

"Sardigna. s.f. nome dato una volta al luogo suburbano in cui venivano portate le carogne e i residui della macellazione. Oggi reparto del macello in cui vengono distrutte o trasformate le carni infette e, quindi, non commestibili. Etimologia: Forse da Sardegna, con allusione all'aria dell'isola, una volta insalubre a causa della malaria."
(Da un dizionario della lingua italiana.)

Di recente gli Ebrei italiani hanno scatenato un putiferio contro il razzismo antisemitico dei dizionari, che alla voce ebreo riportano i significati nell'uso popolare di avaro, taccagno, usuraio. E hanno ragione. Perché non è lecito accomunare quell'unico ebreo, che pure deve esistere, prodigo, scialacquatore, generoso, a una maggioranza che storicamente si è acquistata tali attributi - eticamente riprovevoli ma niente affatto disonorevoli nella pratica capitalistica, ossia nell'attuale sistema.
Senz'' e dinai non si podit mancu chistionai, chi non ha denaro non può neppure aprir bocca. Pertanto i Sardi, ben lontani dal possedere i mezzi del giudaismo internazionale, ma anche, privi del potere, senza la vocazione di sterminare altri popoli, non hanno parole per opporsi all'uso razzistico e becero che vien fatto del termine Sardigna (Sardigna, in Campidanese e Sardinna in Logudorese). D'altro canto, i Sardi dovrebbero prima trovare l'unità e la forza per opporsi all'uso pratico di cacatoio che della loro terra viene fatto dai colonizzatori: area di servizi militari, petrolchimici, repressivi, di rapina e di ogni più criminale sperimentazione: su muntonargiu de su Mediterraneu. Appunto.


SA DOMU
LA CASA

In Sardegna si distinguono quattro tipi principali di abitazione contadina, e una tipica della montagna nell'area pastorale.
1) Casa con cortile anteriore chiuso, con o senza loggiato, dotata di ricoveri per gli animali e gli attrezzi da lavoro. E' la casa tipica del Meridione, cioè del Campidano di Cagliari, della Trexenta e della Marmilla.
2) Casa con cortile posteriore chiuso, talvolta con rudimentale loggiato posteriore o pergolato, con ricovero per gli animali (che per raggiungerlo passano attraverso la casa) ma non per gli attrezzi agricoli (carro, aratro o altro) che sostano per strada davanti alla casa. Tale abitazione è comune nell'area Centro-occidentale, nel Campidano di Oristano.
3) Casa elementare in largo, senza cortile, con o senza piccolo orticello posteriore. Non possiede quindi ripari né per gli animali né per gli attrezzi da lavoro, che sostano per strada. E' tipica del Logudoro e della Gallura, da Macomer a Sassari, a Tempio, fino a Olbia. Si ritrova anche lungo le coste dell'Iglesiente e nell'Alto Oristanese.
4) Casa elementare in lungo, senza cortile, con o senza piccolo orticello posteriore. Come la precedente manca di ricoveri sia per gli animali che per gli attrezzi. E' tipica dell'Alto Oristanese, nella zona che ha per centro Milis.
5) Casa di montagna, che si sviluppa in altezza per diversi piani, tipica del mondo pastorale, diffusa nelle Barbagie.
Quest'ultimo tipo di abitazione è sempre costruito con muri di pietra, per lo più grezza e a secco; i primi quattro tipi sono costruiti per la maggior parte con muri di mattoni crudi, talvolta senza intonaco esterno.

SA DOMU DE SU MESSAJU
LA CASA DEL CONTADINO

Sa domu comuna de su messaju campidanesu, la casa tipo del contadino campidanese, consta di quattro parti essenziali: sul davanti, sa cortilla, il cortile; da un lato, sul muro di confine del cortile, is istaulis o domu de serviziu, una serie di tettoie per diversi usi; sa domus de bivi, la casa di abitazione; e sul retro della casa, s'ortu, l'orticello.
Sa cortilla, il cortile. Vi si accede dalla strada, attraverso su portali, il portale, in legno (o anche, al suo posto sa gecca, robusto cancello in legno) abbastanza alto e largo da consentire il passaggio dei carri da lavoro. Nello stesso portale, nell'anta destra, è ricavata una porticina per il passaggio pedonale. Sa cortilla è acciottolata e nel mezzo vi si trova su putzu o funtana, il pozzo. Non di rado vi è piantato un fico o un gelso.
Is istaulis o domus de serviziu, le tettoie-dependances. La prima entrando è sa domus de sa linna, letteralmente la casa della legna, la legnaia; quindi sa domu de is carradas o de su binu, la casa delle botti o del vino, la cantinetta; segue sa domu de su giù, la casa del giogo, la stalla dei buoi; attigua alla precedente è sa domu de sa palla, la casa della paglia, il pagliaio; infine sa domu de su forru, la casa del forno, che si congiunge alla casa di abitazione, mediante la cucina.
Sa domu de bivi, la casa di abitazione, è situata sul fondo del cortile, occupandone tutta la larghezza. La facciata è protetta da sa lolla, il loggiato per lo più ad archi - che a sua volta può essere ombreggiato da su barrali o stauli de axina, il pergolato. La casa è su un piano, sovrastato da su stauli o sobariu (dal latino solarium), una mansarda che si affaccia sul tetto di sa lolla, il loggiato. Al solaio si accede mediante una scala di legno situata spesso nello stesso loggiato. Sa domu, la casa, è molto semplice. Nella parte destra del loggiato, quasi una continuazione dello stesso, trovasi la cucina, che comunica con sa domu de su forru, la stanza del forno, che abbiamo già visto.
Al centro un andito, più o meno lungo secondo il numero delle camere, da due a quattro, situate simmetricamente una (o due) a destra e una (o due) a sinistra. A destra la camera (o le camere) da letto; a sinistra s'apposentu bonu o cambara bella, la stanza dove si ricevono gli ospiti di riguardo.
In su stauli o sobariu, mansarda o solaio, le cui finestrelle sono sempre aperte nelle belle giornate per consentire una aerazione costante dell'ambiente, vengono conservate le provviste di alimentari per tutto l'anno: il grano e i legumi, le parti del maiale insaccate o salate, is appicconis, i penzoli, di uva, di mele, di sorbe, di pomodori, di cotogne e altro, e i meloni - specialmente una varietà detta meloni de jerru che si conserva a lungo.
S'ortu, l'orticello, un fazzoletto di terra dietro la casa, dove le donne coltivano le erbe aromatiche e qualche verdura: basilico, cipolla, prezzemolo, aglio, salvia, rosmarino, indivia, lattuga, ravanelli, e dove il contadino prepara anche su pranteri, il semenzaio, le cui piantine a tempo debito verranno trapiantate nella campagna.
Il materiale usato per la muratura era su ladiri o lardini, il mattone di fango crudo lasciato seccare al sole. Nell'impasto, alla terra argillosa si usava aggiungere il grosso della paglia di grano, altrove ciottoli, altrove nulla. Il soffitto della casa, su cui stava su sobariu, il solaio, era un tavolato poggiato su robuste travi di castagno o di ginepro.
Sa cobertura, il tetto, che ricopriva il loggiato e il solaio, era costituito da travi di legno comune, con la debita inclinazione, su cui poggiava un robusto traliccio di canne, e sopra questo le tegole cementate con malta di calce. Il pavimento era per lo più in terra battuta: si usava una sorta di argilla cui si aggiungeva paglia o sterco bovino. Ugualmente di malta di fango era l'intonaco dei muri, sia quello interno che esterno, che venivano tinteggiati per lo più di bianco, con il latte di calce.

SA DOMU CRABARISSA
LA CASA CABRARESE

Questa la descrizione della casa tipo a Cabras, nell'Oristanese, tratta dal romanzo "La bella di Cabras", di Enrico Costa, scritto nel 1887. Tale tipo di casa, come l'altra della Sardegna meridionale precedentemente descritta, è rimasto invariato fino al secondo dopoguerra, e soltanto in questi ultimi venti anni ha subito profonde modificazioni, sia nella struttura, sia nei materiali da costruzione.

"La casetta di Rosa, a pian terreno, come la maggior parte delle case, aveva tre camere di facciata: - quella di mezzo, più grande di tutte, prendeva luce dalla porta di ingresso e da una piccola finestra: un'altra finestra avevano le due camere laterali. Le quattro aperture davano tutte sulla strada.
La camera di primo ingresso è chiamata la sala, e gli arredi che la compongono consistono in un indispensabile telaio, in tre tavoli e in due armadi scavati nel muro, ai due lati dell'altra porta (di fronte a quella di entrata) che conduce alla così detta cucina. - La quale ha pur essa una terza porta (sempre a riscontro di quella di entrata) per cui si va nel cortile.
Le pareti della sala sono adorne di crobis e canistreddas (cesti, canestri e stracci di giunco) ricchi di fiocchetti di lana di ogni colore, disposti simmetricamente in giro, come fossero altrettanti quadri in cromolitografia. La tavola grande, destinata unicamente per impastare la farina e per fare il pane, è coperta da una tovaglia tessuta in casa; le altre due tavole, dette meseddas, servono per diversi usi e sono anch'esse coperte da piccole tovaglie. Nei due armadi a vista del pubblico, vengono esposti piatti, zuppiere, caraffe, chicchere e bicchieri, ancor essi fregiati di qualche fiocco di seta o di lana, e messi lì più per decorazione che per l'uso cui furono destinati. Vicino alla piccola finestra, nell'angolo in modo che dalla strada possa vedersi, è il telaio, il mobile prediletto e più caro della casa, dinanzi al quale siede sempre qualche donna della famiglia. Si sa d'altronde che Cabras vantò in ogni tempo molte tessitrici e l'Angius col Valéry, nel 1836, contarono nel paese non meno di 86O telai. (In tale anno Cabras contava non più di 3.5OO abitanti - ndr)
La sala ha due porte laterali che conducono, come abbiamo detto, a due altre camere. Quella a destra è la così detta camera da letto, in cui scorgesi un ampio letto matrimoniale, alcuni tavolini, e un cassettone massiccio che serve a riporvi il pane che deve bastare per l'intera settimana. L'altra, a sinistra, è detta la camera bella, in cui è un letto elegantemente montato, con coperta tessuta in casa, alla cui si dà il nome di fanuga; più un tavolino, un divano in legno con coperta e cuscini, e altre tavole su cui posa qualche santo di gesso, qualche vaso dorato ed altri diversi gingilli. Sulla parete di fronte a la finestra, da un capo all'altro, è un largo cornicione fabbricato apposta, il quale non serve che a collocarvi scodelle, calici, bicchieri, aranci, limoni e cento altri ninnoli, compresa qualche caraffa col solito nastro al collo, come i cagnolini delle signore. E' questa la camera delle solenni cerimonie; quel letto-comparsa non viene occupato che dalla sola puerpera in occasione della nascita di un primo figlio, e unicamente per ricevervi le visite e i complimenti. Qualche volta è offerto agli ospiti, ma non con troppa facilità, specialmente quando in casa vi sono zitelle.
Dalla sala si entra in cucina, dove ci colpiscono due cose: sa forredda, scavo fatto in terra per accendervi il fuoco, e l'asinello paziente, che gira intorno alla macina, incaricato di provvedere la farina, perché ogni sabato si possa fare il pane. Qua e là, sul pavimento, sono distese tre o quattro stuoie della fabbrica di S. Giusta, sulle quali d'ordinario i membri della famiglia siedono, o per filare, o per riscaldarsi al fuoco, o per mangiare.
Qualche volta il solo capo di famiglia, il padrone pranza alla piccola tavola (sa mesedda) e gli altri stanno sulle stuoie.
Dalla cucina si passa direttamente nel cortile, in fondo al quale erano due tettoie, una piccola e l'altra grande. La prima era destinata all'asinello macinatore; sotto la seconda ruminava un gioco dei buoi. Il carro a buoi, primo cespite di entrata del povero contadino, aveva per consueta rimessa la strada. Quell'ordigno primitivo, dal lungo timone e dalle ruote d'un pezzo, era esposto sempre là, a ridosso della facciata della casa, proprio sotto alla finestra della camera bella; e di frequente, nei giorni di festa, i monelli se ne servivano per giocare all'altalena."

Nota. - Nel terzo capoverso, il Costa parla di "cesti, canestri e stracci di giunco". Non mi risulta che con il giunco potessero ottenersi stracci, è probabile il riferimento ai pezzi di stoffa colorata che qua e là sembrano rattoppare i cesti e i canestri di giunco e di asfodelo. E' anche probabile che più banalmente si tratti di errore di stampa e che stracci vada letto setacci.

SA DOMU ANTIGA DE QUARTU
LA CASA ANTICA DI QUARTU

“Le abitazioni hanno quasi tutte un loggiato interno esposto a mezzogiorno, il quale serve di corridoio per accesso alle diverse stanze, tutte pulite ed arredate con molto ordine e buon gusto.
Quasi ad ogni casa è annesso un cortile, ridotto spesso a giardino con aiuole di fiori e con alberi di agrumi, ma che quasi sempre non apparisce all'occhio curioso dei passanti. Ben sovente i muri esterni, tutti screpolati e di miserabile aspetto, celano un alloggio dalle camere tappezzate e dai giardini deliziosi. Ciò potrebbe significare che i quartesi sono di buon senso; non tengono al culto esterno né all'apparenza vanitosa. All'orpello dell'insegno e alla lode altrui preferiscono la comodità propria e quella della famiglia.
La parte dell'abitazione destinata al maneggio interno della famiglia è tenuta con ordine ammirabile, con cura gelosa, e direi quasi con civetteria. Bisogna dirlo ad onore dei campidanesi: essi nutrono un vero culto per l'ordine e per la pulizia.
In una stanza appartata, le cui pareti sono intieramente ricoperte di setacci, di crivelli, e sovratutto di un numero infinito di canestri d'ogni forma e dimensione (tempestati di fiocchetti e disposti con ordine simmetrico) si eseguisce il crivellamento della farina e la confezione del pane, il quale è di una bianchezza eccezionale.
In altra camera apposita vedesi il grigio e minuscolo asinello (molenti), il quale gira rassegnato intorno alla macina, tutto orecchie e tutto pazienza, indifferente alle percosse, docile ad ogni voce di comando, e bendato come un Amore per non vedere le miserie umane. Il passo cadenzato di quella bestia, il brontolio monotono e incessante di quella macina mettono una nota gaia nella tranquilla operosità del nido domestico, dove si ama, si lavora e si vive senza sussulti, senza spasimi, senza passioni violente.
La sala rustica - quella cioè riservata ai lavoratori della terra che stanno tutto il giorno in campagna - è d'ordinario separata dalle altre, e raccoglie l'arsenale degli strumenti agricoli, il deposito dei foraggi, e, sotto a stalle aperte, anche il bestiame da lavoro. Ogni bestia ha il suo posto riservato con giaciglio e mangiatoia, ed ivi passa la notte, poiché vien tratta in campagna prima di sorgere il sole e rientra in paese poco dopo il tramonto.
Nelle principali case non manca mai la cantina per il deposito dei vini, né il ripostiglio per cereali. Quest'ultimo, d'ordinario, trovasi nel solaju, cioè a dire in alto, nello spazio compreso fra l'armatura del tetto ed il tavolino che serve di soffitto ai diversi ambienti della casa bassa.
Dal complesso di queste abitazioni caratteristiche spira una serenità patriarcale. Ti pare di essere in una delle case dell'antica Grecia, o meglio ancora in Palestina ai tempi biblici, dinanzi a Rebecca che torna con l'anfora dal pozzo, o al cospetto di Giacobbe che pensa di vendere le sue lenticchie al fratello Esaù.”
(Tratto da Enrico Costa - Album di costumi sardi - 1898).

SA DOMU DE SA FARRA
LA CASA DELLA FARINA

La città di Quartu possiede un museo che raccoglie testimonianze della cultura contadina campidanese, che è unico in Sardegna, e certamente uno dei pochi in Italia. Mi riferisco a Sa Domu de Sa Farra, la casa museo di proprietà di Gianni Musiu, situata nella via Eligio Porcu al numero 143.
Gianni Musiu è un uomo di quelli che gli studiosi accademici del folclore coloniale, definirebbero uomo senza cultura, perché non ha titoli di studio scolastici.
In effetti Gianni Musiu è un uomo di grande cultura, che conosce alla perfezione la realtà del mondo contadino - quello che fu e quello che ne è rimasto. Egli con l'amore che soltanto viene dalla conoscenza, ha dedicato tutta la sua vita a raccogliere in una vecchia abitazione, che conserva intatte le caratteristiche architettoniche campidanesi, migliaia di pezzi, (circa settemila), utensili da lavoro e oggetti d'uso familiare.
Sa domu de Sa Farra, testualmente "la casa della farina", (nome che vien dato al locale adibito alla lavorazione della farina per la preparazione del pane familiare) consta di ben trentacinque locali. In ciascuno di questi sono conservati numerosi reperti (talvolta utensili di antichissima data, ormai scomparsi, come l'aratro ligneo costruito con un solo ceppo di legno): utensili di cucina in rame e in terracotta; arredi, biancheria, sopraccoperta, coperte, tovagliati, tappeti; mobilia di antica fattura, quali tavoli da pane, armadi, cassapanche intagliate, letti in ferro battuto; e così via.

SA NOTTI DE IS PETTIAZZUS
LA NOTTE DEI LUMACONI

Le ultime settimane di ottobre avevano trascinato stracci di nuvole color cenere, e novembre le aveva ammucchiate a occidente. I tramonti erano afosi e cupi. Le stoppie brucate dalle pecore e bruciate dai contadini attendevano l'acqua per rinverdire.
La pioggia arrivò durante la notte, d'improvviso.
Dopo cena, Marta, Rinaldo e io, seduti sulla stuoia nel loggiato avevamo seguito il lampeggiare dei fulmini in direzione del mare. Marta si turava le orecchie, per paura del tuono - un rotolare di cento ruote su stradone selciato: su carru de Nannai.
Avevo insegnato a Rinaldo a calcolare la distanza del fulmine, contando l'intervallo tra il lampo e il tuono. Quando il contare era lungo, restava deluso, "Oh, è lontano", e quando arrivava a contare appena due o tre si rallegrava. "Ah, questo sì che è caduto vicino."
Durante la notte la pioggia crepitò fragorosa sopra il tetto. Mi svegliai. Dalla cucina mi giunsero scalpiccii e sussurri di voci.
Ziu Erasmu bussò alla porta ed entrò. Indossava un mantello cerato col cappuccio e reggeva una lampada ad acetilene. Disse: "Viene a prendere lumache? Marta dice che lei ha piacere per queste cose."
La furia con cui balzai dal letto lo stupì. "Certo che mi fa piacere. In un minuto sono pronto."
In cucina, zia Gina mi diede il caffè. Marta mi fece indossare un vecchio cappotto, mi avvolse collo e faccia con una sciarpa mi calcò sulla testa un cappellaccio di feltro.
Rinaldo era anche lui della partita, anche lui pronto intabarrato.
"Fate buona caccia!" ci raggiunse dal loggiato la voce di Marta.
Pioveva ancora. Scendemmo per il vicolo verso la pianura.
"Le lumache escono con la pioggia da sotto i sassi e dalle siepi per pascolare," mi disse il ragazzo.
Imparai presto a riconoscerle tra erbe e stoppie, ai margini dei campi incolti. Ero felice di imparare da loro, di essere come loro, come ziu Erasmu e Rinaldo, per vivere il destino loro e di Marta.
Tutt'intorno la campagna era punteggiata da lumi - apparivano, ondeggiavano, scomparivano dietro i muri e le siepi, tra gli ulivi, e con lo scrosciare della pioggia si udivano a tratti voci di richiamo, esclamazioni giulive di uomini e di fanciulli.
Ziu Erasmu evitava di avvicinarsi agli altri lumi. Conosceva i terreni più ricchi di preda, ed era veloce e instancabile nel chinarsi a raccogliere. Scopriva lui le lumache più grosse, una specie di colore marrone scuro che chiamavano boboitanas o pettiazzus.
"Babbo si getta su quelle, lui, mica scemo!" Ammiccò Rinaldo, "Sono le migliori, si possono anche vendere ai mercanti forestieri."
Albeggiava, quando rientrammo. I piccoli dormivano ancora, tutti in un mucchio sulla stuoia grande vicino al camino. Le donne impastavano sopra il tavolo la semola e preparavano la ricotta per gli agnellotti del pranzo.
Posammo per terra sacchetti e cestini. Le donne si voltarono e guardarono compiaciute.
"Si è stancato? Ha preso molta acqua?" mi chiese preoccupata zia Gina.
"No, no, sto bene, sono contento, molto ...." risposi, guardando Marta.
"Ed è anche bravo, sapete! quasi quanto me, ne ha prese," disse Rinaldo.
Marta lasciò allora la pasta, si asciugò le mani e mi aiutò a togliermi di dosso il cappotto fradicio. "Su, levatevi la roba bagnata e sedetevi vicino al fuoco. Vi faccio subito caffè con pane abbrustolito."
Si udì la pioggia riprendere il suo tambureggiare.
"Oggi niente zappare," borbottò soddisfatto ziu Erasmu andandosene a dormire coi piedi caldi, "la giornata l'abbiamo guadagnata lo stesso."


S'ARAU DE LINNA
L'ARATRO DI LEGNO

"Prima dei trattori, non molto tempo fa, veniva usato l'aratro di legno, che era molto adatto per i nostri terreni, poco profondi specialmente in collina e negli altipiani. Era tirato dai buoi o dal cavallo.
I trattori, arando molto in profondità, arrogant totu, sfasciano tutto, e portano in superficie il terreno sterile e sa perda, i sassi. Bene, quella terra non dà più frutto come prima, se non è imbottita di concimi. Aicci sunt is contus! Così stanno le cose! Is meris furisteris, i padroni del continente, hant fattu custa trassa po si bendi trattoris e cuncimus. Ci hanno fatto lo scherzo di venderci i trattori per farci comprare i concimi. Giustizia ddus currat! Giustizia li perseguiti!
L'aratro antico era completamente in legno. Aveva di ferro solo il puntale, che si chiamava s'orbada, e si rinnovava facilmente quand'era consumato. Per fare il piede si usava maggiormente l'olivastro, che abbondava dappertutto; ma per l'asta, che arrivava in testa al giogo dei buoi, si usava anche s'olimu, l'olmo, che cresce nei luoghi umidi, è duro ma anche elastico. S'olimu si usava anche per fare su giuali, il giogo, quel piccolo trave che serve per collegare le corna dei buoi tra loro. Per fare su giuali andava bene anche un altro tipo di legna, che noi diciamo sulargia, che somiglia all'olivastro ma è più resistente ancora e più flessibile. Nella nostra zona, sui monti di Serpeddì, di questi alberi detti sulargia ce ne sono pochissimi, soltanto in due posti. Cresce grande come l'olmo e dà un frutto nero, come quello del lentischio, e la gente lo mangia anche....
Due anni fa sono andato sui monti di San Nicolò di Gerrei, lì ce ne sono ancora. Ne ho tagliato un tronco per farmi fare un calessino. L'ho portato a casa e ce l'ho lì in cortile, a stagionare per bene.... Anche queste specie di alberi antichi stanno scomparendo. Tutto sta scomparendo."
(Testimonianza. Dolianova, 1982)

TERRA E TRIGU A MOIS E A CUARRAS
TERRA E GRANO (SI MISURANO) A MOGGI E A STAIELLI

Nel mondo contadino le misure di superficie e di capacità hanno parimenti il litro come unità.
Partendo dalle più grandi, abbiamo: su moi (in talune zone detto anche su stariu, dal latino sextarius), lo staio, è pari a 4O litri. Indica un campo che ha la superficie di mq. 4.OOO; e indica anche il cilindro di metallo della capacità di 4O litri, per la misurazione del grano o d'altro. Unu moi de trigu, uno staio di grano, pesa circa 4O chili; ed è l'equivalente per seminare unu moi de terra, un campo vasto unu moi.
Poi, sa cuarra, che può tradursi con staiello, è esattamente la metà del primo, cioè 20 litri. Indica una superficie agraria di mq. 2000 e nel contempo il recipiente capace di contenere 20 litri e circa 20 chili di grano. Ugualmente, una cuarra de trigu è la quantità di grano necessaria a seminare una cuarra de terra.
Duus mois e una cuarra, due stai e uno staiello, cioè 100 litri, fanno un ettaro, che abbisogna quindi per la seminatura di un quintale di grano.
Altre misure minori sono: su quartu, il quarto, 1/4 dello staio, cioè 1O litri e 1.OOO metri quadrati; su quartucciu, il quartino, 1/8 di staio, cioè 5 litri e 5OO metri quadrati; su imbudu (misura sfalsata rispetto alle altre), l'imbuto, pari a 3 litri, non utile a misurare la terra; e infine l'unità di misura, su litru, un litro, anche questo non utile a misurare la terra.
Vigevano due modi di misurare in capacità: a cuccuru, a colmo, e a rasu, a spianata. Per misurare a rasu si usava una bacchetta di ferro detta s'arrasadori.
Il grano e gli altri cereali, e delle leguminose le lenticchie, vengono misurate a rasu; mentre le leguminose, fave, ceci, piselli e la frutta secca o fresca, come mandorle, noci, castagne, susine si misurano a cuccuru.

CIXIRI E TALLARINUS
CECI E TAGLIATELLE

L'alimentazione tradizionale del contadino è a base di cereali e leguminose. Questa che segue è l'alimentazione tipo di una famiglia media negli Anni Cinquanta.
Colazione del mattino. Per le donne e i bambini, caffè d'orzo dolcificato con zucchero di bietola o con miele, e una fetta di pane brustolato. Talvolta latte. Per gli uomini che vanno a lavorare in campagna, i resti del minestrone della cena, e una tazzina di caffè d'orzo e ceci, ben zuccherato.
Pranzo di mezzogiorno. Non è lecito cucinare mettere in tavola cibi in assenza del padrone di casa e degli altri maschi della famiglia che si sono trattenuti a lavorare in campagna. In casa, donne e bambini pranzano con pane e companatico, di solito seduti nel loggiato, senza apparecchiar tavolo. Con il pane si consumano normalmente olive, frutta fresca o secca (fichi secchi, uva passa, noci, mandorle) e verdure crude dell'orticello (che normalmente è situato dietro casa) o portate dagli uomini la sera prima al loro rientro dalla campagna (lau, mattuzzu, reiga, appiu, indivia, ambuazza, fenugu - cioè crescione, ravanelli, sedani, finocchi, indivia, eccetera). In campagna, contemporaneamente, gli uomini pranzano con pane, formaggio, lardo, salsicce - companatici più ricchi di calorie.
Cena, subito dopo il tramonto. E' l'unico pasto che la famiglia consuma in comune, subito dopo l'imbrunire, al rientro degli uomini dal lavoro di campagna. Durante il pomeriggio le donne hanno preparato la pasta per il minestrone, normalmente di due tipi: is tallarinus, fettuccine di semola impastata con o senza uova e zafferano, oppure sa fregula, sorta di grumi di semola non impastata, ottenuti facendo ruotare la semola sull'orlo levigato di una conca, su cui si spruzza dell'acqua. Già nel pentolone sopra il fuoco del camino cuociono i legumi: ceci o lenticchie o cicerculi o piselli o più raramente fagioli. Con i ceci si accompagnano, per simpatia, is tallarinus, le fettuccine, frantumate; con le lenticchie, sa fregua (o fregula). Il minestrone viene condito e insaporito con ciccioli, pezzi di cotenna, qualche pezzo d'osso salato di maiale, con aggiunta di cavoli o bietole. Talvolta, al minestrone della cena, seguono verdure e frutta fresca di stagione o anche castagne e frutta secca come fichi, uva, noci, mandorle. La cena è accompagnata da uno o più bicchieri di piricciolu, vinello, di proprietà familiare.

IS BOMBAS DE SA DOMINIGA
LE POLPETTE DELLA DOMENICA

Una volta la settimana, la domenica, il contadino mangia da signore. Il venerdì si macellava. Il sabato si esponevano le carni in sa panga o crannazzeria, la macelleria in piazza. La domenica si consumavano.
Il contadino, al quale quasi sempre mancavano i contanti per acquistare la carne da su crannazzeri, dal macellaio, tirava il collo a un galletto - secondo una graduatoria che privilegiava i più turbolenti, perturbatori dell'attività copulativa de su caboni de fedu, il gallo da monta.
Il pranzo tipo della domenica consisteva in un primo a base di gnocchetti al sugo, is malloreddus; di un secondo a base di carne, is bombas, polpette sferiche, di carne di maiale macinato con pezzetti di lardo, con prezzemolo e aglio, soffritte e poi cotte in salsa verde. Infine frutta e verdura.
Altro pranzo tipico della domenica era costituito dal bollito di pecora. Come primo il brodo, che si consumava sia con fette di pane brustolato che con sa fregula, la minestrina.
Come secondo, la carne bollita della pecora, accompagnata da molta aromatica verdura, quali sedani e ravanelli, e da buon vino nero.



Capitolo terzo

DOGNASANTU - NOVEMBRE

In questo mese cadono due importanti ricorrenze: si apre con sa festa de is mortus, la festa dei morti, e si chiude con sa festa de su procu, la festa del maiale: la macellazione e la conservazione del maiale.
Inizia in campagna la semina del grano, dell'orzo, dell'avena e di alcune leguminose, fave e piselli precoci. Le donne hanno già scelto e preparato le sementi.
Nelle giornate morte, di troppa acqua o di troppo vento, specie se spira da levante, non si semina, e il contadino in casa traffica nel loggiato e sotto le tettoie del cortile. Fruga in mezzo a is carramazzinas, alle carabattole, per riparare e approntare is ainas, gli attrezzi da lavoro, zappe, aratro, finimenti. Quando non se la cava con i propri mezzi, va dal fabbro, dal falegname o dal ciabattino, per rifare il filo a una zappa, saldare un pezzo dell'aratro, allungare o rinforzare una bretella di cuoio.
Si raccolgono le melagrane, frutto tradizionale nella mensa di dognasantu. Rinomate le melagrane di Cabras, da cui anche il detto, un tantino astioso, rivolto a chi ride sguaiatamente: "S'arrisu de s'arenada 'e Cabras!", La risata della melagrana di Cabras!; che sottintende un secondo versetto, che suona:"Arrutta a terra e squartarada!", che cadendo per terra crepa. Sono tante le varietà di melagrana, frutto un tempo molto diffuso nel mondo contadino. Principalmente tre: sa durci, s'arga e s'arbaruci, la dolce, l'agra e l'agrodolce. Nella varietà dolce eccellevano quelle dai chicchi grossi color granata dal seme tenero, di cui Terralba aveva il primato. In quel paese, nel giorno dei morti, visitavo l'orto del vecchio zio Muntoni, quando ero bambino.
Si raccolgono anche le mele e le cotogne, che profumano a lungo tutto il soggiorno con il loro agreste profumo. I meli allignavano spontanei nella campagna collinosa aspra e se ne distinguevano diverse specie, tutte dal frutto piccolo, dolce, dalla polpa soda, profumatissime: mel' 'e appiu, mel' 'e ollu, mela 'era. Come le cotogne venivano legate per il picciolo con del filo di cotone, fino a formare dei grappoli - is appicconis - che facevano bella mostra appesi alle travi del loggiato. Le cotogne venivano consumate durante l'inverno, tagliate a spicchi e cotte in acqua zuccherata. Il loro sciroppo, bevuto ben caldo, era considerato un toccasana per il mal di gola. Più frequente l'uso di arrostirle nel forno, dopo la cottura del pane, o nelle braci del camino, dopo cena, durante le lunghe notti dell'inverno piovoso.
A metà novembre si stuppat sa carrada de su piricciolu, si inizia la botte del vinello. Il contadino muore dalla voglia di gustare il vino nuovo, per vedere "come è venuto quest'anno"; e talvolta non sta neppure ad aspettare il crisma di San Martino. Invita gli amici nella cantina - un vano in fondo alla tettoia, chiuso da un incannucciato - e insieme siedono sugli sgabelli facendo semicerchio attorno alla botte da inaugurare. All'altezza giusta si fora con sa berrina, la verrina, e il boccale si riempie allo zampillo - prontamente fermato da unu tupponeddu, uno zipolo. Poi la combriccola sta lì a bere tutta la sera, e ci si sta così bene che ci si dimentica della cena - se non fosse per le donne, che arrivano a portar pane e formaggio. E pani e casu bolint binu a rasu, pane e formaggio richiedono vino a bicchiere colmo. E' già notte fonda quando la compagnia attacca a cantare is battorinas - che non finiscono mai, perché ognuno deve rispondere, in versi improvvisati, cantati, rimati a ciò che ha cantato l'ultimo. A stento, a malincuore la compagnia si stacca dalla botte e si sposta prima nel cortile e poi in strada per gli ultimi addii, lunghi e commossi, prima di sciogliersi.

USANZIAS MORTUARIAS
Usanze mortuarie

“In su tempus passàu, is mortus arrìcus benianta interràus cun su baùllu de castangia afforràu, cun accumpangiamentu, a gruxi de prata e canta canta…; mentris is mortus pòberus benìant interraus senza de cascia de linna o baùllu, solamenti imboddiàus cun lenzoru de tela, cun accumpangiamentu cun sa gruxi de linna, cun pagus avemarìas.
Po su trasportu de su mortu pòberu de bidda a su campusantu si usada una cascia fissa a stangas e a pèis cumente mesa, cun covèccu mobili o movibili, non cravillàu, chi ddi narànta "sa littiga" o "sa lettièra".
Po sa zerimonia de costumanzia is personas chi accumpangiànta su mortu a su campusantu usànta ghettài una farrancàda de terra frisca a suba de su mortu o de sa cascia o baùllu, cun sa dispidìda abituali propiziadòra: "A ddu connòsci in sa Santa Gloria!".

(Da Giuseppe Dessi "Contus de forredda" - Fossataro, Cagliari 1964 - pagg. 33/34)

"Nei tempi andati, i morti ricchi venivano sepolti in una bara di castagno foderata, con accompagnamento solenne, croce d'argento e canti funebri; mentre i morti poveri venivano interrati senza bara, solamente avvolti in un sudario di tela, accompagnati con la croce di legno e poche Ave Marie.
Per il trasporto del morto povero dal paese al camposanto si usava un cassone-portantina con le stanghe ai due lati e con i piedi come un tavolo, con un coperchio mobile, che veniva chiamato "sa lettiera".
Secondo la cerimonia tradizionale, le persone che accompagnavano il morto in camposanto usavano gettare un pugno di terra fresca sopra il morto o sopra la bara, congedandosi con la rituale frase propiziatoria: "A ddu connosci in sa Santa Gloria!" (saperlo in Santa Gloria!)"

SA FESTA DE SU PROCU
La festa del maiale

Sa festa de su procu, la macellazione e conservazione del maiale familiare, inizia dopo Dognasantu, dopo i primi di novembre e si protrae fino a mesi de Idas, a dicembre. Comincia una famiglia, poi seguono tutte le altre della comunità, secondo un ordine stabilito dalla disponibilità di tempo de su boccidori, il macellatore e sovrintendente alla conservazione delle carni, dalla fase lunare, dal vento che spira, dal ciclo mestruale della padrona di casa, e infine dalle esigenze proprie di ciascuna famiglia.
Nel giorno stabilito, già dall'alba, tutta la famiglia, grandi e piccoli, è in piedi e in fermento. Il cortile viene riordinato e approntato: ramazzato l'acciottolato; arrimadas is carramazzinas, rimessi gli oggetti in disuso e le carabattole; il tavolo della cucina, stretto e lungo, viene sistemato in un lato. Sono già pronti gli utensili d'uso: i coltelli per affettar carni e lardo; sciveddas, scivedditas, pingiadas e prattus mannus, conche, conchette, pentole e piatti da portata, per raccogliere il sangue, le frattaglie, il fegato in particolare, e is fazzas, le animelle e le ghiandole, il cervello e altre parti che vengono distinte in recipienti diversi, e talune cucinate subito. E ancora, su codru, gli intestini, che ben pulito con acqua tiepida, aceto e foglie di limone diverrà il contenitore di su sartizzu, delle salsicce; a questo si aggiungono is mannadas: budella di vacca, acquistate tempo prima, per insaccare su sartizzu 'russu, il salame.
E' pronta anche la legna per abbruschinai su procu, abbruciacchiare le setole del maiale: quelle del dorso verranno rasate prima, conservate o vendute per ricavarne spazzole e pennelli, oppure regalate al ciabattino, su maistu de crapittas, che le userà per infilare lo spago impeciato. Sono d'uso per l'abbrustolimento le fascine di ciorixina, un arbusto nano arido filiforme che brucia consumandosi in una vampata. L'animale intero, appena dissanguato, viene completamente avvolto con fascine di ciorixina, cui si dà fuoco contemporaneamente da più parti.
Il maiale resta digiuno dal giorno innanzi, per ovvi motivi igienici, ma nei giorni precedenti è stato alimentato da signore, a base di cereali e legumi. Nelle sue ultime ore di vita, l'animale, cui le donne e i piccoli si sono affezionati, riceve particolari attenzioni e coccole: su procu si ddu pensat chi est accanta de s'accabai, è presago dell'imminente fine.
La piccola folla di uomini e donne che dovranno occuparsi di "far la festa" si assiepa nel cortile: ciascuno è pronto a svolgere un proprio compito. Ed ecco finalmente arrivare su boccidori, l'uccisore, l'esperto nella macellazione del maiale. Reca con sé un solo arnese, su 'orteddu 'e pungi, il coltello puntuto, che avvolto in un pannolino depone sopra il tavolo. Viene accolto con un buon bicchiere di vino bianco e si scambiano con lui poche parole d'occasione. Quindi si fa silenzio. L'esecuzione ha inizio.
I bambini, ai margini, seguono lo spettacolo con occhi rotondi: curiosità e angoscia, davanti alla morte.
Alcuni uomini, anche quattro o cinque secondo la mole dell'animale, tengono ben fermo la vittima sull'acciottolato, mentre su boccidori lo sgozza. Immediatamente il maiale viene issato sopra il tavolo inclinato, con la testa e il collo penzoloni, affinché tutto il suo sangue fluisca dentro la conca, che due donne si sono affrettate a parare; e mentre una tiene fermo il recipiente, l'altra immerge una mano nel sangue e lo rimesta perché non si raggrumi. Quindi, prontamente il sangue viene trasferito nella cucina, dove, nella stessa conca, viene insaporito con zucchero, cannella, anice, noce moscata, uva passa e mandorle o noci tritate (altrove, più parchi, mettono il sale e basta). Più tardi, la sera, le donne insaccheranno il sangue in buddas, budella di vitella, a mo' di salami corti, che verranno infine bolliti e conservati tra rametti di finocchio selvatico per essere mangiati nei giorni di festa. Il sangue così confezionato veniva chiamato buddedda, sanguinaccio.
Dopo abbruschinau, (più che abbrustolito depilato alla fiamma), il "morto" viene raschiato e lavato scrupolosamente. Qualcuno degli inservienti ha scalzato gli unghielli per distribuirli ai bambini, i quali devono lanciarseli alle spalle per acquistarsi buona sorte e tenere lontana la morte. Qualcun altro taglia le estremità della coda e delle orecchie che vengono ugualmente distribuite ai piccoli, un pezzetto a ciascuno, perché se le rosicchino.
La sventratura è impegnativa: da una parte i visceri e da un'altra le frattaglie. Questa operazione è diretta da su boccidori, il quale controlla lo stato di salute del "morto", in particolare se ci sono focolai di echinococcosi. Spetta allo stesso boccidori un pezzo di fegato, che egli mangia crudo, ancora caldo.
Infine, tagliato in due parti, lungo la spina dorsale, il maiale viene appeso dentro casa, nel solaio oppure nel loggiato, in luogo fresco e ventilato, ricoperto di tela di lino o di cotone, affinché stiridi, asciughi. Il giorno dopo verrà sezionato, con la presenza dello stesso boccidori o di altro esperto, che ha il compito di separare e dividere il tutto in parti omogenee, rispetto all'uso che di ciascuna parte si dovrà farne: carne da salsicce, carne da salare, carne da consumare fresca, carne per is presentis, le donazioni ai vicini di casa e ai parenti, il lardo da salare, il grasso da far lo strutto e is gerdas, i ciccioli, con cui confezionare su pan''e gerdas, il pane grasso, almeno un prosciutto, la pancetta da salare, sa mustela, la coppa; e ancora la testa e le parti cartilaginose da bollire per farne "testa in cassetta", secondo una recente usanza; e via via tutti gli ossi dello scheletro, suddivisi secondo la pezzatura, da salare e conservare per condire e insaporire i minestroni di legume secco: squisite le lenticchie, ma i fagioli non sono da meno, e neppure i ceci, specialmente se l'osso non è stato spolpato troppo coscienziosamente. E se la massaia avverte il boccidori: "Non di ddi lassit troppu de pezza a cussus ossus!" (Non lasci troppa carne a quegli ossi!), questi risponde: "Aicci pappais tottu sartizzu e nudda fasolu!" (così mangerete molta salsiccia e niente fagioli!).
La sera, dopo lauta cena, davanti al camino, si ripete per i bambini la filastrocca delle cinque dita. Indicandoli uno dopo l'altro a partire dal pollice per finire con il mignolo, si recita:
"Custu est su procu / custu d'hat mortu / custu d'hat abbruschinau / custu si dd'hat pappau / e a custu chi hat scoviau / non di dd'hant lassau!"
(Questo è il maiale / questo l'ha ucciso / questo l'ha abbrustolito / questo se l'è mangiato / e a questo che ha fatto la spia / non gliene hanno lasciato!)

SU PRESENTI
La donazione

In occasione di sa festa de su procu, la festa del maiale, una discreta parte dell'animale macellato viene distribuita, in forma di dono, ad altre famiglie della comunità, che non hanno ancora, o hanno già, macellato il loro maiale o che non ne possiedono. In quest'ultimo caso, chi lo riceve non è tenuto a ddu torrai, a restituirlo.
Su presenti, la donazione, consiste in un insieme di pezzi d'assaggio delle varie parti dell'animale, fino alla capienza di un piatto fondo da cucina, costituito per lo più in carne, fegato e buddedda, sanguinaccio.
Su presenti viene anche detto su prattu torrau, il piatto restituito, poiché normalmente chi lo riceve a sua volta lo restituisce, quando ammazza il proprio maiale. Avviene così che per buona parte di novembre, e anche oltre, le famiglie della comunità mangiano quasi quotidianamente carne di maiale fresca - che giova, dopo l'alimentazione di fine estate a base di uva, fichi e fichidindia.
Su presenti viene di norma recato a casa del beneficiario all'imbrunire, da fanciulli, in un piatto avvolto in un tovagliolo di bucato. I portatori, con i ringraziamenti d'uso ricevono anche qualche monetina, con la frase rituale: A si ddu torrai nosus! A noi restituirlo!
La locuzione "su prattu torrau", il piatto restituito, sta anche a significare "la doverosa restituzione di una offesa ricevuta". In tal caso, su prattu torrau va restituito a pesu bonu, a buon peso, cioè con l'aggiunta, per non restare in debito. Ciò vale nei rapporti di marca colonialistica del Continente con la Sardegna, dove molti sono i piatti che i Sardi devono ancora restituire. Ma a pagai e a morri c'est sempiri tempus. Per pagare e per morire c'è sempre tempo.

S'ANIMA DE SU PURGADORIU
Contu

Narant chi seu morta de mal' 'e sanguni, ma non est berus: si mi 'essint portau luegu de zia Crabiou forzis mi happessi sarvada, ca seu morta de azzicchidu.
Su fattu m'est sutzediu in s'ottoniu de is olias, torrendi de is bingias. Fiat s'ora chi scurigat e deu totu prexerosa, cun d'unu scarteddu de axina, fia torrendi facci a bidda, cand'eccu tot' in d'unu intendu passus sighendimì.
Non seu femina timorosa e no happu penzau a su mali, ca in su sartu nostu, grazias a Deus, de cussa genti non ci 'n d'est. Mi seu penzada chi fessit genti de bidda fadendi su matessi camminu, e mi seu firmada po mi fai sodigai... Mi giru e dda biu, firma a palas mias, cun d'una crobi manna in conca: fiat zia Pepparrosa, parenti arriolesa de Sarbadoricca. Fia unu scant'annus senza de dda biri, ma dd'happu arreconnota luegu.
"A bidda nosta est tocchendi, zia Pepparrosa?", dd'happu pregontada.
E issa, senza de bogai boxi, m'hat fattu accinnu de sì cun sa conca. Sa cara portat trista, cumenti chi sunfrissit dolori mannu. No happu insistiu, e in pari si seus incarreladas, deu a innanti e issa avatu.
Lompias chi seus appizzus de su cuccuru de sa 'ia, an ca cumenzat sa cresura de prunixedda, zia Pepparrosa m'est parria stracca meda. Dd'happu nau:
"Lessit chi dd'aggiudi a si 'n di cabai pagu pagu sa crobi de conca, ca parrit grai, parrit."
E issa, castiendimì cun oghidura strania, cun d'una boxi mujada chi parriat bessia de sutta de terra, m'hat nau:
"Mancai fessit, filla mia bella, chi mi podessisti alliggerì de custu pesu mannu..."
"Cun prexeri, zia Pepparrosa - dd'happu nau - lessimidda portai a mei po unu arroghixeddu de biasci; in su mentris vusteti si pausat pagu pagu..."
Aici heus fattu: 'n di dd'happu liau sa crobi e mi dd'happu attuada in conca ...Gesugristu miu gloriosu! Aturu che grai fiat! Parriat plena de perda, parriat.
Totu scianca scianca e sulendi che una pibera, e issa avatu, seus arribadas accant' 'e is primas domus. Innì zia Pepparrosa s'est firmada; e in su mentris fia attuendiddi sa crobi, castiendimì riconoscenti m'hat nau:
"Deus ti ddu paghit, filla mia bella! Tui non ddu scis sa grazia chi m'has fattu portendi po mei custu pesu: dogna minutu de 'ia, tui m'has resparmiau cent'annus de Purgadoriu!"
Cumenti hat finiu de fueddai s'est girada po s'incarrelai, e insaras dd'happu bista ... de palas ... Portaiat in sa schina unu tuvoni mannu plenu de fogu teni teni... Mi seu fuida zerriendi: "Aggitoriu, aggitoriu! ... Gesùgristu miu aggiudaimì! ..." Scarteddu e totu happu lassau, currendi che una macca, ghettendi zerrius, finzas a chi seu lompia a domu, e mi seu arrutta...

L'ANIMA DEL PURGATORIO
Racconto

Dicono che sono morta di dissenteria, ma non è vero: se mi avessero portata subito da zia Crabiou forse mi sarei salvata, perché io sono morta di spavento.
Il fatto mi è accaduto nel viottolo degli oliveti, tornando dalle vigne. Era l'ora in cui comincia a imbrunire e io felice e contenta con il cestino dell'uva me ne tornavo in paese, quando a un tratto sento dei passi dietro di me.
Non sono donna paurosa e non ho pensato ad alcunché di male, perché nelle nostre campagne, grazie a Dio, gente cattiva non ce n'è. Ho pensato che doveva essere uno del paese che stesse facendo la mia stessa strada, e mi sono fermata per farmi raggiungere... Voltandomi, l'ho vista ferma alle mie spalle, con una grande corbula in testa: era zia Pepparosa, una parente riolese di Salvadorica. Ero diversi anni senza vederla, ma l'ho riconosciuta subito.
"Sta andando verso il nostro paese, zia Pepparosa?" le ho chiesto.
E lei senza aprir bocca mi ha fatto cenno di sì con il capo. Aveva una espressione triste, come se patisse per un grande dolore. Io non ho insistito, e insieme ci siamo avviate, io davanti e lei dietro.
Quando siamo arrivate sul dosso della strada, dove inizia la siepe di pruno selvatico, zia Pepparosa mi è sembrata molto stanca. Le ho detto:
"Lasci che l'aiuti un pochino a liberarsi la testa dalla corbula, che sembra pesante, sembra."
E lei, guardandomi con occhi strani, con una voce sussurrata che sembrava venisse da sotto terra, mi ha detto:
"Magari fosse, figlia mia bella, che mi potessi alleggerire di questo grande peso..."
"Con piacere, zia Pepparosa - le ho detto - me la lasci portare per un tratto di strada; intanto lei si riposa un pochino ..."
Così abbiamo fatto: le ho preso la corbula e me la sono caricata sulla testa... Gesù Cristo mio glorioso! Altro che se era pesante! Pareva fosse piena di pietre, pareva.
Arrancando e sudando con lei dietro, siamo arrivate vicino alle prime case. In quel punto zia Pepparosa si è fermata; e intanto che l'aiutavo a ricaricarsi la corbula in testa, guardandomi riconoscente, mi ha detto:
"Dio te ne renda merito, figlia mia bella! Tu non sai quale grazia mi hai fatto, portando per me questo peso: ogni minuto di strada, tu mi hai risparmiato cento anni di Purgatorio!"
Come ha finito di parlare si è girata per avviarsi, e allora l'ho vista ... di dietro... Aveva la schiena cava piena di fuoco ardente... Sono fuggita urlando: "Aiuto, aiuto! ... Gesù Cristo mio aiutatemi! "... Cestino e tutto quanto ho lasciato, correndo come una matta, urlando, fin che sono arrivata a casa, e ho perso i sensi...



PARTE SECONDA


JERRU / INVERNO

Ierru, inverno. E' la stagione di Paschiscedda, di Natale, de is angionis, degli agnelli, de Carnovali o Carresegare, di Carnevale. E' il tempo delle attese e delle speranze, per il contadino. Che piova; che non piova troppo, da portarsi via terra e sementi e dover riseminare. Che il vento spiri da tramontana e pulisca il cielo e purifichi l'aria; che non tiri violento da maestrale indurendo il terreno, seccando i germogli, scoperchiando i tetti delle case. Che il cielo alterni sereno a nuvoloso, affinché nel maggese cresca l'erba per il bestiame, e che nelle notti stellate non cada la brina...


Capitolo Primo


MESI DE IDAS / DICEMBRE

I sardi pastori chiamano questo mese Nadale, in onore della nascita del Messia - seppure una leggenda narri che i pastori barbaricini non furono invitati dagli Angeli mandati a schiera sulla terra ad annunciare il lieto evento; e che così non poterono presenziare al divino evento, e soltanto molto, molto più tardi e non tutti conobbero e accettarono la nuova Legge dell'Amore.
Mese di Nadale anche per le pecore, che partoriscono i primi agnellini. E negli ovili e nelle case si fanno is casadas, le giuncate, dense cremose, confezionate con il latte - colostro aromatizzato con mentastro. E i bambini ritrovano al mattino risvegliandosi il buon latte caldo zuccherato, da inzupparci la fetta del pane brustolato alle braci del camino, e il loro visetto si fa roseo paffuto, anche se hanno i piedini scalzi e fa freddo.
Nelle giornate serene, totus a cambarada si andat a scutullai olia, si va in gruppo a bacchiare le olive. Ogni contadino ha nella vigna o in altro campicello qualche albero di olive, sufficienti a dargli l'olio per condire la minestra e s'olia cunfettada, e le olive da conservare in salamoia. Queste olive costituiscono con su casu e su sartizzu, il formaggio e la salsiccia, i fondamentali companatici del quotidiano desinare campestre.
A su messaiu ddi mancat totu ma no sa passienzia, al contadino manca tutto ma non la pazienza. Se in qualche appezzamento il grano non è nato, si accinge a riseminarlo. E se non ha più semenza, attinge al mucchio del solaio, riservato per il pane domestico, o se lo fa prestare dal commerciante usuraio, che lo vuole indietro raddoppiato a mes' 'e argiolas, a luglio, se è onesto.
Dalla legnaia situata all'aperto, una certa quantità di ciocchi e di fascine vengono trasportati in sa domu de su forru, sotto la tettoia del forno, perché asciughino, al riparo, e siano a portata di mano dalla cucina. Ne occorre tanta di legna, durante le lunghe serate d'inverno: per far cuocere il minestrone di ceci o di lenticchie per la cena e per allontanare l'umido dell'artrosi che si annida nelle giunture delle ossa.
Il fuoco continua a bruciare nel camino anche dopo la cena, e vede tutta la famiglia e gli ospiti, quando ci sono, seduti davanti a semicerchio. Brucia più libero, più allegro ora che la sua fiamma non ha più su trebini, il treppiede, con sopra il pentolone da far bollire, e invita i piedi e le mani ad allungarsi tese. Il babbo gioca con s'azzizzadori, con l'attizzatoio, spostando i legnetti fumiganti sopra il fiammeggiante o rivoltando nella cenere calda favette brustolite - caso mai fosse rimasto un angolino vuoto nello stomaco. E rimestando rimestando le braci del focherello, arrivano is contus de forredda, le favole evocate dalla magica fiamma del camino.
Durante la notte di Natale, nelle ore che vanno dal tramonto all'alba, si avvicendano tre momenti di particolare rilievo per tutta la comunità: sa Notti de cena, sa Missa de puddu e is ballus (il cenone della Vigilia, la Messa del gallo o di mezzanotte e i balli di apertura del Carnevale).

IS BALLUS - SA CUMPAGIA DE IS BALLUS
I BALLI - LA COMPAGNIA DEI BALLI

“Il periodo del Carnevale aveva inizio dal Natale fino al mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima.
I giovani si mettevano d'accordo in anticipo, per formare un gruppo tra amici e parenti e trascorrere le serate del sabato e della domenica ballando. Di solito erano coppie di fratelli e sorelle oppure cugini e cugine; se qualcuno era fidanzato, siccome di notte le ragazze non potevano uscire sole con il proprio fidanzato, questo doveva portarsi appresso anche la cognata o qualche cugina della fidanzata o in casi estremi la suocera.
Il gruppo così costituito si riuniva nella casa nuova, ancora vuota di mobili, costruita da qualcuno dello stesso gruppo in vista del matrimonio. Se nel gruppo non c'era nessuno che sapeva suonare, si ingaggiava un suonatore ambulante, qualche povero cieco che di solito suonava la fisarmonica, per poter ballare. Si aprivano i balli verso le dieci di sera e si facevano le ore piccole.
La prima serata di ballo era la vigilia di Natale e si andava a ballare all'uscita della Messa di Mezzanotte.
E così per tutto il Carnevale.
Finita la Quaresima, il giorno dopo Pasqua, tutto il gruppo si recava in gita a picchettai, pranzando in campagna. Così si scioglieva la compagnia dei balli.”
(Testimonianza. Arbus 198O)

S'ACCABBADORA
COLEI CHE PRATICA L'EUTANASIA

"Sappiamo che presso i Sardi i vecchi che avevano passato i settanta erano sacrificati a Kronos dai loro stessi figli, i quali armati di verghe e di bastoni, a forza di percosse spingendoli sull'orlo di fosse profonde come baratri, barbaramente li uccidevano; e la crudele operazione accompagnavano con risa inumane."
(Pettazzoni - Paleoetnologia sarda - Africa - in Revue d'ethnograpie et de sociologie - 1910 - pag. 222)

Eutanasia, dal greco, significa morire bene, e per estensione morire dolcemente o felicemente, e anche morire a tempo debito. Nell'antichità, quando la natura non provvedeva a dare al moribondo una morte dolce oppure non provvedeva a eliminare un vecchio o altri socialmente inutili con una morte a tempo debito, interveniva la comunità, per mano di familiari, parenti o di addetti all'uopo. Nel primo caso si configurava una eutanasia agonica, nel secondo una eutanasia eugenica.
Il Pettazzoni, nel brano sopraccitato, dà notizia dell'uso della eutanasia eugenica praticata in Sardegna in tempi pre-cristiani. Il fatto è normale. Ciò che appare frutto di fantasia è certamente la descrizione di come i vecchi venissero soppressi, in modo barbaro, crudele e inumano.
E' noto che l'eutanasia eugenica era diffusa nel mondo antico pre-cristiano: una istituzione legale, moralmente lodevole, praticata non solo a Sparta e apprezzata non soltanto da Platone ("coloro che non sono sani di corpo li si lascerà morire"). In tempi moderni l'eutanasia eugenica è scomparsa come istituzione ed è moralmente riprovata. Tuttavia, in forme civili, è ancora largamente diffusa in tutto il mondo - per non dire del nazismo di Hitler con il genocidio degli Ebrei e dell'ebraismo di Israele con il genocidio dei Palestinesi. Contrariamente alle affermazioni di principio, cristiane e umanitarie, nelle società cosiddette civili i vecchi vengono abbandonati a se stessi, lasciati a morire d'inedia e di solitudine - quando non anche di stenti. Numerosi i casi di "pensionati" trovati morti dopo giorni nelle loro abitazioni, senza che nessuno abbia assistito alla loro morte - neppure per aiutarli a morire bene.
Pare che tra i Sardi fosse anche praticata, fino ai tempi recenti, l'eutanasia agonica - l'evitare al moribondo le sofferenze di una lunga agonia. Il mistero che circonda tale pratica, e quindi la mancanza di notizie storiche, è logico se non ovvio: sia perché la pratica è condannata da leggi esterne alla comunità che la esercita; sia per la discrezione e il silenzio dovuti a un compito di tanta gravosa pietas.
Per indicare le persone addette a facilitare il trapasso ai moribondi si conoscono due termini: quello in lingua logudorese accabbadora (secondo la grafia del Dizionario sardo dello Spanu), senza il maschile; l'altro in lingua campidanese acabadori (chiaramente derivato dallo spagnolo acabar = finire), senza il femminile. Ciò fa pensare a residui di una organizzazione matriarcale nel mondo logudorese-barbaricino.
Sas accabbadoras nel Nuorese e is acabadoris nei Campidani - rispettivamente finitrici e finitori - avevano il compito di facilitare il trapasso ai moribondi. Non sappiamo se tale pratica sia del tutto disusata.


IL PARRICIDIO RITUALE

"Lo scrittore sicelioto Timeo di Taormina, vissuto nel IV secolo a. C. e competente in storia occidentale (...) riporta una barbara consuetudine dei Sardi indigeni, consistente nell'uccidere i vecchi padri, accompagnandoli verso baratri, finendoli qui a colpi di bastone e poi precipitandoli fra risa feroci ed inumane in una specie di frenesia festiva. Questo rito, per noi crudele e orribile, dove il riso non è altro che la "restaurazione orgiastica" dell'angoscia derivata dal nichilismo della morte (agisce cioè come attivo elemento rigeneratore della vita), ha numerosi confronti in esempi di parricidi o, in genere, di uccisione di vecchi presso i popoli primitivi antichi e moderni (Africa, Australia, isole della Melanesia e Figi, Brasile, Antille, America settentrionale) e genti dell'antichità classica (regione caucasica e caspia; Irlanda) e medievale (Svezia). E, ciò che appare anche più interessante, si allinea con analoghe costumanze rituali di ambienti dove si pratica il cannibalismo. E. Volhard, che ha compiuto studi fondamentali sul cannibalismo, segna la cerimonia di appendere i vecchi genitori ad una pianta dalla quale vengono scossi come frutti maturi per poi essere uccisi e mangiati. Lo stesso Volhard vede il costume di non aspettare la morte naturale dei parenti prossimi anziani, sopprimendoli ritualmente (costume ovvio nella pratica sarda riferita da Timeo), connesso con la patrofagia, cioè con l'antropofagia del defunto: varietà di endocannibalismo, in relazione con l'obbligo rituale di identificarsi col trapassato addossandosene la morte, al fine della rigenerazione. Il costume riportato da Timeo per la Sardegna, che non v'è ragione di escludere dalla sfera psicologica prenuragica dell'Isola, non può applicarsi che ad uno stadio economico-sociale di civiltà rurale segnato da motivi magico-totemistici e da influenze matriarcali (potenza della donna-madre, matriarca, che si identifica con quella della natura vegetativa, e forza magica dell'antenato totem, cioè del vero padre genealogico, per cui scade, fino a essere soppresso, il padre naturale). La pratica protosarda assolve un obbligo morale inteso ad assicurare con l'esclusione violenta di chi dimostra più vicina la presenza della morte (cioè del vecchio padre), la liberazione dalla morte, in quanto la morte fatta subire coscientemente al vivente accelera la riproduzione della vita: di quella umana (discendenza) e di quella vegetale-agricola, insieme magicamente connessa. Sono innumerevoli gli esempi di relazione intima fra produttività delle coltivazioni agrarie e uccisioni umane, simboliche (tatuaggio, circoncisioni, mutilazioni varie) ed effettive (caccia di teste, sacrifizi umani, cannibalismo, ecc.). Si hanno residui anche nei riti cristiani: vicina al costume sardo riferito da Timeo, è la pratica di Bono - Sassari per cui il Santo Patrono viene accompagnato all'orlo di un burrone e minacciato di essere buttato giù se non concede la grazia d'un buon raccolto (all'uccisione reale si sostituisce l'uccisione simbolica)".
(Da Giovanni Lilliu "La Civiltà dei Sardi " 1963)

IL RISO SARDONICO

La sardonia o sardonica è un'erba delle ranuncolacee, velenosa, in latino sardonia, dal greco sardonion, derivato da Sardò, Sardegna, perché essenza comune in questa Isola.
Si dice che questa erba, ingerita, provocasse il riso sardonico, una convulsione sghignazzante dei muscoli facciali. Da qui, ancora oggi, il significato di riso beffardo, ironico, irrefrenabile.
Il riso da sardonia, nel pregiudizio di antichi colonizzatori, diventa il riso dei Sardi. Lo storico siciliano Timeo, precursore del Nicèforo, sostenne che il riso sardonico si accompagnava nei genitori o nei figli (non si capisce bene se in tutti e due) alla uccisione a randellate dei padri, non più in grado di produrre.
Risponde lo storico Ettore Pais in "Sulla civiltà dei nuraghi" - 19O9:

"Secondo un'antica tradizione raccolta dal celebre storico siciliano Timeo, i Sardi uccidevano i loro genitori quando questi erano divenuti vecchi. Nulla ci vieta di prestar fede a questo racconto, dacché analoghe tradizioni ed analoghi fatti sono riferiti per tanti altri popoli della terra viventi allo stato selvaggio. Per non estenderci in ampli ed oziosi confronti basterà ricordare come un costume siffatto ancora al tempo di Augusto vigesse fra gli abitatori dell'Irlanda. E per un'età più o meno coeva a quella dei nostri Nuraghi, una usanza barbarica di questo genere è riferita per gli stessi Romani i quali avrebbero avuto la consuetudine non di divorare, è vero, ma di uccidere coloro che avessero raggiunto i sessant'anni.
"Non vi sarebbe nulla di strano nell'ammettere che sino al periodo punico ed al tempo in cui fioriva la storiografia siceliota, in alcune parti della Sardegna vi fossero popolazioni dedite ancora all'antropofagia. Tuttavia, dall'accettare ad occhi chiusi questo racconto di Timeo ci trattengono due considerazioni: che il dottissimo scrittore siciliano discorrendo della Corsica e della Sardegna, era caduto, a detta di Polìbio, in una serie di gravi errori; e che stando a Demone, uno scrittore attico più o meno coevo ai tempi di Timeo, l'adagio riso sardonico non si spiegava, come quest'ultimo aveva detto, con il riso dei vecchi genitori Sardi uccisi dai figli, bensì con quello dei prigionieri Cartaginesi dimoranti in Sardegna che venivano sacrificati al dio Kronos. E' probabile che il riso sardonico non abbia nulla a che fare con una tradizione e con l'altra. Ma dalla divergenza dei due scrittori può nascere il sospetto che il racconto sulla barbara usanza dei Sardi sia stata originata dal noto costume punico di sacrificare al dio Kronos vittime umane."


TEMPO NUOVO

“Est istadu Cristos chi hat nadu: "Sos babbos los boccat su tempus"
E' stato Cristo che ha detto: "I padri li consumi il tempo"

“E un vecchio, un padre ormai inutile, andava alla morte: e la doveva ricevere in fondo al sentiero dalle mani dei suoi propri figli, dei quali due lo sorreggevano, tristi, nel camminare.
A metà del sentiero incontrarono uno sconosciuto che se ne stava sopra una specie di scranna di pietra.
Lo sconosciuto, al vederli, si alzò e chiese, con la sollecitudine nella voce, dove andassero con quel vecchio. Tutti li avevano visti partire, tutti sapevano dove essi erano diretti: soltanto quello sconosciuto, a quanto sembrava, doveva venire chissà da quale terra lontana, chissà da quale distanza, se aveva fatto quella domanda.
Uno dei figli, e precisamente quello al quale, dopo la morte del padre, doveva passare l'autorità sui fratelli, rispose: "Andiamo a liberare il vecchio dal peso dei suoi anni, che c'è ormai di più, come tu stesso vedi".
Allora lo sconosciuto si rivolse al vecchio con una voce alla quale non si poteva resistere: "Fermatevi un poco, venite, sedete a questa pietra, vecchio, siete tanto stanco, ognuno lo vede".
Il vecchio, con sorpresa sua e dei suoi figli, si diresse da solo alla scranna di pietra e, sedendosi, sospirò: "Comoda, questa pietra".
I figli cominciarono a sentire sdegno di quell'intruso che faceva loro perdere del tempo. Ma lo sconosciuto non diede loro modo di manifestare a parole quel loro sdegno, perché uscì nel dire: "Dalle mie parti i vecchi muoiono quando viene la morte a prenderseli".
"Da voi, dove?" chiese il figlio maggiore.
"Là" disse l'altro e indicò un punto dell'orizzonte.
"Come mai dalle tue parti può accadere quello che dici?" domandò incuriosito il figlio.
"Ma è cosa tanto naturale da noi, - rispose lo sconosciuto - perché cane non mangia cane, corvo non acceca corvo, albero non uccide albero. Del resto, vi comprendo: anche da noi, una volta, si faceva come qui. Ma poi rimanevano tristi, quelli che restavano: avevano paura d'invecchiare, perché, naturalmente, pensavano che i loro figli avrebbero fatto lo stesso".
"E’ dunque giusto che i miei figli facciano a me quello che io feci a mio padre" disse il vecchio.
"Ma tu, - gli fece lo sconosciuto - incontrasti per caso, quel giorno, chi ti facesse un discorso come quello che io ti ho fatto?".
"No, che non lo incontrai", ammise il vecchio.
"Dunque il caso è diverso, molto diverso: infatti, allora, tu non sapevi che altrove i vecchi si lasciavano fino a consumarsi".
"E' la verità, non lo sapevo".
"Ma ormai siamo a questo punto: che domani i tuoi figli non potrebbero dire a loro discolpa le tue stesse parole - continuò lo sconosciuto - sicché, io dico a voi che volete abbreviare la vita a vostro padre: lasciate scorrere il sangue verso la morte, come l'acqua scorre per natura sua al mare. Se così farete, sono pronto a garantirvi che non avrete più paura d'invecchiare. E se vi resta qualche dubbio che io vi inganni, io rimango con voi e, se vi avrò ingannato, farete di me quel che vorrete".
Divertito, il figlio, ma anche un po' turbato, disse: "E sia. Ma che garanzia ci offri, non solo a parole?"
"Questa mia stessa persona" disse fermo lo sconosciuto.
I figli avevano, per caso, bisogno proprio di uno che girasse loro la macina. E il figlio maggiore disse tutto interessato: "Bene, noi torniamo senz'altro lassù, col vecchio e con te: e finché il vecchio vivrà tu ci compenserai girando la macina; ti va?".
"Da questo stesso momento mi metto nelle vostre mani", disse lo sconosciuto.
Così il forestiero fu legato alla macina. Tutti i vecchi andavano a vederlo e da prima provavano soltanto curiosità, poi piacere con dolore, mescolati insieme, come gustassero del miele amaro: dolcezza di poter continuare a vivere; amarezza di quella fatica da schiavo alla quale lo sconosciuto si era condannato, per loro.
Venivano a vederlo anche dai luoghi più lontani: e tutti sospendevano la loro usanza fino a sapere l'esito di quello strano contratto.
Lo schiavo volontario penò a lungo, perché il vecchio a lungo durò, prima di consumarsi.
Era la prima volta che un vecchio moriva di morte naturale in quella terra. E il sole continuava il suo giro, la luna lo stesso, i fiumi continuavano a scorrere, la terra non cessava di dare le sue erbe, gli alberi i loro frutti: tutto rimaneva come prima. Era proprio un mistero, tanto più che lo sconosciuto continuava a girare la macina e non chiedeva di essere liberato. I giorni passarono, passarono i mesi: e i figli sentivano che il tempo scorreva e non li impauriva: e così sentivano tutti i figli che avevano padre entrato in vecchiaia.
Fu a questo punto che l'uomo misterioso scomparve, e già era cominciato un tempo nuovo.”
(Da "Miele amaro" di Salvatore Cambosu - Vallecchi 1954)

LA MORTE / Usanze campidanesi

“Il vecchio contadino quando si sentiva ormai stanco e sfinito si recava solo al campicello più vicino al paese, anche se non riusciva più a zappettare.
Quando sopraggiungeva qualche malattia se il medico lo riteneva opportuno, veniva chiamato il sacerdote per portargli "L'Olio Santo". E così come era vissuto, ossequioso alla volontà del Signore, si spegneva.
Veniva chiamato il suo barbiere, che era già pagato, perché i contadini usavano pagare al raccolto, naturalmente col grano, per fargli la barba per l'ultima volta; i parenti gli regalavano l'asciugamano buono che veniva usato solo il giorno.
Il morto veniva vestito con l'abito da sposo, già precedentemente preparato, che aveva usato poche volte nella sua vita: per Pasqua e Natale, per il Battesimo o le nozze dei figli; veniva disteso sul letto buono dove aveva dormito il giorno delle nozze e qualche rara volta che era stato malato, in attesa di venir collocato nella bara.
I parenti erano riuniti nella stanza accanto e tra un singhiozzo e l'altro elogiavano le buone azioni del defunto, ogni volta che veniva qualche conoscente a dare le condoglianze.
La salma veniva portata direttamente in cimitero, seguita dal corteo dei parenti; ed una volta tumulato, tutti tornavano a riaccompagnare i parenti e dar loro le condoglianze.
All'ottavo giorno dalla morte, veniva celebrata la messa in suffragio ed ancora, tutti si recavano a casa del defunto e veniva offerto a ciascuno un piccolo pane.”
(Testimonianza di E. M. - Alto Iglesiente 1948)

LA MORTE / Usanze barbaricine.

“Appena una persona sentiva il sopraggiungere della morte, veniva circondato dai parenti più stretti che recitavano le preghiere per lui. Una volta giunto il sonno della morte, le venivano chiusi gli occhi e le legavano un fazzoletto intorno alla testa per chiuderle la bocca.
Successivamente il morto veniva lavato e vestito a festa. Queste operazioni venivano eseguite dalle donne, e solo nel caso che il corpo del defunto fosse molto pesante, veniva chiesto l'intervento di un uomo per aiutare alla vestizione.
Il corpo veniva adagiato sopra un tavolo ricoperto con una tovaglia di lino, di colore bianco. Su di un altro tavolo, sempre ricoperto da una tovaglia in lino, bianca, venivano posti dei ceri accesi. Tutto ciò veniva eseguito nella camera migliore della casa. Una volta concluse queste operazioni, coloro che le avevano effettuate, si disinfettavano le mani riscaldandosele sulla brace ottenuta bruciando un composto di erbe aromatiche disposte su una tegola vecchia.
In cucina, le donne facevano e fanno tutt'ora la lamentazione funebre, "s'attitu o sa roda", ricordando il morto nei suoi pregi e nelle sue imprese.
Nella stanza dove si trova il defunto, arrivavano e arrivano le prioresse a gruppi per recitare il rosario. Queste per tutto il giorno si alternavano ad altre, ricominciando la recitazione del rosario una volta terminato il turno delle precedenti. Appena terminato, si recavano nella stanza dove vi erano i parenti per porgere le loro condoglianze. I parenti ringraziavano sempre sottoforma di attitos, attraverso i quali venivano ricordati anche i morti delle prioresse per invogliarle a piangere.
Gli uomini erano del tutto estranei a questi riti, infatti stavano in un' altra stanza, e solo la notte vegliavano il defunto.
Il morto veniva tenuto in casa, almeno ventiquattro ore.
La sera, si usava e lo si usa tutt'ora, portare la cena alle persone povere del paese, compresi il becchino e l'aiutante del prete. La cena consisteva in pane e formaggio per tre, cinque, sette, nove persone e anche di più a secondo delle condizioni economiche dei parenti del morto. Se si trattava di benestanti, si regalava anche carne di vitella.
Al rintocco delle campane, l'ultimo gruppo di prioresse si disponeva sulla soglia della camera dove era disposto il morto, per recitare il rosario finale. Le altre invece si recavano in chiesa per prendere le croci simbolo di ciascun gruppo di esse, e il parroco. Così insieme si recavano in casa del defunto per condurlo in chiesa. Una volta giunti, il prete provvedeva alla benedizione del cadavere, e poi la bara veniva caricata sulle spalle di quattro fra i parenti più stretti che si alternavano ad altri, e portata in chiesa in processione.
Terminata la cerimonia, tutti i partecipanti l'accompagnavano in cimitero, mentre i parenti stretti, per lo più fratelli e figli rientravano a casa per ricevere parenti e amici che porgevano loro le condoglianze. Per i parenti e i vicini di casa veniva fatto il caffè nero, fortissimo. "Caffè de sos mortos".”
(Testimonianza di M. M. - Orgosolo 1940)



Capitolo secondo

GENNARGIU / GENNAIO

I primi dodici giorni di questo mese danno le previsioni sull'andamento di tutto l'anno, equiparando, nell'ordine, ciascun giorno a ciascun mese: primo giorno, gennaio; secondo giorno, febbraio; terzo giorno marzo; e così via.
Arrivano le secche, un breve periodo di tempo sereno asciutto, con una leggera brezza di tramontana. Il mare, specie nelle prime ore del mattino, è liscio come un olio. E' tempo di ricci, che, dopo la luna di Natale, son pieni delle loro uova rosse a stella.
Finché il tempo si mantiene sereno e asciutto e il mare calmo, is rizzonis, i ricci, consentono ai contadini più giovani e intraprendenti di farsi una buona giornata. Se pioverà, resta l'ipotesi di andare in cerca di lumache o di funghi.
Già sono stati portati via dalla vigna i tralci della prima potatura - quei sarmenti che legati in fascine, insieme ai lentischi, scaldano il forno e la cucina. E' tempo di ararla, ora, la vigna, seminarvi le leguminose da sovescio che azotano il terreno, raschiare il ceppo per rifargli la pelle nuova liscia, perché non si annidino insetti e pesti. E bisogna anche a dda scrazzai, la vigna, sarchiarla, per farle prendere aria fino alle radici.
Un occhio di riguardo va riservato anche alle pianticelle da frutto che sempre arricchiscono la vigna: il fico, di cui se ne hanno varietà diverse ai quattro angoli o in fila ai margini del sentiero (longa, mattiniedda, perdingiana e rapellina); l'albicocco, il pesco e il susino, innestati sul mandorlo perché vengono su presto e forti e sani. Est tempus de pudai e de arrodiai is mattas, potare a ruota, diradando affinché tutti i rami abbiano sole e aria.
E' rimasto ancora qualche fazzoletto di terra di poco conto, ed è giunto il suo turno di utilizzazione. Seminati a ceci e lenticchie daranno quei legumi di base per la cena durante l'inverno.
Gennargiu siccu, messaiu riccu; gennargiu sciustu, messaiu arruttu (Gennaio secco, contadino ricco; gennaio bagnato, contadino povero) - Proverbio Campidanese.

De inoghe a bennarzu, né anzone né arzu; dae bennarzu in cudda 'ia, frittu, famine et carestia (Prima di gennaio, né agnello (muore) né ghiaccio (fa); dopo gennaio, freddo, fame e carestia). - Proverbio Logudorese.

Bessidu que ses bennarzu / Qui m'haias minatadu / Qui mi dias haer dadu / Sa morte ad su primu nie / Non timu pius a tie / Qui como timo a frearzu. (Finalmente sei terminato o gennaio / Che mi avevi minacciato / di uccidermi il gregge / Alla prima neve / Ora non temo te / quanto temo febbraio). Filastrocca Logudorese.

Bessidu qu'est bennarzu / né anzone né arzu / né arzu né anzone / manc'unu toppigone.
Prestami duas dies / qui ti las hap'a torrare / quando des benner innanti!
Febbraio dice: Sei finito, gennaio / né agnello né ghiaccio / né ghiaccio né agnello / neanche zoppo. (Il senso si ottiene aggiungendo ad agnello "muore" e a ghiaccio "fa")
Risponde gennaio: Prestami due giorni / che te li restituirò / quando verrai prima di me!
E' questa una filastrocca in Logudorese, che i pastori, si dicono l'ultimo giorno di gennaio.


IL RIENTRO DALLA CAMPAGNA

“In gennaio, le notti sono stellate e gelide.
Trascorro le sere in cucina, accanto al camino, con la mia nuova famiglia.
Basta il chiarore della fiamma a far luce. Solamente per cenare si accende la lucerna ad olio, che pende fumigante da una trave del soffitto.
Ziu Efisi rientra come sempre all'imbrunire, quando il fuoco è appena acceso. I più piccoli gli si fanno attorno festosi e lui li sculaccia affettuosamente, mentre depone in terra il fascio di legna. Inizia l'assalto alla bisaccia e alle tasche di ziu Efisi: appaiono lau e mattuzzu, le aromatiche erbe del ruscello, da intingersi nell'olio d'oliva pepato; le mungettas, lumache nere sigillate da una membrana bianca, da arrostire, come i funghi del cisto, sulle braci; cardi selvatici che si accompagnano col pane dorato e fanno venire sete di vinello aspro, e i cardi biondi, dolci, cresciuti sotto un sasso.
Dopo cena, i piccoli si addormentano, chi appoggiato al tavolo e chi sulla stuoia calda. Io resto sempre un poco, coi piedi allungati al tepore, a fumare e a chiacchierare con ziu Efisi.
Zia Elvira riempie la conca con l'acqua del pozzo; lava piatti e posate che Maria asciuga e ripone nella rastrelliera nel canterano. Poi si siedono ambedue vicine tra loro, all'altro lato del camino, ad ascoltare in silenzio i nostri discorsi da uomini.
"Annata brutta, quest'anno!" Comincia sempre così, tutte le sere, ziu Efisi.
"Eh, il tempo! Se venisse un'annata buona...come quell'anno, ricordi, Elvira?"
Zia Elvira annuisce col capo.
"Il tempo...eh, il tempo. Il tempo è quello che ci rovina, a noi." Prosegue.
Attizza il fuoco, in silenzio.
"Speriamo che quest'anno..." riprende a dire.
La brina ha bruciato fave e piselli. La troppa acqua scendendo dai monti ha portato via grano e terra insieme. L'anno scorso la siccità ha inaridito i pascoli.
"Qualcosa si può salvare ancora, quest'anno, se il tempo..."
Ziu Efisi possiede un ettaro e mezzo di terra, un pezzo qua e un pezzo là, uno a ponente e uno a levante, un anno a grano e un anno a fave, "come facevano gli antichi, che il fatto loro, non c'è che dire! lo sapevano eccome! che stavano come papi, ai tempi loro".
Da pochi anni ha piantato un centinaio di viti e quest'anno ha una botticella piena, sotto la tettoia del cortile, e anche un fiasco di sapa per le feste, conservato nel canterano.
Più di un'ora a piedi per arrivare alle sue terre. Ogni giorno: diserbare, sistemare le siepi di chiusura che rubano terra, zappare, diradare. Ogni giorno: la bisaccia col pane, la zucca del vinello aspro e la zappa. E quando ha finito con il suo, va a giornata nelle terre di don Peppe."
(Da "Il testimone" di Ugo Dessy - Fossataro - Cagliari 1966)
SANTA AUTONOMIA

L'ultima domenica di gennaio cade una nuova ricorrenza festiva a carattere regionale: la Santa Autonomia, che si articola con svariati riti civili e con un solenne messaggio del presidente della Regione Sarda.
La festa si caratterizza per la diserzione in massa di tutta la popolazione, che evidentemente non si riconosce autonoma, ma vede la partecipazione devota dei politici di tutti i partiti, che si recano nel Sacrario del Palazzo di Viale Trento - verso cui converge, per altro, la passeggiata delle peripatetiche di Viale Trieste - per sciogliere voti elettorali e deporre cere-protocollate per grazie ricevute.

SU BRAXERI DE LIAUNA
IL BRACIERE DI LATTA

“Necessità aguzza l'ingegno. Se la massima è vera, i miei scolari hanno tante necessità da risolvere e soddisfare, che in fatto di acutezza d'ingegno sono tutti dei piccoli Einstein. Sono al primo incarico di maestro in un paesino agricolo della Marmilla. Una terza mista. Tra regolari e ripetenti, una trentina di scolari, dagli otto ai dodici anni. Non c'è casamento scolastico. Il comune ha preso in affitto alcuni locali che forniti di banchi, di cattedra e di lavagna fungono da aula. Le vecchie maestre del luogo, per diritto d'anzianità e d'intrallazzo, si sono installate chi in una stanza del municipio, a fianco all'ufficio dell'anagrafe, e chi nella "camera bella" di alcune vecchie case padronali. A me è toccata "l'aula" più scalcinata - come vuole la prassi dell'ultimo arrivato: i giovani devono fare il culo prima di accedere a più alti gradi.
La mia "aula" è ricavata in una delle tettoie adibite a stalle per buoi nell'ampio cortile di una casa rustica, proprietà di un nobilotto del luogo - una specie di mecenate che per amore dell'istruzione popolare non ha voluto una lira dall'amministrazione. Una tettoia significa un tetto sopra tre soli muri, e se ripara dalla pioggia (salvo che non cada obliqua con il vento sul lato scoperto) non ripara dal freddo, che specialmente nel mese di gennaio si fa sentire.
Le mattine più fredde sono quelle dopo una notte di brina - arrosu mascu, rugiada maschia, la chiamano i bambini, per distinguerla da s'arrosu femina, la rugiada primaverile che ristora di umide perle iridescenti i fiori e le erbe. S'arrosu mascu, la brina, si forma nelle notti stellate al gelido soffio della tramontana che viene dai monti vicini; e la mattina, quando veniamo a scuola, troviamo le gore e le pozzanghere ricoperte di uno strato spesso di ghiaccio, simile a lastra di gelido vetro, che i bimbi per gioco rompono con un sasso - e taluno, incauto, ricavatone un pezzo se lo succhia come fosse un gelato.
In queste mattine è impossibile star fermi seduti a lavorare nei banchi. Facciamo esercizi ginnici per riscaldarci. Se non bastano, facciamo il trenino: mettiamo tutti i banchi ammucchiati al centro dell'aula-tettoia, ci mettiamo in fila indiana tenendoci l'uno con le mani sulle spalle dell'altro, e sbuffando "ciuf-ciuf" giriamo in cerchio, aumentando sempre più la corsa, fino a crollare esausti.
Palliativi, contro il gelo che arrossa i piedini nudi, le mani e le guance dei miei bambini, appena ricoperti di stracci di cotone: vecchi pantaloni e gonne, vecchi maglioni e giacchette, passati o passate da padre in figlio, da madre in figlia. Ed ecco, un bel giorno (bello non per la temperatura), Roberto, uno degli scolari più grandicelli, arriva a scuola con una sua invenzione. "Matranca", marchingegno, la chiamano i compagni. E' un vecchio barattolo di conserva, di quelli che il bottegaio regala ai clienti quando il suo contenuto è finito, di quelli che legandoci una corda di giunco diventa un secchio buono per attingere l'acqua dal pozzo. Roberto ha elaborato uno di questi barattoli, applicandogli un manico di fil di ferro di circa un metro e facendogli nella parte alta tanti piccoli fori con un chiodo e un martello. Quindi, sul fondo, ha sistemato della cenere presa nel focolare domestico, e su questa cenere ha messo della brace e sopra ancora del carbone. Tra cenere e carbone le braci stanno sopite, e il marchingegno non suscita molto apprezzamento da parte nostra. Ma quando Roberto prende per il capo il fil di ferro e fa ruotare il barattolo, l'aria passando attraverso i forellini ravviva le braci, dando fuoco al carbone che comincia ad avvampare. Lo mette allora per terra, tra la cattedra e i banchi, ci facciamo tutti attorno e allungando le mani al braciere ci scaldiamo.
Altri scolari seguono l'esempio di Roberto, e il giorno successivo ne arrivano altri tre o quattro. E poiché lo spirito di emulazione è forte nei bambini, i nuovi marchingegni, o matranche, superano tecnologicamente il prototipo - l'unica cosa che mi preoccupa, ma a torto, è quello spericolato movimento rotatorio del barattolo sopra le teste per ravvivare il fuoco: che si rompa il fil di ferro e una manciata di braci ardenti vada a finire sulla carta geografica dell'Italia appesa al muro. Patrimonio della Scuola di cui ero responsabile.”
(Dal "Diario di un maestro di scuola" - Masullas 1948)

SU CONTU DE SARUIS ANTONI
Contu

Dd'happu intendia in sa buttega de su binu; de un'amigu appena torrau de continenti. Ma non sciu chi siat totu cosa de arriri. Est su contu de Saruis Antoni, unu piccioccu de bidda mia, unu chi si fiat fattu mannu avattu de unu tallu de porcus me' in is muntonargius postus a giru a giru de sa bidda, pitticcheddu, piludu e de pagu fueddus.
Sa genti naràt chi Saruis Antoni fiat de pagu sabiori. No si fidànt nimancu a ddi lassai sa marra, po no struppiai su lori. Is piccioccas ddu pigànt a brulla. In prazza si poniat foras de is arrolius, po iscurtai is arrexonamentus. Hiat intendiu aici de genti chi partiat in continenti a circai traballu bonu e siguru.
Unu merì, torrau a domu, andat de sa mama e ddi narat: "Seu dezzidiu, mamai. Mi 'n di andu deu puru de bidda, cumenti faint is aterus". Sa mama, chi connosciat Saruis Antoni mellus de totus, dd'arrespundit prangendi: "Antoni, fillu miu caru, cussu mundu non est fattu po tui. Sa vida tua est innoi, in bidda tua, cun sa genti tua."
Saruis Antoni non si fiat lassau cumbinci. Hiat prantu issu puru cun sa mama, ma fiat partiu a su propriu.
Cun su dinai ch'hiat scabulliu de totus is pagas de su traballu suu de porcaxu, fiat arribau giustu a Milanu. Po diis e diis hiat girau, domandendi de domu in domu, pappendi is arrefudus de birdura e de frutta acciappaus forroghendi in mesu de s'aliga, a su merì, foras de is buttegas. Traballu, nudda. Hiat intendiu nai chi ci fiat in giru "Congiuntura sfavorevole". Mancu scovas de puliri cessus.
Unu merì, mentras bagabundàt famiu a sa 'essida de sa zittadi, in mesu de domus de liauna e de prazzas plenas de aliga, hiat attopau un'ateru cument' 'e issu, chi dd'hiat nau: "Bai prus a basciu, Saruis Antoni, bai a Roma, ca ingunis has agattai. M'hant nau chi agattant totus, innì. Forsis has a agattai tui puru, Saruis Antoni".
E Saruis Antoni hiat pigau su trenu po andai a Roma, senza de dinai. Po cussu si fiat cuau in su cessu, finzas a candu non dd'hiat acciapau su controllori, chi a sa prima firmada 'n ci dd'hiat ghettau de su trenu giustu giustu appizz''e is manus de duus de sa polizia.
Cussus de sa polizia non scidiant ita s' in di fai de un'omini cument''e Saruis Antoni, chi teniat sceti pilus, zapulus e fragu de brebei, asuba. E dd'hiant lassau andai. E aici a pei fiat arribau finzas a Roma. Ma innì puru traballu non c'in di fiat po Saruis Antoni.
Teniat passienzia e hiat sighiu a circai e a isperai.
Una dì si fiat agattau ananti de una gecca a costallas de ferru oberta de unu giardinu mannu. Fiat intrau, in mesu de s'atera genti. Su logu fiat istranu ma bellu. 'N ci fiant cabbias, gruttas e serraglius cun arresis de dogna razza. Hiat bistu su molenti, su sirboni e su cuaddeddu de is logus suus. Luegu ddus hiat reconnoscius. Si 'n di fiat allirgau meda e hiat pensau: "Forsis ci depit essiri logu po mei puru, innoi". E hiat toccau a sa prima genna chi hiat agattau. Duus sennoris fiant setzius a una mesa manna. Dd'hiant fattu intrai e hiant ascurtau su chi boliat. Dd'hiant fattu beni beni s'esaminu, si fiant castiaus pari pari fadendisì accinnus e hiant nau: "Eia, unu accordu ci hiat a essiri. Trintamilla e unu pastu a sa dì."
Saruis Antoni hiat toccau su celu cun d'unu didu e hiat nau: "Prontu!" e si 'n ci fiat ghettau a innantis po basai sa manu a is duus sennoris. Ma is duus sennoris si fiant tiraus agou, benevolus, narendi: "Po caridadi." E hiant frungiu su 'runcu puru, poita Saruis Antoni fragàt de pudesciori.
Passau tempus, fiat attoppada in cussu giardinu una cedda de emigraus in circa de traballu e si 'n di fiant andaus perilì e perilà po 'n ci accabai de passai su merì. Si frimant a castiai su molenti. Unu ddi fait s'oghittu, un'ateru un'accinnu malu. Bint su sirboni e ddi tirant a perda po ddu provocai. "S'est totu amminchionau!" murrungiant ingannaus. E sighint andai a innantis. In d'unu cantu, in d'unu accorru mesu 'rutta e mesu cabbia bint una martinica fadendi accinnus stranus a sa parti insoru. "Ma est cun nosus chi dda tenit, cussa martinica", hiat nau unu arriendisindi. Portàt in bucciacca una pariga de nuxeddas e si ddas hiat ghettadas, accostendisì.
Sa martinica dd'hiat fattu accinnu de s'accostai, sartiendi, movendi de una parti a s'atera is farrancas piludas, fadendi oghittus. "Est propriu cun nosus chi dda tenit", torrat a nai su propriu. Is aterus puru si fiant accostaus a sa cabbia. "Ssss...", fait sa martinica, "ca seu Saruis Antoni. Chi passais a is partis mias, naraisiddu a mamai chi appu agattau traballu e chi gei stau beni, innoi..."

LA STORIA DI SARUIS ANTONIO
Racconto

L'ho sentita all'osteria, da un amico appena tornato dal continente. Ma non so se sia tutto da ridere. Parla di Saruis Antonio, un ragazzo del mio paese, uno di quelli cresciuti dietro un branco di maiali, in giro per i letamai sparsi intorno alle ultime case, piccoletto, ispido e di poche parole.
La gente diceva che Saruis Antonio era povero di spirito. Non si fidava neppure a dargli una zappa, per paura che rovinasse il grano. Le ragazze lo beffeggiavano. In piazza se ne stava ai margini dei crocchi, ad ascoltare le chiacchiere. Sentì così di gente che partiva in continente, a cercare lavoro buono e sicuro.
Una sera, ritornato a casa, andò dalla madre e le disse: "Sono deciso, madre. Parto anch'io, come fanno gli altri." La madre, che conosceva Saruis Antonio meglio di tutti, gli rispose piangendo: "Antonio, figlio mio caro, quel mondo non è fatto per te. Il tuo destino è qui, nel paese tuo, con la gente tua".
Saruis Antonio fu irremovibile. Pianse anche lui con la madre, ma partì.
Coi soldi che aveva raggranellato con tutte le paghe del suo lavoro di porcaro, arrivò giusto a Milano. Girò per giorni e giorni, bussando ad ogni porta, mangiando le verdure e la frutta rovistate di sera nei bidoni fuori dai mercati. Niente lavoro. Sentì dire che c'era "congiuntura sfavorevole". Neppure una scopa per pulire cessi.
Una sera che vagava affamato alla periferia, tra case di bandone e campi colmi di immondezze, incontrò un altro come lui, che gli disse: "Vai più in basso, Saruis Antonio, vai a Roma, che lì troverai. Mi hanno detto che trovano tutti, in quel luogo. Forse troverai anche tu, Saruis Antonio."
E Saruis Antonio prese il treno per Roma, senza soldi. Perciò si richiuse nel gabinetto, fino a quando non lo scoprì il controllore, che, alla prima stazione, lo gettò dal treno nelle mani di due poliziotti.
I poliziotti non sapevano che cosa farsene di un uomo come Saruis Antonio, che aveva solo peli, stracci e puzza di pecora, addosso. E lo lasciarono andare. Così arrivò a piedi a Roma. Ma anche lì posto non ce n'era per Saruis Antonio.
Egli portava pazienza, continuò a cercare e a sperare.
Un giorno si ritrovò davanti al cancello aperto di un grande giardino. Entrò, nascosto in mezzo alla gente. Il posto era strano, ma bello. C'erano gabbie, grotte e recinti con animali di ogni razza. Vide l'asino, il cinghiale e il cavallino della sua terra. Li riconobbe subito. Se ne rallegrò molto e pensò: "Qui, forse, c'è un posto anche per me." E bussò alla prima porta che trovò. Due signori sedevano dietro un grande tavolo. Lo fecero entrare e sentirono ciò che voleva. Lo esaminarono con interesse, si guardarono, ammiccarono e dissero: "Sì, un posto ci sarebbe. Trentamila e un pasto al giorno".
Saruis Antonio toccò il cielo con un dito e disse: "Pronto!" E si gettò avanti per baciare la mano ai due signori. Ma i due signori si schermirono benevoli, dicendo: "Non è il caso". E storsero anche la bocca, perché Saruis Antonio puzzava.
Tempo dopo, capitò in quel giardino una banda di emigrati che cercava lavoro e se ne andava a zonzo per passare il resto della sera. Si fermarono a guardare l'asino. Uno gli fece il verso, un altro un gesto sconcio. Videro il cinghiale e lo stuzzicarono con pietruzze, per farlo andare in bestia. "Si è riminchionito!" Osservarono delusi. E tirarono avanti. Da un lato, in un pertugio metà grotta e metà gabbia notarono una scimmia che faceva strani gesti per richiamare la loro attenzione. "Ce l'ha con noi, quella scimmia", disse uno, sghignazzando. Aveva ancora qualche nocciolina in tasca e gliele gettò, avvicinandosi.
La scimmia gli fece un cenno di richiamo, saltellando, agitando le zampe pelose, strizzando gli occhietti neri. "Ce l'ha davvero con noi," ripeté lo stesso. Anche gli altri si avvicinarono alle sbarre. "Ssss...", fece la scimmia, "che sono Saruis Antonio. Se passate dalle mie parti, diteglielo a mamma che ho trovato posto e che sto bene, qui "
(Da "L'nvasione della Sardegna" di Ugo Dessy - Feltrinelli, Milano 1970)

 



Capitolo terzo


FRIARGIU - FEBBRAIO

Nei Campidani, le brevi pianure che solcano l'isola da Cagliari a Oristano, fioriscono i mandorli - antesignani di una primavera che sta per arrivare.
Il Carnevale impazza. Tanti e diversi sono i riti celebrativi di questa popolarissima festa, così come tanti sono i nomi che le si danno: Carnasciali, Carrasegare, Segarepetta, o Segarepezza, Carrasciali, Carnovali, con diversi protagonisti, dove è s'Izziomu, l'Ecce Homo, il povero cristo, oppure su 'ecciu, il vecchio inverno, rappresentato con un fantoccio che verrà scaraventato in un dirupo o bruciato, o anche Don Conte su tirannu, il padrone tiranno che verrà pubblicamente processato e condannato a morte per i suoi crimini contro il popolo.

Frearzu traitore, (Febbraio traditore) - dice un proverbio logudorese; e i proverbi campidanesi ribadiscono l'ambiguità di questo mese, attribuendone il carattere a certa gente: Friargiu duas faccis, una bona e s'atera mala (febbraio due facce, una buona e l'altra cattiva); oppure: Falsu che friargiu (falso come febbraio); infine il detto: Fai duas faccis che friargiu (fare due facce come febbraio).
Tuttavia, se febbraio è di segno negativo come carattere, nella sua sostanza temporale è per il contadino un mese buono: A friargiu dogna pilloni ponit scraxiu (A febbraio ogni uccello mette su pancia). Così pure è laudativa la strofetta: "Friargiu cun is floris / marzu cun is bastonis " (Febbraio con i fiori / marzo con i bastoni - cioè a dire il primo porta bel tempo, il secondo è rigido). Se ne conosce anche la seguente variante: Friargiu cun is pillonis / marzu cun is bastonis / abrili cun is floris / maju cun is amoris (Febbraio con gli uccelli / marzo con i bastoni / aprile con i fiori / maggio con gli amori.)

SA LINNA PO BIVI
La legna per vivere

Nel nostro mondo agricolo e pastorale il passaggio dalla legna al carbone vegetale, e il passaggio da questo al gas liquido in bombole si sono verificati in tempi assai recenti - negli anni successivi alla seconda carneficina mondiale - e non come altrove in modo totale, ma con il permanere, nei ceti contadini più poveri, dell'uso predominante della legna.
Mentre già nel secolo scorso, come fonte energetica familiare, il carbone vegetale si impone tra i ceti benestanti, sia per la cucina che per il riscaldamento, per gli stessi usi i ceti poveri (contadini e pastori) continuano ad adoperare la legna. Mentre nelle cucine dei ricchi (e dei cittadini), indipendentemente dagli ornamentali camini, che davano prestigio agli ampi soggiorni dei palazzi signorili, esistevano i fornelli a carbone, maiolicati, e le stufe d'importazione continentale in ghisa, in terracotta o in ceramica, nelle abitazioni del contadino e del pastore restava sa forredda, su fochile, focolare aperto al centro della cucina, e sa ziminera, un camino rustico, che avevano la doppia funzione di riscaldare (e affumicare) la casa e di cuocere il cibo. Nella stessa cucina, o adiacente a essa, stava su forru de su pani, il forno del pane, per lo più costruito in mattoni crudi, anch'esso fonte di calore, le cui braci, dopo cotto il pane, venivano distribuite su bracieri di rame o di terracotta negli ambienti più freddi della casa.
Nel secondo dopoguerra, agli inizi degli Anni Cinquanta, arriva dunque il gas in bombole, con relative cucine in ferro smaltato. All'inizio le nuove cucine a gas, sistemate sul piano dei vecchi fornelli, sostituiscono il carbone nelle sole case dei benestanti; mentre i ceti poveri continuano a usare la legna, in su fochile o in sa ziminera, nel focolare o nel camino.

SA LINNA DE ABBRUXAI
LA LEGNA DA ARDERE

Numerose le essenze da ardere, diversificate, secondo l'uso specifico e secondo la consistenza, per allumingiai, accendere, po arrustiri, per arrostire pesci o le carni del capretto, dell'agnello o del porchetto. Ciò - è il caso di dire naturalmente - in rapporto alla qualità e quantità del patrimonio vegetale a disposizione di ciascuna comunità.
Specialmente negli anni di mezzo del secolo scorso, la Sardegna assiste alla coloniale distruzione dei suoi boschi, prevalentemente a opera dei carbonai toscani e piemontesi, preceduti dai fornitori di legname per navigli della marina militare e civile. Tale disboscamento venne spesso giustificato con il pretesto socio-politico di far piazza pulita dell'habitat di pericolosi banditi. Numerose comunità rimasero così prive di quella fonte energetica, da millenni usata comunisticamente, anche dopo l'abolizione degli ademprivi (1859), ossia del diritto d'uso del patrimonio naturale. Alcune comunità della Marmilla, come Pauli Arbarèi, erano così povere di legna da dover usare in sua vece gli escrementi di bue essiccati e la paglia delle fave.
Le essenze da ardere più comunemente usate consistevano negli arbusti del sottobosco, che in assenza di alberi raggiungevano un notevole sviluppo. In prevalenza, moddizzi, murdegu, arrideli, olidoni, murta (lentischio, cisto, fillirea, corbezzolo, mirto) e inoltre, zinnibiri e ollastu (ginepro e olivastro).
Gli arbusti, recisi alla base, venivano raccolti, conservati o venduti in fascine; da lì a qualche anno, dalle ceppaie ripollonavano nuove ramaglie. In talune zone, sia per diradare, sia per aprire nuove terre ai seminativi, di queste essenze si estraevano anche le ceppaie. Sa cozzighina, la ceppaia, forniva un materiale da ardere più ricco di calorie e più costoso delle fascine.
Ancora come combustibile erano molto diffusi, nei Campidani e nelle aree collinose, il mandorlo, e nelle aree montuose, l'olivastro; ovunque, la quercia, l'elce e il rovere.
L'uso che ne faceva il popolo non degradava il patrimonio: rispettava i soggetti produttivi o costituenti il bosco, e utilizzava le ramaglie secche o da potatura (come i sarmenti della vite) e i soggetti ormai improduttivi o mal ridotti per la vecchiaia.

SU MODDIZZI
IL LENTISCHIO

Arbusto che in situazione favorevole raggiunge la rispettabile altezza di 3 metri e una chioma di 10 metri di diametro. Ne esiste tutt'ora un esemplare in territorio di Gùspini, capace di ospitare sotto il suo fitto ombrello un gregge di cento pecore. Nonostante l'attuale fame di legna da ardere, che spinge le popolazioni dei nostri paesi, armate di roncole e segacci, e qualcuno di moto-sega, alla ricerca di residua legna da ardere, questo "storico" macchione viene rispettato come un "monumento nazionale".
Su moddizzi, il lentischio, è l'essenza principe de sa forredda, del focolare, sia come fronde che come ceppaia.
I rami giovani, i virgulti dalle foglie fitte coriacee e ricche di essenza vengono usati per ricavarne scovas de forru, scope da forno, unitamente a fasci d'erba consistente. Gli stessi rami, pieghevoli ed elastici vengono anche usati per la fabbricazione dei cadinus, cesti robusti e capaci. Costituiscono anche la lettiera dei capretti in s'aili, nel loro serraglio.
Produce numerose bacche rosse che a maturazione compiuta diventano nere: danno l'olio ai poveri, s'ollu 'e stincu, l'olio di lentischio, usato per l'illuminazione familiare ancora nei primi decenni di questo secolo ed anche durante la seconda carneficina mondiale.
Is lampadas o lantias, le lampade, con uno, due, tre e anche quattro lumi, consistevano in un rudimentale recipiente di latta a base quadrangolare, riempito di olio di lentischio, con uno stoppino in uno o più angoli. Sa lampada veniva appesa a una trave del soffitto. Altro genere di lampada, manicata, poteva essere trasportata per far luce in altri vani della casa.

SA MERDA DE BOI
LA MERDA DI BUE

“Insegno da due anni in questo paese di contadini, molto povero di legna, che pure costituisce l'unico combustibile alla portata della comunità. Eccettuati i proprietari terrieri, che si contano sulle dita di una mano, e i minatori, anche questi non più di dieci, gli abitanti non hanno denaro sufficiente a comprare carbone o legna importata da altri paesi, per lo più del Nuorese. Fin dai lontani monti delle Barbagie arrivano carri con preziosa legna di elce, già appezzata, per rifornire la legnaia dei benestanti.
Dal canto loro, i poveri, quasi tutta la comunità, durante l'estate si riforniscono nelle aie della paglia delle fave trebbiate e di un altro combustibile che - incredibile a dirsi - è costituito da formelle di sterco bovino.
Durante tutta la stagione calda, dalla primavera in poi, passando per strada, mi è accaduto di assistere a singolari scenette. Allorquando buoi o vacche attraversano il paese, diretti al pascolo, o viceversa, le donne escono dalle loro case di fretta, fornite di una pala; e non appena qualcuno degli animali in transito deposita sull'acciottolato il suo bisogno (che spiaccicandosi prende forma di una tortilla), subito con abile palata la raccatta tutt'intera, poi di corsa la pone all'interno del proprio cortile e torna in strada a raccoglierne una seconda, e così via, in concorrenza non sempre pacifica con le altre donne del vicinato.
Le formelle di sterco bovino - ricche di paglia non digerita - vengono lasciate essiccare per qualche giorno al sole e al vento, quindi, una volta stagionate, conservate in un angolo sotto la tettoia o nella stessa cucina, al riparo dall'umido, sistemate una sopra l'altra, a pile. Vengono usate - come ho potuto constatare durante l'inverno - come combustibile per cucinare vivande, miste a sterpaglie e a paglia grossa di fave.
Non ho visto in altri paesi una simile usanza; so per sentito dire che ciò accade anche in altri paesi dei Campidani. L'uso dello sterco bovino impastato con terra argillosa è invece comune in molti paesi agricoli dei Campidani, per ottenere la malta con cui intonacare i muri interni e i pavimenti di casa. Tale lavoro si fa tradizionalmente per la Pasqua, ed è esclusivo compito delle donne, le quali per l'occasione si improvvisano muratori.
Sul rinnovato intonaco dei muri, lisciato a mano, con il materiale che si è detto, viene poi data una mano o due di latte di calce. Stesso materiale viene impiegato per rifare i pavimenti, che sono per lo più in terra battuta. Meno freddo - dicono - dell'ammattonato. Lo sterco bovino mischiato alla malta di argilla - a detta degli abitanti - rende l'intonaco più compatto e resistente, e il pavimento più caldo e robusto. Ho visto talune donne, nel Sud-Oristanese, Terralba, Uras, Marrubiu, aggiungere all'impasto una certa quantità di paglia di grano: probabilmente per ottenere maggiore coesione nella malta.”
(Testimonianza. Pauli Arbarèi, 1952)

L'ULTIMO CEPPO

"Nell'ampia cucina annerita dal fumo, il camino occupa tutta una parete. Negli altri muri, spiedi e casseruole di rame pendono da traversine chiodate. Due gatti acciambellati sulla cenere ronfano tranquillamente. Un solo ceppo, accompagnato da ramaglia verde, brucia lento, e il vasto camino sembra vuoto.
Ziu Pedru, seduto sul suo basso sgabello, lo attizza ogni tanto, usando il manico staccatosi da un mestolo di ferro smaltato. Assorto è il suo viso rugoso, incorniciato da una lunga barba bianca - usa raderla per le quattro feste principali: Paschixedda, Pasca Manna, Santa Maria s'Assunta e Ognasantu. Il suo sguardo non abbandona un istante la fiamma, che pur debole consuma il ceppo. Anche io taccio, seguendo il suo sguardo e l'oggetto della sua meditazione.
Quasi a darmi una spiegazione, rompe il silenzio; e le sue parole suonano accorate: "Vedi, questo è il mio ultimo ceppo. Lo avevo portato a casa l'anno scorso, quando lo levarono con il trattore. Ce n'erano tanti nella piana di Pranu de Murdegu. Li prendeva da lì il pastore per tutto l'inverno e per recingere il chiuso dove mungeva le sue pecore. Nella sua forredda ne faceva bruciare cinque o sei per volta. Tutti gli amici si radunavano lì intorno, nelle lunghe serate fredde, dopo aver chiuso le pecore negli ovili. Ora, nella forredda c'è solo cenere, perché la ramaglia senza i ceppi si consuma in un attimo e non riscalda. Dicono che i campi renderanno molto di più, così dissodati profondamente; e che l'aratro tirato dal cavallo, leggero come una carezza, adesso non va più bene. Però i cespugli di lentischio, prima, restavano. E ora non ricresceranno mai più...E quando piove, l'acqua, adesso, si porta via la terra e il seminato, e la povera gente, adesso, non ha più né pane né fuoco."
E io, mentre parla, osservo sgomento le lingue di fuoco che trasformano in brace l'ultimo ceppo di ziu Pedru."
(Costume di Amsicora, alias Ugo Dessy, in "Sardegna Oggi" n°44 - 1964)

UNA MATTINA DI FEBBRAIO A BUDDUSO'

“Questa mattina di febbraio la piazza del Comune si è insolitamente riempita di gente.
La neve era arrivata in paese con il Natale e i Re Magi. Per pochi giorni, si sperava. E i giovani, intanto, imitavano giochi di tradizione nordica, sbizzarrendosi nella costruzione di panciuti pupazzi o indirizzando maliziosi lanci di palle di neve alle fanciulle, divertite anch'esse ma arroccate nei balconi di ferro battuto.
Dopo una settimana, l'insolita coltre di neve cominciò a destare preoccupazioni e timori. Le nevicate si susseguivano alle bufere di vento. Le strade si facevano sempre più deserte - i primi a sparire furono i vecchi. La provvista della legna nei cortili si assottigliava sempre più. Le scuole erano chiuse per l'impossibilità dei piccoli ad arrivarci. Gli uomini validi, i pastori, vagavano con le loro greggi disperate alla ricerca di un riparo, di un germoglio verde affiorante nell'immenso desolato biancore.
Un nemico nuovo, fra i tanti che i secoli hanno messo davanti al Sardo. Una situazione tragica di assedio: i viveri ormai razionati; la continua paura di sentirsi crollare addosso la casa, per la coltre sempre più spessa che si andava accumulando sopra i tetti.
Sulla soletta della cabina elettrica, la neve minacciava da qualche giorno di raggiungere i fili dell'alta tensione. Le prime vittime umane furono i due elettricisti rimasti fulminati mentre si apprestavano a rimuovere la neve - due corpi neri rattrappiti che la pietà della gente ha raccolto e accompagnato al cimitero in una giornata allucinante, con il nevischio acuto come spini sui visi senza più lacrime, con il vento cupo come ululare di lupi.
Nessuno si è chiesto perché siano morti due uomini. Il nascere e il morire sono ancora soltanto un destino, qui, su queste pietre. Come è destino la malasorte che perseguita il gregge, falcidiato dalle intemperie e dalle vendette. Destino è l'essere poveri; destino è soffrire; destino è piangere.
Che altro può fare, l'uomo, se non rinchiudersi dentro quattro mura e accoccolarsi per terra e supplicare affinché il Signore si degni di abbassare, almeno per un momento, lo sguardo provvido sulle sue creature?
Due uomini sono morti. Era il destino che nei fili ci fosse la corrente elettrica. Era destino che non ci fossero attrezzi veramente isolanti con cui spazzare la neve. Era destino che le donne di due famiglie vestissero lo scialle nero - che da secoli, di madre in figlia, portano in dote il giorno delle nozze.
Dopo tante settimane d'inedia, di disperazione, di lungo pensare inespresso maturava un sentimento nuovo. Sorgeva una luce di razionalità, una tenue coscienza sociale. Era un primo moto di reazione. La legna, razionata già da molti giorni, finiva di ardere nei camini, al cui tepore, giorno e notte, sopravvivevano le famiglie. Il vento aveva abbattuto decine di querce dell'Azienda comunale. Si chiedeva al Comune l'immediata distribuzione di tali alberi per fare fronte alla situazione di emergenza. L'Amministrazione comunale rimbalzava sui dirigenti dell'Azienda la responsabilità di decidere, dato che l'Assessore regionale competente si era rifiutato di approvare la distribuzione straordinaria di legna da ardere.
Questa mattina di febbraio, il popolo, offeso nella sua dignità dalla cinica indifferenza delle autorità, è uscito dalle case, esasperato, e ha gridato nelle strade e nella piazza i suoi diritti - quegli umani ed elementari diritti alla sopravvivenza, da cui si parte, qui, ancora, sempre, per avviare un progresso, lontano più di quanto non lo siano per gli Sputnik le costellazioni più ignote.
Questa mattina, gli uomini hanno voluto essere protagonisti del loro destino. E lo sono stati, perché hanno ottenuto quanto hanno chiesto. Nei loro camini riaccesi, le donne, i vecchi, i bambini hanno ritrovato la forza per continuare a resistere. Gli uomini, i pastori, mancato almeno questo tra gli assilli familiari, sono tornati a prodigarsi per salvare il salvabile del loro patrimonio: senza un attimo di sosta e di riposo, vigili e onnipresenti, con l'anima stretta tra i denti, strappando con le unghie quanto può alimentare il gregge decimato dalla fame e dalla tormenta.
Il tragico inverno di Buddusò lo ricorderanno anche i bambini, per sempre. Ma quanti altri di questi inverni si ripeteranno, qui, su queste pietre, se l'uomo non vincerà la malasorte diventando artefice del proprio destino?”
(Reportage di Ugo Dessy da Buddusò, febbraio 1963, in "Sardegna Oggi")

SA STROSSA DE QUARTU DE SU 1889
L'ALLUVIONE DI QUARTU DEL 1889

“I temporali - scrive il Costa - vi si scatenano raramente. Tuttavia, quando nella rottura delle stagioni imperversa l'ira degli elementi, un uragano potrebbe tornar fatale a Quarto, sì per la bassa posizione in cui giace, come per poca solidità delle sue case, quasi tutte costruite con mattonelle di fango.
Ed ebbe il Campidano a sperimentare il furore della natura la mattina del 5 ottobre 1889. Un terribile ciclone, piombato all'improvviso su quelle pianure, danneggiò fortemente il tre villaggi di Quarto, Quartuccio e Selargius. Uscendo rabbioso dal suo letto profondo, il torrente Flumini seminò dappertutto la desolazione e il terrore.
Sorvolando sugli altri due paesi, non meno percossi dall'ira celeste, mi fermerò su Quarto.
Il ciclone improvviso fe' crollare oltre 500 case, immolò 25 vittime umane, e gettò sulla strada più di duemila infelici, che rimasero senza tetto e senza pane.
Lo spettacolo di quel giorno nefasto fu quanto di più orribile si possa immaginare, né il descriverlo è cosa facile. Il torrente Mortalai, che divide Quarto da Quartuccio, irrompeva da ogni parte scrosciando. Tutto il paese era allagato, e le acque, vorticose e gorgoglianti, trascinavano tronchi di alberi, arbusti, carri, botti, materazzi, sedie, vesti, carogne, tutto quanto insomma con violenza strappavano alle campagne, alle vie, ed anche alle case, in cui si precipitavano fragorosamente. Nell'aria era un odore acre di mosto e di vinacce in fermentazione, perocché tutto il vino, poco prima spremuto alle vigne circostanti, era uscito dalle botti sfasciate per riversarsi dalle cantine sulla strada.
Pochi mesi prima avevo visitato Quarto, il lindo e gaio paese dalle casette grigie piene d'aria e di luce, ai cui muricciuoli esterni, con curiosità villereccia, si affacciavano i ciuffi del mandorlo e del melograno, quasi per dare il benvenuto ai visitatori cittadini.
Rividi Quarto tre giorni dopo il disastro. Il ciclone lo aveva ridotto ad un mucchio di rottami, ad un ammasso di mota. Pareva che la voce del Dio biblico, tuonante da un cielo procelloso, avesse rinnovato la sua maledizione: "Le tue casette nate dal fango, al fango ritorneranno!" .
Scena desolante e spaventosa!
Un contadino, che mi servì di guida da un capo all'altro del villaggio, ritrasse con due parole il tremendo disastro: " Ormai il nostro paese è tutto strada!".
Il villaggio di Quarto, già centro di laboriosi agricoltori, era diventato un covo di mendicanti.
Eppure io notai qualcosa di più triste e di più commovente di quella torma schiamazzante, cenciosa, sudicia, che fermava i forestieri per chieder loro una moneta di rame: - era la miseria muta, rassegnata, direi quasi superbamente sdegnosa, la quale non implorava l'altrui soccorso all'imbocco delle vie fangose od allagate. Rondinelle smarrite, a cui il nembo avea distrutto i nidi e strappato i figlioli, i disgraziati non si decidevano ad abbandonare la culla dei loro affetti.
Io vidi qua e là gruppi di contadini addossati ad un muro crollante, o raccolti sotto un arco di mattoni che l'impeto della fiumana od il furore del turbine, forse per ironia, avevano risparmiato. Pallidi, lagrimanti, sparuti, quei poveretti stavano là all'aria aperta, sopra un monticello di fango, con le braccia conserte, la testa bassa, l'occhio fisso al suolo.
Qua e là, da quella poltiglia grigiastra, spuntavano le gambe di un tavolo, la spalliera di una sedia, la metà di un lacero pagliericcio, una mola, una zappa, una cannocchia, i cocci d'una pentola.
Erano gli ultimi avanzi di un nido distrutto, di una casa crollata; il ricordo doloroso di una vita domestica serenamente vissuta fra il lavoro e gli affetti più cari; il triste epilogo di una storia intessuta di sorrisi e di lagrime, di sospiri e di speranze.
I disgraziati non si erano ancora riavuti per poter pensare alle incertezze dell'avvenire: dinanzi a quei ruderi la loro mente era tutta assorbita dalle memorie del passato. L'amor proprio ferito amareggiava l'anima di quei poveri villici diventati zingari. I loro cenci sudicii, il loro pagliericcio rappezzato, le poche suppellettili grossolane, fino allora per metà celate alla curiosità maldicente o invidiosa dei buoni vicini, erano esposti là, sulla pubblica piazza, sotto l'occhio di tutti: dei maligni, dei pietosi, degli indifferenti.
Ed era questo il cruccio che maggiormente li torturava, nell'ora triste il cui il pudore della miseria attutiva forse il dolore per le masserizie perdute.
Giammai mi uscirà dalla mente lo spettacolo cui assistetti in quel giorno nefasto, dinanzi alle rovine del paese fulminato.
La carità cittadina venne largamente in soccorso dei villaggi danneggiati. Fu una magnanima gara di generosità senza esempio. Da un capo all'altro dell'isola non fu che un grido di commiserazione che si ripercosse in tutta Italia.
(Tratto da Enrico Costa - Album di costumi sardi - 1898)

DIARIO DI UNA GIORNATA NEL SINIS
del contadino Peppi Antoni Piras, di 4O anni.

“Il Sinis è la nostra catena. E non fa a romperla, se non vogliamo perdere quel poco pane che ci dà. Io faccio il bracciante e vado con l'uno e con l'altro, in carretta e in trattore. Alle quattro del mattino, sveglia. Un po' di pane e companatico, e via. Secondo i posti dove si va a lavorare ci vogliono due ore e più di viaggio, perché il Sinis è grande e strade non ce ne sono. Qualche volta succede che restiamo bloccati nel fango, e allora bisogna farne scendere tutti i santi del cielo, per uscirne. Il mio lavoro si sa: arare, zappare, diserbare, sarchiare. Tutto il giorno, da quando fa luce a quando fa buio. Quando rientro non ho neanche la forza di spogliarmi per mettermi a letto. Mi butto nella stuoia e mi addormento come una pietra. Secondo il padrone che si ha, si ritorna un po' più presto in paese, e allora si fa in tempo a vedere gli amici in piazza e andare a bere un bicchiere di vino.
Il Sinis dovrebbe essere diviso tra tutti i contadini in parti uguali, specialmente le terre del Comune, che sono molte ma le danno a chi vogliono loro. Dicono che io sono comunista, e allora niente terreni, a fare il bracciante! E poi ci vogliono le strade, che è una vergogna. Quando il cavallo arriva alla terra da arare è già stanco e non rende, e noi abbiamo già tutte le ossa rotte. Qui non ne fanno mai una dritta! ... Per loro sì, i padroni, già le sanno fare giuste!
Per che cosa faccio questo lavoro non lo so nemmeno io. Se avessi dieci anni di meno, già non me ne restavo qui a puzzare! Ma dove vado, io? Altro non so fare, solo tenere la zappa in mano. A studiare non mi hanno mandato, e quello che non sa è come quello che non vede ... Ciechi siamo, sì. E ci lasciano ciechi apposta per non farci vedere chi ci dà il colpo...
Dicono che sono comunista. Io poco già ne so, ma una bella stangata di comunismo di quello russo ci vorrebbe sì, qui, per raddrizzare le gambe a chi dico io. Ma siamo come pecore matte, siamo; e ci fanno tutti quello che vogliono. Eh, se tornavo a nascere!”
(Testimonianza del 1963 - Cabras)

DIARIO DI UNA GIORNATA NEL SINIS
del pastore Luigi Mocci, di 45 anni.

“Se devo raccontare ciò che faccio ogni giorno, beh!, bastano poche parole. Ogni giorno è identico preciso all'altro. Non conosco né giorno né notte. Dormo quando fa, ma sempre con un occhio aperto, perché il nostro mestiere è di stare attenti. Porto le pecore da un posto all'altro, perché le terre che mi hanno dato in affitto sono una di qua e una di là, una a levante e una a ponente.
Come trascorro il tempo?... Pensando, che per pensare tempo già ne ho: così avessi pascoli. Ma uno si stanca anche di pensare, anche se non è lavoro come zappare...
Di famiglia non sono pastore, ma è da piccolo che lo faccio. Ero orfano, e chi mi voleva mi prendeva, a pascolare agnelli, pecore e maiali. So anche leggere e scrivere. Non perché ho fatto la scuola, ma perché mi sono impratichito un po' da militare... Certo, per fare come l'ho fatto io il militare, sette anni e otto mesi, non è una cosa buona: non mi hanno dato sussidio, né pensione per tutto quel tempo che ho servito lo stato.
Quando sono tornato, piano piano sono riuscito a farmi un gregge, ma presto se n'è andato in fumo, ché ho una figlia deficiente, poveretta, ed è cinque anni al manicomio, e Dio solo sa quello che mi è costata.
Con i soldi prestati dai mercanti che mi hanno aiutato, mi sono rifatto qualche dozzina di pecore, ma gli affitti costano cari. Io ne ho tre ettari, che pago a sessanta mila lire l'uno, e succede che l'incasso non copre le spese. Il mercante non ne paga di latte... Quest'anno se ne sono vendute molte di pecore, per coprire le spese.
Il più brutto è che adesso pascoli non ce ne sono più. Io non posso dire se il contadino è superiore al pastore. Quello che so io è che loro sono carichi di aiuto, le loro case se le stanno facendo mentre noi le stiamo vendendo. Magari con l'aiuto, ma loro ce la fanno...
Prima noi pastori si stava meglio, perché i pascoli erano più abbondanti e meno sfruttati e costavano più a basso prezzo. La pastorizia così è destinata a scomparire, perché siamo costretti. Quando vedono che uno cerca di mangiare la pagnotta ... zac! gliela levano di bocca. Prima i contadini per un agnello mi lasciavano pascolare le foglie delle bietole; adesso ne chiedono quattro o cinque mila lire a ettaro. La polpa della bietola, quella che buttava lo zuccherificio, prima a trenta lire, perché nessuno la conosceva e la voleva; quando hanno visto che ci serviva per pecore e per maiali, l'hanno messe a duecento lire.
Tutte queste cose penso io. E mi sono stancato, adesso, e mi viene il fiele in bocca tutte le volte. Noi siamo come dicono nei racconti degli antichi ebrei, che erano nel deserto morti di fame, cercando la terra promessa ... Solo che a noi, nel Sinis, di manna Cristo non ne manda.”
(Testimonianza del 1960 - Cabras)



PARTE TERZA


BERANU / PRIMAVERA

Beranu, stagione del rifiorimento. La natura rivive e l'uomo con la natura ritrova la gioia di vivere e di amare. Amare talvolta reca affanno; ma dell'amore è dolce anche l'affanno. Come quando la tristezza dell'innamorato, che trepida in attesa della donna amata, diventa corale:
Bella figu morisca / a ispinas de oru / totu sa ruga est trista / candu non passas, coru. (Bel fico d'india / dalle spine d'oro / tutta la strada è triste / quando non passi, cuore.)
Beranu bestid de birdi sa campagna; e per non fare eccezioni, anche gli asini vanno in amore, in primavera.


Capitolo primo

MARZU / MARZO

Mesi machillotu, pazzerello . La gente di città lo definisce birichino, quasi vezzeggiandolo, per quel suo infantile imbronciarsi improvviso. Ma la gente di campagna lo conosce più a fondo, questo mese dall'indole cattiva, sia che mostri la faccia scura che quella serena.
Marzu marzosu; marzo marcio, debilita le creature e le conduce alla morte. Molti proverbi popolari confermano che tra uomo di campagna e marzo non corre buon sangue: Su mese de martu sos neciados si que leat, il mese di marzo si porta via i cagionevoli di salute; e a su bentu de martu sa bezza non mi que agatet, al vento di marzo muore la vecchia - dicono due proverbi del Logudoro.
Ribadiscono i contadini dei Campidani: Su soli de marzu lassat su marcu, il mese di marzo lascia il segno; e ancora, con una efficace satira alla funzione del medico, si dice: Marzu est dottori: o sanat o morit - marzo è medico: o guarisce o uccide.
Marzo è nemico anche del bestiame. Marzu scroxa bois, marzo scuoia buoi - viene definito per le sue frequenti gelate che inaridiscono i pascoli e fanno patire la fame agli animali.
Il contadino, infaticabile, segue le fasi del ciclo naturale: ora è tempo di zappare il grano e le fave, e di mettere a dimora nella vigna e negli orti le nuove pianticelle da frutto, fichi, albicocchi, susini.
Il 25, giorno dell'Annunciazione, ovvero del concepimento di Gesù, nel cortile di casa si preparano i semenzai, su pranteri, dei pomodori, melanzane, peperoni, lattughe, le cui piantine verranno più tardi trapiantate in campagna, nei terreni che tengono l'umido fino all'estate.
Le donne iniziano le grandi pulizie della casa, in vista della Pasqua, festa del Rinnovamento.

SU TEMPUS DE FRUCIRI
Il tempo della covatura

“Sa domu de su messaiu, la casa del contadino, per povera che sia, ha sempre un cortile sufficientemente vasto da poterci allevare diverse specie di animali da ingrasso, che costituiscono un capitolo importante nella economia familiare - sia come provvista di cibo vivente cui si attinge nei momenti di bisogno, sia come merce di scambio per avere prodotti esterni alla economia contadina. Il caso più frequente è quello dell'acquisto di sigarette o tabacco con le uova. Così pure per l'acquisto dello zucchero e del caffè buono per le feste e per gli ospiti di riguardo, giacché il caffè del contadino è normalmente ottenuto con cereali e leguminose tostati, specie orzo e ceci, mentre il miele e la sapa costituivano il dolcificante.
Nel cortile vivevano in singolare simbiosi il maiale e il tacchino, l'anatra e la gallina, il coniglio e l'oca, cui si aggiungevano gli animali da lavoro, il giogo dei buoi, il cavallo o l'asino, e infine il cane, il gatto e i bambini - questi ultimi signori e tiranni del cortile.
In su tempus de fruciri, nel tempo della covatura, le galline sono pronte per la riproduzione del pollaio. La massaia sa quale comare del vicinato possiede su mellus caboni de vedu, il miglior gallo da monta, detto s'intalladori, l'impregnatore, e si prenotava per avere una certa quantità di uova fresche gallate da quel maschio eccezionale, da mettere sotto la chioccia. Se questa era bella grande, poteva covare fino a 31 uova - sempre in numero dispari, per tradizione.
Ogni santo giorno bisognava preparare alla chioccia mangime sostanzioso, granaglia e meglio ancora crusca di grano impastata con il siero, e toglierla dalla cesta di covata con delicatezza, in modo da non rompere le uova ben disposte nel fondo su morbida paglia, e star lì a controllare che ritornasse presto a covare non appena avesse mangiato - che le chiocce sono come le mamme dei cristiani, non tutte hanno amore per i figli.
Al ventunesimo giorno si controllavano le uova, sorvegliando la chioccia che non facesse dei danni ai pulcini appena usciti dal guscio. Is pilloneddus, i pulcini, man mano che nascevano venivano messi dentro una corbula grande dalle sponde alte, affinché non saltassero fuori, e tenuti in luogo caldo. Ultimata la covata, schiuse tutte le uova, tutti i pulcini venivano messi in un angolo riparato del cortile, e provvedeva la chioccia ad insegnare loro il mestiere di vivere ruspanti.”
(Testimonianza - Samassi, 1969)

SU TELARGIU
IL TELAIO

Nella economia autarchica del contadino, su telargiu, il telaio, è un utensile di prima necessità. Con il telaio, le donne, fin dalla prima fanciullezza, provvedevano alla tessitura delle tele necessarie al corredo familiare. La lana delle pecore forniva la materia prima per la tessitura dell'orbace, un panno robusto con cui si confezionavano capi di abbigliamento e inoltre coperte, tappeti, arazzi, copri-tavolo e sacchi per i cereali. La campagna dava il lino, con cui si confezionavano i capi di abbigliamento intimo, lenzuola, asciugamani, e tovagliati, e inoltre sacchi e bisacce. Con l'uso misto della lana e del lino si ottenevano prodotti più resistenti e pregiati.
Venivano importati soltanto i filati di cotone - materia prima mancante nella economia dell'Isola, talvolta usato come ordito nella tessitura sia della lana che del lino.
Tutte le fasi della lavorazione della lana e del lino avveniva a livello familiare, ed era un compito riservato esclusivamente alle donne. La fase più delicata e più lunga era quella della filatura. Nella tessitura, la fase più delicata era quella della preparazione dell'ordito - non di rado, per tale operazione, si ricorreva a una esperta del vicinato.
Il declino del telaio inizia con l'impianto delle filande nel Continente e la conseguente invasione dei prodotti tessili di tipo industriale che raggiunsero anche i mercati dell'Isola. Tuttavia, nel mondo contadino, il telaio ha resistito fino agli Anni Cinquanta, con un incremento del suo uso durante la prima e la seconda guerra mondiale, per sopperire alle carenze del mercato. E' rimasta, seppure su scala ridotta, la tessitura dei tappeti e degli arazzi.
Va detto che l'attuale revival del telaio - in particolare per la produzione di tappeti e arazzi sardi su scala industriale - è stato incentivato dal "Progetto Sardegna" dell'OECE/AEP e dall'I.S.O.L.A. (Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano), ente vigilato dalla Regione. Per diffondere tale prodotto nei mercati del Continente, purtroppo ne è stato falsificato l'originario valore culturale e artistico - a parte l'introduzione di nuovi telai di tipo meccanico che, pur aumentando i profitti, modificano degradandola l'autenticità, la bellezza di un classico prodotto dell'arte popolare.


Nomenclatura essenziale del telaio tradizionale

Su telargiu o trobaxu indica sia il telaio nel suo insieme, sia le due fiancate portanti verticali, fissate al pavimento o con obbilus, chiavarde, o con perdas, blocchi di pietra.

Is surbius, i subbi, sono i due bastoni cilindrici scanalati, incastrati in appositi fori nelle due fiancate: uno all'inizio per avvolgervi la tela già tessuta, l'altro alla fine per avvolgervi l'ordito da tessere.

Is pertias, le bacchette, grosse un dito, si inseriscono nella scanalatura dei surbius, subbi, e fermano, una il capo della tela già tessuta, l'altra il capo dell'ordito da tessere.

Is serradorius, i piuoli, sono i due fermi dei surbius, subbi. Quello anteriore comanda l'avvolgimento della tela; quello posteriore consente lo svolgimento dell'ordito pur tenendolo teso.

Is pertieddas, le pertiche, più sottili delle pertias, bacchette, sono quattro: una serve a dividere e tenere distanziata la tela già tessuta e arrotolata al suo subbio dall'ultima parte che si sta ancora tessendo; la seconda serve a separare l'ordito arrotolato al suo subbio da quello che avanza man mano che si procede nella tessitura. Le altre due, dette pertieddas a gruxi, pertiche a croce, servono per l'intreccio delle trame.

Is cascias, o cascia, la cassa, è formata da due listelli, uno superiore e l'altro inferiore, scanalati, dove trova posto su pettini, il pettine. La cassa è appesa alla fiancata del telaio, poggiando sulla parte superiore delle stesse, dentellata, mediante due stecche di legno, e avanza, dente dopo dente, man mano che si procede nel lavoro.

Is puncionis, i punzoni, sono le due stecche di legno che sostengono la cassa appesa alle fiancate, e hanno anche la funzione di fermo con la dentellatura.

Su pettini, il pettine, lungo quanto l'ordito, è fatto con due bacchette di legno tra le quali sono incastrati i denti, fatti di listelli di canna, legati insieme ben stretti con filo di cotone robusto. Tra un dente e l'altro del pettine passa un filo dell'ordito.

Su lizzu, il liccio, è costituito da due canne lunghe quanto l'ordito, legate tra loro con filo di cotone, sovrapposte e distanziate, che formano una sorta di pettine, i cui denti sono ottenuti con le cordicelle dello stesso cotone. Il numero dei denti de su lizzu devono corrispondere a quelli de su pettini. Il numero di is lizzus, licci, varia a seconda del disegno che si vuole realizzare. Il più semplice ne richiede quattro. Anche su lizzu , come su pettini, è appeso alle fiancate.

Is calculas o pibias, le calcole, consistono in funicelle di giunco, tante quanti sono is lizzus e vengono governate con i piedi. Servono ad abbassare o sollevare is lizzus ai quali sono legate, per la realizzazione del disegno.

Sa spola, la spola, a forma di canoa, lunga circa venti centimetri, munita nel suo interno di un perno longitudinale detto su fustigu o sticcu, lo spoletto, intorno al quale ruota su canneddu, il cannello del ripieno. Con la spola si passa la trama tra i fili dell'ordito.

Su canneddu, il cannello del ripieno, è la canna che contiene avvolta una certa quantità di stame. Come detto si inserisce in su fustigu, all'interno della spola.

Su umpidoriu o faicanneddus, fuso di ferro che serve per avvolgere lo stame intorno a su canneddu, il cannello.

Su pindu, la penerata, è l'ultima parte dell'ordito che non è possibile tessere, e resta come frangia.

Su stamini, lo stame, è il filato di lana, lino o cotone, necessario alla tessitura.

Su ordiu o orriu, l'ordito: il complesso dei fili distesi in senso longitudinale sul telaio.

Sa trama, la trama: è il complesso di fili che si intrecciano all'ordito, in senso opposto.
L'ORBACE
LE PECORE BALENTES DI MUSSOLINI

Orbace, dal sardo orbaci deriva dall'arabo albazz e indica il tessuto di lana di pecora, assai caldo e robusto, usato anche per confezionare indumenti.
La maggior parte della produzione della lana di pecora sarda, poco pregiata per l'abbigliamento, veniva utilizzata nell'industria dei materassi del Continente. Tuttavia, i materassi di lana erano rari in Sardegna, prerogativa dei ceti benestanti. I poveri, nel migliore dei casi, dormivano su materassi di crine, ottenuto dalla palma nana, essenza dell'area mediterranea di cui l'Isola era ricca, ora in via di estinzione.
Durante il ventennio fascista, la tessitura dell'orbace venne effettuata a livello industriale per confezionare la divisa del gerarca. Vestire l'orbace, nel linguaggio corrente, mantiene il significato di vestire la divisa.

LA LAVORAZIONE DELL'ORBACE

“Uno dei lavori più impegnativi per la moglie del pastore era la preparazione dell'orbace. Iniziava già al momento de sa tundidura, della tosatura. Man mano che le pecore venivano tosate, la lana veniva separata in mucchi diversi: da una parte quella più nera e da un'altra parte quella più bianca. Veniva fatta una seconda scelta, secondo il colore, quindi la si lavava e la si metteva ad asciugare.
Sa carminadura, la cardatura, si effettuava in due fasi con due diversi pettini di legno dai denti di metallo lunghi 1O/15 centimetri, il primo rado, il secondo più fitto. Quindi divisa secondo la lunghezza, prima d'essere filata.
La lana più lunga veniva usata per fare il filato dell'ordito, che doveva essere fino ma robusto. La lana più corta si filava più grossa e veniva usata per la trama.
Grande attenzione era necessaria nel conservare la lana dentro i cesti e nel filarla: non si poteva lavorare la lana quando si cucinava e si mangiava, perché non venisse contaminata da briciole o altri residui di cibo che potevano poi far tarlare il tessuto. La filatrice doveva avere "la bocca sempre pulita", perché "la saliva fosse buona e pura" - dato che, filando, bagnava continuamente i polpastrelli delle dita con la saliva per torcere il filo del fuso.
Una volta filata in fino (ordito) e in grosso (trama), dai fusi veniva avvolta in gomitoli. Quando tutto era pronto, si passava alla tessitura.
Su telargiu o trobaxu, il telaio, era di legno massiccio ben robusto, solitamente quercia. Per tessere l'orbace erano necessari is tutturus, i cannelli del ripieno molto lisci in modo che la lana non s'impigliasse.
La varietà del tessuto d'orbace cambiava secondo l'uso cui era destinato. Si confezionavano cappotti, giacche, raramente anche calzoni, su saccu nieddu, mantello e coperta del pastore, i tappeti, su coberibangu, tovaglia ornamentale, su coberilettu, copriletto, e is bertulas, le bisacce.
Per confezionare il cappotto, l'orbace doveva essere il più fino, il tessuto era spigato liscio, diagonale; per la giacca il tessuto poteva essere anche spigato doppio, a spina di pesce. Su saccu nieddu, il mantello del pastore, era tessuto liscio.
Tutti i tessuti d'orbace venivano tinti. Oltre alla tintura che si acquistava nelle drogherie, si usava il succo della buccia delle melagrane e il succo delle bacche del mirto, che rendevano il colore più brillante.
In particolare l'orbace per indumenti veniva carcigau, pigiato coi piedi, prima d'essere tinto, affinché diventasse fitto e morbido.
Su caccigadori, colui che pigiava coi piedi l'orbace, lavorava su commissione, a casa propria o anche in casa del datore di lavoro. Su saccu nieddu veniva caccigau per due giorni; per il cappotto era sufficiente un giorno.
I tappeti venivano fabbricati con la lana meno buona; la più scadente si usava per su ciloni, celone, copriletto di più colori, a scacchi bianchi e neri, con l'ordito di cotone. Così pure is bertulas, le bisacce, abbellite con figure di animali e disegni geometrici vivacemente colorati.”
(Testimonianza. Gùspini, 1960)

IS BERTULAS DE PILU DE CRABA
LE BISACCE DI LANA DI CAPRA

“C'è un paese, l'unico in Sardegna, dove si svolgeva una attività simile a quella della tessitura dell'orbace, questo paese era Talana, dove si facevano is bertulas de pilu de craba.
Si faceva la tosatura delle capre per la raccolta della sua lana che veniva filata e intessuta solamente per confezionare le bisacce, usate dai pastori a quei tempi...Adesso, quelle bertule sono scomparse, non ce n'è neppure una in circolazione, da nessuna parte, perché sembra che si sia estinta la generazione che svolgeva quel lavoro.
Talana era il paese che produceva questa varietà di tessuto de pilu de craba. Era un tessuto resistentissimo ma non si poteva usare per farne indumenti personali. In sostanza, la lana della capra è molto dura e ruvida. Andava bene soltanto per fare bisacce. Le bisacce enormi a doppia tasca che si mettevano sul dorso del cavallo per trasportare recipienti di latte, is bandonis, o le forme di formaggio, dall'ovile in paese.
Is bandonis, capienti venti, trenta litri, erano recipienti di latta, di lamiera zincata, che lo stagnino, su lattarraneri o liauneri, ritagliava e saldava, e si chiudevano con un grosso tappo di sughero.”
(Testimonianza. Morgongiori, 1981)

SA PARADURA
LA RICOSTRUZIONE COLLETTIVA
DEL PATRIMONIO INDIVIDUALE

Paradura. "In Logudoro propriamente è l'uso dei pastori allorché per disgrazia hanno perduto la greggia, di dimandare un capo dai compagni per formarla di nuovo." Così G. Spano, nel suo Vocabulariu Sardu-Italianu del 1851.
Di questo istituto mutualistico, diffuso in tutta l'Isola fino ai tempi recenti e tutt'ora conservato in alcune comunità di pastori, hanno parlato diffusamente molti studiosi, tra questi il La Màrmora.
Sa paradura, che si vuole specifica del mondo barbaricino per la ricostituzione, a pro di un proprio membro, del gregge perduto pro mala sorte (calamità naturale, moria, pignoramento, carcerazione, furto), era anche vigente nel mondo contadino dei Campidani, per la ricostituzione, a chi avesse perso, sempre pro mala sorte, il giogo dei buoi, o il cavallo, o l'asino da lavoro, compreso il relativo carro. In questo caso, la ricostituzione di tale essenziale strumento di sussistenza veniva effettuata con la somma raccolta mediante questua. Per quel che mi risulta personalmente, tra i contadini dell'Oristanese, erano soggette a ricostituzione anche la vigna e la casa di abitazione; mediante prestazione di manodopera collettiva.
I modi della ricostituzione e in particolare della consegna al danneggiato del patrimonio ricostituito erano occasione di feste collettive, dette sciallas.

S' AGGIUDU TORRAU
L'AIUTO RESTITUITO

S'aggiudu torrau, in campidanese letteralmente "l'aiuto restituito" consisteva nella prestazione d'opera che ciascun membro della comunità svolgeva volontariamente e gratuitamente in favore di un altro membro; e che, in circostanza simile o diversa, gli veniva restituita. Tale uso era applicato in tutti quei momenti produttivi in cui era necessario un apporto di numerosa manodopera per sbrigare un lavoro nel più breve tempo possibile.
Aiutare ciascun membro della comunità a risolvere i suoi problemi, anche quelli non strettamente economici, e aiutarlo a campare nel migliore dei modi, significava mantenere in equilibrio, in pace e in amore, l'intera comunità. Al contrario, la presenza di falliti, di disperati avrebbe significato disordine e violenza, la disgregazione della comunità: esattamente quel che avviene oggi, sotto il sistema capitalistico.
S'aggiudu torrau, come ogni altra attività collettiva, si chiudeva con una festa, detta nell'Oristanese scialla, animata da una tavolata di macarronis, maccheroni.
Rientrava in questo diffusissimo istituto sociale mutualistico anche il prestito gratuito di attrezzi da lavoro, non specialistici e non personali, e del pane per la famiglia. Resiste ancora oggi nel costume, in quasi tutte le comunità dell'interno, agricole e pastorali, ma per lo più all'interno di un clan o parentado.
Si applicava specialmente nelle seguenti attività:
- Raccolto. Nella fase de sa triuladura, della trebbiatura, e de s'incungia, dell'immagazzinaggio del grano e dei legumi. Le aie erano situate ai margini del paese in luogo alto e ventilato, e per lo più erano collettive, ospitando il grano dei piccoli proprietari riuniti.
- Vendemmia. Taglio e trasporto dell'uva dalla campagna al paese; pigiatura e sistemazione in cantina; preparazione della sapa e dell'uva passa.
- Sa festa de su procu, la festa del maiale. Macellazione, lavorazione e conservazione delle carni per l'inverno.
- Sponsali. Preparazione della casa e del corredo; preparazione dei dolci d'uso; trasporto e sistemazione dei mobili, della biancheria e dei doni di nozze dalla casa della sposa alla casa dello sposo.
- Nascita e morte. I riti relativi erano officiati esclusivamente e collettivamente dalle donne. L'assistenza al parto, a sa pantroxa, alla partoriente; la vestizione del morto e la sua composizione nel letto funebre; is attitus, le lamentazioni funebri corali, dirette da una attitadora, prefica.
- Preparazione del pane familiare per la settimana. Lavorazione della farina, preparazione del forno, cottura del pane; eventualmente cottura di fave e ceci opportunamente ammorbiditi, e di dolci confezionati prevalentemente con uova, al miele, alla sapa, alle mandorle.
- Costruzione del solaio o del tetto della casa.
- Addobbamento del paese o più spesso di una parte di questo, rione, piazza o spiazzo periferico, in occasione di feste. Costituzione di comitati, gremi o associazioni per la raccolta dei fondi necessari alla festa, alla programmazione e direzione della stessa.
- La tosatura delle pecore. Non si effettuava la marchiatura: la pecora appartiene a chi la possiede - secondo l'antico codice barbaricino; e non è degno di possederla chi non sa difenderla. Rubare una pecora è un atto da balente, che vale, che ha coraggio; e non è indegno. Il furto, per un popolo economicamente organizzato su basi comunistiche, sull'uso comune del patrimonio naturale e degli stessi strumenti produttivi, e sull'equa ripartizione dei prodotti del lavoro, il furto, dicevo, è un fenomeno pressoché inesistente a livello di comunità. Furat chi furat in domu. Ruba chi ruba in casa, nella propria comunità. Ha quindi un suo preciso senso il fatto che i membri delle altre comunità, vicine o lontane, sono detti "istranzos" o "strangius", cioè stranieri. Ed è lecito, seppure non doveroso, rubare a is istranzos, agli stranieri, tanto più se rivali. Naturalmente a pro della propria comunità.

A IS TEMPUS MIUS
AI MIEI TEMPI

"Tutti i cereali si raccoglievano nelle aie che stavano intorno al paese. Tutti i contadini si univano e si davano una mano vicendevolmente, senza spendere un soldo in lire. Tutto il paese lavorava, anche le donne e i bambini. In paese restavano solo quelle donne che avevano bambini molto piccoli da accudire, ma quando c'era necessità venivano anche loro e i piccolini in fasce li lasciavano avvolti in una coperta, al riparo di un muro di pietra o di qualche cespuglio di lentischio.
Tutta la gente si dedicava all'aia per fare il raccolto, sia per la triuladura che per l'incungia (la trebbiatura e la conservazione), e si faceva a aggiudu torrau...Lì, sì, c'era l'amore, la gente si aiutavano a vicenda...
Era successo una volta che durante l'estate, in mesi de argiolas, in luglio, aveva fatto una pioggia del diavolo. Uno che si chiamava ziu Peppi non aveva ancora finito il lavoro dell'aia, aveva ancora tutto il grano, già trebbiato, ammucchiato per ddu bentuai, ventolarlo, e non aveva fatto in tempo a pulirlo. Ebbene, nella sua aia c'è arrivato un torrente d'acqua - era vicino a dove abito io adesso - e gli ha portato via un bel pezzo del mucchio. Tutti quanti si sono uniti e glielo hanno restituito, chi uno starello, chi due e chi dieci, secondo la possibilità, ognuno ha contribuito a rimpiazzargli tutto il grano che aveva perso. Questo era il sistema di s'aggiudu torrau e de sa ponidura, cioè di dare una mano d'aiuto a chi ne aveva bisogno.
Ma oggi avviene questo? Si dirà: adesso ci sono le calamità, quest'anno per esempio la siccità, e ci pensa la Regione a ripagare quelli che hanno avuto molti danni, per esempio i viticoltori che hanno reclamato...Ci pensa la Regione, dicono. Sarà! Darà qualche contributo, è vero, ma con gli interessi. Il capitale della banca non va mai perso, deve rientrare comunque sia, e con gli interessi...Ecco qui: glielo dà con una mano e glielo porta via con l'altra. Oggi il contadino lo trova con una gamba fratturata, gliela ingessa e lo fa camminare di nuovo, ma il giorno dopo gli cava un occhio. Ecco, questo è l'aiuto che gli dà. Non siamo più all'amore di un tempo.”
(Testimonianza. Dolianova, 1982)

SU SORDAU E SU FARAONI
Contu

In s'antighidadi ci fiat - e peccau chi non ci siat prus - unu sordau accodrau in Servizio Permanente Effettivo, chi fiat fendi gherra dì e notti de prus de bint' annus, senz''e biri mai unu soddu, sceti Patenas a sa Balentia. Arrabiau e fattu fiat andau de su Faraoni a si 'n di chesciai.
"Deu gei ti cumprendu, Fillu miu - a ddu bis, ti nau Fillu miu - sa Patria tenit bisongiu de tui po sa Difensa de is Treminis suus; sa Groria, non ti narat nudda sa Groria?, cun ateras duas o tres Patenas, is contus ddus hat fai giustus a tempus su Ministru de is Patenas, tui has a essiri unu Balenti, cumprendis, unu Balenti? Biadas is Mamas chi hant ingenerau Balentis! Sa Mannaria de una Nazioni si misurat a Balentis. Ita bolis de prus? Chi morrit po sa Patria hat biviu giai troppu puru."
Respundit su sordau: "Deu bollu a mi serrai is contus de sa paga, sa penzioni, una femina, una domu e unu lettu."
Su Faraoni dd'hiat fattu giuramentu arziendi su Santu Pilloni acujau in punta a s'Iscettru de Oru. "Ti siat cunzediu!", sclamat, "ma sceti de pustis chi sa Vittoria s'hat hai basau in sa fronti, candu is nemigus de sa Patria hant essiri totus e po sempiri scrosciaus e crastaus."
"Bonanotti!" respundit su sordau, "ti saludu, e is nemigus ti ddus iscroscias tui!"
Su Faraoni ca no si dd'aspettat, 'n ci fiat abarrau aici mali chi non hiat fattu mancu a tempus a zerriai is Guardias Zivilis po fusilai luegu su fraizzu. No dd'hiat fattu puru po rexoni de politiga: su sordau non fiat solu, hiat cumbinciu a is ideas suas totus is sordaus, si fiant postus de accordiu de si 'n di pigai is peis e si 'n d'andai a fai is Eremitanus in su desertu, cassendi e pappendi lionis. Su momentu fiat meda dilicau. Su Faraoni reunit sa Corti, s'Istadu Majori, Monsignoris e Sabius de sa Costumanza. No podiant usai sa manera forti e hiant pensau de usai sa de s'improsadura.
Totus a cambarada, postus in Pompa Magna, cun su Carrozzinu Riali a innantis, s'incarrelant de pressi po firmai su sordau, prima chi essit sartau is Lacanas cun su desertu. Dd'hiant sodigau in su Tremini Grogu Continuu - mancu mali, giustu in tempus!
"Firma!" Zerriant totus a una bosci, "Firma!"
E su sordau si fiat firmau.
Su Faraoni, strantasciu appizzus de su Carrozzinu hiat obertu cun is brazzus is alas de sa Besti Arrubia, e hiat fueddau po un'ora. Prima de sa Familia e de is Santas Affetzionis; sa Sposa e is Fillus; poi de sa Comunanzia; s'Amicizia, sa Limba Floria, is Cantadoris, is Circadoris e is Balentis; a urtimu de sa Patria; su Logu de is Babbus Mannus, basau de su soli, de su Mari e de is Deus; su Doveri, sa Bellesa de fai su zeraccu mudu.
Su sordau hiat scurtau cun attenzioni e respettu - ca portat ancora unu pei a intru de su Tremini Territoriali; ma candu su Faraoni hiat finiu de fueddai, ci fiat accabau de passai, hiat obertu pagu pagu is coscias, 'n d'hiat bogau a foras una bella pillona, dd'hiat sprappeddada in su pramu de sa manu e hiat nau: "Aundi c'est custa, c'est Deus, Patria, Traballu, Sposa e Fillus!"
(Liberamente tratto da le "Historiae" di Erodoto)

IL SOLDATO E IL FARAONE
Racconto

C'era una volta - e peccato che non ci sia più - un soldato richiamato in Servizio Permanente Effettivo, che faceva la guerra notte e giorno da oltre vent'anni, senza mai vedere un soldo, soltanto medaglie al valore. Seccato della faccenda, andò dal Faraone a lamentarsene.
"Ti comprendo, Figliolo - vedi, ti chiamo Figliolo - la Patria ha bisogno di te per la Difesa dei suoi Sacri Confini; la Gloria, non ti dice niente, la Gloria?, con altre due o tre Medaglie al Valore, questi conteggi li farà a tempo debito il Competente Ministro, tu diventi un Eroe, capisci, un Eroe? Beate le Madri che hanno partorito Eroi! La Grandezza di una Nazione si misura a Eroi. Che vuoi di più? Chi per la Patria muor vissuto è assai".
Rispose il soldato: "Voglio la grana arretrata, la pensione, una donna, una casa e un letto".
Il Faraone levò in segno di Giuramento il Sacro Uccello che teneva appollaiato in cima allo scettro d'Oro: "L'avrai!" disse, "Ma soltanto quando la Vittoria ci avrà baciati sulla fronte, quando i nemici della Patria saranno tutti definitivamente debellati e assoggettati".
"Buonanotte!", disse il soldato, "ti saluto, e i nemici te li debelli tu!"
Il Faraone, che non se l'aspettava, ci rimase così tanto male che non fece neppure in tempo a chiamare le Guardie Zivil, per mettere al muro seduta stante il sacrilego. Non lo fece anche per ragioni politiche: il soldato non era solo, aveva convinto alle sue idee tutti i soldati, si erano messi d'accordo di prendere i piedi e di andarsene a fare gli Eremiti nel deserto, cacciando e mangiando leoni. La situazione era molto preoccupante. Il Faraone riunì la Corte, lo Stato Maggiore, lo Stregone e gli Esperti in Public Relation. Non potevano usare la maniera forte, decisero di usare quella psicologica.
Tutti insieme, vestiti in Pompa Magna, col Cocchio Reale in testa, si avviarono di fretta per fermare il soldato, prima che varcasse la Frontiera del deserto. Lo raggiunsero sulla Linea Gialla Continua - meno male, giusto in tempo!
"Ferma!", gridarono tutti a una voce, "Ferma!"
E il soldato si fermò.
Il Faraone dall'alto del Cocchio allargò le braccia aprendo le falde del Mantello di Porpora, e parlò per un'ora. Prima della Famiglia e dei Sacri Affetti; la Moglie e i Figli; poi della Società; l'Amicizia, la Dolce Lingua, i Poeti, i Navigatori e gli Eroi; infine della Patria; la Terra degli Avi, baciata dal Sole, dal Mare e dagli Dei; il Dovere, la Grandezza del Servir tacendo.
Il soldato ascoltò con grande attenzione e rispetto, perché stava ancora con un piede dentro la Linea di Confine; ma quando il Faraone ebbe finito di parlare finì di passare, aprì leggermente le cosce, tirò fuori un bel cazzo, lo molleggiò sul palmo della mano e disse: "Dove c'è questo, c'è Dio, Patria, Lavoro, Moglie e Figli!"



Capitolo secondo

ARBILI / APRILE

Con aprile è veramente primavera. Il mese apre con un giorno dedicato al piacere degli scherzi e delle risate. Purché non siano eccessivi, gli scherzi - dicono i vecchi. E purché si facciano soltanto in quel giorno, ché dopo è tempo di lavorare, d'essere seri. "E it'est torrada, sa prima dì de arbili?" (E' forse tornato il primo giorno di aprile?) si ammonisce chi scherza fuori luogo.
Aprile apre le bocche al riso e le gemme alla fioritura. Arbili bogat sa beccia de su cuili, leva la vecchia dal letto, e torrat su lepori a cuili, e la lepre ritorna alla tana, con il bel tempo e se ne sta in osservazione.
E' Pasqua, Pasca. La resurrezione del Cristo coincide con la resurrezione della natura, dopo il letargo invernale. Questa ricorrenza viene detta più esattamente Pasca Manna (Pasqua Grande) per distinguerla dal Natale, detto Paschiscedda (Pasqua Piccola).
Una festa del Rinascimento che nel mondo contadino è visibile e vivibile nel rifiorire della natura e in ogni aspetto della vita di cui l'uomo non è soltanto testimone ma partecipe. I campi, le colture, gli orti, i cortili, gli animali, le case, l'abbigliamento e perfino l'arredamento si trasformano, si rinnovano. E' il ciclo eterno della vita che riprende dopo la stasi invernale.

SA BERBEI
Notizie sulla pecora

“Resa del latte. Adesso ci sono allevamenti che adottano la stalla razionale e campi irrigati a foraggera e c'è una maggiore produzione di latte. Tempi addietro, durante un anno, in media, annate buone e annate siccitose, una pecora produceva 140 litri, nel periodo naturalmente primaverile, durante la nascita degli agnelli. Questo almeno nella nostra zona, nei Campidani.

Su callu. Nasceva l'agnello, prime nascite a novembre. Andava avanti, cresceva pian piano e nel periodo di Natale si faceva la prima selezione, la prima macellazione. Che cosa facevano i pastori? Macellavano gli agnelli e conservavano lo stomaco. Nello stomaco c'è una parte di latte e una parte di erba, perché avevano cominciato a brucare, e si puliva dell'erba. Poi si teneva nella capanna ad affumicare, quindi si metteva in salamoia. Lo usavano per coagulare il latte, per fare il formaggio. Questo era su callu, il caglio. Ne tagliavano un pezzetto e lo avvolgevano in un pannolino; lo introducevano nel latte e con una mano lo spremevano, maggiormente con la mano destra, che è quella che lavora. Con il palmo della mano sinistra raccoglievano un po' di latte e sopra vi facevano stillare il caglio. E si osservava quanto tempo su per giù impiegava a coagularsi il latte sulla palma della mano. Allora si smetteva di metter quaglio. Si dava una frullata al latte del calderone e lo si lasciava riposare. Quindi si faceva il formaggio...”
(Testimonianza. Dolianova, 1982)

SU CASIDD' E MULLI (MUSSORGIU)
SECCHIO PER MUNGERE (SECCHIONE)

“Era un contenitore di latta, a forma di cilindro, detto anche lama o mustroxu. Si usava per la mungitura delle pecore, senza essere una misura di capacità specifica.
Quando si era in diversi pastori, tre o quattro, nello stesso ovile, per misurare la quantità di latte delle pecore di ciascuno non si usava il litro o il decalitro, bensì una bacchetta di legno diritta.
Si cominciava la mungitura con le pecore di un pastore, e il latte di sua proprietà finiva in su casiddu de mulli, nel grande contenitore di bandone. Ci si infilava allora la bacchetta e si faceva una tacca al livello del latte. Quindi si aggiungeva il latte prodotto dalle pecore del secondo pastore, si infilava la bacchetta e vi si faceva un'altra tacca. E così via. Si stabiliva così la percentuale di ciascuno.
Se per esempio si producevano in tutto cento litri di latte e ad uno ne spettavano venti litri, essendo un quinto si prendeva tutto il latte del giorno, che era l'equivalente della sua quota di cinque giorni. E così pure gli altri pastori, in rapporto alla quantità media indicata con quel sistema di misura.
Era una specie di cooperativa all'antica, una socceria che si chiamava a cumpangius, univano le pecore in un unico branco e usavano pascoli comuni e un ovile comune. Si fadiad a cumpangius, ci si organizzava da compagni, per aver più libertà, per non essere schiavi del lavoro. Ciascuno aveva un piccolo gregge di 3O pecore, li mettevano insieme e facevano un gregge di cento o duecento capi. Facevano i turni per custodire gli animali e potevano avere tutto in una volta una grande quantità di latte da lavorare per produrre ricotta e formaggio. Se si era in sei, significava lavorare un giorno alla settimana. Certo, quando era periodo di piena, andavano tutti quanti, di mattina, a fare la mungitura; ma poi ne restava uno, massimo due, a continuare il lavoro; e gli altri se ne andavano a svolgere magari altre attività. A quei tempi, il latte prodotto non veniva conferito ai caseifici. Veniva lavorato nello stesso ovile. Una minima parte veniva portato fresco, con is bandonis, recipienti di latta, a dorso di cavallo, in paese per uso familiare. La gran parte veniva cagliato e trasformato in ricotta e formaggio. Salatura e stagionatura si facevano in casa.”
(Testimonianza. Dolianova, 1982)

PECORA DI MONTAGNA E DI PIANURA

“In Sardegna abbiamo i Campidani e abbiamo le zone di altura, su Capesusu, le Barbagie. C'è un abisso di differenza fra il formaggio che si produce qui e quello che si produce lassù...
Cosa vuol dire? Che i pascoli migliori sono lì. Non saranno abbondanti, in certi periodi, ma sono ricchi. Come gusto, come resa, lassù il prodotto è sempre migliore, sia la carne siano i latticini.
Lì, la natura è più adatta. Appunto per questo è lì che gli allevamenti si sono sviluppati. La terra lì dà frutti meravigliosi al pastore! Macellando una bestia della stessa età, una nata e allevata nei Campidani e l'altra nata e allevata nelle alture del Gennargentu, la differenza della carne è un abisso. Si prenda per esempio l'osso di una pecora del Campidano, ha il midollo grosso, come questa penna da scrivere. Macelliamo invece una pecora di lassù, ha il midollo finissimo, perché ha l'osso più robusto.
Prendiamo due bestie a peso vivo, una di qui e una di là, poniamo che ognuna pesi 45 chili, bene: questa ha una resa e quella un'altra, migliore. Questa dei Campidani, una volta scuoiata, pesa 20 chili di carne netta; mentre quella del Nuorese pesa dopo scuoiata e pulita 22/23 chili di carne netta.
Una differenza c'è anche nel latte. Qui, 100 litri di latte danno 18/19 chili di formaggio fresco, pesato prima di metterlo in salamoia; lì, il latte di pecora rende dai 20 ai 22 chili di formaggio...E' tutta una questione di terra. Ogni terra dà i suoi frutti.”
(Testimonianza. Uras, 1980)

SU CASU MALZU
IL FORMAGGIO MARCIO

“Su casu malzu, il formaggio marcio, non si trova nelle botteghe perché ne è vietata la vendita. Dicono che è un formaggio avariato, ma non è vero. Quelli della finanza lo sequestrano...per mangiarselo loro. Per noi è un cibo prelibato, una vera leccornia.
Proprio l'altro giorno sono andato con un amico pastore al quale gli era scappata una cavalla. Gliel'ho ritrovata, presa no, perché era in mezzo a un branco di cavalli selvatici, nella zona dei Monti di Serpeddì. Quel mio amico ha pecore e capre e fa un po' di formaggio in casa, dopo chiusa la campagna di conferimento al caseificio. E gli ho detto: "O Luisu!" " Ou!" "Là ca bollu unu paghedd'e casu malzu; allogamindi". Conservami un po' di formaggio marcio. E lui: "Bai ca ge d'in d'allogu!", vai che già te ne conservo.
Si può produrre anche artificialmente, però è meglio quando viene al naturale. Quando si vede una forma gonfia...maggiormente d'estate. Il latte, nel periodo caldo, con i pascoli secchi, è più grasso, e questo grasso provoca un gonfiore al formaggio, si lievita. Ciò indica che tende a marcire. Se si vuole favorire la marcitura, abbreviarne il tempo, si fa un piccolo foro, si leva un tappino di buccia, e ci si mette un po' di pepe macinato e qualche goccia di olio d'oliva. Quindi si rimette al suo posto il tappino di buccia. Quella forma diventa così tutta marcia. Una vera specialità.
Naturalmente, nel periodo della marcitura si riempie di vermicini. Se si lascia stare, col passare del tempo, i vermi spariscono e rimane soltanto la buccia con dentro una crema.
Su casu malzu si mangia spalmato nel pane e richiede molto vino. Infatti si dice "Pani e casu e binu a rasu", pane e formaggio con vino fino all'orlo (del bicchiere).”
(Testimonianza. Sinnai, 1982)

SU CALLU DE CRABITTU
IL CAGLIO DI CAPRETTO

“Un'altra prelibatezza tipica del mondo pastorale consiste nel contenuto dello stomaco del capretto da latte, detto call' 'e crabittu.
Il capretto viene macellato quando mangia solo latte, niente erba. L'agnellino da appena nato va appresso alla mamma nel pascolo, succhia il latte e mangia erba. Il capretto invece da appena nasce resta nell'ovile, in un rifugio appositamente costruito che nella nostra zona si chiama aili. Non è da confondersi con l'ovile, che si chiama madau o anche cuile o istazzu che comprende tutto il complesso dove si tiene il gregge, la baracca del pastore, i chiusi per la mungitura, s'oprigu, la tettoia per riparare le pecore, e tutto il resto.
S'aili indica esclusivamente il serraglio, fatto in tronchi di legno a due schienali, lungo diversi metri e largo circa un metro e mezzo, ricoperto di frasche e di terra, dove vengono tenuti i capretti. All'interno, sulla terra battuta, si metteva uno strato di frasche di lentischio fresco e folto che proteggeva i capretti dall'umido e dalla sporcizia e veniva sostituito secondo la necessità e il numero degli animali.
Su callu de crabittu, lo stomaco del capretto, veniva e viene usato anche come caglio. Per mangiarlo, si sceglie pulito, perché se il capretto non va al pascolo qualche cosa la rosicchia nel serraglio, corteccia o foglia di lentischio, e soprattutto si rosicchiano l'un l'altro. Ed ecco perché si ritrovano peli nel suo stomaco.
Come gusto, su callu de crabittu assomiglia a su casu malzu, ma è molto più piccante.”
(Testimonianza. Dolianova, 1982)

LA TERRA SENZA ALBA
Una pagina di storia

“Nella gaiezza policroma della sua piazza - dove da molti anni le scritte DUX - REX ottenute con ben sforbiciati ligustri sono state sostituite da rosai e ortensie - Arborea, già Mussolinia, si sforza di nascondere al visitatore le lacrime, il sacrificio, il sangue che è costato alle povere comunità del Campidano. Voluta e nata da una sfida umana alla palude e al deserto; pensata e creata per la redenzione dalla schiavitù del bisogno, Arborea poco sa dire della sua storia, poco ha redento i servi della gleba. Il lavoro di migliaia di braccia, la vita di alcune generazioni, ha trasformato, ha bonificato una natura disordinata e avversa per arricchire soltanto un pugno di padroni che non possedevano neppure il merito di parlare la lingua dei Sardi. Questo, certo, non può dirlo il civettuolo giardino della piazza, su cui dominano le pietre grigie della chiesa a Est e il municipio a Ovest.

Arborea è qualcosa di più di un villaggio agricolo "modello" sorto, a dispetto della natura, su una palude bonificata: Arborea è stata ed è il banco di prova della volontà di rinascita dei Sardi, ed è il banco di prova della programmazione nel settore agricolo-industriale.
"Arborea - si dice commettendo un falso storico - è stata un'opera intelligente del regime fascista".

Il 1919 è un anno denso di fermenti sociali, di ansie di rinnovamento. Il tradimento delle promesse fatte ai nostri pastori e ai nostri contadini quando la patria subiva la disfatta di Caporetto; l'impegno non mantenuto di una giustizia economica e sociale a vittoria ottenuta; i profitti dei grassi borghesi arricchitisi a dismisura alle spalle del combattente; l'inflazione come ricatto e l'assoluta mancanza di potere di acquisto della lira; l'assenza di calmieri per i generi alimentari di prima necessità indignarono e maturarono la coscienza dei lavoratori a livello della protesta di massa - ancora disordinata e spontanea ma chiaramente rivoluzionaria. Alcuni tumulti scoppiarono anche nell'Oristanese, e centinaia furono gli arrestati, fra cui numerose le donne. Era il pretesto per gli Scelba di allora: L'ordine e le istituzioni sono in pericolo; necessita un governo forte.
Interprete della profonda esigenza sociale di rinnovamento fu un singolare personaggio, ancora idolatrato dalle popolazioni del centro dell'Isola: Felice Porcella. Avvocato estroso e pugnace, sindaco di Terralba, suo paese natale, pubblicista assiduo, assessore comunale della città di Oristano, deputato al parlamento per la corrente socialista riformista dal 1913 al '19, dedicò la sua opera intelligente alla soluzione dei problemi che travagliavano la sua terra.
"Io ero un assiduo lettore dei suoi articoli", ricorda un anziano socialista di Oristano. "Egli usava firmare i suoi articoli con lo pseudonimo di Satana, forse rifacendosi al simbolo progressista che questo nome aveva rappresentato per il Carducci nel suo noto inno giovanile."
"Sono stato al fianco di Felice Porcella in mille battaglie", testimonia il maestro Curreli di Oristano. "Il popolo era con lui, quando durante le elezioni politiche del '13 fu candidato in opposizione a Carboni-Boy (lo zio dello stesso che si vota adesso nella DC), dato che allora vigeva il sistema del collegio uninominale anche per la Camera. Felice Porcella non aveva santi in paradiso e pagava di tasca la campagna elettorale. Carboni-Boy, rappresentante dei reazionari, era protetto e foraggiato dal deputato uscente on. Parpaglia. Ricordo un comizio nel quale Porcella esclamò: - Carboni...bue, che ingrassa e prospera mangiando Par...paglia! - Immenso fu il giubilo popolare a elezioni vinte. La gente di Oristano e dei paesi vicini si recarono in massa sotto le finestre di casa sua in via Diego Contini per applaudirlo e se ne andarono soltanto dopo che egli parlò..."
"Egli era temuto e odiato dai reazionari di quel tempo. Egli volle la diga del Tirso, fonte di energia per una futura industrializzazione, ma più ancora per la bonifica e l'irrigazione del Campidano di Oristano. I padroni delle peschiere, i Carta, sostenevano l'inutilità della diga che avrebbe danneggiato con le loro peschiere l'economia della zona. "Testimonia il signor Satta. E conclude: "La stampa padronale, capintesta L'Unione Sarda, lo avversarono fino alla calunnia. Tutti sanno che sue perspicue opere furono l'acquedotto e le scuole statali di Terralba, opere eccezionali per quei tempi. Eppure ebbero tanta sfrontatezza da scrivere: - L'Onorevole Felice Porcella è giunto da Roma con un vestito nuovo di lana di Barberia color mattone - (Barberia era il fornitore dei laterizi per l'erigendo palazzo scolastico.) Ma il popolo non ha dimenticato che egli morì in grande povertà, quel 1931; dopo aver rifiutato onori e cariche che il fascismo reiteratamente gli offerse, alternando le offerte alle minacce."
Il nome di Felice Porcella resta legato alla più grande opera di bonifica che la storia della Sardegna ricordi: da Marceddì alla Tanca Marchesa, dal Sassu di Terralba al Cirras di Santa Giusta, dove regnavano paludi, desolazione, giuncaie, malaria e fame, egli sognò (e lottò con le sue genti) la redenzione e il progresso.
Costituitosi "L'Ente per la Bonifica della piana di Terralba e adiacenze", preparato un originale progetto di trasformazione idraulica e agraria, approvato in Parlamento e stanziati i primi contributi (Porcella riuscì a interessare vivamente al suo progetto i deputati veneti e del Meridione), si diede il via ai lavori.
Il primo lotto, la deviazione del Rio Mogoro (imbrigliato più a monte da una diga) a Sud di Terralba, si iniziò il '21 su progetto e direzione di Dionigi Scano - il noto storico - e dell'ing. Dolcetta.
Il comune di Terralba, intanto, stipulò un contratto con l'Ente di Bonifica: la cessione in enfiteusi per venticinque anni delle sue terre in cambio della trasformazione e valorizzazione delle stesse.
"Già nel 1920 si erano raccolti intorno a Dionigi Scano i pochi tecnici che avesse l'Isola allora: Paolo Melis, Guido Giovannangeli, Eleutèrio Dessì, Francesco Puddu, Efisio Maxia e ancora altri che la mia vecchia memoria non ricorda più." Ci ha scritto così uno di loro. "Furono i primi pionieri della Rinascita, quella fatta senza lapidi e senza fanfare. La manodopera venne prelevata in tutto il Campidano, interamente composta di Sardi".
Nel 1922, con base alla Tanca Marchesa, iniziarono i primi lavori di bonifica agraria, sempre con larga partecipazione di lavoratori sardi. "Non a caso", spiega un tecnico di allora, "ma in obbedienza al contratto di enfiteusi stipulato tra il Comune e l'Ente di Bonifica, che imponeva una forte percentuale di manodopera locale, fino al completo assorbimento della grande massa di disoccupati, riservando ai continentali soltanto quei settori di specializzazione per i quali i Sardi di quel tempo purtroppo non erano preparati".
"Terralba e paese limitrofi", testimonia un anziano operaio, "capirono e vollero con tutta la loro forza, a costo di enormi sacrifici, la grande Bonifica. E' vero, ci furono molti scettici all'inizio, nella popolazione; i poveri siamo fatti così, siamo diffidenti. Non si pensava, vivendo in tanta miseria e arretratezza, che si potessero possedere e usare strumenti tali da trasformare paludi salmastre in campi di grano e vigneti."
"La prova che i Terralbesi specialmente capirono quanto fosse importante per il loro avvenire la redenzione di tali plaghe paludose e malariche" - precisa un altro testimone - "è dimostrato dal senso di responsabilità, che è sacrificio, che essi ebbero accettando l'esproprio e la cessione dei loro terreni migliori (quasi tutti vigneti) per l'attraversamento del nuovo alveo del Rio Mogoro e per l'altre opere di canalizzazione esterne alla Bonifica ma essenziali alla realizzazione della stessa. Essi, i Terralbesi, contavano di rifarsi con la piena occupazione della manodopera, con il commercio, con la prosperità conseguente a una così grande mole di lavori, ma soprattutto con la valorizzazione dei terreni comunali, ceduti per venticinque anni, nei quali speravano allo scadere di questo termine di stabilirsi come mezzadri colonici o affittuari".
Queste, le legittime aspettative dei Terralbesi. Ma nello stesso 1922, la trasformazione dell'Ente di Bonifica per la piana di Terralba e adiacenze in Società Bonifiche Sarde, società per azioni con sede in Roma, fu il primo grave sintomo di una politica economica e sociale basata sul profitto del capitale privato che si sostituiva, vuotandola di contenuti progressisti, a una iniziativa popolare finanziata dallo Stato. Il capitale continentale, sostenuto più tardi dal fascismo che si andava consolidando nel Paese, avrebbe pochi anni dopo ridotto gli abitanti della zona - i veri promotori e padroni - al rango di indigeni da colonia: manovalanza da gettare negli acquitrini delle paludi; vite da spremere, da sfruttare per un tozzo di pane. E quando il duce del fascismo, tolti di mezzo gli oppositori, dopo il '26 sedette a braccia conserte sul soglio del potere applaudito e incensato dai padroni di tutt'Italia, la Società Bonifica Sarda vestì la camicia nera e la fece indossare a tutta la bonifica, alle idrovore e alle aie, ai canali e alle stalle, alle pinete e perfino ai pioppi e agli eucalipti...
La Società tanto fece e brigò che ottenne l'approvazione (naturalmente con i contributi) per l'edificazione di un villaggio. Mussolini si commosse e allargò la borsa al sentire che gli azionisti della S.B.S. lo dedicavano alla sua "divina" persona, chiamandolo "villaggio Mussolinia". Un villaggio che non arrivava a 500 abitanti, le cui terre pagate ai legittimi proprietari meno di 5O lire a ettaro, era soltanto il pretesto per derubare il comune di Terralba". Così dice un anziano amministratore del comune di Terralba.
Infatti, nel '29, il villaggio Mussolinia, frazione di Terralba, la carta su cui gli abitanti della stessa Terralba avevano puntato tutto il poco in loro mano, con un atto illegale e arbitrario, viene decretato comune autonomo. Perché la "ruberia" si compisse con una parvenza di legalità, era necessario che il podestà di Terralba firmasse l'atto di cessione. Quello in carica rifiutò, non lasciandosi intimidire da alcuna minaccia; fu allora dimesso e censurato. Il prefetto non tardò molto a trovare nella vecchia nobiltà spagnolesca un relitto morale da nominare nuovo podestà. La cessione si fece, l'enfiteusi venne stracciata, migliaia di ettari passano da Terralba al nuovo comune di Mussolinia e diventavano proprietà degli azionisti della S.B.S. i quali ora possedevano in effetti un comune tutto loro. L'ingordigia padronale era placata. Dei due milioni circa che il comune di Terralba avrebbe dovuto ricevere come indennizzo, soltanto un terzo venne effettivamente versato; gli altri due terzi rimasero come fondo cassa per il neo comune di Mussolinia - cioè a dire nelle tasche dei gerarchi di allora.
"La reazione dei Terralbesi e di tutto l'Oristanese fu grande e disperata", ricorda un testimone. "Essi capirono di aver perduto quanto Felice Porcella, i loro pionieri, i loro contadini espropriati e tutti i lavoratori avevano preparato in lunghi anni di lavoro e di sacrificio. Terralba aveva perso la sua mano destra. I paesi della zona restavano più poveri di prima. Mussolinia era diventata un pezzo del continente slegato dagli interessi dei Sardi - se non per la continua richiesta di manovalanza da gettare come canneggiatori nella costruzione di canali e di ponti, nelle opere di bonifica che si andavano allargando e potenziando con il massiccio intervento di contributi statali".
"Dal 1929 in poi", testimonia un geometra della S.B.S., "fu organizzata una vera e propria caccia al sardo. Allontanato l'ing. Dolcetta ne fu nominato un altro, di molto più modesto valore, autoritario e prepotente come volevano i tempi, con l'unico obiettivo di incamerare e moltiplicare i beni della propria azienda e di beneficiare accoliti e protetti che piovevano dal continente come avvoltoi su un gregge indifeso. Quattro sole, allora, su alcune centinaia, le famiglie di mezzadri sardi. I tecnici dei primi anni, allontanati o ridotti al rango di scrivani..."
Le conseguenze sono visibili e valutabili ancora oggi. Subentrata nel secondo dopoguerra l'ETFAS alla Società Bonifiche Sarde (espropriata con fior di miliardi, per una proprietà rubata!) i mezzadri veneti hanno venduto e se ne sono ritornati per la maggior parte nella loro regione. La crisi generale dell'agricoltura, la gestione dell'ETFAS manovrata dai politici, l'impossibilità per i lavoratori della terra di pagarsi i debiti con i miseri raccolti, il tradimento dei fini per cui era sorta la bonifica di Arborea, l'ex Mussolinia, lo spopolamento delle sue case coloniche e dei suoi campi.
Ora si chiamano i Sardi a salvare Arborea. Quegli stessi Sardi traditi, sfruttati, umiliati. Ma Sardi ce ne sono rimasti pochi. Molti sono morti di malaria vangando nelle paludi. I loro figli sono partiti disperati a ingrassare i capitalisti stranieri. Pochi vecchi e molti bambini sono rimasti - pieni di rancore, chiusi dalla diffidenza.
Eppure, e nonostante tutto, nei Terralbesi è ancora viva la volontà di riscatto. Essi hanno di recente rifatto la loro Piazza - il centro della vita sociale, l'Agorà del Sardo - una delle più vaste, più belle dell'Isola.
E io dico ai Terralbesi - e chi parla è un terralbese: Usciamo dai rancori e dalle diffidenze. E' ancora, e più di prima, tempo di lotta e di rivoluzione. Risorga Arborea per volontà e per mano dei Sardi. E per il profitto dei Sardi, stavolta. Risorga nella simmetria dei suoi campi, nelle sue officine e nelle sue industrie, nei suoi allevamenti e nei suoi commerci, nei suoi vigneti e nelle sue spiagge e nelle sue meravigliose pinete. Ma siano i Sardi attivi e presenti, siano essi uniti e affratellati nel lavoro e nella difesa del loro patrimonio.
E a conclusione, le parole scritte da uno dei pionieri di Terralba - la "terra senza alba" - che ha dato oltre quarant'anni di vita alla "grande Bonifica":
"E' stata una realizzazione di enorme portata. La trasformazione della zona è stata imponente. I giovani di oggi forse non capiscono quanto sangue occorra per fare di una immensa palude grigia un giardino fiorito - senza i mezzi meccanici di oggi, con la sola forza delle braccia. Chilometri e chilometri di strada, pietre su pietre gettate su un mare di fango...canali di raccolta e di irrigazione, scavati con le pale e con i picconi, per rendere feconda la terra sabbiosa salmastra...anni e anni sotto le tende e le baracche in un clima pestifero funestato dalla malaria, per edificare ville, case coloniche, stalle...il sole ha bruciato e scarnito schiere di lavoratori come schiavi perché attecchissero e allignassero gli alberi delle fasce forestali e fosse così frenato e imbrigliato il furioso salmastro vento del maestrale...Un inferno trasformato in un paradiso. Ma chi ha goduto, chi gode di questo paradiso? Una società di azionisti continentali, un'équipe di tecnici continentali, una colonia di mezzadri continentali. Una terra redenta, sì, ma anche una greppia dove per lunghi anni dirigenti e funzionari e mezzadri si sono avvicendati richiesti sempre dal continente; mentre gli isolani per non morire di fame partivano alla ricerca di un lavoro in terra straniera. Eppure, in Sardegna, se i Sardi realizzassero per i Sardi una decina di bonifiche come questa della piana di Terralba, integrate come questa con l'industria - basterebbero certo a evitare l'esodo delle attuali generazioni, basterebbero a realizzare il tanto ventilato Piano di Rinascita".
(Estratto da "Sardegna oggi" - Rivista quindicinale
n° 30 del luglio 1963 - Cagliari)



Capitolo terzo

MAJU / MAGGIO

Maju, dal latino maius, di Maia, divinità agreste associata al culto di Vulcano nell'antica Roma. Sostituita dopo il Cristianesimo con la Vergine Maria, cui questo mese è attualmente dedicato.
Allirgu che maju, si dice di persona oltremodo ilare, lieta, di buonumore, allegro che maggio.
Un mese benedetto, dunque, per l'uomo della terra, contadino o pastore che sia, che rinvigorisce, talché "in su mesi de maju dogna ronzinu est cuaddu, ogni ronzino diventa cavallo; giusto il detto latino "Nullus equus quin mense majo hinnitum edat".
Tuttavia, per persona tarda sonnolenta si dice "Longu che su mesi de maju, lento che mese di maggio, perché la sua mitezza di clima invita alle placide sieste pomeridiane nel riposante verde della campagna.
Secondo una tradizione ripresa dai Romani, il primo giorno di maggio veniva celebrato tra feste e canti.

PANE E DOLCI A QUARTU

Quartu Sant'Elena, la terza città dell'isola, è considerata il centro culturale del mondo contadino del campidano del Sud, di cui conserva usi e costumi e di cui è punto di riferimento e stimolo di crescita civile: e non esclusivamente sul piano del folclore.
E' fuori luogo, in questo volume, parlare della bellezza dei suoi costumi (in particolare del tradizionale abbigliamento femminile) che tanto interesse e ammirazione suscitano nei turisti ogni volta che appaiono in occasione di feste e sagre. Mi pare tuttavia doveroso un accenno al suo celebratissimo pane, ai suoi rinomatissimi dolci, che hanno come base le mandorle, alle sue squisite fritture, e infine a qualcuna delle sue saporose pietanze.


“Si ricordano quattro tipi di pane rimasti ancora nell'uso comune: su moddizzosu: è una grossa pagnotta cupolare confezionata con farina di semola. Durante la cottura viene inciso nella parte alta con una punta di coltello ottenendo una spaccatura.
Su civraxu: è un pane grosso (circa un chilogrammo) di base più o meno rotondeggiante. E' confezionato con la farina integrale, che contiene cioè una certa quantità di crusca. E' un pane diffuso in tutta l'isola e in particolare viene celebrato quello di Sanluri per la sua grandezza (anche due chilogrammi).
Su coccoi: è un pane di semola lungamente lavorato col palmo della mano sopra un tavolo (ciuergidura, gramolatura).
Su coccoi viene di solito sforbiciato o sfrangiato con sa serretta (rondella per tagliare la pasta sfoglia) onde ottenere un pane croccante. Talvolta su coccoi ha la forma di collana o di colomba. Se ne preparano per la Pasqua e soprattutto per il matrimonio.
Is cardigheddas: pane impastato con su scetti (la farina OO) a cui si dà la forma di una serpentina, assumendo dopo cotto l'aspetto di una rudimentale graticola.

Quartu offre anche una gamma vastissima di dolci, confezionati da numerose imprese artigianali, a conduzione familiaristica o anche a carattere semi-industriale. I dolci che elenchiamo e che sommariamente descriviamo hanno tutti una caratteristica comune nell'ingrediente principale, la pasta di mandorle, e inoltre sono cotti al forno.

Guefus: pallottole di pasta di mandorle macinate, zuccherate, e insaporite con acqua di fiori d'arancio, quindi avvolte in carta di seta multicolore sfrangiata ai bordi.
Is pastissus: dolcetti a forma di rombo, hanno un involucro di zucchero (decorato con treggea, diavoletti, minuscole palline di zucchero argentato) racchiudente pasta di sfoglia di mandorle. La sfoglia di mandorle si otteneva un tempo con speciale grattugia.
Is candelaus: sono scodelline di zucchero contenente pasta di mandorle aromatizzata come i precedenti con essenza di fiori di arancio. Spesso vengono lavorate in varie fogge, a forma di scarpette, di uccellini, di frutti diversi: pere, fichidindia, ecc.
Is bianchittus: meringhe, cioè bianco d'uovo montato a neve, infarcito di pinoli o mandorle tritate, le cui formelle vengono poi messe al forno. Di gusto delicatissimo, si sciolgono in bocca come zucchero filato.
Is pabassinas: si ottengono impastando farina, uva passa, mandorle tritate, sapa, zucchero, noci, quindi si compongono a forma di rombo o di cuore e glassate in superficie con zucchero, altrove bagnate nel miele.
Su pani de saba: grosso pane a forma di cupola, confezionato con farina, sapa e uva passa, da servirsi tagliato a fette come una torta.
Is pirichittus: delicati dolci a forma di palla ottenuti con impasto di farina e uova. Sono molto lunghi i tempi di lavorazione e di fermentazione per cui tali dolci aumentano di molto il loro volume "si gonfiano". Vengono ricoperti poi di zucchero glassato e di mandorle tostate.
Is amarettus: medaglioni di pasta di mandorle macinata, con aggiunta di mandorle amare, abbrustoliti al forno.
Is pistoccus: una sorta di pan di Spagna; hanno la forma di bastoncini rettangolari ricoperti nella parte superiore di glassa di zucchero e di cioccolato.

La maggior parte dei dolci da forno che sono stati descritti venivano decorati con traggea o traggera, diavoletti, microscopiche palline di zucchero argentate o colorate; specie is candelaus e is pastissus erano guarniti con ghirigori di zucchero filante.
Tra is fritturas, le fritture, si annoverano is zippulas, pasta lavorata e insaporita, quindi fritta nell'olio d'oliva; is meraviglias, le meraviglie, pasta sfoglia fritta. Sono dette altrove anche culirgionis de bentu o pillus frittus. Sono, tali fritture, tipiche del carnevale sardo.

Non si riportano alcune pietanze celebrate a Quartu perché comuni anche in altri paesi della Sardegna, come is malloreddus e is culirgionis e su brodu de pudda o pudda buddia, per descrivere sommariamente quelle tipiche.
Un antipasto "tutto quartese", e pare di gusto sopraffino, è costituito dalle grosse cipolle bianche lessate al dente e condite con olio e aceto (nel Campidano oristanese le stesse cipolle si cucinano al forno).
Un piatto per buongustai è quello di is caboniscus, galletti di primo canto rosolati in poco olio - alcuni sostengono che siano assai più saporiti di quelli Amburghesi.
Un piatto che l'Autore ritiene fra i più gustosi del mondo è lo spezzatino di agnello in salsa verde con uovo e limone. La ricetta di questa squisitissima pietanza è tenuta segreta dalle poche donne che la conoscono, tra queste mia madre: mi riprometto nel terzo volume dedicato alle feste di fornirla per la gioia dei lettori golosi.
Infine sa panada, una grande torta di pasta di grano impastata con lo strutto e riempita di carne di agnello e piselli in salsa rossa. Insomma una specie di enorme culirgioni.
(Quartu - Notizie tratte da una testimonianza di A. Curreli relative agli anni '30-'40).

IL PANE IN BARBAGIA
Racconto di Bonaventura Mameli

"La vigilia dell'infornata, sul tramonto, mia madre seppelliva in segreto una palla di pasta color terra nella farina intrisa con l'acqua tiepida e salata. Poi, disegnata con la punta di un dito una croce sul mucchio, non so quali parole o preghiere bisbigliasse muovendo appena le labbra; come si fa davanti a una sepoltura. Ma passavano pochi momenti, e lei ricopriva tutto con panni di lana, come faceva con noi bambini, quando cadevamo ammalati e, per guarire, dovevamo sudare.
Quella specie di fattura non mi lasciava prendere sonno subito, come le altre sere. Fantasticando finivo col mettermi al posto di quella palla e proprio allora mi addormentavo in un nido di lana.
Ai primi canti dei galli già si lavorava nella cucina. Già impastavano uccelli mai visti in volo; lune che invece di occhi e bocca avevano croci e candelabri; modellavano anche aratri e corni da caccia; mani ferite di Cristo o di San Francesco; simboli di fecondità. Ma la maggior parte della pasta veniva ridotto in grandi ostie per il pane di ogni giorno; ostie che al calore del forno si gonfiavano come otri.
Il forno acceso continuava a mandare dalla sua bocca il buon odore che tiene lontane la morte e le malattie. Si dice che risvegli perfino i morti. Certo fa cantare le donne e le fa parlare della loro età più fresca, degli amori che si aspettavano, e come sono venuti, e come si sono fatti aspettare invano.
Le assistenti dell'infornatrice aprivano queste ostie con la punta del coltello, come ho visto fare alle persone istruite quando tagliano i fogli di un libro nuovo, e accatastavano le due sottilissime lune. Terminata questa cottura, i fogli rotondi venivano introdotti di nuovo nel forno fiammante, per la tostatura. Avevamo i cani, i cani guardiani e i cani cacciatori: e se ne stavano lì, nella cucina calda, come ad attendere un momento della festa. Infatti quando si era finito di pensare ai cristiani, cuocevano le focacce per loro.
Verso l'alba arrivavano i mendicanti. Mia madre, soprattutto d'inverno, appena li sentiva, si affrettava, correva, quasi, a dare loro un pezzo di pane caldo. Le mie sorelle aspettavano la prima luce del giorno e facevano a gara, in ogni stagione, a recare ai parenti più stretti e agli amici più cari un dono del nostro pane. Era uno dei doni più graditi, ed essi ce lo contraccambiavano tutte le volte che accendevano il loro forno. Quel pane ci faceva meno irrequieti del solito per tutto il giorno, come se contenesse una sostanza miracolosa."
(Da "Miele amaro", di Salvatore Cambosu - Vallecchi 1954)

IS BECCIUS DE BIDDA MIA
I VECCHI DEL MIO PAESE

“Nelle belle giornate d'autunno, i vecchi meriggiano in piazza, esposti al solicello di novembre. Siedono sulle panchine, dove ci sono, o per terra, uno a fianco dell'altro, con le spalle al muro.
Il loro passatempo preferito è il colloquiare con i ragazzi - i quali, dal canto loro, nel mezzo della stessa piazza, sono intenti ai loro giochi: is birillas, sa bardufula, a cuaddus fortis, le biglie, la trottola, a cavalluccio.
La tradizione vuole che i vecchi del mio paese siano rispettati da tutti e in primo luogo dai piccoli, che hanno il dovere di ubbidire ai loro richiami e ai loro ordini.
Un vecchio che resti senza fiammiferi o senza sigaro, non ha problema: il primo fanciullo che capita a portata di voce: "Ei, su piccioccheddu! beni a innoi!" - Ei ragazzo! vieni qui! -
"E ita bolid, ziu?" - E cosa desidera, zio? -
"De cali razza ses, tui?" - Di quale famiglia sei, tu? -
"De Antiogu Crabittu, seu." - Di Antioco Crabittu, sono. -
"An, de sa razza de is Crabittus, ses...E a tui, ita ti narant?" - An, della famiglia dei Crabittu, sei...E a te, come ti chiamano? -
"Deu mi naru Paulu..." - Io mi chiamo Paolo... -
"E bravu, Paulu. E a iscola ge ddui andas? Ge hast essiri istudiosu, creu... Intendi, bai e curri a su stangu e comporamì unu zigarru. Frimadì: e dinari non di bolis?" - E bravo, Paolo. Ci vai a scuola, sì? sarai studioso, penso... Senti, vai e corri al tabacchino e comprami un sigaro. Fermati: i soldi non li vuoi? -
Quando non ci sono commissioni da far fare ai piccoli, anche come pretesto di dialogo, i rapporti con i piccoli vengono sollecitati per altre vie. Frequente la via delle facezie, de is contisceddus, i raccontini, delle burle, anche pesanti, per mettere alla prova e temprare le nuove sfornate della comunità.
Anche i piccoli - a ricordare le mie esperienze - non disdegnano l'incontro con i vecchi, che accendono la curiosità e l'interesse per quel loro essere tremuli cadenti eppur sicuri di sé, per tutto il mondo che hanno visto e sanno far riapparire.
Quando, bambino, passavo nella via di ziu Andria nel tardo pomeriggio, lo trovavo immancabilmente seduto sulla soglia di pietra della casa, a godersi l'ultimo solicello all'aria aperta. Mi faceva un cenno con il bacolo che teneva tra le ginocchia e le mani - lo usava per camminare ma anche per tenere lontani gli animali e i bambini impertinenti e per giocare con le formiche che girovagavano per la strada ai suoi piedi.
A quel suo cenno mi avvicinavo.
"Ti prascid s'arangiu?" mi chiedeva. Ti piace l'arancia? -
Ormai conoscevo il suo gioco e per assecondarlo rispondevo:"Sissi, gia mi prascid." - Sissignore, mi piace. -
E lui, allungando la mano con le dita aperte: "Scebera e piga!" - Scegli e prendi! -
Io dovevo scegliere una delle cinque dita. Qualunque dito scegliessi, tirandoglielo, ziu Andria mollava una sonora scoreggia, diversamente modulata: il mignolo era acuta da soprano, il medio pastosa tenorile, il pollice grave da baritono.
Era un formidabile scoreggiatore, ziu Andria, e ne andava fiero: poteva iniziare quel gioco in qualunque momento e poteva portarlo avanti all'infinito. La gente diceva, non senza ammirazione, che le loffe lui le aveva infibadas, infilate l'una dietro l'altra, come perle di una collana.
Ziu Andria era anche bravo a raccontare favole. L'avvio al gioco de contai contisceddus, di raccontar favole, era sempre lo stesso, e rivolto sempre al pubblico infantile.
"Ti prascint is contus?" - Ti piacciono i racconti? -
"Sissi, gia mi prascint." - Sissignore, mi piacciono. -
E avvicinando le dita aperte della mano: "Scebera e piga." - Scegli e prendi."
A ogni dito corrispondevano racconti il cui protagonista somigliava nel carattere a quel dito. Se si tirava il pollice, su contu, la favola, narrava dell'orco o de su para circanti, il frate questuante, che all'orco rassomigliava per via della bertula o del sacco che portavano ambedue a spalla. Se si tirava il mignolo, il protagonista de su contu era un ragazzino, sempre vispo e intelligente, che immancabilmente risolveva questioni da cui gli adulti, dopo essersici cacciati, non riuscivano a cavarne i piedi - frequentemente l'astuzia era rivolta a far fesso l'ufficiale giudiziario pignoratore o il carabiniere alla ricerca della refurtiva o lo strozzino venuto a chiedere il saldo di un prestito capestro. Con l'indice, il dito più forte della mano, uscivano storie di balentes, valenti, latitanti e banditi, crudeli nella vendetta, spietati con il nemico, teneri con le fanciulle e i bambini, prodighi con i poveri, paladini degli oppressi. La scelta dell'anulare invece dava la stura a romantiche novelle di fanciulle, quasi sempre tristi e lacrimevoli: amori contrastati, forzati matrimoni d'interesse, suicidi d'innocenti che davano luogo a disamistades, a vendette e a stragi. Al centro, sgorgavano dal medio i racconti del terrore, is contus de is tiaulus, de is animas mortas e perdias, e perdute, de is iscussorgius, dei tesori, e dei loro infernali custodi.
Erano questi ultimi i racconti che preferivo, che più spesso "sceglievo" tra quelle dita che costituivano le sezioni di una antologia della narrativa popolare.
Specialmente quand'erano in gruppo, stesi a meriggiare nel sagrato "incontro là dove si perde il giorno", i vecchi del mio paese si divertivano a burlare i piccoli.
"Ei, tui, piccioccheddu, beni a innoi!" - Ei, tu, ragazzo, vieni qui! -
"A mei?" - Dice a me? -
"Ei, a tui. Beni a innoi!" - Si, tu. Vieni qui! -
"E ita cumandad, ziu?" - Cosa comanda, zio? -
"E de cali razza ses, tui?" - Di quale famiglia sei, tu? -
"De Sarbadori Scanu, seu." - Son figlio di Salvatore Scano. -
"An, de sa razza de is Iscanus sesi. Ge' dd'assimbillas ei, a babbu tuu. Bravu, ge' ses unu bravu fillu. Bai e curri a s'apotecaria e comperamì cincu soddus de umbra 'e campanibi. Custu est su dinari." - Ah, sei della famiglia degli Scano. Gli assomigli sì, a tuo padre. Bravo, sei un bravo figliolo. Vai e corri in farmacia e comprami cinque soldi di ombra di campanile. Questi sono i soldi. -
Il fanciullo andava di volata in farmacia a comprare "cinque soldi di ombra di campanile". Naturalmente non ne trovava - il farmacista, avvertito, stava anche lui al gioco, e cordialmente rispondeva al fanciullo: "Mi dispiace, non ne ho più, ripassa un'altra volta." Tornava dal vecchio, con i cinque soldi stretti nel pugno.
"Had nau s'apotecariu ca dd"adi spacciada." - Ha detto il farmacista che l'ha finita. -
"Aicci est? Naraddi, insaras, de ti donai una scatula manna in d'una pittica." - Così è? Digli, allora di darti una scatola grande in una piccola. -
Nuova corsa in farmacia, nuova risposta negativa: esaurite anche le scatole grandi dentro le piccole, e nuovo ritorno davanti al vecchio burlone.
"Had nau s'apotecariu ca dd'as had spacciadas." - Ha detto il farmacista che le ha finite. -
"An. Insaras naraddi de ti donai unus cantus sogas de fregula ischidonada. Ma chi siad frisca, chi siad!" - Ah. Allora digli di darti alcuni tratti di fercolo, di semolino, schidionato. Ma che sia fresco, che sia! -
Naturalmente, neppure in farmacia era facile trovare schidionate di fercolo a mo' di salcicciotti, e fresche per giunta. E il gioco burlesco finiva con la restituzione dei cinque soldi, dei quali, almeno uno restava in regalo nella tasca del fanciullo. "Po ti comperai su bobboi... e saludamì a babbu tuu!" - Per comprarti il dolcetto... e salutami tuo padre! -
Nella norma comunitaria che regola non scritta i rapporti tra i vecchi e i fanciulli, le prestazioni che i piccoli sono tenuti a dare agli anziani non prevedono alcuna retribuzione: è assai disdicevole per il fanciullo accettare qualunque mercede per un favore reso. E' usuale invece, ma indipendentemente da una richiesta di favore, che un vecchio - purché del paese - faccia dono di qualche moneta a un qualunque bambino, per simpatia, affinché si compri il "Bobò".
(Santa Giusta di Oristano, 1936)


S'ORTULANU IN CELU
Contu

Ziu Richettu faiat s'ortulanu de candu fiat piccioccheddu. Sempiri incrubau marrendi cupetta, allu e perdusemini. Ci biviat puru in s'ortu, ziu Richettu, ci pappat e ci cenat, ca in ateru logu chi no fessit obertu ddi si serrat sa 'ucca de su stogumu.
Sempiri tirendi erba, in mesu de sa cibudda, de su cauli 'e flori e de is tomatigas. E ci dormiat puru, in s'ortu, ca inserrau in d'una domu ddi pigat a allupadura, senza de podiri dormiri. Aria bona che in Pizz' 'e Pranu non ci 'n di fiat atera. E mancu aqua, liggera e frisca, cumenti 'e cussa chi bessiat de sa mizza accant' 'e sa cresura, non si 'n di buffat in logu perunu.
Sempiri liendi su becciu po torrai a poniri su nou. E attentu a scutullai beni su semini de sa reiga longa, sas prus nodida, po dda torrai a ghettai e a prantai. Mancu sa bidda ddi prasciat prus, troppu burdellosa, cun genti travessa e machinas intiauladas, e piccioccus macus e feminas senz' 'e decoru: an chi ci ddus torrint a su corr' 'e sa furca!
Su mundu de ziu Richettu fiat s'ortu. Ne piticu ne mannu, una quarriscedda de terra. Dd'abbastaiat. E mancu genti ci mancaiat, po chistionai e po s'infromai. Beniant is nebodeddas, fillas de fillus, a cambarada, de mengianu a chizzi finzas a su mericeddu: chi boliat perdusemini e chi fenugheddu, ma sempiri calincuna cosa si dda portaiant: una burraccia de binu o unu civrasceddu o chi fessit pagu a su mancu unu risisceddu de coru.
Sa cenabara beniat fissu ziu Rafiei a ddu bisitai. Issu puru si fiat fattu becciu, e istraccu de s'atturai totu sa dì zapulau in prazza de cresia. Moviat a ora frisca, andendi a pagu a pagu, e una borta arribau si ddu i' stentat puru su sabudu. Si seziant accanta de pari, asutta de sa mattiscedda de olia, e castiant su logu a giru a giru, cumenti chi no ddu hessint mai bistu. Pagu chistionant, ca fiant tot' 'e is duus de pagus fueddus...
E toccat, una dì, ziu Richettu ortulanu s'est mortu. E ddi fiat a essiri disprasciu. No su morriri - ca sa vida non est nudda; ma su hai deppiu lassai s'ortu senza de curreggimentu, senza de ogus po ddu castiai. E chi si dda donat s'aqua e sa marra, o cupettas o afabicas o appius stimaus?
A interru accabau, bessendi de campusantu, biscinus e amigus saludant is fillus e is nuras e is parentis de su mortu.
"A ddu conosci in su celu!" Narant.
Unu modu de nai forzis interessau. Cumenti chi bolessint nai: "Ziu Richettu fiat un'omini bonu e de siguru est andau in su celu. Est unu auguriu a nosus de ddu podiri sodigai".
A ziu Richettu ortulanu, po sa beridadi, non di dd'importat meda de essiri sodigau de totu sa bidda.
Appena lompiu a celu, sa marriscedda a coddu - ca mancu de mortu si 'n di dd'hiant potzia tirai de manus: fiat cument' 'e 'n di ddi tirai unu brazzu - non si 'n ci podiat biri in cussu logu strangiu, plenu de animas passillendi che sennoris o cantendi a una bosci, a su sonu chi faiant is angiulus bola bola.
E luegu currit a circai Santu Sidoru. Dd'agattat e ddi narat:
"Gopai Sidoru, aggiudaimì fusteti ca seis stau messaju, a chi nuncas mi 'n ci ghettu a basciu e mi struppiu, nerimì sceti aundi potzu agattai unu arroghisceddu de celu pasiosu de ddu podiri marracocai."
"Eh, gopai miu", ddi respundit Santu Sidoru, "sa cosa non est arrungiosa. Cument' 'e in terra est in celu: genti meda ma totus a schina cirdina: sa terra a dda traballai non prascit a nemus ca est troppu in basciu. Logu de marrai 'n d'agattat cantu 'n di bolit. Allargu, però. Provit appizzus de cussas nuis..."
"No ddi fait nudda chi siat attesu...mi prascit su logu: Appizz' 'e Nuis assimbillat a Appizz' 'e Planu." Narat, e senz' 'e poniri tempus in mesu, saludat e si incarrelat a marriscedda a coddu, tocchendi cun sa punta de is didus sa farrancada de seminis chi portaiat in bucciacca, pensendi: "Calincuna cresura de figu morisca ge in d'happ'acciapai, po 'n di poniri nais e serrai su logu."
E aici ziu Richettu s'est torrau a fai s'ortu cun d'unu arroghisceddu de celu: ne pitticu ne mannu, una quarriscedda de nuis. Dd'abbastat, e iss'est cuntentu, totu sa dì marrendi allu, cibudda e perdusemini. E hat postu puru una mola de pruna aresti a spinas longas unu didu, ca si ddas hat recumandadas Gesugristu, e po sa Festa de sa Passioni, dogna annu, ddi preparat sa corona po s'Incravamentu.
E hat fattu amicizia cun Gesugristu, chi benit dogna cenabara a s'ortisceddu, ca s'est arrosciu de s'abarrai totu sa santa dì scavuau in Prazza de Celu, narendi Babbunostus. Movit a chizzi, Gesugristu, andat asi' asiu, e si pausat luegu arribau. Si sezzint accant' 'e pari, asutta de sa mattiscedda de s'olia, e castiant su logu a giru a giru, cumenti chi non dd'happant mai bistu. E pagu chistionant, ca sunt tot' 'e is duus de pagus fueddus...

L'ORTOLANO IN CIELO
Racconto

Zio Richetto faceva l'ortolano da quand'era ragazzo. Sempre curvo zappando lattuga, aglio e prezzemolo. Viveva anche, nell'orto, zio Richetto, vi pranzava e vi cenava, perché in nessun luogo che non fosse all'aperto riusciva a star bene.
Sempre togliendo erba fra le cipolle, i cavolfiori e i pomodori. E ci dormiva anche, nell'orto, perché al chiuso di una casa si sentiva soffocare, senza poter dormire. Aria fine come in Pizz' 'e Planu non ce n'era altra. E neppure acqua leggera e fresca, come quella che sgorgava dalla sorgente vicina alla siepe, non se ne beveva da nessun'altra parte.
Sempre a sostituire il vecchio con il nuovo. E attenzione a scuotere bene la semenza del ravanello - il migliore - per seminarlo e ripiantarlo. Non gli piaceva più il paese, troppo chiassoso, con gente scorbutica e macchine indiavolate, e ragazzi svitati e femmine spudorate: che ce li mandino alla forca!
Il mondo di zio Richetto era l'orto. Né piccolo né grande: uno starello di terra. Gli bastava. E non gli mancava la compagnia, per scambiare qualche parola e avere notizie. Venivano le nipotine, figlie di figli, a frotte, dal mattino presto fino alla sera: chi voleva prezzemolo e chi finocchi, ma sempre gli portavano qualcosa: una fiasca di vino o un pane o per poco che fosse un sorriso sincero.
Il venerdì veniva puntuale zio Raffaele a fargli visita. Anch'egli era invecchiato, e s'era stancato di starsene tutto il giorno buttato nel Piazzale della Chiesa. Partiva di buon mattino, camminando adagio, e una volta arrivato ci si tratteneva anche il sabato. Si sedevano vicini, sotto l'alberello d'oliva, e guardavano tutt'intorno, come se quel luogo non lo avessero mai visto. Parlavano poco, perché tutti e due erano di poche parole...
E così, un giorno, zio Richetto l'ortolano è morto. E deve essergli dispiaciuto. Non il morire - che la vita è nulla; ma l'aver dovuto lasciare l'orto senza cura, senza custodia. E chi ve la dà l'acqua e la zappa, o lattuga o basilico o sedano amati?
Finito il seppellimento, uscendo dal cimitero, conoscenti e amici salutano i figli e le nuore e i parenti del morto.
"A ritrovarci con lui in cielo!" Dicono.
Un modo di dire forse interessato. Come se si volesse dire: "Zio Richetto era un uomo buono e di sicuro è andato in cielo. E' un augurio che ci facciamo, di poterlo raggiungere".
A zio Richetto l'ortolano, per la verità, non gliene importava molto di essere raggiunto da tutto il paese.
Appena giunto in cielo, con la zappa a spalla - neppure dopo morto gliela avevano potuta strappare dalle mani: era come strappargli un braccio - non ci si poteva vedere in quel posto inusitato, pieno di anime che passeggiavano come signori o che cantavano in coro, alla musica che facevano gli angeli svolazzando.
E di corsa va a cercare Sant'Isidoro. Lo trova e gli dice:
"Compare Isidoro, aiutatemi voi che siete stato contadino, altrimenti mi scaravento giù e mi storpio, ditemi soltanto dove posso trovare un pezzettino di cielo tranquillo dove possa zappettare.
"Eh, compare mio", gli risponde Sant'Isidoro, "il problema non è difficile. Come la terra è il cielo: molta gente, ma tutti con la schiena rigida: non piace a nessuno lavorare la terra, perché è troppo in basso. Superfici da zappare ne trova quante ne vuole. Lontano, però. Provi ad andare sopra quelle nuvole..."
"Non m'importa se è lontano...mi piace il posto: Appizz' 'e Nuis assomiglia a Appizz' 'e Planu." Dice, e senza frapporre indugi saluta e si avvia con la zappa a spalla, toccando con la punta delle dita la manciata di semi in tasca, pensando: "Qualche siepe di ficodindia deve pur esserci, da prenderne qualche pala e fare il recinto."
E così zio Richetto si è rifatto l'orto con un pezzetto di cielo: né piccolo né grande, uno starello di nuvole. Gli basta, ed è contento, tutto il giorno a zappare aglio, cipolle e prezzemolo. E ha piantato anche un cespuglio di pruno selvatico con le spine lunghe un dito, perché glielo ha ordinato Gesù Cristo; e per la Festa della Passione, ogni anno, gli prepara la corona per la Crocifissione.
E ha fatto amicizia con Gesù Cristo, che viene ogni venerdì all'orticello, perché si è stancato di starsene tutto il santo giorno buttato nel Piazzale del Cielo, recitando Paternostri. Parte all'alba, Gesù Cristo, cammina adagio, e si riposa appena arriva. Si siedono vicini, sotto l'alberello d'oliva, e guardano tutt'intorno, come se quel luogo non lo avessero mai visto. E parlano poco, perché tutti e due sono di poche parole.



PARTE QUARTA


ISTADI / ESTATE

Nella variante campidanese l'estate è detta anche istadiali, simile al logudorese istadiale.
E' la stagione che conclude sa laurera, il ciclo produttivo dell'agricoltura, che vede mobilitate in un festoso rito collettivo tutte le componenti della comunità, dai bambini ai vecchi, in sa regorta e s'incungia, nel raccolto e nella conservazione dei cereali nei magazzini e nei solai.
Soltanto alla fine della stagione, per Ferragosto, festività che il contadino celebra in onore della Santa Maria Assunta, si hanno alcune settimane di pausa. I contadini più agiati o quelli che hanno il mare vicino, trascorrono in vacanza questo breve periodo, spesso con tutto il gruppo dei mietitori e delle spigolatrici. In riva al mare costruiscono is traccas, accampamenti di stile beduino.
I mesi de s'istadi, gli ultimi tre dell'anno sardo, sono lampadas, giugno; mesi de argiolas, luglio; austu, agosto. Lampadas, giugno, è così detto, secondo lo storico Spano, per i fuochi che tradizionalmente vengono accesi la notte di San Giovanni; secondo il padre Vidal invece deriverebbe dalle luminarie dei giochi secolari a Roma, svoltisi nel 248 d.c. durante l'impero di Filippo l'Arabo Marco Giulio (204-249).
Mesi de argiolas, luglio, significa letteralmente mese delle aie. E' detto anche treulas dai Logudoresi, dal verbo triulare, trebbiare.
Austu, è chiaramente una contrazione di augustus, il mese del calendario romano dedicato all'imperatore Augusto.


Capitolo Primo

LAMPADAS / GIUGNO

In Sardegna l'estate arriva d'un colpo e fa maturare rapidamente cereali e leguminose e negli alberi la frutta, specie i fichi e le susine di cui i Campidani erano assai ricchi. Nella Marmilla, regione collinosa dove l'agricoltura era un tempo curata e i fertili terreni, specie tra Villamar e Pauli Arbarèi, davano una resa media di grano del 40, a fine giugno le comunità abbondavano de pruna de Sant'Uanni, susine di San Giovanni, distinte in due varietà simili, una di color giallo e l'altra nera, polpose e zuccherine, che venivano vendute a imbudus, misura di capacità pari a tre litri.
Lampadas, mesi de ceresia, chi non comporas non d'has - Giugno, mese di ciliegie, chi non ne compra non ne ha. E' un detto popolare, diffuso nei Campidani dove, a differenza delle zone alte montuose, il ciliegio non fruttifica, ed esprime un concetto lapalissiano: chi non ne ha e non ne compra, è chiaro che non ne mangia. Il più diffuso tra questo gruppo di proverbi, diciamo lapalissiani, è questo che suona: "Fare come a Bosa, quando piove lasciano piovere"; una risposta che segue di prammatica l'esclamazione "Piove!" - anche se seguita dall'internazionale espressione "Governo ladro!"

SU SANTU JUANNI DE FLORIS
IL COMPARATICO DEI FIORI

“Se si domanda a una donna coniugata dei nostri paesi se ha qualche amico, si incorre in uno spiacevole malinteso.
"Amigu? Candu mai teniri amigu!? Oiamomia, t'arrori!" (Amico? Quando mai avere amico!? O mamma mia, che disgrazia!)
Se la donna alla quale si fa la stessa domanda è più aperta, risponde: "Amigu? Ita bolit nari? Ca tengiu fanceddu?" (Amico? Che vuol dire? Che ho l'amante?)
Per le donne coniugate, avere amici è tabù. Gli unici amici che le sono consentiti sono gli amici del marito, che può salutare per strada, con i quali può anche fermarsi a scambiare due parole, sempre in pubblico, ma che non è lecito ricevere in casa quando il marito è assente.
A questa regola fanno eccezione is gopais, i compari, che appaiono una istituzione funzionale, una valvola di scarico in una società sessuo-repressiva. Non si fa riferimento al comparatico da battesimo o da cresima, ma a quello tipico nei ceti contadini, che prende il nome di Santu Juanni de floris, comparatico di fiori. E' questo un legame che si crea tra giovani, nubili e celibi, con promessa di amicizia, sincerità e solidarietà per tutta la vita.
Su Santu Juanni de floris, il comparatico dei fiori, si celebra o dopo il periodo dei lavori agricoli, o dopo il periodo dei bagni al mare, o dopo il periodo dei balli di Carnevale - circostanze in cui si fa vita di gruppo, essenzialmente costituito da coppie di fratelli e sorelle. I giovani che si sono legati da una viva amicizia, celebrano questo romantico comparatico - che per altro può aversi anche tra giovani dello stesso sesso.
La comunità, i genitori e più tardi il marito o la moglie sono permissivi nei confronti di chi ha stipulato tale Santu Juanni, comparatico, e tra i due compari sono consentiti rapporti affettivi pari a quelli che è lecito avere tra parenti stretti e - si dice - anche di più. Sono per altro vietati i rapporti sessuali. Si ritiene che tale comparatico configuri nella pratica un rapporto extra coniugale di tipo platonico, sublimato, e in quanto tale consentito.”
(Da L. Mancosu - Inchiesta di comunità - Tesi di laurea - Cagliari 1973/74)


“Tra le giovani e i giovani che lavoravano soprattutto in campagna e per lunghi periodi, specie durante la mietitura, che dovevano trascorrere insieme non solo le giornate ma anche le notti, perché dormivano in campagna anche per quindici giorni di seguito, si creava un rapporto di amicizia molto profondo e a cementarlo si contraeva su Santu Juanni de floris, il comparatico dei fiori.
Con questo vincolo due amiche diventavano più che sorelle o più che fratelli, se erano di sesso diverso. Non dovevano mai bisticciare, né tradirsi, né parlar mai male l'uno dell'altra, ma rispettarsi in tutto.
Si chiamavano gopai e gomai, compare e comare, non più per nome - come se avessero battezzato o cresimato vicendevolmente un figlio.
Su Santu Juanni de floris si poteva effettuare anche tra giovani di sesso diverso. Di solito accadeva tra spigolatrici e mietitori e perfino tra domestiche e padroncini.”
(Testimonianza. Gùspini 1980)


“San Giovanni è patrono dei giovani, nume tutelare dell'amicizia. Viene festeggiato il 24 giugno, alle soglie del grande lavoro del raccolto del grano.
Il giorno della vigilia di San Giovanni si va alla ricerca dei fiori e di erbe aromatiche; quindi la sera si prepara un catino di acqua di fonte in cui si immergono foglie e petali di menta, marialuisa, malvarosa, rose e garofani.
Il catino viene lasciato all'addiaccio, in su serenu, nel cortile e la mattina dopo al loro risveglio tutti si lavano la faccia con quest'acqua aromatizzata per propiziarsi la benedizione e la protezione del Santo durante il lungo lavoro della mietitura e della trebbiatura: protezione dalle intemperie, dagli insetti nocivi, dal malocchio, e di buon auspicio nel procurare amicizie e affetti. Tale acqua rende morbida e vellutata la pelle del viso alle fanciulle.”
(Testimonianza. Gùspini 1980)

IS ISPIGADORAS
LE SPIGOLATRICI

Nel mese di giugno hanno inizio i lavori del raccolto dei legumi, prima le fave e i piselli, poi le lenticchie e i ceci. Già dalla primavera, le spigolatrici si sono accordadas, messe in accordo, con il mietitore e con il proprietario per avere il permesso di spigolare nei campi di loro competenza.
Le spigolatrici avevano cura di scegliere un mietitore esperto e stimato, che avesse contratti per un lungo periodo, o di scegliere un proprietario che avesse molte terre seminate a grano - così che la raccolta delle spighe residue fosse più abbondante. Nell'accordo, era previsto per la spigolatrice un suo contributo di lavoro, non retribuito, nel raccolto dei legumi; per consuetudine ne riceveva un po' dal proprietario per cucinarseli. Inoltre, durante la mietitura del grano, la spigolatrice aveva il compito di servire il mietitore, portandogli la fiasca dell'acqua quando egli avesse bisogno di bere, e dando una mano alla padrona o alla domestica, quando arrivava con il pranzo per rifocillare gli uomini.
Durante la trebbiatura, doveva ugualmente collaborare - in cambio le veniva trebbiato il grano che lei aveva raccolto spigolando. L'ultima incombenza della spigolatrice era quella di aiutare per s'incungiadura, il trasporto e l'immagazzinaggio del grano.
Una solerte spigolatrice raccoglieva una media di otto o dieci moggi di grano, dai tre ai quattro quintali a stagione.


ANDAI A ISCIUIAI
FARE LO SPAVENTAPASSERI

Nei paesi agricoli dell'Oristanese, tra i lavori riservati al fanciullo, è singolare quello detto andai a isciuiai, fare lo spaventapasseri. Tra le numerose attività tradizionalmente riservate ai piccoli, questa di andai a isciuiai è da loro preferita, perché vi si sentono responsabili e liberi, e non è pesante quanto altre, come il raccogliere olive o mandorle o diradare le piantine di barbabietola.
In che cosa consiste il lavoro del bambino-spaventapasseri? Le tecniche, per altro assai rudimentali, variano da paese a paese. Quando il grano è giunto all'ultimo stadio di maturazione, i passeri lo assalgono per cibarsene. I proprietari allora assoldano bambini per difendere il raccolto, dotandoli di rumorosi attrezzi.
Tali attrezzi consistono normalmente in un barattolo di latta che il piccolo tiene legato al collo con una cordicella e che percuote incessantemente con un sasso o un pezzo di legno, come tamburo. Naturalmente deve nel contempo spostarsi di continuo lungo la linea perimetrale del campo affidatogli in custodia. Altri, più progrediti, usano bombole di gas domestico vuote, sistemate ai quattro angoli, percosse in rapida successione con una verga di ferro. Altri ancora usano un rudimentale fucile così fatto: un tubo di ferro del diametro di circa un pollice; a una estremità, quella chiusa che poggia per terra, è la culatta forata sul cui fondo si pone un pizzico di miscela esplosiva (di solito zolfo e clorato di potassa); quindi una robusta bacchetta di ferro, che si infila nella canna e si lascia cadere affinché percuota e faccia esplodere la miscela. Questo attrezzo - su fusili po isciuiai - rumoroso e caro ai fanciulli che fanno gli spaventapasseri, è causa di non pochi infortuni.

Uno spaventapasseri testimonia

"Io vado a isciuiai il grano di ziu Antoni Peppi e prendo 500 lire. Vado di mattina presto perché gli uccelli sono pronti e si alzano presto. Bisogna battere nel botto (barattolo - ndr) e gridare forte, così scappano. Quando toccano le campane di mezzogiorno è ora di scappare dal lavoro perché gli uccelli sono saziati e a quell'ora si riposano dal caldo e io vado a casa. Io ritorno quando ritornano gli uccelli che hanno sciamigau (digerito - ndr). Quando comincia a fare buio gli uccelli si fanno stanchi e se ne vanno a dormire e allora torno anche io a casa, ceno e me ne vado a letto. Una volta mi sono bruciato la mano perché mi ha preso fuoco al clorato, allora il fucile non lo uso più per isciuiai perché mio padre ha detto al padrone che non vuole".

Ha testimoniato R. Z. di 11 anni, di Cabras, nell'Oristanese. Egli frequenta molto raramente la scuola e si esprime correttamente soltanto in lingua sarda. La testimonianza riportata gli è costata una mattina di duro lavoro scolastico per la traduzione in italiano. Interessante il rapporto "umano" che si viene a creare tra il fanciullo e i passeri che egli ha il compito di isciuiai: appare un reciproco rispetto per le funzioni e i bisogni dei due "antagonisti", ambedue rivestiti di una loro dignità.

BAMBINI SPAVENTAPASSERI

“Tempo fa, in una corrispondenza da Pechino, una studentessa italiana descrive in tono di meraviglia "la crociata antipassero" che in Cina, in certi periodi dell'anno, vede mobilitati i cittadini di ogni età e di ogni ordine sociale nella difesa dei raccolti cerealicoli. I passeri, in talune annate, si riproducono numerosissimi, tanto da costituire un tremendo pericolo per i raccolti. Le autorità, allora, ordinano la mobilitazione generale: a partire da un'ora X inizia, entro zone prestabilite, la guerra ai volatili. Ogni oggetto che faccia rumore è brandito: vecchie pentole e casseruole, barattoli e tamburelli. Chi non possiede tali "armi", supplisce con urla. I passeri, continuamente ricacciati in volo dai clamori che si levano da ogni dove (financo dai tetti degli edifici e dalle cime degli alberi), non potendo posarsi, frastornati, né potendo di conseguenza cibarsi, a mezza giornata cominciano a cadere, letteralmente fulminati da crepacuore. Per alcuni giorni le mense abbondano di passeri variamente cucinati. Il raccolto è salvo, e per di più si è mangiato senza incidere sul normale bilancio economico. Nessuna meraviglia: paese che vai usanza che trovi...
Da noi, in Sardegna, esistono, come professionisti, i bambini "spaventapasseri", i quali, a otto dieci anni, anziché andare a scuola vengono mandati per settimane a urlare e a battere su barattoli a difesa del raccolto del proprietario ricco. I passeri, naturalmente, (ma questo da noi non ha importanza), per rifarsi si posano sul campicello vicino del proprietario povero. Molti di questi bambini specializzati nel mestiere di "spaventapasseri" finiscono per farlo tutta la vita.”
(Tratto da Amsicora, alias Ugo Dessy, Costume - in "Sardegna Oggi" n° 26 del maggio 1963)

LO SPAVENTAPASSERI

"Gonario era l'ultimo di sette fratelli. I suoi genitori non avevano soldi per mandarlo a scuola, perciò lo mandarono a lavorare in una grande fattoria agricola. Gonario doveva fare lo spaventapasseri, per tener lontani gli uccelli dai campi. Ogni mattina gli davano un cartoccio di polvere da sparo e Gonario, per ore e ore, faceva su e giù per i campi, e di tratto in tratto si fermava e dava fuoco a un pizzico di polvere. L'esplosione spaventava gli uccelli che fuggivano, temendo i cacciatori.
Una volta il fuoco si appiccò alla giacca di Gonario, e se il bambino non fosse stato svelto a tuffarsi in un fosso certamente sarebbe morto tra le fiamme. Il suo tuffo spaventò le rane, che fuggirono con clamore, e il loro clamore spaventò i grilli e le cicale, che smisero per un attimo di cantare.
Ma il più spaventato di tutti era lui, Gonario, e piangeva tutto solo in riva al fosso, bagnato come un brutto anatroccolo, piccolo, stracciato e affamato. Piangeva così disperatamente che i passeri si fermarono su un albero a guardarlo, e pigolavano di compassione per consolarlo. Ma i passeri non possono consolare uno spaventapasseri.
Questa storia è accaduta in Sardegna."
(Tratto da Gianni Rodari - Favole al telefono - Torino 1962)

LAVORO INFANTILE E SFRUTTAMENTO MINORILE

La "singolare" attività lavorativa denominata isciuiai, svolta esclusivamente dai fanciulli dagli otto ai dodici anni nei villaggi del mondo contadino, può suscitare - come nel caso di Gianni Rodari - "nobili" reazioni di pietà e commiserazione, proprie di una certa cultura, come quella borghese, che si è sviluppata e arricchita con il razzismo e il colonialismo. Rimesse al Rodari alcune grossolane sviste sulla realtà della Sardegna (dove non esistono "grandi fattorie agricole" in cui i fanciulli svolgono la mansione di spaventapasseri, e dove non esistono intorno ai campi di grano fossati colmi d'acqua popolati di rane, tanto meno nel mese di giugno) resta la favola, che, riportata alla realtà e alla mentalità del fanciullo del suo mondo, è certamente apprezzabile, e per quel che mi riguarda stimola ad alcune, credo utili, considerazioni.
E cioè che è necessario fare una distinzione tra il lavoro del fanciullo nell'arcaica economia agricola e nell'attuale moderno sistema economico.
Nel vecchio e ormai quasi estinto mondo contadino, la cui organizzazione del lavoro è su basi artigianali e familiari, o al più di parentado o clan, ciascun membro, indipendentemente dall'età, è chiamato a dare il proprio contributo nella produzione del necessario al sostentamento del gruppo: contributo che ciascuno dà secondo le proprie forze e le proprie capacità. Per fare qualche esempio, la bambina più grande aiuta la mamma nella organizzazione domestica e nell'allevamento dei bambini di poco più piccoli. Il fanciullo accompagna e aiuta il babbo nei lavori di campagna, apprendendo nella pratica l'arte della coltura della terra. Così pure i vecchi si rendono in qualche modo utili, se non altro con lo svolgimento di mansioni adatte alle loro ormai deboli braccia e ai loro labili ingegni, con la presenza viva della loro esperienza. Tutti concorrono allo stesso scopo, nell'interesse di tutti. E anche quando il fanciullo, o altro membro della famiglia, presta la sua manodopera all'esterno, presso altra famiglia della comunità, tale prestazione d'opera o è di carattere straordinario (per far fronte a situazioni di emergenza) o rientra in quell'istituto residuo di una organizzazione sociale comunistica, di interscambio della manodopera, del lavoro e dei prodotti, vivissimo ancora specie all'interno del parentado o clan - le cui famiglie, oltre che da vincoli di sangue, sono tra loro legate da vincoli di carattere economici e mutualistici.
Ben diversa è la posizione, e la situazione, del fanciullo immesso prematuramente, e contro la normativa di legge, in un sistema produttivo come è quello moderno, capitalistico. Dove i rapporti di lavoro (padrone e salariato) sono basati sul massimo sfruttamento per il massimo profitto.
Mentre nel primo caso si può parlare di lavoro infantile, nel senso di attività riservate al fanciullo in una organizzazione economico-produttiva a carattere familiare; nel secondo caso è esatto parlare di "lavoro minorile", di vero e proprio sfruttamento del bracciantato infantile. Il cui lavoro produce - qualunque sia la quantità - benessere e profitto ai padroni del capitale. E' sfruttamento del lavoro minorile quello attuato per secoli dai padroni delle miniere - che tra l'altro pagavano al piccolo lavoratore un quarto e anche meno del salario già misero dell'adulto. Così pure quello cui venivano e vengono assoggettati i ragazzi e le ragazze in età scolare, reclutati dagli agrari o dalle industrie conserviere o dalle cooperative, per la raccolta dei pomodori e della frutta, per il diradamento delle bietole o per altro.
Il lavoro libero e svolto liberamente ai fini della realizzazione di sé non danneggia il fanciullo, anzi è la migliore delle scuole. Il lavoro nel sistema capitalistico, al contrario, e non soltanto per il fanciullo, è induzione alla prostituzione, è brutale sfruttamento, è degradazione della persona umana.
Capitolo secondo

MESI DE ARGIOLAS / LUGLIO

Mese de treulas, di trebbiatura, e de argiolas, di aie, di intensa attività agricola, di consuntivo. Che per su messaiu, per il contadino, è sempre negativo. Il lavoro della campagna non viene mai ricompensato dal reddito che ne viene con i prodotti raccolti. Serve giusto per sfamare la famiglia - dicono da sempre i contadini. E che la produzione del lavoro della terra sia giusto sufficiente per nutrire la famiglia, va inteso nel senso che "deve bastare per forza di cose". E' infatti il contadino, la sua famiglia, che adatta le proprie esigenze, il proprio appetito alla quantità e qualità di cibo che la terra gli fornisce in quella annata.
Annate grasse e annate magre. Le grasse ricorrono eccezionalmente e vengono ricordate come mitici avvenimenti dalla comunità. Le magre sono la regola, a causa delle difficoltà naturali e dell'arretratezza e primitività delle tecnologie di lavoro; ma più ancora a causa dello sfruttamento cui è sottoposto il contadino dal sistema, per cui ciò che guadagna è inferiore al costo del suo lavoro.
I lavori del raccolto, da luglio si protraggono fin quasi la metà di agosto. Nella fase della ventolatura dei cereali e delle leguminose - dopo la trebbiatura che veniva effettuata con gli animali da lavoro, specie cavalli, e per piccole quantità manualmente, con is mallus, manfani non correggiati - era necessario che soffiasse il vento, in modo non sostenuto ma costante. Con apposita pala di legno si lanciava in alto il cereale lordo: il grano ricadeva più vicino e la paglia, più leggera, più distante, dando luogo a due mucchi distinti, uno di paglia e l'altro di grano.
Famoso il detto "Cando si pesat su bentu, est prezisu bentulare" riportato nell'inno di Francesco Manno "contra sos feudatarios" esortazione al popolo perché si sollevi contro la tirannia nel momento favorevole: "Quando si leva il vento, bisogna trebbiare".

SA CABBIA PARADORA
LA GABBIA TRAPPOLA

Nel tempo della fanciullezza, dopo la chiusura delle scuole, la mia famiglia si trasferiva da Cagliari a Terralba, situato nel Campidano di Arborea.
Le lunghe e noiose giornate estive mi spingevano a partecipare con i miei coetanei a scorribande nelle assolate e deserte campagne. Non mi spingevo, di solito, specialmente all'inizio, molto lontano: a sud-ovest, verso le paludi e il mare, e a Nord-est, verso la pietraia tappezzata di asfodeli che precedeva i costoni cespugliati e le cime boscose del Monte Arci - nel territorio che anticamente costituiva il salto, su sartu, del villaggio, patrimonio naturale da cui la comunità attingeva liberamente per vivere. Le mie uscite in campagna - interessanti e istruttive, tanto da poterle definire "un fanciullo alla scoperta dell'universo" - erano circoscritte alla prima fascia agricola intorno alle abitazioni, coltivata a orti e vigne, intervallati da is cungiaus, terreni chiusi incolti dove si lasciavano a pascolo buoi, cavalli e asini da lavoro. Orti, vigne e maggesi erano delimitati da fitte siepi di ficodindia e rovo.
I ragazzi del luogo mi insegnarono a costruire le gabbie per uccelli utilizzando le bacchette del rovo, che fungevano da regoletti, per il telaio, e i giunchi che formavano le gretole, le piccole sbarre dorate della prigione. Più che l'uso che di queste gabbiole avrei potuto farne - ho sempre amato tanto la libertà da soffrire per la clausura di un animale - mi appassionavano la ricerca e la preparazione del materiale e la costruzione semplice ma impegnativa delle stesse.
Si usciva dunque in gruppo a cercare lungo le siepi le bacchette sarmentose del rovo; e intanto ci facevamo scorpacciate di more, che la natura provvidenziale faceva maturare prima dell'uva. I miei compagni mostravano competenza e abilità che io cittadino non possedevo, e seppure fossero rozzi e parlassero in sardo io ero con loro un allievo umile e attento. In s'arruargiu, il roveto, bisognava saper distinguere tra s'arrù mascu, il rovo maschio, a sezione circolare, e s'arrù femina, il rovo femmina, a sezione esagonale. Soltanto quest'ultima varietà e che fosse robusta e diritta, andava scelta e colta per ottenere i regoletti. Quindi si tagliavano alla misura voluta le bacchette e si lasciavano a essiccare, ma non troppo, prima di usarle.
La ricerca dei giunchi per le gretole ci costringeva a più lungo e periglioso viaggio fino ai margini paludosi degli stagni, verso il mare. Anche qui, i miei compagni distinguevano due varietà di giunco: quella che aveva in cima una infiorescenza, che chiamavano propriamente giuncu, e l'altra terminante con una punta acuminata, detta zinniga. Quest'ultima varietà era quella che occorreva alla fabbricazione delle gabbie, in quanto, dopo essiccata diventava rigida e si infilava con la sua naturale punta acuminata nel morbido legno dei regoletti di rovo.
Costruivamo due tipi di gabbia. Un tipo semplice, sa cabbia de cardanera, per tenerci le coppie dei cardellini, che si appendeva nel loggiato. Un altro tipo, doppia, sa cabbia paradora, con cui si prendevano altri cardellini. Sa cabbia paradora consisteva in una gabbia divisa in due scomparti. In quello in basso stava la cardellina da richiamo; nello scomparto in alto era la trappola: la parete superiore si apriva in due portellini trattenuti in bilico da due stecchi. Entrandovi la preda, il portellino si richiudeva per caduta.

SA MORTI GIUSTA
Contu

In sa parti de su muru facci a soli ddu est issu, Massimu, sterrinau - corpus chi non fait prus umbra - cun su brazzu in su fronti, po non biri s'orrori de sa terra oberrendisì niedda, orrorizzanti cumenti de unu puzzu senza de acabu.
Me' in s'origas suas, in su pistiddu suu muinant musconis birdis, arresis chi bint sa morti e cabant e si ci sezzint, abettendi passenziosus sa purdiadura. In su mentris, si cuntentant de sùspiri, de lingi stiddius callaus de su pagu sanguni chi su soli e su ventu e sa terra sidia hant lassau.
Tenit is peis in s'oru de su liminargiu de s' 'enna. Su corpus arruttu ghettendisinci a innantis zerriat orrorizzau de sa morti, lompia candu sa vida est durci che meli...Non ci dd'hat fatta a si fuiri. Non c'est omini po chi scipiat curri chi potzat binci sa morti in currera...Chi curreus, est cun issa chi curreus; chi si firmaus a pausai, est cun issa chi pausaus; chi amaus, est cun issa chi gosaus: ca sa morti est intra de nos, anniada in su callenti de su coru nostu. De candu nasceus dda portaus asuba: in dogna stiddiu de sanguni dda portaus, cumenti sa fragilidadi est in dogna pimpirida de birdiu de una tassa.
"Sa morti notzenti", dda nomenant is feminas candu un pippiu nascendi dda portat clara in su corpixeddu arrendiu arrubiastu.
"Sa morti giovuna", bianca che cera e lillus, is manus ingrusciadas asuba de sa gianchetta de sa festa, a cara dormia.
E "sa morti giusta", depida, a dentis in foras, a pungius serraus e a ogus obertus - ogus chi nisciuna manu podit serrai...cumenti sa morti de custus duus, inguni, zappulaus in terra, in sa cortilledda de una domu foras de bidda. E is bius andant a dda castiai, sa morti, po biri cumenti est fatta, po cumprendiri ita siat. E nudda acrarant, chi giai non scipiant. Nudda biint, chi giai non happiant bistu.
Mariedda est prus a innantis, a brazzus obertus. Sa morti sua est stada aici mala de dd'hai streccau sa conca - su cerbeddu est spartu in mesu de is perdas cumenti de mazzamini de carrabusu streccau asutta de una crapitta.

Unu carabineri de guardia est setziu in su murixeddu. Ma non c'est prus nemus, ingunis, in terra. Ni Massimu ni Mariedda ci sunt prus.
S'omini non est prus omini, chi non portat appizzus sa propia morti. Tot' 'e is duus issus portant appizzus sceti su muinai de is musconis birdis. E nimancu ddu sciint, ca ateru no sunt che mancias de sciaquadura, che duas pimpiridas de recatu chi su bentu e su soli e su famini de su baballoti hant a fai sparessi.
E sa proidura, candu hat arribai, si hat arribai, no hat essiri lagrimas de Deus - no dda poit prangi sa morti, chi no dda tenit; sa proidura, candu hat arribai, si hat arribai, hat essiri lagrimas de umanidadi, lagrimas chi hant a preni maris, salius de timoria e rancori.
Custa morti dda nomenant "sa morti giusta", dèpida.
"Fattu beni, beni fattu!
"Hant tentu sa morti chi depiant tenni!"
Clamant is feminas scrabionadas, currendi me in s'arrugas. Battallant cun larvas disumanas me in is boddeus burdellosus: dogna boxi zerriendi prus a forti de is ateras, po no lassai intendi zunchiu de raxoni.
"Ddu traisciant, a Paulu. Ddu traisciant...Hant tentu sa morti dèpida!"
"Ddi prasciat a si gosai su mascu! Sbregungia che egua in calori!"
"Immoi s'est gosada sa morti dèpida!"
Is pippius, spantau, siddius a is gunneddas frungias, forzis circhendi issus de cumprendi ita hiat bolli nai "sa morti giusta". Ma nemus arrennescit a dda cumprendi: nimancu Mariedda e Massimu, chi dd'hant tenta, ddu sciint.
Is ominis, issus puru, currendi, stumbendisì po is bias, clamant sa morti giusta. Su meri, su preidi, su zeraccu, totus dda zerriant a dd'avocant, casi chi no dda tenessint totus, unu po unu, in is ogus e in is manus, in is peis e in is brentis, finzas in sa prus minuda arrogalla de pezza, in su prus piticu stiddiu de sanguni.
"Toccat a portai respettu a is terras e a is pobiddas allenas! Sa morti ddis fiat dèpida!" Boxinat su meri.
"Sa morti dèpida est sa giustizia de Deus po is peccaus de lussuria!" Sclamat su preidi.
"Is feminas coiadas no si deppint toccai! Massimu ddu sciriat chi is feminas coiadas non si deppint toccai! Sa funi si dda est posta issu 'e totu in su zugu..." Zerriat su zeracu.
Fueddus senza de significazioni umana, senza de significazioni mancu de bestia. Fueddus de terra senza de anima, senza de umidori, senza de pillonis: fueddus de terra apperdada.

Su balenti hat accabau s'opera sua prodigiosa. Immoi, beni strantasciu, spalleri a brazzus ingrusciaus, arricit su triunfu.
Non is manus suas, non su coru suu, non sa voluntadi sua hant bocciu, ma unu gorteddu e una perda.
A is ominis in divisa, setzius a palas de una mesa, in caserma, ateru non sciit nai: "Massimu e sa fancedda han' tentu sa morti dèpida."
Non est malesa, a 'n di scidai cun is propias manus sa morti chi est a intru de su corpu biu de is fradis, cand'est sa morti dèpida cussa chi si 'n di scidat...
"Mi traisciant. Hant tentu sa morti dèpida."
Sa giustizia. Ddu narat sa giustizia...Est curpa de sa lei...Ma una lei podit imponi a s'omini de bocciri?...Podit bocciri, una lei?
"Cun su gorteddu e cun d'una perda de cortilla hant tentu sa morti giusta."
Sa duresa antiga misteriosa de sa rocca impenetrabili; is forzas de natura chi sunt ma non scint de essiri; sa furia de su bentu e su tronai e lampai de is rajus; totu su disisperu de is montis serraus asutta de unu celu sperdiu senza de isteddus: ddu streccant, ddu suffogant, ddu crepant, ddu faint a pimpirinas; dd'annuddant s'anima e ddi ponint in olvidu sa rascioni, finas a ddu mudai in gorteddu e in perda...Issu est unu pungiu de terra sidida, ca non c'est Deus chi ddu sciundat de prantu...
Issu boxinat senza de fueddus - movendi sa 'ucca bogat rumoriu, che unda de arriu chi tragat, che perda sprondida chi zumiat, che fogu tenendi chi zaccheddat.
Sa bucca sua movendi fait rumoriu; unu rumoriu chi narat: "Hant tentu sa morti dèpida. Hant tentu sa morti dèpida..." E repitit ancora e sempiri senza de tenni cunsienzia, senza de tenni anima: cumenti 'e rimbombu de arriu in prena, cumenti 'e zumiai de perda sprondida, cumenti 'e zaccheddai de fogu tenendi.
Sa genti scarescit luegu. Nemus regordat prus is fueddus disisperaus de Mariedda, una notti, in sa cortilla de zia Rita.
"No ddu bollu prus biri! No ddu bollu prus biri!" Prangiat cun arrabiu, cun sinzillesa e forzas mannas movias de su rancori e su dispreziu chi portat a Paulu, su meri suu.
Issu isfogat dogna merì su malumori, arropendidda a mazzocca, prena de merda de is brebeis ch'hiat portau a pasci. Isfogàt rancoris e tristuras, nobas e antigas: po s'erba bruxiada de sa geliscia, po is pestis chi pigant is brebeis famias, po sa bregungia de essiri poburu zeracu chi pagat sempiri de bucciacca sua, derremendi sa vida, is disgrazias puru chi su distinu mandat a su meri.
Issa, Mariedda, fiat che su muru de su prantu de is giudeus, fiat che setzidroxu de perda innui pausai sa stanchesa de meda camminu: unu oggettu a su cali non si podit donai teneridadi ne carignu, ma sceti rancori e amaresa appillaus in un'anima sola ispentumada in unu mari de perda. E issu, Paulu, non podiat bivi senza de issa; ca s'omini non podit bivi senza de unu Deus chi ghettit sanguni po issu, feriu de su matessi omini e cun is propias manus appiccau a una gruxi. Mariedda fiat su Cristus suu, prus accanta e prus cuncretu de su Cristus in cresia; poita Deus est su Cristus de totus: Mariedda fiat sceti una femina e de un'omini sceti podiat essiri.
"No ddu resistu prus! No ddu potzu prus suffriri!" Zerriàt Mariedda s'atera notti, vomitendindi s'anima sua disisperada a innantis de sa genti curta a dda biri, cun sa curiosidadi morbosa de chi circat de sgavai in su misteriu de s'agonia, curta cumenti currit in prazza a biri sa boccidura de su boi, po sùspiri mudamenti sa scoladura arrubia bia bia de su sanguni, chi calat a filu longu in mesu de s'imperdau, cumenti de unu riu senza de fini.
"No! non bollu atturai prus cun issu!" Zerriat foras de sei Mariedda, a ogus spiridaus.
Su mazzucu e is puntadas de pei fiant su pani suu. Pustis, issu, pasiau, s'arregordàt de essiri omini: dda pigat, ci dda strumpàt in sa stoja e dda coberrìat ancora cancarada de is corpus. Dda pigàt a forza, dogna borta cumenti a sa prima borta.
"No potzu, non ci dda fatzu prus a bivi aicci!" Naràt s'atera notti, muinendi scansolada, sciamiendi sa conca. E is feminas a giru mudas dda castiant e bidiant sa morti sua prus sigura, prus crara, cantu prus in artu zerriat sa beridadi. E faiant accinnu de dda cumprendi movendi sa conca: luegu sa morti dèpida hiat essiri benia a 'n di dda pigai de cussa agonia: sceti sa morti dèpida.
Cun sa cara sua trista e desolada, cun sa conca sua scrabionada, cun is brazzus suus obertus sciamiendi a isconsolu, s'atera notti, Mariedda fiat s'immagini 'era de sa morti dèpida.

Custu merì, a scurigadroxu, sa genti ddus hat accumpangiaus a campusantu.
Est s'ora po is feminas timoradas de s'inserrai aintru de domu; est s'ora in sa cali bessint de is tuppas de sa Jara is canis pudescias famias.
Ci ddus hant ghettaus asuba de una carretta de molenti, a isfregiu. Ci ddus portant a campusantu poita is criaduras battiadas no si lassant mai a pudexi me' in is fossus, che canis.
Sa carretta sumbullat me' in is foradas de s'imperdau, e is mortus mesu spollaus si movint cirdinus, ghettaus a pari, is faccis trempa a trempa - parrit chi siant castiendisì spantaus a bucca e a ogus obertus.
Avatu, sa genti sighit a brinchidus e a boxis malas, clamendi su deus de sa morti dèpida.
No est una pantomima de beffianus, mancai siant oscenus e de isfregiu is motettus chi cantat a izzerrius: ddu sciint beni issus puru, totus ddu sciint chi is mortus non sentint prus.
Forzis est su deus de is aquas chi bolint appasciai, in custu attongiu siccu, donendiddi duas vidas, derremadas amendisì, imprassadas, e po custu prus preziosas?

LA GIUSTA MORTE
Racconto

Dal lato del muro illuminato dal sole, c'è lui, Massimo, un corpo senza ombra, con la fronte sopra il gomito per respingere la vista di una terra che si apriva nera assurda, come una voragine senza fine.
Sulle sue orecchie, sulla sua nuca ronza un nugolo di mosconi verdi; quegli animali che vedono la morte e siedono sulle sue spalle aspettando pazienti la decomposizione. Per ora si accontentano di suggere quel poco sangue raggrumato che il sole, la brezza e la sete della terra hanno risparmiato.
Ha i piedi accanto all'uscio della casa. La sua figura, proiettata in avanti, grida l'orrore della morte giunta quando la vita stilla miele...Non gli è servito fuggire. Nessun uomo è tanto veloce da vincere la corsa con la morte...Se la fuggiamo, è con lei che fuggiamo; se sostiamo all'ombra dell'ulivo, è con lei che riposiamo; se amiamo, è con lei che godiamo; perché la morte è dentro di noi, annidata al caldo del nostro cuore. Non in una, ma in dieci, in mille forme diverse la portiamo dentro di noi. Da quando nasciamo, la portiamo addosso: come un bicchiere di vetro ha la fragilità in ogni frammento.
"La morte innocente", dicono le madri quando il neonato la porta visibile nel corpicino livido paonazzo.
"La morte fanciulla", bianca come la cera e i gigli, con le mani giunte sulla giacchetta nuova della festa, con il viso addormentato.
E "la giusta morte", violenta, con la bocca spalancata, con i pugni stretti, con gli occhi che nessuna pietà, nessuna mano può chiudere...come la morte di questi due, là, per terra, nel cortiletto di una casa fuori paese, che i vivi vanno a guardare per vedere come è fatta, per capire che cosa sia. Nulla scoprono che non sappiano già. Non vedono nulla che non abbiano già visto.
Marietta è più avanti: le braccia spalancate. La sua morte è stata tanto violenta da schiacciarle il capo il cui cervello grigio si è sparso su alcuni sassi vicini, come interiora di uno scarafaggio spiaccicato sotto la scarpa.

Un carabiniere è seduto sopra il muretto, di guardia.
Nessuno c'è più, lì, per terra. Né Massimo, né Marietta ci sono più.
L'uomo non è più uomo se non porta addosso la propria morte. Loro due hanno soltanto il ronzare delle mosche verdi, addosso. E non lo sanno, perché sono come due macchie di unto, come due gocce di minestra schizzata oltre una soglia, che il vento e il sole e la fame degli insetti asciugheranno.
E le piogge, quando verranno, se verranno, non saranno lacrime di un dio - non può piangerla la morte, colui che non la possiede; le piogge, quando verranno, se verranno, saranno lacrime di uomini, lacrime che riempiranno mari, salati di paura e di odio.
La gente chiama questa morte "la giusta morte".
"Fatto bene! Ben fatto!"
"Hanno avuto la giusta morte!"
Urlano le donne scarmigliate, correndo per le strade. Parlano con labbra inumane nei crocchi scomposti: ogni voce sempre più alta per sovrastare le altre, per soffocare il gemito della ragione.
"Lo tradivano, Paolo, lo tradivano...La giusta morte hanno avuto!"
"Le piaceva il gusto del maschio! Svergognata come una cavalla in calore!"
"Ora ha provato il gusto della giusta morte!"
E i bambini, smarriti, pendono dalle logore sottane, sforzandosi, loro, forse, di penetrare il significato della giusta morte. Nessuno riesce; neanche Marietta e Massimo, che l'hanno avuta, sanno.
Gli uomini, anch'essi, correndo, incrociandosi per le strade, urlano la giusta morte. Il padrone, il prete, il servo, tutti, la invocano, come se non l'avessero tutti, uno ad uno, negli occhi e nelle mani, nei piedi e nel sesso, fin nel più piccolo brandello di carne, nella più minuta goccia di sangue.
"Bisogna rispettare le terre e le donne degli altri! La giusta morte l'hanno meritata..." Urla il padrone.
"La giusta morte è la giustizia di Dio per i peccati della carne!" Urla il prete.
"Non si toccano le donne sposate! Massimo lo sapeva che le donne sposate non si toccano! Lui stesso si è dato la giusta morte..." Urla il servo.
Parole senza un senso umano, senza neanche un senso bestiale. Parole di terra che non ha cuore, né lacrime, né germogli, di terra diventata pietra...

L'eroe ha compiuto la sovrumana fatica. Ora, ritto in piedi, con le braccia conserte, raccoglie gli osanna.
Non le sue mani, non il suo cuore, non la sua volontà hanno dato la morte, ma un coltello e un sasso.
Alle divise sedute dietro un tavolo, in caserma, dice: "Massimo e l'amante hanno avuto la giusta morte".
Non è peccato destare con le proprie mani la morte che è nel corpo vivo dei fratelli, se è la giusta morte quella destata...
"Mi tradivano. Hanno avuto la giusta morte."
La legge. E' colpa della legge...Ma può una legge imporre all'uomo di uccidere?...Può uccidere, una legge?...
"Con il coltello e con i sassi del cortile, hanno avuto la giusta morte."
Il mistero di millenni di roccia impenetrabile, l'incoscienza primeva di elementi che sono e non vivono, la furia dei venti e il rimbombo dei fulmini, tutta la paura dei monti sovrastati da un infinito senza stelle lo soffocano, lo stritolano, lo sbriciolano, cancellano in lui l'anima, fino a farlo diventare soltanto un coltello, un sasso...un pugno di terra che ha sete, perché non c'è nessun dio che lo bagni di pioggia.
Egli parla senza parole - le sue labbra vibrano producendo suoni, come le acque di un torrente che scrosciano, come un sasso scagliato che sibila, come un legno ardente che crepita.
Le sue labbra vibrano, il loro suono dice: "Hanno avuto la giusta morte. Hanno avuto la giusta morte." Si ripete ancora, ancora e ancora, tenace, senz'anima, come lo scrosciare di un torrente, come il sibilare di un sasso scagliato, come il crepitare di un legno ardente.

Nessuno ricorda più le angosciate parole di Marietta, una notte, nel cortile di zia Rita.
"Non lo posso vedere! Non lo posso vedere!" Piangeva rabbiosamente, con un coraggio che era grande quanto l'odio che sentiva per Paolo; per suo marito.
Egli sfogava i suoi malumori ogni sera, picchiandola con il bastone di olivastro, sporco ancora dello sterco delle pecore riportate dal pascolo. Sfogava rancori e pene, il conscio e l'inconscio, l'erba bruciata dalla brina e la moria del bestiame inaridito dalla fame, l'umiliazione di essere un servo che rimborsa con il proprio sudore i danni che la natura fa al padrone.
Lei, Marietta, era il suo muro del pianto, era lo spuntone di roccia su cui riposare il corpo stanco per il lungo andare: l'oggetto su cui non si possono riversare tenerezze, su cui soltanto si riversano i rancori e le amarezze accumulati nel dolore e nella solitudine. Non poteva vivere senza di lei, Paolo; perché gli uomini non possono vivere senza un Dio che sanguini per loro, ferito dalle loro stesse mani, appeso dalle loro stesse mani a una croce. Lei era il suo Cristo, più vicino, più vero dell'altro in chiesa; perché può essere di tutti, un Dio: Marietta era soltanto una donna, poteva essere di un solo uomo.
"Non ci resisto più! Non ci resisto più!" Gridava Marietta quella notte, vomitando strazio e disperazione sulla gente accorsa a vederla, torbida, con gli occhi curiosi di chi vuole scavare nel mistero dell'agonia, accorsa come accorre in piazza quando si macella un bue, per bere mutamente il sussultare dell'immenso fiotto rosso che scorre sui ciottoli come un fiume senza fine.
"No, non voglio stare più con lui!" Urlava fuori di sé Marietta, con sguardo opaco, assente, lontano.
Il bastone e i calci con le scarpe dure di chiodi erano il suo pane. Poi, placato, lui, si ricordava di essere maschio: la portava sulla stuoia per coprirle il corpo illividito con la sua voglia. La violentava ogni volta come la prima volta.
"Non posso, non posso più restare con lui!" Diceva sommessa, scuotendo dolorosamente il capo, alle donne intorno. Queste la guardavano senza parlare; vedevano la sua morte più certa, più chiara, quanto più alte e più vere erano le sue parole. Esprimevano il loro pensiero con lievi cenni del capo: la giusta morte sarebbe presto arrivata a levarla dalla agonia; soltanto la giusta morte.
Con la sua faccia scarna, lacrimosa, con la sua testa scarmigliata, con il suo scuotere sconsolata le braccia, Marietta, quella notte, era l'immagine vera della giusta morte.

La gente, stasera all'imbrunire, l'ha accompagnata con l'amante al camposanto.
E' l'ora in cui le donne timorate si rinchiudono nella casta pietra delle case; la stessa ora in cui escono le svergognate fameliche cagne nei boschi della Giara.
Li hanno gettati sopra un carretto d'asino, per dileggio. Li portano in camposanto, perché, comunque, le creature battezzate non si lasciano in pasto ai cani, nei fossi.
Il carretto traballa lungo il viottolo dall'acciottolato sconnesso, scuotendo i due corpi mal coperti, rigidi come burattini, l'uno sull'altra, con le facce guancia a guancia, che pare si guardino stupefatti con bocca, con occhi spalancati.
Dietro, la gente danza e invoca il dio della giusta morte.
Non è una beffa, anche se oscene sono le parole che urlano ai morti. Lo sanno anche loro, tutti lo sanno, che i morti non sentono più.
E' forse il dio della pioggia che vogliono placare, in questo arido autunno, portandogli in olocausto due vite, sacrificate mentre si amavano, le più preziose?



Capitolo secondo

Austu / Agosto.

Austu, ultimo mese dell’anno, che nell’ultima sua metà concede al contadino un po’ di riposo, giusto il tempo di riprendere fiato prima che arrivi cabidanni, capodanno o settembre.
Le fiere del bestiame - importanti come quelle di Santa Croce a Oristano e di Sant’Agostino a Pauli Arbarèi - si svolgevano a cavallo tra la fine e l’inizio dell’anno agricolo. Così pure fiere e mercati, dove le massaie rinnovavano il loro corredo domestico, dagli utensili di cucina alle lenzuola, ai tovagliati, fino ai capi di abbigliamento, e i contadini e i pastori acquistavano nuovi attrezzi da lavoro, zappe e vanghe, pittaious, sonagli per le pecore - tutti di suono diverso, ma insieme accordati in modo da creare una propria caratteristica sinfonia di suoni per distinguere “quel” gregge da ogni altro. Alla fine di agosto ricorrevano anche le più celebrate feste popolari, che vedevano affluire da ogni parte dell’isola migliaia di fedeli, per raccogliersi nei vasti spiazzi davanti ai santuari dedicati a santi taumaturghi. Ivi si scioglievano i voti per grazie ricevute, si mangiavano i dolci caratteristici del santo e carni di agnello e capretto arrostiti all’aperto, si beveva copiosamente vino, quello nero denso dei Campidani e quello bianco frizzantino della montagna, e si ballava e si cantava al suono de is launeddas, strumento musicale indigeno a tre canne, di origine preistorica.

S’INCUNGIA o INCUNGIADURA
CONSERVAZIONE DEL RACCOLTO

I piccoli proprietari che non avevano magazzini per conservare il grano erano costretti a portarlo e ammucchiarlo nei solai di casa, dove spesso c’erano i letti dei figli - i quali, da piccoli, si divertivano a saltare dal letto sui mucchi.
Dalle aie il grano veniva portato fino a casa in sacchi da un quintale su carri a buoi. Per poterlo portare su nei solai, attraverso scale ripide e anguste, era necessario versarlo nelle corbule, che le donne poggiavano sulla testa. Tra questa e il fondo della corbula si metteva su tidili, il cercine, un cerchio di panno. Talvolta, tra uno scherzo e l’altro - ché s’incungia era un momento festoso - la corbula finiva per rovesciarsi prima ancora di arrivare al mucchio. O ancora più spesso, insieme alla corbula finiva sopra il mucchio del grano anche la spigolatrice, aiutata a caderci sopra da una manata del padrone.
Conclusa s’incungia, la sera stessa sul tardi aveva luogo sa scialla, l’allegro banchetto a base di macarronis, pezza de brebei, appiu e reiga, maccheroni, carne di pecora, sedani e ravanelli. Sa scialla si sdalle lampade ad acetilene, si mangiava su tavolate improvvisate e si beveva abbondantemente. Erano di prammatica i complimenti al proprietario per il buon raccolto.
L’ultimo lavoro del raccolto era s’incungia de sa palla, l’ammasso della paglia. Dalle aie veniva caricata su carri forniti di apposite cerdas. Sa cerda, dal greco gerra, sta a indicare un graticcio o intelaiatura di vimini, che consente di allargare le sponde e quindi la capienza del carro, e viene erroneamente tradotto da taluno in italiano con veggia, che indicava genericamente i carri da trasporto. Si avevano diversi tipi di cerda da applicare ai carri, secondo il contenuto prendevano il nome di cerda de linna, cerda de ladamini, cerda de axina, cerda de palla, eccetera.
La paglia veniva conservata nelle case vecchie inabitabili, oppure in sa domu de sa palla, la casa della paglia, un locale apposito costruito nel cortile, adiacente alla tettoia dei buoi e con questa comunicante mediante una bassa finestra, attraverso cui al bisogno se ne prendeva con su trebuzzu, il tridente, po appallai su jù, per dar la paglia al giogo.
Il trasporto si effettuava dal tramonto in poi, e con il tempo non ventoso, dato che un bel po’ di paglia triturata fuoriusciva tra i vimini della cerda anche con il tempo calmo, e ciò poteva arrecare fastidio alla comunità. Si scaricava durante la notte e si ripartiva al tramonto per un altro carico. Tale lavoro era riservato ai soli uomini.
Dopo s’incungia si andava al mare - di solito dopo il 15 agosto, giorno dell’Assunta - per ripulirsi di tutto il gran polverone.

IS POBERUS DE BIDDA MIA
I poveri del mio paese

“Era la nonna paterna a dirigere i lavori per s'incungia, la sistemazione del raccolto. L'ingresso della sua casa consisteva in uno stanzone quadrato quasi privo di mobili, eccettuato un tavolo da lavorare il pane, perennemente coperto da su coberibancu, la tovaglia d'orbace, una credenza e sei sedie "civili" impagliate, disposte in un angolo, una rovesciata sopra l'altra, per conservarsi nuove. Man mano che il carro stazionante nel cortile si vuotava, l'ingresso del pavimento mattonato si riempiva di colonne tigrate bianche e nere piene di grano. Erano is saccus pettiazzus, stretti e lunghi, capienti tres cuarras, sessanta chili. Da qui poi i sacchi venivano portati su per la ripida scala di legno fino al solaio, dove il grano formava un bel mucchio - noi bambini morivamo dalla voglia di lasciarci cadere in quella montagna soffice franosa. Un sacco pieno veniva lasciato lì nell'ingresso, nell'angolo vicino alle sedie "civili" conservate per le grandi occasioni.
"Custu est po is poburus", diceva la nonna; e intanto ne cominciava a rovesciare qualche litro in una corbuletta, la quantità di grano da dare al primo povero che fosse arrivato a chiedere l'elemosina.
Il giorno dopo, già dal mattino presto, quasi che si fossero passati la voce, era un continuo via vai di questuanti, donne e uomini, vestiti nella loro strana ma dignitosa divisa di straccioni. Ciascuno di loro veniva invitato a sedersi nell'ingresso (e proprio per l'occasione due delle sedie buone venivano collocate in mezzo alla stanza) e anche la nonna si sedeva e stava a chiacchierare. Parlava con ciascuno di quei mendicanti come fosse un ospite di riguardo, dei rispettivi figli e nipoti, di parenti e di conoscenti, di chi era già morto e di chi era ancora vivo, di come bene o male trascorrevano i giorni, e infine dell'annata e del raccolto: sempre poco, rispetto a ciò che si era sperato e sudato, ma sufficiente grazie a Dio, ché le necessità si devono adattare a ciò che si possiede.
Prima di congedarsi l'ospite riceveva uno o due imbuti di grano, da tre a sei chili, secondo il suo stato di necessità. Sull'uscio della porta che dava nel cortile, la nonna salutava: "Aterus annus cun saludi!" (Ad altri anni con salute!) e l'ospite rispondeva: "Deus 'ollat! E ti ddu paghit in s'atera vida." (Dio lo voglia! E ti ripaghi nell'altra vita.)”

IS BUTTONIS DE SU CABONISCU
I testicoli del galletto.

"... In casa di mia madre, di galletto se ne faceva uno alla settimana. La domenica, al rientro dalla prima messa, mamma si preparava. Spettava il turno al galletto più turbolento, che bisticciava e disturbava il gallo da monta. Tutti della famiglia assistevano e ciascuno aveva il suo aiuto da dare. Al momento di sventrare l'animale si faceva silenzio, e tutti guardavano la faccia della mamma, e aspettavamo. Lei apriva e toglieva i bottoni, che erano belli e grandi e non come quelli di adesso che sembrano due semi di melone; li prendeva e li metteva in un piattino. Andava in cucina e li mostrava al marito: "Guarda, che razza di bottoni aveva quel demonio!" Il piattino veniva lasciato tutto il giorno in vista, così che la gente che veniva in visita potesse ammirarli. La notte, a cena, venivano arrostiti e dati esclusivamente ai maschi, quasi sempre al piccolino di casa, perché doveva crescere e diventare un bel maschio..."
(Testimonianza di una pastora di 70 anni, nel 1965, del Guspinese).

Nota: Si veda in "Zorba il greco", il romanzo di Nikos Kazantzakis, l'usanza ellenica, ancora diffusa, di riservare i testicoli del maiale familiare all'ospite di riguardo.

IS ISPOSUS / I FIDANZATI
Su fastigiai / Il fidanzamento

Quando un giovane conosceva una ragazza e la voleva sposare ne parlava con i propri genitori. Se la fanciulla andava bene, cioè era di famiglia onesta e laboriosa, il padre del giovane si preoccupava di mandare su paralimpu (il paraninfo) a tastare il terreno prima di fare la richiesta e le prime trattative presso la famiglia della fanciulla; non si arrischiava di andare lui per primo, per paura di ricevere corcoriga (zucca), cioè un rifiuto, e quindi un affronto cui avrebbe dovuto rispondere.
Se la risposta riportata dal mezzano era positiva (e la decisione non era stata presa dalla fanciulla ma dai loro genitori, dopo aver valutato il pretendente), allora il padre dell'interessato si recava, lui solo e di notte, a casa della futura sposa, in modo che la faccenda fosse tenuta ancora segreta, e si discuteva sulla data del fidanzamento e sugli eventuali beni da mettere insieme per il matrimonio. Raggiunto l'accordo, il fidanzamento aveva luogo in un sabato notte; così che is isposus, i fidanzati novelli, uscivano insieme per la prima volta per andare a missa manna, alla messa alta, il giorno dopo.
Su tempus de su fastigiu, il fidanzamento, era più o meno lungo, secondo le disponibilità economiche delle famiglie. Il fidanzato doveva preparare la casa; la fidanzata i mobili e il corredo. Quando tutto era pronto si fissava la data di su sposaliziu, del matrimonio, che di solito si celebrava una domenica mattina.
In su tempus de su fastigiu, durante il fidanzamento (anche se in lingua sarda fastigiai vuol dire anche carezzare, fare l'amore) era assolutamente vietato dalla morale corrente avere rapporti sessuali. Sia in pubblico che in privato, is isposus, i fidanzati, non dovevano mai restare soli (ché la carne è debole, specie quella dei giovani che si amano), e dovunque andassero, a passeggio o ai balli, a visitar parenti o a una festa, erano sempre accompagnati o da un fratello di lei o in mancanza di fratelli dalla futura suocera.
Non di rado, nonostante tutta la vigilanza dispiegata, la natura de is isposus aveva il sopravvento e, come suol dirsi, faiant su malacrabiu, facevano il patatrac. Si dovevano allora anticipare le date delle nozze, e si incrementavano le nascite dei settimini.

SU SPOSORIU
Lo sposalizio

“Tre giorni prima delle nozze, tutto il mobilio e il corredo veniva portato dalla casa della fidanzata alla casa degli sposi. Tutto veniva caricato su carri addobbati a festa, con nastri colorati e mazzi di fiori e penzoli di frutta (anche i buoi e le loro corna erano ornati come per le processioni). I carri erano quattro e anche cinque e occorrevano un paio di viaggi per trasportare totu su beni. Le ragazze portavano sulle teste le corbule e i canestri contenenti le cose fragili, di porcellana, di vetro o di ceramica, ben disposte perché la gente potesse vederle.
Sa sposa, la fidanzata, non andava nella sua nuova casa; mandava le sorelle e le cugine con la raccomandazione di non lasciare "frugare troppo" la roba alle future cognate e suocera, che sicuramente si trovavano lì, dopo aver pulito per bene la casa degli sposi, ad attendere l'arrivo del corredo, curiose.
I mobili venivano disposti (secondo gli accordi precedenti tra fidanzati) dal fidanzato, aiutato da soli uomini; mentre le donne collocavano il corredo, esaminando la laboriosità dei ricami e il numero dei pezzi e la qualità.
La vigilia delle nozze, i fidanzati andavano a salutare e a chiedere la benedizione dei parenti e dei conoscenti che non venivano invitati a partecipare al rito nuziale; mentre le parenti della sposa, sorelle, zie, cugine, preparavano il pane bianco (is coccois de simbula) da mettere sul tavolo per il pranzo nuziale. I parenti dello sposo, dal canto loro, preparavano il pranzo nella casa degli sposi.
La mattina sul presto, gli invitati dello sposo si riunivano in casa dei genitori dello stesso; e in corteo si recavano a casa dei genitori della sposa, dove già si trovavano o stavano arrivando gli invitati della sposa. Nella stanza da pranzo, c'era il tavolo apparecchiato con la tovaglia ricamata: c'era una bottiglia d'acqua, una di vino e pane bianco. Da una parte, due sedie con i cuscini ricoperti di federa bianca ricamata; i genitori della sposa si mettevano di fronte alle sedie dove sedevano gli sposi; questi si alzavano e si inginocchiavano per ricevere la benedizione. Quindi si avviavano in chiesa aprendo il corteo: per primi il padre della sposa che le dava il braccio fino all'altare; poi venivano lo sposo con una sorella o altra consanguinea (eccettuata la madre), e dietro tutti gli altri invitati. Il corteo era preceduto da fanciulle che portavano sulla testa una corbula di grano, ornata con fiori e frutti: venivano benedetti insieme agli sposi.
Neppure la madre della sposa andava alla cerimonia, in quanto doveva sovrintendere in casa alla preparazione del pranzo del giorno dopo, dato che, appunto il giorno dopo, tutti gli invitati si trasferivano lì.
All'uscita di chiesa, il corteo preceduto dalle fanciulle con le corbule di grano si recava a casa degli sposi, che aprivano il corteo. Ad attenderli sulla porta di casa c'erano i genitori dello sposo. Gli sposi si inginocchiavano sopra un cuscino posato sulla soglia e ricevevano la benedizione. Quindi, la madre dello sposo rovesciava sulle loro teste un piatto colmo di grano che poi rompeva gettandolo nel cortile. Allora, dietro la coppia tutti entravano in casa e si cominciava a bere e a mangiare, fino a tarda notte.
Il giorno dopo, di mattina, si riunivano di nuovo tutti, parenti e amici invitati, ancora in casa degli sposi; si riformava il corteo e si andava in chiesa. La sposa stavolta veniva accompagnata dalle cognate, fino alla cappella dove assisteva alla messa insieme alla suocera. All'uscita di chiesa andavano a casa dai genitori della sposa, i quali avevano preparato un banchetto. Lì trascorrevano tutto il giorno, bevendo, mangiando, facendo festa.
Gli anziani parlano di sponsali i cui festeggiamenti durarono fino a tre giorni, dove per soddisfare l'appetito degli ospiti si dovette arrostire un bue intero e dar fondo a una botte da un ettolitro.”
(Testimonianza. Arbus, 1980)

IL MATRIMONIO NEI CAMPIDANI

“In una famiglia di contadini, di solito, ci sono parecchie figlie femmine e la prassi vuole che sia la sorella maggiore a sposarsi per prima, altrimenti corre il rischio di restare zitella se qualche pretendente si fa avanti per una sorella minore.
Ci sono le eccezioni, così come eccezionalmente qualche "padroncina" si sposa col servo pastore, ma sono casi rari noti in tutto il paese e parecchio criticati.
Il contadino che si vuole sposare, avendo conosciuto, anche senza frequentarla molto, la ragazza che vorrebbe come moglie, ne parla con i genitori e questi provvedono a trovare un intermediario (su paraninfu) che si rechi nella famiglia della futura nuora (essi personalmente non possono, per non incorrere nell'umiliazione di un rifiuto, "crocoriga") e solo quando sanno di essere bene accetti, o l'uno o l'altra vi si recano per chiedere ufficialmente la mano della ragazza.
Viene fissata la data del fidanzamento ufficiale che avviene il sabato sera e la domenica mattina i fidanzati escono assieme per la prima volta per recarsi alla messa. Il fidanzato viene invitato a pranzo e così seguitano le visite; se però i fidanzati devono uscire dopo il tramonto o fuori paese la fidanzata deve essere accompagnata da una sorella, o in mancanza di essa, almeno da una cugina.
Perché il contadino possa sposarsi è necessario che abbia la casa, e la fidanzata prepara il corredo e il mobilio.
Una volta fissata la data delle nozze (tutto deve essere già pronto: casa, mobilio, corredo), tre giorni prima vengono portati i mobili, il corredo e tutto il necessario per la futura famiglia e le esigenze della professione del contadino, considerando che si fa il pane in casa. Il tutto viene caricato su carri addobbati a festa; anche i buoi sono adornati con collane di pervinca e intorno alle corna hanno collane con campanelli o in mancanza con fiori di campo variopinti.
Se i carri a disposizione sono pochi ed i mobili molti, si fa più di un viaggio.
La futura sposa non accompagna il corteo, ma resta in casa a sostituire la madre e le sorelle che invece vanno e hanno l'incombenza di sistemarle la nuova casa.
Sono presenti anche le sorelle del futuro marito che osservano (e criticano) il "bene" della sposa. Qualche cugina burlona preparando il letto per gli sposi potrà appenderci anche qualche campanellino!
Due giorni prima delle nozze viene preparato il pane. Molti sono gli invitati per lavorare la pasta; vengono chiamate le donne specializzate nel confezionare su cocoi, il pane bianco con i pizzi; ma molti sono i non invitati che si uniscono ai lavoranti per divertirsi e ballare al suono della fisarmonica suonata dal vecchio cieco chiamato per queste occasioni.
La vigilia la fidanzata va a salutare tutti i parenti e conoscenti accompagnata da una sorella o da una cugina.
Il giorno delle nozze sono due i tavoli apparecchiati: uno in casa della famiglia della sposa, l'altro nella nuova casa degli sposi.
La madre della sposa, tra una lacrima e l'altra, aiutata dalle sorelle e cognate mette la tovaglia bianca ricamata con le frange, quella delle grandi occasioni, sul tavolo lungo che si usa per fare il pane; vi mette la caraffa dell'acqua, quella del vino e i cocoi tondi, lasciando spazio al centro del tavolo; da una parte e dall'altra di esso ci sono due sedie.
I parenti dello sposo arrivano in corteo e si fermano nel grande cortile dove viene loro offerto da bere; solo gli uomini però bevono, le donne faranno la comunione insieme alla sposa.
Quando la sposa è pronta, si inginocchia sulla sedia messa davanti al tavolo, nell'altra si inginocchia il fidanzato evitando di rivolgerle la parola di fronte a loro, dall'altra parte del tavolo i genitori di lei impartiscono loro la benedizione. Poi la sposa accompagnata dal padre (o in mancanza da un fratello maggiore) inizia il corteo. Dietro viene lo sposo accompagnato dal proprio padre, e via via tutti gli altri parenti e invitati. Il corteo è preceduto dalle ragazze che portano sulla testa le corbule del grano cosparso di petali di fiori. Giunte alla porta della chiesa le depositeranno ai lati ed attenderanno che gli sposi escano dopo la cerimonia per riprenderle e precedere ancora il corteo fino alla casa degli sposi.
Finita la cerimonia religiosa gli sposi escono dalla chiesa sotto braccio, seguiti da tutti gli invitati e si avviano alla loro nuova casa. Ivi giunti si inginocchiano sul gradino della porta dove li attendono le proprie madri (che non erano andate in chiesa) che buttano loro addosso grano, riso, sale, monetine, caramelle (che i bambini si precipitano a raccogliere) e poi buttano sulle loro spalle il piatto che naturalmente va in frantumi.
Finita questa ultima fase di prammatica tutti entrano in casa e si accomodano per iniziare a bere il caffè, in attesa del pranzo.
Al tavolo degli sposi (che mangiano nello stesso piatto) siedono i parenti anziani, i padrini, il sacerdote e qualche invitato importante. Dopo pranzo, tempo permettendo, si balla nel cortile fino a sera tardi.
Il giorno dopo gli sposi si recano ancora in chiesa seguiti da una cerchia ristretta di invitati. La sposa prenderà posto vicino alla suocera e per tutta la vita occuperà sempre quel posto, ogni volta che andrà a messa.
All'uscita vanno tutti a casa dei genitori della sposa che hanno preparato il pranzo.
Si concluderà la "festa" riaccompagnando ancora una volta gli sposi a casa loro per bere l'ultimo bicchierino alla loro salute.”
(Testimonianza di E. M. - Alto Iglesiente 1948.)

IL MATRIMONIO NELLE BARBAGIE

“Quando un uomo si innamorava di una donna, mandava un amico o un parente per chiedere la mano di lei alla famiglia. (Paralimpu/a). La madre di lei, quindi rispondeva che ne avrebbero parlato in famiglia, per poi chiederlo direttamente all'interessata. Ci si congedava poi dall'intermediario domandando di ritornare per conoscere la risposta. A questo punto, se la ragazza accettava, al ritorno del portavoce veniva richiesta la convocazione della madre di lui affinché le due famiglie si conoscessero; al contrario se la ragazza non era concorde, si rispondeva di no, magari dicendo che ella aveva già trovato oppure con altre scuse. (Torrare huvilha).
Dopo l'incontro delle madri, succeduto alla risposta affermativa a proposito del quale lui donava al paralimpu un paio di scarpe, si chiedeva al futuro sposo di andare a trovare la ragazza.
Durante questi incontri, i fidanzatini non rimanevano mai soli, infatti doveva essere presente un parente che ad ogni piccolo tentativo di avance da parte di lui doveva essere pronto ad allontanarlo ed in alcuni casi se le parole non erano sufficienti, egli poteva essere colpito da qualche oggetto volante. Nonostante tutta questa severità in alcuni casi il "patatrac" è accaduto ugualmente. Per il fidanzamento, lui regalava a lei l'anello.
Durante la festa di Pasqua inoltre il fidanzato regalava a lei una forma di formaggio, qualche indumento e l'agnello: il tutto era consegnato però da un parente. La fidanzata da parte sua contraccambiava con una camicia, dolci, zucchero, caffè e vino. Per la persona che li consegnava, che generalmente era di sesso femminile, vi era sempre in regalo o una camicetta o un grembiule. Ancora, se il fidanzato era un pastore-porcaro regalava alla famiglia di lei un maiale per la festa di Natale. Nei giorni di festa egli era sempre invitato a pranzo a casa di lei.
Arrivati al matrimonio chi era in lutto si sposava solo in presenza di testimoni. Lui provvedeva ad acquistare la casa, il mobilio e i regali per la sposa che consistevano nell'anello nuziale e i bottoni d'oro e il rosario soprattutto se lei si sposava in costume. La sposa invece preparava il costume e il corredo sempre insieme a lui.
Circa un mese prima del matrimonio venivano invitati i parenti stretti per aiutare alla preparazione. Si faceva il pane duro di semola, su ministru, i dolci ossia bianchini biscotti, gateau (aranzada) e il rosolio. Tre settimane prima della cerimonia religiosa essi si sposavano in municipio, mentre tre giorni prima si ammazzavano le bestie e si preparava la carne: vitelli, pecore, maiali per due giorni di festa (infatti la festa durava sempre due giorni).
Il giorno prima della fatidica data, si usava e lo si usa tutt'ora portare "Su presente" a casa dei padrini e dei parenti più stretti e inoltre al parroco e al suo aiutante. Questo consisteva in una coscia di carne di pecora o filetto di vitella con un pane tondo fatto in casa (Sa simula) ben lavorato. I parenti che avevano ricevuto questo regalo contraccambiavano con un piatto di porcellana pieno di grano, mandorle, un tazzone di porcellana, una forchetta, un cucchiaio e un cucchiaino e inoltre una pelle di pecora: il tutto contenuto in una cesta (corvula) ricoperta da un metro di cotone piquet che era simbolo di augurio per i futuri nascituri.
In questo giorno il fidanzato non vedeva la fidanzata. Sempre in questo giorno un fratello dello sposo e un fratello della sposa e in mancanza i cognati andavano nelle case di coloro che dovevano partecipare alla festa, per invitarli ad accompagnare l'indomani gli sposi all'altare. Inoltre a secondo del livello economico della famiglia venivano invitate tre, cinque, sette, nove o più bambine sopra i sei anni per prendere l'indomani le Tre Ave Marie (Sas tres Marias).
L'indomani mattina queste erano le prime ad arrivare, anche prima che sorgesse il sole, e dopo aver invitato dei dolci, la sposa prendeva il pane con un pezzo di carne sopra e dei dolci e li porgeva alle fanciulle che da parte loro davano l'augurio alla sposa ripetendo per ben tre volte la stessa formula: "Dio vi accompagni e le tre Marie" (in sardo). Poi queste ritornavano in casa.
Quando suonava la campana della messa nuziale, l'aiutante del prete usciva per andare dallo sposo a prendere due ceri adornati di rosmarino e legati con un nastro. I due ceri la sera prima erano stati portati da casa dello sposo a casa della sposa per il ritocco finale del nastro.
A questo punto, i genitori dello sposo e in mancanza i padrini (che non andavano in chiesa) davano la loro benedizione allo sposo facendogli il segno della croce con un cero e ripetendo una serie di formule.
Poi in processione l'aiutante del prete seguito dallo sposo e dai suoi testimoni e da tutti gli altri invitati si recava a casa della sposa dove i genitori di questa ripetevano lo stesso rito eseguito in precedenza a casa dello sposo. Sempre in corteo si recavano poi in chiesa per la cerimonia.
Qui i ceri venivano accesi e messi ai lati degli sposi.
Una volta finita la cerimonia, e usciti dalla chiesa veniva rotto un piatto ricolmo di grano e di monetine e poi in coppia gli sposi precedevano il corteo per dirigersi a casa dello sposo. Oltre ai parenti dello sposo, vi si recavano anche quelli della sposa e inoltre il prete che dava la benedizione alla futura casa. A questo punto, gli invitati della sposa si congedavano, per andare a casa di lei. La neosposina invece festeggiava a casa del marito.
Una volta giunti a destinazione, vi era un piccolo invito e si procedeva agli auguri, mentre la suocera dava alla nuora un fuso per filare un paio di metri di lana.
Verso le 11.00 vi era una colazione, che consisteva nel ventrame delle bestie ammazzate il giorno prima. Intanto si dava inizio ai divertimenti: si giocava alla morra, a carte e si ballava a suon di fisarmonica.
Giunta l'ora del pranzo, circa l'una, si mangiava e una volta terminato, i testimoni dello sposo andavano a casa della sposa a prendere i parenti di lei, escludendo sempre i genitori, per portarli con loro per la consegna dei regali.
Così gli sposi si accomodavano in soggiorno, sedevano al tavolo uno di fianco all'altro e ricevevano così regali e auguri. (Buona fortuna, pace e unione).
Una volta consumata la distribuzione dei regali, questi ultimi venivano sistemati ordinatamente insieme anche al denaro ricevuto, e rimanevano così in mostra per chiunque volesse vedere.
Successivamente, gli sposi accompagnati da una sorella di lui, si recavano a casa dei genitori di lei e portavano una cesta contenente pane, carne e dolci e si trattenevano il tempo giusto per raccontare della cerimonia. Al momento del congedo la madre di lei, da parte sua consegnava un'altra cesta con dentro il grano, lana e il cotone piquet e inoltre un piatto piano, uno fondo e una tazzina. l tutto veniva eseguito sempre recitando formule varie di augurio.
Una volta rientrati a casa dello sposo, i parenti e tutti gli invitati di lei venivano trattenuti per la cena.
Appena terminata, arrivavano i "Cantadores" che formulavano in serenata i loro auguri agli sposi novelli, e si trattenevano fino a tarda notte e quindi venivano anche invitati a cenare.
Poiché la festa di matrimonio durava due giorni, l'indomani si pranzava e si cenava di nuovo tutti assieme e ci si divertiva.
Nei giorni successivi gli sposi rimanevano a disposizione di coloro che non erano stati invitati al matrimonio, in genere i vicini di casa e i parenti lontani, ai quali si invitava caffè, liquori e dolciumi vari.”
(Testimonianza di R. R. V. e M. M. - Orgosolo 1940)


SU SPOSORIU ANTIGU
Antichi riti nuziali

"In alcune regioni montane sono ancora in uso gli sponsali tra gli impuberi, che si trattano tra uno dei due sposi e i parenti dell'altro, o tra i parenti dei medesimi.
Vige tuttora l'antica consuetudine che, quando un giovine desidera in moglie una fanciulla d'altro paese e sia assicurato che la sua domanda sarà gradita, mandi un suo parente o amico a farla. Il quale presentandosi ora solo, ora con compagnia annuncia l'oggetto della sua visita in forma allegorica, alla quale si risponde similmente.
Accolta la domanda si lascia il linguaggio poetico per parlar d'interessi, e si fissa il giorno in cui si scambieranno i regali.
In quel giorno il padre o tutore dello sposo con alcuni della parentela, che in quella circostanza sono detti paraninfi vanno in pompa alla casa della sposa.
La porta essendo chiusa devono essi picchiar più volte, infine domandati da dentro che portino e risposto onore e virtù, o amore e felicità, entrano e sono accolti nella sala di cerimonia dai genitori della fanciulla e dalla parentela tutti vestiti in gala. Il padre o tutore dello sposo presenta allora i doni promessi e riceve quelli che sono destinati allo sposo, e ciascuno dei paraninfi porge il suo alla sposa, che li contraccambia con un altro segnale, come dicono. Si pranza poi, o si prende un ristoro, ed i paraninfi se ne partono.
Il matrimonio si celebra dopo un tempo più o meno lungo, e quando è imminente il giorno nuziale lo sposo accompagnato dai suoi parenti muove a cavallo seguito da molti carri verso il paese della sposa.
Si caricano allora i carri di tutte le robe, mobili e utensili domestici, dei quali la sposa deve provvedere la casa maritale, con alcune provviste, e subito questo convoglio preceduto da zampognari si volge al paese dello sposo.
Vanno primi due zampognari, e dietro essi una schiera di ragazzi, ragazze e donne, tutti vestiti di festa, che portano le parti più fragili e pregevoli della masserizia, anche i guanciali adorni di nastri, di mortella e di fiori, e la brocca o secchia che adorna di nastri e piena di fiori sta posata sul capo della più bella fanciulla del paese.
I ragazzi procedono strillando di gioia e cantano qualche fescennino. (Fescennini: antichissimi canti popolari latini di origine agreste, in metro saturnio, caratterizzati da scherzi licenziosi e mordaci; in seguito vennero a far parte dell'epitalamio delle cerimonie nuziali. - Nota del redattore.)
Segue la fila di carri tratti da buoi adorni nella fronte e nelle corna; e prime si vedono le nuove gonfie coltrici, poscia i letti, quindi le sedie, le tavole, i cassoni della lingeria e delle robe della sposa e tutti gli altri arredi domestici con gli arnesi della cucina e del panificio, ultime le provviste ed estrema la mola alla quale è tenuto per una corda l'asinello.
Questo convoglio è seguito da altri carri coperti, dove siedono alcune giovani amiche o parenti della sposa, le quali disporranno quei mobili, perché la casa nuziale al suo arrivo sia tutta parata.
Nel giorno destinato al matrimonio lo sposo, accompagnato da un prete della sua parrocchia, dai più prossimi parenti e dai paraninfi, va in gran corteggio alla casa della sposa. La quale udita la voce di lui subito si leva e inginocchiata ai piedi dei suoi genitori domanda la loro benedizione. Allora accade spesso di vedere una scena di molta tenerezza.
Fatta la cerimonia in chiesa, si passa al convito nuziale. Gli sposi mangiano la minestra nello stesso piatto con lo stesso cucchiaio, bevono nello stesso bicchiere e si spartiscono tutto.
Ne' paesi di montagna si ammazza per essi un caprone.
I parenti e gli amici portano scelti doni per la mensa, e non mancano quelli della caccia.
Dopo il convito, se questo sia fatto nella casa nuziale, si attende alle ricreazioni della danza e del canto; se sia fatto nella casa della sposa, subito la comitiva dello sposo si dispone alla partenza.
Precedono i zampognari, segue lo sposo ed a sua destra la sposa portata sopra un cavallo riccamente bardato, tenuto per la briglia da un pedone; dopo essi i parenti in lunga fila, a due a due, le donne dietro la sposa, gli uomini dietro lo sposo.
La comitiva approssimandosi al paese viene incontrata dal popolo, e si fa onore agli sposi, particolarmente alla novella, sulla quale mentre passa per le strade le madri di famiglia gittan da' pugni biade e sale pronunziando auguri.
La madre dello sposo, od altra parente, vedendo entrar nel cortile la sposa le va incontro e le gitta quella benedizione del sale e del grano (la grazia), quindi la introduce nella camera nuziale. In altri luoghi la suocera riceve la sposa tenendo in mano un piatto con la grazia ed un bicchiere d'acqua, e come vede la sposa giunta sul limitare versa in terra l'acqua e su lei la grazia.
In qualche regione interiore la sposa nel giorno delle nozze non pronunzia una sola parola: ma sedendo immobile per tutto il giorno riceve le visite e le congratulazioni, e non risponde a nessuno.
Segue poi il festino per più giorni, cominciando dal convito, in cui gli sposi mangiano ancora nello stesso piatto con lo stesso cucchiaio e forcellina (come usan di fare anche in altre fauste occasioni), quindi si balla, si fanno fuochi di allegrezza, e altri divertimenti."

Corsa nuziale. In alcuni luoghi dopo data agli sposi la benedizione nuziale corresi la rocca. Nelle due parentele quelli che abbiano i migliori cavalli danno spettacolo alla lieta comitiva gareggiando nella corsa presso la chiesa, e chi siasi riconosciuto vincitore nella prova ottiene di portar la rocca, la quale per questa solennità è lavorata con grande studio, tinta di vari colori e adornata di molti nastri."
(Tratto da G. Casalis - Dizionario geografico - storico - statistico - commerciale degli stati di S. M. il re di Sardegna - Vol. I - Sardegna - Compilazione di Vittorio Angius - 1851)

SA COIA SEDDORESA
Il matrimonio di Sanluri

Questa che segue è una arguta descrizione del matrimonio a Sanluri, grosso centro agricolo della Marmilla. E' riferibile ai nostri tempi, se si esclude la presenza de su molenti, dell'asino addetto alla macina, scomparso del tutto tra la prima e la seconda guerra mondiale, soppiantato dai mulini industriali.

"Condizionis indispensabilis po coiai fianta: Po prima cosa: de hessi "mascu" o "femmina" (de non cunfundi cun "mascu e femmina" - ermafroditu); po segunda cosa: de hessi "traballantis". Po s'omini in particulari si domandada: - Chi hessidi passau sa leva e fessidi stettiu fattu "abili" e non "arrifromau"; che hessidi tentu domu propria; chi tenessidi "sa cotta sigura" (su trigu po su pani po dugna cida de s'annu). In sa parti de Marmidda si pretendiada de s'omini de possidì puru duas o tresi mattas de olia, po assigurai su "cundimentu" de su pappai (ollu) po totu s'annu.
Po sa femmina si domandada chi tenessidi "sa roba" (accivimentu o pannamenta o curredu) e sa mobilia (su lettu, sa mesa de fai pani, scannus po sezzi, sa cascia po sa roba e po su crobetroxiu, su telargiu po tessi, s'arramini e is trastus de cuxina, su craddaxiu po sa lissia, sa sartaina e sa schidonera).
Foras de talis cundizionis no si podiada pensai a sa coia.
Su fidanzamentu ("fai a isposu") si podiada fai subitu, appena passada "sa leva"; ma a coiai si aspettada a candu totu fudi prontu...balidi a nai appustis de doxi o quindixi annus (ca sa coia non fudi cosa de fai a sa mazzamurrada).
Esti inutili a ispiegai minudamenti totu is zerimonias e usanzias antigas e tradizionalis de su fidanzamentu, de sa coia, po no perdi tempus e po non incurri in s'arriscu de annoiai sa genti. E nemancu cumbenidi a esprorai sa "liggidura de sa vida" (critica cun cummentus e acciuntas) a is isposus, chi faidi sa genti in bidda, in is diis prima e appustis de su sposoriu.
Sa cida prima de su sposaliziu benidi portada, a sa festa, sa roba e sa mobilia de domu de sa sposa a sa domu noa. Sa curiosidadi de sa genti è de castiai beni totu su addobbu de is carrus e is piccioccas chi accumpangianta sa roba po dda assentai in domu de su sposu. Speziali contu si tenidi candu tra is carrus de sa mobilia sighidi puru su carru chi portada sa mola e avattu su molenteddu accannaccau e affrochittau, po su spassiu chi si 'ndi formada.
De sa dii de sa coia is isposus intranta in su limbu de is arrimaus (archiviaus) e sa genti hada a tenni cosa de nai solu a sa risultada, a distanzia de aturus quindixi annus."
(Tratto da Giuseppe Dessì - Contus de forredda - 1964)

Nel tradurre letteralmente il simpatico brano di Giuseppe Dessì si nota che egli usa la parlata sanlurese (comune nella Marmilla) che possiamo considerare una variante dialettale della lingua sarda campidanese.

"Condizioni indispensabili per sposare erano: Per prima cosa: essere "maschio" o "femmina" (da non confondere con "maschio e femmina - ermafrodito); per seconda cosa: essere lavoratori. Per l'uomo in particolare si chiedeva: - Che avesse fatto la (visita di) leva e fosse stato fatto "abile" e non "riformato"; che avesse una casa propria; che possedesse "l'infornata sicura" (il grano per il pane per ogni settimana dell'anno). In quel di Marmilla si pretendeva dall'uomo di possedere anche due o tre alberi d'olive, per assicurare il "condimento" del mangiare (olio) per tutto l'anno.
Per la femmina si domandava che avesse "la roba" (dote o biancheria o corredo) e la mobilia (il letto, il tavolo per fare il pane, panchetti da sedersi, la cassapanca per la biancheria e le coperte, il telaio per tessere, i rami e le terrecotte da cucina, il calderone per la liscivia (del bucato), il padellone e il completo degli spiedi).
Senza queste condizioni non si poteva pensare al matrimonio.
Il fidanzamento (farsi sposi) si poteva fare subito, appena fatta la (visita di) leva; ma a sposarsi si aspettava quando tutto era pronto... vale a dire dopo dodici o quindici anni (perché il matrimonio non era una cosa da farsi alla trallerallera).
E' inutile descrivere minuziosamente tutte le cerimonie e le usanze antiche e tradizionali del fidanzamento, dello sposalizio, per non perdere tempo e per non correre il rischio di annoiare la gente. E neanche conviene esplorare la "lettura della vita" (critica con commenti e aggiunte) degli sposi, che fa la gente in paese, i giorni prima e dopo le nozze.
La settimana prima delle nozze viene portata, festosamente, la roba e la mobilia dalla casa della sposa alla casa nuova. La curiosità della gente è di osservare bene tutta l'esposizione (del corredo) sui carri e le fanciulle che accompagnano la roba per disporla nella casa dello sposo. Speciale attenzione si riserva al momento in cui tra i carri della mobilia passa il carro che trasporta la macina, con l'asinello appresso inghirlandato e infiocchettato, per il divertimento che se ne trae.
Dal giorno delle nozze gli sposi entrano nel limbo degli appartati (archiviati) e la gente avrà altro da dire soltanto (visti i risultati), a distanza di altri quindici anni."



APPENDICE I


DICIUS E FRASTIMUS / DETTI E INVETTIVE

1 - IL CONCETTO DI GIUSTIZIA

Il concetto di giustizia - nei detti, nei proverbi, negli scongiuri, nelle maledizioni, nelle invettive.

1 - Mezzu terra senza pane che terra senza justizia. Dicono i pastori nella loro lingua, il logudorese. E nella lingua campidanese, i contadini esprimono lo stesso concetto con il detto: Mellus chi manchit su pani che sa giustizia.
Meglio una terra senza pane che senza giustizia; è meglio che manchi il pane che la giustizia. Nel sardo, come in ogni popolo oppresso, è grande il bisogno di giustizia, di un mondo dove gli uomini siano uguali e non più divisi in sfruttatori e sfruttati.
Alcuni anni fa, un procuratore generale di cui non vale la pena ricordare il nome, nella tradizionale relazione annuale sullo stato della giustizia in Sardegna, citò questo detto a sostegno della sua ovvia richiesta di una maggiore efficienza e di un maggior rigore dell'apparato giudiziario e repressivo: più polizia e più galera - secondo lui - chiedevano dunque i sardi per amore della giustizia. Una sfrontata e provocatoria citazione o la più crassa ignoranza del concetto che i sardi hanno dell'amministrazione della giustizia.

2 - An chi ti currat sa giustizia!, Che ti possa rincorrere la giustizia!, è forse la peggiore invettiva che si lanci al nostro nemico, al quale non si può augurare di peggio che finire nelle mani della giustizia.

3 - An chi ti pregonit sa giustizia!, Che tu possa esser chiamato a comparire davanti alla giustizia! Anche l'essere soltanto pregonau, chiamato in giudizio, è grave iattura. Come la precedente e come quella che segue è diffusissima nel popolo.

4 - An chi ti currat su Buginu!, Che ti possa rincorrere il Bogino! - Bogino Gian Battista Lorenzo è ministro sabaudo per la Sardegna dal 1750 al 1773. Uomo di punta della nascente borghesia piemontese, statista liberale a casa sua, in colonia diventa un arrogante boia. Bogino è infatti sinonimo di boia, o anche di diavolo scatenato, nella parlata popolare.

5 - Meda leis, pobulu miseru (o anche Leges meda, pobulu miseru). Molte leggi, misero popolo. A valutare dalla quantità di leggi esistenti e da quelle che quotidianamente si fanno, il nostro è certamente il popolo più misero del mondo.

6 - Acciottau siast! - Che tu sia flagellato! Da acciottu, frusta usata per le pubbliche punizioni ai malfattori.

7 – Fai’ che sa giustizia de Serramanna. Far come si fece giustizia a Serramanna, paese del Campidano di Cagliari, dove nel periodo sabaudo si impiccarono in una sola volta 35 cittadini. Significa "far giustizia sommaria".

8 - A su nemicu parare, a sa giustissa fughire. Davanti al nemico opporsi, davanti alla giustizia fuggire. Un nemico come la giustizia dello stato non si può combattere lealmente, da uomo a uomo, ma con le sue stesse armi: il sotterfugio e l'inganno.

9 - Abba seberat lana. Il tempo è galantuomo e fa giustizia.

1O - In sa zustissia, finas chie binchet perdet. Nei processi giudiziari, anche chi vince perde. Perciò si dice: Zustissia, allargu dae mene!, Lontano da me, la giustizia!

11 - Dae sa zustissia non has a tenner mai pasu! - Non avrai mai pace dalla giustizia!

12 - Essida sa lege agattadu s'ingannu. Fatta la legge scoperto l'inganno. La legge è fatta per i fessi; i furbi trovano sempre il modo per eluderla.

13 - Iscuru a chie chircat meighina dae zustissia! Misero colui che cerca rimedio nella giustizia! Iscuru chie provat sa zustissia! Misero colui che cade nelle grinfie della giustizia! Iscura sa domo chi b'intrat zustissia! Misera la casa dove entra la giustizia!

14 - Non dies segretu a femina ne fide a zustissia. Non confidare segreto a una donna e non dar fede alla giustizia.

15 - Pustis de sa giustissia benit sa morte. Se incappi nella giustizia non ne esci più se non da morto.

16 - Sa chi si che mandigat tottu est sa zustissia! Ciò che si divora tutto è la giustizia! Tra carte bollate e avvocati chi si avventura in tribunale ne esce povero in canna.

17 - Sa zustissa ora pro ora est che i sa morte. La giustizia ti uccide lentamente. Sa zustissia est tantu fina chi dae domo ch'ocat braja e chisina! La giustizia è tanto sottile da distruggere e gli uomini e le cose. Sa zustissia a chie non bochit vituperat! E quando non ti uccide, ti infama, ti distrugge in tutti i sensi. Perciò: Sa zustissia fuela comente su dimoniu a s'abba santa, fuggila come il diavolo l'acqua santa. An chi ti sperdat sa giustizia! conclude l'invettiva in campidanese, coronando i detti in logudorese: Che la giustizia possa distruggerti!

18 - Zustissia b'happet ma in domo non colet! - Ci sia sì la giustizia, ma che non entri in casa! E più o meno esprimendo lo stesso concetto dispregiativo e ironico: Zustissia benzat ma a mimme non tocchet!, Giustizia venga ma non mi tocchi. E ancora: Giustissia ma no a domo! Giustizia, ma non in casa.

19 - Zustissia noba ferramenta acuta. Giustizia nuova più efferate torture. Anche: Zustissia noba iscuru chie la provat. Giustizia nuova misero chi la prova. L'esperienza parla chiaro: ogni volta che la giustizia dello stato si rinnova è per meglio opprimere e sfruttare il popolo.

2O - Pro su poburu non b'hat zustissia. Per il povero non c'è giustizia. Infatti, quella dello stato, è la giustizia dei padroni. Perciò: Mezzus zustissia de domo chi non zustissia anzena. Meglio la giustizia della propria comunità che la giustizia straniera.

21 - Pro che rugher in manos de sa zustissia mezzus mortu! Meglio morto che cadere nelle mani della giustizia!

22 - "Santu Yubanne est cras / Santu Yubanne de Deus / Zustissia dae Deus / bi falet a sa terra / chi no codiet nemancu / chisina in su fuchile / a chie 'nde hat curpa e causa!" San Giovanni è domani, San Giovanni di Dio / Giustizia da Dio / discenda sulla terra / che non lasci neppure / cenere nel focolare / a chi ne ha colpa e causa! (Grazia Deledda sostiene che questa terribile imprecazione in versi venne pronunciata in tribunale, davanti alla Corte di Nuoro, da una donna condannata a "trent'anni di ergastolo per un delitto misterioso".

23 - Avogadu ambisugu paret: sutzat su samben chene ossu toccare. L'avvocato è come la sanguisuga: succhia il sangue senza toccare l'osso. Un popolo che ha della giustizia dello stato l'opinione che abbiamo visto, non può non vedere con disprezzo la figura dell'avvocato, ingranaggio di una macchina nata per opprimere, reprimere, distruggere ogni atto, ogni volontà di riscatto del popolo. Quelli che seguono sono alcuni detti che suonano poco lusinghieri per le sanguisughe.

24 - Abogau e magasineri depint essiri improsadoris. Avvocati e bettolai devono essere adulatori. E anche bugiardi. Infatti: Avocadu faularzu avocadu binchidori. Vince le cause l'avvocato che dice più bugie.

25 - S'avogau difendet sas persones cando v'hat porcheddos e anzones! L'avvocato difende le persone che possiedono porchetti e agnelli, cioè chi possiede. In ogni caso, mettersi nelle mani di un avvocato, significa rovinarsi economicamente: S'avvocatu ispotzat sos vios su preiteru sos mortos. L'avvocato spoglia i vivi e il prete i morti. E anche: Sos avvogados lassan su perdidore nudu e su binchidore in camisa. Lasciano il perdente nudo e il vincitore in camicia.

26 - Mezzus manibale onestu chi abbocau tramposu. Meglio manovale onesto che avvocato imbroglione.

Esiste una legge comunitaria antichissima che, anche se non scritta è rigorosamente rispettata dalla gente. Fondamenti di questa legge sono il rifiuto del potere e della proprietà privata; la vendetta come forma naturale di giustizia, che si rifà alla legge del taglione, se si tratta di offesa grave; la fede nella parola data senza giuramenti: l'uomo non è un uomo se non parla, come direbbero gli indiani dei fumetti, "con lingua diritta e non biforcuta"; la libertà a ogni costo. I detti che seguono confermano questi fondamenti.

27 - Furat chi furat in domu (o secondo un'altra variante in bidda). Ruba chi ruba in casa (o in paese).

28 - Qui non trabagliat non mandigat. Chi non lavora non mangia.

29 - Chie cumandat fachet leze! Chi comanda fa legge!

3O - Sas paghes postas in sos runaghes non s'iscontzant mai. Le pacificazioni effettuate secondo la legge comunitaria non si rompono mai.

31 - Su cumannare non lu creas arte bona. Il comando, il potere non è cosa buona.

32 - Su malu partidore faghet sa zente ograna. L'ingiusta divisione fa la gente invidiosa. Su zustu a chie toccat! Il giusto a chi spetta, ossia a ciascuno il suo secondo giustizia.

33 - Su sambene innossente iscramat sette bortas sa die. Il sangue innocente grida (vendetta) sette volte ogni giorno. Samben cramat samben! Sangue chiede sangue! Chie de ferru ferit de ferru perit. Chi di spada ferisce di spada perisce. Marranu non battit pena! E' legittimo uccidere per grave oltraggio. E' meglio chiarito nel successivo detto: Si mi naras marranu ti bocco! Se mi dici marrano ti uccido!

34 - S'ispia est pius mala de su ladru. La spia è peggiore del ladro. A s'ispione non li mancat sa paga sua. La spia ha sempre quel che si merita.

35 - Sa minestra si pappad prus frida che callenti. La minestra si mangia sovente più fredda che calda. Cioè a dire che la vendetta arriva sempre, anche se lenta. Ribadiscono questo concetto i seguenti detti: Buccone frittu est pius saboriu. Boccone freddo è più saporito: ironicamente, la vendetta che giunge più lenta è più pesante. Chie dat gustu ispettat chena. Chi ha dato pranzo si aspetti cena. E infine, categorico: Sa paca benit semper! La paga, la vendetta, arriva sempre!

36 - Chi mandigat pilu cacat lana. Chi mangia pelo caca lana. Da ciò che fai si capisce chi sei.

37 - Briga de frades briga de canes. Lite tra fratelli lite da cani.

38 - A su zuramentone nessunu li dat fide. Allo spergiuro (o meglio: a chi giura di continuo) nessuno dà fede. Sa giura est pro coberrer sa fura. Il giuramento serve a coprire il furto. Ne zuramentu de ladrone ne lagrimas de bagassa. Giuramento di ladrone e lacrime di bagascia non hanno valore.

39 - Mezzus mortu che in galera. Meglio morto che in galera. Mezzus cantare a pei in campu chi non a pei in tzella. Meglio cantare in campagna che in cella, meglio bandito che recluso.

4O - Mezzus suare in pes chi fagher sa fine de sos rees. Meglio sudare ai piedi, faticare, che fare la fine dei re, essere fatto fuori.

2 - COME SONO VISTI GLI ALTRI

DICIUS / Proverbi


Sui paesi (come sono visti gli altri).

1 - Milis po arangiu e Crabas po pisci. Milis ricca di aranci e Cabras di pesci. Questo detto viene usato frequentemente anche al rovescio: Milis po pisci e Crabas po aranzu, facendo intendere che a Milis, ricca di aranceti, è più facile trovare pesci al mercato che arance; così a Cabras, ricca di pescosi stagni, si trovano in vendita più arance che pesci. Cabras e Milis sono due grossi paesi in provincia di Oristano, distanti tra loro circa venti chilometri.

2 - An chi ti scurighit a Sorgono - Che ti si faccia buio a Sorgono. Cioè il paese di Sorgono sarebbe così poco ospitale che l'arrivarvi di notte è considerato un malaugurio.

3 - Fai cumenti faint in Bosa: candu proit lassant proi. Fare come si fa a Bosa: quando piove lasciano che piova. La logica dei bosani è dunque lapalissiana.

4 - Bonu a Sestu, malu totu su restu. Buono Sestu, male tutto il resto. Detto coniato probabilmente dagli stessi abitanti di Sestu.

5 - Ci dda furriat a sa cabesusesa. Girarla alla cabesusesa, in modo violento. Su cabesusu (letteralmente: il Capo di Sopra) è il termine con cui i contadini dei Campidani chiamano le Barbagie, e cabesusesus sono i pastori che vi abitano.

6 - A Oristani cincu soddus cincu panis; a Casteddu unu soddu unu panixeddu. A Oristano cinque soldi cinque pani; a Cagliari un soldo un panino. Nella grande città il pane costa di più e se ne mangia di meno.

7 - A Seui passa e fui. A Seui passa e fuggi. Seui, altro paese giudicato poco ospitale.

8 - Saddoresu pappa fa. Sanlurese mangia fave. Sanluri, grosso paese agricolo in provincia di Cagliari, è produttore e consumatore di leguminose. Si raccontano storielle e aneddoti riguardanti il contadino sanlurese, scarpe grosse cervello fino. Sulla linea del Bertoldo di G. C. Croce, con la sua elementare astuzia contadina, riesce sempre a prevalere sul cittadino, che cerca di metterlo in difficoltà o di imbrogliarlo. A proposito del detto che vuole gli abitanti di Sanluri grandi mangiatori di fave, si racconta che un giorno uno di questi volesse, per una volta almeno, pranzare come sentiva dire che mangiava il re, facendosi preparare e servire dieci pietanze. Ovviamente, ciascuna pietanza consisteva in fave cucinate in modo diverso. Alla quinta portata - dice il racconto - il sanlurese si arrese esclamando: "Ite dimoniu de scraxiu hant a teni is gurreis, po arribai a si pappai finzas a dexi platus?" (Che diavolo di stomaco avranno mai i re, per riuscire a mangiarsi dieci piatti?)

9 - Arburesu macu. Arburese matto. Gli abitanti di Arbus, ma anche di altri paesi, sono giudicati un po' tocchi in virtù di pregiudizi. Si conosce anche il detto Scherzu de arburesu, equivalente a scherzo da frate, scherzo pesante.

1O - Sassaresu impicca babbus. Sassarese impicca babbi. Nel senso che gli abitanti di Sassari sarebbero poco rispettosi dell'autorità costituita. Molto probabilmente il detto deve avere avuto origine dalla adesione della città alle idee giacobine. Un detto da rivedere dopo Antonio Segni e Enrico Berlinguer (e Cossiga?), due notabili sassaresi, per niente impicca babbus.

11 - Fai a s'aritzesa. Fare all'aritzese, come quelli di Aritzo: ciascuno paga per sé, alla romana.

12 - Puntu sias che orgiu de Baronia. Che tu sia bacato come l'orzo della Baronia (una regione dell'isola dove si produce poco e cattivo orzo).

13 - Sa manu che sa de su milesu (portis), ca contàt s'arangiu cun is peis. Che tu abbia le mani come quelle del milese, che contava le arance con i piedi. Di fatto è unu frastimu, una invettiva, dove il paese di Milis entra per il fatto che ci sono le arance e uno che le vende in giro per il mondo, anche se tanto malandato da dover usare i piedi per contare i frutti.

14 - A su crabarissu ddi podis fueddai de sa mellus cosa: de Deus, de filosofia... T'hat a rispondi sempiri: mrinca tua a Issu! buffa! - Al cabrarese puoi parlare della miglior cosa: di Dio, di filosofia... Ti risponderà sempre: fallo fottere! bevi! - E' la definizione che di se stessi danno gli abitanti di Cabras, paese famoso in Sardegna per i suoi stagni un tempo ricchissimi di muggini, cefali e anguille e per le lotte antifeudali portate avanti dai suoi pescatori. La definizione vorrebbe accreditare un'immagine del cabrarese peone fatalista ed è stata certamente coniata dal padronato dello stesso paese.

3 - IL LECITO E L'ILLECITO

Sulla morale (ciò che dobbiamo fare o non dobbiamo fare).

1 - Cun santus e cun macus non toccat a brullai. Con santi e con matti non bisogna scherzare.

2 - Impara s'arti e ponìdda a una parti. Impara l'arte e mettila da parte.

3 - Sa scova si pigat de su furrungoni. La scopa la si va a prendere dall'angolo. Si dice di una fanciulla che deve essere modesta e umile e non mettersi in mostra se vuole trovare marito. L'accostamento della donna alla scopa - anche se questa ha l'importante funzione di mantenere pulita la casa - non è attualmente gradito dalle nuove generazioni sarde.

4 - Chi non scidi fai, non scidi cumandai. Chi non sa fare non sa comandare.

5 - Su chi non scidi est cumenti a su chi non bidi. Colui che non sa è come colui che non vede.

6 - Chi non arriscat non piscat. Chi non rischia non pesca. Ha lo stesso significato di Chi non risica non rosica.

7 - Chi prus scidi nudda scidi. Chi più sa nulla sa. E' detto per persona che fa sfoggio di erudizione.

8 - Chi dispreziat appreziat. Chi disprezza apprezza. Ha lo stesso significato di Chi disprezza compra. Si dice di ragazzo che critica una ragazza, che in cuor suo desidera e finirà con il prendersela. In moglie, naturalmente, ché nelle massime la gente di ogni paese è perbene.

9 - Chi prus burdellat prus tenit rexioni. Chi più baccaglia più ha ragione. Dappertutto.

1O - Chi a binti non scit e a trinta non tenit, poburu mannu morit. Colui che a venti (anni) non sa e a trenta non possiede, da grande muore in miseria. A meno che non vinca al totocalcio o non diventi ministro.

11 - Chi cantat in mesa, non tenit firmesa / chi cantat in lettu o est macu o est fettu. Chi canta a tavola, non ha serietà / chi canta a letto o è matto o è bacato. E' una filastrocca che si recita ai fanciulli perché stiano composti a tavola e dormano quando vanno a letto.

12 - Sa preiza est sa mamma de sa poburesa, su traballu est su babbu de sa ricchesa. L'ozio è la madre della povertà; il lavoro è il padre della ricchezza. Si noti che sa preiza è femminile e su traballu è maschile: la prima è di segno negativo e il secondo è di segno positivo. Ma si noti anche che in italiano sa preiza si dice l'ozio, che è maschile: tuttavia è la madre di ogni vizio.

13 - Balit prus su geniu de sa bellesa. Vale più la simpatia della bellezza.

14 - Riu mudu, tragadori. Ruscello tranquillo, impetuoso. Le acque chete sono infide. Dello stesso significato: Ispina sutt' 'e ludu. Spina nascosta sotto il fango, che ti coglie di sorpresa, chi ti tradisce. Anche: Tira sa perda e cuat sa manu. Tira il sasso e nasconde la mano.

15 - Truncu bogat astua. Dal tronco vengono fuori i ceppi. Se son rose fioriranno.

16 - Brulla brullendi si narant is beridadis. Scherza scherzando si dicono le verità.

17 - In domu de su frau schidonis de linna. In casa del fabbro spiedi di legno. Si dice con sorpresa a chi produce una data cosa e ne è sprovvisto. Il suo profondo significato è che il lavoratore produce per gli altri, non per sé.

18 - Est preghendi 'e si morri po si pasiai. Aspetta di morire per potersi riposare. Si dice di persona molto laboriosa.

19 - Curruxu 'e molenti, fueddu de bagassa non arziant a celu. Raglio d'asino e parola di bagascia non arrivano in cielo. Il senso è chiaro: Ciò che viene dal basso, dallo spregevole, non giunge, non può contaminare chi è in alto.

2O - Pezza chi non coit, lassadda coi. Carne che non cuoce, lasciala cuocere. Non star dietro le cose che non puoi fare; o anche: lascia che l'acqua scorra in discesa. Se detto per persona significa anche Lassaddu cantai, Lascialo cantare, lascia che cuoccia nel suo brodo.

21 - Cuaddu friau sa sedda ddi pitziat. Cavallo guidalescato, piagato dai finimenti, la sella gli brucia. Equivale a Chi è scottato teme il fuoco. Si dice come di un giusto timore, di cautela con cui bisogna accingersi a rifar qualcosa che ha avuto esito negativo e doloroso.

22 - Pilloni chi non biccat hat giai biccau. Uccello che non becca ha già beccato. Usato per persona che si siede a tavola e non mangia, pur essendo in salute.

23 - Saccu sbuidu non abarrat strentaxu. Sacco vuoto non resta in piedi. Si dice per convincere a mangiare chi è inappetente o anche chi non mangia per timidezza. Se poi l'ospite, preso l'abbrivio finisce con il mangiare, si esclama: Non di bollu non di bollu, ghettaminceddu a su cuguddu!, Non ne voglio non ne voglio, mettimelo nel cappuccio! (Il riferimento è ai frati questuanti, i quali non toccavano le offerte con mano ma le ricevevano nel cappuccio capiente del loro saio.)

24 - Fai che Fulanu, chi si pappat una pabassa in quattru mossius. Fare come Fulano, che si mangiava l'uva passa in quattro morsi. Si dice di persona oltre modo inappetente o anche manierosa.

25 - Dogna musca ddi parit unu boi. Ogni mosca gli sembra un bue. Fifone.

26 - Parit faendi brabaristas de santu. Sembra che stia facendo ciglia di santo. E' intento a compiere un lavoro molto delicato. Si dice ironicamente di chi compie un lavoro normale con eccessiva cura e pignoleria. Con simile significato si dice anche: Est pettinendi sa coa a su pisittu! Sta pettinando la coda al gatto!

27 - In tempus de figu, foras amigu. In tempo di fichi, non si conoscono amici. Detto per chi è egoista.

28 - Arrid de is carrus furriaus. Ride dei carri rovesciati. Ride delle disgrazie altrui.

29 - Faid: bistu su carru e setziu! Fa: visto il carro vi monta sopra. Equivale a: è una persona che se la sa cavare. E' un detto tratto da una storiella che ha per protagonisti un signore e un contadino. Il primo parla in termini lusinghieri del proprio figlio, che studia e trae dalla scuola un ottimo profitto, che viene valutato molto intelligente. Al che, il contadino per vantare il proprio figlio e dimostrarne l'intelligenza, esclama: "Eh, fillu miu, po intelligenza! Fait bistu su carru e setziu! " (Eh, anche mio figlio, per intelligenza! Fa, visto un carro ci si siede sopra!) - A piedi, quindi non ci va mai.

3O - De su traballu non si 'n di tenit contu ne in terra ne in celu. Il (valore del) lavoro non viene riconosciuto né in terra né in cielo.

31 - Is terras de su Paba. Le terre del Papa. Cioè sono terre di nessuno. Si usa rispondere così a qualcuno che fa osservare che si stanno raccogliendo frutti nelle terre del prossimo. Vi è nella ironia della battuta un chiaro rifiuto della proprietà privata.

32 - 'n di furat sa terra cun is peis! Ruba la terra con i piedi. Si dice scherzosamente a chi si imbratta di terra le scarpe e ha nomea di persona che gira per la campagna, e non lassat ne birdi ne siccau, non lascia né verde né secco, porta via tutto.

33 - Parit unu gattu pappendi prumoni. Sembra un gatto che mangi polmone, cioè che brontola su ciò che mangia.

34 - Coia e compera in bidda tua. Sposati e compra nel tuo paese. Un invito all'endogamia e alla autarchia.

35 - S'omini si misurat a oras, sa terra a pramus! L'uomo si misura a ore, la terra a palmi!
Ho chiesto allo stesso che me l'ha fatto conoscere, un pastore sui cinquant'anni, il significato di questo detto. Egli ha risposto: "Qualche volta non li sappiamo apprezzare. Ma se noi approfondiamo, secondo le risultanze, i proverbi derivano tutti da una precisa realtà. Per esempio si dice: S'omini est a oras e sa terra est a pramus (l'uomo è a ore e la terra è a palmi). Perché si dice così? L'uomo in certi momenti ragiona in un modo, in altri momenti in un altro. Allora vuol dire che s'omini est a oras...Sa terra est a pramus. Cosa vuol dire? Che ogni sito dà i suoi prodotti, ogni sito dà i suoi frutti, una può essere adatta alla vigna e una a pascolo..."
Nell'uso più frequente, il detto significa che l'uomo non si misura con il metro, come i terreni, ma per le sue qualità egli va valutato.

36 - Centu concas e centu berritas. Cento teste e cento berritas. Uno dei proverbi più diffusi in Sardegna. I ceti dominanti, uomini politici o di cultura, lo interpretano in un senso negativo: ogni sardo vuol fare di testa sua, perciò i sardi non sono uniti, sono anarcoidi. Costoro auspicano "centu concas con una sola berrita", tutte le teste dentro un solo berretto. Il loro berretto, naturalmente. Lo stesso detto è facilmente interpretabile in un senso positivo, e cioè è bene che ogni testa abbia una propria berrita, un modo proprio di pensare. Si può essere uniti anche se con diverse idee in testa.

4 - DICIUS / Proverbi in logudorese

Di vario genere, in logudorese.
Quelli che seguono sono alcuni dei tanti proverbi e detti sardi, di vario genere, in uso tra i sardi parlanti logudorese.

1 - A chie non buffat binu, Deus non li dat abba. A colui che non beve vino, Dio non gli dà acqua. Di uguale significato: Chie non bibet binu, Deus lu castigat a sidiu. Colui che non beve vino viene castigato da Dio con la sete.

2 - Binu malu e pane tostu duran meda. Vino cattivo e pane duro durano a lungo.

3 - Chie morit cottu morit santu. Chi muore cotto (nel senso di sbronzo) muore santo. Ne esiste una variante, più diffusa, che suona: A chini morit coddendi morit santu. Chi muore chiavando muore santo. Per chiudere con il tema sul vino, che ha numerosissimi detti, uno in lingua campidanese: Su binu a is cristianus e s'aqua a is floris! Il vino ai cristiani e l'acqua ai fiori! Che a sua volta viene spiegato dal detto: Su binu ponet sambene! Il vino produce sangue!

4 - A precare a cresia. A pregare in chiesa. Si dice spesso di persona che riceve qualcosa in offerta e rifiuta per complimento.

5 - Chentu biddas e chentu faeddos. Cento paesi e cento lingue. Fa il paio con l'usatissimo "Centu concas e centu berritas" che abbiamo già visto.

6 - Cando si faeddat si abbaidat sa zente in cara. Quando si parla si guarda la gente in faccia.

7 - Chie narat troppu pensat pagu. Chi dice troppo pensa poco. Si associa all'altro detto: Chie faeddat pagu no offendet a niunu. Chi parla poco non offende nessuno.

8 - Chie narat cantu ischit perdet cantu hat. Chi dice ciò che sa perde ciò che ha. E' diffusissimo in diverse varianti e sta a ribadire un'etica radicata nel sardo: farsi i fatti suoi, evitare "collaborazioni" con la giustizia, anche per evitare giuste rappresaglie. Per tutti valga questo detto, molto esplicito: Cussu chi bides e chi intendes siat che preda in fundu a poju. Ciò che vedi o che senti sia come sasso in fondo al lago. A chi ha la lingua facile si suggerisce, in tutte le varianti della lingua sarda: "Ponidinche sa limba in culu!" Mettiti la lingua in culo!

9 - Chie non dat non leat. Chi non dà non riceve. Dare e leare faghet amare. Dare e ricevere è la base dell'amare.

1O - Qui cheret sorte la devet quircare. Chi vuole successo se lo deve guadagnare.

11 - Qui non trabagliat in juventude pianghet in sa bezzesa. Chi non lavora in gioventù piange nella vecchiaia.

12 - Ischire limbazos est sabidoria. Conoscere (diverse) lingue è saggezza. Ricorda l'ungherese: Tante lingue tu parli, tanti uomini sei.

13 - Sa domo est pittica ma su coro est mannu! La casa è piccola ma il cuore è grande. Si dice anche di regalo che è piccolo...

14 - In cosa chi non connosches lea consizu. Su materia che non conosci chiedi consiglio, chiedi a chi ne sa più di te.

15 - A su bisonzu connosches sos amigos. Gli amici si conoscono nel bisogno.

16 - Sos amigos qui siant ne meda ne nudda. Gli amici siano non molti né alcuno - cioè siano pochi ma buoni. Vale anche per le amiche, naturalmente.

17 - Qui seminat ispinas non andet isculzu. Chi semina spine non vada scalzo. Ha lo stesso significato del "chi la fa l'aspetti", ma con la possibilità, per chi l'ha fatta, di evitare le conseguenze calzando scarpe.

18 - Unu contu faghet s'ainu, s'ateru s'ainarzu. Un conto si fa l'asino e un altro l'asinaio. Testimonia l'irriducibile conflitto tra il povero e il padrone, tra il popolo e il potere dello stato.

19 - Amore e odiu si decraran semper. L'amore e l'odio si manifestano sempre. Non si possono nascondere. Ma, Amore e odiu craman prantu. L'amore e l'odio chiamano pianto.

2O - Ne sapatu sentza sole ne femina sentza amore. Né sabato senza sole né femmina senza amore. Ricorda il detto greco: Dio non perdonerà l'uomo che ha lasciato sola nel suo letto una donna! S'amore est de tottus. L'amore è di tutti. Nonostante sia Mezzus corfu 'e balla chi dae amore! Meglio esser colpiti da una pallottola che dall'amore!

21 - Come in ogni altra parte del mondo, anche in Sardegna si chiava. Anzi, nei paesi sottosviluppati più che nei paesi sviluppati, dato che il tipo di civiltà attualmente proposto all'umanità tende a potenziare le capacità produttive a scapito di quelle riproduttive. Nei poli di sviluppo dove sono state impiantate le petrolchimiche - pare - la gente scopa di meno. Ecco alcuni saporosi proverbi sul tema caddigare, cavalcare, ovvero, coddai, chiavare, o con maggiore efficacia, accunnare, gettare coscia.
In mesa e in lettu fora rispettu. A tavola e a letto senza rispetto. Non si fanno complimenti.
Chie non coddat parente non coddat niente. Chi non si è mai chiavato un parente è come se non abbia mai scopato. Ovvero, Chie non coddat sorresta, no connoscit festa, cioè chi non ha chiavato la cugina, non sa cosa sia festa.
Mezus petire culu a savias chi non pane a macos. Meglio chiedere il culo alle savie che chiedere pane ai pazzi.
Sa femina (coddat) finzas a cantu campat, s'omine finzas a cantu podet. La femmina (chiava) fin quando campa, l'uomo fin quando può.
Pro caddigare non b'hat bisonzu de andare a Tattari. Per cavalcare non è necessario andare a Sassari, andare lontano.
Sa conca de sutta cumandat sa de supra. La testa di sotto comanda quella di sopra.
Tirat pius unu pilu de sutta chi non unu carru a boes! Tira più un pelo di sotto che un carro a buoi! Simile al detto veneto che suona: Un pelo di fica tira più di due buoi. E in lingua italiana, più raffinata: un capello di donna tira più di un giogo di buoi.

5 - DICIUS IN POESIA / Proverbi in versi


In una singolare composizione poetica della fine del secolo scorso, di ignoto dell'Oristanese, compare una elencazione di massime di uso comune nel mondo contadino. Con questi versi, il poeta moralista ha voluto tramandare la saggezza degli antichi padri. Egli interpreta un tutore che parla alla sua pupilla fattasi grande e pronta ad entrare nel mondo. I suggerimenti che vengono dati, per la verità, non sono rivoluzionari.

Mai non t'incantit riu sellenu,
mancai luxat prus de su cristallu;
e non t'innamoris de maridu allenu,
ca sa roba allena tenit fragu malu.
E de su traballu mai non t'appartis;
cun medas affarius troppu non strappazzis;
chi podis, non fezzas sa notti po dì.
E adattadì sempiri a su tempus;
is malus esemplus circa d'evitai.

Su divertimentu non siat continu.
Si passas in logu chi podis arrui,
su mellus chi fezzas, cambia camminu.
E a su bixinu portadiddu beni
ca non has a teni certu ne accusa;
non boghis iscusas de cosas fingidas;
cun is approntidadis non fezzas cumprottus:
fuedda cun totus e foras abitai.

In s' 'n casu cosis, provenidì agus;
si una 'n di scuas, un atera 'n di pigas;
non curras, non sigas dus lepiris paris;
e non ti decraris ca totu scis fai.
Biri e cagliai est bonu chi procuris;
e non ti mesturis cun vanagroriosa;
e po certas cosas lassa battallai.

Non stentis continu fendi aperi e serra;
si ballas, non ballis totu a unu pei
si nuncas ci ponis su tuveddu in terra.
Pensa e disterra sa teneridadi;
teni umilidadi, lassa sa perfidia;
non tengias invidia po beni perunu;
atturit ognunu cun su pagu suu;
e tui su tuu scididdu portai.

Scipias: chi beni non portat su suu,
ddi benit agou a disigiu s'allenu.
Prus de una borta istoria non repitas;
cosa non promittas po non dda donai.
Non ti vanagroris po chi t'estis beni;
non ti disperis po chi t'estis mali:
a istadu eguali non podeus istai.
Lassaddu passai su riu aundi passat;
lassa a chi ti lassat, a chi non t'hat circau;
e de su disdicau non ti coglionis.
Non bollas funis po t'accappiai.

Si a una domu ddu abitas oi,
po cali chi siat fattu chi deppis trattai,
si est chi ti ci narant a torraiddoi,
cumenti chi ti nerint a no ddui torrai.
Prangiu non aspettis de una domu allena.
Non fezzas iscena, ne tanti cumedia:
in tempus remedia su de remediai.
Si est chi t'attoppat calincunu, sciorosu,
amigu o gopai ti siat o nemigu,
faidì is origas che lepiri sposu,
però castiaddu che carroga in figu.
E a su perigulu sempiri t'opponis;
non abitis personas mali accostumadas.

Bivi retirada, timi is linguas malas,
evita is iscialas, bivi a banda sola.
Santus a marolla non pretendas fai;
non ti movas mai chi arroda in strettoxiu;
non boghis su maju prima de arribai.
Mai non ti fezzas contus ainantis;
e de cosas pedrias non fezzas istanzas.
Pensa a fai beni e non miris a chini;
e discurri a fini prima de oberai.
Prus de su chi sesi non circhis de ti fai.
Aundi non d'hat non circhis nienti;
cunforma a sa genti deppis cumprollai.

(Non fidarti mai del ruscello cheto,
anche se luccica più del cristallo;
non innamorarti dei mariti altrui,
che la roba altrui non ha buon odore.
Non alienarti mai dal lavoro;
ma non affaticarti dietro troppe cose;
e se puoi non fare della notte il dì.
Adattati sempre alle situazioni;
e cerca di evitare i cattivi esempi.

Il divertimento non sia troppo lungo.
Se passi in un luogo dove puoi cadere,
l'unico da fare è di cambiare strada.
Portati bene con il vicino di casa
e non avrai bisticci né pettegolezzi;
non scusarti con giustificazioni false;

e non creare dicerie con la tua improntitudine:
parla con tutti, non frequentare nessuno.

Se devi cucire, fornisciti di aghi:
se una ti si scruna, ne prendi un'altra;
non rincorrere due lepri per volta;
e non vantarti di saper fare tutto.
Vedere e tacere è buono da imparare;
non ti mischiare con gente superba;
e su certe cose lascia che dicano.

Non startene a fare l'apri e chiudi;
se balli, non ballare sempre su un piede
se non vuoi ritrovarti col sedere per terra.
Pensa e agisci con tenerezza;
sii umile e lascia la perfidia;
non avere invidia delle ricchezze altrui;
si accontenti ciascuno del poco che ha,
e ciò che è tuo sappilo amministrare.

Sappi: chi non sa amministrare il proprio,
finisce per desiderare l'altrui.
Non ripeterti più di una volta;
non promettere ciò che non puoi dare.
Non vantarti, se sarai ricca;
non disperarti, se sarai povera:
non possiamo essere tutti uguali.
Lascia che l'acqua del ruscello scorra per il suo verso;
rispetta chi ti rispetta, chi non ti offende;
e non burlarti del derelitto;
evita le situazioni che possono comprometterti.

Se attualmente frequenti una casa,
per qualunque motivo si tratti,
se dovessero dirti di tornare ancora
fa come se ti dicessero di non tornare più.
Non attendere pranzo, in casa altrui.
Non startene a far scena, a drammatizzare:
salva per tempo ciò che si può salvare.
Dovessi incontrarti con persona importante,
amico o compare o nemico che sia,
drizza le orecchie da lepre innamorato,
ma scrutalo come fa la cornacchia da sopra il fico.
Non ti avvicinare mai ai pericoli;
non frequentare gente scostumata.

Fai vita ritirata, stai alla larga dalle male lingue,
evita le baldorie, fai vita semplice.
Non voler fare santi per forza;
non uscire mai dal seminato;
non festeggiare maggio prima che arrivi.
Non disporre di ciò che non possiedi;
e di ciò che hai perduto non farne più conto.
Pensa a far del bene, senza badare a chi;
e rifletti a lungo prima di agire.
Non voler apparire più di quel che sei.
Non cercar nulla dove non ce n'è;
segui sempre la tradizione.

6 - FRASTIMUS / Invettive


Le invettive più frequentemente usate sono quelle che hanno per tema la giustizia (esempio classico: An chi ti currat sa giustizia!), e sono numerosissime e ne abbiamo fatto una scelta in un precedente paragrafo.
Queste che seguono sono alcune invettive (frastimus) che ricorrono ugualmente spesso nella parlata popolare.

1 - Iscuru ti biant! Che possano vederti meschino! E anche: Scedau ti nerint! - Poveretto ti dicano!

2 - Sa schina trunchis! Che ti si tronchi la schiena! E anche: Su zugu trunchis! Che ti si tronchi il collo! E' più efficace, se si sostituisce a su zugu (al collo) sa moba de su zugu, (la colonna cervicale).

3 - Su corpu de chi ti 'n d'hat zappulau! Il corpo di chi ti ha buttato fuori! Più volgarmente si dice: Su cunnu chi t'hat fattu! o anche Su cunnu chi ti 'n d'hat zappulau! La fica che t'ha fatto! - La fica di chi t'ha buttato fuori! E' infine usatissimo, anche tra bambini, Torranci in su cunnu! Tornatene nella fica! o più semplicemente Su cunn' 'e mamma tua! La fica di tua mamma!

4 - Su tiaulu chi t'hat fattu! (o ingenerau!) - Il diavolo che ti ha fatto (o generato!). Se chi lancia l'invettiva è persona devota; un laico, al contrario, dirà: Su santu chi t'hat fattu! - sostituendo santo a diavolo.

5 - Corpu de balla t'infrexat! - Colpo di palla ti ferisca! Palla di fucile, s'intende. E' usato anche, più frequentemente, abbreviata in Corp' 'e balla! Talvolta è usato con valore di complimento, parlando di persona che ci sa fare.

6 - Is manus cancaradas! Le mani rattrappite! - Si dice in gergo familiare ai piccoli che si fanno scivolar di mano un qualunque oggetto, danneggiandolo. Si usa anche Cancarau siast! Rattrappito sii! Si dice anche, ma non come invettiva, bensì come esclamazione laudativa, di persona capace: Ge non est cancarau! Non è mica rattrappito!

7 - Is ogus pendi pendi... Letteralmente: gli occhi penzoloni... Si dice a persona che non guarda con attenzione a ciò che fa.

8 - Non portat is ogus cosius a giuncu! - Non ha gli occhi cuciti con il giunco! Si dice specialmente per medici o sacerdoti i quali per la professione che esercitano dovrebbero essere senza malizia, quando visitano o confessano una donna. Si vuol dire che anch'essi guardano e concupiscono.

9 - Pira cotta, pira crua, dognunu a domu sua! Pera matura, pera acerba, ognuno a casa sua! E' una breve filastrocca che invita persona indesiderata a chiudere un certo discorso o ad andarsene.

1O - Has appiccau mali is crais! Hai appeso male le chiavi! Cioè: Mi trovi proprio giusto! Hai sbagliato il momento o anche la persona.

11 - Mai prus bia, scova de forru! Che non possa vederti mai più, come scopa da forno! La scopa da forno è d'erba e si consuma in pochi attimi al calore. Questa invettiva fa il paio con S'andada de su fumu! Che tu faccia la fine del fumo!

12 - Becciu fiat Battista Nuxi chi bogat farra de genugus. - Vecchio era Battista Nuxi il quale aveva le ginocchia tarlate (veniva farina dalle sue ginocchia)! E' di norma la risposta piccata di persona che non accetta di essere giudicata vecchia.

13 - Cantu ses mannu ses tontu! Sei tanto grande quanto tonto! Detto per persona già adulta ma di poco sale.

14 - Sezzi innoi ca bis a Pirri! Testuale: Siedi qui che vedi Pirri (o nome di altro paese, di appartenenza di chi pronuncia la frase, che è sempre accompagnata dal pugno chiuso con il medio alto: un gesto chiaramente sconcio.) Con lo stesso significato, ma più osceni e anche più usati sono i detti: Mrinca de molenti! Cazzo d'asino! che dovrebbe dirsi come rifiuto di una richiesta inopportuna, viene anche usato come esclamazione di meraviglia, anche dicendo semplicemente "Mrinca!" Frequente, in alcuni paesi dell'Oristanese, come a Cabras, anche nel parlare delle donne, è l'esclamazione "Corru in cu a tia!" (Corno in culo a te!)

15 - Corru de crabu! Corno di capro! Si dice a persona che abbia scoreggiato. Oppure gli si recita la filastrocca: Saludi, trigu e tappus de ortigu! Salute, grano e tappi di sughero! Se chi scoreggia è un bambino o una fanciulla, l'augurio di prammatica viene addolcito con Corru de memei! Corno di agnello; o anche con Corru de pisittu!, Corno di gatto!

16 - Fais una vida che porcu a pei segau - Fai una vita come quella di un maiale zoppo (che viene trattato con tutti i riguardi, perché ingrassi comunque). Con lo stesso significato Fais un'arti che su molenti chi molit! Fai un lavoro quale quello dell'asino alla mola!, cioè poco impegnativo e di poca responsabilità.

17 - Squartarau siast! - Che ti possano squartare! In memoria di tempi storici recenti, quando era praticata pubblicamente la tortura dello smembramento.

18 - S'arrisu de s'arenada de Cabras: arrutta a terra e squartarada! La risata ti sia come la fine della melagrana di Cabras: che cadendo si fa a pezzi! - Sono celebrate nell'isola le melagrane di Cabras, come ho annotato in altra parte di questo libro, che hanno la caratteristica di aprirsi oltre modo, in autunno dopo le prime piogge.

Seguono per il Nuorese alcuni frastimos e irroccos (bestemmie e imprecazioni) raccolti da Grazia Deledda per la rivista delle Tradizioni Popolari diretta da Angelo De Gubernatis (Roma 1894). Sono stati trascritti quelli ancora oggi in uso.

1 - Zustissia ti brussiet - Zustissia t'incantet - Zustissia bi colet e non lasset mancu chisina. La giustizia ti bruci - La giustizia ti incanti (cioè ti inebetisca) - Giustizia passi e non lasci neppure cenere.

2 - Bae a galera! Vai in galera! - Pacami Deu! Pagami Dio! Più che imprecazione questa è una invocazione sacrilega. Si chiede l'aiuto di Dio nella vendetta contro qualcuno che si ha offeso. Si usa anche in segno di ringraziamento allorché si apprende qualche disgrazia accaduta al nemico, all'offensore.

3 - Bae a sa furca, a su corru de furca! - Va alla forca, al corno della forca. Impiccau sias! - Impiccato sii!

4 - Ancu tinche ghiren in battor! Che ti riportino in quattro!

5 - Corfu 'e balla a s'ischina! Colpo di palla alla schiena! Corfu 'e balla chi ti trunchet sa bena 'e su coro! - Colpo di palla che ti tronchi la vena del cuore!

6 - Bae, e chi ti sian sos passos contaos! - Va, e che ti siano i passi contati. (Cioè che muoia presto, in modo che i passi che farai d'ora in avanti siano in numero da potersi contare.)

7 - Ancu ti pachen sa morte. Che ti paghino la morte. (Che tu muoia così miserabile da venir sotterrato a spese altrui).

8 - Ancu ti facan a sale! Che ti facciano a sale (che ti pestino).

9 - Bae e chi andes che su pilu 'e su puzone! Va e che tu vada come le piume dell'uccello. (Che sii disperso).

10 - Sa fune, su boja, e tottu sa cavalleria! La corda, il boia e tutta la cavalleria. (Cioè: la corda per impiccarti, il boia per tirar la corda e la cavalleria di guardia intorno alla forca.)

11 - T'ufriches e crepes! (comunissima nella variante campidanese Unfrau e crepau siast! - n.d.r.) Che ti gonfi e ti crepi.

12 - Sa balla, su focu e s'ispidu ruju! La palla, il fuoco e lo spiedo arroventato!

13 - Oliau sias! Estremunziato sii!

14 - Ancu ti chirchen e non t'accatten! - Che ti cerchino e non ti trovino!

15 - Chi ti pichet unu cussu, che cussu 'e ziu Predu Bardoula chi at trapassau sette taulaos. Che ti prenda una dissenteria come quella di zio Pietro Trottola che ha trapassato sette tavolati.

16 - Sa zustissia nighedda ti cabaddichet! - La giustizia nera ti cavalchi. (Che sii oppresso dalla giustizia).

17 - Ancu ti carrarjen! Che ti coprano di pietre e di frasche! (Che ti assassinino e nascondano il tuo cadavere).

18 - Ancu ti chirche iffathu 'e sas tuveddas e ti bochen a bia sos canes! Che ti cerchino per le macchie e ti scovino i cani! (Che sii assassinato fra le macchie).

19 - Ancu ti ponzan a sa miria che sordau renitente. Che ti pongano al bersaglio come soldato renitente. (Che tu sii fucilato).

7 - FRASTIMUS IN POESIA / Invettive in versi

Nella poetica popolare, non ultime come numero, vengono le "suppliche" ai potenti, composizioni espresse al fine di ottenere giustizia per malefatte subite da potenti "minori". Fra le tante ho scelto il brano di una, esente da cortigianeria e particolarmente viva.
Il "supplicante" inizia rivolgendosi al Re, ma se la sbriga senza aggettivi aulici contrariamente ad altri, per venire al fatto che gli sta a cuore:

Illustri Vittoriu, nostru regnanti:
pregu a sa Sardigna de dda consolai,
de bidda 'n ci 'oghit unu certu birbanti,
cuddu chi su Cumunu megat de si pappai;
is' si mostrat furbu, coru de giganti,
a su poburu trattat de dd'assassinai,
de dd'assassinai a su disgraziau.
Supprica fazzu a sa Corti Riali...
ma da poberesa pongu un abogau.

(Illustre Vittorio, nostro regnante:
la prego di aiutare la Sardegna,
scacciando dal paese un certo birbante,
colui che si sta mangiando il Comune;
egli si mostra furbo, cuore impietoso,
sta assassinando il povero,
sta assassinando il disgraziato.
Faccio supplica alla Corte Reale...
ma chiedo anche un avvocato d'ufficio.)

Più avanti il "supplicante" descrive con amarezza e risentimento il pignoramento per non aver potuto pagare il "focatico" (famigerata imposta di famiglia e sulla casa). Egli si dichiara invalido, in quanto cieco; ciò nonostante gli vengono sequestrati i pochi stracci che possiede. E a conclusione delle sue più che giustificate proteste, il vate cieco, povero e pignorato, lancia come fulmini i suoi frastimus, le sue invettive, i suoi malauguri.

Su dinai miu ti serbat po unghentu:
gravis maladias e foras a 'n di curai!
E ti fazzu meri de unu stabilimentu:
a Santu Bartumeu, sali po tirai!
E ti lassu stradas po divertimentu:
chi camminis sempiri e non arribis mai!
Scuru ti neint in su camminu 'e passai:
chi non biast luxi in s'ora 'e mesudì!

(I miei soldi ti servano per medicamento:
per gravi malattie e che siano incurabili!
Ti faccio dono di una industria:
a San Bartolomeo, condannato a estrarre sale!
Ti lascio strade perché vada a divertirti:
tu possa camminare sempre e non arrivare mai!
Ovunque tu passi, la gente ti dica: poveraccio:
che tu possa non veder luce neppure a mezzogiorno!)



APPENDICE II


GRIGLIA STORICA

SINTESI CRONOLOGICA DEGLI AVVENIMENTI DI RILIEVO
Appunti per una storia della Sardegna

*** Le prime tracce di insediamenti umani del Neolitico (età della pietra levigata) si fanno risalire a circa 3000 anni a. C. La popolazione neolitica sarda si diffonde e vive principalmente lungo le coste occidentali e meridionali dell'Isola, in particolare nella pianura oristanese delimitata a Est dal Monte Arci, ricco di cospicui giacimenti di ossidiana (vetro vulcanico). Vi sono stati scoperti numerosi centri di lavorazione e stazioni che dimostrano come in quell'area fosse attiva la lavorazione e diffuso il commercio della preziosa ossidiana. I neolitici sardi lavoravano con consumata perizia il vetro vulcanico ottenendone armi e utensili di pregiata fattura.

*** Dal 2300 al 1700 si svolge l'Età del Rame; dal 1700 inizia l'Età del Bronzo. E' di questo periodo la nascita di forme organizzate di lavorazione della terra e di allevamento. Testimonianze di queste Età si hanno con numerose tombe e abitazioni, e in esse con armi e utensili, vasi e contenitori, in pietra e in terracotta.

*** La Civiltà Nuragica si colloca tra il 1500 e il 300 a. C. Si divide in tre ere, delle quali la Media è quella di maggiore splendore, che esprime nell'arte plastica i famosi "bronzetti", sculture in bronzo di piccole dimensioni (7-8 centimetri) raffiguranti esponenti della società nuragica (guerrieri, sacerdoti, capi pastori) e navicelle votive funerarie.
Nuraghe (o nuraghi o nuraxi) è la voce sarda che indica la tipica costruzione ciclopica in pietra basaltica non cementata, di forma tronco-conica fornita di una apertura architravata. Nella sua forma primitiva, il nuraghe è costituito da un'unica torre con un unico vano circolare. Successivamente assume forma composita, con agglomerato di torri intorno alla torre centrale e con più vani interni, situati anche a diverso livello.
Esistono nell'Isola i resti di oltre 7000 nuraghi. Tali monumenti megalitici sono adibiti a diverso uso: abitazione, fortezza, tempio.
Dello stesso periodo sono le Perdas Longas o Perdas Fittas, Tombe dei Giganti (Menhir e Dolmen) e le Domus de Janas (letteralmente, Case di Fate), grotte sepolcrali, e numerosi Pozzi Sacri.

*** L'Isola subisce la prima dominazione storica. I Fenici vi si insediano per 250 anni, dall'800 al 550 a. C. Fondano le colonie (centri di depositi e traffici commerciali) di Tharros, nella Penisola del Sinis, e Sulci, nell'Isola di Sant'Antioco, nella costa occidentale; Karalis, Bitia e Nora, nella costa meridionale.

*** I Cartaginesi subentrano ai Fenici nel dominio dell'Isola, che mantengono per oltre 300 anni, dal 550 al 238 a. C.
Come i Fenici famosi predatori d'argento, i Cartaginesi (e in seguito i Romani) sfruttano sistematicamente i cospicui giacimenti di piombo argentifero, riducendo alcune zone come l'Iglesiente simili a una gruviera. Con l'argento si coniano monete e si ottengono monili.
I Cartaginesi riorganizzano e ristrutturano le colonie fenicie, dando vita a vasti agglomerati urbani (città-stato) i cui abitanti sono divisi in tre classi: l'aristocrazia, la plebe e gli schiavi, e governati da Giudici coadiuvati da due Assemblee, una degli Anziani, aristocratica, e l'altra plebea. Edificano poderose fortificazioni belliche, inaugurando l'uso nei secoli, della Sardegna, roccaforte al centro del Mediterraneo, come area di servizi militari in difesa degli interessi di potenze egemoniche.
I Cartaginesi diffondono nell'Isola il loro culto religioso. Il Molk o Moloch è la spietata divinità cananea alla quale vengono sacrificati i fanciulli in un apposito tempio, il Tophet (bruciatoio). Dalla Bibbia si apprende che tali sacrifici umani vengono consumati nella Valle di Hinnom, nella località detta Geenna (sinonimo di inferno, per i Cristiani). La pratica di tali sacrifici umani è diffusa tra gli Ebrei intorno all'VIII e VII secolo a. C. e pare sia stata ripresa anche dai Cartaginesi, i quali a loro volta la introducono in Sardegna. Il Molk o Moloch prende nomi diversi secondo il luogo in cui viene venerato e secondo l'elemento naturale che rappresenta. Baal, dio cartaginese simbolo del cielo, è il Molk al quale, pare, che gli aristocratici sacrificassero i loro primogeniti in tenera età. La Tanit è altra importante divinità, simboleggiante la provvidenza della natura, ed è detta anche Tanit Pne Ba'al (espressione di Baal). E' assai venerata in Sardegna, dove simboleggia la fertilità. E' rappresentata da una donna nell'atto di irrumare, di offrire la mammella (dal latino ruma = mammella). Altra divinità femminile è Ashtar o Ishtar - simile a Tanit in quanto dea della fertilità - anch'essa derivazione della Grande Dea Mediterranea, la Madre Terra.

*** Nel 259 a.C. durante la prima guerra punica, i Romani iniziano la conquista della Sardegna per sottrarre una fondamentale base strategica alla rivale Cartagine.
Nel 238 in risposta a un ventilato sbarco dei Cartaginesi nel Lazio, i Romani, approntato un forte esercito, invadono l'Isola.
I Sardi, che hanno accettato la presenza (soprattutto economica) di Cartagine, instaurando con i Punici rapporti di buona convivenza, insorgono ora contro le legioni romane. Dal 238 al 111 a. C. si susseguono insurrezioni e repressioni spietate, che danno luogo a otto sanguinose campagne militari - l'ultima condotta da Marco Cecilio Metello.
E' del 215 - durante l'invasione dell'Italia da parte di Annibale, nella seconda guerra punica - la rivolta capeggiata da Amsicora, uno dei massimi esponenti della aristocrazia della regione del Basso Tirso con capoluogo la città di Cornus. Alla rivolta partecipano i sardi dell'interno, i Pelliti e i Sardi dei Campidani, guidati da Josto. Dopo iniziali vittorie dei Sardi, che attendono invano rinforzi cartaginesi, le legioni romane guidate da Tito Manlio Torquato hanno il sopravvento. Tito Livio - che descrive quasi duecento anni dopo la battaglia di Cornus - contribuisce a dare corpo alla leggenda della morte eroica del condottiero dei Sardi-Pelliti: avendo saputo il vecchio Amsicora della disfatta del suo esercito e della morte del figlio Josto, si trafigge con la propria spada per non cadere vivo nelle mani dei Romani.
La dominazione romana non è dunque tranquilla. Per almeno altri duecento anni si susseguono sanguinose rivolte, che tengono costantemente sul piede di guerra gli invasori, costringendoli a mandare nell'Isola numerose legioni. Ma agli scontri campali, i Sardi cominciano a sostituire le tecniche della guerriglia. Abbandonate le coste in mano all'invasore, si arroccano nelle zone interne, protetti da monti impervi che costituiscono un naturale baluardo.
Bisogna distinguere il primo periodo della dominazione romana dal secondo, coincidente con l'Età Imperiale. Mentre nel primo periodo l'Isola assiste alla totale decadenza della vita economica e sociale, che con i Cartaginesi ha raggiunto un notevole sviluppo e benessere, nel secondo periodo, ancora una volta, le coste vedono risorgere le sue città e riprendere le attività commerciali. Nei Campidani si sviluppa l'agricoltura, tanto che alcuni storici li definiscono "granaio di Roma".
In materia di colonialismo, i Romani a buon diritto possono considerarsi ideatori di complessi e sofisticati sistemi di dominio. Le loro tecniche di repressione popolare sono le stesse a cui si rifanno ancora oggi gli stati moderni. L'attuale legge sui pentiti, che incoraggia e premia il tradimento e la delazione, è di uso comune presso i Romani, almeno duecento anni prima dell'avvento del Cristianesimo. E' stato scritto che "l'incitamento alla delazione con premi in denaro e con altri incentivi (per esempio il perdono giudiziario) era già adottato dai Romani nel tentativo di eliminare i capi-pastori che guidavano la guerriglia con le bardane contro i centri commerciali dei colonizzatori".
Le bardane o scorrerie consistevano in veloci puntate effettuate da bande armate di cavalieri barbaricini. Questi, muovendo dai monti verso la pianura, attaccavano distruggendo o espropriando le merci dei depositi dei centri commerciali.
I Romani, per fiaccare la resistenza dei Barbaricini, integravano il sistema della taglia e della impunità per i "pentiti" con gli incendi e con la utilizzazione di mastini addestrati nella caccia all'uomo. Ai soldati impiegati in tali operazioni di polizia era concessa l'impunità per qualunque delitto commesso sulle popolazioni, ed era loro concesso il diritto di saccheggio e di stupro nei villaggi ribelli da essi conquistati.

*** Utilizzazione della Sardegna come luogo di deportazione e di confino. Nel 19 d. C., per ordine dell'imperatore Tiberio, circa 4000 Ebrei vengono deportati nell'Isola.
Ogni mezzo viene usato per assoggettare o sterminare le comunità barbaricine che non si piegano al dominatore. Si tenta così anche l'immissione di gruppi etnici diversi, deportati da altre colonie, che dovranno fare i pionieri in terra straniera, sterminando gli indigeni per strappare loro terra e averi e conquistarsi con la violenza il diritto ad esistere. E' appunto il caso dei 4000 Ebrei che vengono sbarcati a Tharros, presso il Golfo di Oristano, e ivi abbandonati a se stessi, con l'unica speranza di fondare una colonia in quei siti, se fossero riusciti a sopravvivere alla insalubrità del clima e alla legittima opposizione degli abitanti. La schiera degli Ebrei esiliati, decimata dalla malaria e dalla fame, non viene attaccata dagli indigeni, che li tollerano e consentono loro di stanziarsi circa cento chilometri più a Nord, nell'attuale Bosa, alla foce del Temo, in una fertile vallata.

*** Dopo gli Ebrei - considerati a torto o a ragione un popolo intollerante - è la volta dei Cristiani, le cui deportazioni nell'Isola iniziano nel 174. Da quell'anno giungono in catene migliaia di seguaci della nuova religione, che ancora non ha trovato un compromesso storico con il potere imperiale. Tra questi c'è Callisto, che diverrà papa nel 217. Tra gli esiliati famosi di quel periodo si annoverano un altro papa, Ponziano, e un antipapa, Ippolito - entrambi damnati ad effodienda metalla, condannati ai lavori forzati nelle miniere.

*** Nel 455 i Vandali si insediano nell'Isola cacciandone i Romani. La loro dominazione, che si esercita quasi esclusivamente nelle aree costiere, si conclude nel 533. Continuano le deportazioni dei Cristiani, stavolta con diversa motivazione politica: raggiunto con Costantino il Grande il "compromesso storico", i Cristiani sono ora alleati dell'Impero, e pagano il peso del potere appena acquistato.
Della presenza dei Vandali in Sardegna si può dire che tra "barbari" e "barbaricini" si instaura presto un rapporto di pacifica convivenza e di comuni interessi. In sintesi, la politica dei Vandali nell'Isola si attua con l'abolizione dei privilegi del clero (ottenuti con l'Editto di Milano di Costantino e con i famigerati Decreti di Costanzo II), con la confisca dei beni delle chiese, con la distribuzione alle popolazioni delle terre sottratte ai latifondisti.
La valutazione degli storiografi sulle innovazioni vandaliche è nettamente negativa. Così uno di loro: "(Nel 533) una fortunata e rapida campagna militare, voluta dall'imperatore d'Oriente Giustiniàno e condotta dal generale Belisario, riportò l'Africa e la Sardegna in seno alla romanità e liberò la Chiesa Cattolica dall'incubo dell'eresia. Ma mentre da un lato il governo bizantino si diede di buon grado a ristabilire la legalità e l'ordine restituendo le terre ai legittimi proprietari e rimettendo le chiese e i monasteri nei loro beni, dall'altro impose ai sudditi un grave sistema fiscale, che l'avidità e la corruzione dei funzionari imperiali resero ancora più insopportabili."

*** Nel 533 dunque ha inizio la dominazione bizantina. Una dominazione opprimente, burocratica, fiscale da parte di un potere sofisticato in mano a una aristocrazia onnipotente e corrotta, che ha raccolto l'eredità di una civiltà fatiscente fondata sulla schiavitù, sulla rapina, sullo sfruttamento.
I Bizantini introducono il culto del Cristianesimo riformato dopo l'Editto di Milano del 313 e le successive disposizioni di legge emanate da Costanzo II che dichiarano fuori legge il culto pagano, assumendo di fatto il Cristianesimo a religione di stato. Certamente risale a quel periodo anche l'introduzione del culto di San Costantino (la cui santità non è riconosciuta dalla Chiesa di Roma), venerato in particolare a Sèdilo, e della madre dello stesso imperatore, Sant'Elena, che certa agiografia vuole sia nata in Sardegna.

*** Durante i primi decenni della dominazione bizantina, si sovrappone di fatto un'altra dominazione: quella degli Ostrogoti, che si insediano in alcune aree costiere. La presenza degli Ostrogoti nell'Isola dura pochi anni: dal 551 al 553.

*** I Sardi dell'interno costituiscono ancora una comunità omogenea, qualcosa di più di una etnia dato che all'unità di razza, di lingua e di cultura si aggiunge quella di storia - la opposizione di massa al disegno di colonizzazione dell'invasore - tal che con termine moderno possono definirsi nazione.
Possiamo chiamare e chiamiamo così popolo barbaricino le comunità che abitano le Barbagie, le zone interne montuose, mai del tutto invase o assoggettate neppure sotto il dominio dei Romani.
Finora, tutti i dominatori, Bizantini compresi, hanno dovuto far fronte a questo irriducibile nemico interno, che tende ad allargarsi per necessità economica (sistema di allevamento a pascolo brado transumante) verso le pianure. Ai Barbaricini si sono aggiunti, integrandosi perfettamente con essi, i Maurusi o Mauritani (anch'essi popolo di pastori nomadi, gelosi della loro libertà che difesero strenuamente già ai tempi di Giugurta), deportati in Sardegna dai Vandali. Una parte dei Maurusi si stabilisce nel Sulcis, conservando con una rigorosa endogamia i propri caratteri etnici. Gli abitanti di quella regione sono ancora oggi detti Maurreddinus in lingua sarda.

*** Nel 599 i Longobardi tentano l'occupazione dell'Isola. Si avvicinano a Cagliari con la loro flotta tentando lo sbarco. Le coste meridionali dell'Isola servono ai Longobardi come base di appoggio nel disegno di conquista dell'Africa del Nord. La spedizione fallisce per la resistenza opposta dalle popolazioni rivierasche sarde - ormai pressoché assenti i Bizantini il cui dominio sull'Isola è praticamente concluso e non si curano più della sua difesa. Escluse le Barbagie, la Sardegna costiera è sempre più in balia di ogni possibile invasore: le sue sorti sono ora nelle mani dei suoi abitanti.

*** Nel 711 inizia la lunghissima serie di incursioni arabe. Gli Arabi soppiantano i Bizantini nel dominio delle terre del disfatto Impero d'Oriente e del Mare Mediterraneo. Già nel VII secolo tutta l'Africa del Nord è sotto l'Islam.
La prima spedizione contro la Sardegna è del 711 e viene descritta dallo storico Ibn Al Atir; l'ultima è del 1015 e viene condotta da Mugahîd. La difesa dell'Isola, affidata esclusivamente ai suoi abitanti, è tenace; e gli Arabi non riescono a instaurarvi il loro dominio. La Sardegna è così l'unica regione che resiste all'onda della invasione islamica.
Alcuni storici sostengono che agli Arabi non interessa l'occupazione della Sardegna ma che è loro sufficiente poterla periodicamente saccheggiare, in particolare per rifornirsi di schiavi da immettere nei mercati dell'Oriente. Se così fosse non si spiegherebbe il ripetersi di tentativi non solo di sbarchi per compiere razzie ma di penetrazione nell'entroterra e di occupazione - tentativi effettuati per tre secoli e mai riusciti. Le tecniche di difesa contro le invasioni consistevano nella desertificazione delle coste, nello spostamento dei villaggi all'interno, nella istituzione di corpi di guardia a cavallo e nella costituzione di barriere nei luoghi strategicamente più favorevoli, dove venivano chiamati a raccolta tutti gli abitanti validi al combattimento.
La ragione della acquistata capacità dei Sardi di far fronte ai tentativi di invasione va ricercata nella esistenza di una organizzazione politica, sociale ed economica autoctona, quali sono i Giudicati - la cui origine può farsi risalire non a caso al VII secolo e che andò sviluppandosi durante i tre secoli delle incursioni arabe.

*** 1015. Come si è detto risale a questa data l'ultima incursione araba. La Chiesa Cattolica evangelizzati i Sardi ha costituito nell'Isola notevoli interessi. Pisa e Genova, di quando in quando alleate e rivali nella lotta per l'egemonia nel Mediterraneo, vengono chiamate in aiuto della Sardegna dal papa Benedetto VIII. Le due intraprendenti città marinare, dopo aver dato una mano ai Sardi per respingere l'assalto dei mussulmani, constatata la posizione strategica dell'Isola, sia dal punto di vista bellico che commerciale, si apprestano a contendersene il dominio.
Per Pisa e per Genova la conquista e l'utilizzazione della Sardegna diventa la chiave di volta della loro strategia per il controllo dei mercati che si affacciano nel Mediterraneo; ciò le porrà in antagonismo per diversi secoli, con la prevalenza ora dell'una ora dell'altra, quando non troveranno l'accordo per spartirsi il bottino da bravi ladroni.

*** I Giudicati. Già nell'Anno Mille la Sardegna appare organizzata in modo autonomo in quattro Giudicati: Torres, Gallura, Arborea e Cagliari.
Il Giudicato - una originale organizzazione sociale sviluppatasi in Sardegna in pieno Medio Evo - è da ritenersi una risultante storica dell'antichissima città-stato, che può farsi risalire alla organizzazione nuragica, e che ritroviamo nell'Isola nel periodo pre-cristiano secondo un modello comune ai Greci e ai Fenici.
I Giudicati si costituiscono e si sviluppano dal VII secolo (cessata la dominazione bizantina) al X secolo, durante il periodo dei reiterati tentativi di conquista da parte dell'Islam. Dopo il 1015 l'interferenza politico-militare di Pisa e di Genova ha influenzato e certamente modificato negativamente l'originale forma di organizzazione del Giudicato.
E' comunque da considerare senza fondamento la tesi di certi storici, secondo i quali i Giudicati sono stati "inventati" dai colonizzatori Pisani e "calzati" alla Sardegna per darle una organizzazione "civile". Come si è accennato prima, i Giudicati sono la storica risultante della preistorica organizzazione sociale della civiltà nuragica, sviluppatasi negli ordinamenti della città-stato.
Ritroviamo infatti nel Giudicato ordinamenti e istituti presenti nel passato, quali appunto il Giudice (detto Sufeto dai Fenici e Arconte dai Greci) e i Majorales o maggiorenti, gli anziani della casta aristocratica che costituiscono un Senato, e le Assemblee popolari, con poteri che appaiono non esclusivamente consultivi.
Il Giudicato può così definirsi una organizzazione sociale di tipo patriarcale evolutasi autonomamente e originalmente in Sardegna durante il Medio Evo su fondamenta di istituti e tradizioni del passato.
La comunità, costituita da contadini e pastori e da artigiani, è retta da una aristocrazia, i Majorales, tra i quali uno assume l'alta funzione di Giudice. Periodicamente vengono indette le Assemblee, cui partecipa il popolo e il clero, quando si tratta di prendere decisioni di fondamentale importanza per la collettività.
L'Isola è suddivisa in quattro Giudicati. Una divisione che appare correlata alla presenza di quattro grosse e importanti città-stato: Cagliari e Tharros nel Centro-Sud; Torres e Olbia a Nord. Non esistono città-stato nel mondo barbaricino, nell'area Centro-orientale montuosa, che ha rifiutato modelli come quello greco e fenicio per dar luogo a una organizzazione socio-economica propria di pastori nomadi che resta basata sul villaggio autonomo, federato agli altri villaggi da vincoli etnico-culturali oltre che d'interesse, con propri codici e istituti tramandati di padre in figlio. Ma è evidente che essi, i Barbaricini, con i loro "autonomi" villaggi, convivono con la più ampia organizzazione dei Giudicati che era loro affine e rispettava i valori del loro mondo.
Ogni Giudicato è diviso territorialmente e amministrativamente in Curatorie, cioè a dire distretti, governate da un Curatore (Majorale Curadore). Ogni Curatoria comprende un certo numero di Ville, cioè villaggi, con il loro naturale territorio costituente lo spazio vitale della comunità.
Il Giudicato di Cagliari è diviso in 14 Curatorie; quello di Arborea in 13; quello di Torres in 20 e quello di Gallura in 10. Ogni Curatoria, come detto, comprende un certo numero di Ville, una delle quali è capoluogo di Curatoria, ed è più che un villaggio ciò che resta di una fiorente città-stato del passato o ciò che è diventato sviluppandosi in situazione favorevole.
Il Giudice è il supremo reggitore del Giudicato. Erroneamente viene chiamato "re": giustamente è stato scritto non senza ironia che in Sardegna non sono mai esistiti i "troni". E' certo che nei primi tempi, che possiamo definire "democratici", qualunque Majorale, o cittadino notabile, poteva assumere la carica di Giudice; e che soltanto più tardi, dopo la pesante interferenza Pisana, c'è una tendenza del Giudicato a diventare Signoria, e quindi a fare del Giudice una carica ereditaria. Pare anche certo che la durata della carica di Giudice fosse limitata inizialmente a un anno (come nelle città-stato dove l'Arconte governava per un anno), poi a cinque anni, poi anche a dieci anni e infine a vita.
Il Giudice governa con i Majorales (o Majores) che sono di rango pari al suo. Spesso, anzi, le funzioni del Giudice sono delegate, nell'amministrare e nel giudicare, ad altri Majorales, indicati nei documenti ufficiali come "Frades", fratelli, o Donnikellos, signorotti, (da Donnu, signore, titolo proprio del Giudice).
La moglie del Giudice è detta Donna de Logu, signora del luogo (per Logu si intende il territorio del Giudicato) o anche Donna de Arborea (o de Gallura), dal nome di "quel" Giudicato. La madre del Giudice è invece chiamata Donna Manna, donna grande. Tali titoli onorifici riservati alle donne dell'aristocrazia giudicale, secondo alcuni studiosi con i quali concordo, sarebbero residui di un passato regime matriarcale, riaffiorante con la presenza (in tale sistema patriarcale) di figure femminili di grande rilievo storico, come la Giudichessa Eleonora d'Arborea.
I Majorales o Majores costituiscono, come detto, una sorta di Senato che governa insieme al Giudice, e sono la casta dominante, l'Aristocrazia. Altro ceto, il più numeroso, è quello dei Liverus o Liurus (liberi): contadini, pastori, commercianti artigiani, militari e clero. Quindi vengono i Servi.
A proposito di servaggio, va precisato che negli ordinamenti giudicali non esiste la schiavitù. La persona fisica e giuridica dei cosiddetti Servi non può essere asservita: è totalmente libera; esattamente come lo è quella dei Liverus, dei liberi: il servo può vivere per conto proprio e svolgere il lavoro che più gli è congeniale o che preferisce, può anche ricoprire incarichi di qualche responsabilità all'interno della sua comunità. Tuttavia è asservito nel lavoro, in ciò che egli produce: il reddito, o meglio una parte di questo reddito spetta di diritto al suo padrone. Va aggiunto che egli può comunque riscattare la propria dimensione (esclusivamente economica) di servo, utilizzando del proprio lavoro quella parte di reddito che gli spetta. Gli appartenenti a questa infima categoria sociale sono detti Servus o Servus Culivertus o anche semplicemente Culivertus (termine che possiamo tradurre con l'italiano storico Colliberto = schiavo di condizione sociale compresa tra i servi e l'ultima classe dei liberi; o più precisamente colui che è insieme libero e schiavo).

*** Invasione clericale. Pare che sia stato Barisone I Giudice di Torres a chiamare i Frati Benedettini da Montecassino affinché colonizzassero il suo Giudicato. Pare anche che i Pisani si opponessero alla presenza dei Benedettini nell'Isola, perché il loro ordine simpatizzava per i Genovesi. Il fatto è che dal 1063, dallo sbarco dei frati di Montecassino, per tutto il secolo e oltre, chiamati da Pisani o da Genovesi o motu proprio, approdarono in Sardegna numerosi Ordini religiosi: Vittorini, Vallombrosiani, Camaldolesi, per non dire di quelli sciamati in tempi più recenti, quali i Minori, i Gesuiti, i Salesiani, i quali si sono impadroniti - insieme alla Chiesa di Roma - della miglior parte del territorio dell'Isola.

*** Nel 1164 Barisone I di Arborea si allea con i Genovesi e con il loro appoggio tenta di impadronirsi degli altri Giudicati, facendosi incoronare a Pavia re di Sardegna dall'imperatore Federico Barbarossa. Il disegno fallisce.

*** Nel 1236 nel Giudicato di Torres è al potere una donna, Adelasia, moglie del Giudice di Gallura Ubaldo II. Rimasta vedova, Adelasia sposa Enzo figlio di Federico II di Svevia. Questi assume il titolo di re di Sardegna. Ma il titolo è soltanto nominale e le stesse nozze con Adelasia vengono annullate dal papa nel 1238 perché non è d'accordo con tale manovra.

*** 1257. Fine del Giudicato di Cagliari. Il territorio viene occupato dalle truppe riunite dei Visconti, dei Gherardesca e dei Capraia che se lo spartiscono.

*** 1259. Fine del Giudicato di Torres, rimasto senza eredi legittimi alla morte di Adelasia. Il suo territorio viene occupato dai Doria, dai Malaspina, dagli Spinola e dagli Arborea che se lo spartiscono.

*** 1296. Fine del Giudicato di Gallura, che viene occupato e amministrato in proprio da Pisa.

*** Nel 1323 inizia l'occupazione aragonese dell'Isola con Alfonso di Aragona. L'invasione ha una base giuridica in un atto del 1297, compiuto da Bonifacio VIII, che "dona" tutta la Sardegna, come feudo, a Giacomo II di Aragona.
Come è noto, Bonifacio VIII fu tra i pontefici il più accanito sostenitore del potere temporale, rifacendosi alla vecchia teoria della supremazia dello spirito sulla materia. Bonifacio VIII è il papa che testualmente afferma che egli in quanto padrone di legare e sciogliere in Cielo è di conseguenza padrone di legare e sciogliere in terra. Tale arrogante diritto - come altri pretesi dalla Chiesa di Roma - cerca fondamenta giuridiche addirittura in quei giochi di parole di cui sono pieni i Vangeli. Come quello di Gesù che dice: "Tu sei Pietro e su questa Pietra fonderò la mia Chiesa". Ma il gioco di parole cui si rifà l'ambizioso papa è "Io ti darò le chiavi del Regno dei Cieli... e ciò che tu avrai legato sulla terra sarà legato nel Cielo".
Se si tien conto che in tempi evangelici la chiave di una casa consisteva in una rudimentale zeppa di legno, che si portava "legata" alla cintola con una correggia, si capirà l'ironia di Voltaire quando scrive che "la potenza dei papi sembrerebbe fondata su dei calembour".
I 150 anni (1323 - 1492) di dominazione aragonese costituiscono un processo involutivo per la società sarda, che passa dal sistema dei Giudicati alla grettezza e all'oscurantismo del Medio Evo. Il possesso del feudo sardo, "donazione" papale agli Aragonesi, non è per altro pacifico. Solo per mettervi piede, sono occorsi agli invasori circa 30 anni. Per consolidare il loro potere, gli Aragonesi usano ogni mezzo: oltre la violenza delle armi, le stragi e i saccheggi, la distribuzione di cariche, onorificenze, privilegi e terre ai signorotti che si sottomettono, fino all'insediamento di nuclei catalani e aragonesi che nell'Isola avrebbero costituito l'elemento fedele, stabilizzante. La burocrazia, una miriade di funzionari regi che in pratica governano dissanguando le popolazioni, è totalmente costituita da sudditi degli stati della Corona: catalani, valenzani, aragonesi, maiorchini.
E' stato scritto: "Il quadro che si ricava dalle fonti del tempo è disastroso. Guerre, rappresaglie, imboscate e razzie, deportazioni e devastazioni, epidemie e carestie si susseguono incessantemente fino a tutto il primo quarto del secolo XV. Uno stato continuo di allarme incombeva sui villaggi e sulle campagne. Bande di Sardi davano la caccia agli Aragonesi, schiere di Aragonesi penetravano nei villaggi indifesi, catturavano uomini, donne e bambini e li trasferivano, in stato di schiavitù, nella Spagna. Le popolazioni delle campagne, esposte ad ogni pericolo, abbandonavano le case e si rifugiavano sulle montagne. Miseria e spopolamento prendevano piede dappertutto. Venticinque anni dopo la presa di possesso dell'Isola da parte degli Aragonesi, nella sola regione del Capo di Sopra, la prima a ribellarsi, si contavano già 40 villaggi abbandonati e distrutti. Centocinquant'anni dopo, allo spirare della Signoria, la popolazione dell'Isola era scesa all'incredibile cifra di 160.000 abitanti".

*** I Sardi si oppongono al dominio aragonese. Nel 1354 inizia la lunga guerra contro gli Aragonesi condotta prima da Mariano IV, poi da Ugone III e infine da Eleonora, Giudici di Arborea.

*** Eleonora d'Arborea promulga nel 1392 la "Carta de Logu". Trattasi di un codice, o testo legislativo, che si occupa prevalentemente di agricoltura, allevamento, caccia, scritto in lingua sarda campidanese. La "Carta" si articola in centonovantotto capitoli, con una "introduzione" che si riporta nell'ultimo capoverso.
"Sa Carta de Logu", sa quali cun grandissimu provvidimentu fudi fatta peri sa bona memoria de Juyghi Mariani Padri nostru, in qua direttu Juyghi de Arbarèe, non essendo corretta per ispacciu de seighi annos passados, como per multas variedadis de tempus bisognando de necessidadi corrigerla, ed emendari, considerando sa variedadi, e mutacioni dessos tempos, chi suntu istados seghidos posca, ed issa condicioni dessos hominis, chi est istada dae tanto inoghi multu permutada, e plus pro chi ciascunu est plus inchinevili assu mali fagheri, chi non assu beni dessa Republica Sardista, cun delliberadu consigiu illa corrigimus, e faghimus, e mutamus dae beni in megiu, e cumandamus, chi si deppiat osservari integramenti dae sa Santa Die innantis peri su modu infrascrittu, ciò est."
(La Carta de Logu, che con grandissimo provvedimento fu fatta dalla buona memoria del Giudice Mariano Padre nostro, come legittimo Giudice di Arborea, non essendo stata aggiornata nell'arco di oltre sedici anni, ora per molte cause temporali avendo necessità di essere corretta ed emendata, considerando la varietà e il mutamento dei tempi, che da allora si sono susseguiti, e la condizione degli uomini che si è di molto modificata da allora in qua, e in più essendo ciascuno più incline a fare il male che non il bene della Repubblica Sarda, con deliberato consilio la correggiamo, e facciamo, e mutiamo da bene in meglio, e comandiamo che si debba osservare integralmente dal Santo Giorno (della Pasqua del 1395 - ndr) innanzi nel modo infrascritto. Cioè.) - Seguono i capitoli.

*** Nel 1410 ha fine anche il Giudicato di Arborea, che viene trasformato in Marchesato di Oristano.

*** Nel 1470 Leonardo Alagón, discendente degli Arborea, organizza una nuova rivolta contro gli Aragonesi. Dopo circa otto anni di lotta viene sconfitto nella battaglia di Macomer e il Marchesato di Oristano viene incamerato dalla Corona.

*** Nel 1469 con il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona si ha la fusione in Spagna dei due regni. Dieci anni dopo, nel 1479 ha inizio la dominazione spagnola della Sardegna.
Gli Spagnoli proseguono perfezionandola la linea di asservimento dell'Isola già portata avanti dagli Aragonesi. Si impadroniscono di ogni impresa produttiva esautorandone gli indigeni; il commercio diventa prerogativa dei cittadini di Barcellona, Valenza, Palma di Maiorca; contadini e pastori sono vessati da tasse e balzelli che li riduce alla fame. Tutto il raccolto deve essere versato all'ammasso tranne lo stretto necessario per la sopravvivenza della famiglia e per la semina.
Si diffondono epidemie di peste e di colera - a parte la malaria che miete periodicamente numerose vittime. Catastrofica la peste di colera del 1680 che falciò 84.000 abitanti su una popolazione di 337.000.
A queste pesti si aggiunge la piaga dell'usura, diventata un sistema di credito, praticata soprattutto dal clero che in tale attività ha soppiantato gli ebrei (invisi ai cattolicissimi regnanti di Spagna, che li cacceranno dall'Isola nel 1492).
La stessa nobiltà sarda viene estromessa dalle cariche elettive e dai posti di potere, sostituita dalla nobiltà spagnola - quando non eliminata in complotti e agguati come accade per il Marchese di Làconi, don Antonio di Castelvì, assassinato da scherani del viceré. I nobili sardi a loro volta ordiscono un attentato al viceré, don Emanuele de los Cobos, Marchese di Camarassa, uccidendolo per rappresaglia. Ma la risposta degli Spagnoli è dura: il Marchese di Cea viene decapitato; i Marchesi di Albis e di Monteleone imprigionati; l'arcivescovo di Cagliari e il Vescovo di Alés esiliati. Non solo. Appena insediato, il nuovo viceré, il Duca di San Germano, organizza una imboscata e fa uccidere altri tre nobili sardi, ai quali vengono mozzate le teste e poi esposte per lungo tempo nella Torre dell'Elefante del Castello di Cagliari, residenza dei nobili di Spagna.
Il dominio spagnolo tenta di introdurre in Sardegna il Tribunale della Santa Inquisizione. La sua attività fu quasi nulla, se si eccettua il processo intentato dagli Inquisitori a Sigismondo Arquer, accusato di eresia luterana e condannato al rogo nel 1571, e il processo in contumacia al medico dell'Iglesiente Nicolò Gallo e fratelli, anche essi accusati di eresia, stavolta calvinista, i quali protetti dalla popolazione possono mettersi in salvo. Stanziatasi a Sassari, in un famigerato castello di cui oggi non esiste neppure traccia, smantellato a furor di popolo, la Santa Inquisizione è del tutto assente nelle Barbagie. Il fenomeno può spiegarsi con il fatto che i Tribunali della Santa Inquisizione (come certi attuali tribunali) si fondano sulla delazione, che è elemento totalmente estraneo nella cultura di un popolo "resistente" alla penetrazione coloniale; che trova la sua forza di lotta, di conservazione della propria identità, in una rigida coesione comunitaria - dove non può esserci spazio per il delatore, elemento disgregatore dell'equilibrio vitale, che quando vi sia va estirpato: il codice barbaricino prevede e attua atroci pene per colui che tradisce la propria gente.

*** Nel 1527, la Francia, potenza rivale della Spagna, sbarca nelle coste settentrionali dell'Isola, occupando Sassari. L'anno dopo, gli abitanti della città cacciano i Francesi (1528).

*** Dalla seconda metà del secolo XV, durante la dominazione spagnola, riprendono le scorrerie dei pirati mussulmani. Protetti e incentivati dai bey delle città fortificate di Tunisi e Algeri, dotati di numerosi e agili velieri, i pirati barbareschi danno luogo a saccheggi e razzie. Vengono presi di mira anche i grossi centri prospicienti al mare, come Quartu, presso Cagliari, Cabras, presso Oristano, e Sant'Antioco, nell'isola omonima. In effetti tali atti di pirateria sono da considerarsi rappresaglie contro la Spagna - le cui truppe non sono da meno in fatto di ferocia, nel massacrare e razziare nei territori popolati dagli "infedeli", e perfino nei territori soggetti alla Corona, gli stessi "fedeli".

*** Nel 1535 l'imperatore Carlo V prepara una spedizione punitiva contro Tunisi. La Grande Armada salpa da Cagliari nello stesso anno. L'obiettivo è quello di distruggere la potente flotta del famoso corsaro barbaresco Kair El Din, detto il Barbarossa. Il suo luogotenente e comandante in capo è un sardo, ex schiavo, ribattezzato dai mussulmani con il nome di Hazan Haga, detto Hazan Bey.
La flotta del Barbarossa, rifugiata nel golfo di Tunisi, viene cinta d'assedio insieme alla città. Dopo aspra battaglia la flotta di Kair El Din e la città di Tunisi vengono distrutte. Passati a fil di spada gli infedeli, vengono liberati ventimila schiavi cristiani.

*** Nel 1541, sull'onda del precedente successo, Carlo V prepara una seconda spedizione contro i Barbareschi dell'Africa Settentrionale. Dopo aver fatto sosta nella catalana e cattolicissima Alghero, la Grande Armada punta stavolta verso Algeri - nido di vipere piratesche, difeso dal sardo convertito al culto di Allah Hazan Haga, detto Bey.
Le cronache dicono che l'imperatore spagnolo richiama Haza Haga ai suoi doveri di suddito della Spagna cattolica in quanto sardo, promettendogli onori e ricchezze ancora maggiori di quelle ricevute per le sue capacità e il suo valore dai Mussulmani - naturalmente se si fosse arreso e fosse passato dalla parte dei Cattolici.
La seconda spedizione fallisce miseramente, anche per le avverse condizioni atmosferiche. La Grande Armada viene decimata dai reiterati attacchi dei Mussulmani capeggiati da Hazan Haga - una sorta di nemesi storica nei confronti degli Spagnoli invasori della terra sarda. Egli si mostra un vincitore magnanimo, concedendo salva la vita ai numerosi prigionieri spagnoli. I quali, con il resto dei loro navigli, nel fare rientro in patria, sostano in Sardegna, trattenendosi in colonia per lungo tempo a carico della popolazione, che deve sobbarcarsi l'onere di nutrirli, in una situazione di perenne fame e carestie.

*** Nel 1637 i Francesi ci riprovano. Con una flotta sbarcano nel Golfo di Oristano. Gli abitanti respingono gli invasori.

*** Nell'Anno del Signore 1660, il re cattolico di Spagna Filippo IV, è inguaiato fino al collo nella guerra di Catalogna. C'est l'argent qui fait la guerre. Filippo IV non ha il becco di un quattrino. Chiede allora un forte prestito al banchiere genovese Gerolamo Vivaldi, e l'ottiene. A garanzia del mutuo, il monarca cede al banchiere i diritti esclusivi di pesca negli stagni di Cabras, che appartengono alla Corona. Si tratta delle lagune tra le più vaste e pescose d'Europa.
Quasi duecento anni dopo, nel 1853, gli eredi del Vivaldi, cedono il "pegno" a un certo don Salvatore Carta, notabile di Oristano. I suoi eredi detengono fino al 1980 circa tale privilegio feudale diventato "proprietà". Le strutture socio-economiche degli stagni sono rimaste immutate per secoli.

*** 1708. E' inveterata abitudine delle potenze farsi guerra tra loro in casa d'altri - vedi Genova e Pisa in Sardegna, per non dire di Roma e Cartagine. Scoppia la guerra tra Spagna e Austria per la successione al trono spagnolo. Nel 1708, gli Austriaci con l'appoggio della flotta inglese, sbarcano a Cagliari e occupano la Sardegna. Carlo d'Austria nomina il Conte Sifuentes viceré dell'Isola.

*** Nel 1713 il Trattato di Utrecht sancisce il diritto dell'Austria al possedimento della Sardegna.

*** Dopo un tentativo di restaurazione spagnola nell'Isola, nel 1718 il Trattato di Londra attribuisce la Sardegna all'intraprendente Vittorio Amedeo II di Savoia.

*** L'occupazione effettiva dell'Isola da parte dei Savoia inizia nel 1720. Il monarca sabaudo deve sottostare a una clausola del Trattato di Londra, imposto dagli Spagnoli, per la quale devono essere conservati nell'Isola gli ordinamenti e i privilegi feudali. Solo a queste condizioni infatti la nobiltà spagnolesca e sarda e il clero accettano la dominazione dei Sabaudi.
Ha inizio una lunga e cruenta campagna contro il brigantaggio. L'intento dei Sabaudi - che dicono di voler pacificare e ordinare il loro feudo - è quello di stroncare ogni autonomia, di soffocare ogni anelito di libertà prima di sottoporre l'Isola a una serie graduata di false riforme, attuate con editti che aboliscono e criminalizzano antichi istituti economici e sociali autoctoni (senza toccare, fino al momento storico favorevole, i privilegi degli ordinamenti feudali), per instaurare un sistema di rapina e di sfruttamento "razionale" mai prima di allora concepibile.

*** Nel 1735 si svolge la prima campagna dei Sabaudi contro il brigantaggio. La violenza si dispiega indiscriminatamente sui contadini, sui pastori e sulle popolazioni inermi. Successive campagne si hanno dal 1747 al 1751 fino al 1770. Queste ultime sono concertate e condotte dal ministro Bogino. In tutti i paesi le forche sono perennemente erette, e i cadaveri dei giustiziati vengono smembrati e bruciati. Ancora oggi, il nome Bogino è in lingua sarda sinonimo di boia.

*** Nel 1737 gli abitanti di Tabarca (Tunisia), colonia di Genovesi, fatti schiavi dal Bey di Tunisi, vengono riscattati in cambio di schiavi mussulmani da Carlo Emanuele III re di Sardegna, il quale concede loro di insediarsi nell'isola di San Pietro, dove fondano il villaggio fortificato di Carloforte.

*** Nel 1780 scoppiano tumulti a Sassari contro il dominio arrogante dei Piemontesi.

*** Nel 1793 l'ammiraglio francese Troguet tenta l'invasione della Sardegna. Cannoneggia Cagliari e sbarca un contingente di truppa che si attesta nel litorale di Quartu. L'iniziativa militare francese fallisce, nonostante serpeggi in Sardegna la rivolta popolare contro i Piemontesi, non tanto per l'ostilità degli abitanti quanto per l'incapacità dell'ammiraglio.

*** Nel 1793 scoppiano in tutta l'Isola i moti popolari contro l'oppressione feudale e la prepotenza dei Piemontesi.

*** Il 28 e 29 aprile del 1794 Cagliari insorge e caccia i Piemontesi dalla città. Il 30 dello stesso mese, gli oltre 500 funzionari piemontesi, con il viceré in testa, sono costretti tra le grida ostili del popolo a imbarcarsi su tre navi alla fonda nel golfo. Per la magnanimità dei Sardi, i Piemontesi hanno potuto caricare sulle loro navi i loro voluminosi bagagli. Vincenzo Sulis è a capo della milizia popolare che ha dato un valido contributo alla vittoriosa rivolta.

*** Nel 1795 scoppiano i moti antifeudali nel Logudoro, capeggiati dal giudice Giovanni Maria Angioy - nato a Bono nel 1761 e morto in esilio a Parigi nel 1808.
La rivolta antifeudale si sviluppa principalmente nella regione logudorese, ma investe tutta la Sardegna. Da Sassari, Giommaria Angioy muove con il suo esercito di popolani, soprattutto pastori, verso Cagliari. Fa sosta a Macomer accolto favorevolmente dalla popolazione, quindi prosegue fino a Santulussurgiu, dove conta numerosi seguaci, e qui rinforza le fila del suo esercito. Punta quindi su Oristano e la occupa il 2 giugno. Incerto sul concertato aiuto del governo rivoluzionario francese (che intanto ha raggiunto un accordo con i Piemontesi), rinuncia a marciare su Cagliari. Tale rinuncia è un grave errore: Cagliari è pronta ad accoglierlo, la popolazione è in fermento, la città sarebbe caduta nelle mani dei rivoluzionari angioini senza colpo ferire. Si ritira da Oristano, risale in Gallura e rientra a Sassari - dando così modo alla reazione - feudatari e Piemontesi - di riorganizzarsi e costituire un forte esercito. Per non cadere nelle mani della reazione, ripara a Porto Torres dove, il 16 dello stesso mese, insieme ad altri rivoluzionari compromessi, si imbarca per Ajàccio, in Corsica. Da qui andrà in Francia, dove morirà a Parigi nel 1808.

*** Se i capi-popolo del movimento rivoluzionario antifeudale poterono imbarcarsi e mettersi in salvo, non fu così per il popolo che dovette subire le feroci rappresaglie dei feudatari e dei Piemontesi.
Dal 1796 al 1812 i moti antifeudali - che proseguono spontaneamente nei villaggi e nelle campagne - vengono repressi con inaudita violenza. Anche gli esponenti di secondo piano della rivolta angioiana che non sono riusciti ad espatriare vengono massacrati dalla sbirraglia piemontese capitanata dal giudice Valentino.
Bono, il paese che ha dato i natali ad Angioy, per rappresaglia viene cannoneggiata e saccheggiata. I pochi abitanti rimasti vengono trucidati. Siamo nel 14 luglio 1796.
A Sassari, nel 1802, vengono arrestati e pubblicamente torturati e giustiziati tre patrioti: Martinetti, Battino e Frau. Gli ultimi due, pastori, dopo il "trattamento" riservato loro a Sassari, verranno condotti con le ossa fratturate ad Aggius, paese della Gallura dove più viva si è accesa la rivolta, e impiccati nella piazza.
L'ultimo bagno di sangue giacobino è del 1812, a seguito dei moti capeggiati da professori, avvocati e magistrati.

*** Il 3 marzo del 1799 Vittorio Emanuele I scappa con la sua corte da Torino, a seguito della invasione francese, e si rifugia in Sardegna. A Cagliari, il Viceré, il clero e la nobiltà in orgasmo si prodigano per rendere al sovrano l'esilio il più possibile confortevole. Il re - essi dicono al popolo - è arrivato con la sola camicia (evidentemente i Francesi non sono magnanimi quanto i Sardi), per non cadere nelle mani demoniache dei giacobini. Contadini, pastori e artigiani sardi devono perciò provvedere essi con il loro lavoro a "mantenere" dignitosamente il loro sovrano.

*** Per ospitare il re in esilio, nello stesso anno 1799, vengono stabiliti oneri fiscali supplementari a una popolazione già ridotta in estrema miseria. Gli obblighi fiscali verso la Corona che già si aggirano sulle 218.000 lire sarde salgono, con le nuove imposte "straordinarie" di altre 109.350 lire. Poco dopo con un altro giro di vite le "straordinarie" raggiungono la cifra di lire 240.000; e come d'uso governativo tali imposte finiranno per diventare "ordinarie".
Intanto la regina Maria Teresa, consorte in esilio di Vittorio Emanuele I, si fa cesellare dagli orafi un orinale d'argento massiccio sul cui fondo a sbalzo è effigiato Bonaparte, "il grande nemico".

*** Il 6 ottobre 1820 i Sabaudi emanano l'Editto delle Chiudende, il primo di una serie che verranno emanati nel 1824 -1830 e 1831. Di fatto tali Editti aboliscono l'uso comunitario della terra, diffuso in tutta l'Isola, e istituiscono la "proprietà perfetta" borghese. Saranno causa, per lunghi anni, di sanguinose rivolte popolari, sedate con la violenza delle armi.
La risposta popolare agli Editti che aboliscono l'uso comunistico della terra non si fa attendere. Specie nelle zone dell'interno la reazione dei pastori è violenta. Numerosi paesi delle Barbagie insorgono. Di giorno i neo-proprietari, protetti dall'esercito piemontese, delimitano e recingono; di notte, pastori e contadini abbattono e devastano le recinzioni. La guerriglia si protrae per circa dieci anni.

*** Nel 1821 ha inizio il regno di Carlo Felice, il quale appena salito al trono condanna a morte 97 oppositori politici sardi. Segue una feroce e capillare epurazione nei quadri della burocrazia, esercito e amministrazione e Università. Il monarca non nasconde il suo odio viscerale per la cultura (in colonia). Egli afferma che "solo chi non sa leggere né scrivere può essere fedele al re".

*** 1836 - 1839: abolizione del feudalesimo. I feudi appartenenti alla nobiltà e al clero prevalentemente spagnoli occupano oltre la metà della superficie della Sardegna. Si capisce così come l'ingorda borghesia piemontese, nata in ritardo rispetto alle sue consorelle europee, e bisognosa di mangiare al doppio per mettersi alla pari, miri con il suo "riformismo" a sostituirsi al vecchio padrone nella proprietà e sfruttamento di quelle terre. Già nel 1831 Carlo Alberto aveva prospettato una normativa di riscatto dei feudi, pagando ai nobili una rendita perpetua. Questi non accettano e minacciano di ricorrere all'Austria che, nel Trattato di Londra, ha garantito alla Spagna, lo status quo nell'Isola. Cogliendo ora il momento storico-politico favorevole, i Sabaudi aggirano l'ostacolo e nel 1836 dichiarano soppresse le giurisdizioni feudali, esautorando in pratica i feudatari dal potere. Quindi incentivano la cessione dei feudi con offerte vantaggiosissime: tanto chi paga è il popolo. La cifra del riscatto risulta essere nella maggior parte dei casi il triplo del valore effettivo del feudo espropriato. Il popolo farà la fame per tutto il secolo per pagare con il proprio lavoro un mercimonio, gabellato dagli storici come riforma liberale contro l'oscurantismo feudale.

*** 1837. Prima visita di Carlo Alberto in Sardegna. Sbarca nell'isola di Tavolara in tenuta di caccia, armato di cesellato archibugio. Per ritemprarsi dei suoi ponderosi dubbi, il "re tentenna" viene qui a caccia delle favolose capre dai denti d'oro e dalle corna enormi. E' ospite di Giuseppe Bartoleoni, il maddalenino che ha acquisito la rupe proclamandosene re.

*** Nel 1839 vengono emanate alcune disposizioni di legge che limitano i Diritti di Ademprivio, cioè il diritto per le comunità di legnatico, fonte, pascolo, raccolta dei frutti pendenti e di coltivazione sulle terre del saltus.
Tali disposizioni restano lettera morta per le violentissime reazioni delle popolazioni.

*** 1842. Seconda visita di Carlo Alberto in Sardegna. Stavolta si reca a Tharros, necropoli punica nei pressi del golfo di Oristano, che nasconde nelle sue tombe puniche e romane ingenti tesori. Organizza, presenziando, una serie di scavi che fruttano manufatti romani (vasi in vetro, terrecotte e monete) e punici (monili d'oro, d'argento e scarabei lavorati in pietre preziose). Questi tesori rapinati ai Sardi sono immessi in gran parte nella collezione privata dei Savoia e in parte finiscono per ornare le puttane di Corte.
Restando in tema di "nobili" sciacalli, ricordiamo nel 1838 la depredazione compiuta sempre a Tharros dal Marchese Scotti, aiutante di campo del Viceré sabaudo e dal gesuita Perotti ("tre carri colmi", testimonia uno storico del periodo); e sempre a Tharros, nello stesso anno, la rapina compiuta dallo scrittore moralista Honoré de Balzac. E ancora, nel 1851 la più scientifica rapina attuata da un gentleman inglese, Lord Vernon, il quale - meno male - cede l'ingente bottino al British Museum, dove si trova tutt'ora.

*** Sono del 1847 i dati relativi ai danni inferti alla economia agricola dagli Editti delle Chiudende. Negli anni precedenti, dal 1790 al 1805 la produzione di grano oscilla da 1.192.103 a 1.793.894 starelli (pari a circa 40 Kg l'uno); mentre successivamente scende da 1.074.597 fino a 530.111 starelli. La produzione dell'orzo scende da 588.708 starelli del 1790 fino ai 170.970 starelli del 1847. Il patrimonio ovino risulta dimezzato.

*** L'anno 1847 segna la fine del Regno di Sardegna. Il 29 novembre una rappresentanza dei tre Bracci del Parlamento Sardo - residuo mummificato di una istituzione aragonese - si reca a Torino da Carlo Alberto per chiedergli "umilmente" la formale fusione dell'Isola agli altri stati sabaudi di terraferma. Nell'annuale discorso della Corona il re dirà che "la Sardegna, gettato il funesto retaggio di antichi privilegi, volle essere unita con più stretti vincoli alla terraferma, e fu accolta dalle altre Province come diletta sorella".
A Cagliari e in altre città dell'Isola la borghesia indigena e l'alto clero orchestrano manifestazioni di giubilo unificatorio, con l'immancabile partecipazione di studenti. La speranza della borghesia indigena è di poter modernizzare con la fusione le strutture produttive; ma sarà la borghesia capitalista piemontese a gestire in proprio il processo di ammodernamento coloniale, di scientifico sfruttamento delle risorse e del lavoro dell'Isola.
La "fusione" non getterà dunque "il funesto retaggio di antichi privilegi" ma li perpetuerà e ne aggiungerà di nuovi.

*** 1847. In questo stesso anno, in Sardegna, le spese militari salgono raggiungendo i 200 milioni di lire; contro i 100 milioni scarsi che si spendono per l'amministrazione civile. Già da allora l'Isola assume il ruolo di "area di servizi militari".

*** Il 7 maggio del 1848, circa due mesi dopo l'inizio della prima guerra di indipendenza contro l'Austria per la conquista della Lombardia, Carlo Alberto, necessitando di carne da cannone, emette un decreto di emergenza, tentando di imporre ai Sardi appena "fusi" la coscrizione obbligatoria "per il reclutamento di effettivi in numero pari alla metà di quelli forniti dagli altri stati di terraferma".
Il provvedimento non troverà applicazione a causa delle gravi tensioni sociali esistenti nell'Isola.
Vista l'indifferenza dei Sardi verso quella guerra di "liberazione", l'Intendente Generale Derossi di Santarosa prepara un progetto per "l'arruolamento dei banditi, reclusi e contumaci, di cui l'Isola ha sovrabbondanza". Il progetto viene accolto dalla Grande Cancelleria di S.M. che nomina una Commissione composta da Intendenti Provinciali con l'incarico di formulare un Progetto di Legge sulla materia. Il Progetto di Legge viene partorito con gestazione accelerata, ma il Parlamento lo insabbia. Al governo ci si è resi conto che "far militare sotto la stessa onorata Bandiera onesti cittadini e galeotti, poteva riuscirne scapito al lustro e al decoro della Milizia... e sarebbe stato anche all'estero pretesto di censura".

*** Il 15 aprile del 1851, con Legge n. 1192, vengono aboliti i tributi feudali che gravano sui terreni e viene istituita l'Imposta unica Fondiaria. Una sola imposta ma molto più pesante di tutte le precedenti messe insieme.
Il 5 giugno dello stesso anno si stabiliscono le norme relative alle operazioni geometriche ed estimative per la formazione del Catasto nell'Isola.

*** Il 9 novembre 1860 Giuseppe Garibaldi viene esiliato a Caprera, dopo la spedizione dei Mille e l'annessione del Regno delle due Sicìlie al Piemonte.

*** Nel 1865 vengono aboliti i Diritti di Ademprivio (già limitati nel 1839 con relative disposizioni). L'abolizione degli Ademprivi nasce anche da oscuri motivi di interesse (cui pare non fosse estraneo il Conte di Cavour e il suo intraprendente parentado) e si articola in una serie di manovre che culminano con il passaggio dei terreni ex ademprivili (circa 500.000 ettari sui quali le popolazioni esercitavano "l'uso barbarico" di goderne liberatamente i frutti) nelle rapaci mani della borghesia e in quelle di compagnie e società straniere, e darà luogo a rivolte popolari, specie nelle Barbagie e nella Baronia, protrattesi per anni e represse in un mare di sangue.

*** Nel 1868 scoppiano i Moti di Su Connotu. Su Connotu, cioè il conosciuto, indica la tradizione, l'uso comune, le leggi che regolano la vita della comunità. I Moti di Su Connotu scoppiano a Nuoro il 26 aprile come protesta contro la rapina della terra effettuata dalla borghesia compradora e piemontese. I moti si estendono a tutta l'Isola, e come di norma vengono ferocemente stroncati con l'assassinio e le galere.

*** Il 2 giugno 1882 muore a Caprera Giuseppe Garibaldi, un amico dei Sardi. Uno dei pochi che non è venuto in Sardegna a rubare o a uccidere.

*** 1885. Si assiste al rapido declino delle tonnare, a causa dell'inquinamento del mare prodotto dagli scarichi delle laverie delle miniere di zinco e piombo sfruttate da compagnie prevalentemente straniere.
Nel decennio che precede il 1885 la produzione annua raggiunge nella sola tonnara di Porto Paglia circa 40.000 tonni; mentre nel decennio successivo la produzione annua scende a circa 17.000 tonni. Con il passare degli anni si registra una ulteriore diminuzione fino alla totale scomparsa dei tonni da quelle coste.

*** Clamoroso fallimento del Credito Agricolo Industriale Sardo. Il 25 giugno del 1887 viene emessa la sentenza di fallimento del più importante istituto di credito operante nell'Isola, fondato appena 14 anni prima. Per i contadini e i pastori, che vendevano i prodotti del loro lavoro agli ammassi e ai caseifici, era fatto obbligo di versare i loro risparmi nelle casse del Credito. Il fallimento fu un duro colpo per l'economia delle comunità. Numerose famiglie di contadini e di allevatori furono ridotti alla fame e per sopravvivere dovettero vendere agli usurai i loro averi.

*** Alla fine del secolo XIX e più marcatamente nell'ultimo decennio, le condizioni della Sardegna sono a dir poco tragiche. Oppressione e sfruttamento, fame pestilenze e abbandono sono il risultato di quasi duecento anni di civilizzazione e riformismo coloniale dei Sabaudi.
La gente è costretta a mendicare un tozzo di pane muffito davanti alle porte delle carceri e dei conventi. Il pane dei contadini e dei pastori - un pane confezionato per antica tradizione con semola di grano duro che era stato quanto di più elaborato e celebrato tra i paesi dell'area mediterranea - risulta ora composto prevalentemente impastato con farina di ghianda e argilla. La casa non è più la risultante evolutiva di quella meraviglia architettonica espressa dalla Civiltà dei Nuraghi, ma è una baracca di fango e di paglia con il pavimento di terra battuta, dal tetto di canne o di frasche, fragile riparo alle intemperie.
Le riforme sabaude hanno desertificato l'Isola. I boschi sono stati falciati per venderne il legname o sono stati bruciati per ricavarne carbone e potassa - con il pretesto di snidare i banditi. La rapina delle risorse naturali è totale. Disumano è lo sfruttamento cui sono assoggettati gli indigeni, nelle campagne e nelle miniere. Per finire, l'organizzazione fiscale rastrella ciò che resta fino all'ultimo centesimo.
In questa situazione di miseria e di degradazione serpeggia la ribellione. Centinaia di latitanti vivono alla macchia, sui monti. Nessun esattore dei Sabaudi riesce più a raggiungere il villaggio dove intimare un sequestro per mancato pagamento di imposta: una scarica di rudimentale archibugio fulmina l'esattore lungo il viottolo di campagna.

*** E' del 1894 l'ultima bardana. Il 13 novembre una banda armata di cavalieri (forse 50 forse anche 100) punta su Tortolì, cittadina sul golfo di Orosei. Vengono assaliti e rapinati l'ufficio postale e alcune case di possidenti. I carabinieri si asserragliano in caserma e non osano uscire per contrastare la grassazione.
La bardana di Tortolì diventa uno dei pretesti per una vasta azione militare di repressione che lo stato italiano condurrà contro i banditi e le popolazioni barbaricine che li sostengono. Gli anni dal 1894 al 1899 sono passati alla storia come "gli anni del terrore".

*** 1899. Un corpo di spedizione coloniale sbarca in Sardegna e mette a ferro e a fuoco le Barbagie. Fra gli ufficiali, vi è il tenente Giulio Bechi, del 67° Reggimento di Fanteria, il quale descrive la campagna militare nel suo diario che viene pubblicato con il titolo "Caccia grossa".
Si hanno vere e proprie battaglie campali tra l'esercito e i latitanti fiancheggiati dalle popolazioni. Come quella del Morgogliai, con centinaia di morti - nessuno, è stato scritto, si prese la briga di contare quanti fossero i pastori trucidati.
La caccia all'uomo è implacabile, ma l'esercito non riesce a fiaccare la resistenza dei ribelli, inferiori per numero e malamente armati.
Lo stato maggiore della repressione ricorre allora al terrorismo, al ricatto, alla tortura. Vengono arrestati e seviziati parenti, anche vecchi donne bambini, per indurre i latitanti alla resa. Tutti i beni, armenti e perfino animali da cortile, vengono sequestrati, portati via e venduti.
In questo scorcio di fine secolo, lo stato italiano ha commesso nei confronti del popolo sardo atti vergognosi di ribalderia coloniale che non devono essere dimenticati.
Agli arresti, ai sequestri, alle razzie, ai ricatti, alle stragi, seguono i cosiddetti provvedimenti speciali di polizia: navi cariche di prigionieri lasciano l'Isola verso le galere del continente. E' di quei giorni la lamentazione popolare: "Sos bentos de levante / in sa marina frisca / sunt carrigande s'oro... / ... / Sas carreras sunt tristas / como non est prus Nugoro / ca mancant sos zigantes." (I venti di levante / nella fresca marina / si portan via l'oro... / ... / Le contrade son tristi / Nuoro non è più lei / ora che mancano i suoi giganti.)
Proprio in quegli anni, nel 1897, il governo italiano vara una serie di "leggi speciali" con l'ipocrito proposito di migliorare "le tristi condizioni economiche dell'Isola". In sardo si dice "Appizzus de is corrus, cincu soddus!" (Oltre le corna, la beffa!).

*** Il 29 luglio del 1900 viene giustiziato a Monza Umberto I, il "re buono". Tanto buono che i sentimenti degli scampati dei massacri in Sardegna eseguiti da Giovanni Nepomuceno Cassis, si sono uniti a quelli degli scampati del massacro a Milano eseguito da Bava Becaris, lo hanno raggiunto per mano di un umile popolano, Gaetano Bresci.

*** Il 4 settembre del 1904 la "strage di Buggerru". I minatori di Buggerru scioperano per ottenere condizioni di vita più umane. Tra l'altro chiedono che l'amministrazione contribuisca a pagare l'olio per l'illuminazione delle gallerie. L'esercito chiamato dai padroni per stroncare lo sciopero spara sulla folla, uccidendo quattro lavoratori e ferendone numerosi altri.

*** Nel mese di maggio del 1906 scoppiano tumulti in tutta l'Isola per l'insostenibile situazione economica, con i prezzi che rincarano di giorno in giorno. A Cagliari si muovono per prime le donne che lavorano nella manifattura tabacchi. La folla tumultuante assale il municipio e saccheggia negozi e magazzini di viveri.

*** Dal 1906 al 1911 si svolge l'inchiesta parlamentare presieduta da Parpaglia sulle condizioni di vita nelle miniere sarde. Ne viene fuori un quadro tragico che a stento la commissione parlamentare riesce a mascherare. Non esistono contratti di lavoro; le cantine (spacci padronali) rapinano i già magri salari; i cottimi sono truccati; non esistono normative e impianti di sicurezza; sono altissimi i dati sugli infortuni spesso mortali; non esistono normative né istituti previdenziali e assistenziali; sono diffusissime le malattie professionali, specie la silicosi; è diffuso lo sfruttamento del lavoro delle donne (salario di una lira al giorno, la metà del salario dell'uomo) e del fanciullo (pagato mezza lira).

*** Nel 1915 i Sardi sono chiamati a raccolta per la prima carneficina mondiale. Si fa leva sulla fame, sul bisogno materiale - oltre che sulla carica aggressiva dello sfruttato. Si promettono ai buoni combattenti paghe alte, sussidi e buoni alimentari ai familiari. Si promette a guerra finita lavoro stabile agli operai, la terra ai contadini e pascoli ai pastori. Nella povera gente nasce così l'illusione che la guerra sia un male necessario da patire, in cambio di un domani migliore.

*** Sul finire della prima carneficina mondiale, nel 1918 scoppia la peste volgarmente detta "la spagnola" che imperversa fino al 1920 mietendo nell'Isola migliaia e migliaia di vittime. Le testimonianze danno un quadro allucinante dell'ecatombe: famiglie intere falciate dal terribile morbo; un via vai di carri che trasportano i cadaveri per essere sepolti in fosse comuni; la disperazione delle povere popolazioni senza alcuna difesa sanitaria se non quella di bere vino e pregare.

*** Nel 1919 rientrano i reduci. Pochi rispetto a quanti ne sono partiti. Niente di quanto è stato loro promesso per andare a combattere viene mantenuto. La situazione che trovano è ancora peggiore di quella che hanno lasciato partendo. Capeggiate dai reduci scoppiano rivolte popolari. A Cabras viene assaltato il Municipio, quindi saccheggiati e incendiati i negozi di alimentari e i magazzini dei ricchi. Viene mandato l'esercito per sedare la rivolta. Gli arrestati nella sola Cabras sono trecento - di cui numerose donne.

*** Nel 1920, l'11 maggio, l'eccidio di Iglesias. I carabinieri sparano sui minatori della società Monteponi scesi in sciopero. I morti sono sette, numerosi i feriti.

*** Nello stesso anno 1920 nasce il Partito Sardo d'Azione. Alle sue origini, attinge al combattentismo, utilizzando sia il cameratismo, lo spirito solidaristico sviluppatosi in trincea, sia il malcontento, la frustrazione e la rabbia per le promesse non mantenute da chi ha mandato al macello tanti Sardi.

*** 1921. Gli arditi del popolo - gruppi anarchici di resistenza e di lotta contro il fascismo - compongono il loro inno sulla musica del ballo nazionale sardo. Con il '68 l'Inno degli Arditi del Popolo viene rielaborato in lingua sarda.

*** 1926. Il 9 novembre viene arrestato Antonio Gramsci (morirà in una clinica romana nel 1937). Dello stesso anno è l'assegnazione del premio Nobel per la letteratura alla scrittrice nuorese Grazia Deledda.

*** 1929. Al centro di una vasta opera di bonifica agraria, nasce il comune di Mussolinia. Alla caduta del fascismo verrà ribattezzato Arborea. Gli abitanti del villaggio e del suo territorio sono prevalentemente braccianti del Polesine, trapiantati in Sardegna dal fascismo.

*** La guerra di Etiopia, nel 1935 è una nuova occasione per utilizzare il serbatoio dei morti di fame nella realizzazione del disegno egemonico del capitalismo nazionale. Numerosi disoccupati e sottoccupati incentivati dalla sicurezza del soldo e dalle solite promesse, partono in armi per l'Africa Orientale a "portarvi la civiltà".

*** Nel 1936, durante la guerra di Spagna, il governo fascista per portare qualche centinaio di Sardi a combattere contro i "rossi" ricorre al sotterfugio. Si danno bandi offrendo lavoro ben retribuito in Africa. Durante il viaggio, dirottata la nave, gli "emigranti" si ritrovano con un fucile in mano da usare contro "ignoti". Più coscientemente numerosi Sardi partono volontari in Spagna per difendere la repubblica popolare contro il fascismo. Tra i tanti combattenti sardi per la libertà, ricordiamo l'anarchico Tomaso Serra.

*** Nel 1938 nasce il comune di Carbonia. Sorge dal nulla, per volontà del Duce, in un demagogico disegno di utilizzazione autarchica per fini bellici del bacino carbonifero del Sulcis. Gli abitanti sono costituiti da schiere di affamati rastrellati nelle aree più depresse del Continente, e particolarmente della Sicilia (circa 40.000).

*** Il 26 e 28 febbraio e il 13 maggio del 1943 le "fortezze volanti", aerei americani da bombardamento, attaccano la città di Cagliari massacrando la popolazione civile. La città semidistrutta viene evacuata. I morti sono circa 20.000 su una popolazione presente, in quel periodo, di circa 80.000 abitanti.

*** Stesso anno, l'isola fortificata di La Maddalena ospita un confinato d'eccezione: il cavaliere Benito Mussolini, che ha fatto ormai il suo tempo.

*** Nel 1947 si svolge la Campagna ERLAAS contro la malaria, finanziata dalla Fondazione Rockefeller. L'intera Sardegna viene irrorata del micidiale DDT per eliminare l'Anopheles la zanzara portatrice del Plasmodium, l'agente della malaria.
Data la sensibilità dimostrata dagli stranieri agli attacchi dell'Anopheles (271 morti tedeschi durante la seconda guerra mondiale), l'operazione antimalarica finanziata dagli USA rientra nel disegno di rendere asettico l'ambiente in vista della utilizzazione della Sardegna come area di basi e servizi militari.

*** Nel 1948 la Sardegna viene costituita Regione Autonoma. Da allora in poi i politici sardi non parlano altro che di battaglie per il conseguimento della Autonomia.

*** 1950. Si sviluppa nei Campidani il movimento per la occupazione delle terre incolte e per le cooperative. Nasce a Pauli Arbarèi, il primo aprile la cooperativa agricola A. Gramsci.

*** Nello stesso anno, il 12 maggio, con legge n. 230 in risposta al movimento cooperativistico, per imbrigliarlo e soffocarlo, viene istituito l'ETFAS (Ente di Trasformazione Fondiaria e Agraria per la Sardegna), un mastodontico carrozzone di sottogoverno voluto dagli agrari, dei quali si fa portavoce il democristiano Antonio Segni.

*** Il 6 dicembre del 1957 inaugurazione dell'aeroporto militare della NATO di Decimomannu, il più importante nell'area del Mediterraneo, dopo lo smantellamento della base aerea USA di Weelus Field in Libia.
Iniziano gli espropri nella regione del Salto di Quirra, per l'installazione dei poligoni missilistici di Perdasdefogu e Capo San Lorenzo.

*** Nel 1958 sbarca l'OECE/AEP (ribattezzato OCSE). Costituisce nell'Isola un intervento pseudo-culturale secondo un programma denominato "Progetto Sardegna". Si tratta in sostanza di un intervento colonialistico in vista dell'invasione petrolchimica e consumistica.

*** In opposizione all'intervento culturale dell'OECE nascono nell'Isola centri di cultura popolare, che si richiamano alla identità culturale dei Sardi e si battono con le popolazioni per la soluzione dei problemi di comunità. I centri sardi si federano all'AILC (Associazione Italiana per la Libertà della Cultura) e al MCC (Movimento di Collaborazione Civica).

*** Negli anni 1959-60 inizia la lunga lotta dei pescatori e dei contadini di Cabras contro i feudatari degli stagni.

*** A Teulada, in una vasta area della Sardegna Sud-Occidentale espropriata ai contadini e ai pastori, nel 1960 sorge il CAUC (Centro di Addestramento per Unità Corazzate), dove si esercitano alla guerra flotte ed eserciti di mezzo mondo.
Nello stesso anno 1960 viene espropriata al comune di Arbus la penisola di Capo Frasca, nella costa Centro-Occidentale, per essere utilizzata come poligono di tiro per caccia-bombardieri supersonici della NATO e degli USA.

*** Il 23 ottobre 1961 viene emanato il decreto di "requisizione, esproprio e occupazione dell'intera isola di Tavolara". Contrariamente alle dichiarazioni ufficiali secondo le quali l'isola verrà utilizzata dai militari per impiantarvi una antenna radio a lungo raggio, diventa una base rifugio per sommergibili USA a propulsione e armamento nucleari.

*** Il 1962 è un anno denso di avvenimenti. L'agrario Antonio Segni viene eletto presidente della repubblica.
Viene approvato il Piano di Rinascita che si attuerà con i 400 miliardi previsti dalla legge 588.
Inizia l'invasione petrolchimica. I petrolieri, con la connivenza del governo regionale, si aggiudicano i 400 miliardi (di straordinario) più i miliardi degli incentivi ordinari previsti dalle leggi a favore dei padroni.

*** Nel mondo barbaricino in specie, il malcontento popolare si accentua e il potere dello stato italiano risponde con la repressione poliziesca. Il 10 marzo del 1964 viene fermato dalla polizia il pastore di Fonni Giuseppe Mureddu. Viene torturato e "suicidato". L'assassinio del pastore Mureddu, incensurato e non implicato in alcun fatto criminoso, suscita nell'Isola indignazione e rabbia.
Nello stesso anno, un ventilato colpo di stato fascista prevede l'utilizzazione della Sardegna (in specie l'Asinara e Castiadas) come lager per deportarvi gli oppositori politici.

*** Gli anni 1966-69 vengono detti "Gli anni ruggenti del banditismo sardo". In effetti il fenomeno banditismo, artatamente dilatato e drammatizzato è un pretesto per utilizzare la Sardegna e in particolare le Barbagie come area dove instaurare uno stato di polizia sperimentale ed esercitare le truppe speciali antiguerriglia - in vista del creando fenomeno del terrorismo.

*** In un clima di potere banditesco esplodono il 15 agosto del 1967 i "Fatti di Sassari". La polizia organizza e arma una banda di criminali, ne programma rapine e sequestri e infine, con una brillante operazione, la sgomina. La magistratura non può fare a meno di ordinare alcuni arresti fra i solerti funzionari della polizia sassarese: i carabinieri si rifiuteranno di eseguire gli arresti, per solidarietà di corpo. Il processo che si svolgerà a Perugia si risolverà con un nulla di fatto.

*** Nel 1968 viene ucciso a tradimento dalle forze dell'ordine il pastore latitante Pasquale Pau mentre attende in campagna le proprie bestie. Accusato di un reato del quale si dichiara innocente, e ancora in attesa di processo, Pasquale Pau è noto nel suo mondo come "il latitante buono".

*** 1969. Le popolazioni delle Barbagie respingono con la mobilitazione il ventilato piano per la creazione del Parco del Gennargentu. Si diffonde lo slogan "Salviamo con il muflone il pastore sardo".
Nello stesso anno, a seguito della decisione del ministero della difesa di trasformare i pascoli di Pratobello in una base per esercitazioni belliche, nel mese di giugno, la popolazione di Orgosolo insorge in massa occupando il poligono di tiro il giorno di inizio delle esercitazioni a fuoco. La rivolta antimilitarista di Orgosolo ottiene lo smantellamento della base.

*** Nel 1970 si compie l'operazione di smantellamento delle miniere. I dati (rilevati nel 1971) della liquidazione delle miniere sarde sono i seguenti: 1951 n. 24.500 addetti; 1961 n. 13.270 addetti; 1971 n. 7.731 addetti.
Nasce e si diffonde in Sardegna un fantomatico "movimento separatista" che sembra raccogliere la simpatia di numerosi intellettuali indigeni di diversa collocazione politica, dalla DC al PCI agli Extraparlamentari. I servizi segreti indagano per appurare eventuali collegamenti tra il separatismo e il banditismo.
E' anche l'anno in cui per la prima volta nella sua storia una squadra di calcio, il Cagliari, vince il campionato nazionale di serie A. L'entusiasmo è alle stelle. La Sardegna ha superato così millenni di barbarie e può considerarsi alla pari del mondo civile. Ora il Papa, Paolo VI, può sbarcare in questa terra "redenta", ancora, per altro, da "pacificare".
Il 24 aprile di quell'anno, durante la visita del Papa nel Borgo di Sant'Elia, rione povero di Cagliari, un gruppo di anarchici contesta civilmente la politica del pontefice. La comunità del Borgo solidarizza con gli anarchici. Centinaia di carabinieri e poliziotti intervengono brutalmente contro il gruppo degli anarchici coinvolgendo gli abitanti. Il Borgo di Sant'Elia insorge rispondendo alla violenza poliziesca con una fitta sassaiola. Centinaia di cittadini fermati. Oltre trenta esponenti del movimento anarchico arrestati e processati dopo lunga detenzione preventiva.

*** il 17 luglio del 1972 viene data notizia ufficiale dell'insediamento della base USA di appoggio e mantenimento per sommergibili a propulsione e armamento nucleare, nell'isolotto di Santo Stefano dell'arcipelago di La Maddalena.
Qualche mese prima, in maggio, è uscito per gli editori Marsilio il libro bianco sulle basi e servitù militari in Sardegna, con il titolo "Un'isola per i militari".

*** Nel 1973, nella vasta operazione di repressione e recupero del movimento giovanile sviluppatosi dopo il '68, vengono messi fuorilegge i "circoli giovanili". Nella sola città di Cagliari, nel giro di pochi mesi, vengono chiusi dalla polizia una sessantina di clubs.

*** E' del 1974 il caso giudiziario noto come "la montatura Pilia". Partendo dal ritrovamento fatto dalla polizia di un candelotto di dinamite deteriorata nell'auto di un certo Pilia e di un foglio dattiloscritto con un piano eversivo dettagliato ricco di nomi e numeri telefonici, vengono arrestati 35 presunti eversori, per lo più ragazzi militanti anarchici e di gruppi extraparlamentari.
La "montatura" della banda armata anarco-separatista-barbaricina finanziata dal KGB è un maldestro tentativo di dimostrare l'esistenza di un piano feltrinelliano per fomentare la guerriglia nell'isola. Piano che proseguirebbe anche dopo l'eliminazione dell'editore-rivoluzionario.

*** Nel 1975 si registrano nascite mostruose. Si parla di "mostri al cobalto" in relazione alla base nucleare USA di La Maddalena.

*** Il 19 dicembre 1976 viene assassinato dalla polizia il fanciullo Wilson Spiga e pochi giorni dopo, l'11 gennaio del 1977 Giuliano Marras, di appena sedici anni.

*** Il 28 agosto del 1977 nasce "Quirino" una sorta di "vulcano nucleare sottomarino" a Sud delle coste sarde. Una forte esplosione sottomarina (scossa del 7° grado della scala Mercalli) viene fatta passare come scossa sismica in una zona che è "asismica" da tempi immemori.
Il 20 settembre dello stesso anno, subisce un grave incidente un sommergibile nucleare USS RAY del tipo Hunter Killer. Si sfiora una catastrofe che coinvolgerebbe con la Sardegna l'intero bacino del Mediterraneo.

*** Agli inizi del 1980, a seguito di una singolare sparatoria in una piazza di Cagliari, si ha notizia ufficiale dello sbarco in Sardegna del duetto Savasta-Libera, una coppia di temibili terroristi delle Bierre italiane che hanno il compito di reclutare ascari in colonia per diffondervi la lotta armata marxista-leninista contro lo stato borghese.

*** Dal 1981 al 1982 si delinea un movimento per l'indipendenza della Sardegna. Vi sono coinvolti anche esponenti del Partito Sardo d'Azione. Lo stato italiano teme il consolidamento e la diffusione del movimento in una Sardegna sempre più sfruttata ed emarginata. La reazione repressiva non si fa attendere. Nel dicembre del 1981 viene arrestato Salvatore Meloni, membro del comitato centrale del P.S.d'Az.; quindi è la volta di Bainzu Piliu, docente universitario, animatore del FIS, il Fronte per l'indipendenza della Sardegna, e di Oreste Pili, altro dirigente del P.S.d'Az. Le accuse nei loro confronti appaiono speciose seppure gravissime, come quella di aver tramato al soldo di potenze straniere contro l'unità territoriale della nazione italiana.

Nota. Forse superfluo sottolineare che la storia della Sardegna non è altro che un lungo susseguirsi di invasioni e occupazioni, di dominazioni, di oppressioni e di sfruttamento; di un continuo cronico stato di miseria e di degradazione delle popolazioni e di continui eroici sanguinosi tentativi di queste stesse popolazioni di opporsi, di insorgere, di liberarsi. E' in una parola la storia di una colonia, di un popolo che conserva la propria identità nonostante duemilacinquecento anni di dominazioni straniere.



APPENDICE III

GLOSSARIO

Acabadori = Uccisore; Accabbadora = Ucciditrice. Indicano le persone addette a facilitare il trapasso ai moribondi. Acabadori in campidanese e accabbadora logudorese - con il solo femminile, essendo ivi tale compito riservato alle donne. Acabai = finire,
morire, uccidere, conseguire. Deriva secondo alcuni dallo spagnolo acabar = finire; secondo altri dal fenicio e arabo hakàb = porre fine.

Ademprivi = Diritti d'uso comunitario sui terreni del saltu o sartu, il territorio pertinente a la bidda, villaggio. Nei diritti di ademprivio rientravano quelli di pascolo, di fonte, di legnatico, di raccolta dei frutti. In Sardegna rimasero in vigore fino al 1865. Deriva dal latino adimparare = prendere possesso, da cui derivano anche il catalano adimplivos e lo spagnolo adempribios = terreni comuni tra due villaggi.

Aggiudu torrau = Aiuto restituito, favore reso. E' così detto un istituto mutualistico popolare assai diffuso fino ai tempi attuali. Consiste nella prestazione d'opera che ciascun membro della comunità svolge volontariamente e gratuitamente in favore di un altro membro, e che in circostanza simile o diversa gli viene restituita. Per le attività nelle quali si applica s'aggiudu torrau.

Aili = Serraglio dei capretti. La voce aili, di origine logudorese, è diffusa anche nei Campidani.

Ainas = Attrezzi, strumenti. Ciò che è necessario per produrre is fainas, le opere. Ma è anche vero che is fainas fainti is ainas, le opere fanno gli attrezzi (cioè la realizzazione di ogni opera necessita di specifici strumenti).

Albescida e Orbescida = Alba. Orbesci = Albeggiare. S'orbexideoxu = l'albeggiare.

Aposentu = Camera, stanza. Anche luogo dove si abita. Dallo spagnolo aposento = stanza, alloggio.

Arau = Aratro. Fino agli anni del secondo dopoguerra era usato l'antico arau de linna, aratro di legno, che date le terre poco profonde era più adatto ai lavori agricoli. E' detto de linna perché totalmente in legno, compreso il vomere privo di coltro.

Arenada = Melagrana. Sa mata (o s'arburi) de s'arenada = Il melograno. Un tempo assai diffusa nell'Isola, se ne conoscono tre varietà di base: sa durci = la dolce; s'arga (o s'arba) = la agra; sa argadurci (o s'arbadurci) = l'agradolce. Detto popolare comune: fai sa fini de s'arenada (arrutta a terra e squartarada) = fare la fine della melagrana (caduta a terra e crepata).

Arbili = Aprile. Dallo spagnolo abril. Nel linguaggio comune, abrili e abribi.

Arborea = Arborea. Comune in provincia di Oristano che si affaccia sul Golfo di Oristano, popolato da una colonia di contadini del Veneto, prevalentemente del Polesine. Indica anche la regione del Campidano oristanese, che fu il centro del territorio del Giudicato di Arborea. Il termine di Arborea non deriva, come erroneamente si crede, dal latino arbor, albero, ma dal sardo arbu = agro, salmastro (per la presenza di stagni, di acque salmastre). Infatti, negli antichi documenti, troviamo per indicare il territorio del giudicato de arbaree.

Arrosu = Rugiada. Arrosu mascu = letteralmente rugiada maschia, ha il significato di brina.

Attongiu = Autunno. Su primu tempus de s'annu, la prima stagione dell'anno; oberit sa laurera, apre il lavoro dei campi.

Austu = Agosto. Ultimo mese dell'anno sardo, che coincide con l'anno agricolo.

Ballu = Ballo. Sa cumpangia de is ballus = La compagnia dei balli. E' formata di fratelli e sorelle, cugini e cugine costituitisi in gruppo la notte di Natale (notte in cui hanno inizio is ballus de carnovali, i balli di Carnevale). La compagnia si scioglie il Mercoledì delle Ceneri, con la Quaresima. La sua funzione è quella di organizzare e partecipare ai balli di fine settimana per tutto il periodo del Carnevale, facilitando i rapporti affettivi tra i giovani.

Bandoni o Tolla = Bidone di latta o di alluminio; recipiente per il trasporto del latte a dorso di cavallo dall'ovile al paese.

Barrali o Stauli de axina = Pergolato, pergola d'uva. Barrali indica anche la tettoia di frasche o canne che ombreggia il posto di vedetta di su castiadori, il guardiano degli orti e delle vigne. Su barrali, la pergola, adorna e ombreggia sa cortilla, il cortile, antistante la casa rurale.

Becciu = Vecchio. Si ritiene che in tempi preistorici, i vecchi "improduttivi" venissero condotti dai propri figli sull'orlo di un precipizio e ivi uccisi a randellate e scaraventati giù. In tempi storici, is beccius de sa bidda, i vecchi del villaggio, costituivano una sorta di senato che governava e amministrava la comunità. Anche attualmente, nel mondo contadino, is beccius, i vecchi, godono di grande considerazione e rispetto.

Bentulai = Ventolare. Bentulai su trigu = Spagliare il grano che è stato trebbiato. Fino ai tempi recenti (Anni Cinquanta) il grano, gli altri cereali e i legumi raccolti venivano ammassati nelle argiolas, aie, ai margini dell'abitato, trebbiati dal trapestio degli animali (buoi e cavalli) e con appositi attrezzi (mallus = manfani, bastoni), e quindi bentulaus, ventolati, per spagliarli. Per l'operazione di bentulai, ventolare, si usavano is palias, le pale, in legno, per lanciare paglia e grano controvento, sceverando così l'uno dall'altra.

Beranu = Primavera. Su terziu tempus de s'annu = La terza stagione dell'anno agrario. Deriva dal latino vernum, primavera.

Berbei o Arbei o Brebei (in logudorese: Berveghe e Arveghe) = Pecora. Deriva dal greco brebethon; latino vervex; italiano antico berbice; francese brebi. La pecora allevata nell'Isola fa parte della razza ovina sarda, di cui si conoscono almeno tre sottorazze: di grossa, media e piccola taglia. Le prime due sono allevate in pianura, nei Campidani; la terza è più diffusa nella regione montuosa delle Barbagie. Dalla lana della pecora sarda si ottiene s'orbaci, l'orbace, un particolare tessuto.

Bertula = Bisaccia. Sacco a due tasche tessuto d'orbace tenuto a bandoliera su una spalla o sulla groppa della cavalcatura. Sa bertula è corredo essenziale del contadino e del pastore, i quali vi ripongono le cibarie e gli attrezzi da lavoro minuti.

Bidda = Villaggio, paese. Dal latino villa. Nella organizzazione socio-economica basata sull'uso comunitario della terra e del patrimonio naturale, sa bidda, il villaggio, costituiva l'abitato, il naturale centro geografico e storico della comunità.

Binnenna = Vendemmia. Dicesi binnenna de scrichillonis (o de sciscilloni), vendemmia del racimolo (o del raspollo) una istituzione comunitaria, per la quale i proprietari delle vigne avevano il dovere di lasciare racimoli nel ceppo durante la vendemmia. I poveri del paese assumevano così una sorta di "diritto di raspollatura".

Bombas = Polpette di carne macinata, per lo più di maiale, a forma sferica. E' una tipica pietanza campidanese, che si consuma la domenica.

Braxeri = Braciere. Recipiente sul cui fondo si deposita uno strato di cenere, dove vengono conservate le braci del camino. Su braxeri de liauna, il braciere di latta, consiste in un barattolo vecchio con carboni ardenti, usato nei villaggi dagli scolari per riscaldare le aule.

Burnia (o Brugna) = Orcio, giara. Grosso recipiente di coccio, usato per contenervi l'olio o anche olive in salamoia o pomodori secchi o sottaceti.

Cabbia = Gabbia. Cabbia de cardanera (o de cadrallina), gabbia da cardellini, che i ragazzi costruiscono da sé con bacchette di rovo (per i regoli) e con giunco (per le gretole). Sa cabbia paradora, la gabbia-trappola, usata per acchiappare i cardellini, è munita nella parte alta di un portello, che si chiude automaticamente.

Caboni de fedu = Gallo da monta, da prole (fedu, dal latino foetus, prole). Su caboni de fedu, il gallo da monta o da prole, è detto anche su intalladori = letteralmente che fa branco (deriva da tallu = branco).

Caboniscu = Galletto. (diminutivo di caboni, gallo). Is caboniscus, i galletti antagonisti del gallo da monta, finivano nella mensa domenicale del contadino. Sull'usanza di esporre is butonis de su caboniscu, i testicoli del galletto.

CabudanniI = Settembre. In logudorese Capidanne. E' il mese che apre l'anno sardo, coincidente con quello agrario. Deriva dal latino caput anni, inizio dell'anno.

Carcigadori e Accaccigadori = Letteralmente colui che pesta. Da carcigai = pestare, calcare con i piedi (catalano: calcigar, con uguale significato). E' detto carcigadori o accaccigadori l'artigiano che fornito di apposita vasca in legno si recava di casa in casa per carcigai, pestare con i piedi, l'orbace appena tessuto per renderlo spesso e morbido.

Callu = Caglio. Sostanza estratta dallo stomaco dell'agnello o capretto da latte usata per cagliare il latte. Su callu de crabittu, il caglio del capretto, è usato anche come companatico. Ha il sapore piccante di su casu marzu, il formaggio marcio.

Campidanesu = Abitante dei Campidanus, Campidani, di cultura contadina, lingua campidanesa, la lingua parlata dagli abitanti dei Campidani.

Campidanu = Campidano. E' così detta la regione pianeggiante che attraversa la Sardegna Sud-occidentale, da Cagliari a Oristano. Si distingue in Campidano di Cagliari e Campidano di Oristano. Coincide con l'area della cultura contadina.

Carrada = Botte. Sa domu de is carradas (o di su binu) = Letteralmente casa delle botti (o del vino), cantina.
 
Carnovali o Carnasciali o Carrasciali = Carnevale. In logudorese è detto Carrasegare o Segarepetta. Il carnevale sardo si presenta e si svolge con maschere e rituali antichissimi. Degni di nota i Mamutones e i Merdules, maschere lignee simboleggianti spiriti e animali, rispettivamente di Mamoiada e Ottana, paesi in provincia di Nuoro.

Casada = Crema di latte colostro di pecora. Da taluni viene insaporita con foglie di mentastro o scorza di limone, e zucchero a piacere. E' una crema dal gusto raffinato, e i buongustai si fanno amico qualche pastore per avere in inverno almeno una bottiglia di latte colostro di pecora, per farsi in casa sa casada.

Casiddu de mulli (o Mussorgiu) = Secchio per la mungitura (o secchione).

Castiadori = Guardiano. Dal verbo castai, guardare. E' l'uomo, per lo più anziano, che viene salariato da un gruppo di proprietari per la custodia dei loro terreni coltivati, per lo più vigne e orti. Su castiadori, il guardiano, si costruisce una rudimentale barraca, baracca, per la notte, e nel punto più alto, s'oprigu, il riparo, detto anche barrali, tettoia di frasche o di canne.

Casu = Formaggio. E' su ingaungiu, il companatico, più comune del contadino e del pastore, nei pasti consumati in campagna. Su casu malzu (o marzu), il formaggio marcio, è una varietà che inverminandosi dà luogo a una crema piccante - assai ricercata dai buongustai. Si accompagna con vino nero gagliardo. Detto popolare: Pani e casu e binu a rasu = Pane e formaggio con vino (colmo) fino all'orlo.

Cerda = Treggia, veggia. Dal greco gerra. Consiste in un graticcio o incannucciato che si adatta alle sponde del carro per aumentarne il volume di carico. Il tipo di cerda, veggia, varia da paese a paese e a seconda di ciò che deve contenere: dall'ordito robusto di vimini o di canne, alle soffici stuoie di falasco. Abbiamo così cerda de ladamini = veggia da letame; cerda de palla = veggia da paglia. Indica anche il contenuto: una cerda de axina = una veggia carica d'uva.

Chiudende = Editto detto delle Chiudende, del 1820, introduce in Sardegna la proprietà privata della terra, sconvolgendo una forma di organizzazione socio-economica funzionale, basata sull'uso comunitario della terra, restaurando, con la miseria e i delitti, la dicotomia conflittuale tra contadino e pastore.

Cida = Settimana. In logudorese kida, dal greco kidos, lavoro, in quanto contiene i giorni lavorativi. Cida Santa = Settimana Santa. Cida de scudi = Letteralmente settimana dello sbattere: la definizione trae origine dal lavoro di "scuotimento" (cioè di spolverare) che la massaia fa in casa, specie nella cucina, dove ai quattro muri sono appesi gli utensili più disparati, nel periodo precedente la Pasqua.

Ciloni = Celone, copriletto. Sopraccoperta di lana di pecora (orbace) di più colori o a scacchi bianchi e neri, con ordito di cotone.

Cixiri = Ceci. L'alimentazione familiare del contadino è basata sui farinacei (pane e pasta) e sui legumi. Tra questi ultimi, al primo posto sono i ceci, che forniscono un ottimo sostanzioso minestrone con aggiunta di cotiche e ossi salati di maiale. Su cixiri arrustiu, i ceci brustoliti, sono un salutare passatempo nelle sere d'inverno e nelle passeggiate domenicali. In occasione delle feste, vengono venduti a misurini, nelle apposite bancarelle, insieme a su cacau, gli arachidi, a sa nuxedda, le nocciole, e a su turroni, il torrone.

Cobertura = Tetto. Il tradizionale tetto de sa domu sarda, della casa sarda, consisteva in una travatura obliqua in legno poggiata sui muri maestri, e su questa un robusto traliccio di canne su cui venivano cementate le tegole, con malta di calce.

Coccoi de simbula = Pane tipo "pasta dura" di semola di grano. E' il pane delle feste in genere e del matrimonio e della Pasqua in particolare. La pasta viene lavorata a mano sopra l'apposito tavolo (sa mesa de fai pani = il tavolo per fare il pane) e le viene data di solito la forma della U con sforbiciature ai bordi. Su coccoi de Pasca, il pane della Pasqua, contiene uno o più uova di gallina incastrate sul dorso prima della cottura.

Comunismu de sa terra = Uso comunitario della terra. L'uso comune della terra (e del patrimonio naturale) non è semplicisticamente da classificarsi come un residuo di quel "comunismo primitivo" (secondo gli studi di Morgan, Engels e altri), tipico della organizzazione sociale matrilineare che si fa risalire all'Era Selvaggia (Engels), ma è più precisamente da ritenersi la risultante di un certo tipo di sviluppo economico e sociale in tempi moderni di una comunità forzatamente chiusa e autarchica, perennemente sul piede di guerra, in un continuo incessante assedio di invasori.

Connotu = Conosciuto. E' detto su connotu l'insieme di norme e tradizioni che regolano la vita della comunità, tramandate oralmente. I moti di su connotu scoppiarono a Nuoro il 26 aprile del 1868 contro gli editti dei Sabaudi che abolivano l'uso comunitario della terra e dei suoi beni. La parola d'ordine della rivolta, che si estese in tutta l'Isola, fu torrare a su connotu, tornare al conosciuto, cioè alla tradizione.

Cortilla = Cortile. Deriva dal latino cohors = luogo recintato, composto da hortus, con il suffisso ile tratto da canile, ovile, eccetera. Il cortile è lo spazio chiuso antistante la casa, confina con la strada, e viene chiamato anche sa plazza o prazza.

Crannazzeria = Macelleria. E' detta anche panga. Comunemente, nei villaggi, consisteva in uno o più chioschi situati nella piazza principale, dove il venerdì si vendeva la carne degli animali macellati nello stesso giorno. Su crannazzeri = il macellaio.

Cungiau = Terreno chiuso; per lo più coltivato a ortalizi o ulivo o mandorlo. Se incolto veniva utilizzato per tenervi al pascolo gli animali da lavoro. La chiusura de su cungiau consiste in una siepe di ficodindia e rovo.

Dì = Giorno. Dal latino dies. Il plurale fa diis.

Dicius = Detti, proverbi. Dallo spagnolo dicho, detto.

Dognasantu = Novembre. Prende il nome dalla festa religiosa che apre il mese. Dognasantu letteralmente significa ognissanti.

Domu = Casa. Dal latino domus. Indica sia la casa di abitazione nel suo insieme, sia i locali di essa utilizzati per uso specifico. Abbiamo cosi sa domu de su porcu = il recinto del maiale; sa domu de su giù = la stalla del giogo (dei buoi); sa domu de sa palla = il locale dove è sistemata la paglia; sa domu de su forru = il locale dove sta il forno; sa domu de sa farra = il locale dove si lavora la farina e si fa il pane; sa domu de is carradas = il locale delle botti o cantinetta.

Fainas = Faccende, opere. Fai is fainas = Fare le faccende. Est una bella faina = è una bella opera. Donai faina = Dare lavoro. Is ainas faint is fainas = (Sono) gli attrezzi (che) fanno le opere.

Fastigiai = Fidanzarsi, fare l'amore, carezzare. Fastigiu = Fidanzamento, il fare l'amore, l'accarezzare.

Figu = Fico. Di maestoso sviluppo, il fico ornava il cortile della casa, l'orto e la vigna. Figu burda è il fico selvatico, su cui si innestano le numerose varietà note in Sardegna: sa birdi, sa bianca o arrepellina, sa niedda longa, sa matiniedda, sa perdigiana, sa murra, de monti, e altre. Figu cotta , fico maturo; figu scritta = fico maturo con la buccia screpolata; figu carigata = fico molto maturo, quasi passito; figu siccada = fico secco; figu inforrada = fico secco infornato.

Figumorisca o Figuindia o Figucarbina o Figucrabia = Ficodindia. Assai diffusa come siepe per recingere orti, vigne, campi. Il suo frutto zuccherino era in autunno il principale alimento del povero e del maiale da ingrasso.

Forredda = L'angolo della cucina dove si cucinano i cibi. Indica però anche su foghili, il focolare, e sa ziminera, il caminetto. Is contus de forredda sono dette le favole o anche un genere popolaresco di racconto, perché si raccontano nelle lunghe sere invernali davanti a sa forredda, al focolare.

Frastimu = Invettiva. Is frastimus, le invettive, sono espressione autentica e meditata di un popolo oppresso, al quale vengono negati altri spazi espressivi. Is frastimus hanno non soltanto un valore letterario, culturale, ma significati ideologici e politici.

Fregula = Pastina di semola non impastata, ottenuta mettendo della semola grossa in una conchetta, e dopo averla spruzzata d'acqua facendola ruotare sul bordo in continuazione. Si formano così delle pallottoline di piccolissima dimensione che una volta essiccate vengono usate come pastina.

Friargiu = Febbraio. In logudorese Frearzu. Mese considerato dal contadino infido, falso e traditore. Essiri che Friargiu = Essere come Febbraio, si dice di persona falsa e traditrice. E' il mese della fioritura del mandorlo.

Fruciri = Covare. Su tempus de fruciri = Il tempo di covare, pudda de fruciri = chioccia.

Gennargiu = Gennaio.

Giustizia o Justissia = Giustizia. Il termine indica sia il senso di giustizia che è nella gente, sia l'apparato repressivo e oppressivo statale. Numerosissime sono le invettive popolari, dove la "giustizia" è vista come la peggiore disgrazia in cui un uomo possa incappare.

Guluare = Terreno chiuso protetto. Termine antico sinonimo di cungiau, chiuso.

Jerru = Inverno. Su secundu tempus de s'annu = La seconda stagione dell'anno. Passai su jerru = svernare.

Incungia e Incungiadura = Raccolto; e più specificatamente l'immagazzinaggio del raccolto. E' l'ultima fase de sa laurera, dell'agricoltura. S'incungia si fait a fini de mesi de argiolas = La conservazione del raccolto si fa alla fine di luglio.

Istadi e Istadiali = Estate. Est s'urtimu tempus de s'annu = E' l'ultima stagione dell'anno. Po su messaju est su tempus de messai, treulai e incungiai = E' per il contadino la stagione di mietere, trebbiare e conservare.

Lampada e Lantia = Lampada. Sa lantia, la lampada a olio, per l'illuminazione della casa, consisteva in un fazzoletto di lamiera piegato ai quattro angoli, in modo da formare un recipiente dove era contenuto l'olio, entro cui erano immersi is luxingius o losingius, i lucignoli, di cotone da uno a quattro, che ricadevano accesi gli angoli. Mediante un gancio di fil di ferro veniva appesa a un trave del soffitto. Come olio combustibile veniva usato anche s'ollestincu (ollu de stincu) = olio del lentischio.

Lampadas = Giugno. Lampadas sembrerebbe derivante dal latino lampane, dalle luminarie del 248 per i giochi secolari svoltisi in Roma sotto l'impero di Filippo l'Arabo. Più probabilmente per il costume di accendere in quel mese lampade votive a divinità taumaturgica.

Ladiri e Ladriri o Ladrini = Mattone di fango lasciato seccare al sole. Dal latino later, mattone. E' il materiale prevalentemente usato nei Campidani per edificare i muri della casa di abitazione e di recinzione dei cortili. Isciaquai ladiri = Lavare mattoni crudi, equivale a fare un lavoro inutile (in latino laterem lavare è un detto con lo stesso significato).

Lau e Martuzzu = Sono due saporitissime e comuni erbe mangerecce che crescono ai margini dei ruscelli. Nella parlata campidanese di Oristano si chiama lau una sorta di crescione. Dato che lau (e lauru) in sardo indicano l'alloro, nella stessa parlata questo viene chiamato lau veru, alloro vero. Su martuzzu è il nasturzio acquatico.

Launeddas = Launeddas, tipico strumento musicale. Si è diffuso particolarmente nel mondo contadino dei Campidani. E' considerato lo strumento nazionale dei Sardi. Consiste in un flauto a tre calami, di diversa misura e tonalità, di canna comune, e con dei fori per la modulazione dei suoni. Gli effetti sonori somigliano a quelli della cornamusa (taluno infatti traduce launeddas con cornamusa), in quanto si suona a continua emissione di fiato: tuttavia, mentre nella cornamusa la continuità del suono è data da un otre di pelle che funge da camera d'aria, nelle launeddas lo stesso effetto è ottenuto con il cavo orale (che deve quindi emettere aria in continuazione). Ciò rende abbastanza difficile l'uso di questo antichissimo strumento musicale. Secondo alcuni studiosi "le zampogne dei sardi pastori pare che non differiscano da quelle di cui parla Virgilio: Pan primus calamos cera conjungere plures instituit; e che lo stesso Virgilio chiamasse tale strumento Fistula disparibus compacta arundinibus." (Cfr. V. Porcu nel Dizionariu Sardu Italianu del 1832).

Laurera = Agricoltura. Il termine laurera, di origine catalana, indica l'insieme dei modi, delle tecniche, degli strumenti e dei tempi mediante i quali si esercita l'arte della coltivazione della terra. Sa laurera comprende diversi cicli di lavorazione, che vanno da su maniscu de sa terra o primas araduras, la preparazione della terra o prime arature, a ghettai su lori o seminadura, a gettare il grano o seminatura; da sa marradura, dalla zappatura, a sa messadura, alla mietitura; a sa triuladura, dalla trebbiatura, a s'incungia, il raccolto, nel senso di conservazione del prodotto.

Linna = Legna e legno. Arau de linna = Aratro di legno. Mesa de linna = Tavolo di legno. Linna de teni o de abbrusciai = legna da ardere o da bruciare. Come legna da ardere, sia per cucinare che per il riscaldamento, viene usato su modditzi, il lentischio, arbusto principe della macchia mediterranea; e inoltre su murdegu, il cisto, arido e vischioso; s'arrideli, la filidea; s'olidoni (il celidonio dei poeti), il corbezzolo dalle bacche rosse saporite; sa murta, il mirto, delle cui bacche dolcine sono ghiotti i fanciulli e i tordi; su zinnibiri, il ginepro, usato anche in falegnameria e in particolare per ricavarne travi da costruzione; s'ollastu, l'olivastro, altra essenza assai diffusa dal legno durissimo.

Logudoro = Logudoro. Vasta regione al centro dell'Isola comprende le Barbagie. Logudoresu è l'abitante del Logudoro, parlante la lingua logudorese.

Lolla = Loggiato. Il loggiato, posto sulla facciata della abitazione che si affaccia sul cortile, è tipico della casa rurale nel Meridione dell'Isola, in particolare nel Campidano di Cagliari, nella Marmilla e nella Trexenta. Un piccolo e rudimentale loggiato, situato posteriormente, lo si ritrova talvolta nella casa del Campidano di Oristano.

Madau = Ovile. Su madau, il riparo per il gregge, è costituito per lo più in aperta campagna, in una radura naturale, in parte recintata da arbusti (lentischi, roveti, pruni) e in parte da chiusure rustiche fatte dal pastore con arbusti secchi, paletti. All'interno vi sono sa barraca, la baracca, per proteggere il pastore dalle intemperie, e s'oprigu, il riparo, una sorta di tettoia di frasche o di canne, per proteggere il gregge. Le pecore a pascolo brado rientrano nell'ovile all'imbrunire per la mungitura della sera e dopo la mungitura del mattino, all'alba, ritornano libere al pascolo. Per indicare l'ovile si usano anche i termini di masoni, stazzu, accorru.

Majore e Majorale = Maggiore, senatore, anziano, notabile. La qualifica di majore e majorale spetta al capo, di norma un anziano, delle diverse istituzioni di categoria o mutualistiche dette gremius. Esistono ancora gremius, associazioni, di messajus, di contadini, e di artigiani, con il compito, attualmente, di organizzare le feste della comunità nel rispetto della tradizione.

Maju = Maggio. Dal latino majus, di Maja, divinità agreste associata al culto di Vulcano. Il Cristianesimo l'ha sostituita con la Vergine Maria, dedicando a lei il mese di maja. Maju cun Gennargiu, Friargiu, Marzu, Arbili e Austu est cunformi a su kalendariu de is Gentilis = Maggio con gennaio, febbraio, marzo, aprile e agosto è conforme al calendario dei Romani. Essiri allirgu che maju, essere allegro come maggio, si dice di persona dal sorriso facile. Essiri longu che maju, essere lungo come maggio, si dice invece di persona lumacona.

Malloreddus = Gnocchetti. Pasta di semola di grano duro a forma di chioccioline. Si ottengono manualmente, lavorando la semola impastata, dalla quale si strappano dei pizzichi con l'indice e il pollice; la particella di pasta viene premuta con il pollice sul fondo di un ciliru, crivello di giunco, ottenendo un minuscolo gnocchetto che si lascia poi essiccare. E' la base per la tipica pastasciutta sarda. Malloreddus incasaus = Gnocchetti al formaggio. Malloreddus a bagna = Gnocchetti alla salsa (bagna de tamatas), salsa al pomodoro; oppure bagna cun petza, salsa alla carne, ragù). Malloreddu è il diminutivo di malloru, toro, e ha anche il significato di vitello.

Marmilla = Marmilla. Regione meridionale della Sardegna, posta tra il Campidano di Cagliari e quello di Oristano, alle pendici collinose dell'Altipiano della Giara. E' la zona agricola più arcaica, ed è quella più densamente popolata.

Marzu = Marzo. Marzo è considerato un mese infausto nella tradizione popolare. Marzu marzosu, marzo marcio, suona un comune detto. E' il mese di maggiore mortalità. Ciò viene confermato da numerosi proverbi. Per esempio da quello logudorese che dice: su mese de martu sos neciados si que leat = il mese di marzo si porta via i cagionevoli (di salute).

Masedu = Mansueto. Bestiamini masedu = bestiame domito. Il termine indica il bestiame da lavoro e quello da allevamento domestico, per distinguerlo da su bestiamini, il bestiame in generale, e da su bestiamini aresti, gli animali selvatici. Tale distinzione è legata ad antiche norme che ne regolano l'allevamento e il pascolo nonché la proprietà. Su bestiamini masedu, al bestiame domito, erano riservati particolari pascoli e terreni chiusi e protetti da una apposita istituzione, detta scolca, guardia.

Masoni de crabas = Testualmente: ovile di capre. Con tale toponomastico viene indicato anticamente l'attuale paese di Cabras, grosso centro sul Golfo di Oristano, ai margini degli omonimi stagni. La comunità di Cabras si è affacciata alla ribalta della storia attuale per le sue lotte antifeudali, ai fini della pubblicizzazione dell'immenso patrimonio costituito dalle sue lagune, detenute anacronisticamente da feudatari investiti da Filippo IV di Spagna nel 1660.

Matranca = Marchingegno. Matrancheri, colui che fa marchingegni. Sono matrancas i giocattoli-congegni che più o meno complessi si costruisce il fanciullo, spesso con l'aiuto degli adulti della comunità.

Merda de boi = Merda di bue. In alcuni paesi della Marmilla, come a Pauli Arbarèi, c'è grande penuria di legna da ardere, e vengono raccolte le feci dei buoi, lasciate essiccare e conservate in formelle, per essere poi usate come combustibile insieme alla paglia delle fave, su nuu mannu, letteralmente il nodo grande, le parti nodose, più lignificate. Altrove, come nel Mogorese, sa merda de boi, la merda di bue, si aggiunge all'impasto dell'argilla per ottenere pavimenti in terra battuta più resistenti e caldi.

Mesa = Tavolo. Dallo spagnolo mesa. Come nello spagnolo ha pure il significato di mensa. Teniri mesa oberta a dognunu = Avere la mensa aperta a tutti, cioè essere ospitale. A seconda dell'uso che se ne fa, abbiamo sa mesa de su pani = il tavolo per lavorare la pasta e il pane; sa mesa de pappai = il tavolo da pranzo; sa mesa de stirai o de tallai = il tavolo da stiro o per il cucito; eccetera. Abbondano is meseddas o mesixeddas, tavolini simili a panchette, sui quali ci si può anche sedere. Is meseddas, i tavolini, così come is panchittus, i panchetti sono costruiti con diverso materiale, oltre che in legno: con sughero e con la ferula. Nel Campidano di Oristano, specie nei paesi che si affacciano sul Golfo omonimo, sono usate is istojas, le stuoie, di falasco, un'erba palustre soffice spugnosa, detta in sardo spadua.

Mesi = Mese. Su primu mesi de s'annu sardu est cabudanni = Il primo mese dell'anno sardo è settembre. Sighit: mesi de ladamini, ottobre, dognasantu, novembre, mesi de idas, dicembre, gennargiu, gennaio, friargiu, febbraio, marzu, marzo, arbili, aprile, maju, maggio, lampadas, giugno, mesi de argiolas, luglio, austu, agosto. Si dice anche mesi o menstruu il ciclo mestruale della donna.

Mesi de argiolas = Letteralmente: mese delle aie, luglio. Questo mese viene anche chiamato mesi de treulas, mese delle trebbie, o anche semplicemente treulas, trebbie, come in logudorese. Treula, trebbia, e il verbo treulai, trebbiare, derivano dal latino tribula.

Mesi de idas = Letteralmente: mese delle Idi, dicembre. E' detto anche Nadale (in logudorese) e mesi de Paschixedda, mese di Pasqua Piccola, ossia Natale. Non è chiara la derivazione di idas. Per alcuni va riferita all'espressione "idi di dicembre"; per altri deriverebbe da vedove, la cui etimologia verrebbe dall'etrusco iduare, o anche da vegliare o bizare, in logudorese.

Mesi de ladamini = Letteralmente: mese del letame, ottobre. E' controversa la derivazione di ladamini per qualcuno verrebbe da litamen, termine latino che significa sacrificio, offerta, quindi "mese sacrificale"; per altri, da letamen, concime. A mio avviso, data la coincidenza delle concimazioni in questo mese, il significato di letame è univoco, e lo è anche per il contadino.

Messaju = Contadino. Deriva da messi, messe. Stessa derivazione ha il verbo messai, mietere. S'arti de su messaju est sa prus antiga = l'arte del contadino è la più antica.

Missa de puddu = Letteralmente: Messa del gallo, è detta la Messa di Mezzanotte, che si celebra la notte del 24 dicembre, Natale. Segna l'inizio della costituzione di sa cumpangia de is ballus, la compagnia dei balli, e dei balli del Carnevale.

Modditzi = Lentischio. Arbusto con foglie perenni, essenza economicamente importante nella macchia mediterranea e sarda in specie. Dà luogo a folti macchioni (tuppas) dove trovano riparo le pecore; le sue ramaglie danno una brace resistente ottima per gli arrosti; i suoi ceppi ardono a lungo e scaldano il focolare; le sue fronde legate in fascio costituiscono buone scope da forno; le sue bacche, che da rosse diventano nere a maturazione, danno un olio che è usato nella lavorazione delle pelli e soprattutto veniva usato come combustibile per l'illuminazione della casa. Ollestincu (ollu de stincu) è detto l'olio di lentischio che riforniva is lantias, le lampade.

Moi e cuarra = Moggio e stajello. Sono le due maggiori misure agricole, in uso sia come misura di superficie che come misura di capacità, aventi il litro come unità.

Morti = Morte. Sul tema della morte si ha abbondanza di detti e proverbi. Se ne riportano alcuni in logudorese: mezus mortu chi non male biu = Meglio morto che malamente vivo. Morte isconzat cumone = La morte scioglie ogni contratto. Ad morte et ad rejone non balet fuire = Alla morte e alla ragione non si può sfuggire. Morti isconzat et morte acconzat = La morte disfa e la morte aggiusta. Respecta sos mortos et time sos bios = Rispetta i morti e temi i vivi. Contra sa morte non bi hat herba in corte = Contro la morte non vi è erba (rimedio) nell'orto. Sa morte non jughet ojos = La morte non ha occhi. Segundu sa vida sa morte = Secondo la vita la morte, cioè si muore come si è vissuto, ovvero a ciascuno la propria morte. Qui disizat sa morte est unu vile, qui la timet est pejus = Chi desidera la morte è un vile, chi la teme è peggio. Sa morti giusta o depida, la morte giusta o dovuta, sottintende "per motivi d'onore", che in Sardegna non sono da riferirsi tanto al tradimento coniugale, quanto al tradimento delle norme comunitarie.

Mortus (Sa festa de is) = Morti (la festa dei). La festa dei morti, celebrata secondo il calendario cattolico il due di novembre, rivestiva particolare solennità, svolgendosi secondo riti antichissimi. A Orune, paese di pastori in provincia di Nuoro, sa festa de sos mortos, si ricollega al culto dei morti di epoca precristiana. Allo scoccare della mezzanotte, i morti ritornano in paese, e per essi, in ogni casa, viene approntata la mensa. Il giorno dopo, ripartiti i morti per il loro mondo di mistero, le madri approntano is cheras, le candele, una per ogni morto da ricordare, infilandole in apposite mesicheddas, bassi tavoli forati, le accendono e recitano le preghiere dei morti, ricordando di ciascuno opere e virtù secondo un rituale che si ricollega ai goos, lamentazioni funebri, dell'antico mondo della Grecia e dell'Asia Minore.

Mungetta = Chiocciola pomatica. Varietà pregiata nella cucina. Is mungettas, le chiocciole pomatiche, di colore marrone scuro, si chiamano is tappadas, quando sono sigillate dalla loro spessa pellicola candida. Alla fine dell'estate si trovano sottoterra durante le prime arature.

Muntonargiu = Più che l'immondezzaio indica il letamaio. Deriva da muntoni, mucchio, e ammuntonai, ammucchiare. Indica il luogo del cortile dove vengono ammucchiati i rifiuti, che a distanza di un anno, ormai decomposti, si rimuovono e si spargono sui terreni per fertilizzarli. L'operazione di rimozione del letamaio del cortile si compie nel mese di ottobre (mesi de ladamini).

Nadale = Natale. Indica anche, in logudorese e nel Campidano di Oristano il mese di dicembre. Natale, in campidanese, è detto più comunemente Paschixedda, Piccola Pasqua, che la distingue da Pasca Manna, Pasqua Grande, di Resurrezione.

Orbaci = Orbace. Dall'arabo albazz. E' il tessuto che si ottiene con la lana della pecora sarda. Il fascismo lo adottò per confezionare la divisa dei gerarchi. Da qui il detto "vestire l'orbace", mettersi in divisa.

Orrù e Arrù = Rovo. Arruargiu = Roveto. Usatissimo insieme al ficodindia per recingere i terreni, dà luogo a una siepe impenetrabile. S'orrù produce un frutto detto mura de orrù, mora di rovo (per distinguerla da sa mura de matta, la mora del gelso). Con le bacchette del rovo si ottengono i regoletti per la costruzione delle gabbie da uccelli.

Ortulanu = Ortolano. Gli orti, situati ai margini del villaggio e irrigati con acqua di pozzo, sono curati per lo più da anziani contadini. Si potrebbe dire che l'attività de s'ortulanu, dell'ortolano, è propria del contadino che va in pensione, perché non ha più le capacità fisiche per accudire ai pesanti lavori di campagna. In effetti, l'orticello consente al vecchio contadino di continuare il suo rapporto con la natura in modo più semplice e più gratificante.

Pabassa = Uva passa. Ogni contadino, anche se povero di terre, ha sempre un pezzetto di vigna; e la sua donna è abile nella conservazione dell'uva da consumarsi passita nei mesi invernali. E' la stessa donna che il giorno della binnenna, vendemmia, quando arriva nel cortile sa cubidina de s'axina, il tino dell'uva, sceglie i grappoli più sani e belli delle varietà che si prestano a essere conservati. I grappoli vengono scotti in una lisciva aromatizzata e quindi legati a due a due con un giunco o con rafia e lasciati seccare all'aria aperta. Su appicconi, il penzolo, indica i grappoli appesi o anche altra frutta appesa a grappolo per il picciolo.

Paberili = Paberile. Terre lasciate a pascolo. L'etimologia del termine paberili (dal latino pauperile, del povero) sembrerebbe indicare il ruolo sociale della istituzione che regolamentava l'uso della terra. Il termine indicherebbe cioè il terreno proprio del povero. Su paberili costituiva, insieme a su vidazzoni, il seminato, la seconda fascia di terreni intorno al villaggio (sa bidda). Su paberili, il pascolo, e su vidazzoni, il seminato, si alternavano di anno in anno secondo una rotazione delle colture agrarie, e la loro superficie si dilatava (anche a spese della terza fascia, su saltu o sartu), il terreno incolto cespugliato o a bosco, secondo le esigenze della comunità. In altre parole, su paberili costituisce l'insieme delle terre lasciate a riposo in quell'anno agrario, e utilizzate in quello stesso anno per il pascolo del bestiame domito o da lavoro (buoi, cavalli, asini, capre da latte per i bambini).

Pani = Pane. Se ne distinguono due distinte qualità: su pani fattu in domu, il pane casereccio, e su pani zivili, il pane civile, quello di grano tenero fatto a macchina, che in questo lavoro non interessa. Su pani fattu in domu, il pane casereccio, è lavorato a mano e cotto in su forru de domu, nel forno familiare a legna. Le varietà più comuni: su pani coccoi, pasta dura di semola di grano duro, che è il pane delle feste. Su civraxu o crivarzu o anche chivarzu (dal latino cribarius, il pane di cruschello) è il pane di tutti i giorni, è un pane di grande formato, di due o più chili, ve ne è di più bianco o di più scuro secondo la quantità di cruschello che contiene. Tipico è su civraxu de Seddori, il pane di Sanluri. Su moddizzosu, pane di semola di piccolo taglio, circa mezzo chilo, dalla crosta spessa croccante. Sa lada o costedda, la spianata di farina, in certi paesi con un foro centrale, pane morbido spugnoso, che si consuma di solito in giornata. Tra i pani speciali abbiamo: su pani de saba, il pane impastato con la sapa, che si confeziona per il giorno dei Morti, ma anche in occasione della festa di alcuni santi. In questo caso, su pani de saba, diventa su pani de su santu, il pane del santo, e viene venduto nel santuario per beneficenza. Su pani de gerdas, il pane confezionato con i ciccioli del maiale: un pane gagliardo che si mangia d'inverno o appena sfornato o abbrustolito sulle braci del camino. Un cenno a parte merita su pani carasau, il pane tipico delle Barbagie, di millenaria fattura, consiste in una sfoglia di pasta cotta al forno. Sa carta de musica (lett. la carta da musica) si ottiene da su pani carasau: quando questo al calore del forno si gonfia, viene estratto e rapidamente diviso con un coltellone in due dischi sottili e rimesso a cuocere a forno tiepido, fino a diventare una sfoglia croccante. E' il pane del pastore, che dura mesi, e si mangia rammorbidito con acqua o con latte.

Paradura o Ponidura = Indica un antico istituto mutualistico, non ancora del tutto disusato, secondo il quale viene ricostituito a spese della comunità il patrimonio di un suo componente, patrimonio perduto per cause a lui non imputabili, quali calamità naturali, morie, pignoramento, carcerazione, furto.

Paralimpu = Paraninfo. Dal greco paranimpos, colui che sta vicino alla sposa. Il termine paralimpu non ha alcuno dei significati dispregiativi del corrispondente italiano paraninfo (mezzano di commerci più o meno leciti, procacciatore di matrimoni, e peggio), ma semplicemente quegli indicanti il ruolo di chi nelle antiche istituzioni sociali sovrintendeva al tradizionale svolgimento delle cerimonie rituali. Come nell'antica Grecia, in alcuni paesi sardi, su paralimpu era colui che conduceva la sposa a casa dello sposo, dopo la cerimonia nuziale.

Parricidio rituale = Vedi Becciu, Vecchio.

Pasca = Pasqua. E' la Pasqua di Resurrezione, detta anche Pasca Manna, Pasqua Grande, per distinguerla dalla Paschixedda, Pasqua Piccola, che indica il Natale.

Paschixedda e Nadale = Natale.

Pettiazzu e Pertiazzu = Tigrato. Dicesi in genere di animale dal manto tigrato o di cosa colorata in modo contrastante. Pertiazzu è detta una specie di chiocciolone dal guscio tigrato giallo marrone. Pertiazzu è detto anche su saccu de orbaci, il sacco di orbace, tessuto con lana bianca e nera.

Picchettai = Pranzare in campagna. Per celebrare ricorrenze, incontri, rientri in famiglia o in paese o anche semplicemente per il gusto di stare insieme, ci si riunisce in campagna - in località amene e suggestive - dove si appronta il pranzo: di solito il porchetto o l'agnello arrosto. Su picchettai, il banchettare festoso di una comitiva in campagna, ha il corrispettivo in sa scialla, il banchetto rituale in paese, da parte dei componenti di un gruppo che ha concluso collettivamente un lavoro, un'opera.

Pilloneddu = E' il diminutivo di pilloni, uccello, significa quindi uccellino. Tuttavia, questo termine è specialmente usato per indicare il pulcino. Sa pudda cun is pilloneddus = La gallina con i pulcini.

Piricciolu = Vinello. Viene chiamato così il vino leggero che si consuma quotidianamente in famiglia. Si ottiene aggiungendo acqua alle vinacce, e lasciandole fermentare. Su piricciolu est su binu de su poberu = Il vinello è il vino del povero. Piricciu viene detto scherzosamente al bambino cui piace molto bere vino.

Pitiolu e Pitaiolu = Sonaglio, campanaccio, che si attacca al collo delle pecore o delle capre mediante una fettuccia di pelle. Il pastore, quando acquista is pitiolus, i sonagli, (per lo più in occasione di sagre) bada a scegliere la tonalità del suono di ciascuno di essi, dimodochè l'insieme dei suoni dei pitiolus del proprio gregge dia un concerto che sia nel contempo armonioso e unico, da potersi così distinguere da ogni altro gregge. La mancanza anche di uno solo dei pitiolus comporta una assonanza immediatamente rilevabile dalle orecchie esercitate del pastore, segnalandogli la sparizione di un capo.

Platza e Pratza = Piazza, piazzale, cortile. Donai platza = Lasciar libero il passo, lasciar passare, e anche togliersi di mezzo (affine al modo di dire tedesco Schon platz!, fai posto, vattene!).

Poberu = Povero. Colui che non possiede beni. Ziu Antoni est mortu in poberesa = Zio Antonio è morto in povertà. I poveri che ridotti in estrema miseria o incapaci di lavorare vivono di elemosina sono detti pedidoris, questuanti.

Porcu e Procu = Porco, maiale. Sa festa de su porcu, la festa del maiale, la macellazione e conservazione del maiale di famiglia si fa per dognasantu, nel mese di novembre.

Presenti = Dono. Su presenti, il dono, è il tradizionale omaggio in beni di natura che la famiglia fa ad altra famiglia di parenti o di amici. Nel periodo del raccolto di frutta o in occasione della macellazione di un capo di bestiame, se ne offre una parte, specie a chi non ne possiede. In particolare, per la macellazione del maiale di famiglia, è di prammatica su presenti, detto anche su mandau, il mandato, consiste in un piatto che contiene una piccola parte di carne, lardo, fegato, e altro. Chi riceve su presenti o mandau, e possiede un proprio maiale da ingrasso è tenuto alla restituzione del dono. Tale obbligo è detto su prattu torrau, il piatto restituito; che per estensione si applica anche alle offese ricevute. In questo caso, su prattu torrau, la debita restituzione, usa farsi a pesu bonu, cioè a peso buono, con i debiti interessi.

Pruna = Prugna, susina. Abbondava un tempo nelle campagne una varietà di susine detta pruna de Sant' 'Uanni, prugna di San Giovanni, piccola oblunga, gialla o nera, assai zuccherina, che maturava a fine giugno e veniva venduta a imbudus, imbuti (s'imbudu è una misura di capacità pari a tre litri).

Purgadoriu = Purgatorio. Il mitico luogo dove le anime dei cristiani si purgano dei peccati loro, commessi in terra, mediante atroci sofferenze, per lo più a base di scottature. Numerose sono le favole di anime dannate del purgatorio, tornate sulla terra per incutere alla gente il timor di Dio.

Risu sardonicu = Riso sardonico. L'erba sardonica, (da Sardò, Sardegna, perchè diffusa nell'Isola), essenza velenosa che se ingerita provoca una convulsione sghignazzante dei muscoli facciali. Da qui "riso sardonico" con il significato attuale di riso beffardo, ironico o irrefrenabile. I l riso convulsivo da sardonica, nel pregiudizio degli antichi colonizzatori romani diventa il "riso dei sardi": il riso cioè che si scatenerebbe nei Sardi nell'uccidere a randellate i loro padri non più in grado di produrre.

Rizzoni de mari = Riccio di mare; per distinguerlo da su rizzoni de mata, il porcospino. Rizzoneri e arrizzoneri viene detto colui che per mestiere pesca i ricci di mare e poi li vende al pubblico nelle bancarelle.

Saba = Sapa. Mosto cotto, raffinato fino a diventare denso cremoso, quasi una marmellata. Il contadino ne fa largo uso nella cucina domestica. Sostituisce spesso lo zucchero. I piccoli la mangiano spalmata sul pane. Con sa saba si confezionano diversi dolci e su pani de saba, il tradizionale pane dei Morti.

Saccu nieddu = Letteralmente: sacco nero. E' il tipico mantello del pastore. Consiste in un doppio telo di orbace lungo circa due metri e largo sessanta centimetri. Se ne può cucire una parte, in modo da potervisi infilare come in un sacco a pelo.

Saccu pertiazzu = Letteralmente: sacco tigrato. E' un sacco che il contadino usa per il raccolto del grano. E' così chiamato perchè ordito con lino o cotone (bianchi) e tramato con lana di pecora nera assume striature bianco-nere (pertiazzu = tigrato). Contiene circa tres cuarras de trigu = tre stajelli di grano; pari a Kg. 60.

Saltu o Sartu = Salto, campagna. Il termine deriva dal latino saltus, terreno montuoso e selvoso usato come pascolo. Con il termine saltu o sartu si indicava la fascia di terreno non coltivata, riservata al pascolo del bestiame "rude", quali capre, pecore, maiali e vacche. Su sartu era la più esterna delle fasce territoriali intorno a sa bidda, al villaggio. Andai a su sartu, andare in campagna, è locuzione comune del contadino che ha il significato di andare a lavorare.

Santu Juanni de Floris = Comparatico dei fiori. E' così detto un singolare comparatico cui si legano i giovani nel mondo contadino, specie nel periodo dei grandi lavori agricoli dell'estate e anche nel periodo dei balli per il carnevale. Su Sant' 'Uanni de Floris, il comparatico dei fiori, consiste in un mutuo giuramento di eterna amicizia tra giovani dello stesso o di diverso sesso, con l'obbligo della fedeltà, della sincerità, dell'amore.

 Saruis Antonio è il nome del protagonista di un racconto dell'Autore, apparso per la prima volta in una raccolta pubblicata dall'editore Feltrinelli nel '69, diventato simbolo dello sfruttamento coloniale prima e dell'emarginazione nella metropoli.

Scialla = Festa, baldoria. Questo termine indica anche il banchetto che i membri di un gruppo organizzano dopo concluso un lavoro fatto in comune. Sa scialla si svolge a tarda sera, per lo più nel cortile, all'aperto, con una solenne mangiata a base di maccarronis, maccheroni, petza arrustia, carne arrosto, cun birdura frisca, con verdura cruda, abbondantemente innaffiati con il vino nero. Il termine deriva dal greco exallomai, far festa, banchettare.

Sciuiai = Mandar via. Usato specialmente per i volatili. Andai a isciuiai = andare a fare lo spaventapasseri. Si tratta di uno specifico lavoro riservato ai bambini della comunità.

Scurigadroxu = Tramonto. A su scurigadroxu, all'imbrunire. Scurigai = Far buio, imbrunire, tramontare. Su soli est scurighendesì = Il sole sta tramontando. In s'jerru su soli scurigat chizzi = In inverno il sole tramonta presto. Su messaju traballat in su sartu de s'orbescida a su scurigadroxu = Il contadino lavora in campagna dall'alba al tramonto.

Scolca = Guardia, scolta, sentinella. Dal latino sculcae o exculcae. Sa scolca indica una istituzione rurale con compiti di sorveglianza del territorio diffusa nel periodo dei Giudicati, ma di origine assai più remota.

Scrichilloni e Sciscilloni = Racimolo. Vedi la voce Binnenna.

Sicchedadi = Siccità. Male ormai endemico, dopo il dissennato disboscamento operato nell'Isola dai colonizzatori. L'ultima sistematica distruzione del patrimonio boschivo sardo risale alla seconda metà del secolo scorso e ai primi decenni di questo secolo, quando orde di carbonai toscani e piemontesi invasero le foreste, trasformandole in carbone e potassa da cui trassero ingenti profitti.

Sinis = E' così detto il territorio compreso nella omonima penisola, che forma l'arco Nord del Golfo di Oristano. I Fenici vi fondarono la città di Tharros.

Sobariu = Solaio. Dal latino solarium. Nella abitazione rurale è una soffitta o mansarda, utilizzata per la conservazione del grano e delle leguminose. E' detto sobariu anche il pavimento in legno della stessa soffitta, e che costituisce anche il soffitto su travi di legno delle camere del piano sottostante.

Socceria = Società. E' usato anche il termine soccida. In particolare indica un contratto che si stipula tra un pastore proprietario di un cospicuo gregge e un pastore povero, con poche pecore o nessuna. Il primo mette le pecore e il secondo la manodopera. I costi e i guadagni vengono ripartiti in parti uguali. Allo scadere di cinque anni (termine del contratto) il gregge che la socceria, la società, si ritrova, viene diviso a metà tra i due soci. La funzione della socceria, che è un vero e proprio istituto socio-economico, è quella di evitare il costituirsi di greggi molto grandi: dati il tipo di allevamento, il pascolo brado e transumante e i costi relativi, è bene che il gregge abbia un numero di capi non inferiore ai 200 e non superiore ai 400.

Sordau = Soldato. Nel racconto Su sordau e su Faraoni si narra in chiave antimilitarista la rivolta del buonsenso popolare contro le mistificazioni del potere. Il racconto - che potremmo definire parabola è chiaramente ripresa da un episodio storico descritto da Herodoto nelle sue Historiae.

Spigadora = Spigolatrice. E' una attività riservata alle giovani donne della comunità. Is ispigadoras entrano nel campo appena mietuto e raccolgono in proprio le spighe rimaste. Il loro raccolto sarà tanto più abbondante quanto più distratti saranno stati i mietitori. Il lavoro svolto da is ispigadoras, le spigolatrici, nell'economia agro-pastorale, era necessaria per evitare danni alle pecore che vengono immesse subito dopo nel pascolo delle stoppie - le reste del grano, infatti, costituiscono un pericolo per l'apparato respiratorio e digerente.

Sposoriu = Sposalizio. I termini sposu e sposa indicano sia il fidanzato e la fidanzata che il marito e la moglie. Quando si dice sunt sposus, sono sposi, si intende che sono fidanzati; si dice invece sunt sposaus, sono sposati, quando ci si riferisce alla coppia maritata.

Stauli e Stabi = Tettoia. Stauli de axina o barrali indica la pergola. La casa agricola è fornita nel suo cortile da una serie di staulis, di tettoie, che costituiscono vere e proprie dependences, dette domus, case: sa domu de su giù = la tettoia o stalla dei buoi; sa domu de sa palla = la tettoia della paglia o pagliaio; sa domu de su forru = la tettoia del forno; e così via.

Stoja = Stuoia. I Sardi del Campidano di Oristano, massimamente quelli dei villaggi che si affacciano sul Golfo di oristano e sugli stagni di Cabras, alla maniera araba, usavano le stuoie come sedile, come mensa e come giaciglio per la notte. Rinomate is istojas de Santa Giusta = le stuoie di Santa Giusta, paese confinante a Sud con Oristano, costruite con sa spadua, il falasco, un'erba palustre spugnosa e soffice, intrecciata con su cannaitu, funicella di giunco.

Strangiu = Straniero. I Sardi usano tale termine per indicare chiunque non appartenga alla propria comunità di villaggio, e ancor più precisamente è strangiu, straniero, chiunque non sia conosciuto. Sono strangius, stranieri, quindi, tutti gli abitanti dei paesi, vicini o lontani, esclusi quelli del proprio. Tuttavia, per la legge dell'ospitalità, su strangiu, lo straniero, gode di particolare rispetto e attenzioni - tra l'altro gli si perdonano comportamenti negativi derivati dalla sua ignoranza delle leggi della comunità che lo ospita.

Tallarinus = Tagliatelle. Da tallai = ritagliare. Si confezionano con pasta di semola lavorata e ridotta a sfoglia. La sfoglia viene quindi tallada, ritagliata, cun sa serreta, la rotella seghettata, a strisce, a fettucce, più o meno larghe e lunghe, secondo i gusti. Is tallarinus, le fettucce, vengono quindi poste a cavallo di una canna per farle seccare. Cucinate intere costituiscono una popolare pastasciutta che si condisce con salse diverse secondo la località; frantumate e ridotte in minutaglia forniscono un'ottima pasta per il minestrone di cixiri, ceci, cui di prammatica si accompagnano i gerdas, ciccioli, e su crogiolu, la cotenna del maiale.

Telargiu e Trobaxu = Telaio. Utensile di prima necessità nella arcaica economia autarchica del contadino. Usato prevalentemente per la tessitura dell'orbace. Vedi notizie e nomenclatura nel testo.

Tempus = Tempo, nelle sue diverse accezioni, principalmente è la dimensione entro cui fluisce ogni esistenza. Su tempus de sa vida = Il ciclo dell'esistenza umana. Su tempus chi passat = Il fluire del tempo con le modificazioni che comporta. Spacciai su tempus = Finire il tempo, morire. Est tempus de binnenna = E' tempo di vendemmia. Est tempus de figu = E' la stagione dei fichi. S'attongiu est unu tempus de s'annu = L'autunno è una stagione dell'anno. Fait tempus bonu = Fa bel tempo.

Terralba = Terralba. Paese a Sud di Oristano, che si affaccia con Marceddì, borgata di pescatori, sul Golfo di Oristano. La storia di questo centro agricolo, le cui terre in gran parte costituite da stagni e paludi furono redente nella prima metà di questo secolo, è illuminante nel processo di rapina e di sfruttamento del territorio da parte del colonialismo fascista.

Tianu = Tegame in terracotta brunita, con un solo manico lungo a impugnatura. Vi si preparano i soffritti, le salse, gli spezzatini, la coratella - in generale cibi insaporiti.

Tidili = Cercine. E' un cerchio di panno, che le donne ottengono con un fazzoletto, da mettersi tra la testa e il recipiente che si trasporta: corbula o brocca da acqua. Da bambino ammiravo l'eleganza e la bravura con cui le donne portavano in equilibrio sul capo una brocca d'acqua, reggendone una seconda obliqua con il polso infilato nel manico e la base poggiata sull'anca.

Tomata e Tomatiga = Pomodoro. Is tomatas, i pomodori, tra gli ortaggi, è una delle essenze più diffuse nell'Isola. Se ne coltivano varietà dal frutto grosso polposo schiacciata detta tomatiga sarda e altra detta coru de boi, cuore di bue, di importazione, negli orti e nelle zone irrigue; nella campagna, a secco, si coltivano varietà dal frutto piccolo, dalla buccia spessa, molto aromatico. Quest'ultima varietà si conserva in appicconisi, penzoli, a grappoli che ornano per tutto l'inverno il soffitto della lolla, loggiato. Pilarda o pilarda de tomata o anche tomatiga siccada = pomodoro secco. Sa pilarda si conserva in recipienti di terracotta, con foglie di alloro o con foglie di basilico.

Trexenta = Trexenta, regione agricola compresa tra il Campidano di Cagliari e la Marmilla.

Usanzias mortuarias = Usanze mortuarie. Vengono descritte in un interessante libretto di Giuseppe Dessì, intitolato contus de forredda,una saporosa miscellanea di novelle e notizie sul costume di Sanluri, capoluogo della Marmilla.

Vidazzoni = Terreno seminato. Dall'antico habitacione, poi bidatone e infine bidazzoni e vidazzoni. Costituisce, insieme a su paberile, il terreno lasciato incolto per il pascolo del bestiame domito e da lavoro, la seconda fascia di territorio intorno a sa bidda, la villa o villaggio.

Zinzula = Giuggiola, il frutto de sa mata de sa zinzula, del giuggiolo. Arbusto spinoso un tempo diffuso nelle campagne, allo stato selvatico, attualmente in via di estinzione. Alcuni esemplari, coltivati e curati ad albero, abbellivano i cortili delle case dei villaggi nel Campidano oristanese.



INDICE

Piano e presentazione dell'opera

Introduzione

S'ANNU DE SU MESSAJU / L'anno del contadino

PARTE PRIMA - ATTONGIU / Autunno

Capitolo primo - CABUDANNI / Settembre
Cabudanni

L'uso comunitario della terra
Organizzazione dell'uso comunitario
Sa scolca / La guardia
Testimonianza di un pastore del Sinis
Sa matta de sa zinzula / Il giuggiolo
Sa sicchedadi - Contu
La siccità - Racconto

Capitolo secondo - MESI DE LADAMINI / Ottobre
Mesi de ladamini
Su muntonargiu de su Mediterraneu / Il letamaio del Mediterraneo
Sa domu / La casa
Sa domu de su messaju / La casa del contadino
Sa domu crabarissa / La casa cabrarese
Sa notti de is pettiazzus / La notte dei lumaconi
S'arau de linna / L'aratro di legno
Terra e trigu a mois e a cuarras / Terra e grano a moggi e a stajelli
Cixiri e tallarinus / Ceci e tagliatelle
Is bombas de sa dominiga / Le polpette della domenica

Capitolo terzo - DOGNASANTU / Novembre
Dognasantu
Usanzas mortuarias / Usanze mortuarie
Sa festa de su procu / La festa del maiale
Su presenti / La donazione
S'anima de su Purgadoriu - Contu
L'anima del Purgatorio - Racconto

PARTE SECONDA - JERRU / Inverno

Capitolo primo - MESI DE IDAS / Dicembre
Mesi de idas
Is ballus - Sa cumpangia de is ballus / I balli - La compagnia dei balli
Is Beccius / I Vecchi
S'acabadori / Colui che pratica l'eutanasia
Il parricidio rituale
Il riso sardonico
Tempo nuovo

Capitolo secondo - GENNARGIU / Gennaio
Gennargiu
Il rientro dalla campagna
Santa Autonomia
Su braxeri de liauna / Il braciere di latta
Su contu de Saruis Antoni - Contu
 La storia di Saruis Antonio - Racconto

Capitolo terzo - FRIARGIU / Febbraio
Friargiu
Sa linna po bivi / La legna per vivere
Sa linna de fai fogu / La legna da ardere
Su modditzi / Il lentischio
Sa merda de boi / La merda di bue
L'ultimo ceppo
Una mattina di febbraio a Buddusò
Diario di una giornata nel Sinis del contadino Peppi Antoni Piras
Diario di una giornata nel Sinis del pastore Luigi Mocci

PARTE TERZA - BERANU / Primavera

Capitolo primo - MARZU / Marzo
Marzu
Su tempus de fruciri / Il tempo di covare
Su telargiu / Il telaio
Nomenclatura essenziale del telaio
L'orbace - le pecore balentes di Mussolini
La lavorazione dell'orbace
Is bertulas de pilu de craba / Le bisacce di lana di capra
Sa paradura / La ricostituzione collettiva del patrimonio individuale
S'aggiudu torrau / L'aiuto restituito
A is tempus mius / Ai miei tempi
Su sordau e su faraoni - Contu
Il soldato e il faraone - Racconto

Capitolo secondo - ARBILI / Aprile
Arbili
Notizie sulla pecora
Su casiddu de mulli / Il secchio per la mungitura
Pecora di montagna e di pianura
Su casu malzu / Il formaggio marcio
Su callu de crabittu / Il caglio di capretto
La terra senza alba - Una pagina di storia

Capitolo terzo - MAJU / Maggio
Maju
Il pane in Barbagia
Is beccius de bidda mia / I vecchi del mio paese
S'ortulanu in Celu - Contu
L'ortolano in Cielo - Racconto

PARTE QUARTA - ISTADI / Estate
 
Capitolo primo - LAMPADAS / Giugno
Lampadas
Su Santu Juanni de floris / Il comparatico dei fiori
Is ispigadoras / Le spigolatrici
Andai a isciuiai / Fare lo spaventapasseri
Uno spaventapasseri testimonia
Bambini spaventapasseri
Lo spaventapasseri
Lavoro infantile e sfruttamento minorile

Capitolo secondo - MESI DE ARGIOLAS / luglio
Mesi de argiolas
Sa cabbia paradora / La gabbia trappola
Sa morti giusta - Contu
La giusta morte - Racconto

Capitolo terzo - AUSTU / Agosto
Austu
S'incungia / Il raccolto
I poveri del mio paese
Is buttonis de su caboniscu / I testicoli del galletto
Is isposus / I fidanzati
Su sposoriu / Lo sposalizio


APPENDICE I - DICIUS E FRASTIMUS / Detti e invettive
1 - Il concetto di giustizia
2 - Come sono visti gli altri
3 - Il lecito e l'illecito
4 - Dicius / Proverbi (in logudorese)
5 - Dicius in poesia / Proverbi in versi
6 - Frastimus / Invettive
7 - Frastimus in poesia / Invettive in versi

APPENDICE II - GRIGLIA STORICA - Sintesi cronologica degli avvenimenti di rilievo

APPENDICE III - GLOSSARIO

INDICE


fatti persone

Fatti & Persone
Annuario della Sardegna 1996 - direttore Gianfranco - Lai Edizioni C.P.E. aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

NB: In questo sito è disponibile di Ugo Dessy il saggio "Gli intrepidi ascari"


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GLI INTREPIDI ASCARI

Note di storia sarda
di Ugo Dessy

L'anno 1847 segna la fine del Regno di Sardegna. Il 29 novembre, una rappresentanza dei tre bracci del parlamento sardo si reca a Torino da Carlo Alberto per chiedergli umilmente la formale fusione dell'Isola agli altri stati sabaudi di terraferma.
Nell'annuale discorso della corona, il re dirà che «la Sardegna, gettato il funesto retaggio di antichi privilegi, volle essere unita con più stretti vincoli alla terraferma, e fu accolta dalle altre provincie come diletta sorella».
Intanto a Cagliari e in altre città dell'Isola si registrano manifestazioni popolari di giubilo unificatorio, animate dagli studenti e orchestrate dalla borghesia indigena compradora e dall'alto clero, che speravano con la fusione di modernizzare le strutture economiche in funzione di uno sfruttamento più razionale e intensivo delle masse lavoratrici.
Gli storiografi addetti ai lavori - che non citerò nominalmente, come usano fare essi richiamandosi e rimasticandosi l'un l'altro - sostengono che la fusione fu «un moto plebiscitario», «uno dei momenti più importanti della vita politico-sociale sarda» e che «al riformismo sabaudo... non può disconoscersi una certa validità storica, in quanto soltanto dopo il passaggio della Sardegna ai Savoia si notò nell'Isola un nuovo impegno politico da parte dei governanti, fino ad allora pressoché sconosciuto».
Non risulta che le plebi sarde siano mai state interpellate sulla loro volontà fusionista; d'altro canto, è probabile che almeno l'80% della popolazione sarda non sapesse neppure della esistenza del Piemonte. Non si conoscono i dati ufficiali sull'analfabetismo nell'Isola in quel 1847; certamente sono più alti di quelli relativi al 1901, che - a trent'anni dall'unità nazionale - vanno per i diversi circondari, dal 66,2 al 72,2 per cento.
Bisogna intendersi sul significato di "nuovo impegno politico". In un certo senso c'è stato - e c'è tuttora - da parte dei governanti, esecutori della volontà del capitalismo, un disegno politico "progressista" nel senso di un continuo adeguamento, nelle forme e negli strumenti, per la conservazione del potere e la repressione dei moti rivoluzionari - ferme restando le strutture portanti del sistema. Esaminando i fatti e non gli assunti, il "nuovo impegno" dei governanti, per la Sardegna, si riduce all'ammodernamento delle imprese capitalistiche coloniali, ad una maggiore funzionalità dell'apparato fiscale, al rafforzamento degli apparati di polizia, alla creazione di nuove leggi e all'ampliamento degli organici dei magistrati in funzione di una più efficace giustizia di classe.
Di servizi civili, di scuole, di assistenza, di posti di lavoro neppure si parla - si parla invece di riassetto fondiario per mettere "ordine" nella proprietà privata delle terre di recente introdotta, a dispetto del contadino e del pastore, con il famigerato Editto delle Chiudende del 6 ottobre 1820; e si parla di banditismo sardo, un fenomeno che rende insicuro il piano di asservimento e sfruttamento delle risorse economiche delle zone interne portato avanti dal colonialismo sabaudo.
Dai fatti registrati alla fine del 1847 emergono alcune considerazioni.
La delegazione che si reca dal re piemontese a perorare la fusione e l'estensione delle riforme già previste per le provincie di terraferma, non rappresenta la volontà popolare e non rappresenta neppure i tre bracci di quel rudere di parlamento sardo istituito dai re aragonesi, ma viene tout court designata dal consiglio municipale di Cagliari in combutta col viceré. La delegazione rappresentativa della volontà popolare fusionista è composta: per il braccio ecclesiastico dall'arcivescovo di Cagliari e da altri due prelati; per il braccio militare dal marchese di Laconi, dal marchese di Arcais e dal barone di Teulada; per il braccio reale da un nobile, il conte Ciarella e da alcuni borghesi compradoris: gli avvocati Cossu, Baylle, Mameli, Roberti e Marini.
I componenti di altre delegazioni di rincalzo, raffazzonate in altre città, non sapevano neppure per che cosa erano stati convogliati a Torino. I delegati di Oristano, infatti, si erano portati dietro, con un dovizioso presente di vernaccia e di muggini, una "supplica" per ottenere dal re un intervento per la bonifica della valle del Tirso funestata dalla malaria. Carlo Alberto dovette gradire certamente i doni degli oristanesi che non potevano non ricordargli il suo fortunato viaggio in quelle terre cinque anni prima, nel 1842. In quella circostanza, il re piemontese diresse di persona il saccheggio nella necropoli di Tharros, rapinando numerose tombe romane e puniche, per abbellire le collezioni del palazzo reale ed ornare le mantenute di Casa Savoia. Sta di fatto che, nonostante le suppliche e i relativi presenti della gente oristanese ai vari governanti, la zona è ancora oggi disseminata di paludi e acquitrini, infestata da una miriade di insetti ematofagi, funestata da epidemie - nel 1967 si è avuta una esplosione di colera infantile con 10 morti ed oltre 50 ricoverati gravi.

La fusione non getterà "il funesto retaggio di antichi privilegi" ma li perpetuerà e ne aggiungerà di nuovi.
Nella stessa Cagliari - considerata l'anima dell'operazione fusionista - il popolo fiuta il mercimonio. Una ignota mano affigge al muro della Torre dell'Elefante un manifesto: «Viva la lega italiana e le nuove riforme. Morte ai gesuiti e ai piemontesi. Cittadini, ecco il momento disiato della sarda rigenerazione».
La borghesia indigena compradora ed il clero vedranno sfumare le loro mire egemoniche nel momento stesso in cui ha inizio il processo di piemontizzazione delle vecchie strutture economiche, amministrative e politiche dell'Isola. Essi contavano di vedersi ammodernare il logoro sistema feudale in cui radicavano i loro privilegi, per trarre quindi maggiori profitti dallo sfruttamento razionalizzato delle masse lavoratrici. Troppo tardi si accorsero di non poter competere con le mascelle e con l'appetito della giovane intraprendente borghesia piemontese - e chi si adattò al ruolo subalterno di lacchè del colonialista e chi sdegnosamente si paludò dei valori irredentisti della nazione sarda. Un gioco sporco che la borghesia indigena - imprenditori, politici, intellettuali, clero - continua a fare ancora oggi, attratta o respinta dagli interessi del capitale straniero, ma sempre in funzione di esso.
«In realtà è avvertibile che... le misure di ammodernamento hanno soltanto un duplice scopo: di creare in Sardegna una condizione che renda impossibile lo sviluppo di una vita economica, sociale e politica che consenta una originale evoluzione delle tradizionali forme di autonomia, per giungere ad una progressiva assimilazioni delle istituzioni sarde con quelle degli altri stati di terraferma; e di rafforzare l'Isola nelle sue strutture difensive in rispondenza delle caratteristiche dello stato piemontese e della sua politica» - scrive in un saggio uno storiografo revisionista, cogliendo nelle mire del capitalismo del secolo scorso l'elemento della utilizzazione militare dell'Isola: un elemento che dagli stessi revisionisti è ignorato in riferimento alla realtà presente con un preciso calcolo politico.
In effetti, la Sardegna appare già destinata a diventare un'area di servizi del capitalismo - area di servizi economici e di servizi militari.
Pasquale Tola, rappresentante della borghesia compradora nel parlamento piemontese, nel maggio del 1848, si duole che «la Sardegna, accolta dalle altre provincie come diletta sorella» non figurasse con il suo stemma fra gli altri affrescati nella sala del parlamento a Torino. Ben concretamente, e nei minimi dettagli, l'Isola figurava nei programmi di sfruttamento intensivo che gli economisti sabaudi avrebbero portato avanti per circa un secolo, riducendo la diletta sorella, provincia d'oltre mare, in una terra bruciata, sede di colonie penali e di basi militari, luogo di confino per funzionari negligenti o indisciplinati, vivaio di manovali di basso costo da utilizzare nelle nascenti industrie del Nord e di ascari da adoperare come carne da cannone e come strumento repressivo nelle lotte operaie.
A prova di quanto poco importasse al Piemonte - in termini di "unità nazionale" - quella lontana pietrosa appendice, gli storiografi ricordano «con profonda amarezza» la ricorrente idea dei Savoia di barattare la Sardegna con qualcos'altro di più fruttuoso, ogni volta che se ne presentava l'occasione. E ciò perché lo sfruttamento programmato e il saccheggio sistematico si dimostravano meno redditizi di quanto i programmatori economici di allora non avessero previsto. Ci sono inoltre alcune difese anticoloniali, diciamo "naturali", quali la malaria, il colera, il tracoma, la lebbra nelle zone rivierasche e l'irriducibile "cattivo carattere" delle popolazioni barbaricine nell'interno.
A proposito di baratti, nel 1860, un giornale inglese, il Morning Post, svela l'intenzione del Piemonte di essere disposto a cedere alla Francia la Sardegna in cambio di Venezia e del riconoscimento dell'unità d'Italia.
Tra parentesi. La simpatica abitudine dei giornali inglesi di svergognare i nostri sommi reggitori della patria si è conservata fino ai nostri giorni: nell'autunno caldo 1969, l'Observer denuncia un nuovo baratto, quello di liquidare l'intero popolo italiano in cambio di una équipe di colonnelli.

La fusione del '47 non porta ai Sardi neppure il beneficio "civile" che avrebbe potuto almeno in parte compensare la perdita dell'autonomia: l'estensione cioè al territorio isolano di quelle riforme liberaleggianti strappate a Carlo Alberto (e ad altri regnanti europei) dai settori più avanzati della borghesia e dal nascente proletariato.
La negligenza del monarca si dimostrò, per lo stesso, un'arma a doppio taglio, nel momento in cui il Piemonte si ingolfava nell'avventurosa guerra risorgimentale del '48-'49, col proposito di sottrarre all'Austria la Lombardia, una regione agricola in via di industrializzazione. In quel momento, e ancor più dopo i primi rovesci militari, Carlo Alberto aveva bisogno di masse umane da gettare sul fronte di guerra.
I Sardi si venivano a trovare in una situazione privilegiata rispetto ai sudditi degli Stati di terraferma, poiché non erano ancora soggetti all'obbligo del servizio militare. Il regio editto del 16 dicembre 1837, che istituiva il servizio di leva per i piemontesi, (un servizio considerato allora "progressista" perché lo Stato sosteneva le spese inerenti alla istruzione e all'equipaggiamento), non fu esteso alla Sardegna - come avvenne per altre leggi ritenute privilegio dei continentali.
Con un decreto di emergenza del 7 maggio 1848 Carlo Alberto tenta di imporre la coscrizione obbligatoria, per il reclutamento di effettivi in Sardegna, pari alla metà di quelli forniti dagli altri Stati di terraferma. Il provvedimento non poté essere applicato - dicono le cronache - per la situazione di grave tensione esistente nell'Isola, dove le masse popolari cominciano a prendere conoscenza della fusione, giudicandola, come in effetti era, una solenne fregatura; e partendo dalle zone interne danno il via a varie forme di ostilità, principalmente col banditismo, contro i colonizzatori che insediatisi nei posti di comando si apparecchiavano alla mungitura.
Dunque, ai Sardi pesava soltanto un ipotetico onere morale di contribuire alla "Santa Causa" con l'arruolamento di volontari.

La notizia dell'imminente conflitto giunge a Cagliari il 23 marzo, con due giorni di anticipo sulla data di inizio delle ostilità. Gli studenti inscenano una manifestazione patriottica - tirandosi dietro quella parte della cittadinanza facile agli entusiasmi di ogni genere, sempre disposta a manifestare, anche se non sa quale "santo" si sta festeggiando. Ma quando si tratta di partire a far la guerra, rinsavisce, scomparendo dalla circolazione.
Qualche adesione alla causa dell'indipendenza si ha nella classe militare e negli studenti universitari: i primi pensano alla possibilità di accelerare la carriera e magari di finirla in continente; i secondi, rampolli della borghesia compradora, alla crosta spagnolesca hanno dato una verniciata di piemontesismo e seguono la moda del nuovo padrone.
Il colonnello comandante il reggimento Cacciatori Brigata Guardie è tra i primi a chiedere di partire. Così pure gli ufficiali dei Cacciatori Franchi. E per dovere d'ufficio, anche il viceré dell'Isola, De Lunay, offre il petto al re. Al ministro della guerra Franzini, il sedentario cortigiano scrive in un impeto eroico:
«...l'E.V. abbia la bontà di essere l'interprete presso l'adorato nostro Sovrano dei miei sentimenti, e d'interporsi perché voglia permettermi di raggiungerlo sul Campo dell'onore... Dopo tanti anni di servizio io sarei oltre modo felice di chiudere la mia carriera sul campo di battaglia...»
Il De Lunay visse e prosperò a lungo, giacché la sua offerta generosa era puramente formale, ad uso edificante dei buoni villici.

Sbollita la fregola bellica nei cittadini di Cagliari (la città vede in quel marzo partire soltanto sparuti drappelli di militari e di studenti), la campagna per il reclutamento dei volontari assume un aspetto tragicomico. Il viceré, che è rimasto, manda a Torino, l'uno dietro l'altro, accorati dispacci:
«...in questa Capitale almeno, il numero dei volontari che si presentarono per l'arruolamento è molto ristretto…» (24 aprile); «…nulla lasciavasi per me d'intentato per destare nei giovani, in Sardegna, il desiderio di accorrere in Lombardia presso l'Armata di S.M. che combatte per la Santa Causa, ma il numero dei volontari fu scarso.» (30 aprile).
In quel mese, il 19 e il 24, partono rispettivamente 5 e 14 volontari. Da Oristano, il 20, ne partono 3.
Considerata l'indifferenza dei Sardi verso quella guerra, l'intendente generale Derossi di Santarosa prepara un progetto per «l'arruolamento dei banditi, reclusi e contumaci, di cui l'Isola ha sovrabbondanza». Il progetto viene accolto dalla Grande Cancelleria di S.M. che nomina una commissione di intendenti provinciali con l'incarico di formulare un progetto di legge sulla questione. Il progetto di legge fu partorito con gestazione accelerata, e constava di sette articoli. Dopo vari rifacimenti, mentre sembrava che sarebbe passato in parlamento, venne lentamente insabbiato. Alla Grande Cancelleria, qualcuno si era reso conto che «far militare sotto la stessa onorata bandiera onesti cittadini e galeotti, poteva riuscire scapito al lustro e al decoro della milizia…»; inoltre emerse un'altra preoccupazione che la Grande Cancelleria prospettò al sovrano, e cioè che l'operazione «arruolamento banditi sardi» sarebbe stato «anche all'estero pretesto di censura».
Non è dato sapere se l'approvazione del progetto di legge, e la immissione nei campi di battaglia di migliaia di banditi sardi, reclusi e contumaci, avrebbe potuto capovolgere l'esito della prima guerra d'indipendenza. Di questa ipotesi così ricca di sviluppi cerebrali - che a me non fa né caldo né freddo - dovrebbero occuparsi gli storiografi che da qualche tempo rimestano il calderone, incentivati dal denaro della Regione.

Venuta a cadere - provvisoriamente - l'idea di trasformare i banditi in "salvatori della patria" e di adescare la gioventù sarda sventolando la bandiera dell'unità, dopo aver steso e affisso inutilmente un programma esaltante "la gloria di chi verserà il proprio sangue", il viceré De Lunay, sollecitato dal ministro della guerra, invia circolari urgenti e riservate ai Governatori, agli Intendenti Provinciali, ai Vescovi, ai Sindaci. Per inciso: quegli stessi banditi, ferocemente massacrati dalla repressione in tempo di pace, vengono allettati per la loro "carica aggressiva" in tempo di guerra. Attualmente, Graziano Mesina, che conosce la storia a fiuto, propone, in cambio dell'impunità, di organizzare l'antiguerriglia nell'Alto Adige.
Con i funzionari statali si usa il ricatto: «...si terrà conto nella carriera di ciascuno dell'attività positiva o negativa svolta in quest'opera». I Vescovi vengono toccati sul tasto dei privilegi feudali, decime comprese, di cui essi continuano a godere anche dopo le riforme liberali grazie alla devozione di S.M. per Santa Madre Chiesa.
Per setacciare ogni possibile adesione, viene creata una capillare organizzazione: in ogni più sperduto villaggio si insedia un comitato di reclutamento. Sono i notabili della comunità, possidenti e preti, a dare la caccia al volontario. I sindaci affiggono manifesti che nessuno sa leggere. Le paghe militari d'uso vengono raddoppiate e in più si offrono premi d'ingaggio. Si abbassa l'età minima prevista dalla legge fino ai 17 anni, chiudendo gli occhi sui certificati anagrafici. I sardi risultano di "piccola taglia", ed allora si abbassa la statura d'ordinanza fino a metri 1,57 arrotondati. «Purtroppo - scrivono gli storiografi - i risultati deludono le aspettative».
Le risposte del viceré da parte degli addetti al reclutamento sono di rammarico: nessuno vuole arruolarsi, né per amor patrio, né per denaro.
L'Intendente di Gallura dice, in sostanza, che la gente si squaglia al solo sentir parlare di guerra. Il comandante di Piazza di Iglesias fa rilevare che neppure uno dei numerosi vagabondi che circolano in città si è presentato, e suggerisce di vuotare le galere per rimpolpare le fila dei combattenti. Il governatore Cugia Manca di Alghero propone il reclutamento forzato di tutti i disoccupati ed i turbolenti che infestano la comunità. L'Intendente di Isili, avv. Gessa, ripete la proposta di vuotare le carceri, che rigurgitano, e di spedire i detenuti «a riscattarsi sul campo dell'onore». Il comandante della Piazza di Nuoro, l'Intendente di Iglesias, il Comandante di Sant'Antioco, il Governatore di Sassari lamentano lo stesso assenteismo.
A tutto il mese di settembre si presentano: 1 ad Alghero, 1 a Mandas, 1 ad Iglesias e 1 a Sant'Antioco. Fa eccezione Bosa, dove si riesce a rastrellarne ben 20. In questa cittadina, dimostra uno zelo eccezionale un certo G.L. Chelo, il quale anticipa paghe e spese di viaggio - a questo proposito, il viceré suggerisce di essere prudenti nel concedere acconti: alcuni, dopo averli intascati, si sono resi irreperibili. Le cronache registrano diversi casi di volontari che miravano a raggiungere gratuitamente il Continente per sbrigarvi affari loro: tra questi suscitò scalpore il caso di Pietro Colla da Sinnai.
Tornando ai buoni risultati di Bosa, il successo dell'operazione va attribuito, più che al dinamismo del Chelo, ai frati cappuccini che in quella cittadina avevano la sede centrale. Anima del reclutamento fu il padre guardiano fra Francesco Maria da Bosa. I cappuccini - l'organizzazione religiosa più potente dell'Isola - furono i più accesi interventisti, ed ebbero il particolare sostegno dell'Intendente di Cuglieri.
Nei documenti dell'archivio di Stato di Cagliari si raccolgono notizie illuminanti sulle tecniche di persuasione di cui si serve la classe al potere per mobilitare le masse popolari alla guerra. Fra queste tecniche, quella clericale è di primario uso. Nei fatti in esame, le autorità politiche e militari sollecitano i vescovi, i padri guardiani dei conventi, i direttori degli istituti e tutti i parroci (sono assenti i gesuiti, che nello stesso anno vengono cacciati dalla loro roccaforte di Sassari per i loro intrighi). I vescovi rispondono acconsentendo diplomaticamente; la situazione politica è fluida, mostrano un prudente entusiasmo - qualcuno, fiutando gli umori di Pio IX, si mantiene sul vago.
Vale la pena, a questo punto, riportare qualche documento.

Risposta del vescovo di Ozieri alla Circolare del 16 agosto 1848, seconda divisione, del viceré di Cagliari:

Ozieri, 29 agosto 1848
Eccellenza,
contemporaneamente alla Circolare di V.E. ne riceveva altra dalla Grande Cancelleria diretta all'oggetto d'insinuare ai popoli i presenti bisogni dello Stato, e manifestandomi di più la convenienza di fare solenne triduo di preghiere in tutte le Chiese di questa Diocesi: immediatamente perciò ne ho comunicato i commendevoli sentimenti, e le savie insinuazioni contenute in ambe veneratissime Circolari, e spedendo ad ogni Parroco un esemplare di quella di V.E., a tutta questa Diocesi Bisarchese con apposita mia lettera circolare, esprimendovi tutte quelle migliori massime, ed opportune dottrine, che alla mia pochezza lo è stato più possibile, onde persuadere e Clero e Popolo dei gravissimi presenti bisogni dello Stato, e del più preciso dovere che in ogni senso, e per ogni principio abbiamo per sollevarlo, e difenderlo; insinuando particolarmente la più cordiale stima, e sincera gratitudine verso il più savio, il più adorabile dei Monarchi l'Eroe nostro Carlo Alberto, ed i prodi di lui Principi. Ordinavo indi in tutte le Parrocchie di questa Diocesi il triduo delle pubbliche preghiere con la maggiore possibile solennità, con processioni generali e con sermoni adatti alla circostanza, al quale si è dato principio in questa sede nei 27 scadente Agosto.
Nell'adempiere il dovere di ragguagliare l'E.V. le riferite cose godo poterLe rinnovare il tributo del mio profondo ossequio, mentre ho l'onore di costituirmi di V.E.
Ubbidientissimo, Divotissimo, Obbligatissimo Serv.
Gavino Pischedda


Più sentita è la risposta del padre guardiano dei Cappuccini:

Bosa, 26 agosto 1848

Illustrissimo Signor Intendente Padrone Colendissimo,
i miei correligiosi offersero, ed ottennero dal Ministero di recarsi nelle provincie dello Stato per risvegliare l'entusiasmo dei popoli, ed eccitarli a prestare il loro soccorso per la guerra della nostra indipendenza, per cui furono spedite lettere circolari alli Intendenti dal Ministero dell'Interno onde agevolarne l'esecuzione. Siccome però mi è ignoto se anche la nostra Sardegna sia contemplata nelle dette disposizioni; perciò mi rivolgo a V.S. Illustrissima pregandola, volersi degnare, darmi quelli schiarimenti che crederà sul proposito, intendendo fin da questo momento di consacrarmi ad un'opera tanto santa.
In attenzione dei Suoi veneratissimi comandi, ho l'onore di rassegnarmi di V.S. Illustrissima
Divotissimo ed Obbligatissimo Servitore
Fra Francesco Maria da Bosa


Lo stesso viceré si affretta a rispondere:

D. 2
Al P. Guardiano de' Cappuccini di Bosa

Cagliari, 5 settembre 1848
Dall'Intendente della Provincia mi si dà comunicazione della lettera che V.S. nel 26 percorso agosto gli indirizzava. Faccio plauso ai religiosi e patriottici suoi sentimenti: Ella non solo può liberamente pregare venia dall'ordinario, imitare i suoi correligiosi del continente nell'incitare i popoli colla potenza della religione a correre in soccorso della Patria pericolante: ma deve ancora rimanere persuasa del gradimento del Governo, il quale se avrà in tutto il clero cooperatori che le somigliano, può confidarsi di veder sostenuta la causa italiana con quel coraggio che l'onore della monarchia richiede, e la religione sa infondere. Ella provveda non solo per la Provincia, ma scriva, inviti i suoi correligiosi ad imitarne l'esempio, sicura d'aver ben meritato dell'ottimo nostro Sovrano e della Patria.

Nello stesso documento appare uno scritto del viceré, rivolto all'Intendente provinciale di Cuglieri:

Le invio una lettera di ringraziamento e di conforto a codesto Padre Guardiano dei Cappuccini che si dispone ad invitare con la predicazione i popoli alla guerra. Unisca S.V. Illustrissima alle mie le sue parole, ed inviti pure agli altri Ordini, specialmente mendicanti che riescono nel popolo più accetti, ad imitarne l'esempio.

E' ipocrita e disonesto sostenere - come fanno gli addetti ai lavori - la possibilità di un esame obiettivo dei fatti storici: una obiettività che deriverebbe dalla autenticità (che significa poi ufficialità) della documentazione. Un documento può essere autentico ma non per questo è obiettivo. La versione ufficiale del ministro dell'interno su incidenti tra polizia e dimostranti è certamente un documento autentico - ma mente spudoratamente chi afferma che è obiettivo. Io personalmente lo giudico sempre falso, perché sto dalla parte opposta a quella del ministro, quando sto con i dimostranti. Con tutto ciò mi guardo bene dal dire che la versione dei dimostranti è quella vera, obiettiva. Gli interessi in gioco sono sempre molti e contrastanti tra loro - così pure, dunque, le versioni dei fatti. Basta usare il buon senso, e direi meglio la buona fede, per sentirsi in obbligo di sostenere che è possibile soltanto una conoscenza relativamente obiettiva di un fatto, a patto che si abbiano le versioni di tutte le componenti presenti e comunque interessate a quello stesso fatto.
Purtroppo, qui, non esiste la versione del popolo. Nelle vicende storiche, il popolo è ridotto a strumento della volontà delle élites al potere, ed è in funzione degli interessi di queste élites; seppure nel popolo sia sempre presente un atteggiamento ed una presa di posizione "condizionante". Si può dire cioè che esistono due "storie": la storia fatta dalle élites, per la conservazione o per lo sviluppo del potere e dei privilegi connessi; e la storia del popolo, che consiste nella opposizione o nel rifiuto al o del disegno delle élites.
Quando non parlano di battaglie vittoriose, dove «rifulge sempre l'eroismo popolano», scappa detto agli storiografi che la storia d'Italia, è «storia risorgimentale concepita, partorita e gestita da pochi». Sembrerebbe quindi che l'Italia, divisa in tanti staterelli, si sia trovata ad un certo punto ricucita intera senza che la gente che vi stava dentro ci abbia fatto caso. Io ritengo che, come sempre, sia stato il popolo a "far tutto", a sgobbare - anche se non gliene fregava niente di quel che l'élite faceva bollire in pentola. Il popolo pagava la pentola, forniva la carne da metterci dentro e portava a spalle la legna dal monte per cucinarla - ad attizzare il fuoco per mantenere l'ebollizione ed a mangiarsi la carne ci pensava l'élite, naturalmente. A me pare che ci sia anche una storia del popolo - ben diversa da quella delle élites e di ben più valido carattere "risorgimentale" - nel senso di lotta di liberazione dall'obbligo di dover "cucinare" per gli stomachi al potere; lotta che si articola in una serie di rifiuti dell'ordine "costituito", che vanno dal "prendere da chi ne ha" fino all'eliminazione fisica del gabelliere, che culmina nei tumulti sistematicamente soffocati nel sangue e con le galere.

Sulla "obiettività" degli addetti ai lavori c'è da restare sbalorditi, leggendoli. Cito qualche perla da qualcuno dei loro testi ufficiali.
«Pur rimanendo sempre una terra di deportazione e d'esilio, per la sua natura aspra e per il suo clima malsano, la Sardegna non fu mai abbandonata dai romani e godette veramente di un alto grado di civiltà. Inoltre, il suo aspetto negativo di provincia penale, le diede molto presto il privilegio di conoscere il Cristianesimo».

Non dubito che per un cristiano, conoscere il Cristianesimo in anteprima sia un "privilegio" (almeno in teoria, in quanto è un "privilegio" a posteriori). Dubito che lo fosse per i Sardi, che erano pagani; e dubito molto che abbiano preso come un "privilegio", tra le altre imposizioni, l'Editto di Costanzo II, esteso anche alla Sardegna, dove si comminava la pena di morte e la confisca dei beni ai pagani che avessero osato praticare nei loro templi i loro riti religiosi. Ecco alcune delle disposizioni di Costanzo, relative alle persone:
1° - proibizione di avvicinarsi ai templi;
2° - pena di morte per coloro che avessero visitato i templi, acceso il fuoco nell'altare, bruciato l'incenso, fatto libagioni, ornato di fiori i cardini delle porte;
3° - morte civile per coloro che fossero tornati all'antica religione: i loro beni trasmessi senza testamento ai parenti cristiani.
E ancora, queste le disposizioni relative alle cose:
1° - ordine di chiudere, distruggere, radere al suolo i templi;
2° - ordine di abbattere, in tutti i luoghi, i simulacri, le statue, le immagini, di demolire ed estirpare gli altari;
3° - distruzione delle scuole pagane;
4° - trasformazione degli edifici religiosi che non si distruggevano e loro destinazione ad usi civili e pubblici.

Scrive il Quinet, commentando i decreti di Costanzo:
«Immaginate che la religione cattolica, che pure ha stabilito questo diritto, vi sia assoggettata a sua volta per due generazioni, e ditemi che cosa ne sarebbe di lei dopo una simile prova».
Quale privilegio possa essere stato la diffusione del cristianesimo, non dico per i Sardi ma per l'umanità in generale, è difficile dire obiettivamente.

Non certo per un caso, la storiografia ufficiale riflette sempre il punto di vista di chi è al potere. Quando i Vandali occuparono l'Isola fecero due cose che reputo eccellenti: confiscarono i beni della Chiesa e abolirono la proprietà privata della terra. Ma i Vandali oltre ad essere "barbari" erano anche seguaci di Ario e perciò eretici. Quindi lo storiografo contemporaneo scrive che negli ottant'anni che durò la loro presenza in Sardegna
«politicamente i Vandali non apportarono radicali mutamenti e si limitarono solo a togliere le terre ai privati ed a confiscare i beni della Chiesa»; mentre i Bizantini, soppiantati i Vandali, si diedero «di buon grado a ristabilire la legalità e l'ordine, restituendo le terre ai legittimi proprietari e rimettendo le chiese e i monasteri in possesso dei loro beni».

Con la fusione del 1847, nel disegno egemonico dei Sabaudi (la conquista della Penisola italica) la Sardegna è destinata ai servizi di "bassa forza". Fornirà alla "causa comune" truppe "ascare" e vettovaglie per le fanterie, alle quali vanno bene carne di pecora e ricotta salata. Verrà utilizzata, per la sua natura di isola e per l'ambiente malsano, come un grande campo di concentramento dove ridurre a miti consigli gli oppositori e ogni genere di indesiderati. Avrà anche il ruolo di roccaforte, ultimo baluardo in cui dinastia e corte possono rifugiarsi nei tempi difficili (come fece Vittorio Emanuele I incalzato dalle truppe francesi); da cui ripartire per riconquistare il potere (manovra esemplare quella eseguita dal generalissimo Franco, muovendo dal Marocco con i suoi ascari).
Già in quel periodo esistevano nell'Isola numerose fortificazioni. Alcune risalgono al periodo della dominazione romana, costruite per lo più in difesa delle basi portuali, dei depositi commerciali frequentemente attaccati con veloci scorrerie dai Sardi dell'interno. Altre fortificazioni sono di più recente data, come lo sbarramento edificato dai genovesi sul golfo di Terranova (oggi Olbia) durante le guerre coi Pisani - la presenza di tali opere militari per lungo tempo condannò questa regione al decadimento ed allo spopolamento, avendole sbarrato l'accesso al mare.
L'isola di La Maddalena è già una nota base navale. La storia di questa roccaforte militare ha paradossalmente una origine antimilitarista. Alcuni pescatori corsi vi fondarono una colonia, consistente in qualche baracca lungo il litorale. La popolazione aumentò quando i corsi rifiutarono la coscrizione militare imposta durante le guerre napoleoniche. La colonia di obiettori di coscienza - o renitenti, che dir si voglia - contava nel 1837 circa 1.500 abitanti - una comunità di hippyes ante litteram.
Il "merito" di aver mlitarizzato l'isola di La Maddalena viene attribuito al barone di Geneys, il comandante sabaudo creatore della marina sardo-piemontese. Da allora la storia dell'Isola diventa storia della marina militare: base navale, deposito di munizioni, sede di addestramento, roccaforte munita di artiglierie.

In Sardegna, nel 1847, le spese militari raggiungono i 200 milioni di lire sarde, contro i 100 milioni scarsi spesi per l'amministrazione civile. Questi dati - riportati in La finanza sabauda in Sardegna, Ed. Bocca, 1924 - sono da considerarsi parziali, in quanto esistevano casse separate e gestioni "fuori bilancio" (come d'altro canto avviene ancora oggi nel settore). Le spese militari in questione sono ripartite in tre sole voci: militari, artiglieria, fabbriche e fortificazioni. Ne erano escluse, ad esempio, le opere concernenti la "difesa del Regno", cioè: milizia e cavalleria, e "Torri del Regno", che avevano casse separate. Ed escluse erano anche le spese per organizzare la sbirraglia incaricata di proteggere "dall'interno" la sacralità delle strutture militari.

«L'enormità dell'onere della spesa militare, che ha gravato costantemente sul bilancio dell'Isola, con conseguenze finanziarie gravissime, che hanno notevolmente contribuito a impedire un miglioramento delle strutture civili (strade, porti, scuole, ospedali, sicurezza pubblica, ecc.) non può essere sottovalutata nel giudizio complessivo che viene dato sulla politica sabauda in Sardegna nel corso del 1700. Si trattava, è superfluo dirlo, di uno sforzo giustificato nelle esigenze di una politica dinastica che nella forza militare aveva il suo centro».

Questa osservazione di uno storiografo comunista, relativa al prezzo pagato dal popolo sardo in "strutture civili" per la creazione di "strutture militari", è interessante, considerato che anche per i partiti comunisti al potere la «politica ha il suo centro nella forza militare».
Dando a Cesare quel che è di Cesare, va detto che le poche strade, i pochi ponti, i pochi porti funzionanti in quel periodo erano stati costruiti da militari per uso militare o in funzione bellica - in particolare i ponti sono quasi tutti edificati in periodo romano.
D'altro canto, le riforme vagheggiate con la fusione del '47 rientrano nel disegno di penetrazione e utilizzazione da parte di un colonialismo "attivo" - che si trova cioè nella necessità di operare "bonifiche", di costruire "strutture civili" (strade, ponti, trasformazioni fondiarie, e specialmente «ordine e pubblica sicurezza») per due ragioni: una militare, per conservare il dominio salvandolo da minacce interne ed esterne; una civile, per consentire lo sfruttamento intensivo delle risorse. Delle "strutture civili" i colonizzatori godono soltanto dell'uso in funzione di maggior rendimento produttivo - quando non vi siano i cartelli "vietato il transito" o i cavalli di Frisia, come accade oggi per molte ottime strade costruite dalla NATO per gli affari della NATO e per le migliaia di ettari trasformati in basi missilistiche.

Da Carlo Alberto in poi le esigenze della "politica dinastica" aumentano: i Sabaudi sono perennemente "sul piede di guerra". Il disegno egemonico dell'ambizioso capitalismo piemontese si svolge dapprima dietro il paravento patriottico dell'unità nazionale e, successivamente, culmina nell'imperialismo fascista.
Dal canto loro, i Sardi, presi da ben altri problemi esistenziali, non sentono affatto lo spirito unitario risorgimentale - neppure quando la loro Isola entra a far parte degli stati di terraferma, dopo la fusione, in qualità di "diletta sorella". Per indurli a collaborare, si mobilita il clero, chiedendo di «invitare con la predicazione i popoli alla guerra» - come scrive tout court il viceré di Cagliari, De Launay.
Prima dei frati cappuccini, i gesuiti furono gli alleati nel disegno sabaudo di colonizzazione dell'Isola. Alleati malfidi, in verità. Della loro comoda posizione di missionari del colonialismo, i gesuiti approfittarono per estendere il loro potere economico e rafforzare i loro intrallazzi politici, finendo per alienarsi la borghesia compradora toccata nei suoi interessi. Nel 1847 e '48 il malumore popolare si traduce in tumulti e sollevazioni contro i Piemontesi. Pertanto i gesuiti vengono cacciati dall'Isola col favore dell'autorità costituita, evitando così che il popolo cacci anche i Piemontesi.
Uno storico, contemporaneo a quegli avvenimenti, rileva che i motivi della cacciata dei gesuiti dalla Sardegna erano da un lato di natura economica e dall'altro di natura politica; in quanto i membri della compagnia di Gesù costituivano un potere proprio, concorrente del potere statale.
Nei moti anticlericali, si inserisce una singolare figura di tribuno, Antonico Satta, geometra. Il Satta, che ha vissuto a Londra e a Parigi ed è permeato di ideali illuministici, appena ha sentore di ciò che accade nell'Isola, corre a Sassari. Prende ad arringare le folle, nelle piazze e nelle campagne, perché si sollevino in armi e si liberino dai preti e dai nobili. Accusato di "repubblicanesimo" viene arrestato e imprigionato. Godrà più tardi di un indulto albertino.
Ancora a Sassari, nel febbraio del 1852, esplode un violento tumulto contro le truppe piemontesi di stanza nella città. I moti, anche stavolta, si diffondono nelle campagne. La causa apparente è futile: un'infrazione all'etichetta durante un ballo di ufficiali di corpi diversi. Lo storiografo Bellieni sostiene che «l'origine dei fatti era da ricercarsi nella spavalderia dei soldati continentali di guarnigione a Sassari e nella suscettibilità della guardia nazionale (indigena) e del popolo». I primi scontri si verificarono tra guardie nazionali e bersaglieri. A dar manforte ai primi ci pensa il popolo, sceso per le strade. Si ebbero sanguinosi conflitti e venne proclamato lo stato d'assedio in tutta la provincia.

Si afferma che uno degli aspetti positivi della fusione sia stato quello della riforma del sistema tributario e finanziario. Il nuovo sistema era certamente positivo per gli esattori piemontesi, che avevano modernizzato e snellito le tecniche per gabellare il popolo. Già con l'Editto delle Chiudende si legalizza nell'Isola la proprietà privata; ora, con la fusione, si ordina un catasto agricolo. "Il martirologio del popolo sardo", come il Siotto-Pintor definì il sistema tributario imposto ai Sardi dai Savoia, continua fino ai nostri giorni.
Questi alcuni dei tributi:
- contributo per servizio di posta (un servizio di cui le popolazioni dell'interno non devono aver fatto molto uso);
- ronda campestre (barraccellato);
- contributi prefetture (una specie di fondo soccorso da restituire ai contribuenti in occasione di cataclismi: è da figurarsi in quali tasche andavano a finire);
- pagamento di interessi di censo comunali (leggi: appannaggi vari alle autorità costituite);
- spese per le scuole, per i medici e gli ambulatori, per le controversie e per i conciliatori, per le chiese e la manutenzione delle stesse, le decime, manutenzione e restauro delle strade, dei ponti, delle fontane (i cosiddetti servizi civili che i Sardi hanno sempre pagato e di cui ancora non godono l'uso);
- viatico per i vescovi; trasferte dei prelati; prediche dei quaresimalisti;
- servizio di polizia; pagamento delle relative multe; risarcimento danni qualora il colpevole non fosse saltato fuori - cioè l'istigazione alla delazione (un metodo repressivo che ricorda quello adottato da certi insegnanti, i quali mettono un "sette in condotta" a tutta la classe perché non sono riusciti a scoprire chi ha fatto la pernacchia);
- roadie, dette anche in sardo is cumandatas, ossia, prestazioni di lavoro non remunerato: nelle milizie, nelle ronde marittime, nei trasporti di cereali agli ammassi, nelle saline, ecc..
- diritti di porto, ancoraggio, introduzione di bestiame in città, diritti di registro, diritti sui frantoi, tasse di patenti, peso reale; tabacchi, sali, miniere, polveri, tanca regia; donativi ordinari e straordinari ai reali (consistenti in 80.000 scudi il primo e in 204.000 lire sarde il secondo, durante l'esilio dei Savoia in Sardegna, nel periodo napoleonico); contributo guerre (quello detto Brunengo, per la guerra contro i francesi, era di 80.000 lire sarde e l'onere rimase anche dopo pagato il debito); sussidio ecclesiastico, in vigore da Sisto IV (3.529 lire sarde); alloggi militari; contribuzioni per incoronazioni, nozze, ecc., di re e di principi; soccorsi e aiuti straordinari (altro fondo di previdenza sociale); spillatico per le "spesucce" personali della regina Maria Teresa (nel periodo del suo esilio nell'Isola); e così via...
Dopo la fusione, non poche strutture del vecchio sistema feudale, coi relativi privilegi, vengono mantenute perché il Piemonte non vuole inimicarsi il clero e la nobiltà, dei quali ha bisogno per portare avanti il suo disegno di neocolonizzazione. Le decime, abolite negli stati di terraferma, vengono conservate in Sardegna; e così i diritti feudali di pesca, che nell'Oristanese esistono ancora oggi dai tempi di Filippo IV, re cattolico di Spagna. Per inciso, qui, i feudatari si avvalevano pure dello jus primae noctis fino a pochi anni fa.
Giova ripetere che le riforme vengono fatte in funzione di uno sfruttamento più razionale del lavoro delle popolazioni e del loro patrimonio naturale, sostituendo alla vecchia classe dirigente, di stampo clerico-spagnolesco, la giovane borghesia capitalistica piemontese.

La reazione popolare al feudalesimo prima e alla colonizzazione sabauda dopo, si articola in due distinte forme. Nelle aree urbane, costiere e agricole (dove la borghesia indigena compradora si allea con i colonizzatori per acquistare i privilegi riservati ai lacchè) gli abitanti subiscono il dominio pur senza accettarlo: le istanze di libertà qui si esprimono in forme "di resistenza passiva", di assenteismo alla peone; le masse si rifugiano nel fatalismo, nella droga, nell'alcool e nel culto di un cattolicesimo pagano - i lunghi periodi di letargo civile sono rotti da improvvisi violenti tumulti, che esplodono senza una causa apparente ma che sempre si rivolgono contro il potere costituito: amministratori, preti, gabellieri, possidenti, poliziotti. Tra un tumulto e l'altro, il popolo matura la coscienza della propria forza. Modificandosi le strutture economiche con l'avvento delle industrie nascono idee politiche socialiste; troviamo la punta avanzata di queste nuove idee nei minatori dell'Iglesiente, che vivono in modo disumano e tragico lo sfruttamento del capitalismo borghese.
Da un'altra parte ci sono gli abitanti delle zone interne, delle Barbagie montuose e impervie. Essi conservano una loro struttura economica, una loro cultura, proprie leggi: la civiltà pastorale. Questa civiltà essi non intendono barattarla con quella imposta dai colonizzatori. E qui è il caso di dire che tale rifiuto non nasce tanto da motivi di attaccamento sentimentale alla propria cultura ma, a ragion veduta, da una maggiore funzionalità della propria rispetto alla cultura d'innesto. Semplificando la questione, credo addirittura ovvio che una comunità accetti di modificare le strutture su cui si regge, nella misura in cui quelle nuove che le vengono proposte valgano e reggano più delle prime. (Questo è un discorso astratto, considerata la natura oppressiva e sfruttatrice del colonialismo, che alle civiltà degli indigeni non può certo sostituire la propria, senza contraddire la sua fondamentale logica del profitto).
Le popolazioni dell'interno formano una comunità pastorale che ha una lunga storia di resistenza alla penetrazione colonialista. Isolati da duemila anni, sono in perpetua guerriglia contro l'invasore. In tale situazione storica, la società barbaricina non poteva non diventare una società statica, economicamente autarchica.
E' davvero sorprendente come i Barbaricini abbiano potuto resistere e sopravvivere ai violenti e sanguinosi tentativi di colonizzazione, dopo essere stati militarmente battuti e assoggettati. E' certo che essi hanno sempre mantenuto il conquistatore in uno stato di insicurezza, di tensione, di paura. Qui, tutti i colonizzatori (ed oggi il neocolonialismo capitalistico) trovano il maggiore ostacolo al disegno di totale asservimento dell'Isola; qui, è il focolaio di ogni possibile e temibile rivolta popolare. Per questo, contro i Barbaricini, contro i pastori sardi, si dispiega la più accanita repressione, fino alla vagheggiata "soluzione finale".
Le prime basi militari straniere costruite in Sardegna sono opera dei Romani, in funzione anti-barbaricina. Per mantenere imbrigliate le popolazioni dell'interno, i Romani costruirono, utilizzando gli schiavi raccolti lungo le coste, tutta una serie di fortificazioni, unite da vie di comunicazione e da ponti. Di queste opere troviamo ancora oggi numerosi resti - per quel che riguarda i ponti romani, bisogna dire che reggono il peso del traffico meglio dei moderni, in cemento armato. Tali fortificazioni non avevano soltanto lo scopo di mantenere sotto controllo i turbolenti Barbaricini, ma di difendere le colonie situate nelle zone rivierasche dalle bardane: razzie che i pastori, di quando in quando, organizzavano con rapide puntate.
Duemila anni più tardi, col pretesto di addestrare le reclute dell'esercito repubblicano nell'uso delle armi, il ministro della difesa (ipocritamente, non si dice più "della guerra") onorevole Gui, decide di installare, in quegli stessi monti, una base militare. Lo scopo reale è quello di mantenere sotto il ricatto delle armi le popolazioni della Barbagia di Ollolai e, in particolare, di Orgosolo. Ciò che è accaduto a Pratobello è noto: la rivolta popolare antimilitaristica è stata immediata e totale. Dai fatti di Pratobello se ne deduce che la storia non la fanno solo le élites ma anche il popolo.

In lingua sarda "Bogino" o "Buginu" significa "diavolo scatenato", 'boia". La gente mossa da grande risentimento contro qualcuno, gli dà come terribile malaugurio: "An ki ti currat su Boginu!". (Ti possa perseguire il Bogino).
Bogino Gian Battista Lorenzo è ministro sabaudo per la Sardegna dal 1750 al 1773. Uomo di punta della borghesia piemontese, statista liberale a casa sua, in colonia diventa un arrogante boia. (Di lui l'Enciclopedia Nuovissima, comunista, attingendo ad enciclopedie borghesi, scrive:
«Giureconsulto ed uomo politico del Regno di Sardegna; coprì alte cariche e compì opere benemerite».

Scrive il Cabitza in Sardegna, rivolta contro la colonizzazione:
«Su tutta la Sardegna e particolarmente in Barbagia si abbatté una furiosa ondata di violenza a danno dei contadini e pastori. Atroci campagne contro il brigantaggio vennero condotte nel 1735-37 dal viceré marchese di Rivarolo, nel 1747-51 dal viceré marchese di Valguarnera, nel 1770 dal viceré marchese di Hayes, queste ultime e maggiori concertate tutte e guidate dal ministro Bogino... In tutti i paesi le truppe regolari con le armi e con la violenza contennero i pastori, tennero a bada i briganti. Su tutti i paesi si eressero in permanenza le forche, i cadaveri dei giustiziati vennero strappati a pezzi, bruciati e le ceneri disperse al vento... Sulla stessa linea della lotta contro il brigantaggio - briganti e oppositori politici del resto, per la corte di Torino, erano sullo stesso piano - fu anche perseguita la repressione dei moti logudoresi e galluresi. Per tutto l'ultimo decennio del 1700 e oltre, i seguaci di Gio Maria Angioy - costretto all'esilio - furono perseguitati; tutti i giacobini sardi, ammiratori della rivoluzione francese o semplicemente nemici del feudalesimo, popolani, contadini, pastori, preti riformatori furono braccati, arrestati, orrendamente torturati, trucidati sulle strade o nelle prigioni per opera di Carlo Felice o di Placido Benedetto suo fratello. I villaggi del Logudoro vennero assaliti dalle truppe regie, cannoneggiati, incendiati e molti dei loro abitanti uccisi o arrestati in massa».

In quel periodo di sprazzi illuministici, si verificò un fenomeno di rilievo nella storia dell'Isola: in alcuni strati della borghesia cittadina - in particolare a Sassari - si formò un'attiva corrente giacobina che seppe legarsi agli interessi delle masse contadine e condurre con queste una battaglia antifeudale e anticlericale.
Anche i moti illuministici vengono repressi dall'assolutismo sabaudo con inaudita ferocia. A Sassari, tra il '96 ed il '97, i capi del movimento antifeudale che non riuscirono ad espatriare furono massacrati dalla sbirraglia piemontese diretta dal delegato Valentino. Ancora a Sassari, nel 1802, vengono arrestati, processati e barbaramente torturati, coram populo, il Martinetti, il Battino e il Frau - gli ultimi due, pastori, dopo il "trattamento" sassarese, saranno impiccati ad Aggius, paese della Gallura dove più viva era stata la rivolta antifeudale.

Così Sebastiano Pola (1923) descrive il supplizio riservato ai due pastori galluresi:
«Si procedette dal Battino: spogliatolo delle vesti ad eccezione della camicia, strettegli le mani e le braccia nude dietro la schiena ebbe la prima ammonizione: denunciasse i complici, eviterebbe la tortura se non la morte. Rispose fermo: "Non so niente". Il delegato Cicu ordinò agli alguacil di stringergli con violenza le corde attorno ai polsi e di far agire le carrucole del soffitto. Il giovane gallurese (aveva 23 anni) fu così sollevato in alto fino a che gli si slogarono le braccia, ma ciò nonostante continuava a protestare di non conoscere altri che il Sanna, il Corda e il Cilloco. Il Cicu ordinò uno strappo violento, ma dal petto dell'infelice non poté uscire che un urlo straziante di dolore: "Non so niente, misericordia, ho da ricevere la comunione, quel che sapevo l'ho detto". Ed altrettanto avvenne del Frau. Pochi giorni dopo i due infelici furono ricondotti nella loro terra selvaggia, ad Aggius, per ornarne le forche».

Numerose sommosse popolari si susseguono in quegli anni. L'ultimo bagno di sangue giacobino viene sparso nel 1812, a seguito dei moti guidati da avvocati, professori e magistrati. La paura di un contagio di rivoluzione liberale dalla Francia terrorizza Vittorio Emanuele I. Il monarca, con la sua corte, ha dovuto abbandonare il Piemonte, invaso dalle truppe francesi; ora deve adattarsi a vivere nel suo feudo sardo. A Cagliari, viceré, clero e nobili si prodigano per rendergli l'esilio il più possibile confortevole: il re - si disse al popolo - era arrivato con la sola camicia, per non cadere nelle mani demoniache dei giacobini.
Contadini e pastori devono provvedere con il loro lavoro a mantenere dignitosamente il re in esilio. Vengono stabiliti oneri fiscali supplementari ad una popolazione già ridotta in estrema miseria. Gli obblighi fiscali verso la corona si aggiravano sulle 218.000 lire sarde; a queste se ne aggiunsero come straordinario 109.360 per il sostentamento della famiglia reale e della corte in Cagliari. Poco dopo, lo straordinario salì a 240.000. Intanto la regina Maria Teresa si fa cesellare dagli orafi un orinale d'argento sul cui fondo, a sbalzo, sta effigiato il Bonaparte: su questo speciale cacatoio, il real culo irride al grande inimico.

Caduto Napoleone, in Sardegna non occorre la restaurazione. Ma durante il loro forzato soggiorno nell'Isola, i Sabaudi si sono resi conto che la Sardegna può rendere molto più alla Corona se sfruttata meglio. Saranno varate "riforme" che comprenderanno, tra l'altro, «il riassetto della proprietà fondiaria, la burocratizzazione degli apparati fiscali e amministrativi, la creazione di fortificazioni militari».
Nel 1821 Carlo Felice inizia il suo regno sconfessando i velleitarismi costituzionali di Carlo Alberto, condannando a morte 97 oppositori sardi. Segue una feroce capillare epurazione nei quadri dell'esercito, della burocrazia e dell'università. Il monarca ha un odio sviscerale per gli intellettuali; egli afferma che «solo chi non sa leggere e scrivere può essere fedele al re». Dal che si potrebbe dedurne che a epurazione conclusa, esercito, burocrazia e docenti universitari del regno fossero tutti analfabeti.

E' dell'anno precedente (6 ottobre 1820) il primo di una serie di editti detti delle Chiudende (gli altri sono del 1824-30-31). A questi impopolari editti seguono per lunghi anni tumulti, rivoluzioni ed esplosioni di violenza nei contadini e nei pastori. La borghesia piemontese impone ai Sardi la proprietà privata con la truffa e con la forza delle armi.
In concreto, la terra era un bene di uso comune. La proprietà privata era limitata a piccole superfici in prossimità degli abitati, riservate alla coltura dei cereali, di vigneti, di oliveti, di frutta e ortaggi. Il restante patrimonio terriero - la maggior parte - era "proprietà comunale", diviso in due settori, secondo l'uso cui veniva destinato: il paberile e il vidazzone. Il paberile veniva dato in sorteggio anno per anno ai contadini. Il vidazzone era riservato al pascolo, per i pastori. Su tale patrimonio comunale (detto salto) pesavano degli ademprivi, cioè dei diritti di pascolo, di legnatico, di semina: tutta la popolazione poteva usufruire gratuitamente del patrimonio naturale.
Sulla questione scrive Cabitza in Sardegna, rivolta contro la colonizzazione - 1969.

«...La Sardegna fu saccheggiata in lungo e il largo; le popolazioni spogliate di ogni avere, ridotte alla fame, alla miseria più selvaggia, flagellate da carestie e da malattie. Non a caso la dominazione spagnola, che pure non era stata rose e fiori, appariva ai più come un dolce sogno».
«Ma solo a conclusione di quei lunghi primi cent'anni di dominazione la Corte torinese mise in atto l'operazione, a lungo covata, più sfacciatamente e vergognosamente colonialistica. A partire dal 1820, infatti, furono emanati i famigerati editti chiamati delle Chiudende. Come è noto, essi autorizzavano i proprietari a chiudere, a certe condizioni, i loro terreni e i comuni a compiere operazioni analoghe sui terreni di proprietà comunale, con l'obbligo di dividerli tra i capi famiglia; in caso di inadempienza dei comuni veniva concesso a tre capi famiglia di provvedere essi stessi alla spartizione e recinzione.
«Si voleva, in tal modo, dare alla proprietà privata garanzie giuridicamente definite e tali da consentire al titolare del diritto l'uso pieno ed esclusivo dei terreni e, soprattutto, incoraggiare e legalizzare l'esproprio delle terre comunali, demaniali e di tutte quelle in cui, sulla base di regolamenti comunitari consolidati da una lunga consuetudine, contadini e pastori esercitavano la loro attività...
«La prospettiva generale delle Chiudende era, quindi, riformistica e, per quanto niente affatto audace, corrispondente alle linee progressive del tempo. Nelle condizioni concrete della Sardegna, però, questa prospettiva assumeva un carattere immediatamente e radicalmente reazionario».

Contadini e pastori si rendono conto della truffa: si vogliono ammodernare le vecchie strutture agricole, facendone pesare ogni onere sui lavoratori ed escludendoli per sempre da ogni beneficio. Un anonimo poeta scrisse:
«Tancas serradas a muru / fattas a s'afferra afferra / si su chelu fit in terra / bo chi lu serraizis puru». (Tanche chiuse a muro / fatte all'arraffa arraffa / se il cielo fosse in terra / vi sareste chiuso anche quello).

La risposta popolare non si fa attendere. Nelle zone dell'interno, i pastori reagiscono violentemente. In numerosi paesi delle Barbagie ci furono scontri e conflitti a fuoco. Di giorno, i neo possidenti, protetti dagli sbirri, delimitavano i terreni con le recinzioni. Per far rispettare la legge intervenne allora l'esercito. La guerriglia si protrasse per circa dieci anni.
«I pastori furono massacrati, le carceri riempite, le popolazioni deportate. E naturalmente furono allestite nuove campagne contro il brigantaggio. Torme di criminali ed evasi dal Piemonte, costituite in Corpo Franco di polizia, furono sguinzagliate ovunque a seminare terrore e desolazione con lo scudiscio e la tortura, il moschetto, le forche, le infissioni di teste nei pali lungo le strade». Scrive Cabitza.

Non è la prima volta che le consorterie al potere utilizzano galeotti in operazioni repressive anti-popolari in cambio dell'impunità. Sotto l'impero romano, una banda di 4.000 ebrei dei ghetti fu spedita da Roma in Sardegna contro le popolazioni barbaricine. Roma coglieva due piccioni con una fava: si liberava di elementi turbolenti come gli ebrei e manteneva a freno i briganti sardi. Per la cronaca: la spedizione di ebrei si guardò bene dall'affrontare i pericoli di una guerriglia in un clima malsano e in un ambiente impervio: i sopravvissuti alla malaria crearono diverse colonie lungo le coste e prosperarono in pace coi loro traffici, fin quando non furono espulsi dall'Isola il 31 marzo 1492 con il decreto di Isabella la Cattolica. Ma la storia si ripete fino ai nostri giorni: negli anni 1960-61, durante le lotte antifeudali dei pescatori di Cabras per la socializzazione degli stagni, oltre alle centinaia di carabinieri e baschi blù, vengono utilizzate bande di delinquenti comuni per provocare risse e vanificare il sacrificio dei lavoratori.
La repressione dei moti popolari in opposizione alle Chiudende fu certamente un'azione infame, che - sostiene Cabitza - «suscitò l'indignazione di quanti ne vennero a conoscenza. Lo stesso governo cercò in qualche modo di attenuare le sue colpe decidendo, nel 1833, di non autorizzare la ricostruzione delle recinzioni abbattute e concedendo, due anni dopo, un indulto a quanti avessero compiuto reati in opposizione alle Chiudende».

Emerge una considerazione che va tenuta presente per comprendere la realtà attuale della Sardegna. I fatti di cui si sta parlando risalgono a poco più di cento anni fa: sono contemporanei al periodo santificato come "risorgimento nazionale". Mentre il Piemonte si batte contro la barbarie austro-ungarica, in Sardegna vi pratica ufficialmente la tortura: ci sono gli alguacil che stirano, slogano, squartano e arrotano le membra dei condannati, secondo le migliori tecniche della Santa Inquisizione; si impiccano nelle piazze oppositori politici e le loro teste vengono mozzate e infilzate in cima alle pertiche ed esposte al pubblico. Non risulta che l'Austria abbia riservato lo stesso trattamento ai patrioti piemontesi: in quegli stessi anni (1820 - 21) Silvio Pellico viene arrestato, processato e condannato a morte; la pena capitale gli viene commutata prima in ergastolo e poi in quindici anni di fortezza; egli non fu mai trattato in modo inumano; durante la prigionia poté scrivere un romanzo (anti-austriaco) e diverse tragedie. Dubito che se oggi, non dico allora, dovessi finire nelle carceri italiane, mi verrebbe data la possibilità di svolgere il mio lavoro di scrittore. D'altro canto, non risulta che lo stesso Piemonte abbia usato tali barbari metodi di repressione e di pena nei confronti dei suoi oppositori politici negli Stati di terraferma. Evidentemente ci sono diversi metodi di amministrare la giustizia e di applicare le leggi. Un trattamento differenziato è tutt'oggi rilevabile nell'amministrazione dell'Isola, dove gli stessi diritti sanciti dalla Costituzione e dalle leggi sono un fenomeno aleatorio o, come dice Mauro Mellini, «sono considerati ancora una stravagante utopia».

Non era nelle intenzioni del mio lavoro un esame cronologico degli avvenimenti che hanno visto, di volta in volta, la gente sarda resistere alla penetrazione colonialistica, reagire allo sfruttamento bestiale del capitalismo piemontese, subire la violenza repressiva dello Stato italiano. Un fatto appare comunque evidente: la nostra società è passata, attraverso i secoli, da forme di governo assolutistiche e dittatoriali a forme di governo liberali e democratiche (quando non anche di ispirazione socialista, come l'attuale), ma sono sempre rimaste immutate le fondamenta del vecchio potere. Cioè cambiano nella loro forma i regimi politici, ma la sostanza autoritaristica e repressiva del potere resta. Però, bisogna anche dire che matura, si rafforza e si organizza progressivamente la volontà popolare di resistere e di lottare per un mondo nuovo.

Alla vigilia della prima carneficina mondiale, la situazione economica e civile della Sardegna è tragica. Le antiche piaghe si sono incancrenite. Le Barbagie pullulano di banditi. I pastori hanno fame di pascoli e i contadini hanno fame di terra. I pescatori lavorano con strumenti rudimentali: nelle acque interne e lagunari dettano legge i feudatari e i concessionari, i quali godono dei diritti esclusivi di pesca; nel mare aperto i sardi non si arrischiano, privi come sono di imbarcazioni idonee: nell'Oristanese si usano ancora i barchini di falasco (del tipo usati nel Nilo tremila anni fa) e gli ami vegetali. Gli operai della Sardegna non conoscono fabbriche: lavorano come forzati nelle miniere che lo Stato italiano ha dato in concessione a società capitalistiche belghe e francesi - a scavare con piccone e a trasportare con corbule carbone e galena, lavorano come schiavi non soltanto uomini ma anche donne, bambine e bambini.
La situazione è insostenibile. A Buggerru, nel 1904, i lavoratori delle miniere proclamano lo sciopero generale.
Dapprima gli imprenditori toscani avevano disboscato quei monti, abbattendo le secolari querce il cui legname veniva usato nell'industria dei mobili e per farne carbone; poi era venuta la società francese Malfidano e aveva cominciato a scavare gli stessi monti ormai spogli. Navi inglesi, tedesche, francesi mettevano l'ancora al largo, per mancanza dei porti, e caricavano il minerale di piombo. Una società di battellieri faceva la spola dai pontili alle navi alla fonda.
I minatori di Buggerru chiedono che non venga spostato l’orario di lavoro e, in particolare, di avere gratuitamente l'olio delle lampade che illuminano le gallerie - olio cui essi sono tenuti a provvedere. I padroni delle miniere non vogliono perdere neppure una briciola dei loro profitti e chiamano l'esercito per reprimere lo sciopero. I soldati arrivano e sparano sugli scioperanti. 3 morti e 11 feriti. E' il 4 settembre 1904.

Questo il commento dell'eccidio di Buggerru fatto dal quotidiano padronale L'Unione Sarda in quei giorni:
«La Direzione della miniera aveva deliberato una modificazione d'orario: questa non piacque agli operai e... imposero dispoticamente guerra... al famoso capitalismo, alla borghesia depauperatrice... La Direzione chiese alle autorità di governo la loro assistenza. Si mandarono truppe... dopo sette ore di marcia eccole nell'abitato... i crumiri approntano un rifugio per i poveri soldati: gli scioperanti sono sulla via principale agitatissimi... I soldati sono là distesi, abbattuti... la folla si accalca loro intorno, le pietre piovono fitte... la pazienza dei soldati già da tempo messa a dura prova non resiste più, si afferrano le armi e si spara... Nel disgraziatissimo eccidio, che hanno avuto a che fare con la borghesia capitalista, il governo reazionario, il militarismo assetato di sangue? Non v'ha dubbio che se la truppa non fosse andata a Buggerru, i morti non vi sarebbero stati... Se fa comodo ai nostri anarcoidi e rivoluzionari, a lume del semplice buon senso, doveva tranquillamente la Direzione delle miniere lasciarsi condurre dalla volontà dei suoi operai, mettersi a sua discrezione, esporsi a qualunque pericolo? La vita degli impiegati non valeva dunque niente? L'autorità del padrone doveva essere dunque zero?... Sia pure vero che le leggi oggi si fanno nei congressi, prima che negli stati, e che nel congresso di Amsterdam è prevalsa la teoria rivoluzionaria, ossia la guerra contro tutto e contro tutti; gli operai di Buggerru prima di venire allo sciopero, non potevano mettere di mezzo le autorità, se credevano lesi i loro diritti, e, se non avevano fede in esse... non potevano ricorrere ai loro volontari protettori? Dopo tutto questo, non è operosa pietà star zitti? Imitare gli operai di Buggerru, ritornati al lavoro, forse meditabondi sulla forza della fatalità che macchiò, contro ogni volere, di sangue la rivolta delle leggi sociali? Nossignore... Cominciarono a Monza ad agitarsi: e si ebbe il coraggio di votare il seguente ordine del giorno: - Un comizio di cittadini monzesi per protestare contro il nuovo eccidio sui lavoratori che chiedevano il riconoscimento dei loro diritti, ritiene ormai inutile di rinnovare le solite proteste verbali e delibera: 1) di intensificare la propaganda antimilitaristica specialmente tra i giovani; 2) di invitare i lavoratori organizzati d'Italia a smettere senz'altro il lavoro al primo annuncio di un nuovo delitto commesso sulla vita dei lavoratori, così come si propongono di fare essi stessi. - Bestialità e infamia queste, nel travisare i fatti, in quanto si ammette che l'eccidio commesso sui lavoratori che chiedevano il riconoscimento dei loro diritti sia avvenuto per ordine delle autorità come mezzo di reazione... A Monza seguì Milano, e si proclamò senz'altro lo sciopero generale. Questo è scoppiato e finirà nel nulla... è un bau bau per bambini; noi possiamo ridercene: se i rivoluzionari non hanno altro mezzo per commettere l'infamia di protestare contro la società borghese per un eccidio che essa non volle, che avvenne perché il proletariato stesso lo provocò volente o no, possono agitare le acque livide di tutti i pantani in cui vivono...».

La prosa del quotidiano di Cagliari diventa ancor più comprensibile nel livore di cui gronda, quando si sappia che aveva le mani in pasta, anche nel settore minerario, con i Sorcinelli: l'avv. Ferruccio è infatti membro dell'Associazione Mineraria sarda, e sarà un fascista della prima e della seconda ora.
Nel 1915 si chiamano i Sardi a raccolta. Non è che "la patria sia in pericolo": si tratta di "ricondurre alla madre patria figli che gemono sotto il servaggio straniero", gli alto-atesini di lingua tedesca e i triestini, possibilmente con tutta l'Istria. Sono però giuste cause che la gente non comprende - molti non sanno neppure che esistono popoli diversi dal proprio. Si fa quindi leva sul naturale spirito aggressivo degli sfruttati - una carica aggressiva che essi hanno confusamente diretto contro l'autorità costituita, la giustizia, il fisco, la polizia, il possidente. Si fa leva soprattutto sul bisogno materiale, sulla fame che essi patiscono. Si promettono paghe alte, sussidi e buoni alimentari ai familiari; si promette lavoro stabile agli operai, terre ai contadini e pascoli ai pastori - a guerra finita, a vittoria conquistata. Promettere non costa nulla.
Nella povera gente nasce l'illusione che questa guerra sia un male necessario da patire in cambio di un domani migliore.
La Brigata Sassari si formò nel gennaio del 1915 col 151° reggimento di Cagliari e col 152° reggimento di Sassari. I militari di truppa erano tutti sardi, non così gli ufficiali. Comandava la Brigata il maggior generale Luigi Calderani; Achille Ledda, tenente colonnello, comandava il 151° e Carlo Torti, pure lui tenente colonnello, comandava il 152°.
Leonardo Motzo, allora capitano, ne Gli intrepidi sardi della Brigata Sassari, ha scritto:

«Fra i richiamati vi erano i veterani della guerra libica; alcuni anche decorati. Portarono essi nei reparti uno spirito militare veramente encomiabile per disciplina e fierezza e i loro racconti di atti di valore accendevano di nobile entusiasmo le anime di coloro che non avevano ancora avuto l'onore di trovarsi sul campo di battaglia. Nei primi mesi di vita della Brigata... le istruzioni furono intense e impartite con grande entusiasmo dagli ufficiali che coltivavano nell'animo dei soldati i nobili sentimenti della vita militare e specialmente tenevano altissimo lo spirito offensivo insito nella natura dei sardi, sicché, per quanto lunghe e faticose fossero le esercitazioni tattiche, quando si arrivava all'atto finale di esse cioè all'assalto, i soldati, innestata la baionetta, correvano furiosamente avanti gridando a squarcia gola Savoia, Savoia e si esaltavano tanto che sembrava che ognuno di essi avesse effettivamente un nemico da abbattere... La partenza avvenne da Cagliari il 13 maggio... A Cagliari tutto il popolo si era riversato nelle vie con le autorità civili, militari, religiose e i parenti che dai lontani paesi sperduti fra i monti e nelle valli dell'isola erano venuti a dare l'estremo saluto ai soldati... Il giorno seguente 14 maggio il reggimento sbarcò a Napoli, donde, dopo una permanenza di 24 ore, partì per Roma... A Roma in quei giorni ferveva la lotta politica tra i fautori della guerra immediata e quelli del parecchio, ed il 151° fu impiegato in servizi di ordine pubblico (leggi; per rompere la testa ai pacifisti, additati quali criminali anarco-socialisti - n.d.a.), fino a quando il nostro Sovrano non credette di rompere gli indugi e indicare al popolo la via difficile ma gloriosa da seguire... Tutti della Brigata erano impazienti di partire per il teatro della guerra... Finalmente l'ordine tanto sospirato arrivò la mattina del 20 luglio mentre tutte le truppe si trovavano all'istruzione... I reparti rientrarono quasi di corsa: sembrava che una forza sovrumana li spingesse... Rito commovente la benedizione della bandiera... Venne eretto l'altare e attorno ad esso si disposero i battaglioni. Tutti i reparti immobili sull'attenti. Ad un cenno del colonnello la bandiera appare tutta sfavillante nel sole radioso. Un fremito intenso, una commozione indicibile pervade ogni cuore... Poi l'alfiere la consegna al colonnello e viene benedetta dal sacerdote... La banda finisce di suonare; il comandante del reggimento impugna la bandiera e dice rivolto alle truppe ad altissima voce: "Ufficiali, sottufficiali, caporali, soldati! La religione ha ora benedetto la bandiera che il Re ha concesso al Reggimento. Noi dobbiamo conservarla in ogni occasione, con qualunque sacrificio nostro e morire piuttosto che abbandonarla. Giuriamo tutti di difenderla fino alle ultime stille del nostro sangue, per il servizio del Re e della Patria". Indi alzando la destra per primo grida: "Lo giuro!" Al suo grido un formidabile urlo risponde che s'innalza potente nel cielo azzurro e si espande per tutta la contrada: lo giuro dice il fante, ed in quel grido è tutta la sua anima di cittadino e di soldato fedele. I battaglioni si ammassano per lo sfilamento in parata. La Brigata è pronta al grande sacrificio».

Sul tema delle tecniche con le quali il militarismo opera il lavaggio del cervello, dopo l'enfasi patriottica del capitano Motzo ascoltiamo l'opinione di un fante, lo scrittore Erich Maria Remarque, in Niente di nuovo sul fronte occidentale:

«In dieci settimane ci formano alla vita militare e in questo periodo ci trasformano più profondamente che non in dieci anni di scuola. Imparammo che un bottone lucido è più importante che non quattro volumi di Schopenhauer. Stupefatti dapprima, esasperati poi e infine indifferenti, dovemmo riconoscere che ciò che conta non è tanto lo spirito quanto la spazzola del lucido, non il pensiero ma il sistema, non la libertà ma lo scattare... A noi fu data così la più raffinata educazione di caserma, e spesso abbiamo urlato di rabbia. Alcuni di noi se ne ammalarono, Wolf ne è anzi morto, di polmonite. Divenimmo duri, diffidenti, spietati, vendicativi, rozzi; e fu un bene: erano proprio quelle qualità che ci mancavano. Se ci avessero mandato in trincea senza quella preparazione, i più sarebbero impazziti. Così invece eravamo preparati a ciò che ci attendeva... Se tu tiri su un cane a patate, e poi un giorno gli dai un bel pezzo di carne, quello slunga il muso ugualmente, perché è nella sua natura. Così quando dai ad un uomo un pezzetto di potere è la stessa cosa: anche lui si slunga il muso. E' una faccenda che va da sé, perché l'uomo è prima di tutto un animale e poi magari ci hanno spalmato sopra un po’ di educazione, come il burro su una fetta di pane. La vita militare consiste in questo, che uno ha sempre potere su un altro; e il male è che tutti ne hanno troppo, di potere; il sottufficiale può sfottere il soldato semplice, il tenente il sottufficiale, il capitano il tenente, fino a farlo diventare matto. E tutti lo sanno, e quindi ci fanno il callo. Prendi la cosa più semplice: si torna dalla piazza d'armi stanchi morti. Viene il comando: "Cantare". Naturalmente esce fuori un canto strascicato, è già molto che qualcuno regga ancora il fucile. E allora, dietrofront, e la compagnia deve per punizione fare esercizi per un'altra ora. Al ritorno si ordina di nuovo: "Cantare", e ti garantisco che questa volta si canta sul serio. Ma che scopo ha tutto questo? Il comandante è riuscito ad imporre la sua idea, perché ne ha il potere. Nessuno lo biasimerà: al contrario, si dirà che è energico. Questo, beninteso, non è che una piccolezza; vi sono ben altri modi per torturare la gente. Ora io domando: da borghese uno può essere ciò che vuole, ma in quale professione uno potrebbe permettersi una cosa simile senza che gli rompano il muso? Ciò non è possibile che nella vita militare. E allora, vedete, questo potere dà alla testa; tanto più dà alla testa, quanto meno uno contava da borghese».

Dopo la disfatta di Caporetto e la resistenza sul Piave le sorti della guerra pendono ormai a favore degli Alleati. E' imminente l'ultimo decisivo atto della spaventosa carneficina: la battaglia di Vittorio Veneto. Gli esperti dell'ufficio propaganda del ministero della guerra compilano e diffondono alle truppe questo volantino, oggi poco noto, che ho trovato incorniciato ed esposto al pubblico nella bottega del barbiere Antonio Curreli di Oristano - un reduce della Brigata Sassari, che le promesse non mantenute se l'è legate al dito:
«Fante, soldato mirabile che riassumi tutte le virtù, la resistenza e la fede della nostra gente; portandola alla più sublime espressione dell'eroismo e del sacrificio, tu hai salvato ancora una volta l'Italia dalla invasione del Barbaro. Non il fiume, né il monte, non la trincea né il reticolato: fu il tuo petto il più forte baluardo sul quale si infransero l'impeto e la rabbia nemica. Tre anni di rinunzie, di paziente attesa, di abnegazione, tre anni di gloria per te bravo fante! Tu hai saputo premere nel cuore gli affetti e uno solo vinse gli altri: quello della Patria! Il tuo sacrificio culmina ora nella riconoscenza dell'Italia che non dimentica la tua opera, ma la benedice e si prepara a premiarla. Forza per i nuovi cimenti! I tuoi fratelli vincono sui campi di Francia l'impeto tedesco come tu hai vinto mirabilmente quello dell'austriaco. Il fante italiano non conosce che la paura degli altri! E' ora di vittoria, questa, e tu ne avrai premio, provvidenza ed aiuto quando tornerai alla famiglia e alla feconda vita delle industrie e dei campi, con la coscienza che l'Italia fatta dai tuoi padri, sei stato tu a salvarla e a portarla a nuova forza e dignità nel mondo!»

Il ritorno del reduce vittorioso non fu salutato da alcuna marcia trionfale - neppure una bandierina di carta sventolata sul naso. Quelli che non restarono con le loro carni sbrindellate tra i reticolati delle trincee, quelli che tornarono si resero conto di essere stati truffati una volta di più: la realtà che avevano davanti era ancora più misera di quella che avevano lasciato partendo a fare la guerra.
In Sardegna scoppiarono violenti tumulti popolari. I reduci ne furono gli animatori.

«...Io ero ancora giovincello, ma ricordo bene tutto... I militari della guerra 15-18 erano stati congedati ed erano arrivati in paese. Le donne avevano raccontato loro tutto ciò che avevano dovuto subire quando erano sole. Non venivano dati i sussidi, se li tenevano quelli del comune... Avevano calpestato tutti quelli che erano rimasti, avevano fatto soldi alle spalle dei poveri... Quella mattina, i congedati e le donne erano andati in piazza; gridavano, volevano entrare nell'ufficio comunale per buttare via il sindaco. In paese non c'era roba da mangiare, ma i magazzini dei ricchi e i negozi erano pieni di ogni grazia di Dio. Il signor Cubeddu aveva il negozio vicino al comune. Uno ha lanciato un sasso; allora la gente gridando si è precipitata dentro. Tiravano fuori la merce, l'ammucchiavano in mezzo alla piazza, la bruciavano. Nessuno rubava... Avevano arrestato molta gente... Tutt'intorno c'era la fanteria di Oristano che presidiava il paese...».

«L'olio correva per strada fino allo stagno, dai magazzini della signora Pisabella... Fu un bel massacro! C'erano si i carabinieri, ma non si erano mossi per paura. Stavano in mezzo alla gente e guardavano. Tutte creature battezzate erano; morti di fame e stracciati e senza grazia di Dio erano; pieni di molte promesse e di veleno erano... E' cominciato così: dovevano mettere il calmiere alle merci e non si decidevano mai nel comune, sempre facendo riunioni, sempre facendo chiacchiere. E la gente aspettava nella piazza da molti giorni. Bisognava il calmiere. La povera gente non ce la faceva più a vivere con quei prezzi; i pochi soldi che c'erano non bastavano e a credito non davano più nulla. E i magazzini e le botteghe erano pieni di roba. Fu nell'ora in cui il sole entrava e non entrava. Io potevo avere un diciassette anni, allora... A noi giovani ci consigliavano di lanciare sassi contro la bottega del signor Attilio. C'era un mucchio di ghiaia grossa, lì vicino... Noi ci siamo messi e in un momento abbiamo tirato tutto il mucchio. Poi, i grandi, comandati dai soldati reduci, sono entrati dentro tutti insieme. Il signor Attilio ha sparato due colpi di fuoco... poi è scappato nell'orto dietro casa... Hanno preso tutta la roba, l'hanno gettata fuori in piazza e l'hanno bruciata. Neanche uno straccio sano hanno lasciato... Perché bruciavano la roba? Eh, sì: a pensarci adesso avrebbero potuto prendere e dare ai poveri o vendere a basso costo; tanto non era rubare per male. Ma erano inferociti, non ci pensavano dal veleno che avevano in corpo... Un po' dopo mezzanotte erano arrivati i carabinieri e i soldati armati sui camion. Parte avevano circondato il paese e parte erano entrati dentro... La notte stessa avevano cominciato ad arrestare. Chi era scappato a casa e chi in campagna. Arrestavano, legavano e portavano via con i camion. Più di venti giorni arrestando e legando. I camion andavano e venivano ad ogni ora. Trecento ne avevano preso!... I reduci avevano fatto in tempo a scappare in campagna ed erano rimasti latitanti. Il 20 agosto avevano dato fuoco alle aie... Certo che di ragione ne avevano da buttare via. Nel comune di allora... quando qualche padre o madre di famiglia andavano in ufficio per un bisogno, se era donna le chiedevano di andare a letto e se era uomo gli chiedevano di portare la moglie o la figlia...».

«Carta Luigi, detto Spizzettu, di anni 74, reduce della guerra di Libia e della Grande Guerra, ardito della Brigata Sassari, 151° reggimento fanteria, 11° battaglione, 6ª compagnia... Dicono che io sono il capo dello sciopero del '19. Capi non ce ne sono stati. Mi ero congedato nel luglio a Torino, poi da Livorno mi ero imbarcato per la Sardegna. Quando sono arrivato a Cabras ho visto un mare di gente, un grande bordello. Io non sapevo niente di quanto stava accadendo. Avevo ancora lo zaino a tracolla, avevo il vestito militare e non ero nemmeno arrivato a casa a salutare la famiglia. Mi sono trovato in mezzo alla gente che passava come un uragano, sfasciando, ammucchiando, rompendo e bruciando nelle case dei ricchi e nei negozi. Poi è arrivato il picchetto... e hanno cominciato ad arrestare e portar via... Mi hanno incolpato di essere il capo sciopero. Ma i capi erano quei mascalzoni che affamavano i poveri, loro erano che avevano costretto la gente a diventare come cani rabbiosi... Il sindaco, con la giustizia e il picchetto, diceva: "Mettete i ferri a questo e a quest'altro". E legavano quelli che capitavano sotto. A me è successo vicino alla bottega di Peppi Sanna, dove avevano bruciato anche la casa... E mi hanno tenuto un mese in cella di rigore, segregato... E sì, era tempo brutto di fame. I ricchi, che avevano le botteghe, quando ci andava un povero a comprare e soldi non ne aveva, gli ridevano in faccia: "Se vuoi olio, ti compri oliveti; se vuoi formaggio, ti compri pecore; se vuoi farina, ti compri terre". E sono risposte brutte, molto brutte per la povera gente!... Ce l'avevano promessa la pensione, quando ci siamo congedati nel '19. Eh, tutte le promesse, per mandarci a morire, quando eravamo sul Piave! Anche il generale Sanna, di Senorbì, ce lo aveva detto: "Coraggio, coraggio! La Patria ricompensa i suoi figli!" Altro che ricompensa! Prigione e fame. Possibile che io debba vivere in una baracca così, fuori del paese, come una bestia selvatica?...»
(Testimonianze raccolte da Ugo Dessy in Cronache di lotte popolari - su Tempo presente n. 2, febbraio 1963).

Furono sparsi torrenti di sangue nelle trincee. I sopravvissuti che sapevano tenere in mano una penna sparsero torrenti di inchiostro sfruttando il dramma. I generali, per dimostrare come con la strategia appropriata si vincono le guerre. Gli ufficiali subalterni, per tessere gli elogi dei capi e pisciare sui morti la loro retorica della patria; gli intellettuali e i buoni borghesi (quelli che avevano frequentato qualche anno di ginnasio lo erano tutti), per trarre principi sociali e morali dalla grande esperienza combattentistica.
Tra le "virtù" che l'umanità avrebbe acquistato nel macello della guerra, si fa risaltare il "cameratismo". «C'è un dato di fatto - dicono tutti, perfino i socialisti - ed è che tra coloro che hanno diviso la vita del fronte è nata una profonda fratellanza che si mantiene viva ora in pace». In buona o in malafede, è un tentativo di sublimare in forme mistiche un fenomeno barbarico, crudele e abietto come lo è la guerra.
Non mi pare - a ragion veduta - che la guerra (le stragi, i sacrifici, i pidocchi, la violenza, la fame, il dolore, la paura) come dramma di massa abbia migliorato l'uomo, che il trauma di esperienze orrorose, abbia mai gettato le basi per una convivenza pacifica tra tutti gli uomini e tra i popoli. Semmai, è vero il contrario. La guerra esercita ed abitua alla violenza e all'assassinio, scatena istinti belluini - e certi meccanismi, una volta messi in moto, non è che si fermino contemporaneamente ai trattati di pace imposti al nemico dai generali vittoriosi.
Non è neppure vero che la vita di trincea accomunasse tutti, indipendentemente dal ceto sociale di estrazione e dal grado ricoperto nella gerarchia militare. Le differenze di ceto c'erano e si approfondivano proprio nella divisa e nel grado. Tant'è vero che gli alti ufficiali mandavano gli ufficiali subalterni e i fanti a farsi ammazzare nelle trincee nemiche; e i fanti, quando se ne presentava l'occasione, sparavano sugli ufficiali. I rapporti tra ufficiali e truppa erano, nel migliore dei casi, di tipo paternalistico - lo stesso che nella vita civile può intercorrere tra padrone e servo.
Intanto, bisogna distinguere sul termine "combattente". C'è chi ha fatto la guerra per mestiere o per vocazione (l'occasione legale per soddisfare istinti sadico-criminali); e c'è chi l'ha fatta obbligato dalla legge o truffato dalla retorica patriottarda. Da una parte, quindi, stanno i militari di professione, tutti graduati, dal caporale al generale. Da un'altra parte stanno i richiamati "in difesa dei sacri confini". Orbene: in guerra come in pace, sul campo di battaglia come su quello del lavoro, borghesi e intellettuali, parroci e prelati, magistrati e avvocati, agrari e industriali, quando per eccezione vestono la divisa del richiamato alle armi, portano i gradi del comando e si imboscano nei posti meno pericolosi; la povera gente, i lavoratori, gli analfabeti, contadini, pastori, pescatori, artigiani vestono la divisa umile del fantaccino, devono «credere, obbedire e combattere».
La guerra scava ancor più l'abisso che separa le classi egemoni da quelle subalterne nella vita civile.
E. M. Remarque, che pure ha dimostrato in modo sublime l'imbecillità della guerra, sostiene:
«Ma il più importante è che fra noi venne in tal modo sviluppandosi un forte sentimento di solidarietà, il quale poi al fronte s'innalzò a ciò che di più bello abbia prodotto la guerra: il cameratismo».
A me pare assurdo e ripugnante un valore civile e morale acquisito mediante l'assassinio e la strage. Mi chiedo se non vi siano altri modi, oltre la guerra, per generare o stimolare tra gli uomini il cameratismo. Il binomio esercito-cameratismo è un assunto tipico della propaganda militaristica borghese, fatto proprio dal fascismo e ripreso dal comunismo. In effetti, il Remarque è un intellettuale borghese incapace di portare avanti, fino in fondo, il proprio discorso antimilitarista. Ignora, per esempio, che da una parte del proletariato esiste già un cameratismo che è la coscienza dell'essere oppressi, che nasce negli sfruttati dal comune destino, dal sacrificio della lotta quotidiana per la sopravvivenza.
Un fatto è certo: dal cameratismo di guerra nasce il fascismo.
In Sardegna, i combattenti vengono organizzati in associazioni politiche, con sfumature ideologiche che vanno dal populismo socialistoide al nazionalismo dannunziano. Chi tira le fila della manovra è la borghesia imprenditoriale che, sulle rovine dell'Italia vittoriosa, vuole ristrutturare le sue imprese con i suoi profitti. Gli ufficiali che hanno fatto la guerra (o che affermano di averla fatta) si improvvisano nuova classe dirigente: alcuni indossano ancora la divisa gloriosa, altri fanno mostra dei lustrini al merito sull'abito borghese. C'è posto per tutti: socialisti, nazionalisti, liberali, radicali, cattolici; il cameratismo coagula apparentemente interessi contrastanti, tiene formalmente aggregata la Babilonia dei salvatori della patria, prima in guerra e ora in pace. Ed è sulla base del cameratismo che ciascuna delle varie componenti del "combattentismo" spera di poter strumentalizzare i fedeli fantaccini come massa per il raggiungimento o il consolidamento del potere politico e amministrativo. (Abbiamo visto però che cosa abbiano ritrovato i fantaccini rientrando dal fronte, come abbiano reagito e come poco abbiano creduto alle promesse della giustizia).

«Nell'aprile del 1921 la maggioranza della Federazione Sarda dell'Associazione Nazionale dei Combattenti decideva di dar vita al Partito Sardo d'Azione, aperto anche ai non combattenti che ne accettassero il programma... Quel programma aveva però, a suo tempo e per tutto il periodo che durò il dibattito sul nuovo partito, sollevato molte critiche negli ambienti conservatori e nella stampa locale, nonché fra gli stessi combattenti, alcuni dei quali si erano allontanati o stavano per allontanarsi dalla Federazione. Sicché, quando si riunì ad Oristano, nell'aprile del 1921 l'organizzazione combattentistica era notevolmente minata nella sua unità. Mentre la stragrande maggioranza degli organizzati si adoperava per trasformare le sezioni dei combattenti in sezioni del Partito Sardo d'Azione, gruppi dissidenti costituivano i Fasci di Combattimento, già affermatisi nell'Italia continentale...».(L. Nieddu - Origini del fascismo in Sardegna).

Sardismo e fascismo nascono dunque in Sardegna nello stesso periodo e dalla stessa matrice: dall'Associazione Nazionale dei Combattenti. E la prosa degli uni non si differenzia molto da quella degli altri: basti leggere questo brano dell'avv. L. B. Puggioni padre ideologo del sardismo:
«L'Europa da un anno grondava lacrime e sangue... Anche l'Italia voleva, doveva dare il suo tributo insanguinato, anelando a maggior gloria e potenza per la difesa del diritto e la liberazione dei figli. E l'Italia si ricordò allora della Sardegna, sua figlia fedele. E la Sardegna fu veramente figlia fedele senza restrizioni, la gioventù di Sardegna obbedì pronta dai campi, dalle officine, dalle tanche e dalle scuole; abbandonò le case e le persone care con forte dolore e con virile serenità... Passando dalla casa alla caserma o direttamente alla trincea conoscemmo un fattore a noi ignoto: il senso della responsabilità... comprendemmo e imparammo per forza della nostra passione: imparammo a capire gli uomini e a guidarli... La concezione retorico-sentimentale della vita fu in breve distrutta. Dimenticammo i verginali amori provinciali; i solleticamenti celebrali, le pose accademiche, gli esotismi sentimentali e infantili; anzi, avvenne di più e di meglio: perdemmo la capacità di una simile sensualità. Fu un bagno di vita reale. Fummo sorpresi femminucce, ci ritrovammo maschi. Ci fu meno luce nella vita e più amaro in bocca, ma quanta maggior chiarezza nel cervello!... Con mai provato amore amammo nel pastore e nel contadino di Sardegna il fratello nel sangue e nello spirito. Nel loro dolore e nel nostro, conoscemmo il dolore dell'Isola che imparammo ad amare. Oggi ringraziamo il Comando Supremo dell'Esercito che con le sue crude circolari impose la formazione del nostro leggendario reparto regionale, affrettando la nostra fusione spirituale, maturando nelle più dure prove il nostro sentimento regionale... La vita della Sardegna e dell'Italia è sempre quella che l'intelletto e il cuore dei combattenti hanno segnato... E vinceremo...».

La retorica dannunziana - ripresa da mezze calzette - alimenta insieme il sardismo populista e socialistoide e il fascismo nazionalista e avventuristico. Nei carnai del Carso - sostiene il Puggioni - sarebbero maturati i problemi della Sardegna e sarebbe nata l'idea dell'unità dei Sardi. Sono concetti idioti o perversi, di cui si ha un sintomo illuminante nella frase: «Fummo sorpresi femminucce, ci ritrovammo maschi». Puggioni, che è sardo, dimentica che le rivolte popolari che caratterizzarono il periodo post-bellico nell'Isola videro come protagonisti le "femminucce", molte delle quali pagarono con la galera quando non anche con la vita.
I frutti che ogni generazione ha raccolto dalle stragi di una guerra sono sempre stati frutti velenosi: anche se apparentemente democratici, in essi scorre pur sempre la linfa della violenza.
Il fascismo trova nell'Isola i suoi quadri dirigenti nei padroni delle miniere, nella borghesia indigena compradora, negli intellettuali tirapiedi e nel minutame prezzolato. Nel fenomeno del combattentismo, la classe dirigente pesca nel torbido ricavandone nuove strategie di potere, per quella che oggi viene comunemente detta "svolta autoritaristica a destra". In parole povere si tratta di aggiornare - con le dovute mistificazioni - il sempre vivo disegno di trapiantare le strutture e l'organizzazione del militarismo nella società civile, così come lo si è sperimentato nella guerra vittoriosa: il comando supremo (capitalismo); l'ufficialeria come potere esecutivo (la borghesia-funzionari di Stato); i fantaccini pronti, forti, leali e muti (il popolo dei lavoratori).
Fascisti e sardisti succhiano lo stesso latte: non vanno d'accordo su dettagli dietro cui si nascondono le ambizioni personali. Alla fine prevalgono i fascisti - meglio capitalizzati. E i sardisti, fatte poche eccezioni, per non restare inattivi, vestono la camicia nera. Si rifaranno vivi - come tutti gli esponenti degli altri partiti democratici - dopo la caduta del fascismo.

Fino al 1926 il fascismo vede la Sardegna esclusivamente in funzione di serbatoio di ascari, ingigantendo il mito della fierezza della gente sarda e l'eroismo della Brigata Sassari (fierezza ed eroismo che, di volta in volta, vengono attribuite a qualunque altra regione, suscitando perfino una gerarchia di fierezza e di eroismo tra le diverse comunità - e c'è sempre un mucchio di fessi che finisce per crederci, come alle maggiori doti taumaturgiche del proprio santo). Il ruolo dell'Isola cambia, quando viene varata la campagna delle grandi bonifiche del regime e occorrono territori malsani e spopolati da "redimere" per trapiantarci prolifiche colonie umane, bovine e suine.
La Sardegna è fra le regioni più povere e più spopolate d'Italia, ma è ricca di zone acquitrinose e malariche e di tante qualità da farne una colonia ideale. Qui, Mussolini farà le prove di quella che sarà la grande avventura in Africa Orientale: dal Veneto verranno trapiantate nella pianura di Arborea alcune migliaia di famiglie di coloni - "sardignoli" e "abissini", più avanti finiranno per confondersi nel pregiudizio razzistico diffuso nel Continente, e molti coloni sbarcati in Sardegna sono convinti di trovarsi in Africa.

Mussolini aveva detto testualmente:
«Hanno diritto all'impero i popoli fecondi, quelli che hanno l'orgoglio (intendeva l'uccello, ovvero l'aquila, emblema del potere fascista - nda) e la volontà di propagare la loro razza sulla faccia della terra».

Doveva essere diventato un chiodo fisso, questo dell'orgoglio di moltiplicare, se nei libri di scuola si erudivano all'uopo anche i pupi di terza elementare:
«La potenza non si ottiene con le sole armi; la ricchezza non si può raggiungere con la sola ricchezza dei beni. Che vale avere fucili, cannoni, navi, aeroplani, se non vi sono uomini sufficienti ed atti a farne uso?... Perciò Mussolini VUOLE che la popolazione aumenti sempre, e la VUOLE sana, robusta, temprata alle fatiche. Non c'è nulla che Lo allieti quanto la vista di una famiglia numerosa... di uno stuolo di bambini paffutelli che si baloccano al sole, di una squadra di Balilla intenti ad esercitarsi militarmente... Non c'è bambino, si può dire, col musetto ancora imbrodolato di latte materno che non aspiri ad indossare la camicia nera, ad imbracciare ed adoperare un moschetto. Solo per questa felicità, i bimbi d'Italia vorrebbero poter crescere più presto». (Testo Unico 1940-XVIII° E. F., a cura di A. Petrucci).
Non vi è dubbio che le teorie politiche ispirate al "cameratismo" combattentistico, elaborate dal fascismo ed applicate alla cultura, giocano scherzi come questo anche a quello che dovrebbe essere il più elementare buonsenso. Ed altri, ancora più spassosi.

Sfruttando un progetto di bonifica di cui era stato ideatore il terralbese Felice Porcella, deputato socialista riformista, Mussolini si getta a capofitto nell'opera di redenzione delle fasce paludose che costeggiano il golfo di Oristano. Il mandato pionieristico viene affidato agli stessi capitalisti che hanno le mani in pasta nelle miniere, nelle banche, nella Società Elettrica Sarda, nelle Ferrovie Complementari, nelle industrie alimentari che rapinano i prodotti del lavoro del contadino e del pastore. Lo stato fascista incentiva il capitale con contributi straordinari a fondo perduto (col sistema dei progetti gonfiati, superano il 100% dei costi reali); dal canto loro, i capitalisti fanno fare la bonifica ai braccianti, attingendo a basso costo nel serbatoio dei morti di fame nei villaggi della zona.
Un'impresa faraonica: aprire canali a mare, spianare, livellare - senza mezzi meccanici, con pala e piccone - una superficie vasta venti chilometri per dieci, infestata da ogni specie di insetto ematofago, funestata dalla malaria.
Alla massa dei braccianti sardi viene assicurato che, a bonifica ultimata, saranno essi e le loro famiglie a goderne i benefici; quelle terre redente verranno lottizzate ed assegnate ad essi che le coltiveranno in qualità di mezzadri. Intanto bisogna rimboccarsi le maniche. L'organizzazione del lavoro - come vuole lo spirito della nuova Italia - è di tipo squisitamente militare: le legioni del lavoro, dopo aver sfacchinato per tutta la settimana dall'alba al tramonto, il sabato sera devono diventare quadrate compiendo le prescritte esercitazioni belliche nell'apposito campo della G.I.L., davanti alla tribuna dove siedono i dirigenti in camicia nera e le loro signore in camicia bianca.
A bonifica ultimata, i braccianti sardi vengono licenziati - rimandati a morire di fame nei loro poveri villaggi. A Mussolinia (così viene battezzato il nuovo comune rurale, nel 1929), vengono trapiantate tante famiglie venete, con aggiunta di romagnole, quante ne bastano per creare un allevamento razionale - gente laboriosa sobria religiosa che faccia figli, sì, ma copulando senza compiacimenti plutocratico-borghesi, soprattutto alla svelta, per non distogliere tempo alla terra ed alle bestie, nell'interesse supremo dello stato fascista e dei padroni della bonifica.
Sotto sotto, in Mussolini riaffiorano certi umori del campagnolo anarco-socialista. Non si fida del tutto dei capitalisti della Società Bonifiche Sarde, che gli fanno vedere tutto rosa e gli leccano il culo per ottenere sempre nuovi contributi. Così, oltre alle sue periodiche visite-scampagnata, di cui profitta per portarsi a letto qualche contadinotta nella villa del presidente, pensa di affidare un reportage a un giornalista di provata fede fascista, un certo Stanis Ruinas.
Il Ruinas fa un Viaggio per le città di Mussolini (edito da Bompiani nel 1939), annotando diligentemente tutto ciò che può far felice il Duce. Eccone alcuni stralci:

Siamo nell'Oristanese, tra Capo San Marco e Capo Frasca, già da allora zona militare:
«...Quattro cannoni puntano le bocche verso il mare per la difesa antiaerea. Li vigila un guardiano che alloggia tutto l'anno in una capanna tra queste due solitudini di terra e d'acqua... Ogni tanto il guardiano unge la bocca ai cannoni e la DICAT spara contro aeroplani che volteggiano per le esercitazioni... E' un veneto e il figlio ha sposato una sarda, che si presenta scalza e sorridente. Ecco il primo incontro con un incrocio indigeno-continentale. Pare che questi incroci riescano assai bene...». (pag. 85). Contemporaneamente, il fascismo rurale ha promosso anche l'incrocio di maiali sardi con maiali veneti, per migliorarne il rendimento complessivo: i sardi avevano troppa carne e i veneti troppo lardo.

«Ecco una famiglia di romagnoli di Cesena. Li sorprendiamo, due fratelli con le mogli e sei bambini... Chi fa gli onori della stalla è il più piccolo, un ragazzino di cinque anni con un viso di mela ingambalato fino al ginocchio... Lavorano tutti.... Il più piccolo accompagna fuori le bestie e le guarda, assieme a due altri bimbetti poco più grandi... "Son come tanti figli" - dice una delle due spose accennando alla stalla - "danno dolori e noie come loro (bambini - nda) e anche soddisfazioni...». (pag.67).
«La famiglia dei G» - l'autore sta parlando ancora di famiglie di mezzadri, soppesandone il valore demografico - è relativamente piccola data l'età dei figli...». (Pag.67). Poco prima, l'autore ha precisato, a discapito dell'inquisito, che il mezzadro G. è ultra sessantenne, con sette figli, tutti "piccoli d'anni e di statura".

«Vi sono famiglie che formano colonie da sole. Una veneta, conta 33 membri, 21 bambini sotto i 12 anni... - l'autore si sbrodola, pensando alla gioia di Mussolini! - Una vera nidiata occhicerula e bionda che ci sciama attorno... Col numero dei bimbi è cresciuto in proporzione quello delle bestie. La stalla ne allinea su due fronti una quarantina». (pag.65).

Altra visita ad altra prolifica famiglia:
«Giovani e bimbi, mucche e vitelli formano una famiglia sola legata da vivi interessi ed affetti. Incontro in questa casa il primo vecchio, sopra la settantina. Secco come querciolo, lavora come gli altri...». (pag. 67). E c'è da scommettere che copula pure, come gli altri, per contribuire come meglio può ad ingravidare le femmine dell'allevamento.

Al di sopra dei comuni problemi di allevamento, stanno i condottieri - la schiera degli eletti, gli eroi che compiono gesta prodigiose, che incarnano le virtù più eccelse della razza latina e portano i gradi del comando. Ma gli eroi nonostante tutto sono creature mortali, soggetti alle infezioni microbiche. Si ha il caso di fierissimi condottieri di eserciti che, usciti indenni dal grandinare della mitraglia nemica, arrivati un questa "redenta" zona della Sardegna si beccano il Plasmodium soccombendo alla malaria. Disgraziatamente, gli eroi di Mussolini, che alternano, nella colonizzazione, il comando delle legioni col comando delle masse bracciantili, non conoscevano il DDT. La malaria restava un grosso handicap, peggio dei banditi orgolesi, specialmente lungo la fascia costiera dell'Oristanese: luogo ideale per costruirvi basi militari, poligoni di tiro, batterie costiere.
Durante la seconda guerra mondiale, in Sardegna ne uccise più l'Anopheles che il piombo. «271 tedeschi morirono in Sardegna, sebbene su quest'isola non si sia svolta alcuna battaglia. Essi morirono per la malaria o precipitando dagli aerei in fiamme...», scrive nel 1964 il giornale di Berlino Der Tagespiegel.
Che i tedeschi, e in generale i popoli anglossassoni, fossero particolarmente sensibili agli attacchi degli insetti ematofagi è confermato da molti episodi di cronaca. Ma gli americani conoscono il DDT. Coi sottoprodotti dell'industria petrolchimica possono produrne tanto da sterminare tutte le Anopheles dell'universo. Nel giro di poche settimane, la Fondazione Rockfeller, con vero spirito umanitario, senza chiedere neppure una lira ai popoli sottosviluppati e infestati dall'Anopheles, promuove e realizza nell'area del Mediterraneo la radicale bonifica delle zone colpite dalla malaria - poco conta se il DDT è un tossico tale da distruggere insieme all'Anopheles la fauna microbica necessaria all'equilibrio biologico dell'ambiente. Queste zone sono di rilevante importanza strategica, nel disegno egemonico dell'imperialismo yankee, e sono pertanto destinate a diventare formidabili basi NATO. La Sardegna è la privilegiata tra queste zone.
Nella vasta fascia paludosa, dove Mussolini, portatore di valori combattentistici aveva iniziato la bonifica integrale, insediandovi prolifiche colonie umane, bovine e suine, al fine di produrre carne da cannone e carne da scatolette, la Fondazione Rockefeller debella il millenario morbo della malaria, rendendo asetico l'ambiente, per insediarvi colonie di operatori e tecnici della guerra nucleare. A Capo Frasca, di fronte a Mussolinia, sorge così una delle più efficienti basi militari della NATO.

Cagliari, maggio 1970
Ugo Dessy

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